Genpei 2.0: La morte di Kiyomori e l’alba della Seconda Fase

Bentornati in questi lidi di sconforto e mazzate nei denti. E’ ora di riprendere il nostro lungo e deprimente viaggio attraverso i terribili anni della Guerra di Genpei! Yay!

La volta scorsa avevamo lasciato i Taira in controllo della Capitale, i templi bruciati, e Yoritomo alla testa del neonato Bakufu di Kamakura.

Ma riprendiamo le fila ammodo.

Taira no Kiyomori tormentato dagli spettri del proprio passato, opera di Tsukioka Yoshitoshi

A cavallo tra il 1180 e il 1181, Taira no Kiyomori, Religioso Ministro e capo del clan, comincia a dar segni di ranticosa vecchiaia. Non gli resta tantissimo da campare, il clan sta per perdere la sua chiave di volta.

-Bon.- Fa Kiyomori. -Almeno ho stabilito la mia famiglia alla guida del Paese e dell’Impero.

-Sì, circa.- Nota la moglie. -Le regioni orientali sono in mano ai Minamoto e il Nord-Est è in mano ai Fujiwara di provincia, ma a parte questo siamo a cavallo.

-Ah, ma sono sicuro che le cose si aggiusteranno! Dopotutto abbiamo la Capitale, io sono nonno del nuovo imperatore, stiamo tranquilli. Yoritomo è solo un uomo dopotutto.

-A dire il vero si sono ribellati anche Takeda Nobuyoshi in Kai e Kiso Yoshinaka in Shinano.

-Ma sono parenti di Yoritomo. Una volta che incantoniamo Yoritomo-

-Si sono ribellati per cazzi loro. E poi Yoshinaka e Yoritomo si odiano. E Yoshinaka è un guerriero tostissimo.

-Vabé, ma intanto teniamo la regione centrale del Kinai, che è l’importante…

-Famiglie del clan Minamoto si sono ribellate anche in Mino e Owari. E Ōmi. Ōmi è così vicina che confina con Yamato.

-Boia come sei negativa! Almeno abbiamo la Capitale! Ora che abbiamo sbolognato tutti quei frati mentecatti la nostra posizione-

-Abbiamo bruciato i templi e ora l’aristocrazia ci odia più di prima, mentre il popolo pensa che ci siamo tirati addosso la sfiga degli dei. Ah, e i frati di Kumano nella provincia di Kii si sono messi a far casino a loro volta perché siamo degli indegni peccatori. E anche Kii confina con noi. Ōmi a nord e Kii a sud, siamo un sandwich di grane.

-Ōmi confina proprio per poco però, dai…

-Oh, hai ragione, parliamo del confine Ovest! I Genji di Kawachi si stanno agitando.

-A vabé, sai che c’è? Chi ha risorse ha armi e chi ha le armi vince. Visto che controlliamo i traffici via nave nel mare interno e col Continente non abbiamo di che preoccuparci, finché c’è commercio c’è speranza!

-Ah, non hai sentito le novità da Kyūshū? I Kikuchi si sono ribellati in Higo e hanno attaccato il Governo Militare.

-Occristo, dimmi che almeno in Shikoku si tengono calmi e non fanno danni…

-I Kōno si sono ribellati nella provincia di Iyo. Ah, e ti dice niente il nome Mareyoshi?

-Uh, fammi pensare…

-E’ il fratello minore di Yoritomo, in Tosa.

-Vabé, ammazziamolo a prescindere almeno quello è una preoccupazione in meno.

-Già fatto.

-Oh, bene!

-Male. I suoi vassalli sono scappati in Izu, da Yoritomo.

-Hai finito?

-Ci sarebbero voci sulle provincie di Settsu e Wakasa…

-Ma quanti cazzo di Genji ci sono in giro per il Paese?

-Escono dalle fottute pareti.

-Possano morire tutti ammazzati…

-Forse dovremmo cercare di ragionare da adulti invece di partire in quarta con fuoco, acciaio e sangue-

-GIAMMAI E MAIPOI, se la violenza non risolve un problema è perché non ne stai usando abbastanza!

In blu lo Yamato, in violetto le provincie principalmente toccate da infide attività sovversive

Insomma, i Taira hanno una mandria di gatte da pelare, e la priorità è mettere sotto controllo la Capitale e il Kinai.

Il settimo mese del quinto anno dell’era Jijō, i Taira mettono a punto un nuovo sistema militare capace di mantenere il controllo e la protezione della Capitale: lo Shōkanshoku.

Il capo dello Shōkanshoku è, de facto, un comandante militare avente autorità su tutti i guerrieri della zona e sulle istituzioni legate alla logistica. Alla testa del nuovo sistema viene messo Taira Munemori.

Munemori è figlio di Kiyomori. Suo fratello maggiore Shigemori era erede e figlio prediletto, ma un malanno provvidenziale lo stende nel ’79. Secondo alcune malelingue, Shigemori sarebbe morto di esaurimento nervoso dopo gli innumerevoli contrasti col padre sul come gestire la crisi. Pare che Shigemori avesse questa stupida idea di evitare una guerra civile. Bah.

Ad ogni modo, morto il noioso fratello maggiore, Munemori si ritrova erede del capofamiglia, e ora comandante in capo della forza militare del Kinai.

Questo bell’uomo è Taira no Munemori, dal pennello di Fujiwara Gōshin

E’ interessante notare come questo nuovo Shōkanshoku sia in rottura drastica con la realtà precedente del Kinai e si avvicini a ciò che sarà, di lì a pochi anni, il sistema shogunale. Secondo Uesugi, non è da escludere che Yoritomo stesso abbia preso ispirazione dallo Shōkanshoku per completare e perfezionare il Bakufu di Kamakura. In altre parole, lo Shōkan diventa per il Kinai ciò che lo shogunato sarebbe stato per il Giappone intero.

E’ interessante notare come forme di controllo simili siano state concepite allo stesso tempo da uomini nemici. Si può dire che Yoritomo sia stato il primo a comprendere la necessità rivoluzionaria di nuovi strumenti per la conservazione e l’esercizio del potere, e spesso viene detto che una delle ragioni del tracollo Taira è proprio la loro incapacità di immaginare strutture nuove. I Taira, a differenza dei Minamoto, si sarebbero inseriti nelle istituzioni di Corte, soppiantando l’antica aristocrazia civile, invece di creare qualcosa di originale adattato ai tempi e ai bisogni della classe guerriera. Questa critica è senza dubbio corretta. Ma è anche vero che i Taira non erano del tutto ciechi in questo settore, come lo dimostra lo Shōkanshoku.

Guerriero in armatura pesante parziale, con pugnale e due capocce negli appositi retini (sono trendy, smart, ecofriendly e prodotti da cooperativa equosolidale!)

Ultimata la riforma, i Taira si preparano a una nuova spedizione punitiva nel Bandō, sotto il comando diretto di Munemori. Poco prima della partenza, però, Kiyomori si ammala.

E’ l’inizio della primavera e Kiyomori, il primo guerriero a riuscire a scalare la piramide del potere e stabilirsi come uomo più potente del paese, è roso dalla febbre. Secondo lo Heike monogatari, il vecchio è incapace di inghiottire una goccia d’acqua e il suo corpo sprigiona il calore di un falò, al punto che la semplice vicinanza del malato è insopportabile per i comuni mortali.

Andarono ad attingere l’acqua della fonte di Senju sul monte Hiei e la versarono in un recipiente di pietra che gli fu posto sulla fronte per rinfrescarlo L’acqua si mise a fremere e in un istante bolliva. Sperando di dargli sollievo, dell’acqua fu versata su di lui. Quasi fosse stato di pietra o di ferro incandescente, l’acqua sfrigolava senza sfiorarlo. Quando per miracolo l’acqua riusciva a raggiungerlo, s’incendiava, e un fumo nero invadeva la residenza e si levava in volute di fiamme.

Secondo i redattori dello Heike monogatari (e senza dubbio secondo molti contemporanei), la maledizione sarebbe stata una conseguenza della blasfemia mostrata da Kiyomori nel bruciare i templi di Nara e nel distruggere il Brande Buddha.

Il 2 duel secondo mese, Kiyomori trovò il fiato di confidare alla moglie le sue ultime volontà.

Il solo rimpianto che ho, è di non aver visto la testa mozzata del condannato di Izu, del Luogotenente della Guardia Yoritomo. Quando sarà finita per me, che non sia costruito né santuario né torre, che non sia celebrato un servizio funebre! Che sia subito inviata una spedizione laggiù, che la testa di Yoritomo sia spiccata e che sia piantata davanti alla mia tomba! Ecco il servizio funebre che desidero!

Ah, mi ricorda mia nonna. Quella che morì dicendo alla nuora “sparisci di qui, brutta puttana”…

Kiyomori morì il 4, dopo una crisi convulsiva, a 64 anni.

Non si può dire che fosse morto di vecchiaia, piuttosto che il suo destino si era compiuto d’un tratto, di modo che i grandi scongiuri e gli scongiuri segreti rimasero vani, che la luce dei Buddha e degli Dei gli venne meno e che i Guardiani Celesti gli negarono protezione. Che potevano allora le forze umane? Miriadi di guerrieri che per fedeltà avrebbero sacrificato la loro vita per la sua sedevano in ranghi serrati vicini e lontani, ma non potevano respingere di un solo istante i demoni assassini dell’Impermanenza, invisibili ai loro occhi, contro i quali nessuna forza prevale.

[…]

Di quest’uomo, che aveva diffuso la propria gloria e il proprio nome su tutto l’Impero e imposto il proprio potere, il corpo, ridotto in fumo effimero, si era dissipato nel cielo della Capitale, e i suoi resti, appena più duraturi, erano tornati alla terra mischiati alla sabbia della spiaggia.

E’ la fine di un’era per i Taira, ma non hanno tempo di osservare il lutto: senza por tempo in mezzo, lanciano una spedizione punitiva contro i ribelli di Mino.

La spedizione comincia bene, con la rapida capitolazione della base di Gamakura, ma informatori avvertono della presenza di ribelli nella vicina provincia di Owari.

I Taira avanzano verso il confine di Owari, sul guado Sonomata, sul fiume Nagara. Questo fiume segna il confine tra Mino, Owari e Ise. E’ l punto di contatto tra l’Ovest e l’Est del paese, un nodo logistico fondamentale.

Il secondo mese, i due eserciti si avvicinano da una parte all’altra del Sonomata. Da un lato Shigemori e Koremori, dall’altro Minamoto Yukiie e Gien.

E’ il 10 del terzo mese, la notte cala sul fiume.

Secondo lo Engyōbon Heike monogatari, i Taira avrebbero avuto 30.000 cavalieri, contro 6.000 dei Minamoto. I Gyokuyō modera i termini specificando che i Minamoto non erano 6.00 (figuriamoci!), ma 5.000.

Ora, è chiaro che questi numeri son fuori d’ogni grazia (anche perché se ci fidiamo della struttura classica di una banda di guerra, 30.000 cavalieri significherebbero almeno 60.000 uomini in tutto, probabilmente molti di più, roba che nemmeno i cinesi). Quello che bisogna trarne è che i Taira sono in schiacciante superiorità numerica.

Come sa chi legge i Classici Militari, quando un uomo con Schiacciante Superiorità Numerica incontro un uomo senza Schiacciante Superiorità Numerica, il secondo (salvo eccezioni di cui parleremo) è un uomo morto. Oh, spoilers.

I Minamoto lo sanno. Cercano di ovviare con un attacco notturno a sorpresa, ma i Taira mangiano la foglia e li tritano.

Al di là dello svantaggio numerico, diversi fattori giocano contro i Genji.

Per cominciare, combattere a cavallo di un fiume non è una cosa agevole, né lo sarà mai (ricordiamo cosa successe ai Francesi, che pure avevano una tecnologia abissalmente superiore).

Inoltre pare che i due comandanti Minamoto fossero in competizione tra loro per chi fosse il duro più duro del contado, sputtanando del tutto coordinamento e catena di comando.

I Taira vincono a mani basse, raccattando quasi 400 teste trofeo.

I ribelli sono costretti a ripiegare, ritirandosi quietamente da Mikawa e Tōtōmi. I Taira vorrebbero braccarli, ma non hanno i mezzi di farlo: ridendo e scherzando, il raccolto si annuncia ‘nammerda per via del tempo di merda, e si prepara una delle carestie più tremende della Storia del Giappone. A malincuore, i Taira sono costretti a ritirarsi, lasciando l’Est in mano ai ribelli.

Anche perché l’Est non è l’unico problema: disordine e scontri stanno scoppiando ovunque, sempre più grandi, sempre più numerosi.

Bisogna rendersi conto che i guerrieri giapponesi hanno una spiccata tendenza all’odiarsi tra loro. Il timore della condanna della Corte è grosso modo l’unica cosa che trattiene le propensioni stragiste nei nostri emici.

Ovvio, con Kiyomori al Creatore e il potere dei Taira traballante, dispute private tra vicini e cugini divampano nell’intero Paese. La lotta per il potere di due grandi clan polarizza gli scazzi locali, precipitando l’Impero in uno stato di fermento quasi totale.

Tra la carestia incombente, i danni materiali, i dissapori politici e la scarsità di uomini e mezzo, la Guerra di Genpei entra in quella che Farris definisce la “seconda fase”: un braccio di ferro logorante in cui nessuno dei contendenti ha il fiato sufficiente a vincere, né il buonsenso necessario ad abbozzare.

Con tre anni e passa di guerra ancora da incignare, i guerrieri del Paese si preparano a dare il peggio di loro!

MUSICA!


Puntate precedenti:

Genpei 0.1

Genpei 0.2

Genpei 1.0

Genpei 1.1

Genpei 1.2

Genpei 1.3

Bibliografia

FARRIS William Wayne, Heavenly warriors, Harvard University Press, 1995, Cambridge

FRIDAY Karl, Samurai, warfare and the state, Routledge, 2004, New York

ROYALL Tyler, The tale of the Heike, Viking, 2013, New York

SOUYRI Pierre-François, Histoire du Japon Médiéval – Le monde à l’envers, Tempus, 2013, Paris

UESUGI Kazuhiko, Genpei no sōran, Yoshikawa Kōbunkan, 2007, Tōkyō

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Come non si fa (2): la Battaglia dei Bastardi (Game of Thrones)

Prima che a qualcuno parta un embolo, lasciate che ve lo dica: a me Game of thrones piace, e l’ultima serie in particolare mi piace pure. Non solo, trovo che mediamente la serie sia migliore dei libri. Ad esempio, sono stata molto grata del fatto che gli sceneggiatori abbiano dato un senso alla gita campestre di Brienne e Pod, o che abbiano scorciato di brutto tutta la menata su quei mongoli a rotelle degli Ironborns.

Oggi però non voglio parlare della storia nel suo insieme, bensì voglio concentrarmi su una scena in particolare, la scena clou dell’ultima serie, la Battaglia dei Bastardi.

Trattandosi di un post puramente tecnico, cercherò di fare meno spoilers possibili, ma qualcuno ci potrebbe sempre scappare. Ergo siete avvisati.

Cominciamo con gli aspetti positivi di questa scena:

-Sul lato visivo, c’è poco da dire. La fotografia è bella, il ritmo è buono, la musica anche. E’ una scena divertente da vedere, a differenza di quell’altra merda stellare in Vikings.

-Certi spunti erano ben trovati. Mi fa piacere che finalmente si comincino a vedere degli sforzi per far apparire le battaglie più verosimili (manovre, trucchi, movimenti coordinati, etc.) e meno burine.

Cosa intendo per “burine”? Intendo quando due gruppi incasinati si corrono addosso a cazzo di cane con musica epica e scatenano un mischione molto virile di gente che mena a caso facendo facce molto maschie e scuotendo le villose barbe. L’ultima battaglia del film del Signore degli Anelli, per intendersi. Le scene così le odio.

Nel caso in esame c’è chiaramente il tentativo di mostrare dei professionisti coordinati, e ciò è bene.

Purtroppo però restano dei problemi.

Partiamo dalla situazione: Gianni Neve deve scannarsi con Ramsay. Ramsay è spalleggiato dagli Umbers e di Karstarks, due delle maggiori case del Nord, e vanta più del doppio degli effettivi rispetto a Gianni.

La notte prima dello scontro, Gianni e Capitan Cipolla convengono che devono indurre Ramsay a inseguirli e scavare trincee laterali per proteggere i fianchi.

Primo problema: scavare una trincea è un lungo lavoro, e un lavoro faticoso. Gianni SA da giorni che la lotta sarà impari, avrebbe dovuto adoperarsi almeno dalla mattina prima a scavare delle difese.

Secondo: le trincee sono, appunto, faticose e lunghe da fare. Probabilmente Gianni e i suoi farebbero prima e meglio a piantare in terra pali appuntiti, o legare legni aguzzi tra loro per creare dei proto-cavalli di frisia. E’ più rapido, il legno non manca, e probabilmente costa molta meno fatica.

Ad ogni modo tutto ciò si risolve in nulla perché troviamo subito il problema numero tre.

Dove sono ‘ste trincee?

Peraltro, visto che il grosso dell’esercito di Gianni è fatto di wildlings, forse sarebbe stato meglio tentare di attirare Ramsay in una zona boscosa, più che non sfidarsi su un pratino più o meno pianeggiante. Questo però non è un difetto stricto sensu, in quanto nessuno dei tizi coinvolti è un tattico collaudato. Plus, esigenze di tempo, e ok.

Veniamo a quello che però è un problema: l’equipaggiamento.

Pochissimi portano l’elmo. E non dico i wildlings, ma anche i cattivi. L’elmo è il pezzo di armatura che qualcuno si procura prima di tutto. Perché in tv la gente deve sempre andare in giro a pera con la capoccia scoperta?

Plus, com’è che nell’esercito di Gianni quasi nessuno porta uno scudo? Uno scudo non è roba particolarmente complicata da fare, è utilissima, e richiede poco o punto metallo.

E parlando di pochissimo sforzo e metallo: qualcuno poteva dare una cazzo di clava al gigante?

E’ una bestia di quindici metri che spacca la gente in due e spappola cavalli a cazzotti, e non serve quasi a nulla! Non ha nemmeno un effetto psicologico sui nemici!

Nel cerchio rosso, il personaggio più sprecato della serie

Ci voleva tanto a tirare giù un abete e metterglielo in mano? E’ come andare in battaglia con un Merkava senza munizioni! Ok, va bene, puoi spiaccicarci qualcuno passandoci sopra coi cingoli, ma non stai davvero approfittando delle potenzialità di questo gioiellino!

Ma torniamo alla tattica.

I nostri sono schierati. Da una parte Gianni, che ha soprattutto fanteria, un po’ di arcieri e un po’ di cavalieri, dall’atra Bolton, che ha il doppio della gente. Entrambi hanno piazzato gli arcieri in prima fila.

Ok, è una scelta difendibile. Io li avrei messi dietro, ma hey, va bene anche così.

Storia a parte, ci troviamo all’inizio con un Gianni Neve da solo, al centro del campo di battaglia, a tiro delle frecce Bolton. Siccome ormai è lì, Gianni decidere di caricare i Boltons da solo.

Ora, vi parrà strano, ma questa scena non mi pare del tutto folle. Gli arcieri Bolton stanno tirando a campana, e Gianni è esposto. Ha due scelte: ritirarsi, o avanzare, dacché le due scelte lo tolgono dalla “fascia bersaglio” dei dardi.

Peraltro, è realistico il fatto che la carica duri poco, ed è verosimile che Gianni riesca a saltare di sella prima di restare incastrato sotto il cavallo.

Il problema in questo frangente non è tanto Gianni, quanto la sua cavalleria.

In primis, prima lo lasciano correre avanti allo scoperto e solo dopo si svegliano “oh cazzo, già, è il comandante, ‘ndiamo a ripigliaccelo!”. Meh.

Quello che però ha di buono questo passaggio è che i cavalieri cavalcano lancia in resta e “lunghi”, con staffe basse, come facevano, con ogni probabilità, i catafratti europei. Un bel dettaglio. Anche contando che, nell’urto della lancia, il cavaliere deve spingere avanti il bacino stendendo le gambe, per scaricare la botta sulle spalle del cavallo e non sui suoi lombi (le zampe anteriori del cavallo sono quelle che portano meglio il peso e le botte).

A sinistra, un fotogramma del film. A destra, miniatura sul romanzo di Yvain o Il cavaliere del leone, Chrétien de Troyes (XIII° secolo). Notare, a destra, i piedi spinti avanti rispetto al centro di gravità del cavaliere.

Tornando a noi, la cavalleria Bolton carica.

Perché?

La cavalleria Snow sta entrando nella portata degli arcieri. A meno che la portata dei tuoi archi non sia 20m scarsi, non sarebbe meglio scompaginarli un po’ prima di buttare le tue truppe d’élite nel gioco?

Nevermind, le due cavallerie si schiantano l’una contro l’altra, e Gianni Neve nel mezzo sblocca la Modalità Eroe e diventa invulnerabile.

No, sul serio, la battaglia è figa e tutto, ma Giovanni Neve che passeggia in giro mentre il resto del mondo lo schiva in automatico proprio non si può vedere. C’è perfino un momento in cui si ferma per diversi secondi di sguardo intenso!

Comunque, mentre Gianni se ne va in giro invulnerabile a cavalli e tizi, i Boltons decidono di tirare altre frecce.

Su un mischione?

Perché?

Ok che Ramsay è tanto kattyvo, ma falciare i propri cavalieri è da fessi e basta!

Un cavaliere è un guerriero d’élite. E’ estremamente costoso, al punto che interi sistemi politico-economici sono stati costruiti attorno ad esso, per rendere possibile il suo addestramento ed equipaggiamento. Basti pensare che in epoca feudale l’indennizzo da versare al signore per la morte di un suo féal era moltiplicato nel caso il tizio fosse stato un guerriero montato.

Non solo: Gianni Neve ha, bene o male, lasciato entrare un putiferio di wildlings. I Boltons avranno bisogno di uomini per dar loro la caccia e controllare il Nord. Perché dovrebbero sterminarsi la cavalleria da soli?

Dico sterminarsi perché, a un certo punto, i cavalli spariscono. Quindi i fatti sono due: o i cavalieri di Gianni e di Ramsay si sono annientati vicendevolmente (nonostante quelli di Ramsay fossero il doppio in numero e, si suppone, meglio nutriti e riposati), o Ramsay è riuscito a spacciare tutti i suoi guerrieri migliori a botte di “esigenza di trama”.

E parlando del campo, questa è la situazione:

Il cavaliere sulla sinistra funge da riferimento: ‘sti mucchi sono alti il doppio di un uomo a cavallo!

Ora, ok che avete tritato mille cavalieri e spicci, ma ‘sti mucchi da dove escono?

I mucchi di cadaveri hanno di solito 2 origini: gente che muore contro un ostacolo architettonico; qualcuno che sposta i cadaveri. Non è la prima, visto che siamo in pianura, e non è la seconda visto che nessuno ha l’agio di farlo.

Ne deduco che sia andata così.

Anyway, Ramsay, tutto felice del fatto che ora l’intero Nord non ha più un solo cavaliere nell’esercito, manda la fanteria: i suoi e gli Umbers, che dovrebbero essere a cavallo ma sono a piedi perché boh, sticazzi.

Gli Umbers caricano e spariscono. No, davvero.

Con Umbers…

Senza Umbers…

Errore di editing, son sicura, ma comunque…

Quando ricompaiono, scalano i mucchi di morti e scendono nella fossa insieme ai wildlings. Buonsenso vorrebbe restassero sulla cresta per ributtare sotto chiunque cerchi di scappare. Ma no, il capoccia degli Umbers deve scendere nel merdaio e ritrovarsi così pigiato che tra lui e Thormund parte un match di testata nel muso.

Frattanto, i fanti dei Boltons accerchiano per benino Gianni e i suoi, che li lasciano fare perché…

Boh. Perché dargli fastidio sarebbe stato scortese.

Accerchiati i dodo, i Boltons iniziano la fiera dello spiedino. E niente da dire qui, la manovra è bella e fatta bene, e visualmente è molto carina. Però, giusto per fiscaleggiare, direi che le lance sono tenute troppo in avanti.

Niente impedirebbe ai wildcosi di agguantarle e sfasciare la linea. Niente a parte la buona creanza, ovviamente.

Devo dire però che la prima linea con la spada è molto caruccia, offre scenette memorabili.

Knock knock… oh shit…

Ho sinceramente apprezzato la parte in cui Gianni Neve viene pesticciato nella merda e nel sangue. E’ realistica e ben fatta. Un po’ lunghetta, magari, e la musica struggente stona con il realismo crudo del momento, ma hey, bella comunque.

Quello che invece mi ha fatto cascare le braccia è l’arrivo dei rinforzi.

Tre osservazioni e poi giuro smetto di scassare le palle:

  • Per arrivare a Winterfell, i cavalieri del Vale devono aver attraversato un territorio molto vasto. Vista la celerità con cui arrivano dopo l’appello di Sansa, si suppone che abbiano usato la King’s Road, che se s’impelagavano per bozzi e grottoni ciao. Insomma, c’è un esercito di diverse centinaia di cavalieri in armi che avanza sulla via maestra, com’è che non c’è stato un solo fesso che li ha visti ed ha avvertito Ramsay?
  • I cavalieri del Vale arrivano a battaglia iniziata (quasi finita) e attaccano subito. Si suppone che siano arrivati in un rush di marce forzate per fare in tempo. I loro cavalli dovrebbero essere esausti, i loro uomini stanchi. Sembra poco probabile che possano passare sopra una fanteria perfettamente organizzata (e notevolmente lenta di reazione! Secondo me Ramsay ha pochi sergenti…) manco fossero una schiacciasassi sui marshmellows. Sarebbe stato meglio, a parer mio, se la vittoria dei rinforzi fosse da attribuire più a un effetto psicologico (panico e fuga della fanteria), ma tant’è…
  • Tanti complimenti a Sansa che prima sfrangia la minchia a Gianni “non hai chiesto il mio parere per i piani di battaglia”, e poi se ne esce “oh sì, avevo 1000 cavalieri di scorta nascosti nel culo, non te l’ho detto perché ci tenevo a farti una sorpresa!”. Se Gianni avesse saputo che i rinforzi stavano per arrivare, forse, forse avrebbe potuto organizzarsi diversamente. E forse quella piaga di tuo fratello Rikon sarebbe ancora in vita. Ma bon, era un personaggio marginale in ogni caso.

 

E poi well, c’è la fine, con Ramsay rimasto praticamente solo dopo aver tirato il suo intero esercito nel tritacarne. Non che non sia mai successo nella Storia, ma bon, m’è parso un pochettino cliché.

E questo è quanto. Sì, la battaglia è uno spasso da guardare! Sì, rispetto alla media delle battaglie in tv è comunque buona. Però ecco… secondo me c’è ancora del margine.

Parlando di clichés, m’importa ‘n cazzo se l’ha già detto in diecimila, ma Lyanna Mormont spakka!

MUSICA!

Archeologia sperimentale e ardimento: la Nave Drago di re Harald

Haugesund è un cittadina in Norvegia. Non molto grande, non molto piccola, un trentamillaio circa di abitanti, affacciata sullo stretto di Karsmund nel Rogaland.

Niente di che come posto, non fosse che qui, nel marzo del 2010, seguendo il sogno dell’imprenditore Sigurd Aase, parte uno dei progetti più fighi di sempre: la costruzione di un drakkar oceanico!

Gatti vichinghi. Le corna sono photoshoppate: i veri gatti vichinghi non hanno corna sull’elmo.

Senza entrare nel dettaglio della storia e della struttura delle navi scandinave (materiale che richiede almeno un articolo completo), “drakkar” è un termine generico per “nave scandinava”. Data la propensione marittima e perniciosa della gente del nord, possiamo capire come queste navi siano state oggetto di ricerca e studi.

Un esempio archeologico straordinario è dato dalle celeberrime e spettacolari navi conservate a Oslo: l’elegante esemplare di Oseberg, la spartana di Gokstad e la tenace di Tune.

La seconda è sempre stata la mia preferita. Lunga 23 metri e larga 5 e spicci, questa bellezza era una cacciatrice, sulla pista di pesca, guerra e saccheggio. Ma poteva attraversare l’oceano?

La nave di Gokstad in tutta la sua famelica bellezza

La grande nave di Haugesund, costruita in solida quercia (sì, le navi erano di quercia, non d’abete come vorrebbero farci credere quei mentecatti di History Channel mortacci loro!), supera in taglia della Gokstad, con 35 metri di lunghezza, un albero di 8 metri e una capacità di carico di 95 tonnellate. Il nome di questa belva è Draken Harald Hårfagre, in memoria di Harald Bellachioma, noto per essere stato il primo re di Norvegia e per essere morto pluriottantenne nel suo letto (un’impresa che non tutti i capi scandinavi potevano vantare, nel X° secolo).

La Draken Harald Hårfagre e la sua vela di seta

Il nuovo drakkar può mettere ai remi 50 persone, proprio come le navi che, di media, componevano la flotta da guerra norvegese dopo che un sistema di leva marittima fu implementato verso la metà del X° secolo.

Tutto molto bello, ma un esperimento non è niente senza una metodologia precisa (capito Thomas Morton?). Come è nata ? Non abbiamo manuali sulla costruzione di navi. Abbiamo dei reperti archeologici, ma a parte i tre tesori al museo navale, si tratta di frammenti incompleti.

Quella che però abbiamo è una tradizione vivente di costruttori di barche. Nonostante ci siano ovvie differenze tra le barche costruite oggi da costoro e quelle che hanno raggiunto la Groenlandia, molte delle tecniche usate sono rimaste più o meno inalterate. In particolare, la caratteristica principale delle barche moderne e di quelle antiche è la tecnica con cui sono state costruite, un sistema detto “clinker“, in cui le assi della chiglia si sovrappongono l’una sull’altra come le tegole di un tetto.
voilà! Dopo due anni di lavoro la Draken Harald Hårfagre è pronta a solcare il mare e perpetrare la tradizione di archeologia sperimentale norvegese (tra cui citiamo uno deglii uomini più ganzi di sempre, quel matto di Thor Heyerdahl).

Sigurd Aase sorride perché ha investito i suoi soldi in trappole mortali per solcare i mari in nome della ricerca storica. Sii intelligente, fai come Sigurd Aase.

E’ importante notare che la Draken Harald Hårfagre non è una ricostruzione. Ci sono state ricostruzioni fedeli di reperti, nel passato, come la danese Stallone del Mare(la Havhingsten fra Glendalough), che ricrea una delle navi di Skuldelev, sito irlandese. La Havhingsten è un mirabile esempio di archeologia sperimentale, ma non è abbastanza sicura da prendere il mare (oggi è considerato come socialmente inappropriato quando ti affoga la ciurma in piena traversata).

La Havhingsten alla carica!

La nave norvegese, per contro, è equipaggiata con strumenti moderni, in caso di necessità.
La Draken Harald Hårfagre è finalmente messa in acqua nel 2012. La prima parte (il vascello) è a posto, manca il resto (la ciurma). Fino al 2012 nessuno, nemmeno quel matto di Thor Heyerdahl, aveva provato a manovrare una nave di questo tipo e di queste dimensioni. I partecipanti hanno quindi dovuto imparare a remare, far vela, manovrare. Per due anni la nave ha quindi costeggiato le spiagge norvegesi, mentre i suoi marinai prendevan la mano.

La ciurma, sotto il comando del Capitano Ahlander, conta 32 persone tra uomini e donne. Metà di costoro sono marinai collaudati, l’altra metà è composta da volontari (molti di quali studenti universitari e ricercatori, noti per l’eccellente forma fisica e le prodezze atletiche).

La nave non ha un “sottocoperta”: lo spazio sotto il ponte è così scarso che a stento basta per le provviste. Una tenda permette ai partecipanti di riposare al riparo, più o meno. Può ospitare 16 persone e i turni sono precisi: 4 ore di lavoro, 4 ore di riposo.

Una confortevole crociera sull’Oceano! (foto dalla Pagina Facebooc dell’impresa, vedi Bibliografia)

Nel 2014 la Draken Harald Hårfagre ha finalmente avuto il suo primo battesimo oceanico, con una traversata da Haugesund a Liverpool (Merseyside per la precisione).

Immagino il drakkar arrivare sulle onde, scudi alle fiancate, manco a dire “oh, hey, vi siamo mancati?”.

Il viaggio non è stato facile: i prodi marinai sono stati per mare per circa 3 settimane, in un tempo di merda. Nei pressi delle Shetland una bufera spezza l’albero come un grissino e lo schianta sul ponte.

I nostri decidono che forse è meglio avviare il motore: va bene l’archeologia sperimentale, ma se non sopravvivi per raccontare l’esperienza, l’intera faccenda è inutile.

Dal 17 luglio al 5 agosto 2014, la Draken Harald Hårfagre resta in porto. Quando riparte, gli indigeni sono, per la prima volta, tristi di vederla andar via. Ah, come cambiano i tempi!

Sul serio, se lo sarebbe immaginato un sassone che un giorno una nave vichinga sarebbe stata salutata con “so fare thee well my, own true love“?
La nave riparte sulle note della triste canzone The leaving of Liverpool, e via, per nuove avventure! E’ ora di tornare sui luoghi tanto visitati dai simpatici antenati: l’isola di Man, le Orkneys, le Shetland e le Ebridi. Prima di lasciare il porto di Stornoway, il Capitano assicura ai giornalisti che i vichinghi “hanno preso quest’isola un tempo, e noi torneremo!”
No so gli scozzesi, ma io comincerei a preoccuparmi.

Il 23 aprile del 2016, i prodi marinai della si sono riuniti di nuovo per la cerimonia della Testa di Drago, ovvero la cerimonia in cui la testa mitologica veniva montata sulla prua della nave (sì, le “teste” iconiche delle navi vichinghe non erano fisse, ma venivano montate in caso di lungo e periglioso viaggio).

Il drago apre gli occhi! (foto dalla Pagina Facebook, vedi Bibliografia)

Il 26 la Draken Harald Hårfagre è partita verso l’Ovest!

Quasi subito, una delle sartie si spezza. La nave ripara nelle Shetland, per rinforzare l’attrezzatura.

Il 2 maggio i nostri sono a Torshavn, nelle Isole Faroe. La traversata dalle Shetland non è stata facile, con onde alte e vento forte. La nave ha tenuto, ma la ciurma è esausta. Il Capitano ha deciso di fare una pausa ed evitare di ritrovarsi in mezzo a una bufera, in alto mare, con una ciurma di gente scoppiata.

La rotta per l’Islanda (foto dal sito dell’impresa, vedi Bibliografia)

Il viaggio è di nuovo in corso in questo momento e la nave si trova sulla via per l’Islanda (potete seguire lo spostamento sul loro sito).

Addio alle Faroe (foto dalla Pagina Facebook, vedi Bibliografia)

Questa impresa non solo ci permette di studiare da vicino lo svolgimento di un viaggio del genere, ma pompa linfa vitale nella ricerca storica di un periodo difficile da esplorare. Tutti coloro che hanno preso parte a questo bellissimo progetto hanno la mia più sincera stima.

Vi invito a seguire le vicende della nave da vicino.

Questo è tutto e TO GLORY AND VALHALLA!

MUSICA!
(Then place me on a ship of OAK, History Channel, QUERCIA!)

BTW, se qualcuno si stesse chiedendo “perché non Tyr, hanno un album su Eric il Rosso, ci stava a ciccio di sedano, la ragione è: da quando li ho visti live mi stanno sul cazzo da morì. E sì, la loro musica mi garbava anche.


Bibliografia

Il sito ufficiale dell’impresa

Un ritratto dettagliato della nave

L’arrivo in Merseyside

La partenza da Merseyside

La nave a Stornoway

L’arrivo nelle Faroe

La cerimonia della testa di Drago

La pagina Facebook della nave

Il canale YouTube dell’impresa

La pagina wiki della nave

Il sito informativo di Avaldsnes

Sulla tecnica del clinking

Sulla tradizione di fabbricazione di barche in Norvegia

Il museo danese dove si trova la Stallone del mare

Il museo delle navi vichinghe di Oslo

Valhalla rising: roba troppo profonda

Ho un sogno. Il sogno di vedere, un giorno, un film di vichinghi ben fatto. Un film dove non ti strappi gli occhi per i costumi a cazzo, non piangi per la scelta delle locations, non ti senti male davanti a tattiche di battaglia troppo cretine.

Esistono film del genere per altri periodi storici. Perché tutto quello che va dalla fine dell’Impero Romano alla Guerra dei Trent’anni deve essere trattato così a cazzo di cane? Non c’è una ragione logica!

Un giorno voglio sedermi davanti a un film di scandinavi incazzati senza dovermi prendere a schiaffi dall’inizio alla fine. Insomma, sto aspettando che qualcuno realizzi questo film (peccato solo per le corna, il resto è tutto storico).

Qualcuno mi ha consigliato la visione di Valhalla rising. Non la solita americanata alla Hiastory Channel, mi ha detto. E’ un regista danese, Nicolas Winding Refn, è un figo, davvero! E dopotutto le recensioni per questo film sono quasi tutte positive. Quindi perché no? Questa potrebbe essere la risposta a quel vuoto nel mio cuore. Potrebbe essere il bel film sui vichinghi che ho cercato per tutta la vita!

O forse no…

Dai primi secondi già capisco che non è il caso. Di botto, compare un testo su come all’inizio c’era solo l’uomo e la natura, e poi sono arrivati i cristiani a guastare la festa. Che già mi fa imbizzarrire un pochettino, dato che la frase è semplicemente stupida. L’ultima volta che l’essere umano è stato in contatto diretto e solitario con la natura, senza tutte quelle brutte cose chiamate “cultura” e “religione” e “morale” eccetera, è stato… no, non è mai stato. Ogni singola civilizzazione di Homo sapiens conosciuta è caratterizzata da suddette brutture. L’Uomo non vive con la Natura, non ci ha mai vissuto, vive con la visione che ha della Natura. Siamo animali culturali, è una caratteristica intrinseca della nostra specie.

Quindi raccattate le vostre massime neopagane su come “più prima era più meglio” e andate a farvi una passeggiata. L’unica cosa che cambia e che è davvero discriminante è il livello tecnologico, ovvero gli strumenti che le società hanno per fottere il proprio futuro.

Ma torniamo al film. Apriamo con un paesaggio di montagne scozzesi, truci uomini barbuti e il nostro protagonista chiuso in gabbiotto di legno.

Stringo i denti. Sono davanti a uno di quei film. Avete presente, no? Quei film che vogliono comunicare l’atmosfera cruda e cupa che regnava in questo periodo crudele della Storia.

E lo fanno annerendo le facce e le mani degli attori perché sì, la gente d’i ‘mmedioevo e gio’ava coi carbone tutte le mattine!

Niente urla “storicamente accurato” come facce annerite a caso…

No, sul serio, questa cosa mi dà un nervoso matto! Come vedere i tizi che tagliano le corde dei prigionieri invece di slegarle.

Qualcuno starà già dicendo “Oh Tengy, ma come mai scassi le gonadi con questi particolari?”

Perché i particolari sono importanti! I dettagli pratici sono ciò che dà profondità a un’ambientazione! Quando leggi in Historia mongolorum che i mongoli spulciavano i loro bambini e mangiavano il parassita tipo scimmie, sai che si trattava di gente abituata a fare la fame e sopportare prove fisiche ed emotive terrificanti. Non hai bisogno che qualcuno te lo dica.

Quando metti un attore con la faccia annerita, la mia domanda è : Perché? A che scopo? Cos’ha fatto questo tizio per essere così sudicio? Perché non si lava?

Per chi ha risposto “perché nel Medioevo la gente non si lavava”, FILA IN CAMERA TUA! Sei in punizione finché non cambio idea!


Tornando al film, diventa presto chiaro che non ci sta nemmeno provando a essere storico. O a seguire un senso logico normale. C’è un capo scandinavo di non si sa dove e non si sa quando che si diverte a organizzare incontri di lotta tra energumeni e scommettere soldi con un altro tizio.

Va bene, mi dico, magari questo film non vuole essere davvero un film storico, ma più un’esperienza, un viaggio psicologico tipo Il settimo sigillo di Bergman. I due film sembrano affini anche come contenuto: la fede, lo scopo nella vita, la morte, ecc…

Insomma, posso apprezzare un film anche se questo non sta raccontando una storia come le altre. Basta che mi stia raccontando qualcosa!

Mi armo di apertura mentale e pazienza, e vado avanti.

E all’inizio l’atmosfera è anche bella. I paesaggi sono spettacolari, gli angoli interessanti, la fotografia è splendida.

Solo che dopo 20 minuti uno comincia a chiedersi se ci sia altro, oltre all’atmosfera. E quando il primo evento della storia si manifesta, uno rimpiange che il film non sia solo 1h30 di silenzio e riprese da National Geographic.

Il ritmo di questo film è lentissimo. E lo dice una a cui i film dal ritmo lento piacciono. Ma qui 2/3 del tempo è occupato da facce truci che fissano il vuoto con aria intensa. O paesaggi. E ok, gran parte dei paesaggi sono anche belli, ma insomma, dopo un po’ è come guardare le diapositive di vacanze di zia Ludmilla.

Il protagonista di questa roba è un lottatore orbo da un occhio (come Odino! Get it?! E’ simbolico e significa roba!!!111!), tenuto al guinzaglio e usato per scazzottate e scommesse. Wow. Era dai tempi di Conan il Barbaro che non vedevo tanta fantasia.

Insomma, il nostro amico è muto, ma ha visioni (come Odino 2 il ritorno! Figo no?!). Mentre all’inizio questo sembra un fattore intrigante e interessante, presto ci rendiamo conto che le visioni non servono nessun particolare scopo. Vede che farà il bagno in un certo posto, e wow, fa il bagno in un certo posto! Vede che partirà per mare, e wow, parte per mare!

Non c’è nessuna reazione a seguito della visione (“ah, accadrà, che bello!” o “Oh no, devo fare in modo che non succeda!”). Lui le vede e dopo un po’ capitano. Più che visioni sono mini-spoilers.

Un bel giorno One-eye fa il bagno in un posto, e trova una punta di freccia. Una punta affilatissima, come prova sulla propria pelle (ciao, sono il tetano, piacere di conoscerti!). Con questa cosina riesce a tagliare il grosso collare di cuoio che ha addosso, liberarsi e tranciare la pancia di un uomo adulto (ovvero attraverso pelle, grasso e addominali).

Ok, qualcuno mi spiega il simbolo della freccia? Perché deve essere simbolico. Fisicamente è una stronzata completa, quindi o ha un senso simbolico o non ha senso e basta.

Il nostro e il bimbetto che si occupava di lui incontrano poi un gruppo di cristiani e insieme decidono di partire per Gerusalemme a fare i crociati! Yay!

A partire da questo momento comincia un profondo viaggio interiore ed esteriore, al cui traguardo troveremo la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto.

Ovvero 42.

Cominciamo con ordine. Intanto One-eye uccide il suo padrone e tutti i suoi uomini. E lo fa fuori campo, perché di certo la sua vendetta non è importante per la storia.

Dopo che questo Terminator delle Highlands ha finito, capita su dei… tizi con delle croci tatuate, che hanno appena ucciso gente non meglio specificata (pagani, si suppone), bruciato i loro corpi (con del napalm immagino, dato che non c’è un solo albero in vista) e preso le loro donne prigioniere. Le signore sono mostrate un paio di volte, legate nude nell’erba. Non si sa che fine fanno né che scopo abbiano nella faccenda se non “la produzione voleva tot secondi di tette”.

I nostri decidono di imbarcare One-eye e il suo marmocchio in una crociata gerusalemmita perché dai, chi non vuole un pagano violento e dalla dubbia lealtà che ha appena sterminato un piccolo clan scozzese? Non portarselo dietro sarebbe come non portare spacciatori al compleanno del cuginetto dodicenne!

Insomma, i nostri montano su una barchetta da otto rematori e partono per Aurocastro, ma finiscono in una bonaccia infernale correlata da nebbione. Potrebbero remare, ma sia mai che si sciupi la manicure, meglio svaccarsi da una parte e morire lentamente di sete.

Il tempo passa, i minuti di film filano via lenti come la corrente dell’Ankh. I vichinghi crociati (sì, vabé, soffro) decidono che si tratta di una maledizione. Chi potrà essere quello che porta sculo?

Hum…

Potrebbe essere il sinistro pagano orbo e muto, miscredente e peccatore.

O il fanciullo indifeso. Sì, deve essere il fanciullo!

Cercano di farlo fuori, ma One-eye interviene e l’ammutinamento si placa.

Passa altro tempo, e a un certo momento One-eye decide di bere l’acqua fuoribordo. Tanto morto, per morto…

E cos’è cosa non è, ma i nostri non sono più in mare! Sono in mezzo a un fiume e non se ne erano nemmeno accorti!

E mica un fiume a caso! Un fiume di quella che si capisce essere l’America del Nord.

Ma porco Giuda impestato, FILM!

Va bene, con calma…

Questi, andando alla deriva a cazzo di cane, hanno attraversato l’Oceano. Boh, sì, anche io l’altra volta mi sono addormentata sul regionale e sono finita a Ulan Bator. Per tornare non vi dico, c’era anche lo sciopero dei cammellieri!

In secondo luogo, bada te la fortuna: non solo hanno attraversato l’Atlantico senza una sola bufera e un mare piatto come l’olio, non solo non hanno beccato nessuno scoglio, ma sono anche capitati su un estuario proprio il giorno di Opposite Day, quando la corrente va verso monte!

E lo so, i grandi fiumi hanno una risalita di marea, bla bla bla, no! Questo non è il Missisipi, santi numi!

Ma va bene, è simbolico. Simboleggia che nei momenti bui della tua vita, quando ti sembra di stagnare e morire lentamente, non dovresti uccidere bambini. Se nei tuoi momenti peggiori riesci a resistere alla tentazione di sgozzare fanciulli e buttarli a mare, allora arriverai in un mondo disabitato dove selvaggi assatanati ti uccideranno.

Forse il messaggio è che dovresti uccidere il bambino…

Per alcuni commentatori, il bambino simboleggia il Cristo, ma la cosa rende tutto ancora più confuso. Sono i cristiani che vogliono spacciarlo. Ok, quindi perdono la fede, o ne travisano il messaggio… E One-eye lo salva. Quindi Odino salva Gesù quando qualcuno travisa il Vangelo? O tipo, se sei in dubbio sull’interpretazione dell’omelia, chiediti “che vorrebbe Odino in questa situazione?”. E’ questa? Perché “stupra, brucia e saccheggia” sembra essere la soluzione più probabile…

Boh, in ogni caso arrivano a una specie di sito funerario indiano, e il capoccia dei crociati decide che questi selvaggi avranno un assaggio di ciò che possono fare gli Uomini di Dio!

Oibò, che sarà mai? Lo abbiamo visto massacrare, rapire, bruciare… Peraltro, questi fanno il culo a bande armate scandinave, di certo della gente rimasta al neolitico dovrà penare per venire a capo di tali baldi guerrieri!

O forse no.

La prima cosa che il capoccia fa è così tosta, ma così tosta, ma così tosta che nemmeno Lilin ha osato descrivere cotale tostaggine nel suo romanzo fantasy!

Fa una croce con due pezzi di legno e la pianta in un pantano. Aaaaaaah!

E grosso modo basta.

Uno della banda sparisce, un altro si prende una freccia, e i nostri continuano a pacciugare in tondo nella mota come un branco di ippopotami narcolettici. Ma lo fanno in modo molto maschio e intenso, eh!

Insomma, dopo una sfilarata di primi piani e facce truci che guatano nel vuoto, il capoccia decide che è ora di andare a fare il mazzo ai selvaggi.

-Senti coso.- fa uno -Non abbiamo mangiato nulla da giorni, siamo quattro stronzi e un marmocchio, e siamo anche armati ammerda.

(Nella miglior tradizione del filmaccio pseudostorico, tutti hanno spade, nessuno ha elmi, e solo il capo ha qualcosa che forse vuole essere un’armatura, ma che nei fatti pare la casacca metal che mettevi a diciotto anni per andare al concerto dei Blind Guardian)

-Non temere!- fa il capoccia -Con questa pozione magica resisteremo ancora e sempre all’invasore!

-Ma siamo noi l’invasore.

-Bevi!

-Potrebbe trasformarmi in rospo o in cul di monaca!

-Smetti con le citazioni nerd! Potremmo andare avanti giorni con le citazioni nerd e nessuno le chiappa mai!

Insomma, bevono. E parte un montaggio che mi ha fatto rivalutare l’arte di Lory del Santo e del suo inverecondo The Lady.

Cioé… Boh?!

Uno va a giocare col fango, One-eye fa pile di sassi, un altro s’ingroppa un tizio a caso… Ridono, pacciugano, salutano il corteo di elefanti rosa, sono tristi e disperati…

E poi la botta passa. E niente, hanno il down e sono tutti di cattivo umore.

Va bene, tolto il fatto che lo spezzone è molto maschio e intenso, a che cosa è servito?

Ok, sarò onesta. In realtà questo lungo segmento mi ha spinta a pormi delle gravi domande sulla mia esistenza. Tipo “cosa stai facendo della tua vita?” o “perché non ti cerchi un hobby serio?” e “la conqui l’avrà ricomprato lo zucchero? O toccava a me?”

Forse è simbolico per dire che quando sei davanti a qualcosa di sconosciuto e mortale, prenderti una ciucca non è una buona idea. Wow, ci voleva von Nicolas qua, da sola non ci avrei mai pensato.

Bon, dopo questo intermezzo utilissimo, il disperso ritorna. I selvaggi l’hanno coperto d’argilla e gli hanno fatto i disegnini addosso. Perché si annoiavano. E adesso riesce a sentire One-eye!

Non lo so gente. L’idea che One-eye stesse parlando e che fossero gli altri e non poterlo sentire era anche bella, ma non ha un impatto sulla trama e non si sa che fine fa ‘sto tizio imburrato, quindi prendetelo come aneddoto.

Uno dei cristiani decide che si è rotto le scatole di stare in questo film e attacca One-eye, che ammazza lui e altri due di cui non sappiamo il nome, così, per compagnia. Poi spiega, tramite il bimbetto (che adesso ha un legame telepatico con lui, perché sì) che il grande piano è: fanculo, torniamo a casa.

No, siamo precisi.

Il grande piano è: attraversare a piedi colline infestate di selvaggi, raggiungere il mare, costruire una nuova barca e tornare a casa!

A parte il fatto che per tornare da qualche parte devi sapere dove ti trovi per cominciare, ma perché costruire un’altra barca? Perché la passeggiata? Non potete rimettere in acqua la barca su cui siete venuti?

Si vede di no. E’ simbolico. Vuol dire che se ti trovi in un posto di merda, la soluzione più semplice ed evidente è da evitare.

Tipo, hai un problema di droga? Potresti andare in comunità a spurgare, oppure potresti spurgare facendoti paracadutare sull’Himalaya da un pilota con una gamba di legno alla guida di uno Zero della Seconda Guerra Mondiale dopo esserti dipinto di viola cantando l’inno nazionale inglese.

Insomma, One-eye, il bimbetto e altri due vanno via. Il capoccia dei crociati no, perché lui è pazzo e vuole costruire la Nuova Gerusalemme. A me non pare pazzo, mi pare stia facendo stupidaggini a caso come il resto del gruppo, ma tant’è. Il capoccia viene infrecciato e muore.

Il mio stato d’animo a questo punto del film. E’ simbolico.

Dei due che hanno seguito One-eye, uno è ferito, si siede su un sasso e stira le zampe; l’altro ci ripensa e torna indietro, uscendo dal film.

One-eye e il bimbetto arrivano alla costa (evviva?), ma One-eye riconosce le rocce. Grazie alla vedenza sa che morirà su queste rocce!

E infatti degli indiani arrivano e lui si fa ammazzare su quelle rocce, senza nemmeno regalarci un’ultima scena d’azione.

Il bimbetto viene abbandonato sulla costa brulla e deserta, dove suppongo morirà di fame e di sete.

Fine della storia.

Sentite, sarò anche capra io che non capisco il genio, ma questo film non ha né capo né coda ed è così pretenzioso da far passare Donnie Darko per un lavoro umile e autoironico. Io non sono per nulla contraria a film psicologici o astratti o simbolici. Ma di questa roba francamente non so che fare. Ogni interpretazione che ho trovato in giro può anche filare, finché non la applichi alla totalità delle scene.

Secondo alcuni, la scelta finale di One-eye è dettata dal suo desiderio di proteggere il marmocchio.

Ahem. Eh?!

Va bene, diciamo che sia così… cosa lascia supporre a One-eye che la sua azione convinca i nemici a risparmiare il bimbetto? Che, glielo ha suggerito il regista? E il marmocchio appare per ultimo solo su una costa desolata, tra rocce e oceano. In quale pianeta un’immagine simile si traduce con “andrà tutto bene, easy-peasy lemon-sqeezy, fa una barca e torna a casa”? Almeno il film Ran si chiude su un’immagine di Buddha, che può lasciar supporre una possibilità di salvezza per il personaggio. Valhalla rising? Boh.

Per altri il film è un esercizio di stile, e questo lo posso anche capire. E’ bello da vedere. Le immagini, la luce, gli angoli sono molto gradevoli per l’occhio, almeno fino all’ultimo terzo. Ma a parte ciò, boh.

Per altri ancora “tutti possono interpretarlo, ognuno deve vederci qualcosa di suo”. Sì vabé, io domani rovescio il caffé sul muro, poi sta all’inquilino interpretare la mia arte.

Per altri simboleggia la fine della religione pagana e l’inizio di quella cristiana (ma se i cristiani muoiono tutti?). O il sacrificio di One-eye sarebbe da ricollegarsi a quello di Cristo. Solo che, secondo la dottrina, Cristo si è sacrificato per una ragione (purificare l’umanità). One-eye si sacrifica per…? Per far finire il film? Apprezzo, ma non è un granché come idea.

Per altri ancora si tratta di una critica del colonialismo o un qualche invito a tornare alle origini. Ok, non so che abbiano visto, ma i neolitici di questo film sono altrettanto brutali e superstiziosi dei nostri amici cristiani.

Forse il film vuol dire che gli uomini sono bigotti e violenti dappertutto? Va bene, ma c’era bisogno di un sub-plot di capetti scandinavi in guerra coi cristiani, scommesse e poppute schiave norrene per stabilire ciò?

Per altri infine è un film che solo pochi possono capire. Non una roba da plebei.

Ok, eletti della cinepresa, parlatemi come parlereste a una bambinetta scema. Spiegatemi questo film. Perché il “se non lo capisci è perché sei scemo” ha anche un po’ rotto il cazzo, scusate il francesismo.

A me è piaciuto un sacco The Babadook. Ad altri ha fatto schifo. Io posso spiegare (vedi commenti) le mie ragioni con un’interpretazione che si confà a la totalità del film. Non è la sola interpretazione possibile, beninteso, ma è coerente per l’intera storia.

Le succitate spiegazioni non chiarificano un sacco di aspetti di Valhalla rising.

Ma hey, il limite deve essere mio. Dopotutto è noto che io sono una grande appassionata di film Hollywoodiani! Non vivo senza, guarda!

E parlando di film Hollywoodiani, in questa intervista Refn afferma che:

-non si tratta di un film di vichinghi (che sono brutti e da plebei).

-cito “è concepito come un viaggio nello spazio, come se foste sul tetto di casa vostra guardando il cielo, osservando le stelle, una sera d’estate.” Ok. No. Cioé… no. Vai via.

-Uno dei suoi film preferiti, che ci tiene a citare, è Avatar. Quello dei puffi alti 2 metri, in 3D. E con questo mando un bacino a tutti i commentatori che “voi plebei guardate troppi filmacci burini di Hollywood”.

Secondo la mia sentenziosa opinione, questo film non vuol dire niente. E’ un esercizio di stile punto e basta. Usa per ragioni estetiche dei concetti spesso impiegati in discussioni e ragionamenti, e li mette uno di fila all’altro. Guerriero, Odino, cristiani brutty&kattyvy, viaggio, America, trogloditi assassini, religione…

Tutti concetti usati per parlare di cose serie, e buttati qui con la pala. Ma siccome lo stile è figo e il tono pretenzioso abbelva, la gente cerca di leggerci dentro chissà che cosa. Un po’ come quando cerchi di vedere facce nelle macchie di umido.

Il settimo sigillo è una storia surreale con un chiaro contenuto simbolico. Ma quello che capita ha comunque senso all’interno della storia! Le ragioni e le azioni dei personaggi sono logiche anche se poste in un quadro simbolico. Il cavaliere sta giocando a scacchi con la Morte, ma lo fa con uno scopo, e quando rovescia i pezzi lo fa per una ragione logica e precisa.

Dove sta il senso in questo film? Sono pochi e devono combattere molti. Quindi bevono una droga che non serve a un cazzo. E sorpresa, non serve a un cazzo.

I tizi sono bloccati dalla bonaccia ma non usano i remi.

Il capo dell’inizio vuole combattere i cristiani, quindi gestisce una bisca in mezzo al nulla.

E via così!

Se i personaggi fossero stati memorabili e ben caratterizzati, forse sarebbe stato diverso. Ma a parte One-eye, il bimbetto e forse il capoccia dei crociati, nessuno di loro si distingue. Sono così intercambiabili che fino alla fine non ero nemmeno sicura di quanti fossero. Non hanno nemmeno un nome!

Un’altra cosa: l’unica cosa che potrebbe davvero farmi imbizzarrire nell’ambientazione del Settimo sigillo è la pandemia di Peste Nera. La storia si svolge dopo una crociata, quindi al più tardi nel XIII°, mentre la grande epidemia è di circa un secolo dopo. E’ un grosso anacronismo. Ma per il resto la faccenda fila abbastanza, e i personaggi sono tanto interessanti da catturare la tua attenzione fino alla fine. La morte, il cavaliere, la famigliola…

Valhalla rising quando si ambienta? Si parla di cristiani che vengono a menare pagani in Scandinavia, il che lascia presupporre forse il X° secolo. Ma poi si parla di crociate e Gerusalemme, quindi roba posteriore al Concilio di Clermont (1095), un’epoca in cui la Scandinavia può ritenersi cristianizzata (almeno proforma) e i pogrom anti-pagani pressoché conclusi. Allo stesso tempo si capisce che la Groenlandia e l’America del nord non sono ancora state scoperte. Peccato che Erik il Rosso approdò in Groenlandia nel 985 e suo figlio Leif arrivò in Vinland pochi anni dopo (Leif morì nel 1020).

Quindi quando si ambienta questa storia? Perché parlare di “vichinghi crociati” può far fisiologicamente male al cervello!

Paesaggi  
Atmosfera  
Gore iniziale  
Quadro storico del tutto inesistente  
Trama fantasma  
Lentezza abominevole  
Facce truci in luogo di trama e personaggi  
Scene inutili  
Completa assenza di logica nell’intera faccenda  
Droga  
Costumi da cavarsi gli occhi con un cucchiaino  
La punta di freccia in titanio!  
Morti a caso di personaggi a caso  
Il finale  
Snobismo intellettuale de noartri (Ask me what it means! Ask me what it means!)  

Al di là di tutte le cazzate, io lo so cos’è questo film. E’ il prequel di Pathfinder. Tre hurrà per Refn.

Conclusione?

Guardate questo film.

Perché?

Perché mi sentirò meglio sapendo che ho arrecato questa sofferenza a qualcun altro. E’ sbagliato e moralmente deprecabile, ma è la verità.

Scherzi a parte, se vi è piaciuto questo film, bene per voi. Ma bon, io ho sofferto. E non poco.

Un casto bacio sulla fronte a chi indovina tutte le citazioni!

MUSICA!

Vita da campo: Coudekerque-Branche 2015

-Oy.- qualcuno mi scuote -Sono le otto, sorgi e brilla.

Apro un occhio. Ho un freddo cane, umido fin nelle ossa e ho dormito solo tre ore. Sarà una bella giornata. Metto il naso fuori dalla tenda. Il parco di Coudekerque. Poche anime sono intorno alle buche del fuoco a ravvivare le braci.

Quest’anno ci hanno piazzati in un posto diverso dal solito. In quest’estate di merda non ho potuto partecipare a nessun raid, sicché Coudekerque 2014 è l’ultimo campo che ho fatto. Mi dà una strana sensazione, è come se non fosse passato un anno, è come se fossero passate solo poche settimane.

Mi vesto ed emergo. L’aria è pungente, ma il cielo è sgombro. Durante un campo. Non succede praticamente mai. Deve essere un segno. Buono o cattivo non lo so, ma di certo un segno.

Mi siedo sulla panca insieme agli altri. Pane e formaggio per colazione, e un canestro colmo di pani al cioccolato. No, non è storicamente accurato. Noi almeno ne siamo coscienti, a differenza di quei ritardati di History Channel. Il trucco sta nel far sparire gli anacronismi prima dell’arrivo della gente.

-Che orari abbiamo oggi?

Bothvar poggia un foglio sul tavolo, lo liscia con la manona.

-Nove e mezza, sfilata.

-E la lizza?

-Niente lizza.

Aggrotto le sopracciglia. Per una volta che arrivo a un campo in qualcosa di vagamente simile a “buona forma fisica”, ci tolgono la lizza? Sono venuta per farmi rovinare di botte, non per giocare al soldatino di piombo.

-Ci meniamo qui al campo e facciamo divulgazione storica.

Sarà interessante. La gente è sempre curiosa, e almeno avremo l’occasione di spiegare che no, Vikings non è accurato e che no, non esistono asci vichinghe bipenni.

-Non ho sentito cannoni stamani.- riempio il corno d’acqua -I Cechi del diciassettesimo non hanno portato l’artiglieria?

-I Cechi non sono venuti.

Cade il silenzio sulla tavola. Il disappunto è palpabile. I Cechi sono l’anima del campo, coi loro moschetti, la loro energia e la loro inesauribile riserva alcolica. Non è un vero Coudekerque senza di loro!

-I fondi per le Giornate del Patrimonio sono stati tagliati.- il capo ripiega il programma -Siamo tutti a un terzo degli effettivi.

Devo aspettare la sfilata per rendermene conto. Noi siamo numerosi, ma siamo gli unici. Franchi e Spartani mancano, come anche i Cosacchi e i moschettieri di Gustavo Adolfo. I Romani ci sono, ma i loro ausiliari galli sono la metà dell’anno scorso, e i napoleonici sono un terzo di quelli che c’erano nel 2014. A parte noi e il settore medievale, gli unici che si sono presentati in forze sono i tizi del ’39-’40, con un dispiego di veicoli ancora più massiccio che gli anni scorsi. Questa situazione mi rattrista un po’.

Ci mettiamo in marcia. Insieme a noi camminano altri vichinghi dell’associazione Les Temps Anciens. Sono una simpatica banda di gente gagliarda e hanno una ragazza combattente. E’ la prima che incontro in Francia da quando ho cominciato, almeno nella mia epoca. La sua arma d’elezione è una lancia. Accanto a me cammina una nuova recluta, l’Affrancato. E’ il suo secondo campo, e il suo elmo normanno è ancora liscio e lucido senza nemmeno un’ammaccatura.

Fanciulle combattenti! (Foto di Michel Langrenez)

La città è deserta, perché nessuno si alza alle nove di sabato mattina. Qualcuno si affaccia quando lo svegliamo a suon di chiasso. Dietro di me camminano una banda di allegri compagni del XIV°, muniti di corni. Dopo i primi dieci minuti di marcia e squilli mi dico che prima o poi finiranno il fiato. Dopo venti minuti mi chiedo se sia vietato scatenare una rissa multiepoca durante la sfilata. Dopo quaranta minuti sono sorda e ho raggiunto l’atarassia.

La sfilata si snoda attraverso lavori in corso e strade semideserte. E’ più lunga dell’anno scorso, ma io non mi scompongo: ho fatto i miei esercizi ‘stavolta, l’armatura non mi pesa! Per lo meno, non per i primi tre quarti d’ora, poi la scoliosi mi riacchiappa. L’unica persona che ama il free-fight vichingo più di me è la mia osteopata.

Dopo aver attraversato parcheggi e cantieri ritorniamo senza fretta verso il punto di partenza. Davanti alla fattoria del parco ci schieriamo tutti in buon ordine. Vedo che gli alleati sono numerosi, e anche i soldatini della Wehrmacht. Accanto a loro, quelli della prima guerra mondiale, con le loro belle divise azzurre e un pugno di gente col pantalone zuavo rosso vivo. Pensare che davvero li mandavano in trincea vestiti così è buffo e tragico allo stesso tempo.

E proprio mentre mi sto trastullando con tristi pensieri (le mie vertebre bidone, l’assenza dei Cechi, l’Inutile Strage), un raggio di gioia fa capolino tra le nuvole: il sindaco non c’è! E’ a protestare per il taglio di fondi alla Giornata, il che vuol dire niente discorso, il che vuol dire birra. Rapida, dissetante birra!

Yay, sfilata finita, dov’è la mia birra? (Foto di Michel Langrenez)

Il “bicchiere dell’amicizia” è uno spettacolo da vedere. Una via di mezzo tra un crocevia della Storia e un bar di assetati. Mi pigio nella calca di gente di tutte le epoche. Alcuni dei miei compagni si sono accalappiati un tavolo e stanno parlando di fashion.

-Hai visto il fodero della sua spada? E’ una riproduzione fedelissima, roba di classe!

-Ah, ma gli stivali nuovi del Tale? Voglio in nome dell’artigiano, sono magnifici e anche stagni.

-Pensavo di farmi una tenuta da guardia variaga.

I variaghi, maledetti i servi di Bisanzio! Tutti vogliono essere Rus o variaghi, solo perché avevano vestiti fighi da morire e bellissime armi. Civette. Che ne è della sana e brutale sobrietà occidentale?

Che poi io non dovrei parlare, la mia armatura è chiaramente un modello orientale d’importazione.

I campi multiepoca sono in assoluto i migliori e i più ricchi in sense of wonder (Foto di Michel Langrenez)

Forse è il campo a essere più piccolo, ma quest’anno la partecipazione del pubblico pare intensa. Ritagliamo una lizza con pioli e corda e facciamo un po’ di dimostrazioni, a coppie o a squadre. Lo spallaccio destro della mia armatura si è staccato dopo che i lacci di cuoio hanno ceduto, ma non me ne preoccupo,. Nessuno sta cercando davvero di uccidermi, alla fine. Anche perché combattiamo in stile occidentale, ovvero niente colpi sugli avambracci o sotto i ginocchi, e niente brutalità gratuita. Che per come la vedo io è un po’ come andare dal vinaio per bere succo di frutta, ma pazienza.

Cominciamo con un giro di duelli. Quest’anno me la cavo meglio dell’anno scorso. Sono più forte e non ho lo stomaco in guazzabuglio. Sarà che a parte qualche sorso di palinka non ho bevuto praticamente niente, o che il mio stress è arrivato al punto massimo ed ha sconfinato nel “eh, fanculo”. Stringo lo scudo, carico. Sono più bassa e più sega ella stragrande maggioranza dei miei avversari, se non accorcio la distanza e non prendo l’iniziativa il gioco finisce subito.

Il capo all’opera, sulla destra. Combattere contro di lui è un po’ come farsi martellare in terra a mo’ di piolo (Foto di Marine Marcinow)

L’unico vero problema è che la mia armatura è troppo buona. Non mi accorgo per niente quando qualcuno mi colpisce. Il tipo deve dirmelo, o urlarmelo, perché puoi tarmi un colpo d’accetta nella pancia e non ci fare minimamente caso. Sull’elmo li sento di più, non fosse che per il fatto che ti par d’essere il batacchio di una campana di Notre Dame, ma funziona solo in duello. In gruppo tutti martellano sulla capoccia di tutti. Se tu prendessi una batteria di pentole, la schiaffassi in un bidone di metallo e la buttassi giù per le scale, avresti meno casino. C’è poi anche il fatto che quando c’è chiasso il centralinista nel mio cervello sfancula tutto e archivia ogni input sotto “rumore di fondo”.

Uno dei miei avversari è un tizio della compagnia vicina, quelli dei Tempi Antichi. Ha uno scudo che fa il doppio del mio, un tondo che lo copre dalle ginocchia al mento. E io non posso scalzargli le rotule. Potrei picchiarlo sulla capoccia, ma fa due spanne più di me. Checcazzo, odio le regole occidentali.

Mi ritrovo davanti a Einar. Prendo l’ascia danese questa volta. Lui ha scudo e spada. Colpisco in alto, per agganciare lo scudo. Lui deflette, attacca. Paro indietreggiando. Einar carica, ma si protegge male, vedo la sua pancia coperta di maglia. Gli punto l’ascia contro lo stomaco e lo spingo indietro con tutta la forza che ho, gli assesto un colpo sul fianco, un altro sull’elmo. A questo giro ho vinto io, e quasi non ci credo. Non avrei dovuto colpire in affondo, è pericoloso, è stato un riflesso. Einar non se ne lamenta, è uno sportivo.

Al secondo giro ha vinto Einar. (Foto di Marine Marcinow)

Dopo i duelli ci mettiamo in formazione. Tre scudi davanti e tre armi d’asta dietro. Io mollo lo scudo e la spada per un’ascia danese. E’ così leggera che mi sembra di avere per le mani un balocco di gomma. E’ troppo leggera, non mi piace.

Questo genere di scambi vanno alla svelta. Non ci sono abituata e ho difficoltà a coordinarmi coi miei compagni. Picchio l’ascia sullo scudo di un avversario, oltre la spalla di un compare. Aggancio il bordo, tiro. La mia ascia s’impiglia nella cinghia dello scudo. Il tipo tira, ed è più pesante di me. Cerco di liberare la lama ma di colpo sono sola. La mia squadra è tutta a terra. Oibò. Mi fanno fuori in pochi secondi.

Si riprova. A questo giro sono colpita da una pertica che fa ufficio di lancia nella nostra compagnia. Il tipo me lo deve urlare, perché con questa ferraglia addosso non sento niente.

Riformiamo, riproviamo, ma la schiena sta cominciando a darmi davvero tanta noia. Decido di lasciar perdere dopo altri 2-3 scambi. Mi sembra di avere dei chiodi nelle vertebre, la spalla sinistra mi brucia. Forse non dovrei fare questo sport, ma allo stesso tempo che ci guadagno a star riguardata? Non si guarisce dalla scoliosi, finirò vecchia gobba in ogni caso, tanto vale essere una vecchia gobba con dei bei ricordi da raccontare all’ospizio delle Mummie Indigenti.

Non siamo solo rudi predoni: le nostre ragazze sono abili artigiane e bravissime gioielliere. (Foto di Marine Marcinow)

Il campo è piccolo e chi è venuto sembra più in vena di calma e chiacchiere che di giochi e zuffe come l’anno scorso. C’è qualcosa di malinconico in tutto ciò, ma sono felice di essere venuta.

Il settore ’39-’40 è il più grande. I loro veicoli invadono la piana, dalle jeep ai cingolati ai camion. Un gruppo di napoleonici balocca con una mitragliatrice montata su un fuoristrada. Un soldato della Wehrmacht rivestito un’armatura della Prima Guerra Mondiale. I suoi ufficiali hanno intravisto un tizio del XIII° in lamellare e gli hanno ordinato di difendere l’onore del XIX° secolo. Ha un coperchio di marmitta per scudo e una pala per arma. Aspetto speranzosa in attesa della singolar tenzone, ma il tizio del XIII° si allontana senza accettare la sfida. Peccato.

Uno dei gioiellini in mostra. (Foto di Michel Langrenez)

Torno sui miei passi. C’è uno strano attruppamento intorno alle nostre tende. Accelero il passo. Pompieri e paramedici. Sono in mezzo alla lizza, chini su qualcosa o qualcuno. Ahia, brutto segno. Abbiamo ripetuto l’exploit di due anni fa? Ai tempi Einar fermò una dane axe con il pugno e si aprì la mano dalla nocca giù tra le ossa per 3-4 centimetri.

Quando mi accosto vedo le gambe di qualcuno steso a terra, poi il suo gambézon. E’ il gambézon dell’Affrancato. All’ospedale al suo secondo campo, che fortuna!

Mi avvicino. Il Cerusico è con loro, l’Affrancato si tiene una compressa sull’occhio sinistro. Merda.

-Cos’è successo?

Ygritte è lì accanto.

-Un colpo di lancia.- dice, scura in volto -La mia lancia.

Incidente classico. Lei lo ha colpito sullo scudo. Lui ha parato male e piegato il polso. La punta è scivolata sul legno dritta nella sua faccia. Per sua fortuna la lancia non è appuntita e Ygritte ha avuto la prontezza di deviare: alla fine il ferro non ha colpito il bulbo, ma il lato dell’orbita.

Abbiamo avuto un’incidente del genere anni fa, durante un duello. Il tizio con il long sax è scivolato e ha mulinato le braccia d’istinto. La punta del coltellaccio ha centrato l’occhiale dell’elmo di un compagno. Il Cerusico lo ha caricato su una jeep del ’45 e sono sbarcati all’ospedale vestiti da vichinghi. Una bella scena: un gigante con la faccia gonfia e un danese che apre il discorso con “mia stia a sentire, SONO UN MEDICO”.

Anche in quel caso siamo stati fortunati, il compare se l’è cavata con un terribile occhio nero.

-Quanti danni?- chiedo.

-Niente danni.- il pompiere alza appena la testa -L’occhio c’è ancora, è andata bene.

-Due anni fa abbiamo avuto una mano tranciata in due.

-E l’anno scorso una bambina si è aperta le mani con un opinel.

Aggrotto le sopracciglia.

-Eri qui l’anno scorso?

Il tizio sogghigna.

-Oh no, vi conosciamo per fama.

Gli hanno raccontato anche del naso aperto l’anno scorso. A quanto pare quando li briffano sottolineano “e poi ci sono questi tizi della compagnia Mykrfrl… Myrikrfrfrrr… Quelli col capo che sembra Sandor Clegane e con il corvo sulla bandiera, quelli! Tienili d’occhio”.

Quest’anno però non siamo noi, aha!

L’ambulanza arriva, i paramedici aiutano il ferito a rimettersi in piedi.

-Occhio a dove metti i piedi.- gli dice il suo capo.

-Riguardati.- fa un’altra.

-E’ stato un incidente.- rincara un terzo -Dovresti chiudere un occhio.

L’Affrancato non risponde.

-Su con la vita!- gli urlano dietro -Sarai guarito in un batter d’occhio!

Che cari. Con amici così, chi ha bisogno di nemici?

La notte scende sul campo. A tavola discutiamo di spese e equipaggiamento quando dall’altra parte della strada, nell’altra metà del campo, qualcuno inizia a sparare. E continua a sparare. Che combinano?

Attraverso la strada che taglia il campo. I lampioni sono spenti nel viale dall’altra parte. Nel buio distinguo delle sagome nascoste dietro gli alberi. Alcune hanno i pennacchi di napoleone, altre no, le si distingue appena.

Uno scoppio e una lingua di fuoco. Uscivano dalla canna di un moschetto. Un’altra fiammata risponde tra gli alberi, insieme al triste chink di chi è obbligato ad avere armi neutralizzate. Un’altra salva di fucilate tanto forti che le orecchie mi fischiano. Cavolo, deve essere deprimente avere canne piene di piombo quando i tuoi avversari possono sparare a salve. Io forse mi risolverei a fare BUM con la bocca piuttosto che sentire lo scattare del cane e nient’altro.

Una salva arriva da sinistra.

-Che fate!- urla una voce nel buio -Siamo dei vostri!

-Ops.

Fuoco amico! Ti ammazza lo stesso, ma con molta contrizione.

I botti continuano. La polvere da sparo è divertente. Ho sempre avuto un malsano debole per il fuoco e le esplosioni. A volte penso che mi piacerebbe praticare un periodo storico dove si spara. Poi mi ricordo che spesso queste compagnie non si picchiano in corpo a corpo. Se non posso arrivare a tiro di cazzotto non è divertente.

Botti e fumicaggine! (Foto di Michel Langrenez)

Intorno a un falò, altri soldati dell’Imperatore bevono insieme a gente del Secondo Impero. Molti sono facce conosciute. C’è anche il compagno Slivovitz. Non è il suo vero nome, ma non ricordo come si chiama. Ha vinto il soprannome durante una rievocazione di Austerlitz. A quanto pare della gente aveva portato della slivovitz, e il giorno dopo lui ha avuto qualche problema con il drill.

Artiglieria! Ho già detto che i campi multiepoca sono i migliori? (Foto di Michel Langrenez)

-E il sergente mi urlava Ma stai fermo!”.- racconta -E io lì che dicevo, ma sei te che giri, sergente, giri giri giri…

Insomma, è stato un campo molto tranquillo, niente assalto al campo degli Alleati, niente mirabolante impresa. Sono anche rimasta sobria per la totalità del tempo, che non mi succedeva da quando avevo 14 anni.

Un po’ mi dispiace, un po’ mi dico che andava bene così. Dopo tutte le mazzate nei denti degli ultimi mesi, un po’ di bonaccia mi ha anche fatto bene.

Peraltro ho scoperto che lo spallaccio alla fine è utile, anche se non stanno cercando di ucciderti per davvero. Sono tornata a casa con un livido così grosso che per due settimane non sono riuscita a dormire sul fianco. La prossima volta porterò dei lacci di ricambio!

Continuo a non capire com’è che la rievocazione non sia più popolare. Ma hey, ognuno ha diritto di sciupare la sua esistenza come meglio crede.

MUSICA!

Ringrazio un sacco Michel Langrenez e Marine Marcinow, che mi hanno lasciato usare le loro fotografie. Sono splendide!

Illustri sconosciuti: Fujiwara no Sumitomo

Il sole è tornato, la fine dell’anno si appropinqua, e sto navigando nella merda senza terra in vista. Ergo mi sono detta che poteva essere à propos dedicare il primo articolo di giugno a un altro navigatore sventurato: Fujiwara no Sumitomo.

E’ uno di quoi momenti…

Sumitomo è considerato il capo di una delle principali rivolte dell’epoca di Heian e uno dei più acerrimi nemici della Corte. Eppure, per ragioni a me ignote, Sumitomo non se lo fila nessuno. Granted, non è simpatico come altri grandi ribelli della storia giapponese, ma resta degno di nota. A tutti piacciono i pirati no? Eppure, a parte essere citato di sfuggita in diversi saggi nel capitolo “Immagino sia obbligatorio accennare a questo tizio”, ho scovato solo DUE saggi specializzati su di lui. Bizarre, bizarre.

Il contesto

La zona del Mare Interno

Prima metà del X° secolo. Il Giappone attraversa un periodo di carestie ricorrenti ed epidemie disastrose. Malnutrizione e povertà sono conseguenze immediate di questi fenomeni, seguite a ruota da fuga dalle campagne, insubordinazione civile, aumento del crimine.

Il Mare Interno, vicino alla regione della Capitale, beneficiava di una situazione più stabile e di un’agricoltura più sviluppata rispetto ad altre zone come le lande orientali, con un tenore di vita mediamente più alto. Ciò nonostante, la zona annoverava anche le famiglie più povere del Paese, pigiate sulle coste a vivere di sale e pesca.

Il Mare Interno era anche un centro importantissimo per il commercio domestico e internazionale. Il porto di Hakata era un punto d’approdo per mercanti del Continente. Beninteso, il commercio internazionale era scarso e strettamente controllato dal Governo. L’arrivo e permanenza dei mercanti stranieri era supervisionato dal Dazaifu, il Governo militare di Kyūshū, situato nel nord dell’isola. Qui si faceva un inventario della mercanzia e lo si spediva alla Corte, che aveva diritto di prelazione. Una volta che i sacrés ci-devants avevano finito di fare la spesa, i mercanti potevano trattare con altri sudditi.

Con l’inizio del X° secolo gli scambi col Continente furono ridotti. Le provincie di Buzen e Nagato continuarono a fare un po’ di commercio nero, finché nel 911 il Governo non diede un giro di vite a cattivo: ridusse il numero di navi straniere autorizzate ad attraccare e proibì ai propri sudditi di lasciare il Paese.

Ora, il Mare Interno è sempre stato un posto da pirati, che potevano allungarsi lungo il fiume Yodo fin nella provincia di Yamashiro, ma queste bande non avevano mai rappresentato una minaccia seria. Troviamo un sacco di riferimenti alla loro esiziale presenza nel IX° secolo, ma siamo onesti: la Capitale non aveva né mura né fortificazioni degne di questo nome. Se queste bande fossero state numerose e capaci, i danni sarebbero stati molto maggiori.

Come si può immaginare, dopo la stretta sul commercio estero, il Mare Interno era diventato ancora più importante, un centro pulsante di commercio domestico. Ora, trasporti e traffici erano gestiti da clan locali legati per clientelismo a delle famiglione di Corte, tipo i Fujiwara. Come tutto il resto della vita economica, amministrativa e politica del Paese, durante l’epoca di Heian i legami di dipendenza personale presero un posto sempre più grande. In altre parole, via queste famiglie locali, il commercio e i trasporti erano di monopolio degli alti aristocratici. Secondo Matsuhara una delle ragioni di conflitto che spingevano gli uomini al saccheggio e alla pirateria era proprio questa offensiva del settore privato nella vita economica del Mare Interno.

Questa zona e la penisola di Kii erano il territorio di caccia favorito di questi gruppi. Impiegavano navi da pesca e da trasporto, robette a vela singola e remi, con una capacità di circa 27 tonnellate quando andavano bene.

Ve lo dico subito: la marina giapponese fa e farà piangere i gattini fino al XIII° secolo almeno. Ora, notiamo un cambiamento tra il IX° e il X° secolo, non riguardo alle navi, ma riguardo alle ciurme : mentre nel IX° la maggior parte era composta da criminali occasionali che lavoravano nei trasporti, più una massa di pescatori e morti di fame, quelli del X° erano, almeno in parte, dei toneri.

Cosa sono i toneri?

Energumeni della provincia impiegati dal Governo, di solito nelle sei Guardie. Queste bande, più addette alla prevaricazione e il casino gratuito che al mantenimento dell’ordine pubblico, erano in teoria incaricate di gestire la sicurezza e la logistica della levata delle tasse destinate alle Guardie. Costoro, come la maggior parte degli uomini in questo periodo, erano invischiati in una rete di clientelismo, che complica sempre le cose.

Il clientelismo e i legami di dipendenza privata generano impunità, e l’impunità è una minaccia all’ordine pubblico. Sicuro come la morte, questi uomini delle provincie erano spesso in conflitto con le autorità locali, forti della protezione dei loro patroni privati.

Nei primi due decenni del X° secolo la Corte aveva cercato di risolvere il problema di questi toneri turbolenti prima assegnandogli dei lotti di risaie per rimetterli all’agricoltura, poi scaricando il barile sulle spalle degli zuryō (governatori di provincia dalle competenze militari accresciute). Nessuna delle due strategie funzionò.

E’ in questo contesto che emerge Sumitomo, uno dei più scellerati nemici dello Stato. O così pare.

Sumitomo era un rampollo di nobile famiglia, i Fujiwara, no less. Suo padre Yoshinori era nipote dell’Imperatrice, cugino del giovane imperatore Yōzei e di Tadahira. Fujiwara no Tadahira fu uno dei politici più influenti del periodo e, ai suoi tempi, l’uomo più potente del Giappone (nonché Reggente degli imperatori Suzaku e Murakami).

Alberi genealogici! Tutti amano gli alberi genealogici!

Yoshinori non apparteneva al ramo dominante, ma seguì una carriera più che onorevole: ottenne il quinto rango, fu funzionario della Casa dell’Imperatrice, Ciambellano e governator della provincia di Suō.

Tutto molto bello, non fosse che nel frattempo il capo dei Fujiwara d’allora, padre di Tadahira, fece deporre l’Imperatore Yōzei. Pare che il sovrano fosse un matto da catena e che ci fosse un omicidio di mezzo. Ad ogni modo Yōzei e sua madre furono messi da parte.

Una decina d’anni dopo (895), Yoshinori fu spedito a Kyūshū come Aggiunto minore del Dazaifu con la missione di cacciare dei pirati coreani. Secondo Shimomukai, Sumitomo, che all’epoca doveva avere una decina d’anni, lo accompagnò in missione per farsi le ossa.

Le cose non finirono bene: Yoshinori mollò la funzione in anticipo e non fu ricompensato per il proprio impegno (peraltro infruttuoso). Morì poco dopo, seguito nella tomba dal padre, il nonno di Sumitomo.

La disgrazia di Yōzei e la morte prematura del padre e del nonno lasciarono il giovane Sumitomo senza protezione o appoggi politici. Suo fratello minore se la cavò abbastanza bene, ma lui rimase senza rango e senza funzioni di prestigio. Uno smacco duro da accettare.

Non sappiamo cosa combinò nei trent’anni seguenti la morte del padre. E’ possibile che abbia esercitato delle funzioni militari, tipo il takiguchi (guardia personale dell’Imperatore), ma non possiamo esserne sicuri. E’ anche possibile che sia stato impiegato nella Casa di uno dei figli dell’Imperatore Daigo.

Sumitomo ricompare nei radar nel 932, quando viene nominato Funzionario di terza classe della provincia di Iyo e messo ad assistere Fujiwara no Motona, il cugino più giovane del suo defunto padre. E’ probabile che Motona stesso lo avesse raccomandato in nome delle sue competenze tattiche, dacché Motona era uno zuryō e aveva una missione precisa: risolvere un nuovo, recente rigurgito di pirateria nel Mare Interno, faccenda che stava minacciando il monopolio Fujiwara sui traffici marittimi.

Tre anni passarono senza che i due riuscissero a ottenere un risultato decente. Nel 935, Motona e Sumitomo tornarono alla Capitale con le pive nel sacco. Motona continuò la sua carriera con un governatorato, Sumitomo beneficiò di qualche pacca sulla spalla, un “le faremo sapere” e fu spedito a spasso senza ricompense.

La delusione

Lo ritroviamo di nuovo un anno dopo, nella provincia di Settsu, alla testa di una flotta di loschi figuri. Secondo lo Honchō seiki, aveva ricevuto l’ordine (senji) di tornare nel Mare Interno e spianare un po’ di pirati. A questo giro, Sumitomo risolse parte del problema arruolando una percentuale di detti pirati nella propria banda.

L’operazione fu un successo: senza troppo bisogno di martellar capocce, Sumitomo e il governatore di Iyo, Ki no Yoshito, trovarono una soluzione diplomatica. La maggior pare dei pirati, tra cui una trentina di capibanda di rilievo, si arresero senza combattere. Furono amnistiati e furono assegnate loro delle risaie.

Tutto sembra calmarsi, fino a tre anni dopo, quando Yoshito scrive alla Corte per avvertirli che Sumitomo ha di botto preso il mare coi suoi uomini. Non dice con quali intenti (Yoshito era amico di Sumitomo e cercherà di coprirlo fino alla fine), ma avverte che la cosa ha gettato un po’ tutti nello scompiglio.

Non si sa bene cosa intenda Yoshito con “prendere il Mare”. Per alcuni si tratta del Mare Interno, per altri Sumitomo si stava dando allegramente al contrabbando, in barba ai regolamenti di Corte. E’ probabile. Di certo aveva un dente contro il Governo, dato che, dopo anni di onorato servizio, non aveva ancora visto l’ombra di un riconoscimento. Sumitomo era rampollo della famiglia più potente del Giappone, i suoi zii e cugini erano tutti Alti Dignitari. Doveva bruciargli, e tanto.

Secondo il Sumitomo tsuitōki, Sumitomo aveva lanciato la sua flotta pirata con puri intenti criminosi. La voce era arrivata nella regione della Rivolta di Masakado, il più grande sollevamento guerriero del secolo, nelle regioni orientali. Con un casino del genere all’Est, quale momento migliore per rosicchiare la Corte a ovest?

In realtà è molto dubbio che Sumitomo fosse di persona implicato in attività troppo aggressive, ma di certo questo ragionamento era stato fatto da alcuni dei suoi compagni, ed era solo una questione di tempo perché anche il Mare Interno fosse coinvolto nel casino.

In seguito a questa misteriosa partenza, una serie di misteriosi incendi scoppiarono nella Capitale. Colposi? Dolosi? Il Sumitomo tsuitōki suggerisce che fossero opera di gente di Sumitomo, che da tempo aveva un programma piromane in testa.

Si tratta probabilmente una bufala, gli incendi erano quasi di sicuro accidentali.

La rivolta

Sumitomo in azione

La situazione cambiò di botto quando il Governatore di Bizen, Fujiwara no Sanetaka, decise di lasciare il suo posto senza preavviso e precipitarsi alla Capitale. A quanto pare, aveva avuto vento di un attacco piromane preparato dai pirati contro la città e stava cercando di dare l’allarme.

Non sappiamo di preciso queli informazioni avesse Sanetaka, perché fu intercettato: alle sue calcagna c’era infatti un uomo chiamato Fujiwara no Fumimoto. Non si sa bene che rapporto avesse costui con Sumitomo. Amici, colleghi, alleati?

Fumimoto e i suoi riacchiapparono Sanetaka e famiglia nella provincia di Settsu, sul finire dl 939. I ragazzi furono uccisi, la moglie stuprata e rapita. A Sanetaka furono mozzate orecchie e naso e fu lasciato andare. Che tornasse pure alla Capitale a raccontare e sue storie: febbre e cancrena si sarebbero prese cura di lui.

Uno dei seguaci di Sanetaka era riuscito, intanto, a dare l’allarme alla Capitale. Quel giorno i nobili scoprirono di avere una nuova rivolta pirata sotto casa e non solo. Un altro messaggero era arrivato il giorno stesso, questo qua dalle lande orientali: a Est, Taira no Masakado si stava mangiando una provincia dietro l’altro manco fossero biscotti. La Corte si trova con due rivolte a tenaglia. Sarebbe stata il vaso di coccio tra i due di bronzo?

Il Governo nominò in fetta e furia Ono no Yoshifuru come tsuibushi del circuito del San’yōdō.

Che vuol dire? Spiego.

“Tsuibushi” è una funzione “extra-codale”, trattata con più dettaglio in questo articolo. Si tratta di una carica militare temporanea conferita a un aristocratico e che dava autorità sui guerrieri di un Circuito (insieme di provincie).

E’ interessante notare che la provincia di Iyo NON fa parte del circuito del San’yōdō su cui Yoshifuru aveva autorità. Secondo autori come Shimomukai, questo significa che, a questo stadio, la Corte non considerava il buon Sumi come il capo della rivolta.

Tre spiegazioni principali si presentano:

Sumitomo era protetto dalla parentela di sangue che lo legava agli uomini più potenti del Paese (nel qual caso il legame di sangue presso l’aristocrazia del Kinai si avvererebbe particolarmente solido e vigoroso, a differenza del legame di sangue nei gruppi guerrieri orientali);

Sumitmo non c’entrava davvero niente e a capitanare i black-bloc del Mare Interno era Fumimoto;

E’ possibile che Sumitomo sia stato protetto almeno in parte da Yoshito, con cui pare avesse mantenuto un rapporto di sincera amicizia.

Quello che pare sicuro è che, dopo questa bravata, Fumimoto chiese aiuto al suo compare Sumitomo, che scrisse a Tadahira per dire che Sanetaka se l’era cercata e che, se volevano la pace e l’agio di difendersi dal ribelle orientale, dovevano scendere a patti. I pirati non chiedevano molto, solo ricompense degne per il loro apporto durante la pacificazione del 936.

Il ricatto parve funzionare: il primo mese del terzo anno dell’era Tengyō (940) la Corte concesse delle funzioni di sottufficiali a Fumimoto e due dei suoi scherani (che si presume furono subito arruolati contro i ribelli orientali). Quanto a Sumitomo, la Corte gli assegnò il V° rango, facendone ufficialmente un membro dell’Alta Aristocrazia.

Ora, i ribelli del Mare Interno non erano ben coordinati come ci si potrebbe aspettare. Nei giorni che corsero tra la decisione della Corte e la consegna dei diplomi di rango e funzioni, Fumimoto pensò bene di occupare l’attesa flagellando la flotta lealista della provincia di Bitchū.

Quanto a Sumitomo, ricevuto il diploma pensò bene di raccattare i suoi e presentarsi alla Capitale. Proprio negli stessi giorni scoppiò una serie di bizzarri incendi, mettendo le autorità sul chi-vive. Incidenti o incendi dolosi? Molto probabilmente la prima. Non erano fenomeni rari e nel diario di Tadahira sono definiti “fortuiti” (jikka). Fatto sta che quando Sumitomo arrivò a Kawajiri, nella provincia di Settsu, fu accolto da porti chiusi e guerrieri incazzati. Senza far scandalo, il nostro optò per un discreto ritorno a Iyo.

E’ importante notare che Ono no Yoshifuru non aveva ancora ricevuto l’ordine di avanzare contro i pirati, ma la sua nomina a tsuibushi non era stata revocata. Insomma, al Governo ci credevano un sacco in questa faccenda del compromesso coi pirati.

A ciò si aggiunge il fatto che, lo stesso giorno in cui Sumitomo aveva picchiato il naso sul porto sbarrato di Kawajiri, la Corte aveva ricevuto una lettera dall’Est: Masakado era stato freddato da una freccia. I ribelli orientali si stavano sgretolando, il fronte era assicurato, e ora la Capitale aveva tutto l’agio di sistemare i ribelli del Mare Interno. Ecco perché non bisogna mai fidarsi dei nobili.

Per spezzare una lancia in favore degli aristocratici, bisogna dire che gli amici di Sumitomo non erano proprio persone affidabili. Mentre quest’ultimo si era messo in viaggio verso Heian, due dei suoi bravi avevano ripreso raids e saccheggi ad glandus segugi. E’ chiaro che, se a un certo punto Sumitomo può essere considerato “capo” dei pirati, di certo la sua presa sulle bande armate era labile.

Il sesto mese del 940, la Corte diede infine l’ordine a Yoshifuru di avanzare. All’inizio gli andò bene: marciò attraverso Bizen, Bitchū e Bingo, costringendo Fumimoto a ripiegare in Sanuki. Tuttavia, il 18 dell’ottavo mese, Sumitomo, che si era tenuto fuori dal casino, decise di ributtarsi nella mischia. Secondo il Sumitomo tsuitōki era alla testa di 400 navi! (O barche. Hum…) Secondo Shimomukai, lo scopo dell’operazione era fare talmente tanti danni da costringere la Corte a trattare.

Sta di fatto che fece polpette della flotta lealista di Bingo e Bizen, e prese il controllo di Iyo e Sanuki. Yoshifuru dovette ripiegare su Harima. In compenso, verso la fine dell’ottavo mese, la sua sfera di autorità fu allargata anche al circuito del Nankaidō, in cui era compresa (surprise!) la provincia di Iyo.

E’ durante questa fase che il nome di un generale in seconda dell’esercito imperiale emerge: Minamoto no Tsunemoto, il fondatore della famiglia guerriera dei Minamoto! Esatto, è l’antenato di Yoritomo, cheers!

Frattanto, nel Mare Interno, la flotta del governatore di Sanuki era stata spazzata via. Sumitomo saccheggiò il governo provinciale di Awa e andò a becchettare le coste della penisola di Kii. Secondo il Sumitomo tsuitōki, la sua flotta contava ormai 1500 navi. Che pare tanto, granted. Sempre prendere le cifre con le molle. Quella che pare un’informazione sicura è il nome del suo “ammiraglio”: tale Fujiwara no Tsunetoshi.

Tsunetoshi era un tattico molto abile e un uomo accorto: la rivolta non poteva durare all’infinito, la Corte aveva le mani libere per contrastarla e non sarebbe scesa a patti. Probabilmente capì che era solo questione di tempo prima che la bilancia cominciasse a pendere dalla parte sbagliata, e mollò Sumitomo per riarruolarsi subito con lo sconfitto governatore di Sanuki.

Può parer strano lasciare un capo all’apice della gloria per un altro che ha appena perso. Soprattutto se ha perso per colpa tua. Ma Tsunetoshi sapeva di essere indispensabile, e sapeva che sul lungo periodo la Corte aveva più probabilità di prevalere. Seguendo l’antico principio di “combatti solo guerre vinte”, cambiò bandiera e guidò con successo un attacco alla base dei suoi ex-compagni. E’ grazie a lui se Sanuki tornò nelle mani del Governo.

In Sanuki Tsunetoshi fu raggiunto da Yoshifuru e insieme partirono contro Iyo e il grosso della flotta ribelle. La flotta lealista tagliò attraverso i pirati come un coltello nel burro, disperdendone la maggior parte. Ma non era finita: Sumitomo e Fumimoto erano sempre vivi e avevano ancora abbastanza energia per far danni. Grossi danni.

La progressione del conflitto. Nellla legenda a destra, le provincie toccate nel 2°, 3° e infine 4° anno dell’era Tengyō

Quel che restava della flotta ribelle si lanciò in una corsa frenetica al saccheggio sulle coste del Mare interno, spingendo verso ovest. Annientarono la flotta dello tsuibushi del Dazaifu e saccheggiarono la zecca della provincia di Suō. Non solo: il distretto di Hata, nella provincia di Tosa, fu messo a ferro e fuoco.

Dopo questo slancio distruttivo, i nostri bucanieri spariscono dai documenti. Per qualche mese non abbiamo più notizie (si erano nascosti?), ma risaltano fuori il quinto mese del quarto anno di Tengyō (941), quando Yoshifuru avverte la Corte che Sumitomo ha saccheggiato niente meno che la sede del Dazaifu, rastrellato un numero imprecisato di persone e che ha poi rivenduto come schiavi.

L’attacco al Dazaifu fu l’ultimo momento di gloria di Sumitomo: il 20 del quinto mese Yoshifuru lo riacchiappò nel porto di Hakata e lo fece a pezzi. La repressione dei fuggiaschi prese ancora settimane, ma la battaglia di Hakata fu la fine della grande rivolta dei pirati del Mare Interno.

Sumitomo e suo figlio riuscirono a sfuggire alla cattura e tornarono in Iyo. Sumitomo sperava forse di potersi nascondere, o forse voleva chiedere protezione a qualcuno. Sta di fatto che il 29 del sesto mese fu catturato insieme al ragazzino. Non ci fu nessun giudizio, entrambi morirono prigionieri poco tempo dopo.

Fumimoto e i suoi fratelli erano a loro volta riusciti a scappare, ma arrivati in Tajima un vecchio amico li denunciò ai lealisti, che li presero e li scapitozzarono senza troppe cerimonie.

Così si concluse la rivolta pirata più grande del periodo di Heian. Purtroppo abbiamo pochi dettagli sui tipi di legami che univano questi uomini o sulle loro motivazioni ultime. Quel che è certo è che il sollevamento non aveva una strategia uniforme e che molte delle bande erano tenute insieme da legami relativamente labili. All in all, la Corte riuscì ancora una volta a usare un ladro per acchiappare un ladro: sia durante la pacificazione di Ki no Yoshito che durante la rivolta di Sumitomo, il grosso del contributo militare fu portato da gente che aveva cominciato la stagione dalla parte dei ribelli.

That’s all for today, folks!

MUSICA!
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Bibliografia

HALL John Whitney , Government and Local Power in Japan, 500 to 1700, Princeton University press, Princeton, 1966, p. 66-154

HERAIL Francine, Histoire du Japon des origines à la fin de Meiji, Aurillac, Publications Orientalistes de France, 2006, p. 105-168

HERAIL Francine, Gouverneurs de province et guerriers dans les Histoires qui sont maintenant du passé, Paris, De Boccard, 2004

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FARRIS William Wayne, Japan’s medieval population: Famine, fertility and warfare in a Transformative Age, Honolulu, University of Hawaii Press, 2006, p. 1-11

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TURNBULL Stephen, Pirate of the Far east, 811-1639, Oxford, Osprey Publishing, 2007

In Giapponese

KAWAJIRI Akio, Nihon no rekishi, Heian jidai: Yureugoku kizoku shakai, tome 4, Tōkyō, Shōgakukan, 2008

KITAYAMA Shigeo, Ōchi seiji shiron, Tōkyō, Iwanami shōten, 1970, p. 1-205

MATSUHARA Hironobu, Fujiwara no Sumitomo, Tōkyō, Yoshikawa Kōbunkan, 1999, p. 1-212

SHIMOMUKAI Tatsuhiko, Monogatari no butai wo aruku Sumitomo tsuitōki, Tōkyō,Yamakawa, 2011

SHIMOMUKAI Tatsuhiko, Bushi no seichō to insei, Tōkyō, Kōdansha, 2001, p. 1-127

Fonti antiche

FUJIWARA Tadahira, Teishin kōki, Tōkyō, Iwanami shōten, 1956, p.2-209

Comité IWAISHISHI HEN, sous la direction de FUKUDA Toyohiko, Taira no Masakado shiryōshū ; Fujiwara no Sumitomo shiryō, Tōkyō, Shin jinbutsu ōraisha, 2002, p. 113-155

KUROITA Katsumi, Kokushi taikei, volume 12 (Fusō ryakki ;Teiō hennenki ) , Tōkyō, Yoshikawa Kōbunkan, 1943, p. 211-219 ; 239-240

Genpei 1.1: Yoritomo

Bentornati in questa landa di sconforto e recriminazioni. Si torna a parlare di storia giapponese e di pestaggi medievali. Cheers.

La mia vita in questi ultimi giorni

Per chi si fosse perso le puntate precedenti… si vada a leggere gli articoli (qui, qui, qui).

Riassumendo, la Corte è controllata in questo stadio da Taira no Kiyomori, un guerriero, il primo militare a prendere il potere in secoli. L’ascesa era stata lunga e sanguinosa, e per quanto il clan Taira potesse vantare ricchezza, alleanze e potere, la loro autorità non è accettata da tutti.

In particolare non era accettata dalla nobiltà civile, scalzata dalla punta della piramide. A nessuno piace ruzzolar giù lungo il cateto, specie se da tre secoli la gente ti mantiene per comporre poesie, scrivere romanzi e scopare a destra e a sinistra.

Oh, e mantenere l’equilibrio divino tra Cielo e Terra o qualcosa del genere, anche.

Il Principe Mochihito è uno degli scontenti, tanto da decidere di scrivere un bel proclama contro la dittatura Taira, sostenuto in questo da un loro ex-alleato, Minamoto no Yorimasa.

Pessima idea.

Kiyomori avav schiacciato la ridicola rivolta in meno di niente. A scanso di rischi, aveva impacchettato il Primo Imperatore Ritirato Goshirakawa e il Nuovo Imperatore Ritirato (o, a dire invero, l’Imperatore Abdicato) Takakura e li aveva allucchettati accolti come onorati ospiti nella sua piazzaforte di Fukuhara.

Quanto all’Imperatore in carica, si tratta di Antoku, l’Imperatore bambino, figlio di Takakura e di una delle ragazze Taira. In altre parole, Kiyomori non solo tiene in pugno le cariche più alte dello Stato, ma è il nonno del Figlio del Cielo.

La fregatura però era nell’aria. Orribili presagi si susseguono. Nello Heike monogatari si racconta:

Un bel mattino, allora che il Religioso Ministro [Kiyomori] aveva lasciato la sua alcova, aperto la porta e gettato uno sguardo nel giardino, lo aveva trovato pieno di teste di morto. che cozzavano e urtavano l’una contro l’altra, quelle che erano sui bordi rotolavano verso il centro e facevano, picchiando tra loro, un fracasso formidabile. Allora il Religioso Ministro chiamò:

“C’è nessuno?  C’è nessuno?”

Ma nessuno venne. La moltitudine di crani si agglomerò in un solo blocco che occupava l’intero giardino, come una montagna di 14 o 15 tese d’altezza. E su questa testa enorme mille e diecimila occhi si schiusero come occhi di uomini vivi che fissavano il Religioso Ministro senza sbattere le palpebre.

E’ ovviamente un artificio letterario, ma come l’incubo di un paranoico non è male, no?

Ad ogni modo, i Taira hanno la Capitale in tasca. Tutto molto bello, non fosse per un piccolo dettaglio: nella sua ascesa al potere Kiyomori ha fatto tre piccoli sbagli sbagli. Questi sbagli hanno dei nomi: Yoshitsune, Noriyori e Yoritomo.

Nella sua ascesa, Kiyomori aveva avuto cura di sterminare i suoi nemici sconfitti (con particolare riguardo per il ramo principale dei Minamoto), ma non aveva finito il lavoro.

Pessima idea. Mai risparmiare i bambini.

Yoritomo aveva dodici o tredici anni quando suo padre e i suoi fratelli erano stati uccisi, Yoshitsune succhiava ancora le tette di sua madre.

Privato del proprio rango, dei propri beni e del proprio futuro, Yoritomo era stato impacchettato e spedito nella provincia di Izu, nell’Est, sotto la responsabilità di tale Hōjō Tokimasa.

Gli Hōjō sono un ramo del clan Taira. Non deve sorprendere il fatto che ci fossero stati dei matrimoni tra loro e i Minamoto: ricordo che questi sono praticamente tutti parenti tra di loro alla vicina o alla lontana (è il bello delle guerre civili, stai sempre tradendo il sacro legame che hai con qualcuno, quale che sia il campo che scegli).

Si tratta una famiglia di mezza tacca, rannicchiata nella provincia di Izu, con un’influenza molo relativa. Raccattano qualche briciola all’ombra delle altre famiglione guerriere del Bandō, gente importante come i Miura o i Chiba.

Il Giappone. Izu è la seconda penisola meridionale a partire da destra.

Tokimasa non è nemmeno il capo ufficiale degli Hōjō! Il suo soprannome, Shirō, fa supporre che fosse il quarto figlio. Ergo un cadetto di una famiglia di mezza tacca condannata alla mediocrità.

E poi arriva Yoritomo. E’ l’erede del ramo principale dei Minamoto, il fiore dell’aristocrazia guerriera, discendenti da nientemento che l’Imperatore Seiwa (o così pare, ma della diatriba sull’ascendenza dei Seiwa-Genji parleremo un’altra volta!). Tutto quello che gli resta è il prestigio, e il prestigio è tutto quello di cui Tokimasa ha bisogno, almeno all’inizio.

Tokimasa ha una figlia, Masako. La bambina ha dieci anni meno di Yoritomo, ma tanto il ragazzo può aspettare. Dopotutto non ha molte altre opzioni se non tenere profilo basso e aspettare che i Taira si dimentichino di lui. Yoritomo cresce, Masako cresce, si sposano.

Masako è una delle donne più notevoli che il Giappone abbia annoverato e da sola potrebbe rappresentare l’incarnazione stessa del guerriero: nessuna pietà per se stessa o per il prossimo, nessuna esitazione, nessuna crudeltà superflua, e una purezza d’intenti da far sanguinare un Impero.

Gli anni passano, Yoritomo si adatta a Izu. A vegliare su di lui, Tokimasa e Hiki no Ama, la sua balia. Questa donna non appare praticamente mai di persona intenta a fare qualcosa, ma i suoi ventordicimila parenti saranno molto attivi nella protezione di Yoritomo. Mentre leggevo il saggio di Uesugi, Hiki no Ama mi appariva meno come una donna e più come una specie di sciame composito di uomini pronti a intervenire non appena il suo pupillo era in pericolo. Vero che le balie hanno giocato un ruolo molto importante nella storia politica giapponese (come le madri), ma Hiki no Ama è speciale.

Anche con l’aiuto di Madama Ama e di Tokimasa, Yoritomo non può comunque far molto a parte allargare la sua rete di conoscenze e possibili alleati. Dopotutto è il figlio di un traditore, deve essere grato a Kiyomori per avere ancora una testa sul collo, non può vendicarsi. Nel 1180 Yoritomo ha la trentina, una moglie capace, una cerchia di fedeli, sostenitori affidabili e pieni di risorse, ma gli manca la cosa decisiva indispensabile alla rivalsa. Yoritomo non ha legittimità.

La legittimità è una faccenda seria, e lo era in particolar modo in Giappone. Come ogni fenomeno sociale, la guerra ha una forte dimensione psicologica. Per vincere, bisogna combattere una guerra giusta.

Ma cosa significa “guerra giusta”?

C’è chi ci si è alambiccato per secoli, tipo i cristiani, che a ogni botta dovevano trovare complicati cavilli per conciliare “spacca il culo a chi ti intralcia” con “porgi l’altra guancia”. In Cina la faccenda era più semplice: chi ha il favore del Cielo vincerà, se ti va bene vuol dire che il Cielo è dalla tua. In altre parole, per i cinesi “chi vince ha ragione”.

Per i giapponesi la sola guerra giusta era la guerra legale, ovvero quella ordinata dall’Imperatore. In altre parole, il più forte ha ragione fino al punto in cui non fa incazzare troppo gli aristocratici. Col passare dei secoli e la crescente distanza tra la Capitale e la Provincia, questo si ridusse a cose molto pragmatiche: finché i convogli di tasse arrivavano e che i guerrieri non bruciavano troppi campi in rappresaglia, la Corte era molto tollerante. Come dice Friday, la reazione più comune alla notizia “OSSANTIDEI C’E’ UNA FAIDA DA 2342354 MORTI” era “boys will be boys“.

Far imbizzarrire a cattivo la Corte era rischioso: se venivi dichiarato ufficialmente un “ribelle” (qualcuno che ha commesso “tradimento verso lo Stato”, muhon), ogni tutela legale o sociale nei confronti tuoi e dei tuoi uomini svaniva. Non solo chiunque aveva diritto di saltarti alla gola, ma ne aveva il dovere.

Questo potere, che la Corte usava con cautela, si chiama detenere la legittimità. Come faceva una classe di gente tanto erudita quanto inutile a possedere una leva del genere? Gli storici non hanno ancora trovato una spiegazione soddisfacente. Nel mondo normale avrebbero dovuto sfasciarsi in dodici ore, in Giappone sono durati secoli.

La mia personale interpretazione è che i guerrieri avevano bisogno di una scusa per non scatenare una guerra civile senza fine. Nessuno aveva il fiato di vincere, ma tutti avrebbero dovuto combattere. Era un meccanismo di sopravvivenza accettare una chiave di volta.

In più, gli alti dignitari e la Casa Imperiale detenevano un’aura sacrale non indifferente. Un Imperatore poteva essere strapazzato, preso ostaggio, costretto ad abdicare o esiliato, ma non si ammazza un imperatore in carica. Non si può!

Sarà Masako a sferrare il fendente definitivo alla santità dei cortigiani, ma non siamo ancora a quel punto, e tutto sommato è un’altra storia.

Nella sua base in Izu, Yoritomo riceve la lettera di un Principe Imperiale il quarto mese del quarto anno dell’era Jishō (1180).

Dopo anni passati a “Cucire, ricamar, far la calzetta” (cit. oh dai, davvero non ci sono melomani in sala? Suvvia, gente!), dicevo, dopo anni si apre finalmente una possibilità: un Principe Imperiale gli ha appena mandato la tanto agognata legittimità, nero su bianco.

Con quella in mano, Yoritomo può azionare le sue leve politiche. Dopotutto i Minamoto avevano un sacco di tentacoli nella zona: Tametomo, zio di Yoritomo, era stato spedito in Izu in esilio (avendo cura di slogargli ambo le spalle prima. Ouch). In Sagami si trovavano altri due partigiani di Yoritomo, uno dei quali figlio di un Miura. Il tutto senza contare la famiglia acquisita di Madama Ama in Musashi.

Nel 1180 Yoritomo si trova preso tra due fuochi: un un lato la prudenza (il potere Minamoto è ridotto a un’ombra di quel che era), dall’altro l’azione. La scelta non è facile. Tra gli uomini che più lo pressano per scatenare una guerra c’è un frate: Mongaku.

Mongaku, perfettamente catturato dall’arte di Toyohara Kunichika

Mongaku era stato da giovane un guerriero della famigli Watanabe di Settsu. Si era rasato la capoccia quando aveva capito che uccidere con la spada è da fighette: uccidere con lo sfrangiamento di testicoli è molto più hard-core. Si era prontamente messo a stalkerare l’Imperatore Ritirato Goshirakawa e a macinargli le gonadi per fargli ricostruire il tempio di Jingo. Esasperato, Goshirakawa lo aveva esiliato in Izu, sperando di esserselo tolto dai piedi per sempre. Aha.

Non avendo più il vecchio Goshirakawa sottomano, Mongaku aveva raccattato un teschio ed era andato dritto da Yoritomo. Vent’anni prima, quando il giovane Minamoto non aveva ancora ammazzato nessuno e Mongaku aveva ancora i capelli, i due avevano lavorato per la stessa dama, quindi è probabile che si conoscessero. Secondo me no, altrimenti Yoritomo non avrebbe mai aperto l’uscio a questo conclamato rompiscatole.

-Questo è il teschio di tuo padre!- bercia Mongaku, che fosse la verità o meno era del tutto ininfluente -E’ invendicato per colpa tua! Che uomo sei? Non hai le palle? Dove le hai? Posso macinartele?

Yoritomo lo avrebbe fatto esiliare, ma sculo per lui, erano già in Izu tutti e due.

Dopo ore e ore di sminuzzamento, pressioni, ricatti morali e prosaico calcolo delle probabilità, Yoritomo decide: cari signori, si torna in guerra! Hooray!

Ma si sa che il timing è importante. Ricordiamo che a questo punto a Izu ancora non si avevano notizie precise su che fine avesse fatto Mochihito. Yoritomo inizia a raccattare tutti i suoi minions of Hell, quando l’ennesimo parente di Madama Ama, una talpa che lavorava al Governo, arriva di corsa dalla Capitale con le sottane in mano.

-E’ successo un casino, il Principe è stato dichiarato Traditore, e con lui tutti i suoi alleati. Raccatta tutto e scappa, i Taira vogliono appizzare teste su picche!

-Anche la mia di teste? Non ho ancora fatto niente!

Non sarebbe la prima volta che qualcuno finisce scapitozzato perché “meglio prevenire che curare”, ma per fortuna di Yori questa volta si tratta di allarmismo. E’ vero che gli Heike hanno un set di bellissime lance che non aspettano altro che delle capocce fresche, ma una volta tanto i nemici non ce l’hanno con lui. Per sua fortuna, lui e la sua banda di merry good fellows contano ancora quanto il due di coppe quando regna bastoni. Il pezzo grosso del clan Minamoto non è lui, ma un tale di nome Aritsuna, la cui grande colpa era quella di essere nipote di Yorimasa (primo alleato e collaboratore del Principe ribelle). E’ lui che si trova costretto a scappare a gambe levate, mentre a Yoritomo resta abbastanza spazio di manovra.

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Il 24 del sesto mese del 1180, Yoritomo si decide: ha 33 anni, è ora di farsi una carriera, e quale inizio migliore che un bagno di sangue!

Tre giorni dopo, Miura Yoshizumi e Chiba Taneyori sono di ritorno nel Bandō dopo aver prestato servizio alla Capitale. Yoritomo gli propone di unirsi alla compagnia, sempre che non abbiano nulla di meglio da fare.

-Niente di particolare a dire il vero.- ammette Taneyori.

-Ci stavamo giusto chiedendo cosa fare per ammazzare il tempo durante le ferie.

Gli alleati arrivano alla spicciolata. Alcuni sono uomini dei Taira, in caccia di qualcosa di meglio dalla vita o di una rivalsa contro dei superiori arroganti. Altri sono esiliati o piccoli funzionari caduti in disgrazia come Yoritomo. Altri, dopo aver servito i Taira obtorto collo, sono tornati a onorare i patti molto più antichi che li legano ai Minamoto.

Il primo miniboss che Yoritomo si trova ad affrontare si chiama Yamaki Kanetaka. E’ un vassallo dei Taira ed è sostituto-governatore in Izu (il vero governatore, come di costume, non aveva voluto muovere il culo dalla Capitale). Kanetaka è un uomo potente, ha prestigio, ed ha alleati pericolosi, come tale Tōtōmi Nobutō.

E’ l’ottavo mese, l’inizio dell’autunno, i funzionari provinciali e i loro uomini celebrano il raccolto e rendono grazie. Anche la gente di Kanetaka festeggerà. Preghiere al santuario provinciale, e poi bevute, danze, gioco d’azzardo, nella migliore delle tradizioni! E’ il momento ideale per attaccare.

-Dovremmo inaugurare tutto il 19.- propone qualcuno -Porta fortuna, il 19.

-La festa è il 17.- osserva Yoritomo.

-Il 17 porta sfiga.

-Ci muoveremo il 17.

-Poi non dire che non te l’avevo detto.

Il 17, Tokimasa, suo figlio e una quarantina di energumeni sbarcano a casa di Kanetaka con un bel cesto regalo pieno di legnate nei denti.

Nel frattempo i Sasaki, alleati di Yoritomo, arrivano a casa di Tōtōmi Nobutō per fare di quella festa la più indimenticabile (e ultima) della sua vita.

Yoritomo ha deciso infatti di attaccare le due chele del granchio: sia Nobutō che Kanetaka sono sorpresi con le braghe in mano.

I pochi uomini di Kanetaka incassano l’attacco e tengono duro, menano come fabbri, strappano teste, sfilettano membra. Da qualche parte qualcosa inizia a bruciare. Nel fumo e nel sangue, il suolo sussulta all’arrivo di altri cavalli. Uno sprazzo di speranza illumina la gente di Kanetaka. Deve essere Nobutō alla riscossa!

Sono i Sasaki: Nobutō è morto, la sua casa brucia. I valorosi vassalli di Kanetaka vengono spicinati dal numero, il loro capo finisce freddato e la sua testa viene portata da Yoritomo.

-Magnifico!- esulta lui -Chi è l’imbecille che ha detto che il 17 portava sfiga?

-Io resto della mia opinione…- mormora qualcuno.

Due giorni dopo Yori spedisce la sua adorata Masako al sicuro, e si sposta nella provincia di Sagami. Le bande che hanno risposto al suo appello vengono da Izu, Sagami e Suruga. Ci si aggiunge una pletora di monaci, letterati e altra gente. Questo è il nocciolo su cui sarà costruito il regime di Kamakura.

In Sagami si trovano degli alleati di prima importanza per Yoritomo: i Miura.

I Miura sono una famiglia dei Kanmu-Taira, stabiliti su quello che oggi è il dipartimento di Kanagawa e che allora era il distretto di Miura nella provincia di Sagami. Nonostante la parentela, durante la guerra di Gosannen (1083-1087) avevano servito il capo Minamoto no Yoshiie, e da allora avevano mantenuto una relazione di vassallaggio col clan.

I Miura sono in competizione con un’altra famiglia, gli Ōba, e gli Ōba tengono per i Taira.

Yoritomo è l’occasione sognata per regolare un po’ di conti e il 22 e 23 Miura Yoshizumi è già al lavoro con sui nipote e la sua banda, intento a bruciare la base di Ōba Kagechika, di là dal fiume Sakawa (oggi Maruko), in Sagami.

Mentre il massacro si scatena però, la pioggia aumenta, il fiume gonfia, e Yoshizumi si trova tagliato via da Yoritomo.

Sulle pendici del monte Ishibashi, Yori contempla con ragionevole orrore la valanga d’acqua e fango che trancia in due il territorio. Alle sue spalle qualcuno bofonchia:

-Lo sapevo che a cominciar di 17 ci tiravamo lo sculo.

-Capo!- un piantone arriva trafelato -C’è della gente alla porta!

-Chi può essere a quest’ora?

-Dice di chiamarsi Ōba Kagechika.- risponde il piantone -Farnetica qualcosa sul rifarsi un tetto con la tua pelle.

Yoritomo sbianca.

-Oh merda.

-Capo, c’è della gente alla porta del retro!- fa un secondo piantone.

-E questi chi sono?

-Dice di essere Itō Sukechika di Izu, che lo conosci. Sai chi è?

Yoritomo lo conosce bene.

Sukechika è un vassallo Taira. Un bel giorno era tornato dal suo servizio alla Capitale per trovare sua figlia con un bimbetto in braccio e la frase “posso spiegare” in bocca. Il bambino era di Yoritomo. Ora, gli aristocratici non facevano nessuna attenzione alla filiazione partilineare: il marito riconosceva i pargoli, che fossero biologicamente suoi o meno era ininfluente. I guerrieri erano un altro paio di maniche. Per i guerrieri il sangue è sangue.

I Taira non avevano preso bene questo lieto evento. Per calmare i suoi capi, Sukechika aveva dovuto sposare la figlia al primo fesso che passava e sgozzare il marmocchio. Da allora aveva fatto incidere “Yoritomo” su tutte le punte delle sue frecce.

La banda di Itō annovera almeno 300 cavalieri secondo Uesugi, di cui una dozzina almeno di guerrieri affermati. In più, può contare su numerosi rinforzi, avendo Itō autorità sui vassalli Taira di Sagami. Dall’altro lato, anche Ōba Kagechika ha 300 cavalieri.

Quanto a Yoritomo, l’intera sua banda conta si e no 300 uomini secondo Uesugi. Ci sarebbero i 500 dei Miura, che però sono incastrati a bestemmiare dall’altra parte del fiume.

-Uno comincia di 17.- borbotta qualcuno -E poi si sorprende…

-E’ tardi per pentirsi.

Il pestaggio che segue è sanguinoso e crudele. Gli uomini di Yoritomo combattono con ardore, ma gli altri sono troppi. I vassalli Minamoto finiscono in carne di salsicce. Con una sortita disperata, Yoritono e alcuni dei suoi riescono a sfondare e fuggire, con Itō alle calcagna che gli mangia la groppa.

Il 24, per puro miracolo, Yoritomo riesce a seminare il mancato suocero e riparare sul monte Sugi (a sud di Ishibashi) con una cinquantina di compagni.

Nel frattempo i Miura hanno fiutato la puzza di paiolo e stanno ripiegando. Un vassallo Taira cerca di mettersi di traverso nella baia di Kamakura Yuhi. Il 24, mentre Yoritomo è ancora accaldato dall’epico fugone, i Miura smontano l’incauto nemico a suon di mazzate e rientrano alla base a coda ritta. Dopotutto parliamo dei guerrieri del 1180, perdere fa schifo ma l’importante stringi stringi è fare il più danni possibile.

Yoritomo e Masako

Come inizio della grande rivolta del Bandou non promette molto, ma Roma non è stata fatta in un giorno e la Rivoluzione può prendere del tempo. Che gli piaccia o no, Yoritomo non può più tornare indietro: ha attaccato dei funzionari provinciali, ma ammazzato il governatore di Izu. I Taira sanno ormai che è in grado di far danni, non lo lasceranno mai in pace.

Yoritomo è preparato. Non sarà un granché come picchiaduro, ma è un buon politico, e sa che chi non rischia nulla non vince nulla. Ha perso una battaglia, ma ancora la propria vita e il proprio stato maggiore. Con la protezione di Hachiman, può ancora rifarsi.

Nella prossima puntata, uno dei fatti di guerra più ridicoli della Storia: la “battaglia” del fiume Fuji.

E’ tutto per oggi.

MUSICA!

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Puntate precedenti:

Genpei 0.1

Genpei 0.2

Genpei 1.0

BIBLIOGRAFIA

FARRIS William Wayne, Heavenly warriors, Harvard University Press, 1995, Cambridge

HERAIL Francine, Histoire du Japon, POF, Paris, 1986

SIEFFERT René, Le dit des Heiké, POF, Paris, 1993

UESUGI Kazuhiko, Genpei no sōran, Yoshikawa Kōbunkan, 2007, Tōkyō