150° anniversario dell’inizio dell’era Meiji: una breve e superficiale introduzione

Quando parliamo di Giappone, una delle prime cose a cui la gente pensa sono i robot, seguiti dal porno tentacolare.

La terza cosa a cui pensa, però, è un vago coacervo di “antiche tradizioni”.

Il Sumo, il Judo, l’Ikebana, lo spirito di sacrificio e tutta quell’altra roba che offre tante citazioni fighe per la firma sui forum.

Va da sé, la realtà è sempre più complicata di quanto ci si aspetti di primo acchito.

Il Giappone non fa eccezione.

8° vista di Edo, Utagawa Hiroshige, 1797-1858

Il fatto è che molte delle cose che oggi riteniamo “un sacco tradizionali” sono il frutto di un lavoro immane, zelante, ma soprattutto recente. Ad esempio lo Shintoismo come religione di Stato. Lo Shintoismo di certo è la religione più antica in Giappone, no?

Sì. Ma si è presto mischiata al Buddismo. Lo Shintoismo in quanto fede separata, come viene percepito oggigiorno, nasce nel XIX° secolo.

In altre parole, ha la stessa età di Garibaldi.

E non è l’unico esempio. Pratiche particolari di una regione o specifiche a una certa classe sono state riprese, rielaborate, riplasmate ad arte in un brillante e gigantesco sforzo propagandistico di creazione nazionale.

In breve, a un certo punto il Giappone è stato costretto, baionette alle reni, a entrare nella modernità. Due opzioni si offrivano al “Regno dove il Sole nasce” (cit. Imperatrice Suiko): fare la fine della Cina, o diventare una Nazione.

Il 23 ottobre di 150 anni fa, il principe Mutsuhito inaugurò il proprio regno assumendo il nome di Meiji.

Il coraggio, il cinismo e l’intelligenza dimostrati dagli artigiani del nuovo regime sono straordinari, e personalmente non conosco esempi comparabili alla magnitudine di questa impresa. Questo periodo è tra i più interessanti nella Storia dell’Arcipelago, nel bene e nel male.

In occasione del centocinquantenario, ho voluto dedicare un breve capitolo introduttivo alla faccenda.

Si tratta di un’infarinata minima, quindi non aspettatevi una lista di 15 libri in bibliografia. Questo articolo non vuole essere un’analisi approfondita di questo incredibile momento storico, ma vuole dare gli strumenti minimi per apprezzare la ricorrenza.

E gli strumenti minimi per capire perché L’ultimo samurai fa schifo, ma questa è un’altra faccenda.

Tra gli splendori di Edo c’era anche l’allegra usanza del crocifiggere la gente.

Foto di Felice Beato

Il lento collasso del Bakufu

Con “Bakufu” (Governo della Tenda) si intende il regime militare che governa il Giappone (tra alti e bassi) a partire dal XII° secolo. Nella fattispecie, il Bakufu dei Tokugawa è una dittatura militare di stampo feudale che ha controllato il Giappone dagli inizi del XVII° secolo alla metà del XIX°. 260 anni e passa di governo dei samurai.

Per buona parte di questo periodo, i Tokugawa avevano optato per un rigido (ma non totale) isolazionismo. Avevano chiuso i porti e vietato ai propri sudditi di andarsene in giro, lasciando come unici partners stranieri Olanda, Cina e Corea.

Ci sono stati anche contatti saltuari con Russi, Inglesi, Americani e Francesi, tutta roba insignificante.

La faccenda funziona per un po’, ma tutte le cose belle hanno una fine: verso la metà del XIX° secolo la pressione dei Barbari del Sud (nanban, il simpatico nomignolo che i giapponesi avevano per gli occidentali) si fa più petulante e difficile da ignorare.

Notate che già ai tempi era impossibile per uno staterello isolano tenersi fuori dai giochi internazionali. Eppure certa gente pensa che ciò sia fattibile oggigiorno. Bah.

Ad ogni modo, gli Americani sono la testa d’ariete in questa faccenda. Aprendo i porti giapponesi sperano di potersi guadagnare un comodo scalo verso la Cina e un punto di rifornimento per i pescherecci che saccheggiano il Pacifico.

Questo nuovo interesse internazionale per i porti giapponesi casca in un brutto momento per il Regime. Lo shōgun è malato e senza eredi diretti. Questo pasticcio crea tensione tra il Consiglio degli Anziani (scelto tra i capi dei vassalli ereditari dei Tokugawa) e le varie famiglie con eredi putativi da spingere.

Non solo: una crisi economica latente rosicchia le casse di diversi feudi, un sovrannumero di guerrieri senza prospettive mina la stabilità della quiete pubblica e la scuola di Mito (feudo di uno dei pretendenti, Tokugawa Nariaki) sta ridiscutendo l’intero concetto di legittimità e origine del potere.

Insomma, ci manca soltanto che degli stranieri vengano a ficcanasa-E OH GUARDA, UNA NAVE DI UN BEL NERO ALLEGRIA.

La Nave Nera di Perry

E’ il 1853, e Perry porta una lettera da parte del Presidente, legata in punta a un cannone Paixhans. L’evento è una secchiata di benzina sul focolare della crisi politica.

Per dare un’idea del what the fuck are we even doing che si respirava nella capitale Edo in quei giorni, Francine Hérail cita l’estratto del diario di un funzionario del Bakufu.

La situazione interna del Bakufu è solo vuoto e contraddizione. Vogliamo abolire le regole del Bakufu. Non vogliamo rovinare il prestigio del Bakufu. Tra gli anziani non c’è nessuno che possa trattare con gli stranieri. I preparativi militari sono insufficienti. Nessuno ha il minimo ardore di battersi contro gli stranieri. Non vogliamo rovinare le istituzioni. Il Consiglio non riesce a prendere una decisione.

E mica è finita qui: 3 mesi dopo la simpatica visita di quel bell’uomo di Perry, i nostri si affacciano alla finestra e BAM, navi russe. Anche loro vogliono usare i porti.

Il Capo del Consiglio degli Anziani è Abe Masahiro, e non sa che pesci pigliare. A sua discolpa, è un momentaccio brutto.

Il nostro manda una lettera circolare ai daimyō, i feudatari: vuole suggerimenti su come trattare con gli stranieri, visto che, vi direte, nessuno è davvero così idiota da voler combattere cannoni a proiettili esplosivi con pallettoni di moschetto seicentesco.

Consideriamo però che i grandi vassalli sono a questo punto gente abituata fin dall’infanzia a dare ordini e a vederli eseguiti. Non che essere daimyō fosse particolarmente divertente, ma si tratta comunque di uomini abituati a vedere il resto delle persone scattare come lucertole a ogni comando. Non proprio la miglior base di partenza per chi vuole trattare con potenze più forti ed avanzate.

La risposta dei daimyō è quindi “aprire il Paese ai barbari è assolutamente IMPENSABILE”.

Da notare che Abe aveva fatto qualcosa di rivoluzionario, chiedendo l’opinione non solo dei vassalli diretti dei Tokugawa, ma anche dei daimyō esterni. Questa cosa mandò a fuoco le mutande di non poche vecchie mummie tradizionaliste.

Ci pensate? Per certuni questa misura era scandalo senza precedenti! Va da sé, ‘sta gente non aveva ancora visto niente.

L’arrivo di Perry, Kinuko Y. Craft (1940-)

Abe riceve due tipi di consiglio:

-Tokugawa Nariaki, del feudo di Mito e padre di uno degli eredi putativi, propone: “non possiamo accettare le loro condizioni, ma non possiamo vincere se ci attaccano, ergo la cosa più logica è combattere fino alla morte di ogni singolo sparuto samurai e far esplodere quello ce resta dell’Impero”.

-Ii Naosuke, del feudo di Hikone, propone la rivoluzionaria idea: “cerchiamo di guadagnare tempo, trattiamo, diamogli dei contentini finché non riusciamo a imparare come si fanno le navi quei cosi che sparano robe esplosive, e poi gli si fa un mazzo così!”

Questo presupponeva che gli occidentali fossero abbastanza stupidi da permettere al Giappone di imparare ed acquisire la nuova tecnologia.

Casca bene perché gli occidentali sono effettivamente così stupidi, e lo hanno provato a diverse riprese. Ma che ci vuoi fare, l’arroganza e il razzismo fanno sì che uno possa essere allo stesso tempo un genio tecnico e avere il cervello fermamente avvitato nel culo.

Ma sto divagando.

Nel 1854 il Bakufu firma la Convenzione di Kanagawa, in cui si stabiliscono tre punti principali:

  • Le navi straniere potranno ricevere combustibile (steampower bitches!)

  • I porti di Shimoda in Izu e Hakodate in Ezo (Hokkaido) saranno aperti

  • Le navi in difficoltà che capitano nei paraggi saranno soccorse.

Il tutto col (comprensibile) piano di “impariamo le navi e le cose che fanno BUM, e ributtiamo a mare tutta questa marmaglia palliduccia”.

Tutto bene ciò che finisce bene, vero?

Falso. Il lieto fine è solo il coitus interruptus del casino e viceversa, in un infinito circolo di sollievo e zappate sui piedi.

Mentre il Bakufu lavora per superare la crisi politica, gli occidentali spingono per concessioni più generose. In particolare, il console americano cerca di mettere a punto un trattato col Giappone che tagli fuori l’Inghilterra. Riesce anche a trovare delle orecchie simpatetiche nel Bakufu, specie dopo l’incidente di Arrow, in cui gli Inglesi avevano cannoneggiato Canton.

Tutto procede benone quindi, i Demoni Bianchi mettono insieme un bel trattatello, decidono di presentarlo al…

Già, a chi?

I nostri hanno dimenticato un piccolissimo dettaglio: chi comanda, l’Imperatore o lo shōgun?

Whoopsie daisy!

Gli stolti non sapevano che i veri signori erano (e sono tutt’ora) i gattini.
Utagawa Kuniyoshi (1796-1861)

Da bravi occidentali, ai nostri non era passato manco per l’anticamera del cervello che i giapponesi potessero avere un sistema radicalmente differente dal loro.

La cosa viene sfruttata subito dal Bakfu che, ricordiamocelo, vuole prender tempo per poter poi picchiare gli stranieri con le loro stesse armi.

Di conseguenza, quando il progetto di trattato viene messo a punto, il Bakufu dice “sì, molto carino, ora però lo deve firmare il Figlio del Cielo”.

Il nuovo capo del Consiglio degli Anziani, Hotta Masayoshi, si risolve ad andare a Kyoto nel 1858, ma se il Bakufu ha guadagnato tempo, lo stesso tempo è stato guadagnato anche dai daimyō esterni, fino ad ora tagliati fuori dalla grande politica.

Per costoro, gli stranieri sono un ottimo pretesto per schierarsi contro Hotta, il Consiglio e il Bakufu in generale. Un pretesto da solo non basta però, ci vuole una qualche forma di legittimazione.

E guarda te le coincidenze, a Kyoto c’è un’intera Corte di aristocratici civili infognati lì e tagliati fuori dall’esercizio del potere. Aristocratici che teoricamente detengono l’autorità, ma che di fatto non contano quasi nulla e che da generazioni sognano i bei tempi andati di quando erano loro a comandare.

Quando Hotta arriva a Kyoto, molti di costoro hanno adottato la causa xenofoba e anti-Bakufu dei daimyō esterni, e le trattative sono un fiasco. Hotta si dimette in disgrazia e smolla il posto a Ii Naosuke, che riesce a firmare un accordo di amicizia e commercio con gli yankees.

La faccenda prevede:

  • Scambio di rappresentanti diplomatici tra il Giappone e gli Stati uniti

  • Apertura progressiva dei porti di Nagasaki (in Kyushu), Yokohama e Niigata

  • Libertà di commercio

  • Numerose e mortalmente noiose clausole su diritti di dogana ed extraterritorialità.

Accordi simili furono firmati lo stesso anno con Inglesi, Francesi, Russi e Olandesi.

Tutto è bene ciò che finisce bene, no?

No.

Si sa come funzionano le cose: agli occidentali gli dai un dito e ti strappano il braccio alla spalla per spolparselo a piene ganasce.

Appena 4 anni dopo, l’Inghilterra, secondo la sua antica e rispettabile tradizione di bullismo e prevaricazione, costringe il Bakufu a rivedere i trattati rinunciando al diritto di fissare le regole doganali. Sono i famigerati “trattati ineguali”.

Sul momento, questi trattati divennero il perfetto casus belli per la politica interna.

Dovete immaginare una massa di guerrieri di basso rango incazzati come calabroni all’idea di essere bulleggiati dalle scimmie bianche per il solo fatto che le scimmie bianche hanno cannoni più grossi. Non è giusto, ecco!

Manco a farlo apposta, questa storia catalizza malcontenti e frustrazioni soggiacenti.

Sia chiaro, a ‘sto punto i daimyō hanno tutti più o meno ingollato l’idea che, per il momento almeno, i barbari bisognava cuccarseli. Questo però non impedisce loro di usare i trattati ineguali per delegittimare il Bakufu.

E anche a ragione! Per due secoli e mezzo hai tenuto il Paese con pugno di ferro perché “noi siamo il Governo della Tenda, noi siamo la dittatura militare, bada come siamo tosti”, e appena arrivano quattro scimmioni con le barche nere cali le braghe?

E’ dura da accettare.

E in tutto ciò, ricordiamocelo, ancora non è stato scelto un successore per lo shōgun!

Prodromi di guerra civile

Ora, secondo Hérail si possono individuare grosso modo due partiti dietro ai due eredi putativi.

  • Il partito di Mito, che sosteneva la candidatura del figlio di Nariaki, Yoshinobu. Il partito era costituito in particolare da daimyō esterni che volevano spingere l’evoluzione del governo verso una federazione di feudi sotto un consiglio interno dei vassalli ereditari.
  • Il partito conservatore, che sosteneva Iemochi dei Tokugawa di Kii ed era costituito dai vassalli ereditari.

Il Boia, Felice Beato

Il partito conservatore vince, e Ii Naosuke lancia il Ripulisti dell’Era Ansei, una campagna di epurazione politica volta ad impedire ai daimyō di allearsi tra loro e immischiarsi con le faccende di Corte. Gente arrestata, gente esiliata, gente decapitata o costretta a sbudellarsi, insomma ci siamo capiti.

Tra i condannati a morte figura tale Yoshida Shōin, guerriero del feudo di Chōshū, alleato della Corte Imperiale e considerato nemico del Bakufu. Prima di stirare le zampe, Shōin aveva ispirato e influenzato un congruo numero di rampolli dell’aristocrazia guerriera del feudo. E sai qual’è una buona idea quando hai un carismatico maestro che ti attizza giovani facinorosi? Renderlo un martire.

Manco a dirlo, la repressione dell’era Ansei provocò un certo qual malcontento verso il Bakufu, ormai visto come corrotto regime a letto con gli stranieri.

Sono i prodromi della guerra civile, l’alba del grido di battaglia sonno jōi, “onorare l’Imperatore, espellere i barbari”!

Facinorosi all’opera.
Foto di Felice Beato

Sia chiaro: non si tratta di mere reazioni isteriche da parte di xenofobi con una scopa in culo. C’erano innumerevoli problemi con l’apertura dei rapporti, dal cambio dell’oro al lievitare del prezzi alla fuga di mercanti, tutta roba di cui magari parleremo in altra sede.

Ora come ora voglio concentrarmi sul travaglio politico.

E a proposito di travaglio politico, Ii Naosuke viene assassinato nel 1860.

Gli succede Andō Nobumasa, che cerca di accalappiarsi la Corte proponendo un matrimonio tra una principessa imperiale e il giovane shōgun, il quattordicenne Iemochi.

L’Imperatore dell’epoca non ce l’ha particolarmente col Bakufu, ma il suo entourage è zeppo di aristocratici che non vedono l’ora di scardinare la dittatura militare e restaurare il potere della Corte come nel magico periodo di Heian. Per costoro, l’occasione è perfetta per minare la credibilità del Bakufu.

Accettano quindi il matrimonio, a patto che il Bakufu butti fuori i barbari e si rimangi i trattati. E così Andō si ritrova preso tra gli aristocratici da una parte e gli occidentali da quell’altra.

Vedi, se avessero ghigliottinato tutti i nobili quando ne avevano la possibilità, non si sarebbe posto il problema. O forse sì.

Ma sto divagando!

Andō è in una brutta situazione, ma non per molto, visto che nel 1862 si ritira a seguito di un increscioso incontro ravvicinato con una coltellata (cortesia di sei scalmanati di Mito). Sono i rischi della politica quando la politica è fatta bene.

Il giovane Iemochi. Sapete di cosa ha bisogno una dittatura in grave crisi? Di generalissimi quattordicenni!

Non è possibile trattare coi barbari se il partito pro-aristocrazia continua a minare la credibilità shogunale. Dopo l’attentato contro Andō, Shimazu Hisamitsu del feudo di Satsuma marcia su Kyoto, perché mobbastaveramenteperò.

Butta fuori a pedate tutti i partigiani più scalmanati della restaurazione (torneranno poco dopo) e si fa nominare dalla Corte consigliere ufficiale presso il Bakufu per portare avanti una sobria ma seria modifica del regime. Questa corrente riformista è chiamata “Alleanza tra Corte e Guerrieri”, kōbu gattai, altresì detta volemosebbene.

Come prima cosa viene creato un tutore per quel moccioso dello shōgun.

Siccome ci vuole una scelta politicamente savvy m anche deliziosamente ironica, il ruolo viene dato a Yoshinobu. Che era l’altro erede putativo. Evviva!

A questo punto abbiamo quindi, in grosso, 3 partiti:

  • I lealisti del Bakufu a Edo

  • I lealisti dell’Imperatore a Kyōto

  • I grandi daimyō che cercano di mediare ed evitare una guerra civile

E in tutto ciò i rapporti con i barbari sono usati senza alcuno scrupolo nella politica interna.

Una complessa , delicata e sfaccettata problematica riguardante degli stranieri che viene appiattita e sfacciatamente usata per propaganda interna, dov’è che l’ho già sentita? Hummm….

Guarda te i casi della vita, la xenofobia è un sentimento tanto più totalizzante in quella cospicua massa di guerrieri senza feudo, rendita o lavoro. Gente educata fin dalla nascita ad essere facinorosa e tosta, a sentirsi migliore e orgogliosa del proprio status, e che ora si trova senza prospettive, senza speranza e senza scopo.

Costoro sgrondano a Kyōto, alla ricerca di un qualche vago sentimento di identità e ragion d’essere, e se la prendono coi demoni bianchi, e se la prendono col Bakufu che amoreggia coi demoni bianchi, scordandosi che il Bakufu ha davvero poca scelta e che i demoni bianchi sono sì figli di puttana ma non sono la causa principale della crisi economica, dell’alienamento o della sclerosi del regime.

Sono sentimenti del genere che portano ad incidenti celebri come quello di Namamugi, dove degli inglesi vengono attaccati dalla scorta di un daimyō.

Nel 1863, Yoshinobu e il baby-shōgun accettano in principio di scacciare i barbari. Più una dichiarazione di intenti che altro, dacché, ricordiamocelo, militarmente i giapponesi contro gli occidentali hanno le stesse probabilità di un bambino di cinque anni contro il Predator.

Ma questo sfugge alla gente del feudo di Chōshū. Ve li ricordate? Sono quelli a cui il Bakufu ha martirizzato il maestro.

Costoro vengono a sapere della decisione di Kyōto, e con l’ottuso zelo di un doganiere svizzero cannoneggiano le barche che passano nello stretto di Shimonoseki.

Mappa dei luogi nominati. Hakodate non si vede perché è in Hokkaido (ovvero in culo agli orsi)

Sulle navi occidentali la gente si sorprende.

-Qualcuno ha scorreggiato?

-No, mi sa che era un petardo o qualcosa così.

-No, è un pilloro partito da quel fortino lì.

-Fortino? Non è il museo della Marina?

-No, guarda, ci hanno sparato di nuovo.

Manco a dirlo, gli occidentali spianano le batterie costiere di Chōshū. Poco dopo gli Inglesi mettono i puntini sulle i bombardando Kagoshima. Nel caso qualcuno si fosse scordato di Namamugi.

A parte i disgraziati di Kagoshima e la signora Kyoko che coltivava zagare sulle coste di Chōshū, il vero sconfitto della Battaglia di Shimonoseki è il Bakufu, che ha perso totalmente la faccia: non è più capace di controllare la situazione, non è più un interlocutore degno di quel minimo rispetto che gli occidentali erano disposti a riservare a dei non-bianchi.

E come al solito, quando cominci a puzzare di debolezza, i cani si avventano. Gli Inglesi si buttano a coltivare relazioni con la Corte e i feudi del sud a scapito del Bakufu, mentre i Francesi si accalapiano il regime di Edo.

Ma intanto che fa il partito conservatore, quello del “cerchiamo di fare fronte unito, cazzo di maniaci, che questi sennò ce se magnano”?

Per prima cosa, cerca di montare una spedizione punitiva contro Chōshū e di impadronirsi della guardia imperiale.

I capi di Chōshū decidono che, spetta, questo merdone sta per scoppiarci in faccia, cerchiamo di metterci una pezza e sottomettiamoci.

Oh beh, troppo tardi: gli intransigenti fanno un colpo di stato. Sotto la nuova élite, Chōshū si allea con Satsuma, dove pure c’è stato un ricambio di classe dirigente, ora costituita da guerrieri di medio rango.

Long story short, nel 1866 Chōshū respinge le truppe shogunali.

Nel frattempo Yoshinobu era riuscito a diventare shōgun. Gioia di breve durata. C’è ormai una guerra civile in sordina, il Bakufu si sta sgretolando, i barbari sono al confine che si leccano i baffi.

Occorre cambiare qualcosa, qualcosa di grosso, e subito.

Viene ritirata fuori dal cilindro l’idea di un gran consiglio di daimyō, a cui Yoshinobu parteciperebbe non come shōgun, ma come grande feudatario. In cambio, Yoshinobu deve semplicemente rinunciare al titolo di Generalissimo e mettere fine a un regime vecchio di 200 anni.

Ma le grane volano sempre a squadriglie, e a fine gennaio del 1868 l’Imperatore muore. E’ un terremoto politico. I guerrieri di Chōshū e Satsuma s’impossessano del palazzo e catapultano il giovanissimo Principe Mutsuhito al centro della scena politica. E’ l’inizio della sanguinosa Guerra di Boshin.

Il 23 ottobre Mutsuhito assume ufficialmente il nome di Meiji. Il Bakufu viene dichiarato illegittimo e i feudi di Yoshinobu sono requisiti. In novembre, Yoshinobu abdica al Castello di Edo.

Al Castello lo shogunato Tokugawa era nato, ed al Castello muore.

Yoshinobu rinuncia al titolo

260 anni e passa di dittatura ininterrotta, quindici generazioni di generalissimi, stroncati da un principe di sedici anni appena. Perché siamo in Giappone, e la Rivoluzione qui la fa l’Imperatore.

Le dimissioni di Yoshinobu non mettono fine alla guerra. Dopo due secoli di pax Tokugawa, il Paese doveva sanguinare.

Tutte le guerre sono crudeli, ma c’è un posto speciale nel Panteon dell’Orrore per le guerre civili. E questa qui non fa eccezione.

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I’m here to chew bubblegum and save the Empire. E se per farlo devo scimmiottare i Barbari del Sud, così sia.

Per quanto romanzesca sia l’immagine del principe adolescente che riconquista il proprio posto alla testa del Paese, non fu Meiji in persona a salvare il Giappone. La grandezza di Meiji fu di sapersi circondare di gente capace, saper ascoltare e saper rinunciare al proprio orgoglio per il bene del regno.

La Restaurazione Meiji è un periodo di storia brutale, fatto di rinunce, violenza, persecuzione politica e religiosa. E’ in questo periodo che vengono piantati i semi di ciò che sarà un giorno il fascismo giapponese, ovvero la balorda ideologia che portò l’Impero alla sconfitta e all’umiliazione.

Ma quanta scelta avevano i ministri e i loro collaboratori nel 1868?

Quasi un secolo dopo, Golda Meir dichiarò che era pronta a comprare armi agli odiati francesi, “anche se il loro leader fosse il demonio in persona”, pur di armare i propri soldati. Meiji e i suoi ministri erano altrettanto pronti a vendere l’anima se questo significava salvare l’Impero dalle mire fameliche delle potenza occidentali.

In 40 anni scarsi il Giappone passò da un mucchio di feudi che si trastullavano con archi e moschetti a una potenza marittima e militare capace dei sconfiggere i Russi. Con tutto il male e il dolore che la Restaurazione portò con sé, è difficile non ammirare la determinazione e l’ingegno degli architetti del nuovo regime.

Importarono il nazionalismo per salvarsi, e decenni dopo il nazionalismo fu una delle cause della rovina del Paese. Come detto su, la Storia è un ciclo infinito di sollievo e zappate sui piedi, e le soluzioni dei problemi di oggi sono spesso la causa dei problemi di domani.

MUSICA!


Bibliografia

Hérail francine, Histoire du Japon, POF, 1986

Nishiyama Matsunosuke, Edo Culture : daily life and diversions in Urban Japan, University of Hawai’i Press, 1997

Souyri Pierre-François, Nouvelle Histoire du Japon, Parrin, 2010