Vita da campo: Coudekerque-Branche 2014

Sabato

Vento gelido entra nella tenda. Apro gli occhi. Ho la bocca impastata e lo stomaco che si torce. Forse ho bevuto troppo ieri sera, o forse è solo il mal di pancia da pre-spettacolo. Nella tenda Jeff ed Einar ronfano che paiono due segherie a pieno regime. Sono le sette e mezza. Alle nove dobbiamo essere in full gear per la gioia del sindaco e dei cittadini, meglio darsi una mossa.

Striscio fuori, in lontananza echeggiano dei colpi di cannone. Ci sono solo due compagnie con artiglierie da campo e malignità sufficienti a sparare a quest’ora, o i dannati Napoleonici o i dannati Cechi del diciassettesimo.

Yup, erano proprio loro, i dannati Napoleonici e la loro dannata artiglieria

L’anno scorso i Napoleonici avevano ingannato la noia attaccando dal nulla il nostro campo. All’inizio non avevamo nemmeno capito che ce l’avevano con noi, poi gli spari si erano fatti più vicini e frequenti, e infine i fantaccini erano apparsi in linea ordinata tra gli alberi. Dite quello che vi pare dei Napoleonici, ma sanno marciare.

Era con loro che avevamo deciso di ripartire e dar noia ai Cechi, ma i maledetti avevano piazzato le loro tende di là dal torrente e il loro fottuto cannone su uno dei ponti. Io e due compagni avevamo fatto il giro e preso i cannonieri alle spalle. La loro faccia mi rimane ancora nel cuore.

Niente cannone quest’anno! Ma hanno fatto un casino d’Inferno lo stesso

Poi bon, dei Cechi del quindicesimo erano intervenuti, e avevano fatto la pelle a me e ai miei compagni. Uno dei Cosacchi aveva trascinato il mio povero cadavere nella yurta e dopo avermi rivolto un largo sorriso aveva iniziato a snodare la cintura. Per fortuna i cosacchi Capiscono che quando un cadavere dice “no” significa “no”.

Cosacchi, alla fine vincono sempre loro

Alle nove siamo tutti in tiro, armi e armature. Dobbiamo fare una bella sfilata in città, per la gioia dei quindici infelici che per ignote ragioni saranno in piedi alle nove di sabato mattina. Aspettiamo i Romani che sono in ritardo perché, well, sono Romani.

-Ai tempi di Cesare arrivavano in tempo.- grugna uno Spartiata –Anzi, magari un po’ in anticipo.

THIS is Sparta

Io mi stringo nelle spalle o almeno ci provo. Sono fuori allenamento da fare schifo, e l’armatura mi pesa addosso come un asino morto. Un altro Spartiata tocchichia con l’indice le lamelle sulla mia spalla.

-Non ti stanca?

Le loro armi sono di bronzo, ma bronzo sottile, da parata.

-Nemmeno un po’.- mento.

I Romani arrivano al trotto dal fondo del campo. Gli Spartiati raccattano lance e scudi e partono per primi. Il nostro corteo conta Napoleonici, Spartiati, Romani, Vichinghi, Franchi, Tredicesimo secolo, Quindicesimo, Moschettieri di Gustavo Adolfo, Cosacchi, un gruppo settecentesco di fantaccini e cortigiani, truppe del Secondo Impero, un pugno di Coloniali, dei Poilus della Grande Guerra, dei Canadesi della Seconda insieme a un mazzo di soldati Crucchi, Commies e Yankees. Quattro chilometri di passeggiata. Alé!

La città è semideserta, l’attesa per il discorso del sindaco lunga, ma il discorso in sé è breve e indolore. Rompiamo i ranghi davanti a delle scuderie. E’ tempo di salutare vecchi amici, incontrare gente nuova e soprattutto bere il Bicchiere dell’Amicizia, vino bianco nella fattispecie.

Lo scudo prima del battesimo

Sul campo ci troviamo insieme a quelli della Drus. Di solito sono una banda di più di trenta persone. Ce li troviamo sempre vicini di campo, e non ci stiamo simpatici. Niente di personale, ma quando qualcuno ti sbircia dall’alto hai tendenza a volerlo mandare a cagare. Plus, quest’anno uno dei loro è andato a dire a una delle municipalità che avevano fatto un pessimo affare a chiamarci: il telo di una delle nostre tende non era storico!

Il che dimostra la loro ignoranza. Voglio dire, le avete viste le foto. E’ chiarissimo che se la nostra compagnia ha un problema, quello è la mia armatura. La forma delle mie lamelle è chiaramente troppo moderna per la fine dell’ottavo secolo!

Sarà che tutti i peggio della Drus non sono in giro, i pochi presenti sono stranamente domestici a questo giro. Uno vorrebbe quasi invitarli a bere un bicchiere accanto al fuoco…

Ma avete criticato il nostro telo. Not cool, guys, not cool at all.

Io comunque non devo averci a che fare. Nel campo finisco contro il mio jarl, due volte, due volte mi rifà la carrozzeria a colpi di dane axe. Carica come un toro, più alto di me, più veloce. Incasso la testa e alzo lo scudo per non farmi ammaccare l’elmo, ma vale a poco. L’armatura mi pesa, i guanti sono troppo grandi. Il mio super-io, detto Sarge Hartman, si risveglia.

-Abbiamo tralasciato squat e flessioni, eh palladilardo?

I moschettieri di Gustavo Adolfo ci guardano. Jorge è appoggiato al bordo della lizza sogghigna e scuote la testa.

Sì, lo so, in combattimento faccio cagare. Ma chissenefrega. Sono venuta per giocare, e mi sto divertendo un sacco.

Un piccolo misundrstanding sul muro di scudi, subito appianato

Il sole tramonta, l’aria si fa fredda, il campo sprofonda nel buio. Si accendono i fuochi, si stappano le fiasche. Davanti a noi gli Spartiati alimentano i bracieri. Siedono intorno al fuoco coi loro mantelli scarlatti, le fiamme riverberano sulle armature di bronzo. Sono uno spettacolo per gli occhi. Il vento agita i loro stendardi e quelli dei Romani, lì accanto.

Un ufficiale del Secondo Impero viene a trovarci per farci assaggiare una grappa alla salvia.

-L’alcolismo è una vera piaga nell’esercito.- passa la bottiglia a Bjorn, che già ondeggia –Ma non bisogna confonderlo con una piaga ben più seria: l’Insolazione Notturna.

Bjorn tracanna. E’ convinto di reggere benissimo l’alcol. Sbaglia. Sbaglia da morire, ma è inutile dirglielo, tanto ha sempre ragione lui.

-Io stesso sono spesso affetto da questo male.- continua l’ufficiale –Allora ho fondato un’associazione, per la tutela degli Ufficiali Vittime di Insolazione Notturna. Abbiamo metodi infallibili per riconoscere i casi.

-Tipo?

-Oh, tipo domande.

Bjorn si alza ondeggiando.

-Vado dai Cechi.- si allontana zigzagando.

– Ad esempio,- fa l’ufficiale -quattro litri di rosso per quattro euro e cinquanta l’uno.

-E’ una domanda?

-Ovvio.

-E la risposta?

-Cinque minuti.

Yup, uno dei due maneggiava un tronco. Hey, se lo può fare PJ ne Lo Hobbit lo possiamo fare anche noi!

E’ notte quando i Cechi ci riportano Bjorn. In due, uno per parte.

Einar se lo sobbarca, lo trascina nel bosco a vomitare le budella. Meno male che regge bene. Gli srotolo il sacco a pelo in fondo alla tenda. Almeno se si sentirà male potrà spinger fuori la testa e vuotare lo stomaco.

Einar riappare dal folto del bosco, il braccio di Bjorn attorno alla spalla.

-Com’è andata?

-Non lo vuoi sapere.

Einar apre con una mano il lembo della tenda… e Bjorn scatta. Scatta, come una pantera. O come un delfino piuttosto. Si tuffa testa in avanti. Il tonfo che fa contro il trave della soglia fa tremare la tenda. He sì bambini, le tende vichinghe hanno un trave di soglia da ambo i lati. E Bjorn ha appena cercato di sfondarne uno. Faccio il giro, una lanterna in mano, sollevo il lembo di tenda.

E’ steso con le zampe in aria come un coleottero supino. Ha il setto nasale aperto, il sangue gli appozza nelle orbite, sembra che abbia un paio di occhiali.

-Eh merda.- Si sarà rotto il naso?

-S…sto bene…- I suoi occhi ammiccano in pozzanghere cremisi –Avreste dovuto tenermi…

Ma certo, Flipper, la colpa è nostra. Vado a cercare le compresse disinfettanti. Non posso gettare la pietra a Bjorn. Anche io mi sono conciata in quel modo alla sua età. Roba da non riuscire nemmeno a stare seduti. E il mio problema è che prima di finire ameba, le mie inibizioni calano e divento giocherellona. L’ultima volta che mi sono sbronzata per poco non ho mozzato tre dita a una compagna di corso. Per fortuna lei era più ubriaca di me e non se ne ricorda. Ma era così divertente al momento, colpire con la mannaia i due centimetri di spazio tra le sue dita! Anche lei rideva come una pazza. E grazie a Dio che da sbronza ho una buona mira…

Vicini di casa

Copriamo il cadavere con mantelli e pelli. Non dobbiamo perdere di vista il vero responsabile qui: i Cechi! Il nostro compagno deve essere vendicato. Ci armiamo e partiamo in spedizione notturna.

L’anno scorso presidiavano il ponte, ma a quest’ora hanno tutti un bicchiere in mano. E’ il momento migliore per attaccare, perché puoi scommettere la vita su un fatto: la gente si farà massacrare piuttosto che lasciar cadere il boccale per acchiappare un’arma.

Scivoliamo in silenzio tra le tende, attraverso il campo medievale. Le compagnie qui hanno fatto una sola tavolata, pasteggiano alla luce delle lanterne. Dall’altra parte del torrente i russi e gli ucraini cantano insieme. Putin può succhiarlo a tutti e cinquecento i rievocatori presenti.

Corriamo dietro la tenda dei Cechi. Le loro lanterne baluginano, le ombre si ritagliano sulla tela. Ci accostiamo. Ho paura che il tintinnio della maglia di Einar ci faccia scoprire. A un cenno aggiriamo la tenda da destra e da sinistra.

Per Odino, impareranno a guardarsi le spalle, prima o poi! O a tenere i moschetti carichi…

Tiro a segno, per grandi e piccini

Domenica

C’è sole, ma l’aria è fredda e il vento taglia attraverso i vestiti. Almeno accendere il fuoco non è difficile. La bambina di Bothvar mi viene incontro tutta giuliva. La sua tunica bianca è macchiata di sangue. Ieri ha vinto due punti di sutura giocando con un opinel, ma se n’è già scordata. Tende le manine alle prime fiamme. Il cerotto è già incrostato di fango.

Tutti sono un po’ più lenti oggi. Io ho bevuto un po’ troppo e dormito un po’ troppo poco. I Cechi, che hanno dormito due ore e bevuto il doppio di noi, sono freschi come rose e pronti per la loro dimostrazione. Deve essere un qualche superpotere slavo. Anche Bjorn resuscita. Regge come un giapponese astemio, ma recupera benissimo, questo va detto. Io sarei a gallina a covare i postumi, al posto suo. La faccia gonfia e il taglio sul naso sono tutto quello che gli resta di sabato notte.

E’ poco dopo pranzo che iniziamo a sentire gli spari. Nel bosco. Dal numero e dalla frequenza, direi che sono i Napoleonici. Lancio un’occhiata a Bothvar.

-Andiamo?

Both sorride e di botto ha la faccia di un bimbetto di sei anni a cui hai proposto di sgraffignare marmellata. Acchiappiamo elmi e spade. E’ ora di dar fastidio alle star.

Attraversiamo il parco. Gli spari si avvicinano. Vediamo il fumo sotto gli alberi. I Napoleonici non passano mai inosservati, va là che fumicaggine. E poi, in mezzo alla nebbia di zolfo, ecco le loro giubbe blu.

Partiamo alla carica. Alcuni scappano, altri alzano il fucile urlano “Carico!”. Quelli non li puoi toccare perché l’aggeggio infernale scoppia. Ho sparato con quei robi, è sempre emozionante perché non puoi mai sapere se avrai ancora le sopracciglia, dopo.

Fumicaggine! Fumicaggine ovunque!

Vediamo il cannone. Carichiamo ancora, catturiamo il pezzo mentre un tizio agita le braccia urlando “è pericoloso, fatela finita!”. Uno degli ufficiali ci viene incontro. Capisco che è importante dalla taglia dei mustacchi.

-Che diavolo state facendo?

-Uccidendo i tuoi uomini.

-Ah.- si liscia i mustacchi –Va bene, facciamo una cosa: quelli dell’altro gruppo hanno arruolato i cavalieri del quindicesimo e il loro doppio cannone. Se voi combattete con noi, vi diamo da bere alla fine.

E’ presto deciso. Ci appostiamo dietro un boschetto. Uno dei nostri nuovi alleati arriva di corsa dal sentiero, il fucile in braccio.

-Il cannone!- urla –Lo stanno catturando!

Einar rotea la danese.

-Per Odino!

Corriamo incontro al cannone. I nemici lo seguono come uno sciame di mosconi. Hanno il tempo di dire “Ma che cazzo” che metà di loro sono già “morti” e devono ripiegare. Uno di loro ha un cappello alto con penne bianche e un quintale di decorazioni. Gli passo la spada sullo stomaco e sulla noce del collo mentre il soldato che era con lui lo pianta in asso e raggiunge i suoi.

-Va bene.- Tizio Decorato si lascia cadere –Sono morto.

-Bene. Io mi prendo gli stivali.

-No, gli stivali no!

Spari alle mie spalle. Mustacchi ci richiama. Un gruppo ci è girato intorno e sta sparando sulle retrovie.

Vedo uno dei loro emergere dai cespugli, puntare il fucile sui nostri alleati, sparare. Gli corriamo indietro in due. Lo prendo nella schiena con uno sgualembro roverso. Il tipo si volta, il fucile in mano.

He bien?

-Sei morto.

-No che non sono morto, parbleu.

Francesi zucconi. Attacco di nuovo. Para col fucile. Cerco di strapparglielo con la sinistra, ma mi spinge a terra. E’ più pesante di me, mi abbranca con le braccia e stringe. Potrei spaccargli il naso con una testata, ma rovinerebbe l’atmosfera. Non riesco a liberarmi, ma lui non può mollare. Sbuffo.

-Ti rendi conto che non è una soluzione, vero?

-Intanto sono sempre vivo.

-Ma anche no.- Earel lo finisce con un colpo d’accetta in mezzo alle scapole.

Mi alzo. Ho la mano destra coperta di sangue. Nella colluttazione mi sono esplosa il mignolo e ora ho un taglio dall’ultima falange al centro dell’unghia.

Merda.

Mi succhio il sangue dal taglio. Faccio un raid vichingo contro dei Napoleonici, partecipo a due giorni di accampamento, mi faccio menare dal capo, e la mia ferita qual è?

Mi sono rotta l’unghia del mignolo.

Roba che nemmeno una svenevole eroina vittoriana. Che onta.

-Tutto bene?

Il Napoleonico fa per alzarsi.

-Zitto che che sei morto. Due volte.

-Vai a metterci un tappo.- Earel fa roteare l’accetta –E spicciati o te li finiamo.

La differenza tra i grandi e i piccoli è che quando sei piccolo non ti lasciano giocare con la polvere da sparo.

Tornata al bosco, la battaglia è finita, ma non la guerra.

-Di là dalla strada c’è il ventesimo secolo.- tuona Mustacchio –Chi vuole farsi un po’ di Seconda Guerra Mondiale?

Un urlo di giubilo. Einar agita la danese.

-Viva il Secondo Sbarco in Normandia!

Partiamo. I Napoleonici sono lenti, e ci mettono un sacco a caricare. I miei compagni scalpitano. Da questo lato della strada possiamo vedere l’Union Jack sventolare sulla tenda dei Canadesi.

Attraversiamo. Noi ci troviamo nell’avanguardia, il che non è una buona cosa quando quelli dietro di te sparano. Risaliamo la collina facendo finta che i nostri alleati abbiano un’ottima mira.

Sorridi e aspetta il flash

I Canadesi ci vedono arrivare, si alzano e si spostano, indecisi sul da farsi. I Crucchi non hanno piazzato nessuno alla mitragliatrice, che viene presa all’istante. Mentre i Napoleonici fucilano i Canadesi (troppo perplessi per stramazzare), i Crucchi si rianno, acchiappano pale, mazzuoli, padelle e fucili scarichi, e ci corrono addosso. Uno di loro prova un affondo col fucile. Devio, gli assesto un colpo di piatto sull’elmo.

-Gah.- il tizio ride, indietreggia –Va bene, mi arre- tre Napoleonici gli saltano addosso e lo buttano in terra. I talloni del Crucco picchiano per terra. Rinfodero la spada.

E’ tutto perfettamente storico! Ho chili di letteratura in merito!

-Pensavo non faceste lotta corpo a corpo.

Mustacchio ammira la scena lisciandosi i baffi.

-E’ un nostro socio. Oggi ha scelto l’associazione WWII al posto nostro. Deve pagare.

I miei compagni si sono seduti al tavolo dei Canadesi e stanno bevendo le loro birre. Gli Alleati ci guardano, sembrano indecisi tra l’incazzarsi o ridere. Intanto i prodi soldati dell’Imperatore hanno finito di punire il disertore. Non c’è molto altro da fare da queste parti: le loro compagnie sono fatte soprattutto da infermiere, e non mi sembrano inclini a difendersi a botte di pappagallo. Tempo di cambiare cortile di giochi.

-Gli americani sono dall’altra parte.- indico i cessi, oltre i tetti si vedono i teloni verdi dei camion dell’esercito –Andiamo anche da loro?

-Oramai ci siamo, perché no?

Gli Yankees hanno passato tutto ieri a scorrazzare per le strade con i loro residuati bellici strafighi, devono pagare.

A questo giro sono i Napoleonici a scattare per primi. Attraversano il cortile al grido “Vive l’Empereur!”. Un Neozelandese ci viene incontro col fucile in mano. Poi vede Einar con l’ascia, sgrana gli occhi. Esita un secondo di troppo. Lo acchiappiamo in quattro e lo spingiamo di forza in una garitta di cemento, poi entriamo nel campo. Uno degli ufficiali ci punta contro una rivoltella. Aha, ma noi sappiamo che le loro armi sono neutralizzate per legge, non possono sparare.

Lo Yankee ci spara. I Napoleonici sparano in risposta. Io non ho più timpani e comincia a esserci fumo da queste parti. Tutti ricaricano. E da dietro le tende qualcuno spara di nuovo. Il Neozelandese è resuscitato. Nessuno muore più come si deve, oggigiorno. Passo dietro alla tenda per prenderlo alle spalle, ma nel momento in cui arrivo il ragazzo si volta. Mi vede, urla, mi spara a bruciapelo. E merda, oggi per la seconda volta mi faccio freddare da un redivivo.

Einar mi raggiunge.

-Come va?

-Defunta.

-Resuscita. Uno degli Yankees ci offre un giro in jeep.

Cosa di meglio che una jeep carica di vichinghi?

Il tizio che ci offre la corsa è un omone con una faccia tonda e gioviale. Quando vede Einar scoppia a ridere.

-Dammi un bacio, bellezza!

Lo abbraccia e gli schiaccia un bacione umido sulla celata dell’elmo. Io mi arrampico dietro la jeep con altri due compagni, mi siedo su una pila di uniformi. Chissà quanto vanno veloci questi cosi? Einar salta sul sedile passeggeri, ascia danese in braccio.

-Per Thor!

Lo Yankee ingrana e parte. Usciamo sul cortile mentre l’orchestra anni ’40 suona un Boogie Woogie. Jeff li sta a sentire con una birra in mano. Ci vede.

-Momento!

Salta a bordo con la grazia di un’orca assassina che falcia una foca. La jeep non ha rallentato, anzi, fila diritta nel campo dei Crucchi sulle note pimpanti dell’orchestra. Le infermiere sciamano via come un volo di colombe, noi muliniamo le spade e invochiamo dei e massacro. Un ussaro emerge da un gruppo di canadesi. E’ cotto come un tegolo, sembra si sia bevuto una distilleria intera. Salta a bordo e mi si siede su una gamba.

Lo Yankee accelera, passa sul marciapiede, schizza sulla statale. Le macchine inchiodano, facce si incollano ai finestrini. Punto la spada a prua.

-To Valhalla!

Filiamo sull’asfalto, l’autista sterza giù nel fosso e con un sobbalzo da battere i denti siamo di nuovo nel parco, attraverso il settore medievale.

-Posto!- c’è un putiferio di gente, lo Yankee li evita con una sterzata, fila tra il fabbro e il calligrafo –Fate posto, per Thor!

Punta il bosco.

-Occhio alle facce!

Rami e frasche ci schiaffeggiano. L’ussaro si copre la testa con le mani. La jeep emerge su un sentiero, fila verso coppiette coi cani e mamme col passeggino. La gente si scansa, chi perde tempo a fare foto rischia di farsi arrotare. Mi chiedo cosa racconterebbero al pronto soccorso.

-Una jeep Alleata piena di normanni mi ha messo sotto invocando Odino. C’era anche un ussaro a bordo.

Sterza, di nuovo al campo. I Cechi ci vengono incontro. Uno dei moschettieri salta oltre Einar sul cofano. Lo Yankee gli fa cenno di tenersi forte e accelera ancora.

-Gloria e bottino!

La jeep passa accanto al quindicesimo secolo. I cavalieri sghignazzano. Avrete un doppio cannone, ma noi abbiamo un carro tutto di ferro e nemmeno un bove che lo tira (cit.). L’ussaro si issa tra i sedili.

-Canne.

-Che?

-Canne.

Lo yankee si gira.

-Che hai-

-CANNE!

Lo Yankee sterza a un soffio dal canneto, vedo l’acqua del torrente per un attimo, poi la jeep si tuffa nella chioma di un salice piangente. Emergiamo dalle foglie, una famigliola fugge davanti ai fari. Sterza di nuovo, verso l’Antichità e le nostre tende.

Due ufficiali donne dell’Armata Rossa stanno bevendo davanti al nostro campo. Sono la leggenda del campo, una bionda e una bruna e entrambe due schianti di tre cotte. Lo Yankee rallenta.

-Un passaggio?

Le due saltano sul cofano accanto al moschettiere, i bicchieri di vino ancora in mano. Ripartiamo sgommando. Il vento ci scarica addosso una pioggia di foglie morte mentre muliniamo le spade berciando. Un Napoleonico si aggiusta gli occhiali sul naso vedendoci arrivare.

-C’è ancora posto?

C’è sempre posto.

Quando ero bambina volevo diventare cavaliere. Mi hanno anche detto che uno deve crescere. Sono balle che gli adulti raccontano ai bambini, e non ci si può mai fidare davvero degli adulti.

Quando ero bambina non volevo mai andare a dormire, volevo passare il tempo a giocare alla guerra, leggere favole e inventare storie. Oggi faccio ancora la stessa roba, solo con armi vere, libri più lunghi e storie più articolate.

Peraltro, da bambina potevo al massimo avere del succo di frutta. L’infanzia fa schifo. Let’s grow old together folks!

BEER BEER!

P.S. Un ringraziamento grande come una casa ai due fotografi, Thierry Guichart e Michel Langrenez!

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Genpei 0.2: i disordini di Heiji

Bentornati in questo luogo di disappunto e acredine.

Questo articolo fa seguito a quello sui disordini di Hōgen, di cui caldeggio la lettura se volete più dettagli sulla backstory dei personaggi.

Riassumendo alla svelta, nel 1156 un bisticcio di successione nella Casa Imperiale e nella famiglia dei Reggenti Fujiwara degenera in uno scontro armato in cui finiscono coinvolti i due principali clan guerrieri (Taira e Minamoto). Entrambe le famiglie si trovano divise, mezze per un partito mezze per l’altro, e specie i Minamoto si trovano infognati in un bagno di sangue fratricida.

Tipica famiglia samurai

La faccenda risulta in un dramma familiare atroce, un numero imprecisato di morti e incendi, rappresaglie e regolamenti di conti, e Goshirakawa alla testa dell’Impero dopo aver esiliato il suo Imperiale Fratello Sutoku.

I disordini di Hōgen elevano i capi dei due principali clan guerrieri. Per il monaco-storiografo Jien, è proprio con Hōgen che comincia “l’era dei guerrieri” (musa no yo ni narikerunari). Difatti se Hōgen era cominciato come animosità tra aristocratici, le radici di Heiji sono da cercare nella rivalità tra i vincitori, in particolare tra due guerrieri: Minamoto no Yoshitomo e Taira no Kiyomori.

Ma andiamo con ordine.

Nel 1158, Goshirakawa abdicò in favore di suo figlio, che divenne l’Imperatore Nijō. Dal canto suo, Goshirakawa divenne In, o Imperatore Ritirato, ovvero Il Tizio Che Davvero Comanda.

Goshirakawa aveva un consigliere, Shinzei (nome monacale di Fujiwara no Michinori), che divenne il nuovo Uomo Forte della Corte. Costui era il marito della balia dell’Imperatore Ritirato in un tempo in cui queste donne partecipavano al gioco politico forse più delle Imperatrici. L’ascesa di Shinzei non piace a tutti, come sarete sorpresi di sapere.

Goshirakawa

In particolare un uomo ce l’aveva con lui. Il suo nome era Fujiwara no Nobuyori, un giovane rampante che nella sua breve ma folgorante carriera era arrivato, a soli ventisette anni, a cumulare le cariche di Gran Consigliere Surnumerario, funzionario nella Casa dell’Imperatrice e Capitano delle Guardie delle Porte sezione di Destra, oltre a un certo numero di proprietà e rendite. Una carriera di tutto riguardo, finché Shinzei non gli mise i bastoni tra le ruote e non bloccò la sua ascesa. Nobuyori se la legò al dito col fil di ferro.

Nobuyori non era l’unico a voler male a Shinzei. Minamoto no Yoshitomo, comandante sul campo durante la guerra di Hōgen, aveva cercato di legarsi alla famiglia del consigliere via accordi matrimoniali, ma Shinzei lo aveva mandato a spasso e aveva preferito maritare uno dei suoi dodici figli a una ragazza Taira, la figlia di Kiyomori.

Ora, tra Yoshitomo e Kiyomori non correva molto amore. Entrambi avevano combattuto per Goshirakawa. Se crediamo allo Hōgen monogatari, Yoshitomo aveva peraltro giocato un ruolo militare molto più di rilievo rispetto al suo collega Taira.

Alla fine delle ostilità, Yoshitomo era stato costretto a giustiziare i suoi fratelli e suo padre, e la sua lealtà era stata ricompensata col Quinto rango di Corte e la funzione di Capitano delle Scuderie sezione di Sinistra. Kiyomori invece aveva intascato il Quarto rango e la lucrativa nomina a governatore della provincia di Harima. All’epoca dei nuovi Scazzi di Heiji, peraltro, Kiyomori poteva fregiarsi anche di Governatore Delegato del Dazaifu (il governo militare di Kyūshū).

Kiyomori si trovava alla testa di un clan compatto e sempre più ricco, mentre Yoshitomo aveva per le mani un clan frammentato e indebolito, e per soprammercato Goshirakawa gli favoriva il collega.

Ben conscio della situazione, Nobuyori andò a trovare Yoshitomo con due birre.

-Kiyomori e Shinzei ci segano le gambe, bro.- disse –Che ne dici, le vorranno due scarpe nuove?

-Abbestia.- convenne Yoshimoto –Kanpai!

Ok, no scherzo. Yoshitomo non ha risposto così. Ha detto:

In Hōgen ho perso i miei fratelli, e di tutta la mia famiglia io solo sono sopravvissuto. Non l’h perdonato agli Heike!

L’occasione si presentò il 4 del dodicesimo mese del primo anno di Heiji (1159): Kiyomori raccattò famiglia e scagnozzi e se ne andò in pellegrinaggio a Kumano. Yoshitomo e Nobuyori aspettarono che si fosse allontanato, e il 9, nel cuore della notte, fecero irruzione nella residenza dell’Imperatore Ritirato, lo caricarono willy nilly e diedero fuoco a tutto, massacrando donne, bambini, guardie, ganze, bref, tutti quanti.

I loro uomini d’arme si erano piazzati ai quattro lati, e una volta appiccato il fuoco alla residenza si misero a scoccare a caso sulle donne che ne uscivano di corsa con alte grida, quale che fosse il loro rango, sicché quelle che sfuggivano alle fiamme non potevano evitare le frecce e quelle che sfuggivano alle frecce non potevano evitare le fiamme. Numerose furono quelle che per sfuggire alle fiamme si gettarono nel pozzo, e poiché quelle sul fondo annegavano, quelle nel mezzo erano schiacciate dalle altre e quelle di sopra erano bruciate dal fuoco feroce, non vi trovarono alcuna salvezza.

Stesso fecero a casa di Shinzei, ma lui non c’era: avendo fiutato l’aria la vecchia volpe aveva detto alla moglie:

-Cara, dì ai miei figli che gira male. Se qualcuno mi cerca, sono a comprare le sigarette a Nara.

E se n’era andato a nascondersi sulla montagna di Kasuga.

I suoi figli vennero invece acciuffati, la loro gente sterminata in un’orgia di fiamme e frecce. Altri alleati dei Taira patirono la stessa sorte: presi, interrogati, allucchettati.

Contenti del lavoro, Yoshitomo e Nobuyori organizzarono una riunione del Consiglio di Stato. Confermando l’antica tradizione di Corte del “chi picchia più duro ha ragione”, il Consiglio promosse Nobuyori a Ministro e Generale, e Yoshitomo poté finalmente mangiarsi la lucrosa provincia di Harima. Quanto ai dodici disgraziati e gli altri prigionieri, il grosso venne condannato all’esilio, che era appena una tacca sotto la condanna a morte (spesso e volentieri coincidevano, dacché “esilio” significava “invece di scapitozzarti qui ti faccio fuori alla chetichella dove nessuno vede”).

Il 14, Shinzei venne a sapere che i suoi erano stati tutti presi e la sua residenza arsa. Valutando che ormai tutto era perduto, decise di farsi seppellire vivo per morire invocando il nome di Buddha (yeah, in Japan ‘t was a thing). Non gli riescì, perché i Minamoto acchiapparono uno dei suoi, che sotto torchio li portò sul posto. I Genji esumarono Shinzei, si assicurarono che fosse ancora vivo, poi gli staccarono la capoccia e tornano a Heian sodisfatti.

Un altro guerriero venne a sapere del casino: Yoshihira (anche chiamato Genda il Malvago, ‘cause he’s worth it), primogenito di Yoshitomo, non ancora ventenne ma già con un certo numero di campagne militari all’attivo (e degno nipote di suo zio Tametomo). Come già Tametomo nella scorsa puntata, Yoshihira consigliò caldamente di attaccare i Taira subito. A pensarci aveva le sue buone ragioni: i Taira di certo non sapevano ancora che la Capitale era persa, non avevano avuto il tempo di equipaggiarsi, prepararsi e rifornirsi, né di convocare i loro vassalli.

Sarebbe stata una buona idea. Ma i nobili non hanno mai capito un cazzo di tattica, e Nobuyori punta i piedi. Inutile stancare i cavalli, bros, abbiamo l’Imperatore Ritirato, l’Imperatore Regnante e la Capitale, abbiamo vinto!

What could possibly go wrong!

Kiyomori era venuto a sapere del casino mentre si trovava in Kii. D’acchito considerò una ritirata strategica in Kyūshū per raccattare più uomini, ma conoscendo la lunga tradizione da voltagabbana della Corte cambiò idea.

Se fosse andato in Kyūshū è molto probabile che Yoshitomo e Nobuyori sarebbero riusciti a strappare al Consiglio un decreto di condanna, nel qual caso i Taira si sarebbero trovati nella merda fino al collo.

Kiyomori non sarà stato un grande tattico, ma come politico se la cavava bene, e riportò in tromba i suoi alla Capitale. Per una decina di giorni i Genji e gli Heike si guardarono brutto senza muoversi. Kiyomori non poteva avanzare senza ordine della Corte e con DUE Imperatori ostaggio. Dal canto suo, Yishitomo non aveva abbastanza gente per fare il mazzo ai Taira e stava aspettando rinforzi dall’est.

Stando allo Heiji, Nobuyori combinava una scarsissima lungimiranza con una scarsissima intelligenza. Difatti nei giorni in cui lui e Yoshitomo tenevano il Palazzo, riuscì a mettersi trutti contro con comportamenti inappropriati, al punto che alla fine un paio di suoi alleati cambiarono idea e contrabbandarono fuori i due Imperatori. Il giovane Nijō venne travestito da donna e portato a Rokuhara, Goshirakawa scappò al tempio di Ninna.

Quando alla Capitale si resero conto che si erano fatti sfilare i due Assi nella Manica, Yoshitomo e Nobuyori rassegnarono bestemmiando a dar battaglia. Senza più ostaggi, shit’s gonna hit the fan anyway. E difatti, il 27 del dodicesimo mese i due eserciti si armarono per quella che sarà l’unica battaglia di Heiji:

La battaglia della porta Taiken

Qui sotto una pianta del Palazzo del governo.

In blu la porta Taiken, in rosso la cinta del Palazzo Interno sede dell’Imperatore regnante

Leggendo lo Heiji monogatari, viene che Yoshitomo contava su 2000 vassalli, mentre Kiyomori contava su 3000. Ora, dalle dinamiche (che vedremo subito) pare evidente che l’esercito lealista fosse più numeroso di quello ribelle, ma Farris propone una tara di almeno uno 0 alle cifre.

Propone anche un metodo del tutto speculativo e indimostrabile per determinare i numeri. Se consideriamo che lo Hōgen monogatari e lo Heji monogatari siano attendibili nel riportare i nomi dei vassalli (cosa peraltro indimostrabile), viene fuori che durante Hōgen Yoshitomo aveva dalla sua parte 80 vassalli principali. Nello Heiji monogatari possiamo contarne solo 50. Ora, per quanto riguarda i disordini di Hōgen, un documento del Ministero degli Affari Militari dice che Yoshitomo aveva con sé 200 cavalieri.

Potremmo speculare che quindi, durante la rivolta di Heiji, lo stesso Yoshitomo doveva averne all’incirca 120.

Quanto alle truppe dei Taira, è impossibile tirare a indovinare dato che lo Heiji monogatari è molto vago a suo riguardo.

Torniamo alla porta Taiken.

Si era appena saputo che gli Heike venuti di Rakuhara si avvicinavano, che già sul viale di Ōmiya, lanciato dai tremila cavalieri, un formidabile grido di guerra scuoteva tutto il Palazzo. Sire Nobuyori, che fino a quel momento aveva mostrato un’aria fiera, appena intese il grido di guerra cambiò colore e divenne verde come l’erba, e quando scese le scale meridionali tremava tanto che quasi cadde. Aveva fatto portare il suo cavallo e voleva montare come tutti quanti, ma era grasso e asmatico, portava una corazza pesante e il cavallo era alto, sicché non riusciva a salire in arcione.

[…]

Un uomo d’arme gridò: “Presto Monsignore, montate!” e sollevò Nobuyori.

Di certo aveva mal calcolato lo sforzo, perché Nobuyori, passando oltre la sella, cadde lungo disteso sulla pancia dall’altra parte.

E’ pieno inverno, una pioggia a verso ghiaccia sulle armature, le montagne sono coperte di neve, il vento soffia freddo come la morte.

Davanti a Taiken arriva l’avanguardia Taira, condotta dal primogenito di Kiyomori, Shigemori. Secondo l’Heiji monogatari l’avanguardia era costituita da 500 cavalieri, il che vorrebbe dire circa 1000-1300 persone. A naso, è più probabile che 500 fossero i combattenti in generale, di cui probabilmente 200-250 soltanto erano a cavallo.

Secondo la tradizione, Shigemori si presenta (nanori) e sfida il comandante avverso. Stando all’Heiji monogatari, Nobuyori si caga talmente in mano che Shigemori sfonda ed entra quasi senza colpo ferire, ma aveva fatto i conti senza Yoshihira, che carica nel mucchio insieme a 17 dei suoi gagliardi migliori.

Si gettò in mezzo a cinquecento cavalieri, dall’ovest all’est, dal nord al sud, in lungo e in largo in tutti i sensi come le zampe di un ragno cozzò col nemico, poi riemerse e gridò:

“Non occupatevi degli uomini di rango, sarebbe uno sbaglio! Occupatevi solo del loro capo Shigemori! Quello là, con la corazza a lacci rossi e gialli a piastre disseminate di farfalle, quello che cavalca il sauro, è lui il loro capo! Catturatelo, portatemelo vivo miei bravi!”

Sotto l’assalto dei Genji, gli Heike rifluiscono nel viale, ma tornano all’assalto, solo per farsi rompere le corna di nuovo. Aizzato da suo padre, Yoshihira li incalza e si fionda dietro a Shigemori, che era rimasto separato dai suoi e si ritrovava con due compagni e Ganda il Malvagio alle calcagna.

Della scazzottata narrata nello Heiji monogatari vi riporto solo un brano, straconsiglio la lettura.

La freccia trafisse il ventre del cavallo. Quello s’impennò e Shigemori fu disarcionato sui cavalli di frisia. Il suo casco cadde, i suoi capelli si sciolsero. Il cavallo di Genda il Malvagio saltando [il Fossato] urtò i cavalli di frisia e crollò a terra. Nel mentre Kamada passò il Fossato per raggiungere Shigemori, ma quando cercò di afferrarlo Shigemori gli picchiò l’estremità dell’arco sulla calotta dell’elmo per impedirgli di avvicinarsi, e appena l’alto mollò, afferrò il suo elmo, se lo mise, annodò saldamente il laccio, poi scosse la polvere con lo scudiscio e si erse in piedi sui cavalli di frisia.

Nel frattempo Yoshitomo tiene la porta di Yūhō, dove si presenta il fratello di Kiyomori, Yorimori. Dopo il nanori di rito, Yoshitomo spedisce i suoi a fare un po’ di polpette di Taira. Nella prima ondata cavalcava anche Yoritomo, terzo figlio di Yoshitomo, che a 13 anni era abbastanza grande per combattere.

Stando alla tradizione, il ragazzino freddò due cavalieri e ne infrecciò un terzo. Insieme a un piantone a un posto di blocco (soon), possiamo considerare un bodycount di 4 per il suo primo fatto d’arme. Il che non impedirà a suo fratello Yoshihira di trattarlo da caccola pallemolli lo stesso, ma si sa, i fratelli maggiori sono il sale della vita.

Long story short, i Taira ripiegano su Rokuhara, apparentemente gonfi come zampogne, e i Genji compiono l’errore del secolo: gli corrono dietro fino a Rokuhara, lasciando il Palazzo sguarnito.

Mine de rien, mentre i Minamoto si accalcano tutti in riva al fiume, altri Taira gli mangiano il Palazzo alle spalle. Yoshitomo cerca di sfondare a Rokuhara, ma non ne vengono a capo e devono darsela a gambe.

E’ la fine dalla battaglia della porta Taiken, e della guerra.

 

Nobuyori provò a chiedere pietà a Goshirakawa, ma Kiyomori lo fece scapitozzare insieme a decine di altri prigionieri.

Yoshitomo fuggì verso est con i suoi tre figli. Yoritomo, esausto, fu lasciato indietro e si perse nella neve, per poi finire catturato e portato a Rokuhara. Gli altri si rifugiarono ad Aohaka, dove viveva una ganza di Yoshitomo. Lì decidono di separarsi e Yoshihira parte per Echigo.

Il secondo figlio di Yoshitomo, Tomonaga, si era preso una freccia nella fuga. Quando il dolore gli impedisce di partire, suo padre decide che l’unica soluzione è tagliargli la testa, tanto o è troppo ferito per sopravvivere o è troppo vigliacco per obbedire. Alé.

Ucciso suo figlio, Yoshitomo si rifugiò da degli alleati in Owari, che lo accolsero a braccia aperte e lo accoltellarono nella vasca da bagno.

Quanto a Yoshihira, saputa la morte del padre e senza più un posto dove andare, tornò alla Capitale nella speranza di vendicarsi. Venne beccato e decollato nel greto del fiume.

Ora, Yoshitomo aveva altri tre figli, ancora bambini. La madre si chiamava Tokiwa, e si favoleggiava fosse una delle più belle donne della Capitale. Quando le cose girarono male, Tokiwa prese i bambini e scappò, intenzionata a non farsi prendere.

Purtroppo per lei, Kiyomori riuscì a mettere le mani su sua madre, che vene arrestata e messa sotto torchio. Tokiwa tornò indietro coi figli, perché la mamma è sempre la mamma. Riuscì però a sedurre Kiyomori a furia di lacrime e moine, e alla fine gli strappò una grazia per i suoi bambini.

Di questi tre marmocchi, uno era appena nato. Si chiamava Ushiwaka e fu chiuso in un monastero. Quando crebbe gli venne dato un nome da adulto: Minamoto no Yoshitsune. Yoshitsune è la prova vivente che i bambini non vano risparmiati.

Anche Yoritomo fu graziato, e spedito in esilio nella provincia di Izu. Nella fattispecie fu una decisione ancora più cretina, dato che il ragazzino era legalmente adulto.

Secondo Uesugi Kazuhiko, il conflitto di Heiji è, al succo, un braccio di ferro tra il capoccia dei Minamoto e il capoccia dei Taira. Non solo si delinea la rivalità tra i due clan, ma si conferma una separazione geografica d’influenze: semplificando, ai Minamoto l’est e ai Taira l’ovest.

Ma niente spoilers! Con la fine di Heiji comincia un periodo di egemonia Taira.

Kiyomori. Mi scuso per il formato ma hey, a scanner donato non si guarda un bocca!

Una delle caratteristiche più notevoli è la politica matrimoniale menata da Kiyomori. Come già i Fujiwara prima di lui, il capo dei Taira trovò il modo di sposare le proprie figlie nella Casa Imperiale, in modo da essere prima suocero e poi nonno dell’Imperatore in carica. La cosa non piacque ovviamente agli alti dignitari, ma non erano più loro a comandare ormai.

Non solo: tra il 1159 e il 1167 la carriera di Kiyomori e dei suoi parenti stretti ebbe un’impennata. Nel 1167 non solo i suoi occupavano posti chiave nella Corte, ma lui stesso era stato nominato Ministro degli Affari Supremi, la carica più alta ottenibile. Mai un guerriero era assurto a tanto onore.

Suo figlio Shigemori divenne il capo del braccio armato dell’Impero: lo stesso anno in cui Kiyomori divenne Ministro la Corte investì Shigemori dell’onere e onore di imporre pace e ordine nell’impero (tsuibu kanpu, un decreto di inseguimento e cattura). Ora, tradizionalmente lo tsuibu kanpu veniva conferito come potere temporaneo e specifico: qualcuno a un certo momento aveva diritto di levare truppe per sedare una particolare rivolta. Nel caso di Shigemori, non venne specificato l’oggetto della missione, né il limite di tempo o di spazio in cui Shigemori poteva muoversi. In parole povere, Shigemori, l’erede del clan Taira, venne investito come protettore del Paese.

I Taira d’altronde consolidarono le loro basi economiche da un lato con lo sfruttamento dei loro privati, dall’alto col traffico marittimo con la Cina dei Song. Negli anni della loro ascesa si fecero tondi, e impiegarono il loro potere e la loro ricchezza per tessere una rete di alleanze con altri clan e bande.

Molti storici, tra cui anche Francine Hérrail Martire, accusano i Taira di due errori capitali: aver cercato d’infiltrarsi nella Corte invece di creare istituzioni più congeniali, e aver favorito il Kinai a scapito del resto del Paese. In altre parole, i Taira avrebbero mancato di lungimiranza, avrebbero cercato di assimilarsi ai nobili invece di proteggere gli interessi della classe guerriera.

Farris dal canto suo stressa la grande continuità tra Kiyomori e il successivo Yoritomo, e gli innegabili sforzi che i Taira hanno fatto per diramare il controllo e la rete di alleanze in tutto il Paese (non solo nel Kinai). Se nel 1156 era vero che i Taira erano basati sul Kinai e i Minamoto nell’est, nel 1170 Kiyomori a spinto i suoi rampini anche nelle regioni orientali. Alcuni ricercatori come Nishimura sottolineano che l’amministrazione di Rokuhara aveva di certo organi per la gestione degli affari dei vassalli, simili a quello che sarà poi, con Yoritomo, il samurai dokoro.

In altre parole, i Taira sarebbero stati più innovativi di quanto una certa tradizione storiografica li dipinge. Più innovativi, sì… ma non abbastanza.

Farris suddivide l’egemonia Taira in tre fasi, 1160-1177, 1177-1180, 1180-1185.

Nella prima fase, i Taira si occuparono per l’appunto di diramare e consolidare la loro rete di alleanze e le loro basi economiche. La cosa li portò sempre più ai ferri corti con Goshirakawa.

Nel 1169 Goshirakawa, già Imperatore Ritirato, entrò in religione, ritirandosi dagli affari.

Per avere un’idea del potere che Kiyomori e suo figlio Shigemori detenevano, basta citare un noto incidente. Un bel giorno del terzo mese, il secondogenito di Shigemori incontrò il corteo del reggente Fujiwara no Motofusa. La scorta di Motofusa accusò i Taira di non aver effettuato il geba (scendere da cavallo, segno di rispetto dovuto a un alto dignitario), e i bravi vandalizzarono il carro del ragazzo.

Motofusa si profuse in scuse e cercò in tutti i modi di placare Shigemori, ma questo, senza un ordine o un mandato, mandò i suoi bravi a fare irruzione in casa di Motofusa e catturare i colpevoli.

E’ importante notare che nelle fonti antiche Kiyomori è stato descritto come un ambizioso despota senza scrupoli. Ora, premesso che molto probabilmente il ritratto è abbastanza accurato, c’è anche da tenere presente che chi scrive in questo periodo sono i nobili, e i nobili lo odiavano.

Quel che è certo è che non tollerava minacce alla sua posizione.

Nella seconda fase (1177-1180) Kiyomori fece un ripulisti generale di oppositori e gente antipatica. Lui è la figura centrale del clan e dell’esercito, e detto esercito è costituito da vassalli personali dei Taira e uomini arruolati via i governi provinciali (in cui i Taira hanno molti arpioni).

Il primo anno di Jishō (1177) alcuni consiglieri di Goshirakawa si riunirono nella proprietà di Shishigatani per complottare la caduta dei Taira, brutti parvenus puzzolenti di caserma. Questo incidente è solo lo sfociare di un crescente malcontento tra gli alti dignitari, che si trovavano sorpassati a destra nella corsa alle funzioni.

Per fortuna di Kiyomori, i nobili si riconfermarono come i dodo dell’Arcipelago: uno di loro era una spia.

La mannaia cadde sui congiurati. Fango e sangue schizzarono anche sulla reputazione senza macchia di Shigemori, che era genero di uno dei traditori, e soprattutto sui monaci dell’Enryakuji, che i congiurati pensavano di impiegare per combattere i Taira. Ora, i monaci rompevano i coglioni da decenni, plus erano gente imprevedibile, fedele solo al proprio tempio e ai propri interessi. Kiyomori colse la palla al balzo per riportarli sotto il suo tallone d’acciaio.

L’incidente guastò del tutto i rapporti che ancora restavano tra Goshirakawa e il suo ex-favorito Kiyomori, oltre che peggiorare le tensioni già esistenti coi Fujiwara e con le grandi istituzioni religiose.

Shigemori morì il settimo mese dello stesso anno. La sua perdita fu accusata da Kiyomori, che si ritrovava odiato da un’aristocrazia che non l’ha mai accettato e grandi templi che volevano solo riprendere a legnarsi indisturbati.

Kiyomori non aspettò, passò all’azione. L’undicesimo mese raccattò un migliaio dei suoi e montò alla Capitale, dove depose Motofusa, esiliò un congruo numero di suoi oppositori (tra cui Yorimori, ve lo ricordate?), chiuse Goshirakawa nel Toba-in e mise un punto al potere dell’Imperatore Ritirato. Sul trono piazzò Takakura, Imperatore politicamente trasparente e suo genero. Pochi mesi dopo fu il turno di Takakura di levarsi di torno: sul trono fu messo il nipote di Kiyomori, Antoku, l’Imperatore bambino.

Ho accennato sopra alle obbiezioni di Farris sul ritratto storico di Kiyomori e dei suoi. Resta il fatto che i loro sforzi per stabilire un controllo nazionale dei guerrieri furono comunque insufficienti: non andarono nemmeno vicini all’assicurarsi alleati sicuri in tutto il Pese.

E’ il periodo di massima ascesa dei Taira, il 1180. E come sapete, più in alto sali, più male ti fai quando caschi sul culo.

Ma di questo parleremo un’altra volta.

MUSICA!

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Puntata precedente:
Genpei 0.1

BIBLIOGRAFIA

FARRIS William Wayne, Heavenly warriors, Harvard University Press, 1995, Cambridge

UESUGI Kazuhiko, Genpei no sōran, Yoshikawa Kōbunkan, 2007, Tōkyō

KAWAJIRI Akio, Taira Masakado no ran, Yoshikawa Kōbunkan, 2007, Tōkyō

HERAIL, Francine, Aide-mémoire pour servir à l’étude de l’Histoire du Japon des origines à 1854

SIEFFERT René, Le Dit de Hōgen; le Dit de Heiji, Verdier, 2007, Francia