Vita da campo: Coudekerque-Branche 2016

Sabato

Foto d’epoca scattata dopo la poco nota battaglia di Legnate sul Groppo, dove un gruppo di Gallo-romani affiancò l’esercito napoleonico per combattere gli scoiattoli. Sulla destra, un ausiliario danese in borghese. (Foto di Nanette)

Mi sento come se ogni fibra del mio corpo fosse stata centrifugata.

Di solito il venerdì notte mi comporto da persona adulta e vado a letto presto, senza bere. A questo giro mi son distratta e ho dormito 3 ore appena. Non sarebbe tanto male se non fosse che dormo 3 ore da una decina di giorni per finire un lavoro…

Per fortuna la giornata è uggiosa e il campo è deserto. Posso covarmi la fatica.

Risiamo in quel di Dunkerque, per il mio campo preferito. Anche quest’anno i Cechi non sono venuti. Tagli alla cultura, fondi ridotti, et voilà, non puoi più permetterti di chiamare la compagnia strafica di Gustavo Adolfo. Sic transit gloria mundi.

I napoleonici in compenso sono venuti in forze. Il che è cosa buona perché puoi sempre contare sui napoleonici per qualche rissa multiepoca.

Ci sono anche i coloniali, i tizi del quindicesimo, il ventesimo secolo, il secondo impero…

E ci sono dei soldati della Wehrmacht. Devo ammettere che quando i loro ufficiali passano con le svastiche sulla giacchetta, mi sale un piccolo brivido.

Hide yo’ wife, hide yo’ kids! (Foto di Michel Langrenez)

E’ un campo sonnacchioso. Il tempo è stato così di merda che venerdì sera ci si è impantanata una delle macchine. Roba che s’arriva al parco e SBLORCH, imputtanata fino ai finestrini. Per fortuna gli yankees del ’39-’45 hanno i gipponi, sennò la si lasciava lì per gli archeologi del futuro.

Il pubblico è rado e poco interessato a noi poveri predoni scandinavi, ergo movimentiamo la vita col Gioco del Ciondolo.
Il Gioco del Ciondolo è una trovata di Bothvar per i nuovi membri: ti si mette al collo un cordino con una zampa di corvo; il tuo lavoro è tenerlo fino alla fine del campo, il lavoro del resto della compagnia è fregartelo. Se te lo fai fregare, paghi pegno.

A questo giro il corvo tocca a Lis. Non è cominciata bene. Venerdì sera gliel’ho già fregato io, mentre eravamo a bere nella tenda del centurione. E’ tutta questione di disinvoltura e polso…

Un’altra novità rispetto all’anno scorso, oltre all’assenza di pubblico e la gara del ciondolo, è il nuovo piano per lo Stato d’Emergenza. La Francia impone ‘sta roba da Novembre. Il lato antipatico è che non puoi fare un sacco di roba, il lato positivo è che sono riusciti ad arrestare un sacco di malvagi ecologisti. Perché fanculo i bombaroli, la radicalizzazione delle carceri, l’assenza di controllo in ghetti infami, quello che davvero angosciava noi parigini era il fatto che dietro un qualsiasi cantone poteva appostarsi un volontario di Greenpeace.

Quindi insomma, niente sfilata di 15 Km quest’anno, perché Al-Bagdadi potrebbe mandare qualcuno con un coltellaccio a cercare di sgozzare una carovana di gente corazzata come un tank, armata fino ai denti e con consolidata esperienza sportiva.

No, non sto scherzando.

La cosa non mi dispiace davvero: sono esausta e la schiena mi fa un male cane. Quindi buono, ci risparmiamo la Grande Marcia. Quello che non ci viene risparmiato è il discorso del sindaco.

Uno dei balocchi dei nostri amici ‘mmerigani (Foto di Nanette)

Di ritorno al campo, facciamo del nostro meglio per essere il più storicamente accurati possibile. Giusto per il principio, visto che non passa un’anima. C’è chi si mette a giocare al gioco del Re, ci si occupa della mangiogna, chi si allena in una piccola lizza. Tutto è così quieto che comincio a sperare che, magari, quest’anno non ci saranno feriti!
Ne approfitto per riposare. Mi avvolgo nel mantello e mi raggomitolo sulla paglia dietro la rastrelliera delle armi. Fa freddo, ma tanto se non dormi all’addiaccio non puoi davvero dire di aver vissuto il campo fino in fondo.

Il torpore mi sale addosso. Sono giorni che lavoro come un nordcoreano, ho un mal di schiena che mi uccide, un’orertta di riposo mi farà bene…

BAM

-MA PUTTANA L’EVA!

Qualcosa mi si è schiantato ‘ntelle stiene con la grazia di uno scooter lanciato contro un palo della luce. Emergo dal mantello incazzata come un gatto che ha scoperto i gavettoni. Un elmo. Qualche mentecatto ha preso un cazzo di elmo e me l’ha tirato tra le scapole!

-Oddio!- Il Fortunato e in piedi accanto allo stand, l’aria colpevole di un cane accanto a un divano sventrato. -Non ti avevo vista.

Prima volta in anni che mi concedo un pisolino pomeridiano, e messer Grigliata mi prende a elmate il groppone.

Nel pomeriggio qualche raro visitatore si fa coraggio. Raccatto le mie stanche ossa e mi metto al pezzo: spiegare i pezzi, far provare le armi ai bambini senza che s’infilzino a vicenda, rispondere a domande creative come “ma i cani esistevano al tempo dei vichinghi?”…

Il Fortunato si palesa. Mi chiedo se dopo le elmate sulla groppa vuole anche prendermi a cartoni nel viso, così, per sport. No. Vuole la mia armatura per passare l’Ordalia.

L’Ordalia è un’altra delle nostre buffe trovate (strettamente facoltativa): chi si sottomette all’Ordalia deve sfidare a duello gli altri membri dell’associazione, uno alla volta, fino a totalizzare 40 duelli di fila.
Perché?

La domanda che spinge le sorti dell’Umanità non è mai “perché”, ma “perché no?”.

Nel caso del Fortunato il “perché no” potrebbe essere che ha una pessima cera e da stamani pasteggia ad antidolorifici e stimolanti.

-Senti coso, sei sicuro di voler fare l’Ordalia oggi? Sei un rottame.

-Ma no, tranquilla, fidati!

Fidomi. E perché no? Stiamo parlando del baldo giovane che si è tuffato in un rogo incandescente e che manca poco affoga per voler inseguire un drakkar a nuoto.

Gli carico addosso la lamellare e mi lavo le mani della sua sorte.

Tempo una dozzina di duelli, non si sentono più botte e rintocchi.

Il Fortunato è scivolato sull’erba bagnata e si è dislocato un ginocchio.

I paramedici arrivano all’istante. Di solito non si allontanano mai troppo del nostro campo, perché siamo sempre noi a farci male. E’ antipatico da ammettere, ma è vero: per una ragione o per un’altra, ogni anno a Coudekerque succede un casino. L’anno scorso era una lancia in un occhio, due anni fa un compare che prendeva a cornate un trave, e via a rimontare. C’è una maledizione!

Legnate (Foto di Nanette)

La sera scende sul campo, il Fortunato torna cionco. E’ peccato che debba essere invalido, perché abbiamo grandi progetti per la notte.

Dopo cena ci armiamo, raccattiamo i romani e i galloromani, e sgattaioliamo di là dalla strada, nel campo post-1700. La notte è fredda, la nebbia affoga gli alberi, il cielo brilla la luna piena. E’ tempo di raid!

Le prime vittime sono i napoleonici. Le loro tende sono appena visibili nella foschia.

Ci schieriamo, un bel muro di scudi eterogenei, le armi in asta in seconda linea, quelli in leggero sui fianchi. Bothvar sguaina la spada.

-Al mio segnale, scatenate il LULZ!

Li vediamo correre a raccattare i loro moschetti. Ah, troppo tardi! Carichiamo nel buio. Spari e lampi di cartucce a salve. Alcuni di loro privano a bloccarci puntando i moschetti contro gli scudi. Nobile tentativo, dispiace quasi girargli intorno e saltar loro sul groppone. Mi azzuffo con uno di loro per prendergli il moschetto. Finiamo a terra nel casino generale, mi rialzo. Al diavolo, tientelo, meglio buttarsi nel match di spintoni col resto della banda…

Dal buio emerge il colbacco del compagno Roccia.

E’ un armadio dei sapeurs che di solito va in giro con un martello da fabbro. A questo giro è a mani nude. Ci carica. Acchiappa me e l’Ulf come se stesse facendo una bracciata di paglia, ci tira su di slancio manco fossimo due bimbetti e ci butta in un fosso. Mortacci sua. Ci riarrampichiamo sulla sponda che già la banda si sta rimettendo in moto.

Questo genere di raid ha un effetto valanga. Ripartiamo che siamo il doppio degli effettivi, armati di scudi, giavellotti spuntati, spade, accette, sciabole e moschetti. Peccato non poter portare anche il cannone!

Arriviamo al limitare della parte Prima e Seconda guerra mondiale. Non ci sono alberi qui, la luna piena illumina la nebbia di luce bluastra. Dei fantasmi neri attraversano di corsa il prato, il lampo di una fucilata a salve. Aha, sono in vena di giocare. Ma ormai siamo troppi. Passiamo sopra il loro campo senza fare distinzioni. Canadesi o crucchi, Grande Guerra o WWII, che tanto al buio son tutti uguali o quasi.

Frego un berretto a caso a un nemico mentre un gruppo di energumeni non meglio identificati conquista con le armi una gigantesca grigliata di salsicce e inizia a distribuirle tra urla di giubilo. Sotto un tendone brilla una luce elettrica, illumina divise americane. Ci precipitiamo di corsa verso di loro.

La nostra prima linea tonfa in terra con la grazia di un capodoglio spiaggiato.

-Reticolato! Girate intorno! Reticolato!

Sono solo cavi di nilon. Se fosse stato filo spinato davvero ora saremmo a sbrandare i paramedici.

Knock knock! (Foto di Nanette)

Ci pigiamo tutti sotto il telo. Siamo così tanti che riusciamo a stento a non darci gomitate nei denti. Certo, le armi non aiutano.

Gli yankees e alleati sono accoglienti, tirano fuori tre bottiglie di spumante e le buttano nel mucchio multiepoca. Chi non sta masticando salsicce bercia un assenso, gli altri berciano pure, inondando gli astanti di pezzi di maiale abbrustolito.

Un ufficiale del Primo Impero si arrampica sulla tavola, agguanta una bottiglia, sguaina la sciabola.

Vive l’Empereur!

La scapitozza con un elegante gesto del polso, blocca la fontana di spuma con la lama, passa la bottiglia in giro tra applausi e giubilo.

Uno yankee si arrampica a sua volta sul tavolo. Vuol far vedere che non è da meno. Sguaina una baionetta. Non elegante come la sciabola, ma ho già visto bottiglie stappate con un fluido fendente di sax, perché non la baionetta?

Primo colpo. Nulla. Secondo. La intacca. Riprova. Mi chiedo quanti torneranno al campo con schegge di vetro conficcate in faccia. In ogni caso, worth it!

All’ennesima la testa della bottiglia parte. Hooray!

Un canadese tira fuori un’altra fiasca. La brandisce con piglio deciso e l’accoltella senza esitazione. E’ la prima volta che vedo una bottiglia pugnalata a morte. Il vetro esplode in una pioggia di frammenti e bollicine. Tra gli incoraggiamenti generali, il tizio tracanna da ciò che resta del fiasco senza amputarsi le labbra sui bordi. Un miracolo.

Il bello del multiepoca (Foto di Michel Langrenez)

Il quindicesimo secolo è l’ultimo campo in cui trasciniamo le nostre carcasse. Le loro tende sono buie, nessuno in giro. Sono già a gallina. Una sola figura ci aspetta, immobile. Una vecchina con la cuffietta bianca, appoggiata a un bastone poco più alto di lei.

-Non dovreste far così tanto rumore.- Ci rimprovera. -I bambini dormono. Andate a nanna o vi faccio il didietro a strisce.

Le risponde un coro di rutti.

La vecchia impugna un bastone. Scrosci di risate. La vecchia mulina.

Hal è il primo a cadere con un guaito, altri si tuffano ai ripari, la vecchia indemoniata si butta nel mucchio seminando morte e distruzione. Hell hath no fury like that of a pissed off grandma.

Vicini di campo. Si può sempre contare su di loro per un’emergenza goliardica. (Foto di Michel Langrenez)

Non c’è niente di meglio che un fracco di legnate per calmare gli esagitati.

Gli spiriti si quietano, la banda si disperde. Il silenzio torna sul campo. E’ stato un bel raid. Ora latrine, e poi nanna.

Sulla via per i cessi, incrociamo un manipolo di crucchi. I loro elmetti a tartaruga sono inconfondibili anche al buio. Ci fermiamo a far due chiacchiere. Lis chiede a uno se può farle il saluto battendo i tacchi. Il tizio esegue. Che cortese. Ci separiamo.

Mi incammino con Lis. Si è fatta fregare la zampa un’altra volta durante la giornata e ora la tiene in pugno in continuazione.

-Deve essere figo fare ricostituzione crucca.

Io esito. Sì, deve essere figo, ma io non potrei mai farla. Per carità, so benissimo che ricostituzione e simpatie politiche non vanno necessariamente insieme, ma ho paura che gli spettri dei bisnonni vengano a tirarmi per i piedi se provo a mettere un’uniforme tedesca…

Usciamo dalle latrine. La notte è fresca e tranquilla. Lis tene la zampa di corvo nel pugno chiuso.

-Secondo te dove stavano andando?

Non lo so, non ci ho nemmeno pensato. Però è vero che avevano i fucili… E gli elmetti…. E stavano andando verso il nostro campo….

Urla e frastuono di gente che corre sull’asfalto. I crucchi emergono al galoppo lanciato dal buio. Uno in testa si volta indietro verso gli altri.

-Correte! Cristiddio, correte!

Ci sfrecciano accanto come saette. Dietro di loro, sempre al galoppo lanciato, Harald, una montagna di carne, ossa e furia omicida, armato di scudo romano e giavellotto. E dietro di lui Bothvar.. E tutto il resto della squadra, ovvero una banda di vichinghi e romani ubriachi.

Un altro grande giorno per la razza superiore.

Ci uniamo all’inseguimento e raggiungiamo i crucchi al bunker dove dormono. Entriamo. E’ stretto, soffocante. Un energumeno della prima guerra mondiale sbarra la strada alla stanza più interna. Sto per dirgli di scansare le sue chiappe teutoniche che i vichinghi reclamano birra, quando qualcuno scende le scale di corsa alle mie spalle e mi spintona avanti. Inconfondibile charme bavarese. E’ uno dei crucchi con l’elmetto. Ha un fucile.

Lo afferro con ambo le mani. Il tizio si mette a ridere, cerca di spingermi via, ma non sa che io ho l’istinto di sopravvivenza di un lemming, porello. Quando non mollo la presa, mi spinge contro il muro. Con la coda dell’occhio vedo l’altro energumeno avvicinarsi con una Luger. Aha, divertente.

Infilo il gomito tra il fucile e il petto del crucco, strattono la canna, tiro il grilletto.

Un mesto click. Tutte le loro armi sono demilitarzzate, non possono spararci nemmeno a salve. Guardo il golem in corridoio.

-Saresti stato così tanto morto, coso!

-Kartoffel kapput volkswagen!

-Come no.

Finiamo per ritrovarci tutti nella stanza più interna. Hanno una foto di Himmler, una bandiera nazista, delle uniformi. Tutto ciò mi mette un pochino a disagio. Lis invece è entusiasta, da brava comunista.

-E’ tutto bellissimo!- Sfiora una divisa da capitano. -La posso provare? Posso?

L’accontentano. Mi guarda con un sorrisone felice, le mani in tasca.

-Come mi sta?

La guardo. Sorrido. Le sfilo la collana di corvo dal collo. Disinvoltura gente, disinvoltura. I miei compagni esultano. Lei mi guarda sconvolta e tradita. La prossima volta impari a farmi certe domande. Uscendo un kraut mi dà una pacca sulla spalla.

-Gute nacht!

-Shalom!

Domenica

“Bastards! I hate them with their long tails and their stupid twitchy noses!!” (cit.) (Foto di Michel Langrenez)

Il pubblico sciama attraverso il campo. Mi fa strano. E’ stato così deserto il sabato che cominciavo a pensare fosse un campo off.

C’è una prestazione nella grande lizza oggi, ma io ho un mal di schiena che piango, e lascio perdere. Dovrò tornare dalla conciaossa a farmi raddirizzare, che mi pare ci avere delle viti autofilettanti nelle vertebre del colllo. Approfitto per sobbarcarmi la corvée sgrassaroba. Calderoni e secchi tendono a coprirsi di una loia invereconda, e le uniche cose storicamente accettabili che possono farci qualcosa sono cenere, una buona striglia e olio di gomiti. Lis va e viene a prendermi dell’acqua, mentre io peggioro il mio mal di schiena per il bene e la profilassi del gruppo.

In uno dei viaggi la vedo tornare con un bottiglione d’acqua su un braccio e il figlioletto del capo sull’altro. Alle sue spalle Ulf si avvicina furtivo. Vuole fregarle il ciondolo. Sarebbe la sesta volta che se lo fa fottere, e il campo non è ancora finito. Il record finora è di nove furti su due giorni. Il campione aveva pagato pegno correndo in un campo inseguito da una banda di compari armati di frecce e giavellotti. Alla fine della giostra il povero diavolo aveva perso le scarpe nell’erba alta.

Lis ormai si avvicina al record, riusciremo a superarlo? Ma soprattutto, quando Ulf agguanterà il ciondolo, Lis lascerà cadere la bottiglia o il bimbetto?

Ulf afferra il cordino, tira. Lis torce la testa, acchiappa la collana coi denti. Un buon riflesso. Il bambino del capo è salvo. La complimentiamo con un applauso. Lei sorride fiera per un istante. Il suo sorriso evapora. Sputa il cordino. E’ un laccio di lana, molto assorbente. E’ stato al collo sudato di una mezza dozzina di membri.

-Occristo.- Lis sta diventando verde. -Sa di pecora putrefatta…

Le offro un sorso di vodka di consolazione.

Più tardi nel pomeriggio è l’ora della penitenza per Lis. L’idea è farla correre in armatura attraverso un percorso dove sono disseminate imboscate, e farla combattere ad ultimo contro tre dei ragazzi.

Per rendere la cosa interessante, Bothvar ha di nuovo fatto appello ai romani. Le tuniche rosse non sono molto discrete nel fogliame, ma si nascondono al meglio. Appena Lis si avvicina, da una parte all’altra cominciano a tirarle giavellotti, pezzi di legno, teste mozzate, ciabatte, la nonna in sedia a dondolo.

Dimostrazione napoleonica. E niente, i napoleonici spakkano. (Foto di Michel Langrenez)

Coudekerque è stato un bellissimo campo, come al solito. E ora finalmente l’estate è agli sgoccioli. La stagione è finita, resta solo da rimettere in sesto il materiale e riposare le stanche ossa fino alla primavera prossima!
MUSICA!

Foto di Nanette e Michel Langrenez. Invito ancora a seguirli, pubblicano foto bellissime!

The Frisco kid

Il 29 agosto è morto Jerome Silberman, in arte Gene Wilder.

Per certe povere anime Gene era “il tizio dei meme”

Gene è stato un attore di chiara fama e uno dei più importanti attori comici giudei. Il mondo lo ha ricordato citando i suoi ruoli più conosciuti, come l’iconico Willy Wonka nel film Willy Wonka & the chocolate factory del ’71, o il giovane Victor Frankentsein (leggesi Fran-ken-steen) in Young Frankenstein nel ’74.

Gene Wilder è stato un attore straordinario, con un’energia, una mimica e una sottilità uniche. Oggi voglio ricordarlo parlando di un film meno conosciuto ma a parer mio particolarmente significativo per quel che riguarda Wilder: The Frisco Kid.

The Frisco kid


Nel 1850, Avram Belinski viene scelto per diventare il rabbino della nascente comunità ebraica di San Francisco (“Frisco”). Avram lascia quindi la campagna polacca e si ritrova allo sbaraglio negli Stati Uniti, dove viene prontamente raggirato, massacrato di botte e abbandonato in mezzo al niente.

Rimasto a piedi con la sua Torah, Avram comincia un fortunoso viaggio in un continente esotico e sconosciuto. Il nostro incrocia la strada di un rapinatore di banche (Harrison Ford), che prende lo sprovveduto rabbino in simpatia e lo guida (o si fa trascinare) in un lungo periplo attraverso montagne, deserti, indiani, frati trappisti e quant’altro.

Il film avrebbe tutti i numeri per essere un successo: l’idea del “pesce fuor d’acqua” è un classico ricorrente ma può essere realizzata bene, e le avventure tragicomiche di un rabbino polacco nel selvaggio West offrono un sacco di buone occasioni.

Gli attori sono tutti bravi, a cominciare dal duo protagonista: Harrison Ford, fresco di Star Wars, ritrova il ruolo del delinquente duro ma di buon cuore, e Gene Wilder, uno dei migliori attori comici di tutti i tempi.

Il regista scelto era anche promettente:  Robert Aldrich è il realizzatore che ci ha portato classici come The dirty dozen (1967) o The longest yard (1974).

Tuttavia il film non ebbe particolare successo né fu apprezzato dalla critica. Tutt’ora, è uno dei film meno conosciuti di Wilder. Ed è strano, perché il rabbino askenazi dovrebbe essere considerato come il suo ruolo iconico per eccellenza!

The Frisco kid è a parer mio un film gravemente sottovalutato, ma devo ammettere che le critiche negative che ha ricevuto non sono proprio immeritate. The Frisco kid ha pregi e difetti.

“Io ho letto questo libro. Non ho capito una sola parola.”

Il primo pregio del film è il protagonista: Avram Belinski è un personaggio adorabile. Si tratta di un uomo semplice, ottimista e ingenuo, scaricato senza riguardi in una terra pericolosa e spietata. Belinski non ha la minima idea di cosa lo attende quando parte, né ce l’ha il capo rabbino. Nel primo dialogo che hanno a proposito del suo viaggio in America, Avram chiede dove sia San Francisco e il capo rabbino gli risponde: “By New York”.

Come no, proprio accanto.

Nonostante le disavventure, Avram mantiene la propria gentilezza d’animo e il proprio senso di meraviglia per le novità che incontra. La recitazione impeccabile di Wilder rende perfettamente il personaggio ed è difficile non provare simpatia per il povero diavolo.

La grande forza del film è però anche una delle debolezze: l’evoluzione del personaggio di Avram è sbilanciata tutta sulla fine. Il clou della sua crescita è precipitato nell’ultima mezz’ora di film, in cui Avram si rende conto che, nel suo rispetto per le regole religiose, ha perso di vista ciò che davvero conta nella vita (“I choose a piece of paper instead of you”). Come può essere un buon rabbino in queste condizioni?

E’ un buon dilemma, peccato che sia scatenato e risolto in un paio di dialoghi alla fine del film.

Ma parliamo di Harrison Ford: il suo personaggio è visto è rivisto, il bandito di buon cuore Tommy Lillard. La mancanza di originalità è di per sé problematica, ma quello che affossa Tommy è soprattutto la mancanza di caratterizzazione.

Pur avendo buone battute, Tommy non è un personaggio molto curato. Lo vediamo come delinquente, e nella scena dopo viene in aiuto ad Avram, senza particolare ragione a parte il fatto che il rabbino pazzo gli rimane simpatico. L’intento era senza dubbio di mostrare come la compagnia di Avram riesca ad addomesticare un incallito criminale e riportare alla luce il buono che c’è in lui, ma la faccenda non è curata con attenzione ai dettagli e Tommy Lillard resta un personaggio dimenticabile, simile a tutta la pletora di “criminali buoni” visti in narrativa prima e dopo di lui.

Il film alterna anche momenti eccellenti con momenti superflui. Un esempio può essere la parte sugli indiani, in cui Avram cerca di spiegare che il suo Dio è onnipotente ma non fa venire a piovere (tranne quando cambia idea). Il dialogo è seguito da una scena di danza ben trovata, ma fin troppo lunga.

La sosta al monastero trappista è, da un punto di vista narrativo, del tutto inutile. Da un punto di vista comico però le scene in cui Avram deve sforzarsi di stare zitto sono deliziose.

Gene Wilder e Harrison Ford in kippah. You’re welcome.

Nell’insieme, The Frisco kid ha diversi difetti, ma anche tanti pregi. Nonostante le debolezze, è un film molto divertente, e uno dei film più giudei che abbia avuto occasione di guardare. The Frisco kid non è un western, è una commedia ebraica ambientata nel West, recitata dal miglior attore comico del cinema ebraico occidentale.

L’ingenuità e l’onestà del rabbino lo rendono un personaggio buffo e triste, ottimista e tragico. Lo sprovveduto inerme che mantiene il proprio ottimismo in barba alla sofferenza è un personaggio ricorrente della narrativa ebraica, e un personaggio che può avere risonanza con chiunque.

L’”arco” della storia non è ben equilibrato  
Il personaggio di Ford, indispensabile nella storia, non è curato nel dettaglio né approfondito  
La trama  
Gene Wilder  
Il personaggio di Avram Belinski  
La sceneggiatura  

 

The Frisco kid non è un film perfetto e avrebbe potuto essere migliore, ma resta una commedia assolutamente deliziosa e squisitamente yiddish, consigliatissima.

MUSICA!

Per chi vuole altre letture:

La pagina wiki del film

Un articolo sull’argomento

Come non si fa (2): la Battaglia dei Bastardi (Game of Thrones)

Prima che a qualcuno parta un embolo, lasciate che ve lo dica: a me Game of thrones piace, e l’ultima serie in particolare mi piace pure. Non solo, trovo che mediamente la serie sia migliore dei libri. Ad esempio, sono stata molto grata del fatto che gli sceneggiatori abbiano dato un senso alla gita campestre di Brienne e Pod, o che abbiano scorciato di brutto tutta la menata su quei mongoli a rotelle degli Ironborns.

Oggi però non voglio parlare della storia nel suo insieme, bensì voglio concentrarmi su una scena in particolare, la scena clou dell’ultima serie, la Battaglia dei Bastardi.

Trattandosi di un post puramente tecnico, cercherò di fare meno spoilers possibili, ma qualcuno ci potrebbe sempre scappare. Ergo siete avvisati.

Cominciamo con gli aspetti positivi di questa scena:

-Sul lato visivo, c’è poco da dire. La fotografia è bella, il ritmo è buono, la musica anche. E’ una scena divertente da vedere, a differenza di quell’altra merda stellare in Vikings.

-Certi spunti erano ben trovati. Mi fa piacere che finalmente si comincino a vedere degli sforzi per far apparire le battaglie più verosimili (manovre, trucchi, movimenti coordinati, etc.) e meno burine.

Cosa intendo per “burine”? Intendo quando due gruppi incasinati si corrono addosso a cazzo di cane con musica epica e scatenano un mischione molto virile di gente che mena a caso facendo facce molto maschie e scuotendo le villose barbe. L’ultima battaglia del film del Signore degli Anelli, per intendersi. Le scene così le odio.

Nel caso in esame c’è chiaramente il tentativo di mostrare dei professionisti coordinati, e ciò è bene.

Purtroppo però restano dei problemi.

Partiamo dalla situazione: Gianni Neve deve scannarsi con Ramsay. Ramsay è spalleggiato dagli Umbers e di Karstarks, due delle maggiori case del Nord, e vanta più del doppio degli effettivi rispetto a Gianni.

La notte prima dello scontro, Gianni e Capitan Cipolla convengono che devono indurre Ramsay a inseguirli e scavare trincee laterali per proteggere i fianchi.

Primo problema: scavare una trincea è un lungo lavoro, e un lavoro faticoso. Gianni SA da giorni che la lotta sarà impari, avrebbe dovuto adoperarsi almeno dalla mattina prima a scavare delle difese.

Secondo: le trincee sono, appunto, faticose e lunghe da fare. Probabilmente Gianni e i suoi farebbero prima e meglio a piantare in terra pali appuntiti, o legare legni aguzzi tra loro per creare dei proto-cavalli di frisia. E’ più rapido, il legno non manca, e probabilmente costa molta meno fatica.

Ad ogni modo tutto ciò si risolve in nulla perché troviamo subito il problema numero tre.

Dove sono ‘ste trincee?

Peraltro, visto che il grosso dell’esercito di Gianni è fatto di wildlings, forse sarebbe stato meglio tentare di attirare Ramsay in una zona boscosa, più che non sfidarsi su un pratino più o meno pianeggiante. Questo però non è un difetto stricto sensu, in quanto nessuno dei tizi coinvolti è un tattico collaudato. Plus, esigenze di tempo, e ok.

Veniamo a quello che però è un problema: l’equipaggiamento.

Pochissimi portano l’elmo. E non dico i wildlings, ma anche i cattivi. L’elmo è il pezzo di armatura che qualcuno si procura prima di tutto. Perché in tv la gente deve sempre andare in giro a pera con la capoccia scoperta?

Plus, com’è che nell’esercito di Gianni quasi nessuno porta uno scudo? Uno scudo non è roba particolarmente complicata da fare, è utilissima, e richiede poco o punto metallo.

E parlando di pochissimo sforzo e metallo: qualcuno poteva dare una cazzo di clava al gigante?

E’ una bestia di quindici metri che spacca la gente in due e spappola cavalli a cazzotti, e non serve quasi a nulla! Non ha nemmeno un effetto psicologico sui nemici!

Nel cerchio rosso, il personaggio più sprecato della serie

Ci voleva tanto a tirare giù un abete e metterglielo in mano? E’ come andare in battaglia con un Merkava senza munizioni! Ok, va bene, puoi spiaccicarci qualcuno passandoci sopra coi cingoli, ma non stai davvero approfittando delle potenzialità di questo gioiellino!

Ma torniamo alla tattica.

I nostri sono schierati. Da una parte Gianni, che ha soprattutto fanteria, un po’ di arcieri e un po’ di cavalieri, dall’atra Bolton, che ha il doppio della gente. Entrambi hanno piazzato gli arcieri in prima fila.

Ok, è una scelta difendibile. Io li avrei messi dietro, ma hey, va bene anche così.

Storia a parte, ci troviamo all’inizio con un Gianni Neve da solo, al centro del campo di battaglia, a tiro delle frecce Bolton. Siccome ormai è lì, Gianni decidere di caricare i Boltons da solo.

Ora, vi parrà strano, ma questa scena non mi pare del tutto folle. Gli arcieri Bolton stanno tirando a campana, e Gianni è esposto. Ha due scelte: ritirarsi, o avanzare, dacché le due scelte lo tolgono dalla “fascia bersaglio” dei dardi.

Peraltro, è realistico il fatto che la carica duri poco, ed è verosimile che Gianni riesca a saltare di sella prima di restare incastrato sotto il cavallo.

Il problema in questo frangente non è tanto Gianni, quanto la sua cavalleria.

In primis, prima lo lasciano correre avanti allo scoperto e solo dopo si svegliano “oh cazzo, già, è il comandante, ‘ndiamo a ripigliaccelo!”. Meh.

Quello che però ha di buono questo passaggio è che i cavalieri cavalcano lancia in resta e “lunghi”, con staffe basse, come facevano, con ogni probabilità, i catafratti europei. Un bel dettaglio. Anche contando che, nell’urto della lancia, il cavaliere deve spingere avanti il bacino stendendo le gambe, per scaricare la botta sulle spalle del cavallo e non sui suoi lombi (le zampe anteriori del cavallo sono quelle che portano meglio il peso e le botte).

A sinistra, un fotogramma del film. A destra, miniatura sul romanzo di Yvain o Il cavaliere del leone, Chrétien de Troyes (XIII° secolo). Notare, a destra, i piedi spinti avanti rispetto al centro di gravità del cavaliere.

Tornando a noi, la cavalleria Bolton carica.

Perché?

La cavalleria Snow sta entrando nella portata degli arcieri. A meno che la portata dei tuoi archi non sia 20m scarsi, non sarebbe meglio scompaginarli un po’ prima di buttare le tue truppe d’élite nel gioco?

Nevermind, le due cavallerie si schiantano l’una contro l’altra, e Gianni Neve nel mezzo sblocca la Modalità Eroe e diventa invulnerabile.

No, sul serio, la battaglia è figa e tutto, ma Giovanni Neve che passeggia in giro mentre il resto del mondo lo schiva in automatico proprio non si può vedere. C’è perfino un momento in cui si ferma per diversi secondi di sguardo intenso!

Comunque, mentre Gianni se ne va in giro invulnerabile a cavalli e tizi, i Boltons decidono di tirare altre frecce.

Su un mischione?

Perché?

Ok che Ramsay è tanto kattyvo, ma falciare i propri cavalieri è da fessi e basta!

Un cavaliere è un guerriero d’élite. E’ estremamente costoso, al punto che interi sistemi politico-economici sono stati costruiti attorno ad esso, per rendere possibile il suo addestramento ed equipaggiamento. Basti pensare che in epoca feudale l’indennizzo da versare al signore per la morte di un suo féal era moltiplicato nel caso il tizio fosse stato un guerriero montato.

Non solo: Gianni Neve ha, bene o male, lasciato entrare un putiferio di wildlings. I Boltons avranno bisogno di uomini per dar loro la caccia e controllare il Nord. Perché dovrebbero sterminarsi la cavalleria da soli?

Dico sterminarsi perché, a un certo punto, i cavalli spariscono. Quindi i fatti sono due: o i cavalieri di Gianni e di Ramsay si sono annientati vicendevolmente (nonostante quelli di Ramsay fossero il doppio in numero e, si suppone, meglio nutriti e riposati), o Ramsay è riuscito a spacciare tutti i suoi guerrieri migliori a botte di “esigenza di trama”.

E parlando del campo, questa è la situazione:

Il cavaliere sulla sinistra funge da riferimento: ‘sti mucchi sono alti il doppio di un uomo a cavallo!

Ora, ok che avete tritato mille cavalieri e spicci, ma ‘sti mucchi da dove escono?

I mucchi di cadaveri hanno di solito 2 origini: gente che muore contro un ostacolo architettonico; qualcuno che sposta i cadaveri. Non è la prima, visto che siamo in pianura, e non è la seconda visto che nessuno ha l’agio di farlo.

Ne deduco che sia andata così.

Anyway, Ramsay, tutto felice del fatto che ora l’intero Nord non ha più un solo cavaliere nell’esercito, manda la fanteria: i suoi e gli Umbers, che dovrebbero essere a cavallo ma sono a piedi perché boh, sticazzi.

Gli Umbers caricano e spariscono. No, davvero.

Con Umbers…

Senza Umbers…

Errore di editing, son sicura, ma comunque…

Quando ricompaiono, scalano i mucchi di morti e scendono nella fossa insieme ai wildlings. Buonsenso vorrebbe restassero sulla cresta per ributtare sotto chiunque cerchi di scappare. Ma no, il capoccia degli Umbers deve scendere nel merdaio e ritrovarsi così pigiato che tra lui e Thormund parte un match di testata nel muso.

Frattanto, i fanti dei Boltons accerchiano per benino Gianni e i suoi, che li lasciano fare perché…

Boh. Perché dargli fastidio sarebbe stato scortese.

Accerchiati i dodo, i Boltons iniziano la fiera dello spiedino. E niente da dire qui, la manovra è bella e fatta bene, e visualmente è molto carina. Però, giusto per fiscaleggiare, direi che le lance sono tenute troppo in avanti.

Niente impedirebbe ai wildcosi di agguantarle e sfasciare la linea. Niente a parte la buona creanza, ovviamente.

Devo dire però che la prima linea con la spada è molto caruccia, offre scenette memorabili.

Knock knock… oh shit…

Ho sinceramente apprezzato la parte in cui Gianni Neve viene pesticciato nella merda e nel sangue. E’ realistica e ben fatta. Un po’ lunghetta, magari, e la musica struggente stona con il realismo crudo del momento, ma hey, bella comunque.

Quello che invece mi ha fatto cascare le braccia è l’arrivo dei rinforzi.

Tre osservazioni e poi giuro smetto di scassare le palle:

  • Per arrivare a Winterfell, i cavalieri del Vale devono aver attraversato un territorio molto vasto. Vista la celerità con cui arrivano dopo l’appello di Sansa, si suppone che abbiano usato la King’s Road, che se s’impelagavano per bozzi e grottoni ciao. Insomma, c’è un esercito di diverse centinaia di cavalieri in armi che avanza sulla via maestra, com’è che non c’è stato un solo fesso che li ha visti ed ha avvertito Ramsay?
  • I cavalieri del Vale arrivano a battaglia iniziata (quasi finita) e attaccano subito. Si suppone che siano arrivati in un rush di marce forzate per fare in tempo. I loro cavalli dovrebbero essere esausti, i loro uomini stanchi. Sembra poco probabile che possano passare sopra una fanteria perfettamente organizzata (e notevolmente lenta di reazione! Secondo me Ramsay ha pochi sergenti…) manco fossero una schiacciasassi sui marshmellows. Sarebbe stato meglio, a parer mio, se la vittoria dei rinforzi fosse da attribuire più a un effetto psicologico (panico e fuga della fanteria), ma tant’è…
  • Tanti complimenti a Sansa che prima sfrangia la minchia a Gianni “non hai chiesto il mio parere per i piani di battaglia”, e poi se ne esce “oh sì, avevo 1000 cavalieri di scorta nascosti nel culo, non te l’ho detto perché ci tenevo a farti una sorpresa!”. Se Gianni avesse saputo che i rinforzi stavano per arrivare, forse, forse avrebbe potuto organizzarsi diversamente. E forse quella piaga di tuo fratello Rikon sarebbe ancora in vita. Ma bon, era un personaggio marginale in ogni caso.

 

E poi well, c’è la fine, con Ramsay rimasto praticamente solo dopo aver tirato il suo intero esercito nel tritacarne. Non che non sia mai successo nella Storia, ma bon, m’è parso un pochettino cliché.

E questo è quanto. Sì, la battaglia è uno spasso da guardare! Sì, rispetto alla media delle battaglie in tv è comunque buona. Però ecco… secondo me c’è ancora del margine.

Parlando di clichés, m’importa ‘n cazzo se l’ha già detto in diecimila, ma Lyanna Mormont spakka!

MUSICA!

Vita da campo: Jumiège 2016

-Dopo ardua ponderazione, io dico…- Ragnar il Giovane svita il tappo dalla fiaschetta di vodka. –Spitfire.

-Nah. Junkers 87. Se non ti piacciono gli stuka, non conosci gli stuka.

E’ notte sull’accampamento, l’aria è fresca, le associazioni bevono intorno ai falò. Si preannuncia un buon campo. Lo hanno organizzato i Klanen, una banda di artigiani e combattenti, gente d’oro. Più in là ci sono gli Spadaccini di Normandia, e i Byggvir, i Compagni d’Esculapio, una banda di variaghi… Tanta gente ben equipaggiata.

All’ingresso della spianata il comune ha costruito una pira gigantesca. Non abbiamo ancora deciso chi bruciarci sopra. E’ alta come una casa, fatta di tronchi incrociati e piena di frasame. Farà una fiammata bellissima.

Sotto il nostro auvent, Bothvar e Petrus stanno confabulando, boccali in mano. Ragnar il Giovane mi rende la fiasca.

-Diving bombers?

Bothvar e Petrus si accostano pitte pitte a una delle tende dove dormono i nostri.

-Right!- Mi riprendo la fiasca di vodka. –Vuoi mettere un tuffo sul tank mentre il vento fischia sulle ali col fracasso delle trombe di Gerico?

Bothvar e Petrus si acquattano alle due porte della tenda, sguainano i long sax.

-Comunque se vogliamo parlare di ardimento e gagliardia, il 588esimo sovietico-

-ATTACCO A SORPRESA!

Bothvar e Petrus si slanciano nella tenda con la grazia e la leggerezza di due orche assassine. Urla e botte, bestemmie in franzoso. Sorseggio la mia vodka. I compari sono motivati. Speriamo bene.

Sabato

L’Abbazia di Jumiège, fondata verso la metà del VII° secolo

Sono le otto di mattina, e sto già sudando come un cavallo. La giornata non è ancora iniziata e già pondero la possibilità di strappare le maniche della tunica.

Mi vesto nella tenda, comincio ad allacciarmi gli stivali. Cogito che se crepo di caldo prima di stasera, potranno buttarmi sulla pira e spedire a mia madre una secchiata di cenere.

Da fuori sento i compagni che fanno colazione.

-Chi dorme ancora?

-La Tenger non è uscita.

-Olaf, valla a svegliare.

Tsk. Come se fossi ingenua abbastanza da farmi beccare addormentata.

Sto legando l’ultimo laccio quando Olaf spalanca la tenda, long sax in mano.

Eh merda.

Cerco di alzarmi, mi spintona a terra e tenta di segarmi la pancia. Gli afferro il polso. Mortacci sua, pesa il doppio di me! Gli punto un piede sullo stomaco per scalciarlo fuori, l’infame m’agguanta la caviglia e mi strattona, mi assesta un fendente sul polpaccio.

E dire che per questo campo avevo deciso di non pestarmi con nessuno.

La catasta. Foto di Nanette (link a fine articolo).

Jumiège è un paese graziosissimo. Ci si arriva in ferry attraversando la Senna. E’ un’accozzaglia di case di mattoni e vecchie costruzioni in legno e intonaco. I ruderi dell’abbazia torreggiano oltre le chiome degli alberi. Scoperchiata, senza rosoni, i pilastri e le pareti si alzano contro un cielo blu incandescente.

Entriamo nella cinta del giardino. Sul prato ci sono dei padiglioni bianchi quattrocenteschi. E’ sempre un piacere trovare dei quattrocentisti ai campi. Petrus si volta verso di noi dalla testa della fila. Sogghigna.

-Secondo voi sono in vena di sport mattutino?

Passa parola lungo la fila. Prima di entrare nel loro campo, abbiamo già le armi in mano. Tagliamo di corsa sotto gli alberi.

I quattrocentisti sono già in armatura, brillano sotto il sole come catarifrangenti.

-SKJALDBORG!

I nostri scudi tondi si chiudono in una linea. Avanziamo a passo rapido. I quattrocentisti abbassano i bec de corbin, sguainano le spade. Cominciamo un match di berci e spintoni.

Vicini di campo. Foto di Nanette (link a fine articolo).

Contrattiamo una quantità di birra adeguata per smettere di rompere le scatole. I quattrocentisti ci pensano un attimo, poi concludono che non vogliono sporcare di sangue le armature di prima mattina (ci contavamo!) e accettano.

Di ritorno alla base, la gente comincia ad arrivare, il pomeriggio avanza lento, il calore si fa infernale. Siamo cooptati per una scenetta, sotto il sole. L’acciaio del mio elmo si riscalda fino al punto in cui non lo posso più togliere senza i guanti. Il metallo scotta. Mi sembra di avere la capoccia in una pentola a pressione. Grosse gocce di sudore mi colano lungo il collo. E non ho nemmeno l’armatura. Sono grata a Odino che a questo giro posso risparmiarmi la mischia, altrimenti mi raccattavano in barella.

Mi ritiro quando iniziano i pestaggi. Siccome non meno nessuno, oggi il mio ruolo è stare al campo e fare divulgazione. E’ un’attività che mi piace, peccato che la rastrelliera sia irrimediabilmente al sole.

Troppo caldo per un pestaggio in armatura? Puoi sempre occuparti della forgia! Foto di Nanette (link a fine articolo).

Durante la giornata, mi schiodo dal posto quanto basta per fare un salto a vedere i quattrocentisti. Il loro campo è più piccolo del nostro, ma sono un sacco di gente comunque. Riconosco la bandiera dell’Ordinanza San Michele. Mi sa che li ho già incontrati a Coudekerque, o forse era Ecaussine? Il mondo dei ricostitutori è relativamente piccolo.

Come al solito, il loro equipaggiamento è spettacolare. Armature a parte, si sono portati dietro artiglierie, spiedi, un forno per il pane. Una coscia di maiale intera sta arrostendo lentamente, schiacciata tra sole e brace.

Diavolo, ad averci i soldi non mi dispiacerebbe un salto di secolo, ogni tanto!

L’Ordonnance Saint-Michel e soci. Foto di Nanette (link a fine articolo).

Al calar della notte, degli sputafuoco si radunano intorno alla pira, appiccano il rogo.

All’inizio pare non succedere nulla. Fiammelle timide baluginano appena in un punto tra due travi. Mi siedo sull’erba, aspetto. Ho sempre avuto un debole per il fuoco. Da bimbetta mi divertivo a costruire case con calcinacci, riempirle d’erba secca, accenderle e guardare le fiamme uscire dalle finestre.

Se mi va male con l’università, posso sempre riciclarmi come piromane.

Lentamente fumo inizia a uscire dal graticolo di tronchi, denso e viscoso come melassa. Il bagliore aumenta, lingue di fuoco guizzano attorno a un trave, prima sparse, poi sempre più numerose. All’interno della struttura, cartone e ritagli divampano. Il calore aumenta. La folla si ritrae mentre il rogo si sviluppa senza fretta, sempre più grande, sempre più luminoso. Le facce degli astanti sono tinte di arancione. Nuvole di scintille appiccano piccoli focolai nel prato circostante. E’ un bello spettacolo. Il calore ti mangia la pelle.

Foto di Nanette (link a fine articolo).

Quando torno al campo, trovo degli scudi rossi posati contro uno dei nostri pali.

-Hanno cominciato il Gioco degli Scudi.- Mi avverte la Matrona. –I nostri li abbiamo rimpiattati.

Il Gioco degli Scudi, altresì detto “andiamo a rompere i coglioni ai vicini”. Consiste nel soffiare gli scudi alle tende circostanti e pretendere un riscatto in birra. Complice il buio, la tecnica di solito sta nel passare con disinvoltura accanto a uno scudo non sorvegliato e imbarcarlo come se niente fosse.

Non ho mai giocato, ho sempre avuto remore a metter le mani su roba che non mi appartiene. Mi rendo conto che ciò fa di me uno schifo di vichingo.

Andando a coricarmi, vedo due bambine scappare dal nostro campo, in braccio uno scudo quasi più grande di loro. Hanno fregato uno dei nostri. Alas.

Domenica

Affettuosi abbracci tra colleghi. Foto di Nanette (link a fine articolo).

Di prima mattina cerco di rendere il favore a Olaf. Lo becco che si sta allacciando le bande mollettiere, tento di affettargli un ginocchio. Mi strattona per difendersi. Il colpo va a segno, ma nel liberarmi incespico e prendo una ginocchiata nella soglia. Per essere un fine-settimana senza botte, me ne sto tornando a casa con un sacco di lividi.

Mi ricompongo per l’arrivo del pubblico. La gente è numerosa, in due giorni abbiamo più di quattromila visitatori. In questi frangenti, uno deve sempre prepararsi a rispondere a domande bizzarre, da “ma esisteva l’acciaio nel medioevo?” a “ma le vostre armi sono autentiche?”.

A questo giro mi capita solo l’evergreen “ma le vostre armi sono affilate?”.

Sì, sono affilate perché ci piace mandare all’ospedale metà dei membri e in galera l’altra metà. E’ un po’ il nostro stile.

Un marmocchio indica il cane di uno dei nostri.

-Nel medioevo non esistevano i cani.

Fissa davanti alla rastrelliera, mostro elmi e armi, faccio soppesare armature, spiego che no, i vichinghi non andavano in giro con asci bipenni e mutande pelose. Intanto noto l’assenza di  magliette o felpe di Vikings, e ciò mi ridà fede nell’umanità. Forse un giorno guariremo da questo morbo infame chiamato History Channel…

A destra, la mia armatura partecipa alla zuffa mentre io me ne sto in panciolle dietro una rastrelliera. Foto di Nanette (link a fine articolo).

Sto mostrando come usare uno scudo a una coppia con figli quando strilli e casino scoppiano tra le tende dei Klanen. Gente in arme che corre, gente disarmata che scappa. I visitatori intorno a me sono perplessi.

-Cosa capita?

-Oh è un raid per raccattare schiavi.- Accenno alle macerie fumanti. –Li venderanno tra un po’, vi consiglio di investire in un irlandese.

Nella confusione, noto un centro d’azione più frenetica. E’ Dall, uno dei nuovi arrivati, tosto e ticcio come un bue da traino. Avanza nel chiasso a torso nudo mulinando sberle come una quintana a reazione, fa volare elmi, spedisce in terra chiunque si avvicini. Gli saltano addosso in tre. Se li scuote di dosso come fossero mosconi, i tizi in armatura finiscono col culo in terra. Era dai tempi di Bud Spencer e Terence Hill che non vedevo legnate così divertenti.

Ci vogliono cinque uomini per legargli le mani. Lo perdo di vista mentre tre armigeri lo trascinano al mercato di peso. Un po’ mi dispiace per i tizi in armi. La storia degli schiavi doveva essere una scenetta tutta riposo per il pubblico. Staranno sudando a morte sotto gli elmi.

Me ne torno alle mie chiacchiere, mentre da lontano mi arriva l’eco del mercato.

-I vichinghi erano gli antenati dei pirati.- Mi dice un tizio del pubblico.

-Oibò.- Sorrido. -Non lo dica a chi fa rievocazione fenicia, potrebbe risentirsi.

-Ah, ma i vichinghi avevano più onore e umanità dei Fenici.

Come no. E nel medioevo non esistevano i cani.

Nel medioevo non esistevano le foto di gruppo!

In definitiva, è stato un buon campo. Piacevole, senza incidenti, senza troppe gomitate nelle costole.  Jumiège è un posto davvero splendido e abbiamo dato fuoco a una montagna di legna! Dar fuoco a qualcosa grande come un edificio val sempre la pena!

MUSICA!


Mille ringraziamenti a Nanette, la fotografa dei Klanen. QUI la sua pagina, check it out!

Illustri sconosciuti: Taira no Masakado (2.1)

Ho ponderato a lungo se pubblicare o meno un nuovo articolo questa settimana. Tra i mentecatti che vedono facce di Al-Bagdadi nei fondi di caffé, gli archeologi attentatori e il sorgere del sultanato, è stata una settimana di merda. Mi ero chiesta se non fosse il caso di esprimere il mio punto di vista, ma visto il coro di esperti che si sta scatenando sui social mi son detta: fanculo, un articolo di gente che si ammazza a caso ci sta bene, a conti fatti.

Illustri sconosciuti: Taira no Masakado (2.1)

Ovvero Il ritorno dei parenti assassini.

Le basi di Masakado e Yoshikane

Nell’ultima puntata avevamo visto l’aitante guerriero alle prese  con notabili locali e zii fedifraghi. Dopo aver nuclearizzato il nemico Mamoru e gli zii Kunika e Yoshimasa, Masakado è tornato a casa, pieno di gloria e bottino. La sua banda non ha lasciato niente dietro di sé, solo villaggi bruciati e campi rovinati.

Un uomo è sopravvissuto alla faida: Taira no Sadamori. Figlio ed erede di Kunika, Sadamori ha assicurato a suo cugino Masakado che mai e poi mai cercherà di vendicarsi. Dopotutto Sadamori, funzionario alla Capitale, è più burocrate che guerriero.

Un altro uomo è rimasto indenne: Yoshikane, zio e suocero di Masakado, che si è guardato bene dal prendere parte agli scontri. Fino a questo punto.

Come i suoi fratelli, Yoshikane ha sposato una delle figlie di Minamoto no Mamoru. Di fatto, ha buone chances di essere il beneficiario, per legame di sangue e alleanza, di suo fratello Yoshimasa e del suocero Mamoru. C’è poi un dettaglio sottile ma fondamentale: Masakado non è nessuno, non ha funzione, mentre sia Yoshimasa che Mamoru sono funzionari provinciali.

Il Governo non ha per il momento preso nessuna misura contro Masakado. La Corte ha tendenza a lasciar stare i guerrieri dell’Est il più possibile. Voler impedire a questa gente di scannarsi è farsi delle pie illusioni e pertanto il Governo si limita di solito ad una politica del “fate un po’ quel che vi pare fintanto che i tributi arrivano e che non si presenta una palese sfida all’autorità costituita”.

Se la lite familiare dovesse prendere dimensioni troppo vaste, il Governo avrebbe preso le parti dei funzionari. Yoshikane lo sa.

Il 27 del sesto mere del quinto anno dell’era Jōhei (936), Yoshikane e Yoshimasa si ritrovano alla base di Mimori nella provincia di Hitachi, non lontana dal fiume Sakura. Non sono i soli a presentarsi: Sadamori arriva strascicando i piedi. Yoshikane lo accoglie a pesciate nel viso.

-Che cazzo hai combinato in questi mesi?- Pesciate grandinano da tutte le parti. –Tuo padre si fa sbusacchiare come un puntaspilli e te? L’onta va lavata col sangue!

-Ma il sangue macchia…

-Hai lasciato le palle alla Capitale?

-Ma zio, io non voglio menarmi con mio cugino, voglio solo sistemare questa storia in modo civile senza provocare altri inutili-

In modo civile!- Giù pesciate da orbi. –Che, sei fuori allenamento? Troppo tempo passato col muso nel culo del tuo patrono, e ora non sai più tenere in mano un cazzo di arco?

La sfuriata imperversa, ma il messaggio è chiaro: saper accettare un compromesso sarà anche una dote  alla Capitale, ma il Bandō è una terra di sangue e acciaio, e un uomo senza onore è un uomo senza nulla.

-Va bene, va bene.- Fa Sadamori. –Fanculo l’esser ragionevoli, facciamo ‘sta stronzata e mettiamo termine a tutta questa brutta storia. Tanto alla fine siamo in tre, lo Shōmonki dice che abbiamo “diverse migliaia” di guerrieri (iperbole sicura), mentre il cugino Masakado è solo, cosa mai può andare storto?

Yoshikane gongola. –Fidati di me, nipote! Adesso andiamo ad attaccare la sua base di Kawawa, ma facendo il giro da nord attraverso la provincia di Shimotsuke, così il fellone non ci sgama!

Lo fanno. Due giorni dopo sono alla frontiera di Shimōsa dove li aspetta Masakado.

-Oibò, ci ha sgamato.

-Non importa!- Fa Yoshimasa. –Guardateli! Sono un centinaio di arcieri su cavalli stanchi! Noi siamo in superiorità, li schiacciamo come zecche!

-Zio, ma sei sicuro, a non sembra-

-Taci nipote di poca fede! Questa vittoria è assicurata!

I cavalieri di Yoshikane e soci caricano come un sol uomo, imbaldanziti dall’evidente vantaggio. Alti sulle staffe, arco in pugno, sferragliano sicuri verso la linea nemica, una marea di pennacchi e acciaio. Arrivati a portata, incoccano. E’ l’ora della vendetta, della resa dei conti!

Da lontano Sadamori tira la manica dello zio.

-Senti, ma… non vedo i suoi uomini a piedi…

Uno schiocco dalla boscaglia, una salva di frecce investe nel fianco la cavalleria, falcia uomini e cavalli tra urla di sorpresa e dolore. Sono gli uomini a piedi di Masakado. Stavano aspettando la carica dei Dodo da ore.

Il tattico di Yoshikane al pezzo

Non essendo Jon Snow, Masakado ha scelto il terreno dello scontro e ha approfittato del vantaggio. I cavalieri di Yoshikane e Sadamori sono in scompiglio, la sorpresa ha troncato lo slancio e l’entusiasmo. Altre frecce piovono, feriscono, uccidono. C’è chi carica a capofitto e si fa crivellare dai cavalieri di Masakado, chi esita e si fa uccidere dagli uomini a piedi, chi viene disarcionato dal cavallo, chi scappa calpestando i feriti.

In meno di nulla, gli uomini di Yoshikane e Sadamori si sono rotti le corna. L’intera avanguardia è annientata. Zio e nipote si ritirano con le sottane in mano.

-Lo dicevo che era una cattiva idea!

-Zitto e cavalca! Vedi mica cosa sta facendo?

-Ci sta inseguendo al galoppo lanciato con una banda fresca e intatta.

Incalzato, Yoshikane si precipita verso la sede del governo provinciale di Shimotsuke. Si rifugia negli uffici, tra scartoffie e computisti perplessi. Masakado arriva sulla soglia, esita. Ammazzare suo zio per una faccenda privata è perfettamente ok, ma violare un edificio pubblico è un altro paio di maniche.

Può sembrare bizzarro, ma mentre il rogo di 500 fattorie è una faccenda tra gentiluomini, entrare in un ufficio senza essere invitati potrebbe essere interpretato come ribellione allo Stato, il peggiore dei reati. Senza funzione e senza vera protezione politica, Masakado preferisce giocare di prudenza.

-Ha intenzione di entrare e sgozzare i fuggiaschi?- L’uscere indica un cartello sulla porta. –L’omicidio è dal lunedì al giovedì dalle nove alle cinque. Se vuole mettere tutto a ferro e fuoco e dichiararsi Nuovo Imperatore, deve prendere appuntamento, riceviamo solo il venerdì mattina.

-No.- Fa Masakado. –Sono in tempo per inviare una lamentela ufficiale alla Corte? ‘Sti stronzi mi hanno rotto un sacco di frecce impalandocisi sopra.

-Sicuro. Vada allo sportello e richieda un Lasciapassare A38.

Mentre Masakado si sciroppa la burocrazia, Yoshikane e un migliaio dei suoi riescono a filarsela all’inglese.

La denuncia di Masakado arriva a Corte, insieme a quella di Mamoru. Non sapendo scegliere tra le due campane, la Corte decide di convocare il nostro eroe. E’ possibile che insieme alla convocazione ufficiale ne sia arrivata anche una ufficiosa del ministro Fujiwara no Tadahira, ex-patrono di Masakado e di professione Uomo Più Potente del Giappone.

Masakado parte in tromba e si precipita a Heian, dove viene affidato al Bureau di Polizia.

Per avere un’idea di come funzionava un processo ai tempi, il tutto cominciava di solito con una lettera di lagnanze.

Esempio: “Il signor T. Masakado ha ammazzato i miei tre figli”.

L’omicidio o la ribellione erano reati gravi che sorpassavano le competenze del governo provinciale, pertanto la denuncia poteva risalire fino al Consiglio di governo, che la esaminava e decideva se occuparsene o meno. In caso di risultato positivo, la delibera del Consiglio veniva sottomessa all’Imperatore per approvazione (un processo di solito pro-forma). Accusato e accusatore venivano quindi convocati alla Capitale, presi in custodia e interrogati, mentre la documentazione fornita dal governo provinciale dove il fatto era avvenuto era analizzata da un dottore in Legge.

Letti i documenti ufficiali e ascoltate tutte le campane, il dottore in Legge stabiliva chi aveva ragione, chi torto e quale punizione era applicabile a chi. Se la punizione prevedeva la pena di morte (quasi mai data durante l’epoca di Heian), la sentenza veniva sottoposta nuovamente al Consiglio, che la discuteva e, in caso, la presentava all’Imperatore per l’approvazione finale.

Tornando al nostro caso specifico, in teoria mettere in campo più di venti uomini senza un decreto imperiale costituisce, di per sé, un atto di ribellione. In pratica Masakado ha la testimonianza favorevole di numerosi funzionari provinciali. Plus, la Corte sta cercando di indorare l’immagine del giovane imperatore Suzaku con vistose prove di compassione e benevolenza. Se uno considera anche che i nobili hanno tendenza a sorridere ai vincitori, si può capire come Masakado non sia stato condannato.

Dopo quattro mesi di inchieste e discussioni, il nostro viene finalmente liberato. Felice come un francese che ha appena inventato un paio di calzoni auto-rimuoventi (cit.), Masakado se ne torna bel bello in provincia, pronto a mettere una pietra su tutta questa incresciosa vicenda.

Dal canto suo, Yoshikane era pronto a mettere una pietra su di lui. Quattro mesi dopo il ritorno del nipote, lo zio si rifà vivo in forze, e a questo giro non si fa sorprendere. Quando Masakado si rende conto di essere sotto attacco, Yoshikane è già schierato, e sui mantelletti ha fatto attaccare l’immagine del padre di Masakado, il defunto capofamiglia.

Facendosi scudo del faccione del morto, Yoshikane rivendica la legittimità del suo ruolo di nuovo capofamiglia, e mette Masakado in una posizione eticamente complessa: né lui né i suoi guerrieri possono portare le armi contro l’antenato, ne va della coesione della banda.

Mappa degli scontri. Con spoilers.

Colto alla sprovvista dal sotterfugio, Masakado viene sconfitto ed è costretto a ritirarsi mentre Yoshikane gli rende la pariglia devastando il distretto di Toyoda. Fattorie, stalle, orti, campi, frutteti: Yoshikane e i suoi saccheggiano, bruciano e uccidono.

10 giorni dopo Masakado prova a raccogliere le proprie forze. Riesce a mettere insieme qualche centinaio di armati, ma le grane volano sempre in squadriglie: prima di poter organizzare un contrattacco, Masakado viene colpito da una non meglio specificata “malattia alle gambe”.

E’ l’unica volta in cui questo problema di salute fa capolino nelle fonti, ergo non si tratta di certo di una malattia cronica. E’ possibile che Masakado sia rimasto ferito, ma l’interpretazione dominante pende per un attacco di beri-beri, una malattia causata dalla carenza di vitamina B1 e spesso rilevata in culture dove la base alimentare è costituita da riso bianco.

E’ un’ipotesi come un’altra, fatto sta che Masakado si trova di botto incapace di camminare, figuriamoci di cavalcare. Col capo incapacitato, la banda di Toyoda incassa una seconda sconfitta ed è costretta a fuggire.

Infermo, braccato, Masakado decide di separarsi da moglie e figli secondo l’idea “se scappiamo in due direzioni diverse almeno uno di noi due dovrebbe cavarsela”.

Quello che se la cava è Masakado: sposa e figli sono scovati dagli uomini di Yoshikane mentre si nascondono in una barca sul lago Hiroe. La donna e i bambini vengono trascinati in Kazusa.

Secondo lo Shōmonki, è questo il momento in cui Masakado cambia radicalmente ordine di idee. Se fino a quel momento è sempre rimasto disponibile, almeno in teoria, a un compromesso pacifico con lo zio, il rapimento della famiglia è la goccia che fa traboccare il vaso. Yoshikane deve pagare.

Ricordiamo che, secondo l’interpretazione dominante, la moglie era anche figlia di Yoshikane. Chissà di cosa avranno parlato, durante questa bella riunione familiare?

Una cosa è sicura: la signora di restare non ne vuol sapere. Per due mesi resta prigioniera in Kazusa. Alla fine i fratelli l’aiutano a scappare. Libera, questa donna senza nome torna dal marito.

E’ una delle cose affascinanti dello studio della Storia, il vuoto umano lasciato dalle fonti. Cosa pensavano questi tre fratelli che hanno lasciato andare la sorella, che l’hanno lasciata tornare dal più acerrimo nemico di famiglia? Cosa si sono detti? Perché lo hanno fatto?

Nessuno ce lo dice perché a nessuno interessa: sono guerrieri, non hanno scritto nulla per i posteri, e per i letterati sono poco più che barbari di cui non si può fare a meno.

Non sappiamo neanche quale Fato sia spettato ai figli di Masakado. Yoshikane potrebbe averli uccisi. O potrebbe averli tenuti presso di sé: in casi normali, i figli appartenevano più alla famiglia della madre che a quella del padre. Forse sono stati liberati anche loro. Sta di fatto che non li troviamo più nominati nelle fonti.

In ogni caso una cosa è chiara: la frattura non è riparabile. La lotta tra zio e nipote è ormai all’ultimo sangue.

MUSICA!


Bibliografia

YANASE Kiyoshi, YASHIRO Kazuo, MATSUBAYASHI Yasuaki, SHIDA Itaru, INUI Yoshihira, Shōmonki, Mutsu waki, Hōgen monogatari, Heiji monogatari, Shōgakukan, Tōkyō, 2002, p.7-130

FUJIWARA Tadahira, Teishin kōki (Notes journalières de l’ère Teishin), Iwanami shōten, Tōkyō, 1956

KAWAJIRI Akio, Shōmonki wo yomu (Lire le Shōmonki), Tōkyō, Yoshikawa Kōbunkan, 2009

KAWAJIRI Akio, Taira Masakado no ran (La révolte de Taira Masakado), Tōkyō, Yoshikawa Kōbunkan, 2007

KAWAJIRI Akio, Yuregoku kizoku shakai (Une société aristocratique tremblante), Shōgakukan, Tōkyō, 2008; L’ère des zuryō

KITAYAMA Shigeo, Ōchi seiji shiron (Essai historique sur la politique de la Cour), Iwanami shōten, Tōkyō, 1970

In lingua occidentale

HERAIL Francine, La Cour et l’administration du Japon à l’époque de Heian, Genève, DROZ, 2006

HERAIL Francine, La Cour du Japon à l’époque de Heian, Hacette, Paris, 1995

HERAIL Francine, Gouverneurs de provinces et guerriers dans Les Histoire qui sont maintenant du passé, Institut des Hautes Etudes Japonaises, Paris, 2004

HERAIL, Francine, Aide-mémoire pour servir à l’étude de l’Histoire du Japon des origines à 1854, lieu de publication inconnu, date de publication inconnue

HALL John Whitney , Government and Local Power in Japan, 500 to 1700, Center for Japanese Studies Univesity of Michigan, 1999,

RABINOVITCH Judith N., Shōmonki, The story of Masakado’s Rebellion, Tōkyō, Monumenta Nipponica, Sophia University, 1986

PIGGOT Joan R., YOSHIDA Sanae, Teishin kōki, what did a Heian Regent do?, East Asia Program, Cornell University, Itacha, New York, 2008

FRIDAY Karl, Hired swords, Stanford University press, Stanford, 1992

FRIDAY Karl, The first samurai, John Wiley & Sons, Hoboken, 2008

FRIDAY Karl, Samurai, warfare and the state, Routledge, New York, 2004

FARRIS William Wayne, Heavenly warriors, Harvard University Press, Cambridge

BRYANT Anthony et MCBRIDE Angus, Early samurai, AD200-1500, n.35, Osprey publishing, Oxford, 1991

PIGEOT Jacqueline, Femmes galantes et femmes artistes dans le Japon ancien, Gallimard, 2003, Paris

Catastrofi epiche: Gods of Egypt

Vi è mai capitato di andare a vedere un film noto per essere pessimo e di ritrovarvi, con incredula sorpresa, davanti a un prodotto più che dignitoso?

A me non è mai capitato.

Abbiate paura. Abbiate molta paura.

Questo film è un capolavoro assoluto e chi non la pensa così ha torto. E’ il Nirvana dell’orrido, il Santo Graal del trash!

E il fatto che in un film intitolato Gods of Egypt non ci sia nemmeno un attore egiziano non è che lo zucchero a velo su questa fenomenalenale torta di che cazzo sto guardando!

Immaginate che qualcuno abbia preso Lory del Santo (regista della celeberrima serie The Lady), le abbia dato 170 milioni di dollari e le abbia chiesto di realizzare i filmatini in Computer Grafica di un videogioco del 2004. Aggiungete Leonida di 300 e Jamie Lannister nei panni di Jamie Lannister. Metteteci Aladdin della Disney, ma togliete la scimmietta, così che il ladruncolo acrobata si ritrovi a parlare da solo come uno psicotico. Aggiungete una spolverata di humor anni ’80 stile episodio ciofeca di Friends. Dategli la trama di una puntata mediocre di Xena principessa guerriera.

Mixate tutto e… avrete comunque qualcosa di meglio di questo film.

Ammirate! Pensavate che Foodfight fosse il fondo del barile quanto a CG? SBAGLIAVATE!

La trama è quella del re leone: il fratello del re ammazza quest’ultimo ed esilia il nipote (legittimo erede). Costui deve ritrovare la propria forza per salvare il regno dal folle usurpatore, ma durante il suo viaggio scoprirà che il vero potere non viene da fuori, ma dal Quore. Jaimie Lannister salva tutti grazie al Potere dell’AmiciziaTM.

No, non sto scherzando.

In ciò ci sono sottotrame che da sole stordirebbero un elefante. Tipo Seth Butler che prende il potere con la stessa strategia di Lillard in In the name of the king di Uwe Ball, ovvero spaccia il sovrano durante la benedizione urbi et orbi e dice “bon, il tipo è morto, io sono il nuovo capoccia”.

Il primo provvedimento di Seth Butler, peraltro, consta nell’alzare la tariffa per l’ingresso al Paradiso.

No, non è per dire. L’ingresso al Paradiso si paga. In oro o altri beni. C’è una scena nell’Oltretomba, con la bilancia e tutto, dove i ricchi pagano ed entrano, e i poveri vengono distrutti.

Io mi chiedo, che contano di farci, gli dei, con i quattrini? Li investono? Li accumulano? Qual è il piano di sviluppo economico sul lungo periodo?

Seth ad esempio accumula oro in una piramide. Magari ci nuota dentro come un muscolacciuto e depilato Paperone. O magari vuole investire tutto in un’astronave (why does God need a starship? cit.)

Si capisce che parte almeno del malloppo è usata per costruire un’armatura. Ok, ma è una sola armatura. Una massa di oro pari al Titanic, tutta magicamente pigiata nella carrozzeria di un pandino? E se davvero avevi bisogno di tutto ‘sto oro, non potevi confiscarlo e basta? C’era bisogno di far girare la filiera dell’Oltretomba?

Insomma, tornando alla trama (termine usato qui nel senso più lato possibile), Seth Butler prende il potere con la stessa facilità con cui io prendo l’autobus, schiavizza tutti, frega la ragazza a Jamie Lannister (Hator la dea Vacca) ed esilia quest’ultimo. Dopodiché chiama John Murdoc e gli fa costruire una torre alta altissima. Visto come se l’è cavata nella città deglli Strangers, direi che Johnny è l’uomo giusto.

Tornando alle astronavi, Butler decide di andare a trovare suo padre, il dio Rah. Costui sta su una nave spaziale e non scende mai. La scena del loro incontro è pregnante, la luce è drammatica, le espressioni tese, tutto urla “sviluppo personaggi angst trauma!”

-Mi hai schiaffato in un deserto di merda dove non c’era un cazzo da fare a parte crossfit!- Si lagna Butler –Non mi hai mai voluto bene!

-Ma no che ti volevo bene.- Replica Rah –Vieni, guarda.

Un vermone cosmico della Madonna emerge dal buio. Rah gli tira una forchettata e il vermone se ne va.

-Vedi, questo vermone viene tutti i giorni per mangiare il mondo.- Spiega Rah. –E io tutti i giorni devo star qui su a fiocinarlo. E’ una vita di merda. Allora mi son detto, “ci vuole qualcuno che venga su a fare ‘sta vita di merda al posto mio”. Ti ho schiaffato nel deserto perché TU sei quello che intendo inchiodare qui in eterno, mentre tuo fratello se la spassa nella valle dei fiorellini. Vedi come ti voglio bene?

Seth acchiappa una seggiola e sfascia il vecchio di legnate. E fa bene.

Solo che Seth non ha fatto i conti con Aladdin!

Su terra il nostro ha una fidanzata con due tette gigantesche.

-Dobbiamo trovare il modo di rimettere al potere Jamie Lannister.- Fa lei. –Dovresti rischiare la vita per restituirgli gli occhi magici e quindi i poteri!

-Come fai a sapere che ha degli occhi magici a cui sono vincolati i poteri? Siamo due morti di fame, da dove ti viene ‘sta conoscienza sulla fisiologia divina?

-Ho due tettone giganti.

-Ok, vero. Però Jamie Lannister è un pirla, perché dovrei rischiar la pelle per lui?

-Ho due tettone giganti.

-Ok, vero.

I due rubano i piani segreti della piramide in cui sono gli occhi di Jamie (una roba che a confronto le trappole di Indiana Jones sembrano fedeli ricostruzioni storiche) e ne recuperano uno. Per vendetta, John Murdoc ammazza una delle tette. Dramma!

Insomma, Jamie, Aladdin e Hator si ritrovano in un avventuroso viaggio alla ricerca dell’altro occhio. Sì, perché in questo universo tutti gli dei hanno un pezzo di corpo magico da cui traggono tutto il loro potere, e se smonti i pezzi magici puoi fare una superarmatura spakkaculi fortissima.

Suona stupido da morire, e lo è. Ma a parte ciò, è realizzato malissimo. La natura degli dei non è mai spiegata, il che lascia lo spettatore perplesso davanti all’idea che tu li possa smontare e rimontare come pupazzetti lego. Vi ricordate come nel film del Signore degli Anelli (che peraltro a me nemmeno garba ‘sto granché) erano riusciti a rendere il carattere diverso di elfi, nani, hobbit e uomini così che, al di là delle apparenze, dal loro modo di parlare e pensare fossero chiare le differenze di razza e longevità?

Bene. Qui non c’è niente del genere.

Gli dei di questo film sono usciti dritti dal Jersey shore. L’unica differenza con gli umani è che sono più alti, e tendenzialmente più stupidi.

A sinistra, un personaggio divertente; a Destra, Jamie Lannister sogna la pensione.

Questo film è un DISASTRO. Nonostante sia una visione divertentissima e trash in modo delizioso, non riesco a immaginare a chi possa genuinamente piacere.  E’ stato fatto a pezzi dalla critica, e a ragione. Tutto trasuda schifo a livelli epici. Il tono, le scene, i personaggi, i dialoghi…

La cosa triste è che il regista si è sentito in dovere di andare su Facebook a lagnarsi di come i critici non capiscano la vera arte.

Un bello scivolone per Proyas. Come? Il suo nome non vi dice nulla?

E’ il regista di The Crow, e di Dark city.

Yup. La mente malvagia dietro questo armageddon cinematografico ci ha regalato un grandissimo cult e quello che dovrebbe essere un cult, Dark city, uno dei miei film preferiti in assoluto.

Iste mundus furibundus falsa prestat gaudia

Il cast  
La Computer Grafica  
La storia  
Aladdin  
Rah redivivo  
Ogni singolo dettaglio di questa boiata colossale
Il vermone  

 

Questo film è ancora più assurdo di Dungeons & Dragons. Trascende l’assurdo e diventa spettacolare!

Consigliatissimo anche per i non amanti di trash: è così stupido che chiunque può trovarci roba di cui ridere. E mal che vada, la ragazza di Aladdin ha delle tette grandi così.

E’ un film del’Asylum che ha un budget di 170 milioni di dollari! Chi non lo guarda è complice!

MUSICA!

Illustri sconosciuti: Taira no Masakado (1)

Ci sono momenti della Storia di un paese che segnano grandi cambiamenti e restano nella memoria come avvenimenti-cardine. E’ il caso, ad esempio, della Guerra di Genpei.

Ce ne sono altri che non spalancano le porte a una nuova era, ma sono molto indicativi del loro tempo. Spesso sono tralasciati, ed è uno sbaglio. Come spiega Gaston Bouthoul nel suo Polémologie, la guerra è il più evidente dei fenomeni sociali. Nella guerra tutto è condensato: economia, società, storia, religione, costume… Studiare in dettaglio una guerra è come fare un carotaggio di un dato strato storico.

Oggi vorrei parlare di un tizio che quasi nessuno si fila: Taira no Masakado.

E’ così poco filato che le pagine italiane lo nominano appena e in francese l’unico testo approfondito sul tizio (salvo sorprese) l’ho scritto io.

In inglese la situazione è migliore: il nostro amico viene nominato in numerosi libri e ha ben un (1) saggio tutto per sé. Il saggio è stato scritto da Karl Friday, che uno dei ricercatori più fighi di sempre, ma resta il fatto che il personaggio è quasi del tutto ignorato dalla storiografia occidentale.

E sinceramente non capisco perché. E’ un ganzo!

Ma andiamo con ordine.

Giusto per ricordare i due poli di Honshu: al Centro la corte, all’est i pascoli

La famiglia

come ogni buona storia di formazione che si rispetti, è importante cominciare dalla famiglia.

E’ il nono secolo quando il terzo figlio dell’Imperatore Kanmu (737-806) riceve dei pascoli in appannaggio. Sono terre nel Bandō, selvaggia terra di predoni e allevatori di cavalli.

Il Principe in questione era un pezzo grosso e, da buon pezzo grosso, non mise mai piede in nessuno dei suoi poderi.

Stesso non si può dire dei suoi discendenti: suo nipote Takamochi fu nominato vicegovernatore della provincia di Kazusa. E’ Takamochi a trapiantare il suo ramo dinastico nelle lontane terre orientali.

E’ importante fare due parentesi qui:

-Kazusa, come anche Hitachi e Kōzuke, è una provincia-beneficio. Il che significa che per legge i governatori di tali provincie sono sempre Principi Imperiali. Si tratta di una sine cura, dacché col cacchio che un Principe muove il culo fino alla provincia, e col cacchio che guasta il suo prezioso tempo in triviali faccende amministrative. Un Principe ha roba più importante da fare, tipo comporre versi, partecipare a rituali o gareggiare in agoni poetiche.

No, non sto scherzando, e non immaginatevi roba tipo Versailles, o una nobiltà indolente. Comporre poesia di buon livello è un incubo (l’unica cosa peggiore è tradurla). E ad ogni modo, dal punto di vista della classe dirigente dell’epoca, quanto elencato non era solo un passatempo elegante e pio, ma un’attività serissima volta a mantenere l’Impero in pace.

Sì, se non componi poesie decenti gli dei s’incazzano e ti nuclearizzano.

E non fate tanto gli spocchiosi, che noi ci siamo bevuti la favola della Mano Invisibile.

E’ difficile comporre poesie che giungano allo spirito

Seconda parentesi: come qualcuno potrà immaginare, avere una Corte di gente che non combina nulla di materialmente produttivo costa caro. Soprattutto quando la nascita di un individuo comporta automaticamente un certo rango, funzione e rendita.

Se i Principi devono ricevere certe risorse, allora, come far fronte al loro proliferare?
La soluzione è semplice: dopo un certo numero di generazioni, i principi vengono cancellati dai registri della casa regnante e viene assegnato loro un cognome (roba triviale da comuni mortali!). I Principi cessano così di essere tali e diventano Taira o Minamoto.

Takamochi è uno di questi “principi sprincipati”: riceve il nome Taira e viene spedito come vicegovernatore in Kazusa. Essendo questa una provincia-beneficio, la carica di vicegovernatore comporta, di fatto, la stessa autorità di una carica di governatore.

Trapiantato nelle lande orientali, Takamochi mette al mondo otto figli. I quattro che interessano a noi si chiamavano Yoshimochi, Kunika, Yoshikane e Yoshimasa.

Gli ultimi tre sposano le figlie di un notabile locale, un tipo chiamato Minamoto no Mamoru, funzionario di terza classe della provincia di Hitachi.

Per avere un’idea di dove stanno di casa i nostri amici. Yoshimasa non figura perché non sono riuscita a trovare l’esatta posizione della sua base principale. Molto probabilmente si trovava in Hitachi, assiama a quella di Mamoru e Kunika.

Ora, quando pensate a un “clan” di questo periodo, non figuratevi i legami stretti e gerarchici del periodo Sengoku o Edo. Siamo ne cuore di Heian, il legame tra genitori e figli è l’unico legame di sangue che conta. Quello fraterno ha una qualche importanza, senza troppo trasporto. Cugini? Ah!

I legami che avevano una solidità rimarcabile erano, per contro, quelli di matrimonio e l’alleanza personale tra gregario e capo.

Forse dipende dal fatto che i parenti stretti te li appioppa il karma, mentre quelli d’alleanza te li scegli, ma sta di fatto che queste parentele artificiali sono il cemento che regge la società di questa gentry provinciale. Sposandosi tutti con le figlie di un uomo solo, i tre fratelli entrano a far parte della sua famiglia.

Ora, questo può essere un problema quando il suocero si trova ai ferri corti con uno dei tuoi parenti. Un nipote, ad esempio.

Le disavventure tragicomiche dei grandi guerrieri del Bandō sono raccontate nello Shōmonki, un testo di poco successivo ai fatti.

Ma veniamo al nostro eroe: Masakado.

Masakado fa polpette di qualcuno, opera di Yoshitoshi Tsukioka

Figlio di Yoshimochi, non sappiamo di preciso quando è nato né quanti fratelli avesse o in che ordine, perché i guerrieri di questo periodo non scrivono, mortacci loro. Si ipotizza che il nostro sia nato nei primi anni del 900 e che abbia passato parte dell’infanzia o dell’adolescenza a Mutsu (suo padre sarebbe stato Chinjufu shōgun e governatore militare della regione, almeno per un periodo). Nel 935 Masakado è l’erede principale della cospicua fortuna di suo padre.

Masakado è un dogō, un ricco proprietario terriero, con basi fortificate in due distretti nella parte occidentale di Shimōsa.

Non pensate a fortini arroccati su perrupi: in quest’epoca una base è una fattoria fortificata con un muro di terra e tronchi, qualche torretta, eventualmente un fossato.

Quanto al nostro eroe, non immaginatevi un rude provinciale senza maniere. Masakado passa un periodo della sua giovinezza alla Capitale (a quest’epoca è Heian, ovvero l’attuale Kyōto), probabilmente al servizio del Fujiwara no Tadahira. Costui è un pezzo grosso, il capo dei Fujiwara, futuro Ministro degli Affari Supremi e, all’occorrenza, Uomo Più Potente del Giappone.

Non è inusuale per un alto aristocratico circondarsi di clienti (in senso romano) provenienti dalle provincie. Va bene che l’amministrazione è triviale, ma in qualche modo la roba deve arrivare alla Capitale, e cosa di meglio che dei rapporti personali con i barbari uomini di buonsenso basati sul posto? Di solito il patto tra aristocrazia centrale e aristocrazia provinciale è in questi termini: i provinciali mantengono l’ordine, fanno arrivare le vettovaglie e curano gli interessi del patrono, e il patrono protegge il cliente in caso di grane legali o politiche, fa in modo che sia nominato funzionario e che faccia carriera. Una mano lava l’altra, insomma.

Tuttavia, alla differenza di altri giovanotti nelle stesse condizioni, Masakado non ottiene mai nessuna funzione governativa. E’ possibile che la morte intempestiva del padre lo abbia privato degli agganci necessari a continuare un altrimenti decente carriera alla Capitale.

O magari non ha mai voluto far carriera, magari allevare cavalli era la sua grande vocazione (e siamo sinceri, vivere in un posto dove è ufficialmente vietato morire non è proprio facile).
Quale che sia la spiegazione, nel 930 Masakado torna in provincia, la Corte perde un tattico coi controcazzi e un uomo con poca intelligenza politica ma con capacità diplomatiche di tutto riguardo.

Ad ogni modo i guerrieri del Bandō hanno reputazione di esser gente litigiosa, e nel 931 il nostro eroe si trova già ai ferri corti.

Con chi?

Ma con lo zio, ovviamente, Yoshikane. Credete che la moda di odiarsi tra parenti stretti sia recente? Ah! Le vostre cene di Natale sono pinzillacchere! In tempi più civili zii e nipoti si scannavano mettendo a ferro e fuoco il vicinato, altro che commenti infidi e regali brutti!

Lo Shōmonki non scende nel dettaglio sugli hows, and the whys, and the do-you-mind-if-I-don’ts (cit.), ma ci dice che l’oggetto del contendere è “una donna”. Una delle interpretazioni dominanti è che la signorina in questione fosse la figlia di Yoshikane. La ragazza avrebbe sposato l’aitante Masakado senza l’approvazione del padre.

Ah, molto Shakespeariano, no?

Secondo il Konjaku monogatari shū la vera ragione sarebbe stata la robba (IE l’eredità del padre di Masakado), ma una cosa non esclude l’altra. Magari si erano scerrati per robba e per questo Yoshikane si opponeva all’unione.

Questa tensione non sfocia in bagno di sangue, il che è notevole, ma dopotutto pare proprio che Masakado sia stato un uomo posato e di buon senso, non uno che si divertiva ad attaccar briga. Ciò lo rende più unico che raro nel contesto.

L’inizio del cicciaio: l’agguato di Nomoto

Trattandosi del Bandō, la quiete non può durare troppo. Un bel giorno del 935 (o, per dirla alla giapponese, il quarto giorno del secondo mese del quinto anno dell’era Jōhei), Masakado e una nutrita banda di gregari e alleati sta attraversando a cavallo il territorio di Minamoto no Mamoru.

Non siamo sicuri del perché questi allegri compari si trovassero a spasso in Hitachi, ma sappiamo che sono tanti e sono armati. Non che la cosa si traduca automaticamente per intenzioni bellicose: a più riprese Masakado fa mostra di muscolo proprio per evitare un confronto.

Secondo Friday, tutto comincia quando Mamoru rompe i piatti con un tale Taira no Maki, un piccolo guerriero locale. Maki non ha nessuna parentela di sangue con Masakado, ma è un suo gregario.

Siamo agli albori della banda feudale: il rapporto tra capo e gregario è ancora molto reciproco ancorché asimmetrico. Un capo che molla un gregario nella merda non è un capo degno e può perdere ogni sostegno in meno di niente.

Incombe a Masakado farsi portavoce del suo uomo, e quale modo migliore per far valere i propri argomenti se un po’ di sana e genuina intimidazione?

Solo che Masakado non conta sulla paranoia dei Minamoto. Siccome c’è rischio di uno scontro armato, i figli di Mamoru optano per la strategia “fuori il dente, fuori il dolore” e assaltano Masakado nelle vicinanze del villaggio di Nomoto.

Brutta idea. Bruttissima idea.

A volte anche il più scanzonato degli omicidi può avere conseguenze impreviste…

I tre Minamoto non hanno pianificato ammodo la loro sorpresa, e si trovano a scoccare frecce controvento. Il che, col libbraggio ciofeca degli archi di questo periodo, è un grosso problema. Le frecce cadono a caso, picchiettano inoffensive sulle capocce del capetto Taira.

-I Minamoto.- Masakado strofina il pollice su un graffietto rimasto sulla carrozzeria dell’armatura. -Venivo proprio a cercar voi. Tempuccio oggi, vero?

-Vero.- Il maggiore dei fratelli sorride. -Abbiamo sentito dire che ti piacevano le sorprese…

-Oh, mi piacciono da morire.

Masakado e i suoi fanno a fettine i tre ragazzi Minamoto. Poi la loro bande. Poi si dicono “ormai abbiamo scaldato i cavalli, e la giornata è partita ad ogni modo, tanto vale continuare”.

I villaggi di Nomoto, Ōgushi, Ishida e Toriki sono messi a ferro e fuoco, i contadini massacrati, le donne stuprate, i campi distrutti, i villaggi obliterati. In un pomeriggio, una quindicina di chilometri quadrati di buona campagna sono rimodellati in una plaga di terra bruciata e ciccia per corvi.

Al villaggio di Ishida Masakado controlla le capocce mozzate.

-Toh, questa è di mio zio Kunika.

Kunika ha un figlio, Sadamori. Masakado lo conosce bene: hanno servito insieme alla Capitale. Solo che Masakado è tornato a casa a mani vuote, mentre quel damerino leccaculo sta facendo una bella carriera nell’Ufficio delle Scuderie.

-Dì…- Azzarda Maki -Quel tuo cugino alla Capitale… dici che si risente per questa faccenda che abbiamo ammazzato suo padre?

-Oh di sicuro.- Masakado ributta la capoccia di Kunika nel mucchio delle teste mozzate. Attorno a loro il villaggio arde, le donne urlano, i feriti sono trascinati fuori dalle baracche e sgozzati come agnelli. -Il lutto gli scombinerà il programma. Non puoi andare in ufficio se sei in lutto, i capi dicono che porti sfiga.

-Mi sembra un’idea cretina.

-Non sarebbe la prima idea cretina che hanno, alla Capitale.

-Allora che si fa?

Masakado fa un gesto vago. -Gli scriverò una lettera. Meglio che lo venga a sapere da me che non da qualche altro fesso che passa per caso.

-Che pensi di scrivergli?

-Oh, qualcosa tipo “Ciao cugino. Ho ucciso tuo padre. Mi spiace tanto, ma era al posto sbagliato al momento sbagliato. Potessi tornare indietro farei tutto diverso!”

-Davvero?

-No, non davvero razza di scimmia!- Masakado si arriccia un baffo. -Sai che pensavo… mio zio Yoshimasa non sta lontano da qui.

-Pensi che voglia vendicare suo fratello?

-Ah! Penso che è genero di Mamoru.- Fa un gesto verso quello che un tempo era un villaggio e che ormai è un girone infernale. -Questa è roba di Mamoru. Il che vuol dire che è della figlia di Mamoru. Il che vuol dire che è di mio zio. E ora che Kunika è morto è di mio zio a maggior ragione. E’ ovvio che cercherà di fare qualcosa di sconsiderato.

Masakado potrebbe tornare alla sua base e prepararsi a difendersi. Ma così facendo porterebbe il conflitto a casa. Inoltre, la sua banda è composta di gregari, ma anche di alleati (i banrui). Costoro seguono il capo per profitto o per timor, hanno poco da vincere e molto da perdere. Se Masakado mette fine alla spedizione e torna indietro, i banrui torneranno ai loro villaggi e il nostro perderà un sacco di prezioso manpower. Se vuole vincere contro Yoshimasa, deve restare sul campo.
C’è un problema però: Yoshimasa è un funzionario provinciale, e la pena per chi uccide un funzionario è, in teoria, la perdita di ogni diritto. Chi viene dichiarato Nemico dello Stato, non ha più nessuna protezione: chiunque può ucciderlo e pretendere una ricompensa.
Allo stesso tempo, la Corte è reticente ad applicare la legge in modo troppo severo. Fintanto che nessuno disturba i convogli di rifornimento, gli aristocratici tendono a catalogare i massacri nel Bandō sotto “so’ ragazzi”.

Masakado opta per una strategia di guerriglia e raid. Per otto lunghi mesi lui e i suoi allegri compari scorrazzano per Hitachi, costringendo suo zio Yoshimasa a corrergli dietro.

Questo ha un doppio beneficio: per un verso Yoshimasa è costretto a dissipare le proprie energie e sfiancare i propri partigiani, e allo stesso tempo non è in grado di andare in Shimōsa e spianare le basi di Masakado.

Masakado e un uomo a piedi, ricostruzione Osprey

Mentre questo teatrino si svolge tra pantani e foreste, la lettera di Masakado arriva alla Capitale, insieme a tante altre notizie per Sadamori: le sue terre sono state trasformate in cave di mota e gente bruciata, sua madre è rimasta barbona per la campagna, suo padre è morto e suo cugino sta seminando morte e distruzione col contagocce.

Senza por tempo in mezzo, il rampante burocrate ottiene un congedo (consegnatogli con le pinze e l’incoraggiamento “cavati subito di qui, te e la tua sfiga!”) e torna in tromba nel Bandō.

La situazione che trova è FUBAR.

Se Sadamori vuole avere una qualsivoglia chance di continuare una carriera decente, deve rimettere in sesto la propria base economica e ripartire il prima possibile. La prima cosa da fare è cercare la pace con suo cugino. Sadamori prende carta e pennello.

“Caro Masakado- scrive -Sono sicuro che avevi delle buon ragioni per uccidere mio padre. Sappi che non ho nessuna intenzione di vendicarmi, e se potessimo far pace di modo che io possa cavarmi il prima possibile da questo buco di merda tornare quanto prima alla capitale, credo che saremmo tutti e due più felici”.

Sigilla la lettera, la dà a un galoppino con la consegna “per mio cugino. Lo troverai probabilmente a sfilettare le truppe di mio zio in qualche posto strategicamente vantaggioso”.

La fine di Yoshimasa: la vittoria di Kawawa

Il 21 del decimo mese, Masakado si accampa senza troppa discrezione nei pressi del villaggio di Kawawa, nel distretto di Niihari.

Lieto di poter finalmente incastrare il nipote, Yoshimasa si affretta sul posto con tutta la precipitazione di un Dodo che vede per la prima volta una scialuppa portoghese e vuol fare amicizia.

E come il dodo, Yoshimasa ha una brutta sorpresa. Masakado non è scemo: lo sta aspettando.

Gli uomini di Yoshimasa si rompono le corna peggio degli egiziani nel Sinai. Secondo lo Shōmonki 60 dei guerrieri di Yoshimasa perdono la vita quella mattina d’autunno.

Può sembrare un numero ridotto, conto tenuto che nella sua vendetta Masakado ha distrutto 500 “focolai” (modo di contare i nuclei familiari), ma una sessantina di uomini costituiscono una ragguardevole banda di guerra. Con questa vittoria, Masakado ha annientato la banda personale di Yoshimasa.

Militarmente e politicamente parlando, Yoshimasa è finito. Sparisce dalle fonti e dalla scena, del tutto obliterato. Masakado ha ottenuto una vittoria totale.

Con l’autunno alle porte, il nostro ritorna a casa, pieno di bottino e gloria. Non solo ha protetto uno dei suoi gregari, non solo ha cancellato un fastidioso notabile rivale, ma ha anche fatto fuori due zii. Far fuori gli zii è sempre un gran piacere!

Sembra una storia a lieto fine (o forse no, dipende per chi fate il tifo), ma non è finita.

Come accennato nella sezione riguardante la famiglia, Masakado ha un altro zio. Un ultimo zio. E un cugino fellone.

Il grande casino nel Bandō è appena iniziato.

MUSICA!

Per chi volesse maggiori precisazioni sui guerrieri di questo periodo, rimando agli articoli sull’evoluzione del sistema militare e sulla banda di guerra.
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YANASE Kiyoshi, YASHIRO Kazuo, MATSUBAYASHI Yasuaki, SHIDA Itaru, INUI Yoshihira, Shōmonki, Mutsu waki, Hōgen monogatari, Heiji monogatari, Shōgakukan, Tōkyō, 2002, p.7-130

FUJIWARA Tadahira, Teishin kōki (Notes journalières de l’ère Teishin), Iwanami shōten, Tōkyō, 1956

KAWAJIRI Akio, Shōmonki wo yomu (Lire le Shōmonki), Tōkyō, Yoshikawa Kōbunkan, 2009

KAWAJIRI Akio, Taira Masakado no ran (La révolte de Taira Masakado), Tōkyō, Yoshikawa Kōbunkan, 2007

KAWAJIRI Akio, Yuregoku kizoku shakai (Une société aristocratique tremblante), Shōgakukan, Tōkyō, 2008; L’ère des zuryō

KITAYAMA Shigeo, Ōchi seiji shiron (Essai historique sur la politique de la Cour), Iwanami shōten, Tōkyō, 1970

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PIGEOT Jacqueline, Femmes galantes et femmes artistes dans le Japon ancien, Gallimard, 2003, Paris