Illustri sconosciut: Taira no Masakado (2.3)

Bentornati in questa fossa di fastidio e mestizia. Oggi riprenderemo una delle nostre serie: la mirabolante storia di Taira Masakado!

La scorsa puntata avevamo lasciato il nostro baldo comandante a un punto morto con il suo acerrimo nemico: lo zio/suocero Yoshikane. I due si sono incontrati sul monte Tsukuba, ma a parte far esplodere delle mucche (e non dite che la Storia non è affascinante), non sono riusciti a concludere niente di significativo. Con la cattiva stagione alle porte, i due contendenti sono costretti a ribuscare la porta di casa: Masakado a Iwai e Yoshikane a Ishida.

La nostra cara cartina del Nord-Est dell’Impero, per chi si fosse scordato DOVE capitano le rivolte migliori!

La parodistica scaramuccia non è stata proprio senza risultati: essendosi svolta puntuale nel periodo della trapiantazione del riso, una bella fetta di raccolto è andata a baldracche, i contadini scappano, i piccoli guerrieri si danno al brigantaggio, i burocrati pregano e in generale gente che non c’entra niente crepa di stenti.

Sul piano militare, la faccenda è bloccata. Masakado ha dalla sua parte un editto imperiale che gli dà ragione, ma i funzionari provinciali che dovrebbero assisterlo trascinano i piedi, restii ad inimicarsi il potente Yoshikane (ricordiamolo, ex-vicegovernatore).

La stallo però non dura. Un bel giorno qualcuno ha la brillante idea di andare da Yoshikane.

-Senti capo, e se invece di aspettare il beltempo e fare un’altra spedizione che levati facessimo un bell’attacco notturno? Arriviamo a Iwai, zick-zack, passiamo a a fil di spada tutto ciò che respira, e quando passa l’Ispettore Imperiale diciamo che è stato un incidente!

-Un incidente…

-Sì, tutti gli uomini, donne e bambini di Iwai si saranno tragicamente tagliati la testa per distrazione mentre si radevano.

-Dobbiamo essere sicuri di spacciarli tutti in una botta sola, però. E non abbiamo idea di come sia fatta casa di Masakado, quel cialtrone non mi ha mai invitato.

-Aha.- Il genio sorride. -Ma io ho la soluzione!

-Spara.

-C’è questo ragazzino, Hasetsukabe no Koharumaru. I suoi hanno uno sputo e un cazzo di terra morta qui in Hitachi, e siccome non tirano su nemmeno da campare il canarino, il citto va a lavorare in Iwai per arrotondare.

Yoshikane si fa attento. -Un ragazzino che va e viene tra questa provincia e Iwai…

-Un ragazzino che la gente di Iwai è abituata a vedere e che non attira l’attenzione.- Rincara il genio.

-Un ragazzino le cui terre (chiamandole così) si trovano nella mia zona d’influenza.

-Esatto.

-Mandalo a chiamare!

Due bravi impacchettano Koharumaru e lo portano da Yoshikane. Non sappiamo molto di questo garzone. Ha dodici o quattordici anni, è un uomo libero e non miserabile, ma comunque della fascia bassa della plebaglia. Una fascia scomoda, specie in un periodo di carestie ed epidemie a nastro come questa lieta metà del decimo secolo.

Koharumaru arriva alla residenza di Yoshikane, ex-governatore, discendente di imperatori e uomo più potente della provincia. E’ probabile che il marmocchio non abbia mai nemmeno osato guardare in faccia un uomo della statura di Yoshikane. Anche perché guardare in faccia i guerrieri è sempre una cattiva idea.

Stando allo Shōmonki, Yoshikane lo riceve son mille cortesie, lo copre di regali e di attenzioni. Una volta messo a suo agio il pargolo, il nostro va al sodo.

-Dimmi, te lavori alla residenza di Iwai, vero?

-Porto carbone per la forgia.

-Dimmi, caro figliolo… che ne diresti la prossima volta che vai di portare con te un bravo signore amico mio?

-In che senso?

-Oh, voglio regalare a mio nipote delle tendine nuove, ma da quando gli ho sgozzato i figli non mi invita più (vai a sapere!). Non so di che colore ha la carta da parati, non vorrei che le tendine stonassero! Se tu potessi portare uno dei miei con te, ecco, questa brava persona potrebbe osservare per benino com’è costruita la base di Iwai e venirmelo a dire.

-Vuoi che infiltri uno spione in casa di uno dei migliori guerrieri della regione?

-Ora via, “spione”! “Esperto di ricognizione” sarebbe più appropriato…

-Se va male mi staccano la testa e ci giocano a pallone.

-Ma se va bene ti faccio diventare gregario a cavallo (umanori no rōtō).

E’ un’offerta ghiotta, l’occasione di una vita, una breccia fuori dalla miseria, lontano dalla vita da cavaterra e dritto nel geloso circolo dei guerrieri domestici. Come seguace montato, Koharumaru potrebbe ottenere terre, una casa, magari perfino qualche servizio presso un nobile patrono alla Capitale. Koharumaru è giovane, non ha mai avuto la pancia piena in vita sua, decide di correre il rischio.

Le gioie della vita all’aria aperta.

Koharumaru arriva alla residenza di Masakado accompagnato da un estraneo. Il piantone lo ferma.

-Chi è ‘sto tizio?

-E’ il fratello del cognato del vicino di mio padre.

-Basta che non sia uno zio o un cugino, non vogliamo casino nella base.

I due passano.

La mancanza di precauzioni alla base di Masakado pare bizzarra. Può spiegarsi in vari modi. Intanto il fatto è narrato nello Shōmonki, fonte principale della storia e giudicato molto affidabile in generale. E’ comunque una fonte di seconda mano (chi l’ha scritto non era sul terreno) e non può essere presa per oro colato a prescindere. E’ possibile che questa faccenda non sia accaduta o sia accaduta in modo diverso.

E’ possibile. Però il testo viene convalidato in diversi punti da altri documenti e si dimostra molto attendibile. Quindi è probabile che la storia sia autentica.

Assumendo ciò, è possibile che Koharumaru non sia stato fermato perché era una faccia conosciuta. E’ anche possibile che Koharumaru fosse un cavaterra troppo basso nella gerarchia per attirare davvero l’attenzione: una certa arroganza è insita nella società di classe e l’arroganza è la morte della cautela.
Tuttavia Masakado e i suoi danno prova, in generale, di competenza e prudenza, quindi la prima opzione pare più probabile.
Infine, non bisogna dimenticare che Masakado gode dell’approvazione ufficiale della Corte: Masakado ha ragione, il che lo rende, in teoria, intoccabile. Probabilmente non si aspetta un attacco, non nella cattiva stagione.
Il piano di Yoshikane riflette grande audacia e spregiudicatezza, e si basa su una singola scommessa: “se li ammazzo tutti in una notte e non disturbo le carovane di tributi, la pace torna nella provincia e la Corte lascerà perdere tutta questa incresciosa faccenda”.

In parole povere, Yoshikane confida che la Corte non investirà in una campagna punitiva fintanto che la quiete viene ristabilita. Yoshikane si sente intoccabile e protetto dalle conseguenze grazie alla propria posizione e ai suoi legami personali con notabili e capibanda.

Resta una scommessa avventata: Masakado è popolare, è capace, ha la benedizione Imperiale, il che vuol dire che solo i veri fedelissimi di Yoshikane saranno disposti a rischiare la pellaccia contro di lui.

Ad ogni modo la missione di ricognizione di Koharumaru va a buon fine, Yoshikane ha le sue informazioni, può passare all’azione.

La battaglia di Iwai

La zona dello scontro.

Quattordicesimo giorno del dodicesimo mese del settimo anno dell’era Jōhei (checcazzo vi ridete, le persone civili datano così, e comunque è l’inverno del 938).

E’ buio, Yoshikane esce dalla sua residenza. Ha elmo, armatura lamellare, sode a proteggergli i bicipiti, gambali. 80 dei suoi uomini migliori lo aspettano, arco in pugno, faretra piena, sciabola all’anca. Sono i suoi guerrieri personali, il cuore pulsante della sua banda di guerra, i migliori, i più fedeli. Non c’è posto per seguaci recalcitranti o ragazzini di primo pelo in una missione come questa. Iwai è a una trentina di chilometri, attraverso due fiumi e pantani.

I nostri montano a cavallo, escono in ordine da Ishida sulla strada coperta di brina. Non ci sono uomini a piedi con loro, solo cavalieri. Nessuno parla, nella notte si sente solo lo scalpiccio sommesso degli zoccoli sulla terra battuta.

Nemmeno l’esercito più preparato però è perfettamente silenzioso, non quando sei coperto d’acciaio in groppa a una bestia. E la notte è piena di occhi.

A una ventina di chilometri dalla meta, il gruppo viene visto da un guerriero di Masakado. Una nutrita banda di cavalieri non è mai una buona notizia, specie se, avvicinandoti, puoi sentire di quando in quando il lieve tintinnare dell’acciaio. Ma chi sono e dove vanno?

Il guerriero si avvicina al gruppo da dietro, li raggiunge. Il suo cavallo va al passo come il loro, è piccolo e tarchiato come il loro, nella notte nuvolosa la sua armatura è nera come la loro, la sua faccia un buco nero nella bocca dell’elmo, come la loro.

Si spinge nel cuore del gruppo. Nessuno parla, nel buio nessuno si rende conto che c’è un cavaliere in più, ma quel cavaliere è lì per osservare. Riconosce un ornamento su un elmo, uno stemma su una manica, abbastanza da essere sicuro: ora sa chi sono, e sa dove stanno andando.

Si lascia distanziare di nuovo, senza mai un moto di agitazione, senza uno slancio di fretta. Appena è abbastanza lontano dalla banda, pianta i talloni nei fianchi del cavallo e corre come se non ci fosse un domani. Corre a Iwai.

Infiltrati. E’ sempre colpa dei fottuti infiltrati.

Siamo tra le 5 e le 7 di mattina del 15, il cielo è ancora color piombo, l’aria è tanto fredda da strapparti il naso. La residenza di Iwai è silenziosa e morta nella nebbia. Non sappiamo di preciso come fosse costruita. Probabilmente somiglia a un villaggio: la casa di Masakado, quelle più piccole dei suoi sodali, contadini e artigiani, il tetto allungato delle scuderie, quello ripido dei magazzini, la distilleria, il camino della forgia. Le cime nude degli alberi da frutto sporgono di certo oltre la palizzata. C’è probabilmente un fossato basso e largo fuori dalla palizzata, con punte di bambù nascoste nel fango tipo triboli.

Yoshikane sorride nella luce grigia.

-Perfetto! Allora ragazzi, ricordate! Lisci come l’olio, attacchiamo dal nulla, li troviamo in pigiama, tagliamo i-

Una salva di frecce piove dal nulla. Cavalli nitriscono, urli di sorpresa e dolore.

-Checcazzo?

Una seconda salva di frecce. Yoshikane fissa la residenza inorridito. Le parole di suo nipote Sadamori gli attraversano la testa: ci ha sgamato.

Il portone si spalanca, Masakado e una decina di cavalieri sono armati da capo a piedi. Stanno facendo una sortita. Masakado sprona il cavallo, incocca, scocca. La sua freccia fende l’aria con un sibilo sordo, centra in piena faccia un uomo chiamato Taji no Yoshitoshi. E’ il miglior arciere di Yoshikane, uno così tosto che fa colazione a chiodi arrugginiti e ricaga lingotti d’acciaio per pranzo.

Yoshitoshi schianta giù di sella morto come uno stoccafisso. Perché puoi essere tosto quanto ti pare, ma le frecce in fronte sono democratiche e uguali per tutti. Il morale degli uomini di Yoshikane si sgonfia all’istante.

Una cosa che impararemo con questi articoli: una sola freccia può decidere il destino di un Impero.

Il gruppo di Masakado è in minoranza, ma prende la banda di Yoshikane del tutto alla sprovvista. Si avventano sul nemico come lupi sui fagiani e scatenano un carosello sanguinoso di arti mozzati e ossa rotte.

La gente di Yoshikane cerca di riorganizzarsi, ma la terra trema. Dalla boscaglia e dai campi intorno a loro arrivano urla e nitriti. Nella nebbia si disegnano guerrieri incazzati su cavalli schiumanti. Masakado non ha avuto il tempo di radunare i suoi uomini, ma ha avuto tempo di mandare dei messaggeri e avvertire dell’attacco. I fedeli alleati si sono precipitati carichi come bombe a mano, perché se c’è qualcosa che fa imbestialire un guerriero è dover combattere prima del caffé.

La banda di Yoshikane viene presa a sandwich tra i Mirabolanti Dieci di Iwai e il resto dei fedeli di Masakado. E’ un cicciaio. Yoshikane riesce a scappare, ma lascia 40 dei suoi a terra.

E’ la fine di Yoshikane. Masakado ha vinto con una sortita, lui e un pugno di valorosi, da soli nella prima luce mattutina, contro un nemico di otto volte superiore. E’ un trionfo, Masakado è il miglior guerriero della regione, uomini accorrono per giurargli fedeltà, donne restano incinte a sentirne parlare, il Time gli dedica un’edizione straordinaria.

Yoshikane invece ha perso, la sua banda è annientata, i suoi guerrieri morti, feriti o disonorati. Ha perso e i perdenti hanno sempre torto agli occhi del Mondo. E’ la fine della sua carriera Il suo nome sparisce dalle fonti, non metterà mai più piede su un campo di battaglia, non alzerà mai più un dito contro suo nipote. Come l’antagonista dei Duellanti, è un morto che cammina. Solo e senza gloria, muore di malattia due anni dopo.

Quanto al giovane Koharumaru, la sua storia finisce senza sorprese. Dopo circa due settimane di caccia, viene catturato e decapitato una giornata d’inverno, il terzo giorno del primo mese dell’ottavo anno di Jōhei.

E così si conclude la seconda fase delle rivolte di Jōhei e Tengyō.

Ma non è finita. Perché gli eroi non possono invecchiare, e il lieto fine è solo una questione di timing.

MUSICA!

Prima puntata

Seconda puntata

Terza puntata


Bibliografia

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In lingua occidentale

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PIGEOT Jacqueline, Femmes galantes et femmes artistes dans le Japon ancien, Gallimard, 2003, Paris

Terzo anniversario: tre anni di pedanteria e percosse

E’ il terzo anniversario del blog. Come vola il tempo quando si recrimina!

Una rappresentazione grafica del mondo di Tenger

E’ stata un’annata faticosa. Mi ero ripromessa di scrivere più spesso, ma il mondo ha deciso di esplodere.
Gli Americani hanno deciso di scatenare la fine del mondo, per esempio. Noi di Fortezza Nascosta abbiamo passato la notte fatidica fuori a bere e abbuffarci di porcherie perché, sticazzi, se abbiamo imparato qualcosa in anni di studi classici è che le persone di classe celebrano il suicidio come Tito Petronio Nigro! Peccato non avere schiavi da frustare, ma bon, non si può avere tutto nella vita.

E senza perdere un colpo, siccome viviamo invero nel crepuscolo della nostra civiltà, ora Nicolai Lilin ha un programma tutto suo dove parla di Geopolitica. I casi sono due: o scrivere fantasy mediocre è un nuovo requirement per parlare di geopolitica, o migliaia di italiani credono davvero alla balla del cecchino discendente da criminali onesti. La cosa bella è che, sul piano puramente teorico, questa gente non è diversa da quei glebani ‘mmmerigani che pesano che The Exorcist sia un documentario.

A tema fantasy, la scrittrice De Mari ci ha deliziati con le sue illuminanti opinioni sul sesso anale e il satanismo. Da buona integralista religiosa, la dottoressa dimostra una fissazione preoccupante sulle feci, ossessione che di solito si supera in culla.

E a coronare la sfilata di tragedie e degrado di questo scorso 2016, i Sabaton ci hanno sparato nei denti una delle peggiori cacate musicali del decennio.

Volevo dimenticare tutto ciò sprofondandomi in studi inutili e articoli inediti, ma la mia direttrice di Dottorato ha iniziato a spedirmi teste di cavallo mozzate, e ho dovuto modificare la mia agenda. Per la gioia dei lettori, sto lavorando sulla storia del cavallo da guerra in Giappone, quindi allegri! Tra un annetto potrei lanciarmi in interessantissimi articoli su staffe, zoccoli o modi di disposizione del letame.

Insomma gente, se aveste ancora dei dubbi: la vita è una valle di lacrime. Citiamo a questo proposito Love and Death:

And so I walk through the valley of the shadow of death. Actually, make that “I run through the valley of the shadow of death”

Ma l’anno non è stato del tutto improduttivo: siamo riusciti scrivere articoli su argomenti poco conosciuti, come la rivolta di Masakado, o su film che dovrebbero avere molto più seguito, come The Frisco kid o The look of silence. Possiamo dirci soddisfatti, tutto sommato.

Ma bando alle ciance, che ne è dei numeri?

Senza starvi ad elencare chiavi di ricerca, diverse persone sono capitate da queste parti cercando una spiegazione al finale di Dracula Untold. Ciò mi spezza il cuore e mi provoca riso isterico al tempo istesso. Dracula Untold non ha senso, volete farvene una ragione?
Per contro la stalker di Luke Evans ha desistito. O è stata arrestata, una delle due.

Ma torniamo alle migliori ricerche dell’anno.

esercizi contro pressappochismo

Comincia col non leggere Cinzia Leone.

anatolij fomenko storia: finzione o scienza?

Patologia.

link donne con la gobba bellissime.fb

Eh?

giochi satanici

Se fai il Gioco dell’Oca al contrario evochi Altieri.

giochi di gruppo satanici

Secondo questo illuminante articolo, i giochi di ruolo tipo D&D.

la donna senza uomo e una regina l’uomo senza una donna e un cretino

Non approvo questa palese discriminazione sessuale. L’unione tra uomo e donna è un abominio a prescindere, dacché lo scopo dell’umano è adottare e riverire i gattini. L’accoppiamento è una distrazione dallo scopo principale della nostra specie.

impalamento

impalamenti nei film

impalamento foto

Curati.

scopata scena film horror

Questa è stranamente specifica e stranamente vaga al tempo stesso…

impugnando una pistola al buio è facile riconoscere il tipo?

Cos’è, un quiz? Sei una stanza buia, ti mettono una pistola in mano e te devi indovinare il modello… potrebbe essere un’idea.

umorismo cosacco

AIUTO!

tatuaggi siberiani amore impossibile

Spero tu stia scherzando.

efei siberia

No. La risposta è NO.

siberiana madonna

Non tollero bestemmie in questo blog!

fighette alla riscossa

Eccone un altro che cerca Educazione siberiana.

sesso estremo ragazza si scatena con nun cavallo e il cane

A volte mi dispiace per quelle povere anime che cercano porno e finiscono su un blog di storia militare… ma per gli zoofili non ho simpatia.

video porno italiano con camera nascosta sensa sapere nulla spia

E nemmeno per i voyeurs.

volevano fottermi

Lo so, sono passati qui dal blog.

racconti fetish fart

WHAT!

film viaggio verso ritrovo corvi nel mais

Well, un campo di mais sembra il posto più logicoper un ritrovo di corvi…

le porte dell abisso

Sì! Sì, finalmente qualcuno sta cercando questo indiscusso capolavoro del cinema indie! Giubilo e gaudio!

magdeburg dekken non riconosce il fratello

Non sono andata avanti oltre il primo libro, ho dei limiti perfino io.

film fantascienza pesanti

Se con “pesanti” intendi “gradevoli come piazzarsi un dizionario enciclopedico sui testicoli”, ti consiglio Interstellar.

come viene vista la satira dagli intellettuali remoti ?

Da lontano *badum-tssssssh*.

Ok, chiedo scusa, vado a ciliciarmi.

pronta al martirio umorismo

Faccio del mio meglio.

le bizzarre questioni di logica medievale

La logica medievale non è bizzarra, se non la capisci il problema è solo tuo.

strehe paurose cattive

Nessun problema (con canzone assortita).

favola della botte swift riassunto

NON SI PUO’ RIASSUMERE IL GENIO!

ragazzo con ciuffetto in testa horror

Presto il terrificante sequel: Sopracciglia ad ali di gabbiano.

come ritirarsi a vivere in solitudine senza soldi e senza nulla

Dipende: quanti giorni vuoi sopravvivere?

dal vapore del ferro da stiro restare assueffatti….incredibile sniffare cosi……

L’importante è crederci.

un ninja in turingia

esempi in cui la guerra nonostante sia il suo esito danneggi soprattutto la povera gente

Sempre.

attendibilita vikings

No. Un milione di volte no.

tempi risposta manoscritto vaporteppa

Dipende se sei Menconi oppure no.

gioco di ruolo comunista

Quando lo trovi fai un fischio.

“il gelato estemporaneo e altre invenzioni della cucina molecolare italiana” “libri usati”

Google mi deve spiegare come questa ricerca (VIRGOLETTATA) ha portato a un blog di storia militare giappoonese.

uomini deformi cottolengo

ANCORA TE?

E sempre parlando di numeri, quali sono stati gli articoli più letti?

Ancora e sempre Dracula Untold. Gente, ma porca miseria, perché?

Questo è seguito con netto distacco dall’articolo su Fomenko e il Recentismo. Ciò mi rallegra oltre ogni dire: è importante che il Mondo sappia!

Lieta anche di vedere che il terzo classificato è l’articolo sul pessimo pezzo di Cinzia Leone. Che l’infamia non cessi mai ma serva da esempio alle future generazioni.

Infine abbiamo La battaglia dei Bastardi, ovvero l’ennesima occasione sprecata. Un giorno avremo una scena epica in cui il regista dà retta al consulente tattico. Ma non è questo il giorno.

E i tre meno letti?

La mia vita di campo, prevedibilmente, e la seconda puntata del Wei Lieo-tzu, altro risultato prevedibile. Il terzo però è l’articolo su The Colour of Magic. Voglio sperare che sia perché io scrivo ammerda: tutti dovrebbero vedere questo film, è tratto da un romanzo di Pratchett starring Pratchett, e Pratchett HA RAGIONE a prescindere.

Quest’anno come i due corsi non ho avuto haters o flame. Per certi versi è un bene, per altri un po’ mi dispiace. Sono un pochino coprofaga, dopotutto.

Ho comunque avuto due interventi degni di nota: un recentista che mi accusa di scarsa apertura mentale (much love!), e un autore pubblicato (ubi maior, signori!) che si lamenta dei brutti frustrati (tipo me, deduco) che passano la vita a criticare Licia Troisi. Sì. Nell’UNICO articolo del blog che parla vagamente di Licia. Avete presente, quello in cui il focus della critica non è nemmeno la Licia ma Cinzia Leone. Quando si dice leggere con attenzione!

Tirando le somme, abbiamo accumulato 80 articoli. Scremando tutti quelli che sono annunci, esternazioni e celebrazioni, abbiamo 16 articoli di storia giapponese, 4 di Storia occidentale, 10 sui Classici cinesi e 5 di Vita di Campo.

Riguardo Narrativa e connessi, abbiamo 17 recensioni di film (9 positive), 6 recensioni di libri (5 positive) e 7 recensioni di articoli (7 negative). Ci sono anche 5 recensioni doppie in cui uno o tutti i film citati mi sono piaciuti.

Oh dear, quando qualcuno guarda i numeri si direbbe che gli articoli di lagne siano solo una piccola percentuale…

Vedrò di migliorare, o va a finire che perdo la membership al club delle Zitelle Acide!

E bon, un altro anno è passato. YAY!

MUSICA!

Genpei 2.1: Agiremo con Buonsenso solo dopo aver esaurito ogni altra possibilità

Abbiamo lasciato i Taira alle prese con ribellioni diffuse in tutto il Paese, Yoritomo ancora saldamente basato a Kamakura ma pesto dopo un rovescio di fortuna, i monaci in rivolta e l’Imperatore Goshirakawa alla Capitale col cerino in mano.

Molti di questi disordini non dipendono direttamente dalla guerra tra Taira e Minamoto: piuttosto, la situazione difficile e la debolezza del governo esacerbano rivalità locali e familiari. Insomma, se gli aristocraticoni imperiali si sgozzano tra cugini, perché la stessa simpatica usanza non dovrebbe essere praticata in provincia? E’ importante tenersi al passo con le ultime tendenze!

E’ vero però che buona parte di questi conflitti sono polarizzati dai due galli del pollaio. Un esempio sono i Kōno, che si ribellano in Iyo nell’isola di Shikoku. Il movente iniziale è una rivalità con un’altra famiglia di notabili locali, ma dopo l’arrivo di un Castigatore Taira incazzato, i nostri baldi guerrieri son lesti a precipitarsi da Yoritomo, che per conto suo è ben lieto di allungare i tentacoli anche nel Mare Interno.

Kiso Yoshinaga attacca la residenza dei Jō in Echigo, dal pennello di Utagawa Yoshitora

I Taira possono dirsi soddisfatti di aver vinto almeno una battaglia contro di lui, ma non hanno tempo di riposare: in Shinano si trova ancora Kiso Yoshinaka, e il giovane comandante è carismatico, abile e ambizioso. Tre grossi difetti.

I Taira si riuniscono alla Capitale.

-E’ necessaria una spedizione punitiva.- Decreta il Capo del Clan, Munemori, secondo figlio di Kiyomori. -Come stiamo a fantaccini?

-Sono morti di fame sulla via del ritorno.

-E i cavalieri?

-Si sono mangiati i cavalli sulla via del ritorno.

-Tutti?

-No, il resto delle bestie si è azzoppato inciampando sui cadaveri dei morti di fame.

-Ottimo…

-Abbiamo dei vassalli in Echigo, i Jō, magari bastano loro a scapitozzare Yoshinaka.

-Massì, dai, basteranno. Cosa può andare storto?

I Jō sono incaricati di scapitozzare Yoshinaka. Sequestrano beni e cibo, radunano i guerrieri di Dewa, Echigo e dintorni a calci nel culo e si dirigono in tromba in Shinano. Il loro esercito conterebbe 40.000 o 60.000 uomini secondo le fonti, ma sappiamo che i numeri sono sempre da prendere cum grano salis. Quello che però è certo, è che si tratta di un’accozzaglia male assortita di bande diverse, poco uniformi e disunite (nonché spesso nemiche tra loro). Questa gente viene tirata al fronte a combattere per gente che non conosce contro altra gente che non conosce, quando potrebbe restare a casa ad allevare cavalli e sbudellare cugini. La maggior parte di questi guerrieri ha tanto da perdere e poco da vincere.

Nel mentre, Yoshinaka sta preparando i suoi uomini. Secondo le fonti, si tratterebbe di 2.000 truppe montate, divise in 3 bande principali di cui una (la Kiso) sotto il suo diretto controllo.

Tra le sue truppe troviamo anche nominati i Takeda di Kai, ma pare strano, visto che questi combattevano per Yoritomo (cugino e rivale di Yoshinaka). Secondo Uesugi è più probabile che le truppe di rincalzo venissero da Kōzuke, provincia in cui Yoshinaka aveva discreta influenza.

I due partiti si incontrano sulla piana alluvionale della Yokota.

La regione dei Circuiti di Hokuriku e Tōsan

Yoshinaka ha gente convinta, ma meno numerosa. Promette male. Al consiglio di guerra, i nervi sono tesi.

-Potremmo scatenare delle papere.- Propone qualcuno. -Ho sentito dire che sulla Fuji hanno fatto una macello.

-Le papere?

-Pare.

-Chi l’avrebbe mai detto…

-Dei rinforzi del clan Inoue dovrebbero arrivare.- Interviene un altro. -Dice che son qualche migliaio, sempre pochi ma magari fanno più danni delle papere.

Nessuno fa più danni delle papere!

-Però-

-E poi non cambia, sono sempre troppo pochi, quando i Jō li vedranno arrivare, faranno salsicce di loro e dei loro cavalli.

-Vero.- Conviene Yoshinaka. -Potrebbero non vederli arrivare.- Sorride. -Viviamo in tempi molto confusi, dopotutto.

E’ una mattina del sesto mese, il campo dei Jō è un casino bestiale in potenza. Jō Nagashige pretende un rapporto sullo stato delle truppe.

-A parte coltellate tra le scapole, risse tra ubriachi e minacce, va benone.- Attacca l’aide-de-camp. -La banda dei Tali ha cercato di dar fuoco alla banda dei Tizi per una storia di corna.

-Furto di donne o furto di arieti?

-Non credo faccia davvero differenza, dalle loro parti.

-E quindi?

-Sono stati interrotti dalla banda dei Semproni che inseguiva Un’Altra Banda A Caso.

-Sempre corna?

-No, sono cugini, quindi devono uccidersi tra loro.

-E’ naturale.

-Sì, mio signore.

-Tifo? Peste?

-Non ancora, se diamo battaglia oggi riusciamo a fare più morti di spada che di malanni!

-Sarebbe bello.

-Secondo i nostri calcoli, abbiamo ancora quindici ore prima che quest’accozzaglia di facinorosi esaltati inizi ad autodigerirsi.

Un messaggero arriva di corsa nella tenda di Nagashige. -Capo, sta arrivando una banda di qualche migliaio di cavalieri!

-Chi diavolo sono?

-Non si capisce molto bene, ma hanno le bandiere dei Taira.

Nagashige guarda l’aide-de-camp. -Stiamo aspettando rinforzi?

L’aide-de-camp si stringe nelle spalle. -Poesse. Alcune delle bande se ne sono già andate, alcune stanno dando la caccia ai paraculi che non si sono ancora mossi di casa loro, altra gente ancora è in ritardo…

-Bon, a caval donato non si guarda in bocca, date il benvenuto ai nostri amici!

Spoiler

Per citare lo Heike monogatari:

“Ah, quindi anche in questa provincia c’erano partigiani degli Heike! Ciò è incoraggiante!- esclamò, ringagliardito.

Ma i sette distaccamenti [dei nuovi arrivati], che nel frattempo si erano avvicinati, fecero giunzione a un segnale convenuto e tutti insieme lanciarono l’urlo di guerra. Gli stendardi bianchi [Genji] che tenevano pronti si levarono all’improvviso. E la gente di Echigo, a questa vista:

“I nemici sono senza dubbio decine di migliaia! Che ne sarà di noi!- si dissero, impallidendo.

Nella fretta e la precipitazione, gli uni spinti nel fiume, gli altri gettati nei dirupi, ben pochi scamparono e molti furono colpiti.

Le bande sopravvissute e quelle rimaste a Echigo si rendono conto che i Jō sono pestimale. Quando il gatto non c’è, i topi ammazzano il cugino: scoppiano rivolte ovunque, fuoco e massacro si diffondono attraverso la provincia come un’epidemia. Fino a quel giorno i Jō hanno comandato grazie alla protezione dei Taira. Yoshinaka ha mostrato ai guerrieri che le braccia dei Taira sono più corte di quanto si pensasse.

Salve, mi serve il raccolto per far la guerra a mio cugino. Come sarebbe non c’è raccolto?

La notizia della battaglia della Yokota non tarda ad arrivare a Yoritomo.

Yoritomo non è stupido, sa che queste sono brutte notizie.

-Se continua così, tuo cugino potrebbe perfino marciare sulla Capitale.- Gli fanno notare.

-Lo so.

-E’ discendente di Yoshiie come te, potrebbe rivendicare una posizione dominante nel clan.

-LO SO.

-Potremmo attaccarlo.

-Noi abbiamo appena perso, lui ha appena vinto, cerchiamo di non fare stronzate troppo grosse.

-Potremmo allearci con lui…

-Piuttosto mi faccio sbranare dai chihuahua.

-E allora che facciamo?

Yoritomo sospira. -So che sto per dire qualcosa che vi parrà rivoluzionario, impensabile e perfino immorale.

I guerrieri impallidiscono. -Oh no.

-Sì. Dobbiamo dar prova di buonsenso.

Svenimenti e nausea.

-E’ contro la tradizione!

-L’ultimo notabile di buonsenso è stato Masakado, e tutti sappiamo com’è andata a finire!

-E i bambini? Che esempio daremo ai bambini?

Yoritomo li silenzia con un gesto. -Mi duole tantissimo, ma a mali estremi, estremi rimedi. Chiamatemi uno scrivano.

Yoritomo è un politico accorto e un fine conoscitore dell’essere umano. Non scrive direttamente al capo dei Taira Munemori, contatta surrettiziamente l’Imperatore Ritirato Goshirakawa e gli chiede di passare il messaggio. Magari se Sua Maestà Frate ci mette una buona parola, i Taira saranno più inclini a dargli retta.

Il messaggio recita qualcosa del genere: “sentite, al di là di tutto, tutti noi vogliamo solo difendere l’Imperatore, giusto? Insomma, senza Imperatore è la guerra civile fino all’ultimo uomo e nessuno vuole questo. Quindi facciamo così: voi vi tenete l’Ovest e i vostri porti per commerciare con la Cina, noi l’Est e i pascoli dei cavalli. Non è niente di drammaticamente diverso da quello che abbiamo fatto per 300 anni, ovvia! Mettiamoci una bella pietra sopra e volemosebbene.”

Munemori e soci considerano la proposta.

-Ha senso.- Osserva uno. -E ci caverebbe da una brutta impasse. I Kikuchi di Kyūshū sono ancora in rivolta, la fame falcia centinaia di plebei al giorno, in Shikoku stanno corteggiando la causa Geniji e il nostro nuovo imperatore ha cinque anni appena.

-Potremmo in effetti lasciar perdere.- Conviene un secondo. -Lasciamo che sia Yoritomo ad occuparsi di suo cugino Yoshinaka, noi ci teniamo il boccone grasso della regione centro-occidentale e loro possono tornare a scopare arieti ed allevare cavalli. O era il contrario?

-Tutto questo ha molto senso e solo un pazzo rifiuterebbe una proposta simile.- Munemori annuisce. -Ma mio padre Kiyomori mi ha fatto giurare di non far mai la pace con i Minamoto, quindi ciccia.

Non sto scherzando.

Ah, le colpe dei padri…

I Taira tentano di riportare l’ordine in Hokuriku, ma le rivolte continuano: Noto e Kaga si ribellano, gli intendenti fedeli ai Taira sono cacciati o uccisi a colpi d’accetta.

Taira Michimori viene spedito con un esercito di pacificazione e arriva senza ingombro al governo provinciale di Echigo.

-Oh, non è così male, dopotutto.- Commenta. -Yoshinaka non si è nemmeno fatto vedere. Magari la gente è stanca di sangue e pronta a tornare in riga.

-Magari, mio signore.

-E questi bei riverberi che si vedono, cosa sono? Festeggiamenti?

-E’ il benvenuto dei Kaga-Genji?

-Oh, vedi che ci festeggiano perfino loro? Cosa stanno bruciando?

-Villaggi.

Michimori è partito per pacificare l’intero Circuito, ma ridimensiona presto le sue ambizioni alla provincia di Echigo. E anche in quel caso, calmare i guerrieri locali è un po’ come voler ragionare coi calabroni dopo avergli scorreggiato nel nido. Notabili, frati, intendenti di santuari, tutti sono armati e tutti sono affamati. Chi ha fame uccide.

Perfino i vassalli Taira capiscono l’antifona: ci vuole un capo carismatico e in cui la gente creda. Michimori non risponde alla descrizione, Yoshinaka sì. Molti cambiano campo in meno di un mese.

Dopo aver perso più di 80 vassalli personali, Michimori si rassegna e abbandona Echigo. Si asserraglia nella fortezza di Tsuruga, ma prima ancora che i suoi possano mandargli rinforzi è costretto a mollare tutto e fuggire in montagna. Il circuito dell’Hokuriku è un vespaio senza compassione, e dal casino Yoshinaka emerge con una banda temibile e compatta.

Dal canto suo, Yoritomo cerca di lanciare un attacco decisivo sulla Capitale, ma viene bloccato dalle truppe di Koremori, autore del disastro sull Fuji e della vittoria sulla Sonomata.

Nell’undicesimo mese, il Paese è un disastro e i tre contendenti principali (Yoritomo, Yoshinaka, Taira) si trovano in un’impasse militare. Nessuno di loro può muoversi senza esporre il fianco, e nessuno di loro ha le risorse di attaccare e difendersi allo stesso tempo.

Intanto, la carestia infuria. Miserabili muoiono gli uni sugli altri per le strade della Capitale. I campi vengono abbandonati. Ispettori delle tasse brutalizzano plebei e notabili per strizzar loro riso e bestie per la guerra. La gente fugge, la gente si ribella, l’economia collassa.

Il macello di Genpei non è finito, ma entra in una fase di gelo. E’ il 1182, e tutto è allo stesso tempo in subbuglio e cristallizzato.

Quindi cosa abbiamo imparato oggi, bambini?

Uccidete vostro cugino prima che lui uccida voi. Nella miglior tradizione tragica, il sangue del proprio sangue è il più dolce da spargere.

MUSICA!

Puntate precedenti:

Genpei 0.1

Genpei 0.2

Genpei 1.0

Genpei 1.1

Genpei 1.2

Genpei 1.3

Genpei 2.0


Bibliografia

FARRIS William Wayne, Heavenly warriors, Harvard University Press, 1995, Cambridge

FRIDAY Karl, Samurai, warfare and the state, Routledge, 2004, New York

ROYALL Tyler, The tale of the Heike, Viking, 2013, New York

SOUYRI Pierre-François, Histoire du Japon Médiéval – Le monde à l’envers, Tempus, 2013, Paris

UESUGI Kazuhiko, Genpei no sōran, Yoshikawa Kōbunkan, 2007, Tōkyō

Storie di documenti: Ashikaga Yoshimasa e la colletta della Befana

Il 2 gennaio 2015 scrissi:

Il 2015 è finito, finalmente. E’ stato un anno molto grumpy, e ho alte aspettative per il 2016.

Le mie aspettative non sono state deluse. Riuscirà il 2017 a essere ancora più grumpy del 2016?

Noi della Fortezza diciamo di sì.

Per attaccare questo nuovo anno di fastidio e antipatia, ho deciso di presentare un articolo un po’ diverso dal solito. Non voglio parlare di battaglie e ammazzamenti, ma analizzare un dettaglio pratico, un tipo di documento con cui lo studioso di Storia si trova alle prese. Nella fattispecie, una lettera diplomatica dello shōgun al re di Corea. Perché? Così avrete un’idea di che tipo di documento il ricercatore si trova a leggere e analizzare.

Il quadro storico

Il Padiglione d’Argento, in cui Yoshimasa passò buona parte del suo tempo (buon per lui)

All’inizio del XV° secolo il governo giapponese non ha relazioni ufficiali e dirette con la Corea, ovvero non ci sono lettere ufficiali tra l’Imperatore e la dinastia di Joseon (1392-1910). Alo stesso tempo, le grandi famiglie giapponesi non esitano ad avere scambi privati con la corte coreana, di solito usando grandi mercanti come intermediari.

La lettera di cui ci occupiamo oggi è tratta dallo Zenkoku hōki, una raccolta di missive scambiate tra lo shōgun e il re di Corea, ovvero tra Ashikaga Yoshimasa (1436-1490) e re Sejo (1417-1468).

Chi è Yoshimasa?

Ashikaga Yoshimasa, dal pennello di Tosa Mitsunobu

E’ l’ottavo shōgun della dinastia Ashikaga e detiene il titolo dal 1449 al 1490. Manco a dirlo, il XV° è un brutto periodo. Non che la vita in Giappone sia mai stata una festa, ma con Yoshimasa è particolarmente rognosa.

Non che sia solo colpa sua, beninteso. Per cominciare il Paese si cucca un bel rosario di rovesci climatici che sputtanano i raccolti. Da una parte gli usurai si fanno tondi, dall’altra contadini e guerrieri di provincia cominciano a ribellarsi.

Per fare un esempio, nel 1462 la gente del dominio Niimi (guidata da piccoli guerrieri locali) decide: “sai che? Moriremo tutti di fame e di peste, tanto vale cavarsi qualche sasso dalla scarpa”.

Vanno dall’amministratore del dominio, lo ammazzano e danno fuoco a ogni cosa. Gli ufficiali che si recano sul posto trovano una scritta cubitale in sangue e frattaglie: WORTH IT.

E mentre avvenimenti di questo genere si diffondono per tutto il Paese, le famiglione al potere decidono che è il momento perfetto per scannarsi tra loro Genpei style. Un anno dopo la redazione della lettera che ci apprestiamo a leggere sarebbe scoppiata la Guerra di Ōnin, un bagno di sangue di proporzioni epiche che sprofonderà il Paese nel Periodo Sengoku (altresì conosciuto come “150 anni di guerre civili e bordello così atroce che se fossero sbarcati i Klingon nessuno ci avrebbe fatto caso”).

E Yoshimasa in tutto questo che fa?

Verrebbe da dire “nulla”, ma purtroppo non è così. A parte sputtanare miliardi in regge e giardini, il nostro fa danni, immischiandosi in scazzi ereditari e politici ma senza implicarsi davvero, dando appoggio a tizio o a caio secondo l’umore, e lasciando briglia sciolta al suo savio mentore.

Non è proprio un personaggio simpatico.

Ma aveva gran gusto estetico e intellettuale! E’ grazie a lui che vediamo fiorire arti come la Cerimonia del The, il Nō e quant’altro.

Ma torniamo a noi. Non voglio dilungarmi troppo nel contesto, le cose saranno spiegate via via.

La lettera

Primo anno dell’era Bunshō, segno del Cane ramo maggiore del Fuoco

Come ogni documento ufficiale che si rispetti, la lettera comincia con la data. Il primo anno dell’era Bunshō corrisponde al 1466 nel calendario gregoriano. Il resto è dedotto secondo il ciclo sessagesimale del calendario cinese, che si articola in 60 “binomi” ottenuti associando due serie, una di dieci “Tronchi Celesti” (gli “agenti” taoisti) e una di dodici “Rami Terrestri” (i segni zodiacali).

Minamoto no Yoshimasa del Giappone

Porge i suoi rispetti a sua eccellenza il re di Corea.

(L’autore di questa lettera è Menkoku)

Le lettere ufficiali dovevano essere scritte il cinese. Questo perché il cinese è una delle invenzioni migliori di sempre.

Re Sejo riceve la lettera di Yoshimasa. Ed è già grumpiness…

Pensateci. In un alfabeto fonetico come può essere il nostro, ogni simbolo corrisponde a un suono. Nel caso degli ideogrammi, ogni simbolo corrisponde prima di tutto a un concetto. Questo che significa?

Che non hai bisogno di conoscere il cinese per leggere il cinese. Una volta che hai imparato un pugno di regole per l’ordine di lettura, dato che ogni segno è un concetto, puoi leggere il testo nella grammatica che più ti è congeniale (io leggo il cinese in giapponese, per esempio). Per un impero multiculturale come era (ed è sempre stata) la Cina, questo era uno strumento straordinario, al pari dell’acciaio e della ruota.

Non hai bisogno di costringere i tuoi sudditi a imparare la tua lingua. Basta insegnar loro a leggere quello che tu scrivi nella loro lingua! La comunicazione diventa molto più semplice e offri meno appigli al risentimento separatista. E’ pratico, è collaudato, è geniale.

Tuttavia c’è un piccolo caveat: chi scrive il documento deve sapere il cinese, e deve saperlo bene. Una minoranza di letterati poliglotti resta quindi necessaria. Yoshimasa, che di certo scriveva benissimo, si affidava quindi a dei professionisti per la redazione delle lettere ufficiali. Il signor Menkoku, misterioso autore di questo documento, era senza dubbio un monaco letterato.

Ma veniamo al nome che il nostro Generalissimo usa. I Minamoto sono il clan di cui la famiglia Ashikaga fa parte ed è con questo nome che Yoshimasa interagisce con altri leaders stranieri. Da notare che lo shōgun non include il proprio titolo nella lettera, ma prende cura di usare un linguaggio di raffinata cortesia e rispetto nei confronti di Sejo.

Di rimando, nelle risposte, il Re di Corea ha la cortesia di indirizzare le proprie lettere al “re del Giappone” (intendendo lo shōgun).

Al di là delle formule di buona creanza, i due paesi hanno relazioni egalitarie, in quanto entrambi si considerano come regni indipendenti ma satelliti del Grande Ming.

Il Grande Ming

Nonostante i nostri due Paesi siano separati da 1000 li, dal Grande Oceano, lo scambio di inviati ci rende vicini. Ogni volta che abbiamo richiesto qualcosa, ce lo avete sempre accordato senza fallo. La nostra gratitudine è inesprimibile.

Yoshimasa non perde troppo tempo in salamelecchi: lui e Sejo sono uomini occupati, quindi non meniamo il can per l’aia e andiamo al sodo. Caro collega, voglio chiederti qualcosa.

Nella nostra capitale meridionale [Heijō] c’è un tempio. Il suo nome è Yakushi-ji.

Yoshimasa sta parlando del tempio dedicato al Bodhisattva Yakushi, patrono dei rimedi. Fu costruito nel 680 in Fujiwara-kyō dal grande imperatore Tenmu, con lo scopo di invocare la misericordia di Yakushi e salvare la vita della sua consorte, gravemente ammalata. La consorte in questione, la principessa Unosarara, era figlia del defunto imperatore Tenji.

A chiosa, Tenji era fratellastro di Tenmu. Quindi Unosarara era nipote di suo marito. Ma bon, i nobili di Corte hanno sempre avuto un comportamento altamente endogamico.

Il tempio di Yakushi dopo i finanziamenti coreani

Unosarara guarì dalla malattia (spoiler). A dire il vero, guarì così bene che sopravvisse Tenmu e gli succedette come l’Imperatrice Jitō (e vale la pena notare che in giapponese la parola che significa “imperatore”, tennō, non ha nessuna connotazione di genere ed è utilizzato per indicare sovrani uomini o donne senza distinzioni).

Tornando al tempio, all’inizio dell’8° secolo lo Yakushi-ji fu spostato all’allora capitale Heijō e oggi fa parte della conurbazione di Nara.

Quest’anno è stato danneggiato, scosso e squassato da una bufera. [La bufera] Era tale l’urlo di un drago, il grido di un elefante. A questo soggetto, abbiamo deliberato assieme alla folla [degli alti dignitari, Yoshimasa era una persona seria e non aveva giurie popolari, NdTenger].

Il passaggio sul drago-elefante è interessante perché pone un problema comunissimo quando si maneggiano questo genere di documenti. Non è difficile capire cosa Yoshimasa intenda quando tira in ballo bestie mitologiche o pseudo-tali: vuol dire che la bufera faceva un chiasso mostruoso. L’uso bizzarro della figura retorica è probabilmente un vezzo di stile dell’autore, una citazione a qualche passaggio o commentario cinese di cui oggi non siamo più a conoscenza.

Ma assodato che il senso generale è chiaro, come tradurre senza che risulti ridicolo al lettore moderno?

Non c’è una soluzione perfetta, purtroppo. A volte certe espressioni non possono essere restituite in altre lingue.

Il nostro tesoro è esaurito, non abbiamo le forze e il restauro è impossibile. Se il Vostro Grande Paese non intende aiutarci, che altro mezzo ci resta per risolvere questo problema? Con questa lettera Vi chiediamo di intervenire.

Tombola. Yoshimasa scopre le carte: vuole soldi.

Pertanto abbiamo mandato come Inviato in capo Yuen e come Inviato aggiunto Sorai, per visitarVi e trasmetterVi i nostri pensieri. Se Sua Maestà volesse accordarci la Sua assistenza, potremmo intraprendere i restauri, invero l’Oriente non è forse unito nel Buddismo? La Terra Pura è il tesoro di vicini amichevoli.

I due tizi nominati non sappiamo chi siano. Si tratta sicuramente di monaci letterati capaci di affrontare l’etichetta della corte coreana senza perdere la faccia.

Notare il simpatico richiamo all’amicizia universale nella religione, sempre molto utile quando hai bisogno di quattrini.

I tributi della nostra terra sono elencati in allegato.

Yoshimasa è un uomo di mondo, non un mendicante. Una richiesta di fondi non si fa con una letterina elegante e un paio di teste pelate adepte di Confucio. Assieme a lettera e messaggeri, lo shōgun invia ovviamente una serie di doni (qui chiamati “tributi” per umiltà), sperando di ricevere in cambio o un valore maggiore o beni di alto valore d’uso.

In questo periodo il Giappone è infatti esportatore di oggetti di estremo lusso: oggetti d’arte come scatole laccate, paraventi, ventagli decorati, sciabole da parata e quant’altro, molto apprezzati sul Continente.

Il secondo mese infine si riscalda. La sola cosa che desidero è che prendiate cura della Vostra salute.

Anno del segno del Cane ramo maggiore di Fuoco, secondo mese, ventottesimo giorno

Minamoto no Yoshimasa del Giappone.

E così si conclude la lettera. Sappiamo che il re di Corea rispose con cortesia e che mandò finanziamenti e beni. E’ una missiva molto breve che non perde tempo in inutili girti di parole. Dal nostro punto di vista può apparire fin troppo diretta e sfacciata. Peraltro, la straordinaria vita di lusso e arte che lo shōgun conduceva era ben nota, ma ciononostante è perfettamente accettabile, da parte sua, fare la questua presso un re straniero per rappezzare i templi scoperchiati dal vento.

Il corpus di lettere tra Yoshimasa e i re coreani è estremamente ricco e tocca diversi soggetti, dai sigilli diplomatici, alle importazioni, a missioni per procura del tipo “il mio ambasciatore ha sbudellato un funzionario Ming, puoi chiedere te se l’Imperatore se l’è presa?” o argomenti di interesse comune tipo “ci sono più pirati che pesci nel Mar della Cina, ne sai qualcosa?”.

La lettura di documenti del genere offre numerosi spunti di approfondimento e, talvolta, preziosi attimi di WTF diplomatico. Come primo articolo di questo genere, ho preferito trattare qualcosa di semplice e innocente, come la restaurazione di un tempio. Un inizio molto pio e devoto, che sia mai qualche Bodhisattva si muove a pietà per questo 2017 che già me le fa girare.

MUSICA!


Bibliografia

Articolo basato sul seminario “Histoire et philologie du Japon Ancien et Médiéval”, Ecole Pratique des Hautes Etudes.

 

HASHIMOTO Yū, Itsuwari no gaikō shisetsu, Yoshikawa kōbunkan, Tōkyō, 2012 p.1-74

HERAIL Francine, Histoire du Japon, POF, 1986, p.242-277

KEENE Donald, Yoshimasa and the Silver Pavillion, Columbia University Press, New York, 2003, p.229

MORITA Kyōji, Ashikaga Yoshimasa no kenkyū, Izumi Shoin, Ōusaka, 1993, p.361

SOUYRI Pierre, The world turned upside down, Pimlico, Londre, 2002, p.142-217

VON VERSCHUER Charlotte, Le commerce extérieur du Japon, Maisonneuve & Larose, Paris, 1988, p.101-131

SCHOTTENHAMMER Angela, The East Asian Mediterranean: Maritime Crossroads of Culture, Commerce and human migration, Harrassowitz Verlag, Wiesbaden 2008, IGAWA Kenji « Travels of Ambassies in Fifteenth to Sixteenth Century East Asia », p.273-288 ; HASHIMOTO Yū « The information strategy of the Imposter Evnoys from northern Kyūshū to Chōson Korea in the Fifteentth and Sixteenth century », p.289-316 ; OLAH Csaba « Trouble during trading activities between Japanese and Chinese in the Ming period », p.317-330

ZUKEI Shūhō, Zenrin kokuhōki, 1470 (edizione curate da ISHII Masatoshi, 1995)

Classici Militari: Le Tre Strategie di Huang Shih (2)

Bentornati in questi lidi di fastidio e mestizia, per un nuovo articola sulle Ricette di San Attila. La scorsa volta avevamo parlato della Strategia Superiore di Huang Shih. Oggi affronteremo il resto di questo Classico.

La strategia mediana

Zhang Liang, stratega degli Han Occidentali a cui Huang Shih avrebbe dato il libro

In questa sezione, il nostro cita un testo tradotto come Il potere strategico dell’esercito. Questo testo non ci è arrivato, e non siamo nemmeno sicuri che sia mai davvero esistito. Ad ogni modo, Huang Shih lo usa per dare savi consigli su come gestire un esercito.

Per prima cosa, ripete (come altri Classici) che il potere decisionale dell’armata in campagna risiede solo e soltanto nel generale. E’ lui che decide quando e come avanzare o ritirarsi, se attaccare o aspettare, ecc. La corte deve occuparsi di politica e non di tattica!

In secondo luogo, l’esercito è una grande famiglia che ha posto per tutti: i savi, i coraggiosi, gli avidi e i deficienti. Perché? Perché sono quattro categorie di uomini mossi da emozioni e aspirazioni differenti.

Un uomo savio trae gioia dai risultati che riesce a ottenere, l’uomo coraggioso trae gioia dall’esercitare la propria volontà, l’avido is in for the money e il deficiente non ha nessuna paura di morire. Queste quattro categorie sono governate dalle loro emozioni. Puoi ragionare con gli uomini, ma se sei capace di manipolare le loro emozioni sei capace di far fare loro più o meno qualsiasi cosa.

Sulla stessa onda, devi tener conto che un ufficiale competente non viene arruolato e tenuto con un semplice salario, né con polpose ricompense e basta. Puoi comprare un buon artigiano, ma quando chiedi a un uomo di rischiare la pellaccia per te, non puoi aspettarti che lo faccia solo per i quattrini. Uno uomo da bene non si fa ammazzare per un capo carogna.

Se il sovrano manca di virtù i suoi ministri si ribelleranno, e se manca di awesomeneness finirà per perdere autorità. Questo vale per ogni gradino della scala sociale, con una piccola differenza: se qualcuno tipo un ministro o un alto ufficiale possiede troppa awesomeness, il rischio è che ciò provochi timori, invidia o diffidenza, tutta roba dannosa. Devi tener gente di talento ma, well, non troppo talento.

Alto funzionario Han

Come nell’Arte della Guerra, viene ribadito quanto sia importante per un generale conoscere il nemico. C’è un caveat però: non permettere ai tuoi ufficiali di parlare dei punti di forza dell’avversario a tiro d’orecchio del resto dell’esercito. E questo per ovvie ragioni!

In altre parole, evitate di fare le stesse stronzate dei Taira sulle rive del fiume Fuji.

Sempre parlando di accorgimenti, non mettere gente benevolente a gestire le finanze. Tendono a spendere troppi quattrini (magari dietro scuse frivole come “ma i soldati hanno fame!”) e finiscono sempre per affezionarsi ai ranghi più bassi. E non vuoi amministratori con crisi esistenziali quando devi ordinare a duemila fantaccini terrorizzati di marciare allineati e coperti dritti nelle fauci dei mongoli.

Altro accorgimento importante: prima di ogni cosa, lancia una bella caccia alle streghe. Niente sciamani, medium, indovini e baggianate simili nel tuo esercito! Non devono essercene tra i soldati e soprattutto non devono essercene al servizio dei tuoi ufficiali. Ci manca solo che la gente si faccia venire le paranoie per la luna in Leone o perché qualche Dulcamara ha letto brutte cose nelle frattaglie di montone.

Se fai le cose a modino e riesci a eliminare tutti i tuoi nemici, prendi cura di riunire tutti i ministri che hanno reso ciò possibile e tagliarli fuori dal potere. Devi ricompensarli, ovviamente, seppellendoli di ricchezze, terre e belle manze, ma non lasciarli con le mani in pasta. Ci deve essere ricambio, o rischi che qualcuno si monti la testa.

Allo stesso modo devi congedare l’esercito e scalzare il generale dalla sua posizione. Dagli una carica prestigiosa, dagli terre da amministrare, dagli poppute donzelle o quello che ti pare per farlo contento, ma strappagli il potere delle armi. Se è un buon generale è più che probabile che legami solidi e profondi si siano creati tra lui e i suoi ufficiali giù lungo la gerarchia fino ai soldati, e questa cosa, per quanto utile in guerra, è troppo pericolosa in pace.

Tieni conto che un sovrano che abbia voglia di restare in sella non gioca a carte scoperte e non gioca ad armi pari, non coi suoi nemici, non coi suoi alleati, non con i suoi fedeli assistenti.

La strategia inferiore

Edizione delle Tre strategie

La solidità del tuo controllo sulla popolazione e l’assistenza di uomini savi e competenti è proporzionale al beneficio che la plebaglia e il Paese in generale traggono da te. Un capo poco popolare non può considerarsi davvero stabile. Anche perché uomini competenti potrebbero avere riserve nel servire un capo simile. Chi non ha subordinati capaci non ha una seggiolone solido.

Una volta trovati collaboratori capaci, è importante ottenerne la sottomissione fisica e ideologica. La prima te la assicuri via un sistema appropriato di regole e ricompense, per la seconda Huang Shih consiglia… Musica!

No, non vuol dire che devi ballare il valzer col tuo Ministro dell’Agricoltura.

Al lettore odierno può parere bizzarro veder comparire il termine “musica” in un contesto simile, ma la musica era una componente imprescindibile della formazione del buon Confuciano. Ad ogni modo, l’autore specifica che non parla qui di pifferi e mazurche, ma di un senso di armonia e ordine che deve pervadere e unire ogni aspetto del Paese. Questo equilibrio armonico non deve essere volto a compiacere il capoccia, ma a dare pace e piacere ai sudditi, che sudditi contenti fanno un paese stabile.

I Confuciani sono una banda di dannati hippies!

E’ fondamentale che l’attenzione dei dirigenti sia rivolta verso l’interno. Un capo ambizioso che sguinzaglia armate sterminate alla conquista di territori distanti finirà prima o poi per esaurire le riserve di energia e pazienza dei suoi. La prima preoccupazione di un sovrano deve essere sulla propria base, sulla stabilità, sicurezza e virtù. Questo perché il libro è stato scritto da un Confuciano, e mannaggia all’Inferno se i Confuciani son fissati con ‘sta storia della virtù!

Un capo destinato a sopravvivere deve possedere 5 qualità: aderenza al Tao, virtù, benevolenza, giustizia e decoro (ovvero un comportamento appropriato).

Un capo deve peraltro badare alle ramificazioni che ogni suo atto può avere. In particolare, quando ricompensi un uomo da bene, questo riverbera in modo positivo incoraggiando zelo e attirando buoni collaboratori. Ricompensare un cialtrone, per contro, aliena i buoni soggetti e tira una valanga di conseguenze negative.

La credibilità è tutto. La plebaglia deve credere in te. Quando il sovrano o lo stato perdono legittimità e fiducia, non c’è modo di tenere la barca pari. E’ responsabilità del sovrano evitare che ciò accada, e per prima cosa uno deve evitare il lassismo. Lascia che un uomo disobbedisca, e cento altri si sentiranno in diritto di fare lo stesso. Lascia che un crimine impunito, e cento altri criminali si metteranno all’opera. Come detto nei precedenti Classici, devono esserci punizioni severe, e i sudditi devono credere in essere, devono saperle inevitabili, rapide e cattive.

Occhio a non pestare a caso sulla gente, però. In una situazione di diffuso scontento uno potrebbe aver la tentazione di combattere il fuoco col fuoco. Schiaffare populisti arrabbiati ad amministrare plebaglia arrabbiata. E’ una pessima idea che può solo aggravare la situazione. I tuoi ufficiali devono essere uomini dal comportamento specchiato e la tua amministrazione deve seguire la legge. Uomini capaci da soli non possono combinare niente se il sistema non segue.

Ogni trasgressione deve essere punita alla svelta e senza pietà. Come fanno i gattini. Prendi esempio dai gattini.

Hai bisogno di amministratori incorruttibili e ufficiali giusti, ma gli uni e gli altri non possono essere comprati o costretti nel tuo servizio. Da bravo Confuciano, l’autore sottolinea che solo adottando una condotta appropriata il sovrano può attirare a sé gli uomini di cui ha bisogno per governare. Anche perché uomini davvero degni non s’impelagano in un paese condannato al tracollo, sono mica deficienti…

Le armi sono considerate strumenti infausti in questo Classico, ma si concede talvolta il loro impiego è necessario. Se è il caso, devono essere usate presto, senza esitazione e full force. Temporeggiare è disastroso.

Inoltre, devi stare attento a non lasciare famiglie potenti accaparrarsi posti di potere. Questi gruppi cercheranno di succhiare via l’autorità del sovrano e accaparrarselo. Devono essere tenute sottomesse e sotto stretto controllo. Personalmente ho sempre avuto una predilezione per il sistema degli ostaggi: la gente tende a essere più tranquilla quando hai i loro eredi chiusi in cantina.

Sii quindi molto cauto con i tuoi subordinati, ma non essere geloso di loro: se sono capaci e valenti, spingi avanti la loro carriera (ma considera l’evenienza di chiudere in cantina i suoi bambini…).

Infine, tieni a mente la plebaglia. Piaccia o no, è la base dello Stato. Se danneggi mille plebei per il beneficio di un solo suddito, stai piantando i semi del disastro. Viceversa, se eliminando un solo uomo porti beneficio a mille altri, non dovresti esitare.

Questo è l’ultimo consiglio di Huang Shih e la fine del sesto Classico.

Al prossimo giro attaccheremo l’ultimo: Domande e risposte tra Tang Tai-zong e Li Wei-kung.

MUSICA!

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Bibliografia:

Ralph D. SAWYER, The seven military classics of ancient China, Basic Books, Boulder, 1993, pag.568

Ralph D. SAWYER, The art of the warrior, Shambala, Londra, 1996, pag.304

La folle histoire de Max et Léon

Un piccolo bistrot di provincia nella Francia occupata dai nazisti. La porta si apre, due uomini in uniforme da Gestapo entrano. Sugli avventori cala il silenzio. I due uomini vanno al bancone.

Ordinano in un francese colloquiale e senza inflessioni. Non sono due crucchi.

Sono Max e Léon, due buoni a niente del villaggio, partiti sotto le armi anni prima della débacle, e ora di ritorno, vestiti da collabos.

I due vengono prontamente agguantati e legati come salami. Uno dei compaesani tira fuori una pistola, unico modo ragionevole di relazionarsi con i collaborazionisti. Prima che il tizio tiri il grilletto, però, i due assicurano che si tratta di un fraintendimento: possono spiegare!

E così comincia la Folle histoire de Max et Léon.

La commedia francese ci ha regalato delle perle assolute, dal bellissimo I visitatori al goliardico Tais toi, a classici come La grande vadrouille. Negli ultimi anni però il genere tende a produrre filmetti godibili nel migliore dei casi, pallosi nel peggiore, e complessivamente molto mediocri.

Pertanto molta gente si è avvicinata a questo film con una sana dose di diffidenza, e a ragione.

Per cominciare, una commedia a sfondo storico ambientata nella Francia occupata prende dei rischi. Il potenziale c’è, ovviamente. Dopotutto la base della commedia è la sofferenza: da sempre, più i personaggi patiscono, più la commedia fa ridere. Se fatta bene, s’intende. Anche perché il rovescio della medaglia implica che più traumatico è l’argomento, più il rischio di fare una cagata è alto.

Una commedia mediocre su dei divorziati in lite è solo quello, una commedia mediocre, una perdita di tempo. Una commedia mediocre sulla battaglia di Verdun o sul Genocidio Armeno diventa un insulto vero e proprio.

In secondo luogo, il cinema francese annovera già molte commedie ambientate nella Seconda Guerra Mondiale, grandi classici come la succitata Grande Vadrouille o Mais où est donc passée la 7ème compagnie?. Il confronto con questi cult è inevitabile.

Quindi abbiamo un soggetto difficile da maneggiare e un genere che già presenta grandi esempi e un confronto spietato. Ma questi non sono gli unici scogli.

Gli autori e attori principali in questo film sono David Marsais e Grégoire Ludig, due amici d’infanzia diventati poi comici su internet. Già, questo film è un film del webbe!

Il magico duo comincia nel 2002 con il Palmashow, una serie di sketch comici online. Da subito cominciano ad ottenere piccoli riconoscimenti, come le due vittorie consecutive come migliori comici al festival studentesco del Palais de Glaces di Parigi, e dopo appena un anno schiodano il primo contratto con un’emittente radio. Nel 2006, si buttano nelle parodie, ammucchiando visualizzazioni su Dailymotion e Youtube. Quattro anni dopo, sono sulla televisione nazionale con un programmino tutto loro: La folle histoire du Palmashow.

Insomma, pian pianino i due comici costruiscono la loro professione, attirando anche l’attenzione di nomi già famosi come Florence Foresti (conosciutissima in Francia). I due creano anche una casa di produzione: Blaguebuster Production (“blague” parole francese per “celia”, “scherzo”). Il loro successo continua a crescere in modo progressivo, finché nel giugno 2016 non lanciano sul canale Youtube un teaser: il duo fa un film! Al cinema!

Quindi abbiamo due youtubers divertenti che si buttano sul lungometraggio, scegliendo peraltro un argomento e un genere particolarmente difficile.

Ora, personalmente non ho mai visto una storia del genere concludersi bene: di solito quando youtubers e creature simili si invischiano nel cinema, il prodotto è molto deludente.

E in questo caso?

This is off to a good start…

Personalmente non avevo mai sentito parlare di Ludig e Marsais. Seguo poco la scena Youtube francese, quindi quando Compare di Bevute mi chiede se mi va di vedere un film “sulla Seconda Guerra Mondiale” accetto senza sapere minimamente cosa aspettarmi. Non avevo nemmeno visto il trailer.

Certi diranno “e ti sei fidata a sborsare 10 euri e passa sulla parola di ‘sto tizio?”

Good point. Ma vedete, il tizio io l’ho portato a vedere I 47 ronin, e dopo non mi ha strangolata e rivogata nella Senna (nessuno avrebbe potuto rinfacciarglielo, davvero), quindi diciamo che sono in debito.

E comunque non ha importanza: La folle histoire de Max et Léon è un bel film. Forse non raggiunge pinnacoli come il primo Visitatori (che aveva Jean Reno, quindi è meglio per decreto e basta), ma di certo è un film spassosissimo da vedere!

La trama

Rommel, anche conosciuto come “il gatto del deserto”

Max e Léon sono due trovatelli, cresciuti in un villaggio francese perduto nella campagna. Sono dei marginali, vivono di lavoretti occasionali e si accontentano di poco. Sono balordi ma non cattivi, paraculi, ma non disonesti, non hanno nessuna curiosità per il mondo e sognano di aprire un bar tutto loro nel paesello dove abitano. Sono due uomini semplici che vogliono vivere, invecchiare e morire nel loro villaggio natale.

La vita è rassicurante e monotona per i due, finché non vengono arruolati. Non passano molto tempo al campo di addestramento, però: una bella mattina si svegliano a suon di cannonate. Sul crinale della collina la Divisione Fantasma fa ciaociao con la manina.

Nella débacle che segue, i due amici riescono a scappare. Senza un esercito e senza un’oncia di coraggio in due, i nostri hanno un unico scopo: tornarsene a casa e star lontani dalle schioppettate.

Comincia così un viaggio improbabile in cui i due fregano divise diverse, finiscono in Inghilterra, passano dalla Siria, si ritrovano a Vichy, sempre cercando di defilarsi, finché non cedono all’evidenza: quella guerra li riguarda e devono fare la loro parte come tutti gli altri.

Cominciamo subito col dire che questo film non è particolarmente originale.

Il concetto della storia lo si ritrova in decine di film comici e drammatici. I due personaggi principali sono verosimili e simpatici, ma certo non innovativi. I comprimari sono poco esplorati e a tratti ridotti a delle macchiette.

Tuttavia il materiale, ancorché già visto, viene trattato bene. La scrittura è divertente, le peripezie spassose e il ritmo ottimo. Peraltro, il film ci fa la grazia di evitare certi clichés, tipo i migliori amici che litigano, si separano e poi tornano insieme dopo aver capito il valore dell’Amicizia, o altre boiate da Baci Perugina.

Il quadro storico presenta qualche falla (tipo quando sono arrestati come spie e mandati in campo di prigionia invece che di sterminio), ma non viene stuprato selvaggiamente come in quella merda di Vikings o in quella cagata colossale di Pearl Harbor. Le inconsistenze sono rese più accettabili dalla chiara nota surrealista che attraversa l’intero film.

Gli scherzi per la maggior parte funzionano bene. Ci sono alcuni riferimenti pop, ma non sono prepotenti e non guastano il divertimento: la battuta resta simpatica anche se non riconosci il riferimento nerd alla pubblicità anni ’90.

Costumi e cinematografia sono più che dignitosi. Ci sono dei soldi in questa produzione e si vedono! Non una produzione da colossal, ma nemmeno un indie fatto passando il cappello alla Fiera della Salsiccia.

Non tutti gli scherzi funzionano, alcuni sono un po’ troppo surreali, altri davvero troppo infantili, ma nell’insieme il film scorre con brio.

Ad ultimo, la commedia è leggera e ottimista, ma non del tutto scollegata dalla realtà. Il collaborazionismo, la deportazione, le fucilazioni sono presenti, e impediscono al film di apparire troppo puccioso per il contesto storico. Personalmente avrei preferito una vena più cruda, ma mi accontento.

Tirando le somme.

Concetto e personaggi poco originali

 

Alcune falle storiche

 

Non tutti gli scherzi funzionano

 

Recitazione

 

Costumi e fotografia

 

Ritmo e sceneggiatura

 

Il terzo atto

 

Al di là di qualche scivolone, il film non annoia mai

 

Un film del webbe che non fa cagare a spruzzo, WEEEEE!

 

In conclusione,, La folle histoire de Max et Léon non è un capolavoro come Train de vie, ma è meglio di film come La vita è bella (pur prendendo delle libertà, per lo meno non sbaglia carro armato…).

Io lo consiglio caldamente: è una visione spassosa mai noiosa!

MUSICA!


Pagina Imdb del film

Pagina wiki del duo

Canale youtube del Palmashow

Illustri sconosciuti: Taira no Masakado (2.2)

In concomitanza con il 78esimo anniversario della Kristallnacht, i nostri cugini yankees eleggono un tizio che promette infrastrutture, industrie, veterani e amicizie di dubbia reciprocità (come fa notare il mio buon amico Sir GreenMold). Sono così tanti omen tutti insieme che la palla di cristallo mi è scoppiata e ha fatto scappare tutti i pipistrelli. Ora l’antro è vuoto e solingo fatta eccezione per la ragnetta Becky e la sua progenie di aracnidi grandi come criceti.

Quindi è con sommo piacere che oggi parlo di altra gente determinata a martellarsi le palle fino a ridurle in polvere: Masakado e soci.

Nella scorsa puntata avevamo lasciato Masakado in una situazione non proprio piacevole: suo zio Yoshikane gli ha appena inflitto cocenti sberle nel muso, culminate con la cattura di sua moglie e il possibile massacro dei suoi figli.

Yoshikane è sulla cresta dell’onda. C’è solo un problemino: Masakado è sempre vivo. Grave errore.

La “battaglia” del colle Yubukuro

Siamo nell’anno 937, è l’inizio dell’inverno, gli aghi dei larici cadono, gli aceri dardeggiano rosso sangue nella foresta, il raccolto (o ciò che ne resta) è immagazzinato e la nebbia riempie le valli.

Yoshikane decide che, sai che, ho sconfitto mio nipote/genero e di certo questa brutta faccenda è conclusa. Perché non andare in gita per una visita alla famiglia di Hitachi?

Il Nord-Est

Arriva alla residenza di Hatori, nel distretto di Makabe. La base è grande, circondata da un muro in terra, abitata da numerosi vassalli e dipendenti assortiti. Yoshikane è lieto di ritrovare conoscenti e familiari. Sarà una bella riunione dopo tutto il dramma degli ultimi mesi!

Il nostro si è appena installato, quando un piantone arriva di corsa.

-Capo, sono arrivati!

-Ah, la famiglia intendi, vero?

-Heu… sì, si potrebbe dire così…

-Li aspettavo. Fai preparare un bel pranzetto-

-Capo, sono 1800! [fonte: Shōmonki]

-1800? All’anima, chi si è portato l’intera banda?

-Er… dice di essere tuo nipote Masakado…

Mai lasciare i nemici in vita.

Mentre Yoshikane preparava la scampagnata, Masakado ha raccattato i suoi e preparato una bella festa a sorpresa. Come un sol’uomo, assaltano la residenza e affogano la cinta in una pioggia di frecce. Contadini e artigiani, guerrieri, scribi, donne e bambini, vengono infilzati come puntaspilli. Poi Masakado e i suoi gagliardi compari sfondano le porte a cornate e sciamano all’interno in un’orgia di stupro, morte, budella sparpagliate e fuoco. Orti, frutteti, case, magazzini: tutto viene saccheggiato, bruciato, distrutto secondo la brutale logica dal X° secolo.

Yoshikane e una parte dei suoi uomini riescono a raccattar le sottane e scappare a gambe levate sulle montagne circostanti. Nascosti tra cinghiali e scoiattoli, nella fredda aria di fine autunno, guardano il fumo di quelle che fino al giorno prima erano le loro case.

Masakado dal canto suo si è tolto una soddisfazione. Ma non è abbastanza.

-Dobbiamo trovare Yoshikane e staccargli quella testa di cazzo una volta per tutte.

-Non è uno spreco di risorse?- Obietta uno dei suoi fratelli. -Gli abbiamo fatto un culo grosso come un canotto, magari è sufficiente.

-Ah, certo, perché io sono fesso abbastanza da lasciarlo vivo, più che altro! Mandate gli esploratori!

Gli esploratori ritornano dopo poco tempo: Yoshikane e i suoi si sono rifugiati sulle pendici del Monte Tsukuba.

-Oh bene.- Masakado si sfrega le mani. -Chi è in vena di un po’ di momijigari?

Il 13 del decimo mese Masakado incoccia nel nemico: un migliaio di uomini di Yoshikane si annida sulla collina Yubukuro, nei pressi del Monte Tsukuba.

Quella che segue, è una delle battaglie più ciofeca nella storia delle battaglie ciofeca.

Com’è andata? Oh beh…

Se crediamo allo Shōmonki, Masakado avrebbe optato, per una volta nella vita, di ingaggiar battaglia secondo il “protocollo”.

Tale protocollo non è definito nello Shōmonki, ma Kawajiri lo spiega basandosi su un altro esempio:

I due contendenti e compari si danno prima di tutto appuntamento in un luogo prestabilito (via lettera formale, perché tutto è più bello con la burocrazia).

In seguito, i due si piazzano a 100 metri di distanza e i capoccia si incontrano al centro per scambiarsi dichiarazioni di ostilità ufficiali. Qualcosa del tipo…

Egregio signor Tiziocaio,

con la presente le comunico la mia ufficiale intenzione di staccarle la testa con uno strumento affilato e defecarle poscia nell’esofago.

La ringrazio per la cortese attenzione e mi scuso per la sua imminente e violenta dipartita,

Sempre suo
Firma

Dopo questa formalità, i due si congedano (preferibilmente senza strapparsi i baffi a vicenda) e ritornano dietro le rispettive linee di mantelletti. Indi i due gruppi procedono a un simpatico scambio di frecce detto ya awase.

Se per disavventura nessuno dovesse morire (purtroppo a volte succede), le linee vengono avvicinate e le salve di frecce riprese, finché uno dei due campi non defunge.

Masakado non procede proprio in questo modo, ma prende la pena di mandare a suo zio una lettera ufficiale sul tono “Howdy pezzo di merda, sono venuto per stapparti gli occhi e sputarti nel cervello! Tally oh!”

Questo non era il modo normale di procedere (secondo l’antico adagio che avvertire il nemico del tuo imminente attacco è da Dodo) e non abbiamo altri esempi simili in questo conflitto. Perché quindi questa lettera?

Poesse che lo Shōmonki ci stia coglionando, o poesse che Masakado stesse semplicemente cercando di provocare lo zio.

Come abbiamo detto, l’inverno è alle porte, le giornate sono brevi e la notte fa un freddo buggerone con le rape. Nessuno vuole stare su questo cazzo di colle a lungo. Allo stesso tempo, nelle scale delle priorità di Yoshikane e soci, ammuffire in montagna è comunque passabile rispetto al farsi tritare da Masakado. Yoshikane è sulla difensiva, una posizione generalmente vantaggiosa.

Mandandogli una lettera di sfida Masakado spera forse di far leva sulla coda di paglia dello zio (e i guerrieri giapponesi hanno notoriamente una coda di paglia molto infiammabile) spingendolo a uscire allo scoperto.

Sfortunatamente per Masakado suo zio non è così tanto fesso, e si guarda bene dall’incontrare il nipote in campo aperto.

Guerriero in armatura dōmaru con naginata

Quindi come va a finire?

Si riassume facile: Masakado e Yoshikane, insieme ai compagnetti di merende, si girano intorno e si tirano pallette di carta per diversi giorni, senza mai compicciare niente. Nel frattempo, bruciano e saccheggiano nella zona perché hey, già che siamo costretti a far del campeggio, almeno riforniamoci bene.

Secondo lo Shōmonki, questa epica battaglia del colle Yubukuro avrebbe portato a una prematura fine la cifra straordinaria di 7 uomini.

Secondo Rabinovitch costoro sarebbero stati assassinati proditoriamente dai nemici, secondo Yanase erano ciucchi come macachi e si sono spacciati a clavate tra loro per l’ultimo orcio di grog. Il bello della storia giapponese è che, non solo entrambe le versioni sono perfettamente verosimili ed egualmente probabili, ma una teoria non esclude l’altra!

Roba molto costruttiva, insomma.

Altre vittime della guerra sono due bovi, che muoiono di indigestione quando qualche mentecatto ubriaco decide di nutrirli a botte di granaglie.

Probabilmente la scena andò così:

-Ohooo… ho un’idea!

-Un’altra?

-Sssshì! Hai presente come le mucche si gonfiano e petano quando magniano troppi semi?

-Aha…

-Allora noi rimpinziamo due bui.. buvi… buii…

-Buoi.

-Quelli! Li rimpinziamo di granaglie e poi li mandiamo nel bosco con una torcia nel culo e li facciamo esssshplodere e vacchiamo ‘sti figli di puttana a morte!

-Figo, dai!

In definitiva, i nostri sputtanano campi e orti della zona, pasteggiano a spese dei glebani locali e alla fine ritornano a casa senza aver compicciato nulla. For the win!

Il 5 dell’undicesimo mese, però, una novità arriva nella regione: un comunicato ufficiale della Corte!

Tolto il linguaggio fiorito, il messaggio è grosso modo:

Ok, banda di matti, abbiamo sentito dire che state ancora sul sentiero di guerra. Le loro celesti eccellenza hanno deciso che le tasse hanno da arriva’, quindi ‘sta situazione non può durare. Siccome sculo a parte Masakado pare il picchiaduro migliore e per corollario quello più difficile da spacciare, abbiamo stabilito che ha ragione lui. D’ora in poi ha la benedizione del Cielo se vuole scotennare suo zio o quell’altro tizio Minamoto Mamoru. E vediamo di risolvere ‘sto casino alla svelta che avreste anche un po’ rotto i coglioni con le vostre beghe familiari.

Tale eloquente comunicato viene indirizzato alle provincie di Musashi, Awa, Kazusa, Hitachi e Shimotsuke.

I funzionari provinciali la esaminano con preoccupazione.

-Che si fa? La Corte è la Corte…

-Sì, ma Mamoru ha amichetti dappertutto, Yoshikane è un ex-funzionario e uno degli uomini più potenti di Hitachi, e Sadamori ha più maniglie alla Capitale di… qualcosa con molte maniglie.

-Che facciamo allora?

-Facciamo come con i Testimoni di Geova: se Masakado viene a chiedere qualcosa, ci nascondiamo sotto la scrivania e fingiamo di essere morti!
-E se proprio insiste?

-Lo schiviamo con la scusa che dobbiamo eseguire l’importante Rituale della Testa nella Sabbia!

-Geniale!

Uno può immaginarlo: Masakado non resta proprio contento della resistenza passiva accampata dai funzionari. Prova a protestare, ma gli rispondono che se ha qualcosa da dire deve comporre un modulo di reclamo con carta da bollo da spedire con ricevuta di ritorno indi poi aspettare un intervallo tra i sei mesi e i sessant’anni. La paraculaggine dei burocrati non è la sola cosa che ostacola la giusta vendetta di Masakado: l’inverno è arrivato, e d’inverno non si combatte.
E la giostra continua: zio e nipote sempre in vita, sempre determinati a farsi a fettine l’un l’altro.

Nella prossima puntata: Hasetsukabe, ovvero “se sei un facchino di merda, stai al tuo posto e non impicciarti di scazzi tra guerrieri”.

MUSICA!

Prima puntata

Seconda puntata

Quarta puntata


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