Diavoli, Lindy Hop e orsi in monopattino: Hellzapoppin’!

Interno, bar.

Sono a bere con un gruppo di amici, gente con una vita e una famiglia che ha comunque deciso che bere un bicchiere con la Tenger fosse un buon investimento di tempo. Valli a capire.

Stiamo parlando di film. L’amico americano lancia il commento:

“Mi piacciono tantissimo i film vecchi!”
“Ah!- M’illumino. -Anche a me! Ma com’era bello e bravo Tony Curtis? Peraltro, ho rivisto di recente Bringing up Baby, lo conosci? Ho sempre avuto una cotta grandissima per Kat-

Mi fissa perplesso.

“Oh, scusa, intendevi ‘vecchi’! Io non ho particolare passione per la roba pre-anni ’30, però è vero che-

Stesso sguardo perplesso.

“Sei un fan di George Méliès?”

“Io intendevo gli anni ’80. 1980.”

“Ma mica sono vecchi!”

“Boh, 30-40 anni fa ormai.”

Oggi parliamo di film vecchi. E quando dico “vecchi” dico vecchi, gli anni ’80 erano pochissimo tempo fa, tipo boh, 10-15 anni fa al massimo!

Nella fattispecie, parliamo di film divertenti, di quello che è secondo me un momento d’oro nella commedia americana: gli anni ’40 e ’50.

Alcuni dei miei film preferiti sono stati girati in questo periodo: Some like it hot, How to marry a millionaire, Operation Petticoat, Arsenic and old lace

Oggi parliamo di un’altra perla del cinema in bianco e nero: Hellzapoppin’!

Oh yes

La storia dietro questo film comincia nel 1918, in un piccolo nightclub di Chicago, dove è prevista una serata vaudeville chiamata Mike Fritzol’s Frolics.

Il vaudeville è cabaret, scenette comiche inframezzate da canzoni popolari, pezzi musicali e sketch acrobatici. Molti dei più grandi artisti dello spettacolo cominciarono col vaudeville: Charlie Chaplin, Buster Keaton, Cary Grant…

Il genere ha avuto un’importanza immane nell’evoluzione del cinema: commedia acrobatica, ritmo e farsa fisica sono palesi in molti film dell’epoca d’oro.

Questa sera de1918, nel mazzo dei cabarettisti compare un duo sconosciuto: Harold Ogden Johnson e John Sigvard Olsen. I due tizi dai nomi vichinghi stanno cercando di riciclarsi dopo che il gruppo musicale che li aveva assunti si è sciolto.

I due spingono un pianoforte su scena davanti a una platea di gente poco convinta. Johnson si lancia in una frenetica sinfonia in ragtime, accompagnato dal violino di Olsen. La musica pimpante è inframezzata da boutades e insulti che i due si scambiano, mentre mettono insieme il testo improbabile di una canzone ridicola.

E’ un successo.

Il duo comico Ole&Chic ha debuttato sulla scena comica!

I roaring ’20 sono un buon periodo per Ole e Chic, e tra alti e bassi i nostri si costruiscono una rispettabile carriera che li porta, nel 1930, ad essere assunti come comici da niente meno che la Warner Bros!

I due norrenoamiericani compaiono in musicals come Gold Dust Gertie e Fifty million Frenchmen, ma il genere musical incappa in alcuni scogli e l’azienda decide di tagliare sulle canzoni e sui film musicali in generale.

A questo punto il duo è riuscito a inserirsi nel mondo dello showbiz: sono loro a lanciare sulla scena un altro celebre duo comico, Abbott e Castello (tradotti in Italia come Gianni e Pinotto, sigh).

Nel 1938, liberi dal contratto con la Warner Bros, Ole e Chic decidono di mettere insieme un nuovo spettacolo musicale. Nasce Hellzapoppin‘ (tradotto in Italia come Il cabaret dell’Inferno), la vendetta del musical!

Hellzapoppin’ al Winter Garden Theater di New York, 1938

Cos’era Helzapoppin’?

In un’atmosfera da circo, con fili del bucato tirati sopra la platea, la facciona di Hitler balena su uno schermo e urla con spiccato accento yiddish, seguito da Mussolini in blackface. Ole e Chic irrompono sul palco e lanciano incalzanti sketch comici fatti di scambi rapidi, insulti e buffonate acrobatiche, musica, balletto, animali ammaestrati!

Gli artisti si susseguono su scena, coinvolgono il pubblico, infliggono scherzi assurdi a colleghi in incognito seduti in platea o anche a spettatori paganti. Alla fine dello spettacolo, le ragazze del coro scendono dal palco per ballare con gli spettatori, le sedie sono spinte via per concludere in una colossale festa danzante con gli artisti.

Il copione cambia da spettacolo a spettacolo in una continua riscrittura che lo tenga sempre fresco, sempre attuale, sempre imprevedibile.

Hellzapoppin’ è un trionfo gargantuesco del vaudeville!

I critici arricciano il naso, ma è un assoluto successo di pubblico.

Helzapoppin‘ sarà lo show con la vita più lunga e il più alto numero di spettacoli del suo tempo, con un totale impressionante di 1.404 spettacoli!

Barto e Mann, due degli artisti di Hellzapoppin’ a Broadway

Lo spettacolo annoverava grandi artisti del vaudeville, come Barto e Mann, un duo di ballerini e acrobati che giocavano sul fatto che uno era uno scricciolo e l’altro un Marcantonio; il prestigiatore Theo Hardeen, fratello minore di Houdini; gli straordinati Harlem Congeroo Dancers (meglio noti poi come i Whitey’s Lindy Hoppers), e tantissimi altri.

Lo spettacolo piacque così tanto che una versione itinerante fu messa insieme e spedita a zonzo per gli Stati Uniti, ma non era finita lì: Hellzapoppin’ sarebbe diventato un film con la Universal Picture!

Manifesto del film

Ole e Chic adattano la follia prorompente dello spettacolo teatrale con l’aiuto dello sceneggiatore Nat Perrin, già affermata penna al servizio dei Fratelli Marx.

Del cast originale restano solo Ole, Chic e i Whitey’s Lindy Hoppers. In compenso saltano a bordo grandi artisti del grande schermo, come la ballerina e attrice comica Martha Raye, l’affermato Mischa Auer, o uno dei tre Marmittoni Shemp Howard.

Il nuovo medium presuppone un radicale cambiamento strutturale (non potendo più smollare blocchi di ghiaccio in grembo al pubblico o altre balordaggini simili), ma offre anche l’occasione di reinventare, e il duo ne approfitta per deridere Hollywood e i film del periodo.

Come dice il regista nel film (insistendo che un film deve avere una trama):

-This is Hollywood, we change everything.

Brace yourselves!

Il film comincia con quella che appare una banalissima scena musicale, con un coro di belle figliole che canta una sdolcinata canzone d’amore scendendo una scalinata.

I once had a vision of Heaven, and you were there

La sbrodolata melensa si trasforma però in strilli di terrore quando la scalinata che svanisce sotto i loro piedi, scaraventando tutti all’Inferno. Dopo i credits, che scorrono davanti a immagini di gente che precipita nell’abisso, un cartello ci spiega che ogni somiglianza tra Hellzapoppin‘ e un film è puramente casuale.

In una bolgia frenetica diavoli in mutande cantano “anything can happen and it probably will!” mentre acrobati e ballerini torturano dannati e inscatolano peccatori.

Un taxi arriva con un colpo di fulmine e scarica Chic e Ole assieme a polli, capre, pecore e bestie assortite.

Dopo qualche minuto di pura follia e metahumor, il tutto si rivela essere il palco di unu studio: Chic e Ole stanno realizzando il film di Hellzapoppin‘. Dopo un frenetico concatenarsi di gag surreali e il suicidio di uno dei cameramen, un furioso regista cerca di spiegare ai due che non possono continuare a snocciolare sketch folli come fanno a Broadway, che “in un film ci vuole una trama”.

-A story.- Ride Chic. -Crazy!

Anything can happen and it probably will!

Il film è costruito con cornici-nelle cornici e metahumor surreale: un tecnico sta proiettando il film di Hellzapoppin’ in un cinema, e nel film Chic e Ole stanno parlando di Hellzapoppin’ col regista, che spiega loro la storia che Hollywood vuole (“ci vuole una storia d’amore!”), e nella storia che Hollywod vuole si sta preparando uno spettacolo teatrale, e così via, un’infinita matrioska del “che cacchio sto guardando”.

Per citare uno scambio nel film:

-Look here my friend, we’re making a motion picture!

-That’s a matter of opinions.

Può sembrare una faccenda molto contorta, ma il ritmo del film è così frenetico e il tono così surreale ed esilarante, che ci si trova a seguire senza porsi troppe domande. E ne vale la pena!

Duckface before it was cool!

Se vogliamo proprio individuare la storia “principale”, al centro di tutto, si tratta di una parodia geniale delle peggio mattonate di Hollywood.

Kitty è una ragazza giovane, bellissima, ricchissima e talentuosissima. E’ corteggiata da Woody, pure ricchissimo e favorito dai genitori di lei. Ma dramma! Kitty è innamorata del drammaturgo squattrinato Jeff.

Kitty ha abbastanza soldi per tutti e due e abbastanza carattere da sfidare il volere dei genitori, ma Jeff rifiuta di fare la vita del mantenuto. Con l’aiuto di Kitty mette su uno spettacolo teatrale che spera di mostrare a un noto produttore di Hollywood.

Se il produttore gli compra lo spettacolo, Jeff sposerà Kitty, altrimenti fuggirà via, lasciando la nostra a sposare il suo caro amico Woody.

Jeff fa quindi appello a Chic e Ole per mettere insieme lo spettacolo, e segue una folle sarabanda di scherzi, canzoni, giochi di prestigio e personaggi caricaturali.

Signore e signori: a coat of arms!

E’ difficile descrivere davvero Hellzapippin’.

Per certi versi è una commedia tipicamente anni ’40, con il botta e risposta serrato, il dialogo velocissimo, gli intermezzi musicali.

La meta-ironia e la satira degli schemi tradizionali però lo rendono un film assolutamente unico che ha ispirato generazioni di commediografi a seguito.

Uno di quelli che di certo hanno pescato più di tutti dalla surreale comicità di Hellzapoppin’ è l’ottimo Mel Brooks. Il suo bellissimo The producers è sicuramente in debito con il film di Chic e Ole.

Un altro elemento comunissimo nel film (ed ereditato nelle pellicole di Mel Brooks) è il continuo rompere della “quarta parete”, il riconoscere che si tratta di un film. In diversi momenti gli attori si rivolgono all’operatore della prima cornice o direttamente al pubblico. Queste gag non sono semplici battute o strizzate d’occhio, ma sono sviluppate e sfruttate al loro massimo potenziale comico.

In un momento del film, ad esempio, il proiettore s’incanta, bloccando il film a cavallo tra due fotogrammi, sicché Chic si trova nel fotogramma di sopra mentre Ole e Woody sono incastrati in quello di sotto.

In un altro momento il secondo proiettore si avvia catapultando Chic e Ole in un film di indiani e cowboy. E così via.

I personaggi sono una compagine memorabile ed esilarante, dove Martha Raye brilla in particolar modo come la rozza ballerina Betty, una specie di ruspa umana determinatissima a violentare il principe Pepi, esule russo e truffatore che si guadagna la vita facendo il buffone per ricchi americani. Durante tutto il film Pepi sarà lo sventurato oggetto delle attenzioni di Betty, in una parodia del topos Hollywoodiano della giovane innocente assediata dallo straniero seduttore e predatore.

Il tutto è punteggiato da pezzi musicali nel miglior stile anni ’40, con uno straordinario spezzone dei Whitey’s Lindy Hoppers, in una rara celebrazione cinematografica di arte afroamericana.

E’ degno notare che tutti i ballerini appaiono in abiti da domestici per poi scatenarsi in un eccezionale numero musicale, probabilmente una frecciata al fatto che, al tempo, l’unico ruolo che un afroamericano poteva ottenere in un film era proprio quello di domestico, a prescindere dal talento della persona. Ricordiamo che negli anni ’40 (e anche dopo) solo il fatto di mettere nella stessa scena attori bianchi e neri era considerato risqué o proprio riprovevole (specie negli stati meridionali). Film come questo o Gone with the wind sono eccezioni, non la regola.

I Whitey’s Lindy Hoppers

Molte delle canzoni non hanno alcuno scopo nella storia (ma poi c’è davvero una storia?), ma sono pimpanti e orecchiabili: Watch the birdie mi resta in testa per ore ogni volta che riguardo questo film!

Non voglio elaborare oltre su tutte le buffonate presenti, perché non è proprio possibile rendergli giustizia in prosa e perché rovinerei le trovate comiche. Come dice la canzone principale: anything can happen and it probably will!

La trama nella trama nella trama nella trama che al mercato mio padre comprò

L’energia dirompente e il ritmo incalzante

Il surrealismo e la creatività

Il cast

La musica

Lo stile vaudeville

La satira delle smarmellate romantiche Hollywoodiane

Hellzapoppin’ è un film spassosissimo che tutti dovrebbero conoscere. Ancora nel 1967 arrivò al secondo posto in un sondaggio fatto dalla Canadian Centennial Commission tra i critici cinematografici di 40 paesi per determinare le migliori commedie di sempre. Altri titoli erano Ninotchka, Shoulder arms e The Navigator.

E’ un trionfo del vaudeville, che invade e deride i tropismi e clichés del cinema.

Non vi spoilero la fine, ma sappiate che questa include invero un orso in monopattino, cani parlanti e uno sceneggiatore preso a rivoltellate.

Lo trovate su YouTube in lingua originale, ma esiste una versione doppiata in italiano, e doppiata piuttosto bene (nei limiti del possibile, si tratta pur sempre di commedia, il genere più difficile da tradurre e doppiare).

Dategli una chance!

MUSICA!


Bilbliografia

Il film completo

COBBETT Steinberg, Film facts, New York, Facts on Files Inc., 1980

La pagina wiki del film

La pagina wiki dello spettacolo teatrale

La pagina wiki di Olsen

La pagina wiki di Johnson

 

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In vita e in morte: l’arrivo del cavallo in Giappone

Pochi animali hanno avuto un impatto sulla storia giapponese come il cavallo.

Il cavallo è stato guerriero, messaggero, oggetto di cerimonie, soggetto di poesia e pittura, strumento diplomatico e ragione di guerra. Il suo allevamento ha cambiato la struttura economica e sociale, ha modellato l’orografia stessa di certe regioni.

In passato ho accennato alla Storia del cavallo domestico, a come, da ronzino di poche regioni della steppa, il nostro si sia diffuso sul Pianeta intero (invito a leggere i commenti e a clickare sul link fornito dall’ottimo compare Ghezzi).

Ho anche scritto della teoria di Egami Namio, secondo cui un popolo di cavalieri altaici avrebbe invaso l’arcipelago e fondato la dinastia di Yamato. Come potete leggere nell’articolo, la teoria è stata disputata e non è ormai accettata da nessuno, ma l’occasione ci ha permesso di apprezzare in parte l’apporto importantissimo delle polities coreane a quella che diventerà poi la cultura giapponese.

Ma come è arrivato il cavallo in Giappone, e quando? Per quale ragione?

Può parer bizzarro, ma il primo lavoro del cavallo sull’Arcipelago non è stato in campo militare o agricolo.

Il cavallo che arrivò in Giappone era un cavallo sacro, e oggi parliamo del suo debutto sulle isole.

Perché?

Perché è una storia affascinante che vi farà certamente guadagnare un sacco di punti con gli amici al bar!

Ufficiali di polizia a cavallo, dal Ban dainagon ekotoba

Tanto tempo fa, nel Miocene (23-5 milioni di anni fa), là dove un giorno esisterà il Giappone, sgambettavano lieti due adorabili animaletti: l’Hipparion e l’Anchiterium, due mammiferi perissodattili considerati come gli antenati dei cavalli nostrani. A questo stadio il Giappone non era un arcipelago, ma una massa di terra collegata al continente. Il magico duo poté quindi diffondersi nelle vaste foreste di laurisilve e scorrazzare lieto su colline e litorali.

Anche le belle cose però finiscono, e col declino dell’Era Glaciale questi equidi preistorici diminuisconoe finiscono per svanire senza lasciare discendenti. Con l’innalzamento del livello del mare, 18.000 o 12.000 anni fa, il Giappone si trova infine tagliato dal Continente.

Secondo Aikens, i primi umani arrivarono in Giappone alla stessa maniera dell’Hipparion e dell’Anchiterium, nel Pleistocene Medio, circa 200.000 anni fa (data attribuita al sito di Sozudai, nel nord-est di Kyūshū, dove abbiamo ritrovato quelle che potrebbero essere le più antiche tracce di attività umane sulle isole). A questo punto, è probabile che gli equidi giapponesi fossero già estinti.

Gli anni passano, e mentre sul continente si evolvono cavallucci simili alle bestie nostrane, il Giappone resta del tutto privo di equidi.

Verso il 10.000 avanti cristo le prime forme di ceramica compaiono in Kyūshū, marcando l’inizio del lungo Periodo Jōmon (10.000-300 a.C.). Il cavallo resta assente dai siti archeologici e dall’Arte. Non esiste nel mondo e non esiste nella mente dei primi abitanti delle isole.

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Fossile di Hipparion, notare le tre ditina là dove il nostro cavallo ne ha uno solo

Rare tracce ricompaiono di quando in quando verso la seconda metà del Periodo Jōmon. Si tratta senza dubbio di bestie importate dalla Corea e trasportate via nave. I ritrovamenti equini sono di conseguenza rarissimi: Kidder cita ad esempio il cumulo di Ataka, nel dipartimento di Kumamoto, risalente probabilmente al Jōmon medio. Qui avremmo trovato le ossa di un piccolo cavallo. Resti simili sono saltati fuori in Izumi, nel dipartimento di Kagoshima. In entrambi i casi le ossa non mostrano segni di mutilazione ed è possibile che gli animali in questione siano stati accuditi fino alla vecchiaia, come esotiche bestie simbolo di potere economico e politico.

Come accennato in articoli passati, gli scambi con la Corea sono una costante nella quasi totalità della storia giapponese, e a maggior ragione nella preistoria: il commercio tra la penisola e le isole era fiorente! Un esempio sono le tombe del sito di Donghwa-dong, dove abbiamo trovato molte ossidiane di Kyūshū e ceramiche tipiche dell’industria Jōmon.

In generale, l’uomo Jōmon è un cacciatore-raccoglitore : nonostante la presenza di un’industria relativamente sviluppata (vedi l’esporto di ossidiane), la gente di Jōmon non coltiva e, soprattutto, non alleva.

Verso il IV° secolo a.C. si verifica una vera e propria rivoluzione: dal continente arrivano la coltivazione del riso, il bronzo e l’allevamento. Ciò coincide con l’arrivo di gente nuova, dalla fisionomia diversa rispetto alla gente di Jōmon. Si tratta di coreani che, spinti dalla pressione demografica, traboccano sulle isole. E’ l’inizio del Periodo Yayoi (300 a.C. – 300 d.C.). I nuovi arrivati e le nuove tecniche si radicano presto in Kyūshū. Secondo Rhee e Song-Nai, i nuovi arrivati erano particolarmente inclini ai matrimoni misti, e in poche generazioni possiamo constatare il fiorire di una cultura originale.

E’ importante sottolineare che a questo stadio non c’è un confine netto e definitivo tra la cultura delle isole e quella della penisola: specie tra il nord-Kyūshū e il sud-Corea notiamo molte similitudini culturali e antropologiche, anche se gli isolani mantengono caratteristiche distintive (tipo la pratica della mutilazione dentale, roba che i coreani saviamente evitavano).

La cultura Yayoi è molto più cosmopolita di quella Jōmon (che pure non era proprio isolata). In particolare col I° secolo d.C., oltre ai numerosi scambi con la penisola coreana, i capi-clan Yayoi allacciano relazioni anche con gli Han, con la comanderia di Lelang e con quella di Daifang.

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Come avevamo accennato in articoli precedenti, l’Arcipelago del I° secolo è tutto fuorché un paese unito. Lo Han Shu racconta di una trentina di “paesi” governati da “re” che versavano un qualche tipo di tributo agli Han. Ovvio, che cosa intendessero i cronachisti cinesi con “paese” e “re” è un gran mistero.

In ogni caso col III° secolo la Cina entra in uno dei suoi ricorrenti periodi di guerre civili e macelli: è il celeberrimo periodo dei Tre Regni, fonte di ispirazione di innumerevoli romanzi, film, poesie, dipinti, ecc. Niente stimola la creatività umana come un bel bagno di sangue e trauma irrisolvibile.

Secondo Kuji, quest’apoteosi del clusterfuck fu uno dei fattori che spinsero la coalizione e unificazione delle centinaia di polities microscopiche disseminate per la penisola coreana e l’arcipelago giapponese. Nell’arcipelago, un clan in particolare emerse più potente degli altri, alla testa di una modesta coalizione di capifamiglia, capi di territorio, predoni assortiti e quant’altro: il clan Yamato.

Questa nuova entità politica allacciò rapporti diplomatici con i nuovi signori di Lelang (la dinastia fondata da Gongsun Du) e poi con i Wei, non appena questi si papparono la penisola del Liaodong. Perché, checché ne dicano i sovranisti e altri scoppiati, “farsi i cazzi propri in casa propria” era una cosa cretina da pensare anche nel Giappone preistorico.

Tornando ai Wei, verso la metà del VI° secolo i nostri fanno compilare il ponderoso Wei shi, il Libro dei Wei. In questo testo compare il Wajin den, la prima traccia scritta delle isole giapponesi.

Secondo il Wajin den, le isole erano abitate da un popolo chiamato “Wa” (simpaticamente trascritto col kanji di “nanerottolo”, poi cambiato per amor di pace). Costoro erano divisi in numerosi “regni” (di nuovo, saggesù che cosa si intendesse per “regno”) di cui il più importante sarebbe stato Yamatai, sotto la savia guida della regina-sciamana Himiko. La sovrana sacra avrebbe intavolato relazioni con i Wei nel 239. Il ritrovamento di specchi Wei conferma che sì, effettivamente ci furono scambi in questo periodo tra il sovrano Wei e le élites isolane.

La storia di Himiko e l’immortale dibattito so dove si trovasse davvero Yamatai sono argomenti degni di una tesi dottorale, e non ci dilungheremo in questo articolo, perché oggi parliamo di cavalli!

E secondo il Wajin den i Wa NON avevano cavalli.

Come si spiega allora il fatto che abbiamo trovato tracce della loro presenza ben prima del 239 e l’inizio delle relazioni Wei-Wa?

Il Wajinden e il Wei shi in generale sono fonti solitamente considerate come attendibili, ma in questo caso paiono in contrasto coi dati archeologici.

La prima cosa da considerare è che in Giappone i cavalli erano di certo molto più rari rispetto alla penisola coreana o alla Cina. Inoltre, al tempo della stesura del Wei shi, i cavalli del Continente erano usati come bestie da trasporto, da lavoro e da guerra. Erano diffusissimi e parte integrante della vita economica, sociale, politica e militare.

Lo stesso non si può dire del Giappone: la quasi totalità dei resti equini in Giappone sono associati in modo chiaro a contesti rituali, in particolare funerari.

Farris e Yokoyama propongono che i cavalli siano stati importati in principio come bestie da carne.

Ora, il problema è che, come animale puramente alimentare, il cavallo fa pietà. Un sacco di altre bestie domestiche producono più carne e latte per un investimento molto minore in risorse.

Farris cerca di parare a questo problema ipotizzando un consumo strettamente rituale della carne di cavallo.

Non ho trovato dati che parlino di consumazione rituale di carne di cavallo, ma una cosa è sicura: questo animale era, dal II° al V° secolo, una creatura sacra e magica.

Se i resti del Periodo Jōmon non mostrano segni di violenza, lo stesso non si può dire degli scheletri equini della fine di Yayoi e dell’inizio del Periodo Kofun (IV°-VI° secolo). In altre parole, con il III° secolo e gli stravolgimenti politici del Continente, il Giappone assorbe non solo nuovi concetti politici e sociali, ma un nuovo sistema simbolico e mitologico dove il cavallo riveste un ruolo capitale diverso da quello che ha potuto incarnare fino ad allora.

Il cavallo di fine Yayoi non viene allevato fino alla vecchiaia, viene sacrificato, un trattamento di favore di solito riservato solo ad elementi davvero importanti!

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Una delle regioni che offrono il più alto numero di esemplari antichi è quella di Kawachi. Durante il Periodo Jōmon questa zona (in particolare quella che è oggi la piana di Uemachi) era una baia in comunicazione diretta con la baia di Osaka. Col passare dei secoli, questo corpo d’acqua si trovò tagliato dal mare e divenne prima una laguna e poi, nel Periodo Yayoi, un lago.

La più alta concentrazione di resti è nel sud di questa zona acquitrinosa (l’acqua aiuta la conservazione di certi materiali organici come il legno o l’osso, che sarebbero altrimenti digeriti dal terreno giapponese).

Stiamo parlando di siti come Misono, Kyūhōji, Kami, Nishi Iwata e altri. Negli strati datati al III° o inizi del IV° secolo abbiamo trovato denti, ossa e artefatti coreani.

Resti sono saltati fuori anche in altre regioni, come nel sito di Shiobu in Yamanashi, dove abbiamo trovato dei denti di cavalli vittime di un sacrificio dell’inizio del IV° secolo. Secondo Kuji si trattava di ronzini piccoletti, 125cm al garrese tutt’al più.

Secondo Momosaki, la più alta concentrazione di cavalli sacrificati si troverebbe in Kyūshū: abbiamo 3 esempi in Fukuoka, 26 in Kumano, 25 in Miyazaki e 2 in Saga.

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Testa di cavallo sacrificato, dal sito di Narai

L’associazione del cavallo con le élites e le loro tombe non è originale dell’Arcipelago giapponese, né è un’evoluzione recente. Al contrario: possiamo dire che è parte integrante del più antico e originale rapporto tra l’uomo e questo animale. Un’associazione che potrebbe rimontare a un tempo perfino più antico del più antico allevamento.

Fin dalle più remote origini dell’addomesticamento e l’allevamento, il cavallo è stato un simbolo sacro legato alla morte. Gideon Shelach cita il ritrovamento di cavalli sacrificali nei cimiteri di Meoqinggou e Dahuazhongzhuang, siti risalenti al I° millennio avanti Cristo e situati nell’attuale Cina (la zona studiata da Shelach copre parte di Heibei, Shanxi, Shaanxi, buona parte del Gansu e Qinghai, Liaoning e Mongolia Interiore, e la parte occidentale di Jilin e Heilongjiang).

I kurgans Pazyryk del Kazakistan risalgono al V° secolo a.C. In questi tumuli costruiti nelle valli degli Altai abbiamo trovato 69 cavalli intatti e 18 scheletri, tutte vittime costrette a seguire il loro padrone nella morte.

Questa prerogativa mortuaria del cavallo può essere ritrovata nel resto dell’Asia: nella sua espansione attraverso il continente, il cavallo domestico ha portato con sé il suo valore sacro e magico. Come nel celebre sito di Dereivka, in Ucraina, il cavallo accompagna il cavaliere in vita e lo segue nella morte.

Il sacrificio di cavalli associato a riti funerari era praticato anche nella penisola coreana, nella regione di Buyeo, e nello sciamanesimo del regno di Silla il cavallo accompagnava l’anima del defunto nell’Aldilà. A titolo d’esempio, i tumuli del sito di Hwangnam n.98, collocato tra la metà del IV° e la metà del V° secolo, contenevano una vittima di sacrificio umano e, sul cucuzzulo, indizi che lasciano supporre il sacrificio di cavalli bardati.

Usanze simili si ritrovano fin nella regione di Gaya, nel sud della penisola, in quella che diventerà Gumgwan Gaya: qui, verso la fine del III° secolo, lo stile di sepoltura subisce una drastica evoluzione. L’architettura della camera mortuaria cambia, i tesori funerari diventano più sfarzosi, e si prende la sana abitudine di sacrificare uomini e cavalli per il defunto, una simpatica pratica molto simile a quella di Buyeo.

Shin Kyung-Cheol suggerisce perfino che questo cambiamento e l’apparizione di una classe dirigente potente (abbastanza potente da potersi permettere un’atrocità come i sacrifici umani) sarebbero da spiegarsi con una massiccia immigrazione di alti papaveri di Buyeo.

Insomma, se la Corte di Wa è stata trasformata e consolidata dall’arrivo massiccio di nobili di Baekje, Gumgwan Gaya sarebbe stata partorita dopo l’immigrazione di nobili di Buyeo.

Haniwa

Haniwa di cavallo della regione di Nara

L’associazione tra il cavallo e la tomba dell’élite è quindi una caratteristica originale e fondamentale della cultura equestre generale. In Corea constatiamo che questo legame tra il capo e il cavallo non è esclusivo alla sfera funeraria: il cavallo pare un simbolo indispensabile di legittimità regale.

Nel primo capitolo del Samguk sagi, la più antica cronaca dei regni di Corea, compilata nel 1145, viene raccontata la nascita del fondatore della dinastia di Silla, Hyeokgeose. Il nostro amico dal nome complicato è un fanciullo divino nato da un uovo, e il suo arrivo viene annunciato da un misterioso cavallo che svanisce dopo aver attratto l’attenzione sul mitico sovrano.

Il cavallo non è quindi solo un simbolo di potere e prestigio, ma un messaggero divino, un veicolo del Fato per portare nel mondo il legittimo sovrano e scortare la sua anima nell’Aldilà dopo la morte. Il cavallo è, nel mondo reale e nel mito, il compagno del Re.

Storie simili a quella raccontata dal Samguk sagi si ritrovano anche nel Nihon shoki, documento molto più antico e che narra delle origini e delle vicissitudini della Famiglia Imperiale giapponese. Un episodio relativamente conosciuto è quello del cavallo di creta, narrato nel 14esimo rotolo, al settimo mese del nono anno del regno dell’Imperatore Yūryaku (r. 456-479):

Il primo giorno fu detto, nella regione di Kawachi: “C’è una donna, la figlia di Tanabe no Fubito Hakuson del distretto di Asukabe, moglie di Fuminobito Kariryō del distretto di Furuichi. Hakuson venne a sapere che sua figlia aveva partorito e andò ad offrire i propri auguri alla residenza del marito, e tornò verso casa a notte, alla luce della luna.

Alla collina di Ichibiko (sotto la tomba di Homuta) incontrò qualcuno che cavalcava un cavallo rosso. Il cavallo s’innalzò come un drago e subito fuggì, impaurito come un cigno. Il suo corpo miracoloso era come il crinale di un colle, di forma davvero inusuale. Hakuson si avvicinò e, avendo visto il cavallo, lo desiderò.

Frustò il cavallo bianco-bluastro che stava cavalcando e allineando le loro teste allineò le loro redini. Il cavallo bluastro restava indietro dacché le sue zampe erano pigre, non riusciva a raggiungere [il cavallo rosso].

L’uomo che cavalcava il cavallo migliore si rese conto che Hakuson lo voleva, e si fermò, e scambiò i cavalli, e ognuno prese quello dell’altro. Hakuson ottenne il cavallo migliore e fu molto felice, e galoppò nel proprio cortile.

Rimosse i finimenti e nutrì il cavallo e lo lasciò dormire.

Il giorno dopo il cavallo migliore si era tramutato in un cavallo di creta. Hakuson pensò che fosse una cosa bizzarra e andò a investigare alla tomba di Homuta, dove trovò il suo cavallo bluastro tra i cavalli di creta della tomba. Lo riprese e rimise il cavallo di creta al suo posto.

In questo strano passaggio abbiamo tutti gli elementi che contraddistinguono il cuore simbolico della cultura equestre: la nascita di un erede, il viaggio, la tomba.

La notte è spesso considerata come un momento di passaggio, dove il mondo dei vivi e quello dei morti si toccano e si confondono. Di solito questa vicinanza è percepita come qualcosa di estremamente pericoloso, una coincidenza spazio-temporale in cui i morti possono contattare i vivi e trascinarli nel loro mondo. Da questo punto di vista Hakuson è fortunato: il suo incontro col fantasma non pare lasciargli nessuna conseguenza negativa e Hakuson può recuperare il suo cavallo vivo e tornare a casa.

Come abbiamo visto più in alto: il cavallo accompagna l’uomo alla nascita, nella vita, e nella morte.

Il Nihon shoki ci trasmette anche chiari riferimenti alla pratica di sacrifici umani e di cavalli sulle tombe dei membri della Famiglia Imperiale. Stando alla fonte, l’imperatore mitico Suinin (r. 29 a.C. – 70 d.C.) avrebbe ordinato la creazione delle haniwa come sostituti di uomini e animali.

sacrificio

Quello che mi viene in mente ogni volta che sento qualcuno cianciare di “antiche tradizioni”

E’ fuori di dubbio che la cultura equestre sia stata portata in Giappone da immigrati della penisola coreana. La maggior parte delle tracce di allevamento sono, in questo periodo, nel Kinai e nell’isola di Kyūshū: due regioni particolarmente soggette all’influenza civilizzatrice della Corea (è divertente dire una cosa del genere in una sala piena di dottorandi e poi indovinare dall’espressione del viso chi degli asiatici è giapponese e chi è coreano).

Non solo, possiamo concludere senza ombra di dubbio che cavallo e allevamento sono rimasti sotto il controllo dei nuovi arrivati per un lungo periodo: artefatti coreani sono spessissimo associati a questa nuova attività.

Ora però viene da chiedersi: il signor Kim arriva da Gaya con queste bestie strafighe per cui i capi-clan isolani stravedono. Perché il signor Tanaka del villaggio accanto non lancia un business simile? Perché il cavallo resta così raro, perché la sua presenza pare limitarsi a così poche regioni per tanto tempo?

Va bene che non ci si inventa allevatori, ma quanto ci vorrà mai ad imparare ed esportare il sistema?

Come in tutte le cose, probabilmente ciò fu il frutto di numerosi fattori.

Intanto ci sta che i locali non affini agli scambi con i coreani fossero troppo conservatori per imparare qualcosa di nuovo. Ricordiamoci che l’unica cosa più difficile che cacciare un’idea nuova nella capoccia di qualcuno è tirarne fuori una vecchia (detto che venne creato per l’esercito ma che funziona con la maggioranza della gente in generale).

Immagino il signor Tanaka che coltiva il suo miglio e intanto sbircia da sopra la siepe tutti questi immigrati strambi che parlano questa lingua che non si capisce e con queste bestie, che io davvero non so, ma dove andremo a finire, puzzano e mordono, sì guarda, mordono! E poi per farci che, per sacrificarli in cima ai tumuli? No, no, mi spiace, un tempo sui tumuli ci si sacrificava esseri umani, un tempo i sacrifici erano cose serie, mica ora che ci portano su ‘ste bestie, e vogliamo parlare dell’odore? Uno non si sente più padrone in casa sua!

Al di là del signor Tanaka e delle sue lungimiranti opinioni, parte del Giappone non si presta molto all’allevamento di cavalli: il cavallo è una bestia da prateria, e a parte la piana del Kantō il Giappone è scarso in pianure erbose.

Il Kantō sarà in effetti una delle regioni trainanti nella produzione di cavalli (in particolare cavalli da guerra), ma in questo periodo la zona è ancora fuori portata del clan Yamato e tagliata fuori in buona parte dall’influsso coreano. Peraltro non esistono strade in questo periodo, molti dei trasporti avvengono via mare e i cavalli non incassano bene questo tipo di gita.

Infine, c’è il fattore culturale: la cultura equestre è una novità venuta da fuori e importata dalle élites. Ci vorrà tempo prima che si innesti e sia assimilata dal resto della popolazione aborigena.

La diffusione dei centri di allevamento e l’uso del cavallo nel rituale funerario della classe dirigente marcano, a mio modesto parere, l’inizio dell’esistenza di una cultura equestre nell’Arcipelago.

Come accennato prima, i cavalli non sono proprio una novità sulle Isole. Ma il ruolo rituale e funebre del cavallo è un nocciolo arcaico e distintivo della più antica cultura equestre. Il cavallo è stato uno psicopompo molto prima di essere un guerriero, un contadino o un mezzo di trasporto.

Durante l’epoca Jōmon e la prima parte del Periodo Yayoi i cavalli sono rarità esotiche e oggetti di sfarzo.

Con l’ascendere del clan Yamato la forma più originale ed essenziale della cultura equestre arriva finalmente nelle Isole. Adesso il cavallo non è più un raro bene di lusso. Il cavallo è un simbolo indispensabile di legittimità regale, porta con sé il primo embrione dell’idea di Sovrano e Dignità Imperiale.

Himiko

Ricostituzione della regina Himiko

Questo stato di cose doveva ovviamente cambiare. Il cavallo diventerà l’elemento militare più stimato della storia e il mezzo di trasporto prediletto. Cavallo e allevamento rivestiranno un ruolo assolutamente centrale nello sviluppo della Corte di Yamato, la sua espansione e il crollo del monopolio politico dell’aristocrazia civile nel XII° secolo.

Allo stesso tempo il cavallo non perderà mai del tutto la sua carica sacrale: anche dopo la fine dei sacrifici, il cavallo resterà per secoli parte integrante del rituale di Corte.

Fin nel XII° secolo possiamo forse ancora intravedere, nel Rituale della presentazione dei puledri all’Imperatore, un barlume ancora vitale dell’antichissima cultura equestre nata nella Steppa. Un’eredità forgiata dai capitribù dell’Asia centrale e sopravvissuta fino all’aristocrazia dell’Impero del Giappone.

MUSICA 


Bibliografia

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YOKOYAMA Sadahira, Kiba no rekishi, Toukyo, Koudansha, 1971

Il Samguk sagi

Il Nihon shoki

Sangue del mio sangue: necromanzia, femminismo, cannibalismo e altre blasfemie

Evangeline Wrayburn è un’archeologa necromante. In un mondo dove la necromanzia è stata elevata a scienza, Evangeline usa mummie e cadaveri rianimati per dissotterrare tombe e vestigia. Il suo sogno più grande è diventare un’archeologa di chiara fama, di dirigere uno scavo tutto suo.

E’ competente, è intelligente, è audace, ma ha un problema.

Ha le tette (poche, ma ci sono).

Evangeline vive in una società vittoriana dove avere le mestruazioni basta a squalificare un ricercatore. Evangeline però non si arrende. Nella sua sempiterna lotta impari contro il Soffitto di Cristallo, le capita finalmente l’occasione della vita: un posto sullo scavo di una colossale piramide sotterranea, la tomba monumentale di Orrhane il Macilento, re necromante sepolto con la sua sposa bambina, gli schiavi e centinaia di migliaia di soldati non morti.

Il sito si trova in un deserto infestato da tribù ostili e al confine tra paesi nemici. La missione archeologica ha poco tempo per scoprire tutti i segreti del re necromante prima che il paese vicino li scopra e attacchi per papparsi il ritrovamento.

Sangue del mio sangue è il secondo romanzo di Menconi che leggo. Come avevo già segnalato in questo articolo, Abaddon mi era piaciuto molto. In questo caso Menconi dichiara di aver voluto scrivere una protagonista femminista. Vi pare che una Feminazi Lesboislamica Rettiliana come la sottoscritta poteva farselo sfuggire?

Ovviamente no.

L’ambientazione

Menconi ambienta la storia in una società di stampo vittoriano dove la necromanzia è un’attività sviluppata e diffusa. La società è organizzata di conseguenza, con mummie usate come manodopera a basso consumo, teste volanti come animaletti domestici, un’estetica legata alla morte e alla rianimazione, ecc. Il risultato è un insieme ben bilanciato di elementi familiari e bizzarria macabra.

Come accennato nell’articolo precedente, la tecnica di Menconi è ottima. Nonostante l’ambientazione sia aliena alla nostra, dettagli concreti sono inseriti nel testo senza spiegoni: il quadro generale emerge in modo spontaneo e naturale attraverso il punto di vista della protagonista. Il dettaglio dà sostanza al mondo, e la coerenza interna favorisce la sospensione volontaria dell’incredulità.

La professione di Evangeline permette peraltro di dotare il mondo del romanzo di una Storia e di una mitologia. Nonostante la stranezza, alla fine del romanzo abbiamo l’impressione di conoscere relativamente bene questo universo. L’idea di una piramide rovesciata sotterranea può apparire bizzarra d’acchito, ma diventa presto familiare.

La narrazione permette anche di apprezzare le storture della società descritta: come accennato, si tratta di una società patriarcale estremamente sessista, ma anche razzista e omofoba, come è normale aspettarsi dal contesto.

L’attenzione a dettagli di questo tipo e la nonchalance con cui i personaggi internalizzano questi elementi danno rotondità e verosimiglianza all’ambientazione.

I negri viaggiano dietro!
(Citazione cinematografica per intenditori)

A tratti risalta fuori lo stile “videoludico”, come in Abaddon. Ad esempio, quando gli archeologi si trovano a dover superare un passaggio sorvegliato da dei mostri immortali. Evangeline riesce a trovare la combinazione necessaria a passare, e dopo aver “sbloccato” il passaggio la questione non si pone mai più, nonostante il pericolo resti e il trucco per passare richieda costante lavoro da parte di comprimari (e sia quindi vulnerabile all’errore umano).

Nell’insieme però questo tipo di ispirazione è molto meno presente che in Abaddon.

La storia

Evangeline è un’archeologa che usa la necromanzia (e quindi il controllo sulle mummie) nei propri scavi. Nonostante sia molto brava in ciò che fa, la sua carriera non riesce mai a decollare. Un po’ perché l’ambiente è difficile, un po’ perché nessuno la prende sul serio come donna archeologa.

Ho apprezzato moltissimo il modo in cui Menconi descrive le peripezie della protagonista e il muro di gomma su cui la nostra rimbalza in continuazione.

Nonostante Evangeline sia una lavoratrice indefessa e un’eccellente professionista, non riesce a sfuggire all’immagine che il mondo ha di lei: emotiva, debole, incompetente, vittima della propria natura.

La nostra si trova a giostrare conflitto da ogni lato: la famiglia non la sostiene, la professione è difficile, è indebitata fino agli occhi, lo scavo è in una zona pericolosa e le tensioni diplomatiche potrebbero risultare in una guerra da un giorno a quell’altro. In più, quasi nessuno la prende sul serio. A ogni occasione, Evangelina è sorpassata da gente meno competente, o lasciata da parte in barba alle regole.

Nonostante i continui ostacoli, la nostra riesce a imporsi nello scavo della gigantesca piramide sotterranea del re necromante Orrhane il Macilento, un tiranno pazzoide con una sposa bambina e una fine misteriosa.

Evangeline è attorniata da una variegata compagine di personaggi, soprattutto uomini. Uno scrittore pigro li avrebbe resi tutti tronfi incompetenti per far risaltare il genio ribelle della protagonista. Non con Menconi. Comprimari e antagonisti sono vari e memorabili, e le interazioni con Evangeline sono verosimili e credibili. C’è chi è misogino perché rozzo e ottuso, chi ha pregiudizi più o meno coscienti, chi antagonizza la protagonista per ambizione, chi per preconcetto bigotto, chi per motivi personali.

La prosa e la storia non si prendono troppo sul serio: Sangue del mio sangue vuole essere un racconto macabro e divertente, oltre che un romanzo di avventura. A tratti descrizioni e situazioni sfumano nel caricaturale e nel grottesco, con un tono molto più leggero e ironico rispetto ad Abaddon.

Verso l’ultimo terzo del libro, si sviluppa un interessante parallelismo tra Orrhane e Evangeline, e un interessante chiasmo. Orrhane è all’apice del potere, un re, un necromante con potere sulla vita e sulla morte. Evangeline non ha potere su niente, e anche la poca autorità che ufficialmente detiene le viene a stento riconosciuta.

Entrambi però sono ossessionati dall’immortalità. Orrhane non vuole morire, non vuole cessare di esistere. Evangeline vuole diventare una famosa archeologa, vuole essere conosciuta e riconosciuta.

Entrambi sono determinati, entrambi hanno pochi scrupoli. Orrhane praticava sacrifici umani, era pronto a consumare il sangue del suo sangue per ottenere ciò che voleva. E presto Evangeline si trova a dover compiere una simile scelta.

La vicenda nel suo insieme scorre bene e senza intoppi: non ci sono contraddizioni e buchi di trama.

Però c’è un punto che a parer mio pone problema. Non si tratta di un buco di trama, quanto di una dissolvenza molto conveniente.

Quando Evangeline decide di liberare Orrhane, il necromante è chiuso in una gabbia in una tenda sorvegliata da soldati cirani.

Evangeline entra senza problemi (cosa credibile nel contesto) e ravviva lo stregone.

Nella scena dopo, lo ha riportato nella piramide.

Come?

La gabbia sarà stata chiusa a chiave. Dove a preso la chiave?

E come lo ha tirato fuori dalla tenda? Orrhane è un albino, non proprio qualcuno che si mimetizza. Ma diciamo che l’ha nascosto in un cesto del bucato, di nuovo, come? C’erano cesti del bucato in giro?

I cirani di guardia non si sono insospettiti? Sono stati messi a guardia di un esemplare unico in uno scavo di importanza nazionale!

Insomma, ci sta che non abbia capito io, ma si tratta di un passaggio importante della trama e secondo me sarebbe stato necessario elaborare in qualche modo.

La protagonista

Al di là dell’ambientazione e della storia, il personaggio di Evangeline è, secondo me, uno dei punti di forza del libro.

Menconi dice di aver voluto scrivere un personaggio femminista. Non so quali siano le idee politiche del Menconi o cosa ne pensi delle femministe, ma a mio modesto parere il risultato è molto interessante.

Evangeline è un buon personaggio. E’ strutturato bene, è ricco, è simpatico.

Evangeline è una gran lavoratrice, è audace, è determinata, ed è competente nel suo campo. Per chi ha letto la mia OpinioneImperdibileTM su Star Wars 7, sa che ho un dente avvelenato per i personaggi femminili scritti a cazzo.

Rey è scritta a cazzo. Rey è bellissima nonostante il suo stile di vita. Rey è capace di pilotare il Millennium Falcon nonostante non ci abbia mai messo piede prima. Rey è capace di usare la forza contro un allievo sith nonostante non abbia avuto nessun addestramento. E così via.

Dov’è la fatica, dove sono i tentativi, dove sono gli sbagli madornali e le musate in terra?

Rey, seppur scritta mille volte meglio, ha lo stesso problema del protagonista di quella puttanata mostruosa di Educazione siberiana: se non c’è difficoltà il risultato non vale nulla, se non c’è debolezza non c’è forza, se non c’è paura non c’è coraggio.

Con Evangeline vediamo il lavoro, la fatica, la passione, la frustrazione, gli errori. Tutto ci viene mostrato.

Un altro tropismo comune quando qualcuno scrive a cazzo un personaggio femminile Forte e Indipendente è di renderlo anaffettivo e in generale acido e antipatico. Insomma, per evitare il cliché della ragazzina romantica, scriviamola come una sociopatica arrogante e sferzante.

Questo non è un problema legato solo ai personaggi femminili: il personaggio genio e arrogante strafottente è purtroppo un cancro diffuso. Nella realtà dei fatti, più uno conosce il proprio campo più è cosciente dei propri limiti e sarà quindi meno incline a tirarsela. Ma sto divagando.

Pratchett ha una vasta gamma di eccellenti personaggi femminili

Evangeline è un personaggio senza troppi scrupoli, pronto a manipolare e mentire per arrivare dove vuole, ma è anche una persona responsabile ed empatica. Vuole sinceramente bene ai suoi Marmaduke e Fester, vuole bene ai genitori ed è ferita dal loro rifiuto, si assume la responsabilità di proteggere i propri sottoposti. La sua sete di gloria la spinge a fare o considerare azioni anche drastiche, ma resta una brava persona.

E’ ambiziosa, ed è pronta a mettere a repentaglio la vita altrui, ma non costringe il prossimo a prendere rischi che non prenderebbe lei per prima.

E’ anche un personaggio ben ancorato nel proprio contesto. Evangeline è spesso esasperata dal sessismo pervasivo della società perché ciò ha un impatto diretto su di lei. Allo stesso tempo ha interiorizzato del tutto il razzismo e l’omofobia. E’ verosimile: molte persone hanno difficoltà a tener conto di ciò che non ha un impatto diretto sulla loro pellaccia. E’ la ragione per cui la narrativa è importante: riuscendo a far immergere il lettore nei panni di qualcun altro (il personaggio) puoi offrire un punto di vista nuovo che la persona non avrebbe mai preso in considerazione prima. Perché una persona si interessi di un problema occorre stabilire una connessione a livello emotivo, non solo intellettuale.

Il Menconi scansa anche uno dei cliché che personalmente odio di più in assoluto in tutto l’universo narrativo di tutta la Storia della Letteratura: Madame Bovary.

Vi avevo accennato nel mio rant su Interstellar. Non ci sono davvero parole nel vocabolario per descrivere a che punto odio e disprezzo il cliché della donna vittima del proprio lato emotivo. La donna che sì, magari è anche competente, intelligente, forte, quel che cacchio vi pare, ma è sentimentale, ma si innamora, e l’amore romantico diventa il suo unico movente.

Non una qualsiasi forma di amore, no eh. Amore romantico. Perché ogni donna aspetta il suo Principe Azzurro, la sua vita gira intorno a quello!

A mio modesto parere questo tipo di storia fa dei danni.

Sia chiaro: mi rendo conto che l’amore romantico fa parte dell’esperienza di molti. Non c’è niente di male di per sé nelle storie con amore romantico. Quello che odio è quest’idea che un personaggio femminile non può essere davvero completo senza un uomo al suo fianco. Che se non sperimenti quel tipo di amore allora non sei davvero una persona a tutto tondo, non hai vissuto appieno.

Spesso, se il personaggio femminile non è incline al romanticismo, è per via di chissà quali traumi strappalacrime. Perché, in realtà, sotto la sua scorza di donna forte e competente c’è sempre e comunque un povero piccolo coniglietto spaventato che vuole solo essere raccolto e amato.

Capite, non è diventata ingegnere aerospaziale perché le garba fare l’ingegnere aerospaziale, me per riempire il vuoto lasciatole nel cuoricino dal babbo defunto, o qualche altra trovata del genere.

E’ una roba fin troppo pervasiva e che a parer mio ha contribuito non poco a rendere infelici un sacco di persone. E’ una formula diseducativa e dannosa.

Non è il caso di Evangeline. Certo, Evangeline incassa molto trauma, anche affettivo, ma è una donna indipendente, autosufficiente e competente, una donna davvero indipendente, autosufficiente e competente.

C’è della tensione sessuale nella storia, e viene trattata per quello che è: semplice attrazione sessuale. Ed è così rinfrescante da vedere. Evangeline è cosciente di ciò che prova, non ci sono storie romantiche, non ne ha bisogno, è un personaggio già completo che fa il suo arco, impara la sua lezione e supera i propri difetti. E per una volta tanto il suo difetto non è “ti manca il fidanzatino”.

Come accennato prima, uno scrittore sciatto avrebbe fatto risaltare la tostaggine indipendente della protagonista mettendola in mezzo a una folla di uomini maschilisti e stupidi. Loro hanno torto, lei ha ragione.

E’ una paraculata: specie in una società tradizionalmente maschilista, una misoginia più o meno interiorizzata non è appannaggio solo degli stupidi né solo degli uomini.

Nel libro di Menconi gli uomini che circondano Evangeline sono variegati e ben costruiti. Spesso sono competenti e capaci: non la prendono sul serio per via di un pregiudizio dato per scontato. Evangeline, dal canto suo, abituata a non essere mai presa sul serio, finisce per comportarsi allo stesso modo: non sta a sentire perché loro non stanno a sentire, finisce per isolarsi e entrare nella stessa logica arrivista di chi le frega le idee senza darle credito. Così facendo, gli altri archeologi fanno casino, ma anche lei combina casino. I personaggi devono mettere da parte le loro posizioni e riconoscere l’umanità e le capacità l’uno dell’altro per poter lavorare insieme e progredire.

L’ambizione è una caratteristica importante di Evangeline, specie quando si trova davanti all’annosa domanda: cosa sei disposto a sacrificare per ottenere ciò che vuoi?

Spesso in questi casi l’ambizione viene trattata come il difetto: il problema della tizia è che è ambiziosa,vuole diventare famosa e questo di per sé è sbagliato. Deve solo rendersi conto che l’amore è più importante, rinunciare alla sua ossessione e gettarsi tra le braccia del Principe Filippo di turno. Ah, quanta sofferenza evitata se solo si fosse subito resa conto di cosa era più importante!

Non è il caso con Menconi. Nella storia il problema non è l’ambizione, ma l’eccesso, l’ossessione. Per usare le parole del libro:

La vita eterna non ha alcun valore se sei un mostro con la mente annebbiata

Occorre un equilibrio sul prezzo che si paga e cosa si acquista.

Non è una condanna dell’ambizione, né una celebrazione superomistica del personaggio pronto a tutto, ma una presa di posizione molto più equilibrata e sfumata.

Perché abbiamo bisogno di più storie così
Come ho detto in altri articoli in passato, la gente non vive “nel mondo”, vive in un’idea che ha di mondo.

Tale idea non è costituita da oggettivi studi scientifici, ma da storie.

Sì, magari sul Riscaldamento Climatico ti sei fatta un’idea leggendo la stampa specializzata, ma per il resto ti basi soprattutto su storie e favole. Se senti sempre raccontare fatterelli di ebrei che rubano, darai per scontato che gli ebrei rubano senza nemmeno pensarci troppo, e magari un giorno ti chiederai da dove veniva quell’idea senza riuscire a trovare una risposta esatta.

Se fin da bambina ti raccontano storie dove il lieto fine è un matrimonio e tanti bambini, si innesterà il preconcetto che lo scopo vero alla fine è maritarsi e sgravare pargoli per la Patria.

Se lo stupro in prigione viene sempre presentato come una cosa buffa, gli uomini che ne sono vittime saranno derisi invece che aiutati. La prima reazione sarà una risata. Non perché hai attentamente ponderato la cosa e deciso che gli uomini meritano lo stupro, ma perché da sempre il soggetto ti viene presentato come una battuta buffissima.

Lo abbiamo visto con i personaggi omosessuali: da inesistenti, a antagonisti pervertiti, a macchiette buffe che pensano solo a scopare, e finalmente negli ultimi anni si sta arrivando ad avere personaggi scritti meglio. L’opinione pubblica sugli omosessuali è evoluta di conseguenza: oggi la maggioranza degli europei ritiene che debbano avere gli stessi diritti degli altri mentre negli anni ’80 potevano crepare tutti di AIDS e se lo sarebbero meritato.

In altre parole, per evitare di avere una visione stereotipata e povera della realtà, occorre una narrativa che non sia stereotipata e povera.

La narrativa buona ha la capacità di parlare con la nostra parte emotiva, con il nocciolo più primitivo della nostra persona. Non per forza uno cambia le proprie idee dopo un libro o un film, ma uno può acquisire un punto di vista nuovo. Empatizzando con un personaggio posso capirlo e posso arricchire l’immagine che ho del mondo.

Abbiamo bisogno di personaggi originali, che rompano i clichés. Abbiamo bisogno di personaggi variegati e differenti, di personaggi complessi.

Per anni le donne sono state ritratte come principesse in pericolo. Quando questo cliché ha stancato, abbiamo provato il contrario: maschiacci diverse dalle “altre” (cretinette interessate solo alla moda), capaci di tutto in barba alla logica. La nuova formula non era meno misogina della prima, purtroppo, perché era altrettanto piatta e stereotipata.

Personaggi tridimensionali e variati non sono solo belli da leggere: sono positivi in generale. Un romanzo zeppo di clichés, di per sé e preso da solo, non è un problema, è banale e basta. Un romanzo capace di originalità, di per sé e preso da solo, è utile al progresso.

Concludiamo coi Grumpies!

La storia

L’ambientazione fantasiosa

La protagonista

Una dissolvenza troppo conveniente

La mitologia

I comprimari

I dettagli bizzarro-macabri

Sangue del mio sangue si trova su Amazon. Anche senza tutte le mie menate sull’importanza della narrativa per la società, la storia è divertente, il personaggio ben costruito e il Menconi scrive bene. Datci un’occhio.

MUSICA!

Le avventure di un Alpino astemio: “Bepo” Novello e la satira analcolica

Il cervello umano è un complesso organo sviluppato per risolvere problemi. E’ quello che fa in continuazione: risolve problemi.

Che capita però se nasci in un’agiata famiglia borghese e, tragedie permettendo, non hai problemi pressanti di cui occuparti?

Beh, il cervello se li crea.

Non c’è una ragione reale sul perché le norme sociali debbano essere così complicate, le ricorrenze così faticose, o le cene di famiglia così angosciose: è così e basta. L’inutilità gratuita del disagio che ne consegue è tragicomica.

Non sto tirando la pietra a nessuno, sia chiaro. Io stessa sono nata in una famiglia borghese (microscopica borghesia ora, grazie alla crisi economica), sono familiare con l’ambiente e so che è difficile sfuggirci.

Oggi vorrei parlare di un disegnatore che ha elevato il disagio borghese di tutti i giorni ad ARTE: Giuseppe Novello.

Novello nasce nel 1897 a Codogno. Suo zio è il pittore milanese Giorgio Belloni, un paesaggista affermato. Da ragazzo Novello visita spesso l’atelier dello zio e si appassiona di pittura. Il nostro decide: vuole fare il pittore come zio Giorgio!

E perché no dopotutto? Lo zio ha una buona carriera, il padre è un direttore di banca e la famiglia non ha certo urgenza di fondi.

Ma nessuno sfugge all’inutile disagio di cui sopra, e finito il Liceo Giuseppe è costretto baionette alle reni a cercarsi una carriera rispettabile.

Come tutti sappiamo, le femminucce devono sposarsi e sgravare tanti bambini. I maschietti invece hanno la vasta scelta tra 4 mestieri, gli unici esistenti sulla faccia della Terra: Avvocato, Dottore, Ingegnere e Architetto.

Il Novello finisce in facoltà di Legge. Ducunt volentes fata nolentes trahunt eccetera.

Ma il Novello non si rassegna: si laurea con una tesi sui diritti d’autore nelle Arti Figurative.

Frattanto che il Novello si dibatte tra le futili fisime della borghesia bene milanese, un Vero Problema si presenta: la Prima Guerra Mondiale.

Nel 1917 Novello viene arruolato e entra nel battaglio Tirano del 5° reggimento Alpini. Ha 20 anni precisi e sarà forse l’unico alpino astemio mai esistito.

No, sul serio.

Il tizio è un esperto in acque minerali. GIURO CHE NON STO SCHERZANDO!

Tornando a noi, non tutti quelli arruolati se la sono passata proprio malissimo durante la Guerra. La maggioranza sì, ma uno può sempre avere fortuna. Alla fine le guerre sono un po’ come catastrofi naturali: aleatorie. Chi se la passa bene, chi male, chi così così…

Giuseppe Novello si cucca prima la battaglia di Ortigara e poi la disfatta di Caporetto.

Ma esce dalla guerra con la pelle salva e tutti i pezzi del corpo più o meno intatti, quindi alla fine il nostro ha avuto molta più fortuna di decine di migliaia di giovanotti della sua età.

Tornato a casa il nostro abbandona ogni velleità di diventare avvocato e si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove aveva studiato anche lo zio pittore.

Riguardo alle sue scelte di carriera Novello commentò: “Sento tuttora questi miei clienti mancati che mi ringraziano per aver rinunciato alla toga per i pennelli: altrimenti sarebbero tutti in galera “.

Ad ogni modo, il nostro si diploma nel 1924 e inizia subito una promettente carriera di pittore.

Giuseppe non è solo un paesaggista: si diletta di caricature e satira, i suoi disegni compaiono dal 1925 nel quindicinale L’Alpino.

Nel 1929 viene avvicinato da un altro ex-alpino, anche lui reduce di Caporetto: Paolo Monelli. Qualcuno degli habitués del blog avrà già sentito questo nome: il Monelli è l’autore de Le scarpe al sole (1921), sulla vita degli alpini sull’Altopiano di Asiago e la Valsugana. A differenza di Novello, Monelli era un interventista, e resterà una testolina per il resto della vita.

Restando in tema, Monelli propone al Novello di partecipare come umorista a una raccolta satirica pubblicata dall’editore Treves, e Novello accetta: nasce così La guerra è bella ma scomoda.

Fun times

Sempre il Monelli introduce il Novello al circolo della Bagutta, una trattoria toscana dove facevano buca artisti e critici per parlare di libri ed arte davanti a un bicchiere di Chianti e un bel piatto di lampre (la più alta espressione artistica che Homo sapiens abbia mai raggiunto). Tra i baguttiani di spicco val la pena citare Adolfo Franci, nome che qualcuno ricorderà da Sciucià o Ladri di biciclette.

Qui il Monelli e compari avevano deciso (dopo non si sa bene quanti fiaschi di rosso di Greve) di creare un premio letterario di cui loro sarebbero stati giudici (ma ti pare?).

A chiosa, lo statuto del Premio Bagutta è riassumibile con “abbiamo bevuto come scimmie e abbiamo deciso che dall’anno prossimo daremo un premio all’opera presentataci che più ci garba!”

I Baguttiani reclamarono sempre indipendenza, tanto che il premio fu sospeso tra il ’37 e il ’46 per non subire pressioni dai fascisti. Onestamente non so quanto questa protestata indipendenza sia stata reale, visto che non si trattava proprio di antifascisti, anzi! Monelli era uno di quelli che s’ingollarono la panzana fascista con tutto il bicchiere, e uno dei laureati del premio Bagutta è quel pasticcio umano noto come Montanelli (che non so come mai insistiamo a prendere sul serio, ma bon). Ciò detto, tra i laureati compaiono anche Calvino, Primo Levi e altri, abbastanza da controbilanciare quella verruca pomposa che risponde al nome di Indro Montanelli.

[NOTA: se vi garba il Montanelli, cool, io adoro Ungaretti che certo non manca di scheletri nell’armadio. Ciò detto, il primo che dice “ma la storia di Roma era scritta bene” lo sculaccio con un battipanni storicamente accurato]

Tornando alla Bagutta, quale che fossero le tendenze politiche dei compari di bevute, resta un vivace e prominente circolo intellettuale del periodo, la cui produzione non dovrebbe essere giudicata solo dal clima politico. E parlando di clima politico, dal ’29 il Novello inizia a pubblicare su Il Guerin Meschino e La gazzetta del Popolo, due giornali storici finiti sotto il concone fascista.

Le vignette di Novello sono uno tra i rarissimi esempi di satira che sopravvisse durante tutto il Regime (perché se c’è una cosa per cui sono noti i fasci è il loro senso dell’umorismo). La ragione è semplice: sono vignette astemie. Sono satira di costume che prende in giro la sottocultura dell’alta borghesia del nord-Italia. Niente di politico, niente di davvero sensibile.

True story

Troviamo però una vena molto cinica in diversi disegni, non proprio in linea con la prosopopea nazionalista e pomposamente conformista del fascismo. Novello non è un coraggioso resistente come Bloch (martire a Parigi), non è un dichiarato antifascista o un idealista come Mucha (assassinato dalla Gestapo), ma non è nemmeno un leccaculo servo del potere come Pirandello.

Politica a parte, durante il trentennio il Novello entra a far parte del mondo intellettuale, e con l’ex-commilitone Monelli si lanciano in una serie di progetti di ricerca importantissimi per la cultura italiana. Stiamo parlando di roba tipo la guida ai monumenti più brutti d’Italia o un viaggio gastronomico edito nel ’35 col titolo Il ghiottone errante. Nel frattempo, Novello pubblica vignette che deridono la borghesia bene, con la raccolta Il signore di buona famiglia.

Per alcuni, questo periodo rende Novello particolarmente poco potabile. E la cosa è più che comprensibile.

L’Italia è comandata da un bandito e un truffatorucolo improvvisatosi dittatore, la libertà d’espressione è annientata, i militari italiani compiono stragi atroci in Etiopia, il regime prepara il terreno alle leggi razziali, e Novello fa il dandy nei salotti intellettuali e va in tour gastronomico con quel pazzoide del Monelli. Se è vero che non tutti possono essere un Piero Gobetti o una Sophie Scholl, è anche vero che in certi contesti chi avalla è complice. E Novello, pur non mostrandosi un fascistone sbavante che va a pestare dissidenti, è senza dubbio complice della situazione.

Capisco come per alcuni questo renda Novello del tutto indigeribile.

In questo caso, io credo che l’autore presenti sufficiente interesse per essere degno di attenzione nonostante tutto (pur senza scordare il contesto).

In ogni caso Novello si trova presto a patire in prima persona dell’inettitudine criminale del regime, quando il Duce decide che entrare in guerra è proprio ciò che ci vuole.

Novello viene quindi richiamato al suo reggimento.

Si è cuccato Caporetto nella Prima Guerra Mondiale, quindi cosa gli riserva il Karma a questo giro?

La campagna di Russia.

Il valoroso gatto Timofei con un prigioniero tedesco da lui catturato durante la Grande Guerra Patruittica, di Alexander Zavaliy

Ora capitano, Novello si guadagna una medaglia d’argento alla battaglia di Nikolajevka.

Nella sfiga il nostro ha comunque fortuna: è uno dei pochi che riescono a tornare con tutte le appendici apposto.

Novello sarà stato lieto di tornare a casa, ma non aveva contato sul proprio governo: l’8 settembre del ’43 arriva, il battaglione di Novello è in Alto Adige quando l’esercito cessa di esistere. Nel giro di 24 ore, il nostro e alcuni compagni, sbandati e confusi, abbandonati dal loro re, vengono catturati da una banda di tedeschi incazzati come iene.

Novello viene deportato in Polonia, poi nel campo di concentramento di Wietzendorf, in Germania.

Siccome è un personaggio, qualche manina influente ci mette una buona parola, e gli viene proposto di tornare in Italia come membro della Repubblica Sociale.

Novello rifiuta.

Tra i compagni di prigionia, un tal Guareschi, maledetto reazionario baciapile che ci ha donato l’impareggiabile Don Camillo (le serie tv sono meglio delle novelle, fight me!).

Nel 1945 la sorella di Novello viene a sapere della sua morte.

Tra i vari omaggi, spicca quello del giornalista Silvio Negro: “la morte, quando è ingiusta, colpisce di regola i migliori

Solo che, usando le parole di Novello stesso, “evidentemente e per fortuna non sono tra quella eletta schiera “.

Come fece notare Buzzati, “il redivivo che si gode i propri elogi funebri è abbastanza novelliano

Contro ogni aspettativa, il Novello sopravvive alla prigionia e, dopo la guerra, torna in Italia, dove diventa vignettista per a Stampa.

L’Italia del Piano Marshall è l’Italia della “conciliazione”, l’Italia vittima, l’Italia che dà pochi mesi di galera ad assassini di massa come Graziani. E’ l’Italia che vuole con ogni atomo passare ad altro e far finta che non sia successo niente.

E Novello con questa vigliaccheria piccolo-borghese (di cui lui stesso è colpevole) ci va a nozze. Nel 1950 esce la sua nuova raccolta Dunque dicevamo, che canzona proprio quest’attitudine ignava.

Didascalia: Lo specchio della zia torna intatto dalla campagna Titolo della vignetta: LA GUERRA E’ INUTILE

Seguono Steppa e Gabbia, sulla sua esperienza in Russia e in prigionia, e Sempre più difficile, entrambi del ’57. Dieci anni dopo esce Resti fra noi.

Ad ogni modo dal ’65 in poi il nostro si dedica soprattutto alla pittura.

Novello si campa il resto della vita come artista apprezzato, ricevendo anche la medaglia d’oro di benemerenza dal Comune di Milano nel 1985.

Muore tre anni dopo a Codogno, dov’è nato, alla veneranda età di 91 anni.

Non male per uno che ha subito il disastro di Caporetto, la campagna di Russia, i campi di concentramento in Germania e la compagnia del Monelli.

Novello è stato importante per la satira del costume. Le sue vignette sono una lente di ingrandimento su ciò che c’è di piccolo, meschino e petulante nell’italiano, e in particolare nel borghese italiano.

Tipo la famiglia ricca a teatro che finge di non vedere il parentado povero che saluta dal loggione. O la famiglia che si rallegra del fatto che il recente bombardamento ha distrutto il caseggiato dirimpetto, liberando la vista sul mare.

Ma non c’è superiorità arrogante nelle vignette di Novello. Novello stesso è un borghese, e quando parla della meschinità dell’uomo, parla della meschinità che si annida in tutti, lui per primo:

“All’umorista che se ne sta sulla torre d’avorio ad osservare, non ho mai creduto. Prima di mettermi di fronte agli altri mi sono sempre guardato allo specchio e ho cominciato a ridere di me stesso

Non tutte le vignette sono incisive e crudeli, ovviamente. Molte sono bonarie, un’ironia inoffensiva sulla famiglia in ambascia poiché Luigino rifiuta di fare “ciao ciao” con la manina al signor Commendatore.

A conti fatti, si tratta di satira, o è semplice ironia di un borghese sui borghesi?

In un’intervista al Tempo del 1957, Novello si esprime sul perché i suoi disegni sono così popolari.

Forse la tua popolarità” mi ha detto un caro amico “è dovuta al fatto che i tuoi disegni piacciono anche ai cretini”. Dove quell’anche salva egregiamente i miei estimatori e il mio amor proprio.

Novello aveva amici preziosi.

Ciò detto, l’auto-deprecazione è un chiaro strumento di difesa. Novello non è il Bill Mauldin italiano, e lo sa.

Quindi che valore ha, a oggi?

Quando la moglie è in vacanza, perché Novello è Novello anche quando dipinge

Le vignette di Novello sono uno specchio della sua carriera: Novello non prende rischi, a meno che non sia costretto a farlo. Quando vince il premio per il ritratto nel 1940, abbandona il genere. Non parte volontario in guerra ma va quando chiamato. Negli anni ’60, davanti a una modernità che lo perplime, molla la satira e si dedica alla pittura. E la sua pittura è come le sue vignette: ironica, ma inoffensiva.

Sappiamo che Novello poteva, quando voleva, essere un commentatore crudele e cinico. Allo stesso tempo, anche le più crude delle sue vignette, non condannano mai davvero la borghesia.

E’ uno sguardo cinico, ma bonario.

E’ all’altezza delle lodi sperticate che gli riservano alcuni?

Forse no, ma alcune sue vignette sono eccellenti, ed è un fatto.

Merita di essere dimenticato come lo snob borghese che sfotte senza esporsi?

Nemmeno, anche se certa roba che ha disegnato è davvero la camomilla della satira.

Le vignette di Novello sono l’acqua minerale della satira. Allo stesso tempo, se non ci fosse l’elefante nella stanza delle sue simpatie per il regime, nessuno metterebbe in dubbio la sua bravura e la deliziosa costruzione dello scherzo.

Citavo Ungaretti dianzi, ma non è l’unico esempio. Ci sono artisti le cui opere sono così straordinarie e innovative che è facile separare il loro operato dal resto della loro persona. Ungaretti, Picasso, Charlie Chaplin, Woody Allen… Sì, è vero, Chaplin aveva un debole per le bambine quattordicenni. Era un predatore con spiccate tendenze pedofile. Il fatto che fosse un attore e artista assolutamente straordinario non lo assolve da nessuno dei suoi crimini, ed è importante sia separare l’arte dall’artista che ricordare che, se fu grande in un certo campo, fu terribile nel resto.

Esiste anche il caso contrario: certuni sono così sopravvalutati che è molto difficile riconoscere l’interesse del loro lavoro al di là di una personalità davvero infetta: ho già nominato Indro Montanelli, ma un altro fenomeno che non so perché ce lo prendiamo ancora tanto sul serio è Rousseau, per esempio. In realtà sono uomini che hanno un valore, ma la loro persona era così odiosa e la loro opera celebrata in modo così esagerato e ingiustificato, che la reazione a pelle è di buttare l’intero autore nel tritarifiuti.

Novello a parer mio si situa tra i due. Non è stato all’altezza dei suoi tempi, ma non è stato né un criminale né un traditore di Salò. La sua satira annovera alcuni esempi straordinari, ma anche molta fuffa di colore locale. Offre un interessante spaccato d’epoca e uno sguardo spietato nella società borghese del nord.

Capisco chi non ne voglia nemmeno sentire parlare. Personalmente però trovo che, al di là di tutto, era un umorista di talento, e le colpe che gli si possono assegnare non sono tali da offuscare la sua arte.

Ne consiglio quindi la lettura, pur con tutti i caveat del caso.

MUSICA!


Bibliografia

Un eccellente articolo de Il Tascabile

La pagina wiki del Novello

MONELLI Paolo e NOVELLO Giuseppe, Il ghiottone errante, Slow food editore, 2016

MONELLI Paolo e NOVELLO Giuseppe, La guerra è bella ma scomoda, Treves, 1929

NOVELLO Giuseppe, Il signore di buona famiglia, Mondadori, 1934

La storia del gatto Timofei

Illustri sconosciuti: Taira no Masakado (3.2): L’Impero colpisce ancora

Vento freddo soffia sulla plaga di cenere. E’ una spianata corrosa dagli elementi, sotto un perenne cielo di piombo senza sole e senza pioggia. Lapidi consunte punteggiano la terra sterile.

I nomi a stento si leggono. Laramanni’s weblog, Wunderkind trilogy, Druhim Vanashta

E’ il cimitero dei blog defunti.

Nessuno viene qui, è una regione dimenticata.

Sassolini franano da un monticello di cenere e detriti. Il mucchietto sobbalza.

Una crepa si apre nel fango rinsecchito.

Emerge un indice, un indice puntato, attaccato a un pugno chiuso. Il ditino sentenzioso si erge lento e rachitico in mezzo al cimitero. Da sotto la polvere arriva ovattata una voce nasale.

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ACTUALLY…

Vi sono mancata?

No, non credevo nemmeno io.

Ad ogni modo risiamo qui, in questo luogo di recriminazioni e lagne, a trascinare a calci nel culo la mia serie di articoli preferita, ovvero le mirabolanti avventure del mio compare Masakado, altresì noto come Nuovo Imperatore!

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Masakado in abito di Corte

La scorsa puntata avevamo lasciato Masakado in cresta all’onda della vittoria: ha raso al suolo Hitachi e si è mangiato senza colpo ferire le 8 provincie del Bandō, dove ha piazzato uomini di fiducia per gestire l’ordinaria amministrazione. I funzionari sono stati impacchettati con riguardo e inviati sotto scorta alla Capitale. Il nostro ha anche preso cura di scrivere una lettera al Ministro degli Affari Supremi Fujiwara no Tadahira. In un elegante rimbalzo tra captatio benevolentiae, recriminazioni e velate minacce, Masakado segnala al suo vecchio patrono di essere aperto al dialogo, almeno in principio.

Il ribelle non ha di che essere troppo ottimista, però: tutto questo casino è scoppiato perché voleva far fuori suo cugino Sadamori e suo cugino Tamenori. Ora come ora, vittoria o meno, i due cugini sono sempre vivi e sempre a piede libero.

Oggi però vorrei fare una brevissima pausa dalle vicissitudini familiari dei guerrieri orientali per dare un occhio a ciò che capita alla Capitale. E “ciò che capita alla Capitale”, in questo momento, è una grandinata di rogne come poche se ne è viste in tempi recenti.

Solito promemoria, sia mai che vi scordate dove ci si trova

La notizia della presa della provincia di Hitachi arriva a Heian (attuale Kyoto) il 2 del dodicesimo mese dell’era Tengyō (939). Il 22 arrivano dei messaggeri da Shinano, e di nuovo il 27 e il 29: Masakado ha preso Shimōsa e Kōzuke. La sera stessa arriva anche il governatore di Musashi: la provincia è perduta.

E’ una sventagliata di pessime notizie, e ricordiamoci che la Corte ha già una bella gatta da pelare con la flotta pirata di Fujiwara Sumitomo.

Ho parlato di Sumitomo in dettaglio in questo articolo. Qui basti sapere che questo ex-funzionario ha barattato un mediocre impiego nell’amministrazione civile per una folgorante carriera di predone e piromane.

A differenza di Masakado, il nostro è un criminale puro e semplice. Depreda villaggi e navi. I funzionari che cadono nelle sue grinfie sono torturati e uccisi, o rispediti alla Corte con naso e orecchie mozzate. Le loro mogli e parenti sono stuprate e buttate in mare. Roghi sono appiccati lungo la riva del fiume verso la Capitale.

E in questo clima arrivano le notizie dall’Est. Masakado, quello che nessuno ha mai preso davvero sul serio, si è appena mangiato un terzo del Paese.

E’ quasi sicuro che Masakado non volesse fare il re indipendente né il nuovo Imperatore, ma volesse solo costringere la Corte a patteggiare.

Non è l’impressione che ne tirano però gli aristocratici: per loro è evidente e sicuro che il prossimo obbiettivo di Masakado sarà la Capitale stessa.

Ma l’Imperatore Suzaku e la sua Corte non sono tipi da aspettare imbelli i comodi altrui! Senza por tempo in mezzo organizzano riti e preghiere.

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Può sembrare stupido o naif per il lettore contemporaneo (forse).

Credi che un guerriero orientale stia marciando verso casa tua con migliaia di predoni assetati di sangue, e che fai? Paghi la Wanna Marchi per mettergli il malocchio.

E’ sempre bene evitare di ragionare in questo modo. Dopotutto l’interesse della Storia è anche cercare di capire un punto di vista distante nel tempo e nello spazio. Tadahira, Suzaku e tutti gli altri erano sinceramente convinti di poter influenzare il destino di Masakado con la magia. Ogni tempo ha il proprio mito, ogni società le sue idee bizzarre. Noi, per esempio, crediamo nel trickle-down.

Un mago taoista (il tizio in bianco sulla destra) offre un qualche tipo di lettura a un gruppo di principoni in ghingheri (Immagine tratta dal Tamamonomahe)

Fermo resta che nessuno mantiene il potere col solo aiuto della Wanna Marchi, e l’aristocrazia di Heian prende anche misure pratiche per schiacciare la ribellione.

Per prima cosa vengono spediti a Shinano degli ispettori speciali (kogenshi).

In secondo luogo ci si preoccupa di difendere la Corte: degli inviati speciali (keikokushi) sono spediti alle barriere che delimitano la regione della Capitale, di modo da bloccare le vie d’accesso alla Città Fiorita.

Torri provvisorie sono tirate su in fretta e furia lungo la cinta del Palazzo (sì, Heian non aveva mura, e le mura della “cittadella” non avevano strutture difensive permanenti, nessuno se ne capacita ma questa cosa è rimasta per SECOLI).

Mentre riti e preghiere continuano, vengono nominati in meno di una settimana dei Prosecutori Speciali (tsuibushi), funzionari militari con carica temporanea la cui missione è quella di riportare la pace nei circuiti a loro assegnati. Vi risparmio i nomi, ma basti sapere che quasi tutti sono militari professionisti con esperienza.

In tutta questa fervente attività, un nome risalta fuori: Minamoto Tsunemoto.

Vi ricordate di lui?

Non è un guerriero, è un funzionario civile. E’ stato mandato nell’Est e si è azzuffato con un magistrato locale in una disputa fiscale presto degenerata nei disordini di Musashi.

Al tempo, Masakado era intervenuto riportando la pace, ma Tsunemoto aveva comunque rischiato di lasciarci la pelle. La cosa gli era rimasta di traverso ed era tornato alla Capitale per accusare Masakado e amici di tradimento e ribellione.

Come da prassi, era stato buttato al gabbio nel mentre che l’inchiesta si sviluppava.

Oh beh, ora che Masakado si è pappato otto provincie il problema non si pone più davvero. Tsunemoto viene tirato fuori di galera per essere nominato generale in seconda nell’esercito lealista (lo ritroveremo più tardi nell’organigramma della spedizione ufficiale).

L’11 della prima luna del terzo anno di Tengyō, la Corte emette un editto ufficiale di condanna contro Masakado e i suoi. Coloro che si schiereranno contro il ribelle orientale saranno ricompensati con terre, ranghi e funzioni. E per chi riuscisse a ucciderlo, la Corte riserva in premio l’abito di Porpora e l’abito di Cinabro, ovvero il quinto e quarto rango di Corte.

E’ un premio straordinario. Ottenere il quinto o quarto rango comporta tutta una serie di rendite e possibilità, ma non solo: col quinto rango un uomo entra ufficialmente nell'”alta” aristocrazia. Vuol dire passare dal gruppo che subisce le decisioni al gruppo che le decisioni le prende. Un premio del genere può determinare il futuro della famiglia per decine, centinaia di generazioni! E’ la chiave d’accesso al “Popolo del Cielo”.

Il 14 vengono nominati dei funzionari di 3° rango delle diverse provincie perdute. Costoro cumulano la loro funzione con ōryoshi, una funzione temporanea prettamente militare volta ad imporre gli ordini imperiali in zone, hum, “complicate”.

Tra costoro (i futuri enforcers dell’Impero nell’Est) troviamo dei nomi noti, ovvero due fratelli Taira, Kinmasa e Kintsura.

No, non potete sapere chi siano, perché finora non credo di averli mai nominati.

Ma potete indovinare.

Sono cugini di Masakado. Perché ovvio che sono cugini di Masakado. Per la precisione, figli di Yoshikane, lo zio-nemesi che il nostro ha annientato un da un po’ di tempo ormai.

E le vecchie conoscenze non finiscono qui: l’ōryoshi di Hitachi è il malefico Sadamori! Il nemico giurato di Masakado (e la ragione dietro alla presa di Hitachi per cominciare, ma non stiamo a sottilizzare).

L’ōryoshi di Shimotsuke invece è una faccia nuova: Fujiwara Hidesato.

“Faccia nova” per modo di dire, in realtà. Hidesato è un uomo notevole, per cui val la pena spendere qualche parola.

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Fujiwara Hidesato camuffato da persona perbene
Dettaglio da 
Sōshū Sashima Dairi-zu (総州猿島内裏図) di Toyohara Chikanobu (1838-1912)

Hidesato è un discendente di Fujiwara Uona. Membro del ramo principale dei Fujiwara, Uona è stato Ministro della Sinistra, ovvero la seconda carica più importante dell’Impero (la prima è ovviamente Ministro degli Affari Supremi, perché Imperatore non conta).

Essere alto papavero è una gran ganzata, ma chi sporge la testolina espone il collo, e Uona viene falciato in pieno da uno scandalo che gli costa l’esilio in Kyushu. E’ la fine della sua carriera e della carriera dei suoi discendenti. Il suo quarto figlio, Fujinari, non ottiene nemmeno un impiego alla Capitale. No, il disgraziato viene nominato funzionario di terzo rango nella provincia di Shimotsuke.

Da figlio di Ministro a subalterno fisso in una provincia orientale è una colossale culata in terra.

Fujinari però è uno tosto: non si perde d’animo e si rimbocca le maniche. Con gli anni riesce a scattare di carriera e diventare vicegovernatore della provincia. Sempre un cazzo rispetto a ciò che gli prometteva la vita solo pochi anni prima, ma nessuno ha mai coltivato niente sui sogni infranti. Invece di accanirsi a voler tornare in seno alla Corte, Fujinari sposa una brava ragazza di una buona famiglia del posto, e volta le spalle per sempre a una carriera nell’alta aristocrazia, ma senza tagliare del tutto i contatti con la Gente del Cielo.

Le generazioni si susseguono in provincia, e Shimotsuke si rivela essere un buon posto per i Fujiwara di Uona: il nonno di Hidesato diventa governatore, e il padre di Hidesato diventa funzionario di terzo rango e ōryoshi.

Oryoshi, protettore della pace dell’Imperatore. Ah!

Hidesato è il primo della famiglia a potersi considerare un “guerriero”. Lo vediamo comparire per la prima volta ne sedicesimo anno dell’era Engi (916), alla testa di una banda di delinquenti armati.

Il figlio del commissario è un mariuolo pericoloso e violento, che sorpresona, eh?

Se suo padre e suo nonno si erano assestati in una dignitosa carriera di funzionari, il giovane Hidesato opta per il mestiere che più gli si confà: il brigante. Il Nihon kiryaku lo nomina di nuovo nel 929 come capo-predone della regione.

Sono anni selvaggi di cui si sa poco, se non che il nostro fa un sacco di danni. Me l’età porta giudizio, e pochi anni dopo il nostro pare tornato dal lato buono della legge. Dopotutto nel 939 Hidesato ha ormai la cinquantina suonata, e uno nella sua posizione non arriva a quell’età senza un minimo di buonsenso: non è più un giovane arciere avventuroso, è un uomo maturo con famiglia ed è bene iniziare a preparare un buon nido per la vecchiaia.

E così abbiamo il wonder team di inviati per pacificare il Bandō! Un ex-brigante redento, tre ex-condannati per tradimento… di tutti gli ōryoshi, solo 1 (un tal Tōyasu) ha la fedina penale pulita. Chiaramente per la Corte serve un ribelle per acchiappare un ribelle.

Gli ōryoshi sono scelti di solito tra gente locale o con forti legami sul posto. La speranza è che usino la propria posizione per tirare dalla loro parte le bande armate della zona.

La strategia della Corte non si basa solo su di loro, però: viene organizzata una spedizione ufficiale da manuale!

Il 18 viene nominato un Gran Generale per la Pacificazione dell’Est (Seitō taishōgun), ovvero il capo dell’esercito “ufficiale”.

Per avere un’idea di quanto la Corte prendesse sul serio la minaccia Masakado basti pensare che la funzione di Seitō taishōgun era stata abolita nell’811. Ricompare in questa occasione (100 anni dopo) e mai più fino al XII° secolo.

Organigramma della spedizione ufficiale. Notare il nome di Minamoto Tsunemoto tra i generali in seconda.

Il tizio nominato generalissimo dell’est non è un militare, ma un funzionario civile sulla settantina, di rango medioalto. Costui è affiancato da 4 generali in seconda tra cui ex-funzionari scacciati da Masakado. Senza dubbio costoro sono stati scelti per via dei loro contatti sul territorio.

Il 18 e il 20 vengono anche scelti dei “sovrintendenti” (gungen e gunsō), tre Fujiwara che si erano distinti per i loro ripetuti sforzi di NON proteggere la pace dell’Imperatore. Si tratta del trio Tōkata, Shigeyasu e Fumimoto, tre sgherri del pirata Sumitomo che hanno saltato la barricata in cambio di ranghi e funzioni. Fumimoto in particolare era stato il braccio destro di Sumitomo in occasione del linciaggio del vicegovernatore della provincia di Bizen.

Gente ammodo insomma.

Per la cronaca, Tōkata e Shigeyasu rimasero a Corte e finirono i loro giorni come grassi burocrati, mentre Fumimoto tornò a scorrazzare con Sumitomo e finì morto ammazzato male come è spesso il caso con i pirati.

藤原純友(安政2年、芳直画、築土神社蔵)

Fujiwara Sumitomo, dal pennello di Utagawa Yoshinao (metà XIX°)

Le spade rituali simbolo dell’autorità militare sono consegnate al generalissimo l’8 del secondo mese. E’ passato un mese e mezzo dalle prime notizie di Hitachi, e finalmente pare che l’esercito lealista sia pronto a darsi una mossa.

Si tratta di un esercito strutturalmente simile a quello previsto dai Codici.

Tuttavia la scelta degli uomini è degna di nota: un alto funzionario civile presiede una spedizione i cui capi esecutivi sono non solo militari di professione (quasi tutti, Tsunemoto è ancora un newbie), ma in molti casi uomini con rancori personali verso il capo ribelle.

In questo modo i nobili contano di certo di sfruttare gli interessi privati degli ufficiali, il tutto mantenendo sotto controllo la situazione.

E’ una tattica vecchia come il mondo. Hai una banda di facinorosi che minaccia il tuo potere? Mandagli contro un’altra banda di facinorosi che minaccia il tuo potere. Mal mal che vada se ne saranno ammazzati un po’ tra di loro, e per te è tutto di guadagnato.

Non è il caso per tutti. Ovvio che Sadamori aveva ragioni personali per voler far la guerra al cugino. Ma Hidesato?

Si potrebbe argomentare che lo zio di Hidesato era uno dei funzionari deposti da Masakado nella sua folgorante conquista dell’Est, ma pare una motivazione molto debole.

Nah, Hidesato è un bandito e un avventuriero. Ha fiutato ricompense ed è probabilmente per quelle che è arrivato. Dopotutto il nostro era già funzionario provinciale durante la conquista del Bandō e si era guardato bene dall’opporsi a Masakado.

Ora la faccenda è diversa: la Corte gli sta offrendo qualcosa in cambio dello sforzo.

Non che la partita fosse già decisa, eh. Quella di Hidesato è pur sempre una scommessa, niente gli assicura che l’esercito lealista uscirà vincitore da questa guerra. Anzi, il 26 arriva la notiziola che Masakado, alla testa di 13.000 guerrieri, sta andando a papparsi anche Mutsu e Dewa, le due provincie settentrionali. Non aiuta il fatto che uno dei fratelli di Masakado sia un personaggio importante nella regione, con legami stretti con i funzionari e le élites locali.

Il territorio controllato da Masakado all’apice della rivolta

Kawajiri sostiene che, con ogni probabilità, Masakado prese effettivamente il controllo anche di questa ultima regione.

E’ l’inizio del terzo anno dell’era Tengyō (940) e Masakado è de facto padrone di un terzo tondo dell’impero.

Come accennato nell’articolo precedente, il nostro non si era peritato di creare una struttura di potere originale, ma aveva piazzato dei fidi a tener la barca pari mentre lui si dedicava all’attività più importante di tutte: dare la caccia ai suoi cugini, Sadamori per primo. Alla testa di 5.000 uomini, il nostro passa Hitachi al colino per diritto e per rovescio, ma dopo 10 giorni gli infami parenti restano introvabili.

La caccia non è del tutto vana però: una banda incappa in un gruppo di fuggitivi sulle rive del lago Hiroma. Il gruppo viene braccato, catturato, malmenato e spulciato. E nel mucchio saltano fuori due donne. Sono la moglie di Sadamori e la vedova di Minamoto Tasuku (uno dei primi a prendere le armi contro Masakado, e uno dei primi a morire).

Essere donne, prigioniere di alto profilo e in mano alla soldataglia è una combinazione terribile, e le due sono subito aggredite, stuprate e pestate mentre un piantone corre ad avvertire i capibanda del fortunato ritrovamento.

I due si precipitano sul posto e sfilano le disgraziate dalle grinfie dei loro uomini. Sono ridotte male, ma sono ancora vive.

Ora, è importante sottolineare che in questa regione e in questo periodo la moglie di un uomo non diventava automaticamente membro della famiglia di lui. La linea materna aveva un’importanza pari (e talvolta superiore) a quella paterna: se una donna della famiglia X sposava un uomo della famiglia Y, lei restava comunque un membro della famiglia X. In certi casi era addirittura il genero ad essere “inglobato” nella famiglia della moglie.

In altre parole, Masakado è in guerra con Sadamori, non necessariamente con sua moglie, e lo stesso vale per la vedova di Tasuku. Peraltro, conto tenuto del clima da guerra civile, cercare conflitto con altri notabili locali non è necessariamente una buona idea.

I due capibanda intercedono per le due tizie, chiedono a Masakado che sia fatta loro la grazia di tornare a casa indisturbate. Masakado accetta e offre alle due dei doni in guisa di compensazione.

Non solo: stando allo Shōmonki, il nostro si perita anche di scrivere alla moglie di Sadamori per “sondare il suo cuore”.

La domanda viene formulata sotto forma di poesia:

Benché sia lontano, voglio chiedere al vento messaggero: dove risiede il fiore strappato dal suo ramo?

Il senso della poesie pare d’acchito chiedere notizie: dove andrai?

Anche se un secondo senso è facilmente indovinabile: che intenzioni hai?

La risposta di lei è molto più criptica:

Benché sia lontano, il profumo dei fiori si diffonde, e non mi sento sola.

Potrebbe essere un semplice ringraziamento, il “profumo dei fiori” potrebbe indicare la benevolenza di Masakado che l’ha salvata dalle mani dei guerrieri e le ha permesso di tornare a casa.

Potrebbe anche trattarsi di un velato avvertimento: ti ringrazio del tuo aiuto, ma sappi che non sono sola, non venirmi a cercare.

Non possiamo essere sicuri che queste poesie siano autentiche, ma per quel che sappiamo della struttura familiare della regione in questo periodo è probabile che Masakado abbia davvero cercato di conciliarsi la famiglia di lei.

Stupri a parte, la caccia di Masakado resta infruttuosa, e nel frattempo si è arrivati alla fine del primo mese, che nel nostro calendario corrisponde grosso modo al marzo del 940. E’ l’inizio della stagione agricola, e buona parte dei guerrieri sono anche contadini, allevatori o possiedono poderi e devono supervisionare i lavori.

Dobbiamo ricordare che il grosso dell’esercito è comunque formato da banrui, uomini che non hanno un legame personale con Masakado e lo seguono per timore o per profitto. Questa gente non è disposta a sacrificare il raccolto per il capo, e questo Masakado lo sa. A inizio primavera i banrui disertano, è una dura realtà dell’esistenza.

Il nostro decide quindi di scogliere l’esercito e se ne torna a casa con un migliaio di guerrieri.

Sadamori e Hidesato, intanto, non sono in Hitachi. Si sono acquattati in Shimotsuke con le loro bande di guerra (ovvia, soprattutto la banda di Hidesato e relativi alleati), in attesa di una buona occasione. E questa è una buona occasione.

A questo punto Sadamori e Hidesato hanno un decreto imperiale con la promessa di ricompense. Possono usarlo per levare truppe locali e convincere banrui riluttanti a correre dei rischi.

Ed è esattamente quel che fanno: in poco tempo, i nostri ammassano 4.000 uomini.

Masakado è popolare, ma un guerriero di questo periodo è fedele alla propria famiglia. Chi ha seguito Masakado mentre lui vinceva non ha nessun problema morale a cambiare partito ora che Hidesato è sceso in campo con una nutrita banda e un decreto.

La resa dei conti si avvicina.

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A questo punto della vicenda, qualsiasi cosa può capitare.

La Corte ha deciso di trattare con Sumitomo e non con Masakado probabilmente perché ha paura di Masakado. Sumitomo è un pirata, un mercenario, vuole soldi, vuole potere, vuole navi, ricchezze, tutte cose facili da capire e da cui la Corte si può, volendo, separare.

Ma Masakado?

Masakado ha preso un terzo del paese. Lascia intendere di voler trattare, ma vuol trattare davvero? Magari non vuole diventare Nuovo Imperatore, ma a questo punto potrebbe diventare Nuovo imperatore! E se tratti con lui, e ottieni il ritiro delle sue truppe e la restituzione delle provincie, chi ti assicura che al prossimo screzio con le autorità locali non ricapiti di nuovo?

Come puoi imporre la legge ad un uomo che ha dimostrato capacità del genere?

Non puoi. E pertanto non lo puoi tollerare. Anche se ha dato prova di buona volontà, anche se ha dato prova di voler trattare, anche se è un uomo di buonsenso che non ama la violenza gratuita (caratteristica rara tra i suoi pari). E’ un uomo che ha dimostrato di poter sfidare la Corte e vincere, e questo lo rende molto più pericoloso di una marmaglia di predoni piromani che mozzano nasi e bruciano villaggi.

Ovvio che con i se e con i ma la Storia non si fa, ma per quel che ho potuto imparare di Masakado, è probabile che, se la Corte avesse trattato e condannato Sadamori una volta per tutte, il nostro se ne sarebbe tornato a casa sua a fare l’allevatore. E’ quello che fa durante il primo interludio tra i disordini, e in generale l’impressione è che Masakado non avesse davvero l’ambizione di governare su un terzo di Honshū. Masakado era un uomo che amava la propria casa, la propria moglie e la propria pace di vivere.

Ironicamente, due degli uomini coinvolti nella repressione della rivolta saranno all’origine di lignaggi che finiranno per aggrapparsi alla Casa Imperiale come spire di convolvolo, fino a scalzarla dal potere esecutivo reale e a relegare il Figlio del Cielo in secondo piano.

Chissà, forse se Suzaku avesse trattato con Masakado, la Storia intera del Giappone sarebbe stata diversa.

Ma questo è materiale per un prossimo articolo. L’ultimo della saga!

MUSICA!


Puntate precedenti

Prima puntata

Seconda puntata

Terza puntata

Quarta puntata

Quinta puntata

Interludio

Sesta puntata

Settima puntata


Approfondimenti

Il pirata Sumitomo

Breve storia del sistema militare giapponese, dalle origini a Masakado

La banda di guerra


Bibliografia

YANASE Kiyoshi, YASHIRO Kazuo, MATSUBAYASHI Yasuaki, SHIDA Itaru, INUI Yoshihira,Shōmonki, Mutsu waki, Hōgen monogatari, Heiji monogatari, Shōgakukan, Tōkyō, 2002, p.7-130

FUJIWARA Tadahira, Teishin kōki (Notes journalières de l’ère Teishin), Iwanami shōten, Tōkyō, 1956

KAWAJIRI Akio, Shōmonki wo yomu (Lire le Shōmonki), Tōkyō, Yoshikawa Kōbunkan, 2009

KAWAJIRI Akio, Taira Masakado no ran (La révolte de Taira Masakado), Tōkyō, Yoshikawa Kōbunkan, 2007

KAWAJIRI Akio, Yuregoku kizoku shakai (Une société aristocratique tremblante), Shōgakukan, Tōkyō, 2008; L’ère des zuryō

KITAYAMA Shigeo, Ōchi seiji shiron (Essai historique sur la politique de la Cour), Iwanami shōten, Tōkyō, 1970

In lingua occidentale

HERAIL Francine, La Cour et l’administration du Japon à l’époque de Heian, Genève, DROZ, 2006

HERAIL Francine, La Cour du Japon à l’époque de Heian, Hacette, Paris, 1995

HERAIL Francine, Gouverneurs de provinces et guerriers dans Les Histoire qui sont maintenant du passé, Institut des Hautes Etudes Japonaises, Paris, 2004

HERAIL, Francine, Aide-mémoire pour servir à l’étude de l’Histoire du Japon des origines à 1854, lieu de publication inconnu, date de publication inconnue

HALL John Whitney , Government and Local Power in Japan, 500 to 1700, Center for Japanese Studies Univesity of Michigan, 1999,

RABINOVITCH Judith N., Shōmonki, The story of Masakado’s Rebellion, Tōkyō, Monumenta Nipponica, Sophia University, 1986

PIGGOT Joan R., YOSHIDA Sanae, Teishin kōki, what did a Heian Regent do?, East Asia Program, Cornell University, Itacha, New York, 2008

FRIDAY Karl, Hired swords, Stanford University press, Stanford, 1992

FRIDAY Karl, The first samurai, John Wiley & Sons, Hoboken, 2008

FRIDAY Karl, Samurai, warfare and the state, Routledge, New York, 2004

FARRIS William Wayne, Heavenly warriors, Harvard University Press, Cambridge

BRYANT Anthony et MCBRIDE Angus, Early samurai, AD200-1500, n.35, Osprey publishing, Oxford, 1991

PIGEOT Jacqueline, Femmes galantes et femmes artistes dans le Japon ancien, Gallimard, 2003, Paris

Di scheletri e gente morta male: History cold case

In ricorrenza della simpatica Festa dei Morti, ho deciso consigliare qualcosa che combini gente mortamale, ricerca storica e pedanteria accademica. E quando si parla di pedanteria, si può sempre contare sull’Inghilterra!

History cold case

History cold case è una serie in due stagioni che passata in tv tra il 2010 e il 2011.

Il concetto è semplice: applicare i mezzi della medicina forense attuale ai resti di gente morta illo tempore.

Un’analisi dettagliata e completa del cadavere richiede un notevole investimento in risorse, e spesso la descrizione degli scheletri è relativamente sommaria. Basti pensare che fino a un paio di decenni fa molti scheletri erano identificati come maschi o femmine in base al corredo funebre, metodo raffazzonato che ci ha fatto prendere non poche cantonate.

Lo studio completo della salma è di solito riservato a defunti importanti: ad esempio, qualche anno fa un team diretto dal Professor Fornaciari dell’Università di Pisa ha analizzato la mummia di Cangrande della Scala, determinando che il prode ghibellino è stato spacciato da un infuso risolutivo corretto alla digitale.

Benvenuto a Treviso, che ne dice di una tipica tisana locale?

La serie History cold case segue un protocollo simile, occupandosi però di morti senza nome, pescati da varie epoche, dall’Età del Bronzo all’Epoca Vittoriana.

Il team

Sue Black

Sue Black dirige la squadra di ricerca. La nostra è antropologa e professoressa di Anatomia ed Archeologia forense all’università di Dundee. L’identificazione a partire dallo scheletro fu la sua tesi di dottorato nel 1986.

Per più di 10 anni Black ha lavorato in qualità di antropologa nell’identificazione dei morti, sia all’ospedale St. Thomas di Londra che in zone di conflitto come il Kosovo o l’Iraq. La nostra ha partecipato anche allo sforzo internazionale di identificazione delle vittime in Thailandia, dopo lo tsunami del 2004.

Black ha diretto per un periodo il Center of Anatomy and Human Identification (CAHID) dell’Università di Dundee, ma si occupa anche di gente viva: nel 2014 la nostra contribuisce all’identificazione delle mani di un uomo riprese in un video pedopornografico.

Insomma, cosa non c’è da apprezzare in Sue Black?

Xanthé Mallett

Segue Xanthé Mallet.

Anche lei antropologa forense e specializzata in biometrica del cranio e identificazione delle mani, senior lecturer all’Università di Newcastle in Australia.

La nostra comincia la sua carriera accademica con una laurea in Archeologia a Bradford, per poi orientarsi sull’Antropologia con un Master a Cambridge e un dottorato a Sheffield.

Per 5 anni ha lavorato al CAHID di Dundee, università presso cui è stata anche professore in Antropologia.

Caroline Wilkinson

Terza e ultima antropologa del gruppo è Caroline Wilkinson, dottorata all’Università di Manchester, collaboratrice del CAHID ed esperta in ricostruzioni facciali.

La nostra ha ricreato la faccia di noti defunti come Riccardo III d’Inghilterra o Roberto I di Scozia.

Nel 2012 ha ricevuto una medaglia dalla Royal Photographic Society per il suo contributo al miglioramento della fotografia medica.

 

Wolfram Meier-Augustein

L’ultimo membro fisso del gruppo è anche quello col nome più metal, Wolfram Meier-Augustein. Il nostro ha un dottorato in Scienze naturali della Ruprecht-Karl University di Heidelberg, è un esperto forense per la National Crime Agency e professore alla Robert Gordon University di Aberdeen. Dal 2010 al 2014 è stato direttore del Forensic Isotope Ratio Mass Spectrometry Network ed è stato membro della British Association for Human Identification.

E’ stato consulente in diversi casi di cronaca nera, dove ha contribuito ad identificare parti umane. Ha partecipato anche nelle indagini del famigerato caso delle sorelle Mulhall, due irlandesi che uccisero a coltellate e martellate il fidanzato della madre, per poi farlo a pezzi.

I casi

History cold case non è una lunga serie: ci sono solo due stagioni, ognuna delle quali ha 4 episodi di circa un’ora.

Ogni volta, il gruppo prende in esame un caso del passato (con una o più vittime) che presenti un qualche tipo di peculiarità.

I resti sono quindi studiati come se si trattasse di vittime contemporanee.

Mentre parte del team studia il cadavere (o i cadaveri), altri membri si occupano di completare il contesto storico con l’aiuto occasionale di altri ricercatori, reenactors e storiografi.

Mentre l’indagine va avanti, la Wilkinson si adopera a ricostruire il viso della vittima, di modo da restituire un’apparenza umana all’individuo.

Alla fine dell’episodio, il gruppo presenta il resoconto di ciò che sono riusciti a trovare (che può essere un sacco di roba o molto poco), le possibili circostanze della morte, e il ritratto del defunto.

Oltre alla ricerca dell’identità del morto, l’indagine offre anche uno spunto per parlare del periodo storico o di particolari fenomeni legati al morto, come i ladri di corpi dell’Inghilterra ottocentesca, le persecuzioni antisemite o i sacrifici umani dell’Età del Bronzo.

Uno dei casi porta sullo scheletro di una donna seppellito in una posizione bizzrra con non uno, non due, ma TRE infanti disseminati addosso

Spesso in questo genere di documentari si cerca di aggiungere una spolverata di suspence e dramma, qualcosa che tenga agganciato lo spettatore distratto.

Nella fattispecie questo aspetto è molto discreto, e non si sconfina mai in roba ridicola tipo reenactment del fattaccio o altre boiate atroci del genere (molto comuni nella “documentaristica forense” da pizza e divano).

Il contesto storico è di solito sommario, ma l’inusuale dipartita del soggetto di studio permette spesso di avere un ragguaglio su aspetti poco noti.

Nella seconda puntata della seconda serie, ad esempio, il gruppo della Black si occupa di una fossa comune trovata subito fuori dalle mura di York e contente 113 corpi, probabilmente legati all’assedio del 1644.

I nostri studiano in particolare 2 scheletri che presentano una rara malattia genetica che calcifica e deforma le ossa. Al di là del contesto storico, l’episodio mostra che portatori di handicap (anche gravi) erano presenti negli eserciti del periodo.

Immaginate domani una serie tv che racconta la storia di un portatore di handicap all’assedio di York.

Posso già sentire i lamenti e le lagne dell’Uomo del Bar: “ecco questi social justice warriors che impestano la Storia con le loro cazzate con gli handicappati in guerra!”

La prima puntata della prima serie parla dell’Uomo di Ipswich, lo scheletro di un maschio adulto di origine africana risalente al XIII° secolo.

Di nuovo, le sentite le lagne dell’Uomo del Bar sulle femministe che vogliono inquinare il passato bianco dell’Inghilterra?

O gli strilli dello Storiografo di Facebook che afferma con totale sicurezza che l’Europa del 1200 era isolata e stagnante?

Il punto è che la Storia è molto più complessa di quanto siamo portati a pensare dopo uno studio superficiale. Serie come questa sono un piccolo contributo nel demolire i luoghi comuni.

Parlando di luoghi comuni, un esempio è l’episodio 2 della prima serie, in cui la Black analizza la mummia di un bambino. La nostra lancia una serie di ipotesi sul background del fanciullo, ipotesi ragionevoli ma che si rivelano del tutto errate dopo uno studio approfondito. Questo mostra come un bais iniziale, se non verificato in modo rigoroso, può portare a conclusioni del tutto false.

Per un lungo periodo gli archeologi hanno catalogato il sesso del morto in base al corredo: armi->uomo / gioiellii->donna. A quanto pare è stato un errore in diversi casi, perché la costruzione dell’identità di genere nella morte è una roba particolare che non segue lo stereotipo di conserva insito nella gran parte di noi.
Di questo libro parlerò con calma in altra sede, ma intanto lo consiglio.

Insomma, History cold case è un prodotto per la televisione che deve catturare l’attenzione non solo dell’appassionato, ma anche dello spettatore medio. Pertanto lo stile e il modo in cui la serie è realizzata a volte urtano un pochettino la mia acuta sensiibilità di “maestrina laureata al classico” (cit.), ma questo non porta serio danno all’investigazione stessa, che resta ben fatta per il medium scelto (un episodio da 57 minuti).

Nell’insieme è una buona serie, divertente e interessante senza aver la pretesa di creare qualcosa di davvero rivoluzionario. E’ un peccato che si siano fermati dopo 8 episodi: è il genere di roba che presenta infiniti spunti, e mi farebbe piacere vedere altri documentari del genere, magari non limitati alla sola Inghilterra.

Idea di base
Team di ricerca
Soggetti
Format

In conclusione, History cold case è un buon prodotto, basato su una buona premessa e che offre molti spunti di studio. Plus, l’ultima volta che ho guardato lo si trovava tutto in modo diversamente legale su YouTube. La Fortezza gli concede quindi un bel seal of approval.

MUSICA!


IMDb della serie

Pagina wiki di Sue Black

Pagina wiki di Xanthé Mallett

Pagina wiki di Caroline Wilkinson

Pagina wiki di Wolfram Meier-Augustein

150° anniversario dell’inizio dell’era Meiji: una breve e superficiale introduzione

Quando parliamo di Giappone, una delle prime cose a cui la gente pensa sono i robot, seguiti dal porno tentacolare.

La terza cosa a cui pensa, però, è un vago coacervo di “antiche tradizioni”.

Il Sumo, il Judo, l’Ikebana, lo spirito di sacrificio e tutta quell’altra roba che offre tante citazioni fighe per la firma sui forum.

Va da sé, la realtà è sempre più complicata di quanto ci si aspetti di primo acchito.

Il Giappone non fa eccezione.

8° vista di Edo, Utagawa Hiroshige, 1797-1858

Il fatto è che molte delle cose che oggi riteniamo “un sacco tradizionali” sono il frutto di un lavoro immane, zelante, ma soprattutto recente. Ad esempio lo Shintoismo come religione di Stato. Lo Shintoismo di certo è la religione più antica in Giappone, no?

Sì. Ma si è presto mischiata al Buddismo. Lo Shintoismo in quanto fede separata, come viene percepito oggigiorno, nasce nel XIX° secolo.

In altre parole, ha la stessa età di Garibaldi.

E non è l’unico esempio. Pratiche particolari di una regione o specifiche a una certa classe sono state riprese, rielaborate, riplasmate ad arte in un brillante e gigantesco sforzo propagandistico di creazione nazionale.

In breve, a un certo punto il Giappone è stato costretto, baionette alle reni, a entrare nella modernità. Due opzioni si offrivano al “Regno dove il Sole nasce” (cit. Imperatrice Suiko): fare la fine della Cina, o diventare una Nazione.

Il 23 ottobre di 150 anni fa, il principe Mutsuhito inaugurò il proprio regno assumendo il nome di Meiji.

Il coraggio, il cinismo e l’intelligenza dimostrati dagli artigiani del nuovo regime sono straordinari, e personalmente non conosco esempi comparabili alla magnitudine di questa impresa. Questo periodo è tra i più interessanti nella Storia dell’Arcipelago, nel bene e nel male.

In occasione del centocinquantenario, ho voluto dedicare un breve capitolo introduttivo alla faccenda.

Si tratta di un’infarinata minima, quindi non aspettatevi una lista di 15 libri in bibliografia. Questo articolo non vuole essere un’analisi approfondita di questo incredibile momento storico, ma vuole dare gli strumenti minimi per apprezzare la ricorrenza.

E gli strumenti minimi per capire perché L’ultimo samurai fa schifo, ma questa è un’altra faccenda.

Tra gli splendori di Edo c’era anche l’allegra usanza del crocifiggere la gente.

Foto di Felice Beato

Il lento collasso del Bakufu

Con “Bakufu” (Governo della Tenda) si intende il regime militare che governa il Giappone (tra alti e bassi) a partire dal XII° secolo. Nella fattispecie, il Bakufu dei Tokugawa è una dittatura militare di stampo feudale che ha controllato il Giappone dagli inizi del XVII° secolo alla metà del XIX°. 260 anni e passa di governo dei samurai.

Per buona parte di questo periodo, i Tokugawa avevano optato per un rigido (ma non totale) isolazionismo. Avevano chiuso i porti e vietato ai propri sudditi di andarsene in giro, lasciando come unici partners stranieri Olanda, Cina e Corea.

Ci sono stati anche contatti saltuari con Russi, Inglesi, Americani e Francesi, tutta roba insignificante.

La faccenda funziona per un po’, ma tutte le cose belle hanno una fine: verso la metà del XIX° secolo la pressione dei Barbari del Sud (nanban, il simpatico nomignolo che i giapponesi avevano per gli occidentali) si fa più petulante e difficile da ignorare.

Notate che già ai tempi era impossibile per uno staterello isolano tenersi fuori dai giochi internazionali. Eppure certa gente pensa che ciò sia fattibile oggigiorno. Bah.

Ad ogni modo, gli Americani sono la testa d’ariete in questa faccenda. Aprendo i porti giapponesi sperano di potersi guadagnare un comodo scalo verso la Cina e un punto di rifornimento per i pescherecci che saccheggiano il Pacifico.

Questo nuovo interesse internazionale per i porti giapponesi casca in un brutto momento per il Regime. Lo shōgun è malato e senza eredi diretti. Questo pasticcio crea tensione tra il Consiglio degli Anziani (scelto tra i capi dei vassalli ereditari dei Tokugawa) e le varie famiglie con eredi putativi da spingere.

Non solo: una crisi economica latente rosicchia le casse di diversi feudi, un sovrannumero di guerrieri senza prospettive mina la stabilità della quiete pubblica e la scuola di Mito (feudo di uno dei pretendenti, Tokugawa Nariaki) sta ridiscutendo l’intero concetto di legittimità e origine del potere.

Insomma, ci manca soltanto che degli stranieri vengano a ficcanasa-E OH GUARDA, UNA NAVE DI UN BEL NERO ALLEGRIA.

La Nave Nera di Perry

E’ il 1853, e Perry porta una lettera da parte del Presidente, legata in punta a un cannone Paixhans. L’evento è una secchiata di benzina sul focolare della crisi politica.

Per dare un’idea del what the fuck are we even doing che si respirava nella capitale Edo in quei giorni, Francine Hérail cita l’estratto del diario di un funzionario del Bakufu.

La situazione interna del Bakufu è solo vuoto e contraddizione. Vogliamo abolire le regole del Bakufu. Non vogliamo rovinare il prestigio del Bakufu. Tra gli anziani non c’è nessuno che possa trattare con gli stranieri. I preparativi militari sono insufficienti. Nessuno ha il minimo ardore di battersi contro gli stranieri. Non vogliamo rovinare le istituzioni. Il Consiglio non riesce a prendere una decisione.

E mica è finita qui: 3 mesi dopo la simpatica visita di quel bell’uomo di Perry, i nostri si affacciano alla finestra e BAM, navi russe. Anche loro vogliono usare i porti.

Il Capo del Consiglio degli Anziani è Abe Masahiro, e non sa che pesci pigliare. A sua discolpa, è un momentaccio brutto.

Il nostro manda una lettera circolare ai daimyō, i feudatari: vuole suggerimenti su come trattare con gli stranieri, visto che, vi direte, nessuno è davvero così idiota da voler combattere cannoni a proiettili esplosivi con pallettoni di moschetto seicentesco.

Consideriamo però che i grandi vassalli sono a questo punto gente abituata fin dall’infanzia a dare ordini e a vederli eseguiti. Non che essere daimyō fosse particolarmente divertente, ma si tratta comunque di uomini abituati a vedere il resto delle persone scattare come lucertole a ogni comando. Non proprio la miglior base di partenza per chi vuole trattare con potenze più forti ed avanzate.

La risposta dei daimyō è quindi “aprire il Paese ai barbari è assolutamente IMPENSABILE”.

Da notare che Abe aveva fatto qualcosa di rivoluzionario, chiedendo l’opinione non solo dei vassalli diretti dei Tokugawa, ma anche dei daimyō esterni. Questa cosa mandò a fuoco le mutande di non poche vecchie mummie tradizionaliste.

Ci pensate? Per certuni questa misura era scandalo senza precedenti! Va da sé, ‘sta gente non aveva ancora visto niente.

L’arrivo di Perry, Kinuko Y. Craft (1940-)

Abe riceve due tipi di consiglio:

-Tokugawa Nariaki, del feudo di Mito e padre di uno degli eredi putativi, propone: “non possiamo accettare le loro condizioni, ma non possiamo vincere se ci attaccano, ergo la cosa più logica è combattere fino alla morte di ogni singolo sparuto samurai e far esplodere quello ce resta dell’Impero”.

-Ii Naosuke, del feudo di Hikone, propone la rivoluzionaria idea: “cerchiamo di guadagnare tempo, trattiamo, diamogli dei contentini finché non riusciamo a imparare come si fanno le navi quei cosi che sparano robe esplosive, e poi gli si fa un mazzo così!”

Questo presupponeva che gli occidentali fossero abbastanza stupidi da permettere al Giappone di imparare ed acquisire la nuova tecnologia.

Casca bene perché gli occidentali sono effettivamente così stupidi, e lo hanno provato a diverse riprese. Ma che ci vuoi fare, l’arroganza e il razzismo fanno sì che uno possa essere allo stesso tempo un genio tecnico e avere il cervello fermamente avvitato nel culo.

Ma sto divagando.

Nel 1854 il Bakufu firma la Convenzione di Kanagawa, in cui si stabiliscono tre punti principali:

  • Le navi straniere potranno ricevere combustibile (steampower bitches!)

  • I porti di Shimoda in Izu e Hakodate in Ezo (Hokkaido) saranno aperti

  • Le navi in difficoltà che capitano nei paraggi saranno soccorse.

Il tutto col (comprensibile) piano di “impariamo le navi e le cose che fanno BUM, e ributtiamo a mare tutta questa marmaglia palliduccia”.

Tutto bene ciò che finisce bene, vero?

Falso. Il lieto fine è solo il coitus interruptus del casino e viceversa, in un infinito circolo di sollievo e zappate sui piedi.

Mentre il Bakufu lavora per superare la crisi politica, gli occidentali spingono per concessioni più generose. In particolare, il console americano cerca di mettere a punto un trattato col Giappone che tagli fuori l’Inghilterra. Riesce anche a trovare delle orecchie simpatetiche nel Bakufu, specie dopo l’incidente di Arrow, in cui gli Inglesi avevano cannoneggiato Canton.

Tutto procede benone quindi, i Demoni Bianchi mettono insieme un bel trattatello, decidono di presentarlo al…

Già, a chi?

I nostri hanno dimenticato un piccolissimo dettaglio: chi comanda, l’Imperatore o lo shōgun?

Whoopsie daisy!

Gli stolti non sapevano che i veri signori erano (e sono tutt’ora) i gattini.
Utagawa Kuniyoshi (1796-1861)

Da bravi occidentali, ai nostri non era passato manco per l’anticamera del cervello che i giapponesi potessero avere un sistema radicalmente differente dal loro.

La cosa viene sfruttata subito dal Bakfu che, ricordiamocelo, vuole prender tempo per poter poi picchiare gli stranieri con le loro stesse armi.

Di conseguenza, quando il progetto di trattato viene messo a punto, il Bakufu dice “sì, molto carino, ora però lo deve firmare il Figlio del Cielo”.

Il nuovo capo del Consiglio degli Anziani, Hotta Masayoshi, si risolve ad andare a Kyoto nel 1858, ma se il Bakufu ha guadagnato tempo, lo stesso tempo è stato guadagnato anche dai daimyō esterni, fino ad ora tagliati fuori dalla grande politica.

Per costoro, gli stranieri sono un ottimo pretesto per schierarsi contro Hotta, il Consiglio e il Bakufu in generale. Un pretesto da solo non basta però, ci vuole una qualche forma di legittimazione.

E guarda te le coincidenze, a Kyoto c’è un’intera Corte di aristocratici civili infognati lì e tagliati fuori dall’esercizio del potere. Aristocratici che teoricamente detengono l’autorità, ma che di fatto non contano quasi nulla e che da generazioni sognano i bei tempi andati di quando erano loro a comandare.

Quando Hotta arriva a Kyoto, molti di costoro hanno adottato la causa xenofoba e anti-Bakufu dei daimyō esterni, e le trattative sono un fiasco. Hotta si dimette in disgrazia e smolla il posto a Ii Naosuke, che riesce a firmare un accordo di amicizia e commercio con gli yankees.

La faccenda prevede:

  • Scambio di rappresentanti diplomatici tra il Giappone e gli Stati uniti

  • Apertura progressiva dei porti di Nagasaki (in Kyushu), Yokohama e Niigata

  • Libertà di commercio

  • Numerose e mortalmente noiose clausole su diritti di dogana ed extraterritorialità.

Accordi simili furono firmati lo stesso anno con Inglesi, Francesi, Russi e Olandesi.

Tutto è bene ciò che finisce bene, no?

No.

Si sa come funzionano le cose: agli occidentali gli dai un dito e ti strappano il braccio alla spalla per spolparselo a piene ganasce.

Appena 4 anni dopo, l’Inghilterra, secondo la sua antica e rispettabile tradizione di bullismo e prevaricazione, costringe il Bakufu a rivedere i trattati rinunciando al diritto di fissare le regole doganali. Sono i famigerati “trattati ineguali”.

Sul momento, questi trattati divennero il perfetto casus belli per la politica interna.

Dovete immaginare una massa di guerrieri di basso rango incazzati come calabroni all’idea di essere bulleggiati dalle scimmie bianche per il solo fatto che le scimmie bianche hanno cannoni più grossi. Non è giusto, ecco!

Manco a farlo apposta, questa storia catalizza malcontenti e frustrazioni soggiacenti.

Sia chiaro, a ‘sto punto i daimyō hanno tutti più o meno ingollato l’idea che, per il momento almeno, i barbari bisognava cuccarseli. Questo però non impedisce loro di usare i trattati ineguali per delegittimare il Bakufu.

E anche a ragione! Per due secoli e mezzo hai tenuto il Paese con pugno di ferro perché “noi siamo il Governo della Tenda, noi siamo la dittatura militare, bada come siamo tosti”, e appena arrivano quattro scimmioni con le barche nere cali le braghe?

E’ dura da accettare.

E in tutto ciò, ricordiamocelo, ancora non è stato scelto un successore per lo shōgun!

Prodromi di guerra civile

Ora, secondo Hérail si possono individuare grosso modo due partiti dietro ai due eredi putativi.

  • Il partito di Mito, che sosteneva la candidatura del figlio di Nariaki, Yoshinobu. Il partito era costituito in particolare da daimyō esterni che volevano spingere l’evoluzione del governo verso una federazione di feudi sotto un consiglio interno dei vassalli ereditari.
  • Il partito conservatore, che sosteneva Iemochi dei Tokugawa di Kii ed era costituito dai vassalli ereditari.

Il Boia, foto di Felice Beato

Il partito conservatore vince, e Ii Naosuke lancia il Ripulisti dell’Era Ansei, una campagna di epurazione politica volta ad impedire ai daimyō di allearsi tra loro e immischiarsi con le faccende di Corte. Gente arrestata, gente esiliata, gente decapitata o costretta a sbudellarsi, insomma ci siamo capiti.

Tra i condannati a morte figura tale Yoshida Shōin, guerriero del feudo di Chōshū, alleato della Corte Imperiale e considerato nemico del Bakufu. Prima di stirare le zampe, Shōin aveva ispirato e influenzato un congruo numero di rampolli dell’aristocrazia guerriera del feudo. E sai qual’è una buona idea quando hai un carismatico maestro che ti attizza giovani facinorosi? Renderlo un martire.

Manco a dirlo, la repressione dell’era Ansei provocò un certo qual malcontento verso il Bakufu, ormai visto come corrotto regime a letto con gli stranieri.

Sono i prodromi della guerra civile, l’alba del grido di battaglia sonno jōi, “onorare l’Imperatore, espellere i barbari”!

Facinorosi all’opera.
Foto di Felice Beato

Sia chiaro: non si tratta di mere reazioni isteriche da parte di xenofobi con una scopa in culo. C’erano innumerevoli problemi con l’apertura dei rapporti, dal cambio dell’oro al lievitare del prezzi alla fuga di mercanti, tutta roba di cui magari parleremo in altra sede.

Ora come ora voglio concentrarmi sul travaglio politico.

E a proposito di travaglio politico, Ii Naosuke viene assassinato nel 1860.

Gli succede Andō Nobumasa, che cerca di accalappiarsi la Corte proponendo un matrimonio tra una principessa imperiale e il giovane shōgun, il quattordicenne Iemochi.

L’Imperatore dell’epoca non ce l’ha particolarmente col Bakufu, ma il suo entourage è zeppo di aristocratici che non vedono l’ora di scardinare la dittatura militare e restaurare il potere della Corte come nel magico periodo di Heian. Per costoro, l’occasione è perfetta per minare la credibilità del Bakufu.

Accettano quindi il matrimonio, a patto che il Bakufu butti fuori i barbari e si rimangi i trattati. E così Andō si ritrova preso tra gli aristocratici da una parte e gli occidentali da quell’altra.

Vedi, se avessero ghigliottinato tutti i nobili quando ne avevano la possibilità, non si sarebbe posto il problema. O forse sì.

Ma sto divagando!

Andō è in una brutta situazione, ma non per molto, visto che nel 1862 si ritira a seguito di un increscioso incontro ravvicinato con una coltellata (cortesia di sei scalmanati di Mito). Sono i rischi della politica quando la politica è fatta bene.

Il giovane Iemochi. Sapete di cosa ha bisogno una dittatura in grave crisi? Di generalissimi quattordicenni!

Non è possibile trattare coi barbari se il partito pro-aristocrazia continua a minare la credibilità shogunale. Dopo l’attentato contro Andō, Shimazu Hisamitsu del feudo di Satsuma marcia su Kyoto, perché mobbastaveramenteperò.

Butta fuori a pedate tutti i partigiani più scalmanati della restaurazione (torneranno poco dopo) e si fa nominare dalla Corte consigliere ufficiale presso il Bakufu per portare avanti una sobria ma seria modifica del regime. Questa corrente riformista è chiamata “Alleanza tra Corte e Guerrieri”, kōbu gattai, altresì detta volemosebbene.

Come prima cosa viene creato un tutore per quel moccioso dello shōgun.

Siccome ci vuole una scelta politicamente savvy m anche deliziosamente ironica, il ruolo viene dato a Yoshinobu. Che era l’altro erede putativo. Evviva!

A questo punto abbiamo quindi, in grosso, 3 partiti:

  • I lealisti del Bakufu a Edo

  • I lealisti dell’Imperatore a Kyōto

  • I grandi daimyō che cercano di mediare ed evitare una guerra civile

E in tutto ciò i rapporti con i barbari sono usati senza alcuno scrupolo nella politica interna.

Una complessa , delicata e sfaccettata problematica riguardante degli stranieri che viene appiattita e sfacciatamente usata per propaganda interna, dov’è che l’ho già sentita? Hummm….

Guarda te i casi della vita, la xenofobia è un sentimento tanto più totalizzante in quella cospicua massa di guerrieri senza feudo, rendita o lavoro. Gente educata fin dalla nascita ad essere facinorosa e tosta, a sentirsi migliore e orgogliosa del proprio status, e che ora si trova senza prospettive, senza speranza e senza scopo.

Costoro sgrondano a Kyōto, alla ricerca di un qualche vago sentimento di identità e ragion d’essere, e se la prendono coi demoni bianchi, e se la prendono col Bakufu che amoreggia coi demoni bianchi, scordandosi che il Bakufu ha davvero poca scelta e che i demoni bianchi sono sì figli di puttana ma non sono la causa principale della crisi economica, dell’alienamento o della sclerosi del regime.

Sono sentimenti del genere che portano ad incidenti celebri come quello di Namamugi, dove degli inglesi vengono attaccati dalla scorta di un daimyō.

Nel 1863, Yoshinobu e il baby-shōgun accettano in principio di scacciare i barbari. Più una dichiarazione di intenti che altro, dacché, ricordiamocelo, militarmente i giapponesi contro gli occidentali hanno le stesse probabilità di un bambino di cinque anni contro il Predator.

Ma questo sfugge alla gente del feudo di Chōshū. Ve li ricordate? Sono quelli a cui il Bakufu ha martirizzato il maestro.

Costoro vengono a sapere della decisione di Kyōto, e con l’ottuso zelo di un doganiere svizzero cannoneggiano le barche che passano nello stretto di Shimonoseki.

Mappa dei luogi nominati. Hakodate non si vede perché è in Hokkaido (ovvero in culo agli orsi)

Sulle navi occidentali la gente si sorprende.

-Qualcuno ha scorreggiato?

-No, mi sa che era un petardo o qualcosa così.

-No, è un pilloro partito da quel fortino lì.

-Fortino? Non è il museo della Marina?

-No, guarda, ci hanno sparato di nuovo.

Manco a dirlo, gli occidentali spianano le batterie costiere di Chōshū. Poco dopo gli Inglesi mettono i puntini sulle i bombardando Kagoshima. Nel caso qualcuno si fosse scordato di Namamugi.

A parte i disgraziati di Kagoshima e la signora Kyoko che coltivava zagare sulle coste di Chōshū, il vero sconfitto della Battaglia di Shimonoseki è il Bakufu, che ha perso totalmente la faccia: non è più capace di controllare la situazione, non è più un interlocutore degno di quel minimo rispetto che gli occidentali erano disposti a riservare a dei non-bianchi.

E come al solito, quando cominci a puzzare di debolezza, i cani si avventano. Gli Inglesi si buttano a coltivare relazioni con la Corte e i feudi del sud a scapito del Bakufu, mentre i Francesi si accalapiano il regime di Edo.

Ma intanto che fa il partito conservatore, quello del “cerchiamo di fare fronte unito, cazzo di maniaci, che questi sennò ce se magnano”?

Per prima cosa, cerca di montare una spedizione punitiva contro Chōshū e di impadronirsi della guardia imperiale.

I capi di Chōshū decidono che, spetta, questo merdone sta per scoppiarci in faccia, cerchiamo di metterci una pezza e sottomettiamoci.

Oh beh, troppo tardi: gli intransigenti fanno un colpo di stato. Sotto la nuova élite, Chōshū si allea con Satsuma, dove pure c’è stato un ricambio di classe dirigente, ora costituita da guerrieri di medio rango.

Long story short, nel 1866 Chōshū respinge le truppe shogunali.

Nel frattempo Yoshinobu era riuscito a diventare shōgun. Gioia di breve durata. C’è ormai una guerra civile in sordina, il Bakufu si sta sgretolando, i barbari sono al confine che si leccano i baffi.

Occorre cambiare qualcosa, qualcosa di grosso, e subito.

Viene ritirata fuori dal cilindro l’idea di un gran consiglio di daimyō, a cui Yoshinobu parteciperebbe non come shōgun, ma come grande feudatario. In cambio, Yoshinobu deve semplicemente rinunciare al titolo di Generalissimo e mettere fine a un regime vecchio di 200 anni.

Ma le grane volano sempre a squadriglie, e a fine gennaio del 1868 l’Imperatore muore. E’ un terremoto politico. I guerrieri di Chōshū e Satsuma s’impossessano del palazzo e catapultano il giovanissimo Principe Mutsuhito al centro della scena politica. E’ l’inizio della sanguinosa Guerra di Boshin.

Il 23 ottobre Mutsuhito assume ufficialmente il nome di Meiji. Il Bakufu viene dichiarato illegittimo e i feudi di Yoshinobu sono requisiti. In novembre, Yoshinobu abdica al Castello di Edo.

Al Castello lo shogunato Tokugawa era nato, ed al Castello muore.

Yoshinobu rinuncia al titolo

260 anni e passa di dittatura ininterrotta, quindici generazioni di generalissimi, stroncati da un principe di sedici anni appena. Perché siamo in Giappone, e la Rivoluzione qui la fa l’Imperatore.

Le dimissioni di Yoshinobu non mettono fine alla guerra. Dopo due secoli di pax Tokugawa, il Paese doveva sanguinare.

Tutte le guerre sono crudeli, ma c’è un posto speciale nel Panteon dell’Orrore per le guerre civili. E questa qui non fa eccezione.

I’m here to chew bubblegum and save the Empire. E se per farlo devo scimmiottare i Barbari del Sud, così sia.

Per quanto romanzesca sia l’immagine del principe adolescente che riconquista il proprio posto alla testa del Paese, non fu Meiji in persona a salvare il Giappone. La grandezza di Meiji fu di sapersi circondare di gente capace, saper ascoltare e saper rinunciare al proprio orgoglio per il bene del regno.

La Restaurazione Meiji è un periodo di storia brutale, fatto di rinunce, violenza, persecuzione politica e religiosa. E’ in questo periodo che vengono piantati i semi di ciò che sarà un giorno il fascismo giapponese, ovvero la balorda ideologia che portò l’Impero alla sconfitta e all’umiliazione.

Ma quanta scelta avevano i ministri e i loro collaboratori nel 1868?

Quasi un secolo dopo, Golda Meir dichiarò che era pronta a comprare armi agli odiati francesi, “anche se il loro leader fosse il demonio in persona”, pur di armare i propri soldati. Meiji e i suoi ministri erano altrettanto pronti a vendere l’anima se questo significava salvare l’Impero dalle mire fameliche delle potenza occidentali.

In 40 anni scarsi il Giappone passò da un mucchio di feudi che si trastullavano con archi e moschetti a una potenza marittima e militare capace dei sconfiggere i Russi. Con tutto il male e il dolore che la Restaurazione portò con sé, è difficile non ammirare la determinazione e l’ingegno degli architetti del nuovo regime.

Importarono il nazionalismo per salvarsi, e decenni dopo il nazionalismo fu una delle cause della rovina del Paese. Come detto su, la Storia è un ciclo infinito di sollievo e zappate sui piedi, e le soluzioni dei problemi di oggi sono spesso la causa dei problemi di domani.

MUSICA!


Bibliografia

Hérail francine, Histoire du Japon, POF, 1986

Nishiyama Matsunosuke, Edo Culture : daily life and diversions in Urban Japan, University of Hawai’i Press, 1997

Souyri Pierre-François, Nouvelle Histoire du Japon, Parrin, 2010