Farmacopea creativa: il muschio alla Corte di Heian

Sulle montagne dell’Himalaya vive un caprioletto. E’ piccolo, poco più di mezzo metro al garrese, non ha corna ma ha due zanne da vampiro che scendono giù oltre il muso. Non è un cervo, ma un Moschidae. Vive felice nella boscaglia, si nutre soprattutto di foglie, sta da solo sul suo territorio e gira soprattutto di notte.
Quando è stagione e il Mosco maschio ha voglia di scopare, la ghiandola sotto la sua pancia secerne pallette dall’odore pungente e caratteristico. Se gli va bene, una femmina le trova e s’arrapa.
E’ la fine del X° secolo, e il mosco non sa che gruppi di sicari professionisti stanno scalando le montagne alla sua ricerca. Chi vorrà mai attentare alla vita di un animale che per definizione si fa sempre e solo i cazzi suoi?
La risposta è: Fujiwara Michinaga, l’uomo più potente del Giappone.

Un mosco himalayano. Notare i dentini.

Nato nel 966, Michinaga è il cadetto di un potentissimo clan aristocratico. Dopo la morte intempestiva di suo fratello maggiore, Michinaga diventa capo del clan e si adopera affinché la sua famiglia resti alla guida dell’Impero per le generazioni a venire. Per cominciare, fa in modo che le sue figlie diventino spose imperiali e che i futuri imperatori siano scelti tra i pargoli delle madri Fujiwara. In questo modo il capo del clan sarà sempre nonno o zio materno del Figlio del Cielo.
In una società in cui la famiglia materna è dominante nei primi anni dell’infante, questo significa che il capo del clan sarà sempre l’uomo più potente del Paese. Di fatto, Michinaga amministra l’Impero come se fosse suo, tanto da usare le strutture burocratiche della propria famiglia invece che le istituzioni governative stabilite dai Codici.
C’è tantissimo da dire su Michinaga e il suo tempo, ma oggi parleremo di un aspetto molto preciso: i cosmetici.
Se c’è una cosa su cui i nobili di Heian erano assolutamente fissati, era il protocollo. Dovevi avere un certo tipo di carro, un certo abito, abilità in un certo tipo di musica, danza, poesia, ecc. E’ importante sottolineare che questa roba per l’alto aristocratico di Heian non era “contorno alla politica”, era LA politica!
In un contesto del genere, cosmetici, medicine e profumi erano importantissimi, oggetto di prestigio, scambio politico e dono diplomatico tra la Corte giapponese e quella cinese.
Tra questi prodotti ricercatissimi e uber-lussuosi, c’era anche il muschio.
Cos’è il muschio e a che serve?

Intanto chiariamo: con “muschio” qui non si intende la borraccina del Presepe. Si tratta di pallette pelose, contenenti una sostanza simile al grasso e molto odorosa, rilasciate dal nostro piccolo caprioletto himalayano via una sacca che si trova tra il pene e l’ombelico.
Si tratta di roba molto rara: per ottenere 1Kg di muschio sono necessari 30 o 40 moschi. Piuttosto che andare a caccia di minuscoli pallini per le valli del K2, i cacciatori di solito ammazzano il nostro caprioletto vampiro per strappargli la sacca del muschi da sotto la pancia. Estratto fresco, il muschio ha un odore insopportabile e deve essere ulteriormente trattato per poter essere veduto.
Come si può intendere, questo complicato processo fa del muschio una sostanza pregiatissima. Per avere un’idea di quanto prezioso fosse, basta un esempio dal diario di Michinaga, in cui racconta di alcuni doni ricevuti dal Figlio del Cielo in persona il terzo giorno della seconda luna del secondo anno dell’era Chōwa, ovvero nel 1015:

[Sua Maestà] mi consegna 8 pezze di broccato, 23 pezze di saia, 100 once di chiodo di garofano, 5 ghiandole di muschio, 100 once di pigmento blu e 3 libbre di Nardostachys.

Pallette di muschio in tutto il loro splendore!

Come si evince, una sola palletta di ‘sta roba era cosa da principoni. Ma cosa ci facevano i nobili con queste frattaglie essiccate?
Le sostanze appaiono spesso nelle fonti, ma senza troppi dettagli riguardo al loro uso. Ad esempio, negli Engishiki (i regolamenti dell’era Engi) si stabilisce che, tra le vettovaglie previste per il pellegrinaggio della principessa consacrata di Ise, dovessero esserci delle dosi di shimi (四味). Non è spiegato di cosa si tratta, letteralmente significa “quattro sapori/essenze”, ma pare chiaro che il muschio fosse un ingrediente fondamentale.
Il muschio compare anche nello Honzō wamyō, un’opera enciclopedica sulle “cose viventi” compilata nel 918. Anche in questo caso, non sappiamo di preciso come questa sostanza era utilizzata.
Una luce ci arriva però dallo Ishinpō, il più antico trattato medico giapponese. E’ stato scritto da Tanba Yasuyori nel 984 basandosi su trattati medici della Cina dei Sui e dei Tang.
Il primo riferimento al muschio appare nel sesto capitolo del primo rotolo (sono trenta in tutto) e si capisce che il gustosissimo palloccolo di sugna era previsto per delle pillole. Il capitolo non parla della funzione del farmaco, ma si concentra sulle precauzioni tecniche per manipolare il materiale: è fondamentale che il farmacista non abbia attorno signore, bimbetti o donne incinte, che si sa mandano radiazioni gender e sciupano la carica yang degli elementi.
Nel terzo capitolo del ventiseiesimo rotolo abbiamo finalmente un uso pratico: le pillole di ghiandole sono usate per profumare la persona!
E siccome vi voglio bene, qui l’utilissima ricetta!
Tre once (circa 42 grammi) di:

  • Chiodo di garofano
  • Menta coreana (Agastache rugosa)
  • Psychotria reevesii (un tipo di rubicaceae)
  • Nerdostachys
  • Basilico (tanto per gradire)

Un’oncia (circa 14 grammi) di:

  • Angelica anomala
  • Angelica polymorpha
  • Cannella
  • Noce di Betel

E infine mezza oncia (circa 7 grammi) di muschio!

Il muschio conta per poco meno del 3% del prodotto completo (circa 275 grammi di mappazzone). Dovete macinare tutto, filtrarlo attraverso un panno di seta fine, mischiarlo a del miele e dargli 1000 martellate. No, non scherzo. Occhio a non perdere il conto, che poi è la fine.

Michinaga si compiace mentre l’olezzo muschiato gonfia il suo abito di Corte

Dopo questo processo, potete plasmare delle pillole della taglia di un nocciolo di giuggiola e farle sciogliere sulla lingua, una a botta durante il giorno e tre a botta durante la notte (perché di notte è più facile strozzarsi) per un totale di 12 pillole al giorno.
Questo portentoso preparato, oltre a favorire la carie dei denti, dovrebbe profumarvi l’alito e, sul lungo periodo, il corpo. L’effetto è crescente: dopo 5 giorni le vostre ascelle dovrebbero olezzare di cannella e bestia morta, e dopo 30 dovreste profumare così tanto da appiccicare l’odore addosso al prossimo con un semplice abbraccio. Che mi pare una splendida idea.
A chiosa, ciò dovrebbe far bene a “tutte le malattie” (tranne che al tartaro, immagino), basta astenersi dal mangiare roba agra come cipolle e aglio. Siam messi male, io senza aglio non vivo.
Un altro rimedio di sicura efficacia è spiegato nel quindicesimo capitolo: mettete in un sacchetto zenzero, muschio e zolfo, e sarete protetti dai serpenti e dai morsi in generale! Ma fate attenzione: dovete tenerlo sulla destra se siete uomini e sulla sinistra se siete donne (non vi confondete che sennò non funziona).

Un serpente

Infine, sappiamo che il muschio era un componente fondamentale di un rimedio cinese molto apprezzato in Giappone: la “neve di porpora”. Questo prodotto era usato un po’ in tutti i casi di febbre, sia essa puerperale, da infreddatura, da dissenteria, ecc.
To be fair, in questo caso il muschio probabilmente aveva effetti benefici, in quanto il suo odore pungente, mischiato ad altri aromi, può avere un effetto rinfrescante e alleviare la sofferenza del malato.
In Giappone il muschio aveva un uso soprattutto nei profumi. Secondo Von Verschuer in Le commerce extérieur du Japon, la maggior parte della medicina isolana si affidava più a piante locali che non a complicate importazioni cinesi. Siamo onesti, spesso o prendevi un malanno leggero o morivi, tanto valeva andare al creatore senza spendere una fortuna.
Michinaga si era assicurato il controllo quasi esclusivo degli scambi col Continente. Il muschio, come altri prodotti di stralusso-che-levati, era molto importante per il protocollo di Corte, ma anche come moneta di scambio. Poteva essere usato per acquisire roba davvero utile. Gente come Michinaga doveva nutrire e vestire un numero esorbitante di gente tra servi, intendenti, figli, nipoti, nipotini, amanti, guardie, falconieri, cuochi, paggi, mezzadri, ecc. Tre pallette di muschio potevano diventare una notevole quantità di riso o miglio, per fare un esempio.
Potevano anche essere usati come doni politici, per sugellare e rinforzare alleanze.
Infine, il muschio essendo un materiale di straordinaria rarità, era un elemento di bling. E’ importante essere ricchi sfondati, ma è ancora più importante apparire come ricchi sfondati, oggi come al tempo di Michinaga.
E per soddisfare questi bisogni, la domanda spingeva i suoi tentacoli oltre l’Oceano, fin nelle remote valli himalayane. Non so voi, ma per me è buffo pensare che un povero bestio sia freddato sull’Himalaya perché in Giappone un vecchio maneggione doveva darsi il deodorante. E questo, secoli prima della Globalizzazione che fa tanto arrabbiare Diego Fuffaro.
A chiosa, sapete quanto ci vuole a ricercare una cazzata del genere? GIORNI. Se qualcuno a voi caro decide di buttarsi nella ricerca umanistica, fategli leggere questo articolo finché non rinsavisce.

MUSICA!


Bigliografia

ELLERMAN J. R., MORRISON-SCOTT T. C. S., Checklist of Paleartic and Indian mammals, 1758 to 1946, British Museum, Londres, 1965, p. 353-354
FUJIWARA no Michinaga, Midō Kanpakuki, Chōwa 1/5/20 – Chōwa 2/2/3
HERAIL Francine, Histoire du Japon, POF, Paris, 1986, p.136-143
KURUTA Katsumi, HAYASHI Yuzuru, Engi-shiki, Yoshikawa kōbunkan, Tōkyō, 1938, p.124-125
MAKINO Tomitarō, HONDA Masaji, Genshoku makino shokubutsu daizukan, Hokuryūkan, Tōkyō, 1982
NAGASHIMA Washitarō, Honzō wamyō, Nihon koten senshuukan, Tōkyō, 1926
SAKAI Cécile, STRUVE Daniel, TERADA Sumie, VEILLARD-BARON Michel, Les rameaux noués, VON VERSCHUER Charlotte, « Le coffret de toilette (tebako) de la fille de Fujiwara no Chikataka », Institut des Hautes Etudes Japonaises, Collège de France, 2013, pp. 153-176 ; p 163, 164, 167
SCHROCKIO Luca, Historia Moschi, ad Normam Academiae Naturae Curiosorum, Augsburg, 1682, p.1-17
TANBA Yasuyori, trad. HSIA Emil C. H., VEITH Ilza, GEERTSMA Robert H., The essentials of medicine in ancient China and Japan, vol I et II, Leiden-E.J.Brill, Pays-Bas, 1986, p.313/241
TANBA Yasuyori, Ishinpō, Renmin weisheng chubanshe, Pékin, 1993, p.15-19 ; p.599-610
UCHIDA Seinosuke, Genshoku dōbutsu daizukan, Hokuryūkan, Tōkyō, 1981, n° 293 p. 135
VON VERSCHUER Charlotte, Le commerce extérieur du Japon, des origines au XV° siècle, Maisonneuve & Larose, Paris, 1988, p.52-63
WISEMAN Nigel, FENG Ye, A practical dictionary of Chinese Medicine, Paradigm Pubns, 1998, p.945

Siti internet

http://www.hi.u-tokyo.ac.jp/english/db/db_use-e.html

http://www.arkive.org/himalayan-musk-deer/moschus-leucogaster/

http://www.treccani.it/enciclopedia/muschio/

Operation Petticoat


Siamo sul finire degli anni ’50. Rear admiral Matt Sherman (Cary Grant) arriva a un molo a cui è attraccato un sommergibile, il Sea Tiger. Matt Sherman sale a bordo. Sembra conoscere la nave. Gli si legge in faccia una vaga nostalgia. Raggiunge la cabina del capitano, si siede, apre il diario di bordo, lo sfoglia…

E’ il dieci dicembre 1941, Sherman è capitano di corvetta, il suo Sea Tiger è attraccato alla base di Cavite nelle Filippine quando i giapponesi attaccano. Il sommergibile viene centrato in pieno e affondato in porto.

Il fiore all’occhiello dell’industria bellica americana, archiviato con “varato nel ’40, affondato nel ’41, battaglie nessuna, vittorie nessuna”. Sherman non può sopportarlo.

“Sarebbe come una bella donna che muore zitella, se sapete cosa intendo dire per ‘zitella’.”

Il sommergibile non può essere riparato sul posto, ma Sherman insiste che possono ripescare il rottame, rimetterlo insieme con lo sputo e tentare il viaggio fino in Australia per riparazioni più complete. Il commodoro gli concede il permesso con malcelato scetticismo, a condizione che Sherman non dia battaglia. Mai. A nessuno. In nessuna circostanza.

“Se vede un soldato che fa il bagno- lo mette in guardia il commodoro –lo eviti! Potrebbe farle un buco nello scafo.”

Comincia così la mirabolante avventura del Sea Tiger, alla disperata ricerca di un meccanico.

I danni e la mancanza di risorse non sono l’unico problema: la ciurma di Sherman è stata in buona parte riassegnata ad altri sommergibili. I rimpiazzi che gli arrivano sono pochi e poco qualificati. Un bel giorno però gli arriva il rimpiazzo del suo sottotenente di vascello: uno sbarbino in uniforme bianca smagliante che si presenta con bagagli, portatore e sacca di mazze da golf. Si tratta di lieutenant junior grade Nick Holden (Tony Curtis). Nick Holden è lì per una lunga serie di sfortunati eventi. Non ha nessuna esperienza di battaglia, o di armi, o di navigazione, o di sommergibili… però è famoso per aver vinto il campionato di rumba con la moglie dell’Ammiraglio a Honolulu! Yay!

Sherman si trova quindi inchiodato a riva con un sommergibile sforacchiato, niente pezzi di ricambio, ciurma ridotta, un ufficiale abituato a far colazione a letto e la burocrazia americana con cui fare i conti. La situazione sembra disperata, finché Nick Holden non lo prende da parte e non gli offre la propria collaborazione.

Perché Nick Holden è un arrivista con le unghie da manicure, ma è nato e cresciuto in un ghetto di abbietta povertà e crimine noto come “Arca di Noé” (Tony Curtis era davvaro un ragazzino di strada del Bronx! N.d. Tenger). Se Sherman è disposto a chiudere un occhio sul come i materiali arrivano sul ponte, Holden può portargli qualsiasi cosa.

E qualsiasi cosa gli porta. Tra furti con scasso, pareti asportate e sciamani delle colline, Sherman e Holden riescono a rimettere in mare il Sea Tiger. Circa.

Mr. Holden, it’s past daybreak, and we are submerged.”
“We are?”
“We are.”
You mean, we’re under?”
“Yes.”
Well, it isn’t a permanent situation, er… What I’m trying to say is, I mean, we can come up if we like to.”
“Well, I like to think we can, but then, I’m an incurable optimist.”

Il viaggio si svolge tra mille peripezie, in un crescendo di situazioni sempre più paradossali e pericolose. In un momento iconico del film, i nostri devono ridare l’antiruggine al sommergibile. In un’isola trovano del minio, ma non abbastanza. Trovano della biacca, ma non abbastanza. Decidono di mischiare tutto e passare una mano di grigio poi.

Un buon piano, ma i giapponesi attaccano e i nostri devono fuggire precipitosamente con un sommergibile rosa confetto.

La storia del Sommergibile Rosa si diffonde. La Rosa di Tokyo (nomignolo dato a speakers anglofone che lavoravano per la radio giapponese) ne parla. Gli americani captano il programma. Siccome non risulta nessun sommergibile rosa tra gli effettivi, deducono che deve trattarsi di un sotterfugio, un astuto stratagemma per infiltrare un sommergibile giapponese nella flotta Alleata. Passano l’ordine di bombardare a vista tutto ciò che può somigliare, da vicino o da lontano, a un sommergibile rosa.

Sicché il Sea Tiger si trova con due motori utilizzabili, niente radio, in mezzo al Pacifico, con i giapponesi che sparano da una parte e gli americani che sparano da quell’altra. Per citare un marinaio, “possiamo farcela con l’aiuto del Buon Dio… ma deve darci la sia totale attenzione!”


Il Sea Tiger in tutto il suo splendore!

Operation Petticoat è un film del 1959. E’ il debutto cinematografico del regista Blake Edwards, lo stesso che realizzò poi Breakfast at Tiffany’s, Darling Lili o la serie The Pink Panther con Peter Sellers.

L’idea di una commedia sulla Seconda Guerra Mondiale ambientata su un sommergibile era stata spinta da Tony Curtis. Curtis si era arruolato dopo l’attacco a Pearl Harbor. Nel 1943 aveva visto il film con Cary Grant Destination Tokyo e si era così infervorato che aveva integrato la Pacific submarine force. A differenza del suo personaggio Nick Holden, Curtis conosceva i sottomarini piuttosto bene!

Il film è un gioiello. Edwards, Grant e Curtis sono tra i leggendari talenti di Hollywood, come non se n’è più visti e come non se ne vedrà mai più. Plus, il soggetto piacque tanto che il Dipartimento della Difesa americano lo sostenne fino in fondo e con grande dedizione. Ben tre sommergibili sono stati usati, il che ha permesso di girare numerose scene dal vero, invece che in uno studio o con qualche altro trucco.

E sì, hanno tinto l’USS Balao di rosa per questo film. Questi sono i momenti in cui uno deve essere fiero di appartenere alla razza umana!

Elencare tutti i pregi di questo film non gli farebbe giustizia. I personaggi sono verosimili, ben distinti e tratteggiati, recitati da un cast divino. Il duo protagonista Sherman-Holden è particolarmente ben riuscito. Sono due uomini del tutto diversi per origini, carattere e scopo, ma in una cosa si assomigliano: sono pronti a fare un patto col Diavolo per ottenere ciò che vogliono.

La scrittura è spassosissima, vivace e imprevedibile. Lascia peraltro spazio anche ai comprimari, ognuno memorabile e con una storia sua.

In una delle sotto-trame, i nostri ripescano un gruppo di infermiere spiaggiate. L’idea di poppute infermiere in un sottomarino avrebbe potuto facilmente scivolare nell’umorismo sempliciotto da circolino del tressette, ma non succede. Le donne del cast sono a loro volta ben distinte e tratteggiate. In particolare, la più alta in grado è figlia di un alto funzionario della GM ed è un eccellente meccanico. Durante il viaggio, si adopera con sudore e sangue a rimettere in sesto la carcassa del sommergibile, tra le proteste scandalizzate del meccanico di bordo, che non tollera l’idea di avere una femmina in mezzo alle sue macchine.

I due finiscono per diventare amici e abbiamo una delle frasi più romantiche del cinema:

“Tu sei più che una donna… tu sei un meccanico!

Holden ha molta fede nel primo rodaggio del Sea Tiger.

Qualcuno ha detto che l’intera idea di “infermiere raccattate da un sommergibile” è tirata per i capelli, una forzatura, una scusa per fare commedia.

Well, il fatto è che è successo davvero: l’USS Spearfish evacuò un gruppo di infermiere verso l’Australia.

E questo ci porta a un altro dei grandi pregi di questo film: molte delle gag sono riprese da fatti realmente accaduti!

Sommergibile in colori sgargianti per mancanza di materiali? Check.

Sommergibile che “affonda” un veicolo sulla spiaggia? Check.

Richiesta ufficiale di carta igienica respinta perché “materiale sconosciuto”? Oibò, la lettera passivo-aggressiva che Grant detta in quella scena è autentica!

Il Sea Tiger stesso è una chiara allusione alla USS Sealion, sottomarino nuovo fiammante affondato in porto dai giapponesi.

Questo film è un piccolo capolavoro, e non sorprende il successo mostruoso che ebbe presso il pubblico e presso i critici. Quell’anno Operation Petticoat fu il terzo film per incassi. I primi erano Ben-Hur e Psycho, una concorrenza spietata in tutti i sensi!

Nonostante oggi se ne parli meno, questo film piacque tanto e per tanto tempo che negli anni ’70 venne ritirato fuori dal cassetto e adattato a una serie televisiva. Non avendola vista non so quel che vale. Per quel che m riguarda, Operation Petticoat è e resta uno dei miei film preferiti, recitato da due dei miei attori preferiti!

Il cast! Ommioddio il cast!  
Vicenda  
Costumi e sets  
Sceneggiatura, spassosa e incalzante!  
Attinenza storica  
We sank a truck!  
I personaggi, ben distinti e memorabili!  

 

Può darsi che, cercando bene, questo film abbia dei difetti. Non lo so, non me ne frega un cazzo, è bellissimo, divertentissimo, purissimo, levissimo… guardatelo e basta. E poi ci sono Cary Grant e Tony Curtis, sono due degli attori più bravi di sempre, perdincibaccobarile!

MUSICA!

La pagina Imdb del film

Breve storia del cavallo domestico

Un altro titolo potrebbe essere: Cavalleria catafratta – il prequel.

Oggi parleremo di un argomento diverso dal solito: il cavallo.

Non temete, sarà un articolo storico, tecnico e barboso come piace a noi!

Il cavallo è uno di quegli elementi della Storia militare che un sacco di gente dà per scontati. E’ un essere vivente che viene spesso trattato con la superficialità che si usa per gli oggetti: infili tot chili di acqua e carburante da una parte, va a tot Km all’ora, ha un’autonomia di tot, ecc.

E’ quell’elemento che nei film in costume fa ufficio da motocicletta: l’Eroe salta in groppa, ingrana e parte al galoppo senza un istante di esitazione.

Non si vede mai una scena in cui l’Eroe viene catapultato all’istante contro un palo e calpestato perché è saltato su un cavallo personale che accetta cavalieri che conosce. Non si vede mai l’Eroe che salta in groppa a un cavallo a caso e poi non va da nessuna parte perché, guarda te lo sculo, quello è un cavallo da tiro e non ha la minima idea di cosa fare quando qualcuno gli si siede sulla groppa. E via di questo passo.

Il punto è: il cavallo non è una macchina e l’esistenza stessa dei cavalli domestici è cosa tutt’altro che scontata.

Ergo oggi parleremo delle origini dell’allevamento e di questa mirabolante joint venture interspecifica!

Di cosa si parla

Cominciamo col dire che il cavallo moderno (Equus ferus caballus) è un mammifero erbivoro perissodattilo, ovvero un animale che cammina sulla punta delle dita (e non sulla pianta dei piedi, come noi). Per la precisione, su un numero dispari di dita, e per la precisione su un solo dito: il cavallo sgambetta allegramente sulla punta dell’equivalente equino del dito medio, di cui lo zoccolo è l’unghia. Da un punto di vista anatomico, quella che pare la caviglia è la nocca, quello che pare il ginocchio è il polso e il gomito è rattatignato vicino all’attaccatura della spalla.

Ciò detto, da quanto esistono i cavalli?

Non è facile da determinare. Secondo recenti studi sul DNA mitocondriale, 20 milioni di anni fa potevamo trovare fino a 13 genera equini. Di questi, alcuni si distaccano da una dieta fatta di foglie e arbusti per orientarsi verso un menù principalmente erbaceo, scelta vincente visto che il cambiamento climatico stava favorendo la diffusione di praterie là dove prima cresceva la boscaglia.

In due piccoli milioni di anni (come vola il tempo!), i fossili di equidi da arbusto declinano, mentre quelli da prateria si diffondono. Non immaginatevi però i nostri destrieri: secondo Budiansky, questi proto-cavalli annoveravano una grandissima varietà somatica.

I diretti antenati dei nostri cavalli sarebbero, pare, 2 (certi dicono 4, ma si va nel magico mondo della speculazione): il Tarpan, un cavalluccio che viveva nella zona eurasiatica, e il Przewalski, in Asia. Il Przewalski è l’unico cavallo selvatico ancora esistente, ed è mia personale opinione che a salvarlo sia stato il fatto che nessuno davvero sa come cazzo pronunciare il suo nome.

-Dove vai, Gurkuk?
-A caccia di Perzewe… Perez… Purzuru… A CACCIA DI CINGHIALI!

Questi due antenati potrebbero aver apportato caratteristiche differenti al cavallo moderno. Ad esempio, mentre la criniera del Przecoso è ispida e ritta sul collo, quella del cavallo contemporaneo è solitamente fluente, una caratteristica che avrebbe ereditato dal Tarpan.

Ad ogni modo, la lieta vita dei ronzini prende una brutta piega verso la fine del Mesolitico, quando i fossili diminuiscono bruscamente. Parafrasando la logica che ho sentito usare una volta a un fruttariano (yep, esistono!), questo potrebbe suggerire che i cavalli abbiano semplicemente smesso di morire dacché divenuti incredibilmente longevi (giuro).

Il Rasoio di Occam e il buonsenso suggeriscono invece che l’animale si sia avviato a decise falcate verso l’estinzione. Il cavallo sparisce dal Nord-America, dall’Europa occidentale, dalla Cina… inseguito dal lento ma inesorabile cambiamento climatico, il povero bestio si ritrova confinato all’Ucraina e una parte dell’Asia Centrale.

Questo fino al terzo millennio a. C., quando le sue ossa risaltano fuori, più numerose che mai! Cos’è successo?

Le origini dell’allevamento

Cominciamo col dire che l’addomesticamento del cavallo, come ogni fenomeno, si è verificato solo grazie al contesto: i fattori ambientali e i fattori etologici delle due popolazioni (quella equina e quella umana) rendevano possibile la collaborazione.

Tanto per cominciare, umani e cavalli si somigliano. Come l’umano, il cavallo è un animale sociale e gerarchico. In altre parole, sia gli umani che i cavalli capiscono istintivamente segnali di dominazione e sottomissione. L’atteggiamento sottomesso da parte di un animale può placare l’atteggiamento aggressivo da parte di un umano, in quanto l’umano capisce il messaggio: in quel contesto, le due specie parlano la stessa lingua.

Inoltre, se la vicinanza di un gruppo umano presenta per il cavallo indubbi rischi (dopotutto gli umani sono famosi per mangiare tutto ciò che si muove e anche ciò che sta fermo), presenta anche dei vantaggi: i grandi predatori stanno alla larga (per la ragione di cui sopra) e gli umani allevano cibo ad alto valore nutritivo.

Eh già, perché le prime creature addomesticate dagli esseri umani in modo sistematico non sono state i cavalli, ma le piante.

Poi i gatti arrivarono e iniziarono a demolire le basi stesse della nostra sopravvivenza…

C’è un’idea che circola secondo cui l’allevamento è quella cosa che gli uomini inventano quando l’agricoltura ha così tanto successo che lascia del margine. La realtà storica pare diversa: l’allevamento è quel ripiego che gli uomini adottano quando caccia, raccolta e agricoltura non bastano più a mantenere il gruppo. Allo stesso tempo, perché una popolazione animale sia addomesticabile, bisogna che quest’ultima sia nella necessità di vivere nelle vicinanze degli umani.

L’allevamento è quindi quella collaborazione che si crea in zone periferiche e dalle risorse limitate, ammesso che le due popolazioni siano etologicamente compatibili. Tutte queste caratteristiche si sono verificate nella zona subito a nord del Mar Nero.

I primi a mostrare una vicinanza notevole coi cavalli sono stati gli uomini della civiltà detta Sredni Stog, che vivevano sul sito di Dereivka in Ucraina intorno al quinto millennio a. C..

Verso la fine del quinto millennio, la dieta di questi simpatici signori presenta un cambiamento notevole: se prima le discariche abusive di ‘sti zozzoni presentavano soprattutto ossa di cinghiale e altra selvaggina da foresta, di botto gli scheletri di cavalli diventano dominanti (costituiscono fino al 50% della carne consumata!).

Ora, il cavallo è una bestia di steppa, ergo ‘sti disgraziati devono farsi un bel pezzo di strada per andarseli a cercare.

Cos’è successo, perché questo cambio di menù?

Secondo una vecchia interpretazione, questa nouvelle cuisine ucraina sarebbe da interpretare come l’inizio dell’addomesticamento. Secondo questa teoria, infatti, il cavallo sarebbe stato prima di tutto una bestia da macello e poi, molto più tardi, un mezzo di trasporto e animale di fatica.

Ecco, questo è ciò che succede quando i ricercatori non mettono mai naso fuori da una biblioteca.

Tanto per cominciare si può cacciare il cavallo selvatico senza saper cavalcare (li si può spingere giù da precipizi, o in trappole, fargli agguati ecc.), ma qualcuno mi deve spiegare come diavolo tieni delle mandrie se quelle corrono con quattro gambe e te solo con due.

In secondo luogo il cavallo, come bestia puramente mangitiva, è una ciofeca assoluta. In proporzione alla quantità di cibo che ingolla e alle cure che necessita se non può vivere nel suo ambiente ideale, il cavallo è un pessimo investimento di carne e latte. Aggiungeteci la lunga gestazione e il fatto che fa pochi cuccioli, e avete una situazione da bancarotta assicurata.

Inoltre, la teoria non è supportata dai dati archeologici.

Marsha Levine ha fatto uno studio sistematico degli scheletri di Dereivka, comparandoli con i vari modelli di sfruttamento dell’animale. Difatti, a seconda del modello, l’età di morte delle bestie è diversa.

Nel caso dei cavalli selvatici, i due picchi di mortalità sono l’infanzia e la vecchiaia: i cuccioli e i vecchi, più lenti e meno vigili, sono le prede preferite dai carnivori.

In allevamento la faccenda è un pelino più complessa. Di base, gli animali che passano in bistecche sono prima di tutto i cuccioli in sovrannumero e le bestie che hanno passato l’età fertile. Questo crea un marcato discrimine sessuale: siccome mi basta un maschio per ingravidare più femmine, i cuccioli selezionati per la mannaia saranno soprattutto maschi, mentre gli adulti selezionati per la mannaia saranno soprattutto femmine.

Nel caso dei cavalli, in un allevamento avremo un alto abbattimento di maschi tra i 2-3 anni, e un alto abbattimento di femmine tra i 14 e i 20.

Nel caso delle discariche di Dereivka, abbiamo qualcosa di ancora diverso, che non rispecchia né il modello selvatico né quello domestico. Abbiamo pochi esemplari sotto i 4 anni e pochi al di sopra degli 8. Contando che un cavallo raggiunge la maturità fisica verso i 5, troviamo una maggioranza di bestie nel fiore degli anni!

Questo tipo di situazione calca un tipo di caccia definito stalking, in cui il cacciatore investe energia e tempo per selezionare e uccidere prede di qualità: i giovani pasciuti.

Ne segue che i Sredni Stog erano, tendenzialmente, cacciatori (e non allevatori) di cavalli. Dico tendenzialmente perché non è escluso che alcuni individui fossero catturati o addomesticati. Come fa notare Levine, non bisogna semplificare e appiattire i rapporti tra popolazioni: come sempre quando si tratta di uomini, la realtà era di certo più complessa del modello.

Ma torniamo alla genesi dell’allevamento! Secondo Budiansky, esistono tre stadi:

  • Dato un contesto ambientale, economico ed etologico, due società compatibili si avvicinano;
  • Una volta che le due società sono a contatto, alcuni degli individui più curiosi o sottomessi (o entrambi) cercheranno un contatto più continuo con i membri dell’altro gruppo. In questa fase, alcuni individui possono essere assorbiti dal gruppo umano (si tratta quindi di animali nati selvatici e poi addomesticati).
  • Durante questa seconda fase, la società umana può acquisire le informazioni necessarie a far nascere i primi individui in cattività, ad allevarli.

La seconda fase e la terza sono ben distinte: dal momento che nascono delle bestie puramente domestiche, la selezione artificiale comincia a giocare un ruolo fondamentale e l’evoluzione dell’animale diverge da quella del suo congenere selvatico.

Ovviamente queste fasi non sono da intendersi come cronologiche o esclusive: possiamo avere società che praticano tutti e tre questi modelli!

Ma torniamo ai primi pastori di cavalli. Secondo le fonti storiche, le prime menzioni di allevatori di cavalli fanno riferimento a quelle che erano probabilmente popolazioni di lingua indoeuropea e che abitavano nei pressi del Mar Nero. Erano i Sredni Stog?

Questions!

Negli anni ’60 una scoperta archeologica nel sito di Dereivka ha portato un nuovo elemento sul tavolo: è saltato fuori un nuovo scheletro, diverso da tutti gli altri, lo scheletro di uno stallone.

Cos’ha di diverso il celeberrimo (sì, nel settore lo conoscono tutti) Stallone di Dereivka rispetto a tutti gli altri cavalli della zona?

Lo stallone in questione non era insieme agli altri nelle discariche: era in una tomba prestigiosa, il che indica che l’animale in questione aveva una posizione sociale in seno al gruppo umano radicalmente diversa da quella degli altri cavalli.

Inoltre il nostro misura 142cm al garrese, una taglia notevole per l’epoca e che lo renderebbe simile agli odierni Fjord o New Forest.

Un New Forest mentre, con paziente determinazine, erode il territorio

Ma dulcis in fundo, i suoi denti! I suoi denti presentano una tacca di usura tipica e caratteristica dei cavalli che portano il morso!

BOOM, cavallo cavalcato, possiamo datare l’addomesticazione del cavallo!

Right?

Eh, circa… Purtroppo, com’è spesso il caso, non è così semplice.

C’è prima di tutto un problema di datazione: in principio si era situata la tomba (e quindi lo stallone) al 4000 a. C. Una recente datazione al C-14 però piazza tutto ciò molto dopo, tra il 700 e il 200 a. C. (l’altroieri, insomma!)

Inoltre i segni sui denti possono essere stati causati, in teoria, da altro che non da un morso. Il morso non è peraltro indispensabile per cavalcare, e anche concedendo che si tratta di un cavallo cavalcato e dotato di morso, niente ci assicura che sia nato in cattività (ovvero, niente ci assicura che sia un cavallo domestico).

Vicino allo scheletro sono stati ritrovati oggetti in corno che potrebbero essere resti di rondelle per morso. Un tentativo di ricostituzione basato sui reperti ha offerto un morso funzionante.

E quindi?

Secondo Budiansky, il cavallo era molto probabilmente una bestia montata, ma non domestica. Si tratterebbe dell’alba del cavalcare. Catturare e domare un cavallo era senza dubbio un’azione di grande audacia e maestria, il che spiegherebbe il fasto dedicato a cavallo e cavaliere nella morte.

La differenza tra un cavallo domato e uno domestico non è anodina.

Un animale domato implica spesso il concetto di proprietà privata e sempre un rapporto personale stretto tra domatore e animale. Tale rapporto termina quando uno dei due muore. L’allevamento presuppone una situazione radicalmente diversa: in caso di allevamento, l’attività coinvolge (o tocca in qualche modo) l’intero gruppo sociale, non solo il cavaliere.

Insomma, non possiamo sapere davvero se i Sredni Stog cavalcavano nel quinto millennio a. C., ma possiamo affermare con sicurezza che l’allevamento e l’arte di cavalcare nascono proprio in quest’area. Considerato quanto detto prima sulla diminuzione drammatica di resti equini nel resto dl mondo, possiamo affermare che, con ogni probabilità, l’allevamento salvò il cavallo dall’estinzione.

Studi recenti suggeriscono addirittura che tutti i cavalli moderni sarebbero i discendenti di un’unica mandria ancestrale, l’ultima grande mandria che pascolava nei paraggi di Dereivka.

Animo e coraggio, abbiamo quasi finito!

Di qui al catafratto corrono ancora millenni. L’impiego militare è stato l’ultima tappa del cavallo domestico.

La prima traccia di cavallo da guerra farebbe riferimento ai carri da guerra del re amorreo Samsi-Adad (1800 a. C.). In questo periodo il pedigree dei cavalli era già registrato e documentato, il che significa che la selezione artificiale era già relativamente raffinata.

E’ questa selezione a provocare la vastissima varietà di tratti somatici, fisiologici e regionali tra le numerose razze di cavalli moderni.

L’addomesticazione del cavallo è stata una svolta radicale nella Storia umana. Si poteva viaggiare di più, più lontano, più velocemente. Gli orizzonti si sono spalancati. Zone fino a quel punto troppo distanti erano a portata: nuovi territori di caccia, nuove occasioni di scambio, di saccheggio… e infine, nuovi modi di combattere.

Il cavallo è una bestia che tende ad evitare i conflitti, trovare il modo di usarlo in guerra non deve essere stato semplice. Secondo Creel, il carro da guerra avrebbe avuto origine nell’odierna Siria, mentre il guerriero montato sarebbe nato sulle montagne dell’Iran.

Me questa è ciccia per un altro articolo.

MUSICA!


Bibliografia

BUDIANSKY Stephen, The Nature of Horses, Phoenix Illustrated, Londra, 1998

CREEL H. G. “The Role of the Horse in Chinese History.” The American Historical Review, vol. 70, no. 3, 1965

DREWS Robert, Early riders, the beginnings of mounted warfare in Asia and Europe, New York, Routledge, 2004

JAGER Ulf, “Some remarks on horses on the ancient Silk Roads depicted on monuments of Art between Gandhara and the Tarim Basin”, Pferde in Asien: Geschichte, Handel und Kultur/ Horses in Asia: History, Trade and Culture, Osterreiche Akademie der Wissenschaften, Vienna, 2009

LEVINE Marsha A., “Botai and the Origins of Horse Domestication”, Journal of Anthropological Archaeology 18, Academic press, Cambridge, 1999

Mallory sui Sredni Stog

SAWAZAKI Hiroshi, Uma ha kataru, Iwanami Shoten, Tōkyō, 1987

SIDNELL Philip, Warhorse, Hambledon Continuum, New York, 200

TRENCH Charles Chenevix, A history of horsemanship, Longman, Londra, 1970

Memento mori: esplorazione urbana e carcasse del recente passato

L’inizio dell’estate è l’INFERNO. Il lavoro si ammonticchia in colline di orride incombenze, frana in rivoli di melmoso ritardo, si stratifica in speranze schiacciate e occasioni perse.

Per i 2 giorni di vacanza annui che mi riservo ho quindi optato per una spedizione in tema: niente campi vichinghi, niente rievocazioni, ma esplorazione urbana! La bellezza della putrefazione per ricordarmi che l’esistenza è un inutile susseguirsi di affanni votati al decadimento. Les sanglots longs des violons de l’automne eccetera.

Dark Lord of Averoigne – whose windows stare On pits of dream no other gaze could bear!

Avete presente quando a 12 anni andavate a ficcanasare nelle case abbondante del quartiere?

Roba da ragazzini.

Poi si cresce, e si mette la testa a partito. E si comincia a cercare ruderi degni di visita.

La prima creatura è un villone a tre piani con torretta. Fu costruito nel 1881 da un avvocato, in mezzo a un vasto parco nel cuore della Fiandra belga.

Con la Seconda Guerra Mondiale, gli occupanti se la diedero a gambe (voci di corridoio suggeriscono che fossero diversamente ariani). I Nazi occuparono la costruzione e ci schiaffarono dentro la Luftwaffe.

Dopo il ‘45, il compound fu recuperato dai belgi che ci misero i loro aviatori. In più dell’antica villa e delle aggiunte teutoniche, il complesso fu aumentato e modernizzato, per poi essere abbandonato.

Vendesi attico luminoso, arieggiato, 15 min dalla stazione. Perditempo astenersi.

Io e Little Bro arriviamo in una torrida giornata di sole. Il compound è in mezzo a una zona residenziale, cerchiamo di avvicinare il perimetro in una zona poco popolosa: questo genere di visite sono tollerate ma non proprio regolari, e non vogliamo attirare l’attenzione.

Troviamo una parte di rete scavalcabile dietro una casa. Passo con l’agilità di un tapiro e mi trovo nelle ortiche fino alle ascelle. Little Bro mi lancia lo zaino, fa per seguirmi.

Un vecchio inizia a urlarci dietro in fiammingo, da una casa vicina. Little Bro sbuffa.

-Ma porco Giuda, beccati subito

Il vecchietto ci sorride, gesticola e sblatera in fiammingo. Non sembra incazzato. Che vuole?

Dopo un quarto d’ora di olandese e “the cat is on the table”, capiamo il senso del messaggio: stiamo usando l’entrata illegale sbagliata! C’è l’entrata illegale giusta un po’ più in là.

Oh dear

Dans ce trou noir ou lumineux vit la vie, rêve la vie, souffre la vie.

Il compound è affogato in erba alta e alberi. La vegetazione è così densa che non si sente quasi eco dalla cittadina lì vicina. Ci facciamo strada in mezzo a rovi e alberi caduti. La villa incombe oltre uno stagno di acqua nera e alberi coperti di rampicanti, una decadente Casa degli Usher sommersa nel verde.

A sense of insufferable gloom pervaded my spirit.

La zona è ancora occupata dall’esercito tecnicamente, ed è una buona idea guardarsi sopra la spalla per evitare lavate di capo e possibili multe. Si capisce che continuino a sorvegliare, visto che gli atti di vandalismo sono evidenti: vetri rotti, roba sfasciata, e fuochi. Le tracce di incendio sono ovunque: pavimenti bucati, mobili carbonizzati, uno degli edifici più recenti non ha più il tetto. Il nastro della polizia è ancora attorcigliato attorno ai rami di una macchia di polloni.

Gente, se mai visitate posti del genere, due regole base (a parte “non rompetevi l’osso del collo”): non prendete niente e non rompete niente. Non è roba vostra, checcazzo!

In un certo senso, la casa pullula di vita

L’ingresso della villa è spalancato. Calcinacci e vetri rotti. Le piante rampicanti hanno sfondato le finestre e tendono i tentacoli lungo i muri. Al centro, una gigantesca tromba delle scale porta ai piani superiori, ancora coperta da un tappeto marcescente.

Il corrimano non c’è più, i gradini gemono sotto i piedi e l’intera faccenda pende via dal muro. Saliamo uno per volta. Sia mai che il mio culone sia quello che finalmente schianta questo rottame.

Attenti a dove mettete i piedi…

Le stanze portano ancora decorazioni in stucco e modanature. In un angolo, una cappella decorata con finestre alte e cupola. La cupola è blu e punteggiata di stelle, con una colomba in chiave. Putti dall’aria poco raccomandabile ti sbirciano dalla cima dei contrafforti.

God is watching everything you do… *sings*

Non è difficile immaginarsi come questo posto doveva essere ai bei tempi, pullulante di aviatori, o abitato da ricconi anni ’30. Sembra quasi di sentirli parlare: “Mon cher ami, le dico che la linea Maginot è impenetrabile, non abbiamo nulla da temere, Jerry non oserà muoversi verso occidente, parbleu!”

Al terzo piano le porte sono sfondate, le finestre divelte. Su una parete qualcuno ha scritto the ghosts are coming.

Un buon posto per rilassarsi e leggere un libro

La torretta purtroppo non è più accessibile: buona parte della scala è crollata, ci sarebbe da saltare ma hey, ho un’età ormai. Ci consoliamo scendendo da una delle scale di servizio per esplorare la cantina. Ci sarebbe il montacarichi, ma di nuovo, ho un’età ormai!

Fredde e umide, i fili strappati dai muri, il boiler smontato e abbandonato alla ruggine, le cantine sono suggestive e pittoresche. E’ qui che troviamo finalmente i cadaveri. La mummia di una volpe, rane rinsecchite in fondo ai giganteschi lavandini di alluminio… Non è come trovare il cadavere impiccato di un Nazi, ma uno si accontenta…

La birra era finita

Fuori dalla villa il compound è immenso. Dormitori e lounge e uffici, strade di cemento spaccate dalla vegetazione, magazzini… A tratti il nome dell’edificio è ancora leggibile, altre volte le porte sono tenute da molle ancora funzionanti. Cartine sono abbandonate in mansarde piene di buchi, adesivi sono ancora appiccicati alle porte degli armadi, insieme a poster di film, specchi, o il regolamento del dormitorio.

Appiccichini ovunque, in barba al regolamento!

La falda sta risalendo: le cantine degli edifici moderni sono buie come miniere e piene d’acqua. Valutiamo l’opzione “esplorarle con la torcia del cellulare semiscarico”, poi decidiamo che i Darwin awards son buoni ma non buonissimi e lasciamo perdere.

In caso d’incendio

Ci vuole una giornata per visitare l’insieme della proprietà, e non sono sicura di averla vista tutta: è immensa! A volte capiti in sottotetti dove l’attività sembra continuare. A volte trovi un tavolo coperto di trabccoli e ti chiedi se non sei capitato su un qualche laboratorio di sostanze poco cattoliche (e se non sia il caso di darsela a gambe prima che arrivi Walter White).

Abbiamo incrociato altri due tizi durante la gita. Forse erano esploratori, forse poliziotti in borghese, non glielo abbiamo chiesto e abbiamo preferito acquattarci nei cespugli. Mentre aspettavo che sloggiassero, mi chiedevo quale tipo di investimento sarebbe necessario per rilevare tutta questa cubatura. La posizione è splendida, Louvain è a un tiro di schioppo e Bruxelles è un’oretta di treno. Uno potrebbe combinare alloggi per gli studenti e resort, magari uno di quei posti per vecchi rottami in grana.

Informazione classificata

Purtroppo non ho un milione di euro in tasca. Ho controllato, ma niente. Devo averlo lasciato nell’altro paio di calzoni.

La fabbrica dei cervelli di Liège!

La seconda meta è un polo scientifico abbandonato: chimica e metallurgia. Fu costruito durante il boom economico, quando Liège era una fiorente città mineraria. Poi il carbone ha perso attrattiva, i soldi sono finiti, e il polo resta come la città di Liège: sovradimensionato, semideserto, labirintico.

A questo giro con noi c’è anche ‘Tite Mia, giovane membro del clan in training per diventare un’Acida Zitella come la sottoscritta. ‘Tite Mia non ha mai visitato posti abbandonati, chiede se è legale. Le rispondo che non ha da preoccuparsi: lei è ancora minorenne e in galera non ci va. Quanto a me, sono dottoranda non sovvenzionata in scienze umane, la galera sarebbe uno scatto di carriera!

Uno sguardo realistico alla vita universitaria

Arriviamo al polo come tre polli. Non ci sono cancelli né niente, il rudere è lì bel bello dietro un edificio nuovo del ministero. Così facile? Ah, la fortuna…

Siamo a metà cortile quando ‘Tite Mia fa notare l’ovvio: l’edificio nuovo è sicuramente videosorvegliato. E oh, guarda un po’, ecco le telecamere! Spiegato il perché dell’assenza di cancello.

Facciamo dietrofront. Meno male che abbiamo portato la quindicenne con noi!

Troviamo un secondo buco attraverso un cantiere. L’edificio incombe colossale, la saracinesca d’ingresso è sfondata. Sembra l’abbiano presa a colpi d’ariete.

Se la villa è stata vandalizzata, nel polo sembra ci siano passati i mongoli: tubature divelte, mobili scaraventati dalla tromba delle scale, tazze di cesso schiantate in mezzo a un cortile affogato di vegetazione…

I’m not discarding you like broken glass

Ci addentriamo. E’ gigantesco e labirintico. Sembra che l’abbiano abbandonato senza nemmeno prendersi la briga di svuotarlo. In una stanza troviamo una montagna di libri carbonizzati. Ci arrampichiamo sulla cenere e i detriti per raggiungere la porta dall’altra parte. La copertina di una pubblicazione è ancora leggibile, si intitola Metodi per incoraggiare i giovani a intraprendere studi superiori.

Così simbolico!

Burning leaves turn to ash before my eyes, crushed my dreams long gone…

Armadi rovesciati, macchine da scrivere abbandonate, una parete coperta di impronte di mani in nero, come se decine di piromani avessero cercato di arrampicarsi sul muro. Tutto molto eerie, ma mi dico che qui gli unici fantasmi che posso trovare sono quelli delle speranze infrante di migliaia di nerds.

Manco a dirlo, arriviamo al terzo piano, e nelle macerie troviamo fogli di carta bianca. Qualcuno ci ha scritto sopra con un pennarello e li ha seminati in giro. Sono in francese.

“Ho paura di non trovare lavoro nonostante la formazione”

“Ho paura di scoprire che questo settore non è quello in cu voglio davvero lavorare”

“E’ tutto sforzo inutile”

Cristo, qui il cadavere impiccato lo troviamo davvero…

In una stanza capitiamo su un pianoforte. Non ho idea di chi ce l’abbia portato o perché. Sopra c’è poggiato il pupazzo di un elefantino, la tastiera è stata completamente divelta, ma le corde ci sono ancora. Mi siedo e inizio a pizzicare l’Inno alla Gioia. Suona come un clavicembalo che è stato usato come zattera a largo dell’Antartica e poi buttato in fondo a una cisterna vuota.

Play it, Sam!

Raggiungiamo l’ultimo piano. Macerie e roba sfasciata che arriva al ginocchio. Sono lieta di avere gli scarponi d’ordinanza.

Sul tetto stanno già crescendo degli alberi. Usciamo con cautela. Il nostro rudere è una gigantesca isola immobile di calcinaccio e verzura in mezzo a stradoni trafficati e attività frenetiche.

Le telecamere erano dall’altra parte…

Di ritorno all’interno, imbocchiamo un corridoio a caso, scavalchiamo schedari rovesciati, apriamo una porta. Un letto sfatto, mucchi di vestiti sparpagliati, un romanzo francese lasciato a terra sulla soglia. Il nido di uno squatter. Ci allontaniamo alla svelta senza fare troppo casino. Incontrare gente nei ruderi porta solo grane.

Mirror mirror on the wall…

Il polo è troppo vasto per essere esplorato tutto. Non fosse per i chiodi, le sostanze chimiche sparpagliate a cazzo di cane e i vetri rotti, sarebbe un posto perfetto per un bel gioco di survival horror grandeur nature! O per girare un corto esistenzialista in bianco e nero. Già lo vedo: lo stagista sottopagato Pierre entra nel polo abbandonato e incontra il fantasma delle sue aspirazioni (bella, un po’ troppo magra, sigaretta e occhioni scavati). Breve scambio di battute da funerale. Il fantasma mormora « …et je m’en vais au vent mauvais qui m’emporte deçà, delà… ». Hard cut to black, FIN. Ora m serve solo un produttore parigino cocainomane.

Qualcuno si è fatto un mazzo così per scrivere questa roba. Ah, iste mundus furibundus…

Ci decidiamo a cercare una via di uscita nel tardo pomeriggio. Non siamo riusciti a vedere nemmeno metà di questo coso. La cosa bella è che quando pensi che stia diventando monotono, trovi qualcosa di nuovo nascosto dietro una porta sfondata. E’ in momenti come questo che mi piacerebbe saper fare fotografie un pelino meno brutte.

Bevi Rosmunda nella tazza di tuo padre

In conclusione, non incoraggio i miei lettori a fare gite simili: sono pericolose. Non tanto, ma un po’ sì. Ci si può sedere su roba tagliente, una scala può cedere, qualcosa può staccarsi dall’alto o, semplicemente, potete incocciare in poliziotti fiamminghi (charming folks, I’m told).

Promemoria: non accettare più gli inviti di mia cugina…

Tuttavia è innegabile che si tratta di un tipo di turismo molto divertente. Nel caso qualcuno fosse incuriosito, mi raccomando:

  • Niente vandalismo
  • Niente furto
  • Prudenza

E niente, gli articoli un po’ meno fuffosi dovrebbero riprendere presto.

MUSICA!

 

Illustri sconosciuti: Taira no Masakado (2.4)

Abbiamo recentemente parlato del Nuovo Ordine Mondiale, quindi mi pare solo coerente tornare a cose serie: il Vecchio Disordine Locale. Oggi continueremo la nostra serie su Taira Masakado, uno dei ribelli più fighi della Storia!

Nella puntata precedente avevamo lasciato Masakado vittorioso di un’epica battaglia combattuta nella grigia alba invernale.

Dopo aver sconfitto il suo principale avversario, lo zio/suocero Yoshikane, Masakado è felice come francese che ha appena inventato un paio di calzoni auto-rimuoventi. La stesso non si può dire di Sadamori, cugino e rivale. Il nostro è un funzionario più che non un guerriero. Non ha nessun gusto per la violenza fine a se stessa, non voleva immischiarsi nella faida familiare per cominciare! Ha cercato di restarne diplomaticamente fuori, finché Yoshikane non l’ha trascinato nel merdaio tirandolo per un orecchio.

Ora, a giochi fatti, Sadamori è infognato. I suoi potenti amici della Capitale non possono aiutarlo, non ha più alleati sul posto, non ha una banda di guerra, non ha reputazione, non ha nulla. Sadamori è cibo per corvi e lo sa.

Una sola cosa lo protegge: l’inverno. La stagione non si presta a caccia e guerra. Sotto la spessa neve dell’inverno orientale, il nostro aspetta in trepidazione, mentre suo cugino Masakado arrota la mannaia.

Due mesi dopo il disastro di Iwai, appena le strade diventano praticabili, Sadamori fa fagotto e parte per la Capitale a rotta di collo. E’ il secondo mese dell’ottavo anno di Jōhei (938).

Solo che… chi ha due pollici e i migliori scout della zona?

Masakado.

Masakado viene avvisato della fuga del cugino in poche ore. In meno ore ancora, raccatta una banda di caccia da decine di cavalieri e parte in tromba a caccia di parenti.

Meno di una settimana di corsa e BINGO! Nord di Shinano, riva del fiume Chikuma, nei pressi del tempio provinciale. Sadamori e i suoi compagni (una dozzina) sono avvistati.

Pausa un istante. Guardate la cartina. In blu sono le provincie aventi ricevuto ordine di collaborare con Masakado per la cattura di Sadamori. In rosso Shimōsa, la provincia di Masakado. In Giallo, Shinano. Masakado si è fatto circa 200Km in una settimana, attraverso pantani, sorgive primaverili, rovesci e, soprattutto, confini provinciali. Il tutto accompagnato da un congruo numero di cavalieri armati fino ai denti e infoiati come facoceri. Nel caso ve lo stesse chiedendo, sì, ciò è illegale perfino per gli standard del 938. Anche perché, come si vede dalla carta, Masakado non ha nessuna autorizzazione di passare. In altre parole, l’atto di Masakado potrebbe essere interpretato come Rivolta Contro lo Stato (muhon), il peggiore dei crimini.

Fino ad ora Masakado ha sempre giocato nei limiti della legalità (legalità molto elastica, c’è da ammettere). E’ la prima volta che sputa apertamente in faccia all’ordine stabilito.

Perché lo fa?

In primis, perché può. Ha vinto contro Mamoru, Kunika, Yoshimasa, Yoshikane. E’ il guerriero più temuto della regione, nessun sergente provinciale sano di mente si sognerebbe di dire o fare qualcosa.

In secundis, perché deve. Sadamori ha tanti amici alla Capitale e la Corte è volubile. Arrivato sano e salvo tra i nobili, Sadamori potrebbe benissimo chiacchierare nelle orecchie giuste e rovesciare la situazione. E’ un rischio che Masakado non è disposto a correre.

Dal canto suo, Sadamori ha una dozzina di compagni e le valige. Non può sperare di scappare dalla banda di Masakado. L’unico vantaggio che ha, a questo punto, è la scelta del terreno.

Spoiler…

-Ok gente.- Sadamori fa sistemare i suoi sul terreno nei pressi del tempio. -Loro sono dieci volte più di noi, ma battaglie sono state vinte in momenti peggiori, no?

-Sì, da tuo cugino Masakado.

-Ovvia, gli è capitato anche di perdere! E poi ricordiamoci: noi siamo più riposati, loro sono più stanchi, e noi siamo più convinti, perché-

La battaglia finisce in un battibaleno. Uno degli omini personali di Masakado si sbuccica un ginocchio, la banda di Sadamori viene sparpagliata tipo stormo di anatre, Sadamori riesce a stento a battersela smollando compagni, bagagli, trousse da doccia, tutto. Il brillante funzionario delle Scuderie di Palazzo si ritrova solo nella gelida primavera orientale, costretto a campare di radici e ragni, a viaggiare tra valli e pantani. Secondo lo Shōmonki, Sadamori è conciato tanto male in questo frangente che considera seriamente l’opzione suicidio. Probabilmente lascia perdere perché il pugnale era nella trousse da doccia, e ammazzarsi a sassate in fronte non è dignitoso.

Quanto a Masakado, per qualche giorno setaccia boschi e cespugli, senza riuscire ad acciuffare suo cugino. Dopo l’ennesimo incontro con una moffetta incazzata, il nostro deve rassegnarsi e lasciar perdere.

Si conclude così la seconda fase del conflitto: i disordini di Jōhei.

Perché “disordini” e non “ribellione”?

Perché, tecnicamente, nessuno si è ancora ribellato. Tolto il colore e le curiosità etnografiche, tutto il casino accaduto dal 935 al 938 è riconducibile a uno scazzo familiare che si è incarognito. Tutti i partecipanti hanno infranto la legge, ma nessuno di loro se l’è presa direttamente con il Governo. Al contrario, da loro punto di vista tutti gli uomini coinvolti in questa festa dello smembramento hanno fatto molta attenzione a non far saltare il grillo alla Corte. Le carovane di tasse non sono state disturbate, gli edifici pubblici non sono stati rasi al suolo. Masakado e i suoi nemici hanno preso molta cura di restare nella buona grazia della Corte.

Questo ha ragioni pratiche e culturali.

Come dicevamo negli articoli precedenti, la Corte è la fonte legittima di potere. Ogni società umana sopravvive grazie al fatto che i suoi membri condividono un a visione di mondo e una percezione di realtà. Noi siamo condizionati a rispettare una divisa, loro erano condizionati a rispettare, entro certi limiti, l’Autorità Centrale. E’ una pulsione radicata nel più profondo del nostro cervello, dacché la scimmia che sonnecchia in noi, sotto tutti gli strati di personalità, cultura e abitudini, sa: senza il branco sei ciccia per le iene.

Fintanto che la fonte di potere costituita continuerà ad essere legittima agli occhi della fetta più grande della popolazione, la ribellione sarà sempre qualcosa che l’individuo considererà con estrema cautela.

E qui si passa alla questione pratica. Fintanto che una certa percentuale del gruppo accetta la legittimità costituita, ribellarsi significa trovarsi solo contro tutti. Il gruppo deve tutelare se stesso, ergo deve eliminare chi minaccia la visione comune su cui tutto il resto è basato.

E’ per questo che, di solito, la rivolta è un’impresa in cui la gente si imbarca quando non vede nessun’altra alternativa. Oppure, quando la fonte di legittimità ha perso di credibilità. Quando l’incantesimo si spezza.

E’ chiaro che Masakado è ancora lontano da entrambi questi casi.

Ma le cose stanno per cambiare,.

Alto aristocratico in abito da tutti i giorni (kariginu)

Mentre Masakado e i suoi sono per calanchi e grottoni a dar la caccia a Sadamori, altro casino si preparava nella provincia di Musashi.

All’origine del chiasso abbiamo il governatore provvisorio, il Principe Okiyo, che una volta tanto ha portato il culo dalla Capitale in provincia per fare il suo cazzo di lavoro. Insieme a lui troviamo il vicegovernatore Minamoto no Tsunemoto. Se a qualcuno costui suona familiare è perché ne ho già parlato. Ma niente spoilers!

Torniamo a noi! Costoro sono due funzionari della Capitale e, come da tradizione, si trovano ai ferri corti con un magistrato di distretto, tale Musashi no Takeshiba.

L’oggetto del contendere? Banale: TASSE.

Takeshiba è un piccolo funzionario su cui ricadono i doveri più pragmatici: organizzare i lavori stagionali, raccattare le leve necessarie per le corvées di stato, assicurarsi che tutti paghino le tasse, ecc. Secondo lo Shōmonki, Takeshiba è un uomo di specchiata reputazione, capace e apprezzato dai compaesani.

Un bravo magistrato è un tesoro raro e prezioso. Allora perché Okiyo e Tsunemoto decidono di piantargli grane?

E’ probabile che il distretto fosse in ritardo con in tributi, non per cattiva volontà ma per un accordo non scritto coi funzionari precedenti (ricordiamo che il Paese – e l’Est in particolare – sta attraversando un periodo di gravi carestie).

Problema: Okiyo è un governatore provvisorio. Non deve essere amico dei funzionari locali, non gliene sbatte niente di farsi amare, tanto di lì a poco sarà di ritorno alla Capitale. E’ peraltro possibile che lui e Tsunemoto non fossero al corrente dell’accordo (o che non gliene fregasse nulla).

Inoltre, i nostri si trovavano in una posizione delicata: per certi versi sono funzionari provvisori e la loro autorità è considerata quasi illegittima. D’altro canto il funzionario vero e proprio arriverà a breve, e il protocollo obbliga Okiyo e Tsunemoto ad organizzare banchetti e riti per l’occasione. C’è quindi bisogno di fondi!

In ogni caso i nostri decidono di insegnare a questi fastidiosi distrettuali chi è il capo: raccattano le truppe di provincia e attaccano la residenza si Takeshiba. Il disgraziato non può affrontare da solo l’esercito provinciale ed è costretto ad abbandonare la base al saccheggio.

La faccenda non piace né alla plebaglia né ai piccoli funzionari di provincia. L’atmosfera è tesa, il malcontento serpeggia.

Quando Masakado torna a casa in Shimōsa, la brutta storia è sulla bocca di tutti.

-Credi che scoppierà un altro casino?- Lancia uno dei suoi fratelli. -Non vorrei che la Corte schiodasse e mandasse un Esercito di Pacificazione.

-Con tutte le grane che ci piovono in testa e la carestia alle porte, ci manca solo un bello scazzo in periodo di semina.- Masakado tamburella le dita sull’elmo. Sospira. Se lo rimette in testa. -Pranzo al sacco gente, partiamo per Musashi.

-Ma che c’entriamo noi? Non abbiamo nessun cugino da uccidere, in Musashi.

-La vita non è fatta solo di cose belle e cugini da uccidere, sai.

-Non abbiamo nemmeno interessi, in Musashi!

-Appunto. Sono il nuovo pezzo grosso della regione e non sono coinvolto nel bisticcio. Sono potente e sono super partes. Sono l’unico che può mettere pace tra questi scimuniti.

-Ma è prudente?

-Qualcuno in questo fottuto Paese dovrà cominciare a ragionare da persona adulta, prima o poi!.- Masakado si allaccia l’elmo sotto il mento. -E poi non preoccuparti, non andiamo a uccidere nessuno. Arriviamo, mettiamo tutti d’accordo, ripartiamo. Pulito e preciso, nessuno si farà male. Cosa può andare storto?

Masakado riprende la strada e va a ricercarsi Takeshiba su per i monti. Il magistrato è il più basso in grado, ma è un notabile locale, la cui famiglia vive nella regione da tempo immemore. E’ popolare e benvoluto, come lo è Masakado. La plebaglia sarà rassicurata dal vedere il Rambo di Shimōsa andare a confortare il povero distrettuale, senza mischiarsi subito coi fottuti nobiloni della Capitale LadronaTM.

I fottuti nobiloni, da parte loro, vengono a sapere dell’arrivo di Masakado e non accolgono la notizia con molta gioia.

Tsunemoto, malfidato come un chihuahua, se la svigna subito per asserragliarsi in un posto un pochino più difendibile della capitale provinciale.

Okiyo, dopo qualche tentennamento, resta agli uffici. E’ un Principe Imperiale, fottuto Inferno, non si farà certo spaventare da un guerriero senza rango!

Masakado arriva alla Capitale provinciale con Takeshiba al seguito. Okiyo sbircia dallo spioncino.

-Vi avverto, uccidere un governatore è reato di tradimento!

-Oilà, vossignoria!- Masakado gli fa un sorriso a trentadue denti. -Che onore incontrarvi!

-Non sono tuo cugino, non puoi uccidermi!

-No no, sembrerà strano, ma non vogliamo far male a nessuno.

Ma certo!

-Suvvia, suvvia.- Masakado posa una mano sulla spalla di Takeshiba. -Ho un’idea rivoluzionaria per risolvere questa brutta storia.

Okiyo apre di uno spiraglio la porta del governo provinciale. -E sarebbe?

-Potremmo sederci intorno a un tavolo e discuterne da persone adulte.

Sguardi sorpresi tra gli astanti.

-Oibò, non ci avevamo pensato.

Alle spalle di Okiyo, uno scriba alza l’indice. -Non ci sono precedenti! Sarebbe altamente eterodo- Viene silenziato a sediate e trascinato via.

Okiyo lascia entrare i nuovi arrivati negli uffici,. Takeshiba è seguito da un pugno di compagni.

-Dov’è la tua retroguardia?

Takeshiba si stringe nelle spalle. -Dispersi da qualche parte.

-Non sai dove sono?

-Lo saprei se qualcuno non me li avesse dispersi attaccando a cazzo la-

Masakado fa scricchiolare le nocche, Okiyo e Takeshiba abbozzano, si siedono, parlano.

E il miracolo accade. Entrambi presentano il loro punto di vista, le loro necessità, gli obblighi, le difficoltà logistiche. Entrambi capiscono la posizione dell’interlocutore. Con la mediazione di Masakado, la trattativa si sviluppa, equilibrata e costruttiva, finché a fine giornata non viene raggiunto un accordo.

Gli scribi si precipitano ad aggiornare gli annali, la plebaglia ancora non si capacità che nessuno stia bruciando baracche o stuprando pecore, i guerrieri esitano, incerti se sentirsi sollevati o delusi. Tutto pare finito per il meglio, ma senza spargimenti di sangue a gratis la cosa sembra sbagliata.

Per loro fortuna la Legge di Murphy interviene.

Mentre i nostri stanno festeggiando con una solenne bevuta, un galoppino arriva da Takeshiba.

-Capo, abbiamo ritrovato la retroguardia!

-Ottimo!- Okiyo sbatte la mano sul tavolo. -Non è che potete ritrovare anche quell’altro bischero di Tsunemoto? Il figlio di puttana è sparito su per i monti e si sta perdendo questo momento storico!

-Errr…- Il galoppino sposta il peso da un piede all’altro. -Abbiamo trovato anche lui, in effetti… O meglio, la nostra retroguardia lo ha trovato…

Masakado silenzia gli astanti con un gesto. –Cosa è andato storto stavolta?

-La retroguardia… eh. Erano tagliati fuori, non sapevano cosa fare… E c’è il proverbio, no? “Nel dubbio ammazza qualcuno…”

-Oh no.

-Sono andati a uccidere Tsunemoto.

Takeshiba tentenna la testa. -Beh, era la cosa più logica da fare.

-Ci sono riusciti?

-No, Tsunemoto è in fuga verso la Capitale.- Il galoppino esita. -Pare abbia detto qualcosa del genere “Takeshiba ha messo il Principe e l’altro Ammazzasette contro di me!” e ” Lo dirò al Ministro degli Affari Supremi, brutti stronzi!”

Scende il silenzio. Masakado facepalma. Takashiba alza le mani.

-Che volete farci? Sono ragazzi!

Okiyo si schiarisce la gola. -Era troppo pretendere di concluderla ammodo, ‘sta cosa. Vediamo di non buttar via il bimbo con l’acqua sporca, dai…

-Fanculo.- Masakado si alza, acchiappa il fiasco. -Io me ne torno a casa. E voi andatevene tutti a fanculo.

Sembra un a triste conclusione per quella che sarebbe stata un’eccezionale prova di buonsenso da parte di non uno, ma ben TRE capoccia. Tuttavia non tutto finisce in mona.

Per più di un anno la situazione si calma. Okiyo continua a governare Musashi, Takeshiba se ne torna nel suo distretto, Masakado può dedicarsi ai suoi campi e ai suoi cavalli.

La pace sembra tornata nell’Est.

Purtroppo due faccende restano in sospeso. Una si chiama Sadamori, l’altra Tsunemoto.

Entrambi riescono ad arrivare alla Capitale (il primo sui gomiti, il secondo a cavallo). Entrambi cominciano a scrivere pagine su pagine di accuse e a mettono in moto la complessa macchina burocratica.

La quiete nell’Est è fragile ed effimera: quello che era cominciato come uno scazzo tra parenti sta per diventare una ribellione di proporzioni bibliche (fuoco e fiamme che piovono dal cielo, fiumi e oceani che ribollono, quarant’anni di buio, terremoti, vulcani, morti che escono dalle tombe, sacrifici umani, CANI E GATTI CHE VIVONO INSIEME… insomma, ci siamo capiti).

MUSICA!

Prima puntata

Seconda puntata

Terza puntata

Quarta puntata


Bibliografia

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FUJIWARA Tadahira, Teishin kōki (Notes journalières de l’ère Teishin), Iwanami shōten, Tōkyō, 1956

KAWAJIRI Akio, Shōmonki wo yomu (Lire le Shōmonki), Tōkyō, Yoshikawa Kōbunkan, 2009

KAWAJIRI Akio, Taira Masakado no ran (La révolte de Taira Masakado), Tōkyō, Yoshikawa Kōbunkan, 2007

KAWAJIRI Akio, Yuregoku kizoku shakai (Une société aristocratique tremblante), Shōgakukan, Tōkyō, 2008; L’ère des zuryō

KITAYAMA Shigeo, Ōchi seiji shiron (Essai historique sur la politique de la Cour), Iwanami shōten, Tōkyō, 1970

In lingua occidentale

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HERAIL Francine, La Cour du Japon à l’époque de Heian, Hacette, Paris, 1995

HERAIL Francine, Gouverneurs de provinces et guerriers dans Les Histoire qui sont maintenant du passé, Institut des Hautes Etudes Japonaises, Paris, 2004

HERAIL, Francine, Aide-mémoire pour servir à l’étude de l’Histoire du Japon des origines à 1854, lieu de publication inconnu, date de publication inconnue

HALL John Whitney , Government and Local Power in Japan, 500 to 1700, Center for Japanese Studies Univesity of Michigan, 1999,

RABINOVITCH Judith N., Shōmonki, The story of Masakado’s Rebellion, Tōkyō, Monumenta Nipponica, Sophia University, 1986

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PIGEOT Jacqueline, Femmes galantes et femmes artistes dans le Japon ancien, Gallimard, 2003, Paris

Nuovo Ordine Mondiale, il film che il tuo psichiatra non vuole farti vedere!

Esiste una maledizione.

Dice: possa tu vivere in tempi interessanti. (cit.)

E ci stiamo vivendo, in tempi interessanti. Trogloditi con i codici nucleari, Mussolini in parrucca, secessionismo aleatorio, regressione economica, Lilin che fa il politologo… è chiaro ormai che la Democrazia occidentale ha deciso di farla finita in un’ultima gargantuesca seduta di asfissia erotica.

In tutto questo caos, è così difficile avere un’opinione informata e critica. E’ così difficile trovare qualcuno che si raccapezzi, che riesca a tener conto di tutti i fattori in gioco…

E nel buio della confusione, una luce: i Fratelli Ferrara!

Se non puoi smettere di farti i film, DIVENTA IL FILM

Dalla rutilante Napoli, i nostri Mihcael Bay in erba ci offrono una chiave per interpretare questi tempi sì interessanti: la chiave complottista!

Nuovo Ordine Mondiale è un film di denuncia, un’opera indipendente che rivendica un budget di 5 MILIONI DI EURO e che ha preso ben CINQUE ANNI di lavoro indefesso. Altro che quelle cagate di Soylent green, Citizen Kane o A clockwork orange!

Ma di quali complotti parliamo?

Ebbene signori, potete disdire i vostri abbonamenti a Le Monde Diplomatique, dar fuoco alla vostra laurea, arrotolare i vostri Journal of applied meteorology and climatology e ficcarveli nel culo (cercando di non godere troppo)!

Tutto è falso, tutto è un complotto!

E i “Ferrara Brothers” (sic!) hanno ragione! Il complotto esiste, ma non nelle modalità che credono loro. Nonostante questi grandi artisti si siano svegliati, la Verità (il Noumeno oggettivo!) ancora li elude. Ma non temete: tutto sarà rivelato a fine articolo!

Andiamo con ordine. Chi sono i Ferrara Braders?

Stando a un’intervista rilasciata a Vice, i nostri amici Fabio e Marco avrebbero cominciato come ufologi, per poi avvicinarsi alle teorie di complotto. Un percorso accademico di tutto riguardo, direi.

Resisi conto della terribile situazione in cui versa l’Umanità, manovrata a tavolino da malvagi oligarchi rettiliani, i nostri avrebbero investito i fondi privati della loro non meglio definita azienda in una “crociata” informativa, in un film che “scriverá un nuovo capitolo della storia” (sic!).

In altre parole, i due ufologi hanno squarciato il Velo di Maya per rivelare le natiche fruncolose dei cattivi Illuminati!

La faccenda è seria, tanto è vero che all’uscita del film i nostri hanno dovuto (dovuto!) munirsi di una scorta! Futile precauzione: il rischio è reale, ma la scorta è futile. Le menti dietro l’Ordine Mondiale non saranno fermate da dei gorilla con gli occhiali da sole (ma di questo parleremo dopo).

I nostri hanno anche un’accademia di recitazione, la Ciack (sic!) Academy! Uno dei due, Fabio, ci ha anche studiato. Ovvero, se non ho capito male, hanno fondato un’accademia, ci hanno studiato e ci si sono diplomati. Altro che autarchia!

Online non sono riuscita a trovare NULLA né sull’accademia né sull’azienda che ha fornito i 5 milioni. Ma quale azienda poi? La Ciack? Macina così tanti milioni? COME? QUANTI CAZZO DI WANNABE TROPPO IN GRANA CI SONO, IN ITALIA?

L’unica cosa che sono riuscita a scovare è un trailer per una serie poliziesca del 2009 in cui i nostri sparano a macchine vuote, e un trailer promozionale dell’accademia in cui si incoraggiano wannabe ad iscriversi mentre la camera riprende una scena di funerale. Simbolico?

In ogni caso, a credere alle pagine Faceboook, il film avrebbe ricevuto perfino riconoscimenti ufficiali. In una foto vediamo i due fratelli brandire un riconoscimento della Città di Napoli, la “star of merit”. Non sono riuscita a trovare nulla su questa presunta onorificenza, e la Stella al Merito (che esiste ed ha un nome italiano!) viene di solito conferita a lavoratori anziani, non proprio a giovani artisti rampanti. Magia di photoshop? Licenza narrativa? Per citare una battuta del film, “non lo sapremo mai”.

So many misteri, so poche answers…

Un altro premio menzionato di sfuggita sarebbe un “premio Industria Cinematografica”. Di nuovo, non riesco a confermarne l’esistenza, ma è di certo un problema mio!

Insomma, abbiamo un film sul complottismo, premi misteriosi e un budget altrettanto inspiegato. Come dire, i Ferrara sono i The producers della situazione, solo che a loro il trucchetto sembra riuscito!

Ad ogni modo, ci stiamo perdendo in chiacchiere, veniamo alla trama!

Let the Jew flow through you!

Siate grati per questo film: non è stato facile realizzarlo! Come spiegano i nostri creativi a Vice, il mondo italiano semplicemente non era pronto al genio.

[…] in Italia non esiste una cultura cinematografica, tecnica e organizzativa. Si lavora in modo molto approssimativo, e quindi noi, volendo fare un film che potesse rispettare gli standard internazionali di un certo cinema americano—perché comunque loro hanno il dominio tecnico—abbiamo avuto molti problemi.

Senti Coso, l’Italia è la patria di Brancaleone, immortale gloria cinematografica! Porta rispetto, per Giove e Putifarre!

Ci siamo ispirati a gente come Michael Bay, il regista di Armageddon. Anche se ultimamente anche lui è diventato un po’ commerciale.

PERCHE’ ARMAGEDDON NON E’ COMMERCIALE!

Ma veniamo a noi!

Il film comincia con un pupazzo vestito da pupazzo che ci spoilera tutto il complotto, perché la suspense è roba da n00bz. Peraltro, se ripeti “Nuovo Ordine Mondiale” 3 volte davanti a uno specchio appare George Soros che ti spruzza di scie chimiche!

Passiamo poi in una sala riunioni. Un tizio fa qualche patetico tentativo di parlare inglese, mentre un Ebreo Malvagio lo scruta arcigno (ha anche una Stella di Davide addosso, nel caso non avessimo inteso). Il finto yankee introduce uno sbarbino di nome Dottor Moloch (“Mister von Destruction” era già preso?). Questo convincentissimo cattivo ci spiega che la crisi economica, il cancro, il Cambiamento Climatico, Barbara d’Urso, la tassa sugli assorbenti e tutto ciò che di male esiste al mondo, è tutto  pianificato a tavolino. Perché? Per spaventare la gente e renderla quindi più controllabile.

E come ciliegina, abbiamo anche una stretta di mano massonica!

Insomma, gli ebrei rettiliani creano un’ondata di crimine che sommerge l’Italia, tanto da giustificare l’intervento dell’esercito per le strade.

Ci viene FINALMENTE presentato il nostro protagonista, il Commissario Torre, recitato dal produttore Mario Ferrara per la gioia di grandi e piccini!

Il commissario Torre ha un vasto reperterio di 3 espressioni. Faccia numero 1.

Torre è un ometto sulla sessantina, il fisico di mio zio Epifanio, il carisma di una patata bollita e le doti interpretative di Tommy Wiseau.

Torre è anche UN EROE: al muro sono appesi articoli di giornali con lui che arresta mafiosi, salva bambine in pericolo, sventa invasioni aliene e apre barattoli col tappo troppo stretto. E’ così tosto che lettere di encomio nazionale si materializzano spontaneamente sul pavimento della sua cucina e lui le deve accumulare nei cassetti. Sì, perché il nostro è UN EROE UMILE, non gli importa di essere celebrato.

Salvo quando appende al muro di casa articoli che lo celebrano, ovvio…

Torre comanda un commissariato pieno delle reclute più bellocce che la Patria può offrire, tra cui una focosa bruna sulla trentina che proprio non sa resistere al suo fascino virile. In una scena la bruna procace gli salta letteralmente addosso. Che ci volete fare, quando uno è troppo sexy, è troppo sexy.

Questi due hanno così poco feeling e intesa che la mattina dopo la scopata:

  • si rendono conto che stanno per avere un bambino
  • decidono di essere genitori insieme
  • lui fa “ora che ti ho ingravidata, ti metti a passar carte come voglio io, vero?”
  • lei risponde “ma anche no”
  • lui la manda affanculo e si separano in pessimi termini.

Dalla passione, alla procreazione, al divorzio, IN MENO DI CINQUE MINUTI. E’ proprio vero che la gente oggi va sempre di fretta…

Non abbiamo però tempo da perdere, perché dei kattyvy guidati da un tizio con del pongo sulla faccia attaccano un supermercato e prendono Bruna Incinta come ostaggio. Uno sbirro viene gravemente ferito e lasciato a sanguinare fuori, ma nessuno chiama un’ambulanza o lo soccorre, perché è solo una comparsa.

Hai qualcosa sulla guancia… no, quell’altra…

Perché questi figuri al soldo dei rettiliani attaccano un supermercato?

Non verrà mai spiegato. Suppongo avessero finito l’estratto di vaniglia per i russian teacakes.

Ad ogni modo Torre è un eroe col cazzo durissimo e decide di entrare nel supermercato, che magari la sua Faccia Feroce da Grumpy Cat barbuto basta a sottomettere i tre criminali armati. Purtroppo per lui, Pongo in Faccia è il boss del penultimo livello, quindi non può ancora essere sconfitto. In modo del tutto imprevedibile, il geniale piano “entro e gli dico di abbozzarla” non funziona. Shocking!

Questa scena ci offre perle di alto cinema, tipo la cassiera con le tette di fuori o massime di saggezza del tipo:

“Sai cosa placa la voglia di uccidere? Uccidere.”

I tizi sparano a Bruna Incinta (ma non a Torre, perché sennò finisce il film) e scappano su un furgone. Come in ogni film di serie Z che si rispetti, gli altri comprimari aspettano pazientemente che Pongo in Faccia abbia guardato torto il commissario, sia rimontato in macchina e abbia messo in moto. Poi sparano, ma non subito. Perché di nuovo, sennò finiva il film.

Faccia numero 2 (“Oh nooooooes…”)

Il furgone viene comunque rintracciato alla svelta e si scopra che, dopo aver fatto un salto al super per l’estratto di vaniglia, Pongo In Faccia ha massacrato tutti i ricercatori di un non meglio specificato laboratorio (lo chiamano “biotech company spa”, perché “laboratorio segreto internéscional” era già preso).

Il capo ricercatore di questo posto ha scoperto una pozione magica per stimolare la GHIANDOLA PINEALE (sì amici miei, c’è anche quella!) e far quindi diventare la gente super-longeva e super-intelligente. Pongo in Faccia l’ha spacciato per conto degli Ebrei Rettiliani.

Una ricercatrice però si è salvata, perché è giovane e figa e quel giorno lì era dall’estetista. I nostri si precipitano a salvarla fermando bus a caso e la trovano, ostaggio di due agenti segreti.

Pausa un secondo:

  • il laboratorio supersegreto non è protetto da niente;
  • è passata una giornata, ma Ricercatrice Figa scopre che il suo boss e tutti gli altri sono stati massacrati sbirciandolo su un giornale sul bus;
  • sul bus c’è anche un investigatore privato ingaggiato dal capo scienziato per scoprire chi complotta contro di lui, il tizio a quanto pare sa tutto e sa che la ragazza è in pericolo, ma non fa nulla per salvarla e pare essere lì solo per lo spettacolo;
  • gli agenti segreti portano gli occhiali neri in piena notte, perché sennò il complottaro medio non capisce che sono agenti segreti;
  • la tizia si è iniettata il siero magico, dovrebbe essere quindi sotto costante osservazione in un istituto apposito ma no, è a giro su un bus con un portatile pieno di materiale sensibilissimo. Perché è così che lavorano gli scienziati.

A prima vista questa scena sembra una scemenza scritta da una classe di bambini di 6 anni durante l’ora di buco, ma certamente il problema è mio. Vado a prendere a testate uno spigolo, magari mi si aprirà il Terzo Occhio della Conoscenza Cinematografica.

Insomma, la tizia viene salvata solo per essere rapita di nuovo. Nella sparatoria che ne segue abbiamo altri fiori all’occhiello, come tizi che camminano lentamente allo scoperto sparando dritti davanti a loro (tipo papere al luna park), Pongo in Faccia che uccide la gente e si lecca le labbra soddisfatto, gente che urla frasi a effetto prima di sparare. Perché i Ferrara Braderz hanno assoldato un consulente tattico (!) ma non hanno visto Il buono, il brutto e il cattivo: quando si spara, si spara, non si parla!

Non tutto è perduto però! Dopo altre scene da morte cerebrale, Torre e il suo fidanzatino riescono a rintracciare (non si sa bene come) il detective fancazzista di cui sopra e scoprire l’intera storia!

Il fluoro ci rende docili!

La crisi è creata a tavolino!

Lo HAARP spara uragani!

Lo yogurt rende froci!

Insomma, tutto è calcolato per ridurre la popolazione.

Popolazione che sta aumentando e ha ampiamente superato la capacità di carico del Pianeta. Quindi o gli Illuminati sono una manica di rincoglioniti che si cagano in mano prima di giocare allo schiaffo del soldato, o ‘sta roba del “vogliono ridurre la popolazione” è una stronzata cosmica con propulsione a curvatura.

Faccia numero 3, chiara citazione cinematografica, omaggio alla morte del personaggio di Gastone Moschin in Uova fatali

 

La tragica dipartita del Professor Pérsikov

Per raggiungere (oppure no) il loro diabolico scopo, i rettiliani pianificano di impiantare tutti con (indovina indovinello, quale idiozia sarà nel cestello?) il bio-chip.

Il piano è quello di smollare bidoni di roba verde nell’acqua potabile, fare ammalare tutti e convincerli a infilarsi ‘sta roba in corpo. I nostri prodi partono quindi all’attacco per impedire questo blasfemo piano.

Well, questo suscita alcune domande:

  • Se i rettiliani sono così potenti e così dappertutto, perché non possono impiantarci già coi chip a nostra insaputa? Potrebbero farlo dalla nascita, chippando via via i bambini che nascono, o approfittare di un qualsiasi intervento medico.
  • Perché i rettiliani vorrebbero ridurre la popolazione? Non potrebbero lanciare un business di schiavi umani verso Yuggoth, o qualcosa del genere?
  • Se questo complotto è mondiale, come sembra, si suppone che lo scarico di roba verde avverrà in diversi punti del mondo o d’Italia: come fanno i nostri a trovare (perché ovviamente li trovano) i bidoni?
  • Che scopo ha andare in tre a cercare i bidoni, se l’operazione è nazionale? Diciamo che arrivi, uccidi tutti e recuperi i bidoni: a 100 chilometri da lì altri cattivi con altri bidoni staranno avvelenando altra gente! Non ha senso e non ha utilità!

Ma sono domande stupide, perché finalmente capiamo qual è lo scopo reale di questo film: Mario Ferrara vuole una ripresa molto figa del suo cosplay di Metal Gear Solid. Non scherzo: la fine del film è Torre vestito da Solid Snake che ricrea il gameplay in un tripudio di stupidaggini da macho, trucchetti da film d’azione Disney (tiro il sassolino per attirare la sentinella!), poracciate che farebbero facepalmare Licia Troisi, inquadrature traballanti per nascondere la ripetitività disarmante delle coreografie e musica a palla.

KAPOW!

Peraltro, il tutto non si svolge in un grande depuratore, né in un impianto importante, no: i soldati cattivi (alcuni con le maschere antigas altri no) stanno scaricando la zuppa di piselli in un rigagnolo tipo fiumicello ameno. Perché vogliamo avvelenare la popolazione, ma prima bisogna sterminare quelle dannate nutrie!

Pongo in Faccia è di nuovo sul posto, perché questa gigantesca organizzazione segreta ha u budget limitato e il povero cristo deve occuparsi di tutto: uccidere ricercatori, fare la spesa, avvelenare i fiumi, interrogare prigionieri, pulire la sabbietta del gatto, riempire la dichiarazione dei redditi…

Segue una scena d’azione così poco convincente che a tratti i segmenti sembrano messi in repeat. Uno rischierebbe di addormentarsi (colpa del fluoro!), non fosse per i momenti salienti, tipo il poliziotto professionista che spara di traverso come un gangster mentecatto in un film americano, o Pongo in Faccia che si erge sopra il nostro eroe, brandisce un coltellaccio sopra la testa e urla “TU UCCIDERO’ TORRE, AAAAAAAAAAAAH”. Arte!

Oscar subito!

Nel duello finale abbiamo Solid Torre, un commissario tappetto e tombolotto sulla sessantina, contro Pongo in Faccia, un agente speciale della più potente organizzazione terrestre che ha la metà dei suoi anni e il doppio dei centimetri in altezza.

Un po’ come organizzare un incontro tra un chihuahua neuroleso e un megalodonte affamato.

Ma Solid Torre è il produttore e il padre degli sceneggiatori, quindi pesta Pongo in Faccia e lo uccide trafiggendolo con un coltello, chiaro simbolo fallico.

La vera e propria fine della storia non ve la racconto perché bisogna vederla per crederci. Immaginate di ritrovare una storia che avete scritto a 6 anni, in cui siete il protagonista nei panni di Batman, e invece di dargli fuoco decideste di farci un film e scritturare il padre di Stannis La Rochelle vestito da Rambo.

Una rappresentazione scientifica della fine del mondo

I Ferraras sono molto contenti della loro immane fatica. Nell’intervista a Vice spiegano:

Allora: non sono state riportate nel film cose che non siano successe realmente.

MA CERTO.

Anche l’ultimo attentato in Francia è finto quanto una sceneggiatura di serie B [dissero gli esperti in sceneggiatura di serie Z, NdTenger]. Il terrorista che si dimentica la carta d’identità in macchina: neanche uno sceneggiatore di basso livello penserebbe ad una cosa del genere.

MA OVVIO!

Giusto per la cronaca, se io voglio arrivare nel posto X senza farmi notare ed eseguire quindi un attacco suicida, ECCOME CHE MI PORTO DIETRO IL DOCUMENTO! Perché? Perché se mi fermano per un controllo a caso lungo la via e io non ho un documento identificativo, posso essere portata in centrale per ulteriori accertamenti, posso attirare l’attenzione, posso destare sospetti.

Se invece faccio vedere il documento, non c’è problema. E non c’è bisogno di leggersi lo SOE Manual del ’43, basta accendere il cervello. Ma hey, forse chi ha la ghiandola pineale sbloccata ha più difficoltà a organizzare le informazioni…

Matrix non l’ha mai capito realmente nessuno, perché è stato fatto in modo molto fantascientifico.

Se trovi Matrix troppo complesso e intellettuale, non preoccuparti, Nuovo Ordine Mondiale fa al caso tuo!

Ma tornando a noi, tutti i buchi della teoria dei Ferrara potrebbero portare qualcuno a credere che in realtà si tratti solo di panzane. Alcuni potrebbero perfino chiedersi se il film non sia un qualche dubbio maneggio per ripulire 5 milioni di euro (ma sbagliate, sono certa che i 5 milioni sono andati a pagare le 3 scene di Iacchetti e la preziosa consulenza del “military advisor” Benito Noviello).

Sbagliate tutti. La verità è che i Ferraras hanno ragione: c’è un complotto planetario.

Purtroppo si sono lasciati fregare dalla false flag della teoria del New World Order, anch’essa creata ad arte dai veri shōgun dell’ombra!

E oggi, per chi è riuscito ad arrivare fino in fondo, io rivelerò la verità.

Tutto è controllato dagli ebrei, che sono in realtà dei rettiliani travestiti (sotto il nasone nascondiamo un’antenna per comunicare con la navicella). Tuttavia, non sono i rettiliani a comandare! I rettiliani sono solo impiegati, mercenari incaricati di controllare l’Esperimento Terra per conto di terzi.

Questi terzi sono i veri signori della galassia.

Sono tra noi, costantemente, attenti osservatori che sorvegliano le cavie umane. Sono nelle nostre case, sono nelle nostre strade, sono sui nostri computer, passando continuamente sotto i nostri occhi e i nostri cervelli instupiditi dal fluoro. Controllano le nostre vite, intervengono sfacciatamente nelle elezioni dei grandi paesi, controllano l’inernet globale.

Chi sono?

I gattini.

Non mi credete? Pensate sia un caso che al fianco di ogni più grande figura storica e politica salti sempre fuori un gattino? Pensate che sia un caso che gli egiziani li venerassero come dei? Non mi credete? Ecco qualche esempio!

Mark Twain

Lenin

Churchill

Don Vito Corleone

John “Rat Faced Bastard” Oliver

I gattini sono membri di un impero intergalattico capitanato dal grande Kittoh deh Destroyah.

Quando l’Esperimento Terra sarà concluso, il pianeta sarà polverizzato e con esso la totalità della razza umana (o meglio “oomana”). Solo chi riconosce la superiorità incontestata della specie felina sarà risparmiato, e gli sarà concesso di vivere sulle navicelle come schiavo dei suoi padroni pelosini.

 
Guardate in faccia il vero Armageddon

Questa è la verità, e non ho timore di rivelarvela, perché tanto non c’è niente che potete fare. I gattini sono invincibili. I gattini sono incorruttibili. I gattini sono inevitabili.

Hail Kittoh, Holy Emperor of Kittehs!

MUSICA!

[EDIT: se non si fosse capito, questo film è ASSOLUTAMENTE CONSIGLIATO! C’è un sacco di trash bellissimo che non ho potuto nominare per ragioni di spazio! Il mio nuovo sogno erotico è una joint venture tra i Ferrara e Pietro Aliprandi! Voglio Torre a cavallo di un gattino alato che vola a salvare Re Precisamente dagli ebrei cattivi!]


L’intervista a Vice

Un articolo su International Business Time

Un articolo dello Hollywood reporter

La pagina Facebook del produttore

Hannibal: risparmia un agnello, mangia un pastore!

L’estate incombe su di noi come la cresta di uno tsunami, le notti si accorciano e la pace di spirito di Tenger è stata archiviata tra i casi a pista fredda insieme ai files del Tamam Shud.

Ma è Pasqua, e non è appropriato essere troppo scoppiati durante questo lieto periodo. Occorre celebrare.

La mia più grande passione è la storia di gente mortamale. Con ragionevole distacco, viene un certo interesse per la cucina. In questi giorni di pantagruelici banchetti (so che vi state sfondando di cibo, dannati servi del Capitale!) volevo fare qualcosa che riunisse entrambi questi elementi.

Ergo oggi parliamo di Hannibal Lecter.

Hannibal

Hannibal Lecter appare per la prima volta nel 1981, nelle pagine del libro di Thomas Harris, Red Dragon. Per i quattro disgraziati che non conoscono questo personaggio, Lecter è uno psichiatra e serial killer cannibale, protagonista di una serie di romanzi prima e di film dopo.

La performance di Hopkins nei film Silence of the Lambs, Hannibal e Red Dragon è ormai iconica e il nostro dottore lituano è diventato il serial killer fittizio più famoso al mondo.

Purtroppo la popolarità del personaggio ha subito una leggera inflessione dopo l’ultimo film, Hannibal rising, del 2007. Hannibal rising è stato un fiasco tombale, sbeffeggiato dai critici e disprezzato da un’ampia fetta degli spettatori, al punto che fu nominato in ben due categorie per i Golden Raspberry Awards (Peggior prequel/sequel e Peggior scusa per un film horror). Non li ha vinti, but still.

5 anni dopo questa musata cinematografica, il nostro gourmet preferito è stato ritirato fuori dal cilindro da Bryan Fuller, per una nuova serie su NBC.

It’s nice to have an old friend for dinner (cit.)

La creazione di Fuller prende numerose libertà nella trama e nel cast. Per cominciare, la storia si svolge nello stesso periodo della serie TV (2013-2015). Hannibal non è più un orfano della Seconda Guerra Mondiale, ma un uomo nel fiore degli anni, psichiatra di Baltimora e occasionale collaboratore dell’FBI.

Questo non è l’unico cambiamento: il personaggio di Will Graham viene presentato sotto una luce originale, con un profilo più vulnerabile e torturato di come lo abbiamo visto in Red Dragon o anche in Manhunter.

Altri personaggi hanno subito cambiamenti ancora più radicali: il capo di Will, Jack Crawford, è interpretato da Lurence Fishburne invece che da un attore bianco; il personaggio dello psichiatra Alan Bloom diventa Alana Bloom, una donna, ecc.

Di solito guardo questo genere di “swap” con una certa dose di diffidenza. Non sono opposta all’idea: ho visto una versione di Much ado about nothing in cui il Principe era recitato (benissimo) da un attore nero, e la cosa non strideva per nulla. Tuttavia è pur vero che spesso questa pratica è usata per puro gusto dell'”edgy” e per mascherare l’assenza di idee originali.

Non è il caso di questa serie: il cast si sposa benissimo con la nuova versione dei personaggi e i cambiamenti non sono fatti per coprire la pigrizia del copione.

Hugh Dancy riprende il ruolo di Will Graham, un professionista brillante e dotato di una potente capacità immaginativa e empatica. In questa versione, la storia esplora più in dettaglio il conflitto di Will. Lo vediamo in azione sul campo e lo vediamo a casa, circondato dai suoi cani. La brutalità del suo lavoro e la fragilità delicata della sua vita privata offrono un contrasto che dà profondità a un personaggio che altrimenti, come dice Dancy stesso, “sarebbe giusto uno stronzo”. Dancy riesce peraltro a rendere molto bene lo stato precario in cui si trova il protagonista, costantemente in bilico tra sanità mentale e collasso nervoso.

Mads Mikkelsen interpreta la nuova versione di Hannibal, e a parer mio è l’attore perfetto per la parte. La strana fisionomia di Mikkelsen gli permette di apparire a tratti charming e divertente, compassato e cortese, a tratti del tutto privo di umanità, distante e minaccioso. Seguendo la serie, non è difficile capire come riesca a ingannare il resto del monto e nascondere il mostro che è in realtà.

I Comprimari sono pure ben tratteggiati. Fishburne in particolare rende benissimo il personaggio di un poliziotto competente e completamente devoto alla causa, con tutto ciò che ne deriva. Se da una parte Crawford è motivato dalla necessità di proteggere innocenti, dall’altra la sua assoluta dedizione lo spinge a sacrificare la sanità mentale di Will Graham come “male necessario”. Pur essendo un personaggio positivo, lavorare con lui può significare “fare un patto col diavolo”.

Non è l’unico a presentare un buon mix tra pregi e difetti. L’approfondimento psicologico è di solito molto curato.

Difatti uno dei punti positivi della trama, in particolare della prima serie, è l’equilibrio che Fuller è riuscito a creare tra l’Antagonista e il resto dei comprimari. Hannibal è un mostro geniale, uno “psicopatico perfetto”, ma le sue vittorie non sono mai regalate: Crawford e il suo team non sono degli incompetenti, al contrario, sono presentati come gente scelta e capace. E’ solo grazie a sforzi calcolati che Hannibal riesce a raggirarli.

Nelle visioni di Will, Hannibal appare come Wendigo, un mostro predatore che un tempo era uomo e che è mutato dopo aver consumato carne umana.

Il centro della serie è lo svilupparsi e l’evolvere dell’amicizia patologica tra Will Graham e Hannibal Lecter. Grazie alla sua straordinaria empatia, Will è in grado di comprendere gli assassini, capire il loro punto di vista, e questo affascina Lecter. La curiosità iniziale del nostro diventa pian piano un’ossessione: Will è l’unico capace di comprendere davvero la sua visione. Perfino Hannibal può sentirsi solo, nella sua fornitissima cucina.

Ci sono scene consacrate interamente all’approfondimento di questo aspetto, con Will e Hannibal soli nello studio, immersi in conversazione. Sono gestite molto bene (non troppo lunghe, non troppo corte) e scritte con cura.

Al di là dei personaggi, un aspetto preponderante della serie è lo stile. La serie è molto bella da vedere. Come lo dice lo stesso Fuller, Hannibal non è una storia realistica, non vuole esserlo. Tante altre serie esplorano trame verosimili e autentiche procedure di polizia. Fuller non voleva l’ennesimo thriller, voleva qualcosa di diverso. La serie che ne risulta ha elementi indubbiamente realistici, ma sconfina spesso nell’onirico, talvolta nel grottesco. Fuller stesso spiega che, per lui, Hannibal è da interpretare come “a very, very, very dark commedy”, a tratti una tragedia farsesca.

Sganasciamoci!

L’estetica della serie è barocca e fantasiosa, con uno sfacciato gusto del macabro. Tra totem di arti umani, montage di haute cuisine a base di gente, tizi trasformati in aiuole viventi, spesso pare che la direttiva principale fosse: “questi sono dei pezzi di cadavere, come possiamo farci qualcosa di esteticamente bello e originale?”

E io non mi lamento: spesso sono opere molto belle! Capisco però che questo genere di estetica macabra non piaccia a tutti, o che qualcuno possa trovarla gratuita ed esibizionista.

D’altro canto, c’è una ragione precisa per cui Fuller insiste su questo aspetto fino a renderlo caricaturale: la serie deve divertire. Non deve essere una cruda storia realista, non deve essere deprimente, deve essere interessante, noir, divertente, surreale.
Un esempio di questa logica ci viene spiegato in un’intervista: nelle varie stagioni (di certo non parche in violenza) non ci sono scene di stupro. Perché? Perché lo stupro non è divertente.

E l’omicidio allora?

Nemmeno l’omicidio, ma se il corpo della vittima viene trasformato in una farfalla di carne, allora smette di essere verosimile. Non è più realista, è spettacolo, uno spettacolo che Graham stesso definisce “kabuki”: è esagerato, barocco, raffinato.

Non puoi sorridere di una moglie picchiata e stuprata dal marito. Un cadavere trasformato in un violoncello umano invece è grottesco, artistico, fuori dalla realtà, e quindi può essere divertente.

Niente è più romantico di un mazzo di fiori

Per quel che riguarda la storia e le sotto-trame, abbiamo tre serie da 13 episodi ognuna: la prima introduce i personaggi e l’inizio dell’indagine sugli omicidi di Hannibal (conosciuto come Chesapeake Ripper). La seconda è liberamente ispirata dalle vicende del romanzo (e film ) Hannibal, con i fatti ambientati in Europa (Parigi, Lituania, Firenze), e infine la terza racconta la storia di Red Dragon, con Richard Armitage nei panni di Francis Dolarhyde (fa push-ups a testa in giù, le signore apprezzano).

“Ora tutti ti conoscono come ‘il tizio che ha fatto Thorin'”.
“No…”

“Lo Hobbit è il franchise più famoso che hai fatto.”
“No, smettila!”
“Tre film dove stai conciato come il 
lovechild di un rastafariano e uno Sherman.”
“Raaaaah!”

Detta così queste serie sembrano fighe fighissime!

Errr… circa.

Cominciamo col dire che a qualcuno non piaceranno, a prescindere dalla qualità. Lo stile è molto pervasivo, spesso artsy e pretenzioso. Per la maggior parte del tempo serve la storia, ma certe immagini paiono essere lì solo perché “è figo attaccare una scena in questo modo”. Questo può essere un problema, e può dare molto fastidio a certi spettatori. Personalmente, ero disposta a perdonare questi momenti di narcisismo spicciolo per amor del resto (trasformano la testa di un tizio in un’arnia, io approvo!).

Inoltre non tutti gli episodi e non tutte le serie sono allo stesso livello. La prima stagione in particolare è molto curata. Ci sono licenze artistiche, momenti inverosimili (specie nella posizione dei corpi delle vittime), ma non troviamo veri e propri buchi di trama. Nella terza sì, ed è un peccato.

Seconda e terza hanno anche altri problemi, con alcuni personaggi poco approfonditi o francamente inutili. Una tizia in particolare, che non voglio spoilerare, potrebbe essere tagliata dalla storia senza rimpianti. Questo è un grosso problema: siccome ci rendiamo conto presto che costei non va a parare da nessuna parte, sappiamo che le scene con lei sono delle perdite di tempo. L’unica cosa che redime in minima parte questo subplot del tutto superfluo è, di nuovo, l’estetica di uno degli omicidi.

Un’altra magagna è l’antagonista della seconda stagione, il malvagio Mason Verger: è caricaturale perfino per una commedia. Il tizio beve le lacrime dei bambini. Eddai Fuller, checcazzo!

C’è poi una presenza sempre più prepotente del fanservice.

Come detto, il soggetto principale dell’intera faccenda è il rapporto tra Will e Hannibal. Ora, per quanto a me piacciano storie di bromance o anche dichiaratamente omosessuali, a tratti il copione è un po’ troppo palese. Non che ci siano scene davvero ridicole, sia chiaro! Niente momenti stile anime con Will vestito da principessa o cagate del genere. Però a volte il concetto viene martellato in modo un pelo troppo palese. E non ce n’è bisogno: l’evolvere dei due personaggi è tracciato molto bene per la stragrande maggioranza della storia, abbiamo capito!

Peraltro, santo fanservice, abbiamo la bromance per le signorine e lo yuri per i signori. Parità di fantasia erotica, per Giove!

Infine, la seconda serie ha un ultimo grosso difetto a parer mio: tira in ballo il Mostro di Firenze.

Ora, io non sono tipo da triggerarmi aggratis, ma trovo di pessimo gusto usare un fatto di cronaca autentico in una storia del genere. Sarebbe bastato cambiare appena il nome (magari invece che “il Mostro” chiamarlo “la Bestia”? O “Cicci il Mostro di Scandicci”, tipo). Ispirazione e riferimenti vanno benissimo, ma scopiazzare pari-pari il nome è pigro, e la pigrizia mi sta sulle scatole.

Riassumendo

La trama, per la maggior parte

 

Il cast

 

Immagine e fotografia

 

La maggioranza dei personaggi sono memorabili, interessanti e ben scritti

 

I montage di cucina! Altro che Gordn Ramsay, dateci un programma su come fare gli ossi buchi di postino!

 

Atmosfera e ritmo

 

Buchi di trama, specie nella seconda/terza stagione

 

Alcuni personaggi inutili

 

Lasciate stare Cicci di Scandicci, per cortesia

 

La serie è stata apprezzata dalla critica, vincendo diversi premi, ma non ha avuto un gran successo di pubblico, il che ha portato alla morte del progetto dopo la terza stagione. Nell’insieme, non mi sentirei di definirlo un prodotto davvero eccelso, ma ha elementi interessanti e molto positivi. Non annoia, è divertente.

Tuttavia lo stile prepotente lo rende molto soggetto ai gusti. I personaggi sono ben costruiti e la scrittura è davvero buona, ma se non piace lo stile sarà impossibile approfittarne. Personalmente, l’estetica sfacciata e barocca mi è piaciuta molto, e anche nel peggiore episodio ho trovato qualcosa di interessante da apprezzare.

Infine, non credevo che fosse possibile eguagliare la performance di Hopkins per il personaggio di Hannibal, ma Mads Mikkelsen è davvero perfetto per il ruolo! Con la sua faccia da alieno e il suo accento bizzarro, riesce a dare un’interpretazione che vale davvero la pena vedere!

Consigliata, nonostante i difetti.

MUSICA!


La pagina wiki della serie

La pagina Imdb della serie

Scene dalla prima, seconda e terza stagione.