Vita da campo: Coudekerque-Branche 2016

Sabato

Foto d’epoca scattata dopo la poco nota battaglia di Legnate sul Groppo, dove un gruppo di Gallo-romani affiancò l’esercito napoleonico per combattere gli scoiattoli. Sulla destra, un ausiliario danese in borghese. (Foto di Nanette)

Mi sento come se ogni fibra del mio corpo fosse stata centrifugata.

Di solito il venerdì notte mi comporto da persona adulta e vado a letto presto, senza bere. A questo giro mi son distratta e ho dormito 3 ore appena. Non sarebbe tanto male se non fosse che dormo 3 ore da una decina di giorni per finire un lavoro…

Per fortuna la giornata è uggiosa e il campo è deserto. Posso covarmi la fatica.

Risiamo in quel di Dunkerque, per il mio campo preferito. Anche quest’anno i Cechi non sono venuti. Tagli alla cultura, fondi ridotti, et voilà, non puoi più permetterti di chiamare la compagnia strafica di Gustavo Adolfo. Sic transit gloria mundi.

I napoleonici in compenso sono venuti in forze. Il che è cosa buona perché puoi sempre contare sui napoleonici per qualche rissa multiepoca.

Ci sono anche i coloniali, i tizi del quindicesimo, il ventesimo secolo, il secondo impero…

E ci sono dei soldati della Wehrmacht. Devo ammettere che quando i loro ufficiali passano con le svastiche sulla giacchetta, mi sale un piccolo brivido.

Hide yo’ wife, hide yo’ kids! (Foto di Michel Langrenez)

E’ un campo sonnacchioso. Il tempo è stato così di merda che venerdì sera ci si è impantanata una delle macchine. Roba che s’arriva al parco e SBLORCH, imputtanata fino ai finestrini. Per fortuna gli yankees del ’39-’45 hanno i gipponi, sennò la si lasciava lì per gli archeologi del futuro.

Il pubblico è rado e poco interessato a noi poveri predoni scandinavi, ergo movimentiamo la vita col Gioco del Ciondolo.
Il Gioco del Ciondolo è una trovata di Bothvar per i nuovi membri: ti si mette al collo un cordino con una zampa di corvo; il tuo lavoro è tenerlo fino alla fine del campo, il lavoro del resto della compagnia è fregartelo. Se te lo fai fregare, paghi pegno.

A questo giro il corvo tocca a Lis. Non è cominciata bene. Venerdì sera gliel’ho già fregato io, mentre eravamo a bere nella tenda del centurione. E’ tutta questione di disinvoltura e polso…

Un’altra novità rispetto all’anno scorso, oltre all’assenza di pubblico e la gara del ciondolo, è il nuovo piano per lo Stato d’Emergenza. La Francia impone ‘sta roba da Novembre. Il lato antipatico è che non puoi fare un sacco di roba, il lato positivo è che sono riusciti ad arrestare un sacco di malvagi ecologisti. Perché fanculo i bombaroli, la radicalizzazione delle carceri, l’assenza di controllo in ghetti infami, quello che davvero angosciava noi parigini era il fatto che dietro un qualsiasi cantone poteva appostarsi un volontario di Greenpeace.

Quindi insomma, niente sfilata di 15 Km quest’anno, perché Al-Bagdadi potrebbe mandare qualcuno con un coltellaccio a cercare di sgozzare una carovana di gente corazzata come un tank, armata fino ai denti e con consolidata esperienza sportiva.

No, non sto scherzando.

La cosa non mi dispiace davvero: sono esausta e la schiena mi fa un male cane. Quindi buono, ci risparmiamo la Grande Marcia. Quello che non ci viene risparmiato è il discorso del sindaco.

Uno dei balocchi dei nostri amici ‘mmerigani (Foto di Nanette)

Di ritorno al campo, facciamo del nostro meglio per essere il più storicamente accurati possibile. Giusto per il principio, visto che non passa un’anima. C’è chi si mette a giocare al gioco del Re, ci si occupa della mangiogna, chi si allena in una piccola lizza. Tutto è così quieto che comincio a sperare che, magari, quest’anno non ci saranno feriti!
Ne approfitto per riposare. Mi avvolgo nel mantello e mi raggomitolo sulla paglia dietro la rastrelliera delle armi. Fa freddo, ma tanto se non dormi all’addiaccio non puoi davvero dire di aver vissuto il campo fino in fondo.

Il torpore mi sale addosso. Sono giorni che lavoro come un nordcoreano, ho un mal di schiena che mi uccide, un’orertta di riposo mi farà bene…

BAM

-MA PUTTANA L’EVA!

Qualcosa mi si è schiantato ‘ntelle stiene con la grazia di uno scooter lanciato contro un palo della luce. Emergo dal mantello incazzata come un gatto che ha scoperto i gavettoni. Un elmo. Qualche mentecatto ha preso un cazzo di elmo e me l’ha tirato tra le scapole!

-Oddio!- Il Fortunato e in piedi accanto allo stand, l’aria colpevole di un cane accanto a un divano sventrato. -Non ti avevo vista.

Prima volta in anni che mi concedo un pisolino pomeridiano, e messer Grigliata mi prende a elmate il groppone.

Nel pomeriggio qualche raro visitatore si fa coraggio. Raccatto le mie stanche ossa e mi metto al pezzo: spiegare i pezzi, far provare le armi ai bambini senza che s’infilzino a vicenda, rispondere a domande creative come “ma i cani esistevano al tempo dei vichinghi?”…

Il Fortunato si palesa. Mi chiedo se dopo le elmate sulla groppa vuole anche prendermi a cartoni nel viso, così, per sport. No. Vuole la mia armatura per passare l’Ordalia.

L’Ordalia è un’altra delle nostre buffe trovate (strettamente facoltativa): chi si sottomette all’Ordalia deve sfidare a duello gli altri membri dell’associazione, uno alla volta, fino a totalizzare 40 duelli di fila.
Perché?

La domanda che spinge le sorti dell’Umanità non è mai “perché”, ma “perché no?”.

Nel caso del Fortunato il “perché no” potrebbe essere che ha una pessima cera e da stamani pasteggia ad antidolorifici e stimolanti.

-Senti coso, sei sicuro di voler fare l’Ordalia oggi? Sei un rottame.

-Ma no, tranquilla, fidati!

Fidomi. E perché no? Stiamo parlando del baldo giovane che si è tuffato in un rogo incandescente e che manca poco affoga per voler inseguire un drakkar a nuoto.

Gli carico addosso la lamellare e mi lavo le mani della sua sorte.

Tempo una dozzina di duelli, non si sentono più botte e rintocchi.

Il Fortunato è scivolato sull’erba bagnata e si è dislocato un ginocchio.

I paramedici arrivano all’istante. Di solito non si allontanano mai troppo del nostro campo, perché siamo sempre noi a farci male. E’ antipatico da ammettere, ma è vero: per una ragione o per un’altra, ogni anno a Coudekerque succede un casino. L’anno scorso era una lancia in un occhio, due anni fa un compare che prendeva a cornate un trave, e via a rimontare. C’è una maledizione!

Legnate (Foto di Nanette)

La sera scende sul campo, il Fortunato torna cionco. E’ peccato che debba essere invalido, perché abbiamo grandi progetti per la notte.

Dopo cena ci armiamo, raccattiamo i romani e i galloromani, e sgattaioliamo di là dalla strada, nel campo post-1700. La notte è fredda, la nebbia affoga gli alberi, il cielo brilla la luna piena. E’ tempo di raid!

Le prime vittime sono i napoleonici. Le loro tende sono appena visibili nella foschia.

Ci schieriamo, un bel muro di scudi eterogenei, le armi in asta in seconda linea, quelli in leggero sui fianchi. Bothvar sguaina la spada.

-Al mio segnale, scatenate il LULZ!

Li vediamo correre a raccattare i loro moschetti. Ah, troppo tardi! Carichiamo nel buio. Spari e lampi di cartucce a salve. Alcuni di loro privano a bloccarci puntando i moschetti contro gli scudi. Nobile tentativo, dispiace quasi girargli intorno e saltar loro sul groppone. Mi azzuffo con uno di loro per prendergli il moschetto. Finiamo a terra nel casino generale, mi rialzo. Al diavolo, tientelo, meglio buttarsi nel match di spintoni col resto della banda…

Dal buio emerge il colbacco del compagno Roccia.

E’ un armadio dei sapeurs che di solito va in giro con un martello da fabbro. A questo giro è a mani nude. Ci carica. Acchiappa me e l’Ulf come se stesse facendo una bracciata di paglia, ci tira su di slancio manco fossimo due bimbetti e ci butta in un fosso. Mortacci sua. Ci riarrampichiamo sulla sponda che già la banda si sta rimettendo in moto.

Questo genere di raid ha un effetto valanga. Ripartiamo che siamo il doppio degli effettivi, armati di scudi, giavellotti spuntati, spade, accette, sciabole e moschetti. Peccato non poter portare anche il cannone!

Arriviamo al limitare della parte Prima e Seconda guerra mondiale. Non ci sono alberi qui, la luna piena illumina la nebbia di luce bluastra. Dei fantasmi neri attraversano di corsa il prato, il lampo di una fucilata a salve. Aha, sono in vena di giocare. Ma ormai siamo troppi. Passiamo sopra il loro campo senza fare distinzioni. Canadesi o crucchi, Grande Guerra o WWII, che tanto al buio son tutti uguali o quasi.

Frego un berretto a caso a un nemico mentre un gruppo di energumeni non meglio identificati conquista con le armi una gigantesca grigliata di salsicce e inizia a distribuirle tra urla di giubilo. Sotto un tendone brilla una luce elettrica, illumina divise americane. Ci precipitiamo di corsa verso di loro.

La nostra prima linea tonfa in terra con la grazia di un capodoglio spiaggiato.

-Reticolato! Girate intorno! Reticolato!

Sono solo cavi di nilon. Se fosse stato filo spinato davvero ora saremmo a sbrandare i paramedici.

Knock knock! (Foto di Nanette)

Ci pigiamo tutti sotto il telo. Siamo così tanti che riusciamo a stento a non darci gomitate nei denti. Certo, le armi non aiutano.

Gli yankees e alleati sono accoglienti, tirano fuori tre bottiglie di spumante e le buttano nel mucchio multiepoca. Chi non sta masticando salsicce bercia un assenso, gli altri berciano pure, inondando gli astanti di pezzi di maiale abbrustolito.

Un ufficiale del Primo Impero si arrampica sulla tavola, agguanta una bottiglia, sguaina la sciabola.

Vive l’Empereur!

La scapitozza con un elegante gesto del polso, blocca la fontana di spuma con la lama, passa la bottiglia in giro tra applausi e giubilo.

Uno yankee si arrampica a sua volta sul tavolo. Vuol far vedere che non è da meno. Sguaina una baionetta. Non elegante come la sciabola, ma ho già visto bottiglie stappate con un fluido fendente di sax, perché non la baionetta?

Primo colpo. Nulla. Secondo. La intacca. Riprova. Mi chiedo quanti torneranno al campo con schegge di vetro conficcate in faccia. In ogni caso, worth it!

All’ennesima la testa della bottiglia parte. Hooray!

Un canadese tira fuori un’altra fiasca. La brandisce con piglio deciso e l’accoltella senza esitazione. E’ la prima volta che vedo una bottiglia pugnalata a morte. Il vetro esplode in una pioggia di frammenti e bollicine. Tra gli incoraggiamenti generali, il tizio tracanna da ciò che resta del fiasco senza amputarsi le labbra sui bordi. Un miracolo.

Il bello del multiepoca (Foto di Michel Langrenez)

Il quindicesimo secolo è l’ultimo campo in cui trasciniamo le nostre carcasse. Le loro tende sono buie, nessuno in giro. Sono già a gallina. Una sola figura ci aspetta, immobile. Una vecchina con la cuffietta bianca, appoggiata a un bastone poco più alto di lei.

-Non dovreste far così tanto rumore.- Ci rimprovera. -I bambini dormono. Andate a nanna o vi faccio il didietro a strisce.

Le risponde un coro di rutti.

La vecchia impugna un bastone. Scrosci di risate. La vecchia mulina.

Hal è il primo a cadere con un guaito, altri si tuffano ai ripari, la vecchia indemoniata si butta nel mucchio seminando morte e distruzione. Hell hath no fury like that of a pissed off grandma.

Vicini di campo. Si può sempre contare su di loro per un’emergenza goliardica. (Foto di Michel Langrenez)

Non c’è niente di meglio che un fracco di legnate per calmare gli esagitati.

Gli spiriti si quietano, la banda si disperde. Il silenzio torna sul campo. E’ stato un bel raid. Ora latrine, e poi nanna.

Sulla via per i cessi, incrociamo un manipolo di crucchi. I loro elmetti a tartaruga sono inconfondibili anche al buio. Ci fermiamo a far due chiacchiere. Lis chiede a uno se può farle il saluto battendo i tacchi. Il tizio esegue. Che cortese. Ci separiamo.

Mi incammino con Lis. Si è fatta fregare la zampa un’altra volta durante la giornata e ora la tiene in pugno in continuazione.

-Deve essere figo fare ricostituzione crucca.

Io esito. Sì, deve essere figo, ma io non potrei mai farla. Per carità, so benissimo che ricostituzione e simpatie politiche non vanno necessariamente insieme, ma ho paura che gli spettri dei bisnonni vengano a tirarmi per i piedi se provo a mettere un’uniforme tedesca…

Usciamo dalle latrine. La notte è fresca e tranquilla. Lis tene la zampa di corvo nel pugno chiuso.

-Secondo te dove stavano andando?

Non lo so, non ci ho nemmeno pensato. Però è vero che avevano i fucili… E gli elmetti…. E stavano andando verso il nostro campo….

Urla e frastuono di gente che corre sull’asfalto. I crucchi emergono al galoppo lanciato dal buio. Uno in testa si volta indietro verso gli altri.

-Correte! Cristiddio, correte!

Ci sfrecciano accanto come saette. Dietro di loro, sempre al galoppo lanciato, Harald, una montagna di carne, ossa e furia omicida, armato di scudo romano e giavellotto. E dietro di lui Bothvar.. E tutto il resto della squadra, ovvero una banda di vichinghi e romani ubriachi.

Un altro grande giorno per la razza superiore.

Ci uniamo all’inseguimento e raggiungiamo i crucchi al bunker dove dormono. Entriamo. E’ stretto, soffocante. Un energumeno della prima guerra mondiale sbarra la strada alla stanza più interna. Sto per dirgli di scansare le sue chiappe teutoniche che i vichinghi reclamano birra, quando qualcuno scende le scale di corsa alle mie spalle e mi spintona avanti. Inconfondibile charme bavarese. E’ uno dei crucchi con l’elmetto. Ha un fucile.

Lo afferro con ambo le mani. Il tizio si mette a ridere, cerca di spingermi via, ma non sa che io ho l’istinto di sopravvivenza di un lemming, porello. Quando non mollo la presa, mi spinge contro il muro. Con la coda dell’occhio vedo l’altro energumeno avvicinarsi con una Luger. Aha, divertente.

Infilo il gomito tra il fucile e il petto del crucco, strattono la canna, tiro il grilletto.

Un mesto click. Tutte le loro armi sono demilitarzzate, non possono spararci nemmeno a salve. Guardo il golem in corridoio.

-Saresti stato così tanto morto, coso!

-Kartoffel kapput volkswagen!

-Come no.

Finiamo per ritrovarci tutti nella stanza più interna. Hanno una foto di Himmler, una bandiera nazista, delle uniformi. Tutto ciò mi mette un pochino a disagio. Lis invece è entusiasta, da brava comunista.

-E’ tutto bellissimo!- Sfiora una divisa da capitano. -La posso provare? Posso?

L’accontentano. Mi guarda con un sorrisone felice, le mani in tasca.

-Come mi sta?

La guardo. Sorrido. Le sfilo la collana di corvo dal collo. Disinvoltura gente, disinvoltura. I miei compagni esultano. Lei mi guarda sconvolta e tradita. La prossima volta impari a farmi certe domande. Uscendo un kraut mi dà una pacca sulla spalla.

-Gute nacht!

-Shalom!

Domenica

“Bastards! I hate them with their long tails and their stupid twitchy noses!!” (cit.) (Foto di Michel Langrenez)

Il pubblico sciama attraverso il campo. Mi fa strano. E’ stato così deserto il sabato che cominciavo a pensare fosse un campo off.

C’è una prestazione nella grande lizza oggi, ma io ho un mal di schiena che piango, e lascio perdere. Dovrò tornare dalla conciaossa a farmi raddirizzare, che mi pare ci avere delle viti autofilettanti nelle vertebre del colllo. Approfitto per sobbarcarmi la corvée sgrassaroba. Calderoni e secchi tendono a coprirsi di una loia invereconda, e le uniche cose storicamente accettabili che possono farci qualcosa sono cenere, una buona striglia e olio di gomiti. Lis va e viene a prendermi dell’acqua, mentre io peggioro il mio mal di schiena per il bene e la profilassi del gruppo.

In uno dei viaggi la vedo tornare con un bottiglione d’acqua su un braccio e il figlioletto del capo sull’altro. Alle sue spalle Ulf si avvicina furtivo. Vuole fregarle il ciondolo. Sarebbe la sesta volta che se lo fa fottere, e il campo non è ancora finito. Il record finora è di nove furti su due giorni. Il campione aveva pagato pegno correndo in un campo inseguito da una banda di compari armati di frecce e giavellotti. Alla fine della giostra il povero diavolo aveva perso le scarpe nell’erba alta.

Lis ormai si avvicina al record, riusciremo a superarlo? Ma soprattutto, quando Ulf agguanterà il ciondolo, Lis lascerà cadere la bottiglia o il bimbetto?

Ulf afferra il cordino, tira. Lis torce la testa, acchiappa la collana coi denti. Un buon riflesso. Il bambino del capo è salvo. La complimentiamo con un applauso. Lei sorride fiera per un istante. Il suo sorriso evapora. Sputa il cordino. E’ un laccio di lana, molto assorbente. E’ stato al collo sudato di una mezza dozzina di membri.

-Occristo.- Lis sta diventando verde. -Sa di pecora putrefatta…

Le offro un sorso di vodka di consolazione.

Più tardi nel pomeriggio è l’ora della penitenza per Lis. L’idea è farla correre in armatura attraverso un percorso dove sono disseminate imboscate, e farla combattere ad ultimo contro tre dei ragazzi.

Per rendere la cosa interessante, Bothvar ha di nuovo fatto appello ai romani. Le tuniche rosse non sono molto discrete nel fogliame, ma si nascondono al meglio. Appena Lis si avvicina, da una parte all’altra cominciano a tirarle giavellotti, pezzi di legno, teste mozzate, ciabatte, la nonna in sedia a dondolo.

Dimostrazione napoleonica. E niente, i napoleonici spakkano. (Foto di Michel Langrenez)

Coudekerque è stato un bellissimo campo, come al solito. E ora finalmente l’estate è agli sgoccioli. La stagione è finita, resta solo da rimettere in sesto il materiale e riposare le stanche ossa fino alla primavera prossima!
MUSICA!

Foto di Nanette e Michel Langrenez. Invito ancora a seguirli, pubblicano foto bellissime!

Vita da campo: Jumiège 2016

-Dopo ardua ponderazione, io dico…- Ragnar il Giovane svita il tappo dalla fiaschetta di vodka. –Spitfire.

-Nah. Junkers 87. Se non ti piacciono gli stuka, non conosci gli stuka.

E’ notte sull’accampamento, l’aria è fresca, le associazioni bevono intorno ai falò. Si preannuncia un buon campo. Lo hanno organizzato i Klanen, una banda di artigiani e combattenti, gente d’oro. Più in là ci sono gli Spadaccini di Normandia, e i Byggvir, i Compagni d’Esculapio, una banda di variaghi… Tanta gente ben equipaggiata.

All’ingresso della spianata il comune ha costruito una pira gigantesca. Non abbiamo ancora deciso chi bruciarci sopra. E’ alta come una casa, fatta di tronchi incrociati e piena di frasame. Farà una fiammata bellissima.

Sotto il nostro auvent, Bothvar e Petrus stanno confabulando, boccali in mano. Ragnar il Giovane mi rende la fiasca.

-Diving bombers?

Bothvar e Petrus si accostano pitte pitte a una delle tende dove dormono i nostri.

-Right!- Mi riprendo la fiasca di vodka. –Vuoi mettere un tuffo sul tank mentre il vento fischia sulle ali col fracasso delle trombe di Gerico?

Bothvar e Petrus si acquattano alle due porte della tenda, sguainano i long sax.

-Comunque se vogliamo parlare di ardimento e gagliardia, il 588esimo sovietico-

-ATTACCO A SORPRESA!

Bothvar e Petrus si slanciano nella tenda con la grazia e la leggerezza di due orche assassine. Urla e botte, bestemmie in franzoso. Sorseggio la mia vodka. I compari sono motivati. Speriamo bene.

Sabato

L’Abbazia di Jumiège, fondata verso la metà del VII° secolo

Sono le otto di mattina, e sto già sudando come un cavallo. La giornata non è ancora iniziata e già pondero la possibilità di strappare le maniche della tunica.

Mi vesto nella tenda, comincio ad allacciarmi gli stivali. Cogito che se crepo di caldo prima di stasera, potranno buttarmi sulla pira e spedire a mia madre una secchiata di cenere.

Da fuori sento i compagni che fanno colazione.

-Chi dorme ancora?

-La Tenger non è uscita.

-Olaf, valla a svegliare.

Tsk. Come se fossi ingenua abbastanza da farmi beccare addormentata.

Sto legando l’ultimo laccio quando Olaf spalanca la tenda, long sax in mano.

Eh merda.

Cerco di alzarmi, mi spintona a terra e tenta di segarmi la pancia. Gli afferro il polso. Mortacci sua, pesa il doppio di me! Gli punto un piede sullo stomaco per scalciarlo fuori, l’infame m’agguanta la caviglia e mi strattona, mi assesta un fendente sul polpaccio.

E dire che per questo campo avevo deciso di non pestarmi con nessuno.

La catasta. Foto di Nanette (link a fine articolo).

Jumiège è un paese graziosissimo. Ci si arriva in ferry attraversando la Senna. E’ un’accozzaglia di case di mattoni e vecchie costruzioni in legno e intonaco. I ruderi dell’abbazia torreggiano oltre le chiome degli alberi. Scoperchiata, senza rosoni, i pilastri e le pareti si alzano contro un cielo blu incandescente.

Entriamo nella cinta del giardino. Sul prato ci sono dei padiglioni bianchi quattrocenteschi. E’ sempre un piacere trovare dei quattrocentisti ai campi. Petrus si volta verso di noi dalla testa della fila. Sogghigna.

-Secondo voi sono in vena di sport mattutino?

Passa parola lungo la fila. Prima di entrare nel loro campo, abbiamo già le armi in mano. Tagliamo di corsa sotto gli alberi.

I quattrocentisti sono già in armatura, brillano sotto il sole come catarifrangenti.

-SKJALDBORG!

I nostri scudi tondi si chiudono in una linea. Avanziamo a passo rapido. I quattrocentisti abbassano i bec de corbin, sguainano le spade. Cominciamo un match di berci e spintoni.

Vicini di campo. Foto di Nanette (link a fine articolo).

Contrattiamo una quantità di birra adeguata per smettere di rompere le scatole. I quattrocentisti ci pensano un attimo, poi concludono che non vogliono sporcare di sangue le armature di prima mattina (ci contavamo!) e accettano.

Di ritorno alla base, la gente comincia ad arrivare, il pomeriggio avanza lento, il calore si fa infernale. Siamo cooptati per una scenetta, sotto il sole. L’acciaio del mio elmo si riscalda fino al punto in cui non lo posso più togliere senza i guanti. Il metallo scotta. Mi sembra di avere la capoccia in una pentola a pressione. Grosse gocce di sudore mi colano lungo il collo. E non ho nemmeno l’armatura. Sono grata a Odino che a questo giro posso risparmiarmi la mischia, altrimenti mi raccattavano in barella.

Mi ritiro quando iniziano i pestaggi. Siccome non meno nessuno, oggi il mio ruolo è stare al campo e fare divulgazione. E’ un’attività che mi piace, peccato che la rastrelliera sia irrimediabilmente al sole.

Troppo caldo per un pestaggio in armatura? Puoi sempre occuparti della forgia! Foto di Nanette (link a fine articolo).

Durante la giornata, mi schiodo dal posto quanto basta per fare un salto a vedere i quattrocentisti. Il loro campo è più piccolo del nostro, ma sono un sacco di gente comunque. Riconosco la bandiera dell’Ordinanza San Michele. Mi sa che li ho già incontrati a Coudekerque, o forse era Ecaussine? Il mondo dei ricostitutori è relativamente piccolo.

Come al solito, il loro equipaggiamento è spettacolare. Armature a parte, si sono portati dietro artiglierie, spiedi, un forno per il pane. Una coscia di maiale intera sta arrostendo lentamente, schiacciata tra sole e brace.

Diavolo, ad averci i soldi non mi dispiacerebbe un salto di secolo, ogni tanto!

L’Ordonnance Saint-Michel e soci. Foto di Nanette (link a fine articolo).

Al calar della notte, degli sputafuoco si radunano intorno alla pira, appiccano il rogo.

All’inizio pare non succedere nulla. Fiammelle timide baluginano appena in un punto tra due travi. Mi siedo sull’erba, aspetto. Ho sempre avuto un debole per il fuoco. Da bimbetta mi divertivo a costruire case con calcinacci, riempirle d’erba secca, accenderle e guardare le fiamme uscire dalle finestre.

Se mi va male con l’università, posso sempre riciclarmi come piromane.

Lentamente fumo inizia a uscire dal graticolo di tronchi, denso e viscoso come melassa. Il bagliore aumenta, lingue di fuoco guizzano attorno a un trave, prima sparse, poi sempre più numerose. All’interno della struttura, cartone e ritagli divampano. Il calore aumenta. La folla si ritrae mentre il rogo si sviluppa senza fretta, sempre più grande, sempre più luminoso. Le facce degli astanti sono tinte di arancione. Nuvole di scintille appiccano piccoli focolai nel prato circostante. E’ un bello spettacolo. Il calore ti mangia la pelle.

Foto di Nanette (link a fine articolo).

Quando torno al campo, trovo degli scudi rossi posati contro uno dei nostri pali.

-Hanno cominciato il Gioco degli Scudi.- Mi avverte la Matrona. –I nostri li abbiamo rimpiattati.

Il Gioco degli Scudi, altresì detto “andiamo a rompere i coglioni ai vicini”. Consiste nel soffiare gli scudi alle tende circostanti e pretendere un riscatto in birra. Complice il buio, la tecnica di solito sta nel passare con disinvoltura accanto a uno scudo non sorvegliato e imbarcarlo come se niente fosse.

Non ho mai giocato, ho sempre avuto remore a metter le mani su roba che non mi appartiene. Mi rendo conto che ciò fa di me uno schifo di vichingo.

Andando a coricarmi, vedo due bambine scappare dal nostro campo, in braccio uno scudo quasi più grande di loro. Hanno fregato uno dei nostri. Alas.

Domenica

Affettuosi abbracci tra colleghi. Foto di Nanette (link a fine articolo).

Di prima mattina cerco di rendere il favore a Olaf. Lo becco che si sta allacciando le bande mollettiere, tento di affettargli un ginocchio. Mi strattona per difendersi. Il colpo va a segno, ma nel liberarmi incespico e prendo una ginocchiata nella soglia. Per essere un fine-settimana senza botte, me ne sto tornando a casa con un sacco di lividi.

Mi ricompongo per l’arrivo del pubblico. La gente è numerosa, in due giorni abbiamo più di quattromila visitatori. In questi frangenti, uno deve sempre prepararsi a rispondere a domande bizzarre, da “ma esisteva l’acciaio nel medioevo?” a “ma le vostre armi sono autentiche?”.

A questo giro mi capita solo l’evergreen “ma le vostre armi sono affilate?”.

Sì, sono affilate perché ci piace mandare all’ospedale metà dei membri e in galera l’altra metà. E’ un po’ il nostro stile.

Un marmocchio indica il cane di uno dei nostri.

-Nel medioevo non esistevano i cani.

Fissa davanti alla rastrelliera, mostro elmi e armi, faccio soppesare armature, spiego che no, i vichinghi non andavano in giro con asci bipenni e mutande pelose. Intanto noto l’assenza di  magliette o felpe di Vikings, e ciò mi ridà fede nell’umanità. Forse un giorno guariremo da questo morbo infame chiamato History Channel…

A destra, la mia armatura partecipa alla zuffa mentre io me ne sto in panciolle dietro una rastrelliera. Foto di Nanette (link a fine articolo).

Sto mostrando come usare uno scudo a una coppia con figli quando strilli e casino scoppiano tra le tende dei Klanen. Gente in arme che corre, gente disarmata che scappa. I visitatori intorno a me sono perplessi.

-Cosa capita?

-Oh è un raid per raccattare schiavi.- Accenno alle macerie fumanti. –Li venderanno tra un po’, vi consiglio di investire in un irlandese.

Nella confusione, noto un centro d’azione più frenetica. E’ Dall, uno dei nuovi arrivati, tosto e ticcio come un bue da traino. Avanza nel chiasso a torso nudo mulinando sberle come una quintana a reazione, fa volare elmi, spedisce in terra chiunque si avvicini. Gli saltano addosso in tre. Se li scuote di dosso come fossero mosconi, i tizi in armatura finiscono col culo in terra. Era dai tempi di Bud Spencer e Terence Hill che non vedevo legnate così divertenti.

Ci vogliono cinque uomini per legargli le mani. Lo perdo di vista mentre tre armigeri lo trascinano al mercato di peso. Un po’ mi dispiace per i tizi in armi. La storia degli schiavi doveva essere una scenetta tutta riposo per il pubblico. Staranno sudando a morte sotto gli elmi.

Me ne torno alle mie chiacchiere, mentre da lontano mi arriva l’eco del mercato.

-I vichinghi erano gli antenati dei pirati.- Mi dice un tizio del pubblico.

-Oibò.- Sorrido. -Non lo dica a chi fa rievocazione fenicia, potrebbe risentirsi.

-Ah, ma i vichinghi avevano più onore e umanità dei Fenici.

Come no. E nel medioevo non esistevano i cani.

Nel medioevo non esistevano le foto di gruppo!

In definitiva, è stato un buon campo. Piacevole, senza incidenti, senza troppe gomitate nelle costole.  Jumiège è un posto davvero splendido e abbiamo dato fuoco a una montagna di legna! Dar fuoco a qualcosa grande come un edificio val sempre la pena!

MUSICA!


Mille ringraziamenti a Nanette, la fotografa dei Klanen. QUI la sua pagina, check it out!

Archeologia sperimentale e ardimento: la Nave Drago di re Harald

Haugesund è un cittadina in Norvegia. Non molto grande, non molto piccola, un trentamillaio circa di abitanti, affacciata sullo stretto di Karsmund nel Rogaland.

Niente di che come posto, non fosse che qui, nel marzo del 2010, seguendo il sogno dell’imprenditore Sigurd Aase, parte uno dei progetti più fighi di sempre: la costruzione di un drakkar oceanico!

Gatti vichinghi. Le corna sono photoshoppate: i veri gatti vichinghi non hanno corna sull’elmo.

Senza entrare nel dettaglio della storia e della struttura delle navi scandinave (materiale che richiede almeno un articolo completo), “drakkar” è un termine generico per “nave scandinava”. Data la propensione marittima e perniciosa della gente del nord, possiamo capire come queste navi siano state oggetto di ricerca e studi.

Un esempio archeologico straordinario è dato dalle celeberrime e spettacolari navi conservate a Oslo: l’elegante esemplare di Oseberg, la spartana di Gokstad e la tenace di Tune.

La seconda è sempre stata la mia preferita. Lunga 23 metri e larga 5 e spicci, questa bellezza era una cacciatrice, sulla pista di pesca, guerra e saccheggio. Ma poteva attraversare l’oceano?

La nave di Gokstad in tutta la sua famelica bellezza

La grande nave di Haugesund, costruita in solida quercia (sì, le navi erano di quercia, non d’abete come vorrebbero farci credere quei mentecatti di History Channel mortacci loro!), supera in taglia della Gokstad, con 35 metri di lunghezza, un albero di 8 metri e una capacità di carico di 95 tonnellate. Il nome di questa belva è Draken Harald Hårfagre, in memoria di Harald Bellachioma, noto per essere stato il primo re di Norvegia e per essere morto pluriottantenne nel suo letto (un’impresa che non tutti i capi scandinavi potevano vantare, nel X° secolo).

La Draken Harald Hårfagre e la sua vela di seta

Il nuovo drakkar può mettere ai remi 50 persone, proprio come le navi che, di media, componevano la flotta da guerra norvegese dopo che un sistema di leva marittima fu implementato verso la metà del X° secolo.

Tutto molto bello, ma un esperimento non è niente senza una metodologia precisa (capito Thomas Morton?). Come è nata ? Non abbiamo manuali sulla costruzione di navi. Abbiamo dei reperti archeologici, ma a parte i tre tesori al museo navale, si tratta di frammenti incompleti.

Quella che però abbiamo è una tradizione vivente di costruttori di barche. Nonostante ci siano ovvie differenze tra le barche costruite oggi da costoro e quelle che hanno raggiunto la Groenlandia, molte delle tecniche usate sono rimaste più o meno inalterate. In particolare, la caratteristica principale delle barche moderne e di quelle antiche è la tecnica con cui sono state costruite, un sistema detto “clinker“, in cui le assi della chiglia si sovrappongono l’una sull’altra come le tegole di un tetto.
voilà! Dopo due anni di lavoro la Draken Harald Hårfagre è pronta a solcare il mare e perpetrare la tradizione di archeologia sperimentale norvegese (tra cui citiamo uno deglii uomini più ganzi di sempre, quel matto di Thor Heyerdahl).

Sigurd Aase sorride perché ha investito i suoi soldi in trappole mortali per solcare i mari in nome della ricerca storica. Sii intelligente, fai come Sigurd Aase.

E’ importante notare che la Draken Harald Hårfagre non è una ricostruzione. Ci sono state ricostruzioni fedeli di reperti, nel passato, come la danese Stallone del Mare(la Havhingsten fra Glendalough), che ricrea una delle navi di Skuldelev, sito irlandese. La Havhingsten è un mirabile esempio di archeologia sperimentale, ma non è abbastanza sicura da prendere il mare (oggi è considerato come socialmente inappropriato quando ti affoga la ciurma in piena traversata).

La Havhingsten alla carica!

La nave norvegese, per contro, è equipaggiata con strumenti moderni, in caso di necessità.
La Draken Harald Hårfagre è finalmente messa in acqua nel 2012. La prima parte (il vascello) è a posto, manca il resto (la ciurma). Fino al 2012 nessuno, nemmeno quel matto di Thor Heyerdahl, aveva provato a manovrare una nave di questo tipo e di queste dimensioni. I partecipanti hanno quindi dovuto imparare a remare, far vela, manovrare. Per due anni la nave ha quindi costeggiato le spiagge norvegesi, mentre i suoi marinai prendevan la mano.

La ciurma, sotto il comando del Capitano Ahlander, conta 32 persone tra uomini e donne. Metà di costoro sono marinai collaudati, l’altra metà è composta da volontari (molti di quali studenti universitari e ricercatori, noti per l’eccellente forma fisica e le prodezze atletiche).

La nave non ha un “sottocoperta”: lo spazio sotto il ponte è così scarso che a stento basta per le provviste. Una tenda permette ai partecipanti di riposare al riparo, più o meno. Può ospitare 16 persone e i turni sono precisi: 4 ore di lavoro, 4 ore di riposo.

Una confortevole crociera sull’Oceano! (foto dalla Pagina Facebooc dell’impresa, vedi Bibliografia)

Nel 2014 la Draken Harald Hårfagre ha finalmente avuto il suo primo battesimo oceanico, con una traversata da Haugesund a Liverpool (Merseyside per la precisione).

Immagino il drakkar arrivare sulle onde, scudi alle fiancate, manco a dire “oh, hey, vi siamo mancati?”.

Il viaggio non è stato facile: i prodi marinai sono stati per mare per circa 3 settimane, in un tempo di merda. Nei pressi delle Shetland una bufera spezza l’albero come un grissino e lo schianta sul ponte.

I nostri decidono che forse è meglio avviare il motore: va bene l’archeologia sperimentale, ma se non sopravvivi per raccontare l’esperienza, l’intera faccenda è inutile.

Dal 17 luglio al 5 agosto 2014, la Draken Harald Hårfagre resta in porto. Quando riparte, gli indigeni sono, per la prima volta, tristi di vederla andar via. Ah, come cambiano i tempi!

Sul serio, se lo sarebbe immaginato un sassone che un giorno una nave vichinga sarebbe stata salutata con “so fare thee well my, own true love“?
La nave riparte sulle note della triste canzone The leaving of Liverpool, e via, per nuove avventure! E’ ora di tornare sui luoghi tanto visitati dai simpatici antenati: l’isola di Man, le Orkneys, le Shetland e le Ebridi. Prima di lasciare il porto di Stornoway, il Capitano assicura ai giornalisti che i vichinghi “hanno preso quest’isola un tempo, e noi torneremo!”
No so gli scozzesi, ma io comincerei a preoccuparmi.

Il 23 aprile del 2016, i prodi marinai della si sono riuniti di nuovo per la cerimonia della Testa di Drago, ovvero la cerimonia in cui la testa mitologica veniva montata sulla prua della nave (sì, le “teste” iconiche delle navi vichinghe non erano fisse, ma venivano montate in caso di lungo e periglioso viaggio).

Il drago apre gli occhi! (foto dalla Pagina Facebook, vedi Bibliografia)

Il 26 la Draken Harald Hårfagre è partita verso l’Ovest!

Quasi subito, una delle sartie si spezza. La nave ripara nelle Shetland, per rinforzare l’attrezzatura.

Il 2 maggio i nostri sono a Torshavn, nelle Isole Faroe. La traversata dalle Shetland non è stata facile, con onde alte e vento forte. La nave ha tenuto, ma la ciurma è esausta. Il Capitano ha deciso di fare una pausa ed evitare di ritrovarsi in mezzo a una bufera, in alto mare, con una ciurma di gente scoppiata.

La rotta per l’Islanda (foto dal sito dell’impresa, vedi Bibliografia)

Il viaggio è di nuovo in corso in questo momento e la nave si trova sulla via per l’Islanda (potete seguire lo spostamento sul loro sito).

Addio alle Faroe (foto dalla Pagina Facebook, vedi Bibliografia)

Questa impresa non solo ci permette di studiare da vicino lo svolgimento di un viaggio del genere, ma pompa linfa vitale nella ricerca storica di un periodo difficile da esplorare. Tutti coloro che hanno preso parte a questo bellissimo progetto hanno la mia più sincera stima.

Vi invito a seguire le vicende della nave da vicino.

Questo è tutto e TO GLORY AND VALHALLA!

MUSICA!
(Then place me on a ship of OAK, History Channel, QUERCIA!)

BTW, se qualcuno si stesse chiedendo “perché non Tyr, hanno un album su Eric il Rosso, ci stava a ciccio di sedano, la ragione è: da quando li ho visti live mi stanno sul cazzo da morì. E sì, la loro musica mi garbava anche.


Bibliografia

Il sito ufficiale dell’impresa

Un ritratto dettagliato della nave

L’arrivo in Merseyside

La partenza da Merseyside

La nave a Stornoway

L’arrivo nelle Faroe

La cerimonia della testa di Drago

La pagina Facebook della nave

Il canale YouTube dell’impresa

La pagina wiki della nave

Il sito informativo di Avaldsnes

Sulla tecnica del clinking

Sulla tradizione di fabbricazione di barche in Norvegia

Il museo danese dove si trova la Stallone del mare

Il museo delle navi vichinghe di Oslo

Vita da Campo: Somme 2016

La mattina è umida e nuvolosa. Al primo passo fuori dalla tenda, sprofondo nella mota gelata fino al ginocchio. Ha piovuto tutta la notte, mannaggia al demonio.

E’ il primo “campo-off” a cui partecipo. Niente pubblico, siamo solo noi, una federazione di gruppi , a manovrare in un campo in mezzo al niente. Una bella idea e una bella attività, se il tempo non ci odiasse.

Zampetto verso il fuoco, gli stivali già pieni di fango. Siamo nel dipartimento della Somme, se la giornata gira male possiamo sempre lasciar perdere le armature e ricreare qualcosa dal corposo catalogo “Giornatacce autunno/inverno 1916”.

Il campo inizia con con calma, con un piccolo atelier per quelli che vogliono imparare ad accendere il fuoco con acciarino ed esca. Ha l’aria divertente! E la figlia dodicenne del capo ci riesce, quindi io, dall’alto dei miei 28 anni, dovrei arrivarci in un battibaleno. Che sarà mai? Di certo tutte quelle ore passate a guardare Dual survival saranno servite a qualcosa!

Sono servite a farmi capire che se mai mi troverò spiaggiata in culo ai lupi, morirò di ipotermia.

PUTTANA L’EVA DELLA MAJALA ‘NGRIFATA TRAVESTITA DA PIRATA! (foto di Natalja, link a fine articolo)

Mi applico, picchio il pezzo di metallo sul selce, nemmeno una scintilla. Il motto della mia famiglia è Uccidere morendo, quindi insisto. Dopo la prima ora ho perso la pelle delle nocche e pezzetti di ciccia, il sangue comincia a colarmi tra le dita.

Dopo un altro po’ non ho tirato su una scintilla, ma il capo ora si trova un bellissimo set di selci arrotondati che manco ciottoli di fiume. Alla fine di un week-end di freefight vichingo le uniche ferite che avrò saranno quelle che mi sono fatta da sola prendendo a nocchini un sasso, evviva!

Alla fine la bimba mi toglie l’acciarino di mano. La scusa è che sua sorella vuole provare, la verità è che vuole evitare che finisca di snudarmi le ossa delle falangi. Mollo i balocchi alla terzogenita del capo, una ragazzina di sette anni appena. Mi allontano alla svelta: so già in due graziosi colpetti lo scricciolo appiccherà fuoco alla legna fradicia e voglio tenermi un pochino di autostima per il resto della giornata.

Dietro le tende, gli uomini sono in cerchio, uno di loro al centro con un berretto in testa e nella mano un sacco legato a una corda.

Il gioco è tanto semplice quanto divertente: strappargli il berretto di testa senza prenderti saccate nel muso. All’occorrenza, il sacco è pieno di paglia, ma già gli astanti discutono sulla possibilità di alzare la posta. Un sacchetto i sabbia, magari? O qualche sasso… O magari dei chiodi arrugginiti! Ok, però c’è un problema: se metti roba pesa nel sacco è vero che puoi spaccare la faccia a qualcuno, ma devi considerare gli effetti collaterali, tipo che il tizio nel mezzo potrebbe affaticarsi il braccino.

Non sarebbe più ganzo con un sacco pieno di ghiaia? Ti muscoli anche la spalla! 

(foto di Natalja, link a fine articolo)

Quando ci chiamano al rancio, la pioggia ricomincia. Aumenta. Inizia a grandinare. Il panno del padiglione comincia a incurvarsi, carico d’acqua. Il capo fa cenno verso l’estremità della tavola.

-Siete troppo vicini al bordo, vuotatelo o scansatevi.

Nessuno gli dà corda, stiamo mangiando un delizioso rancio di grano, pollo e cipolle, il mondo al di fuori delle nostre scodelle non esiste nemmeno.

Finché un colpo di vento non scuote il padiglione. Ulf è in piedi a capo del tavolo, tende una mano verso il mestolo per rabboccarsi la ciotola. Sulla testa gli cade un gavettone da quaranta litri che lo pianta in terra tipo piolo e lo zuppa come una spugna. Io lo guardo mentre affoga e penso ai romanzi di Licia Troisi, con Nihal sconvolta perché all’accademia militare si addestrano anche mentre piove. A volte mi dico che gli scrittori fantasy dovrebbero essere obbligati a un campo storico, per legge.

Il pomeriggio è dedicato alle manovre. La mia armatura è bellissima, luccicosissima e fuorissimo di almeno un secolo rispetto al periodo storico della compagnia, ma sticazzi, finché lo spiego al pubblico la mia coscienza è (quasi) a posto.

Cominciamo con roba semplice. Muro, avanti, dietro, carica, dietrofront… Non ho memorizzato gli ordini e faccio un po’ fatica a seguire.

Plus, il mio scudo è la metà di quello degli altri. Siccome sono gente antipatica, non lo chiamano nemmeno scudo, lo chiamano “targa” direttamente. Sono un sacco simpatici quando fanno così.

I postulanti tengono botta bene, ma verso la fine puoi leggergli la sofferenza in faccia. Uno scudo non sembra tanto pesante, i primi cinque minuti che lo tieni in mano.

Una bella linea ordinata (foto di Natalja, link a fine articolo)

Finite le manovre, ci mettiamo a menare sul serio. E’ il mio momento preferito, anche se mi ammazzano subito.

Niente duelli, solo combattimenti di gruppo. Alle volte va benone, alle volte una delle due linee si disfa come burro, e allora le botte ti grandinano addosso da tutte le parti. E’ sempre buffo sentire un capoccia che urla “tenete la linea” quando tutti sono mischiati a cane sciolto. Dio, ai tempi saremmo morti così alla svelta!

La mia schiena comincia a farsi sentire, ma resisto. Ci raggruppiamo, carichiamo di nuovo. L’altra squadra rompe il nostro muro, mi arriva un fendente preciso sulla capoccia. Non so chi me lo abbia tirato, ma la botta mi rincalcagna la testa nelle spalle, le orecchie mi rimbombano. Tu ma’ majala!

Ci raggruppiamo di nuovo. La testa mi pulsa, gli occhi mi fanno male. Niente di grave, ho picchiato capocciate peggiori, ma m’irrita il fatto di aver lasciato la mia zucca esposta.

Verrà un giorno in cui avrò avuto l’agio di prepararmi ammodo e in cui sarò scattante come… boh, come qualcosa di animato, invece che come il mio solito “sacco di cemento dimenticato”.

Alla fine ci ritiriamo un po’ pesti ma soddisfatti. E’ tardo pomeriggio, tempo di far qualche passo di ripetizione, di discorrere di quanto la lamellare in cuoio sia pratica ma mai documentata in nessuna fonte esistente, di fare incetta di calzini asciutti.

L’aria si raffredda alla svelta man mano che il sole cala. Le ragazze ricamano e tessono, l’Aldegarda affetta la carne per lo stracotto di stasera. Io mi cavo gli stivali dopo solo venti minuti di erculei sforzi. Il cuoio è fradicio, ho i piedi come prugne. So di avere dei calzini di ricambio da qualche parte, ma so anche che nel casino della nostra tenda sarà impossibile trovarli. Ci rinuncio, prendo gli scarponi dell’esercito, tanto al buio non si notano.

Acqua a catinelle. Ogni. Singolo. Campo.

C’è chi viene per le botte, chi per la Storia, chi per la compagnia, ma di ripiego tutti siam qui per la cucina dell’Aldegarda. La marmitta di stracotto evapora in meno di quindici minuti cronometrati. Purtroppo non ce n’è abbastanza per una terza portata, e il dolore è tale che non abbiamo altra scelta che annegare il dispiacere nell’alcol.

La sera accanto al fuoco è uno dei momenti migliori del campo. Il freddo è carogna, ma bruciamo ciocchi enormi da un giorno e mezzo ormai, la buca vomita un calore da bolgia dantesca.

Metà della gente che è pigiata accanto a me non la conosco, è da troppo tempo che partecipo poco o pochissimo alla vita dell’associazione. Cerco di ricordare facce e nomi e socializzare, qualcosa che mi riesce ancora meno che menar le mani o accendere il fuoco con un cazzo di acciarino.

Per fortuna restano sempre alcol e canzonacce oscene.

Il gruppo intona qualche delicato stornello francese, quando il Fortunato crolla a una spanna dalla fornace. Lo tirano su. Il tizio è chiucco cotto. Lo spingiamo su uno sgabello. Dove eravamo rimasti?

Ah sì, han fatto più battaglie le tue mutandine che tutti i giapponesi alle Filippine, giusto…

Il coro riprende, verte per qualche strana ragione sulle canzoni Disney. Perché la cosa più logica dopo le chiappe della pastora è I’ll make a man out of you. Non che mi lamenti, ma ho un nutrito repertorio di canti osceni in latino, e non ho mai occasione di cantarlo con qualcuno!

Oh, mio padre li conosce, ma se provo a cantarli quando sono a casa dei miei mia mamma mi lava la bocca col sapone. Ha fatto il classico.

Quando pare che anche il repertorio Disney sia esaurito, un movimento alla mia destra. Il Fortunato crolla di nuovo sulla buca. Per essere uno dei nostri migliori combattenti, ha davvero un equilibrio di merda stasera. Gli astanti lo acchiappano per la tunica prima che finisca in barbecue. Il capo s’incazza come una iena.

Mobbastaveramenteperò! Pintatelo fuori dal foco, che se si rosticcia è colpa mia!

Il Fortunato viene spintonato nelle tenebre, a riflettere sull’Assenzio e sul baricentro del corpo umano.

La bottiglia verde continua a girare. Non sono una grande fan di Assenzio, prenderei un Famous Grouse a mani basse se ci fosse, ma non sono neanche tipo da lamentarsi quando mi danno da bere gratis. E poi mi servirà: nella tenda sta crescendo il muschio.

Una delle nuove reclute è Melissa, una ragazza simpaticissima. Stiamo parlando di linguistica e università quando un’ombra si profila nel buio. E’ di nuovo il Fortunato. Lo vediamo arrivare come una valanga. A un passo dal cerchio, ha uno scatto da giaguaro.

WHAM.

Testa per prima diritta nel girone infernale.

-Merda!

Lo tiriamo fuori dal culo di Belzebù. La sua faccia è nera. Qualcuno gli passa le mani sul viso, la fuliggine vien via. Ha ancora gli occhi e ha ancora i capelli, ma sulla fronte, la guancia e il naso restano croste nere. La pelle è cotta e croccante. Evviva, è riuscito a battere Bjorn nel primato di ubriachezza suicida!

Lo prendiamo in due io e il Franco, lo trasciniamo via.

-Ora di andare a nanna.

Non ne vuole sapere. Si allontana a bordo campo per pisciare. Giuro che se casca sul filo spinato lo lasci lì. Quando torna indietro zigzaga abbelva.

-Ok, è fatta.- Lo trasciniamo alla tenda. -Ora di dormire.

-Nono.- Punta i piedi. Non fosse che fa il doppio di me, lo pigerei dentro a pedate. -Non ssssono briaho…

-No, infatti.- Sfodero un sorriso a trentadue denti. -Lo sappiamo. Infatti ti devi riposare.

-Naaah. Non voglio perghé brinda la supercazzola con scappellamento a destra…

Mi spiega perché sta benissimo e vuole restare con noi. Sarebbe interessante non fosse che non c’è nessun nesso logico tra parole (o, a tratti, tra sillabe). Resto lì a sentirlo, annuendo col mio sorrisone.

-Ma certo. Appunto. Esatto! E’ proprio come dici tu, devi sederti un po’ per tornare dopo. Proprio. Per l’appunto, ti stendi e ti riprendi.

Riusciamo a pigiarlo in terra sulla soglia. Esito. Non ha una coperta o, se ce l’ha, l’ha persa nel bailamme. Gli butto addosso il mio mantello prima di chiudere la tenda. Checazzo.

Non è una buona idea. Quando vado a dormire, il freddo è feroce. Provo a coprirmi con le pelli, ma non basta. Mi sveglio a metà della notte che batto i denti e tremo come un tossico in astinenza. Al diavolo. Dopo un po’ il Fortunato ci sveglia di nuovo calpestandoci tutti. Perché avendo la scelta tra l’uscita lì accanto e quella all’altro capo della tenda, ha beccato la più pratica. Yay.

Il campo in un raro momento di sole

(foto di Natalja, link a fine articolo)

Il giorno dopo mi pare di avere il cervello in acqua, ma per lo meno non mi son presa malanni. Elge sta messo peggio di me: non è riuscito a ritrovare la sua coperta e non ha osato disturbare i compagni di tenda. La sua cortesia gli è costata cara. E’ rimasto sveglio accanto al fuoco tutta la notte e si è buscato una marmotta coi fiocchi. Non può inghiottire nemmeno l’acqua.

Mentre discutiamo su cosa fare nel caso il Fortunato emerga dalla tenda senza più la faccia, la sua capoccia bruciacchiata fa capolino. Ha due brutte ustioni sul viso, ma niente pus o carne esposta. Ha avuto fortuna, poteva rimetterci un occhio o lo scalpo. Il capo gli fa un cazziatone selvaggio. Il Fortunato ha la decenza di apparire contrito. Spero gli sia di lezione, o la prossima volta lo ritroviamo la mattina addormentato nella brace. Che a quel punto non lo ripeschi nemmeno, lo giri e fai cuocere l’altro lato.

Le manovre riprendono sonnacchiose e stanche. Ho la schiena a pezzi. Meglio tenersi sulla dane axe per oggi. Sarebbe una soluzione ottima, non fosse che i tizi in prima linea sono tutti più alti di me e io non ci vedo una ceppa di niente.

Una linea diversamente ordinata. Sulla destra, io zampetto cercando di ricordare quali elmi devo martellare e quali no

(foto di Natalja, link a fine articolo)

Oggi il capoccia decide di andar giù un po’ più pesante sui postulanti. Mette tutte le armi in asta davanti al muro e giù di affondi negli scudi con l’ordine “soprattutto non fate regali ai nuovi”. Vedo Melissa soffrire. Le va bene che son cotta come un befanino, sennò sai che botte su quello scudo!

Al secondo passaggio mi rendo conto che scegliere un’arma in asta è stata proprio una buona idea: l’esercizio consiste nel rannicchiarsi sotto lo scudo mentre il resto della compagnia ti cammina addosso. Dopotutto può capitare, se cadi durante una mischia. Guardo allibita mentre il capo marcia sulla gente con la massa di una montagna. Con mia grande sorpresa, sono tutti in grado di camminare alla fine dell’esercizio. L’essere umano è un animale straordinario.

Evito la mischia a questo giro. Va bene far contenta la mia osteopata, ma non bisogna esagerare, che poi la vizio.

Mi siedo accanto al fuoco. Non so quanto tempo ancora potrò giocare al guerriero vichingo, la mia schiena peggiora sempre un pochino. Ho deciso che il giorno che non potrò più portare le armi mi metterò a cucire e scassare i coglioni al mondo intero su fonti e storicità della tenuta. Tanto la mia lamellare futurista sarà a casa a prender polvere. Aha!

E’ stato un buon campo, nonostante il freddo e l’acqua e la grandine. Mi sono fatta male il giusto, non troppo da preoccuparmi, ma non troppo poco (mi sembra sempre di aver partecipato a metà quando rientro senza nemmeno un livido).

Bisogna davvero che vada a più campi di questo tipo. E bisogna che finisca il mio mantello imbottito. Che sia novembre o il quindici di luglio, la solfa è sempre la stessa: acqua, e un freddo assassino.

MUSICA!

Fotografia: Natalja Photography

Valhalla rising: roba troppo profonda

Ho un sogno. Il sogno di vedere, un giorno, un film di vichinghi ben fatto. Un film dove non ti strappi gli occhi per i costumi a cazzo, non piangi per la scelta delle locations, non ti senti male davanti a tattiche di battaglia troppo cretine.

Esistono film del genere per altri periodi storici. Perché tutto quello che va dalla fine dell’Impero Romano alla Guerra dei Trent’anni deve essere trattato così a cazzo di cane? Non c’è una ragione logica!

Un giorno voglio sedermi davanti a un film di scandinavi incazzati senza dovermi prendere a schiaffi dall’inizio alla fine. Insomma, sto aspettando che qualcuno realizzi questo film (peccato solo per le corna, il resto è tutto storico).

Qualcuno mi ha consigliato la visione di Valhalla rising. Non la solita americanata alla Hiastory Channel, mi ha detto. E’ un regista danese, Nicolas Winding Refn, è un figo, davvero! E dopotutto le recensioni per questo film sono quasi tutte positive. Quindi perché no? Questa potrebbe essere la risposta a quel vuoto nel mio cuore. Potrebbe essere il bel film sui vichinghi che ho cercato per tutta la vita!

O forse no…

Dai primi secondi già capisco che non è il caso. Di botto, compare un testo su come all’inizio c’era solo l’uomo e la natura, e poi sono arrivati i cristiani a guastare la festa. Che già mi fa imbizzarrire un pochettino, dato che la frase è semplicemente stupida. L’ultima volta che l’essere umano è stato in contatto diretto e solitario con la natura, senza tutte quelle brutte cose chiamate “cultura” e “religione” e “morale” eccetera, è stato… no, non è mai stato. Ogni singola civilizzazione di Homo sapiens conosciuta è caratterizzata da suddette brutture. L’Uomo non vive con la Natura, non ci ha mai vissuto, vive con la visione che ha della Natura. Siamo animali culturali, è una caratteristica intrinseca della nostra specie.

Quindi raccattate le vostre massime neopagane su come “più prima era più meglio” e andate a farvi una passeggiata. L’unica cosa che cambia e che è davvero discriminante è il livello tecnologico, ovvero gli strumenti che le società hanno per fottere il proprio futuro.

Ma torniamo al film. Apriamo con un paesaggio di montagne scozzesi, truci uomini barbuti e il nostro protagonista chiuso in gabbiotto di legno.

Stringo i denti. Sono davanti a uno di quei film. Avete presente, no? Quei film che vogliono comunicare l’atmosfera cruda e cupa che regnava in questo periodo crudele della Storia.

E lo fanno annerendo le facce e le mani degli attori perché sì, la gente d’i ‘mmedioevo e gio’ava coi carbone tutte le mattine!

Niente urla “storicamente accurato” come facce annerite a caso…

No, sul serio, questa cosa mi dà un nervoso matto! Come vedere i tizi che tagliano le corde dei prigionieri invece di slegarle.

Qualcuno starà già dicendo “Oh Tengy, ma come mai scassi le gonadi con questi particolari?”

Perché i particolari sono importanti! I dettagli pratici sono ciò che dà profondità a un’ambientazione! Quando leggi in Historia mongolorum che i mongoli spulciavano i loro bambini e mangiavano il parassita tipo scimmie, sai che si trattava di gente abituata a fare la fame e sopportare prove fisiche ed emotive terrificanti. Non hai bisogno che qualcuno te lo dica.

Quando metti un attore con la faccia annerita, la mia domanda è : Perché? A che scopo? Cos’ha fatto questo tizio per essere così sudicio? Perché non si lava?

Per chi ha risposto “perché nel Medioevo la gente non si lavava”, FILA IN CAMERA TUA! Sei in punizione finché non cambio idea!


Tornando al film, diventa presto chiaro che non ci sta nemmeno provando a essere storico. O a seguire un senso logico normale. C’è un capo scandinavo di non si sa dove e non si sa quando che si diverte a organizzare incontri di lotta tra energumeni e scommettere soldi con un altro tizio.

Va bene, mi dico, magari questo film non vuole essere davvero un film storico, ma più un’esperienza, un viaggio psicologico tipo Il settimo sigillo di Bergman. I due film sembrano affini anche come contenuto: la fede, lo scopo nella vita, la morte, ecc…

Insomma, posso apprezzare un film anche se questo non sta raccontando una storia come le altre. Basta che mi stia raccontando qualcosa!

Mi armo di apertura mentale e pazienza, e vado avanti.

E all’inizio l’atmosfera è anche bella. I paesaggi sono spettacolari, gli angoli interessanti, la fotografia è splendida.

Solo che dopo 20 minuti uno comincia a chiedersi se ci sia altro, oltre all’atmosfera. E quando il primo evento della storia si manifesta, uno rimpiange che il film non sia solo 1h30 di silenzio e riprese da National Geographic.

Il ritmo di questo film è lentissimo. E lo dice una a cui i film dal ritmo lento piacciono. Ma qui 2/3 del tempo è occupato da facce truci che fissano il vuoto con aria intensa. O paesaggi. E ok, gran parte dei paesaggi sono anche belli, ma insomma, dopo un po’ è come guardare le diapositive di vacanze di zia Ludmilla.

Il protagonista di questa roba è un lottatore orbo da un occhio (come Odino! Get it?! E’ simbolico e significa roba!!!111!), tenuto al guinzaglio e usato per scazzottate e scommesse. Wow. Era dai tempi di Conan il Barbaro che non vedevo tanta fantasia.

Insomma, il nostro amico è muto, ma ha visioni (come Odino 2 il ritorno! Figo no?!). Mentre all’inizio questo sembra un fattore intrigante e interessante, presto ci rendiamo conto che le visioni non servono nessun particolare scopo. Vede che farà il bagno in un certo posto, e wow, fa il bagno in un certo posto! Vede che partirà per mare, e wow, parte per mare!

Non c’è nessuna reazione a seguito della visione (“ah, accadrà, che bello!” o “Oh no, devo fare in modo che non succeda!”). Lui le vede e dopo un po’ capitano. Più che visioni sono mini-spoilers.

Un bel giorno One-eye fa il bagno in un posto, e trova una punta di freccia. Una punta affilatissima, come prova sulla propria pelle (ciao, sono il tetano, piacere di conoscerti!). Con questa cosina riesce a tagliare il grosso collare di cuoio che ha addosso, liberarsi e tranciare la pancia di un uomo adulto (ovvero attraverso pelle, grasso e addominali).

Ok, qualcuno mi spiega il simbolo della freccia? Perché deve essere simbolico. Fisicamente è una stronzata completa, quindi o ha un senso simbolico o non ha senso e basta.

Il nostro e il bimbetto che si occupava di lui incontrano poi un gruppo di cristiani e insieme decidono di partire per Gerusalemme a fare i crociati! Yay!

A partire da questo momento comincia un profondo viaggio interiore ed esteriore, al cui traguardo troveremo la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto.

Ovvero 42.

Cominciamo con ordine. Intanto One-eye uccide il suo padrone e tutti i suoi uomini. E lo fa fuori campo, perché di certo la sua vendetta non è importante per la storia.

Dopo che questo Terminator delle Highlands ha finito, capita su dei… tizi con delle croci tatuate, che hanno appena ucciso gente non meglio specificata (pagani, si suppone), bruciato i loro corpi (con del napalm immagino, dato che non c’è un solo albero in vista) e preso le loro donne prigioniere. Le signore sono mostrate un paio di volte, legate nude nell’erba. Non si sa che fine fanno né che scopo abbiano nella faccenda se non “la produzione voleva tot secondi di tette”.

I nostri decidono di imbarcare One-eye e il suo marmocchio in una crociata gerusalemmita perché dai, chi non vuole un pagano violento e dalla dubbia lealtà che ha appena sterminato un piccolo clan scozzese? Non portarselo dietro sarebbe come non portare spacciatori al compleanno del cuginetto dodicenne!

Insomma, i nostri montano su una barchetta da otto rematori e partono per Aurocastro, ma finiscono in una bonaccia infernale correlata da nebbione. Potrebbero remare, ma sia mai che si sciupi la manicure, meglio svaccarsi da una parte e morire lentamente di sete.

Il tempo passa, i minuti di film filano via lenti come la corrente dell’Ankh. I vichinghi crociati (sì, vabé, soffro) decidono che si tratta di una maledizione. Chi potrà essere quello che porta sculo?

Hum…

Potrebbe essere il sinistro pagano orbo e muto, miscredente e peccatore.

O il fanciullo indifeso. Sì, deve essere il fanciullo!

Cercano di farlo fuori, ma One-eye interviene e l’ammutinamento si placa.

Passa altro tempo, e a un certo momento One-eye decide di bere l’acqua fuoribordo. Tanto morto, per morto…

E cos’è cosa non è, ma i nostri non sono più in mare! Sono in mezzo a un fiume e non se ne erano nemmeno accorti!

E mica un fiume a caso! Un fiume di quella che si capisce essere l’America del Nord.

Ma porco Giuda impestato, FILM!

Va bene, con calma…

Questi, andando alla deriva a cazzo di cane, hanno attraversato l’Oceano. Boh, sì, anche io l’altra volta mi sono addormentata sul regionale e sono finita a Ulan Bator. Per tornare non vi dico, c’era anche lo sciopero dei cammellieri!

In secondo luogo, bada te la fortuna: non solo hanno attraversato l’Atlantico senza una sola bufera e un mare piatto come l’olio, non solo non hanno beccato nessuno scoglio, ma sono anche capitati su un estuario proprio il giorno di Opposite Day, quando la corrente va verso monte!

E lo so, i grandi fiumi hanno una risalita di marea, bla bla bla, no! Questo non è il Missisipi, santi numi!

Ma va bene, è simbolico. Simboleggia che nei momenti bui della tua vita, quando ti sembra di stagnare e morire lentamente, non dovresti uccidere bambini. Se nei tuoi momenti peggiori riesci a resistere alla tentazione di sgozzare fanciulli e buttarli a mare, allora arriverai in un mondo disabitato dove selvaggi assatanati ti uccideranno.

Forse il messaggio è che dovresti uccidere il bambino…

Per alcuni commentatori, il bambino simboleggia il Cristo, ma la cosa rende tutto ancora più confuso. Sono i cristiani che vogliono spacciarlo. Ok, quindi perdono la fede, o ne travisano il messaggio… E One-eye lo salva. Quindi Odino salva Gesù quando qualcuno travisa il Vangelo? O tipo, se sei in dubbio sull’interpretazione dell’omelia, chiediti “che vorrebbe Odino in questa situazione?”. E’ questa? Perché “stupra, brucia e saccheggia” sembra essere la soluzione più probabile…

Boh, in ogni caso arrivano a una specie di sito funerario indiano, e il capoccia dei crociati decide che questi selvaggi avranno un assaggio di ciò che possono fare gli Uomini di Dio!

Oibò, che sarà mai? Lo abbiamo visto massacrare, rapire, bruciare… Peraltro, questi fanno il culo a bande armate scandinave, di certo della gente rimasta al neolitico dovrà penare per venire a capo di tali baldi guerrieri!

O forse no.

La prima cosa che il capoccia fa è così tosta, ma così tosta, ma così tosta che nemmeno Lilin ha osato descrivere cotale tostaggine nel suo romanzo fantasy!

Fa una croce con due pezzi di legno e la pianta in un pantano. Aaaaaaah!

E grosso modo basta.

Uno della banda sparisce, un altro si prende una freccia, e i nostri continuano a pacciugare in tondo nella mota come un branco di ippopotami narcolettici. Ma lo fanno in modo molto maschio e intenso, eh!

Insomma, dopo una sfilarata di primi piani e facce truci che guatano nel vuoto, il capoccia decide che è ora di andare a fare il mazzo ai selvaggi.

-Senti coso.- fa uno -Non abbiamo mangiato nulla da giorni, siamo quattro stronzi e un marmocchio, e siamo anche armati ammerda.

(Nella miglior tradizione del filmaccio pseudostorico, tutti hanno spade, nessuno ha elmi, e solo il capo ha qualcosa che forse vuole essere un’armatura, ma che nei fatti pare la casacca metal che mettevi a diciotto anni per andare al concerto dei Blind Guardian)

-Non temere!- fa il capoccia -Con questa pozione magica resisteremo ancora e sempre all’invasore!

-Ma siamo noi l’invasore.

-Bevi!

-Potrebbe trasformarmi in rospo o in cul di monaca!

-Smetti con le citazioni nerd! Potremmo andare avanti giorni con le citazioni nerd e nessuno le chiappa mai!

Insomma, bevono. E parte un montaggio che mi ha fatto rivalutare l’arte di Lory del Santo e del suo inverecondo The Lady.

Cioé… Boh?!

Uno va a giocare col fango, One-eye fa pile di sassi, un altro s’ingroppa un tizio a caso… Ridono, pacciugano, salutano il corteo di elefanti rosa, sono tristi e disperati…

E poi la botta passa. E niente, hanno il down e sono tutti di cattivo umore.

Va bene, tolto il fatto che lo spezzone è molto maschio e intenso, a che cosa è servito?

Ok, sarò onesta. In realtà questo lungo segmento mi ha spinta a pormi delle gravi domande sulla mia esistenza. Tipo “cosa stai facendo della tua vita?” o “perché non ti cerchi un hobby serio?” e “la conqui l’avrà ricomprato lo zucchero? O toccava a me?”

Forse è simbolico per dire che quando sei davanti a qualcosa di sconosciuto e mortale, prenderti una ciucca non è una buona idea. Wow, ci voleva von Nicolas qua, da sola non ci avrei mai pensato.

Bon, dopo questo intermezzo utilissimo, il disperso ritorna. I selvaggi l’hanno coperto d’argilla e gli hanno fatto i disegnini addosso. Perché si annoiavano. E adesso riesce a sentire One-eye!

Non lo so gente. L’idea che One-eye stesse parlando e che fossero gli altri e non poterlo sentire era anche bella, ma non ha un impatto sulla trama e non si sa che fine fa ‘sto tizio imburrato, quindi prendetelo come aneddoto.

Uno dei cristiani decide che si è rotto le scatole di stare in questo film e attacca One-eye, che ammazza lui e altri due di cui non sappiamo il nome, così, per compagnia. Poi spiega, tramite il bimbetto (che adesso ha un legame telepatico con lui, perché sì) che il grande piano è: fanculo, torniamo a casa.

No, siamo precisi.

Il grande piano è: attraversare a piedi colline infestate di selvaggi, raggiungere il mare, costruire una nuova barca e tornare a casa!

A parte il fatto che per tornare da qualche parte devi sapere dove ti trovi per cominciare, ma perché costruire un’altra barca? Perché la passeggiata? Non potete rimettere in acqua la barca su cui siete venuti?

Si vede di no. E’ simbolico. Vuol dire che se ti trovi in un posto di merda, la soluzione più semplice ed evidente è da evitare.

Tipo, hai un problema di droga? Potresti andare in comunità a spurgare, oppure potresti spurgare facendoti paracadutare sull’Himalaya da un pilota con una gamba di legno alla guida di uno Zero della Seconda Guerra Mondiale dopo esserti dipinto di viola cantando l’inno nazionale inglese.

Insomma, One-eye, il bimbetto e altri due vanno via. Il capoccia dei crociati no, perché lui è pazzo e vuole costruire la Nuova Gerusalemme. A me non pare pazzo, mi pare stia facendo stupidaggini a caso come il resto del gruppo, ma tant’è. Il capoccia viene infrecciato e muore.

Il mio stato d’animo a questo punto del film. E’ simbolico.

Dei due che hanno seguito One-eye, uno è ferito, si siede su un sasso e stira le zampe; l’altro ci ripensa e torna indietro, uscendo dal film.

One-eye e il bimbetto arrivano alla costa (evviva?), ma One-eye riconosce le rocce. Grazie alla vedenza sa che morirà su queste rocce!

E infatti degli indiani arrivano e lui si fa ammazzare su quelle rocce, senza nemmeno regalarci un’ultima scena d’azione.

Il bimbetto viene abbandonato sulla costa brulla e deserta, dove suppongo morirà di fame e di sete.

Fine della storia.

Sentite, sarò anche capra io che non capisco il genio, ma questo film non ha né capo né coda ed è così pretenzioso da far passare Donnie Darko per un lavoro umile e autoironico. Io non sono per nulla contraria a film psicologici o astratti o simbolici. Ma di questa roba francamente non so che fare. Ogni interpretazione che ho trovato in giro può anche filare, finché non la applichi alla totalità delle scene.

Secondo alcuni, la scelta finale di One-eye è dettata dal suo desiderio di proteggere il marmocchio.

Ahem. Eh?!

Va bene, diciamo che sia così… cosa lascia supporre a One-eye che la sua azione convinca i nemici a risparmiare il bimbetto? Che, glielo ha suggerito il regista? E il marmocchio appare per ultimo solo su una costa desolata, tra rocce e oceano. In quale pianeta un’immagine simile si traduce con “andrà tutto bene, easy-peasy lemon-sqeezy, fa una barca e torna a casa”? Almeno il film Ran si chiude su un’immagine di Buddha, che può lasciar supporre una possibilità di salvezza per il personaggio. Valhalla rising? Boh.

Per altri il film è un esercizio di stile, e questo lo posso anche capire. E’ bello da vedere. Le immagini, la luce, gli angoli sono molto gradevoli per l’occhio, almeno fino all’ultimo terzo. Ma a parte ciò, boh.

Per altri ancora “tutti possono interpretarlo, ognuno deve vederci qualcosa di suo”. Sì vabé, io domani rovescio il caffé sul muro, poi sta all’inquilino interpretare la mia arte.

Per altri simboleggia la fine della religione pagana e l’inizio di quella cristiana (ma se i cristiani muoiono tutti?). O il sacrificio di One-eye sarebbe da ricollegarsi a quello di Cristo. Solo che, secondo la dottrina, Cristo si è sacrificato per una ragione (purificare l’umanità). One-eye si sacrifica per…? Per far finire il film? Apprezzo, ma non è un granché come idea.

Per altri ancora si tratta di una critica del colonialismo o un qualche invito a tornare alle origini. Ok, non so che abbiano visto, ma i neolitici di questo film sono altrettanto brutali e superstiziosi dei nostri amici cristiani.

Forse il film vuol dire che gli uomini sono bigotti e violenti dappertutto? Va bene, ma c’era bisogno di un sub-plot di capetti scandinavi in guerra coi cristiani, scommesse e poppute schiave norrene per stabilire ciò?

Per altri infine è un film che solo pochi possono capire. Non una roba da plebei.

Ok, eletti della cinepresa, parlatemi come parlereste a una bambinetta scema. Spiegatemi questo film. Perché il “se non lo capisci è perché sei scemo” ha anche un po’ rotto il cazzo, scusate il francesismo.

A me è piaciuto un sacco The Babadook. Ad altri ha fatto schifo. Io posso spiegare (vedi commenti) le mie ragioni con un’interpretazione che si confà a la totalità del film. Non è la sola interpretazione possibile, beninteso, ma è coerente per l’intera storia.

Le succitate spiegazioni non chiarificano un sacco di aspetti di Valhalla rising.

Ma hey, il limite deve essere mio. Dopotutto è noto che io sono una grande appassionata di film Hollywoodiani! Non vivo senza, guarda!

E parlando di film Hollywoodiani, in questa intervista Refn afferma che:

-non si tratta di un film di vichinghi (che sono brutti e da plebei).

-cito “è concepito come un viaggio nello spazio, come se foste sul tetto di casa vostra guardando il cielo, osservando le stelle, una sera d’estate.” Ok. No. Cioé… no. Vai via.

-Uno dei suoi film preferiti, che ci tiene a citare, è Avatar. Quello dei puffi alti 2 metri, in 3D. E con questo mando un bacino a tutti i commentatori che “voi plebei guardate troppi filmacci burini di Hollywood”.

Secondo la mia sentenziosa opinione, questo film non vuol dire niente. E’ un esercizio di stile punto e basta. Usa per ragioni estetiche dei concetti spesso impiegati in discussioni e ragionamenti, e li mette uno di fila all’altro. Guerriero, Odino, cristiani brutty&kattyvy, viaggio, America, trogloditi assassini, religione…

Tutti concetti usati per parlare di cose serie, e buttati qui con la pala. Ma siccome lo stile è figo e il tono pretenzioso abbelva, la gente cerca di leggerci dentro chissà che cosa. Un po’ come quando cerchi di vedere facce nelle macchie di umido.

Il settimo sigillo è una storia surreale con un chiaro contenuto simbolico. Ma quello che capita ha comunque senso all’interno della storia! Le ragioni e le azioni dei personaggi sono logiche anche se poste in un quadro simbolico. Il cavaliere sta giocando a scacchi con la Morte, ma lo fa con uno scopo, e quando rovescia i pezzi lo fa per una ragione logica e precisa.

Dove sta il senso in questo film? Sono pochi e devono combattere molti. Quindi bevono una droga che non serve a un cazzo. E sorpresa, non serve a un cazzo.

I tizi sono bloccati dalla bonaccia ma non usano i remi.

Il capo dell’inizio vuole combattere i cristiani, quindi gestisce una bisca in mezzo al nulla.

E via così!

Se i personaggi fossero stati memorabili e ben caratterizzati, forse sarebbe stato diverso. Ma a parte One-eye, il bimbetto e forse il capoccia dei crociati, nessuno di loro si distingue. Sono così intercambiabili che fino alla fine non ero nemmeno sicura di quanti fossero. Non hanno nemmeno un nome!

Un’altra cosa: l’unica cosa che potrebbe davvero farmi imbizzarrire nell’ambientazione del Settimo sigillo è la pandemia di Peste Nera. La storia si svolge dopo una crociata, quindi al più tardi nel XIII°, mentre la grande epidemia è di circa un secolo dopo. E’ un grosso anacronismo. Ma per il resto la faccenda fila abbastanza, e i personaggi sono tanto interessanti da catturare la tua attenzione fino alla fine. La morte, il cavaliere, la famigliola…

Valhalla rising quando si ambienta? Si parla di cristiani che vengono a menare pagani in Scandinavia, il che lascia presupporre forse il X° secolo. Ma poi si parla di crociate e Gerusalemme, quindi roba posteriore al Concilio di Clermont (1095), un’epoca in cui la Scandinavia può ritenersi cristianizzata (almeno proforma) e i pogrom anti-pagani pressoché conclusi. Allo stesso tempo si capisce che la Groenlandia e l’America del nord non sono ancora state scoperte. Peccato che Erik il Rosso approdò in Groenlandia nel 985 e suo figlio Leif arrivò in Vinland pochi anni dopo (Leif morì nel 1020).

Quindi quando si ambienta questa storia? Perché parlare di “vichinghi crociati” può far fisiologicamente male al cervello!

Paesaggi  
Atmosfera  
Gore iniziale  
Quadro storico del tutto inesistente  
Trama fantasma  
Lentezza abominevole  
Facce truci in luogo di trama e personaggi  
Scene inutili  
Completa assenza di logica nell’intera faccenda  
Droga  
Costumi da cavarsi gli occhi con un cucchiaino  
La punta di freccia in titanio!  
Morti a caso di personaggi a caso  
Il finale  
Snobismo intellettuale de noartri (Ask me what it means! Ask me what it means!)  

Al di là di tutte le cazzate, io lo so cos’è questo film. E’ il prequel di Pathfinder. Tre hurrà per Refn.

Conclusione?

Guardate questo film.

Perché?

Perché mi sentirò meglio sapendo che ho arrecato questa sofferenza a qualcun altro. E’ sbagliato e moralmente deprecabile, ma è la verità.

Scherzi a parte, se vi è piaciuto questo film, bene per voi. Ma bon, io ho sofferto. E non poco.

Un casto bacio sulla fronte a chi indovina tutte le citazioni!

MUSICA!

Vita da campo: Coudekerque-Branche 2015

-Oy.- qualcuno mi scuote -Sono le otto, sorgi e brilla.

Apro un occhio. Ho un freddo cane, umido fin nelle ossa e ho dormito solo tre ore. Sarà una bella giornata. Metto il naso fuori dalla tenda. Il parco di Coudekerque. Poche anime sono intorno alle buche del fuoco a ravvivare le braci.

Quest’anno ci hanno piazzati in un posto diverso dal solito. In quest’estate di merda non ho potuto partecipare a nessun raid, sicché Coudekerque 2014 è l’ultimo campo che ho fatto. Mi dà una strana sensazione, è come se non fosse passato un anno, è come se fossero passate solo poche settimane.

Mi vesto ed emergo. L’aria è pungente, ma il cielo è sgombro. Durante un campo. Non succede praticamente mai. Deve essere un segno. Buono o cattivo non lo so, ma di certo un segno.

Mi siedo sulla panca insieme agli altri. Pane e formaggio per colazione, e un canestro colmo di pani al cioccolato. No, non è storicamente accurato. Noi almeno ne siamo coscienti, a differenza di quei ritardati di History Channel. Il trucco sta nel far sparire gli anacronismi prima dell’arrivo della gente.

-Che orari abbiamo oggi?

Bothvar poggia un foglio sul tavolo, lo liscia con la manona.

-Nove e mezza, sfilata.

-E la lizza?

-Niente lizza.

Aggrotto le sopracciglia. Per una volta che arrivo a un campo in qualcosa di vagamente simile a “buona forma fisica”, ci tolgono la lizza? Sono venuta per farmi rovinare di botte, non per giocare al soldatino di piombo.

-Ci meniamo qui al campo e facciamo divulgazione storica.

Sarà interessante. La gente è sempre curiosa, e almeno avremo l’occasione di spiegare che no, Vikings non è accurato e che no, non esistono asci vichinghe bipenni.

-Non ho sentito cannoni stamani.- riempio il corno d’acqua -I Cechi del diciassettesimo non hanno portato l’artiglieria?

-I Cechi non sono venuti.

Cade il silenzio sulla tavola. Il disappunto è palpabile. I Cechi sono l’anima del campo, coi loro moschetti, la loro energia e la loro inesauribile riserva alcolica. Non è un vero Coudekerque senza di loro!

-I fondi per le Giornate del Patrimonio sono stati tagliati.- il capo ripiega il programma -Siamo tutti a un terzo degli effettivi.

Devo aspettare la sfilata per rendermene conto. Noi siamo numerosi, ma siamo gli unici. Franchi e Spartani mancano, come anche i Cosacchi e i moschettieri di Gustavo Adolfo. I Romani ci sono, ma i loro ausiliari galli sono la metà dell’anno scorso, e i napoleonici sono un terzo di quelli che c’erano nel 2014. A parte noi e il settore medievale, gli unici che si sono presentati in forze sono i tizi del ’39-’40, con un dispiego di veicoli ancora più massiccio che gli anni scorsi. Questa situazione mi rattrista un po’.

Ci mettiamo in marcia. Insieme a noi camminano altri vichinghi dell’associazione Les Temps Anciens. Sono una simpatica banda di gente gagliarda e hanno una ragazza combattente. E’ la prima che incontro in Francia da quando ho cominciato, almeno nella mia epoca. La sua arma d’elezione è una lancia. Accanto a me cammina una nuova recluta, l’Affrancato. E’ il suo secondo campo, e il suo elmo normanno è ancora liscio e lucido senza nemmeno un’ammaccatura.

Fanciulle combattenti! (Foto di Michel Langrenez)

La città è deserta, perché nessuno si alza alle nove di sabato mattina. Qualcuno si affaccia quando lo svegliamo a suon di chiasso. Dietro di me camminano una banda di allegri compagni del XIV°, muniti di corni. Dopo i primi dieci minuti di marcia e squilli mi dico che prima o poi finiranno il fiato. Dopo venti minuti mi chiedo se sia vietato scatenare una rissa multiepoca durante la sfilata. Dopo quaranta minuti sono sorda e ho raggiunto l’atarassia.

La sfilata si snoda attraverso lavori in corso e strade semideserte. E’ più lunga dell’anno scorso, ma io non mi scompongo: ho fatto i miei esercizi ‘stavolta, l’armatura non mi pesa! Per lo meno, non per i primi tre quarti d’ora, poi la scoliosi mi riacchiappa. L’unica persona che ama il free-fight vichingo più di me è la mia osteopata.

Dopo aver attraversato parcheggi e cantieri ritorniamo senza fretta verso il punto di partenza. Davanti alla fattoria del parco ci schieriamo tutti in buon ordine. Vedo che gli alleati sono numerosi, e anche i soldatini della Wehrmacht. Accanto a loro, quelli della prima guerra mondiale, con le loro belle divise azzurre e un pugno di gente col pantalone zuavo rosso vivo. Pensare che davvero li mandavano in trincea vestiti così è buffo e tragico allo stesso tempo.

E proprio mentre mi sto trastullando con tristi pensieri (le mie vertebre bidone, l’assenza dei Cechi, l’Inutile Strage), un raggio di gioia fa capolino tra le nuvole: il sindaco non c’è! E’ a protestare per il taglio di fondi alla Giornata, il che vuol dire niente discorso, il che vuol dire birra. Rapida, dissetante birra!

Yay, sfilata finita, dov’è la mia birra? (Foto di Michel Langrenez)

Il “bicchiere dell’amicizia” è uno spettacolo da vedere. Una via di mezzo tra un crocevia della Storia e un bar di assetati. Mi pigio nella calca di gente di tutte le epoche. Alcuni dei miei compagni si sono accalappiati un tavolo e stanno parlando di fashion.

-Hai visto il fodero della sua spada? E’ una riproduzione fedelissima, roba di classe!

-Ah, ma gli stivali nuovi del Tale? Voglio in nome dell’artigiano, sono magnifici e anche stagni.

-Pensavo di farmi una tenuta da guardia variaga.

I variaghi, maledetti i servi di Bisanzio! Tutti vogliono essere Rus o variaghi, solo perché avevano vestiti fighi da morire e bellissime armi. Civette. Che ne è della sana e brutale sobrietà occidentale?

Che poi io non dovrei parlare, la mia armatura è chiaramente un modello orientale d’importazione.

I campi multiepoca sono in assoluto i migliori e i più ricchi in sense of wonder (Foto di Michel Langrenez)

Forse è il campo a essere più piccolo, ma quest’anno la partecipazione del pubblico pare intensa. Ritagliamo una lizza con pioli e corda e facciamo un po’ di dimostrazioni, a coppie o a squadre. Lo spallaccio destro della mia armatura si è staccato dopo che i lacci di cuoio hanno ceduto, ma non me ne preoccupo,. Nessuno sta cercando davvero di uccidermi, alla fine. Anche perché combattiamo in stile occidentale, ovvero niente colpi sugli avambracci o sotto i ginocchi, e niente brutalità gratuita. Che per come la vedo io è un po’ come andare dal vinaio per bere succo di frutta, ma pazienza.

Cominciamo con un giro di duelli. Quest’anno me la cavo meglio dell’anno scorso. Sono più forte e non ho lo stomaco in guazzabuglio. Sarà che a parte qualche sorso di palinka non ho bevuto praticamente niente, o che il mio stress è arrivato al punto massimo ed ha sconfinato nel “eh, fanculo”. Stringo lo scudo, carico. Sono più bassa e più sega ella stragrande maggioranza dei miei avversari, se non accorcio la distanza e non prendo l’iniziativa il gioco finisce subito.

Il capo all’opera, sulla destra. Combattere contro di lui è un po’ come farsi martellare in terra a mo’ di piolo (Foto di Marine Marcinow)

L’unico vero problema è che la mia armatura è troppo buona. Non mi accorgo per niente quando qualcuno mi colpisce. Il tipo deve dirmelo, o urlarmelo, perché puoi tarmi un colpo d’accetta nella pancia e non ci fare minimamente caso. Sull’elmo li sento di più, non fosse che per il fatto che ti par d’essere il batacchio di una campana di Notre Dame, ma funziona solo in duello. In gruppo tutti martellano sulla capoccia di tutti. Se tu prendessi una batteria di pentole, la schiaffassi in un bidone di metallo e la buttassi giù per le scale, avresti meno casino. C’è poi anche il fatto che quando c’è chiasso il centralinista nel mio cervello sfancula tutto e archivia ogni input sotto “rumore di fondo”.

Uno dei miei avversari è un tizio della compagnia vicina, quelli dei Tempi Antichi. Ha uno scudo che fa il doppio del mio, un tondo che lo copre dalle ginocchia al mento. E io non posso scalzargli le rotule. Potrei picchiarlo sulla capoccia, ma fa due spanne più di me. Checcazzo, odio le regole occidentali.

Mi ritrovo davanti a Einar. Prendo l’ascia danese questa volta. Lui ha scudo e spada. Colpisco in alto, per agganciare lo scudo. Lui deflette, attacca. Paro indietreggiando. Einar carica, ma si protegge male, vedo la sua pancia coperta di maglia. Gli punto l’ascia contro lo stomaco e lo spingo indietro con tutta la forza che ho, gli assesto un colpo sul fianco, un altro sull’elmo. A questo giro ho vinto io, e quasi non ci credo. Non avrei dovuto colpire in affondo, è pericoloso, è stato un riflesso. Einar non se ne lamenta, è uno sportivo.

Al secondo giro ha vinto Einar. (Foto di Marine Marcinow)

Dopo i duelli ci mettiamo in formazione. Tre scudi davanti e tre armi d’asta dietro. Io mollo lo scudo e la spada per un’ascia danese. E’ così leggera che mi sembra di avere per le mani un balocco di gomma. E’ troppo leggera, non mi piace.

Questo genere di scambi vanno alla svelta. Non ci sono abituata e ho difficoltà a coordinarmi coi miei compagni. Picchio l’ascia sullo scudo di un avversario, oltre la spalla di un compare. Aggancio il bordo, tiro. La mia ascia s’impiglia nella cinghia dello scudo. Il tipo tira, ed è più pesante di me. Cerco di liberare la lama ma di colpo sono sola. La mia squadra è tutta a terra. Oibò. Mi fanno fuori in pochi secondi.

Si riprova. A questo giro sono colpita da una pertica che fa ufficio di lancia nella nostra compagnia. Il tipo me lo deve urlare, perché con questa ferraglia addosso non sento niente.

Riformiamo, riproviamo, ma la schiena sta cominciando a darmi davvero tanta noia. Decido di lasciar perdere dopo altri 2-3 scambi. Mi sembra di avere dei chiodi nelle vertebre, la spalla sinistra mi brucia. Forse non dovrei fare questo sport, ma allo stesso tempo che ci guadagno a star riguardata? Non si guarisce dalla scoliosi, finirò vecchia gobba in ogni caso, tanto vale essere una vecchia gobba con dei bei ricordi da raccontare all’ospizio delle Mummie Indigenti.

Non siamo solo rudi predoni: le nostre ragazze sono abili artigiane e bravissime gioielliere. (Foto di Marine Marcinow)

Il campo è piccolo e chi è venuto sembra più in vena di calma e chiacchiere che di giochi e zuffe come l’anno scorso. C’è qualcosa di malinconico in tutto ciò, ma sono felice di essere venuta.

Il settore ’39-’40 è il più grande. I loro veicoli invadono la piana, dalle jeep ai cingolati ai camion. Un gruppo di napoleonici balocca con una mitragliatrice montata su un fuoristrada. Un soldato della Wehrmacht rivestito un’armatura della Prima Guerra Mondiale. I suoi ufficiali hanno intravisto un tizio del XIII° in lamellare e gli hanno ordinato di difendere l’onore del XIX° secolo. Ha un coperchio di marmitta per scudo e una pala per arma. Aspetto speranzosa in attesa della singolar tenzone, ma il tizio del XIII° si allontana senza accettare la sfida. Peccato.

Uno dei gioiellini in mostra. (Foto di Michel Langrenez)

Torno sui miei passi. C’è uno strano attruppamento intorno alle nostre tende. Accelero il passo. Pompieri e paramedici. Sono in mezzo alla lizza, chini su qualcosa o qualcuno. Ahia, brutto segno. Abbiamo ripetuto l’exploit di due anni fa? Ai tempi Einar fermò una dane axe con il pugno e si aprì la mano dalla nocca giù tra le ossa per 3-4 centimetri.

Quando mi accosto vedo le gambe di qualcuno steso a terra, poi il suo gambézon. E’ il gambézon dell’Affrancato. All’ospedale al suo secondo campo, che fortuna!

Mi avvicino. Il Cerusico è con loro, l’Affrancato si tiene una compressa sull’occhio sinistro. Merda.

-Cos’è successo?

Ygritte è lì accanto.

-Un colpo di lancia.- dice, scura in volto -La mia lancia.

Incidente classico. Lei lo ha colpito sullo scudo. Lui ha parato male e piegato il polso. La punta è scivolata sul legno dritta nella sua faccia. Per sua fortuna la lancia non è appuntita e Ygritte ha avuto la prontezza di deviare: alla fine il ferro non ha colpito il bulbo, ma il lato dell’orbita.

Abbiamo avuto un’incidente del genere anni fa, durante un duello. Il tizio con il long sax è scivolato e ha mulinato le braccia d’istinto. La punta del coltellaccio ha centrato l’occhiale dell’elmo di un compagno. Il Cerusico lo ha caricato su una jeep del ’45 e sono sbarcati all’ospedale vestiti da vichinghi. Una bella scena: un gigante con la faccia gonfia e un danese che apre il discorso con “mia stia a sentire, SONO UN MEDICO”.

Anche in quel caso siamo stati fortunati, il compare se l’è cavata con un terribile occhio nero.

-Quanti danni?- chiedo.

-Niente danni.- il pompiere alza appena la testa -L’occhio c’è ancora, è andata bene.

-Due anni fa abbiamo avuto una mano tranciata in due.

-E l’anno scorso una bambina si è aperta le mani con un opinel.

Aggrotto le sopracciglia.

-Eri qui l’anno scorso?

Il tizio sogghigna.

-Oh no, vi conosciamo per fama.

Gli hanno raccontato anche del naso aperto l’anno scorso. A quanto pare quando li briffano sottolineano “e poi ci sono questi tizi della compagnia Mykrfrl… Myrikrfrfrrr… Quelli col capo che sembra Sandor Clegane e con il corvo sulla bandiera, quelli! Tienili d’occhio”.

Quest’anno però non siamo noi, aha!

L’ambulanza arriva, i paramedici aiutano il ferito a rimettersi in piedi.

-Occhio a dove metti i piedi.- gli dice il suo capo.

-Riguardati.- fa un’altra.

-E’ stato un incidente.- rincara un terzo -Dovresti chiudere un occhio.

L’Affrancato non risponde.

-Su con la vita!- gli urlano dietro -Sarai guarito in un batter d’occhio!

Che cari. Con amici così, chi ha bisogno di nemici?

La notte scende sul campo. A tavola discutiamo di spese e equipaggiamento quando dall’altra parte della strada, nell’altra metà del campo, qualcuno inizia a sparare. E continua a sparare. Che combinano?

Attraverso la strada che taglia il campo. I lampioni sono spenti nel viale dall’altra parte. Nel buio distinguo delle sagome nascoste dietro gli alberi. Alcune hanno i pennacchi di napoleone, altre no, le si distingue appena.

Uno scoppio e una lingua di fuoco. Uscivano dalla canna di un moschetto. Un’altra fiammata risponde tra gli alberi, insieme al triste chink di chi è obbligato ad avere armi neutralizzate. Un’altra salva di fucilate tanto forti che le orecchie mi fischiano. Cavolo, deve essere deprimente avere canne piene di piombo quando i tuoi avversari possono sparare a salve. Io forse mi risolverei a fare BUM con la bocca piuttosto che sentire lo scattare del cane e nient’altro.

Una salva arriva da sinistra.

-Che fate!- urla una voce nel buio -Siamo dei vostri!

-Ops.

Fuoco amico! Ti ammazza lo stesso, ma con molta contrizione.

I botti continuano. La polvere da sparo è divertente. Ho sempre avuto un malsano debole per il fuoco e le esplosioni. A volte penso che mi piacerebbe praticare un periodo storico dove si spara. Poi mi ricordo che spesso queste compagnie non si picchiano in corpo a corpo. Se non posso arrivare a tiro di cazzotto non è divertente.

Botti e fumicaggine! (Foto di Michel Langrenez)

Intorno a un falò, altri soldati dell’Imperatore bevono insieme a gente del Secondo Impero. Molti sono facce conosciute. C’è anche il compagno Slivovitz. Non è il suo vero nome, ma non ricordo come si chiama. Ha vinto il soprannome durante una rievocazione di Austerlitz. A quanto pare della gente aveva portato della slivovitz, e il giorno dopo lui ha avuto qualche problema con il drill.

Artiglieria! Ho già detto che i campi multiepoca sono i migliori? (Foto di Michel Langrenez)

-E il sergente mi urlava Ma stai fermo!”.- racconta -E io lì che dicevo, ma sei te che giri, sergente, giri giri giri…

Insomma, è stato un campo molto tranquillo, niente assalto al campo degli Alleati, niente mirabolante impresa. Sono anche rimasta sobria per la totalità del tempo, che non mi succedeva da quando avevo 14 anni.

Un po’ mi dispiace, un po’ mi dico che andava bene così. Dopo tutte le mazzate nei denti degli ultimi mesi, un po’ di bonaccia mi ha anche fatto bene.

Peraltro ho scoperto che lo spallaccio alla fine è utile, anche se non stanno cercando di ucciderti per davvero. Sono tornata a casa con un livido così grosso che per due settimane non sono riuscita a dormire sul fianco. La prossima volta porterò dei lacci di ricambio!

Continuo a non capire com’è che la rievocazione non sia più popolare. Ma hey, ognuno ha diritto di sciupare la sua esistenza come meglio crede.

MUSICA!

Ringrazio un sacco Michel Langrenez e Marine Marcinow, che mi hanno lasciato usare le loro fotografie. Sono splendide!

Come non si fa (1): Vikings

Fear the Daibanana!

Il Capodanno è finito. L’ho passato in famiglia, con parenti che ci hanno assolutamente tenuto a vedere il documentario sui cercopitechi urlatori, altresì chiamato “quellammerda con Gigi d’Alessio”. La badante di mia nonna ha anche cercato di portarmi via la bottiglia dopo appena un paio di bicchieri. Non ho nemmeno potuto far esplodere qualcosa, e il disperato tentativo di accendere le girandole al chiuso ha avuto le ali tarpate quando quelle porcherie sono bruciate quietamente per terra senza schizzare per aria.

Niente musica, niente sbronza, niente ustioni. Bah.

La ricaduta positiva è che, con queste premesse, il 2015 si preannuncia ancora più Grumpy del 2014.

Ergo, come meglio festeggiare se non inaugurando una nuova rubrica?

COME NON SI FA, una piccola guida a tutto quello che fa schifo nelle vostre scene preferite (perché guastare la festa è la mia vocazione).

Il primo esempio: la prima battaglia della serie Vikings, che, se avete letto questo articolo ricorderete, non mi ha fatto proprio una bella impressione.

Il contesto

La battaglia è presa dall’Episodio 4 della Prima stagione. Al loro secondo raid, i nostri saccheggiano un posto in Northumbria con una facilità che dire fa schifo è poco. Di ritorno alla spiaggia, però, i nostri trovano i guerrieri di re Aelle ad aspettarli.

And hilarity ensues.

La battaglia

Cominciamo, cosa non funziona con questa scena?

La tenuta dei vichinghi per cominciare (anche quella dei Northumbri, ma quella dei vichinghi fa davvero piangere i gattini). Come detto nell’articolo succitato, i costumi della banda sono decisamente brutti. E per sovrammercato, nessuno di loro pare portare una protezione decente: niente guanti, cuoio o panno imbottito, nulla. Pessima, pessima idea.

Ma limitiamoci agli aspetti tattici della faccenda!

Cominciamo con le forze in campo.

Per la squadra di casa, la Northumbria, abbiamo:

  • 3 cavalieri
  • 10 arcieri
  • 3 file da 10 lanceri
  • 10 con la spada nella prima linea.

53 uomini, o 50 se togliamo gli aristocratici a cavallo.

Per la squadra ospite, Norrenia, abbiamo:

  • 24 scudi
  • 6 lance
  • 2 archi.

Ovvero, compreso Floki sono 27 più un prigioniero.

I Northumbri sono quasi il doppio e meglio armati. Non dovrebbe esserci partita. Ma Ragnar può contare sull’Abilità SonoIlProgagonista e sul potere Pessima Sceneggiatura, quindi siamo tranquilli.

Difatti le trovate Ma Che Cazzo cominciano ancora prima del pestaggio.

  • D’acchito.

Il gruppo Northumbro è schierato in assetto di guerra esattamente davanti l’imbocco del sentiero, tagliando la via alla nave. Questo può voler dire solo due cose: si aspettano che i vichinghi arrivino da quel sentiero e non vogliono lasciarli scappare.

E il primo problema c’è già, grosso come una casa.

I Northumbri hanno 3 vantaggi: il numero, la sorpresa e l’agio di scegliere il terreno. E in una combo spettacolare, non approfittano di nessuno di questi!

I vichinghi stanno avanzando su un sentiero profondamente incassato tra le dune, una posizione estremamente vulnerabile.

Ho una proposta per il comandante Northumbro: mandi due tapiri con le accette ad affondare la nave, poi apposti gli arcieri sul crinale delle dune con gli spadaccini per ricacciare giù a calci qualunque furbone cerchi di arrampicarsi, e quando i nemci rompono in fuga te li carichi e gli fai le chiappe a fettine.

E ho un consiglio per Ragnar: prima di tornare indietro per la stessa strada che hai fatto a venire, manda qualcuno a controllare se la via è libera. Potresti scoprire che è meglio fare un altro giro. Magari dar fuoco a qualcosa come diversivo, e tentare uno sfondamento quando il grosso dei Northumbri accorre da qualche altra parte. Questo, ovviamente, se il comandante Northumbro non è affetto da qualche tenia cerebrale e prova a crearti delle difficoltà…

  • What is it?

E’ la battuta di un vichingo alla vista dello schieramento Northumbro. E’ la majala di to’mae. Che vuoi che sia?

  • Fate con comodo

I Northumbri non attaccano subito, sarebbe scortese, poi rischi di fargli male. Prima trascinano nel mezzo i cadaveri dei due pirla lasciati alla nave, perché chi non vuole un morto su cui inciampare, prima di una carica? Poi lasciano il tempo ai vichinghi di fare le faccine, schierarsi, fare un bel muretto, e solo dopo si risolvono ad attaccare. Che gentili.

  • Colpa della crisi

Gli arcieri tirano una sola salva. Difatti, noterete, non hanno una faretra, hanno delle costosissime spade. Perché le frecce avevano l’IVA troppo alta, immagino. Peraltro gli archi svaniscono subito dopo. No, non li lasciano cadere, spariscono: non sono più utilizzati né sono per terra alla fine della scaramuccia.

Ma forse i 10 arcieri stavano sulle palle del capoccia, visto che hanno una sola freccia in dotazione e subito dopo si ritrovano a caricare in prima linea senza uno scudo.

  • Becchi d’assalto

Avete mai notato che nelle cariche dei film i tizi non tengono mai la linea?

  • Dagni di cornate!

Come detto sopra, i Northumbri sono molto più numerosi dei vichinghi. I vichinghi si sono sapientemente disposti su una singola linea, con nessuno a proteggere i fianchi e le terga. I Northumbri potrebbero tranquillamente girargli intorno e affettargli le chiappe. Tempo necessario: 2 minuti e 46 secondi.

Invece no, come un sol uomo i signori prendono a cornate gli scudi. Punfete, punfete, punfete, nota tattica del Moscone contro il Vetro. Ora, già che sono a scapocciarsi la prima linea così, perché fare il giro sarebbe poco galante, potrebbero sfilettare le zampe dei normanni. Difatti noterete che i nostri non le stanno proteggendo, anzi, tengono lo scudo fisso alla stessa altezza. Ragnar lo tiene addirittura a due mani, perché è tanto ‘omo che non ha nemmeno un’arma per due terzi della battaglia. Scalzargli le rotule dovrebbe essere questione di pochi secondi.

Invece no. Capocciate sugli scudi e via a andare, che i colpi su polpacci e polsi non fanno punto!

  • Quanti vichinghi ci vogliono per…

Tirare 2 frecce?

EDIT: ecco, per la gioia di grandi e piccini!

I vichinghi hanno due arcieri. Sono pochini, ma meglio di niente. Potrebbero tirare a campana sulle zucche dei Northumbri.

Non lo fanno.

Perché uno dei due si decida a tirare, Ragnar e Rollo devono scansarsi, aprire la linea perché questo mentecatto tiri in linea retta nel muso di un nemico. Botta di culo che non colpisce nessuno dei suoi (e la probabilità di incidente in un’azione del genere sono innumerevoli), e che i Northumbri non ne approfittano per spingere e spezzare in due lo schieramento vichingo. Bontà loro.

La seconda volta che gli arcieri si rendono utili, come potete vedere dalla gif (contribuzione del buon Dago), è quando salgono ognuno su uno scudo. Dopodiché due normanni per parte li tirano su, e questi tirano (altro tiro diretto) nel mucchio.

Riassumendo, ci vogliono 6 vichinghi per tirare 2 frecce, e i Northumbri sono così impediti che la prima linea può privarsi di 2 scudi e 4 uomini senza risentirne minimamente.

  • They see me Rollin’

I Northumbri sono seghe tali che Rollo può sfondare tutte le loro 4 linee stile panzer, acchiapparne uno per il cravattino e riportarselo dietro il muro di scudi. Il tutto senza subire nemmeno una gomitata nelle costole o un calcio negli stinchi.

  • Uno alla volta, uno alla volta, uno alla volta per carità (cit., ci sono melomani in sala?)

Dopo la passeggiatina di Rollo, il regista si rende conto che è meglio distogliere l’attenzione dalla tattica, e segue una serie di close-ups di vichinghi machones che con una botta sola azzerano i Punti Vita dei Northumbri, schizzi di sangue e faccine buffe. Dopo aver mostrato un po’ di scenette, i nostri decidono che forse è il caso di riformare la linea.

Ora, chiunque abbia letto un qualsiasi libro, libretto, depliant di storia militare un minimo ben fatto, sa che una volta che la linea è persa, è persa. Puoi recuperare ritirandoti e raggruppando i tuoi in un nuovo schieramento, ma non puoi fare e disfare la linea nel mezzo di una mischia indiavolata.

Questo nel mondo reale. Nel mondo di History Channel (mortacci loro) i Northumbri sono gente molto comprensiva, e lasciano che i nostri amici si risistemino. Che a dargli noia rischi di spettinarli.

 

Bilancio finale:

Perdite Northumbre, 50. Più il prigioniero che, in tutto il casino, non è riuscito a scappare (forse considerava maleducato andarsene senza salutare).

Perdite Vichinghe, 2, più i 2 pirla che avevano lasciato alla nave.

Hooray I guess…

Da un punto di vista puramente narrativo, la battaglia ha 2 grandissimi problemi.

Il primo, i Buoni hanno vinto senza meritarselo. All’inizio la sproporzione di forze è troppo colossale (2 a 1), e nello svolgimento i nemici si mostrano troppo deboli e stupidi per costituire una seria minaccia. Se i Northumbri avessero i neuroni sufficienti a trovarsi il culo con le mani, vincerebbero in un batter d’occhio. Perdono perché manovrano come dei ritardati. Ai Buoni basta star fermi e aspettare che quelli si impalino da soli, o quasi (ho già detto che Ragnar nemmeno ha un’arma in mano?).

Se è chiaro che i buoni vinceranno senza colpo ferire o quasi, la tensione crolla. Non abbiamo paura che Ragnar, o Rollo, o la Lagertha si faccian male. Sappiamo che non se ne faranno. Alla fine non siamo felici per loro, perché non c’è stato nessun investimento sullo scontro.

Il secondo, strettamente legato al primo, la vittoria costa troppo poco. 2 scalzi e gnudi contro 50 militari in armi. Questo ci dice che i Northumbri sono gente del tutto inadeguata, che saranno presenti solo per essere cattivi buffi e per farsi ammazzare da Rollo che è tanto figo.

Per chiunque racconti storie: mettiti nei panni del tuo antagonista. Più l’antagonista è intelligente e capace, più il tuo eroe avrà merito per essere riuscito a sconfiggerlo. Se per far vincere il tuo personaggio devi far commettere errori cretini all’antagonista, vuol dire che il tuo eroe è a sua volta un povero scemo. Perché a qualcuno dovrebbe interessare una gara di lancio della cacca tra due menomati mentali?

Un antgonista ritardato non fa risaltare l’eroe, lo schizza di merda e basta.

Ma Tengy, direte voi, la saga è tanto piaciuta!

Vero. Il punto è: volete raccontare una storia di buona qualità o no? Avete rispetto per i vostri personaggi o non ne avete?

Concludo con una lettura che ho già consigliato, ma che ri-consivlio: Decisive battles of the Western World, del caro Fuller.

E’ tutto per oggi. Vi auguro un 2015 ricco in bottino e saccheggio!

MUSICA! (Da notare che nel video, fatto con un cinquantesimo dei quattrii investiti in Vikings, i costumi sono molto migliori)