Genpei 0.1 – i disordini di Hōgen

La Guerra di Genpei è uno dei più celebri conflitti della Storia del Giappone. Non è strano che anche chi non si interessa all’Arcipelago l’abbia sentita nominare. Ci si sono ispirati millemila film, cartoni, romanzi, pièce teatrali, eccetera. Di solito la loro pertinenza storica è pari a quella del film-cagata Kinkdom of Heaven, a volte si hanno piccoli gioielli.

Ma cos’è successo davvero in questo allegro massacro da cui sono usciti (di solito coi piedi in avanti) alcuni dei più celebri personaggi della letteratura giappa?

Come in ogni guerrone che si rispetti, per capirla bisogna prima conoscere i presupposti e gli eventi degli anni precedenti.

Questo è il primo di una serie di articoli sulla guerra di Genpei.

Genpei 0 – i disordini di Hōgen

Minamoto no Tametomo, in una stampa di metà ottocento

Cominciamo dalla base: Taira e Minamoto, chi sono costoro?

All’origine, sono principi in eccesso.

I membri della famiglia imperiale dovevano garantire l’equilibrio con gli dei, un compito gravoso per cui erano compensati con appannaggi e rendite. C’era però un piccolo problema: la famiglia imperiale aveva un comportamento sessuale molto endogamico e molto, molto prolifico.

I guerrieri erano gente fissata col sangue, facevano di tutto per selezionare il lignaggio.

I nobili se ne fregavano. Avevano qualche vaga remora (niente incesto coi genitori, o con i fratelli di stessa madre, per esempio), ma per il resto la libertà sessuale di uomini e donne era molto vasta, finché gli individui gestivano le loro relazioni con discrezione.

Il che significa un numero esorbitante di marmocchi.

Oh, il matrimonio esisteva, beninteso. Di solito il patto era: la sposa pagava per le spese d’apparato del marito (abito, accessori, carro, ecc.), e il marito riconosceva i figli e curava la loro carriera politica. Se poi quelli fossero davvero biologicamente suoi o meno, non era importante.

Il Genji forse romanza un po’ quando mette in scena il protagonista che fa un figliolo con la concubina del defunto padre (figliolo che finisce per salire al trono), ma la faccenda resta plausibile.

In sostanza: l’Imperatore aveva diverse donne, che a loro volta potevano avere diversi uomini, ma ufficialmente partorivano comunque principi imperiali.

Questo portò a troppi principi per troppo pochi appannaggi. Potevano andarsene a colonizzare qualche paese vicino e procurarsi nuova terra, ma le navi giapponesi, per secoli, hanno avuto la fastidiosa tendenza di affondare come ferri da stiro. La Corte optò quindi per un sistema a retroazione negativa: il rango diminuiva di generazione in generazione, e alla quarta i nipotini imperiali venivano radiati dai registri di famiglia.

Non è male come sembra. Agli scartati veniva dato un rango dignitoso, una funziona o una lucrosa carica provinciale, e un cognome: Taira o Minamoto.

Taira e Minamoto indicano quindi, in principio, una qualche discendenza imperiale, ma di Taira e Minamoto ce n’è ovviamente un sacco di tipi diversi, a seconda di quale fosse l’Imperatore all’origine della genia. Talvolta il lasso temporale tra i capostipiti è tanto vasto e la parentela tra loro così remota, che non possiamo nemmeno considerarli legati.

Quelli che hanno fatto più chiasso alla fine di Heian e nel primo medioevo, i “grandi” Taira e Minamoto, sono i discendenti dell’Imperatore Kanmu e dell’Imperatore Seiwa. In altre parole i Kanmu-Heishi (Hei è un altro modo di leggere Taira) e i Seiwa-Genji (Gen è la lettura cinese di Minamoto).

I Taira


Il primo Kanmu-Heishi a ricevere il nome Taira fu il principe Takamochi, nel nono secolo. Fu nominato vicegovernatore di Kazusa, nel Bandō, dove fondò la base della sua nuova famiglia. Il suo terzo figlio, Yoshimasa (o Yoshimochi, della dotta controversia sulla lettura parleremo in un altro articolo che sono sicura tutti voi aspettate!), che fu chinjufu shōgun (Generale pacificatore dei barbari nelle provincie nord-occidentali di Mutsu e Dewa, per ulteriori informazioni rimando a questo articolo). Fu anche padre di Masakado, il guerriero più figo di sempre (ma di lui parlerò in un’altra serie di articoli che di certo tutti voi aspettate!).

Il secondogenito di Takamochi fu Kunika, gran segretario () della provincia di Hitachi e padre di Sadamori, che oltre a essere il cugino paraculo di Masakado fu anche uno dei pochi della famiglia che riuscì a invecchiare (maledetto lui).

Se Takamochi fu il capostipite della famiglia, Sadamori fu il fondatore del vero potere dei Kanmu-Heishi, e anche quello che vinse la guerra (diventando quindi l’antenato illustre a cui rifarsi per confermare e rinforzare la tradizione militare). Il centro del suo potere divenne Ise, il suo ramo familiare è quindi conosciuto anche come Ise-Heishi.

Sadamori è un personaggio molto francese: dopo aver perso la guerra ed essersi fatto riempire il culo di calci da suo cugino, riuscì comunque a figurare tra i grandi vincitori e incassare la ricompensa. Go figure.

Il bis-bis-nipote di Sadamori fu Masamori, nominato governatore militare (zuryō) di diverse provincie, che dopo aver accumulato una solida base economica e militare entrò al servizio dell’allora Imperatore Ritirato Shirakawa.

Ormai siamo in pieno insei, il Governo del Chiostro.

Pensate che “ritirato” significhi che ha mollato il seggiolone?

Sticazzi, siamo in Giappone, niente può essere semplice! In un periodo in cui la Corte era comandata dalla famiglia Fujiwara (che monopolizzava tutte le più alte cariche e aveva inscatolato l’autorità imperiale) Shirakawa trovò il sistema di svignarsela tra le maglie del sistema, yo!

Ancora giovane, Shirakawa si ritirò dal potere e sgomberò. Fuori dal Palazzo Interno (dairi), si costituì una cerchia di collaboratori fidati parallela alle strutture ufficiali della Corte e riprese il ruolo politico che gli spettava, mentre il suo erede restava al dairi a ciucciarsi riti e cerimonie per compiacere gli dei e il protocollo.

Shirakawa, dicevamo, arruolò Masamori. Il figlio di quest’ultimo si chiamava Tadamori, e servì Shirakawa e l’Imperatore Ritirato Toba, facendo la fortuna della propria famiglia.

Il figlio di Tadamori l’avrete sentito nominare: Kiyomori. Il celebre, celebre e inglorioso Kiyomori, tanto bistrattato dalla storiografia e dalla letteratura.

Di lui parleremo più là più in dettaglio, perché è uno dei protagonisti della nostra storia.

Kiyomori e lo stress post traumatico, da una stampa di Chikanobu

 

I Genji


Il primo a ricevere il nome di Genji fu il sesto figlio dell’Imperatore Seiwa, Sadazumi. Costui è l’antenato di Minamoto no Tsunemoto. Si tratta anche in questo caso di un vecchio nemico di Masakado (ne aveva un caretto, di questi), che credo portò sulla tavola un contributo strategico un tantino più significativo di quello di Sadamori, tanto è vero che fu impiegato di nuovo nella repressione del grande pirata Fujiwara no Sumitomo, poco tempo dopo.

Suo figlio fu Minamoto no Mitsunaka, rinomato guerriero protagonista di diverse favole, che nella realtà storica servì la Corte appoggiandosi alla sua base nella provincia di Settsu.

Mitsunaka ebbe tra figli, Yorimitsu, Yorichika e Yorinobu, a capo rispettivamente dei Settsu-Genji, Yamato-Genji e Kawara-Genji (dalle provincie in cui si basavano).

Nel 1028 Yorinobu fu spedito dalla Corte nel Kantō per sedare la rivolta di Taira no Tadatsune.

Sul posto acquisì la base precedentemente appartenuta a Naokata dei Kanmu-Heishi: Kamakura nella provincia di Sagami.

Tadah!

Kamakura diventerà la “Capitale dei Genji” e il baricentro del clan si spostò definitivamente nel Bandō.

Il figlio di Yorinobu, Yoriyoshi, sposò la figlia di Naokata, consolidando la sua posizione rispetto ai guerrieri locali. Se volete saperne di più su di lui, rimando di nuovo al mio precedente articolo, Breve storia dei disordini in Mutsu. Qui vi basti sapere che divenne in parole povere uno dei principali capi del network guerriero del Tōhoku.

Suo figlio fu Yoshiie, al servizio dell’imperatore Shirakawa.

Yoshiie parte al massacro in un turbine di petali di ciliegio

 

Chiudendo il cerchio, Tadamori e Yoshiie si ritrovarono al servizio dello stesso uomo, l’uno basato intorno al Mare Interno, l’altro basato sulle selvagge pianure del Bandō, gomito a gomito con gli emishi.

Per avere un’idea, una mappa del Giappone con le aree di influenza e le provincie-base dei due clan

Seiwa-Genji e Kanmu-Heishi erano i due pugni armati dell’Imperatore Ritirato. Shirakawa costituì grazie a loro la sua guardia personale, gli hokumen. Erano loro a eseguire i suoi ordini, a essere nominati tsuitōshi (designati per sedare rivolte e disordini) e imporre la pax imperiale in nome e per conto di Shirakawa.

Bisogna notare che nel frattempo la situazione in Giappone era evoluta. I domini privati di templi, santuari o dignitari (shōen) erano diventati più vasti e indipendenti. Prima i facoltosi padroni riuscirono a esentarli da tasse, poi a vietare l’ingresso ai funzionari provinciali. In parole povere, da un lato i grandi nobili avevano latifondi privati immuni, dall’altro la macchina governativa arrancava e sputava sangue su un territorio sempre più difficile da controllare.

Gli amministratori di questi shōen e i grandi signori avevano ovviamente i loro piccoli eserciti privati, ma non erano gli unici: grandi templi come l’Enryaku-ji, lo Onjō-ji o il Kōfuku-ji avevano a loro vota costituito le loro proprie milizie di guerrieri devoti e monaci guerrieri. In particolare questi ultimi erano spesso gente un tantino fanatica. Dei disastrosi bisticci tra, ad esempio, le sette Shingon e Tendai, parleremo in un altro articolo.

Quando Shirakawa tirò le cuoia, suo nipote prese il suo posto nel Chiostro col nome di Toba. Citando lo Hōgen monogatari (da una traduzione di René Sieffert, dacché l’originale me lo sono scordato a Parigi, peggio per voi):

A quel tempo era sovrano colui conosciuto col nome di Imperatore Monaco Toba. Discendente della Grande Divinità che riluce nel Cielo alla quarantaseiesima generazione, era dall’Imperatore Jinmu il settantaquattresimo Sovrano.

Il testo è particolarmente favorevole a Toba.

Il nono giorno della settima luna del secondo anno dell’era Kashō (1107), l’Imperatore Ritirato Horikawa morì. Il diciannovesimo giorno dello stesso mese il Principe, allora nel quinto anno di vita, fu investito del rango supremo. Durante i sedici anni in cui fu sul trono le terre che il mare cinge furono in pace, il Mondo Sotto il Cielo in sicurezza. Venti e piogge si conformavano alle stagioni, né calore né freddo venivano nel momento sbagliato.

Checché ne dica lo Hōgen monogatari, il Giappone era in una situazione delicata. Appena bambino, Toba si ritrovò sul trono, con un’eredità tutt’altro che semplice da gestire. Peraltro, per complicarsi ulteriormente la vita, Toba aveva family issues.

Fun for everybody!

Nello specifico, Toba aveva due mogli:

Daikenmon-in no Sōshi, figlia del Gran Consigliere Surnumerario (gon-dainagon) Fujiwara no Kimizane. Costei aveva dato al Figlio del Cielo due figli maschi, il futuro Imperatore Sutoku e il Principe Imperiale Masahito.

Bufukumon-in no Tokushi, figlia del Medio Consigliere Surnumerario (gon-chūnagon) Fujiwara no Nagazane e madre del Principe Imperiale Narihito.

Needless to say, le due erano in feroce competizione per piazzare i propri bambini adorati sul Trono Celeste.

Toba non aveva nessuna voglia di compiacere Sōshi. Le malelingue dicono che la signora, da ragazza, fosse stata troppo vicina al nonno di Toba, Shirakawa. Tokushi d’altro canto era meno implicata con i Fujiwara (suo padre era meno importante) e Toba la favoriva.

A ventun anni (1123), Toba si ritirò. Suo figlio Sutoku fu nominato Imperatore, ma non poteva durare. Dopo la morte dell’ingombrante Nonno Shirakawa, nel ’29, Toba prese in pugno le redini dello Stato, e si dette da fare finché non riuscì a far abdicare Sutoku (che divenne Nuovo Imperatore Ritirato, al margine della ridda politica). Al suo posto fu elevato alla dignità imperiale il piccolo Narihito come Imperatore Konoe. Era il primo anno dell’era di Eiji (1141), Konoe aveva sì e no un paio d’anni.

La soddisfazione di Toba durò diversi anni, ma il secondo anno dell’era di Kujū (1155), a soli 16 anni, a Konoe “gli viense un accidente”. Il suo stato peggiorò nei mesi e niente sembrava poter guarire il sovrano.

Lo Hōgen racconta di una notte di autunno in cui, sentendosi un po’ meglio, Konoe convocò alti dignitari e poeti per ammirare il paesaggio. Una poesia gli è attribuita.

Il canto degli insetti che si affievolisce

Io che già rimpiango l’autunno sul finire

Prima di questo sparirò di certo

Insomma, se la sentiva. I dignitari brontolarono che era di cattivo augurio, e forse tutti i torti non li avevano, dacché il giovane Konoe si aggravò di colpo e si spense la notte dopo.

Sutoku non sperava di tornare sul trono, ma avendo a sua volta un figlio maschio, il principe Shigehito, sperava che il padre nominasse il bambino e ristabilisse il ramo maggiore della famiglia sul trono.

Manco per niente. Malelingue insinuarono che erano stati i woodoo e gli accidenti di Sutoku a far ammalare Konoe (to be fair, di accidenti gliene aveva di certo tirati tanti). Che ci credesse o meno, Toba elevò il fratello minore di Sutoku, Masahito, che divenne il nuovo Imperatore Goshirakawa. Farsi sorpassare a destra d un fratello minore fa incazzare. E Sutoku s’incazzò.

Nel frattempo in casa dei Fujiwara…

Eh sì, anche loro avevano family issues. Il capofamiglia, Tadazane, aveva l’infausta fortuna di avere due figli maschi, Tadamichi e Yorinaga, e guarda un po’, i due erano ai ferri corti per determinare chi doveva essere considerato come nuovo capofamiglia.

Cogliendo l’occasione della faglia nella casa imperiale, Tadamichi prese le parti di Goshirakawa, Yorinaga quelle di Sutoku.

Il secondo giorno del settimo mese del primo anno di Hōgen (1156), dopo aver arrangiato questa bella bomba a orologeria, Toba trovò che aveva combinato abbastanza danni e tirò le cuoia. Senza por tempo in mezzo, le due fazioni convocarono i Taira e i Minamoto e si scatenarono.

Un assaggino?

All’est del terzo viale gli uomini di guerra del partito dell’Imperatore Ritirato [Sutoku] si erano riuniti, passando la notte a cospirare e il giorno, arrampicati sugli alberi o sulle colline, a spiare la residenza di Takamatsu che faceva ufficio di Palazzo [per Goshirakawa]. Essendosi diffusa la voce, l’indomani, terzo giorno del mese, fu dato ordine a Yoshitomo, Governatore di Shimotsuke, di arrestare l’Amministratore della residenza dell’Est del Terzo Viale, il Sotto-intendente del Tesoro Mitsukazu e due dei suoi uomini. Ieri soltanto era morto l’Imperatore Monaco o oggi già tali avvenimenti accadevano […].

Lasciate che l’immagine di tizi arrampicati sui pini s’imprima e torniamo ai nostri guerrieri.

Il clan guerriero di questo periodo non era la struttura rigida e unita del periodo Edo. Lo spirito di corpo era ristretto di solito ai propri alleati personali (che potevano essere dei parenti, oppure no). Spesso i legami di matrimonio potevano essere più astringenti di quelli di sangue.

Questo era fonte di infinite faide familiari, mine de rien. E il caso in esame non fece eccezione.

La famiglia guerriera media

Il punto era che i vari figli e fratelli Taira e Minamoto avevano sposato le loro donne, fondato le loro famiglie e si erano legati individualmente a patroni diversi. Finché le famiglie dei loro signori rimasero in pace il problema non si pose, ma quando i Fujiwara e gli imperatori chiamarono alle armi, la faida politica tagliò attraverso le due genie guerriere come una mannaia nel burro. Ognuno dovette scegliere tra la propria famiglia di sangue (padre e fratelli) e l’uomo da cui dipendeva il benestare e la sopravvivenza sua e della sua famiglia ristretta (moglie e figli). I guerrieri lanciarono i dadi, e si armarono.

Sotto Goshirakawa si schierarono Taira no Kiyomori, capo dei Kanmu-Heishi, il primogenito del capo dei Minamoto, Yoshimoto, Yoshiyasu, cugino in primo grado di suo padre, e Yorimasa, capo militare del principale porto di Settsu.

Sotto Sutoku si schierarono Taira no Tadamasa, zio paterno di Kiyomori, e Minamoto no Tameyoshi, padre di Yoshitomo e capo dei Genji, sostenuto dagli altri suoi figli, tra cui il giovane Tametomo, passato nella narrativa successiva come il miglior arciere della Storia del Giappone. A quanto pare Tametomo non aveva ancora vent’anni al momento, ma aveva già partecipato, alla tenera età di quindici anni, alla repressione di una banda di briganti, e si era guadagnato stima e rispetto come capo militare.

Lo Hōgen non risparmia su di lui:

Bellezza, prestanza, determinazione, tutto il lui pareva veramente eccellente. Dacché la sua altezza suerava i sette piedi, dominava la gente ordinaria di due o tre piedi. Arciere nato, aveva il braccio sinistro più lungo di quello destro di quattro pollici, sicché tirava frecce di quindici mani [palmo chiuso].

Un po’ di iperbole poetica? Pace. Tametomo è un personaggio spettacolare!

Tornando a noi, il decimo giorno del settimo mese dello stesso anno, Sutoku stabilì il proprio quartier generale nella residenza di Shirakawa, Goshirakawa in quella di Takamatsu (non vi confondete!).

Appena installati, Tameyoshi e Tametomo proposero di effettuare un attacco a sorpresa contro il palazzo di Takamatsu approfittando della notte. Sfortunatamente per loro a comandare erano degli aristocratici civili, e Yorinaga rifiutò il permesso. Ma ti pare stare a sentire un militare di professione svezzato a cinghiate e raid nemici? Un attacco notturno è roba da banditi.

Una sorpresa notturna, dici, ma può andar bene al limite per una guerra privata, fatta sa dieci o venti cavalieri! E’ ben evidente che quando il Sovrano presente e il Sovrano Esaltato si disputano l’Impero una sorpresa notturna sarebbe del tutto inopportuna!

Non è bello quando gente del tutto verde discute di tattica? Tameyoshi e i suoi non poterono che bestemmiare e sperare che anche Goshirakawa avesse collaboratori altrettanto fessi.

Speranza vana.

Goshirakawa si era scelto degli alleati molto meno sprovveduti: quando Yoshitomo propose un attacco notturno al palazzo di Shirakawa, il consigliere Shinzei approvò senza remore.

All’alba dell’undicesimo giorno, la residenza di Shirakawa fu cinta d’assedio da 300 cavalieri di Kiyomori, 200 di Yoshitomo, 100 di Yoshiyasu (trattandosi di un attacco a sorpresa, è probabile che non ci fossero truppe a piedi). Gli attaccanti erano sostenuti dai Genji Yorimasa, Shigenari e Nobukane.

Gli uomini di Tameyoshi opposero una resistenza feroce ma, guarda un po’ te chi se lo aspettava, la residenza nobiliare non era tenibile, e in 4 ore i sopravvissuti dovettero risolversi a una ritirata precipitosa.

Non fu una lunga fuga. Lo stesso anno Yorinaga morì per le ferite subite, Tameyoshi e Tadamasa furono decapitati, e Sutoku fu spedito in esilio a Sanuki dove divenne pazzo per la rabbia e il dolore. Nello Hougen l’Imperatore destituito culmina la sua tragica follia con una terribile maledizione.

“[…] Rigettato nelle Tre Vie del male, possa io, in virtù dei miei sforzi, diventare il più grande demone del Giappone, e farò del sovrano un soggetto e del soggetto un Sovrano!” Disse, e con un morso si tranciò la punta della lingua. Col sangue che sgorgò tracciò le sue maledizioni alla fine del Libro del Grande Veicolo:

“Da Bonten a Taishaku in alto e gli dei sotterranei in basso, vogliano tutti gli dei unire le loro forze per il compimento del mio voto!”

Che Sutoku si sia mangiato la lingua in un raptus o meno, morì di inedia (inflitta o aiutato) il secondo anno di Chōkan (1164), all’età di quarantasei anni.

Tutto bene quel finisce bene quindi, no?

Hum.

Circa.

Goshirakawa promosse i suoi consiglieri, Shinzei e Nobuyori, e si lanciò un una serie di risanamenti e modifiche politiche, specie per quanto riguardava lo statuto degli shōen, dei templi e dei santuari (cosa che le teste pelate non apprezzarono né punto e né poco).

Quanto ai guerrieri, riassumiamo:

Kiyomori era ormai a capo delle bande di Iga, Ise, Kawachi, Bizen, Bicchū.

Yoshitomo controllava le bande di Ōmi, Mino, Owari, Mikawa, Tōtomi, Suruga, Sagami, Awa, Kazusa, Musashi, Kōzuke, Shimotsuke, Hitachi, Kai e Shinano.

In rosso le provincie sotto l’influenza Taira, in blu quelle sotto l’influenza Minamoto

In parole povere, i Taira controllavano l’ovest, più popolato e sviluppato, mentre i Minamoto gravitavano verso l’est, più selvaggio e disabitato. Se Yoshitomo aveva le zampe su più province di Kiyomori, doveva fare i conti con un clan indebolito dalla perdita di numerosi uomini di valore, tra cui i suoi generali più capaci, Tameyoshi e Tametomo.

Al contrario, Kiyomori aveva eliminato un concorrente e consolidato il clan, accaparrandosi province ricche e popolose.

Nello Hōgen monogatari viene raccontato che Yoshitomo aveva sperato fino all’ultimo che la sua bravura in battaglia e la sua partecipazione nella vittoria gli avrebbero permesso non solo di elevare il nome della famiglia, ma di ottenere la grazia per i suoi, almeno per suo padre.

Siamo alla fine dell’Epoca di Heian, la pena capitale esisteva, ma restava una pratica molto rara, specie ai danni di grandi personaggi. Di solito si preferiva spedire il perdente in esilio, o costringerlo a prendere i voti in un monastero di provincia. Benché lo Hōgen monogatari sia molto romanzato, è credibile che Yoshitomo sperasse di ottenere la grazia per i suoi.

Non fu concessa. Nella versione romanzata Yoshitomo nasconde suo padre e gli promette protezione, quando la Corte li scopre. A Yoshitomo viene data la scelta: o presenterà la testa di suo padre, o i nobili manderanno un boia a fare il lavoro.

Che il capitolo annoda-budella dello Hōgen sulla morte di Tameyoshi sia accurato o meno, il fatto resta: l’ordine fu dato, la capoccia decollata.

Alla fine della guerra, Yoshitomo si trovò indebolito più che non rinforzato. La sua fedeltà era stata ripagata con la testa mozzata di suo padre, e l’uomo che aveva sacrificato di meno, Kiyomori, era quello che ora commerciava con la Cina e s’ingrassava sul Mare Interno.

Il risentimento è un seme bastardo, e in condizioni favorevoli attecchisce all’istante, con conseguenze disastrose.

E le condizioni favorevoli si presentarono prestissimo: tolti di mezzo i fratelli Fujiwara, era il turno di Nobuyori e Shinzei di scannarsi per determinare chi era il primo gallo del pollaio. I morti di Hōgen erano ancora caldi, ma le basi dei disordini di Heiji erano già solide.

Ma questa è un’altra storia!

MUSICA!

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BIBLIOGRAFIA

UESUGI Kazuhiko, Genpei no sōran, Yoshikawa Kōbunkan, 2007, Tōkyō

KAWAJIRI Akio, Taira Masakado no ran, Yoshikawa Kōbunkan, 2007, Tōkyō

HERAIL, Francine, Aide-mémoire pour servir à l’étude de l’Histoire du Japon des origines à 1854

SIEFFERT René, Le Dit de Hōgen; le Dit de Heiji, Verdier, 2007, Francia

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16 thoughts on “Genpei 0.1 – i disordini di Hōgen

  1. perchè fino ad ora non avevo mai capito da dove nascesse la rivalità Taira-Minamoto. Sapere che avevano sostenuto lo stesso imperatore mi ha chiarito la situazione. Poi in altri testi mica era chiaro come i Minamoto si trovassero in entrambe le fazioni.
    Manca solo la questione del colore dei mon

    • Ah, la faccenda di mon e colori è spinosa, dato che per un lungo periodo i nostri amici non hanno avuto regoli molto astringenti a soggetto. Alcuni clan potevano avere un colore distintivo (tipo il rosso), o un simbolo distintivo e metterlo su campi di colori diversi. Ho qualche pubblicazione specifica e una mezza idea per un articolo, in futuro 😉
      Quanto alla rivalità Taira/Minamoto, ci sarà da divertirsi: hanno appena iniziato, si stanno giusto scaldando 😀

      • il problema è che io conoscevo la semplificazione Taira = rosso e Minamoto = Bianco. La cosa-strana-alla-Voyager è che sono gli stessi della Guerra delle Due Rose.
        Aspetterò gli altri articoli. 🙂

  2. Pingback: Genpei 0.2: i disordini di Heiji | Fortezza Nascosta

  3. Che cazzo di casino.
    Ho iniziato a disegnare una specie di albero genealogico ma poi ho desistito al motto “fanculo capire chi! Godiamoci le mazzate!”

    Bellissimo articolo!

    • E va di lusso che le famiglie del periodo sono molto ben documentate. Io che studio il decimo secolo dvo anche sorbirmi le vare controversie “Ma sarà il fratello, lo zio o il nonno? Si leggerà così? Magari costui non esiste, hanno sbagliato ad annotare il nome” 😀

  4. Pingback: Genpei 1.0: il Principe Imperiale Mochihito | Fortezza Nascosta

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