Ship Breaker

Ho scoperto Bacigalupi con The windup girl, grazie a un articolo del Tapiro (qui per chi fosse interessato). Il romanzo mi garbò assai, e in particolar modo mi garbò l’ambientazione: un futuro non troppo remoto in cui il Cambiamento Climatico ha innalzato gli oceani, sterminato le colture e ridotto l’umanità a grattare il fondo del barile.

E’ un buon libro, ve lo consiglio.

Quello di cui oggi voglio parlare è un altro romanzo di Bacigalupi, Ship Breaker.

La storia si svolge in un universo come quello di The Windup girl (lo stesso?): a Bright Sands Beach, una popolazione assortita campa smontando antiche petroliere e rottami, per recuperarne le materie prime. La spiaggia è un luogo di miseria e crudeltà, in cui ognuno cerca di restare a galla, tra trafficanti di organi, spacciatori, sfruttamento e uragani.

In questo vivaio, Nailer è un ragazzino che recupera filo di rame dalle budella dei relitti. Fa parte di una banda di altri marmocchi, impiegati da un magnaccia perché abbastanza piccoli da infilarsi in condotti e anfratti. Presto Nailer sarà troppo grande per infilarsi nei tubi, ma sempre troppo piccolo per lavorare con le squadre pesanti, e Bright Sands Beach non è posto per disoccupati. Di giorno Nailer striscia nel buio e nei fumi tossici, di sera torna alla sua baracca, dove lo aspetta un padre violento col cervello fritto dalla droga. La sola “famiglia” che Nailer davvero ha è la sua banda, e in particolare Pima, la ragazzina capoccia, e sua madre Sadna, una delle rare brave persone in circolazione.

La routine di fame e fatica cambia di botto quando un grande uragano colpisce la spiaggia: allontanatisi per cercare qualcosa da mettersi sotto i denti, Nailer e Pima trovano un relitto nuovo, un clipper ultramoderno! La nave apparteneva chiaramente a gente molto ricca, e tra cadaveri e macerie c’è un sacco di ricchezza da recuperare. E’ un vero colpo di fortuna, un Lucky Strike che può permettergli di sfuggire alla fame e ai mercanti d’organi!

Nailer e Pima si fanno strada nel relitto e in una stanza, sorpresa: non tutti i passeggieri sono morti! Una ragazzina è ancora viva. Ha anelli d’oro alle dita e un diamante al naso. Si chiama Nita ed è ricca. Può valere un buon riscatto, o può valere una sanguinosa punizione, perché un Lucky Strike non basta a salvarti, devi saperlo sfruttare, devi essere intelligente.

E difatti, prima di subito i nostri si trovano nei guai: gli adulti sono sul posto, guidati dal padre di Nailer. E si sa, quando gli adulti s’impicciano, è sempre un casino.

Sano lavoro all’aria aperta!

Ship Breaker è un romanzo Young Audults, e si vede: il target di riferimento è chiaramente più giovane di quello di The Windup girl. Non ci sono scene di stupro, e certi passaggi sono raccontati invece che mostrati. Non vediamo davvero gli adulti mettere le mani addosso a Pima, ne siamo solo informati.

Non che il libro sia “addolcito”: la società in cui i ragazzi si muovono è crudele, come è realistico supporre che sia. Immagino che Bacigalupi sacrifichi a tratti la tecnica per non calcare la mano. E’ un compromesso che non mi convince molto, ma passa tutto sommato bene.

I personaggi sono ben delineati e credibili nel loro contesto.

Nailer vive nel conflitto. E’ terrorizzato da suo padre, ma gli vuole anche bene e quando il pericolo arriva non può risolversi a lasciarlo morire. E’ cosciente di aver avuto fortuna in un paio di occasioni fondamentali, e non si monta la testa. Sa che le cose sarebbero potute andare diversamente, e che talvolta fai la scelta “morale” solo perché te lo puoi permettere. In questo è ben caratterizzato perché mischia bene tratti infantili con un modo di pensare quasi adulto (la spiaggia è un posto in cui la gente cresce in fretta).

Pima è una brava ragazza, affidabile, coraggiosa e generosa con quelli del suo gruppo. Ma deve sopravvivere, ed è pronta a prendere drastiche decisioni per l’interesse suo o dei suoi. Farebbe di tutto per il bene dalla sua banda, e non esiterebbe a mutilare una ragazzina inerme se questo vuol dire salvezza e sicurezza per loro.

Nita dal canto suo è una ragazzina di buona famiglia, coinvolta in una faida politica che oppone suo padre e suo zio (c’è anche un accenno ecologista! OMG!). E’ intelligente e piena di risorse, ma può essere sprezzante e ignorante per quel che riguarda i disperati della spiaggia. Non è una mocciosetta viziata, ma non ha i mezzi per cavarsela da sola in un ambiente del tutto nuovo.

Nell’insieme, la storia non è proprio originale. La struttura è piuttosto classica, ma l’ambientazione e i personaggi la rendono interessante. Il mondo di Bacigalupi è affascinante e il ritmo è ben gestito, come anche le interazioni tra i personaggi.

Mi piace anche il fatto che, pur essendo un romanzo per ragazzi, non sia buonista. Non per tutti finisce bene, perché nella vita non per tutti finisce bene. Non tutti si redimono. Nailer salva la pelle a suo padre: in un film di Hollywood il signore si sarebbe pentito delle proprie malefatte e avrebbe dato un taglio alla droga.

No. Richard Lopez ha i neuroni tostati e i neuroni tostati si tiene. Non smetterà di essere un pezzo di merda perché ormai fa parte della sua natura. Non lo è sempre stato, a quel che si capisce, ma la cosa non cambia: certe persone girano male e così restano.

Ma tiriamo le somme.

Talvolta il raccontato poteva essere evitato
La trama è a tratti prevedibile e certi colpi di scena un po’ telefonati
L’ambientazione
I personaggi
Le interazioni tra i personaggi
La storia
L’atmosfera
Il finale

 

Ship Breaker è breve e si legge in due o tre giorni. E’ una storia d’avventura divertente con dei buoni personaggi, a cui si perdona volentieri un frequente ricorso al raccontato.

Non sarà il libro dell’anno, ma è di sicuro consigliato!

Qualche brano per avere un’idea.

1

Nailer è stato rispedito nelle budella della nave per raccattare altro rame:

Bapi already didn’t like him. And Sloth was too damn eager to steal his slot. Her words still lingered in his mind: “I’ll get twenty times the scavenge he does.”

A warning. He had competition now.

It didn’t matter that Pima vouched for him. If Nailer failed to pull quota, Bapi would slash out his work tattoos and give Sloth a try. And Pima couldn’t do a damn thing about it. No one was worth keeping if they didn’t make a profit.

Nailer wriggled onward, driven by Sloth’s hungry words. More and more copper came down in his hands. His LED faded to black. He was alone. Nothing but a trail of loosened electrical cable to lead him out. For the first time he feared he might not be able to find his way. The tanker was huge, one of the workhorses of the oil age, almost a floating city in itself. And now he was deep in its guts.

When Jackson Boy died, no one had been able to find him. They’d heard him banging away on the metal, calling out, but no could locate a way into the double hull where he’d trapped himself. A year later, heavy crews cut open a section of iron and the little licebiter’s mummified body had popped out like a pill from a blister pack. Dry like leaves, rattling as it hit the deck. Rat-chewed and desiccated.

Don’t think about it. You’ll just bring his ghost onto the ship.

The duct was tightening, squeezing around his shoulders. Nailer began to imagine himself stuck like a cork in a bottle. Pinned in the darkness, never able to get free. He strained forward and yanked down another length of wire.
Enough. More than enough.

Nailer hacked Bapi’s light crew code into the duct’s metal with his knife, doing it blind, but at least making a stab at saving the territory for later. He tightened himself into a ball. Knees against chin, elbows and spine scraping the duct walls as he turned himself around. Folding tighter, letting out his breath, fighting off images of corks and bottles and Jackson Boy caught in the darkness, dying alone. Tighter. Turning. Listening to the duct creak as he squeezed against metal.

He came free, gasping relief.

In another year, he’d be too big for this work and Sloth would take his niche for sure. He might be small for his age, but eventually everyone got too big for light crew.

Nailer squirmed back down the duct, rolling the wire ahead of him. The loudest sound was his own rasping breath in the filter mask. He paused and reached ahead for the loosened wire, confirming that it was still there, still leading him out to the light.

Don’t panic. You took this wire down yourself. You just need to keep following it

A scuttling noise echoed behind him.

Nailer froze, skin crawling. A rat, probably. But it sounded big. Unbidden, another image intruded. Jackson Boy. Nailer could imagine the dead crew boy’s ghost in the ducts with him, creeping through the darkness. Stalking him. Reaching for his ankles with dry bone fingers.

2

Nailer e il suo gruppo parlano del tradimento di Sloth e di un incidente avvenuto in giornata.

“If you were Lucky Strike, you’d have figured out how to sneak it out, instead of wasting it. Be a big rich man now, owning the beach.”
The others grunted agreement, but Pima had gone still, her black skin a shadow. “No one’s that lucky,” she said bitterly. “Everyone daydreaming about being the next Lucky Strike is what made Sloth go bad.”

“Yeah, well”—Nailer shrugged—“I still feel lucky today.”

Pima made a face. “You weren’t just lucky,” she said. “You were smart. And Lucky Strike, he was smart, too. Half the crews out here find some cache of oil or copper or whatever and none of them figure out what to do with it. Crew boss grabs it in the end, and they get bumped off the wrecks. Shit.” She took another swig from the bottle and wiped her lips on her arm before passing it on to Moon Girl, who drank and coughed. “Luck isn’t what you need out here,” Pima said. “Smarts is what you need.”

“Luck or smarts, I don’t care, long as I’m not dead.”

“Cheers to that. Still, we get all excited about being like Lucky Strike and we lose our heads. We waste all our money throwing dice, trying to get close to Luck, trying to get the big win. We pray to the Rust Saint to help us find something we can keep for ourselves. Hell, even my mom puts good rice on the Scavenge God’s scale for a luck offering, and we just end up like Sloth.”

Pima nodded down the beach to where men from the heavy crews had started their bonfires. Nailshed girls were with them, laughing and teasing them, twining slender arms around the men’s waists, urging them to drink and spend. “Sloth’s down there now. I saw her. Dreaming about a Lucky Strike got her nothing except shame cuts through her crew tattoos, and a whole lot of bad company.”

Nailer studied the men’s bonfires. “You think she’ll come after me?”

“I would,” Pima said. “She’s got nothing to lose now.” She nodded at Nailer’s luck gifts. “You better find a good place to stash all that. She’ll probably try to steal it. Maybe she finds some sugar daddy down there to take her under his wing, but no one else is going to deal with her. Grub shacks won’t take her because the ship breakers won’t buy anything from someone with slashed crew tats. Smelter clans definitely won’t touch an oath breaker. Liar like that, she’s out of options.”

Moon Girl said, “She could sell off a kidney. Maybe tap out a couple pints of blood for the Harvesters. They’re always buying.”

“Sure. She’s got those pretty eyes,” Pearly said. “Harvesters would take those in a second.”

Pima shrugged. “Medical buyers can slice and dice her like a side of pork, but after a while everyone runs out of pieces. Then what?”

“Life Cult,” Nailer suggested. “They’d buy her eggs.”

“Just what we need.” Moon Girl made a face. “Bunch of half-men that look like Sloth.”

“Dog DNA would be a step up for her,” Pearly said. “At least dogs are loyal.”

3

Pima e Nailer trovano Nita

The girl’s eyes snapped open.

“Please,” she whispered.

Pima pressed her lips together, ignoring the words. The girl’s free hand brushed at Pima’s face and Pima swatted it away. Pima leaned on the knife and blood welled up. The girl didn’t flinch. Didn’t pull away, just watched, black eyes begging as the knife cut into her brown skin.

“Please,” she said again.

Nailer’s skin crawled. “Don’t do it, Pima.”

Pima glanced up at him. “You going to get squeamish on me? You think you’re going to save her? Be her white knight like in Mom’s kiddie stories? You’re just a beach rat and she’s a swank. She gets out of here, this ship’s hers and we lose everything.”

“We don’t know that.”

“Don’t be stupid. This is only scavenge if she’s not standing on it saying it’s hers. All that silver we found? All this gold on her fingers? You know this boat’s hers. You know it. Look at the room she’s in.” Pima waved a hand at the wreckage around them. “She’s no servant, that’s for sure. She’s a damn swank. We let her out, we lose everything.”

She looked at the girl. “Sorry, swank. You’re worth more dead than alive.” She glanced at Nailer. “If it makes you feel better, I’ll put her down first.” She moved the knife to the girl’s smooth brown throat.

The girl’s eyes went to him, starving for salvation, but she didn’t speak again. Only stared.

“Don’t cut her,” Nailer said. “We can’t make a Lucky Strike like this… It would be like Sloth was with me.”

“It’s not the same at all. Sloth was crew. She swore blood oath with you. She didn’t have morals. But this swank?” Pima tapped the drowned girl with her knife. “She’s not crew. She’s just a boss girl with a lot of gold.” She made a face. “If we pigstick her, we’re rich. No more crew for life, right?”

The gold glittered on the girl’s fingers. Nailer struggled with his conflicting emotions. It was more wealth than he had ever seen. More wealth than most of the crews collected in years off the ships, and yet it decorated this girl’s fingers as casually as Moon Girl pierced her lip with steel.

Pima pressed her case. “This is once in a lifetime, Nailer. We play it smart, or we’re screwed for life.” She was shaking and a glitter of tears showed in her eyes. “I don’t like it either.” She looked down at the girl. “It’s not personal. It’s just her or us.”

“Maybe she’ll give us a reward for saving her,” he said.

“We both know that’s not the way it works.” Pima looked at him sadly. “That’s for fairy tales and Pearly’s mom’s stories about the rajah who falls in love with his servant girl. We either get rich, or we die on heavy crew—if we’re lucky. Maybe we walk oil scavenge until our legs get sores and your dad beats your head in. What else? The Harvesters? The nailsheds? We can always run red rippers and crystal slide out to the wrecks until Lawson & Carlson string us up. That’s what we get. And swanky here? She goes right back to her rich girl life.”

Pima paused. “Or we get out. With this gold, we get out for good.”

Nailer stared at the girl. A few days ago, he would have cut her. He would have apologized to those desperate eyes, and put the knife in her neck. He would have made it a fast kill so she wouldn’t suffer—he wouldn’t hurt her the way his dad liked to hurt people—but still he would have cut her dead, and then he would have stripped that gold off her waterlogged corpse and walked away. He would have felt sorry, sure, would even have put an offering on the Scavenge God’s scale to help her get on to whatever afterlife she believed in. But she would have been dead and he would have called himself lucky.

Now, though, the dark reek of the oil room filled his mind—the memory of being up to his neck in warm death staring up at Sloth high above him, her little LED paint mark glowing—salvation if only he could convince her, if only he could reach out and touch that part of her that cared for something other than herself, knowing that there was a lever inside her somewhere, and if only he could pull it, she would go for help and he would be saved and everything would be fine.

He’d been so desperate to get Sloth to care.

But he hadn’t been able to find the lever. Or maybe the lever hadn’t been there after all. Some people couldn’t see any farther than themselves. People like Sloth.

People like his dad.

4

Nita e Nailer in viaggio

“Is this it?” Nailer asked. “Is this the Orleans?”

Nita shook her head. “These were just towns outside the city. Support suburbs. They’re everywhere. Stuff like this goes for miles. From when everyone had cars.”

“Everyone?” Nailer tested the theory. It seemed unlikely. How could so many people be so rich? It was as absurd as everyone owning clipper ships. “How could they do that? There’s no roads.”

“They’re there.” She pointed. “Look.”

And indeed, if Nailer scrutinized the jungle carefully, he could make out the boulevards that had been, before trees punctured their medians and encroached. Now, the roads were more like flat fern and moss-choked paths. You had to imagine none of the trees sprouting up in the center, but they were there.

“Where’d they get the petrol?” he asked.

“They got it from everywhere.” Nita laughed. “From the far side of the world. From the bottom of the sea.” She waved at the drowned ruins, and a flash of ocean. “They used to drill out there, too, in the Gulf. Cut up the islands. It’s why the city killers are so bad. There used to be barrier islands, but they cut them up for their gas drilling.”

“Yeah?” Nailer challenged. “How do you know?”

Nita laughed again. “If you went to school, you’d know it, too. Orleans city killers are famous. Every dummy knows about them.” She stopped short. “I mean…”

Nailer wanted to hit her smug face.

Tool laughed, a low rumble of amusement.

Insomma, dategli un’occhio se avete tempo.
Nel frattempo, MUSICA.

Gioia e banalità nella terra del pressappochismo

Tutti conoscono Licia Troisi. “Regina del Fantasy Italiano”, che è una carica simile a Regina della Gilda degli Accattoni in Ankh-Morpork. E’ la realizzazione dell’utopia Orwelliana del romanzo per prolet, in cui non c’è più nessun processo creativo, solo un riaccozzare stocastico di roba già fatta. Le protagoniste tutte identiche (con rare e saltuarie variazioni, tipo il colore dei capelli!), il deuteragonista sempre uguale, le dinamiche tra i due ripetitive e deprimenti… Tutto condito con una documentazione che brilla per la propria assenza. Ma perché parlo di lei oggi? Per molte ragioni:

  • Sono una gran nostalgica e una grande appassionata di trash. E sì, mi rendo conto che le due cose accoppiate abbiano una definizione clinica: necrocoprofagia. That’s me, a ognuno i propri fetish!
  • Per il grande decennale, sta per uscire Le storie perdute, un nuovo romanzo tutto su Nihal!
  • L’Espresso. E’ tutta colpa de L’Espresso (qui e qui).
  • Quattro

Cinzia Leone di L’Espresso mette insieme due delle pagine più surreali che abbia letto negli ultimi giorni. Ho deciso di condividerle, per la gioia degli altri necrocoprofagi (so che mi state leggendo, non fate finta di nulla!). Caveat: ho rispettato la police dell’articolo. La scelta di virgolette, strafalcioni e altre amenità non è mia. Sono innocente!

La spada! La SPADA!

Se il successo è una colpa, Licia Troisi, con i suoi quattro milioni di libri venduti in dieci anni, è una peccatrice incallita.

Se la mi’ nonna avesse le rote sarebbe ‘n tramvai. Sul serio, perché il successo dovrebbe essere un peccato? Mi sono persa un adagio popolare? O è solo un modo molto lame di attaccare la sviolinata?

Doppiamente viziosa perché il successo lo deve a draghi, cavalieri, gnomi, elfi, maghi, menestrelli, tiranni. A profezie, maledizioni, tradimenti e maschere di ferro. A bastioni infuocati e torri battute dal vento.

Oibò. Perché tutto ciò dovrebbe renderla più “viziosa”? Che senso ha? Forse Cinzia vuol dire “non solo ha avuto successo, ma ha avuto successo scrivendo roba inabituale”, ma non credo. Dopotutto, da quando i draghi e i cavalieri sono roba inabituale? Che io sappia sono due archetipi intramontabili della narrativa Europea. Forse vuol dire “non solo ha avuto successo, ma ha avuto successo scrivendo stupidaggini per ritardati mentali”. Ipotizzo io, potrei sbagliare. E vista la cattiva fama che macchia il fantasy in Italia, forse è questo il senso.

Il suo stile è pura narrazione

BWAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH Maremma ingrifata, che cosa diavolo vuol dire questo? Un romanzo in cui si racconta una storia? Parbleu, signori e signore, un momento di ammirazione attonita mi pare d’obbligo. O forse si celebra il fatto che Licia non ha inframezzato la narrazione con altra roba? Tipo ricette, opuscoli pubblicitari o digressioni sul prezzo delle zucchine?

Il suo genere è il Fantasy, quello che ha portato Tolkien sull’orlo del Nobel e la Rowlings in vetta alle classifiche.

Sorvolo sul fatto che Lord of the Rings è molto più affine all’epica medievale che non al romanzo fantasy, ma sorvolo solo perché… La RowlingS? Ho controllato, lo scrive davvero così! Che sia la gemella segreta della più celebre J. K. Rowling? O forse controllare lo spelling su wikipedia è troppo out per i giornalisti professionisti.

Come si fa a vendere quattro milioni di copie e vivere felici?

Domanda difficile. Non ce n’è una di scorta? Tipo “come si fa a vincere un abbonamento annuale dal birraio ed essere sbronzi?”

«Rimanendo con in piedi per terra» risponde, decisa, la Troisi.

Tradotto: sta robba non ti darà la pensione, sugar. Spara tre o quattro boiate commerciali e scappa col malloppo a trovarti un lavoro serio. Ora, io non ho niente contro la Troisi in quanto persona. Sì, la prendo in giro come autrice e per le bischerate che dice in pubblico, ma non ce l’ho con lei. Sono sicura che è una buona persona e una brava mamma. Però devo dirlo: il fatto che non ci abbia nemmeno provato a fare un lavoro serio come scrittrice mi picchia sul sistema, come dicono i mangiarane. L’etica del lavoro va bene in astrofisica, non con dei romanzi, voglio dire, i romanzi mica sono un vero lavoro… Mi urta che qualcuno che ha chiaramente zero rispetto per la professione di romanziere guadagni anche solo 10 euro. Mi irrita quando il lavoro approssimativo viene premiato e quando la mancanza di etica lavorativa viene sbandierata senza vergogna. Quindi sì, come scrittrice, la Licia mi raspa sui nervi, e non poco. Ma solo come scrittrice.

Per una scrittrice che si lascia travolgere da Regni sottomarini, Terre emerse, e Mondi sotterranei, non perdere la testa è fondamentale.

Vero. Dicci Licia, quanto era alta la Torre-Città in Nihal dalla Terra del Vento? O forse può dircelo la giornalista, che chiaramente conosce molto bene il corpus dell’autrice.

Il peccato richiede molto allenamento.

Ancora? Non è peccato far successo, è peccato lavorare a cazzo! E no, non richiede allenamento! O forse Cinzia sta insinuando che Licia si è allenata, ha lavorato sulla sua tecnica, la sua documentazione e le sue fonti? Nah, suvvia, siamo seri!

Licia comincia a poco più di 20 anni (è nata nel 1980). Mentre studia Astrofisica e medita una tesi sulle galassie nane, in un anno e mezzo scrive mille duecento pagine che le cambieranno la vita.

Scrivere mille e passa pagine non è allenamento di per sé. E’ come mettersi a fare pesi senza avere nessuna idea di come eseguire gli esercizi: ci si rovina il fisico e basta. Esercitarsi male è peggio che non esercitarsi proprio. Peraltro scrivere 1200 pagine di fuffa è una cazzata. Non ci vuole nulla a tirar giù mille pagine di bischerate. Dieci buone, quello è il difficile E lo ammetto, io sono lentissima a scrivere, mi faccio schifo da sola, ma milleduecento pagine in un anno e mezzo? Compresa una prima revisione, perché non credo che Licia abbia spedito alla Mondadori senza nemmeno una prima rudimentaria forma di correzione. Sono circa tre pagine al giorno, scritte, revisionate e corrette, ogni singolo giorno, per un anno e mezzo. Credibile. Poi uno si sorprende se sono milleduecento pagine di bolo.

Le spedisce a una piccola casa editrice, che le offre una pubblicazione a pagamento

How uncommon!

E alla Mondadori, dove Sandrone Dazieri le propone di dividerla in una triologia dal titolo “Cronache del Mondo Emerso”. Il primo volume, nel 2004, è stampato in 16 mila copie ma ne venderà 100 mila.

Sandrone, Sandrone, cosa faremmo senza di te…

In dieci anni, Licia sforna una ventina di libri: i nove delle tre triologie del Mondo Emerso, i sette de “La ragazza drago”, i tre de “I regni di Nashira” e poi “I dannati di Malva” e “Pandora”.   Scrive ogni giorno di draghi, elfi ed eroine dai capelli azzurri, ma nonostante le vendite stellari Licia non si monta la testa.

Da com’è formulata la frase, si direbbe quasi che l’opera della Licia nazionale sia banale e ripetitiva. Quasi.

Si laurea in Astrofisica, inizia il dottorato, si sposa e mette al mondo una bambina. Senza rinunciare alle sue quotidiane trenta vasche a stile libero.

Insomma, i suoi romanzi sono tutti ciofeche perché aveva di meglio da fare.

Scrivere è come nuotare e per emergere dalla massa Licia si tuffa a capofitto. Per respirare c’è tempo.

Scrivere è come nuotare? Oibò, come e in che senso? Licia emerge dalla massa? No, Licia per quello che scrive sparisce nella massa del pessimo fantasy pseudotolkeniano un tanto al chilo! L’unica cosa che tiene a galla Licia e i suoi libri è lo zatterone Mondadori, che può contare sull’artiglieria pesante di distribuzione, pubblicità e recensioni-marchetta (o di articoli pubblicitari, ahem). Mi piace anche l’idea che nell’acqua respirare è qualcosa per cui “c’è tempo”. Ora, io non sono una nuotatrice (ancorché padroneggio con mastria ed eleganza la tecnica “Cane che Affoga” e “Fai il Morto e Aspetta i Guardiacosta”, nonché uno stile di mia personale invenzione, il “Ferro da Stiro”), ma faccio sport regolarmente. E respirare è un attimino fondamentale.

E’ difficile lasciarsi andare? «Mi piacerebbe essere più leggera, ma voglio sempre dare il meglio di me: quando scruto le stelle o quando invento un personaggio.»

Risa isteriche a nastro.

Hai avuto un dottorato, Licia, non sminuire così il tuo lavoro scientifico! Sono sicura che sei una buona astrofisica!

Una peccatrice con troppo metodo insospettisce.

METODO! La Troisi avrebbe un METODO?! Ah già, L’Espresso. Dove scrive anche Lilin, il genio dei mirini ottici. Già già, dimentiavo.

Non frequenta i salotti televisivi. Non ha sponsor potenti. Ma a colpi di triologie la Troisi conquista le classifiche e il cuore di lettori fedelissimi che coltiva attraverso un blog molto seguito.

Sì, no, non rileggete. C’è scritto davvero. “Non ha sponsor potenti”. Mi sto sentendo male dalle risate! Peraltro, bella l’immagine della Troisi che percuote i suoi lettori a botte di triologie.

Il Fantasy è una droga e provoca dipendenza?

Sì, come le patatine al gusto pancetta fritte nel grasso di liposuzione. Hey, non guardatemi così! Sono saporitissime!

«Come le serie Tv. Se sono avvincenti danno assuefazione», sottolinea sorridendo.

Un buon romanzo invoglia a leggere. Licia di buoni romanzi non ne ha ancora scritti, che io sappia, ma la risposta ha senso. E la domanda era stupida, quindi direi complimenti a Licia (e per una volta non sto scherzando).

Mentre la letteratura conta i lettori perduti nel 2013, meno il 20 per cento, i generi letterari, dal rosa al giallo, dal noir all’horror passando per il fantasy, accusano lievi flessioni, difendendosi a colpi di trame avvincenti e serialità.

Questo paragrafo è così fuori del mondo che non so nemmeno da che parte cominciare. La letteratura ha perso un quinto dei lettori, ma i generi letterari tutti hanno accusato solo lievi flessioni. Come dire, Ferdinando II cannoneggia Messina, i civili riportano solo qualche livido. Peraltro Licia ti ha fatto il piacere di ribadire l’ovvio: le storie avvincenti invogliano a leggere. Per tua ammissione i lettori si stanno dileguando a frotte. Eppure, per una combo paradossale, i vari generi (tutti?) si difendono con trame avvincenti. Mi piace questo connubio tra “fuga dei lettori” e “fioritura concomitante di tutti i generi letterari”.

«Negli ultimi anni si è pensato che le trame non fossero indispensabili.»

Per una curiosa coincidenza, al ristorante se oltre al conto porti anche da mangiare, il cliente apprezza. Lo so, è incredibile!

«Ma i lettori le amano e, carta o e-book, quando acquistano scelgono di conseguenza.»

MA DAI?! Ma via, è chiaro che comprano in base alla combinazione dei numeri ISBN. E’ quello che io guardo per prima cosa in un libro: se le prime due cifre non sono pari non se ne parla!

«Il mio libro preferito è “Il nome della Rosa”, di Umberto Eco. Lo avrò letto una dozzina di volte». La Troisi festeggia il suo decennale con “Il ritorno di Nihal” (sempre Mondadori), dove fa rivivere l’eroina ribelle protagonista del suo esordio.

Dicesi “grattare il fondo del barile”.

Ansia decennale? «Torno sul luogo del delitto e alla mia Nihal. Non pensavo che sarei arrivata fin qui».

Il marketing può tutto o quasi.

Forse non lo immaginava, ma ha fatto di tutto per arrivarci, scrivendo migliaia di pagine di un genere ignorato dalla critica ma molto amato dagli adolescenti e non solo.

Ci sono diverse ragioni se la critica ignora il fantasy italiano. Una di queste si chiama Licia Troisi.

«Il 70 per cento del mio pubblico è tra i sedici e i ventisei anni, ma il trenta è di bambini e adulti». Le saghe della Troisi, dove la lotta tra il Bene e il Male è sfumata e complessa, guadagnano un piubblico trasversale e nuovi mercati.

“Sfumata e complessa”? Quanti libri della Troisi ha letto, la signora Leone? In una triologia abbiamo un Tiranno che vuole distruggere il mondo, in un’altra la versione medieval-retard di ISIS! Hum, chi saranno i buoni, il wannabe Hitler o quelli che uccidono gente a caso in nome di Dio? Oh, è così sfumato e complesso, proprio non saprei! Chi avrà ragione, l’esercito di mostri e non morti o quello dei cavalieri galanti in armatura lucente? Cielo, sono così confusa!

Tradotta in 19 paesi, da pochi mesi Licia è sbarcata anche in quello anglosassone che del fantasy detiene il primato.

Et pour cause! Il successo di Licia è così stratosferico che dopo 10 anni la traducono perfino in una lingua semisconosciuta e a bassissima diffusione come l’inglese. Peraltro, non vedo perché un anglosassone dovrebbe filarsi la nostra spazzatura. Ne hanno tanta della loro. E hanno anche libri buoni in Anglosassonia, go figure.

«Il genere è tradizionalmente loro. Ma il mercato anglosassone è chiuso: vendono ma non comprano. E, fantasy a parte, sono pochi gli italiani che sfondano: Saviano, Giordano, Camilleri…»

Sì, e sai perché? Perché gli anglosassoni producono un vasto ventaglio, che va dal fantasy scrausissimo come quelle cagate di Chris Wooding, al “così così ma ancora godibile”  dei primi Harry Potter, a roba decente come Joe Abercrombie, buoni autori come Paolo Bacigalupi e geni assoluti come Terry Pratchett. Hanno l’intero set! Noi che gli offriamo, stupidate con elfi e nani? Ne hanno, molto migliori delle nostre. Un libro a caso di Feist sarà sempre meno scemo e più fantasioso di un sacco di fantasy italiani, e non devono nemmeno tradurseli, guarda un po’ te! Certo, potremmo ovviare al problema producendo storie degne di essere tradotte. E’ solo un’idea, eh…

Pescando dal Pantheon nordico, con il “Signorre degli Anelli”, Tolkien guadagna la candidatura al Nobel.

Mi risulta che il Pantheon d’ispirazione di Tolkien fosse prima di tutto quello celtico, non quello nordico.

Il successo della Rowlings chiude il cerchio.

Tolkien e Rowling, Tolkien e Rowling. Che, perché, ci sono altri autori fantasy famosi? Terry chi? Gaiman? Non era una drag-queen del Mama mia? Che? Martin? Chi cazzo è Martin?

Ah, bei ricordi!

Non solo conoscono solo DUE autori anglosassoni, ma della seconda non sanno  nemmeno scrivere il nome! Questo è un trionfo!

Ma l’”Iliade”, l’”Odissea”, l’”Eineide”, le “Mille e una notte” e persino il “Don Chisciotte”, sono fantasy in piena regola. Dante è puro fantasy.

L’ignoranza è così crassa che si raccatta colla pala, e qui non si tratta nemmeno di sparare cazzate su un genere che si conosce solo per sentito dire, si tratta di rivelare al mondo una totale mancanza di cultura generale. Inizio col botto, con la confusione tra mitologia e fantasy. Non sono la stessa cosa. Poco importa se te credi o meno ad Apollo, un poema epico e un romanzo fantasy non sono la stessa cosa né mai la saranno, e ficcare nello stesso calderone i generi denota un qualunquismo che urta il mio intelletto sopraffino. Una seconda stellina di merito per accozzare insieme, così, Iliade, Eneide, Odissea e Mille e una notte. Le prime due hanno un congruo numero di elementi essenziali in comune. Già l’Odissea è un’opera molto diversa dall’Iliade. Quanto a Le mille e una notte, non hanno proprio un cazzo a che vedere con le tre opere succitate. Un po’ come schiaffare insieme Tex, Hamlet’s mill, il libretto di Così fan tutte e il diario di Anne Frank. Peraltro, sull’Odissea ci sono in effetti elementi di narrativa fantastica. Le Mille e una notte sono fiabe, possiamo discutere anche su quelle. Ma Don Chisciotte?! Che cazzo c’entra? Da qando è un fantasy? Ma controllare il riassunto di wikipedia era troppo lavoro? Dante puro fantasy. Dante puro fantasy. Oh porca maiala in carrozza. Trattato di teologia e cosmologia? Naaah, fantasy! Come no! Mettiamo una cosa in chiaro: puoi leggere l’Iliade o la Commedia come un fantasy (non sarò certo io a puntare il dito contro i masochisti), ma questo non ne fa un fantasy. Io leggo L’Espresso come giornale porno-comico, ma purtroppo questo non basta a renderlo ufficialmente tale. Tutto ciò ovviamente va da sé, ma per rendersene conto si dovrebbe, oh, non so, leggere le opere prima di citarle a caso. Mica in integrale eh, un bignamino sarebbe bastato. Ma mi rendo conto che chiedo la luna: verificare prima di sparare a zero? Voyons… Peraltro (ci tengo a piantare un altro chiodo nelle bara) ci sono un certo numero di autori classici e famosi che hanno scritto opere tranquillamente catalogabili come fantasy ante litteram. Tipo Luciano di Samosata, con la sua spassosissima Storia vera, o Chrétien de Troyes, o l’Ariosto (L’Orlando furioso ha tutto: cavalieri, grifoni, magie e anche la tettona!). Certo, mi rendo conto che siano gente di nicchia per chiunque abbia fatto il liceo dormendo, ma una rapida ricerca su wikipedia potrebbe aiutare!

Un genere infiltrato anche tra le pagine della letteratura contemporanea? «Murakami è un autore fantasy sotto mentite spoglie, Calvino e Buzzati del fantasy hanno molti elementi narrativi. De Sica di “Miracolo a Milano” è un grande regista fantasy. Ma si può dire solo sottovoce».

Mi fa piacere che almeno Licia riesca a citare tre-quattro autori con elementi fantasy senza sbagliarne i nomi (RowlingS?). E’ già qualcosa. Ma preparatevi perché ora c’è il botto.

A lungo patrimonio della destra, il fantasy non è stato adottato da progressisti ed ecologisti. «Colpa dello snobisbo connaturato alla cultura di sinistra che li ha indotti a credere che il fantasy sia robaccia» racconta la Troisi che non fa mistero delle sue idee progressiste «Sono stata ospite a due festival dell’Unità, ma mi hanno scoperto solo nel 2007. Sono in ritardo”. E ad Atreju, kermesse romana della destra? “Mi hanno invitata, ma non sono andata».

PANFETE! Che secondo voi ci facevamo mancare la fellatio politica? La solita decrepita sega “ma Tolkien è di destra o di sinistra?” Queste menate mi fanno sempre sbattere la testa sul tavolo. Come quelle masturbazioni collettive sul MESSAGGIO. La buona narrativa è realistica e verosimile nel suo proprio sistema di riferimento. Ergo ci si può trovare un messaggio, o una morale politica. Spesso due persone diverse ne trarranno due morali diverse perché gente diversa recepisce in modo diverso. Quando Heinlein (autore sci-fi anglosassone, peraltro, nel caso qualche lettore de L’Espresso volesse leggere qualcos’altro che non siano Tolkien e RowlingS), dicevo, quando Heinlein pubblicò Stranger in a strange land, ci fu chi lo accusò di fare propaganda comunista, chi di fare propaganda fascista, chi di fare propaganda anarchica, ecc. Resta una storia che a me non è piaciuta, ma che è coerente, verosimile e credibile nel proprio universo. Alcuni autori hanno un’agenda politica precisa, vedi Orwell o Huxley. Altri no. Resta che una buona storia è una buona storia, e una cagata è una cagata. La sinistra crede che il fantasy in generale sia robaccia? Non sarebbe la sola cosa su cui la sinistra ha idee preconcette e, comunque, Licia non aiuta la situazione. Gli ecolgisti che non hanno approfittato del fantasy è da capottarsi dal ridere! Suppongo che cartoni come Ferngully, serie come Capitan Planet e roba simile non siano mai passate sullo schermo della signora Leone. Se poi intendiamo fantasy come termine più vasto, includento la fantascienza, gli esempi si sprecano! Tipo classici come Soylent green, e Hollywood offre una vastissima scelta, tra cui Avatar per dirne uno conosciutissimo, o quella schifezza pretenziosa di The happening. Oh, non è abbastanza intellettuale? Vogliamo parlare de I demoni, nella raccolta di corti Sogni, di Kurosawa Akira? Peraltro, Bacigalupi ha scritto più di un romanzo su mondi post-picco frutto del Riscaldamento Climatico. Ma dopotutto chi cazzo è Bacigalupi. Sono sicura che i redattori de L’Espresso conosceranno però Cormac McCarthy, autore di The road! Dopotutto ha vinto il Pulitzer…

E’ il genera a scegliere lo scrittore? Al posto dei lunghi capelli azzurri dlle sue fiabesche eroine, Licia sfodera orgogliosa una tonsura da marine. Per formare una famiglia avere un figlio e vendere milioni di copie non è indispensabile tuffarsi nello stereotipo femminile.

Thankyou Captain Obvious!

«Non è scritto da nessuna parte che devi trovare un fidanzato ed essere per forza moglie e madre». Non sarà scritto ma lei lo ha fatto. Una forza in più? «Ne “il ritorno di Nihal” c’è molto della mia nuova vita e la prima volta compare il presepe familiare. Un figlio è un’esperienza totalizzante».

Evviva, Nihal mamma, proprio quello che ci mancava.

Di sicuro, ma intanto la Troisi sta già preparando la prossima uscita. Ad aprile 2015 uscirà il quarto volume della saga “I regno di Nashira”. «Come in “Il ritorno di Nihal”, anche nel prossimo Nashira affronto il tema della perdita. Ma ci sarà anche una spolverata di fantascienza alla Star Trek».

WE ARE DOOMED. DOOMED! A parte la classe dello scrivere due libri a cortissimo giro di boa sullo stesso tema, mi piace l’idea della “spolverata”. Alé, un po’ di Klingon e torpedini, che non guastano mai, così, tanto per gradire!

Solo una spolverata? «Nessuno nell’editoria vuole più pronunciare la parola “fantascienza”, oggi la moda è il “distopic”: utipie apocalittiche ambientate nel futuro prossimo».

Adoro questo passaggio. E’ una candida ammissione. Sì, scrivo solo roba commerciale alla moda per il massimo del grano col minimo dello sforzo, tanto per arrotondare. E’ così pura e sincera, e così chiara: se ancora non ve ne foste accorti, nell’editoria non fotte un cazzo a nessuno delle qualità oggettive dell’opera, solo del trend. Lo sapevamo già, ma ora Licia ci conferma. Peraltro, con l’Episodio VII di Star Wars in direttura d’arrivo, il ban delle astronavi mi pare ancora più cretino, ma dopotutto io non lavoro in editoria.

Le fortune del fantasy sono fotografate in “Infanzia e mondi fantastici” di William Grandi: «I periodi in cui il fantasy ha riscosso grande successo», scrive Grandi, «sono coincisi con gravi crisi a livello mondiale: la fine degli anni Trenta con il fantasma della Seconda Guerra Mondiale che avanzava sull’Europa, la seconda metà degli anni Cinquanta con il periodo più doloroso della Guerra Fredda e, quanto alla nostra epoca, è evidente come il periodo di crisi aperto alla metà degli anni Novanta dai problemi sempre più pressanti causati dalla mancanza di cibo nei paesi del Terzo Mondo, dalla conseguente ondata di immigrazione incontrollata, dallo squilibrio del nostro ecosistema e dalla crisi delle energie, si sono cronicizzati con l’esplosione del terrorismo e la successiva frattura tramondo orientale e mondo occidentale». La fotografia del successo editoriale come teoria dell’assedio.

Oimoi oimoi, eleleu eleleu! Ci mancava solo il pippone socioculturalintellettuale da bar dello sport! Sia chiaro, non ho letto il libro di William Grandi, ma già questo paragrafo ha un problema: lo scontro Oriente/Occidente. Lo so che fa tanto figo, ma se poi ci si prende la briga di andare a vedere cosa succede in Oriente, e in particolar modo in Medio Oriente, il quadro che ne viene è piuttosto un “Oriente VS Oriente, con sputacchi all’Occidente quando si mette nel mezzo”. Ora, non voglio entrare nel merito della geopolitica e della “teoria dell’assedio” (qualunque cosa significhi in questo contesto), ma voglio sottolineare come questa interpretazione sociologica del fantasy, che richiederebbe almeno un articolo intero, viene spiattellata in un paragrafetto verso la fine. Sembra, dico, sembra, che sia lì solo per farci credere che il libro di Licia non sia scemo, ma sociale, e che questo articolo non tratti di stupidate cosmiche ma di importanti argomenti attuali. Non ce la beviamo, mi spiace.

Perfettamente a suo agio tra gnomi, elfi e draghi, la regina del fantasy italiano sente il realismo come un vincolo. «La scrittura realistica mi mette in difficolta, ma nella vita ho i piedi per terra».

Ed ecco la seconda, e ultima, scintilla di sincerità e verità che questo articolo ha in serbo per noi. “Scrivere buona letteratura mi mette in difficoltà”. Lo sappiamo Licia, ce ne siamo accorti. Diciamo che non è che tu ci abbia provto un granché. Ma te ne do atto, la verosimiglianza e la credibilità sono cose difficili. E’ la ragione per cui essere un buono scrittore è un lavoro difficile.

«Quando De Laurentiis mi ha proposto di scrivere sceneggiature, ero incinta, stavo temrinando il dottorato in astrofisica e stavo finendo di scrivere un libro. Fare tre cose bene e aggiungerne una quarta mi sembrava difficile. Ho rinunciato».

Peccato per il film. Avrei visto bene Stoya nel ruono di Nihal e Immanuel Casto nel ruolo di Sennar.

Al peccato del successo la Troisi può anche resistere, ma non a quello del travestimento.

Mettetelo sulla fascetta di un libro a caso e schiaffatelo in Erotismo, venderete un casino.

Vivere altre vite per uno scrittore è un vizio e lei ama travestirsi con i panni dei suoi personaggi preferiti: è una “cosplayer”. «Mi è sempre piacito essere al centro dell’attenzione. Da piccola mi costruivo le armature da sola con il cartone argentato. Per Halloween e per Lucca Comics&Games per “Il ritorno di Nihal”, ho indossato il mo costume medievale con spallacci d’acciaio, giostacuore di cuoio nero, un mantello scuro, il pugnale di lattice e i capelli blu».

Spallacci a caso (perché proteggere il collo, la pancia o il cuore quando puoi proteggere le spalle?), giustacuore, lattice. Sticazzi, più medievale di così! Qualcuno regali a Licia un pugnale vero, per favore, certi mastri Cechi fanno lame che sono la fine del mondo, e per prezzi eccellenti!

Si è mai travestita come uno dei suoi personaggi?

Che domanda è? Te lo ha appena detto!

«Non ho resistito, e una volta ho indossato i panni della mia Nihal».

Ma va’. E io che credevo che l’armatura aleatoria, il pugnale giocattolo e i capelli blu fossero un omaggio ad Eleonora di Castiglia.

Le eroine della Troisi ribaltano i ruoli.

Oh, eroine guerriere in un fantasy, mai viste né sentite dall’epoca delle Dodici Fatiche di Eracle!

«Sono una figlia unica, educata nell’uguaglianza e cresciuta con l’idea che non ci fosse una strada che mi fosse vietata».

Male Licia, impara dalla Meyer, oggi quello che le ragazze vogliono è propaganda sessista e reazionaria.

Le sue saghe sono popolate di razze e meticciato: mezzi uomini, mezzi draghi, mezzi elfi. «Più si entra in contatto con la diversità è (sic.) meglio è. Siamo tutti meticci».

Oh, il messaggio evergreen di pace tra i popoli e multiculturalismo! Come non coglierli in saghe in cui i Buoni sterminano senza remore orde di mostri brutti cattivi e immigrati!

Alla Troisi non mancano le ossessioni. «Sono una creatrice di mondi, controllando minuziosamente lo scenario fantastico che costruisco ho l’illusione del controllo totale sulla realtà».

La Troisi che “controlla minuziosamente” i suoi mondi è la battuta più spassosa dell’anno. Peraltro, fa a cazzotti con quanto detto prima sul realismo che la mette a disagio, ma non stiamo a sottilizzare.

Nessun personaggio si è mai ribellato al controllo? «Sì. E qualche volta li ho lasciati fare. Ma è l’”effetto farfalla”, capita sempre quando non hai definito a sufficienza il personaggio, che finisce per prenderti la mano e ribellarsi all’intreccio. Ultimamente mi capita molto meno».

A volte ho l’impressione che la Troisi non sappia di cosa parla. A volte ne ho la conferma.

Nel circo della narrativa, con spallacci d’acciaio e corazza di pelle, l’astrofisica con i piedi per terra e le vendite stellari governa trama e personaggi come un domatore i suoi leoni.

MA DIO PRETE! Primo: non ha una corazza di cuoio, ha un giustacuore, ovvero una giubba o farsetto. Sembra una differenza trascurabile, finché qualcuno non ti prende a colpi d’accetta! Secondo: Applausi. Cioè, applausi! Il Circo e i leoni ballerini riescono a essere la peggir metafora possibile per indicare il mestiere dello scrittore, e la miglior metafora possibile per indicare il fantasy italiano. Un gran casino, impostura e trucchetti da baraccone, dove creature maltrattate eseguono giochetti già visti per un pubblico sempre più gramo e sempre più rintontito dal chiasso e dai riflettori! Evviva! Questo articolo mi lascia l’amaro in bocca. Ora ho una nuova ossessione: voglio una rivista interamente gestita da Cinzia Leone, Nicolai Lilin e Loredana Lipperini. Non m’importa l’argomento, li voglio tutti insieme e basta! E’ tutto per questo sabato. E parlando di peccati: RESURRECTION BY ERECTION! Per chi volesse approfondire, un recente articolo del Duca, e le vecchie la sempre spassose recensioni di Gamberetta.

Aneddoti e narrativa: Vaporteppa

Questo è un articolo di narrativa, e come tale vorrei iniziarlo con un aneddoto di vita vissuta.

Poche settimane fa ero in Italia in visita dagli Augusti Genitori. Come ogni fine di agosto, il mio tempo era assorbito da incontri col gruppo Bilderberg, consolidamento del dominio giudaico e lettere di insulti alla mia università. Io e la segreteria abbiamo un rapporto masochista, non tanto di amore e odio, quanto piuttosto di odio e antipatia (cit.).

Sicché un bel giorno pianto il summit rettiliano per l’asservimento dei goya e vado in Paese. Faccio un giro dei vari tabaccai. L’ultima volta che hanno visto un francobollo era il 1923, uno di loro giura che glieli ha mangiati il cane, un altro mi urla “NON LI AVRAI MAI SPORCA GIUDEA ALLAH AKBAR!” e si fa saltar per aria.

Avevo due opzioni: rinunciare a spedire la lettera o andare alle Poste. L’idea di lasciare la mia segretaria senza la sua usuale dose di “che cazzo state combinando coi miei documenti, manica di luddisti psicopatici” mi rattristava troppo. Alle Poste dunque!

Ammetto che sette anni a Lutezia mi hanno rammollita. A Lutezia uno entra, compila i fogli, affranca alla macchinetta e in dieci minuti è fuori dalle palle, libero come un fringuello.

Le porte automatiche si aprono con un cigolio di ruggine e metallo, una zaffata di putrefazione e polvere mi investe. Bambini piangono, aggrappati a madri macilente che hanno esaurito le scorte di merendine. Una di loro cerca di sedare il pargolo facendogli respirare della colla. Un vecchio si guarda intorno spaesato. Ha i calzoni corti e una mantellina troppo piccola. E’ qui dal 1925, voleva spedire una cartolina alla nonna. In un angolo, una donna con gli occhi iniettati di sangue sta armeggiando con una scatola puzzle per evocare i Cenobiti (che tanto non si muoveranno perché non ci sono più anime da sbranare, qui dentro). Sul tabellone lampeggiano i numeri A012, A011 e E018. Tiro il bigliettino. E389. Sarà da ridere.

Io non ho paura. Sono un vichingo, checchazzo. Mi siedo sulla cenere dei secoli. Apro la borsa.

E l’orrore mi assale.

Ho scordato la roba a casa. Non ho portato nulla! Non il romanzo americano che sto leggendo, non il romanzo giapponese che sto leggendo, né il saggio di Souyri né il numero Osprey dei Pirati d’Estremo Oriente. Sono disarmata, sola e in territorio nemico!

Il mio coraggio scema, mi ficco il bigliettino in tasca e mi precipito fuori dall’ufficio. La luce del sole mi fa male agli occhi. Ho visto una libreria da queste parti. Eccola!

Entro, m’infilo nel settore narrativa.

E’ lì che mi rendo punto a che punto il Paese sia messo male.

Pensate che la crisi sia brutta? Guardate al tipo di “arte” che mettiamo insieme. Non sono nemmeno nel reparto Fantasy/Sci-Fi (noto per essere il reparto Cottolengo), sono proprio in Narrativa, e sugli scaffali si assiepano tomi buoni per soli due target: i ritardati mentali giovani e i ritardati mentali vecchi che vorrebbero essere giovani. Tra le altre cose, scopro che la Licia Nazionale ha sfornato una nuova Creatura, con protagonista una Metallara.

Licia Troisi + Metal = WE ARE DOOMED! DOOMED!

Ora, io non ce l’ho col trash. Io amo il trash! Le porte dell’abisso è uno dei miei film preferiti, Tommy Wiseau è uno dei miei idoli (Oh hi Mark), ho un piccolo altare in casa dedicato solo al Daibosatsu Rocca-nyorai…

Ma quando esiste solo il trash, allora inizio ad aver paura. Insomma, sono come Vincent Smith di Silent Hill 3: venero il Dio, ma non per questo vorrei vederlo realizzato nel mondo reale. Il trash è il sale della vita, ma non lasciategli conquistare il Mondo o è la fine.

Nella fattispecie, l’unica cosa lontanamente potabile era una traduzione di Stephen King, che è peraltro uno degli autori più sopravvalutati di sempre (Sì, l’ho detto, non vi temo funz, fatevi sotto!).

Grazie al Cielo l’editoria digitale è messa un po’ meglio.

Non voglio scrivere un articolo sullo stato della letteratura digitale in Italia. Se vi interessa, leggetevi gli articoli del Duca di Baionette, è molto più informato di me. Oggi voglio parlare di racconti.

Racconti editi da Vaporteppa.

Sono sicura che tra i bazzicatori di questo piccolo blog molti già la conoscono: si tratta di una casa editrice digitale specializzata in narrativa fantastica, in particolar modo Steampunk (da cui il nome), ma non solo.

Devo essere sincera, di solito, quando vado a selezionare le mie letture, “fatine”, “mec a vapore”, “retro-futurismo” e “conigli” non sono proprio le parole chiave che mi vengono in mente. Non sono una gran lettrice di Stempunk o bizzarrie, conosco il genere molto poco e molto male.

Tuttavia tutti i racconti che finora ho letto usciti dalle fucine di Vaporteppa mi sono piaciuti, alcuni di più, alcuni di meno. Mi sono piaciuti in primo luogo perché sono di buona qualità. Alcuni brevi, altri lunghi, tutti sono scritti bene. Il livello tecnico degli autori sbriciola a mani basse quello di altri “campioni” dell’editoria cartacea. Non c’è paragone. Sul piano tecnico i vaporteppari vincono.

In secondo luogo, i racconti che ho letto finora hanno in generale una vena ironica e divertente.

Avete presente quando la Troisi pretende di scrivere passaggi tragici, o quando Altieri parla di ninja crucci che ammazzano lanzi a secchiellate e pretende di essere preso sul serio?

Niente di tutto questo. Il tono e lo stile cambiano ovviamente da autore ad autore (duh!) ma in generale nessuno, a mia esperienza, fa il passo più lungo della gamba. Non mi è ancora capitato di leggere passaggi involontariamente ridicoli: le scene esagerate o divertenti lo sono perché l’autore vuole che lo siano, non per sbaglio.

Con queste basi, certe opere mi sono piaciute più di altre per le trovate fantasiose, o i personaggi, o il tono più o meno spiritoso, ma sono tutte di qualità oggettivamente buona.

Qui alcune di quelle che ho letto e che consiglio caldamente anche ai non appassionati del genere.

 

L1L0, di Pippo Abrami


La storia è abbastanza lineare: L1L0 è un automa a vapore con tre cervelli di scimmia, creato da un illustre scienziato di Praga per salvare sua figlia, tenuta ostaggio in una caserma.

Cosa distingue L1L0? Il Witz. Dacché qualunque essere autocosciente, una volta resosi conto di essere un bollitore dalla forma vagamente lagomorfa, si toglierebbe la vita, L1L0 è stato dotato di Umorismo Giudaico, l’ironia fatalista.

Un minuto di awe per una delle idee migliori che abbia mai trovato in un racconto. Il Witz è in effetti un’arma culturale elaborata per sopravvivere i diciassette secoli di oppressione e antisemitismo. Inserirla come componente anti-suicidio è geniale.

Non è solo una trovata deliziosa, è anche un grande pregio della storia. L1L0 è il personaggio-PoV, ed è il suo modo di vedere e pensare a dar vita a quella che altrimenti sarebbe una quest piatta e fine a se stessa.

Le scene d’azione sono ben descritte, il Punto di Vista è adorabile, la storia è semplice ma riesce a tirar fuori un twist che non scade nello zuccheroso e banale. Con tutto che ho un’idiosincrasia feroce per i marmocchietti in narrativa (ho il santino di Erode tra la foto di Wiseau e quella di Mattia Sorrenti), il racconto mi è piaciuto un sacco.

 

Piloti e Nobiltà, di Diego Ferrara


Diego Ferrara è lo stesso che ha scritto Soldati a vapore, un racconto che straconsiglio (magari ne riparlerò). A questo giro seguiamo Elsa, un pilota donna in un mondo di uomini, che deve eseguire un volo dimostrativo di un nuovo eligibile anfibio, a beneficio di una banda di nobili (possibili acquirenti). Tra Elsa e i suoi passeggeri il disprezzo è a prima vista e reciproco, e mentre il volo prosegue e le richieste assurde si moltiplicano, la situazione si fa più scomoda e la tensione sale.

Elsa è il Personaggio-Punto di Vista. Elsa è una donna forte, competente, con un brutto carattere e un’antipatia feroce per i Nobili. E’ un buon personaggio, con qualità e difetti, e all in all molto credibile.

In questa storia l’umorismo non è dato tanto dal tono della protagonista (che di umorismo ne ha poco), quanto dalla vicenda vera e propria. Specie alla fine, il racconto strapperà un largo sorriso a chi apprezza l’humour nero (tipo me).

Consigliatissimo anche questo.

 

 

La maschera di Bali, di Francesco Durigon


Questo è forse il più fantasy tra i racconti che ho letto finora e uno dei più “seri”. E’ anche l’unico in cui ho una riserva. Ma veniamo al dunque.

Londra, 1897. Il Dipartimento di Scienze Occulte sta studiando su un povero alienato gli effetti di alcune maschere tribali, ritenute magiche in qualche maniera. Durante l’esperimento, la maschera balinese di Rangda prende vita, e la situazione precipita: in poche ore Londra è invasa da orde di demoni immortali e fiammeggianti, affamati di carne umana.

Due personaggi sono voci narranti: Abigail, veggente del Dipartimento di Scienze Occulte, e John Plye, soldato di Sua Maestà Britannica, mandato al macello contro le orde demoniache.

Parliamo dei pro della storia per cominciare. I personaggi sono ben caratterizzati nel poco spazio disponibile, sono credibili e funzionano bene nella storia.

Le scene d’azione sono eccellenti. Il volo di Plye sui tetti di Londra e il primo scontro coi demoni è un piacere da leggere.

Per il fattore: “mah”…

Attenzione, SPOILERS!

La “seconda vita” di Plye pare poco concludente. Abbiamo messo in scena un buon personaggio, gli abbiamo dato una morte intempestiva e accidentale, il che potrebbe starci bene (fatalità della guerra, stiamo come d’autunno sugli alberi eccetera). Ma non finisce lì, viene resuscitato alla meno peggio, creando una buona situazione di conflitto: Plye preferirebbe essere morto che non uno zombie motorizzato, e lo si può capire.

Ergo abbiamo un buon personaggio (il soldato di fegato), lo ficchiamo in un contesto interessante (un dipartimento scientifico invaso da mosti e demoni), con un conflitto eccellente (essere non-morto)… e poi boh, Plye viene massacrato poche pagine dopo senza nemmeno arrivare in fondo al percorso.

Era proprio necessario?

Sarebbe cambiato qualcosa se invece di avere il suo punto di vista Abigail fosse stata accompagnata per il breve tratto da un soldato a caso?

Insomma, a mio avviso un peccato.

FINE SPOILER

In conclusione, la storia resta ben scritta, con scene notevoli e una vicenda interessante. L’impressione è che ci sia molto più materiale da sfruttare, anche in termini di ambientazione e personaggi. Forse il tutto si presterebbe meglio a essere rielaborato per un romanzo, più che non per un racconto breve.

Nonostante tutto, una lettura gradevole, che consiglio.

 

 

Caligo, di Alessandro Scalzo


Questo non è un racconto, ma un romanzo. Dalla quarte di copertina:

Repubblica di Zena, Italia, 1912. Barbara Ann ha quasi diciassette anni e un seno che se crescerà ancora diventerà davvero imbarazzante. Ma questo non è il suo problema principale: da alcuni mesi soffre di forti emicranie e allucinazioni. Cosa c’è nella testa di Barbara Ann? E come si collega alla morte di suo padre, il defunto colonnello Axelrod, il primo uomo a mettere piede su Marte nel 1894, ossessionato dalla ricerca di qualcosa di ignoto fin da quando ritornò dal Pianeta Rosso? E cosa vuole Michele, quel bel ragazzo biondo col cappotto che puzza di piscio? Barbara Ann si troverà immischiata in un gioco internazionale tra Inghilterra, Austria e il protettorato inglese di Zena… e intanto, chi si preoccuperà dei suoi criceti?
Un’avventura Steampunk con mech, zombie e scafandri potenziati, in una Genova del 1912 che non è mai esistita.

Come avrete capito dalla quarta, Caligo ha una vena ironica molto presente. C’è anche molto fan-service, e l’autore non è timido a riguardo (Barbara Ann ha delle tettone così!).

Di solito mi dà sui nervi quando l’autore indulge in descrizioni fisiche del/la protagonista per il puro scopo di titillare il lettore. Nihal che si contempla nello specchio e si trova gli occhi “troppo grandi” è un esempio immortale.

Trovo anche fastidioso e vagamente inquietante quando l’autore approfitta della storia per ficcarci dentro una sua personale perversione, che non ha nulla a che fare con la trama, non serve a niente, è lì solo perché piace all’autore. Un po’ come la gatta con tre tette in Star Treck 5. Shatner, what the hell?

Nella fattispecie il fatto che Barbara Ann abbia delle tettone così e che ce lo ricordi in più di un’occasione passa, perché alla fine segue bene il tono semiserio della storia, oltre che il carattere represso-esibizionista-masochista del personaggio. Ci sono dei momenti di puro fan-service in stile anime-ecchi, perché, non scordiamocelo, Barbara Ann ha delle tettone così, ma gli si perdona, perché alla fine la scena è divertente e non rallenta la storia. E poi Barbara Ann ha delle tettone così.

Tette a parte, la storia è originale e il personaggio di Barbara Ann interessante e divertente da leggere. Combina bene competenze, inventiva, coraggio, pregiudizi e bizzarrie. Ambientazione e comprimari peraltro le corrispondono bene: una Genova d’acciaio, catrame e fumi di scarico, dove niente è come sembra, dove chiunque potrebbe essere una spia, un traditore o un abbonato a Superomo (recapito anonimo e discreto).

La storia bilancia bene momenti semiseri con momenti più truci. La scena in cui Barbara Ann ha una crisi di emicrania non ha niente di umoristico, e non è la sola, ma passaggi dl genere sono molto ben dosati senza mai essere melodrammatici.

Le scene d’azione sono buone, e Barbara Ann è una che se la sa cavare senza scadere nel cliché della tettona guerriera (peraltro, ho già detto che ha delle tettone così?). L’ambientazione è solida e creativa, con la giusta dose di follia e realismo.

Le finale ha un twist, che io non mi sarei aspettata, ergo è oggettivamente un buon twist partendo dall’assunto che (ormai lo saprete) io sono infallibile.

Insomma, non voglio spoilerarvelo troppo perché vale davvero la lettura.

E questo è tutto per questo sabato. Oggi sono di corvé Al festival Beermageddon, che promette di essere altrettanto epico del proprio nome.

Intanto, un pezzo dalla band FogHorn. Non è il mio genere di Metal, ma siccome ci suona il mio jarl, è buono a prescindere!

Horde Noire!

The Ocean at the end of the lane

[Achtung: questo articolo è stato pubblicato automaticamente! Se tutto è andato bene, in questo momento dovrei trovarmi in Kazakistan. Ergo non so se potrò regolare i commenti o occuparmi del blog in qualsivoglia maniera. Mi scuso se alcuni interventi non compariranno, me ne occuperò quanto prima. Nel frattempo fate i bravi.]

 

The Ocean at the end of the lane

 

Ho sentimenti contrastanti per Gaiman.

No, ok, non è vero: io detesto Gaiman. Non perché non sappia scrivere, è una questione personale. Gaiman è uno dei criminali dietro la sceneggiatura di Beowulf, a oggi uno dei film più raccapriccianti che abbia mai visto (tratto peraltro da uno dei poemi più belli che abbia mai letto).

Essendo però io una fanciulla illuminata e di larghe vedute, so fare astrazione dalla mia personale (e ovviamente giusta) opinione sull’individuo, e considerare anche i suoi lati positivi.

Devo ammettere che ho letto solo due libri suoi, American Gods e questo qui, ed entrambi presentano gli stessi pregi e gli stessi difetti.

Ma andiamo con ordine.

La storia si apre col nostro protagonista, un uomo di mezza età, divorziato con figli adulti e distanti, che ritorna da un funerale. Sulla strada, decide di passare a vedere la casa in cui ha vissuto tra i cinque e i dodici anni. Trasportato dai ricordi, va fino alla fattoria degli Hempstock, dove viveva una sua amica d’infanzia, Lettie.

Dietro la fattoria, ricorda, c’era uno stagno, che Lettie chiamava Oceano, un oceano da cui lei, sua madre e sua nonna sarebbero arrivate tanto, tanto tempo prima. Lettie non è più in giro quando il nostri amico arriva, è partita anni prima e il protagonista nemmeno ricorda per dove.

Arrivato sul luogo, i suoi ricordi cominciano a svolgersi.

La vicenda di questo libro è una sorta di lungo flashback retrolampo e ruota intorno agli strani eventi accaduti al protagonista quando era bambino e alla famiglia Hempstock.

L’evento che scatena la vicenda è un suicidio: è a causa di questo che il protagonista, all’età di sette anni, incontra Lettie e la sua strana famiglia.

La famiglia Hempstock è a mio parere uno dei pregi di questo romanzo: Gaiman riesce a far trasparire la loro natura soprannaturale e bizzarra senza però mai dire con chiarezza chi sono costoro, cosa fanno per davvero o perché.

Di solito la mancanza di precisione è un difetto e una scusa per far succedere roba a caso. Non in questo libro. I poteri di Lettie, di sua madre e di sua nonna non sono spiegati o definiti, ma hanno dei limiti, e questi limiti danno per lo meno l’impressione di coerenza. Niente gente che si ricorda all’ultimo di poter sparare plasma o che scorda la magia quando comoda all’autore.

Insomma, un buon rimaneggiamento dell’archetipo delle fate gentili.

Tornando alla trama, dopo il fattaccio, qualcuno o qualcosa comincia a lanciare monetine alla gente o rimpiattarle in giro. Il protagonista quasi si strozza svegliandosi con una di queste in gola. Insieme a Lettie Hempstock, il narratore si avventura in una sorta di mondo parallelo, per snidare la responsabile di questo, un parassita sovrannaturale.

Non voglio spoilerare altro della trama, perché tutto sommato il libro vale la lettura.

La storia è abbastanza classica: ricalca per molti versi l’archetipo della creatura maligna che infiltra la famiglia (nelle favole come matrigna, qui come tata), trasformando quello che dovrebbe essere l’unico vero rifugio per il bambino in un ambiente ostile e pericoloso.

Come nelle favole, il protagonista deve scegliere tra convivere con la minaccia o fuggire nel grande mondo ostile e incerto, e come nelle favole, la cattiva farà di tutto per impedirglielo.

Gaiman fa un buon lavoro. Questo archetipo, per cominciare, è ben scelto, perché ha i suoi uncini in molti lettori. Molti da bambini hanno avuto momenti in cui si sono sentiti in pericolo o abbandonati nella loro stessa casa (vera o immaginata che fosse la situazione), e dopotutto questa è una delle ragioni per cui l’infanzia è uno schifo. In questo libro questo sentimento di paura, impotenza e abbandono è reso bene.

Anche il climax è gestito bene, con un aumento del conflitto e del pericolo costante e ben ritmato fino allo showdown finale.

Quindi un libro fighissimo, no?

Purtroppo, come con American Gods, Gaiman non sa come finirlo.

Fino alle ultimissime pagine la faccenda tiene molto bene. E poi… poi il buon Niel decide di mandare tutto in vacca con uno dei cliché più abusati.

Dopo aver ricordato tutto, il protagonista dimentica di nuovo a fine conversazione.

Non è una buona idea. E’ un’idea quasi brutta quanto “era tutto un sogno” (credo che quest’ultima sia la fine peggiore possibile, piuttosto fate che arriva la Morte Nera e fa saltare il pianeta, ma per favore, non infilateci quello schifo di “era tutto un sogno”!).

Perché dico questo?

Perché una storia è cambiamento. I personaggi incontrano un problema, reagiscono al problema ed evolvono. Il punto è che alla fine della storia non siamo più esattamente dove eravamo partiti. Tutti abbiamo giocato ogni tanto al Gioco dell’Oca, sappiamo quanto sia fastidioso ritornare alla casella iniziale mentre gli altri vanno avanti.

Se il protagonista dimentica tutto, tutto quello che ha imparato sparisce.

Ora, se state scommettendo su qualcosa di kafkiano pessimista e del tutto deprimente, ok, ma se non è il caso trovate una fine migliore, per pietà!

Gaiman specifica che gli eventi lasciano comunque un impatto sul protagonista, ma nonostante ciò la stragrande maggioranza dell’informazione è persa, e alla fine di questo flashback il nostro è lo stesso uomo stanco della prima pagina!

Non ho letto altri romanzi di Gaiman per il momento, ma ho il sospetto che il buon Neil sia uno di quelli che non sanno come concludere.

La storia sa sfruttare bene l’archetipo da cui prende ispirazione
Il protagonista è un buon personaggio narrante: non mi strapperei i capelli dall’entusiasmo, ma è comunque buono e attachant
I comprimari sono resi molto bene: possono essere persone sgradevoli, ma sono molto verosimili
Gli elementi fantastici sono ben gestiti
Il villain è meschino e vanesio, con motivazioni non proprio di ferro
Ma è descritto bene e in modo coerente: è un buon villain, e per quanto poco “grande”, resta più che abbastanza pericoloso da rappresentare un vero pericolo per il protagonista
Il climax è gestito molto bene
Il senso di angoscia e abbandono del protagonista è reso molto bene
Le Hempstock sono abbastanza ben tratteggiate
Il libro è scritto bene
La fine è deludente.

9 a 2.

Un punteggio molto buono, ma vorrei mettere un caveat: questo libro vince bene anche perché gioca sicuro. La storia è lineare, molto ispirata agli archetipi più popolari. Il che non è un difetto. Ma non aspettatevi un libro che vi cambierà la vita o qualcosa di terribilmente ambizioso.

E’ una favola, e come tale va benissimo. E’ un libro che non mi avrà lasciato moltissimo, ma che è fatto bene, breve (meno di 200 pagine) e molto gradevole da leggere. Se vi capita dategli un’occhiata!

Qualche estratto:

I

A gust of wind threw leaves and dirt up into our faces. In the distance I could hear something rumble, like a train. It was getting harder to see, and the sky that I could make out above the canopy of leaves was dark, as if huge storm-clouds had moved above our heads, or as if it had gone from morning directly to twilight.

Lettie shouted, “Get down!” and she crouched on the moss, pulling me down with her. She lay prone, and I lay beside her, feeling a little silly. The ground was damp.

“How long will we—?”

“Shush!” She sounded almost angry. I said nothing.

Something came through the woods, above our heads. I glanced up, saw something brown and furry, but flat, like a huge rug, flapping and curling at the edges, and, at the front of the rug, a mouth, filled with dozens of tiny sharp teeth, facing down.

It flapped and floated above us, and then it was gone.

“What was that?” I asked, my heart pounding so hard in my chest that I did not know if I would be able to stand again.

“Manta wolf,” said Lettie. “We’ve already gone a bit further out than I thought.” She got to her feet and stared the way the furry thing had gone. She raised the tip of the hazel wand, and turned around

“I’m not getting anything.” She tossed her head, to get the hair out of her eyes, without letting go of the fork of hazel wand. “Either it’s hiding or we’re too close.” She bit her lip. Then she said, “The shilling. The one from your throat. Bring it out.”

I took it from my pocket with my left hand, offered it to her.

“No,” she said. “I can’t touch it, not right now. Put it down on the fork of the stick.”

I didn’t ask why. I just put the silver shilling down at the intersection of the Y. Lettie stretched her arms out, and turned very slowly, with the end of the stick pointing straight out. I moved with her, but felt nothing. No throbbing engines. We were over halfway around when she stopped and said, “Look!”

I looked in the direction she was facing, but I saw nothing but trees, and shadows in the wood.

“No, look. There.” She indicated with her head.

The tip of the hazel wand had begun smoking, softly. She turned a little to the left, a little to the right, a little further to the right again, and the tip of the wand began to glow a bright orange.

 

II

My mother was in there with a woman I had never seen before. When I saw her, my heart hurt. I mean that literally, not metaphorically: there was a momentary twinge in my chest—just a flash, and then it was gone.

My sister was sitting at the kitchen table, eating a bowl of cereal. The woman was very pretty. She had shortish honey-blonde hair, huge gray-blue eyes, and pale lipstick. She seemed tall, even for an

“Darling? This is Ursula Monkton,” said my mother. I said nothing. I just stared at her. My mother nudged me.

“Hello,” I said.

“He’s shy,” said Ursula Monkton. “I am certain that once he warms up to me we shall be great friends.” She reached out a hand and patted my sister’s mousey-brown hair. My sister smiled a gap-toothed smile.

“I like you so much,” my sister said. Then she said, to our mother and me, “When I grow up I want to be Ursula Monkton.”

My mother and Ursula laughed. “You little dear,” said Ursula Monkton. Then she turned to me. “And what about us, eh? Are we friends as well?”

I just looked at her, all grown-up and blonde, in her gray and pink skirt, and I was scared. Her dress wasn’t ragged. It was just the fashion of the thing, I suppose, the kind of dress that it was. But when I looked at her I imagined her dress flapping, in that windless kitchen, flapping like the mainsail

of a ship, on a lonely ocean, under an orange sky.

I don’t know what I said in reply, or if I even said anything. But I went out of that kitchen, although I was hungry, without even an apple. I took my book into the back garden, beneath the balcony, by the flower bed that grew beneath the television room window, and I read—forgetting my hunger in Egypt with animal-headed gods who cut each other up and then restored one another to life again.

My sister came out into the garden.

“I like her so much,” she told me. “She’s my friend. Do you want to see what she gave me?”

She produced a small gray purse, the kind my mother kept in her handbag for her coins, that fastened with a metal butterfly clip. It looked like it was made of leather. I wondered if it was mouse skin. She opened the purse, put her fingers into the opening, came out with a large silver coin: half a crown.

“Look!” she said. “Look what I got!”

I wanted a half a crown. No, I wanted what I could buy with half a crown—magic tricks and plastic joke-toys, and books, and, oh, so many things. But I did not want a little gray purse with a half a crown in it.

“I don’t like her,” I told my sister.

“That’s only because I saw her first,” said my sister. “She’s my friend.”

I did not think that Ursula Monkton was anybody’s friend.

 

III

I bolted, ran down the hallway, round the corner, and I pounded up the stairs. My father, I had no doubt, would come after me. He was twice my size, and fast, but I did not have to keep going for long. There was only one room in that house that I could lock, and it was there that I was headed, left at the top of the stairs and along the hall to the end. I reached the bathroom ahead of my father. I slammed the door, and I pushed the little silver bolt closed.

He had not chased me. Perhaps he thought it was beneath his dignity, chasing a child. But in a few moments I heard his fist slam, and then his voice saying, “Open this door.”

I didn’t say anything. I sat on the plush toilet seat cover and I hated him almost as much as I hated Ursula Monkton.

The door banged again, harder this time. “If you don’t open this door,” he said, loud enough to make sure I heard it through the door, “I’m breaking it down.”

Could he do that? I didn’t know. The door was locked. Locked doors stopped people coming in. A locked door meant that you were in there, and when people wanted to come into the bathroom they would jiggle the door, and it wouldn’t open, and they would say “Sorry!” or shout “Are you going to be long?” and—

The door exploded inward. The little silver bolt hung off the door frame, all bent and broken, and my father stood in the doorway, filling it, his eyes huge and white, his cheeks burning with fury.

He said, “Right.”

That was all he said, but his hand held my left upper arm in a grip I could never have broken. I wondered what he would do now. Would he, finally, hit me, or send me to my room, or shout at me so loudly that I would wish I were dead?

He did none of those things.

He pulled me over to the bathtub. He leaned over, pushed the white rubber plug into the plug hole. Then he turned on the cold tap. Water gushed out, splashing the white enamel, then, steadily and slowly, it filled the bath.

The water ran noisily.

My father turned to the open door. “I can deal with this,” he said to Ursula Monkton.

She stood in the doorway, holding my sister’s hand, and she looked concerned and gentle, but there was triumph in her eyes.

“Close the door,” said my father. My sister started whimpering, but Ursula Monkton closed the door, as best she could, for one of the hinges did not fit properly, and the broken bolt stopped the door closing all the way.

It was just me and my father. His cheeks had gone from red to white, and his lips were pressed together, and I did not know what he was going to do, or why he was running a bath, but I was scared, so scared.

 

IV

Ginnie Hempstock returned. She was carrying my old dressing gown. “I put it through the mangle,” she said. “But it’s still damp. That’ll make the edges harder to line up. You don’t want to do needlework when it’s still damp.”

She put the dressing gown down on the table, in front of Old Mrs. Hempstock. Then she pulled out from the front pocket of her apron a pair of scissors, black and old, a long needle, and a spool of red thread.

“Rowanberry and red thread, stop a witch in her speed,” I recited.

It was something I had read in a book.

“That’d work, and work well,” said Lettie, “if there was any witches involved in all this. But there’s not.”

Old Mrs. Hempstock was examining my dressing gown. It was brown and faded, with a sort of a sepia tartan across it. It had been a present from my father’s parents, my grandparents, several birthdays ago, when it had been comically big on me. “Probably . . . ,” she said, as if she was talking to herself, “it would be best if your father was happy for you to stay the night here. But for that to happen they couldn’t be angry with you, or even worried . . .”

The black scissors were in her hand and already snip-snip-snipping then, when I heard a knock on the front door, and Ginnie Hempstock got up to answer it. She went into the hall and closed the door behind her.

“Don’t let them take me,” I said to Lettie.

“Hush,” she said. “I’m working here, while Grandmother’s snipping. You just be sleepy, and at peace. Happy.”

I was far from happy, and not in the slightest bit sleepy. Lettie leaned across the table, and she took my hand. “Don’t worry,” she said.

And with that the door opened, and my father and my mother were in the kitchen. I wanted to hide, but the kitten shifted reassuringly, on my lap, and Lettie smiled at me, a reassuring smile.

“We are looking for our son,” my father was telling Mrs. Hempstock, “and we have reason to believe . . .” And even as he was saying that my mother was striding toward me. “There he is! Darling, we were worried silly!”

“You’re in a lot of trouble, young man,” said my father.

Snip! Snip! Snip! went the black scissors, and the irregular section of fabric that Old Mrs. Hempstock had been cutting fell to the table. My parents froze. They stopped talking, stopped moving. My father’s mouth was still open, my mother stood on one leg, as unmoving as if she were a shop-window dummy.

“What . . . what did you do to them?” I was unsure whether or not I ought to be upset.

Ginnie Hempstock said, “They’re fine. Just a little snipping, then a little sewing and it’ll all be good as gold.”

E hum, che musica potrei mettere alla fine di questo articolo?

Well, nel film si nomina un oceano, e mi va di cambiare un po’ genere a questo giro.

L’ISLANDA DOVEVA VINCERE, DANNATI SVEDESI!

In nomine Roccae: Le porte dell’Abisso

Ho una colpevole passione per il trash. E ho deciso di segnalare, ogni tanto, un prodotto trash degno di nota. La rubrica si chiamera In nomine Roccae, per celebrare l’Unico, Intramontabile e per sempre Compianto Gran Bodhisattva del Fantatrash. Sergio, dove sei? Ci manchi, torna da noi!

Egli osserva e giudica, immenso esperto di Civiltà Orientale (sì, maiuscolo singolare)

L’opera di cui voglio parlarvi oggi è straordinaria. Portata alla mia attenzione dalla nobile Princess di Massacri Fantasy (link nella sezione Link, check it out!), quest’ostrica perlifera combina tutto il meglio del peggio, e lo combina col patrocinio del comune di Gorizia. Un caldo ringraziamento ai goriziani, che con le loro tasse hanno reso possibile la realizzazione di tanta epicità concentrata!

Cominciamo con ordine.

L’autore

 

Chi è Pietro Aliprandi? Un candidato promettente del progetto Mars One. Nella sua scheda di presentazione spiega che studia medicina a Trieste, che è “giovane e atletico”, e che essendo un appassionato di fantascienza non vede l’ora di andare ab aeterno su un sasso disidratato bolscevico e traditor.

Tutto molto bello, ma veniamo al punto. Pietro Aliprandi è un giovane scrittore fantasy!

Calmate il vostro entusiasmo, gentaglia senza contegno.

Dicevo, il suo romanzo, Le porte dell’abisso, è disponibile gratuito, e questo, onore a lui, è qualcosa che ho sinceramente apprezzato.

Ma prima di parlare di questo sappiate che Le porte dell’abisso non è solo un romanzo. E’ anche un film! Un indie fantasy con accento austroungarico! Già, Le porte dell’abisso non è un romanzo, è un fenomeno!

Il romanzo


Sarò sincera, non sono riuscita a leggerlo tutto. A dire il vero ho avuto difficoltà a leggere tutto il primo capitolo. Quindi può benissimo darsi che mi sia persa tutti i punti più geniali dell’opera. Ci credo poco. Perché?

Perché la prima frase è questa:

Il sole preannunciava l’alba attraverso l’orizzonte.

Ecco. Seguito subito da un parto il cui la partoriente emette « gemiti di dolore e gioia». La mia mamma bestemmiava tanto da far diventare svedese un somalo, ma dopotutto lei non era elfa.

Il bimbo venne al mondo assieme al sole, sebbene fosse già stato scritto che avrebbe condotto una vita ben diversa

Non solo tutta ‘sta faccenda è raccontata da pagina 1 a pagina 500, non solo il mostrato è non trascurato ma accuratamente evitato, ma nel caso qualche lettore di bocca buona riuscisse ad interessarsi alla vicenda, il libro prende cura di spoilerarti tutto ancora prima di cominciare.

Questo è uno di quei romanzi che invece di raccontare una storia apre diecimila parentesi sulla backstory del personaggio. Ottima idea.

E’ anche un romanzo che… well, non è di facile comprensione:

Gybir strillò per la perdita della compagna, ma non ebbe la stoltezza di rimanere pietrificato di fronte alla scena, nell’attesa che arrivasse un drago d’ottone che sterminasse gli aggressori, riportando in vita Kaya e conducendoli entrambi nelle terre elfiche a est, per vivere in serenità il resto dei loro giorni.

Drago d’ottone? Nel resto del libro c’è UN SOLO RIFERIMENTO a un drago d’ottone, ed è menzionato appena (il perché dovrebbe manifestarsi e salvare Kaya è un mistero irrisolto).

Il protagonista di questa festa è Gybir, mezzelfo negromante abbandonato da mamma e armato di katana. BAM! Questa bordata di clichés ci viene inferta tutta d’un botto in mezza pagina. Una roba da stendere perfino il celebrato Mattia Sorrenti!

Insomma, Gybir viene smollato ai frati, cresce e conosce Kaya. Kaya sarà l’Ammmore di Gybir, e appare anche nel film (con un effetto tipo Casper the Friendly Ghost). Cosa sappiamo di lei?

era una giovane magra, pallida, dagli occhi verdi gioiosi e vivaci, ma i suoi capelli erano del colore dell’ebano, e i suoi sorrisi lasciavano sempre un segno nel cuore.

Non ho capito molto bene l’opposizione tra gli occhi gioiosi e i capelli neri, ad ogni modo questo è tutto. Fine. Non una sola scena in cui lei e il nostro protagonista interagiscano. E in teoria noi dovremmo anche essere tristi per lei quando non meglio specificate “creature orribili e malvagie” (GL ti benedice, figliuolo) attaccano il posto e la stecchiscono.

Altro consiglio: se volete far fuori qualcuno, dargli una personalità e una presenza su scena prima di spacciarlo potrebbe essere una buona idea.

Solo un’ultima menzione, riguardo alla grande storia d’amore tra Gybir e una nuova tizia: me l’aveva segnalata Princess, l’ho cercata, l’ho trovata. E mi sono ribaltata sulla sedia dal ridere isterico.

Infine la giovane guerriera, sparse le trecce morbide sul candido guanciale, si sentì possedere dalla passione del mago, e quella notte ella gli donò ciò che di più prezioso ogni donna possedeva

“Ciò che di più prezioso ogni donna possedeva”, intendendo la verginità. E no, non è Gybir a pensarlo (perché al massimo farebbe parte della caratterizzazione del personaggio), come vedete il PoV non è ancorato in nessuno, è il Narratore a dirlo.

“Ciò che di più prezioso”. Mi pare giusto. Se qualcuna di voi sgualdrine presenti in sala pensava di valer qualcosa dopo essere stata sverginata, si ricreda: senza l’imene siete solo da rottamare. Monelle!

Questo è solo per darvi un’idea. Quello di cui io voglio parlare è il film!

Il Film


Il film si trova gratuito online qui.

Cosa dire?

E’ un coacervo di epicità. Dall’accento, alle parrucche (il nano! IL NANO!), alla sceneggiatura (“ci conosciamo intimamente?”, checcazzo!), ai plot twist che si dividono tra “telefonati due giorni prima” a “roba a caso che succede a gente a caso e che ha un impatto trascurabile sulla storia”.

Sense of wondr a galloni!

La storia. Vogliamo cominciare con quella?

Come ho detto, non so se ci sia una vera storia nel Libro, perché non sono riuscita a leggerlo tutto. Quanto al film, la storia è assente dalla maggior parte del tempo.

Il capolavoro si apre con il sound effect dei passi di Morrowind e due calosce di gomma in bianco e nero che camminano nel vago mentre una voce narrante legge un testo piatto con tono piatto. Per circa sei minuti il narratore ci racconta una storia ammuzzata di gente che va in giro a fare cose e personaggi che più cliché di così si muore. Per SEI MINUTI.

Un consiglio ragazzi: se quanto successo prima dell’attacco della storia è vitale, attaccate prima la storia. Se non è vitale, NON RACCONTATECELO!

Non siete obbligati a sparare tutte le cartucce subito, sapete. Se è importante sapere che prima il protagonista aveva un cane di nome Fuffy, potete anche inserirlo più avanti nel libro. Magari, dopo aver avviato la storia, potete inserire una scena in cui il tipo racconta la triste storia di Fuffy il Mastino Napoletano. Cazzo gente, è l’ABC di un racconto, perfino i più beceri manga dello Shōnen Jump non ti sparano in fronte la backstory del figo di turno così, a crudo!

I personaggi. Oddio i personaggi. Abbiamo il Negromante Tormentato, l’Elfo col nome impronunciabile (per me si chiama Blearguhrguahghbleh), il guerriero in armatura lucente (discreto, ma per ragioni ignote è costantemente doppiato), e infine il Nano ammazzadraghi. Il Nano. IL NANO. Guardate il NANO Madonna damigiana, il NANO! Col parruccone di carnevale e la barba finta! Io bestemmio e non dovrei, anche perché questa è di certo una dotta citazione a uno dei film più belli di sempre, Life of Brian.

Dopo l’introduzione, i nostri baldi amici interrogano Mister Tovagliolo, che spiega che devono ritrovare una Chiave per impedire che i cattivi aprano un baule. Esistono 3 bauli, con dentro della roba (no, sul serio, “arcano scrigno dal tesoro ignoto”), e non devono essere aperti. Insomma, in parole povere, ci stanno tre madie, e se le si apre tutte e tre arriva la Gatta Gnuda in persona e fa a tutti il culo a strisce.

Queste tra madie of doom sono mollate senza nessuna guardia o protezione su un belvedere alpino, così, alla portata del primo fesso che passa.

Praticamente, subplot inutili a parte, si tratta di una banalissima quest. Tizi cercano la chiave, tizi si fanno fregare la chiave. Un baule aperto. Tizi cercano altra chiave, tizi si fanno fregare di nuovo la chiave (they’re the best!). Tizi cercano di recuperarla. Fine della prima puntata. L’autore cerca di complicarla tirandoci dentro colpi di scena alla Beautiful (sorelle redivive, congiure di Tizi contro Altri Tizi, assedi di Posti fatti da Qualcuno per Ragioni), ma alla fine queste diramazioni non portano una ceppa di nulla alla trama.

Per dare un’idea dei subplot random, in un passaggio i nostri arrivano da un re, gli rifilano una spada che hanno trovato per caso (oh sì!), un tipo travestito da scatoletta arriva e fa “siamo sotto assedio”. Di chi, come, perché, com’è che non ve ne siete accorti? Questi eserciti fantasy che si materializzano dal niente sotto le mura! (Oh, ma sono sicura che nel libro c’è una spiegazione tattica molto verosimile). Cut. Nano Parrucco prende a martellate Gente. La cattiva fa capolino da un tubo di grondaia. Meno di un minuto, e metà castello brucia in computer grafica (lieta di vedere che il tecnico di Nguyen ha trovato lavoro dopo Birdemic), ma loro hanno vinto.

Sì, un assedio in meno di un minuto. Ma non temete, dopo ci sono diversi secondi del protagonista che sale una scala!

Peraltro, il re decide che partiranno “domani stesso” per andare ad assediare un altro posto. Perché si sa, una campagna militare (un ASSEDIO, per Belenos!) non richiede nessuna preparazione particolare, basta che ognuno si parti il pranzo al sacco!

L’assedio preparato è una cosa da convulsioni. Il barbuto da sotto le mura e dice alle 3 GUARDIE di cui dispone questa fortezza (tagli alla difesa?) che devono aprire le porte. Quelli gli rispondono “I fart in your general direction, your mother was a hamster and your father smelt of elderberries”, e il barbuto s’incazza. Ora gli fa’ vedere lui come butta giù il porto-

No, le porte sono aperte. I nostri entrano dentro così.

Boh. Mah. Mi si accioccina la corteccia cerebrale.

Tornando a noi, avrete capito che, nonostante il contributo di certo entusiasta dei goriziani, il budget di questa roba non era astronomico. Ergo, coi fondi limitati, i realizzatori hanno dovuto fare dei tagli. E per non so quale colpo di genio ultraterreno, hanno deciso di TAGLIARE LA TRAMA.

Non sto scherzando. Punti che dovrebbero essere di massimo conflitto, sono trattati in pochi minuti. Ad esempio la scena in cui si scopre il furto della seconda chiave. Si tratta in teoria di un punto importante della storia. Dovrebbe essere uno dei momenti culminanti del film.

Com’è stato realizzato?

Due tizi in una stanza vuota che si guardano nelle palle degli occhi e dicono: “hanno rubato la chiave, oh lo sapevi, la si va a cercare? Ovvia ‘gnamo.” Fine.

Ma allora, se questa faccenduola triviale detta “trama” occupa circa 10 minuti, cosa occupa la restante ora di film?

SCENE D’AZIONE.

Oh sì signori! Non abbiamo stuntmen, non abbiamo effetti speciali, non abbiamo i minimi rudimenti di coreografia, FACCIAMO UN’ORA DI FILM D’AZIONE!

Queste scene sono lancinanti. A prescindere da certe strane idiozie (tipo devono combattere i maghi cattivi in un tempio, e il cavaliere si toglie la spada… perché, boh, ragioni), tutti si muovono TALMENTE MALE MA TALMENTE MALE OCRISTO NON IMMAGINATE QUANTO MALE che il dubbio non è tanto “chi ha pensato una coreografia così farlocca”, ma “c’era una coreografia?”. Bimbi, io non pretendo che tutti siano reenactors col Flos sul comodino, eh. Ma un minimo minimo di preparazione! All’epoca in cui bazzicavo l’associazione dei Frères de Lices non ci voleva più di cinque o sei allenamenti per proporre qualcosa di passabile, e noi ci esibivamo live!

La maggior parte delle scazzottate sono qualcosa del genere

Il tutto con scelte di regia che non ho capito. A un certo punto Nano Parrucca si trova a cavalcioni su un nemico atterrato e finge di prenderlo a pugni. Ora, faccio per dire, se uno avesse ripreso il cugino cottolengo di Gimli di spalle e il cattivo avesse avuto la cortesia di scalciare un pochino, sarebbe andato benissimo. Molto credibile.

Invece no. La telecamera zooma a rallentatore su un bel frontale di Nano Parucco che NON colpisce il muso del cattivo. Ok bimbi, io voglio esse’ dalla vostra parte, davvero, ma se m’acchiappate per l’orecchio e mi c’avvicinate il muso ci sono buone probabilità che noti la stronzata anche con le migliori intenzioni!

A parte forse UN figurante in scarpette da ballo, nessuno pare avere nemmeno da lontano la preparazione fisica. Metà di tizi in armatura hanno meno presenza del mio manichino, con la cotta di maglia che ciondola troppo larga da gente troppo stretta.

Le scelte di regia diventano grottesche a tratti. Tipo circa al minuto 21 appare nientemeno che l’autore in persona, nei panni del re, con piano americano. La testa dl barbuto attraversa l’inquadratura e sparisce in prossimità della cintura del re. Re che abbassa lo sguardo e tasta qualcosa nella stessa area. Ok, pochi secondi dopo l’inquadratura si allarga mostrando che Barbuto è in ginocchio per porgergli una spada, but still! La prima volta che l’ho visto ho appiccicato il naso al monitor convinta di avere le traveggole. Tutto è talmente random che non mi sarei sorpresa se l’Aliprandi fosse andato a parare anche lì! (e non gli lancerei la pietra, il barbuto è discreto).

Molto bello anche il minuto 28, in cui l’attore che fa il protagonista emo sacrifica le vertebre tirando su di peso la bellona bruna. Intendiamoci, la ragazza ha un fisico notevole, ma il tizio peserà quanto una sola delle cosce di lei.

E infine una menzione di merito al minuto 41:30, per il “precisamente” più bello della Storia del Cinema. Valeva la pena di guardarsi il film solo per questo istante! Giuro che l’ho rimesso in loop più volte. Precisamente, precisamente, precisamente.

E tra storie d’amore inutili e assedi perché sì, finiamo coi nostri che combattono dei vampiri (?) in una fortezza (?) e il protagonista si trova imprigionato nel corpo di un volenteroso giovane con una maschera di gomma sulla testa. Il Bigfoot di The geek era più credibile, e sto parlando di un porno anni ’70.

Insomma, in conclusione, cosa penso di questo film?

Questo film è assolutamente sublime. La storia è scema da morire, le scelte di regia sono grottesche, la sceneggiatura è da capottarsi sulla sedia e le scene d’azione sono così tremende da provocare un formicolio pronunciato ai lobi frontali. Esatto: questo film è così terribile che trascende il brutto e diventa spettacolare.

A parer mio è meglio di classici come Birdemc o perfino The room! Ok, la regia è forse peggiore di quella di Nguyen (anche se con l’audio siamo lì…), e il dialogo è assurdo come quello di Wisaeu (Oh hi Mark), ma è più colorato, più stocastico, più cialtrone.

 

L’unica cosa che secondo stona è l’impressione che molti dei partecipanti, a cominciare dall’autore, prendano questo terribilmente sul serio. Voglio dire, una delle cose spassose di Birdemic 2 era il fatto che alcuni degli attori erano coscienti di essere in un film di Nguyen e si stavano chiaramente divertendo a girare nammerda. Qui il tono dl film è così serio che viene il dubbio che nessuno si sia davvero divertito a girare questo spasso, ma che ognuno si sia seriamente applicato per poi ritrovarsi tra le mani la versione goriziana de L’uomo puma.

Che altro dire. Provate questa meraviglia. E approfittatene, prima che i Mimimmi ce la rubino!

E infine, una canzone appropriata!

Recensione: Magdeburg-L’Eretico, parte III

Bentornati in questo luogo di sconforto e perdizione. Questa sarà l’ultima puntata dedicata all’Opera Stallatica! Con questo post si conclude il resoconto sulle PRINCIPALI CAUSE che fanno di questo libro un concentrato di pattume. Ho tagliato moltissimo, anche tra gli errori più gravi, dacché il bello di questa roba è che deforma lo spazio tempo: se si dovesse fare una lista delle crasse idiozie, ne verrebbe un documento più lungo del libro. Go figure.

P.S. SPOILERS, ma un vi perdete nulla!

In omaggio alla bellissima daikatana (ugh!) di Wulf, la daibanana, grande arma samurai! (si ringraziano Sirio Signorelli e il buon Dago per l’immagine!)

Avevamo lasciato il party protagonista (Wulf e due pupazzi imbalsamati di rincalzo) in fuga, e Dekken sulla strada di casa. Ci sarebbero anche dei fili narrativi legati ad Alessandro Colonna e Nauhaus, ma sono di un’inutilità tale che a leggerla mi son cascate le palle in terra tanto forte da sfondare il pavimento, e ora sono in causa con la gattara del piano di sotto.

Dekken e il suo amichetto Auerbach erano ripartiti insieme dopo aver spedito Caleb a Bad-Hoch. Mentre laggiù si consuma un’orrida scena d’azione, i nostri concludono una tappa e si accampano in mezzo ai rovi. Perché la sottile linea tra grim fantasy e personaggi affetti da ritardo mentale è difficile da azzeccare.

I nostri sono a una barriera che delimita le terre di Dekken. Barriera che è

[…] ambigua. Come tutte le barriere.

Sul serio? Sarò strana io, o sarà una deformazione professionale vichinga, ma a me pare che il solo messaggio più chiaro di una barriera sia un muro di scudi di gente incazzata.

Ai tempi, Licia Troisi fu sbeffeggiata senza quartiere per le misure assurde e la fisica balorda dei suoi libri. Ma stuprare l’ottica e il buonsenso sono, pare, caratteristiche imprescindibili del fantasy nostrano. Difatti, dietro il muretto di cui sopra, dal nulla si materializza un cavaliere con “armatura toracica” (corazza, Altieri, si chiama corazza!) e immancabile picca (sob).

Non solo, subito dopo si manifesta pure un esercito vero e proprio. Nessuno li ha visti o sentiti arrivare, perché è noto che le armature non fanno assolutamente rumore se sciaguattate in sella a un cavallo! O forse sono tutti sordi e con 2 diottrie per occhio.

A poche centinaia di metri da questa barriera dei miracoli, Dekken dà la sua benedizione a un gruppo di miserabili che vuole rifugiarsi nelle sue terre. Mentre io mi chiedo perché uno dovrebbe accamparsi nei rovi sulla soglia di casa invece che, non so, entrare, Dekken lancia la scansione, e dopo un retrolampo in cui litiga coi suoi e insulta i luterani, riveniamo…

Al tramonto! Dekken e i suoi guardano le ombre dei derelitti sparire dietro la barriera. Sì, gli stessi che stavano per attraversarla la mattina e che solo alla sera riescono a scavalcarla. Forse anche loro, come il 98% delle comparse in questo disastro di libro, sono afflitti da un qualche handicap grave. Resta che Dekken e i suoi sono rimasti come belle statuine per un giorno intero.Guardare dei paraplegici coprire i cinquanta metri piani coi denti è davvero così interessante?

Tra l’altro siamo ancora deliziati con l’ennesimo flashback di Dekken, in cui c’è una scena tra suo fratello Karl e la futura sposa Rowena, una roba così noiosa che alla fine mi hanno dovuta rianimare con un defibrillatore.

Vi ricordate quando ho detto che Mikla era un personaggio inutile? Beh, sono stata troppo severa. Certo, è inutile, ma per lo meno sta zitta. Rowena, oltre a essere inutile, è Buona, Bella e Profonda. Il che significa che non fa nulla a parte sotterrarci sotto una marea verbale che varia da “non vuol dire un cazzo” a “chissenefrega”.

«Non pensare al metallo, Rowena. Non pensare al sangue. È soltanto un sogno.»

«Ma continua a tornare da me, quasi ogni notte. Tu sogni, Karl?»

«Tenebre.»

[…]

«I sogni vengono dalle tenebre?» La voce di lei è un sussurro. «Sei sicuro di questo?»

 

[…]«Non lo sono.»

«Allora di che cosa sei sicuro?»

[…]«Di amarti»

«Come puoi amarmi?»

Fate finire questo inutile strazio! Giuro, questa scena romantica se la vede ad armi pari con quella troiata diseducativa di Twilight!

«Contraddizione, pericolo…» Karl serra le labbra. «Eresia.»

«Parola di fuoco.»

«E di metallo.» C’è un’espressione indefinibile sul volto di Kart von Dekken. «Non sei turbata?»

 

Ad ogni modo, lei lo vuole sposare, perché glielo dicono delle “voci da dentro”. Io chiamerei un esorcista, lui se la pomicia. Karl, guarda che saranno almeno in due lì dentro, non vorrai rischiare il sovraffollamento!

Intanto, tra le frasche, Dekken li spia e si masturba “a sangue”. Sticazzi, dico io.

Saltiamo a Leopold Klein, che spara a sua volta il centottesimo flashback superfluo (sul serio, se togliessimo quelli il libro sarebbe un opuscolo!). Sappiamo anche che Leopold Klein ha una biblioteca di “centinaia di volumi”. Evidentemente nella Germania del 1630 i libri costavano meno di oggi. O forse è solo un modo maldestro per far capire al lettore che Leopold è un uomo di cultura.

Dopo un’indispensabile parentesi sulle ricerche astronomiche del periodo (il sussidiario del nipotino torna utile ancora una volta!), ci viene detto che dei mercenari ubriachi stanno facendo un rogo di libri nella piazza. Il sergente e il galoppino della porta ricompaiono (quelli che volevano aggredire un inviato con lettere ufficiali), fanno irruzione nel laboratorio di Leopold, pestano lui e cercano di stuprare la moglie. Da notare che i mercenari di Altieri sono sempre in armatura, anche quando non sono in servizio e soprattutto quando progettano di scoparsi qualcuno (Excalibur ha fatto scuola).

Quando le cose stanno per mettersi male, Deveraux interviene. Se non ce ne fossimo già accorti, anche lui è uno trp fygo, e dice cose inutili mentre combatte (combatte annoiato, perché tutti sono troppo sfigati rispetto a lui, e perché il suo personaggio non era abbastanza ridicolo e cliché).

Sistemati i due sacrificabili, Deveraux e Leopold trovano che il momento è perfetto per una discussione sulle filosofie orientali. Sì, con i cadaveri in casa, un rogo fuori dell’uscio e un linciaggio in sospeso che può riprendere da un momento all’altro.

Deveraux spiega a Leopold il concetto dei cinque elementi presenti nello Zen (sarebbe meglio definirli “cinque agenti”, ma non siamo fiscali), l’haragei (in questo universo, una specie di potere magico proporzionale alla figaggine) e la ninjitudine di Wulf. Se ve lo stesse chiedendo, sì, queste sono tra le righe più retard del libro.

Leo è convinto che Wulf sia buono perché

«I bambini sentono il pericolo» non cedette Leopold. «I bambini percepiscono il male. La piccola Sarah lo adorava.

Ma certo, i bambini sentono il pericolo, è per quello che pedofili e predatori hanno una vita tanto difficile. Ma forse questa è la spiegazione degli “occhi intelligenti”. I personaggi di Altieri hanno l’età mentale di mocciosi di sei anni. Sì, ci sta.

Leo finisce per cedere e parla a Deveraux della Lutherweg, la via che porta al Monastero del Capibara. Deveraux, grande emissario e osservatore di Richelieu, quello che deve sapere tutto su tutti, non lo conosce. Un professionista, quoi!

Leo lo avverte anche che Wulf gli ha parlato di un tunnel segreto per andarsene dalla città.

«Nessuno sa chi l’ha scavato. Né quando. Forse nessuno sa che esiste.»

Pensa che culo, eh? Meno male che Wulf sa tutto, sempre e comunque. Merito dell’haragei, che ormai può giustificare virtualmente qualsiasi cosa (o forse Wulf ha letto il copione).

Frattanto Pecoraro, il mercenario sopravvissuto di Bad-Hoch, ritorna a Wolfengrad come “uomo demente”. Così demente che ha medicato alla menopeggio il garretto del cavallo e si è liberato dell’armatura per correre più leggero. L’”uomo demente” è l’unico a dar prova di gnegnero in questa festa dell’idiozia.

Parlando di idiozia, tutti si sorprendono che la missione sia finita male.

Undici di loro rappresentavano il vertice dei tagliagole della Turingia.

Wait, prima hai detto che gli undici erano stati scelti a caso tra quelli che avevano stuprato la strega, poi salta fuori che tutti loro, per caso, hanno combattuto a Bad-Hoch, e ora mi dici che erano undici assassini scelti? Qualcuno ha riletto questa chiavica, prima di mandarla alle stampe?

Veniamo anche a sapere che i soldati della “mai sconfitta” falange di Arnehm “non vengono pagati da settimane”. Genius! Perché un uomo come Van der Kaal, il capoccia, che fa il mercenario da sempre, dovrebbe fare una cosa così stupida come non pagare i suoi? Mistero. Scopriamo anche che Bolanos non sa della strage di Bad-Hoch. Come? Bolanos dovrebbe essere moribondo di cancrena? La divina provvidenza ci avrà messo una mano, non l’avete letto il Manzoni?

Parlando di Bad-Hoch… Caleb e Dale decidono di andare a parlare con l’Eretico e dopo aver fabbricato una torcia con un elastico e una caccola, scendono nel chiostro. C’è una torcia accesa accanto alla fontana calda (Bad-Hoch è costruito su una fonte termale, che viene fatta sgorgare in una piscina nel chiostro, perché i fratacchioni si divertivano a organizzare schiuma-party in cortile).

Nessuna traccia del viandante in nero.

Eccetto la torcia di cui ci hai appena parlato. O forse s’è accesa da sola.

Wulf è lì a farsi i fanghi.

Il viandante in nero sedeva a gambe incrociate sull’anello di pietre della sorgente sotterranea. Una figura remota, vagamente sacrale. Ma questo non poteva avere senso. Non per un eretico.

Perché si sa che “eretico” vuol dire precisamente “blasfemo iconoclasta ateo”. Notare poi che Wulf sa rendersi invisibile quando vuole, pur essendo un mozzarellone tedesco seduto ai raggi della luna accanto a una torcia accesa. Poteri dei ninja.

Caleb chiede a Wulf perché fa quello che fa e Wulf, mine de rien, non gli risponde e gli rifila qualche bischerata new age. Wulf è troppo figo, o troppo scemo, per esprimersi.

Poco dopo la partenza del party protgonista, i cattivi arrivano e trovano corpi smembrati impilati davanti all’ingresso.

Parecchi altri dragoni vomitarono.

Mercenari navigati, everybody! Ad ogni modo, per restare logici, la maggior parte di loro scarica le pistole sparando a dei corvi.

 

Dire che sono deficienti sarebbe un insulto ai deficienti.

Ma che cosa fa intanto Dekken? Cavalca nella sua bella terra, dove si fanno almeno due racolti l’anno (non credo sia umanamente possibile farne di più, con mezzi tradizionali!), in particolare patate. Strano, pensavo che i nobili tedeschi avessero investito nella patata solo nel 1750, ma Dekken è sempre un secolo e mezzo avanti a tutti!

E riparte il flashback su tutta la genealogia Dekken!

Manfred von Dekken salpa al fianco di un visionario, temerario navigatore italiano, Cristoforo Colombo, alla scoperta di un nuovo mondo.

Perché Colombo si sa era partito per scoprire un nuovo mondo. No, non per raggiungere le Indie. Leif Erikson gli era apparso in sogno.

Documenti che dimostrano una verità immane: la sfericità del mondo stesso.

SANS BLAGUE!

Ok, finiamola una volta per tutte: la faccenda dei medievalii che credevano nella Terra piatta è una BUFALA. La faccenda fu regolata nientemeno che nel III secolo avanti Cristo al più tardi.

E se vogliamo dire che ce n’eravamo scordati nel frattempo, sottolineo che: i vichinghi andavano e venivano dalla Virginia e dalla Groenlandia intorno al 1000; in opere underground poco conosciute come la Divina Commedia la Terra è tonda come una palla.

Ora, se vogliamo dire che ancora all’epoca di Colombo (e dopo, se è per questo) anche i più grandi ingegni avessero un’idea molto bizzarra della geografia terrestre e delle cose che vivevano in contrade lontane, siamo d’accordo. Per conferma basta leggersi Piano Carpini o perfino un viaggiatore più smaliziato come Marco Polo.

Ma no, gli istruiti non credevano che la Terra fosse piatta, e i non istruiti nemmeno si ponevano la questione.

 

Tornando a Dekken e alla sua genealogia, il nostro non ricorda il titolo nobiliare di sua madre.

Una contessa norvegese. O forse una duchessa. Reinhardt neppure lo ricordava

Perché si sa, l’araldica non è per niente il centro d’interesse di nobili rampanti.

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*Jingle*

Abbiamo accennato la puntata scorsa alla fanteria di Gustavo Adolfo, mi pare coretto concludere con la cavalleria.

Cominciamo col dire che gli Svedesi erano per tradizione più navigatori che cavalieri. I loro ronzini erano bestie ticce e robuste, tra i 110 e 140 cm al garrese. Un po’ piccini. Ma i cavalli non erano il solo problema: le armi tecnologiche (pistole, carabine, moschetti) erano di solito comprate all’estero (dacché gli svedesi non cominciarono a farne di decenti che negli anni ’40 del XVII° secolo). Anche le armature, fino agli anni ’20, erano spesso procacciate all’estero.

La cavalleria nativa era organizzata su base regionale, e riunita, nel 1627, in 5 reggimenti. In principio ogni reggimento contava 4 compagnie, che furono portate a 8 nel 1631, ognuna costituita da 125 cavalieri.

Nel 1621, dopo aver messo le mani su Riga e la Livonia, Gustavo riuscì a rimpolpare un po’ le sue file con combattenti qualificati, ma non abbastanza da fare le scarpe ai Polacchi, che come cavalieri spakkavano abbestia. Finalmente, nel 1628 gli svedesi imbarcarono 3 reggimenti interi di archibugieri ai saldi di Cristiano IV di Danimarca.

Fino agli anni ’30 del XVII° secolo, la proporzione cavalieri/fanti dell’esercito svedese era di 1 a 2, ma l’altissima mortalità nella pietaglia cambiò l’equilibrio a 1 a 1 e infine 5 a 4 nel 1636 alla battaglia di Wittstock.

 

I corazzieri

Costituivano la cavalleria d’élite, protetti da un carapace pesante. Erano armati di due pistole (per caricare a caracollo) e spada.

Quando Gustavo prese le cosa in mano, nel 1620, la Svezia aveva un numero ristretto di corazzieri (riuniti nell’Adelsfana), per lo più nobili che dovevano servire il re come dovere feudale e che di rado venivano impiegati in battaglia.

Le loro armature erano un problema. Pare che ancora alla battaglia di Breitenfeld fosse solo una minoranza, tra cavalieri ed alti ufficiali, a poter sfoggiare un equipaggiamento completo.

D’altro canto Breitenfeld mostrò che a vincere non era più tanto la cavalleria, quanto l’artiglieria e l’impiego della fanteria, e investire in grandi armature per i cavalieri divenne sempre meno interessante. La Fase Svedese (1630-1635) segnerebbe l’inizio del declino delle corazze pesanti.

 Corazziere. Le pistole erano infilate davanti all’arcione

 Gli archibugieri.

Impiegati in schermaglie di portata relativamente minore, erano armati d’archibugio (o carabina). Erano protetti in modo più leggero e anche loro dotati di pistole. In battaglia il loro ruolo era di solito la difesa dei fianchi dello schieramento di corazzieri.

Nel 1621 Gustavo li riformò e stabilì l’armamento base: corazza, elmo aperto, spada e pistole al posto dell’archibugio. In pratica soppresse gli archibugieri propriamente detti per una cavalleria leggerea bonne à tout faire, da impiegare in diverse situazioni, in supporto alla cavalleria pesante. Non sapendo bene come definirli, questi “archibugieri senza archibugio” venivano spesso chiamati semplicemente “cavalieri” (reiter).

Col maturare della Fase Svedese, i reiter di Gustavo come anche quelli cattolici furono sempre meno protetti.

Arcibugiere con archibugio, da non confondere col moschettiere!

Gli Hackapeliter, i reggimenti finlandesi.

Il nome gli veniva dal simpatico grido di battaglia (traducibile con “hack ‘em down!”): la loro ferocia selvaggia era leggendaria. Nel 1628 erano organizzati in 24 compagnie, gran parte sotto il comando di un Colonnello della Cavalleria Finlandese.

 

I dragoni.

Si trattava di fanteria montata, l’antenato della fanteria motorizzata. Si spostavano a cavallo ma combattevano di preferenza a piedi (come moschettieri). All’inizio non erano troppo presenti: Gustavo mise insieme il primo vero reggimento alla fine del 1630.

Nonostante fossero pochi (raggiunsero lo zenit nel 1632, con 1200 membri), erano un elemento indispensabile, dato che, alla differenza di quelle piaghe ambulanti dei cavalieri, erano più disponibili a smontare e svolgere incarichi poco “dashing” ma necessari. Erano il grasso del motore dell’esercito. Di solito venivano impiegati come esploratori, nel tenere passaggi pericolosi o in altri compiti ausiliari.

I dragoni erano di solito armati come moschettieri. Avevano moschetti a miccia (per quelli a percussione dovettero aspettare il 1635), di solito più leggeri di quelli della fanteria, tanto che potevano essere usati anche senza trespolo.

 

I djurskyttar, i cacciatori.

Presi tra forestali e guardiacaccia. Si suppone si occupassero di azioni di disturbo in piccole unità molto rapide. Non abbiamo molte notizie su di loro, as far as I know, se non che erano una piccola minoranza e di solito compaiono in poche decine.

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Torniamo a Wulf e soci, che intanto sono arrivati a Bad-Achen.

«Un mastio?»

«Un monastero.»

E una caramella al soldato Caleb, che non sa distinguere un monastero da un mastio. I nostri bussano.

«Chi postula?»

«Nessuno.»

Wulfgar, va’ a cagare.

Questo è quello che io chiamo un imbecille. Che razza di risposte dà? No, no, NO signor Altieri! Non venga a dirmi che è per far comprendere che la logica di questo personaggio è aliena a quella dei suoi contemporanei, perché la sua “logica” è aliena agli ominidi tutti: non è logica! E’ trolleggio idiota. E’ il ragazzino di dodici anni che si fa la foto gangsta per metterla su facebook. E’ la mocciosetta che si taglia perché fa figo. E’ fottuta stupidità e bisogno d’attenzione!

I giapponesi della stessa epoca hanno una logica molto aliena alla nostra, ma loro una logica ce l’hanno. E, a chiosa, Wulf, il più letale degli shinobi, non solo si fa notare come una ditata nell’occhio, ma è anche così gegno da dire al frate guardiano di essere un eretico.

“Un coglione scemo che si crede un coglione furbo”. Mernau, perché ci hai abbandonati?

Il frate sta, giustamente, per sbatterli fuori, quando l’abate Benno interviene.

“Come osi mandarli via?

“Ma, padre, quest’uomo è armato, insolente e si professa eretico…

“E allora? E’ un Buono!

“Ma signore, costoro sono probabilmente ricercati, magari a ragione, e…

“Fottiti, prete! Vuoi mandare a puttane la trama?

Sì, immagino sia andata più o meno così.

Willy-nilly, li fanno entrare e accomodare in refettorio per la cena.

Francescani, benedettini, trappisti, Mikla non aveva idea a quale ordine monastico

Dale, abbiamo capito che sei un po’ scema, ma per esser trappisti mi sembrano un po’ troppo chiacchieroni! A meno che in questa versione del seicento gli ordini non abbiano giocato a scambiarsi nomi e fondatori (ricordiamo, “i domenicani di Loyola”).

Dale e Caleb sono in fondo alla tavolata, in un refettorio semibuio, e stanno mangiando. Dale, che deve ricordarci di essere una povera impedita, si scopre per errore la testa (rasata a zero, il che la indica come una criminale in fuga).

Gli sguardi tornarono su di lei. Questa volta, tutti gli sguardi.

Come fanno a vederla tutti in una situazione simile? Non chiediamo. Il frate guardiano, tale Gerd, si alza e pretende di sapere perché le hanno rasato il cranio.

Ora, lasciamo perdere la realtà storica: ricordiamo che nell’universo di Altieri è considerato normale che un inquisitore stermini un convento di francescani perché hanno ospitato dei luterani e perché i loro sorci scombinano gli archivi della biblioteca! Altro che criminali in fuga.

Gerd fa prova di buonsenso, ma siccome sta trattando i Buoni con qualcosa di meno dolce che guanti di peluche morbidoso profumato alla lavanda, si attira prima il vaffanculo di Caleb (sempre sputare in faccia a chi ti accoglie e ti nutre!) e poi si fa richiamare dall’abate. Ma Gerd tiene duro. Anche Wulfgar appare, e per una volta la sua semplice presenza non basta a far crollare in terra l’avversario.

Fu l’abate Benno Frenkel ad alzarsi. «Può bastare così.»

L’abate passava Gerd di tutta la testa.

Eh già, perché il più grosso ha ragione. Bullo è bello, ricordatevelo!

La celebrazione della tirannia e della prepotenza vigliacca come cose fighe è così ricorrente in questo libro che ho arrotondato tutti gli spigoli di casa a testate.

Frattanto, Bolanos e falange sono arrivati a Bad-Hoc, dove il frate (l’unico a non sapere chi e perché ha distrutto il monastero) trova, sull’altare, un libro:

Della completa dipartita da questo mondo della Nobile Famiglia Germanica Sonderheim

anno Domini 1611

Fatemi capire, questi sono andati lì apposta per distruggere le prove e lasciano il libro lì, ancora parzialmente leggibile? Vabé, è la “mai sconfitta” falange del Cottolengo, ricordiamocelo.

Mentre Bolanos è lì, arriva Jan van der Kaal.

Comepregochi?

Ricapitoliamo: Bolanos sta a Wolfengrad, a mezza giornata da Bad-Hoch. Van der Kaal ha accompagnato Auberach ai confini delle terre Dekken, a un’altra giornata buona di viaggio (almeno). Al ritorno di Pecoraro a Wolfengrd, un messo viene mandato a Van der Kaal e Bolanos parte illico per Bad-Hoch. Come diavolo fanno ad arrivare praticamente insieme? Forse Van der Kaal ha imparato a manipolare lo spazio-tempo, come Dekken?

Ma torniamo a Leo.

Leopold guida la famiglia e Deveraux attraverso il vento di novembre, verso il cimitero. Un cimitero molto antico.

«Forse è qui da prima, molto prima di Magdeburg.» Lentamente, Leopold s’inoltrò in mezzo ai rovi, tra statue dai lineamenti indefiniti. «Quando il mondo era vuoto.»

“Questo mondo è del tutto spopolato, sai cosa gli ci vorrebbe? Un cazzo di cimitero!”

La stupidità di queste battue mi provoca dolore fisico.

Trovano il mausoleo indicato da Wulf, ma pare non esserci altro che due grossi sarcofagi, niente tunnel. Stanno per uscire quando…

«Vento…»

Heu, Leo, tira un forte vento da almeno tre pagine…

La fiamma era piegata. Come se le ombre e la pietra stessero cercando di risucchiarla.

Nella mia esperienza le bocche delle grotte soffiano aria fuori, e non viceversa, but, hey! This is Magdeburg! E un capitolo dopo l’aria soffia nel verso giusto. Una botta al cerchio e una alla botte, e siamo tutti felici!

Leo e soci scendono nel tunnel, dove trovano…

«Pipistrelli…»

And we jumped the shark!

Ogni volta che penso di aver toccato il fondo del retard, questo libro mi sorprende di nuovo. Adesso uno scienziato e un feroce guerriero sono convinti che i pipistrelli siano non so che strana razza di tritacarne volante o qualcosa del genere. Fatto sta che per poco non si cagano addosso. O forse ho male interpretato io. Forse sono atterriti dalla prospettiva di disturbare l’ibernazione del Rinolophus ferrumequinum.

Una dopo l’altra, anche le altre ali tornarono a richiudersi.

Il popolo delle tenebre di Magdeburg non aveva fretta, nessuna fretta.

Leopold? Grande sapiente e scienziato? Lettore di centinaia di libri? Siete in novembre, grazie al cazzo che non hanno fretta! Hai mai visto un pipistrello andare in giro a novembre? In Turingia?

I nostri telano, chiedendosi perché mei i pipistrelli non li abbiano mangiati. Giuro, non ho mai letto niente di così idiota in un romanzo.

Torniamo a Bad-Achen che è meglio, va’.
Dale, che poche ore prima stava morendo di polmonite, non ha più male al petto e ha quasi smesso di tossire. In meno di una serata. Miracoli della Turingia. Abbiamo anche un delizioso siparietto zuccheroso con lei e Caleb che si baciano. E perché no? Dopotutto lei ha subito torture, stupri di gruppo e due tentati omicidi solo due giorni prima.

Caleb esce, e trova Wulf che smartella allegramente in piena notte, magari sotto la finestra della cella di Gerd. Giusto per farsi amare. Eh, ma lui non può aspettare: deve fabbricare un bokken (che viene forgiato a martellate… wait, what?).

Il giorno dopo ripartono alla volte del fiume Lete. Ora, vi ricordate che per tutto il libro Wolf cerca di confondere le proprie tracce e fa percorsi assurdi perdendo un sacco di tempo ad minchiam? Ecco: è stato così furbo che non solo Van der Kaal ha indovinato che vuol passare il fiume, ma ha anche chiappato il guado giusto! Ma fidatevi, era tutto calcolato (stacce).

Il guado è a Lohrbeck, una cittadina di modeste dimensioni senza mura, senza ronda, senza portali d’ingresso, senza soffito, senza cucina, in via de’ matti numero zero. Dopotutto non c’è mica una guerra, nei paraggi.

Mentre Wulf va a intimidire i mercenari di guardia al ponte, Caleb e Dale vanno a fare la spesa (la gita dei bimbi speciali prevede pranzo al sacco). Sul luogo infuria una tormenta che acceca, ma nonostante tutto è giorno di mercato. O forse la neve acceca solo i cattivi che, SPOILER, stanno per arrivare.

Mentre Dale fruga sul banco dei pret-à-porter (no, non sto scherzando), Caleb viene aggredito da quattro dei suoi ex-compagni, giustamente incazzati. E io noto che questi rozzi mercenari riescono a intrufolarsi alle spalle delle loro vittime con molto più successo di Wulf. Forse i ninja dovevano prendere loro come allievi.

Wulf interviene, ma sulla collina appare la Falange di Arnhem. I nostri montano una trappola sul ponte e si preparano allo scontro finale, il più retard del romanzo.

Mettetevi comodi, servitevi una birra, preparate un cuscino per attutire il tonfo dei testicoli. Questo pezzo è GENIALE!

I Cattivi, accecati dalla bufera, caricano a spada tratta. Niente pistole, carabine, balestre, maiala di su’ ma in carrozza. Si fotta la distanza.

Van der Kaal spinse all’indietro la visiera dell’elmo, cercò di distinguere qualcosa al di là del fumo degli incendi

Quali incendi? O sarà la sempiterna cenere che Altieri ama spolverare su qualsiasi scenario? Dopotutto se fa figo in Silent Hill farà figo anche qui!

La situazione è così grumosa che i cattivi riescono a malapena a distinguere Wulf che, ricordiamolo, è un omone vestito di nero in un paesaggio innevato. Una parte di loro carica. E quando ormai sono a dieci yarde (circa nove metri?), vedono la trappola:

Grossa come il braccio di un uomo. All’altezza sbagliata, nel posto sbagliato.

Ancorata a U ai pilastri nord.

Ok, ok, frena un istante.

  1. Come ha fatto Wulfie a trovare una catena così grossa?
  2. Come ha fatto a sistemarla “a U tra i pilastri nord” senza una gru?
  3. Con che razza di tormenta apocalittica fanno il mercato, da quelle parti?
  4. Quattro.
  5. Botta di culo che chi costruì il ponte lì lo premunì di pilastri stile ponte di Brooklin, nell’evenienza che un giorno un ninja tedesco volesse sospendere una catena da nave per stecchire dei mercenari cattivi (gli architetti del seicento erano gente previdente).

Ma ora il pezzo forte!

Schatz strappò indietro le redini. Sentì la barra di ferro del morso squarciare, letteralmente squarciare, la bocca del cavallo. Forse Schatz urlò. O forse l’urlo fu solamente dentro la sua testa.
Il tenente Helmut Schatz pestò contro la catena con la stessa forza di un maglio su uno steccato di legno marcio. Entrambe le zampe anteriori del cavallo da guerra si spaccarono come giunchi nella tormenta. L’animale si attorcigliò sulla catena, crollò in avanti. Anche Schatz crollò in avanti. All’urto contro le travi coperte di neve congelata la sua colonna vertebrale si spezzò in tre punti.

E NON FINISCE QUI! L‘intero contingente di cavalleria riesce a ingolfarsi a tutta birra contro la catena e produrre un mucchio di carne macinata!

Corpi. Uomini, animali. Mescolati in un unico condotto di annientamento. I dragoni vennero a schiantarsi contro la catena a ondata. Un groviglio di arti, zampe, corazze, teste, viscere. Tre dragoni volarono oltre il ponte, guitti da incubo contro il cielo torbido. Picchiarono sulle rocce del Lete. Grosse eruzioni rosse si gonfiarono nelle rapide. I corpi vennero portati via dalla corrente tracciando altre scie rosse.
Il resto del gruppo d’assalto formò un covone purpureo a un terzo del ponte delle catene. Un tumulo di articolazioni sradicate, ossa spezzate, carni macellate. Correnti di sangue sciolsero lo strato di neve, filtrarono tra le fessure, grondarono nel fiume.

Mi sanguina il naso. Tutto ciò è troppo idiota per essere vero.

QUESTO E’ GENIO ALL’OPERA!

GENIO!


«Noooooo!» Jan van der Kaal perse bava e muco. «Maledetto! Noooooo!…»

Ossantidei! Ci manca solo Bolanos che si lascia sfuggire un “Gasp!”

In questo gran finale abbiamo il sunto glorioso di questa epica boiata: una base di solida stupidità impastata con nozioni inutili, tecnica fallace e sfondoni storici canditi. Il tutto glassato con gore a sconto semi-scaduto e infine una spolverata di sopraffino surrealismo.

Se Altieri avesse scritto un romanzo comico e autoironico, sarebbe forse stato un capolavoro assoluto. E non sto scherzando. C’è la creatività cialtrona, lo stile coatto, il sangue a secchiate. Come libro comico sarebbe un gioiellino imperdibile (e ripeto, sono serissima).

Ma no. Martelliamoci le balle tutti insieme e preghiamo Loyola, fondatore dei domenicani trappisti.

E ora il giudizio del GRUMPY.

Totale ignoranza della Storia sia Europea che Giapponese  
Scene d’azione inverosimili e balorde  
Descrizione inverosimile ed errata del funzionamento di armi e armature  
Descrizione della razza umana che definire superficiale sarebbe farle un complimento  
Comparse dal comportamento ridicolo, finalizzato solo a mandare avanti la trama a pedate o far risaltare la figaggine del protagonista  
Comprimari privi di motivazioni o spessore psicologico  
Protagonista affetto da ritardo mentale nei passaggi migliori, detestabile Gary Stu nella maggior parte del libro  
Deveraux che combatte “annoiato”  
Personaggi con “occhi intelligenti” che concorrono al Darwin Awards  
Glorificazione di prepotenza, stupidità e tirannia  
Totale mancanza di rispetto per uno dei periodi più tragici della nostra Storia  
Italiano aleatorio  
I dialoghi inutili e dolorosamente stupidi  
I riassuntini gonzo-storici  
La totale assenza di ogni seria documentazione  
Capibara of Doom!  
Voglio sapere chi è andato a piantare edera velenosa in Turingia!  
I pret-à-porter venduti per strada sotto una bufera di neve  
Le coincidenze idiote (tipo una catena da nave presente per caso in un paesello della campagna tedesca)  
I flashbacks improponibili  
I cattivi mentecatti  
I personaggi che fanno la scansione per interi capitoli  
Le coincidenze che guarda i casi della vita, non ci crederai mai, ma è andata proprio così, giurin giurello, credicelo  
Kolstadt  
Il Rinolophus ferrumequinum  
Un romanzo sul 1630, e niente Hackapeliter!  
Mernau

Ridateci Mernau. Non sarà stato un granché come personaggio, sed in terra caecorum…

Ma ormai è fatta! Festeggiamo! Musica e mazzate!

Parte I

Parte II

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Bibliografia (che non si dica che le note storiche me le sono tirate di testa)

BRZEZINSKI Richard, HOOK Richard, The army of Gustavus Adolphus 1, Infantry, Osprey Publishing, Oxford, 2000

Ibidem, The army of Gustavus Adolphus 2, Cavalry, Osprey Publishing, Oxford, 1999

TURNBULL Stephen, REYNOLDS Wayne, Ninja AD 1460-1650, Osprey Publishing, Oxford, 2012

Ibidem, Mongol Warrior 1200-1350, Osprey Publishing, Oxford, 2003

NATORI Masazumi, BORDAS Bernard, MAZUER Axel, Shōninki, Albin Michel, 2009

MUSASHI Miyamoto, Traité des Cinq Rues : Gorin no Shō, Albin Michel, 1983

YAGYUU Munenori, Le sabre de vie : Heihō Kadensho, Budo Editions, 2005

 

La favola della botte

Bentornati in questo luogo di acredine e antipatia.

Il libro che vorrei segnalare oggi rientra nella categoria dei Buoni libri, tanto per dare una boccata d’aria prima dell’ultima puntata di Altieri. Non è proprio narrativa, quanto 170 pagine di trolleggio raffinato ed estemporaneo.

 

Diciamo subito che chiunque affermi di aver scritto per l’universale progresso dell’umanità è un genio del male.

In questo libriccino Swift si sbizzarrisce prendendosela con tutti a tappeto, a cominciare dagli scrittori suoi contemporanei. Difatti per tutto il libro, si finge un imbrattacarte moderno e ne scimmiotta lo stile ampolloso, le digressioni inutili e l’ego spropositato.

L’opera si apre infatti con una serie di scritti dello stesso autore, titoli imperdibili come Panegirico sul numero TRE, Storia generale delle orecchie o il mio preferito in assoluto, Modesta difesa delle azioni della plebaglia nei secoli.

Segue poi una pomposa quanto autocelebrativa lettera a nientemeno che il Principe Posterità, in cui l’autore lo mette in guardia contro un infame individuo che frequenta la sua corte e che è nemico per principio di tutte le ottime opere che gli artisti contemporanei mettono al mondo. E qui un assaggio.

Ma perché non ci siano altri dubbi per Vostra Altezza su chi fu l’autore di così grande rovina, Vi supplico di notare quella grande e orribile falce che il vostro governatore ostenta, portandosela sempre appresso. Abbiate la compiacenza, Vostra Altezza, di osservare la lunghezza, la forza, l’affilatura e la durezza delle sue unghie e dei suoi denti; considerate il suo velenoso e abominevole alito, infetto e corrosivo, nemico di ogni cosa viva, e quindi riflettete, se mai, a qualsiasi prodotto deperibile, di carta e inchiostro, della nostra generazione, sia possibile opporre adeguata resistenza.

Eh, si sa, il Tempo è una brutta bestia. Ma la colpa non è di chi forgia opere mediocri e dimenticabili. La colpa è del Tempo, e Swift è un Troll.

Leggere questo libro non è solo divertente: dà anche una misura di quanto certe bischerate non siano una decadenza nostrana, ma abbiano eccellenti precedenti. Parlando di una futura opera tutta dedicata a “lodi imparziali” sui suoi colleghi contemporanei, l’Autore afferma:

Descriverò le loro persone a lungo e nei minimi particolari, mentre ne descriverò il genio e l’intelletto in modo più succinto.

Dopo aver assistito al tipo di marketing mentecatto del baby-boom fantasy (chissenefrega se il libro fa schifo, l’ha scritto un quattordicenne lebbroso amante degli Abba, o chisssenefrega di che genere è, l’ha scritto una diciassettenne cieca), e dopo aver letto questo articolo su Masterpiece, questa frase mi ha fatto ribaltare dal ridere. Jon, Jon, se solo tu sapessi…

E sempre sullo stesso tema, l’Autore auspica la creazione di un’Accademia fatta apposta per begli ingegni, che li formi per l’universale progresso, e che dovrebbe esere strutturata con diverse scuole (Bestemmia, Salivazione, Idea Fissa, Noia… e Pederastia, che non so perché dovrebbe avere professori francesi e italiani!).

Il libro conta una lettera, una prefazione e un’introduzione prima di venire al dunque… e anche quando viene al dunque, l’Autore infila digressioni a destra e a sinistra. Ora, forse fa meno ridere oggi, ma abituata agli infodump estemporanei di buona parte dei nostri imbrattacarte fantasy o Sci-Fi, io l’ho trovato ancora attuale, amaro e divertente insieme.

Per darvi un’idea

Avendo così reso il dovuto omaggio di deferenza e riconoscimento a una consuetudine consolidata tra i nostri nuovi autori con una lunga digressione non richiesta, e un’universale critica, non necessaria, ponendo in luce, con molta fatica e grande abilità, i miei pregi e gli altrui difetti [Swift è un figo, c’è poco da fare], con integerrima giustizia verso me stesso e franchezza verso di lo so, posso ora riprendere con piacere il mio discorso, per somma soddisfazione sia del lettore che dell’autore.

La cosa doveva stuzzicarlo al punto che a metà strada infila una “digressione in lode delle digressioni”!

L’Autore fantoccio di Swift si dilunga in roba che non c’entra niente (la balorda spiegazione fisica sull’oratoria e il peso del suono) e in lamentele. Perché allora come oggi, chiaramente, qualsiasi problema l’Arte incontri non è mai da imputare al mentecatto che tiene la penna o al truffatore che vende la sua robaccia, ma ai ladri di idee, il Tempo infame o i lettori!

Ma il danno maggiore subito dalla ricezione generale degli scritti della nostra confraternita (come succede allo stato sublunare di tutte le cose passeggere) è derivato dalla vena superficiale di molti lettori del nostro tempo, i quali in nessun modo potranno essere persuasi a spingersi oltre la superficie e la scorza delle cose.

D’altro canto l’autore è anche cosciente che certe Brutte Persone disapprovano queste parentesi inconcludenti. E ribatte

Ma, dopo tutte le obiezioni di questi arroganti censori, è evidente che la società degli scrittori ben presto si ridurrebbe a un numero molto trascurabile di uomini se gli autori fossero costretti a scrivere libri con l’obbligo fatale di non offrire nulla al di là di ciò che ne è l’argomento.

Quando finalmente l’Autore si decide a venire al punto, ovvero alla Favola della Botte, capiamo che in questa parte i suoi bersagli non sono tanto critici e scrittori, quanto tre grandi sette cristiane: Cattolicesimo (impersonato dal fratello Peter), Anglicanesimo (Martin) e Protestanti (Jack, che ci fa in assoluto la figura peggiore). I tre fratelli hanno ricevuto degli abiti magici dal Padre, che crescono con loro e porteranno loro ogni bene finché rispetteranno le qualche regole che il Padre lascia loro nel testamento.

Tutto fila liscio all’inizio, finché i nostri non si innamorano delle dame Argent, Grand Titres e Orgueil. Per poter far breccia nel loro cuore, i nostri devono prima ritagliarsi un posto nell’alta società che, tutta seguace di un culto che fa dell’abito l’essenza dell’uomo, basa il proprio giudizio solo sul vestiario. I nostri sono impicciati dal testamento paterno, ma Peter, facendo leva sulla sua grande erudizione, dà il via a una serie di interpretazioni, aggiustamenti e riletture che alla fin fine si risolvono in “facciamo un po’ come ci pare”.

Peter è caratterizzato dalla vastità della cultura che impiega a proprio profitto e dalle numerose invenzioni per il bene dell’umanità, del tipo

Un altro progetto di Lord PETER su l’istituzione di un ufficio di assicurazione [le indulgenze] per le pipe, i martiri dello zelo moderno, i volumi di poesia… e i fiumi (ovvero contro i danni che questi ultimi potevano subire a causa degli incendi).

E la salamoia universale o la follia di PETER non ve le racconto, perché sono geniale e non voglio spoilerarvele.

Dopo aver rotto i piatti con Peter (spoiler…?), i due fratelli rimasti decidono di disfarsi dei fronzoli eretici, ma mentre Martin ci va coi piedi di piombo, Jack è così furioso e disgustato che dà di matto e inizia a fare a pezzi il proprio abito.

Nella sua follia, Jack fonda due nuove sette. La prima, gli Eolisti, venerano il vento e vaticinano a suon di rutti e scorregge.

Le parole non sono altro che aria, e il sapere non è altro che parole, ergo il sapere non è altro che aria.

La seconda setta fondata da Jack è chiaramente quella calvinista, che viene trattata a pesci in faccia senza alcun ritegno.

E l’Autore non si risparmia l’ennesima digressione sulla follia, in cui si permette una piccola parentesi su Luigi XIV, con mia grande gioia:

L’altro esempio è quello che lessi da qualche parte nell’opera di un autore molto antico, riguardante un potente Re, il quale in un periodo di tempo lungo trent’anni, si divertì a conquistare e perdere città, a sconfiggere eserciti e ad essere sconfitto, a cacciare principi dai loro domini, a spaventare i bambini fino a privarli dei loro mezzi di sussistenza, e a bruciare, devastare, saccheggiare, mettere a ferro e fuoco, fare crociate contro eretici, massacrare sudditi e forestieri, amici e nemici, uomini e donne. Si dice che i filosofi di ogni paese avessero in corso un grande dibattito per accertare le cause naturali, morali e politiche, per trovare una soluzione originale a tale fenomeno.

E’ sempre un piacere vedere descritto in poche righe uno dei miti della cultura francese contemporanea.

Swift non si lascia neppure sfuggire l’occasione per qualche frecciata di gratuito cinismo, tipo quando parla della felicità,

la predisposizione perpetua a essere ingannati.

Infine, concludo con un affondo ai critici, perché ovviamente Swift non perde occasione di perculare anche loro. Ed essendo io una fiskalista del caxo snz vita sxale (cit.), ho apprezzato in modo particolare la cosa. E’ come se dal passato Swift mi avesse lanciato una ciabatta!

Pausania scrive infatti che costoro erano una razza d’uomini che si dilettavano a mordicchiare il superfluo e le escrescenze dai libri: così, dopo averli a lungo osservati, i più saggi decisero di sfrondare dalle proprie opere quanto fosse in eccesso, o marcio, o morto, o avvizzito, e i rami troppo invadenti. Però, tutto questo, egli ingegnosamente nasconde sotto la seguente allegoria: che i Nopli di Argia appresero l’arte della potatura delle vigne osservando che quando un ASINO le aveva brucate esse poi crescevano più rigogliose e producevano grappoli migliori.

In definitiva, è un libro spassosissimo, ma non credo sia adatto a tutti. E’ spiritoso, arguto e trollesco, ma potrebbe risultare noioso a chi non si interessa dei soggetti sbeffeggiati. E’ scritto in modo volutamente balordo, e questo può divertire alcuni e tediare altri.

Quindi, in conclusione, caldamente consigliato a chi “bazzica” il settore della narrativa o si interessa di religione! Per gli altri, a vostro rischio. Alla peggio, vista la taglia smilza, non ci avrete investito né troppo tempo né troppi soldi.

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P.S. Il libro mi è stato regalato in italiano, quindi non ho idea del livello di difficoltà che pone la lingua originale.

Buona Pasqua a Tutti, Eolisti o meno! Festeggiamo con un’immagine di Brodèn vestito da coniglio