Carpe vinum, storie di sopravvivenza accademica

E’ giugno, fa caldissimo, io sono in Italia a lavorare.

Nella fattispecie devo riorganizzare e ripulire una casa, mentre gli Augusti Genitori e Fratellino sono seppelliti da scadenze amministrative.

La casa non è stata pulita da 30 anni. Quando tocco le tende del salotto queste si disintegrano in un mucchio di plastica depolimerizzata e polvere. Gli scaffali con le tovaglie sono disseminati di merda di topo. In dispensa trovo dei cadaveri di ratti morti avvelenati, coperti di vermi morti avvelenati che hanno mangiato del ratto morto avvelenato e poi sono stati mangiati da dei vermi che sono morti avvelenati perché hanno mangiato gli altri vermi morti avvelenati che al mercato mio padre comprò.

Di giorno sbadilo ciarpame e preparo da mangiare per quattro, la sera lavoro sulla mia tesi.

Nell’insieme, pinzillacchere rispetto all’estate 2015.

A metà mese mi arriva una mail. E’ di una professoressa dell’Università di Paris Diderot. Sta organizzando un Convegno della Madonna sullo Heike monogatari, una roba piena di nomi da lasciarti col culo in terra. Il Convegno sarà a ottobre. La mia direttrice di ricerca (santa martire) le ha tanto parlato della mia vasta conoscenza di armi e armature (wat…) e l’organizzatrice vuole sapere se mi va di intervenire al Convegno Strafigo.

Clicko “rispondere”.

“Gentile Professoressa Tal dei Tali, sono molto onorata dalla richiesta, ma non posso partecipare in quanto sono una persona stupida e mediocre la cui ridicola conoscenza della Storia le permette a stento di mandare avanti un blog sfigato. Cordiali saluti.”

Cancello il messaggio. Riscrivo.

“Gentile professoressa Tal dei Tali, sono molto onorata dalla richiesta. Sarà un immenso piacere partecipare al Convegno. Cordiali saluti.”

Invio. Mi servo un quarto di whisky per soffocare la crisi di panico.

Non so se capiti ad altri ricercatori. In questo genere di occasioni il mio cervello elabora due conclusioni concomitanti:

-Parli malissimo giapponese, non sei davvero specialista del periodo e fai schifo come ricercatrice in generale.

Yo, bitch, hai comunque studiato la Guerra di Genpei! Non sarà proprio il tuo periodo d’elezione, ma hai tempo fino a ottobre, ‘a voglia te!

Il ritmo cambia. Di giorno lavoro e cucino,di sera preparo il convegno, di notte porto avanti la tesi.

Qualche disgraziato prova a dire che non devo affannarmi tanto, che ho tempo fino ad ottobre e posso prendermela comoda.

La sua testa è ancora infilzata su un palo del giardino.

Luglio

Il lavoro in Italia è concluso, sicché ora posso concentrarmi solo su tesi e conferenza.

Ho la problematica, ho un’idea di ciò che voglio, ho quasi finito di sciropparmi la bibliografia. Voglio finire tutto il più in anticipo possibile per avere il tempo di correggere e perfezionare, perché tutto deve essere perfetto. C’è qualcosa di filosoficamente sbagliato in un prodotto non perfetto.

La versione di riferimento per lo studio dello Heike monogatari è quella detta Engyōbon. Devo averla in bibliografia. La cerco. Il Collège de France ce l’ha, ma la biblioteca è chiusa per lavori e proprio quel testo è in uno scatolone da qualche parte. Guarda te le botte di culo.

La trovo in Inghilterra. Scrivo a Cambridge per sapere se possono farmi un prestito universitario. Mi rispondono subito.

“Cara signorina Tizia Caia, ma certo che possiamo spedirle i volumi, anche subito, no worries!”

Yay!

“Ci serve solo una richiesta ufficiale della segreteria della facoltà a cui è iscritta.”

Oh.

Ho pagato l’iscrizione, sono al terzo anno di dottorato con bacio accademico e pacca sul culo, ma ancora non ho notizie dalla segreteria. L’iscrizione deve essere finalizzata per il prestito.

Telefono.

Le segretarie sono in vacanza.

Agosto

Mancano poche settimane ormai, e io non ho il testo originale di riferimento in bibliografia. Scrivo email alla segreteria. Niente. Telefono. Niente.

All’ennesimo tentativo mi risponde una voce stanca da cui tutta la gioia di vivere è stata estirpata con pinzette da unghie e cauterio. Deve essere la segretaria.

-Salve, sono Tizia Caia che ha fatto l’iscrizione il mese scorso. Volevo sapere se era tutto in ordine e se andava tutto bene.

-Niente è in ordine e la vita fa schifo.

-Oh.

-Ci hanno installato un nuovo programma per registrare le iscrizioni. Ora non riesco nemmeno ad accedere a gmail e il computer sta vomitando poltiglia verde dai buchi di ventilazione.

-Ok.

-Qualcuno ha usato il cavo della mia tastiera per impiccarsi. Non posso più scrivere.

-Er… per quando pensate che sarà finalizzata la mia iscrizione?

-Non so, le passo la mia collega Mirri Maz Duur, glielo saprà dire lei.

Si, vabé, ho capito, niente Engyōbon.

Intanto mi arriva il programma per ottobre. Sono tutti professoroni luminari geni del settore con ventordici pubblicazioni all’attivo.

Io non sono nemmeno diplomata e finora ho pubblicato solo articoli zeppi di toscanismi e profanità gratuite, Dio Prete!

Plus, non so davvero come si interviene a un Convegno. Ne ho visti parecchi, ma essendo lungimirante come un lemming sul ciglio di una scogliera non ho mai posto mente locale al modo in cui le informazioni sono condensate, presentate e selezionate. Per citare il comandante Sherman, per me un convegno è come lo spogliarello: non indago come lo fanno ma mi godo il risultato.

Comincio a rendermi conto per benino a che punto sono impreparata. Comincio a rendermi conto che il mio lavoro non sarà perfetto perché non può esserlo. E’ impossibile.

Per fortuna c’è sempre il whisky.

Settembre

E’ difficile concentrarsi. Sarà la fatica, o sarà il senso di Armageddon incombente. Passo il mio tempo a disegnare mappe, scrivere il mio intervento, migliorare la mia bibliografia, che resta comunque incompleta.

Mio padre mi manda un articolo sulla salute mentale degli universitari. Tra i dottorandi, uno su tre soffre di depressione cronica. Ma dai!

La triste verità è che ho sbagliato ad accanirmi sugli studi. Sarebbe stato molto più salubre diventare spogliarellista: paga migliore, più attività fisica, niente gobba leopardiana…

Ottobre.

Il giorno del convegno si avvicina. Cerco di rilassarmi. Ho fatto il meglio che potevo fare, non sarà una roba da strapparsi le mutande dall’entusiasmo ma la mia direttrice dice che è ok. Devo solo sedermi, tirare il fiato e profittare dell’occasione. Magari non sarà tremendo come penso.

Cominciano ad arrivare mail di conoscenti.

“Oh, ma parli al Super Convegno? Figata!”
Non ho detto a nessuno di questo convegno, come hanno fatto a saperlo?

“Ovvìa ciccia, come sarebbe “come”? E’ un convegno super-importante, sta arrivando gente da mezzo mondo per assistervi!”
Voglio morire.

Mi scrive anche Amico di Gioventù. Amico di Gioventù parla giapponese molto meglio di me, è un accademico straordinario, insegna già pur essendo più giovane, è stato in Giappone non so quante volte, suona il pianoforte come Dinu Lipatti, pratica tre o quattro arti marziali… Insomma, è il tizio con cui chiacchiero quando voglio ispirazione o quando voglio sentirmi una scimmia appena cascata dall’albero.

“Ah, ho visto che parli al Superconvegno,.- Mi scirve -Ma è una cosa straordinaria bellissima supersonica, devi essere davvero un genio, come hai fatto a farti prendere?”

Il giorno del convegno mi alzo alle 5 di mattina dopo aver dormito 30 minuti interi.

Mi preparo, mi vesto. Di solito il mio stile di abbigliamento spazia da “Carrista sovietico” a “Profugo siriano”.

Per questo convegno ho chiesto una consulenza fashion a un’amica accademica. Roba tipo outfit montage dei film anni ’80, solo con più alcol e lei che urla insulti in fiorentino.

Ho tutto: il vestito, la maglia, ho anche comprato dei collant nuovi nuovi.

Mentre mi travesto da Congressista, il gatto (long story…) entra in bagno. Vede le mie gambe inguainate in nuovissima fibra acrilica.

“Oh, che belle calze, sono per me? Come “no”? Tutto è per me!”

Mi artiglia una coscia.

Rrrrrrip

Butto via i collant. In fondo a un cassetto trovo delle autoreggenti col pizzo. Stanno nel cassetto da una decina d’anni ormai, ci sta che smettano di autoreggersi in mezzo alla strada. Per sicurezza metto un rotolo di scotch biadesivo nella borsa. Era davvero meglio diventare spogliarellista. Invece no, devo travestirmi da pornoprofessoressa a gratis. Alé!

Arrivo in anticipo. Paris Diderot è in una ex-fabbrica. L’istituto ha una allure deliziosamente dickensiana, ed è un labirinto terrificante. Se un disgraziato imbocca la scala sbagliata, rischia di ritrovarsi in un disegno di Escher. Una volta mi sono persa, ho chiesto informazioni e mi hanno spiegato qualcosa del tipo “questo non è il terzo piano, è il quarto piano, il terzo piano è al piano di sopra, a meno che tu non prenda la scala laggiù, perché allora il terzo piano è un lama con un rastrello”.

All’invito al convegno hanno allegato una mappa. “Dieci passi lungo il corridoio, poi volta in direzione est-sud-est per 245 cm, al ricercatore morto di inedia svolta a destra e rispondi all’indovinello del Troll…”

Pare che le matricole leghino un capo di filo alla fontanella in cortile prima di aventurarsi nell’istituto con un gomitolo

Subito prima che il convegno inizi, incontro uno dei miei vecchi professori. Si congratula per il badge che porto sul petto.

-In che lingua sarà il suo intervento?

Fiuto il trappolone, ma non posso evitarlo.

-Hum… Inglese.

I suoi occhi luccicano di patrio e gallico furore.

-Ah.- Di botto fa diaccio nella stanza. -E come mai non in francese?

-Er… perché tutti i partecipanti capiscono l’inglese e solo i francesi capiscono il francese.

Mentre spiego mi rendo conto della falla del mio ragionamento. Per certi versi professori invitati capiranno quello che sto dicendo. D’altra parte occristo i professori invitati capiranno quello che sto dicendo.

Intanto il mio professore è occupato a deprecare il fatto che, Giuda infame, i francofoni fanno conferenze nella lingua della Perfida Albione.

A chiosa, il tizio è quello che mi diede come voto “un po’ meno di awesome” in master. La cosa mi abbassò leggermente la media e persi la menzione massima perché hey, ti manca quello 0,2 che fa tutta la differenza!

Sì, il sistema francese è molto diverso da quello italiano. E’ un incubo e ritengo che sia in buona parte responsabile del volume di alcol che ormai necessito per funzionare.

La giornata si svolge bene. Gli invitati sono tutta gente notevole, pilastri della ricerca. Io invece mi sento come un pandino al raduno dei T-34.

Il pubblico non è nutritissimo, ma è vero che viene da mezzo mondo. Ci sono italiani, tedeschi, giapponesi… A tratti mi chiedo perché una cosa come lo Heike monogatari attiri così pochi giovani o spettatori. Voglio dire, boiacane, è una roba spettacolare! Accozza scene di combattimento tamarre stile Terminator VS Robocop, con momenti di atroce realismo e tragedia. Com’è possibile che ci siano solo specialisti a sentire?

Quando sarò professoressa troverò il modo di rendere la faccenda più fruibile. Dei pestaggi di intermezzo, magari.

E poi niente, è il mio turno.

Sono l’ultima della giornata. Sono sveglia da 48 ore e non ho mangiato un cazzo di niente perché bon, quando sono terrorizzata non ho molto appetito. Arrivo col mio Powerpoint.

“Salve, sono Tizia Caia e sono una cazzo di matricola.”

Alla fine è andata OK. I professori sono stati molto gentili e mi hanno congratulata con un pat-pat sulla testolina. Poteva andare peggio.

Ho avuto anche occasione di chiacchierare con dei luminari, un privilegio che valeva assolutamente la sofferenza e le notti insonni e le bottiglie vuote accatastate accanto alla porta.

Sono contenta del convegno?

Non saprei. Non sono scontenta, ma ho difficoltà a essere contenta di me in generale. Il primo riflesso, ogni volta che concludo qualcosa, è osservare il prodotto e ponderare su quanto sia una merda. Tutto eh. Un intervento? Mediocre e banale. Un articolo? Superficiale e stupido. Una cena con gli amici? Domani saranno tutti all’ospedale.

Eh pazienza, a ognuno la propria perversione mentale.

E’ un riflesso molto comune nell’ambiente, per quel che posso vedere. Ogni tanto ci troviamo tra dottorandi, tiriamo giù litri di birra e discutiamo di quanto amiamo ciò che facciamo e di quanto odiamo ciò che facciamo. La cosa peggiore è che non farei niente altro. Alla fine quello che vuoi è essere all’altezza del campo che hai scelto, come la ragazzina complessata che soffre per le corna ma si sente in colpa perché “se cerca altre è colpa mia”.

Il punto è: questo tipo di percorso non è per tutti, soprattutto per quel che riguarda le Scienze Umanistiche. Non è riposante, non è redditizio manco per il cazzo e non è salutare. Quando sento gente dire “non sono proprio sicuro di voler fare l’università, ma i miei ci tengono tanto”, o ancora peggio “non so se fare la specialistica oppure no”, mi viene da tirar madonne con la frombola.

Non spingete in un’università qualcuno che non se la sente o che non è convinto: perderà minimo 3 anni di vita quando avrebbe potuto imparare un mestiere serio, tipo l’idraulico.

E in secondo luogo, non imbarcatevi in una specialistica se non siete stupidamente innamorati degli studi.

Per lo meno è la mia personale esperienza. Io so che non rimpiangerò gli studi, perché mi piacciono davvero tantissimo e non c’è niente altro (almeno a questo stadio) che vorrei o potrei fare. Quando sarò al rifugio degli indigenti, potrò consolarmi pensando che ho fatto ciò che amavo finché ho potuto.

Figurasse trovarsi al barbonotrofio e pensare “eh, e a me Lettere faceva pure schifo”.

In conclusione, questo è stato il mio grande debutto nella società accademica. Ho imparato un sacco di cose e ho potuto confrontarmi con gente davvero di calibro, che poi è l’essenziale.

Posso far meglio, e farò meglio.

E un giorno magari sarò capace di leggere un intervento senza battere i denti.

Nel frattempo, cheers!

MUSICA!

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Dunkirk

E’ il 1940, la Francia ha perso la guerra e decine di migliaia di soldati alleati sono imbottigliati a Dunkerque. Con i crucchi che gli rodono la groppa, gli inglesi cercano disperatamente di reimbarcare il loro esercito, in previsione del prossimo stadio: l’attacco nazista all’Inghilterra.

E questo è, in pratica, la totalità del film.

Spoiler: a me questo film è piaciuto tantissimo.

Nolan racconta gli ultimi giorni dell’assedio di Dunkerque, spaccando la storia in tre parti: terra, mare e aria. Rispettivamente, si tratta di un soldato che cerca di imbarcarsi, un civile che porta la sua barchetta privata in Francia per aiutare nell’evacuazione (cosa che capitò davvero) e un pilota di Spitfire con la missione di proteggere la flotta e le Little Ships (le barchette civili coinvolte nel trasbordo).

Cominciamo subito col dire che io non sono una fan di Nolan. Non perché Nolan sia un cane, eh! Nolan è un realizzatore estremamente competente e alcuni dei suoi pargoli mi sono anche piaciuti (notamente Inception), il fatto è che spesso i suoi film li trovo tanto spettacolari quanto traballanti nella sostanza. Come per altri artisti, tipo Polanski, mi piace lo stile, ma i contenuti mi lasciano spesso freddina. Ha anche una certa tendeza alla trombonaggine che non si sposa proprio con i miei gusti (The Nolan ray!)

E poi bon, c’è Interstellar, che a mio modesto parere ha solo stile e un contenuto da schiaffi nel viso.

Sì, lo so che molti adorano Nolan, NON VI TEMO, BRING IT ON!

Questo film è a parer mio l’esatto contrario: lo stile non è una vernice glitterosa sopra un rottame, ma un eccellente veicolo per un racconto solido.

Come accennato prima, da un punto di vista narrativo questo è un film minimalista. La storia è semplicissima, i personaggi pure, tanto che (come ha fatto notare il Duca) non hanno nemmeno un vero e proprio arco di trasformazione.

Questo è stato uno degli aspetti criticati: per qualcuno ciò ha reso l’esperienza vuota, per altri non è stato un problema. Posso capire chi non ha avuto un vero e proprio coinvolgimento emotivo e ho poco da dire a riguardo. E ‘ una scelta deliberata, o ti garba o non ti garba. Ci sono buone ragioni per apprezzare la scelta, e buone ragioni per odiarla. Ma di questo ha parlato con più dettaglio e competenza mon ami le Duc.

Foto colorata della divisione corazzata tedesca alle porte di Dunkerque

Le scelte deliberate non riguardano solo la struttura della trama: certi aspetti storici sono stati cambiati, cosa che ha fatto inalberare (comprensibilmente) gli appassionati.

Per molti di questi dettagli, la ragione narrativa dietro la decisione è palese. Ad esempio, il pilota di Spitfire si trova a combattere contro dei Messerschmitt 109. Questi hanno il naso di un bel giallo acceso. Problema: i Me 109 che volarono su Dunkerque non avevano pitture gialle.

In altre scene, gli ufficiali portano il berretto invece dell’elmetto (per la gioia dei cecchini).

In entrambi i casi pare palese che la cosa non è dovuta a sciatteria o pigrizia da tastiera nel culo, ma da una necessità di trama: rendere gli elementi riconoscibili. Uno spettatore che non sia un appassionato di aviazione vintage potrebbe avere serie difficoltà a distinguere un Me 109 da uno Spitfire, specie durante una rocambolesca scena di dogfight nei cieli. Ugualmente, il fatto che i due ufficiali siano senza elmetto in un mare di soldati con l’elmetto li rende più individuabili.

Sono scelte di compromesso tra l’attinenza storica e la fruibilità dell’opera, e in entrambi i casi comportano degli svantaggi (anacronismo per quel che riguarda gli aerei e poco realismo per quel che riguarda gli ufficiali).

Si può essere d’accordo con la scelta, oppure no. E’ possibile portare argomenti validi per entrambe le opzioni. Ad ogni modo queste licenze sono anni luce avanti rispetto alle porcate che si possono vedere in Vikings (“oh, ma se non vestiamo i vichinghi in corpetti in latex da bourlesque poi il metallaro quindicenne non s’immedesima!”).

Ugualmente, Nolan ha optato per un set molto più sobrio di quel che era in realtà la spiaggia di Dunkerque.

Sì, avete presente il luogo comune secondo cui Hollywood deve sempre aggiungere un 25% di esplosioni? Qui è avvenuto l’esatto contrario! Con tutti i botti, i cecchini, gli stuka e i lanci di ciabatte che il film ci sciorina davanti, la realtà storica è stata molto, molto peggiore. C’erano più botti, più pallottole, molti più uomini, cadaveri, rottami…

Anche in questo caso però si può ricondurre il fatto a una scelta cosciente, volta a rendere la vicenda più semplice da seguire. Così com’è Dunkirk è un film ansiogeno e incalzante. Una resa più dinamitarda dello scenario sarebbe stata più storica, ma si correva il rischio di sfiancare lo spettatore.

Di nuovo, si tratta di un compromesso, e si possono portare argomenti validi da un lato come dall’altro.

Son qui da 36 secondi e ancora nessuno ha cercato di uccidermi… OH WAIT!

Altri aspetti criticati possono essere riconducibili allo strettissimo Punto di Vista adottato nel film. Ad esempio, si è criticato il fatto che nel film appaiano solo tre Spitfires attivi nella difesa della ritirata da Dunkerque. In realtà erano molti di più. Uno potrebbe argomentare che la vicenda dei piloti prende solo poche ore, e si potrebbe supporre che in quel preciso momento e in quella frazione di cielo erano solo in 3. Stesso vale per i francesi, quasi invisibili (di questo parleremo anche dopo). Il Punto di Vista a terra è quello di un tommy esausto e terrorizzato. Il personaggio non è una cattiva persona (dà una mano al prossimo quando ne ha occasione), ma è consumato da un unico problema: scappare. In quel frangente, non gliene frega niente dei francesi. A stento li vede. Ed è realistico che sia così.

Altre scelte sono molto meno giustificabili: il film di Nolan pare implicare che le Little Ships furono responsabili per il miracolo di Dunkerque. La partecipazione dei civili è senza dubbio uno splendido esempio di gagliardia, solidarietà, coraggio e abilità. Migliaia di uomini sono stati salvati in questo modo. Tuttavia il grosso del lavoro è stato fatto da (sorpresa sorpresa) i Destroyers.

E’ ovvio che, da un punto di vista narrativo, far salvare soldati esausti da valorosi civili è molto più poetico e simbolico eccetera. E’ certamente una bella scena, ma una licenza alla realtà che non era indispensabile (la storia delle Little Ships è abbastanza spaccaculi così com’è, non ha bisogno di essere gonfiata). E’ un po’ una trombonata, ma alla fine è un film di Nolan, una trombonata da qualche parte ce la deve infilare!

Altri difetti non hanno giustificazioni. Tipo la totale assenza, tra gli inglesi, di facce scure.

Non è tanto un problema particolare di questo film (di nuovo, magari il protagonista semplicemente non li incrocia), quanto della narrativa in generale. Spesso Hollywood tende a ritrarre le Guerre Mondiali come un conflitto tra europei bianchi.

Non voglio buttarmi in una disamina sull’importanza delle minoranze in narrativa, perché è un discorso complicato che merita un articolo a parte. Il fatto è, c’è una ragione se i Me 109 hanno il naso giallo, se i francesi appaiono poco, se i tedeschi sono demoni senza faccia. C’è una ragione anche dietro ai 3 Spitfire (se sono solo tre contro la Luftwaffe la lotta appare impari, ergo più eroica e drammatica) o al ruolo sproporzionato delle Little Ships.

Qual è la ragione dietro alla totale assenza di truppe Commonwealth? Che scopo narrativo serve, a parte il fatto che non gliene frega un cazzo a nessuno?

Al di là del discorso da social justice warrior, si tratta qui di sciatteria. Non cambiava niente metterli, sono stati scordati perché sticazzi. Che non è molto diverso dal vichingo in giubba nera perché “fa figo”. La sciatteria è sempre un difetto.

Tornando alla storia, Nolan ha scelto un punto di vista estremamente ristretto. I tedeschi sono ombre senza faccia che appaiono dal niente quando meno te lo aspetti. Gli stuka sono mostri volanti che ti piombano addosso strillando come Nazgul. Ti sembra che il tuo compagno pilota ti stia salutando dal suo aereo ammarato? In realtà è bloccato nella carlinga e sta chiedendo aiuto mentre affoga.

Il film è magistrale nel rendere il senso di tensione, panico e smarrimento, guadagnandosi complimenti da critici e veterani della Dunkerque quella vera. Le informazioni sul conflitto vero e proprio sono minime, solo quelle strettamente necessarie perché lo spettatore profano riesca a raccapezzarsi.

Personalmente ho anche trovato magistrale l’accenno alle truppe francesi. Ricoprono pochissimo tempo, e ciò è coerente col Punto di Vista, ma i pochi dati che vengono offerti bastano a tracciare un’immagine precisa della situazione.

Nella prima scena in cui appaiono, sono mostrati mentre presidiano la strada e proteggono la ritirata inglese. In una seconda scena, dei soldati francesi esausti e disperati cercano di imbarcarsi con gli inglesi, che li respingono senza complimenti. Le poche scene in cui i francesi compaiono rendono in modo magistrale una situazione crudele (gli inglesi stanno lasciando indietro gli uomini che hanno protetto la loro ritirata) e inevitabile (gli inglesi devono tutelare prima di tutto il loro esercito, primo perché è uno dei migliori in campo e secondo perché grazie al cazzo!). Il senso di ingiustizia e impotenza è chiaro, non necessita lunghi dialoghi o scene drammatiche.

Senza spoilerarvi la fine su chi vive e chi muore, il film si chiude con il discorso di Churchill. E’ una chiusura appropriata, che presenta alla fine le due dimensioni estreme del conflitto: la Guerra Mondiale e la lotta del singolo per restare vivo.

La sempiterna lotta del soldato

Questo film è uno dei migliori esempi recenti di show don’t tell. I personaggi non parlano di cosa provano, di cos’hanno vissuto o di cosa ne pensano dela situazione: la scena e la recitazione da sole ci danno tutte le informazioni di cui abbiamo bisogno. Nolan fa un uso eccellente del medium visivo a sua disposizione.

In Dunkirk possiamo godere di tutti i pregi di Nolan, senza (quasi) nessuno dei suoi difetti.

Regia

 

Fotografia

 

Recitazione

 

Saltuaria sciatteria o trombonaggine

 

Musica

 

Ritmo

 

Gli stuka. Tutto è meglio con gli stuka.

 

E’ un film perfetto?

No. But close.

Lo straconsiglio. In particolare se avete occasione di vederlo su grande schermo.

MUSICA!

P.S., anche se non lo specifico alla fine di ogni recensione, ci tengo a ricordare che i Grumpies disegnati da Christian Stocco sono bellissimi. Nel caso qualcuno non ci avesse fatto caso.

Good times, bad times: Storia e propaganda

Ogni qualche tempo scoppia da qualche parte una virulenta polemica a spunto più o meno storico.

Una nuova via, un murales, una citazione usata da un politico o un giro di frase apparso in un giornale.

E’ inevitabile, e oggi vorrei parlare del perché.

Per fare un esempio concreto, possiamo prendere la disgraziata diatriba sulla targa dedicata a Giuseppina Ghersi, bambina uccisa pochi giorni dopo la Liberazione.

Per chi vivesse in una lieta bolla e non avesse seguito: poco dopo la Liberazione, la famiglia Ghersi fu arrestata perché in odore di collaborazionismo. I genitori furono incarcerati, mentre la figlia Giuseppina, di 13 anni, fu ritrovata morta ammazzata nei pressi del cimitero.

Fin qui è una storia tragica nella propria banalità. Vendette e crimini di questo genere si sono verificati sempre e da sempre alla caduta di un regime, dopo una sconfitta o dopo una vittoria.

Come spessissimo accade in questi casi, il fatto è affogato nei sentito dire più fumosi.

L’hanno violentata i comunisti. Sono stati i partigiani (che notoriamente erano tutti comunisti). I genitori erano fascisti. La bambina era una spia. Insomma, tutta la gamma del caso, tutte cose perfettamente verosimili, nessuna delle quali è però stata verificata per davvero.

Questa è una storia tra i milioni di fattacci capitati in quegli anni.

Non c’è stata nessuna inchiesta recente sui fatti, nessuna scoperta particolare, quindi perché parlarne ora?

Perché a Giuseppina Ghersi sarà dedicato un monumento a Noli.

Il consigliere comunale, di aperte simpatie neofasciste, ha pensato bene di piazzarle un bel cippo in Piazza Rosselli (trolling much?).

Prima di entrare nel merito del dibattito (che come di consueto si è mantenuto sui livelli di “pallate di merda nel fango”), è importante capire perché c’è un dibattito per cominciate, e perché ci sarà sempre in queste occasioni.

Lo scopo dell’articolo non è tranciare su quanto sia una buona idea mettere il cippo, né su cosa davvero è accaduto in quei giorni di caos. Lo scopo di questo articolo è sviscerare una discussione idiota (ma avranno fatto bene o non avranno fatto bene a uccidere una bambina?) affinché sia possibile avere un punto di vista un minimo più articolato sul ruolo della Storia nella retorica contemporanea.

Al di là dell’ignoranza, l’ipocrisia e l’inettitudine retorica, la ragione principale per cui casi come questo scatenano discussioni da porcile intasato è l’incapacità della persona media di riconoscere l’importanza del contesto. Per la persona media, una faccenda simile è semplice: o è giusto mettere un cippo, o è sbagliato. O Giuseppina Ghersi merita un cippo, o non lo merita.

Purtroppo questo atteggiamento fa un pastone immondo, dacché confonde diversi fattori distinti.

Smontiamo quindi questo puzzle.

Immagine di propaganda menzognera: i gatti sanno sempre quel che stanno facendo, sono i vostri miseri cervellini umani che non riescono a capire

Tanto per cominciare abbiamo due piani paralleli: la realtà storica e la percezione attuale (perché ricordiamolo, le società non si rapportano mai alla realtà, ma al racconto della realtà, a un modello di realtà).

Nella realtà storica, l’elemento originale è un fenomeno (fatto, persona, ideologia, ecc.), nella percezione l’elemento originale è la narrativa dominante, il punto di vista, la presa di posizione. In altre parole, mentre un ricercatore è formato a distaccarsi e cercare elementi con cui costruire un quadro, la persona normale ha già un quadro e cerca nella Storia elementi che lo corroborino. Uno storico cerca di comprendere, la persona media cerca conferme.

Con questo non voglio intendere una superiorità intellettuale dello storico. Lo stesso problema lo ritroviamo in tutti i campi: il climatologo cerca di capire gli uragani, la persona media ha una sua idea sul Cambiamento Climatico e cerca articoli accessibili che le diano ragione. E così per molti altri campi: la ricerca richiede una certa sincerità d’intenti, la vita di tutti i giorni no.

La percezione può essere più o meno prossima alla realtà dei fatti, ma spesso la seconda è in larga parte accessoria.

Torniamo alla Storia.

Cominciamo dai fatti. Un bel giorno, da qualche parte, succede qualcosa. Nella fattispecie, una ragazzina viene trucidata. Tale fenomeno può (e dovrebbe) essere oggetto di studio storico il più preciso e oggettivo possibile, prima che ne sia tratta una qualsiasi conclusione (morale o meno).

Questo studio però avviene a sua volta in un momento storico, in cui individui sono alla costante ricerca di elementi che confermino la loro idea di mondo.

Capita spesso quindi che una ricerca che poteva essere oggettiva nel contesto accademico perda ogni oggettività nel contesto ideologico. E’ un problema, perché cambiando il contesto cambia completamente il fine del discorso.

Ad esempio, lo studio dei crimini partigiani può essere interessante per capire motivazioni, diamiche dei gruppi, meccanismi psicologici, ecc. Al di fuori di un contesto di ricerca, lo stesso studio è spesso usato nell’apologia del fascismo: siccome le carognate le facevano anche i partigiani, allora i fascisti non erano poi così cattivi (la falsa equivalenza è un grande evergreen di questo genere di manipolazioni).

Per certi versi è normale (oserei dire giustissimo) trarre dalla Storia i “mattoni” con cui costruire la propria visione di mondo. Il problema è che prima di poterlo fare con successo è necessario capire ciò che si maneggia, e la triste realtà è che di capire non frega un cazzo a nessuno.

Nella fattispecie, a Casa Pound non importa una virilissima mazza di cosa è successo a Giuseppina Ghersi o perché, il punto è che la sua morte conferma la narrativa de “i partigiani comunisti e cattivi che saccheggiavano l’Italia” con il corollario “la nostra ideologia è buona e giusta perché i veri cattivi erano loro”.

Parliamone!

La strumentalizzazione politica della Storia è costante e sfinente per chi cerca di fare un lavoro serio. Specie quando si tratta di Storia recente, la trappola retorica è sempre presente.

Ma torniamo ai monumenti et similia.

Perché, secondo voi, non esistono monumenti ai morti della Hitler-Jugend? Si tratta di ragazzini, e se andiamo a cercare al caso per caso possiamo trovare decine di esempi di disgraziati giovanissimi vittime della guerra tanto quanto Giuseppina Ghersi.

Eppure non facciamo loro monumenti.

Perché il messaggio retorico del monumento potrebbe facilmente essere usato per fare l’apologia del Nazismo.

Un monumento, una commemorazione, una targa, portano automaticamente con sé un messaggio propagandistico. “Propagandistico” non è inteso qui in accezione necessariamente negativa, bensì come discorso il cui scopo è modificare la percezione e quindi il comportamento del prossimo.

In parole povere, se il fenomeno storico ha un suo contesto, anche il discorso sulla Storia (e in particolare monumenti e commemorazioni) ce lo ha. Un monumento non è mai anodino, ha sempre una storia sua, una ragione e uno scopo, in gran parte indipendenti dall’evento o dalla persona a cui si ispira.

Questo perché un fenomeno è un fatto, mentre un monumento è un’azione, un fenomeno appartiene al mondo del reale mentre un monumento appartiene al mondo della retorica e delle idee.

Non è strettamente necessario che lo scopo di una commemorazione sia politico. In The Art of War i Sabaton celebrano le prodezze militari della Divisione Fantasma, così come l’eroismo polacco a Wizna, l’inutile spreco di vite a Gallipoli ecc. Nel contesto, è chiaro che lo scopo dell’album è parlare della Guerra in quanto tale, nel suo orrore e nel suo splendore, senza spingere un’agenda politica particolare. Ghost division è diventata una dei loro cavalli di battaglia e non è mai stata oggetto di grande controversia, nonostante parli di nazisti.

Qualcuno avrà seguito la diatriba sui monumenti confederati in America. Perché oggigiorno dovremmo preoccuparci di come Lee trattava i suoi schiavi? Alla fine sono statue di gente morta secoli fa.

Al di là di tutte le chiacchiere e le trombonate, la persona reale del Generale Lee conta fino a un certo punto, quella che pone problema è la storia delle statue stesse. Molte di queste non sono state costruite ai tempi della guerra o subito dopo, ma durante il periodo delle Jim Crow Laws e sorgere del KKK (1890-1920) e durante la lotta per i diritti civili (1960-70). In altre parole, questi monumenti non sono nati dal sincero e apolitico desiderio di ricordare un buon militare, ma dal dichiarato e politicissimo intento di intimidire una comunità e celebrare la superiorità dei Bianchi.

Nel comune di Vitry sur Seine (tradizionalmente bastione comunista) moltissimi toponimi celebrano l’URSS, tipo il Boulevard de Stalingrad (che poi muta in Boulevard Yuri Gagarin, LOL). Nonostante il successo che riscuote il fascismo di questi tempi in Francia, nessuno se n’è uscito con “Vitry deve cambiare i toponimi”, nonostante siano oggettivamente celebrativi di quella che è stata una delle dittature più longeve e opprimenti dell’ultimo secolo.

Il Boulevard di Stalingrad in tutto il suo splendore! Ammirate l’opera industriosa della mano emancipata del lavoratore Vitriota! 

Qual’è la differenza con le statue confederate?

Ci sono tante differenze, ma quella che a parer mio è discriminante è che, mentre in America esiste una vocale apologia del Suprematismo Bianco, in Francia nessuno sta facendo l’apologia dell’URSS! Nessun giornalista sta difendendo i lati positivi della politica di Andropov e nessun politico si sognerebbe mai di dire che Stalin non era poi tanto male. Pertanto ora e in questo contesto, toponimi simili si sono svuotati di significato per diventare folklore. Quando inizi a vedere le frecce per il Cremlino (giuro!) vuol dire che sei a Vitry. Se mai un giorno dovesse esserci un recupero dello Stalinismo e un movimento apologista, toponimi simili si ritroverebbero automaticamente al centro della polemica.

Un monumento continua infatti ad avere una vita, e può evolvere in significato negli anni e nei secoli. La Colonna Traiana è nata come simbolo del potere di Roma di schiacciare e sottomettere i propri nemici, una cosa non molto diversa dal soldatone sovietico che torreggia sopra la città di Plovdiv in Bulgaria. Oggigiorno la colonna rappresenta un reperto storico senza particolari slanci colonialisti. Quelli che guardano il bassorilievo e sghignazzano “aha, maledetti Daci!” sono certamente pochissimi. Svuotato del suo intento politico originale, la Colonna può essere apprezzata per il suo valore artistico, per l’apporto storico, ecc.

Nulla toglie che un domani qualcuno si appropri di questo monumento per farne il simbolo di qualcos’altro, come quando i fascisti si appropriarono del Fascio Littorio. Dopotutto è la ragione per cui in ricostituzione vichinga la gente spesso evita di usare svastiche (motivo molto diffuso in Scandinavia).

Ad esempio, Marte è ormai un chiaro simbolo fascista

Torniamo a Giuseppina Ghersi. Stabilito che un monumento ha sempre uno scopo retorico e propagandistico, che ne è di questo benedetto cippo?

Come detto prima, il contesto è tutto. Perché dedicare un cippo a lei e ora?

Perché il monumento di Giuseppina Ghersi è una provocazione. E’ stato ideato da gente con chiare simpatie fasciste in un momento in cui il reato di apologia del fascismo viene inasprito.

Lo scopo è raccontare la storia di una povera piccola martire del Partito, torturata e uccisa da briganti assetati di sangue. Puntando il dito ai crimini impuniti della Resistenza (che esistono) si offre sponda alla falsa equivalenza (anche i partigiani commettevano crimini come i repubblichini -> i partigiani non erano meglio dei repubblichini -> i repubblichini non erano poi tanto male).

Ovvio, storicamente ha poco senso recriminare in questi termini. Abbiamo esempi di partigiani impuniti e abbiamo esempi di gerarchi impuniti (*coff* Rodolfo Graziani *coff*). Si potrebbe avere un’educata discussione in proposito, ma di nuovo, non è lo scopo.

Questo gioco permette peraltro di indurre la sinistra a opporsi nel modo più idiota possibile (cosa che alla sinistra riesce spesso bene). Nulla da dire, ha funzionato, visto che la risposta è stata “niente cippo perché lei era fascista”.

Sul serio? Il problema è davvero che Giuseppina Ghersi era una bambina cattiva? Non ci sono prove verificate di ciò, come non ce ne sono della sua completa innocenza. Il punto resta: aveva tredici anni, era una bambina.

In realtà il problema non è lei, ma lo scopo del monumento succitato. Il problema non è ricordare una vittima, è offrire elementi a un discorso apologista che sta prendendo sempre più vela in Italia e in Europa.

Also, cats are like nazis, but that’s another story…

L’esempio del cippo a Giuseppina Ghersi mostra bene il conflitto che nasce dall’appropriazione della Storia, e l’incapacità intellettuale delle varie parti di avere una discussione intelligente a questo proposito.

La strumentalizzazione politica impedisce un dialogo sereno su certi temi, e la Storia sarà sempre usata in questo modo. La diatriba su monumenti, commemorazioni et similia non si cheterà mai. Non può chetarsi e per certi versi ciò è inevitabile. La Storia è una miniera troppo ghiotta di argomenti e analogie.

La democrazia implica una costante lotta di influenza sulla visione del mondo della maggioranza dei cittadini. La propaganda è principio e fine di ogni cosa, il gioco funziona in questa maniera e c’è poco da fare. Ha i suoi pregi e i suoi difetti o, per usare le parole di Churchill: Democracy is the worst form of government, except for all the others “.

Quanto a ‘sto benedetto cippo, sarà costruito e sta ora attirando consensi anche dalla sinistra. Potrebbe essere una strategia: appropriarsi del simbolo altrui per vuotarlo della sua carica retorica. Il punto resta che nessuno dei tizi coinvolti ha preso posizione perché sinceramente sconvolto dal brutale omicidio di una ragazzina, dacché di nuovo, Giuseppina è puramente accessoria in questa diatriba.

Quindi qual’è la morale alla fine di questo discorso?

Se quello che si vuole è una visione del mondo il più possibile ancorata alla realtà, partigianismo e opinioni facili su Giusto e Sbagliato sono da tirare nel bidone. Imparare a capire l’importanza del contesto è indispensabile, ed è l’unica cosa che può combattere la strumentalizzazione politica della Storia.

Far finta che qualcosa esista al di là del proprio contesto è ignorante e ipocrita. Se si vuole discutere serenamente di temi e fatti, è necessario imparare a tener conto di ciò ed elaborare opinioni un minimo più articolate di “sei Cattivo/sei Buono”.

Certo, se dipendesse da me il problema non sussisterebbe perché io non sono mai stata democratica.

VIVA IL RITORNO AL FEUDALESIMO REALE, VIVA L’IMPERATORE E IL CULTO DEI GATTINI!

MUSICA!

Illustri Sconosciuti: Taira no Masakado (interludio)

Nella scorsa puntata avevamo lasciato Taira Masakado e i suoi in un Est relativamente pacifico. La faida familiare che aveva messo la regione a ferro e fuoco pare conclusa per esaurimento di parenti e Masakado ha perfino giocato un ruolo indispensabile nel mantenimento della pace nella provincia di Musashi.

Purtroppo le grane volano sempre a squadriglie, e ci tocca mollare le colline selvagge del Bandō per dare un occhio alle infamie meditate nella Capitale.

Come accennato spesso in articoli precedenti, la Corte di Heian è il centro pulsante della burocrazia imperiale, gremita di funzionari di ogni risma e sede di una classe nobiliare tanto prolifica quanto onerosa. Il peso sul bilancio degli alti aristocratici non ha niente da invidiare a Luigi XIV, e il protocollo severo della Corte, insieme ad un sacco di fisime rituali su purezza e complicazioni creative, costituiscono un fardello non indifferente.

Heian è una metropoli che riunisce in sé il fiore dell’eleganza nobiliare, la fervente produttività artigianale, la miseria più nera e il crimine più disinvolto. All’angolo di un grande viale, la residenza di un ministro è cinta da un muro, ha guardie alle porte. Al suo interno sono organizzati concorsi di poesia e concerti su stagni artificiali. Poco più in là, la bottega di un fabbro macina carbone senza tregua, martellando spade e armature per gente come Masakado, acciaio laccato pronto per essere deformato a colpi di sciabola. A sud, nella grande Porta di Rashō, disgraziati trascinano e abbandonano cadaveri emaciati, bambini non voluti, malati moribondi. Mendicanti e sciacalli frugano nella massa putrescente, contendono con i ratti, staccano capelli ai morti per farne parrucche di lusso o amuleti.

Senza le mura, ladri e assassini scorrazzano per le larghe strade, insieme a mercanti, frati, carovane, e pattuglie di kebiishi, i castigatori Imperiali. Cani randagi rosicchiano carcasse di bestie da soma abbandonate, mentre due strade più in là i frati della montagna portano in giro palanchini sacri decorati, sotto lo sguardo di dame nascoste in carri sontuosi, drappeggiati di broccato di seta.

Heian è la città dei contrasti, del surrealismo e della bizzarria. Una metropoli di strade perpendicolari e caos, che in qualche modo sopravvive a sé stessa sfidando la comprensione di contemporanei e storiografi.

Una veduta aerea di Heian (la foto potrebbe non essere d’epoca)

Heian è una colossale sanguisuga sulla groppa dell’Impero. Ha bisogno dei cavalli e dei guerrieri dell’Est. Ha bisogno dei tributi, del carbone per il suo acciaio sempre più rinomato. Ha bisogno dei marinai del Mare Interno, che la collegano con Kyūshū, e da lì con il Continente.

Heian mischia insieme un caos semi-costante a una fragilità delicata. Tutto potrebbe ucciderla, eppure niente sembra riuscirci.

Ma se il livello di entropia è costante, le cose non sono mai statiche: in questo periodo qualcosa di radicale sta cambiando nella Capitale, qualcosa che avrà ripercussioni su tutto l’Impero.

Celato dietro un pilastro, il ministro Tadahira medita nequizie

All’inizio dell’VIII° secolo, la Corte aveva ultimato i Codici, una riforma ciclopica votata a trasformare una massa di capi tribali e signori regionali in uno Stato moderno, ispirato ai governi di Corea e Cina. Niente più ordalie per scegliere i capi, niente più “buttiamo tutti nella vasca dei barracuda e incoroniamo chi riesce a uscirne vivo”, basta con la barbarie! Nasce un Governo strutturato, con ministeri, uffici, commissioni, documenti ufficiali, un sistema dettagliatissimo di ranghi e funzioni, timbri e carta da bollo.

Il nuovo sistema creato dai Codici però non cancella il passato tribale dell’Arcipelago: lo assorbe. I legami personali, il potere privato, il privilegio di nascita, tutto questo rimane, un controcanto discreto sotto la struttura rigorosa di ranghi e concorsi. E verso la metà del X° secolo, il modo di esercitare il potere cambia di nuovo.

Come tutti i processi, non è possibile individuare esattamente una data di inizio. Sta di fatto che verso questo periodo cominciamo a vedere alti funzionari riposarsi sempre più sul loro réseau privato che non sulla loro funzione.

Il problema della burocrazia è sempre lo stesso: è lenta, è ingombrante, è poco efficace. Sicché invece di impiegare i canali istituzionali, gli alti papaveri prendono l’abitudine di gestire gli affari di Stato come affari privati. Si sviluppa un’era di clientelismo in cui i legami personali (di sangue o artificiali) fano progressivamente aggio sulla regola ufficiale.

Questo è un cambio di tendenza importante, dacché sposta il centro gravitazionale del potere dall’Istituzione (un concetto astratto) alla persona (un essere umano in carne ed ossa). Società che obbediscono a concetti astratti e società che obbediscono a persone sono fondamentalmente diverse.

Sia chiaro, non tutti gli strati della società sono uniformi, e il secondo modello, come accennato, aveva radici antichissime e non era mai stato davvero superato. Tuttavia ora questa tendenza si diffonde sempre più nelle sfere più alte dell’amministrazione, svuotando di potere e significato le istituzioni dei Codici.

Un esempio di questo momento di cambiamento è incarnato d Fujiwara Tadahira, uno degli attori della nostra tragedia.

Sire Teishin (nome postumo di Tadahira) è visitato dal Fantasma delle Grane Future.
Tsukioka Yoshitoshi, 1865

Tadahira appartiene al ramo nord dei Fujiwara, il clan aristocratico più potente del Giappone. E’ il quarto figlio di un ex-Reggente Imperiale, ed erede adottivo di un altro Reggente Imperiale. Sul finire del IX°, il nostro giovane squalo entra nelle buone grazie dell’Imperatore Uda, che lo prende come uomo di fiducia. I due sono così vicini che, nel 901, Tadahira sposa Minamoto Nobuko, sorellastra di Uda (come detto in precedenza, i pargoli imperiali in eccesso venivano radiati dal clan e veniva loro assegnato il nome Taira o Minamoto).

Negli anni che seguono, Tadahira naviga con abilità il pericoloso mare di Palazzo, riuscendo a schivare scandali e vendette politiche in un periodo di grave tensione tra membri della famiglia imperiale. Galleggiante come un tappo di sughero, riesce a legarsi anche all’Imperatore Daigo, nonostante il pessimo sangue che correva tra questi e il padre Uda.

Nel 925 Tadahira diventa Ministro della Sinistra, la seconda carica più prestigiosa prevista dai Codici, e presto si trova a dover usare della sua nuova autorità.

Con gli anni ’30 del X° difatti comincia un periodo infame. Raccolti scrausi s’incugnano uno dietro quell’altro, provocando fame generale, con relativo picco di criminalità, ritardi nell’arrivo dei tributi e fermento sociale. I pirati imperversano nel Mare Interno e lungo il fiume Yodo, gente fugge dagli esattori, nuove sette religiose nippomillenariste si diffondono, prime tra tutte quella del monaco Kūya. Perché quando la vita è una merda, la cosa più costruttiva da fare è correre in giro sbatacchiando un gong e urlando “FINIREMO TUTTI ALL’INFERNO, DANNATI ZOZZONI!”.

Gente di Heian cerca riparo da una battente pioggia di madonne (Ban dainagon ekotoba, XII° secolo)

Il 939 è un’annataccia tra le annatacce, e casca particolarmente male per Tadahira, che ormai è Ministro degli Affari Supremi (AKA, l’uomo più importante dell’Impero dopo l’Imperatore… o anche prima).

I raccolti sono scarsi e di pessima qualità, il che fa esplodere i prezzi del cibo e aggrava la carestia generale che imperversa già da cinque anni.

Nel frattempo la pirateria nel Mare Interno conosce un nuovo picco. Si parla di una regione nevralgica per gli scambi tra i tre circuiti del San’yōdō, Nankaidō e Saikaidō. Come potete leggere in dettaglio in questo articolo, il casino in queste acque furoreggiava almeno dal 931, ma sotto la guida dell’ex-funzionario Fujiwara Sumitomo, il Mare Interno è diventato un brodo di grane senza redenzione.

Tadahira si trova quindi preso nel mezzo: scazzi tra guerrieri all’Est, filibustieri ad Ovest.

Il Mare Interno è più vicino alla Capitale, quindi prende priorità. Tanto più che Tadahira è stato patrono di Masakado, e conta probabilmente di avere ancora presa sul nostro eroe. Mentre si discute se cercare di comprare Sumitomo oppure no, leggiamo sul diario di Tadahira: “Convocare Masakado e chiedergli cosa diavolo sta combinando di preciso”.

Si tratta di una convocazione privata. Tadahira vuole regolare la faccenda da uomo a uomo!

Poche settimane dopo la notazione, due figuri arrivano alla Capitale.

Uno è Sadamori, coperto di botte e pelo di cinghiale. Ancora scosso dal viaggio, il nostro comincia a postulare presso funzionari e patroni per difendere il suo caso contro Masakado.

Allo stesso tempo, alla Capitale ricompare Minamoto Tsunemoto.

Tsunemoto non è stato incluso nell’incontro diplomatico di Musashi, in cui Masakado è riuscito a mettere d’accordo il vicegovernatore temporaneo (il principe Okiyo) e il magistrato di distretto (Takeshiba). Purtroppo, a seguito di un disguido, Tsunemoto ha avuto un increscioso incidente con gli uomini di Takeshiba e se l’è data a gambe di gran carriera. Tornato a Corte, afferma che nell’Est si trama una rivolta in grande stile contro la Corte, orchestrata da Masakado, Okiyo, Takeshiba e il topolino che al mercato mio padre comprò.

Siamo praticamente sicuri che queste accuse sono state fatte e che erano, a questo stadio, false come una banconota da tre euro. Tuttavia la storia suona vera.

Ergo il nostro Tadahira si trova a dover considerare la possibilità che il suo cliente stia meditando infamie di portata Storica. Perché ricordiamocelo: se scapitozzi tuo cugino per questioni private va bene, ma se lo scapitozzi in quanto funzionario per sfidare l’autorità della Corte, allora NON VA PIU’ BENE.

Tadahira si affretta quindi a mandare una convocazione a Masakado. Non si tratta di un documento ufficiale, bensì di una lettera privata, portata da un suo uomo di fiducia. Il fatto che Tadahira ricorra a un picciotto per invitare Masakado “e discuterne da galantuomini” è per alcuni storici la prova che siamo ormai nella fase clientelista del governo aristocratico.

Tell me Masakado, let me understand this cause, ya know maybe it’s me, I’m a little fucked up maybe, but I’m funny how, I mean funny like I’m a clown, I amuse you? I make you laugh, I’m here to fuckin’ amuse you? [Estratto dalla lettera mandata da Tadahira a Masakado, 939]

E’ anche opportuno notare che di sicuro stiamo entrando nella fase “ma anche no!” dei disordini orientali: a questo giro Masakado non si schioida dal Bandō! Manda una risposta, beninteso, supportata da lettere e testimonianze (più o meno spontanee) di funzionari provinciali. Ma il punto è: Masakado non si fida più della Corte (che già si è dimostrata volubile) e non si fida più di Tadahira e della protezione politica che è disposto a concedergli. Il nostro non ha intenzione di ribellarsi (continua a rispettare i funzionari), ma non riconosce più appieno l’autorità di Heian, sia essa istituzionale o personale.

Intanto a Corte le accuse di Tsunemoto vengono discusse. Dopo quei 3-4 mesi standard di inferno burocratico, si decide di mandare degli investigatori, perché il tempismo è tutto in caso di rivolta armata. Parte quindi la caccia al candidato volontario che si recherà (baionette alle reni) nella fossa del leone, mentre Tsunemoto viene ficcato in gattabuia.

Questo non deve sembrare una presa di posizione a favore di Masakado: procedura standard era incarcerare accusato e accusatore per la durata dell’inchiesta. Se i due erano glebani, si procedeva a pestare loro e tutti i testimoni possibili finché tra una randellata e l’altra non usciva una versione dei fatti più o meno coerente e convincente. Se i due erano gente importante o (come nel caso di Masakado) gente fumina, si doveva purtroppo usare i guantini, interrogare gente, scartabellare verbali e tutta quella roba noiosa lì.

Il primo scoglio è ovvio: Masakado non è venuto a Heian.

Tadahira convoca Sadamori.

-Ho buone notizie!- Lo accoglie con un sorriso. –Ho deciso di non accettare le scuse di Masakado e di imporgli, hai capito bene, imporgli di venire qui a spiegarsi davanti alla Corte!

Sadamori è un pessimo guerriero ma un ottimo politico. Stringe i denti e le chiappe.

-Oh. Molto bello.

-Ho già preparato la letteraccia di convocazione ufficiale e perentoria.- Tadahira agita l’indice. –La tolleranza è finita. E’ ora di fare le cose secondo le regole!

-Mi fa piacere.

Il sorriso di Tadahira si allarga. –Non mi hai chiesto chi sarà il gagliardo funzionario incaricato di portare la lettera.

-No.

-Non lo vuoi sapere?

Sadamori deglutisce a vuoto.

Tadahira sogghigna. -Spero che tu faccia buon viaggio, sai. In questo periodo ci sono un sacco di matti lungo la strada.

-Masakado è un guerriero migliore di me! Mi stacca la testa e ci fa un’insalatiera!

Tadahira si stringe nelle spalle. –Forse o forse no. Che tu riesca o che tu muoia, un problema almeno sarà risolto.

Gli investigatori ufficiali intanto si sono asserragliati nel cesso. Fuori, i kebiishi picchiano sulla porta.

-Venite fuori!

-No!

-Dovete partire, è un ordine!

-Vogliamo un esercito di scorta!

-Se arrivate con un esercito, Masakado pensa di essere stato condannato e tira giù tutte le madonne. E’ un rischio che non possiamo correre. Avrete una scorta prevista dal regolamento.

-Ogni volta che lo dici ci ricaghiamo addosso.

-Non potete restare chiusi al cesso per sempre!

-Lo dici tu!

-Se non uscite subito sarete privati di funzione, rango, abito e baffi!

-Ottimo. Tanto avevamo la ferma intenzione di trasferirci in Nepal per vivere come capre (cit.).

Dopo mesi di stintignamenti, i due vengono condannati per renitenza al martirio e privati di funzione, rango e stipendio (saranno perdonati 2 anni dopo).

Mentre questa costruttiva pantomima va avanti, la Corte sceglie nuovi funzionari per le provincie orientali, di preferenza gente con contatti sul posto e buoni rudimenti di tattica e combattimento.

Sembra che tutto stia ingranando, quando i pirati di Sumitomo rilanciano attacchi su grande scala. Uno dei suoi riesce ad agguantare il governatore di Bizen e gli mozza il naso e le orecchie prima di farlo linciare dai propri uomini. Se Masakado mostra riguardo e rispetto per i funzionari, i pirati del Mare Interno nutrono il più sfacciato disprezzo per gli Imperiali.

Sugli inizi del terzo anno dell’era Tengyō, Sumitomo arriva fino ad appiccare incendi alla Capitale stessa.

Leggenda narra che Masakado e Sumitomo si fossero accordati per attanagliare la Corte in contemporanea. In realtà non esiste nessuna prova di ciò, nemmeno circostanziale. Quello che è probabile, è che quel malandrino di Sumitomo abbia sentito parlare del casino nell’Est e ne abbia approfittato, contando sul fatto che, presa tra due fuochi, la Corte non avrebbe avuto la forza e lo spirito di reagire con troppa veemenza.

Nel qual caso: BINGO.

La Corte decide che è il momento di calare le braghe.

Ma con chi?

Masakado è fuori mano, popolare, capace e astuto, arroccato nel centro di quello che è il cuore militare del Paese. Dai potere a un uomo del genere, e non sai se e quando glielo potrai togliere. Plus, Masakado è un guerriero dell’Est, e gli aristocratici non capiscono i guerrieri dell’Est. Non capiscono chi sono, cosa vogliono, cosa temono…

Sumitomo è diverso. Sumitomo è un ex-funzionario, è familiare, è semplice. Vuole soldi, vuole potere, vuole prestigio. Lineare, elementare. Gli offrono rango e posizione perché l’abbozzi, e sul momento funziona: Sumitomo richiama i suoi cani. La Corte può tirare il fiato e preoccuparsi dell’Est.

Come spiegato nell’articolo su Sumitomo, la pace comprata in questo frangente non dura. Ma da qui in avanti ci concentreremo sull’Est. Nubi di tempesta si ammassano all’orizzonte. La Corte non può più permettersi di temporeggiare e Masakado comincia ad averne le palle piene dei tentennamenti degli aristocratici.

Per usare un’espressione yankee: la merda sta per colpire il ventilatore.

MUSICA!


Prima puntata

Seconda puntata

Terza puntata

Quarta puntata

Quinta puntata


Bibliografia

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Farmacopea creativa: il muschio alla Corte di Heian

Sulle montagne dell’Himalaya vive un caprioletto. E’ piccolo, poco più di mezzo metro al garrese, non ha corna ma ha due zanne da vampiro che scendono giù oltre il muso. Non è un cervo, ma un Moschidae. Vive felice nella boscaglia, si nutre soprattutto di foglie, sta da solo sul suo territorio e gira soprattutto di notte.
Quando è stagione e il Mosco maschio ha voglia di scopare, la ghiandola sotto la sua pancia secerne pallette dall’odore pungente e caratteristico. Se gli va bene, una femmina le trova e s’arrapa.
E’ la fine del X° secolo, e il mosco non sa che gruppi di sicari professionisti stanno scalando le montagne alla sua ricerca. Chi vorrà mai attentare alla vita di un animale che per definizione si fa sempre e solo i cazzi suoi?
La risposta è: Fujiwara Michinaga, l’uomo più potente del Giappone.

Un mosco himalayano. Notare i dentini.

Nato nel 966, Michinaga è il cadetto di un potentissimo clan aristocratico. Dopo la morte intempestiva di suo fratello maggiore, Michinaga diventa capo del clan e si adopera affinché la sua famiglia resti alla guida dell’Impero per le generazioni a venire. Per cominciare, fa in modo che le sue figlie diventino spose imperiali e che i futuri imperatori siano scelti tra i pargoli delle madri Fujiwara. In questo modo il capo del clan sarà sempre nonno o zio materno del Figlio del Cielo.
In una società in cui la famiglia materna è dominante nei primi anni dell’infante, questo significa che il capo del clan sarà sempre l’uomo più potente del Paese. Di fatto, Michinaga amministra l’Impero come se fosse suo, tanto da usare le strutture burocratiche della propria famiglia invece che le istituzioni governative stabilite dai Codici.
C’è tantissimo da dire su Michinaga e il suo tempo, ma oggi parleremo di un aspetto molto preciso: i cosmetici.
Se c’è una cosa su cui i nobili di Heian erano assolutamente fissati, era il protocollo. Dovevi avere un certo tipo di carro, un certo abito, abilità in un certo tipo di musica, danza, poesia, ecc. E’ importante sottolineare che questa roba per l’alto aristocratico di Heian non era “contorno alla politica”, era LA politica!
In un contesto del genere, cosmetici, medicine e profumi erano importantissimi, oggetto di prestigio, scambio politico e dono diplomatico tra la Corte giapponese e quella cinese.
Tra questi prodotti ricercatissimi e uber-lussuosi, c’era anche il muschio.
Cos’è il muschio e a che serve?

Intanto chiariamo: con “muschio” qui non si intende la borraccina del Presepe. Si tratta di pallette pelose, contenenti una sostanza simile al grasso e molto odorosa, rilasciate dal nostro piccolo caprioletto himalayano via una sacca che si trova tra il pene e l’ombelico.
Si tratta di roba molto rara: per ottenere 1Kg di muschio sono necessari 30 o 40 moschi. Piuttosto che andare a caccia di minuscoli pallini per le valli del K2, i cacciatori di solito ammazzano il nostro caprioletto vampiro per strappargli la sacca del muschi da sotto la pancia. Estratto fresco, il muschio ha un odore insopportabile e deve essere ulteriormente trattato per poter essere veduto.
Come si può intendere, questo complicato processo fa del muschio una sostanza pregiatissima. Per avere un’idea di quanto prezioso fosse, basta un esempio dal diario di Michinaga, in cui racconta di alcuni doni ricevuti dal Figlio del Cielo in persona il terzo giorno della seconda luna del secondo anno dell’era Chōwa, ovvero nel 1015:

[Sua Maestà] mi consegna 8 pezze di broccato, 23 pezze di saia, 100 once di chiodo di garofano, 5 ghiandole di muschio, 100 once di pigmento blu e 3 libbre di Nardostachys.

Pallette di muschio in tutto il loro splendore!

Come si evince, una sola palletta di ‘sta roba era cosa da principoni. Ma cosa ci facevano i nobili con queste frattaglie essiccate?
Le sostanze appaiono spesso nelle fonti, ma senza troppi dettagli riguardo al loro uso. Ad esempio, negli Engishiki (i regolamenti dell’era Engi) si stabilisce che, tra le vettovaglie previste per il pellegrinaggio della principessa consacrata di Ise, dovessero esserci delle dosi di shimi (四味). Non è spiegato di cosa si tratta, letteralmente significa “quattro sapori/essenze”, ma pare chiaro che il muschio fosse un ingrediente fondamentale.
Il muschio compare anche nello Honzō wamyō, un’opera enciclopedica sulle “cose viventi” compilata nel 918. Anche in questo caso, non sappiamo di preciso come questa sostanza era utilizzata.
Una luce ci arriva però dallo Ishinpō, il più antico trattato medico giapponese. E’ stato scritto da Tanba Yasuyori nel 984 basandosi su trattati medici della Cina dei Sui e dei Tang.
Il primo riferimento al muschio appare nel sesto capitolo del primo rotolo (sono trenta in tutto) e si capisce che il gustosissimo palloccolo di sugna era previsto per delle pillole. Il capitolo non parla della funzione del farmaco, ma si concentra sulle precauzioni tecniche per manipolare il materiale: è fondamentale che il farmacista non abbia attorno signore, bimbetti o donne incinte, che si sa mandano radiazioni gender e sciupano la carica yang degli elementi.
Nel terzo capitolo del ventiseiesimo rotolo abbiamo finalmente un uso pratico: le pillole di ghiandole sono usate per profumare la persona!
E siccome vi voglio bene, qui l’utilissima ricetta!
Tre once (circa 42 grammi) di:

  • Chiodo di garofano
  • Menta coreana (Agastache rugosa)
  • Psychotria reevesii (un tipo di rubicaceae)
  • Nerdostachys
  • Basilico (tanto per gradire)

Un’oncia (circa 14 grammi) di:

  • Angelica anomala
  • Angelica polymorpha
  • Cannella
  • Noce di Betel

E infine mezza oncia (circa 7 grammi) di muschio!

Il muschio conta per poco meno del 3% del prodotto completo (circa 275 grammi di mappazzone). Dovete macinare tutto, filtrarlo attraverso un panno di seta fine, mischiarlo a del miele e dargli 1000 martellate. No, non scherzo. Occhio a non perdere il conto, che poi è la fine.

Michinaga si compiace mentre l’olezzo muschiato gonfia il suo abito di Corte

Dopo questo processo, potete plasmare delle pillole della taglia di un nocciolo di giuggiola e farle sciogliere sulla lingua, una a botta durante il giorno e tre a botta durante la notte (perché di notte è più facile strozzarsi) per un totale di 12 pillole al giorno.
Questo portentoso preparato, oltre a favorire la carie dei denti, dovrebbe profumarvi l’alito e, sul lungo periodo, il corpo. L’effetto è crescente: dopo 5 giorni le vostre ascelle dovrebbero olezzare di cannella e bestia morta, e dopo 30 dovreste profumare così tanto da appiccicare l’odore addosso al prossimo con un semplice abbraccio. Che mi pare una splendida idea.
A chiosa, ciò dovrebbe far bene a “tutte le malattie” (tranne che al tartaro, immagino), basta astenersi dal mangiare roba agra come cipolle e aglio. Siam messi male, io senza aglio non vivo.
Un altro rimedio di sicura efficacia è spiegato nel quindicesimo capitolo: mettete in un sacchetto zenzero, muschio e zolfo, e sarete protetti dai serpenti e dai morsi in generale! Ma fate attenzione: dovete tenerlo sulla destra se siete uomini e sulla sinistra se siete donne (non vi confondete che sennò non funziona).

Un serpente

Infine, sappiamo che il muschio era un componente fondamentale di un rimedio cinese molto apprezzato in Giappone: la “neve di porpora”. Questo prodotto era usato un po’ in tutti i casi di febbre, sia essa puerperale, da infreddatura, da dissenteria, ecc.
To be fair, in questo caso il muschio probabilmente aveva effetti benefici, in quanto il suo odore pungente, mischiato ad altri aromi, può avere un effetto rinfrescante e alleviare la sofferenza del malato.
In Giappone il muschio aveva un uso soprattutto nei profumi. Secondo Von Verschuer in Le commerce extérieur du Japon, la maggior parte della medicina isolana si affidava più a piante locali che non a complicate importazioni cinesi. Siamo onesti, spesso o prendevi un malanno leggero o morivi, tanto valeva andare al creatore senza spendere una fortuna.
Michinaga si era assicurato il controllo quasi esclusivo degli scambi col Continente. Il muschio, come altri prodotti di stralusso-che-levati, era molto importante per il protocollo di Corte, ma anche come moneta di scambio. Poteva essere usato per acquisire roba davvero utile. Gente come Michinaga doveva nutrire e vestire un numero esorbitante di gente tra servi, intendenti, figli, nipoti, nipotini, amanti, guardie, falconieri, cuochi, paggi, mezzadri, ecc. Tre pallette di muschio potevano diventare una notevole quantità di riso o miglio, per fare un esempio.
Potevano anche essere usati come doni politici, per sugellare e rinforzare alleanze.
Infine, il muschio essendo un materiale di straordinaria rarità, era un elemento di bling. E’ importante essere ricchi sfondati, ma è ancora più importante apparire come ricchi sfondati, oggi come al tempo di Michinaga.
E per soddisfare questi bisogni, la domanda spingeva i suoi tentacoli oltre l’Oceano, fin nelle remote valli himalayane. Non so voi, ma per me è buffo pensare che un povero bestio sia freddato sull’Himalaya perché in Giappone un vecchio maneggione doveva darsi il deodorante. E questo, secoli prima della Globalizzazione che fa tanto arrabbiare Diego Fuffaro.
A chiosa, sapete quanto ci vuole a ricercare una cazzata del genere? GIORNI. Se qualcuno a voi caro decide di buttarsi nella ricerca umanistica, fategli leggere questo articolo finché non rinsavisce.

MUSICA!


Bigliografia

ELLERMAN J. R., MORRISON-SCOTT T. C. S., Checklist of Paleartic and Indian mammals, 1758 to 1946, British Museum, Londres, 1965, p. 353-354
FUJIWARA no Michinaga, Midō Kanpakuki, Chōwa 1/5/20 – Chōwa 2/2/3
HERAIL Francine, Histoire du Japon, POF, Paris, 1986, p.136-143
KURUTA Katsumi, HAYASHI Yuzuru, Engi-shiki, Yoshikawa kōbunkan, Tōkyō, 1938, p.124-125
MAKINO Tomitarō, HONDA Masaji, Genshoku makino shokubutsu daizukan, Hokuryūkan, Tōkyō, 1982
NAGASHIMA Washitarō, Honzō wamyō, Nihon koten senshuukan, Tōkyō, 1926
SAKAI Cécile, STRUVE Daniel, TERADA Sumie, VEILLARD-BARON Michel, Les rameaux noués, VON VERSCHUER Charlotte, « Le coffret de toilette (tebako) de la fille de Fujiwara no Chikataka », Institut des Hautes Etudes Japonaises, Collège de France, 2013, pp. 153-176 ; p 163, 164, 167
SCHROCKIO Luca, Historia Moschi, ad Normam Academiae Naturae Curiosorum, Augsburg, 1682, p.1-17
TANBA Yasuyori, trad. HSIA Emil C. H., VEITH Ilza, GEERTSMA Robert H., The essentials of medicine in ancient China and Japan, vol I et II, Leiden-E.J.Brill, Pays-Bas, 1986, p.313/241
TANBA Yasuyori, Ishinpō, Renmin weisheng chubanshe, Pékin, 1993, p.15-19 ; p.599-610
UCHIDA Seinosuke, Genshoku dōbutsu daizukan, Hokuryūkan, Tōkyō, 1981, n° 293 p. 135
VON VERSCHUER Charlotte, Le commerce extérieur du Japon, des origines au XV° siècle, Maisonneuve & Larose, Paris, 1988, p.52-63
WISEMAN Nigel, FENG Ye, A practical dictionary of Chinese Medicine, Paradigm Pubns, 1998, p.945

Siti internet

http://www.hi.u-tokyo.ac.jp/english/db/db_use-e.html

http://www.arkive.org/himalayan-musk-deer/moschus-leucogaster/

http://www.treccani.it/enciclopedia/muschio/

Operation Petticoat


Siamo sul finire degli anni ’50. Rear admiral Matt Sherman (Cary Grant) arriva a un molo a cui è attraccato un sommergibile, il Sea Tiger. Matt Sherman sale a bordo. Sembra conoscere la nave. Gli si legge in faccia una vaga nostalgia. Raggiunge la cabina del capitano, si siede, apre il diario di bordo, lo sfoglia…

E’ il dieci dicembre 1941, Sherman è capitano di corvetta, il suo Sea Tiger è attraccato alla base di Cavite nelle Filippine quando i giapponesi attaccano. Il sommergibile viene centrato in pieno e affondato in porto.

Il fiore all’occhiello dell’industria bellica americana, archiviato con “varato nel ’40, affondato nel ’41, battaglie nessuna, vittorie nessuna”. Sherman non può sopportarlo.

“Sarebbe come una bella donna che muore zitella, se sapete cosa intendo dire per ‘zitella’.”

Il sommergibile non può essere riparato sul posto, ma Sherman insiste che possono ripescare il rottame, rimetterlo insieme con lo sputo e tentare il viaggio fino in Australia per riparazioni più complete. Il commodoro gli concede il permesso con malcelato scetticismo, a condizione che Sherman non dia battaglia. Mai. A nessuno. In nessuna circostanza.

“Se vede un soldato che fa il bagno- lo mette in guardia il commodoro –lo eviti! Potrebbe farle un buco nello scafo.”

Comincia così la mirabolante avventura del Sea Tiger, alla disperata ricerca di un meccanico.

I danni e la mancanza di risorse non sono l’unico problema: la ciurma di Sherman è stata in buona parte riassegnata ad altri sommergibili. I rimpiazzi che gli arrivano sono pochi e poco qualificati. Un bel giorno però gli arriva il rimpiazzo del suo sottotenente di vascello: uno sbarbino in uniforme bianca smagliante che si presenta con bagagli, portatore e sacca di mazze da golf. Si tratta di lieutenant junior grade Nick Holden (Tony Curtis). Nick Holden è lì per una lunga serie di sfortunati eventi. Non ha nessuna esperienza di battaglia, o di armi, o di navigazione, o di sommergibili… però è famoso per aver vinto il campionato di rumba con la moglie dell’Ammiraglio a Honolulu! Yay!

Sherman si trova quindi inchiodato a riva con un sommergibile sforacchiato, niente pezzi di ricambio, ciurma ridotta, un ufficiale abituato a far colazione a letto e la burocrazia americana con cui fare i conti. La situazione sembra disperata, finché Nick Holden non lo prende da parte e non gli offre la propria collaborazione.

Perché Nick Holden è un arrivista con le unghie da manicure, ma è nato e cresciuto in un ghetto di abbietta povertà e crimine noto come “Arca di Noé” (Tony Curtis era davvaro un ragazzino di strada del Bronx! N.d. Tenger). Se Sherman è disposto a chiudere un occhio sul come i materiali arrivano sul ponte, Holden può portargli qualsiasi cosa.

E qualsiasi cosa gli porta. Tra furti con scasso, pareti asportate e sciamani delle colline, Sherman e Holden riescono a rimettere in mare il Sea Tiger. Circa.

Mr. Holden, it’s past daybreak, and we are submerged.”
“We are?”
“We are.”
You mean, we’re under?”
“Yes.”
Well, it isn’t a permanent situation, er… What I’m trying to say is, I mean, we can come up if we like to.”
“Well, I like to think we can, but then, I’m an incurable optimist.”

Il viaggio si svolge tra mille peripezie, in un crescendo di situazioni sempre più paradossali e pericolose. In un momento iconico del film, i nostri devono ridare l’antiruggine al sommergibile. In un’isola trovano del minio, ma non abbastanza. Trovano della biacca, ma non abbastanza. Decidono di mischiare tutto e passare una mano di grigio poi.

Un buon piano, ma i giapponesi attaccano e i nostri devono fuggire precipitosamente con un sommergibile rosa confetto.

La storia del Sommergibile Rosa si diffonde. La Rosa di Tokyo (nomignolo dato a speakers anglofone che lavoravano per la radio giapponese) ne parla. Gli americani captano il programma. Siccome non risulta nessun sommergibile rosa tra gli effettivi, deducono che deve trattarsi di un sotterfugio, un astuto stratagemma per infiltrare un sommergibile giapponese nella flotta Alleata. Passano l’ordine di bombardare a vista tutto ciò che può somigliare, da vicino o da lontano, a un sommergibile rosa.

Sicché il Sea Tiger si trova con due motori utilizzabili, niente radio, in mezzo al Pacifico, con i giapponesi che sparano da una parte e gli americani che sparano da quell’altra. Per citare un marinaio, “possiamo farcela con l’aiuto del Buon Dio… ma deve darci la sia totale attenzione!”


Il Sea Tiger in tutto il suo splendore!

Operation Petticoat è un film del 1959. E’ il debutto cinematografico del regista Blake Edwards, lo stesso che realizzò poi Breakfast at Tiffany’s, Darling Lili o la serie The Pink Panther con Peter Sellers.

L’idea di una commedia sulla Seconda Guerra Mondiale ambientata su un sommergibile era stata spinta da Tony Curtis. Curtis si era arruolato dopo l’attacco a Pearl Harbor. Nel 1943 aveva visto il film con Cary Grant Destination Tokyo e si era così infervorato che aveva integrato la Pacific submarine force. A differenza del suo personaggio Nick Holden, Curtis conosceva i sottomarini piuttosto bene!

Il film è un gioiello. Edwards, Grant e Curtis sono tra i leggendari talenti di Hollywood, come non se n’è più visti e come non se ne vedrà mai più. Plus, il soggetto piacque tanto che il Dipartimento della Difesa americano lo sostenne fino in fondo e con grande dedizione. Ben tre sommergibili sono stati usati, il che ha permesso di girare numerose scene dal vero, invece che in uno studio o con qualche altro trucco.

E sì, hanno tinto l’USS Balao di rosa per questo film. Questi sono i momenti in cui uno deve essere fiero di appartenere alla razza umana!

Elencare tutti i pregi di questo film non gli farebbe giustizia. I personaggi sono verosimili, ben distinti e tratteggiati, recitati da un cast divino. Il duo protagonista Sherman-Holden è particolarmente ben riuscito. Sono due uomini del tutto diversi per origini, carattere e scopo, ma in una cosa si assomigliano: sono pronti a fare un patto col Diavolo per ottenere ciò che vogliono.

La scrittura è spassosissima, vivace e imprevedibile. Lascia peraltro spazio anche ai comprimari, ognuno memorabile e con una storia sua.

In una delle sotto-trame, i nostri ripescano un gruppo di infermiere spiaggiate. L’idea di poppute infermiere in un sottomarino avrebbe potuto facilmente scivolare nell’umorismo sempliciotto da circolino del tressette, ma non succede. Le donne del cast sono a loro volta ben distinte e tratteggiate. In particolare, la più alta in grado è figlia di un alto funzionario della GM ed è un eccellente meccanico. Durante il viaggio, si adopera con sudore e sangue a rimettere in sesto la carcassa del sommergibile, tra le proteste scandalizzate del meccanico di bordo, che non tollera l’idea di avere una femmina in mezzo alle sue macchine.

I due finiscono per diventare amici e abbiamo una delle frasi più romantiche del cinema:

“Tu sei più che una donna… tu sei un meccanico!

Holden ha molta fede nel primo rodaggio del Sea Tiger.

Qualcuno ha detto che l’intera idea di “infermiere raccattate da un sommergibile” è tirata per i capelli, una forzatura, una scusa per fare commedia.

Well, il fatto è che è successo davvero: l’USS Spearfish evacuò un gruppo di infermiere verso l’Australia.

E questo ci porta a un altro dei grandi pregi di questo film: molte delle gag sono riprese da fatti realmente accaduti!

Sommergibile in colori sgargianti per mancanza di materiali? Check.

Sommergibile che “affonda” un veicolo sulla spiaggia? Check.

Richiesta ufficiale di carta igienica respinta perché “materiale sconosciuto”? Oibò, la lettera passivo-aggressiva che Grant detta in quella scena è autentica!

Il Sea Tiger stesso è una chiara allusione alla USS Sealion, sottomarino nuovo fiammante affondato in porto dai giapponesi.

Questo film è un piccolo capolavoro, e non sorprende il successo mostruoso che ebbe presso il pubblico e presso i critici. Quell’anno Operation Petticoat fu il terzo film per incassi. I primi erano Ben-Hur e Psycho, una concorrenza spietata in tutti i sensi!

Nonostante oggi se ne parli meno, questo film piacque tanto e per tanto tempo che negli anni ’70 venne ritirato fuori dal cassetto e adattato a una serie televisiva. Non avendola vista non so quel che vale. Per quel che m riguarda, Operation Petticoat è e resta uno dei miei film preferiti, recitato da due dei miei attori preferiti!

Il cast! Ommioddio il cast!  
Vicenda  
Costumi e sets  
Sceneggiatura, spassosa e incalzante!  
Attinenza storica  
We sank a truck!  
I personaggi, ben distinti e memorabili!  

 

Può darsi che, cercando bene, questo film abbia dei difetti. Non lo so, non me ne frega un cazzo, è bellissimo, divertentissimo, purissimo, levissimo… guardatelo e basta. E poi ci sono Cary Grant e Tony Curtis, sono due degli attori più bravi di sempre, perdincibaccobarile!

MUSICA!

La pagina Imdb del film

Breve storia del cavallo domestico

Un altro titolo potrebbe essere: Cavalleria catafratta – il prequel.

Oggi parleremo di un argomento diverso dal solito: il cavallo.

Non temete, sarà un articolo storico, tecnico e barboso come piace a noi!

Il cavallo è uno di quegli elementi della Storia militare che un sacco di gente dà per scontati. E’ un essere vivente che viene spesso trattato con la superficialità che si usa per gli oggetti: infili tot chili di acqua e carburante da una parte, va a tot Km all’ora, ha un’autonomia di tot, ecc.

E’ quell’elemento che nei film in costume fa ufficio da motocicletta: l’Eroe salta in groppa, ingrana e parte al galoppo senza un istante di esitazione.

Non si vede mai una scena in cui l’Eroe viene catapultato all’istante contro un palo e calpestato perché è saltato su un cavallo personale che accetta cavalieri che conosce. Non si vede mai l’Eroe che salta in groppa a un cavallo a caso e poi non va da nessuna parte perché, guarda te lo sculo, quello è un cavallo da tiro e non ha la minima idea di cosa fare quando qualcuno gli si siede sulla groppa. E via di questo passo.

Il punto è: il cavallo non è una macchina e l’esistenza stessa dei cavalli domestici è cosa tutt’altro che scontata.

Ergo oggi parleremo delle origini dell’allevamento e di questa mirabolante joint venture interspecifica!

Di cosa si parla

Cominciamo col dire che il cavallo moderno (Equus ferus caballus) è un mammifero erbivoro perissodattilo, ovvero un animale che cammina sulla punta delle dita (e non sulla pianta dei piedi, come noi). Per la precisione, su un numero dispari di dita, e per la precisione su un solo dito: il cavallo sgambetta allegramente sulla punta dell’equivalente equino del dito medio, di cui lo zoccolo è l’unghia. Da un punto di vista anatomico, quella che pare la caviglia è la nocca, quello che pare il ginocchio è il polso e il gomito è rattatignato vicino all’attaccatura della spalla.

Ciò detto, da quanto esistono i cavalli?

Non è facile da determinare. Secondo recenti studi sul DNA mitocondriale, 20 milioni di anni fa potevamo trovare fino a 13 genera equini. Di questi, alcuni si distaccano da una dieta fatta di foglie e arbusti per orientarsi verso un menù principalmente erbaceo, scelta vincente visto che il cambiamento climatico stava favorendo la diffusione di praterie là dove prima cresceva la boscaglia.

In due piccoli milioni di anni (come vola il tempo!), i fossili di equidi da arbusto declinano, mentre quelli da prateria si diffondono. Non immaginatevi però i nostri destrieri: secondo Budiansky, questi proto-cavalli annoveravano una grandissima varietà somatica.

I diretti antenati dei nostri cavalli sarebbero, pare, 2 (certi dicono 4, ma si va nel magico mondo della speculazione): il Tarpan, un cavalluccio che viveva nella zona eurasiatica, e il Przewalski, in Asia. Il Przewalski è l’unico cavallo selvatico ancora esistente, ed è mia personale opinione che a salvarlo sia stato il fatto che nessuno davvero sa come cazzo pronunciare il suo nome.

-Dove vai, Gurkuk?
-A caccia di Perzewe… Perez… Purzuru… A CACCIA DI CINGHIALI!

Questi due antenati potrebbero aver apportato caratteristiche differenti al cavallo moderno. Ad esempio, mentre la criniera del Przecoso è ispida e ritta sul collo, quella del cavallo contemporaneo è solitamente fluente, una caratteristica che avrebbe ereditato dal Tarpan.

Ad ogni modo, la lieta vita dei ronzini prende una brutta piega verso la fine del Mesolitico, quando i fossili diminuiscono bruscamente. Parafrasando la logica che ho sentito usare una volta a un fruttariano (yep, esistono!), questo potrebbe suggerire che i cavalli abbiano semplicemente smesso di morire dacché divenuti incredibilmente longevi (giuro).

Il Rasoio di Occam e il buonsenso suggeriscono invece che l’animale si sia avviato a decise falcate verso l’estinzione. Il cavallo sparisce dal Nord-America, dall’Europa occidentale, dalla Cina… inseguito dal lento ma inesorabile cambiamento climatico, il povero bestio si ritrova confinato all’Ucraina e una parte dell’Asia Centrale.

Questo fino al terzo millennio a. C., quando le sue ossa risaltano fuori, più numerose che mai! Cos’è successo?

Le origini dell’allevamento

Cominciamo col dire che l’addomesticamento del cavallo, come ogni fenomeno, si è verificato solo grazie al contesto: i fattori ambientali e i fattori etologici delle due popolazioni (quella equina e quella umana) rendevano possibile la collaborazione.

Tanto per cominciare, umani e cavalli si somigliano. Come l’umano, il cavallo è un animale sociale e gerarchico. In altre parole, sia gli umani che i cavalli capiscono istintivamente segnali di dominazione e sottomissione. L’atteggiamento sottomesso da parte di un animale può placare l’atteggiamento aggressivo da parte di un umano, in quanto l’umano capisce il messaggio: in quel contesto, le due specie parlano la stessa lingua.

Inoltre, se la vicinanza di un gruppo umano presenta per il cavallo indubbi rischi (dopotutto gli umani sono famosi per mangiare tutto ciò che si muove e anche ciò che sta fermo), presenta anche dei vantaggi: i grandi predatori stanno alla larga (per la ragione di cui sopra) e gli umani allevano cibo ad alto valore nutritivo.

Eh già, perché le prime creature addomesticate dagli esseri umani in modo sistematico non sono state i cavalli, ma le piante.

Poi i gatti arrivarono e iniziarono a demolire le basi stesse della nostra sopravvivenza…

C’è un’idea che circola secondo cui l’allevamento è quella cosa che gli uomini inventano quando l’agricoltura ha così tanto successo che lascia del margine. La realtà storica pare diversa: l’allevamento è quel ripiego che gli uomini adottano quando caccia, raccolta e agricoltura non bastano più a mantenere il gruppo. Allo stesso tempo, perché una popolazione animale sia addomesticabile, bisogna che quest’ultima sia nella necessità di vivere nelle vicinanze degli umani.

L’allevamento è quindi quella collaborazione che si crea in zone periferiche e dalle risorse limitate, ammesso che le due popolazioni siano etologicamente compatibili. Tutte queste caratteristiche si sono verificate nella zona subito a nord del Mar Nero.

I primi a mostrare una vicinanza notevole coi cavalli sono stati gli uomini della civiltà detta Sredni Stog, che vivevano sul sito di Dereivka in Ucraina intorno al quinto millennio a. C..

Verso la fine del quinto millennio, la dieta di questi simpatici signori presenta un cambiamento notevole: se prima le discariche abusive di ‘sti zozzoni presentavano soprattutto ossa di cinghiale e altra selvaggina da foresta, di botto gli scheletri di cavalli diventano dominanti (costituiscono fino al 50% della carne consumata!).

Ora, il cavallo è una bestia di steppa, ergo ‘sti disgraziati devono farsi un bel pezzo di strada per andarseli a cercare.

Cos’è successo, perché questo cambio di menù?

Secondo una vecchia interpretazione, questa nouvelle cuisine ucraina sarebbe da interpretare come l’inizio dell’addomesticamento. Secondo questa teoria, infatti, il cavallo sarebbe stato prima di tutto una bestia da macello e poi, molto più tardi, un mezzo di trasporto e animale di fatica.

Ecco, questo è ciò che succede quando i ricercatori non mettono mai naso fuori da una biblioteca.

Tanto per cominciare si può cacciare il cavallo selvatico senza saper cavalcare (li si può spingere giù da precipizi, o in trappole, fargli agguati ecc.), ma qualcuno mi deve spiegare come diavolo tieni delle mandrie se quelle corrono con quattro gambe e te solo con due.

In secondo luogo il cavallo, come bestia puramente mangitiva, è una ciofeca assoluta. In proporzione alla quantità di cibo che ingolla e alle cure che necessita se non può vivere nel suo ambiente ideale, il cavallo è un pessimo investimento di carne e latte. Aggiungeteci la lunga gestazione e il fatto che fa pochi cuccioli, e avete una situazione da bancarotta assicurata.

Inoltre, la teoria non è supportata dai dati archeologici.

Marsha Levine ha fatto uno studio sistematico degli scheletri di Dereivka, comparandoli con i vari modelli di sfruttamento dell’animale. Difatti, a seconda del modello, l’età di morte delle bestie è diversa.

Nel caso dei cavalli selvatici, i due picchi di mortalità sono l’infanzia e la vecchiaia: i cuccioli e i vecchi, più lenti e meno vigili, sono le prede preferite dai carnivori.

In allevamento la faccenda è un pelino più complessa. Di base, gli animali che passano in bistecche sono prima di tutto i cuccioli in sovrannumero e le bestie che hanno passato l’età fertile. Questo crea un marcato discrimine sessuale: siccome mi basta un maschio per ingravidare più femmine, i cuccioli selezionati per la mannaia saranno soprattutto maschi, mentre gli adulti selezionati per la mannaia saranno soprattutto femmine.

Nel caso dei cavalli, in un allevamento avremo un alto abbattimento di maschi tra i 2-3 anni, e un alto abbattimento di femmine tra i 14 e i 20.

Nel caso delle discariche di Dereivka, abbiamo qualcosa di ancora diverso, che non rispecchia né il modello selvatico né quello domestico. Abbiamo pochi esemplari sotto i 4 anni e pochi al di sopra degli 8. Contando che un cavallo raggiunge la maturità fisica verso i 5, troviamo una maggioranza di bestie nel fiore degli anni!

Questo tipo di situazione calca un tipo di caccia definito stalking, in cui il cacciatore investe energia e tempo per selezionare e uccidere prede di qualità: i giovani pasciuti.

Ne segue che i Sredni Stog erano, tendenzialmente, cacciatori (e non allevatori) di cavalli. Dico tendenzialmente perché non è escluso che alcuni individui fossero catturati o addomesticati. Come fa notare Levine, non bisogna semplificare e appiattire i rapporti tra popolazioni: come sempre quando si tratta di uomini, la realtà era di certo più complessa del modello.

Ma torniamo alla genesi dell’allevamento! Secondo Budiansky, esistono tre stadi:

  • Dato un contesto ambientale, economico ed etologico, due società compatibili si avvicinano;
  • Una volta che le due società sono a contatto, alcuni degli individui più curiosi o sottomessi (o entrambi) cercheranno un contatto più continuo con i membri dell’altro gruppo. In questa fase, alcuni individui possono essere assorbiti dal gruppo umano (si tratta quindi di animali nati selvatici e poi addomesticati).
  • Durante questa seconda fase, la società umana può acquisire le informazioni necessarie a far nascere i primi individui in cattività, ad allevarli.

La seconda fase e la terza sono ben distinte: dal momento che nascono delle bestie puramente domestiche, la selezione artificiale comincia a giocare un ruolo fondamentale e l’evoluzione dell’animale diverge da quella del suo congenere selvatico.

Ovviamente queste fasi non sono da intendersi come cronologiche o esclusive: possiamo avere società che praticano tutti e tre questi modelli!

Ma torniamo ai primi pastori di cavalli. Secondo le fonti storiche, le prime menzioni di allevatori di cavalli fanno riferimento a quelle che erano probabilmente popolazioni di lingua indoeuropea e che abitavano nei pressi del Mar Nero. Erano i Sredni Stog?

Questions!

Negli anni ’60 una scoperta archeologica nel sito di Dereivka ha portato un nuovo elemento sul tavolo: è saltato fuori un nuovo scheletro, diverso da tutti gli altri, lo scheletro di uno stallone.

Cos’ha di diverso il celeberrimo (sì, nel settore lo conoscono tutti) Stallone di Dereivka rispetto a tutti gli altri cavalli della zona?

Lo stallone in questione non era insieme agli altri nelle discariche: era in una tomba prestigiosa, il che indica che l’animale in questione aveva una posizione sociale in seno al gruppo umano radicalmente diversa da quella degli altri cavalli.

Inoltre il nostro misura 142cm al garrese, una taglia notevole per l’epoca e che lo renderebbe simile agli odierni Fjord o New Forest.

Un New Forest mentre, con paziente determinazine, erode il territorio

Ma dulcis in fundo, i suoi denti! I suoi denti presentano una tacca di usura tipica e caratteristica dei cavalli che portano il morso!

BOOM, cavallo cavalcato, possiamo datare l’addomesticazione del cavallo!

Right?

Eh, circa… Purtroppo, com’è spesso il caso, non è così semplice.

C’è prima di tutto un problema di datazione: in principio si era situata la tomba (e quindi lo stallone) al 4000 a. C. Una recente datazione al C-14 però piazza tutto ciò molto dopo, tra il 700 e il 200 a. C. (l’altroieri, insomma!)

Inoltre i segni sui denti possono essere stati causati, in teoria, da altro che non da un morso. Il morso non è peraltro indispensabile per cavalcare, e anche concedendo che si tratta di un cavallo cavalcato e dotato di morso, niente ci assicura che sia nato in cattività (ovvero, niente ci assicura che sia un cavallo domestico).

Vicino allo scheletro sono stati ritrovati oggetti in corno che potrebbero essere resti di rondelle per morso. Un tentativo di ricostituzione basato sui reperti ha offerto un morso funzionante.

E quindi?

Secondo Budiansky, il cavallo era molto probabilmente una bestia montata, ma non domestica. Si tratterebbe dell’alba del cavalcare. Catturare e domare un cavallo era senza dubbio un’azione di grande audacia e maestria, il che spiegherebbe il fasto dedicato a cavallo e cavaliere nella morte.

La differenza tra un cavallo domato e uno domestico non è anodina.

Un animale domato implica spesso il concetto di proprietà privata e sempre un rapporto personale stretto tra domatore e animale. Tale rapporto termina quando uno dei due muore. L’allevamento presuppone una situazione radicalmente diversa: in caso di allevamento, l’attività coinvolge (o tocca in qualche modo) l’intero gruppo sociale, non solo il cavaliere.

Insomma, non possiamo sapere davvero se i Sredni Stog cavalcavano nel quinto millennio a. C., ma possiamo affermare con sicurezza che l’allevamento e l’arte di cavalcare nascono proprio in quest’area. Considerato quanto detto prima sulla diminuzione drammatica di resti equini nel resto dl mondo, possiamo affermare che, con ogni probabilità, l’allevamento salvò il cavallo dall’estinzione.

Studi recenti suggeriscono addirittura che tutti i cavalli moderni sarebbero i discendenti di un’unica mandria ancestrale, l’ultima grande mandria che pascolava nei paraggi di Dereivka.

Animo e coraggio, abbiamo quasi finito!

Di qui al catafratto corrono ancora millenni. L’impiego militare è stato l’ultima tappa del cavallo domestico.

La prima traccia di cavallo da guerra farebbe riferimento ai carri da guerra del re amorreo Samsi-Adad (1800 a. C.). In questo periodo il pedigree dei cavalli era già registrato e documentato, il che significa che la selezione artificiale era già relativamente raffinata.

E’ questa selezione a provocare la vastissima varietà di tratti somatici, fisiologici e regionali tra le numerose razze di cavalli moderni.

L’addomesticazione del cavallo è stata una svolta radicale nella Storia umana. Si poteva viaggiare di più, più lontano, più velocemente. Gli orizzonti si sono spalancati. Zone fino a quel punto troppo distanti erano a portata: nuovi territori di caccia, nuove occasioni di scambio, di saccheggio… e infine, nuovi modi di combattere.

Il cavallo è una bestia che tende ad evitare i conflitti, trovare il modo di usarlo in guerra non deve essere stato semplice. Secondo Creel, il carro da guerra avrebbe avuto origine nell’odierna Siria, mentre il guerriero montato sarebbe nato sulle montagne dell’Iran.

Me questa è ciccia per un altro articolo.

MUSICA!


Bibliografia

BUDIANSKY Stephen, The Nature of Horses, Phoenix Illustrated, Londra, 1998

CREEL H. G. “The Role of the Horse in Chinese History.” The American Historical Review, vol. 70, no. 3, 1965

DREWS Robert, Early riders, the beginnings of mounted warfare in Asia and Europe, New York, Routledge, 2004

JAGER Ulf, “Some remarks on horses on the ancient Silk Roads depicted on monuments of Art between Gandhara and the Tarim Basin”, Pferde in Asien: Geschichte, Handel und Kultur/ Horses in Asia: History, Trade and Culture, Osterreiche Akademie der Wissenschaften, Vienna, 2009

LEVINE Marsha A., “Botai and the Origins of Horse Domestication”, Journal of Anthropological Archaeology 18, Academic press, Cambridge, 1999

Mallory sui Sredni Stog

SAWAZAKI Hiroshi, Uma ha kataru, Iwanami Shoten, Tōkyō, 1987

SIDNELL Philip, Warhorse, Hambledon Continuum, New York, 200

TRENCH Charles Chenevix, A history of horsemanship, Longman, Londra, 1970