Soldati a Vapore

E’ il 1848 e il Regio Esercito combatte la Prima Guerra di Indipendenza contro gli infami oppressori austroungarici.

Il Risorgimento è un capitolo estremamente importante della Storia Italiana. In casa mia in particolare nessun infante scampa alle storie, agli aneddoti, alle dotte discussioni su Elena Casati Sacchi.

La ragione principale è che un certo numero di antenati ci sputtanarono un casino di quattrini dietro a Garibaldi e Mazzini, e in mancanza di cospicuo patrimonio di famiglia uno si consola con l’orgoglio.

Ad ogni modo è innegabilmente un momento storico che ben si presta a storie di avventura. C’è l’idealismo politico, l’intrigo, la guerra…

Come rendere il tutto un pizzico più meglio?

Con robottoni giganti, ovviamente!

Soldati a Vapore è un romanzo di Diego Ferrara.

Full disclosure: fui betareader per il romanzo. Ai tempi mi piacque molto, e da quando ho aperto il blog (circa un anno dopo la pubblicazione) ho sempre avuto voglia di parlarne. Le cose però si sono affastellate e solo di recente ho avuto il tempo di rileggerlo.

Avevo già nominato Diego Ferrara quando ho parlato di Piloti e nobiltà, edito da Vaporteppa. Come ricorderete, la storia mi era piaciuta. E’ divertente, interessante e con un numero sufficiente di elementi bizzarri.

Soldati a Vapore è un progetto più ambizioso: si tratta di un romanzo ucronico steampunk che ripropone un tema classico dell’epica nazionale ma arricchito con mec e cingolati giganti, che fanno sempre piacere.

Il romanzo comincia con una nota dal diario del protagonista, Giuseppe Basile, nel giugno del 1848.

Nel brano, il soldato Basile racconta dell’Elmo Potorio, una sorta di rituale cannibalistico in cui un austriaco viene vivisezionato e il suo cervello usato come ingrediente in un beverone che sarà poi condiviso da tutti i membri del gruppo.

L’introduzione stabilisce il tono goliardico della voce narrante, e nell’insieme il libro riesce a trovare un buon equilibrio tra la caricatura e la storia d’azione.

Giuseppe Basile è soldato nella compagnia meccanizata dei Pulcini Sanguinari. I nostri pilotano i Manzetti, robottoni bipedi a vapore armati di lanciafiamme.

Interpretazione di Manzetti

Sul lato austriaco, il nemico naturale del Manzetti è il Kreb, un mec dotato di calotta in vetro rinforzato e due tentacoli muniti di tenaglia.

Sia chiaro, l’ucronia del Ferrara non vuole essere un “what if” verosimile né hard sci-fi: sia il Manzetti che il Kreb che l’intera faccenda non sono realistici né fingono di esserlo. Soldati a Vapore necessita una buona Sospensione Volontaria dell’Incredulità. Nel contesto del libro, però, le macchine sono narrativamente ben pensate e ben descritte.

E con “ben descritte” intendo ritratte in azione e senza spiegoni: sono mostrate senza essere raccontate. A differenza di certi Nomi Noti della narrativa italiana, il Ferrara è abbastanza sgamato dal non scivolare in ridicoli sotterfugi come sbrodolamenti a caso o dialoghi forzatissimi dove due personaggi che conoscono già l’argomento decidono di descriverselo a vicenda per il beneficio del lettore.

“Buongiorno Basile, il tuo Manzetti a vapore sembra in buono stato!”
“Invero lo è, sia nelle due braccia che nei due piedi. Sapevi che ha un lanciafiamme?”
“Perdincibacco sì! Lascia che ti riassuma come si usa!”

Ecco, niente del genere.

Manzetti e Krebs non sono le uniche mostruosità meccaniche presenti nella storia. Insomma, la tecnologia può essere poco verosimile in assoluto, ma all’interno del libro è trattata in modo coerente e dettagliato.

Questo, che di per sé è un pregio, ha le sue conseguenze. Ma andiamo con ordine.

Jakub Rozalski dimostra come i robot giganti migliorano qualsiasi immagine

Stazionato sul Mincio, il protagonista Giuseppe Basile è un pilota di Manzetti. Non ci appare particolarmente intriso di spirito patriottico risorgimentale, ma non è nemmeno un cinico disincantato. Basile combatte la sua guerra onestamente, senza esporsi troppo ma senza fare il paraculo.

Il personaggio è ben costruito. Basile è una brava persona, non un pazzoide sanguinario. Allo stesso tempo non prova empatia per il nemico e compie con totale nonchalance azioni atroci, come bruciare vivo un pilota di Kreb intrappolato, o schiacciare un ferito sotto i piedoni del mec.

Questi non sono gli unici passaggi di violenza grafica del libro: in più punti c’è gente cotta al vapore, schiacciata, mitragliata e quant’altro.

Spesso però tali scene non sembrano truculente come dovrebbero, sembrano quasi normali. E questo perché, per Basile, lo sono. Il personaggio è ormai abituato a quel livello di brutalità e racconta le proprie disavventure con uno spiccato tono autoironico.

Ma veniamo alla trama!

Il nostro Basile si sta facendo la sua brava guerra in santa pace, quando un bel giorno lui e i suoi si vedono affibbiare una missione notturna: devono attaccare un convoglio austriaco di camion carichi di reclute e rifornimenti.

La missione si preannuncia facile e la scorta al convoglio minima.

Ovviamente la scorta non è minima e la missione non è facile. Basile riesce a stento a riportare le penne al campo, dove ha un’altra brutta sorpresa: dal convoglio è stato ritirato un pezzo meccanico per un robottone austriaco.

Problema: il pezzo meccanico in questione è quattro volte più grosso e complesso di quello che è ragionevole aspettarsi. Gli austriaci stanno architettando qualcosa, qualcosa di grosso.

E così il nostro e i suoi compagni si trovano a dover attraversare le linee nemiche per trovare questo fantomatico mostro meccanizzato e demolirlo. Il nome in codice dell’ordigno: Crio.

Titanomachia, dal pennello di Joachim Anthonisz Wtewael (1566-1638)
Crio è uno della banda

Non voglio raccontare troppo di questo libro: è un romanzo che si legge alla svelta e sarebbe sciocco spoilerarlo.

Lo stile di Ferrara è scorrevole e divertente. Il punto di vista è ancorato nella testa del protagonista, che è un narratore a cui è facile affezionarsi.

Anche la tecnologia bizzarra è ben gestita. Questo però, come accennavo più su, ha conseguenze. In particolare, il “sapore” ottocentesco dell’ambientazione ne patisce.

In parte questo è inevitabile: nel 1848 buona parte delle armi leggere erano ancora ad avancarica, mentre il Ferrara descrive mitragliatrici e lanciafiamme, roba che starebbe molto meglio su un campo di battaglia del 1916, vapore o non vapore.

A parte il fronte sul Mincio e pochi altri elementi, è facile dimenticarsi che la vicenda si ambienta in un 1848 alternativo. Se spostassimo la faccenda duecento chilometri più in là, potremmo parlare di una versione steampunk di una delle trentordici battaglie sull’Isonzo, e la vicenda resterebbe più o meno immutata.

Questo non pone davvero problema a livello narrativo: la storia fila bene, i personaggi sono interessanti, la tecnologia a vapore è divertente.

Però sa un po’ di occasione persa. Forse con un’ambientazione più approfondita o dettagliata, si sarebbe potuto rendere in toni più vivi l’ottocento alternativo in cui avvengono i fatti.

Non si tratta però di un difetto vero e proprio, e quando lo lessi la prima volta manco ci feci caso. A distanza di cinque anni mi dico “avrei preferito”, ma non costituisce un problema strutturale.

In conclusione

Idea originale

I robottoni a vapore

La voce narrante

La grande battaglia contro Crio

L’elmo potorio

Soldati a Vapore è un romanzo divertente e scorrevole. Forse lo stile del Ferrara non ricalca del tutto la Tecnica Aurea propugnata dal Duca di Baionette, ma ha un buon ritmo e il tono sarcastico del protagonista lo rende una lettura gradevole.

Non è per tutti: i mec non sono spiegati, la scienza dietro questi trabiccoli non è esplorata e chi vuol fargli le pulci potrà probabilmente trovare diversi aspetti tecnici che non quadrano. Ciò detto, il romanzo non pretende di essere The Martian. E’ una storia di guerra con robottoni a vapore che si prendono a cazzotti. E in quanto tale è fatta bene.

Non è per puristi della hard sci-fi, ma per il resto della popolazione dico: dategli una possibilità!

Lo potete trovare su Amazon qui.

MUSICA!

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Illustri sconosciuti: Taira no Masakado (3.1) – Il Nuovo Imperatore

Questo blog, come avrete certo notato, è gestito col rigore e la puntualità di un bordello ambulante durante la Guerra dei Trent’Anni. Quindi tra recriminazioni su film e appassionanti diatribe sulla forma dei buchi del naso nelle statue di Bodhisattva, ci sono un paio di serie che stagnano da mesi e mesi.

Una di questa è la disgraziata vicenda di Taira Masakado, che mi accingo a resuscitare dal passato perché prendere a calci i cavalli morti è il passatempo preferito qui alla Fortezza.

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Nella puntata precedente abbiamo parlato di come Masakado, dopo l’ennesimo tradimento da parte della Corte, abbia deciso di cambiare le regole del gioco: intervenendo in favore di un gregario, il nostro ha espugnato la capitale provinciale di Hitachi e preso prigioniero il vicegovernatore e il disgraziato messo imperiale che si trovava nei paraggi.

Ora Masakado ha ufficialmente superato il limite da faida privata a rivolta contro lo Stato.

Un atto del genere di solito comporta una totale perdita di ogni diritto e protezione: una volta che sei stato dichiarato ribelle, chiunque ha il diritto di ucciderti e può aspettarsi una lauta ricompensa in cambio.

Ciò funziona soprattutto se l’autorità della Corte è riconosciuta come legittima e affidabile.

Purtroppo la Corte sta avendo qualche problemino da questo punto di vista, mentre Masakado è all’apice della propria popolarità. Masakado è il prototipo di quello che, in un’ottica feudale, è il buon signore.

E’ un guerriero di fegato che non chiede ad altri cose che non sia disposto a intraprendere in prima persona.

E’ un uomo temperante e ragionevole, che non ama gli spargimenti di sangue fine a se stessi e che non rischia la vita dei propri uomini alla leggera.

E’ un buon tattico, capace di rovesciare situazioni disperate.

E’ un buon patrono, qualcuno pronto a muovere il Mondo per proteggere i propri gregari, qualcuno che non svende i suoi per un vantaggio politico.

Masakado è anche un lontano discendente dell’Imperatore Kanmu e amico personale del principe imperiale Okiyo.

Masakado è riuscito a vincere contro nemici più numerosi e potenti di lui.

Insomma, Masakado riunisce in sé il fascino tradizionale del condottiero di ascendenza nobile con l’aura romantica dell’eroe perseguitato, il buonsenso del buon amministratore con la foga e il genio tattico del prode guerriero.

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Masakado era anche molto liberale nella distribuzione di mazzate sui denti
Utagawa Kunisada (1786-1865)

Per molti notabili dell’Est, Masakado è un colpaccio di marketing come pochi se ne sono visti prima!

Dal canto suo, Masakado sa di non poter davvero far la guerra all’Impero intero. E da parte loro, gli imperiali non possono tollerare di lasciare impunito qualcuno che una bella mattina piglia e rade al suolo un intero complesso provinciale.

Lo scontro è inevitabile.

Masakado opta quindi per una nuova strategia: prendersi il resto del Bandō.

Ci sono varie teorie su quale fosse il vero scopo di Masakado in quest’avventura, ma ci ritorneremo con calma.

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La pianificazione è tutto

E’ il 940, Masakado ha preso Hitachi e ci ha lasciato dei funzionari subalterni con l’ordine di mandare avanti l’ordinaria amministrazione e non fare i furbi.

Meno di un mese dopo i fatti di Hitachi, Masakado marcia verso la capitale provinciale di Shimotsuke. Il suo esercito sta crescendo: capibanda accorrono dai quattro angoli del Bandō, pronti a combattere per il nuovo eroe, erodendo i già traballanti eserciti provinciali.

Il governatore provinciale di Shimotsuke non prova nemmeno a resistere: aspetta Masakado senza tirare in ballo manco un soldato e subito gli consegna i sigilli provinciali, le chiavi dei magazzini, i registri ufficiali e la password per Netflix.

Masakado ringrazia e gli offre una scorta per tronarsene alla Capitale da bravo bambino. Quanto ai gregari del governatore, non restano per vedere se Masakado avrà per loro la stessa cortesia: raccattano le famiglie e fuggono.

Perché la guerra è guerra, e dopo un ribaltone seguono sempre purghe e vendette.

Promemoria

L’autore dello Shōmonki, sempre molto sensibile alla sofferenza della popolazione civile, non racconta di roghi e stupri a questo giro. Si accenna a dei disordini, ma la presa di Shimotsuke pare molto meno cruenta di quella di Hitachi.

Ad ogni modo il nuovo esercito ribelle non ha freni, spinge avanti e un paio di settimane dopo è davanti alla capitale provinciale di Kōzuke, che cade senza combattere esattamente come Shimotsuke.

E’ una guerra lampo senza precedenti. Le istituzioni si sgretolano come castelli di sabbia davanti all’ondata di marea di Masakado e dei suoi.

Questa velocità fulminante non deve però far credere che la rivolta armata faccia l’unanimità dei consensi: Masakado ha tani nemici. Stabilire un solido controllo sul territorio il prima possibile è vitale per impedire ogni possibile contro-insurrezione.

Masakado se ne rende conto, e prima di continuare nella provincia successiva, s’installa negli uffici di Kōzuke e nomina dei funzionari che possano riempire la nicchia ecologica lasciata dagli imperiali.

Molti di quelli al seguito di Masakado erano guerrieri della classe dei magistrati di distretto: piccola aristocrazia locale tagliata fuori da una buona carriera nell’amministrazione. Hanno preso dei grossi rischi per star dietro a Masakado, e Masakado deve dar loro qualcosa in cambio.

E ciò che qualcuno di quella classe vuole è una funzione.

Prestigio, potere e una rendita, una via di fuga da una posizione mediocre e subalterna da cui non c’è scampo. Una funzione è un premio ambito.

Concedendola, Masakado non solo rinforza il proprio controllo sulle regioni, ma rinforza il legame che ha creato coi capi ribelli.

Mentre i nostri sono riuniti a discutere di ciò, una donna si presenta alla capitale provinciale.

E’ una profetessa, ed è venuta a portare un messaggio del Gran Bodhisattva Hachiman.

Profetessa profetizzante

Nello Shōmonki non si dice da quale santuario viene la donna. Se davvero il fatto è accaduto, la signorina doveva essere una aruki-miko, una sacerdotessa itinerante. Si trattava di donne nomadi che si guadagnavano da vivere eseguendo riti, divinazione o, all’occasione, prostituendosi.

Le donne-sciamane sono un pilastro della società giapponese dalla notte dei tempi: come accennato in passato, la prima volta che una fonte storica nomina il regno di Wa, questo è sotto il controllo di una regina-sciamana.

Nel milieu dei guerrieri queste donne erano particolarmente importanti e i loro servigi molto ricercati. Non è difficile capire perché: la via dell’arco e della freccia è una via brutale e crudele, divinazione e preghiera sono un conforto necessario per molti.

Ad ogni modo la nostra ha un messaggio dalla parte di Hachiman-daibosatsu:

Io [chin, 朕, pronome personale che solo l’Imperatore ha diritto di usare, NdTenger] conferisco la dignità imperiale a mio figlio [onshi, 蔭子, “mio figlio”, termine usato solo dai dignitari superiori al quinto rango, NdTenger] Taira Masakado. Il certificato di rango [iki, 位記] è stato redatto dallo spettro Ministro della Sinistra di secondo rango maggiore, Sugawara Ason. Il Bodhisattva Hachiman detiene gli ottantamila eserciti. Conferisco così la dignità imperiale. Subito siano suonati i trentadue brani e che ciò sia rapidamente messo in opera.

C’è tanto da spacchettare in questo brano.

La miko usa a tratti il linguaggio riservato all’altissima aristocrazia e all’Imperatore.

In secondo luogo, lo spirito fa riferimento a un “certificato di rango”. Si tratta qui dei documenti rilasciati agli aristocratici per attestare della loro posizione. Tuttavia questo tipo di documento non si applicava all’Imperatore, che era Pronipote Divino e non certificava proprio niente.

Yanase interpreta questi elementi come un indizio che il fatto non sia davvero avvenuto. Rabinovitch si spinge ancora più avanti suggerendo che si tratti magari di un’aggiunta volutamente satirica.

Un’altra possibilità è che il fatto sia capitato davvero, e che sia stato orchestrato da Masakado o dal suo compare Okiyo.

Pensateci: Masakado è in disperato bisogno di legittimità (come ogni nuovo capo). E’ discendente di Kanmu, ma basterà?

Ed ecco che arriva una profetessa. Una profetessa di provincia che si rivolge a gente di provincia. Magari ha sentito parlare degli alti aristocratici, ha sentito nominare i diplomi di rango, ma non è abbastanza addentro alla cultura di Corte da sapere che non esiste un diploma di rango per l’Imperatore.

C’è però dell’altro: un chiaro riferimento a Sugawara Michizane.

Nel 901 Sugawara Michizane era Ministro della Destra (la terza carica più importante della Corte), in un’epoca in cui solo i Fujiwara facevano grandi carriere. Michizane non era membro della famiglia, ma era un brillante letterato e un amico personale dell’Imperatore Daigo.

La cricca Fujiwara non può però tollerare la sua presenza, e in un complotto infame anche per gli standard dell’epoca, riescono a far esiliare Michizane a Kyūshū, dove morirà un paio d’anni dopo.

Questa storia è così straordinaria che merita un articolo a sé: basti sapere che la macchia di questa lurida congiura non andò mai via e rovinò la vita di molti membri del clan Fujiwara (e non solo). Lo spettro vendicatore di Michizane fu uno dei più pericolosi, crudeli e duraturi fantasmi della Storia Giapponese.

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Michizane scaglia accidenti dalla cima di una collina
Ogata Gekkō (1859-1920)

Il fatto che Michizane, il terribile spettro nemico dell’Impero, compaia in questo brano, potrebbe indicare che si tratta non tanto di un fatto reale, ma di un artificio letterario, un accenno a ciò che il futuro ha in serbo per Masakado e i ribelli della sua risma.

Allo stesso tempo, sapete chi era funzionario in Hitachi durante le prime fasi della faida tra Masakado e i suoi parenti?

Sugawara Kanemochi, il figlio di Michizane.

Il mondo è piccolo alle volte, eh?

La carriera di Kanemochi era stata annientata dalla caduta di suo padre e, invece di diventare membro del Governo Centrale, il nostro era stato spedito a fare il funzionario di mezza tacca nel selvaggio Bandō. Kawajiri nota che Kanemochi arrivò in Hitachi quando ancora aveva la ventina. E’ probabile che, esiliato e senza amici, abbia stretto legami con la famiglia Fujiwara locale (quella di Haruaki, per cui Masakado ha marciato in Hitachi l’undicesimo mese del 940).

Secondo Kawajiri non è da escludere che l’autore dello Shōmonki abbia voluto qui puntare allusivamente il dito a Kanemochi, magari suggerendo che il nobile decaduto era il secondo complice di Masakado (il primo era il principe Okiyo).

Sarebbe un altro elemento a favore della teoria per cui l’episodio della veggente non è che un brano romanzato, frutto del pennello dell’autore.

Firday nota anche che il culto di Hachiman (protettore del lignaggio imperiale) non era ancora diffuso nell’Est ed era più una roba da gente della Capitale. Se davvero la messinscena ha avuto luogo, perché scegliere il nome di una divinità a stento conosciuta dal tuo pubblico?

Le stranezze narrate dallo Shōmonki non si fermano con l’ipotetica profetessa. Stando alla fonte, dopo l’oracolo la banda di Masakado avrebbe creato per lui il titolo di shinnō, “Nuovo Imperatore”.

Fermiamoci qui un momento.

Da quando lo Stato di Yamato comincia a strutturarsi nessuno, e ripeto nessuno, ha mai cercato di soppiantare l’Imperatore.

Mai.

La gente ha congiurato per scegliere il Principe di Sangue, ha deposto sovrani, ha fomentato liti di successione (tra le cause remote della Guerra di Genpei c’è una disputa di questo genere), Imperatori sono stati assassinati, o imprigionati, o presi in ostaggio.

Più tardi, l’istituzione shogunale ha usurpato il potere secolare degli Imperatori (lasciandogli quello spirituale e la legittimità ultima).

Ma nessuno, mai, ha cercato di soppiantare la Casa Imperiale.

Non importa se credi davvero che l’Imperatore sia divino o no, la Casa Imperiale deve restare.

Una delle ragioni di ciò è che essere Imperatore è una grandissima e cosmica rottura di coglioni. Come dio vivente, il sovrano ha una vita strettamente regolata da rituali e cerimonie (che includono, talvolta, starsene seduto digiuno e immobile per 12 ore, o altre robe buffe così).

In secondo luogo tutti avevano più o meno chiaro che, senza una Casa Imperiale come fonte di legittimità condivisa, il Paese sarebbe scoppiato in una guerra civile totale. Era nell’interesse di tutti mantenere un certo grado di ordine.

Diventare ministro o reggente è quindi molto più interessante, in quanto dà accesso al potere effettivo senza tirarsi dietro tutti il fardello religioso e senza distruggere il delicato equilibrio che teneva iniseme la società giapponese.

Se questa storia dello shinnō fosse vera, Masakado sarebbe l’unico esempio di usurpatore imperiale nella lunga storia di rivolte e rivoluzioni che hanno falcidiato il Giappone.

E’ la ragione per cui condivido la posizione della maggioranza degli storici nel dire che, probabilmente, ‘sta storia del Nuovo Imperatore è una bufalata a reazione.

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Un esempio di quanto faccia schifo la vita da Imperatore: Antoku, qui in braccio a sua nonna. Ma di lui parleremo nella serie su Genpei.

E’ possibile che questa storia sia pura e semplice propaganda della Corte. Dopotutto la Corte ha deciso di trattare con quel macellaio di Sumitomo e di combattere contro Masakado, un uomo che fino a poco prima era rimasto nei limiti della legge e aveva dato prova a più riprese di estrema buona volontà.

Come giustificare una scelta del genere se non argomentando che Masakado è in qualche modo peggio di Sumitomo? E visto che sono ribelli tutti e due, cosa c’è di peggio di un ribelle? Un ribelle blasfemo.

E’ anche possibile che si tratti di un caso di projection: Masakado inizia a mangiarsi territorio e ad ammassare eserciti nella regione del Bandō.

Sapete chi l’aveva fatto prima di lui?

L’imperatore Tenmu, quando ancora si chiamava Ōama ed era stato tagliato fuori dall’eredità imperiale. Tenmu fu uno dei più grandi imperatori della Storia. Non è da escludere che la rivolta di Masakado abbia destato reconditi ricordi nella testolona dei nobili della Capitale.

Infine può anche darsi che “nuovo imperatore” fosse un soprannome, un nomignolo affibbiato per scherzo o per adulazione dagli uomini di Masakado. Dopotutto il nostro non sarebbe il primo capo militare autocratico a dotarsi di un nomignolo (Attila, Piccolo Padre, gli esempi abbondano).

E’ un film più storicamente accurato di Vikings

Mentre è in Kōzuke, Masakado prende anche l’occasione di scrivere una lettera al suo ex-patrono, il Ministro degli Affari Supremi Fujiwara Tadahira (anche se alcuni ritengono che il messaggio sia per il figlio di Tadahira, Morouji).

La lettera è riportata per intero nello Shōmonki.

C’è molta discussione sulla veridicità di questo documento, ma, riassumendo l’annosa diatriba, è molto probabile che sia autentico.

Se lo è, si tratta dell’unico documento in cui Masakado ci parla. L’unica traccia sopravvissuta della sua “versione dei fatti”.

Oso rivolgermi a Voi.

Sono ormai molti anni che non posso valermi del Vostro consiglio. Desidero incontrarvi, ho urgenza di parlarvi. Ve ne sarò molto grato se vorrete accordarmi la vostra considerazione.

Anni fa fui convocato a seguito di una lettera di denuncia di Minamoto Mamoru e i suoi [acerrimi nemici di Masakado, sono loro a scatenare la prima ondata di ostilità, NdTenger]. Timoroso di questa convocazione, mi recai tosto alla Capitale, e appena arrivato ricevetti degli ordini e mi dissero:

“Masakado, hai già ricevuto molte benedizioni. Pertanto, abbiamo deciso di lasciarti tornare a casa.”

Sono tornato al mio villaggio natio senza por tempo in mezzo. In seguito, scordati i lontani fatti di guerra, ho tolto la corda al mio arco e ho vissuto in pace.

Tuttavia il vecchio vicegovernatore di Shimōsa, Taira no Yoshikane, mise insieme diverse migliaia di uomini e decise di attaccarmi. Non potendo voltar le spalle e fuggire, mi sono difeso. A causa di Yoshikane moltissime persone furono uccise, ferite o catturate. Ciò è stato riportato in dettaglio dalla lettera inviata all’amministrazione centrale dal governatore di Shimōsa.

La Corte inviò dunque alle diverse provincie l’ordine di perseguire Yoshikane e i suoi, ma finì lì. Nel frattempo arrivò un messaggero che mi comunicò che ero stato convocato di nuovo. Ciò mi riempì di inquietudine, e alla fine non andai alla Capitale. Spiegai in dettaglio la situazione all’inviato imperiale Anaho no Tomoyuki e la cosa morì lì.

Non stavamo ricevendo nessuna nuova dalla Capitale e io ero affranto e inquieto, quando, quest’estate, Taira no Sadamori in persona arrivò in Hitachi portando con sé un ordine imperiale dove venivo convocato. In seguito, i diversi governi provinciali mi mandarono le loro deposizioni ufficiali. Il suddetto Sadamori era sfuggito alla cattura e, senza farsi scovare, era tornato alla Capitale.

Vista la situazione, il Governo avrebbe dovuto arrestarlo e svolgere un’indagine completa sul suo conto. Ma al contrario gli fu concesso un ordine imperiale che gli dava ragione. Ditemi se questi non sono tradimento e menzogne!

Non solo, il Terzo Controllore della Destra, Minamoto no Sukemoto no Ason, mi portò una lettera con ordini e istruzioni in cui era scritto:

“A seguito della lettera di denuncia del precedente vicegovernatore di Musashi, Tsunemoto, è stata decisa una seconda convocazione per poter indagare sulle colpe di Masakado.”

Mentre aspettavo l’arrivo degli inviati imperiali, Tamenori, il figlio del vicegovernatore di Hitachi Fujiwara no Korechika no Ason, abusava senza vergogna della propria autorità e si divertiva a calunniare il prossimo. A seguito delle lamentele di uno dei miei guerrieri, Fujiwara no Haruaki, mi recai in Hitachi per approfondire questa faccenda.

Nel frattempo Tamenori e Sadamori, agendo di concerto e alla testa di più di 3000 guerrieri d’élite, requisirono arbitrariamente le lame e le armi delle armerie, piantarono i mantelletti e mi sfidarono in combattimento.

A quel punto, dopo aver ravvivato il morale dei miei guerrieri e dei miei soldati, ho annientato l’esercito di Tamenori.

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Mi spiace, temo di aver spianato il tuo esercito in meno di niente.

Non so quanta gente sia morta in quel frangente o durante l’occupazione della provincia. Non occorre dirlo: molti sopravvissuti furono catturati e decapitati da me.

Il vicegovernatore Korechika finì per scrivere una confessione dacché, non avendo saputo dare un’educazione a suo figlio, la cosa era degenerata in rivolta armata.

Anche se non era mia intenzione in principio, ho rovesciato la provincia. La punizione non sarebbe stata leggera, ma sarebbe stata la stessa per aver preso una o cento provincie.

Mentre continuavo a interpellare la Corte, ho finito per catturare tutte le provincie del Bandō.

Ho preso la libertà di considerare il mio lignaggio e, alla fine, sono un discendente alla quinta generazione dell’Imperatore Kashihabara [Kanmu, NdTenger]. Se dovessi conquistare metà del Paese, non si direbbe forse che era nel mio destino ?

In tutti i documenti storici ci sono storie di uomini che hanno preso il Mondo grazie alla forza delle armi. Già il Cielo mi ha accordato il dono dell’abilità militare. Considerato ciò, chi dei miei pari potrebbe mai essermi eguale?

E nonostante tutto la Corte, invece di ricompensarmi, continua a mandarmi lettere di rimproveri. Riflettendo sulla mia vita, ciò mi dà molte ragioni di provar vergogna. Bell’onore mi son guadagnato…

Se poteste dedicare un pensiero a questa mia situazione, ne sarei molto felice.

Ormai sono passati decenni da quando, al tempo della mia giovinezza, servii la casa dell’augusto sire il gran Ministro. Tutte queste cose sono successe e non ho pensato che era un periodo in cui eravate Reggente e Ministro del Paese. Mi dispiace, le parole mi mancano.

Anche se può sembrare che mi stia preparando a conquistare il Paese, come potrei mai dimenticare Voi, il mio vecchio patrono. Se voleste tener ciò in considerazione, ne sarei felice. Questo soltanto mi preme davvero tra le mie diecimila preoccupazioni.

Masakado scrisse col più gran rispetto,

Secondo anno dell’era Tengyō, dodicesimo mese, quindicesimo giorno.

La lettera è… interessante.

Nel lungo papello Masakado esprime tutta la propria frustrazione. “Non ho fatto che difendermi, sono venuto alla Capitale, mi avete rimandato a casa ma poi continuate a tenermi questa storia sul collo!”

Passa alla sua versione dei fatti, al profondo senso di tradimento da parte della Corte: “Sapete dove ve le dovete infilare le vostre convocazioni ufficiali?”

Procede con velate minacce, nota che potrebbe, in teoria, mangiarsi un pezzo dell’Impero: “Ho un esercito e un’ascendenza imperiale, e non ho paura di usarli!”

Allo stesso tempo il nostro non manca mai di rispetto a Tadahira, anzi, gli chiede scusa: “tutto ‘sto casino proprio quando sei ministro, mannaggia!”

Masakado non si mostra mai ostile verso il suo ex patrono, anzi. Gli chiede perdono, aiuto e consiglio. Il tutto mentre si mangia le provincie dell’Est una dopo l’altra, manco non l’avesse fatto apposta.

Nel messaggio Masakado dichiara senza mezzi termini di voler parlare con Tadahira e di essere disponibile a seguire il suo consiglio. Questo lascia supporre che lo scopo della lettera fosse sì minacciare l’aristocrazia, ma lasciando intendere che era disposto a trattare.

Scrivere a Tadahira è un palese tentativo, dalla parte di Masakado, di aprire un canale di comunicazione con la Corte.

E qui arriviamo allo scopo finale dell’intera faccenda.

Per alcuni Masakado è semplicemente un capo ribelle che ha deciso di mangiarsi un pezzo d’Impero.

Dissento. Secondo me lo scopo di Masakado quando si è preso all’anima di papparsi l’intero Bandō era quello di diventare una minaccia tale da costringere la Corte a trattare.

Mettetevi nei suoi panni: da anni Masakado ha dovuto fare i conti con attentati alla sua vita e alle sue terre, ha cercato di ragionare, ha cercato di difendersi, ha cercato l’intervento delle autorità competenti, e niente ha mai funzionato.

E’ mia ferma opinione che con la rivolta Masakado volesse prendere di forza ciò che la Corte gli ha negato finora: riconoscimento e protezione. C’è chi per farsi sentire prende in ostaggio il telecomando, Masakado ha preso in ostaggio una regione. Non vuole restare come capo indipendente, vuole che il suo valore e la sua posizione siano riconosciuti.

Questa è ovviamente la mia conclusione: non per forza ho ragione.

Quale che fosse il recondito disegno di Masakado, a Kōzuke il nostro procede a nominare funzionari responsabili per le provincie di Shimotsuke, Kōzuke, Hitachi, Shimōsa, ma anche Awa, Kazusa, Sagami e Izu.

Izu non fa tradizionalmente parte del Bandō, ma un anno prima uno dei fratelli di Masakado aveva fomentato qui una rivolta, che a questo punto viene inglobata nella più grande presa dellì’Est, perché in guerra e in cucina tutto fa brodo.

E Musashi?

Non compare nello Shōmonki a questo punto, ma compare nei decreti sulla rivolta, il che lascia supporre che Masakado l’abbia messa sotto il suo diretto controllo.

Non che il nostro abbia abbandonato la sua dolce Shimōsa, al contrario! Stando allo Shōmonki e al Fusō ryakkki, il nostro decide di costruire una sua “capitale” qui, nella sua prediletta base di Iwai.

Masakado procede poi, secondo lo Shōmonki, a nominare tutti i membri del governo in una replica dell’organigramma della Corte: consiglieri, auditori, Ministri della Sinistra e della Destra, ecc. Per ultimo, nomina un Dottore del Calendario.

Chi è un Dottore del Calendario? E’ il tizio che fa gli oroscopi e che stabilisce quali giorni si può fare cosa.

Questa carica, a Corte, era la carica cardinale. Nessuno faceva niente senza consultare prima un astrologo esperto.

Come fa notare Fukuda, il Dottore del Calendario sarebbe stato il primo funzionario nominato da qualcuno che ha l’intenzione di ricreare una copia della Corte di Heian. Senza di lui non si organizza nulla, e la sua presenza è indispensabile a legittimare gli atti.

Come mai qui è buttato lì alla fine, come a tappare una dimenticanza?

Non si può scusare la cosa con “magari nell’Est non sapevano ‘sta faccenda degli oroscopi”: Okiyo è un principe imperiale e Masakado ha servito alla Capitale da giovane.

E’ possibile che non abbiano trovato nessuno con il giusto curriculum in tempo, o è possibile che si tratti dell’ennesima interpolazione apocrifa volta a dimostrare l’illegittimità simbolica delle decisioni prese in Kōzuke.

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E il resto della campagna militare per prendere il Bandō?

Non c’è nessuna campagna militare.

Mentre Masakado è a Kōzuke, i funzionari delle restanti provincie abbandonano sigilli, registri e mutande sgommate e ritornano alla Capitale con le sottane in mano. A Masakado non resta che finire il tour del ribaltone, installare i nuovi collaboratori e poi tornare in Shimōsa.

Qui il nostro si prepara a resistere alla contro-rivolta, la spedizione armata che di certo gli toccherà combattere.

E’ da notare che, a parte l’occupazione militare e l’insediamento di nuovi funzionari, Masakado non prende altre disposizioni. Non c’è nessuna riforma creativa del sistema di governo, nessun ragionamento approfondito su come l’autorità funzioni o come la si possa manipolare.

Con tutta la morte e la distruzione, con tutta la mirabolante impresa militare, non c’è mai una rimessa in causa dello status quo.

Quella di Masakado è una rivolta, non una rivoluzione.

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La rivolta di Masakado, di Kato Toshiro

Bisognerà aspettare un paio di secoli prima che qualcuno si ponga seriamente il problema di una forma di autorità diversa da quella Imperiale tradizionale. Bisognerà aspettare l’arrivo della power couple del millennio: Minamoto Yoritomo e Hōjō Masako.

Nel suo piccolo, Masakado ha dimostrato quanto labile sia il controllo reale dell’aristocrazia sulla regione che, ricordiamolo, è il cuore pulsante del potere militare giapponese.

Ma che dire del controllo di Masakado? Cosa ci vorrà per scalzare il miglior capobanda dell’Est?

Ci vorrà un bandito e una folata di vento favorevole. Perché come sa chi studia Storia Militare: tutti i piani del mondo non valgono una genuina botta di culo.

MUSICA!


Puntate precedenti

Prima puntata

Seconda puntata

Terza puntata

Quarta puntata

Quinta puntata

Interludio

Sesta puntata


Bibliografia

YANASE Kiyoshi, YASHIRO Kazuo, MATSUBAYASHI Yasuaki, SHIDA Itaru, INUI Yoshihira,Shōmonki, Mutsu waki, Hōgen monogatari, Heiji monogatari, Shōgakukan, Tōkyō, 2002, p.7-130

FUJIWARA Tadahira, Teishin kōki (Notes journalières de l’ère Teishin), Iwanami shōten, Tōkyō, 1956

KAWAJIRI Akio, Shōmonki wo yomu (Lire le Shōmonki), Tōkyō, Yoshikawa Kōbunkan, 2009

KAWAJIRI Akio, Taira Masakado no ran (La révolte de Taira Masakado), Tōkyō, Yoshikawa Kōbunkan, 2007

KAWAJIRI Akio, Yuregoku kizoku shakai (Une société aristocratique tremblante), Shōgakukan, Tōkyō, 2008; L’ère des zuryō

KITAYAMA Shigeo, Ōchi seiji shiron (Essai historique sur la politique de la Cour), Iwanami shōten, Tōkyō, 1970

In lingua occidentale

HERAIL Francine, La Cour et l’administration du Japon à l’époque de Heian, Genève, DROZ, 2006

HERAIL Francine, La Cour du Japon à l’époque de Heian, Hacette, Paris, 1995

HERAIL Francine, Gouverneurs de provinces et guerriers dans Les Histoire qui sont maintenant du passé, Institut des Hautes Etudes Japonaises, Paris, 2004

HERAIL, Francine, Aide-mémoire pour servir à l’étude de l’Histoire du Japon des origines à 1854, lieu de publication inconnu, date de publication inconnue

HALL John Whitney , Government and Local Power in Japan, 500 to 1700, Center for Japanese Studies Univesity of Michigan, 1999,

RABINOVITCH Judith N., Shōmonki, The story of Masakado’s Rebellion, Tōkyō, Monumenta Nipponica, Sophia University, 1986

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PIGEOT Jacqueline, Femmes galantes et femmes artistes dans le Japon ancien, Gallimard, 2003, Paris

Welcome to the Great War, quando la divulgazione è fatta bene

Lo scopo di questo blog è sempre stato duplice: la lagna e la divulgazione.

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Da un lato serve a esternare tutto ciò che mi fa salire il nervoso (articoli scritti col culo, film di merda, la lista è lunga!), da un lato serve a raccontare in modo fruibile e (si spera) on troppo sfrangiamaroni fatti storici.

Il problema della Storia è che, pur essendo importantissima da mille punti di vista, può essere un pochettino difficile di accesso. Anche per qualcuno come me che sta buttando gli anni migliori della propria vita lavorando ad una carriera nel campo è impossibile conoscerne ogni aspetto. Ci sono migliaia di studi e saggi e dibattiti esaustivi là fuori, ognuno dei quali aiuta ad approfondire la nostra conoscenza dell’Uomo e delle società, ognuno dei quali ci rende meno vulnerabili alla manipolazione della propaganda (che AMA pescare ad glandus segugi dalla Storia!). Ma non possiamo star dietro a tutto e, nonostante la specializzazione sia fortemente sconsigliata nel mio campo, uno deve bene o male fare una scala delle priorità.

Stesso vale per la gente normale là fuori, che non ha necessariamente il tempo o la forza di sbattersi a leggere tonnellate di pagine sulla nascita del mercato monetario, sull’emancipazione femminile o sulla diffusione del bronzo nel continente eurasiatico.

Pertanto è sempre bello quando qualcuno indovina un metodo fruibile, interessante e corretto di divulgazione, che permetta alla persona lamba di dotarsi di una spolverata di conoscenza senza per forza passare le domeniche in biblioteca.

Pagine come War History Online o The Vintage News svolgono ad esempio un ruolo del genere, presentando articoli molto brevi su argomenti assortiti. Spesso la loro roba può essere poco esaustiva o un pizzico superficiale, ma lo scopo non è trattare a fondo un argomento, è darne una sommaria panoramica e magari incoraggiare il lettore a proseguire le ricerche.

Un altro medium molto importante di diffusione è Youtube. E’ un medium che io amo particolarmente perché lascia la libertà al fruitore di fare altre cose nel frattempo. Quando preparo la cena o quando ho episodi maniacali e mi metto a catalogare matite secondo la lunghezza e la marca, non c’è niente di meglio che una buona lezioncina di Storia in sottofondo!

Molti conosceranno l’ottimo canale di Metatron, i video di Schola gladiatoria, o la roba di Lindybeige (che di solito mi piace molto e poi ogni tanto mi tira fuori delle stronzate da schiaffi in viso, ma bon).

Oggi vorrei parlare dello splendido lavoro fatto da Indiana Neidell, Toni Steller e Florian Wittig.

The Great War, ovvero Indy Neidell e la Storia a piccole dosi

Chi è Indiana Neidell, il principale autore di questa gemma?

Una delle mie cotte platoniche, ma non divaghiamo.

L’omonimo del Professor Jones (altra mia cotta non tanto platonica) è un Hustoniano che ha studiato Storia alla Wasleyan University in Connecticut.

Nella primavera del 2014, con il centenario della Prima Guerra Mondiale che incombeva, Neidell ha incrociato la strada di Spartacus Olsson, un simpatico svedese poliglotta cofondatore e attuale presidente di Mediakraft Network.

Cos’è Mediakraft Network?

Un network (duh!) di canali Youtube (principalmente in lingua tedesca) con base a Monaco. Mediakraft è relativamente giovane, essendo stata fondata nel 2011, ma già dal 2014 può vantare 130 impiegati fissi e un capitale d’investimento di 16 milionazzi.

Neidell e Olsson sono venuti fuori con un’idea figa abbelva da proporre a questi rampanti markettari: un documentario “in real time”!

In altre parole, un documentario a puntate che, invece di riassumere il fenomeno in un unico episodio, ne segue passo passo il divenire.

E così nasce The Great War, una serie di video (in inglese, ma con sottotitoli per i diversamente anglofoni) che coprono, settimana per settimana, gli avvenimenti e l’evoluzione della Grande Guerra.

Spesso mi sentite soppesare i lati positivi e negativi, o cercare il difetto, o lagnarmi delle imperfezioni.

Non qui.

The Great War è una serie bella da strapparsi le mutande dall’entusiasmo e basta.

Un giovane ufficiale dell’Impero Intergalattico appostato in un POA a bordo della HMAS Encounter sorveglia gli Oomani

Ma andiamo con ordine.

In principio il documentario doveva coprire per intero la Guerra ed essere pubblicato online in diverse lingue, tra cui Polacco e Turco. Purtroppo non ebbe un seguito sufficiente per Mediakraft, che lo mollò nell’agosto del 2015.

Ma Indy e Spartacus non si dettero per vinti e, con determinazione da canadesi alla seconda battaglia di Ypres, portarono avanti il canale inglese via crowfunding, merchandising e vendite sponsorizzate su Amazon.

Sono qui per masticare gomme e fare divulgazione. E ho finito le gomme.

Nel 2016, con l’uscita del gioco Battlefield 1 (a cui Neidell ha pure collaborato), la Grande Guerra ritornò alla ribalta e il canale vide un aumento sensibile di iscritti.

Ora come ora, a pochi mesi dalla fine della serie (spoiler, novembre 2018), il canale Youtube conta quasi 900.000 iscritti e pochi giorni fa Neidell e soci hanno potuto filmare in situ al Museo dei Tank di Bournemouth.

Neidell è il principale autore della serie e il narratore. Il nostro offre episodi densi di informazioni, chiari e di facile fruizione, il tutto con rigorosi riferimenti bibliografici per i feticisti come la sottoscritta. Il suo entusiasmo e la sua passione per l’argomento sono palpabibili, e Neidell riesce a giostrare un ottimo ritmo narrativo con una mole enorme di dati e notizie.

Ogni puntata ci tiene al corrente dello sviluppo generale della Guerra, delle battaglie principali, ma prende anche il tempo di guardare il dettaglio, l’esperienza del singolo, con aneddoti , articoli di giornale del periodo, lettere o diari. Con Neidell, lo spettatore impara cos’è successo senza perdere la dimensione umana. In ogni puntata vediamo la Grande Guerra di Nazioni contro Imperi, e la piccola ma gigantesca guerra del soldato contro la mitragliatrice, contro il gas, o contro il freddo e la fame.

Per non sforare il format di puntate brevi (una decina di minuti), il nostro e il suo team hanno anche messo insieme una serie di approfondimenti su tecnologia, tattiche, personalità, arte dalle trincee, propaganda, ecc. Lo spettatore può limitarsi a seguire lo sviluppo della Guerra, approfondire l’aviazione, ascoltare uno speciale sulla poesia nelle trincee, o anche solo seguire il gruppo di allegri divulgatori nelle loro gite in situ. Gli spettatori possono anche inviare domande e dubbi, oltre che partecipare alla crescente comunità online.

Che altro chiedere?

Raccontare Gallipoli: lo stai facendo bene

I video sono arricchiti da mappe, animazioni e filmati d’epoca. Questi ultimi sono in buona parte ripresi dal colossale archivio British Pathé, un database contenente circa 85.000 documenti audiovisivi d’epoca, registrati da Pathé News tra il 1910 e il 1970.

Insomma, i video di Indy sono interessanti da ascoltare e da vedere e offrono un resoconto dettagliato, ragionato e approfondito di una delle guerre più assurde e più devastanti della Storia occidentale

I heard that it started because a bloke called Archie Duke shot an ostrich ‘cause he was hungry (cit.)

Ma non finisce qui!

Neidell e Olsson hanno messo su un altro canale: TimeGhost, dove contano continuare il concetto di “in real time documentary”.

Già sono disponibili i video della serie Between two wars in preparazione del prossimo grande progetto: un documentario in real time sulla Seconda Guerra Mondiale!

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Gente come Indy Neidell e i suoi collaboratori sono i miei personali eroi. Fanno cose utilissime in modo ottimo e fruibile. Darei un braccio per essere in grado di gestire un progetto di quelle dimensioni con altrettanta competenza, energia e dedizione.

The Great War è una serie bellissima e ho piena fiducia nei sequels che ne verranno.

Quindi andatevela a vedere, supportate il progetto, condividete i loro contenuti!

Viviamo in un periodo dove “giornalisti” scrivono puttanate senza fondamento infilandosi una penna nel culo e scorreggiando, in cui politici di rilievo sblaterano propaganda senza il minimo appiglio nel reale, in cui bufalate indegne sono condivise decine di migliaia di volte.

Iniziative come quelle di Neidell e Olsson sono un piccolo antidoto a questo merdaio di post-verità vomitata sui social.

Coltiviamo ciò che di buono ci porta l’internet!

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MUSICA!


 

La pagina Facebook di The Great War

La pagina wiki di The Great War (la serie)

Il negozio di The Great War

La pagina Patreon di The Great War

Il canale Youtube TimeGhost

La pagina Wiki di Indy Neidell

La pagina Imdb di Olsson

The Handmaid’s Tale: m’è garbato ma c’ho da ridire lo stesso

Nei mesi in cui sono stata fantasma, pare che un paio di persone abbiano effettivamente sentito la mancanza del blog.

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Eh, non me lo spiego nemmeno io, ma il mondo è bello perché è vario.

Quindi mi accingo a punire costoro con ciò che meritano: la mia indispensabile opinione su robe che passano in TV!

The Handmaid’s tale – la serie

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Un briciolo di contesto

The Handmaid’s tale, tradotto in italiano con La storia dell’ancella, è una serie uscita su Hulu, tratta dall’omonimo libro di Margaret Atwood.

Uscito nel 1985, The Handmaid’s tale è un romanzo distopico che esplora le conseguenze del potere volto a preservare se stesso . L’elemento portato alle estreme conseguenze qui è il potere patriarcale, in particolare il patriarcato di stampo fondamentalista cristiano.

In un futuro non troppo remoto, la fertilità degli esseri umani crolla. Un attentato terroristico spaccia la gran parte del parlamento statunitense e un gruppo fondamentalista chiamato Sons of Jacob prende il controllo del paese. Ribattezzati Gilead, gli Stati Uniti vengono trasformati in una dittatura puritana.

Le donne sono quelle che perdono più diritti sotto il nuovo regime: non possono più scegliere, divorziare, abortire, possedere beni o anche solo leggere. Le loro funzioni sono strettamente limitate. Le Wives sono le mogli dell’élite, amministrano le loro case e vestono in blu. Le Marthas sono domestiche e vestono in verde. Le Econowives vestono abiti a strisce colorate ed esercitano tutti i compiti muliebri per le classi subalterne, a cui sono assegnate come ricompensa.

Una branca a parte è dedicata alle donne fertili ma immorali (donne che sono state promiscue, divorziate o che hanno tenuto altri comportamenti poco biblici), che sono ridotte in schiavitù e costrette a concepire figli per l’élite. Queste sono le ancelle: vestono in rosso e sono assegnate alle famiglie dei Comandanti. Una volta al mese il marito stupra l’ancella in un balordo rituale in cui la moglie regge ferma la disgraziata.

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Nell’eventuale necessità di un atto sessuale, è necessario fare in modo che nessuno si diverta!

Una volta sgravato il pargolo, l’ancella lo allatta fino allo svezzamento e poi passa a una nuova famiglia. In tutto ciò, le ancelle prendono il nome del proprietario di turno (tipo Offred, impiegata da Fred Waterford, “of Fred”) e sono controllate e indottrinate da delle “zie” (Aunts), che vestono marrone e si preoccupano di applicare le draconiane leggi di Gilead.

Nel libro, un’ancella di nome Offred racconta via delle cassette la propria vita, com’era prima del colpo di stato, l’indottrinamento, e infine la sua esistenza in Gilead. Attraverso il punto di vista di Offred, possiamo esplorare le contraddizioni, l’ipocrisia e la crudeltà insita dell’ideologia patriarcale, come anche i metodi repressivi e propagandistici usati dai dirigenti per mantenere il controllo sulla popolazione.

La serie

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Parte del successo della serie è PROBABILMENTE legato al clima politico in America

La prima serie di The Handmaid’s tale ha aperto col botto nell’aprile del 2017 e ha ricevuto applausi pressoché universali, portandosi a casa un sacco di premi, tra cui diversi Emmys e un Golden Globe per miglior serie tv nella categoria drammatica.

Prova del famoso complotto nazifemminista volto a sterminare i maschi vincendo premi tv, ovviamente.

Anche il pubblico però sembra aver apprezzato, con un 95% Su Rotten Tomatoes.

Una serie acclamata dai critici, diretta in buona parte da donne e con sottotono femminista. Ma vi pare che non la guardavo?

Prima di cominciare è opportuno specificare: ho letto molto a proposito questo libro, ma non ho letto ancora il libro stesso, quindi il mio commento porta soprattutto sulla serie tv.

Serie tv su cui, ovviamente, ho da ridire.

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We are not amused

Il primo problema che ho con la serie (e col libro, di conserva) è la faccenda del calo della natalità.

All’interno del genere distopico, l’improvviso crollo della fertilità è ricorrente, ne sono un esempio storie come When she woke o The children of Men. L’idea che la razza umana appassisca lentamente è piuttosto attraente per la sottoscritta, ma al di là della sete di estinzione della Tenger, questo elemento è strutturalmente problematico qui.

L’infertilità generale è uno degli elementi decisivi nella genesi di Gilead (la sopravvivenza dell’Umanità è in gioco!) e nella vita dei personaggi (un personaggio commette un “reato” punibile con la morte, ma essendo una donna fertile viene risparmiata).

Ora, una distopia è un esercizio nel portare alle estreme conseguenze elementi reali. In altre parole, è un “avvertimento” contro cose che esistono. Per esempio, il pensiero unico e la sorveglianza capillare insiti nel regime comunista russo sono ciò che ha favorito l’ascesa e il mantenimento dello stalinismo, ed è pertanto normale che giochino un ruolo così prominente in 1984.

La misoginia e il patriarcato hanno molto poco a che vedere con un catastrofico calo delle nascite. Il trattare le donne come incubatrici che cucinano e stirano è una costante di tantissime culture, a prescindere dal numero di pargoli per famiglia.

E’ vero che il tasso di fertilità mondiale è calato. Ciononostante il problema principale di oggigiorno non è una carenza in gristiani. Con tutto il calo di natalità, abbiamo comunque un surplus di umani rispetto alle risorse (anche a causa di sfruttamento predatorio, Cambiamento Climatico, ecc.).

Una brutta persona potrebbe dire addirittura che il tasso di natalità ha raggiunto un livello ottimale, è la mortalità che è troppo scarsa, ma non divaghiamo.Risultati immagini per blackadder death meme

Un’altra celebre opera che studia gli effetti del potere assoluto sugli oppressi

Il punto è, oggi e ora misoginia e narrativa patriarcale sono reali, e sono quelli che la Atwood prende di mira nel suo libro. Però non dipendono da una scarsa fertilità.  Un esempio sono appunto gli Stati Uniti, in cui il tasso di natalità è rimasto pressoché stabile dal  1990 in poi  (e che quando la Atwood scrisse il libro era perfino in leggera rimonta). Nonostante ciò hanno un Presidente che pare l’incarnazione di una barzelletta sessista pronunciata in un singolo rutto in un bordello livornese. Nonostante ciò ci sono persone come Kevin Williams che sostengono che l’aborto dovrebbe essere punito con l’impiccagione.

E’ vero che la stagnazione demografica viene usata come scusa per spingere quella porcheria immonda della propaganda pro-life. Se la catastrofe demografica fosse stata una scusa usata dai Sons of Jecob, avrebbe potuto funzionare. Ma no, è reale, non nascono più figlioli.

In altre parole, una piaga di infertilità fulminante non è un elemento reale, non ha avuto un ruolo strutturale nell’evoluzione e mantenimento del patriarcato. Pare che sia inserita qui meramente come elemento scatenante per la trama.

Aggiungere un elemento alieno come questo inficia un po’ l’analisi sociale.

Da un punto di vista puramente narrativo, offre vantaggi e svantaggi.

Un vantaggio è che il regime oppressivo è una risposta a una minaccia reale e pressante. Può essere una risposta sbagliata, ma un qualche tipo di azione drastica è percepita come necessaria e urgente davanti a qualcosa che minaccia la specie.

Da un punto di vista speculativo, questo è problematico perché la misoginia non è una risposta a una catastrofe urgente, non è necessaria e non è nemmeno costruttiva. Gli evangelisti americani non vogliono vietare l’aborto per risolvere un qualche problema reale: lo vogliono vietare perché sono delle sottomerde (semplificando). Il loro “problema reale” non è che l’umanità è in pericolo, è che le donne possono scegliere cosa fare coi loro corpi (ovvove e vaccapviccio!).

Sul piano puramente narrativo, questo fa dei Sons of Jacob gente pazza e pericolosa, ma mossa da buone intenzioni che sono giustificate da un reale pericolo. Aumenta il conflitto (gli antagoniti non sono cattivi per il gusto della cattiveria).

Di contro, introduce un secondo problema, comune in questo genere di film, che a me piace chiamare “e quindi ora?”.

Prendiamo l’esempio di What happened to Monday?: c’è un problema di sovrappopolazione e il governo adotta SoluzioneBruttaRandom. La SoluzioneBruttaRandom è sbagliata e cattiva e viene nullificata dall’eroico sforzo dei protagonisti.

Ok, e quindi ora?

Il problema che ha portato all’adozione di SoluzioneBruttaRandom è ancora presente. Le opzioni sono due: o gli eroi propongono una SoluzioneBuonaRandom, o si stabilisce che l’estinzione di massa è la scelta più etica.

In The Handmaid’s tale c’è lo stesso problema. Sappiamo che solo Gilead ha imposto il sistema delle ancelle. Il Messico non si sa che fa, ma è detto chiaro che non sta funzionando. In Canada la gente sta meglio e non ci sono ancelle ma non è spiegato che cosa si siano inventati per ovviare alla denatalità.

Non sarebbe troppo male se non fosse che questo aspetto (fondamentale nella storia) non viene mai affrontato.

Ridurre la gente in schiavitù e stuprarla è sbagliato. Ok, e quindi ora?

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In una scena Offred affronta una diplomatica messicana, venuta per trattare un qualche tipo di “importazione di ancelle” verso il Messico. Offred fa notare il piccolissimo dettaglio che si tratta di schiavitù, stupro e repressione. L’ambasciatrice le risponde “eh sì, brutta cosa, ma da noi non nascono marmocchi da 6 anni e non sappiamo che altro fare”.

Ergo la soluzione del Canada per qualche ragione non è applicabile in Messico.

E quindi ora?

In un’altra scena Offred e il Comandante parlano del “prima e dopo Gilead”. Mentre il Comandante offre collaudati argomenti da evangelista scoppiato (le donne sono più felici ora che possono realizzare il loro “destino biologico” di uteri ambulanti, prima erano comunque oggettivizzate dal consumismo edonista, ecc.), il fatto che la razza umana sia sull’orlo dell’estinzione non viene nemmeno sfiorato.

La sterilità dilagante, ancorché verosimile, viene usata meramente per spingere la trama a pedate. Potrebbe arricchire il conflitto, ma no, come in What happened to Monday? restiamo a chiederci “ok, quello che fanno in Gilead è sbagliato, e quindi ora?”.

Il secondo punto che mi crea problema è la protagonista: June/Offred.

In buona parte ciò dipende dal tipo di romanzo da cui è tratta la serie.

L’interesse principale della letteratura distopica è la speculazione: si tratta (in teoria) dell’analisi di un meccanismo reale e di come questo può danneggiare l’umanità se lasciato senza controllo.

Il romanzo distopico pone l’accento sul contesto più che non sui personaggi. Il protagonista spesso è il più  normale possibile, perché lo scopo è esplorare l’effetto che il potere ha sull’essere umano qualsiasi.

Winston Smith è una persona normale che cerca di ribellarsi come può. Se fosse un genio del computer capace di hackerare i teleschermi e mandare in crush il Big Brother, il romanzo sarebbe del tutto differente. Sarebbe magari un romanzo d’azione, ma la sottile analisi dell’effetto della dittatura sulla persona qualsiasi sarebbe in buona parte persa.

Il film Running man è divertentissimo. Ma la fine analisi sociale finisce sullo sfondo quando The Governator in tony sgargiante corre in giro cazzottando gente e snocciolando battutacce di pessimo gusto.

Insomma, in un romanzo distopico, il protagonista è spesso poco attivo, qualcuno che cerca di sopravvivere ed opporsi con mezzi molto limitati.

Questo funziona bene in un romanzo, o in un film, ma in una serie di 10 puntate da un’ora?

Quelle puntate vanno riempite, e non possono essere riempite solo da gente che si fa pestare.

Offred è un personaggio spesso molto passivo.

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Ovviamente non succede

Intendiamoci: è verosimile che lo sia. La maggioranza della gente al suo posto lo sarebbe. Ma per un format di 10 ore, questo è un problema.

Nel libro, Offred registra i propri pensieri e la propria storia. Ciò è di per sé un atto rivoluzionario. E’ una donna che trova il modo di conservare la propria individualità in un mondo che le ha tolto i mezzi, la famiglia, il lavoro, la libertà e anche il nome. In un mondo che vuole annullarla come persona, Offred trova il modo di “preservarsi”, anche a rischio di brutali punizioni.

Nella serie, Offred non registra niente, abbiamo la sua voce narrante e basta. Questo la rende più passiva della sua controparte letteraria.

Aiuta il fatto che l’attrice che la interpreta è Elisabeth Moss, che è bravissima. Doppiamente bravissima, conto tenuto che recita la parte di una donna che, nel 99% dei casi, non può mostrare le proprie emozioni, deve abbassare al testa e inghiottire le parole.

Purtroppo resta il fatto che la nostra subisce per la stragrande maggioranza del tempo. Di nuovo: verosimile, ma non molto compelling per 10 ore di visione.

Ci sono momenti in cui la nostra fa cose. Ad esempio nasconde un pacchetto di lettere di ancelle per conto della resistenza. Purtroppo queste lettere giocano un ruolo molto marginale nella prima serie e un ruolo cretino e basta nella seconda. L’impressione è che ‘sto benedetto pacchetto sia stato tirato nella storia non per arricchire il contesto, l’analisi o la vicenda, ma per dare a Offred qualcosa da fare.

In un paio di casi la serie pare non rendersi nemmeno conto della passività di Offred.

C’è un cliché inaffondabile, che è quello del protagonista che marcia deciso verso la telecamera alla testa della squadra, di solito in slow motion. E’ un sotterfugio trito e ritrito ma a cui siamo affezionati, e che di solito viene usato dopo che il personaggio ha compiuto un qualche tipo di atto simbolico (magari ha fatto esplodere qualcosa).

Offred per qualche ragione si cucca due camminate in slow motion, nessuna delle due davvero giustificata.

Nel quarto episodio Offred scopre un messaggio lasciato dalla disgraziata prima di lei. Il messaggio la incoraggia a non arrendersi e ciò è inframezzato da flashbacks in cui le altre ancelle danno prova di solidarietà verso una June ferita e invalida. Tutto si conclude su note ottimiste, una camminata in slow mo e Offred che chiacchiera di come sono ancelle, e hanno una divisa, e non si faranno macinare dai padroni!

Ok, quindi questo episodio sprona Offred a prendere in pugno la situazione, magari convince le altre ancelle a scioperare, o ribellarsi, o assassinare tutti nel sonno in una catarsi di sangue e fuoco!

No, nell’episodio 5 Offred è punto e da capo.

Il messaggio che la rincuora ha senso se presentato per ciò che è: un piccolo gesto che aiuta questa disgraziata a sopportare la propria situazione ancora un po’.

Invece no, camminata lenta, note pimpanti di piano, mo’ ve se famo un culo così, e un niente di fatto.

La seconda volta è ancora peggiore. Senza troppi spoilers, nell’ultimo episodio Offred e le altre si trovano a dover lapidare una di loro. Una delle ancelle, Offglen, si oppone. E’ l’unica ad osare e viene brutalmente picchiata e trascinata via.

Ma questo sprona Offred, che lascia cadere il sasso e se ne va, seguita dalle altre, mentre Aunt Lydia urla che ci saranno conseguenze. Camminata in slow mo e passo coordinato, mo ve se famo il culo 2 il ritorno!

Cosa fanno?

Niente.

Ritornano ordinatamente ognuna a casa sua in attesa della mannaia, ma con la camminata tosta davanti alla telecamera che fa sempre figo.

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Non dico che non sia un atto di eccezionale coraggio rifiutarsi in una situazione del genere, ma boh, la camminata stile Deadpool mi pare molto fuori luogo. Anche contando che non è stata nemmeno Offred la prima a fronteggiare l’autorità. Offglen è stata la prima a rifiutarsi e l’unica a soffrire una punizione immediata. Dovrebbe essere lei a cuccarsi la camminata figa, no? Mah.

Offred resta un personaggio passabile, verso cui è facile provare empatia. La sua passività è verosimile e giustificata dal contesto. Uno però si chiede se non fosse meglio, per una serie a puntate, seguire un personaggio in una posizione diversa che sia quindi più attivo. Perché i personaggi attivi ed affascinanti certo non mancano, e sono uno dei grandi pregi di questa serie!

Prendiamo la prima Offglen/Emily: è un ex-professoressa universitaria, lesbica, sposata e con un figlio. Dopo aver perso la famiglia ed essere finita in schiavitù, Emily collabora con la resistenza. Allaccia una relazione con una Martha. Viene arrestata. Uccide un guardiano. Insomma, è una donna che non ha niente da perdere ed è disposta a qualsiasi cosa pur di resistere.

La seconda Offglen è contenta di essere un’ancella. Era poverissima prima di Gilead, e costretta a prostituirsi per miseria. Ora è mantenuta in una casa da gente che, tutto sommato, la tratta bene. Le basta, le va bene così. Ma quando le impongono di far del male a un’altra ancella si rifiuta, perché è comunque una persona empatica e di fegato.

Moira riesce a scappare dal centro di detenzione e indottrinamento, ma viene ricatturata e costretta a scegliere tra una vita di stenti in una colonia contaminata e una vita di stenti (ma con la droga) in un bordello.

La lista continua: ci sono un sacco di personaggi ganzi nella serie, tutta gente che si trova ad agire più di Offred.

Serena Joy (interpretata da Yvonne Stahovski), la moglie di Waterford e uno degli antagonisti principali, è il mio personaggio preferito in assoluto.

Nel libro, Serena è una donna in là con gli anni, afflitta dall’artrite e infelice nel suo ruolo marginale. Nella serie Serena è più giovane e più reattiva. Si scopre che lei è il vero cervello dietro al marito, che prima del ribaltone Serena ha giocato un ruolo cardinale nell’organizzazione del colpo di stato.

E’ una donna che ha costruito con determinazione, intelligenza e metodo il nuovo sistema… e ci si trova ora intrappolata. E’ una versione tragica di Phyllis Schlafy, una fervente fondamentalista antifemminista che riuscì a frenare il progresso dei pari diritti con grande efficacia.

Il patriarcato è sempre stato protetto e perpetrato grazie a donne come Serena Joy o Phyllis Schlafy, donne che hanno interiorizzato la misoginia inerente del sistema e che lavorano attivamente alla sua conservazione in cambio di potere e status. Non vogliono emancipazione per sé stesse, vogliono controllo sul prossimo, e lo possono ottenere attraverso il sistema patriarcale. Serena orchestra gran parte della congiura, partecipa alla costruzione di Gilead, ma alla fine suo marito la mette da parte.

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Serena è anche una fonte inesauribile di reaction pics. 50 sfumature di disappunto.

Potrei andare avanti a parlare della serie: come storia distopica, offre di conserva un sacco di spunti di discussione.

In generale, ha delle cose che non mi sono piaciute, ma nell’insieme gli elementi positivi (o quantomeno interessanti) superano quelli su cui ho da ridire.

Plotpoint dell’infertilità subitanea
Format poco consono al tipo di storia
Elementi come il razzismo sono del tutto assenti nel worldbuilding
Camminate in slow mo
Recitazione
Una compagine di personaggi secondari interessanti e ben fatti
Atmosfera
Antagonisti ben delineati e non appiattiti a macchiette
Sceneggiatura
Serena Joy

 

Per certi versi il romanzo è un mostro sacro, e la serie è di certo degna di interesse. Nonostante l’abbia menata fin qui su tutte le cose che non mi garbano, molte altre mi son piaciute. Non è per tutti (non è una storia d’azione, la protagonista non ha un vero e proprio arco, ecc.), ma invito a tentare per lo meno la prima puntata.

E la seconda serie?

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No.

La prima si conclude dove si conclude anche il romanzo, quindi con la seconda serie gli sceneggiatori hanno dovuto inventarsi tutto da zero senza le idee della Atwood.

E niente, secondo me l’esperimento è un fiasco.

L’ho vista a pezzi e bocconi e ho lasciato perdere. Immaginate tutte le cose che non mi son piaciute nella prima, aggiuingete più scene di violenza più morbose e meno motivate, e buchi di trama estemporanei (che nella prima serie, vivaddio, non c’erano).

Non dico che sia tutta da buttare: ci sono belle trovate, momenti notevoli, e un arco interessante nel personaggio di Serena Joy. Ma nell’insieme non mi è garbata abbastanza da finirla e pertanto non la consiglio.

Ora scusatemi, devo andare a scrivere una fanfiction dove Serena Joy, Ramsay Bolton e Standartenführer Hans Landa conquistano il mondo con il loro esercito di zombie sovietici a cavallo di tirannosauri.

MUSICA!


Letture aggiuntive

La pagina wiki del libro

La pagina wiki delle serie

Qualcuno fa notare che la seconda serie non è all’altezza

Una critica alla prima serie

Un altro lungo e ponderoso articolo sulle implicazioni femministe delle serie

Tumuli a buco di serratura e altre stravaganze post-mortem

Sono mesi e mesi che il blog giace in abbandono. Per il grande ritorno (si fa per dire) ho deciso di scegliere un argomento gioioso, celebrativo e ottimista: PRATICHE FUNERARIE!

Pratiche funerarie mostruosamente poco pratiche.

Quote by Terry Pratchett, Artist Paul Kidby

Stiamo parlando del misterioso periodo di prima della scrittura, l’alba dello Stato, quando dalla bolgia di polities senza nome un embrione di Impero maturava. Quando la misteriosa Himiko, amica dei Wei e regina-sciamana dei Wa, governava dal suo palazzo-tempio. Quando Yamatai si costruiva, un clan alla volta, un territorio alla volta. Quando gli Imperatori mitici, bisnipoti del Sole, bastonavano barbari e facevano bizzarre osservazioni geomantiche dall’alto di colline.

E’ il periodo delle Tombe Monumentali.

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Tomba monumentale in quel di Sakai

Ho già accennato al Periodo Kofun nel mio articolo su Egami Namio e l’introduzione del cavallo in Giappone.

Oggi vorrei in particolare concentrarmi sulle tombe stesse, con un occhio di riguardo a una tipologia particolare e iconica: le tombe a forma di buco di serratura.

Mille e un gusti di kofun

“Kofun” (古墳) significa, letteralmente, “antico tumulo”. E’ un termine impiegato per descrivere un tipo di sepoltura diffusa tra la fine del III° e dell’VIII° secolo.

La varietà nella categoria è immensa, in forme, taglie, struttura e corredo. Ne abbiamo piccoli, grandi, con fossato, senza, con più fossati, quadrati, tondi, ottagonali, a forma di uccello padulo (ok, forse questo no)!

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Ad esempio, questo è un kofun, il mausoleo di Nintoku a Sakai

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Sempre il kofun di Nintoku, se lo fotografi senza droni e in controluce

Anche questa puzzetta qui è un kofun!

Come accennato, parleremo in particolare del kofun a buco di serratura, così chiamato dagli occidentali perché la traduzione letterale di zenpō-kōen kofun fa ridere i polli (“antico tumulo che è tondo davanti e quadrilatero dietro”).

Cominciamo subito col dire che l’idea di fare un montarozzo grosso sul defunto non è una cosa originale. La mia modesta opinione è che i primi uomini volessero premunirsi contro eventuali evasioni post-mortem di nonnetti rompicoglioni e zie ficcanaso. So che quando certuni dei miei parenti stirano le zampette la tentazione di sotterrarli sotto un cumulo di mattoni e una colata di cemento stile sarcofago di Chernobyl è piuttosto forte.

Ad ogni modo, sto divagando.

Quale che sia la motivazione d’origine, sta di fatto che i tumuli esistono in Europa e in Asia, dalle valli del Kazakistan alla Corea e al Giappone. Che la gente del Regno di Wa seppellisse così i propri capoccia non è quindi cosa strana.

Ci sono due caratteristiche uniche alla situazione giapponese: la taglia e la forma.

I tumuli maggiori in Giappone hanno perimetri di centinaia di metri. Sono circondati da fossati multipli. In origine erano strutturati a gradoni e ricoperti di pietre, poi decorati con migliaia di haniwa, statue in terracotta di varia foggia. E questo senza contare la camera funeraria, il sarcofago e il corredo funebre.

File:Kamezukakohun 01.jpg

Ricostruzione del Kamezuka-kofun in Oita. I cilindri in terracotta che vedete sono haniwa

Provate a immaginare per la costruzione del tumulo di Nintoku: le migliaia di operai e artigiani specializzati, vasai, fabbri, orafi, con tutta la logistica che ne consegue. E’ necessario trasportare l’argilla, il minerale di ferro (che molto spesso era importato dalla federazione di Gaya, nel sud della Corea). Gli alloggi per tutta questa gente, le bestie da soma, i cuochi, gli sguatteri, i portatori, i cavatori…

Immaginate la plaga disboscata, tronchi e ramaglie ammassate per forni e bivacchi, la polvere, le mosche, il tanfo di sudore e di bufali. Incidenti sul lavoro un giorno sì e l’altro anche. Sacerdoti e sciamani, astronomi e santoni che ispezionano i lavori. I carri con i lingotti di ferro, quelli con la polvere d’oro e il mercurio, scortati da uomini a piedi armati di scudo e lancia. I cavalli trascinati ai fossati per i sacrifici rituali.

Haniwa a forma di palazzo, dal kofun di Imashirozuka

Alle volte è facile dimenticare le più triviali delle questioni logistiche, tipo dove cacava tutta questa gente? Avevano secchi e la portavano via? Avevano scavato trincee?

E tutto questo per seppellire una, due persone.

Bello sbattimento. E io che non volevo pagare per il “dott.” in ottone sulla lapide di mio nonno…

Insomma, chiunque sia finito ad ammuffire sotto tonnellate di terra, pietra e terracotta poteva mobilitare interi villaggi e monopolizzare il lavoro di migliaia di adulti. Ce lo aspetteremmo in uno stato avanzato, da una società stratificata e complessa. Ma quale che sia la definizione che diamo di “stato”, il Giappone del III° e IV° secolo di certo non qualifica.

Un plastico degli scavi di Kami, dal museo di Osaka

E’ però importante notare che, anche prima del III° secolo, il Giappone non era estraneo alle sepolture ridicolmente grandi. Nel sito di Kami, nella regione di Ōsaka, abbiamo trovato una tomba del periodo Yayoi (250 a.C. – 300 d.C.), rettangolare, di 15m per 25m.

Né è davvero una novità un corredo funerario ricco: nel sito Yayoi di Tatetsuki, nel dipartimento di Okayama, abbiamo ritrovato qualcuno seppellito con perle, monili e altra roba.

Quello che secondo Tsude Hiroshi distingue in modo essenziale le tombe del periodo Yayoi da quelle del Periodo Kofun non è il tumulo o la ricchezza del tesoro funerario, ma la forma a serratura.

Come vedete questo tipo di tumulo ha una parte a pianta tonda, una a pianta quadrangolare (spesso non rettangolare) ed è costituito da gradoni (spesso tre).

允恭天皇陵古墳(市の山古墳・古市古墳群)レーザー測量

Kofun a serratura (fonte in bibliografia)

E’ dura capire da dove sia arrivata questa nuova forma architettonica. C’è chi suppone che sia un’elaborazione giapponese di un concetto continentale, tipo le tombe-palazzo Han del I° secolo d. C. Secondo alcuni ricercatori coreani sarebbe una forma architettonica nata nella Penisola e poi importata sull’Arcipelago.

E’ vero che si trovano tumuli molto simili ai kofun a serratura in Corea, tipo il tumulo Jukam-ri, nel sud della regione di Jeolla. Tuttavia questo tumulo data del V° o VI° secolo, ovvero ben dopo l’inizio del Periodo Kofun in Giappone. E’ forse forse più probabile che sia stato il Regno di Wa a influenzare la sud Corea, con buona pace loro.

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Esempio di tomba Yayoi quadrata a sommità piatta, da “San.in no shigū tosshutsu-kei funbo”

Per altri studiosi si tratta di una naturale evoluzione dei tumuli Yayoi. Di certo la gente di Yayoi costruiva tumuli circondati da fossati. Inoltre abbiamo quelle che sono chiamate “tombe quadrate a sommità piatta” (方形台状墓), tumuli a pianta quadrata con proiezioni agli angoli. E’ un’ipotesi stuzzicante, anche contando che questo tipo di sepoltura era prevalente nel Kinai, cuore palpitante del kofun a serratura.

Oltre alla forma, la taglia, come detto su, è degna di nota. A partire dal IV° secolo iniziamo a trovare kofun a serratura monumentali, e continueranno a crescere e a diffondersi fino al loro picco assoluto nel V° secolo.

Il tesoro funerario è pure degno di attenzione: come sottolinea anche Egami nel suo Minzoku kokka (1967), il corredo del primo periodo, fino al IV° secolo incluso, è costituito da oggetti sacri e rituali, in particolare da specchi di bronzo.

Si tratta spesso di specchi cinesi fabbricati tutti dallo stesso atelier e con lo stesso stampo. Il più tipico è lo specchio con bordo a sezione triangolare e decorato con motivi di animali e divinità.

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Esempio di specchio con bordo a sezione triangolare e motivi di animali e divinità (三角縁神獣鏡)

Nel Libro dei Wei, quando la regina Himiko scrive all’Imperatore, costui risponde mandandole in dono un centinaio di specchi. Tale oggetto aveva un valore rituale e di prestigio ed era usato come dono diplomatico. Sull’Arcipelago, un capo che era riuscito a procurarsi uno stock di preziosi specchi cinesi poteva a sua volta usarli come dono per cimentare alleanze e amicizie con subalterni o altri capi. Almeno parte di questo “patrimonio” in specchi seguiva il capo nella tomba.

Tutti questi elementi (la taglia, la forma, i gradoni, gli specchi, le statue, ecc.) contribuivano a fare della tomba monumentale un luogo sacro di indubbia importanza. Ma in che termini?

Non avendo fonti scritte (mortacci loro!) siamo costretti a ipotizzare.

Secondo Mizuno Masayoshi e Kondō Yoshirō, il kofun rappresentava il luogo di sepoltura del capo, ma anche il luogo in cui l’autorità del capo stesso veniva trasmessa. In altre parole, non si trattava di una semplice tomba, ma di una fonte radiante di autorità legittima.

In particolare è stato tirato un parallelo tra i tre gradoni dei kofun a serratura e i tre gradoni delle colline cinesi dedicate al Jiaosi, un rito rivolto al Cielo che l’Imperatore Han officiava nei dintorni della Capitale.

Come fa notare Hirose, c’è il piccolissimo dettaglio che il kofun è una tomba (un’elaborata reggi-carcassa), mentre la collina del Jiaosi no. E’ però possibile che i tumuli monumentali, in quanto fonti dell’autorità regale, abbiano in effetti svolto una funzione simile alle colline a gradoni cinesi.

Un’altra possibilità per spiegare i tre livelli è data da Sofukawa Hiroshi: è possibile che i tre gradoni fossero un riferimento al monte Kunlun. Nella mitologia Han, il monte Kunlun (che pure ha 3 livelli) era il luogo di residenza del sovrano dopo la morte (e figura nell’arte funeraria, come nelle pitture del sarcofago nella tomba di Mawangdui).

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Possibile rappresentazione del monte Kunlun

Tirando le somme, col IV° secolo vediamo diffondersi nella regione di Nara tombe monumentali separate dalle sepolture del resto della plebaglia. Questo suggerisce un cambiamento radicale rispetto alla fine del Periodo Yayoi. Tanto per cominciare siamo davanti, de toute évidence, al fiorire di una classe dirigente capace di mobilitare risorse e lavoratori su una scala senza precedenti. La società si è evoluta da una clanica/tribale a una più stratificata e complessa, con un concetto di autorità nuovo.

Non solo: col IV° e V° secolo i kofun si diffondono in altre regioni, fino all’isola di Kyūshū e buona parte dell’Isola di Honshū. L’adozione di questo metodo di sepoltura stravagante è con ogni probabilità il sintomo del diffondersi dell’influenza e del controllo del Regno di Wa sul resto delle polities isolane. Scambi di doni, soft power, conquista cruenta o politica delle cannoniere? Non possiamo saperlo per certo, ma è sicuro che la Corte di Wa di questo periodo allunga i propri tentacoli e tira a sé quelli che prima erano territori indipendenti.

I kofun monumentali non sono peraltro l’unico elemento che ci spinge a ipotizzare la nascita di una élite capace di reclamare un monopolio sul surplus economico.

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Vignetta del 1896, perché certe cose sono eterne. Almeno nel V° secdolo l’élite aveva la decenza di farsi ammazzare a sciabolate, ogni tanto

I villaggi del periodo Yayoi sono tipicamente circondati da un qualche tipo di fortificazione (palizzate, fossato, ecc.). Verso la fine del periodo iniziamo a vedere in certe regioni l’emergere di granai più grandi del consueto. Qualcuno sta cominciando ad ammassare più beni degli altri, ma ancora le costruzioni non sono separate in termini spaziali dal resto delle capanne e magazzini.

Col III° secolo la situazione cambia: i villaggi non sono più fortificati, ma magioni con grandi magazzini cominciano a spuntar fuori come funghi, e queste sono fortificate. In altre parole, vediamo comparire un’élite che si separa anche in termini di spazio dal resto della plebaglia, che reclama le risorse per sé e che può permettersi di garantire la protezione dei villaggi limitrofi.

E’ addirittura possibile che la classe dirigente in questione abbia attivamente scoraggiato la fortificazione dei villaggi, un po’ come Richelieu smantellò i castelli della nobiltà francese.

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Richelieu e il suo Umano da compagnia si apprestano a smantellare fortezze (Philippe de Champaigne)

Una svolta importante avviene nel V° secolo, il periodo d’oro dei tumuli a serratura. Un sacco di cose cambiano! Tra le tante, i kofun di questo tipo si diffondono, crescono in taglia e in opulenza. Le zone di Furuichi e Nakamozu, in quel di Ōsaka, annoverano migliaia di tumuli! Non solo, nel tesoro l’oggetto di prestigio che la fa da padrone non è più lo specchio cinese, ma la sana, pratica e tosta armatura. Questa non solo la puoi mettere per andare a picchiare la gente, ma è fabbricata nel Kinai, chilometro zero, ruspante ed equosolidale!

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Armatura in ferro, Museo Naizonale di Tokyo

Ne saltano fuori a mazzi, in certi tumuli troviamo decine di set completi di corazze, elmi, gorgiere, frecce, lance, finimenti per cavalli…

Questo cambiamento ha portato Egami Namio a teorizzare nientemeno che un’invasione su larga scala dell’Arcipelago. In altre parole, l’antica aristocrazia Wa, composta da sacerdoti e sciamani, sarebbe stata soppiantata a legnate da un popolo straniero guidato da un’aristocrazia militare.

Come discusso nell’articolo succitato, i dati archeologici non confermano questa ipotesi (anzi), ma è certo che il cambio di stile  nelle tombe e nel corredo indica una notevole evoluzione politica, sociale  e spirituale, di certo legata in buona parte alla pressione straniera, l’arrivo in massa di rifugiati coreani e la consolidazione della polity di Wa in Stato vero e proprio.

Questo è il periodo dei tumuli più grandi, come quelli attribuiti a imperatori di dubbia esistenza e mirabolanti leggende come Ōjin.

Il problema maggiore dello studio di queste tombe è che per il governo giapponese si tratta di monumenti sacri e pertanto off-limits. E’ impossibile scavarli o aprirli.

La cruda verità è che i nazionalisti non vogliono scoperchiarli e scoprire che PERDINDIRINDINA, MA SONO PIENI DI COREANI! Ecco!

Insomma, siamo incastrati a studiare solo i tumuli a serratura di mezza tacca, che probabilmente appartenevano al gradino subito sotto le élites più importanti. Non possiamo quindi essere sicuri se le armature sono una componente dominante anche nelle tombe più grandi oppure no.

In ogni caso, si parlava di immigrazione: il corredo dei kofun conferma gli stretti rapporti che il Regno di Wa intratteneva col Continente nel V° secolo. Un esempio possono essere delle perle trovate nel  kofun di Iwase senzuka, molto simili a degli esemplari tipici della regione di Kyongju in Corea. E’ molto probabile che si tratti di importazioni. In un kofun del complesso di Niizawa senzuka invece abbiamo trovato una corona d’oro molto simile a monili fabbricati dagli Yan settentrionali. E via così, gli esempi abbondano.

Un altro indizio sulla situazione diplomatica dei Wa ci viene dal Libro dei Song (Sō sho), scritto da Shen Yue nel 493 e che copre gli eventi dal 420 al 479. Shen Yue nomina “cinque re di Wa” che avrebbero spedito ambascerie dai Liu Song per guadagnare prestigio e legittimare il loro potere.

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Perché, in un periodo di fermento politico e diplomatico, capi e capetti dovrebbero investire così tanto in tombe di lusso?

Opere come queste servono in realtà diversi scopi. Tanto per cominciare, val la pena ricordare che nel V° secolo siti come Nakamozu e Furuichi erano relativamente vicini al mare. Non è da escludere che una delle funzioni dei kofun più grandi fosse quella di essere visibile dai marinai. Mercanti e viaggiatori che andavano e venivano tra il regno di Wa e il Continente erano costretti ad ammirare queste opere mastodontiche, mostruose, impressionanti. E gli ufficiali Wa potevano spiegare agli stranieri allibiti:

“Quello? Oh, niente, ci ho seppellito mio nonno buon’anima. E quello un pochino più piccoletto lì è per il mio cagnolino Fuffy. Sapete com’è, noi c’abbiamo così tanta gente e così tanta ricchezza e così tanto potere che alle volte non sappiamo bene cosa farci.”

In un periodo in cui i tuoi vicini sono falciati da gente tostissima con mire espansionistiche, non è una cattiva idea curare il proprio prestigio.

Lo stesso valeva per i capoccia delle altre polities Giapponesi: potevi seguire i Wa e partecipare della loro gloria e ricchezza, o potevi metterti contro i Wa e pagarne le conseguenze.

Secondo l’archeologo e storico Matsugi Takehiko, questi tumuli erano anche strumenti di propaganda e coesione sociale. Li definisce kyōshikei monuments (仰見型モニュメント), ovvero strutture a cui la gente guarda per definirsi, con soggezione e trasporto (un po’ come i fiorentini guardano la Statua del Mal di Testa). Si tratta di opere ciclopiche il cui ruolo sociale era creare un forte senso di appartenenza e identità culturale.

E’ anche molto probabile che, come accennato più su, il tumulo restasse un elemento attivo nella vita religiosa del Regno di Wa, e che il defunto rimanesse come protettore del popolo e della classe dirigente.

Con il VI° secolo il numero di kofun a serratura monumentali declina, e continua a declinare per tutto il VII°, fino a sparire, insieme ai grandi kofun in generale a prescindere dalla forma. Le tombe diventano più piccole, e spesso raggruppate tra loro (clusters). La quantità di armature pure diminuisce in favore della spada decorata, nuovo simbolo di autorità e prestigio da portarsi dietro nel Regno dei Morti. Dopotutto una spada rituale è più leggera di un’armatura e più pratica di uno specchio se vuoi stapparti una birra.

Vero, in certe regioni più remote la gente ha continuato a fare tumuli fin nell’VIII° secolo, ma si sa che i provinciali sono sempre in ritardo sulle mode: a quel punto la figata per tirarsela non era più una collina artificiale in cui chiudere il cognato, ma il tempio. Il regno di Paekche aveva infatti portato il Buddismo in Giappone, un set completo di sutra, statue e frati che fungevano da libretto delle istruzioni.

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Una foto da Google Earth di Nakamozu, in Sakai

Tirando le somme

I kofun monumentali a serratura sono stati uno strumento politico e culturale molto importante nella delicata fase di state-formation del Regno di Wa. La loro diffusione in altre regioni testimonia dell’adozione, da parte dell’aristocrazia locale, dei costumi Yamato. In altre parole, testimonia dell’avvicinamento, da parte di territori indipendenti, all’orbita Wa.

C’è un annoso dibattito su quanto il Regno di Wa del Periodo Kofun sia o meno uno “stato” e su che tipo di influenza o controllo la Corte poteva davvero esercitare sulle polities circostanti. Ok, i tuoi vicini hanno adottato il tuo stile di tombe, ma ti mandano tributi? Puoi esigerli? Puoi esigere ostaggi? Parteciperanno al tuo fianco in caso di guerra?

Per alcuni la Corte di Wa aveva una presa forte sui territori limitrofi. Per altri si trattava di una “federazione tribale” più o meno stabile. Secondo Sasaki (e la sottoscritta), il modello che meglio descrive la situazione è quello proposto da Tambiah per descrivere il Sud-Est Asiatico: il modello a mandala o galattico.

Secondo Tambiah, le varie polities del territorio (paesi, regioni, città, ecc), non sono “legate” (bounded) al centro, bensì “orientate verso il centro” (center-oriented). In altre parole, la polity centrale esercita un’attrazione su un certo numero di “satelliti” minori. Tale controllo si affievolisce man mano che ci si allontana dal centro.

I satelliti ripropongono al loro interno una riproduzione del modello centrale, ma sono a costante rischio di scissione.

Questo è verificato nel caso dei kofun a serratura: in certe regioni li vediamo comparire, poi sparire e poi riapparire più tardi. Per spiegarlo col modello di Tambiah, la classe dirigente di quella polity sarebbe finita nell’orbita Yamato e avrebbe preso a replicarne gli schemi. Si sarebbe poi allontanata dalla sua sfera di influenza, per riavvicinarsi infine anni dopo.

Lo sviluppo di clusters di kofun e il declino dei grandi kofun a serratura sono spesso interpretati come un segno che, se da una parte le tombe monumentali sono riservate a un gruppo sempre più ristretto di individui, dall’altro un numero sempre maggiore di persone ha il potere e i mezzi di permettersi un tumulo, sia pure di forma e taglia subalterna. E’ un segno del consolidamento del potere della Corte di Wa sul resto delle regioni.

Questo rafforzarsi dell’autorità Yamato, insieme con l’indebolirsi della minaccia straniera nel VII° secolo hanno certamente contribuito (tra le altre cose) a rendere i kofun monumentali desueti.

Nonostante certe regioni siano rimaste autonome (il nord-est resterà virtualmente incontrollabile fino al XII° secolo!), un nuovo tipo di Stato sta nascendo, uno fondato su leggi scritte, burocrazia, annali.

Con il tramonto dei grandi tumuli sorge l’epoca storica della parola scritta (e con buona pace di Fomenko, sì, abbiamo documenti scritti antecedenti al X° secolo cristiodio). L’epoca di Himiko si conclude, lasciando il posto all’epoca della Corte.

E i kofun?

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Sono sempre lì, quasi venti secoli dopo, e ancora non possiamo scavare queste tombe, non possiamo studiarle, perché i kofun monumentali continuano a svolgere la loro funzione: sono ancora e sempre fonti di unificazione, identità e legittimazione.

Magari un giorno le cose cambieranno, e noi cinici potremo fiondarci a scoperchiare sarcofagi e analizzare le ossa di dei dimenticati.

Nel frattempo ci tocca pazientare.

MUSICA!


Bibliografia

CLASSEN Henry J. M., “The internal dynamics of the Early State”, in Current Anthropology, Vol. 25, No. 4 (Aug. – Oct., 1984), pp. 365-379

Département culturel du bureau de la culture et du paysage de la ville de Sakai, Shikkoku, hakugin no buki, Recueil des lectures sur la culture de la ville de Sakai n° 6, 31 mars 2014, Sakai, p.200

EGAMI Namio, Kiba minzoku kokka, Chukō shinsho, Tōkyō,  1967

HIROSE Kazuo, Zenpōgōen-fu no seikai, Iwanami shinsho, Tōkyō, 2010

SASAKI Ken’ichi, “The Kofun era and early state formation”, in FRIDAY Karl, Routledge Handbook od Premodern Japanese History, Routledge, London, 2017, p.68-80

SHIRASHI Taichirō, Kofun, Yoshikawa kōbunkan, Tōkyō, 1989

TAKASHIMA Hideyuki, Kodai tōkoku chiikishi to shutsudo bungaku shiryō, Tōkyōdō shuppan, Tōkyō, 2006

TAMBIAH Stanley Jeyaraja, “The galactic polity in Southeast Asia”, in Culture, thought, and social action, 3–31, Harvard University Press, Cambridge, 1973

Foto del kofun a gradoni

Quarto anniversario: siamo ancora qui a saltare squali e scalciare cavalli morti!

Un altro anno è passato con fatica e acredine qui sul blog.

Il 2017 è stato un anno di dure lotte, in particolare contro la Malvagia Cintura

Molte cose sono rimaste le stesse, tipo il fatto che sono incastrata con una tesi dall’argomento spumeggiante ed eccitante: il cavallo da guerra.

Altre sono cambiate. Tipo il fatto che ho partecipato al mio primo convegno, al fatto che sto scrivendo questo articolo da Osaka, e il fatto che adesso e ho un gatto.

Il fatto che adesso ho un gatto è chiaramente il più importante.

Ma come se l’è cavata il blog nel frattempo?

Non sono riuscita a scrivere spesso come avrei voluto, perché sono una disgraziata. Tuttavia sono riuscita a sparare fuori un po’ di materiale.

Quest’anno sono stati pubblicati 17 articoli, poco più che uno al mese. Una cifra un po’ pietosa, lo ammetto, ma il contenuto lo avevo caro. Abbiamo parlato di film belli, tipo lo strabiliante Operation Petticoat e il discreto Dunkirk, ma anche di CAPOLAVORI ASSOLUTI DELL’ARTE come l’indescrivibile Nuovo ordine mondiale.

Quanto alla Storia, abbiamo parlato della vispa signorina Blanche e dei suoi brutali metodi di respingere innamorati.

Abbiamo continuato la saga di Taira Masakado e della Guerra di Genpei, ma abbiamo anche approcciato temi di storiografia più generali, come la storia del cavallo domestico o la teoria del popolo dei cavalieri di Egami Namio.

Certo, parlare di cavalli e tombe è un gran sballo, ma non paghi di tutto ciò abbiamo tirato in ballo anche l’attualità, con il caso di Giuseppina Ghersi, articolo abbastanza di successo da attirare un destrorso con la coda di paglia.

Va da sé, l’articolo più importante in assoluto è quello su Manfred von Richthofen die zweite.

Con tutta questa bella robina, quali pezzi sono stati più letti?

La lettura offre un diverso punto di vista, più elevato e strategicamente vantaggioso. KABLAH!

La nuova cronologia

*Agita il pugno al cielo chidendosi come un Dio Onnisciente possa essere così crudele*

Fatemi capire, io pubblico un articolo di gattini sui gattini coi gattini e un triplano di cartone, e voi andate a leggervi di quel matto finito di Fomenko? Ma perché? Lo sapete che così facendo deludete Kittoh deh Destroyah, grande imperatore intergalattico di tutti i felini? Lo sapete cosa succede a chi delude Kittoh deh Destroyah? No, nessuno lo sa. Perché nessuno è mai sopravvissuto per raccontarlo. Le torture sono così atroci che perfino gli eventuali spettatori trapassano dall’orrore. Solo i gattini possono assistervi, essi traggono energia dal dolore. Pentitevi finché siete in tempo, dannati peccatori.

Segue con un certo distacco Nuovo Ordine Mondiale, il che è buono perché Kittoh approva, ma nessuno mi ha lasciato commenti complottisti arrabbiati, il che è male.

Con grande distacco arriva infine il resoconto delle mie disavventure da pseudocongressista improvvisata. E non ho dovuto nemmeno postare una foto in vestitino rosso attillato, yay!

Vikings continua a essere un favorito, seguito da Dracula Untold, perché è sempre importante farsi del male. E infine arrivano con calma La favole della botte e Educazione siberiana. Di nuovo, sono molto delusa dal fatto che un solo fan di Lilin sia passato a darmi dell’imbecille senza argomentare. Però me lo hanno downvotato, quindi consoliamoci.

L’articolo meno visitato in assoluto è l’ultimo sulla Guerra di Genpei, con solo 4 visualizzazioni (probabilmente ciò è dovuto anche al fatto che la gente legge questo genere di articoli quando escono, cliccando sulla Home Page). Poco fan dei polpettoni a puntate, eh? Well, though luck! Perché ne abbiamo ancora per un sacco!

Ma che ne è dei termini di ricerca? Vediamoli dal più popolare!

Nuova cronologia

Coprofagi.

Nuovo ordine mondiale film

Coprofagi intenditori.

Fortezza nascosta twilight

Ma nemmeno se mi paghi.

Fanculo panzone gif

Questa?

Prego, non c’è di che.

La mucca cicci di scandicci

Cicci di Scandicci è il simpatico soprannome di Pacciani, quindi un nome inappropriato per una mucca. Se proprio, per uno scarafaggio. #Giender

Valhalla rising spiegazione

Per parafrasare gli inglesi, non trattenere il fiato mentre aspetti.

Porte dell’abisso

Ah, finalmente un vero conoscitore! Eccolo qua!

Madonna armata

Non bella come Dio prete, ma pur sempre una bellissima bestemmia. Anche un bellissimo soprannome per un panzer sovietic. Tipo l’Antonov A-40, il panzer volante.

Tutti ai ripari, piovono le Madonne armate!

Sindrome di Stendahl: affezione psicosomatica che provoca tachicardia, capogiro, vertigini, confusione e allucinazioni in soggetti messi al cospetto di opere d’arte di straordinaria bellezza

Atkinson prete film youtube

Ecco qui.

Ottima scelta, è uno splendido sketch. Chi indovina tutti i riferimenti avrà un bacino sulla fronteTM.

bottiglie esplode se sciaboli male

Penso di sì. Di certo esplode quando la prendi a baionettate.

fortezza nascosta contro il male

Proprio così, Hasta la bottiglia siempre!

scheletro cavallo che salta

Gli scheletri non saltano, sciocchino.

bambino chiuso nella stanza nascosta film

Micheal? Siamo in vena di film atroci, eh?

una vichinga io mai abbattuta ci sara qualc

Questo è stato abbattuto mentre scriveva.

vikings fa schifo

Era vero l’anno scorso e continua ad essere vero oggi.

google la storia della principessa che nessuno rusciva a far star zitta

A parte la bellezza sublime del fatto che ha digitato “google” su google, ci tengo a dire che non riuscirete mai a farmi stare zitta! Ho anche lo scettro di plastica con i brillantini che mi conferisce potere di vita e di morte su tutti voi, occhio!

fratacchioni porno

Leggiti l’Aretino. Non sarai deluso.

bei buchidiculo

Come definire il « bello » ? La bellezza sta forse nel buco di culo, o nell’occhio di colui che guarda il buco di culo ? Io dico che i buchi di culo sono tutti unici, come tanti fiocchi di neve!

racconti montone tromba ragazza

C’è un genere specifico per i montoni? Oh beh se c’è per dinosauri e balene, perché no i montoni.

efei popolo siberia

La cosa buffa è che non posso provare la non esistenza di Babbo Natale non esiste, ma posso provare la non esistenza degli efei. Lilin è così bravo.

foto fighe cinesi militari

Madame Ching conta? Di Mulan non ci sono foto

licia troisi non è il male del fantasy italiano

No, infatti, c’è sempre Vanni Santoni col suo improponibile Terra Ignota.

Hey, quest’anno nessuna è venuta sul blog a cercare indirizzo, numero di telefono e gruppo sanguigno di Luke Ewans. Dove sei, misteriosa stalker?

Noto anche una preoccupante paucità di chiavi di ricerca porno, ma ci sta che siano vittime dell’infame google e delle sue stupide regole di privacy. Oppure i segaioli che son capitati qui son rimasti talmente traumatizzati da spargere la voce: se cerchi maestrine lesbiche e capiti su un sito che si chiama Fortezzaqualcosa, non lo clickare! Finisci su lungagnate mostruose sulle guerre giapponesi con ottantacinque nomi e trentanove toponimi, ti ammazza la libido per il resto dell’anno!

In ogni caso, speriamo di far meglio quest’anno. Vorrei promettervi articoli pieni di azione e sorprendenti colpi di scena, ma in questo momento sto studiando le stalle del periodo Nara, quindi la vedo bassina. A meno che non facciate parte dei pochi eletti che capiscono il fascino intrinseco dei buchi di pilastri e della presenza di merda nei carotaggi.

Gli effetti degli articoli di Tenger sono clinicamente testati. Assumere con cautela. Possono causare sonnolenza, sbadigli, palletico, diarrea, morte.

Ciò detto, grazie a tutti quelli che ancora seguono questo baraccone!

Un saluto dal Paese dai Tetti d’Oro (per ora ho trovato solo noiosissime tegole, ma non mi do per vinta!).

MUSICA!

La Teoria del Popolo di Cavalieri (kiba minzoku kokka)

Le origini dello Stato giapponese sono fumose e misteriose. Non avendo fonti scritte precise e con pochi dati archeologici su cui fare affidamento, l’argomento è ovviamente oggetto di perenne studio e dibattito.

Il Giappone compare per la prima volta nel Sankokushi, libro compilato dallo storico Chen Shou (233-297). Di solito le fonti di seconda mano sono da trattare con le molle, ma Chen Shou è in generale una persona seria, e il Sankokushi è considerato come all in all molto affidabile.

Nel trentesimo fascicolo, si descrivono 9 popoli orientali:

5 di questi sono popoli della steppa più o meno affini agli Xianbei, tra cui Buyeo e Goguryeo. Queste due popolazioni hanno giocato un ruolo di primo piano nella diffusione del cavallo da guerra in Corea e nello sviluppo delle tattiche di cavalleria.

I 4 gruppi restanti si trovano in quel della Penisola coreana. Costoro sono i Mahan, i Jinhan, i Byeonhan e i Wa.


Distribuzione etnica in Corea nel III° secolo

I Wa godono di particolare attenzione, con una descrizione dettagliata del loro Paese, dei loro costumi, della loro forma di governo, ecc.

Stando a Chen Shou, l’Arcipelago ospita diversi “regni”, di cui Wa è il più grande e importante. I suoi abitanti coltivano e tessono buona seta, hanno una società stratificata e complessa, seppelliscono i loro defunti in bare e in piccoli tumuli, non possiedono bovi o cavalli.

Sempre stando a Chen Shou, i Wa sono reduci da una guerra civile di 70-80 anni (roba alla Messicana!), causata dalla morte del loro re. Da questo decennale bagno di sangue e merda sarebbe emersa Himiko, la regina sacra, che avrebbe pacificato il territorio e guidato il Paese verso una rinascita politica e diplomatica.

Yup, il primo sovrano giapponese di cui si ha traccia storica è una donna. E ciò mi ricorda la crisi isterica di alcuni bloggers che tacciavano Game of Thrones di sessismo perché “iiiiih, cielo, donne al comando”. Chissà, magari taccerebbero di “propaganda nazifemminista” anche il buon Chen Shou (sicuramente un grande sostenitore della parità tra i sessi!).

Ma non divaghiamo: dopo aver ricostruito il suo regno, Himiko riallaccia scambi diplomatici con l’Imperatore Wei, che risponde alle sue lettere con l’invio di doni preziosi (confermati dagli scavi archeologici) e un riconoscimento ufficiale dell’autorità della nostra sul regno di Wa.

Himiko, da un disegno di Angus McBride

Non voglio dilungarmi troppo su Himiko, dacché la signora merita uno spazio tutto suo. Tornando al Sankokushi, com’è ovvio il testo pone tantissimi problemi agli storici: dove si trovava davvero il palazzo di Himiko, il suo territorio? Qual’era la natura del potere di Himiko e cosa questo ci racconta dell’origine dell’autorità regale in Giappone? Come veniva esercitata l’autorità? Come si è passati dal misterioso regno di Himiko a uno stato centralizzato, burocratizzato e moderno (ergo con una cavalleria pesante, assente ai tempi di Himiko secondo Chen Shou)? Qual’è la domanda alla risposta 42? Ecc.

Ognuno di questi quesiti (specie l’ultimo) è intrigante, ma oggi vorrei parlarvi di una teoria nata negli anni ’60 e tutt’ora oggetto di discussione nella ricerca storiografica sulle origini della Corte di Yamato.

Si tratta della “teoria del Popolo di Cavalieri” (kiba minzoku kokka) di Egami Namio: uno sguardo originale sulla nascita dello Stato, legandolo in particolare alla creazione della cavalleria pesante.

Egami Namio (1906-2002). Al di là di tutte le pulci che posso trovare al suo discorso, ho profonda ammirazione per chi, come lui, riesce a pensare al di fuori degli schemi di routine: senza slancio immaginativo il dibattito si affossa

Secondo Egami, l’economia è ciò che determina in primis l’evoluzione di una civiltà, e l’economia è determinata in primis dal contesto ecologico. Egami individua diverse zone climatiche: in quella toccata dal monsone (tra cui il Giappone) si sviluppa presto l’agricoltura, mentre nelle zone aride dell’Asia centrale, caratterizzate da deserti e praterie, si sviluppano pastorizia e nomadismo.

E’ in queste zone aride che evolvono i kiba minzoku, popoli di pastori cavalieri. Secondo Egami, le società agricole non elaborano capacità equestri se non in seguito alla pressione nomade.

Già in questa prima parte della teoria si possono trovare problemi, ma non perdiamoci in dettagli. Secondo il nostro, verso il 1000 a.C. i nomadi avrebbero strizzato le loro testoline desertiche e se ne sarebbero usciti con un’invenzione epocale: il morso in bronzo. Questo avrebbe permesso lo sviluppo della cavalleria, superiore in mobilità ed efficienza al carro da guerra. Con questo nuovo pezzo di equipaggiamento, i nostri sarebbero stati finalmente in grado di competere militarmente con i grassi imperi agricoli e urbani!

Ed è quello che fanno, stando al libro di Egami, costringendo quei culimolli dei sedentari ad adattarsi a loro volta.

Tutto molto bello ed avvincente, ma cosa c’entra con il Giappone?

L’evoluzione della forma dei tumuli: III° secolo a, V° secolo b, VI° secolo c

Il cavallo si diffonde in Giappone durante il Periodo Kofun, altresì conosciuto come il Periodo dei Tumuli, tradizionalmente diviso in tre parti:

Primo periodo: fine III° secolo – fine IV° secolo

Medio periodo: fine IV° secolo – metà V° secolo

Tardo periodo: metà V° secolo – fine VII° secolo

Secondo Egami, sarebbe molto più appropriata una divisione in 2:

Primo periodo: fine III° secolo – fine V° secolo

Tardo periodo: fine V° secolo – fine VII° secolo

Stando a Egami, fino alla fine del V° secolo la struttura delle tombe e i corredi funebri hanno così tanti elementi di continuità con le sepolture anteriori (periodo Yayoi) che possiamo tranquillamente considerarlo come uno stadio tardivo di questa fase della preistoria giapponese.

Questa prima parte sarebbe caratterizzata da tumuli per lo più tondi o da forme primitive del tumulo a buco di serratura, con camere con pavimenti in argilla e sarcofagi a scatola o a forma di nave. Il corredo funebre è di solito relativamente ridotto e costituito soprattutto da oggetti di valore magico e sacro, come specchi, spade rituali o perle. A parte gli specchi cinesi (classico dono diplomatico), Egami considera che si tratta di manufatti tipicamente isolani, privi di forti influenze continentali.

Dalla fine del V° secolo la situazione cambia drasticamente: si diffondo i kofun (tumuli) monumentali a buco di serratura e compare una smaccata influenza continentale nella forma dei sarcofagi, nelle decorazioni murali delle camere funerarie, ma anche nella composizione dei corredi. Appaiono armi e oggetti di uso pratico, punte di freccia, armature, finimenti per cavalli.

Costume e tatuaggi facciali ripresi da una Haniwa, statuetta di terracotta posta nei pressi del tumulo

E’ fuori di dubbio che l’influenza del Continente si faccia di botto sensibile in questo periodo, ma come interpretarla?

Tra il III° e il V° secolo, la Cina era soggetta a gravi rivolgimenti, con la Rivolta dei Turbanti Gialli e la Guerra dei Tre Regni. Secondo Egami, le armi e i finimenti trovati nei kofun giapponesi sarebbero molto simili ad artefatti contemporanei usati in Manciuria e Mongolia dagli stessi “popoli di Cavalieri” che si stavano mangiando il nord della Cina e la Penisola Coreana.

Il nostro afferma che in questo periodo le tombe giapponesi mostrano una frattura storica, un passaggio da una cultura stanziale, pacifica e spirituale, a una nomade, bellicosa e pragmatica.

Che gli stanziali siano per natura più pacifici dei nomadi è una nozione molto spassosa, e su questo non ci piove. Tuttavia è è vero che la cultura centrasiatica conosce una diffusione epocale a partire dal III° secolo. I regni di Buyeo e Goguryeo sono nati da federazioni di nomadi, ed entrambi sono citati come pionieri nello sviluppo di una cavalleria pesante moderna ed efficace.

Tornando al regno di Wa, Egami sostiene che l’apparizione di armi e finimenti nelle tombe è troppo repentina e radicale per poterla giustificare con il semplice commercio. No, signore e signori! Egami è chiaro: nel V° secolo il Giappone è stato invaso da popoli altaici di cavalieri, che hanno spianato tipo schiacciasassi la sonnacchiosa cultura agricola dei Wa e hanno creato un nuovo regno, un regno centralizzato, gerarchico e feroce, tenuto insieme dalla frusta, dalla staffa e dal crudele morso dell’acciaio!

L’implicazione è colossale per la storiografia giapponese: la linea imperiale altro non sarebbe che lo stralcio esule e immigrato di selvaggi capibanda del deserto, probabilmente gente arrivata dai giovani regni di Goguryeo o Buyeo. Nei tumuli monumentali non si troverebbero quindi le spoglie dei discendenti della Dea Solare, ma le carcasse di predoni mongoli e delle capre loro consorti!

Come si può immaginare, quando Egami pubblicò questa nuova teoria, le mutande dell’accademia nipponica andarono a fuoco. Ma al di là del puro piacere di vedere il nazionalismo preso a pesciate nel viso, quanto possiamo accettare l’idea di Egami? E’ vero che l’invasione è l’anello mancante tra Yayoi e Kofun?

Egami basa la sua teoria sui ritrovamenti archeologici, ma anche sulle fonti mitiche. Testi come il Kojiki e il Nihon shoki raccontano la “teogonia” dell’Impero giapponese, ed Egami li integra nel proprio discorso, cercando di far combaciare le timelines.

Nell’edizione del ’67, il nostro spiega che i kiba sarebbero arrivati prima in Kyūshū, poi in Honshū, e si sarebbero stabiliti nel Kinai verso la fine del IV° secolo. La proliferazione delle tombe del secondo periodo (quelle con armi, finimenti, ecc.) è databile al tardo V° secolo.

Come accennato prima, ho mille problemi con il ragionamento di Egami, ma la falla più grande è il fatto che la cronologia non torna. Tra l’arrivo ipotetico di questi cavalieri e la diffusione delle tombe c’è un buco di un secolo. Perché?

Erano tutti longevi e nessuno moriva?

Per un secolo sono morti tutti in bizzarri incidenti di kayak d’alto mare?

Puzzavano tanto da vivi che per un secolo nessuno si è accorto dei decessi?

Annose questioni.

Ledyard ha cercato di proporre una nuova elaborazione della teoria, nel tentativo di appianare le contraddizioni. Secondo il nostro, verso la metà del IV° secolo i Buyeo avrebbero spinto verso il centro della Penisola sull’onda del caos politico e militare in atto nel nord della Cina. Qui costoro avrebbero fondato il regno di Baekje e avrebbero allacciato stretti rapporti con i Wa (presenti nell’Arcipelago ma anche nella regione meridionale della Penisola).Gli strettissimi rapporti diplomatici tra Baekje e Wa sono in effetti confermati dagli annali coreani e dall’archeologia giapponese.

La Spada dei Sette Rami! Trashosa trovata fèntasi? No, prezioso dono diplomatico dal re di Baekje al sovrano di Wa. Stando al Nihon shoki, il sovrano di Wa sarebbe di nuovo una donna, l’Imperatrice Jingū (aaaah, sessismo, iiih, i giapponesi dell’VIII° secolo erano femminazi!)

Ledyard si spinge ancora più avanti, proponendo un’interpretazione molto originale delle fonti scritte giapponesi. Nel Nihon shoki si parla in effetti di una campagna militare di Jingū contro la Corea (datata tradizionalmente al 369). Secondo Ledyard, questo passaggio potrebbe essere letto come la memoria deformata dell’invasione di Mahan dalla parte di Buyeo e la creazione del regno di Baekje.

In altre parole, la casa Imperiale giapponese avrebbe in effetti remote origini nomadi, e quelli giunti in Honshū altri non sarebbero che uno stralcio della monarchia di Baekje.

La campagna di Jingū verso l’Est sarebbe difatti da interpretarsi come una successiva spinta della gente di Buyeo verso l’isola di Kyūshū e Honshū e la successiva creazione della corte di Yamato.

L’idea di Ledyard è senza dubbio molto intrigante, ma si basa sulla teoria di Egami senza rimetterne in causa le basi archeologiche. E la discrepanza archeologica è proprio il chiodo nella bara della Teoria dei Cavalieri.

Edwards ha analizzato i corredi funebri di 137 tombe per mettere alla prova le tesi di Egami. Il buco di quasi un secolo tra l’arrivo di questi cavalieri e la diffusione delle loro tombe resta inspiegato. Peraltro, Egami si concentra sulle novità in contrasto con le sepolture precedenti, ma non considera i numerosi elementi di continuità, che pure esistono, tra il tardo Kofun e la fase precedente. Secondo Edwars, il pattern suggerisce più un’appropriazione culturale che non un’invasione brutale.

Se vogliamo riassumere la diffusione di equipaggiamenti equestri nei tumuli: prima del 425 solo l’1% delle tombe aveva finimenti nei corredi e la maggioranza di queste si trovano nel Kinai. Nel VI° secolo il 10% delle tombe ha elementi equestri, e i 2/3 di queste si trovano a est del Lago Biwa.

Concentrazione di siti funerari aventi elementi equestri nell’arco dei secoli

Se è vero che la teoria di Egami non tiene, è anche vero che la cultura equestre viene importata in Giappone, che si diffonde molto alla svelta e che in tempi molto ridotti il centro di produzione si sposta geograficamente verso est. Questo sviluppo dell’allevamento è peraltro strettamente legato allo sviluppo di uno Stato moderno e centralizzato.

Non solo: quando andiamo a studiare nel dettaglio i finimenti delle tombe, appare palese che l’origine della cultura equestre giapponese non è cinese ma coreana (con particolare apporto da parte del regno di Baekje, ma anche Goguryeo, Silla e la confederazione di Gaya).

I regni coreani hanno quindi giocato un ruolo fondamentale nella genesi dell’Impero Giapponese, ma quale?

La Penisola nel VI° secolo

Abbiamo già accennato al caos politico e militare che falcidiava la regione tra III° e IV° secolo. Antichi imperi crollano, nuovi regni nascono, e tra questi c’è Goguryeo, nel nord della Penisola. Il regno entra in una nuova eccitante fase nell’anno 300, quando re Micheon sale al trono (governerà per 31 anni) e lancia una radicale modernizzazione dello Stato, con a corollario una simpaticissima politica espansionista. La prima a pagare per il genio politico di Micheon è Lelang, ma non è la sola. Le altre polities coreane si affannano per resistere alla stella nascente di Goguryeo e alla sua terrificante cavalleria.

Questo provoca un vero e proprio esodo di migliaia di coreani verso le isole giapponesi, in particolare a partire della metà del IV° secolo. Si tratta di gente di ogni estrazione, tra cui molti tecnici, studiosi, aristocratici, allevatori, fabbri, artigiani, ecc.

Il regno di Wa aveva molti scambi e interessi sulla Penisola. Il Nihon shoki dice addirittura che l’Imperatrice Jingū condusse diversi interventi militari sul territorio, costringendo i governanti locali a riconoscere l’ascendenza politica di Wa. Pare eccessivo affermare che i Wa governassero territori sulla Penisola, ma le fonti coreane e cinesi confermano che il regno dell’Arcipelago era in effetti ritenuto un alleato di riguardo. In ogni caso, l’investimento politico, economico e militare dei Wa sulla Penisola è accertato.


Jingū durante la campagna militare in Corea (Tsukioka Yoshitoshi)

Durante il V° secolo il regno di Wa intervenne militarmente nella Penisola in favore di Baekje e Silla contro il regno di Goguryeo. I Wa non avevano cavalleria, e finirono per subire una sconfitta assolutamente devastante sulle rive del fiume Yalu agli inizi del V° secolo.

I Wa si trovano quindi sloggiati dal Continente. E questo è un problema, perché i nostri dipendono da esso per un sacco di importazioni, non ultime ferro, cavalli e oggetti in metallo. I nostri devono diventare indipendenti. Di più, devono modernizzare il proprio esercito, dotarlo di quella che è all’epoca l’avanguardia della tecnologia militare: il cavaliere pesante.

Il flusso migratorio di rifugiati coreani continua durante il V° e VI° secolo. Secondo Farris si arriva a picchi di 3000 persone l’anno, che per i tempi era assolutamente eccezionale. 1/3 della nobiltà della Corte di Yamato aveva origini coreane.

Invece di prendere a calci un cavallo morto e perseverare in campagne militari senza speranza, i Wa decidono di sfruttare la situazione a loro vantaggio: lungi dal cercare di porre un limite al flusso di immigrati, i nostri lo sfruttano, lo integrano nella politica generale della Corte.

La diffusione della cultura equestre in Giappone, fondamentale nella formazione di uno Stato centralizzato e di un esercito moderno, non è frutto di un’invasione, né il mero apporto dell’immigrazione. E’ un connubio tra un flusso migratorio ragguardevole e una politica deliberata della Corte di Wa.

I nuovi arrivati vengono inquadrati, installati sul territorio, viene data loro una funzione nella macchina statale e una missione. Le tecniche vengono sviluppate, incentivate, raffinate.

Farris sottolinea: « Equestrian skills, the birthright of every samurai, originated with the hated and feared Koreans. » (Heavenly warriors)

Verissimo. Niente immigrazione coreana, niente samurai. Allo stesso tempo queste mirabolanti skills attecchirono e si svilupparono grazie alla lungimiranza, la creatività e la pianificazione della classe dirigente del Kinai.

MUSICA!


Bibliografia

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