Gioia e banalità nella terra del pressappochismo

Tutti conoscono Licia Troisi. “Regina del Fantasy Italiano”, che è una carica simile a Regina della Gilda degli Accattoni in Ankh-Morpork. E’ la realizzazione dell’utopia Orwelliana del romanzo per prolet, in cui non c’è più nessun processo creativo, solo un riaccozzare stocastico di roba già fatta. Le protagoniste tutte identiche (con rare e saltuarie variazioni, tipo il colore dei capelli!), il deuteragonista sempre uguale, le dinamiche tra i due ripetitive e deprimenti… Tutto condito con una documentazione che brilla per la propria assenza. Ma perché parlo di lei oggi? Per molte ragioni:

  • Sono una gran nostalgica e una grande appassionata di trash. E sì, mi rendo conto che le due cose accoppiate abbiano una definizione clinica: necrocoprofagia. That’s me, a ognuno i propri fetish!
  • Per il grande decennale, sta per uscire Le storie perdute, un nuovo romanzo tutto su Nihal!
  • L’Espresso. E’ tutta colpa de L’Espresso (qui e qui).
  • Quattro

Cinzia Leone di L’Espresso mette insieme due delle pagine più surreali che abbia letto negli ultimi giorni. Ho deciso di condividerle, per la gioia degli altri necrocoprofagi (so che mi state leggendo, non fate finta di nulla!). Caveat: ho rispettato la police dell’articolo. La scelta di virgolette, strafalcioni e altre amenità non è mia. Sono innocente!

La spada! La SPADA!

Se il successo è una colpa, Licia Troisi, con i suoi quattro milioni di libri venduti in dieci anni, è una peccatrice incallita.

Se la mi’ nonna avesse le rote sarebbe ‘n tramvai. Sul serio, perché il successo dovrebbe essere un peccato? Mi sono persa un adagio popolare? O è solo un modo molto lame di attaccare la sviolinata?

Doppiamente viziosa perché il successo lo deve a draghi, cavalieri, gnomi, elfi, maghi, menestrelli, tiranni. A profezie, maledizioni, tradimenti e maschere di ferro. A bastioni infuocati e torri battute dal vento.

Oibò. Perché tutto ciò dovrebbe renderla più “viziosa”? Che senso ha? Forse Cinzia vuol dire “non solo ha avuto successo, ma ha avuto successo scrivendo roba inabituale”, ma non credo. Dopotutto, da quando i draghi e i cavalieri sono roba inabituale? Che io sappia sono due archetipi intramontabili della narrativa Europea. Forse vuol dire “non solo ha avuto successo, ma ha avuto successo scrivendo stupidaggini per ritardati mentali”. Ipotizzo io, potrei sbagliare. E vista la cattiva fama che macchia il fantasy in Italia, forse è questo il senso.

Il suo stile è pura narrazione

BWAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH Maremma ingrifata, che cosa diavolo vuol dire questo? Un romanzo in cui si racconta una storia? Parbleu, signori e signore, un momento di ammirazione attonita mi pare d’obbligo. O forse si celebra il fatto che Licia non ha inframezzato la narrazione con altra roba? Tipo ricette, opuscoli pubblicitari o digressioni sul prezzo delle zucchine?

Il suo genere è il Fantasy, quello che ha portato Tolkien sull’orlo del Nobel e la Rowlings in vetta alle classifiche.

Sorvolo sul fatto che Lord of the Rings è molto più affine all’epica medievale che non al romanzo fantasy, ma sorvolo solo perché… La RowlingS? Ho controllato, lo scrive davvero così! Che sia la gemella segreta della più celebre J. K. Rowling? O forse controllare lo spelling su wikipedia è troppo out per i giornalisti professionisti.

Come si fa a vendere quattro milioni di copie e vivere felici?

Domanda difficile. Non ce n’è una di scorta? Tipo “come si fa a vincere un abbonamento annuale dal birraio ed essere sbronzi?”

«Rimanendo con in piedi per terra» risponde, decisa, la Troisi.

Tradotto: sta robba non ti darà la pensione, sugar. Spara tre o quattro boiate commerciali e scappa col malloppo a trovarti un lavoro serio. Ora, io non ho niente contro la Troisi in quanto persona. Sì, la prendo in giro come autrice e per le bischerate che dice in pubblico, ma non ce l’ho con lei. Sono sicura che è una buona persona e una brava mamma. Però devo dirlo: il fatto che non ci abbia nemmeno provato a fare un lavoro serio come scrittrice mi picchia sul sistema, come dicono i mangiarane. L’etica del lavoro va bene in astrofisica, non con dei romanzi, voglio dire, i romanzi mica sono un vero lavoro… Mi urta che qualcuno che ha chiaramente zero rispetto per la professione di romanziere guadagni anche solo 10 euro. Mi irrita quando il lavoro approssimativo viene premiato e quando la mancanza di etica lavorativa viene sbandierata senza vergogna. Quindi sì, come scrittrice, la Licia mi raspa sui nervi, e non poco. Ma solo come scrittrice.

Per una scrittrice che si lascia travolgere da Regni sottomarini, Terre emerse, e Mondi sotterranei, non perdere la testa è fondamentale.

Vero. Dicci Licia, quanto era alta la Torre-Città in Nihal dalla Terra del Vento? O forse può dircelo la giornalista, che chiaramente conosce molto bene il corpus dell’autrice.

Il peccato richiede molto allenamento.

Ancora? Non è peccato far successo, è peccato lavorare a cazzo! E no, non richiede allenamento! O forse Cinzia sta insinuando che Licia si è allenata, ha lavorato sulla sua tecnica, la sua documentazione e le sue fonti? Nah, suvvia, siamo seri!

Licia comincia a poco più di 20 anni (è nata nel 1980). Mentre studia Astrofisica e medita una tesi sulle galassie nane, in un anno e mezzo scrive mille duecento pagine che le cambieranno la vita.

Scrivere mille e passa pagine non è allenamento di per sé. E’ come mettersi a fare pesi senza avere nessuna idea di come eseguire gli esercizi: ci si rovina il fisico e basta. Esercitarsi male è peggio che non esercitarsi proprio. Peraltro scrivere 1200 pagine di fuffa è una cazzata. Non ci vuole nulla a tirar giù mille pagine di bischerate. Dieci buone, quello è il difficile E lo ammetto, io sono lentissima a scrivere, mi faccio schifo da sola, ma milleduecento pagine in un anno e mezzo? Compresa una prima revisione, perché non credo che Licia abbia spedito alla Mondadori senza nemmeno una prima rudimentaria forma di correzione. Sono circa tre pagine al giorno, scritte, revisionate e corrette, ogni singolo giorno, per un anno e mezzo. Credibile. Poi uno si sorprende se sono milleduecento pagine di bolo.

Le spedisce a una piccola casa editrice, che le offre una pubblicazione a pagamento

How uncommon!

E alla Mondadori, dove Sandrone Dazieri le propone di dividerla in una triologia dal titolo “Cronache del Mondo Emerso”. Il primo volume, nel 2004, è stampato in 16 mila copie ma ne venderà 100 mila.

Sandrone, Sandrone, cosa faremmo senza di te…

In dieci anni, Licia sforna una ventina di libri: i nove delle tre triologie del Mondo Emerso, i sette de “La ragazza drago”, i tre de “I regni di Nashira” e poi “I dannati di Malva” e “Pandora”.   Scrive ogni giorno di draghi, elfi ed eroine dai capelli azzurri, ma nonostante le vendite stellari Licia non si monta la testa.

Da com’è formulata la frase, si direbbe quasi che l’opera della Licia nazionale sia banale e ripetitiva. Quasi.

Si laurea in Astrofisica, inizia il dottorato, si sposa e mette al mondo una bambina. Senza rinunciare alle sue quotidiane trenta vasche a stile libero.

Insomma, i suoi romanzi sono tutti ciofeche perché aveva di meglio da fare.

Scrivere è come nuotare e per emergere dalla massa Licia si tuffa a capofitto. Per respirare c’è tempo.

Scrivere è come nuotare? Oibò, come e in che senso? Licia emerge dalla massa? No, Licia per quello che scrive sparisce nella massa del pessimo fantasy pseudotolkeniano un tanto al chilo! L’unica cosa che tiene a galla Licia e i suoi libri è lo zatterone Mondadori, che può contare sull’artiglieria pesante di distribuzione, pubblicità e recensioni-marchetta (o di articoli pubblicitari, ahem). Mi piace anche l’idea che nell’acqua respirare è qualcosa per cui “c’è tempo”. Ora, io non sono una nuotatrice (ancorché padroneggio con mastria ed eleganza la tecnica “Cane che Affoga” e “Fai il Morto e Aspetta i Guardiacosta”, nonché uno stile di mia personale invenzione, il “Ferro da Stiro”), ma faccio sport regolarmente. E respirare è un attimino fondamentale.

E’ difficile lasciarsi andare? «Mi piacerebbe essere più leggera, ma voglio sempre dare il meglio di me: quando scruto le stelle o quando invento un personaggio.»

Risa isteriche a nastro.

Hai avuto un dottorato, Licia, non sminuire così il tuo lavoro scientifico! Sono sicura che sei una buona astrofisica!

Una peccatrice con troppo metodo insospettisce.

METODO! La Troisi avrebbe un METODO?! Ah già, L’Espresso. Dove scrive anche Lilin, il genio dei mirini ottici. Già già, dimentiavo.

Non frequenta i salotti televisivi. Non ha sponsor potenti. Ma a colpi di triologie la Troisi conquista le classifiche e il cuore di lettori fedelissimi che coltiva attraverso un blog molto seguito.

Sì, no, non rileggete. C’è scritto davvero. “Non ha sponsor potenti”. Mi sto sentendo male dalle risate! Peraltro, bella l’immagine della Troisi che percuote i suoi lettori a botte di triologie.

Il Fantasy è una droga e provoca dipendenza?

Sì, come le patatine al gusto pancetta fritte nel grasso di liposuzione. Hey, non guardatemi così! Sono saporitissime!

«Come le serie Tv. Se sono avvincenti danno assuefazione», sottolinea sorridendo.

Un buon romanzo invoglia a leggere. Licia di buoni romanzi non ne ha ancora scritti, che io sappia, ma la risposta ha senso. E la domanda era stupida, quindi direi complimenti a Licia (e per una volta non sto scherzando).

Mentre la letteratura conta i lettori perduti nel 2013, meno il 20 per cento, i generi letterari, dal rosa al giallo, dal noir all’horror passando per il fantasy, accusano lievi flessioni, difendendosi a colpi di trame avvincenti e serialità.

Questo paragrafo è così fuori del mondo che non so nemmeno da che parte cominciare. La letteratura ha perso un quinto dei lettori, ma i generi letterari tutti hanno accusato solo lievi flessioni. Come dire, Ferdinando II cannoneggia Messina, i civili riportano solo qualche livido. Peraltro Licia ti ha fatto il piacere di ribadire l’ovvio: le storie avvincenti invogliano a leggere. Per tua ammissione i lettori si stanno dileguando a frotte. Eppure, per una combo paradossale, i vari generi (tutti?) si difendono con trame avvincenti. Mi piace questo connubio tra “fuga dei lettori” e “fioritura concomitante di tutti i generi letterari”.

«Negli ultimi anni si è pensato che le trame non fossero indispensabili.»

Per una curiosa coincidenza, al ristorante se oltre al conto porti anche da mangiare, il cliente apprezza. Lo so, è incredibile!

«Ma i lettori le amano e, carta o e-book, quando acquistano scelgono di conseguenza.»

MA DAI?! Ma via, è chiaro che comprano in base alla combinazione dei numeri ISBN. E’ quello che io guardo per prima cosa in un libro: se le prime due cifre non sono pari non se ne parla!

«Il mio libro preferito è “Il nome della Rosa”, di Umberto Eco. Lo avrò letto una dozzina di volte». La Troisi festeggia il suo decennale con “Il ritorno di Nihal” (sempre Mondadori), dove fa rivivere l’eroina ribelle protagonista del suo esordio.

Dicesi “grattare il fondo del barile”.

Ansia decennale? «Torno sul luogo del delitto e alla mia Nihal. Non pensavo che sarei arrivata fin qui».

Il marketing può tutto o quasi.

Forse non lo immaginava, ma ha fatto di tutto per arrivarci, scrivendo migliaia di pagine di un genere ignorato dalla critica ma molto amato dagli adolescenti e non solo.

Ci sono diverse ragioni se la critica ignora il fantasy italiano. Una di queste si chiama Licia Troisi.

«Il 70 per cento del mio pubblico è tra i sedici e i ventisei anni, ma il trenta è di bambini e adulti». Le saghe della Troisi, dove la lotta tra il Bene e il Male è sfumata e complessa, guadagnano un piubblico trasversale e nuovi mercati.

“Sfumata e complessa”? Quanti libri della Troisi ha letto, la signora Leone? In una triologia abbiamo un Tiranno che vuole distruggere il mondo, in un’altra la versione medieval-retard di ISIS! Hum, chi saranno i buoni, il wannabe Hitler o quelli che uccidono gente a caso in nome di Dio? Oh, è così sfumato e complesso, proprio non saprei! Chi avrà ragione, l’esercito di mostri e non morti o quello dei cavalieri galanti in armatura lucente? Cielo, sono così confusa!

Tradotta in 19 paesi, da pochi mesi Licia è sbarcata anche in quello anglosassone che del fantasy detiene il primato.

Et pour cause! Il successo di Licia è così stratosferico che dopo 10 anni la traducono perfino in una lingua semisconosciuta e a bassissima diffusione come l’inglese. Peraltro, non vedo perché un anglosassone dovrebbe filarsi la nostra spazzatura. Ne hanno tanta della loro. E hanno anche libri buoni in Anglosassonia, go figure.

«Il genere è tradizionalmente loro. Ma il mercato anglosassone è chiuso: vendono ma non comprano. E, fantasy a parte, sono pochi gli italiani che sfondano: Saviano, Giordano, Camilleri…»

Sì, e sai perché? Perché gli anglosassoni producono un vasto ventaglio, che va dal fantasy scrausissimo come quelle cagate di Chris Wooding, al “così così ma ancora godibile”  dei primi Harry Potter, a roba decente come Joe Abercrombie, buoni autori come Paolo Bacigalupi e geni assoluti come Terry Pratchett. Hanno l’intero set! Noi che gli offriamo, stupidate con elfi e nani? Ne hanno, molto migliori delle nostre. Un libro a caso di Feist sarà sempre meno scemo e più fantasioso di un sacco di fantasy italiani, e non devono nemmeno tradurseli, guarda un po’ te! Certo, potremmo ovviare al problema producendo storie degne di essere tradotte. E’ solo un’idea, eh…

Pescando dal Pantheon nordico, con il “Signorre degli Anelli”, Tolkien guadagna la candidatura al Nobel.

Mi risulta che il Pantheon d’ispirazione di Tolkien fosse prima di tutto quello celtico, non quello nordico.

Il successo della Rowlings chiude il cerchio.

Tolkien e Rowling, Tolkien e Rowling. Che, perché, ci sono altri autori fantasy famosi? Terry chi? Gaiman? Non era una drag-queen del Mama mia? Che? Martin? Chi cazzo è Martin?

Ah, bei ricordi!

Non solo conoscono solo DUE autori anglosassoni, ma della seconda non sanno  nemmeno scrivere il nome! Questo è un trionfo!

Ma l’”Iliade”, l’”Odissea”, l’”Eineide”, le “Mille e una notte” e persino il “Don Chisciotte”, sono fantasy in piena regola. Dante è puro fantasy.

L’ignoranza è così crassa che si raccatta colla pala, e qui non si tratta nemmeno di sparare cazzate su un genere che si conosce solo per sentito dire, si tratta di rivelare al mondo una totale mancanza di cultura generale. Inizio col botto, con la confusione tra mitologia e fantasy. Non sono la stessa cosa. Poco importa se te credi o meno ad Apollo, un poema epico e un romanzo fantasy non sono la stessa cosa né mai la saranno, e ficcare nello stesso calderone i generi denota un qualunquismo che urta il mio intelletto sopraffino. Una seconda stellina di merito per accozzare insieme, così, Iliade, Eneide, Odissea e Mille e una notte. Le prime due hanno un congruo numero di elementi essenziali in comune. Già l’Odissea è un’opera molto diversa dall’Iliade. Quanto a Le mille e una notte, non hanno proprio un cazzo a che vedere con le tre opere succitate. Un po’ come schiaffare insieme Tex, Hamlet’s mill, il libretto di Così fan tutte e il diario di Anne Frank. Peraltro, sull’Odissea ci sono in effetti elementi di narrativa fantastica. Le Mille e una notte sono fiabe, possiamo discutere anche su quelle. Ma Don Chisciotte?! Che cazzo c’entra? Da qando è un fantasy? Ma controllare il riassunto di wikipedia era troppo lavoro? Dante puro fantasy. Dante puro fantasy. Oh porca maiala in carrozza. Trattato di teologia e cosmologia? Naaah, fantasy! Come no! Mettiamo una cosa in chiaro: puoi leggere l’Iliade o la Commedia come un fantasy (non sarò certo io a puntare il dito contro i masochisti), ma questo non ne fa un fantasy. Io leggo L’Espresso come giornale porno-comico, ma purtroppo questo non basta a renderlo ufficialmente tale. Tutto ciò ovviamente va da sé, ma per rendersene conto si dovrebbe, oh, non so, leggere le opere prima di citarle a caso. Mica in integrale eh, un bignamino sarebbe bastato. Ma mi rendo conto che chiedo la luna: verificare prima di sparare a zero? Voyons… Peraltro (ci tengo a piantare un altro chiodo nelle bara) ci sono un certo numero di autori classici e famosi che hanno scritto opere tranquillamente catalogabili come fantasy ante litteram. Tipo Luciano di Samosata, con la sua spassosissima Storia vera, o Chrétien de Troyes, o l’Ariosto (L’Orlando furioso ha tutto: cavalieri, grifoni, magie e anche la tettona!). Certo, mi rendo conto che siano gente di nicchia per chiunque abbia fatto il liceo dormendo, ma una rapida ricerca su wikipedia potrebbe aiutare!

Un genere infiltrato anche tra le pagine della letteratura contemporanea? «Murakami è un autore fantasy sotto mentite spoglie, Calvino e Buzzati del fantasy hanno molti elementi narrativi. De Sica di “Miracolo a Milano” è un grande regista fantasy. Ma si può dire solo sottovoce».

Mi fa piacere che almeno Licia riesca a citare tre-quattro autori con elementi fantasy senza sbagliarne i nomi (RowlingS?). E’ già qualcosa. Ma preparatevi perché ora c’è il botto.

A lungo patrimonio della destra, il fantasy non è stato adottato da progressisti ed ecologisti. «Colpa dello snobisbo connaturato alla cultura di sinistra che li ha indotti a credere che il fantasy sia robaccia» racconta la Troisi che non fa mistero delle sue idee progressiste «Sono stata ospite a due festival dell’Unità, ma mi hanno scoperto solo nel 2007. Sono in ritardo”. E ad Atreju, kermesse romana della destra? “Mi hanno invitata, ma non sono andata».

PANFETE! Che secondo voi ci facevamo mancare la fellatio politica? La solita decrepita sega “ma Tolkien è di destra o di sinistra?” Queste menate mi fanno sempre sbattere la testa sul tavolo. Come quelle masturbazioni collettive sul MESSAGGIO. La buona narrativa è realistica e verosimile nel suo proprio sistema di riferimento. Ergo ci si può trovare un messaggio, o una morale politica. Spesso due persone diverse ne trarranno due morali diverse perché gente diversa recepisce in modo diverso. Quando Heinlein (autore sci-fi anglosassone, peraltro, nel caso qualche lettore de L’Espresso volesse leggere qualcos’altro che non siano Tolkien e RowlingS), dicevo, quando Heinlein pubblicò Stranger in a strange land, ci fu chi lo accusò di fare propaganda comunista, chi di fare propaganda fascista, chi di fare propaganda anarchica, ecc. Resta una storia che a me non è piaciuta, ma che è coerente, verosimile e credibile nel proprio universo. Alcuni autori hanno un’agenda politica precisa, vedi Orwell o Huxley. Altri no. Resta che una buona storia è una buona storia, e una cagata è una cagata. La sinistra crede che il fantasy in generale sia robaccia? Non sarebbe la sola cosa su cui la sinistra ha idee preconcette e, comunque, Licia non aiuta la situazione. Gli ecolgisti che non hanno approfittato del fantasy è da capottarsi dal ridere! Suppongo che cartoni come Ferngully, serie come Capitan Planet e roba simile non siano mai passate sullo schermo della signora Leone. Se poi intendiamo fantasy come termine più vasto, includento la fantascienza, gli esempi si sprecano! Tipo classici come Soylent green, e Hollywood offre una vastissima scelta, tra cui Avatar per dirne uno conosciutissimo, o quella schifezza pretenziosa di The happening. Oh, non è abbastanza intellettuale? Vogliamo parlare de I demoni, nella raccolta di corti Sogni, di Kurosawa Akira? Peraltro, Bacigalupi ha scritto più di un romanzo su mondi post-picco frutto del Riscaldamento Climatico. Ma dopotutto chi cazzo è Bacigalupi. Sono sicura che i redattori de L’Espresso conosceranno però Cormac McCarthy, autore di The road! Dopotutto ha vinto il Pulitzer…

E’ il genera a scegliere lo scrittore? Al posto dei lunghi capelli azzurri dlle sue fiabesche eroine, Licia sfodera orgogliosa una tonsura da marine. Per formare una famiglia avere un figlio e vendere milioni di copie non è indispensabile tuffarsi nello stereotipo femminile.

Thankyou Captain Obvious!

«Non è scritto da nessuna parte che devi trovare un fidanzato ed essere per forza moglie e madre». Non sarà scritto ma lei lo ha fatto. Una forza in più? «Ne “il ritorno di Nihal” c’è molto della mia nuova vita e la prima volta compare il presepe familiare. Un figlio è un’esperienza totalizzante».

Evviva, Nihal mamma, proprio quello che ci mancava.

Di sicuro, ma intanto la Troisi sta già preparando la prossima uscita. Ad aprile 2015 uscirà il quarto volume della saga “I regno di Nashira”. «Come in “Il ritorno di Nihal”, anche nel prossimo Nashira affronto il tema della perdita. Ma ci sarà anche una spolverata di fantascienza alla Star Trek».

WE ARE DOOMED. DOOMED! A parte la classe dello scrivere due libri a cortissimo giro di boa sullo stesso tema, mi piace l’idea della “spolverata”. Alé, un po’ di Klingon e torpedini, che non guastano mai, così, tanto per gradire!

Solo una spolverata? «Nessuno nell’editoria vuole più pronunciare la parola “fantascienza”, oggi la moda è il “distopic”: utipie apocalittiche ambientate nel futuro prossimo».

Adoro questo passaggio. E’ una candida ammissione. Sì, scrivo solo roba commerciale alla moda per il massimo del grano col minimo dello sforzo, tanto per arrotondare. E’ così pura e sincera, e così chiara: se ancora non ve ne foste accorti, nell’editoria non fotte un cazzo a nessuno delle qualità oggettive dell’opera, solo del trend. Lo sapevamo già, ma ora Licia ci conferma. Peraltro, con l’Episodio VII di Star Wars in direttura d’arrivo, il ban delle astronavi mi pare ancora più cretino, ma dopotutto io non lavoro in editoria.

Le fortune del fantasy sono fotografate in “Infanzia e mondi fantastici” di William Grandi: «I periodi in cui il fantasy ha riscosso grande successo», scrive Grandi, «sono coincisi con gravi crisi a livello mondiale: la fine degli anni Trenta con il fantasma della Seconda Guerra Mondiale che avanzava sull’Europa, la seconda metà degli anni Cinquanta con il periodo più doloroso della Guerra Fredda e, quanto alla nostra epoca, è evidente come il periodo di crisi aperto alla metà degli anni Novanta dai problemi sempre più pressanti causati dalla mancanza di cibo nei paesi del Terzo Mondo, dalla conseguente ondata di immigrazione incontrollata, dallo squilibrio del nostro ecosistema e dalla crisi delle energie, si sono cronicizzati con l’esplosione del terrorismo e la successiva frattura tramondo orientale e mondo occidentale». La fotografia del successo editoriale come teoria dell’assedio.

Oimoi oimoi, eleleu eleleu! Ci mancava solo il pippone socioculturalintellettuale da bar dello sport! Sia chiaro, non ho letto il libro di William Grandi, ma già questo paragrafo ha un problema: lo scontro Oriente/Occidente. Lo so che fa tanto figo, ma se poi ci si prende la briga di andare a vedere cosa succede in Oriente, e in particolar modo in Medio Oriente, il quadro che ne viene è piuttosto un “Oriente VS Oriente, con sputacchi all’Occidente quando si mette nel mezzo”. Ora, non voglio entrare nel merito della geopolitica e della “teoria dell’assedio” (qualunque cosa significhi in questo contesto), ma voglio sottolineare come questa interpretazione sociologica del fantasy, che richiederebbe almeno un articolo intero, viene spiattellata in un paragrafetto verso la fine. Sembra, dico, sembra, che sia lì solo per farci credere che il libro di Licia non sia scemo, ma sociale, e che questo articolo non tratti di stupidate cosmiche ma di importanti argomenti attuali. Non ce la beviamo, mi spiace.

Perfettamente a suo agio tra gnomi, elfi e draghi, la regina del fantasy italiano sente il realismo come un vincolo. «La scrittura realistica mi mette in difficolta, ma nella vita ho i piedi per terra».

Ed ecco la seconda, e ultima, scintilla di sincerità e verità che questo articolo ha in serbo per noi. “Scrivere buona letteratura mi mette in difficoltà”. Lo sappiamo Licia, ce ne siamo accorti. Diciamo che non è che tu ci abbia provto un granché. Ma te ne do atto, la verosimiglianza e la credibilità sono cose difficili. E’ la ragione per cui essere un buono scrittore è un lavoro difficile.

«Quando De Laurentiis mi ha proposto di scrivere sceneggiature, ero incinta, stavo temrinando il dottorato in astrofisica e stavo finendo di scrivere un libro. Fare tre cose bene e aggiungerne una quarta mi sembrava difficile. Ho rinunciato».

Peccato per il film. Avrei visto bene Stoya nel ruono di Nihal e Immanuel Casto nel ruolo di Sennar.

Al peccato del successo la Troisi può anche resistere, ma non a quello del travestimento.

Mettetelo sulla fascetta di un libro a caso e schiaffatelo in Erotismo, venderete un casino.

Vivere altre vite per uno scrittore è un vizio e lei ama travestirsi con i panni dei suoi personaggi preferiti: è una “cosplayer”. «Mi è sempre piacito essere al centro dell’attenzione. Da piccola mi costruivo le armature da sola con il cartone argentato. Per Halloween e per Lucca Comics&Games per “Il ritorno di Nihal”, ho indossato il mo costume medievale con spallacci d’acciaio, giostacuore di cuoio nero, un mantello scuro, il pugnale di lattice e i capelli blu».

Spallacci a caso (perché proteggere il collo, la pancia o il cuore quando puoi proteggere le spalle?), giustacuore, lattice. Sticazzi, più medievale di così! Qualcuno regali a Licia un pugnale vero, per favore, certi mastri Cechi fanno lame che sono la fine del mondo, e per prezzi eccellenti!

Si è mai travestita come uno dei suoi personaggi?

Che domanda è? Te lo ha appena detto!

«Non ho resistito, e una volta ho indossato i panni della mia Nihal».

Ma va’. E io che credevo che l’armatura aleatoria, il pugnale giocattolo e i capelli blu fossero un omaggio ad Eleonora di Castiglia.

Le eroine della Troisi ribaltano i ruoli.

Oh, eroine guerriere in un fantasy, mai viste né sentite dall’epoca delle Dodici Fatiche di Eracle!

«Sono una figlia unica, educata nell’uguaglianza e cresciuta con l’idea che non ci fosse una strada che mi fosse vietata».

Male Licia, impara dalla Meyer, oggi quello che le ragazze vogliono è propaganda sessista e reazionaria.

Le sue saghe sono popolate di razze e meticciato: mezzi uomini, mezzi draghi, mezzi elfi. «Più si entra in contatto con la diversità è (sic.) meglio è. Siamo tutti meticci».

Oh, il messaggio evergreen di pace tra i popoli e multiculturalismo! Come non coglierli in saghe in cui i Buoni sterminano senza remore orde di mostri brutti cattivi e immigrati!

Alla Troisi non mancano le ossessioni. «Sono una creatrice di mondi, controllando minuziosamente lo scenario fantastico che costruisco ho l’illusione del controllo totale sulla realtà».

La Troisi che “controlla minuziosamente” i suoi mondi è la battuta più spassosa dell’anno. Peraltro, fa a cazzotti con quanto detto prima sul realismo che la mette a disagio, ma non stiamo a sottilizzare.

Nessun personaggio si è mai ribellato al controllo? «Sì. E qualche volta li ho lasciati fare. Ma è l’”effetto farfalla”, capita sempre quando non hai definito a sufficienza il personaggio, che finisce per prenderti la mano e ribellarsi all’intreccio. Ultimamente mi capita molto meno».

A volte ho l’impressione che la Troisi non sappia di cosa parla. A volte ne ho la conferma.

Nel circo della narrativa, con spallacci d’acciaio e corazza di pelle, l’astrofisica con i piedi per terra e le vendite stellari governa trama e personaggi come un domatore i suoi leoni.

MA DIO PRETE! Primo: non ha una corazza di cuoio, ha un giustacuore, ovvero una giubba o farsetto. Sembra una differenza trascurabile, finché qualcuno non ti prende a colpi d’accetta! Secondo: Applausi. Cioè, applausi! Il Circo e i leoni ballerini riescono a essere la peggir metafora possibile per indicare il mestiere dello scrittore, e la miglior metafora possibile per indicare il fantasy italiano. Un gran casino, impostura e trucchetti da baraccone, dove creature maltrattate eseguono giochetti già visti per un pubblico sempre più gramo e sempre più rintontito dal chiasso e dai riflettori! Evviva! Questo articolo mi lascia l’amaro in bocca. Ora ho una nuova ossessione: voglio una rivista interamente gestita da Cinzia Leone, Nicolai Lilin e Loredana Lipperini. Non m’importa l’argomento, li voglio tutti insieme e basta! E’ tutto per questo sabato. E parlando di peccati: RESURRECTION BY ERECTION! Per chi volesse approfondire, un recente articolo del Duca, e le vecchie la sempre spassose recensioni di Gamberetta.

Aneddoti e narrativa: Vaporteppa

Questo è un articolo di narrativa, e come tale vorrei iniziarlo con un aneddoto di vita vissuta.

Poche settimane fa ero in Italia in visita dagli Augusti Genitori. Come ogni fine di agosto, il mio tempo era assorbito da incontri col gruppo Bilderberg, consolidamento del dominio giudaico e lettere di insulti alla mia università. Io e la segreteria abbiamo un rapporto masochista, non tanto di amore e odio, quanto piuttosto di odio e antipatia (cit.).

Sicché un bel giorno pianto il summit rettiliano per l’asservimento dei goya e vado in Paese. Faccio un giro dei vari tabaccai. L’ultima volta che hanno visto un francobollo era il 1923, uno di loro giura che glieli ha mangiati il cane, un altro mi urla “NON LI AVRAI MAI SPORCA GIUDEA ALLAH AKBAR!” e si fa saltar per aria.

Avevo due opzioni: rinunciare a spedire la lettera o andare alle Poste. L’idea di lasciare la mia segretaria senza la sua usuale dose di “che cazzo state combinando coi miei documenti, manica di luddisti psicopatici” mi rattristava troppo. Alle Poste dunque!

Ammetto che sette anni a Lutezia mi hanno rammollita. A Lutezia uno entra, compila i fogli, affranca alla macchinetta e in dieci minuti è fuori dalle palle, libero come un fringuello.

Le porte automatiche si aprono con un cigolio di ruggine e metallo, una zaffata di putrefazione e polvere mi investe. Bambini piangono, aggrappati a madri macilente che hanno esaurito le scorte di merendine. Una di loro cerca di sedare il pargolo facendogli respirare della colla. Un vecchio si guarda intorno spaesato. Ha i calzoni corti e una mantellina troppo piccola. E’ qui dal 1925, voleva spedire una cartolina alla nonna. In un angolo, una donna con gli occhi iniettati di sangue sta armeggiando con una scatola puzzle per evocare i Cenobiti (che tanto non si muoveranno perché non ci sono più anime da sbranare, qui dentro). Sul tabellone lampeggiano i numeri A012, A011 e E018. Tiro il bigliettino. E389. Sarà da ridere.

Io non ho paura. Sono un vichingo, checchazzo. Mi siedo sulla cenere dei secoli. Apro la borsa.

E l’orrore mi assale.

Ho scordato la roba a casa. Non ho portato nulla! Non il romanzo americano che sto leggendo, non il romanzo giapponese che sto leggendo, né il saggio di Souyri né il numero Osprey dei Pirati d’Estremo Oriente. Sono disarmata, sola e in territorio nemico!

Il mio coraggio scema, mi ficco il bigliettino in tasca e mi precipito fuori dall’ufficio. La luce del sole mi fa male agli occhi. Ho visto una libreria da queste parti. Eccola!

Entro, m’infilo nel settore narrativa.

E’ lì che mi rendo punto a che punto il Paese sia messo male.

Pensate che la crisi sia brutta? Guardate al tipo di “arte” che mettiamo insieme. Non sono nemmeno nel reparto Fantasy/Sci-Fi (noto per essere il reparto Cottolengo), sono proprio in Narrativa, e sugli scaffali si assiepano tomi buoni per soli due target: i ritardati mentali giovani e i ritardati mentali vecchi che vorrebbero essere giovani. Tra le altre cose, scopro che la Licia Nazionale ha sfornato una nuova Creatura, con protagonista una Metallara.

Licia Troisi + Metal = WE ARE DOOMED! DOOMED!

Ora, io non ce l’ho col trash. Io amo il trash! Le porte dell’abisso è uno dei miei film preferiti, Tommy Wiseau è uno dei miei idoli (Oh hi Mark), ho un piccolo altare in casa dedicato solo al Daibosatsu Rocca-nyorai…

Ma quando esiste solo il trash, allora inizio ad aver paura. Insomma, sono come Vincent Smith di Silent Hill 3: venero il Dio, ma non per questo vorrei vederlo realizzato nel mondo reale. Il trash è il sale della vita, ma non lasciategli conquistare il Mondo o è la fine.

Nella fattispecie, l’unica cosa lontanamente potabile era una traduzione di Stephen King, che è peraltro uno degli autori più sopravvalutati di sempre (Sì, l’ho detto, non vi temo funz, fatevi sotto!).

Grazie al Cielo l’editoria digitale è messa un po’ meglio.

Non voglio scrivere un articolo sullo stato della letteratura digitale in Italia. Se vi interessa, leggetevi gli articoli del Duca di Baionette, è molto più informato di me. Oggi voglio parlare di racconti.

Racconti editi da Vaporteppa.

Sono sicura che tra i bazzicatori di questo piccolo blog molti già la conoscono: si tratta di una casa editrice digitale specializzata in narrativa fantastica, in particolar modo Steampunk (da cui il nome), ma non solo.

Devo essere sincera, di solito, quando vado a selezionare le mie letture, “fatine”, “mec a vapore”, “retro-futurismo” e “conigli” non sono proprio le parole chiave che mi vengono in mente. Non sono una gran lettrice di Stempunk o bizzarrie, conosco il genere molto poco e molto male.

Tuttavia tutti i racconti che finora ho letto usciti dalle fucine di Vaporteppa mi sono piaciuti, alcuni di più, alcuni di meno. Mi sono piaciuti in primo luogo perché sono di buona qualità. Alcuni brevi, altri lunghi, tutti sono scritti bene. Il livello tecnico degli autori sbriciola a mani basse quello di altri “campioni” dell’editoria cartacea. Non c’è paragone. Sul piano tecnico i vaporteppari vincono.

In secondo luogo, i racconti che ho letto finora hanno in generale una vena ironica e divertente.

Avete presente quando la Troisi pretende di scrivere passaggi tragici, o quando Altieri parla di ninja crucci che ammazzano lanzi a secchiellate e pretende di essere preso sul serio?

Niente di tutto questo. Il tono e lo stile cambiano ovviamente da autore ad autore (duh!) ma in generale nessuno, a mia esperienza, fa il passo più lungo della gamba. Non mi è ancora capitato di leggere passaggi involontariamente ridicoli: le scene esagerate o divertenti lo sono perché l’autore vuole che lo siano, non per sbaglio.

Con queste basi, certe opere mi sono piaciute più di altre per le trovate fantasiose, o i personaggi, o il tono più o meno spiritoso, ma sono tutte di qualità oggettivamente buona.

Qui alcune di quelle che ho letto e che consiglio caldamente anche ai non appassionati del genere.

 

L1L0, di Pippo Abrami


La storia è abbastanza lineare: L1L0 è un automa a vapore con tre cervelli di scimmia, creato da un illustre scienziato di Praga per salvare sua figlia, tenuta ostaggio in una caserma.

Cosa distingue L1L0? Il Witz. Dacché qualunque essere autocosciente, una volta resosi conto di essere un bollitore dalla forma vagamente lagomorfa, si toglierebbe la vita, L1L0 è stato dotato di Umorismo Giudaico, l’ironia fatalista.

Un minuto di awe per una delle idee migliori che abbia mai trovato in un racconto. Il Witz è in effetti un’arma culturale elaborata per sopravvivere i diciassette secoli di oppressione e antisemitismo. Inserirla come componente anti-suicidio è geniale.

Non è solo una trovata deliziosa, è anche un grande pregio della storia. L1L0 è il personaggio-PoV, ed è il suo modo di vedere e pensare a dar vita a quella che altrimenti sarebbe una quest piatta e fine a se stessa.

Le scene d’azione sono ben descritte, il Punto di Vista è adorabile, la storia è semplice ma riesce a tirar fuori un twist che non scade nello zuccheroso e banale. Con tutto che ho un’idiosincrasia feroce per i marmocchietti in narrativa (ho il santino di Erode tra la foto di Wiseau e quella di Mattia Sorrenti), il racconto mi è piaciuto un sacco.

 

Piloti e Nobiltà, di Diego Ferrara


Diego Ferrara è lo stesso che ha scritto Soldati a vapore, un racconto che straconsiglio (magari ne riparlerò). A questo giro seguiamo Elsa, un pilota donna in un mondo di uomini, che deve eseguire un volo dimostrativo di un nuovo eligibile anfibio, a beneficio di una banda di nobili (possibili acquirenti). Tra Elsa e i suoi passeggeri il disprezzo è a prima vista e reciproco, e mentre il volo prosegue e le richieste assurde si moltiplicano, la situazione si fa più scomoda e la tensione sale.

Elsa è il Personaggio-Punto di Vista. Elsa è una donna forte, competente, con un brutto carattere e un’antipatia feroce per i Nobili. E’ un buon personaggio, con qualità e difetti, e all in all molto credibile.

In questa storia l’umorismo non è dato tanto dal tono della protagonista (che di umorismo ne ha poco), quanto dalla vicenda vera e propria. Specie alla fine, il racconto strapperà un largo sorriso a chi apprezza l’humour nero (tipo me).

Consigliatissimo anche questo.

 

 

La maschera di Bali, di Francesco Durigon


Questo è forse il più fantasy tra i racconti che ho letto finora e uno dei più “seri”. E’ anche l’unico in cui ho una riserva. Ma veniamo al dunque.

Londra, 1897. Il Dipartimento di Scienze Occulte sta studiando su un povero alienato gli effetti di alcune maschere tribali, ritenute magiche in qualche maniera. Durante l’esperimento, la maschera balinese di Rangda prende vita, e la situazione precipita: in poche ore Londra è invasa da orde di demoni immortali e fiammeggianti, affamati di carne umana.

Due personaggi sono voci narranti: Abigail, veggente del Dipartimento di Scienze Occulte, e John Plye, soldato di Sua Maestà Britannica, mandato al macello contro le orde demoniache.

Parliamo dei pro della storia per cominciare. I personaggi sono ben caratterizzati nel poco spazio disponibile, sono credibili e funzionano bene nella storia.

Le scene d’azione sono eccellenti. Il volo di Plye sui tetti di Londra e il primo scontro coi demoni è un piacere da leggere.

Per il fattore: “mah”…

Attenzione, SPOILERS!

La “seconda vita” di Plye pare poco concludente. Abbiamo messo in scena un buon personaggio, gli abbiamo dato una morte intempestiva e accidentale, il che potrebbe starci bene (fatalità della guerra, stiamo come d’autunno sugli alberi eccetera). Ma non finisce lì, viene resuscitato alla meno peggio, creando una buona situazione di conflitto: Plye preferirebbe essere morto che non uno zombie motorizzato, e lo si può capire.

Ergo abbiamo un buon personaggio (il soldato di fegato), lo ficchiamo in un contesto interessante (un dipartimento scientifico invaso da mosti e demoni), con un conflitto eccellente (essere non-morto)… e poi boh, Plye viene massacrato poche pagine dopo senza nemmeno arrivare in fondo al percorso.

Era proprio necessario?

Sarebbe cambiato qualcosa se invece di avere il suo punto di vista Abigail fosse stata accompagnata per il breve tratto da un soldato a caso?

Insomma, a mio avviso un peccato.

FINE SPOILER

In conclusione, la storia resta ben scritta, con scene notevoli e una vicenda interessante. L’impressione è che ci sia molto più materiale da sfruttare, anche in termini di ambientazione e personaggi. Forse il tutto si presterebbe meglio a essere rielaborato per un romanzo, più che non per un racconto breve.

Nonostante tutto, una lettura gradevole, che consiglio.

 

 

Caligo, di Alessandro Scalzo


Questo non è un racconto, ma un romanzo. Dalla quarte di copertina:

Repubblica di Zena, Italia, 1912. Barbara Ann ha quasi diciassette anni e un seno che se crescerà ancora diventerà davvero imbarazzante. Ma questo non è il suo problema principale: da alcuni mesi soffre di forti emicranie e allucinazioni. Cosa c’è nella testa di Barbara Ann? E come si collega alla morte di suo padre, il defunto colonnello Axelrod, il primo uomo a mettere piede su Marte nel 1894, ossessionato dalla ricerca di qualcosa di ignoto fin da quando ritornò dal Pianeta Rosso? E cosa vuole Michele, quel bel ragazzo biondo col cappotto che puzza di piscio? Barbara Ann si troverà immischiata in un gioco internazionale tra Inghilterra, Austria e il protettorato inglese di Zena… e intanto, chi si preoccuperà dei suoi criceti?
Un’avventura Steampunk con mech, zombie e scafandri potenziati, in una Genova del 1912 che non è mai esistita.

Come avrete capito dalla quarta, Caligo ha una vena ironica molto presente. C’è anche molto fan-service, e l’autore non è timido a riguardo (Barbara Ann ha delle tettone così!).

Di solito mi dà sui nervi quando l’autore indulge in descrizioni fisiche del/la protagonista per il puro scopo di titillare il lettore. Nihal che si contempla nello specchio e si trova gli occhi “troppo grandi” è un esempio immortale.

Trovo anche fastidioso e vagamente inquietante quando l’autore approfitta della storia per ficcarci dentro una sua personale perversione, che non ha nulla a che fare con la trama, non serve a niente, è lì solo perché piace all’autore. Un po’ come la gatta con tre tette in Star Treck 5. Shatner, what the hell?

Nella fattispecie il fatto che Barbara Ann abbia delle tettone così e che ce lo ricordi in più di un’occasione passa, perché alla fine segue bene il tono semiserio della storia, oltre che il carattere represso-esibizionista-masochista del personaggio. Ci sono dei momenti di puro fan-service in stile anime-ecchi, perché, non scordiamocelo, Barbara Ann ha delle tettone così, ma gli si perdona, perché alla fine la scena è divertente e non rallenta la storia. E poi Barbara Ann ha delle tettone così.

Tette a parte, la storia è originale e il personaggio di Barbara Ann interessante e divertente da leggere. Combina bene competenze, inventiva, coraggio, pregiudizi e bizzarrie. Ambientazione e comprimari peraltro le corrispondono bene: una Genova d’acciaio, catrame e fumi di scarico, dove niente è come sembra, dove chiunque potrebbe essere una spia, un traditore o un abbonato a Superomo (recapito anonimo e discreto).

La storia bilancia bene momenti semiseri con momenti più truci. La scena in cui Barbara Ann ha una crisi di emicrania non ha niente di umoristico, e non è la sola, ma passaggi dl genere sono molto ben dosati senza mai essere melodrammatici.

Le scene d’azione sono buone, e Barbara Ann è una che se la sa cavare senza scadere nel cliché della tettona guerriera (peraltro, ho già detto che ha delle tettone così?). L’ambientazione è solida e creativa, con la giusta dose di follia e realismo.

Le finale ha un twist, che io non mi sarei aspettata, ergo è oggettivamente un buon twist partendo dall’assunto che (ormai lo saprete) io sono infallibile.

Insomma, non voglio spoilerarvelo troppo perché vale davvero la lettura.

E questo è tutto per questo sabato. Oggi sono di corvé Al festival Beermageddon, che promette di essere altrettanto epico del proprio nome.

Intanto, un pezzo dalla band FogHorn. Non è il mio genere di Metal, ma siccome ci suona il mio jarl, è buono a prescindere!

Horde Noire!

The Ocean at the end of the lane

[Achtung: questo articolo è stato pubblicato automaticamente! Se tutto è andato bene, in questo momento dovrei trovarmi in Kazakistan. Ergo non so se potrò regolare i commenti o occuparmi del blog in qualsivoglia maniera. Mi scuso se alcuni interventi non compariranno, me ne occuperò quanto prima. Nel frattempo fate i bravi.]

 

The Ocean at the end of the lane

 

Ho sentimenti contrastanti per Gaiman.

No, ok, non è vero: io detesto Gaiman. Non perché non sappia scrivere, è una questione personale. Gaiman è uno dei criminali dietro la sceneggiatura di Beowulf, a oggi uno dei film più raccapriccianti che abbia mai visto (tratto peraltro da uno dei poemi più belli che abbia mai letto).

Essendo però io una fanciulla illuminata e di larghe vedute, so fare astrazione dalla mia personale (e ovviamente giusta) opinione sull’individuo, e considerare anche i suoi lati positivi.

Devo ammettere che ho letto solo due libri suoi, American Gods e questo qui, ed entrambi presentano gli stessi pregi e gli stessi difetti.

Ma andiamo con ordine.

La storia si apre col nostro protagonista, un uomo di mezza età, divorziato con figli adulti e distanti, che ritorna da un funerale. Sulla strada, decide di passare a vedere la casa in cui ha vissuto tra i cinque e i dodici anni. Trasportato dai ricordi, va fino alla fattoria degli Hempstock, dove viveva una sua amica d’infanzia, Lettie.

Dietro la fattoria, ricorda, c’era uno stagno, che Lettie chiamava Oceano, un oceano da cui lei, sua madre e sua nonna sarebbero arrivate tanto, tanto tempo prima. Lettie non è più in giro quando il nostri amico arriva, è partita anni prima e il protagonista nemmeno ricorda per dove.

Arrivato sul luogo, i suoi ricordi cominciano a svolgersi.

La vicenda di questo libro è una sorta di lungo flashback retrolampo e ruota intorno agli strani eventi accaduti al protagonista quando era bambino e alla famiglia Hempstock.

L’evento che scatena la vicenda è un suicidio: è a causa di questo che il protagonista, all’età di sette anni, incontra Lettie e la sua strana famiglia.

La famiglia Hempstock è a mio parere uno dei pregi di questo romanzo: Gaiman riesce a far trasparire la loro natura soprannaturale e bizzarra senza però mai dire con chiarezza chi sono costoro, cosa fanno per davvero o perché.

Di solito la mancanza di precisione è un difetto e una scusa per far succedere roba a caso. Non in questo libro. I poteri di Lettie, di sua madre e di sua nonna non sono spiegati o definiti, ma hanno dei limiti, e questi limiti danno per lo meno l’impressione di coerenza. Niente gente che si ricorda all’ultimo di poter sparare plasma o che scorda la magia quando comoda all’autore.

Insomma, un buon rimaneggiamento dell’archetipo delle fate gentili.

Tornando alla trama, dopo il fattaccio, qualcuno o qualcosa comincia a lanciare monetine alla gente o rimpiattarle in giro. Il protagonista quasi si strozza svegliandosi con una di queste in gola. Insieme a Lettie Hempstock, il narratore si avventura in una sorta di mondo parallelo, per snidare la responsabile di questo, un parassita sovrannaturale.

Non voglio spoilerare altro della trama, perché tutto sommato il libro vale la lettura.

La storia è abbastanza classica: ricalca per molti versi l’archetipo della creatura maligna che infiltra la famiglia (nelle favole come matrigna, qui come tata), trasformando quello che dovrebbe essere l’unico vero rifugio per il bambino in un ambiente ostile e pericoloso.

Come nelle favole, il protagonista deve scegliere tra convivere con la minaccia o fuggire nel grande mondo ostile e incerto, e come nelle favole, la cattiva farà di tutto per impedirglielo.

Gaiman fa un buon lavoro. Questo archetipo, per cominciare, è ben scelto, perché ha i suoi uncini in molti lettori. Molti da bambini hanno avuto momenti in cui si sono sentiti in pericolo o abbandonati nella loro stessa casa (vera o immaginata che fosse la situazione), e dopotutto questa è una delle ragioni per cui l’infanzia è uno schifo. In questo libro questo sentimento di paura, impotenza e abbandono è reso bene.

Anche il climax è gestito bene, con un aumento del conflitto e del pericolo costante e ben ritmato fino allo showdown finale.

Quindi un libro fighissimo, no?

Purtroppo, come con American Gods, Gaiman non sa come finirlo.

Fino alle ultimissime pagine la faccenda tiene molto bene. E poi… poi il buon Niel decide di mandare tutto in vacca con uno dei cliché più abusati.

Dopo aver ricordato tutto, il protagonista dimentica di nuovo a fine conversazione.

Non è una buona idea. E’ un’idea quasi brutta quanto “era tutto un sogno” (credo che quest’ultima sia la fine peggiore possibile, piuttosto fate che arriva la Morte Nera e fa saltare il pianeta, ma per favore, non infilateci quello schifo di “era tutto un sogno”!).

Perché dico questo?

Perché una storia è cambiamento. I personaggi incontrano un problema, reagiscono al problema ed evolvono. Il punto è che alla fine della storia non siamo più esattamente dove eravamo partiti. Tutti abbiamo giocato ogni tanto al Gioco dell’Oca, sappiamo quanto sia fastidioso ritornare alla casella iniziale mentre gli altri vanno avanti.

Se il protagonista dimentica tutto, tutto quello che ha imparato sparisce.

Ora, se state scommettendo su qualcosa di kafkiano pessimista e del tutto deprimente, ok, ma se non è il caso trovate una fine migliore, per pietà!

Gaiman specifica che gli eventi lasciano comunque un impatto sul protagonista, ma nonostante ciò la stragrande maggioranza dell’informazione è persa, e alla fine di questo flashback il nostro è lo stesso uomo stanco della prima pagina!

Non ho letto altri romanzi di Gaiman per il momento, ma ho il sospetto che il buon Neil sia uno di quelli che non sanno come concludere.

La storia sa sfruttare bene l’archetipo da cui prende ispirazione
Il protagonista è un buon personaggio narrante: non mi strapperei i capelli dall’entusiasmo, ma è comunque buono e attachant
I comprimari sono resi molto bene: possono essere persone sgradevoli, ma sono molto verosimili
Gli elementi fantastici sono ben gestiti
Il villain è meschino e vanesio, con motivazioni non proprio di ferro
Ma è descritto bene e in modo coerente: è un buon villain, e per quanto poco “grande”, resta più che abbastanza pericoloso da rappresentare un vero pericolo per il protagonista
Il climax è gestito molto bene
Il senso di angoscia e abbandono del protagonista è reso molto bene
Le Hempstock sono abbastanza ben tratteggiate
Il libro è scritto bene
La fine è deludente.

9 a 2.

Un punteggio molto buono, ma vorrei mettere un caveat: questo libro vince bene anche perché gioca sicuro. La storia è lineare, molto ispirata agli archetipi più popolari. Il che non è un difetto. Ma non aspettatevi un libro che vi cambierà la vita o qualcosa di terribilmente ambizioso.

E’ una favola, e come tale va benissimo. E’ un libro che non mi avrà lasciato moltissimo, ma che è fatto bene, breve (meno di 200 pagine) e molto gradevole da leggere. Se vi capita dategli un’occhiata!

Qualche estratto:

I

A gust of wind threw leaves and dirt up into our faces. In the distance I could hear something rumble, like a train. It was getting harder to see, and the sky that I could make out above the canopy of leaves was dark, as if huge storm-clouds had moved above our heads, or as if it had gone from morning directly to twilight.

Lettie shouted, “Get down!” and she crouched on the moss, pulling me down with her. She lay prone, and I lay beside her, feeling a little silly. The ground was damp.

“How long will we—?”

“Shush!” She sounded almost angry. I said nothing.

Something came through the woods, above our heads. I glanced up, saw something brown and furry, but flat, like a huge rug, flapping and curling at the edges, and, at the front of the rug, a mouth, filled with dozens of tiny sharp teeth, facing down.

It flapped and floated above us, and then it was gone.

“What was that?” I asked, my heart pounding so hard in my chest that I did not know if I would be able to stand again.

“Manta wolf,” said Lettie. “We’ve already gone a bit further out than I thought.” She got to her feet and stared the way the furry thing had gone. She raised the tip of the hazel wand, and turned around

“I’m not getting anything.” She tossed her head, to get the hair out of her eyes, without letting go of the fork of hazel wand. “Either it’s hiding or we’re too close.” She bit her lip. Then she said, “The shilling. The one from your throat. Bring it out.”

I took it from my pocket with my left hand, offered it to her.

“No,” she said. “I can’t touch it, not right now. Put it down on the fork of the stick.”

I didn’t ask why. I just put the silver shilling down at the intersection of the Y. Lettie stretched her arms out, and turned very slowly, with the end of the stick pointing straight out. I moved with her, but felt nothing. No throbbing engines. We were over halfway around when she stopped and said, “Look!”

I looked in the direction she was facing, but I saw nothing but trees, and shadows in the wood.

“No, look. There.” She indicated with her head.

The tip of the hazel wand had begun smoking, softly. She turned a little to the left, a little to the right, a little further to the right again, and the tip of the wand began to glow a bright orange.

 

II

My mother was in there with a woman I had never seen before. When I saw her, my heart hurt. I mean that literally, not metaphorically: there was a momentary twinge in my chest—just a flash, and then it was gone.

My sister was sitting at the kitchen table, eating a bowl of cereal. The woman was very pretty. She had shortish honey-blonde hair, huge gray-blue eyes, and pale lipstick. She seemed tall, even for an

“Darling? This is Ursula Monkton,” said my mother. I said nothing. I just stared at her. My mother nudged me.

“Hello,” I said.

“He’s shy,” said Ursula Monkton. “I am certain that once he warms up to me we shall be great friends.” She reached out a hand and patted my sister’s mousey-brown hair. My sister smiled a gap-toothed smile.

“I like you so much,” my sister said. Then she said, to our mother and me, “When I grow up I want to be Ursula Monkton.”

My mother and Ursula laughed. “You little dear,” said Ursula Monkton. Then she turned to me. “And what about us, eh? Are we friends as well?”

I just looked at her, all grown-up and blonde, in her gray and pink skirt, and I was scared. Her dress wasn’t ragged. It was just the fashion of the thing, I suppose, the kind of dress that it was. But when I looked at her I imagined her dress flapping, in that windless kitchen, flapping like the mainsail

of a ship, on a lonely ocean, under an orange sky.

I don’t know what I said in reply, or if I even said anything. But I went out of that kitchen, although I was hungry, without even an apple. I took my book into the back garden, beneath the balcony, by the flower bed that grew beneath the television room window, and I read—forgetting my hunger in Egypt with animal-headed gods who cut each other up and then restored one another to life again.

My sister came out into the garden.

“I like her so much,” she told me. “She’s my friend. Do you want to see what she gave me?”

She produced a small gray purse, the kind my mother kept in her handbag for her coins, that fastened with a metal butterfly clip. It looked like it was made of leather. I wondered if it was mouse skin. She opened the purse, put her fingers into the opening, came out with a large silver coin: half a crown.

“Look!” she said. “Look what I got!”

I wanted a half a crown. No, I wanted what I could buy with half a crown—magic tricks and plastic joke-toys, and books, and, oh, so many things. But I did not want a little gray purse with a half a crown in it.

“I don’t like her,” I told my sister.

“That’s only because I saw her first,” said my sister. “She’s my friend.”

I did not think that Ursula Monkton was anybody’s friend.

 

III

I bolted, ran down the hallway, round the corner, and I pounded up the stairs. My father, I had no doubt, would come after me. He was twice my size, and fast, but I did not have to keep going for long. There was only one room in that house that I could lock, and it was there that I was headed, left at the top of the stairs and along the hall to the end. I reached the bathroom ahead of my father. I slammed the door, and I pushed the little silver bolt closed.

He had not chased me. Perhaps he thought it was beneath his dignity, chasing a child. But in a few moments I heard his fist slam, and then his voice saying, “Open this door.”

I didn’t say anything. I sat on the plush toilet seat cover and I hated him almost as much as I hated Ursula Monkton.

The door banged again, harder this time. “If you don’t open this door,” he said, loud enough to make sure I heard it through the door, “I’m breaking it down.”

Could he do that? I didn’t know. The door was locked. Locked doors stopped people coming in. A locked door meant that you were in there, and when people wanted to come into the bathroom they would jiggle the door, and it wouldn’t open, and they would say “Sorry!” or shout “Are you going to be long?” and—

The door exploded inward. The little silver bolt hung off the door frame, all bent and broken, and my father stood in the doorway, filling it, his eyes huge and white, his cheeks burning with fury.

He said, “Right.”

That was all he said, but his hand held my left upper arm in a grip I could never have broken. I wondered what he would do now. Would he, finally, hit me, or send me to my room, or shout at me so loudly that I would wish I were dead?

He did none of those things.

He pulled me over to the bathtub. He leaned over, pushed the white rubber plug into the plug hole. Then he turned on the cold tap. Water gushed out, splashing the white enamel, then, steadily and slowly, it filled the bath.

The water ran noisily.

My father turned to the open door. “I can deal with this,” he said to Ursula Monkton.

She stood in the doorway, holding my sister’s hand, and she looked concerned and gentle, but there was triumph in her eyes.

“Close the door,” said my father. My sister started whimpering, but Ursula Monkton closed the door, as best she could, for one of the hinges did not fit properly, and the broken bolt stopped the door closing all the way.

It was just me and my father. His cheeks had gone from red to white, and his lips were pressed together, and I did not know what he was going to do, or why he was running a bath, but I was scared, so scared.

 

IV

Ginnie Hempstock returned. She was carrying my old dressing gown. “I put it through the mangle,” she said. “But it’s still damp. That’ll make the edges harder to line up. You don’t want to do needlework when it’s still damp.”

She put the dressing gown down on the table, in front of Old Mrs. Hempstock. Then she pulled out from the front pocket of her apron a pair of scissors, black and old, a long needle, and a spool of red thread.

“Rowanberry and red thread, stop a witch in her speed,” I recited.

It was something I had read in a book.

“That’d work, and work well,” said Lettie, “if there was any witches involved in all this. But there’s not.”

Old Mrs. Hempstock was examining my dressing gown. It was brown and faded, with a sort of a sepia tartan across it. It had been a present from my father’s parents, my grandparents, several birthdays ago, when it had been comically big on me. “Probably . . . ,” she said, as if she was talking to herself, “it would be best if your father was happy for you to stay the night here. But for that to happen they couldn’t be angry with you, or even worried . . .”

The black scissors were in her hand and already snip-snip-snipping then, when I heard a knock on the front door, and Ginnie Hempstock got up to answer it. She went into the hall and closed the door behind her.

“Don’t let them take me,” I said to Lettie.

“Hush,” she said. “I’m working here, while Grandmother’s snipping. You just be sleepy, and at peace. Happy.”

I was far from happy, and not in the slightest bit sleepy. Lettie leaned across the table, and she took my hand. “Don’t worry,” she said.

And with that the door opened, and my father and my mother were in the kitchen. I wanted to hide, but the kitten shifted reassuringly, on my lap, and Lettie smiled at me, a reassuring smile.

“We are looking for our son,” my father was telling Mrs. Hempstock, “and we have reason to believe . . .” And even as he was saying that my mother was striding toward me. “There he is! Darling, we were worried silly!”

“You’re in a lot of trouble, young man,” said my father.

Snip! Snip! Snip! went the black scissors, and the irregular section of fabric that Old Mrs. Hempstock had been cutting fell to the table. My parents froze. They stopped talking, stopped moving. My father’s mouth was still open, my mother stood on one leg, as unmoving as if she were a shop-window dummy.

“What . . . what did you do to them?” I was unsure whether or not I ought to be upset.

Ginnie Hempstock said, “They’re fine. Just a little snipping, then a little sewing and it’ll all be good as gold.”

E hum, che musica potrei mettere alla fine di questo articolo?

Well, nel film si nomina un oceano, e mi va di cambiare un po’ genere a questo giro.

L’ISLANDA DOVEVA VINCERE, DANNATI SVEDESI!

In nomine Roccae: Le porte dell’Abisso

Ho una colpevole passione per il trash. E ho deciso di segnalare, ogni tanto, un prodotto trash degno di nota. La rubrica si chiamera In nomine Roccae, per celebrare l’Unico, Intramontabile e per sempre Compianto Gran Bodhisattva del Fantatrash. Sergio, dove sei? Ci manchi, torna da noi!

Egli osserva e giudica, immenso esperto di Civiltà Orientale (sì, maiuscolo singolare)

L’opera di cui voglio parlarvi oggi è straordinaria. Portata alla mia attenzione dalla nobile Princess di Massacri Fantasy (link nella sezione Link, check it out!), quest’ostrica perlifera combina tutto il meglio del peggio, e lo combina col patrocinio del comune di Gorizia. Un caldo ringraziamento ai goriziani, che con le loro tasse hanno reso possibile la realizzazione di tanta epicità concentrata!

Cominciamo con ordine.

L’autore

 

Chi è Pietro Aliprandi? Un candidato promettente del progetto Mars One. Nella sua scheda di presentazione spiega che studia medicina a Trieste, che è “giovane e atletico”, e che essendo un appassionato di fantascienza non vede l’ora di andare ab aeterno su un sasso disidratato bolscevico e traditor.

Tutto molto bello, ma veniamo al punto. Pietro Aliprandi è un giovane scrittore fantasy!

Calmate il vostro entusiasmo, gentaglia senza contegno.

Dicevo, il suo romanzo, Le porte dell’abisso, è disponibile gratuito, e questo, onore a lui, è qualcosa che ho sinceramente apprezzato.

Ma prima di parlare di questo sappiate che Le porte dell’abisso non è solo un romanzo. E’ anche un film! Un indie fantasy con accento austroungarico! Già, Le porte dell’abisso non è un romanzo, è un fenomeno!

Il romanzo


Sarò sincera, non sono riuscita a leggerlo tutto. A dire il vero ho avuto difficoltà a leggere tutto il primo capitolo. Quindi può benissimo darsi che mi sia persa tutti i punti più geniali dell’opera. Ci credo poco. Perché?

Perché la prima frase è questa:

Il sole preannunciava l’alba attraverso l’orizzonte.

Ecco. Seguito subito da un parto il cui la partoriente emette « gemiti di dolore e gioia». La mia mamma bestemmiava tanto da far diventare svedese un somalo, ma dopotutto lei non era elfa.

Il bimbo venne al mondo assieme al sole, sebbene fosse già stato scritto che avrebbe condotto una vita ben diversa

Non solo tutta ‘sta faccenda è raccontata da pagina 1 a pagina 500, non solo il mostrato è non trascurato ma accuratamente evitato, ma nel caso qualche lettore di bocca buona riuscisse ad interessarsi alla vicenda, il libro prende cura di spoilerarti tutto ancora prima di cominciare.

Questo è uno di quei romanzi che invece di raccontare una storia apre diecimila parentesi sulla backstory del personaggio. Ottima idea.

E’ anche un romanzo che… well, non è di facile comprensione:

Gybir strillò per la perdita della compagna, ma non ebbe la stoltezza di rimanere pietrificato di fronte alla scena, nell’attesa che arrivasse un drago d’ottone che sterminasse gli aggressori, riportando in vita Kaya e conducendoli entrambi nelle terre elfiche a est, per vivere in serenità il resto dei loro giorni.

Drago d’ottone? Nel resto del libro c’è UN SOLO RIFERIMENTO a un drago d’ottone, ed è menzionato appena (il perché dovrebbe manifestarsi e salvare Kaya è un mistero irrisolto).

Il protagonista di questa festa è Gybir, mezzelfo negromante abbandonato da mamma e armato di katana. BAM! Questa bordata di clichés ci viene inferta tutta d’un botto in mezza pagina. Una roba da stendere perfino il celebrato Mattia Sorrenti!

Insomma, Gybir viene smollato ai frati, cresce e conosce Kaya. Kaya sarà l’Ammmore di Gybir, e appare anche nel film (con un effetto tipo Casper the Friendly Ghost). Cosa sappiamo di lei?

era una giovane magra, pallida, dagli occhi verdi gioiosi e vivaci, ma i suoi capelli erano del colore dell’ebano, e i suoi sorrisi lasciavano sempre un segno nel cuore.

Non ho capito molto bene l’opposizione tra gli occhi gioiosi e i capelli neri, ad ogni modo questo è tutto. Fine. Non una sola scena in cui lei e il nostro protagonista interagiscano. E in teoria noi dovremmo anche essere tristi per lei quando non meglio specificate “creature orribili e malvagie” (GL ti benedice, figliuolo) attaccano il posto e la stecchiscono.

Altro consiglio: se volete far fuori qualcuno, dargli una personalità e una presenza su scena prima di spacciarlo potrebbe essere una buona idea.

Solo un’ultima menzione, riguardo alla grande storia d’amore tra Gybir e una nuova tizia: me l’aveva segnalata Princess, l’ho cercata, l’ho trovata. E mi sono ribaltata sulla sedia dal ridere isterico.

Infine la giovane guerriera, sparse le trecce morbide sul candido guanciale, si sentì possedere dalla passione del mago, e quella notte ella gli donò ciò che di più prezioso ogni donna possedeva

“Ciò che di più prezioso ogni donna possedeva”, intendendo la verginità. E no, non è Gybir a pensarlo (perché al massimo farebbe parte della caratterizzazione del personaggio), come vedete il PoV non è ancorato in nessuno, è il Narratore a dirlo.

“Ciò che di più prezioso”. Mi pare giusto. Se qualcuna di voi sgualdrine presenti in sala pensava di valer qualcosa dopo essere stata sverginata, si ricreda: senza l’imene siete solo da rottamare. Monelle!

Questo è solo per darvi un’idea. Quello di cui io voglio parlare è il film!

Il Film


Il film si trova gratuito online qui.

Cosa dire?

E’ un coacervo di epicità. Dall’accento, alle parrucche (il nano! IL NANO!), alla sceneggiatura (“ci conosciamo intimamente?”, checcazzo!), ai plot twist che si dividono tra “telefonati due giorni prima” a “roba a caso che succede a gente a caso e che ha un impatto trascurabile sulla storia”.

Sense of wondr a galloni!

La storia. Vogliamo cominciare con quella?

Come ho detto, non so se ci sia una vera storia nel Libro, perché non sono riuscita a leggerlo tutto. Quanto al film, la storia è assente dalla maggior parte del tempo.

Il capolavoro si apre con il sound effect dei passi di Morrowind e due calosce di gomma in bianco e nero che camminano nel vago mentre una voce narrante legge un testo piatto con tono piatto. Per circa sei minuti il narratore ci racconta una storia ammuzzata di gente che va in giro a fare cose e personaggi che più cliché di così si muore. Per SEI MINUTI.

Un consiglio ragazzi: se quanto successo prima dell’attacco della storia è vitale, attaccate prima la storia. Se non è vitale, NON RACCONTATECELO!

Non siete obbligati a sparare tutte le cartucce subito, sapete. Se è importante sapere che prima il protagonista aveva un cane di nome Fuffy, potete anche inserirlo più avanti nel libro. Magari, dopo aver avviato la storia, potete inserire una scena in cui il tipo racconta la triste storia di Fuffy il Mastino Napoletano. Cazzo gente, è l’ABC di un racconto, perfino i più beceri manga dello Shōnen Jump non ti sparano in fronte la backstory del figo di turno così, a crudo!

I personaggi. Oddio i personaggi. Abbiamo il Negromante Tormentato, l’Elfo col nome impronunciabile (per me si chiama Blearguhrguahghbleh), il guerriero in armatura lucente (discreto, ma per ragioni ignote è costantemente doppiato), e infine il Nano ammazzadraghi. Il Nano. IL NANO. Guardate il NANO Madonna damigiana, il NANO! Col parruccone di carnevale e la barba finta! Io bestemmio e non dovrei, anche perché questa è di certo una dotta citazione a uno dei film più belli di sempre, Life of Brian.

Dopo l’introduzione, i nostri baldi amici interrogano Mister Tovagliolo, che spiega che devono ritrovare una Chiave per impedire che i cattivi aprano un baule. Esistono 3 bauli, con dentro della roba (no, sul serio, “arcano scrigno dal tesoro ignoto”), e non devono essere aperti. Insomma, in parole povere, ci stanno tre madie, e se le si apre tutte e tre arriva la Gatta Gnuda in persona e fa a tutti il culo a strisce.

Queste tra madie of doom sono mollate senza nessuna guardia o protezione su un belvedere alpino, così, alla portata del primo fesso che passa.

Praticamente, subplot inutili a parte, si tratta di una banalissima quest. Tizi cercano la chiave, tizi si fanno fregare la chiave. Un baule aperto. Tizi cercano altra chiave, tizi si fanno fregare di nuovo la chiave (they’re the best!). Tizi cercano di recuperarla. Fine della prima puntata. L’autore cerca di complicarla tirandoci dentro colpi di scena alla Beautiful (sorelle redivive, congiure di Tizi contro Altri Tizi, assedi di Posti fatti da Qualcuno per Ragioni), ma alla fine queste diramazioni non portano una ceppa di nulla alla trama.

Per dare un’idea dei subplot random, in un passaggio i nostri arrivano da un re, gli rifilano una spada che hanno trovato per caso (oh sì!), un tipo travestito da scatoletta arriva e fa “siamo sotto assedio”. Di chi, come, perché, com’è che non ve ne siete accorti? Questi eserciti fantasy che si materializzano dal niente sotto le mura! (Oh, ma sono sicura che nel libro c’è una spiegazione tattica molto verosimile). Cut. Nano Parrucco prende a martellate Gente. La cattiva fa capolino da un tubo di grondaia. Meno di un minuto, e metà castello brucia in computer grafica (lieta di vedere che il tecnico di Nguyen ha trovato lavoro dopo Birdemic), ma loro hanno vinto.

Sì, un assedio in meno di un minuto. Ma non temete, dopo ci sono diversi secondi del protagonista che sale una scala!

Peraltro, il re decide che partiranno “domani stesso” per andare ad assediare un altro posto. Perché si sa, una campagna militare (un ASSEDIO, per Belenos!) non richiede nessuna preparazione particolare, basta che ognuno si parti il pranzo al sacco!

L’assedio preparato è una cosa da convulsioni. Il barbuto da sotto le mura e dice alle 3 GUARDIE di cui dispone questa fortezza (tagli alla difesa?) che devono aprire le porte. Quelli gli rispondono “I fart in your general direction, your mother was a hamster and your father smelt of elderberries”, e il barbuto s’incazza. Ora gli fa’ vedere lui come butta giù il porto-

No, le porte sono aperte. I nostri entrano dentro così.

Boh. Mah. Mi si accioccina la corteccia cerebrale.

Tornando a noi, avrete capito che, nonostante il contributo di certo entusiasta dei goriziani, il budget di questa roba non era astronomico. Ergo, coi fondi limitati, i realizzatori hanno dovuto fare dei tagli. E per non so quale colpo di genio ultraterreno, hanno deciso di TAGLIARE LA TRAMA.

Non sto scherzando. Punti che dovrebbero essere di massimo conflitto, sono trattati in pochi minuti. Ad esempio la scena in cui si scopre il furto della seconda chiave. Si tratta in teoria di un punto importante della storia. Dovrebbe essere uno dei momenti culminanti del film.

Com’è stato realizzato?

Due tizi in una stanza vuota che si guardano nelle palle degli occhi e dicono: “hanno rubato la chiave, oh lo sapevi, la si va a cercare? Ovvia ‘gnamo.” Fine.

Ma allora, se questa faccenduola triviale detta “trama” occupa circa 10 minuti, cosa occupa la restante ora di film?

SCENE D’AZIONE.

Oh sì signori! Non abbiamo stuntmen, non abbiamo effetti speciali, non abbiamo i minimi rudimenti di coreografia, FACCIAMO UN’ORA DI FILM D’AZIONE!

Queste scene sono lancinanti. A prescindere da certe strane idiozie (tipo devono combattere i maghi cattivi in un tempio, e il cavaliere si toglie la spada… perché, boh, ragioni), tutti si muovono TALMENTE MALE MA TALMENTE MALE OCRISTO NON IMMAGINATE QUANTO MALE che il dubbio non è tanto “chi ha pensato una coreografia così farlocca”, ma “c’era una coreografia?”. Bimbi, io non pretendo che tutti siano reenactors col Flos sul comodino, eh. Ma un minimo minimo di preparazione! All’epoca in cui bazzicavo l’associazione dei Frères de Lices non ci voleva più di cinque o sei allenamenti per proporre qualcosa di passabile, e noi ci esibivamo live!

La maggior parte delle scazzottate sono qualcosa del genere

Il tutto con scelte di regia che non ho capito. A un certo punto Nano Parrucca si trova a cavalcioni su un nemico atterrato e finge di prenderlo a pugni. Ora, faccio per dire, se uno avesse ripreso il cugino cottolengo di Gimli di spalle e il cattivo avesse avuto la cortesia di scalciare un pochino, sarebbe andato benissimo. Molto credibile.

Invece no. La telecamera zooma a rallentatore su un bel frontale di Nano Parucco che NON colpisce il muso del cattivo. Ok bimbi, io voglio esse’ dalla vostra parte, davvero, ma se m’acchiappate per l’orecchio e mi c’avvicinate il muso ci sono buone probabilità che noti la stronzata anche con le migliori intenzioni!

A parte forse UN figurante in scarpette da ballo, nessuno pare avere nemmeno da lontano la preparazione fisica. Metà di tizi in armatura hanno meno presenza del mio manichino, con la cotta di maglia che ciondola troppo larga da gente troppo stretta.

Le scelte di regia diventano grottesche a tratti. Tipo circa al minuto 21 appare nientemeno che l’autore in persona, nei panni del re, con piano americano. La testa dl barbuto attraversa l’inquadratura e sparisce in prossimità della cintura del re. Re che abbassa lo sguardo e tasta qualcosa nella stessa area. Ok, pochi secondi dopo l’inquadratura si allarga mostrando che Barbuto è in ginocchio per porgergli una spada, but still! La prima volta che l’ho visto ho appiccicato il naso al monitor convinta di avere le traveggole. Tutto è talmente random che non mi sarei sorpresa se l’Aliprandi fosse andato a parare anche lì! (e non gli lancerei la pietra, il barbuto è discreto).

Molto bello anche il minuto 28, in cui l’attore che fa il protagonista emo sacrifica le vertebre tirando su di peso la bellona bruna. Intendiamoci, la ragazza ha un fisico notevole, ma il tizio peserà quanto una sola delle cosce di lei.

E infine una menzione di merito al minuto 41:30, per il “precisamente” più bello della Storia del Cinema. Valeva la pena di guardarsi il film solo per questo istante! Giuro che l’ho rimesso in loop più volte. Precisamente, precisamente, precisamente.

E tra storie d’amore inutili e assedi perché sì, finiamo coi nostri che combattono dei vampiri (?) in una fortezza (?) e il protagonista si trova imprigionato nel corpo di un volenteroso giovane con una maschera di gomma sulla testa. Il Bigfoot di The geek era più credibile, e sto parlando di un porno anni ’70.

Insomma, in conclusione, cosa penso di questo film?

Questo film è assolutamente sublime. La storia è scema da morire, le scelte di regia sono grottesche, la sceneggiatura è da capottarsi sulla sedia e le scene d’azione sono così tremende da provocare un formicolio pronunciato ai lobi frontali. Esatto: questo film è così terribile che trascende il brutto e diventa spettacolare.

A parer mio è meglio di classici come Birdemc o perfino The room! Ok, la regia è forse peggiore di quella di Nguyen (anche se con l’audio siamo lì…), e il dialogo è assurdo come quello di Wisaeu (Oh hi Mark), ma è più colorato, più stocastico, più cialtrone.

 

L’unica cosa che secondo stona è l’impressione che molti dei partecipanti, a cominciare dall’autore, prendano questo terribilmente sul serio. Voglio dire, una delle cose spassose di Birdemic 2 era il fatto che alcuni degli attori erano coscienti di essere in un film di Nguyen e si stavano chiaramente divertendo a girare nammerda. Qui il tono dl film è così serio che viene il dubbio che nessuno si sia davvero divertito a girare questo spasso, ma che ognuno si sia seriamente applicato per poi ritrovarsi tra le mani la versione goriziana de L’uomo puma.

Che altro dire. Provate questa meraviglia. E approfittatene, prima che i Mimimmi ce la rubino!

E infine, una canzone appropriata!

Recensione: Magdeburg-L’Eretico, parte III

Bentornati in questo luogo di sconforto e perdizione. Questa sarà l’ultima puntata dedicata all’Opera Stallatica! Con questo post si conclude il resoconto sulle PRINCIPALI CAUSE che fanno di questo libro un concentrato di pattume. Ho tagliato moltissimo, anche tra gli errori più gravi, dacché il bello di questa roba è che deforma lo spazio tempo: se si dovesse fare una lista delle crasse idiozie, ne verrebbe un documento più lungo del libro. Go figure.

P.S. SPOILERS, ma un vi perdete nulla!

In omaggio alla bellissima daikatana (ugh!) di Wulf, la daibanana, grande arma samurai! (si ringraziano Sirio Signorelli e il buon Dago per l’immagine!)

Avevamo lasciato il party protagonista (Wulf e due pupazzi imbalsamati di rincalzo) in fuga, e Dekken sulla strada di casa. Ci sarebbero anche dei fili narrativi legati ad Alessandro Colonna e Nauhaus, ma sono di un’inutilità tale che a leggerla mi son cascate le palle in terra tanto forte da sfondare il pavimento, e ora sono in causa con la gattara del piano di sotto.

Dekken e il suo amichetto Auerbach erano ripartiti insieme dopo aver spedito Caleb a Bad-Hoch. Mentre laggiù si consuma un’orrida scena d’azione, i nostri concludono una tappa e si accampano in mezzo ai rovi. Perché la sottile linea tra grim fantasy e personaggi affetti da ritardo mentale è difficile da azzeccare.

I nostri sono a una barriera che delimita le terre di Dekken. Barriera che è

[…] ambigua. Come tutte le barriere.

Sul serio? Sarò strana io, o sarà una deformazione professionale vichinga, ma a me pare che il solo messaggio più chiaro di una barriera sia un muro di scudi di gente incazzata.

Ai tempi, Licia Troisi fu sbeffeggiata senza quartiere per le misure assurde e la fisica balorda dei suoi libri. Ma stuprare l’ottica e il buonsenso sono, pare, caratteristiche imprescindibili del fantasy nostrano. Difatti, dietro il muretto di cui sopra, dal nulla si materializza un cavaliere con “armatura toracica” (corazza, Altieri, si chiama corazza!) e immancabile picca (sob).

Non solo, subito dopo si manifesta pure un esercito vero e proprio. Nessuno li ha visti o sentiti arrivare, perché è noto che le armature non fanno assolutamente rumore se sciaguattate in sella a un cavallo! O forse sono tutti sordi e con 2 diottrie per occhio.

A poche centinaia di metri da questa barriera dei miracoli, Dekken dà la sua benedizione a un gruppo di miserabili che vuole rifugiarsi nelle sue terre. Mentre io mi chiedo perché uno dovrebbe accamparsi nei rovi sulla soglia di casa invece che, non so, entrare, Dekken lancia la scansione, e dopo un retrolampo in cui litiga coi suoi e insulta i luterani, riveniamo…

Al tramonto! Dekken e i suoi guardano le ombre dei derelitti sparire dietro la barriera. Sì, gli stessi che stavano per attraversarla la mattina e che solo alla sera riescono a scavalcarla. Forse anche loro, come il 98% delle comparse in questo disastro di libro, sono afflitti da un qualche handicap grave. Resta che Dekken e i suoi sono rimasti come belle statuine per un giorno intero.Guardare dei paraplegici coprire i cinquanta metri piani coi denti è davvero così interessante?

Tra l’altro siamo ancora deliziati con l’ennesimo flashback di Dekken, in cui c’è una scena tra suo fratello Karl e la futura sposa Rowena, una roba così noiosa che alla fine mi hanno dovuta rianimare con un defibrillatore.

Vi ricordate quando ho detto che Mikla era un personaggio inutile? Beh, sono stata troppo severa. Certo, è inutile, ma per lo meno sta zitta. Rowena, oltre a essere inutile, è Buona, Bella e Profonda. Il che significa che non fa nulla a parte sotterrarci sotto una marea verbale che varia da “non vuol dire un cazzo” a “chissenefrega”.

«Non pensare al metallo, Rowena. Non pensare al sangue. È soltanto un sogno.»

«Ma continua a tornare da me, quasi ogni notte. Tu sogni, Karl?»

«Tenebre.»

[…]

«I sogni vengono dalle tenebre?» La voce di lei è un sussurro. «Sei sicuro di questo?»

 

[…]«Non lo sono.»

«Allora di che cosa sei sicuro?»

[…]«Di amarti»

«Come puoi amarmi?»

Fate finire questo inutile strazio! Giuro, questa scena romantica se la vede ad armi pari con quella troiata diseducativa di Twilight!

«Contraddizione, pericolo…» Karl serra le labbra. «Eresia.»

«Parola di fuoco.»

«E di metallo.» C’è un’espressione indefinibile sul volto di Kart von Dekken. «Non sei turbata?»

 

Ad ogni modo, lei lo vuole sposare, perché glielo dicono delle “voci da dentro”. Io chiamerei un esorcista, lui se la pomicia. Karl, guarda che saranno almeno in due lì dentro, non vorrai rischiare il sovraffollamento!

Intanto, tra le frasche, Dekken li spia e si masturba “a sangue”. Sticazzi, dico io.

Saltiamo a Leopold Klein, che spara a sua volta il centottesimo flashback superfluo (sul serio, se togliessimo quelli il libro sarebbe un opuscolo!). Sappiamo anche che Leopold Klein ha una biblioteca di “centinaia di volumi”. Evidentemente nella Germania del 1630 i libri costavano meno di oggi. O forse è solo un modo maldestro per far capire al lettore che Leopold è un uomo di cultura.

Dopo un’indispensabile parentesi sulle ricerche astronomiche del periodo (il sussidiario del nipotino torna utile ancora una volta!), ci viene detto che dei mercenari ubriachi stanno facendo un rogo di libri nella piazza. Il sergente e il galoppino della porta ricompaiono (quelli che volevano aggredire un inviato con lettere ufficiali), fanno irruzione nel laboratorio di Leopold, pestano lui e cercano di stuprare la moglie. Da notare che i mercenari di Altieri sono sempre in armatura, anche quando non sono in servizio e soprattutto quando progettano di scoparsi qualcuno (Excalibur ha fatto scuola).

Quando le cose stanno per mettersi male, Deveraux interviene. Se non ce ne fossimo già accorti, anche lui è uno trp fygo, e dice cose inutili mentre combatte (combatte annoiato, perché tutti sono troppo sfigati rispetto a lui, e perché il suo personaggio non era abbastanza ridicolo e cliché).

Sistemati i due sacrificabili, Deveraux e Leopold trovano che il momento è perfetto per una discussione sulle filosofie orientali. Sì, con i cadaveri in casa, un rogo fuori dell’uscio e un linciaggio in sospeso che può riprendere da un momento all’altro.

Deveraux spiega a Leopold il concetto dei cinque elementi presenti nello Zen (sarebbe meglio definirli “cinque agenti”, ma non siamo fiscali), l’haragei (in questo universo, una specie di potere magico proporzionale alla figaggine) e la ninjitudine di Wulf. Se ve lo stesse chiedendo, sì, queste sono tra le righe più retard del libro.

Leo è convinto che Wulf sia buono perché

«I bambini sentono il pericolo» non cedette Leopold. «I bambini percepiscono il male. La piccola Sarah lo adorava.

Ma certo, i bambini sentono il pericolo, è per quello che pedofili e predatori hanno una vita tanto difficile. Ma forse questa è la spiegazione degli “occhi intelligenti”. I personaggi di Altieri hanno l’età mentale di mocciosi di sei anni. Sì, ci sta.

Leo finisce per cedere e parla a Deveraux della Lutherweg, la via che porta al Monastero del Capibara. Deveraux, grande emissario e osservatore di Richelieu, quello che deve sapere tutto su tutti, non lo conosce. Un professionista, quoi!

Leo lo avverte anche che Wulf gli ha parlato di un tunnel segreto per andarsene dalla città.

«Nessuno sa chi l’ha scavato. Né quando. Forse nessuno sa che esiste.»

Pensa che culo, eh? Meno male che Wulf sa tutto, sempre e comunque. Merito dell’haragei, che ormai può giustificare virtualmente qualsiasi cosa (o forse Wulf ha letto il copione).

Frattanto Pecoraro, il mercenario sopravvissuto di Bad-Hoch, ritorna a Wolfengrad come “uomo demente”. Così demente che ha medicato alla menopeggio il garretto del cavallo e si è liberato dell’armatura per correre più leggero. L’”uomo demente” è l’unico a dar prova di gnegnero in questa festa dell’idiozia.

Parlando di idiozia, tutti si sorprendono che la missione sia finita male.

Undici di loro rappresentavano il vertice dei tagliagole della Turingia.

Wait, prima hai detto che gli undici erano stati scelti a caso tra quelli che avevano stuprato la strega, poi salta fuori che tutti loro, per caso, hanno combattuto a Bad-Hoch, e ora mi dici che erano undici assassini scelti? Qualcuno ha riletto questa chiavica, prima di mandarla alle stampe?

Veniamo anche a sapere che i soldati della “mai sconfitta” falange di Arnehm “non vengono pagati da settimane”. Genius! Perché un uomo come Van der Kaal, il capoccia, che fa il mercenario da sempre, dovrebbe fare una cosa così stupida come non pagare i suoi? Mistero. Scopriamo anche che Bolanos non sa della strage di Bad-Hoch. Come? Bolanos dovrebbe essere moribondo di cancrena? La divina provvidenza ci avrà messo una mano, non l’avete letto il Manzoni?

Parlando di Bad-Hoch… Caleb e Dale decidono di andare a parlare con l’Eretico e dopo aver fabbricato una torcia con un elastico e una caccola, scendono nel chiostro. C’è una torcia accesa accanto alla fontana calda (Bad-Hoch è costruito su una fonte termale, che viene fatta sgorgare in una piscina nel chiostro, perché i fratacchioni si divertivano a organizzare schiuma-party in cortile).

Nessuna traccia del viandante in nero.

Eccetto la torcia di cui ci hai appena parlato. O forse s’è accesa da sola.

Wulf è lì a farsi i fanghi.

Il viandante in nero sedeva a gambe incrociate sull’anello di pietre della sorgente sotterranea. Una figura remota, vagamente sacrale. Ma questo non poteva avere senso. Non per un eretico.

Perché si sa che “eretico” vuol dire precisamente “blasfemo iconoclasta ateo”. Notare poi che Wulf sa rendersi invisibile quando vuole, pur essendo un mozzarellone tedesco seduto ai raggi della luna accanto a una torcia accesa. Poteri dei ninja.

Caleb chiede a Wulf perché fa quello che fa e Wulf, mine de rien, non gli risponde e gli rifila qualche bischerata new age. Wulf è troppo figo, o troppo scemo, per esprimersi.

Poco dopo la partenza del party protgonista, i cattivi arrivano e trovano corpi smembrati impilati davanti all’ingresso.

Parecchi altri dragoni vomitarono.

Mercenari navigati, everybody! Ad ogni modo, per restare logici, la maggior parte di loro scarica le pistole sparando a dei corvi.

 

Dire che sono deficienti sarebbe un insulto ai deficienti.

Ma che cosa fa intanto Dekken? Cavalca nella sua bella terra, dove si fanno almeno due racolti l’anno (non credo sia umanamente possibile farne di più, con mezzi tradizionali!), in particolare patate. Strano, pensavo che i nobili tedeschi avessero investito nella patata solo nel 1750, ma Dekken è sempre un secolo e mezzo avanti a tutti!

E riparte il flashback su tutta la genealogia Dekken!

Manfred von Dekken salpa al fianco di un visionario, temerario navigatore italiano, Cristoforo Colombo, alla scoperta di un nuovo mondo.

Perché Colombo si sa era partito per scoprire un nuovo mondo. No, non per raggiungere le Indie. Leif Erikson gli era apparso in sogno.

Documenti che dimostrano una verità immane: la sfericità del mondo stesso.

SANS BLAGUE!

Ok, finiamola una volta per tutte: la faccenda dei medievalii che credevano nella Terra piatta è una BUFALA. La faccenda fu regolata nientemeno che nel III secolo avanti Cristo al più tardi.

E se vogliamo dire che ce n’eravamo scordati nel frattempo, sottolineo che: i vichinghi andavano e venivano dalla Virginia e dalla Groenlandia intorno al 1000; in opere underground poco conosciute come la Divina Commedia la Terra è tonda come una palla.

Ora, se vogliamo dire che ancora all’epoca di Colombo (e dopo, se è per questo) anche i più grandi ingegni avessero un’idea molto bizzarra della geografia terrestre e delle cose che vivevano in contrade lontane, siamo d’accordo. Per conferma basta leggersi Piano Carpini o perfino un viaggiatore più smaliziato come Marco Polo.

Ma no, gli istruiti non credevano che la Terra fosse piatta, e i non istruiti nemmeno si ponevano la questione.

 

Tornando a Dekken e alla sua genealogia, il nostro non ricorda il titolo nobiliare di sua madre.

Una contessa norvegese. O forse una duchessa. Reinhardt neppure lo ricordava

Perché si sa, l’araldica non è per niente il centro d’interesse di nobili rampanti.

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*Jingle*

Abbiamo accennato la puntata scorsa alla fanteria di Gustavo Adolfo, mi pare coretto concludere con la cavalleria.

Cominciamo col dire che gli Svedesi erano per tradizione più navigatori che cavalieri. I loro ronzini erano bestie ticce e robuste, tra i 110 e 140 cm al garrese. Un po’ piccini. Ma i cavalli non erano il solo problema: le armi tecnologiche (pistole, carabine, moschetti) erano di solito comprate all’estero (dacché gli svedesi non cominciarono a farne di decenti che negli anni ’40 del XVII° secolo). Anche le armature, fino agli anni ’20, erano spesso procacciate all’estero.

La cavalleria nativa era organizzata su base regionale, e riunita, nel 1627, in 5 reggimenti. In principio ogni reggimento contava 4 compagnie, che furono portate a 8 nel 1631, ognuna costituita da 125 cavalieri.

Nel 1621, dopo aver messo le mani su Riga e la Livonia, Gustavo riuscì a rimpolpare un po’ le sue file con combattenti qualificati, ma non abbastanza da fare le scarpe ai Polacchi, che come cavalieri spakkavano abbestia. Finalmente, nel 1628 gli svedesi imbarcarono 3 reggimenti interi di archibugieri ai saldi di Cristiano IV di Danimarca.

Fino agli anni ’30 del XVII° secolo, la proporzione cavalieri/fanti dell’esercito svedese era di 1 a 2, ma l’altissima mortalità nella pietaglia cambiò l’equilibrio a 1 a 1 e infine 5 a 4 nel 1636 alla battaglia di Wittstock.

 

I corazzieri

Costituivano la cavalleria d’élite, protetti da un carapace pesante. Erano armati di due pistole (per caricare a caracollo) e spada.

Quando Gustavo prese le cosa in mano, nel 1620, la Svezia aveva un numero ristretto di corazzieri (riuniti nell’Adelsfana), per lo più nobili che dovevano servire il re come dovere feudale e che di rado venivano impiegati in battaglia.

Le loro armature erano un problema. Pare che ancora alla battaglia di Breitenfeld fosse solo una minoranza, tra cavalieri ed alti ufficiali, a poter sfoggiare un equipaggiamento completo.

D’altro canto Breitenfeld mostrò che a vincere non era più tanto la cavalleria, quanto l’artiglieria e l’impiego della fanteria, e investire in grandi armature per i cavalieri divenne sempre meno interessante. La Fase Svedese (1630-1635) segnerebbe l’inizio del declino delle corazze pesanti.

 Corazziere. Le pistole erano infilate davanti all’arcione

 Gli archibugieri.

Impiegati in schermaglie di portata relativamente minore, erano armati d’archibugio (o carabina). Erano protetti in modo più leggero e anche loro dotati di pistole. In battaglia il loro ruolo era di solito la difesa dei fianchi dello schieramento di corazzieri.

Nel 1621 Gustavo li riformò e stabilì l’armamento base: corazza, elmo aperto, spada e pistole al posto dell’archibugio. In pratica soppresse gli archibugieri propriamente detti per una cavalleria leggerea bonne à tout faire, da impiegare in diverse situazioni, in supporto alla cavalleria pesante. Non sapendo bene come definirli, questi “archibugieri senza archibugio” venivano spesso chiamati semplicemente “cavalieri” (reiter).

Col maturare della Fase Svedese, i reiter di Gustavo come anche quelli cattolici furono sempre meno protetti.

Arcibugiere con archibugio, da non confondere col moschettiere!

Gli Hackapeliter, i reggimenti finlandesi.

Il nome gli veniva dal simpatico grido di battaglia (traducibile con “hack ‘em down!”): la loro ferocia selvaggia era leggendaria. Nel 1628 erano organizzati in 24 compagnie, gran parte sotto il comando di un Colonnello della Cavalleria Finlandese.

 

I dragoni.

Si trattava di fanteria montata, l’antenato della fanteria motorizzata. Si spostavano a cavallo ma combattevano di preferenza a piedi (come moschettieri). All’inizio non erano troppo presenti: Gustavo mise insieme il primo vero reggimento alla fine del 1630.

Nonostante fossero pochi (raggiunsero lo zenit nel 1632, con 1200 membri), erano un elemento indispensabile, dato che, alla differenza di quelle piaghe ambulanti dei cavalieri, erano più disponibili a smontare e svolgere incarichi poco “dashing” ma necessari. Erano il grasso del motore dell’esercito. Di solito venivano impiegati come esploratori, nel tenere passaggi pericolosi o in altri compiti ausiliari.

I dragoni erano di solito armati come moschettieri. Avevano moschetti a miccia (per quelli a percussione dovettero aspettare il 1635), di solito più leggeri di quelli della fanteria, tanto che potevano essere usati anche senza trespolo.

 

I djurskyttar, i cacciatori.

Presi tra forestali e guardiacaccia. Si suppone si occupassero di azioni di disturbo in piccole unità molto rapide. Non abbiamo molte notizie su di loro, as far as I know, se non che erano una piccola minoranza e di solito compaiono in poche decine.

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Torniamo a Wulf e soci, che intanto sono arrivati a Bad-Achen.

«Un mastio?»

«Un monastero.»

E una caramella al soldato Caleb, che non sa distinguere un monastero da un mastio. I nostri bussano.

«Chi postula?»

«Nessuno.»

Wulfgar, va’ a cagare.

Questo è quello che io chiamo un imbecille. Che razza di risposte dà? No, no, NO signor Altieri! Non venga a dirmi che è per far comprendere che la logica di questo personaggio è aliena a quella dei suoi contemporanei, perché la sua “logica” è aliena agli ominidi tutti: non è logica! E’ trolleggio idiota. E’ il ragazzino di dodici anni che si fa la foto gangsta per metterla su facebook. E’ la mocciosetta che si taglia perché fa figo. E’ fottuta stupidità e bisogno d’attenzione!

I giapponesi della stessa epoca hanno una logica molto aliena alla nostra, ma loro una logica ce l’hanno. E, a chiosa, Wulf, il più letale degli shinobi, non solo si fa notare come una ditata nell’occhio, ma è anche così gegno da dire al frate guardiano di essere un eretico.

“Un coglione scemo che si crede un coglione furbo”. Mernau, perché ci hai abbandonati?

Il frate sta, giustamente, per sbatterli fuori, quando l’abate Benno interviene.

“Come osi mandarli via?

“Ma, padre, quest’uomo è armato, insolente e si professa eretico…

“E allora? E’ un Buono!

“Ma signore, costoro sono probabilmente ricercati, magari a ragione, e…

“Fottiti, prete! Vuoi mandare a puttane la trama?

Sì, immagino sia andata più o meno così.

Willy-nilly, li fanno entrare e accomodare in refettorio per la cena.

Francescani, benedettini, trappisti, Mikla non aveva idea a quale ordine monastico

Dale, abbiamo capito che sei un po’ scema, ma per esser trappisti mi sembrano un po’ troppo chiacchieroni! A meno che in questa versione del seicento gli ordini non abbiano giocato a scambiarsi nomi e fondatori (ricordiamo, “i domenicani di Loyola”).

Dale e Caleb sono in fondo alla tavolata, in un refettorio semibuio, e stanno mangiando. Dale, che deve ricordarci di essere una povera impedita, si scopre per errore la testa (rasata a zero, il che la indica come una criminale in fuga).

Gli sguardi tornarono su di lei. Questa volta, tutti gli sguardi.

Come fanno a vederla tutti in una situazione simile? Non chiediamo. Il frate guardiano, tale Gerd, si alza e pretende di sapere perché le hanno rasato il cranio.

Ora, lasciamo perdere la realtà storica: ricordiamo che nell’universo di Altieri è considerato normale che un inquisitore stermini un convento di francescani perché hanno ospitato dei luterani e perché i loro sorci scombinano gli archivi della biblioteca! Altro che criminali in fuga.

Gerd fa prova di buonsenso, ma siccome sta trattando i Buoni con qualcosa di meno dolce che guanti di peluche morbidoso profumato alla lavanda, si attira prima il vaffanculo di Caleb (sempre sputare in faccia a chi ti accoglie e ti nutre!) e poi si fa richiamare dall’abate. Ma Gerd tiene duro. Anche Wulfgar appare, e per una volta la sua semplice presenza non basta a far crollare in terra l’avversario.

Fu l’abate Benno Frenkel ad alzarsi. «Può bastare così.»

L’abate passava Gerd di tutta la testa.

Eh già, perché il più grosso ha ragione. Bullo è bello, ricordatevelo!

La celebrazione della tirannia e della prepotenza vigliacca come cose fighe è così ricorrente in questo libro che ho arrotondato tutti gli spigoli di casa a testate.

Frattanto, Bolanos e falange sono arrivati a Bad-Hoc, dove il frate (l’unico a non sapere chi e perché ha distrutto il monastero) trova, sull’altare, un libro:

Della completa dipartita da questo mondo della Nobile Famiglia Germanica Sonderheim

anno Domini 1611

Fatemi capire, questi sono andati lì apposta per distruggere le prove e lasciano il libro lì, ancora parzialmente leggibile? Vabé, è la “mai sconfitta” falange del Cottolengo, ricordiamocelo.

Mentre Bolanos è lì, arriva Jan van der Kaal.

Comepregochi?

Ricapitoliamo: Bolanos sta a Wolfengrad, a mezza giornata da Bad-Hoch. Van der Kaal ha accompagnato Auberach ai confini delle terre Dekken, a un’altra giornata buona di viaggio (almeno). Al ritorno di Pecoraro a Wolfengrd, un messo viene mandato a Van der Kaal e Bolanos parte illico per Bad-Hoch. Come diavolo fanno ad arrivare praticamente insieme? Forse Van der Kaal ha imparato a manipolare lo spazio-tempo, come Dekken?

Ma torniamo a Leo.

Leopold guida la famiglia e Deveraux attraverso il vento di novembre, verso il cimitero. Un cimitero molto antico.

«Forse è qui da prima, molto prima di Magdeburg.» Lentamente, Leopold s’inoltrò in mezzo ai rovi, tra statue dai lineamenti indefiniti. «Quando il mondo era vuoto.»

“Questo mondo è del tutto spopolato, sai cosa gli ci vorrebbe? Un cazzo di cimitero!”

La stupidità di queste battue mi provoca dolore fisico.

Trovano il mausoleo indicato da Wulf, ma pare non esserci altro che due grossi sarcofagi, niente tunnel. Stanno per uscire quando…

«Vento…»

Heu, Leo, tira un forte vento da almeno tre pagine…

La fiamma era piegata. Come se le ombre e la pietra stessero cercando di risucchiarla.

Nella mia esperienza le bocche delle grotte soffiano aria fuori, e non viceversa, but, hey! This is Magdeburg! E un capitolo dopo l’aria soffia nel verso giusto. Una botta al cerchio e una alla botte, e siamo tutti felici!

Leo e soci scendono nel tunnel, dove trovano…

«Pipistrelli…»

And we jumped the shark!

Ogni volta che penso di aver toccato il fondo del retard, questo libro mi sorprende di nuovo. Adesso uno scienziato e un feroce guerriero sono convinti che i pipistrelli siano non so che strana razza di tritacarne volante o qualcosa del genere. Fatto sta che per poco non si cagano addosso. O forse ho male interpretato io. Forse sono atterriti dalla prospettiva di disturbare l’ibernazione del Rinolophus ferrumequinum.

Una dopo l’altra, anche le altre ali tornarono a richiudersi.

Il popolo delle tenebre di Magdeburg non aveva fretta, nessuna fretta.

Leopold? Grande sapiente e scienziato? Lettore di centinaia di libri? Siete in novembre, grazie al cazzo che non hanno fretta! Hai mai visto un pipistrello andare in giro a novembre? In Turingia?

I nostri telano, chiedendosi perché mei i pipistrelli non li abbiano mangiati. Giuro, non ho mai letto niente di così idiota in un romanzo.

Torniamo a Bad-Achen che è meglio, va’.
Dale, che poche ore prima stava morendo di polmonite, non ha più male al petto e ha quasi smesso di tossire. In meno di una serata. Miracoli della Turingia. Abbiamo anche un delizioso siparietto zuccheroso con lei e Caleb che si baciano. E perché no? Dopotutto lei ha subito torture, stupri di gruppo e due tentati omicidi solo due giorni prima.

Caleb esce, e trova Wulf che smartella allegramente in piena notte, magari sotto la finestra della cella di Gerd. Giusto per farsi amare. Eh, ma lui non può aspettare: deve fabbricare un bokken (che viene forgiato a martellate… wait, what?).

Il giorno dopo ripartono alla volte del fiume Lete. Ora, vi ricordate che per tutto il libro Wolf cerca di confondere le proprie tracce e fa percorsi assurdi perdendo un sacco di tempo ad minchiam? Ecco: è stato così furbo che non solo Van der Kaal ha indovinato che vuol passare il fiume, ma ha anche chiappato il guado giusto! Ma fidatevi, era tutto calcolato (stacce).

Il guado è a Lohrbeck, una cittadina di modeste dimensioni senza mura, senza ronda, senza portali d’ingresso, senza soffito, senza cucina, in via de’ matti numero zero. Dopotutto non c’è mica una guerra, nei paraggi.

Mentre Wulf va a intimidire i mercenari di guardia al ponte, Caleb e Dale vanno a fare la spesa (la gita dei bimbi speciali prevede pranzo al sacco). Sul luogo infuria una tormenta che acceca, ma nonostante tutto è giorno di mercato. O forse la neve acceca solo i cattivi che, SPOILER, stanno per arrivare.

Mentre Dale fruga sul banco dei pret-à-porter (no, non sto scherzando), Caleb viene aggredito da quattro dei suoi ex-compagni, giustamente incazzati. E io noto che questi rozzi mercenari riescono a intrufolarsi alle spalle delle loro vittime con molto più successo di Wulf. Forse i ninja dovevano prendere loro come allievi.

Wulf interviene, ma sulla collina appare la Falange di Arnhem. I nostri montano una trappola sul ponte e si preparano allo scontro finale, il più retard del romanzo.

Mettetevi comodi, servitevi una birra, preparate un cuscino per attutire il tonfo dei testicoli. Questo pezzo è GENIALE!

I Cattivi, accecati dalla bufera, caricano a spada tratta. Niente pistole, carabine, balestre, maiala di su’ ma in carrozza. Si fotta la distanza.

Van der Kaal spinse all’indietro la visiera dell’elmo, cercò di distinguere qualcosa al di là del fumo degli incendi

Quali incendi? O sarà la sempiterna cenere che Altieri ama spolverare su qualsiasi scenario? Dopotutto se fa figo in Silent Hill farà figo anche qui!

La situazione è così grumosa che i cattivi riescono a malapena a distinguere Wulf che, ricordiamolo, è un omone vestito di nero in un paesaggio innevato. Una parte di loro carica. E quando ormai sono a dieci yarde (circa nove metri?), vedono la trappola:

Grossa come il braccio di un uomo. All’altezza sbagliata, nel posto sbagliato.

Ancorata a U ai pilastri nord.

Ok, ok, frena un istante.

  1. Come ha fatto Wulfie a trovare una catena così grossa?
  2. Come ha fatto a sistemarla “a U tra i pilastri nord” senza una gru?
  3. Con che razza di tormenta apocalittica fanno il mercato, da quelle parti?
  4. Quattro.
  5. Botta di culo che chi costruì il ponte lì lo premunì di pilastri stile ponte di Brooklin, nell’evenienza che un giorno un ninja tedesco volesse sospendere una catena da nave per stecchire dei mercenari cattivi (gli architetti del seicento erano gente previdente).

Ma ora il pezzo forte!

Schatz strappò indietro le redini. Sentì la barra di ferro del morso squarciare, letteralmente squarciare, la bocca del cavallo. Forse Schatz urlò. O forse l’urlo fu solamente dentro la sua testa.
Il tenente Helmut Schatz pestò contro la catena con la stessa forza di un maglio su uno steccato di legno marcio. Entrambe le zampe anteriori del cavallo da guerra si spaccarono come giunchi nella tormenta. L’animale si attorcigliò sulla catena, crollò in avanti. Anche Schatz crollò in avanti. All’urto contro le travi coperte di neve congelata la sua colonna vertebrale si spezzò in tre punti.

E NON FINISCE QUI! L‘intero contingente di cavalleria riesce a ingolfarsi a tutta birra contro la catena e produrre un mucchio di carne macinata!

Corpi. Uomini, animali. Mescolati in un unico condotto di annientamento. I dragoni vennero a schiantarsi contro la catena a ondata. Un groviglio di arti, zampe, corazze, teste, viscere. Tre dragoni volarono oltre il ponte, guitti da incubo contro il cielo torbido. Picchiarono sulle rocce del Lete. Grosse eruzioni rosse si gonfiarono nelle rapide. I corpi vennero portati via dalla corrente tracciando altre scie rosse.
Il resto del gruppo d’assalto formò un covone purpureo a un terzo del ponte delle catene. Un tumulo di articolazioni sradicate, ossa spezzate, carni macellate. Correnti di sangue sciolsero lo strato di neve, filtrarono tra le fessure, grondarono nel fiume.

Mi sanguina il naso. Tutto ciò è troppo idiota per essere vero.

QUESTO E’ GENIO ALL’OPERA!

GENIO!


«Noooooo!» Jan van der Kaal perse bava e muco. «Maledetto! Noooooo!…»

Ossantidei! Ci manca solo Bolanos che si lascia sfuggire un “Gasp!”

In questo gran finale abbiamo il sunto glorioso di questa epica boiata: una base di solida stupidità impastata con nozioni inutili, tecnica fallace e sfondoni storici canditi. Il tutto glassato con gore a sconto semi-scaduto e infine una spolverata di sopraffino surrealismo.

Se Altieri avesse scritto un romanzo comico e autoironico, sarebbe forse stato un capolavoro assoluto. E non sto scherzando. C’è la creatività cialtrona, lo stile coatto, il sangue a secchiate. Come libro comico sarebbe un gioiellino imperdibile (e ripeto, sono serissima).

Ma no. Martelliamoci le balle tutti insieme e preghiamo Loyola, fondatore dei domenicani trappisti.

E ora il giudizio del GRUMPY.

Totale ignoranza della Storia sia Europea che Giapponese  
Scene d’azione inverosimili e balorde  
Descrizione inverosimile ed errata del funzionamento di armi e armature  
Descrizione della razza umana che definire superficiale sarebbe farle un complimento  
Comparse dal comportamento ridicolo, finalizzato solo a mandare avanti la trama a pedate o far risaltare la figaggine del protagonista  
Comprimari privi di motivazioni o spessore psicologico  
Protagonista affetto da ritardo mentale nei passaggi migliori, detestabile Gary Stu nella maggior parte del libro  
Deveraux che combatte “annoiato”  
Personaggi con “occhi intelligenti” che concorrono al Darwin Awards  
Glorificazione di prepotenza, stupidità e tirannia  
Totale mancanza di rispetto per uno dei periodi più tragici della nostra Storia  
Italiano aleatorio  
I dialoghi inutili e dolorosamente stupidi  
I riassuntini gonzo-storici  
La totale assenza di ogni seria documentazione  
Capibara of Doom!  
Voglio sapere chi è andato a piantare edera velenosa in Turingia!  
I pret-à-porter venduti per strada sotto una bufera di neve  
Le coincidenze idiote (tipo una catena da nave presente per caso in un paesello della campagna tedesca)  
I flashbacks improponibili  
I cattivi mentecatti  
I personaggi che fanno la scansione per interi capitoli  
Le coincidenze che guarda i casi della vita, non ci crederai mai, ma è andata proprio così, giurin giurello, credicelo  
Kolstadt  
Il Rinolophus ferrumequinum  
Un romanzo sul 1630, e niente Hackapeliter!  
Mernau

Ridateci Mernau. Non sarà stato un granché come personaggio, sed in terra caecorum…

Ma ormai è fatta! Festeggiamo! Musica e mazzate!

Parte I

Parte II

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Bibliografia (che non si dica che le note storiche me le sono tirate di testa)

BRZEZINSKI Richard, HOOK Richard, The army of Gustavus Adolphus 1, Infantry, Osprey Publishing, Oxford, 2000

Ibidem, The army of Gustavus Adolphus 2, Cavalry, Osprey Publishing, Oxford, 1999

TURNBULL Stephen, REYNOLDS Wayne, Ninja AD 1460-1650, Osprey Publishing, Oxford, 2012

Ibidem, Mongol Warrior 1200-1350, Osprey Publishing, Oxford, 2003

NATORI Masazumi, BORDAS Bernard, MAZUER Axel, Shōninki, Albin Michel, 2009

MUSASHI Miyamoto, Traité des Cinq Rues : Gorin no Shō, Albin Michel, 1983

YAGYUU Munenori, Le sabre de vie : Heihō Kadensho, Budo Editions, 2005

 

Recensione: Magdeburg-L’Eretico, parte II

Abbiamo già parlato dell’italiano aleatorio, della vacuità dei dialoghi, delle castronerie storiche (le più notevoli) e della bruttezza particolare delle scene d’azione. Abbiamo spolpato Magdeburg-L’Eretico e ora ci resta il nucleo: carcassa e viscere. Ma non temete, la carne attaccata all’osso è la migliore!
Parleremo infatti di trama e personaggi. Il caveat di questa puntata è:

La trama

E’ difficile riassumere questo libro. Un quarto delle pagine sono paragrafetti di Storia zeppi di nomi e date non indispensabili alla vicenda, infilati a random nei momenti meno adatti. Diversi capitoli si riassumono in: “il personaggio X viaggia per una TerraDesolataTM e pensa alla Storia della Guerra dei Trent’anni”!

Un esempio emblematico è la prima apparizione di madre Erika, che ci viene presentata fuori del monastero, mentre contempla una croce caduta. Alla domanda di una consorella se sia il caso di rialzarla, lei risponde che non hanno tempo. Peccato che poi continui ad ammirare il paesaggio e intrattenerci con elucubrazioni storiche di massacrante inutilità per concludere, a fine capitolo, “ok, ora possiamo raccattare la croce”. Cos’è, prima stava deframmentando?

Altro esempio di inutilità: il libro si apre con l’apparizione del protagonista, Wulfgar, il tizio in corpetto sadomaso e tatuaggi, in una notte buia e tempestosa. Originale. Peccato che il tipo non abbia niente da fare a parte timbrare il cartellino, e dopo qualche posa figa la scena è abbandonata. Il contributo di tutta la faccenda? Zero. Way to go!

Ma torniamo alla trama! Dopo l’inutile siparietto di cui sopra, ci spostiamo subito a Kolstadt: un monastero con biblioteca (con “migliaia” di documenti, il che ne farebbe un centro culturale di prima importanza in quello spicchio d’Europa, tenetelo a mente).

Se la terra aveva radici, una di esse era Kolstadt.

Ci mancherebbe. Peraltro, per una buffa coincidenza, se questo romanzo ha dei buchi di trama, uno di questi è proprio Kolstadt, il monastero-fortezza imponente e imprendibile:

Per un qualsiasi esercito assediante, prendere quella struttura sarebbe stato un incubo di massacro.

Peccato che meno di una pagina dopo, durante uno dei deliziosi flashback gonzo-storici, vien fuori che un inquisitore “dal nome dimenticato” un bel giorno decise di andar lì (dove stavan dei francescani, noti sostenitori del protestantesimo) e ammazzare tutti quanti.
Ora, io non voglio essere fiscale, ma…

• La ragione per cui l’inquisitore stermina i francescani è che questi ospitavano degli eretici (?), anche se poi non si trattava che di una scusa (?). Si intuisce che il fine principale era “bonificare” la biblioteca… e non poteva farlo coi francescani vivi?
• Avete letto che il monastero è inattaccabile, venti righe fa? Costui lo prende senza colpo ferire. Kolstadt sta alle fortificazioni come l’Armata Invincibile alle navi.
• Nessuno ricorda il nome di colui che ha massacrato tutti i frati di un monastero con una biblioteca così prestigiosa.
Ma come no, credibile! E’ come dire che nessuno si ricorda chi disse “nuts” all’assedio di Bastogne!

 

Madre Erika è la tizia che ci riassume questo molto verosimile antefatto, mentre fissa il vuoto con “occhi intelligenti”.
E qui abbiamo uno dei grossi problemi: i personaggi. Sorvoliamo sulla collezione di clichés (il guerriero taciturno e tormentato, il soldatino giovane e di buona volontà, la ragazza inutile tacciata di stregoneria, Il cattivo belloccio e glaciale…), il loro guaio è che sono tipi che vanno in giro per uno scenario già visto a fare cose di dubbia coerenza con una motivazione pari a zero. Che vogliono fare?
E non ditemi “Oh, Tengi, ma è solo il primo libro, lo scopriremo poi”, UNA BELLA SEGA! Le motivazioni sono ciò che fa muovere una storia! Una storia è A vuole B e per ottenerlo deve fare C. Non dico che le motivazioni debbano essere chiare dalla prima pagina, ma dal secondo capitolo dovrebbero almeno intuirsi! Magari cambieranno. Magari erano errate. Ma ci sono!
Nel libro di Altieri la metà del tempo i personaggi agiscono per una specie di slancio istintivo, ispirazione divina (l’autore gli avrà berciato “muoviti stronzo!” da dietro la telecamera). Non si ha mai l’impressione che debbano agire in quel modo. Caleb segue Wulfgar ma avrebbe potuto andarsene per cavoli suoi. Erika riapre la biblioteca maledetta perché una mattina appena alzata le gira così. Dekken manda Caleb dietro l’Eretico perché in quel momento gli gira di fare un dispettuccio al suo compagno di merende.
Inoltre, il libro risente dello stesso morbo di Hollywood: l’apparenza è tutto. I cattivi sono rozzi, coi denti marci, vanno a puttane e non si lavano (tranne Dekken, ma solo perché lui segue il cliché del cattivo raffinato). I buoni sono bellocci e hanno “gli occhi intelligenti”. Tanto valeva vestire gli uni di bianco e gli altri di nero.
E ovviamente i Buoni hanno ragione. Sempre ragione (lo ripeto perché Altieri ama la ridondanza).

Ora, la cosa che mi dà molto fastidio è che Altieri maneggia uno dei periodi più tragici della Storia europea senza il benché minimo riguardo. La Guerra dei Trent’anni è un coacervo di realtà tragiche. Prendete i mercenari. Sì, molti erano brutti e cattivi. Sì, molti erano stupratori e macellai. E molti di loro erano nati in posti di fame, con solo il mestiere delle armi come alternativa alla fossa. Alcuni sono nati durante la guerra, avranno avuto dei fratelli morti in guerra, hanno fatto la guerra per sopravvivere e sono morti in guerra. Nati, morti e vissuti nella brutalità e nel saccheggio. Altri sono stati arruolati a calci nel culo e spediti a morire di dissenteria in mezzo a gente che nemmeno parlava la loro lingua, mentre a casa i vecchi crepavano di stenti perché mancavano braccia sul podere.
Non sarebbe interessante rendere giustizia al tragico e all’orrifico? All’eroismo e al crimine? Non sarebbe interessante maneggiare gente vera con un minimo di rispetto?

No. I mercenari di Magdeburg sono tutti sporchi e cattivi senza redenzione, con la sola eccezione di Caleb, che non ha mai fatto niente di davvero sbagliato perché è Buono, e se sei un Buono in Magdeburg hai sempre l’opzione Scelta Giusta. Comodo. Molto comodo.

Ma torniamo a noi. Dopo Erika incontriamo Geldern e il Boss del libro, Reinhardt von Dekken che, quando non perde tempo a parlare a vanvera, cavalcare all’ombra di torri o pisciare su vecchie tombe (non sarò io a criticare i passatempi peculiari… c’è mica un cecoslovacco sbronzo in sala?), impiega le sue forze nell’intrigo. Lo si distingue dagli altri mini-boss perché ha tutte le caratteristiche dei Buoni, tranne la bontà: è bello, ha i denti sani, parla in modo ampolloso e dice cose superflue.

Dekken da ragazzo odiava suo padre e suo fratello, ed era apertamente contrario alle nozze di quest’ultimo con una luterana. Caso vuole che tutti i tizi di cui sopra siano assassinati (dai famosi cavalieri armati di picca e moschetto). Dekken rimane così unico erede, e la cosa non insospettisce NESSUNO.
Ora, vent’anni dopo, lui si sveglia, chiama un tizio e gli fa “sai coso, a volte ti guardi allo specchio e ti chiedi… ma come sono stati sterminati i miei?”
E ora vi do uno spoiler incredibile! Siete pronti? Oh mio Dio non ci crederete. Attenti eh. Concentratevi. Pronti?
Dekken e un altro nobile, Auerbach, hanno complottato la strage, vent’anni prima!

Ta da da dah!

Dekken vuole sapere se è rimasta una qualche traccia della sua colpevolezza.
Geldern che, in buona fede, ha svolto le sue ricerche, scopre che c’era un libro con prove compromettenti nel monastero di Bad-Hoch, ma, guarda te i casi della vita, il posto è stato attaccato da qualcuno, i monaci sterminati e tutto l’archivio bruciato (tenete a mente questo particolare).
Dekken viene a sapere che esiste un altro documento capace di incolparlo, scritto dal suo ex-confessore e ora galoppino, il gesuita Georg Nauhaus. Bene. Ora deve solo scoprire dove si trova tale documento.
Potrebbe semplicemente chiederlo a Geldern, che è in buona fede e non ha capito che il mastermind è Dekken (Geldern è un po’ cretino, come il 99% dei comprimari). But this is Magdeburg!
Dekken strizza il nome da Geldern prima di uccidere lui e famiglia (per far capire che è cattivo, nel caso fosse sfuggito a qualcuno). Il documento si trova a Kolstadt. Guarda te le coincidenze.
Ma torniamo a Wolfengrad, la città in cui il nostro protagonista ha fatto quell’indispensabile ingresso, e dove il domenicano Bolanos sta per bruciare la strega Mikla.
Mikla è un personaggio talmente inutile e lento di comprendonio che d’ora in poi la chiamerò Dale (ho già detto che mi piace il trash?).
Dale è molto bella, quindi è buona. E’ stata pestata e stuprata, ma non importa, perché Dale guarisce alla velocità della luce, cosa che, in questo libro, fanno tutti coloro che non muoiono sul colpo.
Purtroppo, proprio quando stanno per dare il via al barbeque e salvare il lettore dalla Damsel in DistressTM, Wulfgar interviene, e abbiamo quella splendida scena d’azione di cui ho parlato nella prima parte.
Wolf e Dale fuggono dalla porta sud (suppongo che, sempre grazie alle coincidenze fortuite, tutte le guardie fossero a pisciare) e si confondono coi non-monatti che vanno a bruciare i non-ebrei nei non-forni gonzo-storici.
Dale ha paura del contagio (uno sprazzo di realismo, fategli ciao, non tornerà più) ma Wolf la rassicura: sono sopravento.
La ragazza è sbalordita:

«Come riesci a capire tutto questo?»

Domandona! Capire da che parte tira il vento?! Merito dei sensi allenati dei ninja, bellezza. Watah!
Ma forse sono severa, Dale è di certo troppo rimbecillita dal trauma e dalla febbre… Possibile, ma no, visto che è abbastanza presente da rendersi conto che il tizio guida il cavallo in modo da confondere le tracce nel tramonto…
Wait… In città, qualche ora prima, era così buio che Wolf si “fondeva con le tenebre”, e ora è il tramonto? Come diavolo girava il pianeta, nel novembre del 1630?

Lasciamoli lì e torniamo a Wolfengrad, dove incontriamo il tenente Caleb Stark, un altro Buono, che investiga la piazza del rogo, dove i suoi uomini si sono fatti macellare. Bell’esempio di diligenza, tenente! Ma Caleb non era presente al momento del fattaccio perché voleva impedire ad altri soldati di aggredire dei monatti.
MASSI’, MOLTO CREDIBILE! Tanto nessuno ha mai avuto paura di mettere le mani addosso a un monatto o avvicinarsi al carro degli appestati.
CHECCAZZO!

 

Ad ogni modo, Caleb entra in una chiesa dove il prete Bolanos si fa curare l’occhio bruciato.

L’occhio non c’era più. Scoppiato, prosciugato dal fuoco. Orli ossei della cavità orbitale affioravano dalle grinze della pelle scavata dall’ustione.

Era una torcia o era napalm?
Peraltro, un’ustione del genere, senza un trattamento antibiotico, si infetterebbe nel giro di poco, e poche ore dopo l’incidente Bolanos dovrebbe essere in preda ai deliri della febbre, ovvio preludio alla sua dipartita, probabilmente nella settimana seguente.
E invece no!
Non solo Bolanos è perfettamente cosciente, ma il giorno dopo monta a cavallo per guidare l’inseguimento dell’eretico e due giorni dopo sente a stento dolore!
Bolanos non è l’unico a guarire in uno schioccare di dita: Dale, moribonda per la febbre, ha superato delirio e trauma il giorno dopo!
Ok, Dale viene curata da Wolf con l’agopuntura (e preferisco non pronunciarmi quanto quest’idea sia ridicola e insultante per l’intelligenza del lettore, dico solo: cool, multitask!).

Ma non divaghiamo. Tornando a Caleb, il nostro trova il modo di bisticciarsi col suo diretto superiore e gli punta la spada alla gola, ritrovandosi la pistola dell’avvesario alla testa.
Tralasciando il dettaglio che sono entrati armati in una chiesa (e no, NON era una cosa abituale, ma nessuno pare notare questo comportamento anomalo), l’ufficiale cattivo per poco non se la fa addosso per l’angoscia. Eh sì, perché un consumato mercenario reduce da mille battaglie di sicuro si caga sotto per un novellino (novellino che ha la testa contro la canna della sua pistola).
L’unica ragione per cui il romanzo di Altieri non finisce a pagina due, è la stessa che fa durare il film Soft Air un’ora e mezza o giù di lì: i cattivi sono così fottutamente lenti, che i buoni riescono sempre a cavarsela.
Ad ogni modo, Dekken s’interpone e scavalca Auerbach (datore di lavoro dei mercenari), ordinando a Caleb di riacchiappare l’Eretico.
Perché s’intromette?
Per far dispetto all’amichetto Auerbach. E perché Caleb deve entrare a far parte del party protagonista, come NESSUNO si aspetterà (spoiler!).
Gli vengono assegnati undici soldati “i primi a chiavarsi la strega”. Ve li elenco, perché dopo sarà utile: Mernau, Makoved, Opatow (l’uomo ubiquo), Landolfi, Ingbert, Pecoraro, Zagorje, Bovec, Harkeny, Krka, Giessen.
Giessen è un albino con gli occhi rossi. E’ ufficiale, la falange di Arnehm recluta i suoi alle paraolimpiadi. E’ la sola ipotesi che spiega la presenza di un albino (condizione che rende l’uomo gravemente miope).
Ma che bisogno c’era? Sarebbe cambiato qualcosa se Giessen (che muore dopo un paio di scene) fosse stato una persona normale? Sarebbe stato sensato. E questo non è un libro sensato, questa non è una storia, questa è una boiata.
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Parentesi storica di contorno: i soldati della Guerra dei Trent’anni. (potete saltare oltre se non v’interessa)

Tanto perché questo articolo non sia tutto centrato su Altieri, ho deciso di unserire un piccolo intermezzo storico. Non intendo trattare in dettaglio gli eserciti di questo periodo (almeno per ora), ma solo darvi un esempio breve, per avere un piccolo assaggio. Ecco quindi a voi la fanteria svedese di Gustavo Adolfo.

 Moschettiere

La fanteria di Gustavo Adolfo era composta in parte da mercenari, in parte da coscritti. Riguardo a questi ultimi, a partire dal 1620 tutti gli uomini validi sopra i 15 anni e sotto i 40 potevano essere chiamati alle armi. Quando veniva ordinata una leva, tutti i coscrivibili di un distretto venivano radunati e messi in file di dieci. Di questi, se ne prendeva uno da mandare all’addestramento, e gli altri 9 pagavano per il suo equipaggiamento.

Tra il 1626 e il 1630 furono arruolati mediamente 10.000 uomini l’anno (il 2% della popolazione maschile). Per certe zone fu un disastro. Prendete il caso di Bygdea, dove solo 15 dei 230 coscritti tornarono vivi. La mortalità era altissima (essere arruolato equivaleva quasi a una condanna a morte), e la causa di morte principale era la malattia.

Per non strizzare troppo una popolazione già malridotta, Gustavo aumentò l’impiego di mercenari, volontari attratti dai soldi e dalla possibilità di una rapida carriera (si veda la folgorante ascesa di Christof von Huowald). In pratica, un colonnello (AKA, ricco avventuriero) riceveva una patente per arruolare un reggimento, che poi gli apparteneva.

Come in altri eserciti protestanti, i reggimenti mercenari al soldo degli svedesi portavano nomi di colori (Blu, Grigio, Rosso e Verde). In principio ogni reggimento contava 8 compagnie, che Gustavo aumentò a 12 nel 1629-1630, in vista delle operazioni in Germania.

Ma veniamo alle armi della fanteria.

Il “vero” moschetto svedese era grosso e pesante (7,5 Kg), con proiettili di 19,7 mm. Il peso e il rinculo erano tali che non poteva essere messo in mano al primo pirla che passava. Per i primi pirla c’erano i “mezzi” moschetti, fatti su modello olandese, con palle di 18,6 mm e un peso tra i 6 e i 6,5 Kg.
Si dice che Gustavo abbia soppresso l’uso del puntello per appoggiare la canna, ma è in parte scorretto. In un ordine del 1631 a Luis de Geer i puntelli sono richiesti, e si capisce che nel 1632, se alcuni moschettieri ne facevano a meno, altri li usavano ancora.

Picchiere

I moschettieri non erano gli unici soldati. Se gli svedesi ne avevano buscate dai polacchi, era stato perché i loro picchieri facevano schifo. Gustavo prese cura di riformarli. Da un lato, adottarono le swinefeathers, picche tra i 5 e i 6 piedi, spesse 4 dita, con una punta da un lato e un puntale di metallo all’altra estremità. Piantate nel terreno e orientate all’altezza del petto del cavallo, facevano dei buoni cavalli di frisia, ma pare siano in parte passate di moda (salvo uso saltuario) dopo il 1626.

Inoltre, i soldati furono meglio armati. La lama della picca del 1630 poteva essere a sezione piatta o quadrangolare, e il metallo serrava i lati dell’asta fino a 50 cm o 1m. L’asta stessa era del diametro di 3,5 cm al centro (si affinava alle estremità), e poteva essere lunga tra i 5,2 e i 5,4 m (ora capite perché è cretino metterle in mano a dei cavaieri).
Il picchiere era più protetto del moschettiere, dacché oltre all’elmo aveva una corazza e piastre per le cosce (dopo la morte di Gustavo le cose andarono un po’ a puttane e nel 1640 i picchieri erano di nuovo mal protetti).

Infine, i fanti avevano, in teoria, una spada. Ora, è complicato decidere che tipo di spada e di che qualità, perché è praticamente impossibile (as far as I know) identificare con certezza quelle dei fanti nelle armerie. Si tratta di un’arma costosa e pare che in realtà molti ne facessero a meno. Ad esempio, nel 1626, in Prussia, molti fanti svedesi avrebbero optato per le più economiche (ma molto pratiche) asce e accette.

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Torniamo a noi e spostiamoci su un altro dei plots: le disavventure tragicomiche di Deveraux, “osservatore” di Richelieu, che va in giro di testa sua, intrattenendoci con interessantissime parentesi alla Piero Angela e riflessioni così profonde che per leggerle ho dovuto zavorrarmi.
Quando non dice cose inutili, è alla ricerca di Wolf e si mette in mostra in modi stupidi e controproducenti, solo per il gusto di finire nei guai e tirarsene fuori grazie alla sua superiorità fisica e sociale. Perché se questo coacervo di nonsense ha un messaggio, è che bullo è bello.
Deveraux arriva a Magdeburg, dove lo attende la guardia in assetto di guerra. Non necessario, pensa Deveraux, dato che ci sono due fortezze nei dintorni a proteggela (Deveraux è francese, quindi suppongo sia verosimile che non capisca un cazzo di tattica).

Ovviamente anche questi soldati sono stupidi, cattivi e coi denti sporchi. E lo fanno aspettare mentre mandano a cercare qualcuno che possa leggere i suoi documenti. Scandalo!

Siccome piove, Deveraux decide di togliersi il cappello.

Perché? ‘Cause the plot must go on, bitches! Si toglie il cappello perché così facendo muove il mantello e il sergente vede la katana!
Sì, ha una katana anche lui. E la usa senza nessun disagio, pur non avendo il mignolo sinistro (amputato alla radice).
E’ un’annosa questione: quale dito posso tagliare al personaggio senza invalidare le sue mirabolanti doti belliche?

Il mignolo della mano sinistra! Ma sì! Dopotutto è solo il dito che effettivamente serra e regge il peso della katana in qualsiasi fottuta scuola di scherma giapponese mai esistita.
Ora, non dico che se non hai quel dito non puoi usare una katana, ma probabilmente ti buscherai una fastidiosa tendinite. Deveraux non prova alcun disagio. Fail.
Ad ogni modo, il sergente alla porta la vede e decide di prendergliela (perché è normale per un piantone derubare uno straniero ben vestito che viaggia con documenti ufficiaPORCO GIUDA!). Deveraux gli taglia la picca in due.

Tranciata di netto a metà, come mutilata da un elfo beffardo.

Sparatemi.

Un uomo si frappone: Leopold Klein, l’ebreo costruttore di lenti e fabbricante di armi.

Il giudeo, quello che capiva le righe scritte. Solo che non aveva affatto l’aspetto di un giudeo. Niente naso a becco, niente capelli neri arricciati, niente labbra carnose. I tratti del volto rasato di Leopold Klein erano precisi, quasi raffinati. Intelligenti occhi azzurri brillavano sotto una fronte alta, definita da lisci capelli castani.

Non si capisce bene se a parlare è Deveraux o il Narratore. In ogni caso dimentica che noi ebrei abbiamo anche le unghie adunche e l’attaccatura dell’anca sbilenca. Ah, e ci divertiamo a sparare sui chierichetti palestinesi!

Comunque Leopold è buono. Anche perché fare un giudeo cattivo sarebbe stato politically uncorrect. I cattivi possono essere al massimo israeliani.
Klein guida Deveraux attraverso Magdeburg e i due scambiano i soliti discorsi inutili. Scopriamo, combinazione delle combinazioni (questo libro va avanti a botte di coincidenze nei denti), che Klein conosce Wulf. In tutta Magdeburg, un tizio a caso scelto solo perché sa leggere è anche il solo ad avere informazioni sul ninja peggiore di sempre. What are the odds!
Nonostante Klein intuisca per primo che Deveraux è sulle tracce del tizio e NON abbia intenzione di aiutarlo, confessa spontaneamente di conoscerlo. E meno male che aveva gli occhi intelligenti.
Ma lasciamo Deveraux coi suoi dilemmi e andiamo a far conoscenza con… indovinate? Esatto, un altro Buono Assolutamente Indispensabile per la Trama. Si tratta di Alessandro Colonna. Si capisce che è buono perché picchia gente più debole di lui e si mostra sprezzante e prepotente verso i subalterni.

Ci tengo a fare una parentesi: io non sono buonista né benpensante. Non ci vedo niente di male nel picchiare qualcuno che se lo merita. E’ soltanto che la formula “Buono sfrutta la superiorità fisica e sociale per bistrattare una qualche comparsa subalterna simbolo del Male e della Stupidità” è più frequente in questo “libro” che gli scioperi della SNCF a Parigi.
Tra l’altro è una formula maldestra, perché il più delle volte il subordinato non fa altro che il suo dovere (si veda più avanti un povero sergente delle guardie svizzere).

Ma torniamo a Colonna. Il suo apporto in questo volume è fondamentale. Infatti si riassume in:
si scopa una Farnese e va a Roma per parlare col Papa. No, il dialogo col Papa non è compreso in questo volume. Ma abbiamo un sacco di pagine con lui che fa il bulletto di periferia! Mince, ça valait la peine!
Seguiamo Alessandro fino a Roma, dove incontra una comitiva di flagellanti. Nella processione si nasconde un Pasquino, un altro tizio con gli occhi intelligenti (ergo candidato al Darwin Award), che decide di andare a insultare il Papa sotto il naso delle guardie svizzere. Ovviamente un sergente lo sente e lo acciuffa subito, lo malmena un po’ e gli trova nelle tasche una manciata di pasquinate. Ho detto che aveva gli occhi intelligenti?
Io sono dell’opinione che gli idioti meritino di morire, ma Alessandro interviene e, mostrando il più sfacciato disprezzo per un soldato che fa il suo onesto dovere approfitta della sua posizione per bulleggiarlo.
Perché? Per ripicca, pare. Altieri, so che stai cercando di farmelo stare simpatico come irriverente anticonformista, ma non attacca: io odio i prepotenti che fanno leva sul loro grado o sulla loro forza fisica per opprimere i più deboli, e di questi cani il romanzo rigurgita.
Alessandro arriva in piazza San Pietro, dove i soldati stanno prendendo a cannonate degli uccelli (!).

Tre, quattro bordate di grosso calibro

Io non voglio sapere chi è che ha equipaggiato gli uccellatori.

Tornando a Caleb…
Caleb va alla porta sud della città e chiede alle guardie se…
Ah no, scusate, siamo in un romanzo di Altieri. Dicevo, va alla porta sud e…

Tracce profonde, lasciate da un cavallo montato da un uomo in armatura pesante. Oppure da due creature dell’inferno.
L’eretico era andato a sud.

Sono le loro tracce di sicuro, nessun errore possibile, soprattutto contando che una numerosa milizia mercenaria con cavalleria pesante sta facendo i cavoli propri nella zona.
Vabé, Caleb è sicuro. Mi ricorda quella scena delirante del Signore degli Anelli (il film) in cui Aragorn cerca (e trova!) tracce di due hobbit su un campo di battaglia dove c’è appena stata una carica di cavalleria catafratta.
Caleb è così un gegno della lettura delle tracce che si rende conto che l’eretico fa solo finta di confonderle!
Questo è per parare il fatto che Wulf in continuazione cerca di depistare gli inseguitori senza MAI riuscirci. Ovviamente ciò non vuol dire che Wolf sia un mona, ma che sta fingendo! Logico!
No, sul serio: più avanti nella storia i fuggitivi faranno percorsi assurdi perdendo un sacco di tempo (circa, vedremo che o il tutto si svolge in un territorio grande come il comune di Forte dei Marmi o le giornate in Turingia durano 76 ore) senza mai riuscire a seminare i loro inseguitori. Anzi, i cattivi capiscono, nonostante tutti i giri di Wolf, da quale guado vuole passare, e lo precedono. Ma ovviamente anche questo era previsto. Perché Wolf non ci è, ci fa.

Palle: il protagonista è un bischero, o, per dirla con le parole di Mernau

«È un coglione scemo che si crede un coglione furbo»

Grazie!
La caccia continua.

I Reiter mugugnarono. Dovevano pisciare, volevano mangiare.

Uomini duri, non c’è che dire. Sono così presi dai loro piccoli guai che non si rendono nemmeno conto di un miracolo epocale: stando ad Altieri, fanno una sosta in un rudere dai muri coperti di “edera velenosa“.
O è l’ennesima idiozia, o quello è il primo esemplare di edera velenosa in Europa! Perché continuare co’ ‘sta fregnaccia dell’eretico? Io voglio sapere la storia di questa pianta. Chi l’ha portata, chi la piantata, perché…

Sarebbe molto più interessante di ciò che segue…

Caleb e compagni arrivano a Bad-Hoch, e il tenente scopre che i suoi sono già stati sul posto, tre anni prima: a sterminare i frati per conto di Dekken e Auerbach. Visto che Caleb è nella falange da quattro anni, com’è che non ne sa niente?
Forse perché è stupido. O forse quando hanno saccheggiato il monastero lui era in settimana bianca.

E fate la ola per la centomillesima coincidenza fortunata del libro: che caso che i primi undici a scoparsi la ragazza siano anche stati tutti coinvolti in quella brutta faccenda di Bad-Hoch, vero?
I nostri avanzano verso le rovine, vedono l’eretico, e uno di loro, Ingbert, decide di spacciarlo con un tiro di moschetto.

«Sono almeno settanta yarde, forse ottanta.[…]Con nebbia, con vento forte.»

Condivido le perplessità di Caleb, ma la questione non si pone, perché Wolf spaccia il tizio e un altro mercenario con due frecce-patriot.

Vorrei aprire una piccola parentesi. Secondo il numero Osprey Mongol Warriors, un arco mongolo fa 120lb o più, leggermente più potente (se non erro) del nostro celebre longbow. Questa meraviglia composita buca a 137 metri circa di distanza, ma è mortale a 27 metri.
Ne consegue che l’arco di Wolf ha il doppio del libraggio di un arco mongolo. Stando alle parole di Klein, anche di più: il triplo di un long bow!
So che l’ho già chiesto, ma What The Fuck?! Un oggetto simile non sarebbe utilizzabile!
Tra l’altro la prima freccia colpisce il tizio sotto l’occhio e lo mantiene inchiodato a un albero, la terza sfonda una dannata corazza. Io direi che duecentosettanta libbre a quell’arco non gliele toglie nessuno.
Ma forse le armature della falange (falange che serve uno degli uomini più ricchi e potenti di Germania) sono fatte di stagnola e cartapesta, visto che quando Caleb cerca di prende la spada del reiter dalla corazza bucata, questa è bloccata nel fodero deformato dalla caduta.

Intanto i suoi compagni sono arrivati, senza ulteriori incidenti, all’ingresso. Mernau prende il comando (dopo aver intelligentemente sparato a caso per scaricare la pistola… non chiedete).
E questa ve la cito tutta.

«Opatow, Landolfi, Giessen!»
«Agli ordini!»
«Prima linea di avanzata!»
Mernau si sporse a scrutare nel tunnel dell’ingresso. Macerie, detriti, ombre pesanti. Nel chiostro, erbacce alte quasi quanto un uomo si torcevano nel vento.
«Bovec, Zagorje, Opatow: seconda linea di avanzata!»
«Agli ordini!»

Notato nulla? Un aiutino: Ingbert e Krka sono morti.
Sì. A meno che non sia un refuso dell’ebook, Opatow riesce a essere in prima e seconda linea, Makoved e Harkeny sono spariti. E io mi chiedo come sia umanamente possibile fare un errore del genere.
La prima linea entra nella galleria d’ingresso.

Qualcosa scricchiolò.
«Cazzo! No!…» Era Makoved.

Toh, è ricomparso.
I soldati hanno tirato una corda, che ha azionato una terribile trappola (la versione rinascimental-retard di Mamma ho perso l’aereo): un secchio pieno di viscere di cane si rovescia loro addosso. Dotta citazione da Carrie di King. Adesso cominceranno a far volare la roba e avere le mestruazioni.
Purtroppo no, il secchio che ondeggiava sopra di loro si stacca da solo e prende in testa Bovec.
Poco male direte voi. Invece

Crack! Non legno spezzato: vertebre demolite. Bovec crollò sui detriti.
Aveva il cranio rivoltato di tre quarti sulla spalla destra.

Prima il ritardato che non sa schiacciare un grilletto, poi l’albino, ora quello con l’osteoporosi. For the win!
Zagorje invece deve essere un fuscello anoressico, visto che una freccia di Wolf nel collo basta a “sollevarlo da terra come una bambola di stracci”. O forse è l’ennesimo miracolo della balistica teleguidata rinascimentale.
Harkney ricompare dal nulla per morire subito. L’ombra dell’eretico si staglia sulla soglia e i mercenari tirano alla cieca. Perché sparare alla sagoma nitida di un uomo grande e grosso in uno spazio confinato è molto complicato. I cattivi non sanno mirare. Ennesimo becero, putrido, marcio e decadente cliché.
I superstiti fanno irruzione nel chiostro, dove Mernau ha una brillante idea:

«Io ammazzo la strega!» Mernau corse verso le scale in rovina sul porticato nord del chiostro. «Voi sgozzate quel bastardo eretico!»

E nessuno ha niente da ridire.
Mentre Mernau esce di scena, succedono cose… che non so spiegare.

L’erba cambiò forma. Divenne un solco. Il solco divenne un fluire d’acciaio. La mano sinistra del Reiter Opatow volò via nei vapori.

… Non guardate me, non ho la minima idea di cosa significhi.

Giessen e Pecoraro aprirono il fuoco. Wulfgar eseguì una torsione nel vento, fuori da entrambe le linee di tiro.

Il romanzo di Altieri è come un film d’azione cinese degli anni settanta, senza i rumori scemi, il divertimento, l’autoironia, la comicità sempliciotta e Jet Li ventenne a torso nudo.
Tra l’altro, non c’è niente di più noioso di un combattimento in cui si sa benissimo che l’eroe è troppo figo per subire anche solo un graffio. Fagli male, cazzo, non ho pagato venti euro per vederlo attraversare il libro indenne!

Pecoraro partì in un nuovo assalto assieme a Giessen, spade come randelli tra le mani guantate di entrambi. L’acciaio ricurvo del viandante in nero si inchiodò con le lame dritte della Pappenheimer.

Meno male che entrambi sono partiti su un fendente, se fossero partiti con un dritto ridoppio e un roverso tondo sarebbe finita male.

Wulfgar lasciò partire un calcio frontale sinistro. Giessen incassò duro sotto la cintura, annaspò per controllare la difesa. Wulfgar falciò in orizzontale ascendente [orizzontale o ascendente?], da destra a sinistra. Colpo di decapitazione. La testa del Reiter Giessen ruotò sull’asse vertebrale come una trottola grottesca.

Se tutto il libro non fosse pervaso da pretenziosa retorica, tutto questo gonzo-splatter-gore potrebbe piacermi. Peccato che questa roba non sappia decidere se essere una boiata spassosa o una puttanata noiosa.
Ad ogni modo, alla fine Pecoraro (unico superstite del chiostro) fugge, indementito dall’orrore.
Sì lo so che è un mercenario della falange più balorda di sempre. Infatti secondo me non è la mattanza a sconvolgerlo, quanto la devastante faigosità di Wulfie.
Ma non vi ho detto che cos’è successo a Mernau! Ebbene, riesce a sorprendere Dale alle spalle. Un uomo in armi è entrato nella stanza, è scivolato dietro di lei e lei non se n’è accorta. Non sfugge niente a costei!


Mernau la prende in ostaggio e si mette di sbieco verso la porta, in modo da usarla come scudo umano contro l’eretico. Ma non serve a niente, perché Caleb emerge dalla porta e interviene in favore della strega.
Perché?
E perché Mernau non l’ha visto arrivare?
Annose questioni a cui Altieri non risponde col comodo stratagemma “nessuno dei personaggi si pone l’ovvia domanda”.
Caleb sta per farsi ammazzare (e ormai me lo auguro), ma Wolf interviene e ammazza il cattivo, imbarca Caleb nell’avventura e gli rifila uno dei suoi ciondoli tarocchi, l’acqua.

E torniamo da Madre Erika, che ci delizia con l’ennesimo flashback. Ricordate l’inquisitore che era sparito nella biblioteca? Apparentemente si è trasformato nel topo mannaro di Unika.
Le suore si accorgono che qualcosa nella biblioteca non va: ci sono dei libri “fuori posto”. Ne deducono che devono esserci dei topi. Perché i topi di Turingia i libri non li mangiano, li leggono e non li rimettono a posto, una vera piaga!

Secondo il retrolampo, una volta scoperto dei topi, un paesano del luogo porta due gatti. In un susseguirsi di azioni assurde, gatti, paesano e una suora ci lasciano le pelle quando un ratto grosso come un cane salta fuori. Madre Erika riesce a cecargli un occhio e uscire a precipizio. E va bene, abbiamo assodato che in una biblioteca da migliaia di documenti c’è un mostro antropofago. Cosa viene fatto a questo proposito?

Nulla.

La biblioteca viene chiusa. Con tutti i libri dentro. Non ci provano nemmeno a recuperarli, semplicemente chiudono tutto e buona notte al secchio. Molto credibile, specie nel 1630.
E per aggiungere idiozia a incoerenza, quando Madre Erika rientra nella biblioteca, si capisce che le finestre non sono sbarrate né hanno vetri o impannate. Hanno chiuso un ratto in un posto aperto. Ma per loro fortuna la bestiaccia era troppo occupata a scombinare l’archivio per rendersene conto.

All’alba, Erika si sveglia e, ispirata da un corvo (?), decide di tornare in biblioteca. Perché sì.
La madre superiora dagli occhi intelligenti lascia la chiave nella serratura esterna: una ventata sbatte la porta (che evidentemente non ha una maniglia ed è di sottilissimo legno compensato) e lei si trova bloccata dentro. Comincio a pensare che nel dubbio italiano di Altieri “occhi intelligenti” sia sinonimo di “idiota oltre ogni grazia divina”.
Ma il capibara mannaro appare!

Lei trova il libro che il topo vuole distruggere da anni e che miracolosamente si risolve a cercare solo in quel omento, ma si trova intrappolata. Da un momento all’altro il ratto la ucciderà!

«Che cosa aspetti?»
L’inquisitore dei topi tornò a sibilare.

E ci risiamo: la sola ragione per cui i buoni se la cavano, è perché i cattivi sono una manica di ritardati mentali.
Segue intervento del fantomatico corvo e alla fine Erika ammazza il mostro piantandogli un crocifisso nel cranio. Con una mano sola. Kneel to the fighting nun!


“Molto dopo”, le consorelle la liberano (è un tardo pomeriggio ora!). Perché nessuno aveva notato l’assenza della badessa e la chiave infilata nella toppa della serratura proibita. In questo convento tutto funziona come un orologio svizzero, non c’è che dire.
Quale opera rarissima e unica al mondo sarà quella che il capibara mannaro aveva deciso di distruggere quel pomeriggio?
La Bibbia tradotta da Lutero.
E’ ufficiale, questo libro è una candid camera.

Non è finita purtroppo, e il peggio (la lama della famosa roncola) ha ancora da venire. Preparatevi, perché una scena degna dei Monty Python corona questo disastro editoriale.

E ora, in memoria di quel cataclisma umano che fu la Guerra dei Trent’anni, MUSICA!

P.S. Per chi se la fosse persa, qui la prima parte.

Recensione: Magdeburg-L’Eretico, parte I

Ho deciso di inaugurare la sezione “narrativa”. Si parlerà di romanzi belli, romanzi scarsi, romanzi brutti. E anche di abomini agli occhi degli Uomini e degli Dei. La prima recensione appartiene all’ultima categoria.


Era l’Anno del Signore 2005 quando il morbo allungò le sue zampe d’aracnide nelle librerie. Il Male aveva una faccia, e il Male aveva un nome, e tutt’ora Wikipedia lo descrive come “romanzo storico-gotico, seppur con leggere contaminazioni fantasy”.

Questo libro è contaminazione, è il T-virus della letteratura!

Sì, sto parlando di lui. Il Palpatine dell’editoria. L’autore italiano che non sa l’italiano. Il multiforme Alan D. Altieri.
Era il 2005, io avevo diciassette anni, ero giovane, ingenua e con la testolina piena di sogni. Ed è in pura buona fede che comprai per l’insana cifra di DICIOTTO EURO Magdeburg – L’Eretico.
Quel libro fu uno dei gradini verso la disillusione. Se finirò vecchia zitella alcolizzata in una roulotte piena di gatti, lo devo anche a quel libro. Accetto e abbraccio il mio karma. Ma come disse Burke: All that is necessary for the triumph of evil is that good men do nothing.
Troppe volte ho parlato con gente che giudica questo un buon libro. Troppe volte mi hanno chiesto « perché, cos’ha che non va ? »
Sarebbe più facile dire cos’ha che va.
Questa volta ho deciso di spiegare i principali fattori che fanno di questo libro un’immonda chiavica di immondizia e putridume.
E metto qui due caveat :
– io non chiudo un libro per lo stile (salvo casi limite). Sono di bocca buona: sono una a cui puoi scodellare una sbobba immonda, basta sia ricca in proteine. Lo stile di Altieri è ampolloso e ridondante, MA non per forza sgradevole. Pur essendo una raffinata fanciulla di buona famiglia, ho un gusto colpevole per ciò che è trash e cialtrone. Per intenderci, Riki-Oh è uno dei miei film preferiti. Non crede di essere un film serio, vuole essere un film idiota pieno di smembramenti deliranti! E funziona!
L’Eretico ha troppa pretenzione per essere divertente e troppi elementi retard per essere serio.

-Non sto dando alcun giudizio sulla gente a cui questo libro piace. I gusti sono gusti. Concedo alla plebe il diritto di godere della robaccia (e poi non dite che non sono magnanima!). Sacrebleu, io stessa apprezzo la robaccia, ogni tanto! Il punto è: oggettivamente questa roba è pattume. Puoi godertela lo stesso, come io mi godo le patatine al gusto pancetta fritte nel grasso di liposuzione (non guardatemi così, sono saporite ed eco-friendly!). Basta esser coscienti del fatto che è merda.
Detto questo, allacciate le maschere antigas, infilate i guanti e prendete un bel respiro…


Il linguaggio.
Altieri non sa l’italiano. Se io avessi scritto certa roba in un tema de l liceo, il mio professore sarebbe venuto a cercarmi a casa per farmelo mangiare. E avrebbe avuto ragione.
Una delle prime cose che salta agli occhi è l’espressione “armatura toracica”. A casa mia, quella cosa di metallo che copre il torso si chiama corazza. Le uniche volte che ho sentito parlare di “armatura toracica” è stato in riferimento a bestie tipo i limuli (che il Tapiro conoscerà di certo).
Può darsi che su questo mi sbagli io. Prima di fustigarmi la natiche però, sappiate che c’è altro!

Tipo l’uso ad minchiam del termine “simulacro”.

Grandi chiavi incrociate sotto una tiara simile a un simulacro

Simile a un simulacro“. Giuro che queste quattro parole continuano a infestare i miei incubi.

Furono in uno spazio dal lastrico dilaniato, pieno di simulacri abitati dal vento e dai corvi.

Quindi i simulacri sarebbero tipo dei trespoli per uccelli? Casette per pennuti? Pollai? Una a caso di queste, ma a forma di tiara? Mi appello all’autore: cosa significa secondo lei “simulacro”? Perché sa, in lingua italiana standard, queste frasi non vogliono dire nulla.

Ma Altieri ama non dire nulla. Certe frasi o interi capitoli sono lì solo per riempire il foglio. Tipo quando un personaggio termina una frase con un punto fermo e l’autore ci informa che “non era una domanda”. Sans blague! Sapete gente, ho ottenuto con successo la quinta elementare, so riconoscere un punto interrogativo quando ne vedo uno! (Lo so, sono una ragazza speciale! Lo diceva anche la maestra di sostegno!)
Parlando di ovvietà, Altieri ci tiene ad esempio a precisare che la coda del mostro più ridicolo delle Umane Lettere è di “duro cuoio organico“.
Ma dai?! Non in sintetico? Peccato. Mancata deriva retrofuturista, au grand dam de mon cher ami le Duc.
E non dimentichiamoci del protagonista!

L’eretico impugnava un arco da tiro.

Un arco da tiro?! Parbleu! Meno male che specifica, o me lo sarei immaginato con in braccio un arco scemo!
Potrò sembrare acida, ma un terzo del libro è costituito da cose superflue. A un certo punto una si sente un pelo presa per il culo!

Un’altra parola che Altieri ama molto è “rostro”.

In molti punti del labirinto, simili a rostri che cercavano di artigliare il cielo, si ergevano le cupole delle cattedrali e i pinnacoli dei campanili.

Vada per i pinnacoli, ma come diavolo fa una cupola ad assomigliare a un rostro?
Forse Altieri non sa nemmeno cosa significa “rostro”:

Della porta rimanevano solamente pochi rostri di granito.

Appunto.
Questo mi ricorda la Troisi, quando scriveva di gente carponi che avanzava spedita.
La mancanza di vocabolario frega Altieri anche quando cerca di dare una qualsivoglia consistenza a scenari che altrimenti sono riassumibili con “un posto a caso”.
Parlando di Magdeburg:

Botteghe, stallatici, taverne, altre botteghe.

Il grassetto è mio. E quando si dice un posto di merda. Ora m’immagino la città come un susseguirsi di costruzioni, botteghe e cumuli di letame alti tre piani. Sarà la nuova moda venuta da Praga? Nel caso tu debba defenestrare qualcuno…
(Sì, in certi rari casi “stallatico” può significare “stalla”, ma è ormai usato solo per indicare il letame)

Il vero guaio è quando l’autore inserisce qualcosa solo perché suona bene, e, peggio che mai, lo mette in bocca a un personaggio.

Nient’altro che pezzi di pergamena, mortalmente vero.» Augustus respira profondamente. «E la pergamena brucia rapida.

No Altieri, la pergamena brucia poco e male, e questo Augustus lo sa. Lo so che “è per dire”, ma sarebbe come se io me ne uscissi con:
-Gli Accordi di Schengen non sono che un file, e i file bruciano rapidi.
Che senso avrebbe?
Nessuno. Ma Magdeburg non ha senso. Altieri non è uno scrittore e questo non è un libro, è un cazzo di Pesce d’Aprile!
E ce n’è ancora!

Sotto la giubba di cuoio, le sue spalle larghe sembrano estensioni delle querce.

Che dovrebbe significare? Che sono di legno? Cariche di ghiande? Sotto ci sono i tartufi? Questa fa il paio con i “muscoli scalpitanti come cavalli imbizzarriti al sole” di sorrentiana memoria.

Il viandante in nero parve danzare sul confine del vuoto.

E‘ ufficiale Alan, mi stai prendendo per il culo. Mi hai appena afferrato le mele con ambo le mani e ci stai affondando le grinfie. Alla prossima frase senza senso ti denuncio per molestie.
Cosa.diavolo.significa.questa.frase? Perché per quanto mi riguarda l’unico tizio che io abbia mai visto danzare sul confine del vuoto è costui.

E la mancanza di chiodi, per dirla all’albionese, coinvolge anche il regno animale.

Il cavallo da guerra bevve a lungo, la lingua calda e ruvida che affondava ritmicamente nella corrente.

Altieri, è un cavallo, non un cane. Perché non una scena in cui da’ la zampa, a ‘sto punto?

I Dialoghi
Il libro di Altieri è un’esperienza dal sapore Buddista. Lo leggi, e sperimenti il Nulla. Difatti, se non bastassero le parti in cui l’autore sciorina parole a caso dal sussidiario Ortografia degli aggettivi lunghi (Immonda Dori edizioni), ci sono i dialoghi. Leggerne uno è come farmi svuotare un dente. L’anestesia mi ottunde i sensi, il fastidio mi sbriciola il fegato e la durata di questo triviale supplizio mi sfibra l’anima.
Nella maggior parte dei casi si tratta di pezzi inutili in cui un personaggio secondario interroga qualcuno che è troppo gegno e superiore per rispondere a dovere, dando la buffa impressione di seguire un dibattito tra sordi. Altre volte è anche peggio. Quanto segue è uno scambio tra Alessandro Colonna e un messo pontificio.

«Vi fate attendere, Principe Alessandro.»
[…]«Tradizione di famiglia.»
«A onor del vero, Principe […] al nostro ultimo incontro in sala d’arme sono stato io ad aspettare voi.»

Ok, a meno che non sia un clamoroso errore dell’e-book, il tipo ha appena ammesso che arriva sempre in ritardo e l’altro ribatte “non è vero, infatti sei arrivato in ritardo anche l’altra volta”.

 

Romanzo “storico”?

E veniamo a uno dei principali punti che fanno di questo libraccio uno dei peggiori romanzi mai partoriti da quel tegame inverecondo che è l’editoria italiana: l’aspetto storico. Semplicemente non esiste. A voler essere ottimisti, l’unica fonte di Altieri è il sussidiario del nipotino di sei anni, e questo nel migliore dei casi!
Questo libro è il Troy della carta stampata. Il The conqueror del romanzo storico. Lo Star wars holiday special della narrativa scritta!
Volete un paio di esempi a caso?

Le forme erano chiuse in palandrane grigie, la parte inferiore della faccia protetta da maschere a forma di becco. Parevano corvi deformi. A tutti gli effetti, lo erano.
Mietitori della morte, predatori del morbo.
Monatti.
Le campanelle che portavano legate alle caviglie erano un avvertimento, una minaccia e un requiem.

Da dove cominciare?
I monatti non portavano maschere (quelli erano i medici) e non tutti portavano campanelli (solo gli apparitori). Inoltre non mi risulta che i corpi degli appestati venissero bruciati, come dice invece nel libro (Altieri ci tiene alla sua versione seicentesca del forno nazista, fa tanto apocalyptic-retard).

I primi a vedere il pericolo delle tesi dell’uomo di Wittenberg sono i domenicani di Ignazio di Loyola.

Wait, what? Perché i domenicani di Ignazio di Loyola? Ignazio di Loyola non è il fondatore dei Gesuiti? I domenicani non erano quelli di Domenico di Guzmán? Aiuto, sono confusa! C’è mica un frate in sala?

Ma la Storia non è la sola a patire. Uno (non io) potrebbe quasi chiudere un occhio se il romanzo di Altieri fosse anacronistico ma verosimile in sé. Il guaio è che non lo è! Vuole essere una storia di intrigo e azione, ed è un pasticcio senza soluzione. Volete un paio di esempi su a che punto anche questo aspetto sia un insulto agli Uomini e agi Dei?
A pagina 32-33 abbiamo la prima, emblematica scena d’azione.
Wulfgar (il protagonista) VS Mercenari sacrificabili in quanto brutti e sporchi (dell’elegante caratterizzazione parleremo poi)!
Sulla pubblica piazza, il pio frate Bolanos sta per mettere al rogo il personaggio più inutile del libro. Purtroppo, proprio quando il buon monaco sta per salvarci dalla Damsel in DistressTM, Wulfgar interviene, armato della sua daikatana, versione pimpata della katana. Perché Wulf deve compensare, suppongo. E no, non esiste nessuna spada con questo nome. Esiste la daitō (“grande”+katana), esiste la tachi (che si scrive uguale ed è la sciabola lunga da cavaliere), o, volendo esser creativi, si potrebbe leggere la parola ōgatana, ma daikatana no. Né ora, né prima, né mai.

Due dragoni della Falange sfoderarono le spade, si avventarono. Un terzo mise mano alla pistola.

Wulfgar sgozza in un colpo solo due comparse, sgronda la spada, ha un breve scambio verbale col prete («Soldati del Signore, non temete! Dio è con voi!» […] «Uccidete questo eretico! uccidetelo ora!») e…

«Mi stai tediando, prete.»
Il terzo soldato armò il cane della pistola, cercò di allineare il tiro.

Il soldato sta ancora armando il cane.
E’ autoevidente che questo poveretto è affetto da grave ritardo mentale, dacché o tiene la pistola scarica mentre è in servizio, o è il tiratore più lento del regno. Sul serio, Wulf avrebbe il tempo di farsi un caffè e questo cretino sarebbe ancora lì a giocare con la cacca!
Il nostro eroe mozza di netto “metà del braccio” del povero handicappato, spedendo tale metà a roteare per aria con tutta la pistola. Fortuna che l’artrosi precoce ha impedito alle dita di tirare il grilletto nello spasmo.
Anyway…

Padre Bolanos chiese perdono alla Madonna. Invocò lo Spirito Santo. Implorò svariati Cristi. Si appellò agli arcangeli. Chiamò al suo fianco Dio Onnipotente. [E si rollò una sigaretta no?] Uno dei due investigatori dell’eresia si lanciò in avanti urlando, mazza ferrata da dieci libbre in pugno. Il viandante in nero parve nuovamente fondersi con le tenebre.
La mazza calò sul niente. Dal cielo violaceo tornarono giù due oggetti. Un braccio mutilato e una pistola. Era un’arma spagnola, calibro mezzo pollice, palla di piombo foderata di ferro. Il viandante in nero la strappò dall’aria.

Il grassetto è mio. E’ ufficiale, Wulf era compagno di banco di Michael Valentine Smith e gli Old Ones gli hanno insegnato a dilatare il tempo e far levitare gli oggetti.
Altieri, ti aspetti che io prenda una dinamica del genere sul serio? Parlando di prese per il culo, mi pare che le unghie già mi buchino i mutandoni e affondino nella ciccia.
Nemmeno una pagina dopo, un mercenario che prova a scappare viene freddato da uno shuriken nella nuca. Presumo che il tizio fosse l’unico senza elmo. E faccio notare che Wulfgar fulmina un bersaglio mobile, al buio e in mezzo a una folla atterrita. Questo perché siamo nel primo giorno di narrazione. Il sesto giorno Wulfgar creerà un nuovo mondo da una semplice caccola del proprio naso, e il settimo si riposerà su una nuvola di awesomeness.

A pagina 66, l’ennesimo tizio inutile riassume al nobile Dekken l’assalto che è costato la vita alla sua famiglia acquisita, suo padre e suo fratello maggiore.

Non meno di cento guerrieri in sella a cavalli pesanti. Mercenari, signore. Armati di moschetti, sciabole, picche.

Wait, rewind! Cavalleria pesante (non, al limite, fanteria montata, no, cavalleria pesante!) armata di moschetti e picche? Ok, adesso voglio che qualcuno mi spieghi come si fa a definire “storicamente accurato” un romanzo in cui dei cavalieri sono armati di moschetti e picche!
E voglio che Altieri personalmente si esibisca nella ricarica di un moschetto seicentesco stando in sella a un cavallo lanciato al galoppo. Aprirò una petizione su Avaaz perché ciò avvenga.

A pag. 254, abbiamo Leopold Klein, altro tizio figo e inutile, che porta una corazza per la prima volta.

Le corregge di cuoio della corazza lo serravano ai lati del petto, tagliandogli il respiro. L’elmo si ostinava a scivolargli sugli occhi, bloccandogli la vista.

Che fisico aveva il morto a cui hai fregato le armi? Perché, nella mia esperienza, un’armatura pesa sulle spalle, non tira sui fianchi. Peraltro, se l’elmo ti va largo, a meno che il morto non sia Megamind, anche la corazza dovrebbe andarti larga.

«Pas de problem, mon ami.»
«Pour le Roi! Pour la potte!»

Sé, vabé, croissant, baguette!

Sarà ancora un errore dell’e-book? Prima cosa, si scrive “pas de problème”. Inoltre, “la potte”? Io frequento quasi soltanto metallari alcolizzati e guerrieri vichinghi, ho imparato tanti vocaboli anatomici (e tanti sinonimi!), questo mi manca. O anche questa era “tanto per”?

E il piatto forte. I ninja. La ciliegina sulla torta. Il dettaglio che spedisce qualsiasi giapponologo in terra attanagliato da risate convulse e singhiozzi dirotti.

Questo è un ninja

Questa no, but hey, tits!

Chi sono i ninja secondo Altieri?

«Guerrieri-ombra. Assassini dei signori della guerra. Sterminatori senza volto, senza nome.»

A parte il fatto che nel 1630 in Giappone c’è un solo grande Signore della Guerra degno di questo nome, Tokugawa Hidetada… Ma non divaghiamo, Wulf è un ninja, pour de vrais!

«Il più letale che sia mai esistito.»

Ci mancherebbe! Noi occidentali siamo sempre i migliori, cosa vogliono saperne quei nippo addestrati dalla nascita! Hanzō, you nOOb.

I ninja fanno proprio qualsiasi strumento di morte, da qualsiasi cultura, di qualsiasi nemico.

Cosa che fanno più o meno tutte le culture non ritardate. Tipo i giapponesi non-ninja quando misero le mani sui moschetti.
Sappiamo anche che l’arco di Wulfie è fatto a partire da un disegno di un arco mongolo. I mongoli…

Tentarono più volte di invadere la Terra delle Lacrime.

L’appellativo “Terra delle Lacrime” non ho ancora capito da dove l’abbia preso (sembra Emolandia), e il “più volte” è in realtà “due volte”. Peraltro, se non erro (nel qual caso il più nerboruto e villoso degli utenti sarà autorizzato a fustigarmi) l’arco mongolo strictu sensu era fatto di tanta roba (tendini, legno, ne parlerò nell’articolo su Piano Carpini) ma non di metallo. L’arco di metallo veniva usato in India e con risultati non proprio mirabolanti. Ok, i Mughal erano di origine mongola, ma resta tirata per i capelli!


 

PARENTESI.

Chi erano i ninja?
Cominciamo col dire che “ninja” è la lettura figa di shinobi, e che la sola ragione per cui ha avuto tanto successo in Occidente è che suona più esotica. In secondo luogo, il termine indica di solito degli uomini (o donne) addestrati e impiegati di solito come spie o sicari. Erano, in altri termini, il Mossad del Giappone pre-industriale.
Riferimenti a degli specialisti di questo settore rimontano al XV° secolo. Come in Bandō era per eccellenza la regione dei cavalieri, le provincie per antonomasia degli shinobi erano Iga e Koga.
Qual era la caratteristica distintiva di uno shinobi?
Il fatto di farsi pagare: costoro erano mercenari e lavoravano per soldi (Heavens to betsy!). Le operazioni di spionaggio e assassinio potevano essere in grave contraddizione col codice morale dei guerrieri di quei tempi, e un daimyō poteva aver qualche difficoltà a chiedere a un vassallo di far qualcosa che infangasse in suo onore (il legame feudale è allo stesso tempo fortemente asimmetrico ma fortemente reciproco). Gli shinobi veleggiavano su questo, disprezzati e indispensabili.
Il Periodo Sengoku è la loro epoca d’oro. Quando tutti si scannano tra di loro in un bagno di sangue di epiche proporzioni, un mercenario può fare la propria fortuna.
Gli usi principali di costoro erano quattro: spie, esploratori, attentatori e agitatori. I tizi in pigiamino nero che s’infilano nel castello nemico esistevano, ma la maggior parte degli shinobi non erano che soldati di ventura, gente con lo stesso addestramento ed equipaggiamento di un samurai normale, diversi solo per il codice morale e il sistema economico di riferimento.
Quindi abbiamo Iga e Koga che forniscono mercenari, spie e sicari a mezzo Arcipelago. All fun and games, fino all’anno 1581, quando un daimyō decise che ne aveva abbastanza e che era ora di metter fine a quell’inesauribile fonte di fastidi. Il signore in questione si chiamava Oda Nobunaga.
Il pulito che fece da quelle parti se lo ricordano ancora. Eh sì, i “più letali guerrieri del Giappone” si fecero fare un mazzo colossale da truppe regolari.
Gli scampati di questa ecatombe ripararono in parte a Kii, dove mantennero profilo basso come i tartari in Crimea, mentre il resto dei sopravvissuti trovò rifugio sotto l’ala benevola e per nulla interessata di un altro daimyō, tale Tokugawa Ieyasu. Le attività shinobi degne di nota, in seguito, sono praticamente tutte imputabili a gente al suo servizio.
E ora due parole su tizi specializzati in missioni fighe, tipo spionaggio e assassinio. L’addestramento di costoro somigliava per certi versi a quello di qualsiasi altro guerriero. In più, uno shinobi di alto livello doveva fare i conti con le particolarità del mestiere: contrabbandare armi o trovarne a portata, infiltrarsi in posti sorvegliati, raccogliere informazioni, passare inosservato, manipolare l’interlocutore, ecc.
Come si legge nero su bianco in uno dei testi fondamentali, lo Shōninki, le due doti principali di uno shinobi sono discrezione e segretezza. Uno shinobi non deve essere un combattente eccezionale, perché in principio non deve combattere. Uno che combatte è uno che si è fatto beccare, e a quel punto poco conta la vittoria o il bodycount, 90 su 100 la missione è compromessa!
Uesugi Kenshin fu assassinato da uno shinobi che, nascosto nella buca del cesso, gli infilò una spada nel culo. Kenshin era già malato e aveva già avuto delle emorragie. Quando si trascinò fuori, i suoi conclusero che la malattia aveva avuto un tracollo repentino e nemmeno pensarono alla possibilità di un attentato.
Il fatto che in quel momento Kenshin fosse in grado di articolare solo qualcosa tipo “Waaarghlaaaaaghblblblblbl….” ha certamente aiutato l’assassino. Difatti, il tempo che spogliassero la vittima e scoprissero la ferita, il misterioso shinobi se l’era filata, pieno di merda e soddisfazione.

FINE PARENTESI (questi guerrieri saranno trattati molto più a garbo in articoli futuri)


 

Quindi, cos’ha il protagonista di Altieri che non va, da un punto di vista storico-logico?
Primo: la storia si ambienta durante la Guerra dei 30 Anni. In quest’epoca i soli occidentali ad aver contatti diretti col Giappone erano i portoghesi, gli spagnoli e in misura minore gli olandesi. Che io sappia, la prima prova documentata di tedeschi in Giappone risale agli ultimi decenni del ‘600.
In altre parole, nel 1630 nessun crucco aveva mai messo piede in Giappone!
Vabé, direte voi, magari è un’eccezione! Un minimo di sospensione dell’incredulità, no?
No.
Non solo non ci sono crucchi in Cipango nel periodo che ci interessa, ma i soli ninja attivi sono leali servitori dei Tokugawa. Insegnare le loro arti a uno straniero sarebbe stato flagrante tradimento, a meno che Ieyasu stesso (o Hidetada al limite) non avesse dato la sua benedizione. And that’s a lot to buy!
Vabé, direte ancora (o vvu’ siete petulanti però!), magari Wulf ha imparato da una famiglia ninja scampata al massacro e rimasta indipendente.
No e poi no!
I ninja sono mercenari! Baldracche dell’omicidio, imprenditori del massacro! Vendono i loro servigi e si fanno concorrenza tra famiglie! Tra loro non si insegnerebbero la ricetta dell’ovo sodo, e dovrebbero rivelare i loro segreti a un nanban? Un sudicio barbaro?

Altieri non ha la minima idea. Il tizio che ha farcito d’acciaio Kenshin e se n’è andato illeso, quello era un vero ninja. E’ stata un’azione eccezionale! Ma tutta la faccenda del restare acquattato a farsi cagare in testa, in attesa del culo giusto… iiiih, non fa spettacolo, e lo spettacolo è la sola cosa che interessa ad Altieri.
Così Wulf è il figo silenzioso, il guerriero torturato che riesce sempre a farsi notare da tutti e far vedere all’intero paese quanto è torturato! Attira sempre l’attenzione, anche quando potrebbe facilmente evitarlo.
Wulf è la scene queen che ognuno di noi voleva essere a 12 anni.
Uno che da’ nell’occhio o attira l’attenzione è l’ultima persona su Terra a potersi definire ninja.

Riassumiamo: il ninja di Altieri va in giro con un vistoso stallone nero, l’equivalente seicentesco del suv. Sfoggia vistosi tatuaggi in un periodo in cui il tatuaggio è estremamente raro. Maneggia un arco d’acciaio fatto come quello mongolo che non ha nulla in comune con quello mongolo. Brandisce uno spadone più lungo della media quando le armi degli shinobi erano in genere più corte.

Tolto il lancio di shuriken, non ha nulla in comune con i ninja. “Ninja” per Altieri non significa un cazzo. E’ lì perché è popolare, è lì perché fa figo, ed è una delle ragioni per cui questo libro fa schifo.


Nelle prossime 2 puntate ci occuperemo di trama e personaggi, e credetemi, ce n’è da dire su come non si scrive e su come non si caratterizza!

E per celebrare la prima recenzione fantastorica, MUSICA!