La Teoria del Popolo di Cavalieri (kiba minzoku kokka)

Le origini dello Stato giapponese sono fumose e misteriose. Non avendo fonti scritte precise e con pochi dati archeologici su cui fare affidamento, l’argomento è ovviamente oggetto di perenne studio e dibattito.

Il Giappone compare per la prima volta nel Sankokushi, libro compilato dallo storico Chen Shou (233-297). Di solito le fonti di seconda mano sono da trattare con le molle, ma Chen Shou è in generale una persona seria, e il Sankokushi è considerato come all in all molto affidabile.

Nel trentesimo fascicolo, si descrivono 9 popoli orientali:

5 di questi sono popoli della steppa più o meno affini agli Xianbei, tra cui Buyeo e Goguryeo. Queste due popolazioni hanno giocato un ruolo di primo piano nella diffusione del cavallo da guerra in Corea e nello sviluppo delle tattiche di cavalleria.

I 4 gruppi restanti si trovano in quel della Penisola coreana. Costoro sono i Mahan, i Jinhan, i Byeonhan e i Wa.


Distribuzione etnica in Corea nel III° secolo

I Wa godono di particolare attenzione, con una descrizione dettagliata del loro Paese, dei loro costumi, della loro forma di governo, ecc.

Stando a Chen Shou, l’Arcipelago ospita diversi “regni”, di cui Wa è il più grande e importante. I suoi abitanti coltivano e tessono buona seta, hanno una società stratificata e complessa, seppelliscono i loro defunti in bare e in piccoli tumuli, non possiedono bovi o cavalli.

Sempre stando a Chen Shou, i Wa sono reduci da una guerra civile di 70-80 anni (roba alla Messicana!), causata dalla morte del loro re. Da questo decennale bagno di sangue e merda sarebbe emersa Himiko, la regina sacra, che avrebbe pacificato il territorio e guidato il Paese verso una rinascita politica e diplomatica.

Yup, il primo sovrano giapponese di cui si ha traccia storica è una donna. E ciò mi ricorda la crisi isterica di alcuni bloggers che tacciavano Game of Thrones di sessismo perché “iiiiih, cielo, donne al comando”. Chissà, magari taccerebbero di “propaganda nazifemminista” anche il buon Chen Shou (sicuramente un grande sostenitore della parità tra i sessi!).

Ma non divaghiamo: dopo aver ricostruito il suo regno, Himiko riallaccia scambi diplomatici con l’Imperatore Wei, che risponde alle sue lettere con l’invio di doni preziosi (confermati dagli scavi archeologici) e un riconoscimento ufficiale dell’autorità della nostra sul regno di Wa.

Himiko, da un disegno di Angus McBride

Non voglio dilungarmi troppo su Himiko, dacché la signora merita uno spazio tutto suo. Tornando al Sankokushi, com’è ovvio il testo pone tantissimi problemi agli storici: dove si trovava davvero il palazzo di Himiko, il suo territorio? Qual’era la natura del potere di Himiko e cosa questo ci racconta dell’origine dell’autorità regale in Giappone? Come veniva esercitata l’autorità? Come si è passati dal misterioso regno di Himiko a uno stato centralizzato, burocratizzato e moderno (ergo con una cavalleria pesante, assente ai tempi di Himiko secondo Chen Shou)? Qual’è la domanda alla risposta 42? Ecc.

Ognuno di questi quesiti (specie l’ultimo) è intrigante, ma oggi vorrei parlarvi di una teoria nata negli anni ’60 e tutt’ora oggetto di discussione nella ricerca storiografica sulle origini della Corte di Yamato.

Si tratta della “teoria del Popolo di Cavalieri” (kiba minzoku kokka) di Egami Namio: uno sguardo originale sulla nascita dello Stato, legandolo in particolare alla creazione della cavalleria pesante.

Egami Namio (1906-2002). Al di là di tutte le pulci che posso trovare al suo discorso, ho profonda ammirazione per chi, come lui, riesce a pensare al di fuori degli schemi di routine: senza slancio immaginativo il dibattito si affossa

Secondo Egami, l’economia è ciò che determina in primis l’evoluzione di una civiltà, e l’economia è determinata in primis dal contesto ecologico. Egami individua diverse zone climatiche: in quella toccata dal monsone (tra cui il Giappone) si sviluppa presto l’agricoltura, mentre nelle zone aride dell’Asia centrale, caratterizzate da deserti e praterie, si sviluppano pastorizia e nomadismo.

E’ in queste zone aride che evolvono i kiba minzoku, popoli di pastori cavalieri. Secondo Egami, le società agricole non elaborano capacità equestri se non in seguito alla pressione nomade.

Già in questa prima parte della teoria si possono trovare problemi, ma non perdiamoci in dettagli. Secondo il nostro, verso il 1000 a.C. i nomadi avrebbero strizzato le loro testoline desertiche e se ne sarebbero usciti con un’invenzione epocale: il morso in bronzo. Questo avrebbe permesso lo sviluppo della cavalleria, superiore in mobilità ed efficienza al carro da guerra. Con questo nuovo pezzo di equipaggiamento, i nostri sarebbero stati finalmente in grado di competere militarmente con i grassi imperi agricoli e urbani!

Ed è quello che fanno, stando al libro di Egami, costringendo quei culimolli dei sedentari ad adattarsi a loro volta.

Tutto molto bello ed avvincente, ma cosa c’entra con il Giappone?

L’evoluzione della forma dei tumuli: III° secolo a, V° secolo b, VI° secolo c

Il cavallo si diffonde in Giappone durante il Periodo Kofun, altresì conosciuto come il Periodo dei Tumuli, tradizionalmente diviso in tre parti:

Primo periodo: fine III° secolo – fine IV° secolo

Medio periodo: fine IV° secolo – metà V° secolo

Tardo periodo: metà V° secolo – fine VII° secolo

Secondo Egami, sarebbe molto più appropriata una divisione in 2:

Primo periodo: fine III° secolo – fine V° secolo

Tardo periodo: fine V° secolo – fine VII° secolo

Stando a Egami, fino alla fine del V° secolo la struttura delle tombe e i corredi funebri hanno così tanti elementi di continuità con le sepolture anteriori (periodo Yayoi) che possiamo tranquillamente considerarlo come uno stadio tardivo di questa fase della preistoria giapponese.

Questa prima parte sarebbe caratterizzata da tumuli per lo più tondi o da forme primitive del tumulo a buco di serratura, con camere con pavimenti in argilla e sarcofagi a scatola o a forma di nave. Il corredo funebre è di solito relativamente ridotto e costituito soprattutto da oggetti di valore magico e sacro, come specchi, spade rituali o perle. A parte gli specchi cinesi (classico dono diplomatico), Egami considera che si tratta di manufatti tipicamente isolani, privi di forti influenze continentali.

Dalla fine del V° secolo la situazione cambia drasticamente: si diffondo i kofun (tumuli) monumentali a buco di serratura e compare una smaccata influenza continentale nella forma dei sarcofagi, nelle decorazioni murali delle camere funerarie, ma anche nella composizione dei corredi. Appaiono armi e oggetti di uso pratico, punte di freccia, armature, finimenti per cavalli.

Costume e tatuaggi facciali ripresi da una Haniwa, statuetta di terracotta posta nei pressi del tumulo

E’ fuori di dubbio che l’influenza del Continente si faccia di botto sensibile in questo periodo, ma come interpretarla?

Tra il III° e il V° secolo, la Cina era soggetta a gravi rivolgimenti, con la Rivolta dei Turbanti Gialli e la Guerra dei Tre Regni. Secondo Egami, le armi e i finimenti trovati nei kofun giapponesi sarebbero molto simili ad artefatti contemporanei usati in Manciuria e Mongolia dagli stessi “popoli di Cavalieri” che si stavano mangiando il nord della Cina e la Penisola Coreana.

Il nostro afferma che in questo periodo le tombe giapponesi mostrano una frattura storica, un passaggio da una cultura stanziale, pacifica e spirituale, a una nomade, bellicosa e pragmatica.

Che gli stanziali siano per natura più pacifici dei nomadi è una nozione molto spassosa, e su questo non ci piove. Tuttavia è è vero che la cultura centrasiatica conosce una diffusione epocale a partire dal III° secolo. I regni di Buyeo e Goguryeo sono nati da federazioni di nomadi, ed entrambi sono citati come pionieri nello sviluppo di una cavalleria pesante moderna ed efficace.

Tornando al regno di Wa, Egami sostiene che l’apparizione di armi e finimenti nelle tombe è troppo repentina e radicale per poterla giustificare con il semplice commercio. No, signore e signori! Egami è chiaro: nel V° secolo il Giappone è stato invaso da popoli altaici di cavalieri, che hanno spianato tipo schiacciasassi la sonnacchiosa cultura agricola dei Wa e hanno creato un nuovo regno, un regno centralizzato, gerarchico e feroce, tenuto insieme dalla frusta, dalla staffa e dal crudele morso dell’acciaio!

L’implicazione è colossale per la storiografia giapponese: la linea imperiale altro non sarebbe che lo stralcio esule e immigrato di selvaggi capibanda del deserto, probabilmente gente arrivata dai giovani regni di Goguryeo o Buyeo. Nei tumuli monumentali non si troverebbero quindi le spoglie dei discendenti della Dea Solare, ma le carcasse di predoni mongoli e delle capre loro consorti!

Come si può immaginare, quando Egami pubblicò questa nuova teoria, le mutande dell’accademia nipponica andarono a fuoco. Ma al di là del puro piacere di vedere il nazionalismo preso a pesciate nel viso, quanto possiamo accettare l’idea di Egami? E’ vero che l’invasione è l’anello mancante tra Yayoi e Kofun?

Egami basa la sua teoria sui ritrovamenti archeologici, ma anche sulle fonti mitiche. Testi come il Kojiki e il Nihon shoki raccontano la “teogonia” dell’Impero giapponese, ed Egami li integra nel proprio discorso, cercando di far combaciare le timelines.

Nell’edizione del ’67, il nostro spiega che i kiba sarebbero arrivati prima in Kyūshū, poi in Honshū, e si sarebbero stabiliti nel Kinai verso la fine del IV° secolo. La proliferazione delle tombe del secondo periodo (quelle con armi, finimenti, ecc.) è databile al tardo V° secolo.

Come accennato prima, ho mille problemi con il ragionamento di Egami, ma la falla più grande è il fatto che la cronologia non torna. Tra l’arrivo ipotetico di questi cavalieri e la diffusione delle tombe c’è un buco di un secolo. Perché?

Erano tutti longevi e nessuno moriva?

Per un secolo sono morti tutti in bizzarri incidenti di kayak d’alto mare?

Puzzavano tanto da vivi che per un secolo nessuno si è accorto dei decessi?

Annose questioni.

Ledyard ha cercato di proporre una nuova elaborazione della teoria, nel tentativo di appianare le contraddizioni. Secondo il nostro, verso la metà del IV° secolo i Buyeo avrebbero spinto verso il centro della Penisola sull’onda del caos politico e militare in atto nel nord della Cina. Qui costoro avrebbero fondato il regno di Baekje e avrebbero allacciato stretti rapporti con i Wa (presenti nell’Arcipelago ma anche nella regione meridionale della Penisola).Gli strettissimi rapporti diplomatici tra Baekje e Wa sono in effetti confermati dagli annali coreani e dall’archeologia giapponese.

La Spada dei Sette Rami! Trashosa trovata fèntasi? No, prezioso dono diplomatico dal re di Baekje al sovrano di Wa. Stando al Nihon shoki, il sovrano di Wa sarebbe di nuovo una donna, l’Imperatrice Jingū (aaaah, sessismo, iiih, i giapponesi dell’VIII° secolo erano femminazi!)

Ledyard si spinge ancora più avanti, proponendo un’interpretazione molto originale delle fonti scritte giapponesi. Nel Nihon shoki si parla in effetti di una campagna militare di Jingū contro la Corea (datata tradizionalmente al 369). Secondo Ledyard, questo passaggio potrebbe essere letto come la memoria deformata dell’invasione di Mahan dalla parte di Buyeo e la creazione del regno di Baekje.

In altre parole, la casa Imperiale giapponese avrebbe in effetti remote origini nomadi, e quelli giunti in Honshū altri non sarebbero che uno stralcio della monarchia di Baekje.

La campagna di Jingū verso l’Est sarebbe difatti da interpretarsi come una successiva spinta della gente di Buyeo verso l’isola di Kyūshū e Honshū e la successiva creazione della corte di Yamato.

L’idea di Ledyard è senza dubbio molto intrigante, ma si basa sulla teoria di Egami senza rimetterne in causa le basi archeologiche. E la discrepanza archeologica è proprio il chiodo nella bara della Teoria dei Cavalieri.

Edwards ha analizzato i corredi funebri di 137 tombe per mettere alla prova le tesi di Egami. Il buco di quasi un secolo tra l’arrivo di questi cavalieri e la diffusione delle loro tombe resta inspiegato. Peraltro, Egami si concentra sulle novità in contrasto con le sepolture precedenti, ma non considera i numerosi elementi di continuità, che pure esistono, tra il tardo Kofun e la fase precedente. Secondo Edwars, il pattern suggerisce più un’appropriazione culturale che non un’invasione brutale.

Se vogliamo riassumere la diffusione di equipaggiamenti equestri nei tumuli: prima del 425 solo l’1% delle tombe aveva finimenti nei corredi e la maggioranza di queste si trovano nel Kinai. Nel VI° secolo il 10% delle tombe ha elementi equestri, e i 2/3 di queste si trovano a est del Lago Biwa.

Concentrazione di siti funerari aventi elementi equestri nell’arco dei secoli

Se è vero che la teoria di Egami non tiene, è anche vero che la cultura equestre viene importata in Giappone, che si diffonde molto alla svelta e che in tempi molto ridotti il centro di produzione si sposta geograficamente verso est. Questo sviluppo dell’allevamento è peraltro strettamente legato allo sviluppo di uno Stato moderno e centralizzato.

Non solo: quando andiamo a studiare nel dettaglio i finimenti delle tombe, appare palese che l’origine della cultura equestre giapponese non è cinese ma coreana (con particolare apporto da parte del regno di Baekje, ma anche Goguryeo, Silla e la confederazione di Gaya).

I regni coreani hanno quindi giocato un ruolo fondamentale nella genesi dell’Impero Giapponese, ma quale?

La Penisola nel VI° secolo

Abbiamo già accennato al caos politico e militare che falcidiava la regione tra III° e IV° secolo. Antichi imperi crollano, nuovi regni nascono, e tra questi c’è Goguryeo, nel nord della Penisola. Il regno entra in una nuova eccitante fase nell’anno 300, quando re Micheon sale al trono (governerà per 31 anni) e lancia una radicale modernizzazione dello Stato, con a corollario una simpaticissima politica espansionista. La prima a pagare per il genio politico di Micheon è Lelang, ma non è la sola. Le altre polities coreane si affannano per resistere alla stella nascente di Goguryeo e alla sua terrificante cavalleria.

Questo provoca un vero e proprio esodo di migliaia di coreani verso le isole giapponesi, in particolare a partire della metà del IV° secolo. Si tratta di gente di ogni estrazione, tra cui molti tecnici, studiosi, aristocratici, allevatori, fabbri, artigiani, ecc.

Il regno di Wa aveva molti scambi e interessi sulla Penisola. Il Nihon shoki dice addirittura che l’Imperatrice Jingū condusse diversi interventi militari sul territorio, costringendo i governanti locali a riconoscere l’ascendenza politica di Wa. Pare eccessivo affermare che i Wa governassero territori sulla Penisola, ma le fonti coreane e cinesi confermano che il regno dell’Arcipelago era in effetti ritenuto un alleato di riguardo. In ogni caso, l’investimento politico, economico e militare dei Wa sulla Penisola è accertato.


Jingū durante la campagna militare in Corea (Tsukioka Yoshitoshi)

Durante il V° secolo il regno di Wa intervenne militarmente nella Penisola in favore di Baekje e Silla contro il regno di Goguryeo. I Wa non avevano cavalleria, e finirono per subire una sconfitta assolutamente devastante sulle rive del fiume Yalu agli inizi del V° secolo.

I Wa si trovano quindi sloggiati dal Continente. E questo è un problema, perché i nostri dipendono da esso per un sacco di importazioni, non ultime ferro, cavalli e oggetti in metallo. I nostri devono diventare indipendenti. Di più, devono modernizzare il proprio esercito, dotarlo di quella che è all’epoca l’avanguardia della tecnologia militare: il cavaliere pesante.

Il flusso migratorio di rifugiati coreani continua durante il V° e VI° secolo. Secondo Farris si arriva a picchi di 3000 persone l’anno, che per i tempi era assolutamente eccezionale. 1/3 della nobiltà della Corte di Yamato aveva origini coreane.

Invece di prendere a calci un cavallo morto e perseverare in campagne militari senza speranza, i Wa decidono di sfruttare la situazione a loro vantaggio: lungi dal cercare di porre un limite al flusso di immigrati, i nostri lo sfruttano, lo integrano nella politica generale della Corte.

La diffusione della cultura equestre in Giappone, fondamentale nella formazione di uno Stato centralizzato e di un esercito moderno, non è frutto di un’invasione, né il mero apporto dell’immigrazione. E’ un connubio tra un flusso migratorio ragguardevole e una politica deliberata della Corte di Wa.

I nuovi arrivati vengono inquadrati, installati sul territorio, viene data loro una funzione nella macchina statale e una missione. Le tecniche vengono sviluppate, incentivate, raffinate.

Farris sottolinea: « Equestrian skills, the birthright of every samurai, originated with the hated and feared Koreans. » (Heavenly warriors)

Verissimo. Niente immigrazione coreana, niente samurai. Allo stesso tempo queste mirabolanti skills attecchirono e si svilupparono grazie alla lungimiranza, la creatività e la pianificazione della classe dirigente del Kinai.

MUSICA!


Bibliografia

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FARRIS William Wayne, Sacred Texts and Buried Treasures, University of Hawai’i Press, Honolulu, 1998

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SUESAKI Masumi, “Uma to Nihonjin”

YOKOYAMA Sadahira, Kiba no rekishi, Toukyo, Koudansha, 1971

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Manfred die zweite, un’eroica epopea di idiozia pelosa

Chi avesse perso tempo a leggere le mie disavventure da pseudo-congressista ormai sa: in casa Tenger c’è un gatto.

A quanto pare l’Imperatore Kittoh deh Destroyah ha stabilito che la nostra cellula rettiliana necessitava una sorveglianza più stretta, e chi sono io per discutere.

Questo articolo, di vitale importanza per le Umane Lettere, è il debutto in società della creatura.

Deeeeeeeeeeeerp

E’ il primo d’aprile, esco di casa per andare a fare la spesa. L’acquisizione di cibo è una nota forma di decadenza borghese, ed è probabilmente questo mio peccato reiterato ad attirare l’attenzione dell’Ispettorato Felino.

Ad ogni modo, davanti al cancello trovo una crosta di pelo, pus e muco spiaccicata. Capisco subito che la cosa è viva. Grazie alle mie doti di fine zoologa, deduco che è un gatto.

Dato che non mi faccio mai i cazzi miei, torno in casa, m’infilo i guanti da pota, torno fuori con uno scatolone, gratto la carcassa dall’asfalto e la metto nella scatola. L’essere non miagola, non si agita nemmeno.

Questa situazione mi ricorda del mio vecchio criceto.

*Retrolampo*

Avevo un topino russo da ragazzina. La bestia campò qualcosa come 5 anni. Alla fine le zampine di dietro erano del tutto atrofizzate e rinsecchite, metà della faccia era spelata e costantemente gonfia. La nutrivo con un pennellino e dello yogurt o della frutta spiaccicata, perché non aveva più denti.

Che c’entra?

C’entra. I miei raccontano sempre questa storia agli ospiti per dimostrare che figliola affettuosa e premurosa che sono.

In realtà io la povera bestia volevo ammazzarla e liberarla da questa inutile sofferenza. Solo che non sapevo come.

Ho pensato a prenderla a martellate, ma se sbagliavo mira o se non picchiavo abbastanza forte da stecchirla d’un colpo?

Un’altra opzione era l’enciclopedia: prendere tutti i volumi di quella robaccia sorpassata de La Base e farglieli schiantare addosso. Però poi avrei dovuto grattare pelo e frattaglie dalla copertina di cuoio…

Long story short, il topo morì di vecchiaia in agonia per colpa della mia codardia.

Da allora ho corretto i miei e ho spiegato loro la vera storia dietro al criceto in geriatria.

Mi hanno fatto notare che avrei potuto portarla da un veterinario (giuro non m’era venuto in mente, che oltre a esser codarda son pure tonta come un Dodo). Mio padre mi ha anche fatto vedere dove tiene il cloroformio.

Ha aggiunto: -Un giorno il babbo sarà molto vecchio è malato, con le gambine rinsecchite e niente denti. Allora, casomai, il cloroformio te lo lascio qui. Niente librate, pls.

Sarà, ma l’eutanasia via Treccani secondo me è un concetto da esplorare.

*Fine retrolampo*

Dopo anni mi ritrovo di nuovo con lo stesso problema: una bestia da eutanasiare. Solo che ora le enciclopedie sono tutte online, e non ho voglia di finire il gatto a botte di computer portatile. Sarebbe stupido.

Chiamo l’associazione di protezione animale del mio quartiere. Spiego che non ho soldi per curare la bestia, né per ucciderla.

La tizia mi dà le indicazioni di una clinica veterinaria e mi dice che se porto lì il rottame se lo sobbarcano loro.

Il posto è lontanino, e io non ho la macchina, sicché il fottuto gatto fa il viaggio fino alla clinica in taxi!

Arrivati, il veterinario estrae il blob e lo posa sul tavolo.

-Toh!- Sorride. -Ma c’è del gatto intorno a questo cimurro!

L’essere non ha occhi, il muso è una crosta di muco e putridume, le zampe davanti sono spappolate e spellate al punto che le articolazioni dei polsi escono del tutto da lembi di cuoio rinsecchito.

-E’ messo molto male.- Faccio notare. -Non avete mica un grosso tomo di anatomia, da qualche parte?

-Ma no, non è brutta come sembra.- Il dottore rigira l’essere. -Nah, è molto disidratato, ma probabilmente è recuperabile. Che si fa?

Mi tiro fuori. E’ l’associazione che paga, sono loro che scelgono. Sorpresona: scelgono di curarlo.

Prima che me ne vada, il veterinario mi chiede se voglio dargli un nome.

Lo chiamo Tiresia. Nessuno capisce la battuta. Oimoi oimoi eleleu eleleu.

Liceo Classico. Educa nerds senza social skills da sempre.

Un mese dopo ripasso davanti alla clinica. Decido di affacciarmi per sapere come sta la creatura.

Il gatto sta recuperando bene. Alla fine gli occhi li aveva tutti e due, sotto muco e croste. Hai visto mai!

Altri due mesi, ripasso di lì. Il gatto scoppia di salute, ma ormai siamo all’inizio dell’estate, è il periodo degli abbandoni, nessuno ha posto, nessuno adotta, e sono tre mesi che il felino è chiuso in un gabbiottino di 80×80.

A me i gatti son sempre piaciuti (SORPRESA!), ma in estate sono dai miei, e i miei hanno un coniglio.

Il fottuto coniglio è l’animale più viziato dell’Universo e odia i gatti con infernale passione. Dovrei trovare qualcuno che si ciucci il pulcioso per tre mesi, un’impresa impossibile.

Ne parlo con un amico che ha due gatti.

-E quindi niente, non posso aiutarlo. Dove troverò mai un martire disposto a sobbarcarsi il fardello per tre mesi?

-Ah, ma non c’è problema, te lo tengo io!

-Sicuro?
-Massì, cosa potrà mai andare storto?

Chiamo l’associazione.

-Sì, sono la tizia che ha grattato il rosso dal marciapiede. Io non sono proprio la persona adatta per prendersi cura di un gatto, ma-

-DIOPRETEPIGLIATELOTELOINCARTIAMO!

Un paio di giorni dopo sono con il gatto in treno, alla volta della casa dell’amico gattaro.

Siccome gli occhi ce li ha, non possiamo chiamare la bestia Tiresia. E’ rosso ed è sopravvissuto a un brutto incidente, quindi troviamo che sia un’idea molto simpatica battezzarlo Manfred von Richthofen die zweite. Freddy per gli amici.

Smollo Manfred all’amico e parto per la campagna (dove mi aspetta il coniglio mannaro).

Manco una settimana, e l’amico mi telefona. Manfred fa il ruffiano, ma i suoi gatti lo odiano. La notte Manfred cerca di giocare e loro gli urlano addosso. Tutta la notte, tutte le notti. A chiosa, Manfred ha trovato la maniera di ferirsi un occhio e gli devo mandare 80 euro per le spese di veterinario e medicine.

Questo sacco di pulci non ha ancora poggiato il culo in casa mia, e già mi porta grane. Ho un pessimo presentimento.

E quando posai l’occhi su di lui, il mio cuor di giovanetta mi disse: “T’ha fatto ma ‘na gran cazzata, bimba bella!”

A settembre recupero la creatura. Ha un cono al collo e un occhio pesto. Con Nursie (la coinquilina) lo riportiamo dal segaossa.

Long time no see.- Il segaossa lo esamina. -Ha un buco nella retina e l’occhio gli sta colando fuori.

-Oh beh.- Mi stringo nelle spalle. -Lo ribattezziamo Moshe Dayan?

Ci mettono un secondo per capire cosa intendo, e lo stadio esplode.

-BUUUUH, DAGLI AL MOSTRO SENZA QUORE, BRUTTA STREGA MALVAGIA!

-Ma ne ha due di occhi, uno di meno che differenza fa…

-Ti rendi conto che se gli togli un occhio poi non può più pilotare triplani per sua Maestà il Keiser?!

-Oh beh.

Mi faccio bullare come una mezza sega nel portare il cazzo di gatto in una cazzo di CLINICA OFTALMOLOGICA SPECIALIZZATA IN GATTI!

Sì, esiste!

Ancora non so che emozione provare a tal proposito…

Ad ogni modo, ficco il gatto in un trasportino e mi sciroppo due ore di viaggio per arrivare in questo posto. La tizia è super competente, super gentile, con equipaggiamento super alla punta della tecnologia.

-Oh, assolutamente si può riparare!- Mi dice.

-Che culo.

-Basta fargli un trapianto.

-FARGLI UN COSA?!

-Costerà 800 euro.

-Non ce li ho.

-Posso venirle incontro con 700.

-Famo a capisse, io non ho 70 euro fino alla fine del mese, lascia fare 700. A meno che non accetti pagamenti in organi umani… Perché nel caso ho una coinquilina…

-Hum, che lavoro fa?

-Sono studentessa universitaria.

-Bwahahahahahah!

-Appunto.

-Che anno?

-Terzo di dottorato.

-Yikes!- La tizia si copre la bocca con la mano. -Oh cielo, mi dispiace…

Le spiego il perché mi trovo questa bestia ritardata per le mani. Dopo molto meditare, la tizia decide di farmi un megasconto che levati che di certo c’ha rimesso, per di più rateizzato.

Sempre troppo per me, ma l’offerta è davvero troppo altruista e non ho la faccia di rifiutare. Sulla via del ritorno, mi chiedo per quale gioco del karma così tanta gente ultraqualificata stia lavorando a perdere per tenere in vita questa bestia inutile.

-Devi essere un gatto davvero eccezionale.- Gli faccio. -Altrimenti davvero non si spiega.

Nursie: -Hey, ci pensi che con la stessa cifra con cui curi il gatto avresti potuto comprare una macchina?
Tenger: -Ci pensi che se vi mandavo tutti all’Inferno a quest’ora avevo una macchina E un gatto con un nome super-badass?

Di ritorno a casa ho voglia di sbattere la testa contro uno spigolo.

Little Bro decide di buttarmi un salvagente e si offe di pagare il 70% delle spese. Non mi va, ma insiste.

-Adesso è un po’ come se tu fossi co-proprietario della bestia.- Dico.

Mio fratello alza lo sguardo dal portatile che ha sulle ginocchia. -Co-proprietario?- Inarca un sopracciglio. -Non ci siamo capiti. Ho appena comprato il pacchetto di maggioranza del gatto. Te ormai sei solo il manager.

Yay!

Altro che coca e mignotte: CORRERE SOTTO UN LENZUOLO E’ IL VERO SPASSO!

E sicché comincia la routine. Visite al centro in Culonia, 20 medicine al giorno, corri dietro al gatto, mettigli il collirio, ecc. La presenza del gatto scatena gli istinti materni di Nursie, che perde del tutto il mirinvengo. Il gatto capisce al volo e la schiavizza senza esitazione.

La faccenda dura fino a fine ottobre, quando finalmente l’occhio guarisce.

Il parto del divano

All’inizio Manfred è un gatto disciplinato e vivace, risponde perfino quando lo chiami per nome.

In poche settimane, rivela il proprio vero carattere.

IE, è un coglione al quadrato.

Sto parlando di “corro dietro alla mia coda finché non sbatto la testa in una porta” coglione.

Dopo poche settimane Nursie inizia a chiamarlo “my baby” invece che Manfred.

Perché “my baby”?

Oh beh, ovviamente Manfred parla tedesco, ma comunichiamo in inglese perché è più semplice.

In ogni caso il richiamo non è un semplice “my baby”, ma uno stridulo e strascicato “MY BAAAAABY”.

-Bada che lo rincoglionisci ancora di più.- Avverto Nursie. -L’altro giorno ha preso a cornate la tua porta 3 volte prima di accorgersi che era chiusa.

-Non è stupido, è speciale!

-Stammi a sentire Bernard, se questa palla di pelo inizia a rispondere a “my baaaaby” la impaglio e ci fo’ un soprammobile!

-Ma figurati!

E’ novembre, e Manfred risponde solo a “my baaaaaby”. Well, fuck me.

Nursie ha trovato in Manfred una fonte inesauribile d’ispirazine.
Parlando d’altro, qualcuno sa come eliminare gimp dal computer di un estraneo?

Quindi eccolo a voi in tutto il suo splendore.

Deeeeeeeeeep

Manfred pesa 5 chili.

Non rompe le palle per il cibo, ma pretende costante attenzione. Roba che miagola solo per farti girare. Non vuole nulla, non ha sete, non ha fame, non vuole carezze. E’ solo un puro e semplice GIB ME ATTENDION MODER, I VANT ATTENDION!

E’ così cretino che il suo concetto di “correre a nascondersi” consta nel tuffarsi sul divano e nascondere il muso sotto un cuscino. Alcuni gatti particolarmente stupidi dimenticano fuori la coda, lui dimentica fuori il resto del corpo.

Per questo suo notevole acume, ha raccattato anche altri nomignoli. Derp von Dork è il più popolare per ora. Bane of my existence è quello che di solito uso io. Con Nursie stiamo calcolando un compromesso con il nome Favurzio.

Viste le sue attitudini intellettuali, abbiamo stabilito che il suo rango in seno alla Luftstreitkrafte è unter-Scheiße.

Se è molto bravo, un giorno potrà arrivare perfino al grado di ober-Scheiße.

Per permettere a unter-Scheiße Manfred von Richthofen die zweite di guerreggiare contro i maledetti rostbeefs, io e Nursie gli abbiamo costruito un aereo. Un triplano Dreidecker ovviamente!

L’aereo di un eroe!

Omaggio a un fellow gentleman flier!

Il Barone Peloso supervisiona i lavori del suo Fokker Dr.I e partecipa all’assemblamento finale

Ready to joust in the cloud-strewn glory of the skies!

Il Keiser, nella sua infinita benevolenza, offre le sue congratulazioni per lo sforzo tecnico e scientifico, fiancheggiato dal suo miglior pilota: L’ALTRO Manfred von Richthofen.

(Immagine di Giulia Becattini)
Ci gioca. Ha già sfasciato un’ala e una mitragliatrice, quindi yay.

Il suo piatto preferito è la Carrot Cake. Non rompe mai le palle, non mendica mai, salvo che per la Carrot Cake! Con quella sul tavolo schioda del tutto, con salti, urli e lotte sanguinose per strapparne un pezzo. L’ultima volta ne ha artigliato via una parte ed è fuggito sotto il divano tipo Gollum con l’Unico Anello.

Boh, non me lo spiego nemmeno io.

Lo scottex è nemico della Rivoluzione!

Un’altra cosa che ama fare è rubare le talee che faccio germogliare (ho una passione malata per le piante in vaso) per rimpiattarmele in giro.

Scherzi a parte, questa scimmia psicotica mi dà più occasioni di ridere che di imprecare. Anche se sta mettendo sottosopra la mia perfetta casa da donnetta anni ’30.

In conclusione, gente, non comprate animali, non fateli riprodurre, adottateli. Con tante bestie a intasare i centri, non abbiamo bisogno di un altro meinkun che si strozza col pelo.

MUSICA!

Illustri sconosciuti: Taira no Masakado (3)

Nelle scorse puntate abbiamo raccontato di come la faida familiare dei Taira del Bandō fosse degenerata in roghi e massacri. Masakado, gagliardo notabile senza funzione ma con tanto ingegno, ha vinto l’ultimo round: è il guerriero più famoso dell’Est, la sua reputazione è alle stelle, frotte di combattenti e clan locali sgomitano per essere nelle sue buone grazie e i funzionari provinciali lasciano correre dato che, per ora, nessuno ha cercato di buttar giù i loro uffici.

E’ il 939, e come al solito l’amministrazione ficca la testa nella sabbia fintanto che i convogli di tributi sono relativamente indisturbati. Dal canto suo, Masakado si è guardato bene dal cercare rogne con l’autorità costituita. La sua è una guerra privata, e ormai il suo principale obbiettivo è ristabilire pace e quiete nella regione.

Purtroppo per Masakado, suo cugino Sadamori è ancora vivo, ed è riuscito a raggiungere la Corte. Insieme all’ex funzionario provinciale Minamoto Tsunemoto, ha presentato il suo caso contro Masakado, e i Nobili li hanno ascoltati. Circa.

La Corte si trova infatti presa tra due fuochi: da un lato Masakado, dall’altro Sumitomo e i suoi pirati, che stanno saccheggiando e distruggendo allegramente la regione del Mare Interno.

I Nobili decidono quindi di rifilare un mandato a Sadamori e mandarlo a morire nell’Est, mentre loro si occupano di ammansire il Re dei Pirati nell’Ovest.

Piccolo promemoria: sulla sinistra la provincia di Yamashiro, dove si trova Heian, la Capitale; sulla destra, le Provincie Orientali chiamate in causa in questo articolo

Nel Kantō, Masakado fa del suo meglio per mantenere la pace nella sua zona, forte del suo nuovo stato di Cazzutissimo Maximo. Ma è il Kantō, e ‘sta gente non la mette calma nemmeno l’Armageddon.

Cominciamo con la provincia di Musashi. Come si accennava nella puntata precedente, il Principe Okiyo era arrivato costì nei panni di governatore provvisorio, in attesa del governatore vero e proprio.

Quest’ultimo, all’anagrafe Kudara Sadatsura, arriva finalmente alla capitale provinciale. Sadatsura ha sposato la figlia di Okiyo e, tanto per cambiare, i due uomini si odiano.

E’ uso che il governatore temporaneo continui a partecipare agli affari della provincia, soprattutto se si tratta del suocero (verso cui Sadatsura ha obblighi filiali). Ma è anche uso che i giovani caccino i vecchi a pedate nel culo, e appena finito il banchetto di benvenuto Sadatsura fa un bel pacchettino di Okiyo e lo esclude dall’amministrazione.

Incazzatissimo, il Principe se ne va sbattendo l’uscio e si installa sul divano a casa di Masakado, in Shimōsa.

Ospitare a casa Okiyo non è una scelta anodina. Masakado sa che Tsunemoto ha accusato lui e Okiyo di tradimento verso lo Stato, e diventare coinquilini non può che ravvivare i sospetti della Corte. La scelta peraltro può solo complicare i suoi futuri rapporti con Sadatsura. Bene che vivono in provincie diverse, ma sono comunque vicini di casa.

Allo stesso tempo Okiyo resta un Principe imperiale, e la sua presenza è fonte di grandissimo prestigio tra i notabili locali.

Si tratta anche di una provocazione. Masakado sta mostrando al governatore e ai burocrati della Capitale che non teme il loro giudizio o i loro sospetti. E’ una dimostrazione di forza che non lascia i notabili locali indifferenti.

Mentre questa pantomima va avanti, il vero casino si riattizza a nord di Shimōsa, nella provincia di Hitachi. Dove si prepara un nuovo fuck up di epiche proporzioni,.

La provincia è al momento sotto l’amministrazione di tale Fujiwara Korechika, membro di un ramo secondario del celeberrimo (e potentissimo) clan Fujiwara. Con lui c’è anche suo figlio Tamenori.

Secondo il Sonpi bunmyaku, Korechika ha legami stretti con la provincia, legami che però si sono indeboliti molto negli ultimi anni. Il nostro infatti ha sposato la figlia di una potente famiglia locale, come era spesso il caso per i funzionari del Governo centrale che volessero costituirsi una base decente in provincia.

Detto potente clan locale è stato spazzato via: Korechika ha sposato una zia di Masakado, e tutti sanno ormai che fine hanno fatto gli zii di Masakado e i loro guerrieri. Vincendo la faida, il nostro ha anche annientato la base militare di Korechika nella provincia.

A parte ciò, non sappiamo molto di Korechika e Tamenori, non sappiamo se fossero buoni amministratori o meno, ma sappiamo per certo che almeno uno dei sudditi di Hitachi non li ha molto in simpatia: Fujiwara Haruaki. A differenza del governatore, Haruaki non discende da aristocratici, non ha funzioni, non ha agganci a Corte. E’ benestante, abbastanza grosso da avere guerrieri personali al suo comando (jūrui). Appartiene alla stessa classe di Masakado, ma politicamente se ne sta acciaccato su un gradino ancora inferiore: è meno ricco e non ha patroni.

Haruaki e Korechika si odiano.

Korechika dice che Haruaki non paga le tasse, non obbedisce alle imposizioni dell’amministrazione e non rispetta le leggi. Si suggerisce addirittura che Haruaki sia a capo di una delle famigerate shūba no to, bande di gente con bestie da soma che si spostano da una provincia all’altra come impresa di trasporti e brigantaggio a tempo perso.

Haruaki dice che Korechika non saprebbe trovarsi il culo usando due mani e che Tamenori è un delinquente figlio di papà che approfitta della propria posizione per rubare, angariare e strizzare i residenti.

La cosa interessante è che entrambe queste versioni sono perfettamente credibili e una non esclude l’altra.

Long story short, dopo l’ennesimo esempio di insubordinazione civile, Korechika decide che ne ha le palle piene, tira su le truppe provinciali e marcia contro la base di Haruaki.

Questa decisione presenta diversi inconvenienti: tanto per cominciare Haruaki è un uomo abituato alla brutalità e non ha particolare intenzione di farsi arrestare. In secondo luogo, Haruaki ha probabilmente un membro della famiglia come funzionario nel governo provinciale, e non si fa quindi prendere con le braghe in mano. In terzo luogo, Haruaki appartiene ai Fujiwara stabiliti nel nord della provincia. Costoro sono in ottimi rapporti con altre famiglie importanti della zona, tra cui i Taira. Un Taira in particolare: Masakado.

Haruaki non è a casa quando i soldati arrivano: insieme ai suoi, il nostro se l’è data a gambe. Saccheggiando granai provinciali lungo la strada (tanto vale unire l’utile al dilettevole!) il nostro si rifugia da Masakado, che gli offre prontamente protezione.

Siamo all’alba del legame di vassallaggio, la reputazione di un capo dipende già in larga parte dalla protezione che è disposto ad accordare ai suoi gregari, e Masakado ha molto a cuore la propria reputazione.

A cose normali Masakado è un uomo molto ragionevole e incline a cercare il compromesso dove possibile.

Negli ultimi mesi però il nostro ha accumulato qualche rancore verso l’amministrazione e i burocrati in generale.

La capitale provinciale di Musashi e di quella di Hitachi sono grosso modo equidistanti da casa di Masakado

Volendo essere ottimista, Korechika prova ad approcciare la questione con le buone e manda dei messaggeri in Shimōsa.

-Sappiamo che l’evasore fiscale e svuotatore di granai Fujiwara Haruaki si trova qui.- Spiegano questi, arrivati a Iwai. -Sei pregato di rispettare la legge e collaborare.

-Oh, interessante.- Masakado sogghigna amabile. -Sai cosa mi ricorda? Qualche mese fa avevo un mandato d’arresto per mio cugino Sadamori. Vi ricordate quanto avete collaborato ai tempi?

-Errr…

-Appunto. Fuori dalle palle.

Calciorotati i passacarte imperiali, Masakado decide che la situazione in Hitachi non può essere lasciata a suppurare.

-Dobbiamo trovare un modo di calmare le acque.- Dice ai suoi. -Haruaki è uno dei miei uomini, Korechika ha sposato mia zia, sono la persona perfetta per fare da mediatore.

-Haruaki non vuole far pace con Korechika, lo vuole uccidere, inculare il cadavere, ridurlo in polpettine e farci del cibo per gatti.- Fa notare uno dei suoi.

-Ah, ma lo dice per dire… è locker room talk!

-E Korechika ha una paura verde di te.

-Ma è mio zio acquisito!

-Come sono finiti gli altri tuoi zii?

-…

-…

-Oh.

-Eh.

-Senti, uno dei miei alleati lavora nel governo provinciale di Hitachi. Secondo me tra me e lui riusciamo a metter pace. Dopotutto siamo tutti uomini adulti, nessuno vuole morte e devastazione, no?

-Mi hai perso a “siamo tutti uomini adulti”.

-Facciamo così: io vado in Hitachi con tutti i miei guerrieri, così Korechika e suo figlio evitano di fare gesti inconsulti e possiamo discutere amabilmente.

-La famosa regola diplomatica del “la gente tende a starti a sentire se gli punti una freccia in mezzo agli occhi”?
-Proprio quella!

-Oh, beh, potrebbe anche funzionare, fintanto che noi siamo lì per assicurare l’ordine e non per uccidere qualcuno…

Un piantone arriva di corsa.

-Capo! Capo! Sadamori è di nuovo nella regione e ha un mandato ufficiale della Corte!

Una vena comincia a pulsare sulla tempia di Masakado.

-Ha avuto la facciadimerda di tornare? Senza banda, senza alleati, senza nemmeno la corda per impiccarsi?

-Ce l’hanno rispedito via catapulta!

-Dove si nasconde?

-Dal governatore provinciale di Hitachi. Haha, ora che ci penso, non è il tizio con cui Haruaki ha quello scazzo in sospeso?

E’ lo stesso tizio.

Il ventuno dell’undicesimo mese del secondo anno dell’era Tengyō, Masakado parte in tromba per il governo provinciale di Hitachi con un migliaio di uomini.

Korechika lo viene a sapere.

-Magari sta venendo per parlare.- Korechika si asciuga il sudore freddo con la manica. -Magari vuole mettere pace, come in Musashi…

Sadamori scuote la testa. -Viene per ucciderci e farsi un paio di pantofole con la nostra pelle.

-Forse dovrei consegnarti ed evitare altri casini.

-Ho due buone ragioni per cui ti conviene stare dalla mia parte.

-Ah sì?

-Primo: io ho un mandato imperiale e lui no. Secondo: io non sono uso assassinare i miei zii e le loro famiglie, lui sì.

Point taken.

Korechika tira su in fretta e furia tutte le truppe provinciali che riesce a raccattare, circa 3000 uomini secondo lo Shōmonki. Si asserragliano tutti nella capitale provinciale appena in tempo. Masakado è già davanti alle porte.

-Buondì.- Fa un sorriso a trentadue denti al piantone sopra la porta. -Dì a mio zio di aprire senza storie, che oggi proprio non è giornata.

-Ah! Noi siamo in posizione difensiva, che come tutti ben sanno è una posizione vantaggiosa, e siamo tre volte più numerosi!

-L’ho già sentita.- Masakado incocca. -Quelli di mio zio Yoshikane erano otto volte superiori.

-Oh, già, è vero.

Il piantone muore, l’attacco comincia.

Da una parte un migliaio di volontari ben armati, pompati abbelva e impazienti di far prova di cazzutaggine davanti al loro capo, il menabotte più figo della regione.

Dall’altra gente di corvée, coscritti raccattati a pedate, soldati provinciali sottopagati agli ordini di quella mezza sega di Sadamori (anche noto come Colui Che Perde le Battaglie) e di un burocrate i cui alleati hanno già perso tutto combattendo contro Masakado.

Plus, sappiamo che Masakado ha un uomo di fiducia nella capitale provinciale. E’ possibile che costui abbia giocato un ruolo nella battaglia, o che abbia addirittura agito da quinta colonna all’interno del complesso provinciale.

Interpretazione artistica dell’assedio del complesso provinciale di Hitachi

I dettagli dello scontro non sono noti, ma sappiamo il risultato: Masakado spiana il governo provinciale di Hitachi, poi fa inversione e lo spiana di nuovo.

La stragrande maggioranza delle truppe provinciali vengono falcidiate. Il governatore è costretto a sottomettersi e con lui l’inviato imperiale presente sul posto. Mentre il complesso provinciale brucia, Masakado lancia una folgorante rappresaglia contro tutti quelli che hanno osato scoccare una freccia su di lui: più di 300 abitazioni vengono bruciate, il fumo e le urla riempiono il cielo, gli uomini a piedi alzano mucchi di teste mentre Masakado ricompensa lo sforzo dei suoi con bottino e cavalli.

Per la prima volta dall’inizio dei disordini, Masakado se l’è presa con una del Governo. Per la prima volta Masakado ha ufficialmente commesso un crimine contro lo Stato.

Per anni il nostro ha condotto la sua guerra privata senza pestare i calli alla Corte, e in risposta ha avuto solo tira e molla politici e resistenza passiva. Finalmente ha deciso di cambiare approccio: ferro e fuoco sia.

Un paio di giorni dopo, Masakado è di ritorno alla sua basa in Shimōsa.

I funzionari minori di Hitachi sono stati risparmiati e viene loro suggerito amabilmente di mandare avanti l’ordinaria amministrazione senza fare troppi scherzi. Per il resto, il centro politico della provincia è annientato, la banda di Korechika distrutta, l’esercito provinciale non esiste più.

Masakado raduna fratelli ed alleati alla sua residenza.

-Signori miei, la situazione è delicata.- Dice. -Abbiamo un governatore e un inviato imperiale chiusi in cantina, una provincia senza funzionari responsabili e, ciliegina sul mucchio di merda, quella mezza sega di mio cugino è riuscito a scappare.

-Ma di nuovo?

-Di nuovo.

-La Corte non sarà felice della notizia. Ci dichiareranno ribelli contro lo Stato.

-Fanculo la Corte!- Sbotta uno dei suoi. -Che hanno mai fatto per noi a parte chiedere tasse e strimpellare chitarre?

Okiyo ha il buonsenso di non pronunciarsi.

-Però è la Corte.- Osserva un altro. -Hanno autorità sull’intero Paese. Ci schiafferanno un bel decreto di Persecuzione e Cattura, sicuro come la morte.

-E’ vero.- Conviene Masakado. -Tra qualche settimana i notabili e i funzionari di tutte le provincie del Kantō riceveranno ordine di farci la pelle.

-Siamo seduti nel bel mezzo del centro militare del Paese. Tutti i migliori combattenti vengono di qui, se dovessero unirsi non ci sarebbe modo di spuntarla.

-Vero.

-Sarebbero una forza assolutamente spaventosa!

-Corretto.

-E quindi? Proviamo a chiedere perdono? Se le carovane di tasse arrivano in tempo, non credo che-

Masakado impone il silenzio con un gesto. -Non possiamo fidarci dei Nobili, e a questo punto i Nobili non possono fidarsi di noi. No, dobbiamo fargli capire che sottometterci con la forza sarebbe un incubo. Dobbiamo spaventarli abbastanza da convincerli a trattare con noi.

-Ma come?

Masakado sorride. -L’hai detto tu: siamo nel cuore militare del Paese.

Masakado si alza. -Signori, il tempo della diplomazia è finito. Se dobbiamo finire alla forca, tanto vale finirci per una pecora piuttosto che per un agnello.

-E la pecora quale sarebbe?

-Le otto provincie del Bandō.

Il 23 dell’undicesimo mese, comincia la grande rivolta guerriera dell’Est, destinata a restare per sempre nella memoria.

MUSICA!


Prima puntata

Seconda puntata

Terza puntata

Quarta puntata

Quinta puntata

Interludio


Bibliografia

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In lingua occidentale

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PIGEOT Jacqueline, Femmes galantes et femmes artistes dans le Japon ancien, Gallimard, 2003, Paris

Carpe vinum, storie di sopravvivenza accademica

E’ giugno, fa caldissimo, io sono in Italia a lavorare.

Nella fattispecie devo riorganizzare e ripulire una casa, mentre gli Augusti Genitori e Fratellino sono seppelliti da scadenze amministrative.

La casa non è stata pulita da 30 anni. Quando tocco le tende del salotto queste si disintegrano in un mucchio di plastica depolimerizzata e polvere. Gli scaffali con le tovaglie sono disseminati di merda di topo. In dispensa trovo dei cadaveri di ratti morti avvelenati, coperti di vermi morti avvelenati che hanno mangiato del ratto morto avvelenato e poi sono stati mangiati da dei vermi che sono morti avvelenati perché hanno mangiato gli altri vermi morti avvelenati che al mercato mio padre comprò.

Di giorno sbadilo ciarpame e preparo da mangiare per quattro, la sera lavoro sulla mia tesi.

Nell’insieme, pinzillacchere rispetto all’estate 2015.

A metà mese mi arriva una mail. E’ di una professoressa dell’Università di Paris Diderot. Sta organizzando un Convegno della Madonna sullo Heike monogatari, una roba piena di nomi da lasciarti col culo in terra. Il Convegno sarà a ottobre. La mia direttrice di ricerca (santa martire) le ha tanto parlato della mia vasta conoscenza di armi e armature (wat…) e l’organizzatrice vuole sapere se mi va di intervenire al Convegno Strafigo.

Clicko “rispondere”.

“Gentile Professoressa Tal dei Tali, sono molto onorata dalla richiesta, ma non posso partecipare in quanto sono una persona stupida e mediocre la cui ridicola conoscenza della Storia le permette a stento di mandare avanti un blog sfigato. Cordiali saluti.”

Cancello il messaggio. Riscrivo.

“Gentile professoressa Tal dei Tali, sono molto onorata dalla richiesta. Sarà un immenso piacere partecipare al Convegno. Cordiali saluti.”

Invio. Mi servo un quarto di whisky per soffocare la crisi di panico.

Non so se capiti ad altri ricercatori. In questo genere di occasioni il mio cervello elabora due conclusioni concomitanti:

-Parli malissimo giapponese, non sei davvero specialista del periodo e fai schifo come ricercatrice in generale.

Yo, bitch, hai comunque studiato la Guerra di Genpei! Non sarà proprio il tuo periodo d’elezione, ma hai tempo fino a ottobre, ‘a voglia te!

Il ritmo cambia. Di giorno lavoro e cucino,di sera preparo il convegno, di notte porto avanti la tesi.

Qualche disgraziato prova a dire che non devo affannarmi tanto, che ho tempo fino ad ottobre e posso prendermela comoda.

La sua testa è ancora infilzata su un palo del giardino.

Luglio

Il lavoro in Italia è concluso, sicché ora posso concentrarmi solo su tesi e conferenza.

Ho la problematica, ho un’idea di ciò che voglio, ho quasi finito di sciropparmi la bibliografia. Voglio finire tutto il più in anticipo possibile per avere il tempo di correggere e perfezionare, perché tutto deve essere perfetto. C’è qualcosa di filosoficamente sbagliato in un prodotto non perfetto.

La versione di riferimento per lo studio dello Heike monogatari è quella detta Engyōbon. Devo averla in bibliografia. La cerco. Il Collège de France ce l’ha, ma la biblioteca è chiusa per lavori e proprio quel testo è in uno scatolone da qualche parte. Guarda te le botte di culo.

La trovo in Inghilterra. Scrivo a Cambridge per sapere se possono farmi un prestito universitario. Mi rispondono subito.

“Cara signorina Tizia Caia, ma certo che possiamo spedirle i volumi, anche subito, no worries!”

Yay!

“Ci serve solo una richiesta ufficiale della segreteria della facoltà a cui è iscritta.”

Oh.

Ho pagato l’iscrizione, sono al terzo anno di dottorato con bacio accademico e pacca sul culo, ma ancora non ho notizie dalla segreteria. L’iscrizione deve essere finalizzata per il prestito.

Telefono.

Le segretarie sono in vacanza.

Agosto

Mancano poche settimane ormai, e io non ho il testo originale di riferimento in bibliografia. Scrivo email alla segreteria. Niente. Telefono. Niente.

All’ennesimo tentativo mi risponde una voce stanca da cui tutta la gioia di vivere è stata estirpata con pinzette da unghie e cauterio. Deve essere la segretaria.

-Salve, sono Tizia Caia che ha fatto l’iscrizione il mese scorso. Volevo sapere se era tutto in ordine e se andava tutto bene.

-Niente è in ordine e la vita fa schifo.

-Oh.

-Ci hanno installato un nuovo programma per registrare le iscrizioni. Ora non riesco nemmeno ad accedere a gmail e il computer sta vomitando poltiglia verde dai buchi di ventilazione.

-Ok.

-Qualcuno ha usato il cavo della mia tastiera per impiccarsi. Non posso più scrivere.

-Er… per quando pensate che sarà finalizzata la mia iscrizione?

-Non so, le passo la mia collega Mirri Maz Duur, glielo saprà dire lei.

Si, vabé, ho capito, niente Engyōbon.

Intanto mi arriva il programma per ottobre. Sono tutti professoroni luminari geni del settore con ventordici pubblicazioni all’attivo.

Io non sono nemmeno diplomata e finora ho pubblicato solo articoli zeppi di toscanismi e profanità gratuite, Dio Prete!

Plus, non so davvero come si interviene a un Convegno. Ne ho visti parecchi, ma essendo lungimirante come un lemming sul ciglio di una scogliera non ho mai posto mente locale al modo in cui le informazioni sono condensate, presentate e selezionate. Per citare il comandante Sherman, per me un convegno è come lo spogliarello: non indago come lo fanno ma mi godo il risultato.

Comincio a rendermi conto per benino a che punto sono impreparata. Comincio a rendermi conto che il mio lavoro non sarà perfetto perché non può esserlo. E’ impossibile.

Per fortuna c’è sempre il whisky.

Settembre

E’ difficile concentrarsi. Sarà la fatica, o sarà il senso di Armageddon incombente. Passo il mio tempo a disegnare mappe, scrivere il mio intervento, migliorare la mia bibliografia, che resta comunque incompleta.

Mio padre mi manda un articolo sulla salute mentale degli universitari. Tra i dottorandi, uno su tre soffre di depressione cronica. Ma dai!

La triste verità è che ho sbagliato ad accanirmi sugli studi. Sarebbe stato molto più salubre diventare spogliarellista: paga migliore, più attività fisica, niente gobba leopardiana…

Ottobre.

Il giorno del convegno si avvicina. Cerco di rilassarmi. Ho fatto il meglio che potevo fare, non sarà una roba da strapparsi le mutande dall’entusiasmo ma la mia direttrice dice che è ok. Devo solo sedermi, tirare il fiato e profittare dell’occasione. Magari non sarà tremendo come penso.

Cominciano ad arrivare mail di conoscenti.

“Oh, ma parli al Super Convegno? Figata!”
Non ho detto a nessuno di questo convegno, come hanno fatto a saperlo?

“Ovvìa ciccia, come sarebbe “come”? E’ un convegno super-importante, sta arrivando gente da mezzo mondo per assistervi!”
Voglio morire.

Mi scrive anche Amico di Gioventù. Amico di Gioventù parla giapponese molto meglio di me, è un accademico straordinario, insegna già pur essendo più giovane, è stato in Giappone non so quante volte, suona il pianoforte come Dinu Lipatti, pratica tre o quattro arti marziali… Insomma, è il tizio con cui chiacchiero quando voglio ispirazione o quando voglio sentirmi una scimmia appena cascata dall’albero.

“Ah, ho visto che parli al Superconvegno,.- Mi scirve -Ma è una cosa straordinaria bellissima supersonica, devi essere davvero un genio, come hai fatto a farti prendere?”

Il giorno del convegno mi alzo alle 5 di mattina dopo aver dormito 30 minuti interi.

Mi preparo, mi vesto. Di solito il mio stile di abbigliamento spazia da “Carrista sovietico” a “Profugo siriano”.

Per questo convegno ho chiesto una consulenza fashion a un’amica accademica. Roba tipo outfit montage dei film anni ’80, solo con più alcol e lei che urla insulti in fiorentino.

Ho tutto: il vestito, la maglia, ho anche comprato dei collant nuovi nuovi.

Mentre mi travesto da Congressista, il gatto (long story…) entra in bagno. Vede le mie gambe inguainate in nuovissima fibra acrilica.

“Oh, che belle calze, sono per me? Come “no”? Tutto è per me!”

Mi artiglia una coscia.

Rrrrrrip

Butto via i collant. In fondo a un cassetto trovo delle autoreggenti col pizzo. Stanno nel cassetto da una decina d’anni ormai, ci sta che smettano di autoreggersi in mezzo alla strada. Per sicurezza metto un rotolo di scotch biadesivo nella borsa. Era davvero meglio diventare spogliarellista. Invece no, devo travestirmi da pornoprofessoressa a gratis. Alé!

Arrivo in anticipo. Paris Diderot è in una ex-fabbrica. L’istituto ha una allure deliziosamente dickensiana, ed è un labirinto terrificante. Se un disgraziato imbocca la scala sbagliata, rischia di ritrovarsi in un disegno di Escher. Una volta mi sono persa, ho chiesto informazioni e mi hanno spiegato qualcosa del tipo “questo non è il terzo piano, è il quarto piano, il terzo piano è al piano di sopra, a meno che tu non prenda la scala laggiù, perché allora il terzo piano è un lama con un rastrello”.

All’invito al convegno hanno allegato una mappa. “Dieci passi lungo il corridoio, poi volta in direzione est-sud-est per 245 cm, al ricercatore morto di inedia svolta a destra e rispondi all’indovinello del Troll…”

Pare che le matricole leghino un capo di filo alla fontanella in cortile prima di aventurarsi nell’istituto con un gomitolo

Subito prima che il convegno inizi, incontro uno dei miei vecchi professori. Si congratula per il badge che porto sul petto.

-In che lingua sarà il suo intervento?

Fiuto il trappolone, ma non posso evitarlo.

-Hum… Inglese.

I suoi occhi luccicano di patrio e gallico furore.

-Ah.- Di botto fa diaccio nella stanza. -E come mai non in francese?

-Er… perché tutti i partecipanti capiscono l’inglese e solo i francesi capiscono il francese.

Mentre spiego mi rendo conto della falla del mio ragionamento. Per certi versi professori invitati capiranno quello che sto dicendo. D’altra parte occristo i professori invitati capiranno quello che sto dicendo.

Intanto il mio professore è occupato a deprecare il fatto che, Giuda infame, i francofoni fanno conferenze nella lingua della Perfida Albione.

A chiosa, il tizio è quello che mi diede come voto “un po’ meno di awesome” in master. La cosa mi abbassò leggermente la media e persi la menzione massima perché hey, ti manca quello 0,2 che fa tutta la differenza!

Sì, il sistema francese è molto diverso da quello italiano. E’ un incubo e ritengo che sia in buona parte responsabile del volume di alcol che ormai necessito per funzionare.

La giornata si svolge bene. Gli invitati sono tutta gente notevole, pilastri della ricerca. Io invece mi sento come un pandino al raduno dei T-34.

Il pubblico non è nutritissimo, ma è vero che viene da mezzo mondo. Ci sono italiani, tedeschi, giapponesi… A tratti mi chiedo perché una cosa come lo Heike monogatari attiri così pochi giovani o spettatori. Voglio dire, boiacane, è una roba spettacolare! Accozza scene di combattimento tamarre stile Terminator VS Robocop, con momenti di atroce realismo e tragedia. Com’è possibile che ci siano solo specialisti a sentire?

Quando sarò professoressa troverò il modo di rendere la faccenda più fruibile. Dei pestaggi di intermezzo, magari.

E poi niente, è il mio turno.

Sono l’ultima della giornata. Sono sveglia da 48 ore e non ho mangiato un cazzo di niente perché bon, quando sono terrorizzata non ho molto appetito. Arrivo col mio Powerpoint.

“Salve, sono Tizia Caia e sono una cazzo di matricola.”

Alla fine è andata OK. I professori sono stati molto gentili e mi hanno congratulata con un pat-pat sulla testolina. Poteva andare peggio.

Ho avuto anche occasione di chiacchierare con dei luminari, un privilegio che valeva assolutamente la sofferenza e le notti insonni e le bottiglie vuote accatastate accanto alla porta.

Sono contenta del convegno?

Non saprei. Non sono scontenta, ma ho difficoltà a essere contenta di me in generale. Il primo riflesso, ogni volta che concludo qualcosa, è osservare il prodotto e ponderare su quanto sia una merda. Tutto eh. Un intervento? Mediocre e banale. Un articolo? Superficiale e stupido. Una cena con gli amici? Domani saranno tutti all’ospedale.

Eh pazienza, a ognuno la propria perversione mentale.

E’ un riflesso molto comune nell’ambiente, per quel che posso vedere. Ogni tanto ci troviamo tra dottorandi, tiriamo giù litri di birra e discutiamo di quanto amiamo ciò che facciamo e di quanto odiamo ciò che facciamo. La cosa peggiore è che non farei niente altro. Alla fine quello che vuoi è essere all’altezza del campo che hai scelto, come la ragazzina complessata che soffre per le corna ma si sente in colpa perché “se cerca altre è colpa mia”.

Il punto è: questo tipo di percorso non è per tutti, soprattutto per quel che riguarda le Scienze Umanistiche. Non è riposante, non è redditizio manco per il cazzo e non è salutare. Quando sento gente dire “non sono proprio sicuro di voler fare l’università, ma i miei ci tengono tanto”, o ancora peggio “non so se fare la specialistica oppure no”, mi viene da tirar madonne con la frombola.

Non spingete in un’università qualcuno che non se la sente o che non è convinto: perderà minimo 3 anni di vita quando avrebbe potuto imparare un mestiere serio, tipo l’idraulico.

E in secondo luogo, non imbarcatevi in una specialistica se non siete stupidamente innamorati degli studi.

Per lo meno è la mia personale esperienza. Io so che non rimpiangerò gli studi, perché mi piacciono davvero tantissimo e non c’è niente altro (almeno a questo stadio) che vorrei o potrei fare. Quando sarò al rifugio degli indigenti, potrò consolarmi pensando che ho fatto ciò che amavo finché ho potuto.

Figurasse trovarsi al barbonotrofio e pensare “eh, e a me Lettere faceva pure schifo”.

In conclusione, questo è stato il mio grande debutto nella società accademica. Ho imparato un sacco di cose e ho potuto confrontarmi con gente davvero di calibro, che poi è l’essenziale.

Posso far meglio, e farò meglio.

E un giorno magari sarò capace di leggere un intervento senza battere i denti.

Nel frattempo, cheers!

MUSICA!

Dunkirk

E’ il 1940, la Francia ha perso la guerra e decine di migliaia di soldati alleati sono imbottigliati a Dunkerque. Con i crucchi che gli rodono la groppa, gli inglesi cercano disperatamente di reimbarcare il loro esercito, in previsione del prossimo stadio: l’attacco nazista all’Inghilterra.

E questo è, in pratica, la totalità del film.

Spoiler: a me questo film è piaciuto tantissimo.

Nolan racconta gli ultimi giorni dell’assedio di Dunkerque, spaccando la storia in tre parti: terra, mare e aria. Rispettivamente, si tratta di un soldato che cerca di imbarcarsi, un civile che porta la sua barchetta privata in Francia per aiutare nell’evacuazione (cosa che capitò davvero) e un pilota di Spitfire con la missione di proteggere la flotta e le Little Ships (le barchette civili coinvolte nel trasbordo).

Cominciamo subito col dire che io non sono una fan di Nolan. Non perché Nolan sia un cane, eh! Nolan è un realizzatore estremamente competente e alcuni dei suoi pargoli mi sono anche piaciuti (notamente Inception), il fatto è che spesso i suoi film li trovo tanto spettacolari quanto traballanti nella sostanza. Come per altri artisti, tipo Polanski, mi piace lo stile, ma i contenuti mi lasciano spesso freddina. Ha anche una certa tendeza alla trombonaggine che non si sposa proprio con i miei gusti (The Nolan ray!)

E poi bon, c’è Interstellar, che a mio modesto parere ha solo stile e un contenuto da schiaffi nel viso.

Sì, lo so che molti adorano Nolan, NON VI TEMO, BRING IT ON!

Questo film è a parer mio l’esatto contrario: lo stile non è una vernice glitterosa sopra un rottame, ma un eccellente veicolo per un racconto solido.

Come accennato prima, da un punto di vista narrativo questo è un film minimalista. La storia è semplicissima, i personaggi pure, tanto che (come ha fatto notare il Duca) non hanno nemmeno un vero e proprio arco di trasformazione.

Questo è stato uno degli aspetti criticati: per qualcuno ciò ha reso l’esperienza vuota, per altri non è stato un problema. Posso capire chi non ha avuto un vero e proprio coinvolgimento emotivo e ho poco da dire a riguardo. E ‘ una scelta deliberata, o ti garba o non ti garba. Ci sono buone ragioni per apprezzare la scelta, e buone ragioni per odiarla. Ma di questo ha parlato con più dettaglio e competenza mon ami le Duc.

Foto colorata della divisione corazzata tedesca alle porte di Dunkerque

Le scelte deliberate non riguardano solo la struttura della trama: certi aspetti storici sono stati cambiati, cosa che ha fatto inalberare (comprensibilmente) gli appassionati.

Per molti di questi dettagli, la ragione narrativa dietro la decisione è palese. Ad esempio, il pilota di Spitfire si trova a combattere contro dei Messerschmitt 109. Questi hanno il naso di un bel giallo acceso. Problema: i Me 109 che volarono su Dunkerque non avevano pitture gialle.

In altre scene, gli ufficiali portano il berretto invece dell’elmetto (per la gioia dei cecchini).

In entrambi i casi pare palese che la cosa non è dovuta a sciatteria o pigrizia da tastiera nel culo, ma da una necessità di trama: rendere gli elementi riconoscibili. Uno spettatore che non sia un appassionato di aviazione vintage potrebbe avere serie difficoltà a distinguere un Me 109 da uno Spitfire, specie durante una rocambolesca scena di dogfight nei cieli. Ugualmente, il fatto che i due ufficiali siano senza elmetto in un mare di soldati con l’elmetto li rende più individuabili.

Sono scelte di compromesso tra l’attinenza storica e la fruibilità dell’opera, e in entrambi i casi comportano degli svantaggi (anacronismo per quel che riguarda gli aerei e poco realismo per quel che riguarda gli ufficiali).

Si può essere d’accordo con la scelta, oppure no. E’ possibile portare argomenti validi per entrambe le opzioni. Ad ogni modo queste licenze sono anni luce avanti rispetto alle porcate che si possono vedere in Vikings (“oh, ma se non vestiamo i vichinghi in corpetti in latex da bourlesque poi il metallaro quindicenne non s’immedesima!”).

Ugualmente, Nolan ha optato per un set molto più sobrio di quel che era in realtà la spiaggia di Dunkerque.

Sì, avete presente il luogo comune secondo cui Hollywood deve sempre aggiungere un 25% di esplosioni? Qui è avvenuto l’esatto contrario! Con tutti i botti, i cecchini, gli stuka e i lanci di ciabatte che il film ci sciorina davanti, la realtà storica è stata molto, molto peggiore. C’erano più botti, più pallottole, molti più uomini, cadaveri, rottami…

Anche in questo caso però si può ricondurre il fatto a una scelta cosciente, volta a rendere la vicenda più semplice da seguire. Così com’è Dunkirk è un film ansiogeno e incalzante. Una resa più dinamitarda dello scenario sarebbe stata più storica, ma si correva il rischio di sfiancare lo spettatore.

Di nuovo, si tratta di un compromesso, e si possono portare argomenti validi da un lato come dall’altro.

Son qui da 36 secondi e ancora nessuno ha cercato di uccidermi… OH WAIT!

Altri aspetti criticati possono essere riconducibili allo strettissimo Punto di Vista adottato nel film. Ad esempio, si è criticato il fatto che nel film appaiano solo tre Spitfires attivi nella difesa della ritirata da Dunkerque. In realtà erano molti di più. Uno potrebbe argomentare che la vicenda dei piloti prende solo poche ore, e si potrebbe supporre che in quel preciso momento e in quella frazione di cielo erano solo in 3. Stesso vale per i francesi, quasi invisibili (di questo parleremo anche dopo). Il Punto di Vista a terra è quello di un tommy esausto e terrorizzato. Il personaggio non è una cattiva persona (dà una mano al prossimo quando ne ha occasione), ma è consumato da un unico problema: scappare. In quel frangente, non gliene frega niente dei francesi. A stento li vede. Ed è realistico che sia così.

Altre scelte sono molto meno giustificabili: il film di Nolan pare implicare che le Little Ships furono responsabili per il miracolo di Dunkerque. La partecipazione dei civili è senza dubbio uno splendido esempio di gagliardia, solidarietà, coraggio e abilità. Migliaia di uomini sono stati salvati in questo modo. Tuttavia il grosso del lavoro è stato fatto da (sorpresa sorpresa) i Destroyers.

E’ ovvio che, da un punto di vista narrativo, far salvare soldati esausti da valorosi civili è molto più poetico e simbolico eccetera. E’ certamente una bella scena, ma una licenza alla realtà che non era indispensabile (la storia delle Little Ships è abbastanza spaccaculi così com’è, non ha bisogno di essere gonfiata). E’ un po’ una trombonata, ma alla fine è un film di Nolan, una trombonata da qualche parte ce la deve infilare!

Altri difetti non hanno giustificazioni. Tipo la totale assenza, tra gli inglesi, di facce scure.

Non è tanto un problema particolare di questo film (di nuovo, magari il protagonista semplicemente non li incrocia), quanto della narrativa in generale. Spesso Hollywood tende a ritrarre le Guerre Mondiali come un conflitto tra europei bianchi.

Non voglio buttarmi in una disamina sull’importanza delle minoranze in narrativa, perché è un discorso complicato che merita un articolo a parte. Il fatto è, c’è una ragione se i Me 109 hanno il naso giallo, se i francesi appaiono poco, se i tedeschi sono demoni senza faccia. C’è una ragione anche dietro ai 3 Spitfire (se sono solo tre contro la Luftwaffe la lotta appare impari, ergo più eroica e drammatica) o al ruolo sproporzionato delle Little Ships.

Qual è la ragione dietro alla totale assenza di truppe Commonwealth? Che scopo narrativo serve, a parte il fatto che non gliene frega un cazzo a nessuno?

Al di là del discorso da social justice warrior, si tratta qui di sciatteria. Non cambiava niente metterli, sono stati scordati perché sticazzi. Che non è molto diverso dal vichingo in giubba nera perché “fa figo”. La sciatteria è sempre un difetto.

Tornando alla storia, Nolan ha scelto un punto di vista estremamente ristretto. I tedeschi sono ombre senza faccia che appaiono dal niente quando meno te lo aspetti. Gli stuka sono mostri volanti che ti piombano addosso strillando come Nazgul. Ti sembra che il tuo compagno pilota ti stia salutando dal suo aereo ammarato? In realtà è bloccato nella carlinga e sta chiedendo aiuto mentre affoga.

Il film è magistrale nel rendere il senso di tensione, panico e smarrimento, guadagnandosi complimenti da critici e veterani della Dunkerque quella vera. Le informazioni sul conflitto vero e proprio sono minime, solo quelle strettamente necessarie perché lo spettatore profano riesca a raccapezzarsi.

Personalmente ho anche trovato magistrale l’accenno alle truppe francesi. Ricoprono pochissimo tempo, e ciò è coerente col Punto di Vista, ma i pochi dati che vengono offerti bastano a tracciare un’immagine precisa della situazione.

Nella prima scena in cui appaiono, sono mostrati mentre presidiano la strada e proteggono la ritirata inglese. In una seconda scena, dei soldati francesi esausti e disperati cercano di imbarcarsi con gli inglesi, che li respingono senza complimenti. Le poche scene in cui i francesi compaiono rendono in modo magistrale una situazione crudele (gli inglesi stanno lasciando indietro gli uomini che hanno protetto la loro ritirata) e inevitabile (gli inglesi devono tutelare prima di tutto il loro esercito, primo perché è uno dei migliori in campo e secondo perché grazie al cazzo!). Il senso di ingiustizia e impotenza è chiaro, non necessita lunghi dialoghi o scene drammatiche.

Senza spoilerarvi la fine su chi vive e chi muore, il film si chiude con il discorso di Churchill. E’ una chiusura appropriata, che presenta alla fine le due dimensioni estreme del conflitto: la Guerra Mondiale e la lotta del singolo per restare vivo.

La sempiterna lotta del soldato

Questo film è uno dei migliori esempi recenti di show don’t tell. I personaggi non parlano di cosa provano, di cos’hanno vissuto o di cosa ne pensano dela situazione: la scena e la recitazione da sole ci danno tutte le informazioni di cui abbiamo bisogno. Nolan fa un uso eccellente del medium visivo a sua disposizione.

In Dunkirk possiamo godere di tutti i pregi di Nolan, senza (quasi) nessuno dei suoi difetti.

Regia

 

Fotografia

 

Recitazione

 

Saltuaria sciatteria o trombonaggine

 

Musica

 

Ritmo

 

Gli stuka. Tutto è meglio con gli stuka.

 

E’ un film perfetto?

No. But close.

Lo straconsiglio. In particolare se avete occasione di vederlo su grande schermo.

MUSICA!

P.S., anche se non lo specifico alla fine di ogni recensione, ci tengo a ricordare che i Grumpies disegnati da Christian Stocco sono bellissimi. Nel caso qualcuno non ci avesse fatto caso.

Good times, bad times: Storia e propaganda

Ogni qualche tempo scoppia da qualche parte una virulenta polemica a spunto più o meno storico.

Una nuova via, un murales, una citazione usata da un politico o un giro di frase apparso in un giornale.

E’ inevitabile, e oggi vorrei parlare del perché.

Per fare un esempio concreto, possiamo prendere la disgraziata diatriba sulla targa dedicata a Giuseppina Ghersi, bambina uccisa pochi giorni dopo la Liberazione.

Per chi vivesse in una lieta bolla e non avesse seguito: poco dopo la Liberazione, la famiglia Ghersi fu arrestata perché in odore di collaborazionismo. I genitori furono incarcerati, mentre la figlia Giuseppina, di 13 anni, fu ritrovata morta ammazzata nei pressi del cimitero.

Fin qui è una storia tragica nella propria banalità. Vendette e crimini di questo genere si sono verificati sempre e da sempre alla caduta di un regime, dopo una sconfitta o dopo una vittoria.

Come spessissimo accade in questi casi, il fatto è affogato nei sentito dire più fumosi.

L’hanno violentata i comunisti. Sono stati i partigiani (che notoriamente erano tutti comunisti). I genitori erano fascisti. La bambina era una spia. Insomma, tutta la gamma del caso, tutte cose perfettamente verosimili, nessuna delle quali è però stata verificata per davvero.

Questa è una storia tra i milioni di fattacci capitati in quegli anni.

Non c’è stata nessuna inchiesta recente sui fatti, nessuna scoperta particolare, quindi perché parlarne ora?

Perché a Giuseppina Ghersi sarà dedicato un monumento a Noli.

Il consigliere comunale, di aperte simpatie neofasciste, ha pensato bene di piazzarle un bel cippo in Piazza Rosselli (trolling much?).

Prima di entrare nel merito del dibattito (che come di consueto si è mantenuto sui livelli di “pallate di merda nel fango”), è importante capire perché c’è un dibattito per cominciate, e perché ci sarà sempre in queste occasioni.

Lo scopo dell’articolo non è tranciare su quanto sia una buona idea mettere il cippo, né su cosa davvero è accaduto in quei giorni di caos. Lo scopo di questo articolo è sviscerare una discussione idiota (ma avranno fatto bene o non avranno fatto bene a uccidere una bambina?) affinché sia possibile avere un punto di vista un minimo più articolato sul ruolo della Storia nella retorica contemporanea.

Al di là dell’ignoranza, l’ipocrisia e l’inettitudine retorica, la ragione principale per cui casi come questo scatenano discussioni da porcile intasato è l’incapacità della persona media di riconoscere l’importanza del contesto. Per la persona media, una faccenda simile è semplice: o è giusto mettere un cippo, o è sbagliato. O Giuseppina Ghersi merita un cippo, o non lo merita.

Purtroppo questo atteggiamento fa un pastone immondo, dacché confonde diversi fattori distinti.

Smontiamo quindi questo puzzle.

Immagine di propaganda menzognera: i gatti sanno sempre quel che stanno facendo, sono i vostri miseri cervellini umani che non riescono a capire

Tanto per cominciare abbiamo due piani paralleli: la realtà storica e la percezione attuale (perché ricordiamolo, le società non si rapportano mai alla realtà, ma al racconto della realtà, a un modello di realtà).

Nella realtà storica, l’elemento originale è un fenomeno (fatto, persona, ideologia, ecc.), nella percezione l’elemento originale è la narrativa dominante, il punto di vista, la presa di posizione. In altre parole, mentre un ricercatore è formato a distaccarsi e cercare elementi con cui costruire un quadro, la persona normale ha già un quadro e cerca nella Storia elementi che lo corroborino. Uno storico cerca di comprendere, la persona media cerca conferme.

Con questo non voglio intendere una superiorità intellettuale dello storico. Lo stesso problema lo ritroviamo in tutti i campi: il climatologo cerca di capire gli uragani, la persona media ha una sua idea sul Cambiamento Climatico e cerca articoli accessibili che le diano ragione. E così per molti altri campi: la ricerca richiede una certa sincerità d’intenti, la vita di tutti i giorni no.

La percezione può essere più o meno prossima alla realtà dei fatti, ma spesso la seconda è in larga parte accessoria.

Torniamo alla Storia.

Cominciamo dai fatti. Un bel giorno, da qualche parte, succede qualcosa. Nella fattispecie, una ragazzina viene trucidata. Tale fenomeno può (e dovrebbe) essere oggetto di studio storico il più preciso e oggettivo possibile, prima che ne sia tratta una qualsiasi conclusione (morale o meno).

Questo studio però avviene a sua volta in un momento storico, in cui individui sono alla costante ricerca di elementi che confermino la loro idea di mondo.

Capita spesso quindi che una ricerca che poteva essere oggettiva nel contesto accademico perda ogni oggettività nel contesto ideologico. E’ un problema, perché cambiando il contesto cambia completamente il fine del discorso.

Ad esempio, lo studio dei crimini partigiani può essere interessante per capire motivazioni, diamiche dei gruppi, meccanismi psicologici, ecc. Al di fuori di un contesto di ricerca, lo stesso studio è spesso usato nell’apologia del fascismo: siccome le carognate le facevano anche i partigiani, allora i fascisti non erano poi così cattivi (la falsa equivalenza è un grande evergreen di questo genere di manipolazioni).

Per certi versi è normale (oserei dire giustissimo) trarre dalla Storia i “mattoni” con cui costruire la propria visione di mondo. Il problema è che prima di poterlo fare con successo è necessario capire ciò che si maneggia, e la triste realtà è che di capire non frega un cazzo a nessuno.

Nella fattispecie, a Casa Pound non importa una virilissima mazza di cosa è successo a Giuseppina Ghersi o perché, il punto è che la sua morte conferma la narrativa de “i partigiani comunisti e cattivi che saccheggiavano l’Italia” con il corollario “la nostra ideologia è buona e giusta perché i veri cattivi erano loro”.

Parliamone!

La strumentalizzazione politica della Storia è costante e sfinente per chi cerca di fare un lavoro serio. Specie quando si tratta di Storia recente, la trappola retorica è sempre presente.

Ma torniamo ai monumenti et similia.

Perché, secondo voi, non esistono monumenti ai morti della Hitler-Jugend? Si tratta di ragazzini, e se andiamo a cercare al caso per caso possiamo trovare decine di esempi di disgraziati giovanissimi vittime della guerra tanto quanto Giuseppina Ghersi.

Eppure non facciamo loro monumenti.

Perché il messaggio retorico del monumento potrebbe facilmente essere usato per fare l’apologia del Nazismo.

Un monumento, una commemorazione, una targa, portano automaticamente con sé un messaggio propagandistico. “Propagandistico” non è inteso qui in accezione necessariamente negativa, bensì come discorso il cui scopo è modificare la percezione e quindi il comportamento del prossimo.

In parole povere, se il fenomeno storico ha un suo contesto, anche il discorso sulla Storia (e in particolare monumenti e commemorazioni) ce lo ha. Un monumento non è mai anodino, ha sempre una storia sua, una ragione e uno scopo, in gran parte indipendenti dall’evento o dalla persona a cui si ispira.

Questo perché un fenomeno è un fatto, mentre un monumento è un’azione, un fenomeno appartiene al mondo del reale mentre un monumento appartiene al mondo della retorica e delle idee.

Non è strettamente necessario che lo scopo di una commemorazione sia politico. In The Art of War i Sabaton celebrano le prodezze militari della Divisione Fantasma, così come l’eroismo polacco a Wizna, l’inutile spreco di vite a Gallipoli ecc. Nel contesto, è chiaro che lo scopo dell’album è parlare della Guerra in quanto tale, nel suo orrore e nel suo splendore, senza spingere un’agenda politica particolare. Ghost division è diventata una dei loro cavalli di battaglia e non è mai stata oggetto di grande controversia, nonostante parli di nazisti.

Qualcuno avrà seguito la diatriba sui monumenti confederati in America. Perché oggigiorno dovremmo preoccuparci di come Lee trattava i suoi schiavi? Alla fine sono statue di gente morta secoli fa.

Al di là di tutte le chiacchiere e le trombonate, la persona reale del Generale Lee conta fino a un certo punto, quella che pone problema è la storia delle statue stesse. Molte di queste non sono state costruite ai tempi della guerra o subito dopo, ma durante il periodo delle Jim Crow Laws e sorgere del KKK (1890-1920) e durante la lotta per i diritti civili (1960-70). In altre parole, questi monumenti non sono nati dal sincero e apolitico desiderio di ricordare un buon militare, ma dal dichiarato e politicissimo intento di intimidire una comunità e celebrare la superiorità dei Bianchi.

Nel comune di Vitry sur Seine (tradizionalmente bastione comunista) moltissimi toponimi celebrano l’URSS, tipo il Boulevard de Stalingrad (che poi muta in Boulevard Yuri Gagarin, LOL). Nonostante il successo che riscuote il fascismo di questi tempi in Francia, nessuno se n’è uscito con “Vitry deve cambiare i toponimi”, nonostante siano oggettivamente celebrativi di quella che è stata una delle dittature più longeve e opprimenti dell’ultimo secolo.

Il Boulevard di Stalingrad in tutto il suo splendore! Ammirate l’opera industriosa della mano emancipata del lavoratore Vitriota! 

Qual’è la differenza con le statue confederate?

Ci sono tante differenze, ma quella che a parer mio è discriminante è che, mentre in America esiste una vocale apologia del Suprematismo Bianco, in Francia nessuno sta facendo l’apologia dell’URSS! Nessun giornalista sta difendendo i lati positivi della politica di Andropov e nessun politico si sognerebbe mai di dire che Stalin non era poi tanto male. Pertanto ora e in questo contesto, toponimi simili si sono svuotati di significato per diventare folklore. Quando inizi a vedere le frecce per il Cremlino (giuro!) vuol dire che sei a Vitry. Se mai un giorno dovesse esserci un recupero dello Stalinismo e un movimento apologista, toponimi simili si ritroverebbero automaticamente al centro della polemica.

Un monumento continua infatti ad avere una vita, e può evolvere in significato negli anni e nei secoli. La Colonna Traiana è nata come simbolo del potere di Roma di schiacciare e sottomettere i propri nemici, una cosa non molto diversa dal soldatone sovietico che torreggia sopra la città di Plovdiv in Bulgaria. Oggigiorno la colonna rappresenta un reperto storico senza particolari slanci colonialisti. Quelli che guardano il bassorilievo e sghignazzano “aha, maledetti Daci!” sono certamente pochissimi. Svuotato del suo intento politico originale, la Colonna può essere apprezzata per il suo valore artistico, per l’apporto storico, ecc.

Nulla toglie che un domani qualcuno si appropri di questo monumento per farne il simbolo di qualcos’altro, come quando i fascisti si appropriarono del Fascio Littorio. Dopotutto è la ragione per cui in ricostituzione vichinga la gente spesso evita di usare svastiche (motivo molto diffuso in Scandinavia).

Ad esempio, Marte è ormai un chiaro simbolo fascista

Torniamo a Giuseppina Ghersi. Stabilito che un monumento ha sempre uno scopo retorico e propagandistico, che ne è di questo benedetto cippo?

Come detto prima, il contesto è tutto. Perché dedicare un cippo a lei e ora?

Perché il monumento di Giuseppina Ghersi è una provocazione. E’ stato ideato da gente con chiare simpatie fasciste in un momento in cui il reato di apologia del fascismo viene inasprito.

Lo scopo è raccontare la storia di una povera piccola martire del Partito, torturata e uccisa da briganti assetati di sangue. Puntando il dito ai crimini impuniti della Resistenza (che esistono) si offre sponda alla falsa equivalenza (anche i partigiani commettevano crimini come i repubblichini -> i partigiani non erano meglio dei repubblichini -> i repubblichini non erano poi tanto male).

Ovvio, storicamente ha poco senso recriminare in questi termini. Abbiamo esempi di partigiani impuniti e abbiamo esempi di gerarchi impuniti (*coff* Rodolfo Graziani *coff*). Si potrebbe avere un’educata discussione in proposito, ma di nuovo, non è lo scopo.

Questo gioco permette peraltro di indurre la sinistra a opporsi nel modo più idiota possibile (cosa che alla sinistra riesce spesso bene). Nulla da dire, ha funzionato, visto che la risposta è stata “niente cippo perché lei era fascista”.

Sul serio? Il problema è davvero che Giuseppina Ghersi era una bambina cattiva? Non ci sono prove verificate di ciò, come non ce ne sono della sua completa innocenza. Il punto resta: aveva tredici anni, era una bambina.

In realtà il problema non è lei, ma lo scopo del monumento succitato. Il problema non è ricordare una vittima, è offrire elementi a un discorso apologista che sta prendendo sempre più vela in Italia e in Europa.

Also, cats are like nazis, but that’s another story…

L’esempio del cippo a Giuseppina Ghersi mostra bene il conflitto che nasce dall’appropriazione della Storia, e l’incapacità intellettuale delle varie parti di avere una discussione intelligente a questo proposito.

La strumentalizzazione politica impedisce un dialogo sereno su certi temi, e la Storia sarà sempre usata in questo modo. La diatriba su monumenti, commemorazioni et similia non si cheterà mai. Non può chetarsi e per certi versi ciò è inevitabile. La Storia è una miniera troppo ghiotta di argomenti e analogie.

La democrazia implica una costante lotta di influenza sulla visione del mondo della maggioranza dei cittadini. La propaganda è principio e fine di ogni cosa, il gioco funziona in questa maniera e c’è poco da fare. Ha i suoi pregi e i suoi difetti o, per usare le parole di Churchill: Democracy is the worst form of government, except for all the others “.

Quanto a ‘sto benedetto cippo, sarà costruito e sta ora attirando consensi anche dalla sinistra. Potrebbe essere una strategia: appropriarsi del simbolo altrui per vuotarlo della sua carica retorica. Il punto resta che nessuno dei tizi coinvolti ha preso posizione perché sinceramente sconvolto dal brutale omicidio di una ragazzina, dacché di nuovo, Giuseppina è puramente accessoria in questa diatriba.

Quindi qual’è la morale alla fine di questo discorso?

Se quello che si vuole è una visione del mondo il più possibile ancorata alla realtà, partigianismo e opinioni facili su Giusto e Sbagliato sono da tirare nel bidone. Imparare a capire l’importanza del contesto è indispensabile, ed è l’unica cosa che può combattere la strumentalizzazione politica della Storia.

Far finta che qualcosa esista al di là del proprio contesto è ignorante e ipocrita. Se si vuole discutere serenamente di temi e fatti, è necessario imparare a tener conto di ciò ed elaborare opinioni un minimo più articolate di “sei Cattivo/sei Buono”.

Certo, se dipendesse da me il problema non sussisterebbe perché io non sono mai stata democratica.

VIVA IL RITORNO AL FEUDALESIMO REALE, VIVA L’IMPERATORE E IL CULTO DEI GATTINI!

MUSICA!

Illustri Sconosciuti: Taira no Masakado (interludio)

Nella scorsa puntata avevamo lasciato Taira Masakado e i suoi in un Est relativamente pacifico. La faida familiare che aveva messo la regione a ferro e fuoco pare conclusa per esaurimento di parenti e Masakado ha perfino giocato un ruolo indispensabile nel mantenimento della pace nella provincia di Musashi.

Purtroppo le grane volano sempre a squadriglie, e ci tocca mollare le colline selvagge del Bandō per dare un occhio alle infamie meditate nella Capitale.

Come accennato spesso in articoli precedenti, la Corte di Heian è il centro pulsante della burocrazia imperiale, gremita di funzionari di ogni risma e sede di una classe nobiliare tanto prolifica quanto onerosa. Il peso sul bilancio degli alti aristocratici non ha niente da invidiare a Luigi XIV, e il protocollo severo della Corte, insieme ad un sacco di fisime rituali su purezza e complicazioni creative, costituiscono un fardello non indifferente.

Heian è una metropoli che riunisce in sé il fiore dell’eleganza nobiliare, la fervente produttività artigianale, la miseria più nera e il crimine più disinvolto. All’angolo di un grande viale, la residenza di un ministro è cinta da un muro, ha guardie alle porte. Al suo interno sono organizzati concorsi di poesia e concerti su stagni artificiali. Poco più in là, la bottega di un fabbro macina carbone senza tregua, martellando spade e armature per gente come Masakado, acciaio laccato pronto per essere deformato a colpi di sciabola. A sud, nella grande Porta di Rashō, disgraziati trascinano e abbandonano cadaveri emaciati, bambini non voluti, malati moribondi. Mendicanti e sciacalli frugano nella massa putrescente, contendono con i ratti, staccano capelli ai morti per farne parrucche di lusso o amuleti.

Senza le mura, ladri e assassini scorrazzano per le larghe strade, insieme a mercanti, frati, carovane, e pattuglie di kebiishi, i castigatori Imperiali. Cani randagi rosicchiano carcasse di bestie da soma abbandonate, mentre due strade più in là i frati della montagna portano in giro palanchini sacri decorati, sotto lo sguardo di dame nascoste in carri sontuosi, drappeggiati di broccato di seta.

Heian è la città dei contrasti, del surrealismo e della bizzarria. Una metropoli di strade perpendicolari e caos, che in qualche modo sopravvive a sé stessa sfidando la comprensione di contemporanei e storiografi.

Una veduta aerea di Heian (la foto potrebbe non essere d’epoca)

Heian è una colossale sanguisuga sulla groppa dell’Impero. Ha bisogno dei cavalli e dei guerrieri dell’Est. Ha bisogno dei tributi, del carbone per il suo acciaio sempre più rinomato. Ha bisogno dei marinai del Mare Interno, che la collegano con Kyūshū, e da lì con il Continente.

Heian mischia insieme un caos semi-costante a una fragilità delicata. Tutto potrebbe ucciderla, eppure niente sembra riuscirci.

Ma se il livello di entropia è costante, le cose non sono mai statiche: in questo periodo qualcosa di radicale sta cambiando nella Capitale, qualcosa che avrà ripercussioni su tutto l’Impero.

Celato dietro un pilastro, il ministro Tadahira medita nequizie

All’inizio dell’VIII° secolo, la Corte aveva ultimato i Codici, una riforma ciclopica votata a trasformare una massa di capi tribali e signori regionali in uno Stato moderno, ispirato ai governi di Corea e Cina. Niente più ordalie per scegliere i capi, niente più “buttiamo tutti nella vasca dei barracuda e incoroniamo chi riesce a uscirne vivo”, basta con la barbarie! Nasce un Governo strutturato, con ministeri, uffici, commissioni, documenti ufficiali, un sistema dettagliatissimo di ranghi e funzioni, timbri e carta da bollo.

Il nuovo sistema creato dai Codici però non cancella il passato tribale dell’Arcipelago: lo assorbe. I legami personali, il potere privato, il privilegio di nascita, tutto questo rimane, un controcanto discreto sotto la struttura rigorosa di ranghi e concorsi. E verso la metà del X° secolo, il modo di esercitare il potere cambia di nuovo.

Come tutti i processi, non è possibile individuare esattamente una data di inizio. Sta di fatto che verso questo periodo cominciamo a vedere alti funzionari riposarsi sempre più sul loro réseau privato che non sulla loro funzione.

Il problema della burocrazia è sempre lo stesso: è lenta, è ingombrante, è poco efficace. Sicché invece di impiegare i canali istituzionali, gli alti papaveri prendono l’abitudine di gestire gli affari di Stato come affari privati. Si sviluppa un’era di clientelismo in cui i legami personali (di sangue o artificiali) fano progressivamente aggio sulla regola ufficiale.

Questo è un cambio di tendenza importante, dacché sposta il centro gravitazionale del potere dall’Istituzione (un concetto astratto) alla persona (un essere umano in carne ed ossa). Società che obbediscono a concetti astratti e società che obbediscono a persone sono fondamentalmente diverse.

Sia chiaro, non tutti gli strati della società sono uniformi, e il secondo modello, come accennato, aveva radici antichissime e non era mai stato davvero superato. Tuttavia ora questa tendenza si diffonde sempre più nelle sfere più alte dell’amministrazione, svuotando di potere e significato le istituzioni dei Codici.

Un esempio di questo momento di cambiamento è incarnato d Fujiwara Tadahira, uno degli attori della nostra tragedia.

Sire Teishin (nome postumo di Tadahira) è visitato dal Fantasma delle Grane Future.
Tsukioka Yoshitoshi, 1865

Tadahira appartiene al ramo nord dei Fujiwara, il clan aristocratico più potente del Giappone. E’ il quarto figlio di un ex-Reggente Imperiale, ed erede adottivo di un altro Reggente Imperiale. Sul finire del IX°, il nostro giovane squalo entra nelle buone grazie dell’Imperatore Uda, che lo prende come uomo di fiducia. I due sono così vicini che, nel 901, Tadahira sposa Minamoto Nobuko, sorellastra di Uda (come detto in precedenza, i pargoli imperiali in eccesso venivano radiati dal clan e veniva loro assegnato il nome Taira o Minamoto).

Negli anni che seguono, Tadahira naviga con abilità il pericoloso mare di Palazzo, riuscendo a schivare scandali e vendette politiche in un periodo di grave tensione tra membri della famiglia imperiale. Galleggiante come un tappo di sughero, riesce a legarsi anche all’Imperatore Daigo, nonostante il pessimo sangue che correva tra questi e il padre Uda.

Nel 925 Tadahira diventa Ministro della Sinistra, la seconda carica più prestigiosa prevista dai Codici, e presto si trova a dover usare della sua nuova autorità.

Con gli anni ’30 del X° difatti comincia un periodo infame. Raccolti scrausi s’incugnano uno dietro quell’altro, provocando fame generale, con relativo picco di criminalità, ritardi nell’arrivo dei tributi e fermento sociale. I pirati imperversano nel Mare Interno e lungo il fiume Yodo, gente fugge dagli esattori, nuove sette religiose nippomillenariste si diffondono, prime tra tutte quella del monaco Kūya. Perché quando la vita è una merda, la cosa più costruttiva da fare è correre in giro sbatacchiando un gong e urlando “FINIREMO TUTTI ALL’INFERNO, DANNATI ZOZZONI!”.

Gente di Heian cerca riparo da una battente pioggia di madonne (Ban dainagon ekotoba, XII° secolo)

Il 939 è un’annataccia tra le annatacce, e casca particolarmente male per Tadahira, che ormai è Ministro degli Affari Supremi (AKA, l’uomo più importante dell’Impero dopo l’Imperatore… o anche prima).

I raccolti sono scarsi e di pessima qualità, il che fa esplodere i prezzi del cibo e aggrava la carestia generale che imperversa già da cinque anni.

Nel frattempo la pirateria nel Mare Interno conosce un nuovo picco. Si parla di una regione nevralgica per gli scambi tra i tre circuiti del San’yōdō, Nankaidō e Saikaidō. Come potete leggere in dettaglio in questo articolo, il casino in queste acque furoreggiava almeno dal 931, ma sotto la guida dell’ex-funzionario Fujiwara Sumitomo, il Mare Interno è diventato un brodo di grane senza redenzione.

Tadahira si trova quindi preso nel mezzo: scazzi tra guerrieri all’Est, filibustieri ad Ovest.

Il Mare Interno è più vicino alla Capitale, quindi prende priorità. Tanto più che Tadahira è stato patrono di Masakado, e conta probabilmente di avere ancora presa sul nostro eroe. Mentre si discute se cercare di comprare Sumitomo oppure no, leggiamo sul diario di Tadahira: “Convocare Masakado e chiedergli cosa diavolo sta combinando di preciso”.

Si tratta di una convocazione privata. Tadahira vuole regolare la faccenda da uomo a uomo!

Poche settimane dopo la notazione, due figuri arrivano alla Capitale.

Uno è Sadamori, coperto di botte e pelo di cinghiale. Ancora scosso dal viaggio, il nostro comincia a postulare presso funzionari e patroni per difendere il suo caso contro Masakado.

Allo stesso tempo, alla Capitale ricompare Minamoto Tsunemoto.

Tsunemoto non è stato incluso nell’incontro diplomatico di Musashi, in cui Masakado è riuscito a mettere d’accordo il vicegovernatore temporaneo (il principe Okiyo) e il magistrato di distretto (Takeshiba). Purtroppo, a seguito di un disguido, Tsunemoto ha avuto un increscioso incidente con gli uomini di Takeshiba e se l’è data a gambe di gran carriera. Tornato a Corte, afferma che nell’Est si trama una rivolta in grande stile contro la Corte, orchestrata da Masakado, Okiyo, Takeshiba e il topolino che al mercato mio padre comprò.

Siamo praticamente sicuri che queste accuse sono state fatte e che erano, a questo stadio, false come una banconota da tre euro. Tuttavia la storia suona vera.

Ergo il nostro Tadahira si trova a dover considerare la possibilità che il suo cliente stia meditando infamie di portata Storica. Perché ricordiamocelo: se scapitozzi tuo cugino per questioni private va bene, ma se lo scapitozzi in quanto funzionario per sfidare l’autorità della Corte, allora NON VA PIU’ BENE.

Tadahira si affretta quindi a mandare una convocazione a Masakado. Non si tratta di un documento ufficiale, bensì di una lettera privata, portata da un suo uomo di fiducia. Il fatto che Tadahira ricorra a un picciotto per invitare Masakado “e discuterne da galantuomini” è per alcuni storici la prova che siamo ormai nella fase clientelista del governo aristocratico.

Tell me Masakado, let me understand this cause, ya know maybe it’s me, I’m a little fucked up maybe, but I’m funny how, I mean funny like I’m a clown, I amuse you? I make you laugh, I’m here to fuckin’ amuse you? [Estratto dalla lettera mandata da Tadahira a Masakado, 939]

E’ anche opportuno notare che di sicuro stiamo entrando nella fase “ma anche no!” dei disordini orientali: a questo giro Masakado non si schioida dal Bandō! Manda una risposta, beninteso, supportata da lettere e testimonianze (più o meno spontanee) di funzionari provinciali. Ma il punto è: Masakado non si fida più della Corte (che già si è dimostrata volubile) e non si fida più di Tadahira e della protezione politica che è disposto a concedergli. Il nostro non ha intenzione di ribellarsi (continua a rispettare i funzionari), ma non riconosce più appieno l’autorità di Heian, sia essa istituzionale o personale.

Intanto a Corte le accuse di Tsunemoto vengono discusse. Dopo quei 3-4 mesi standard di inferno burocratico, si decide di mandare degli investigatori, perché il tempismo è tutto in caso di rivolta armata. Parte quindi la caccia al candidato volontario che si recherà (baionette alle reni) nella fossa del leone, mentre Tsunemoto viene ficcato in gattabuia.

Questo non deve sembrare una presa di posizione a favore di Masakado: procedura standard era incarcerare accusato e accusatore per la durata dell’inchiesta. Se i due erano glebani, si procedeva a pestare loro e tutti i testimoni possibili finché tra una randellata e l’altra non usciva una versione dei fatti più o meno coerente e convincente. Se i due erano gente importante o (come nel caso di Masakado) gente fumina, si doveva purtroppo usare i guantini, interrogare gente, scartabellare verbali e tutta quella roba noiosa lì.

Il primo scoglio è ovvio: Masakado non è venuto a Heian.

Tadahira convoca Sadamori.

-Ho buone notizie!- Lo accoglie con un sorriso. –Ho deciso di non accettare le scuse di Masakado e di imporgli, hai capito bene, imporgli di venire qui a spiegarsi davanti alla Corte!

Sadamori è un pessimo guerriero ma un ottimo politico. Stringe i denti e le chiappe.

-Oh. Molto bello.

-Ho già preparato la letteraccia di convocazione ufficiale e perentoria.- Tadahira agita l’indice. –La tolleranza è finita. E’ ora di fare le cose secondo le regole!

-Mi fa piacere.

Il sorriso di Tadahira si allarga. –Non mi hai chiesto chi sarà il gagliardo funzionario incaricato di portare la lettera.

-No.

-Non lo vuoi sapere?

Sadamori deglutisce a vuoto.

Tadahira sogghigna. -Spero che tu faccia buon viaggio, sai. In questo periodo ci sono un sacco di matti lungo la strada.

-Masakado è un guerriero migliore di me! Mi stacca la testa e ci fa un’insalatiera!

Tadahira si stringe nelle spalle. –Forse o forse no. Che tu riesca o che tu muoia, un problema almeno sarà risolto.

Gli investigatori ufficiali intanto si sono asserragliati nel cesso. Fuori, i kebiishi picchiano sulla porta.

-Venite fuori!

-No!

-Dovete partire, è un ordine!

-Vogliamo un esercito di scorta!

-Se arrivate con un esercito, Masakado pensa di essere stato condannato e tira giù tutte le madonne. E’ un rischio che non possiamo correre. Avrete una scorta prevista dal regolamento.

-Ogni volta che lo dici ci ricaghiamo addosso.

-Non potete restare chiusi al cesso per sempre!

-Lo dici tu!

-Se non uscite subito sarete privati di funzione, rango, abito e baffi!

-Ottimo. Tanto avevamo la ferma intenzione di trasferirci in Nepal per vivere come capre (cit.).

Dopo mesi di stintignamenti, i due vengono condannati per renitenza al martirio e privati di funzione, rango e stipendio (saranno perdonati 2 anni dopo).

Mentre questa costruttiva pantomima va avanti, la Corte sceglie nuovi funzionari per le provincie orientali, di preferenza gente con contatti sul posto e buoni rudimenti di tattica e combattimento.

Sembra che tutto stia ingranando, quando i pirati di Sumitomo rilanciano attacchi su grande scala. Uno dei suoi riesce ad agguantare il governatore di Bizen e gli mozza il naso e le orecchie prima di farlo linciare dai propri uomini. Se Masakado mostra riguardo e rispetto per i funzionari, i pirati del Mare Interno nutrono il più sfacciato disprezzo per gli Imperiali.

Sugli inizi del terzo anno dell’era Tengyō, Sumitomo arriva fino ad appiccare incendi alla Capitale stessa.

Leggenda narra che Masakado e Sumitomo si fossero accordati per attanagliare la Corte in contemporanea. In realtà non esiste nessuna prova di ciò, nemmeno circostanziale. Quello che è probabile, è che quel malandrino di Sumitomo abbia sentito parlare del casino nell’Est e ne abbia approfittato, contando sul fatto che, presa tra due fuochi, la Corte non avrebbe avuto la forza e lo spirito di reagire con troppa veemenza.

Nel qual caso: BINGO.

La Corte decide che è il momento di calare le braghe.

Ma con chi?

Masakado è fuori mano, popolare, capace e astuto, arroccato nel centro di quello che è il cuore militare del Paese. Dai potere a un uomo del genere, e non sai se e quando glielo potrai togliere. Plus, Masakado è un guerriero dell’Est, e gli aristocratici non capiscono i guerrieri dell’Est. Non capiscono chi sono, cosa vogliono, cosa temono…

Sumitomo è diverso. Sumitomo è un ex-funzionario, è familiare, è semplice. Vuole soldi, vuole potere, vuole prestigio. Lineare, elementare. Gli offrono rango e posizione perché l’abbozzi, e sul momento funziona: Sumitomo richiama i suoi cani. La Corte può tirare il fiato e preoccuparsi dell’Est.

Come spiegato nell’articolo su Sumitomo, la pace comprata in questo frangente non dura. Ma da qui in avanti ci concentreremo sull’Est. Nubi di tempesta si ammassano all’orizzonte. La Corte non può più permettersi di temporeggiare e Masakado comincia ad averne le palle piene dei tentennamenti degli aristocratici.

Per usare un’espressione yankee: la merda sta per colpire il ventilatore.

MUSICA!


Prima puntata

Seconda puntata

Terza puntata

Quarta puntata

Quinta puntata


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