Genpei 1.0: il Principe Imperiale Mochihito

Bentornati e bentrovati. Ci risiamo con uno degli articoli sul grande evento che fu la Guerra di Genpei.

Per chi se li fosse persi, i prodromi sono qui, e qui.

Come ricorderete, avevamo lasciato i Minamoto con le ossa rotte e Taira no Kiyomori padrone della situazione. Dal 1160 al 1180 i Taira sono i leoni incontestati della Capitale. Kiyomori fa una carriera eccezionale: nel 1167 diventa il primo bushi ad assurgere alla carica massima dello stato, daijō daijin, Ministro degli Affari Supremi. Non solo: la sua famiglia ha le zampe sul traffico navale nel Mare Interno, traendo enormi profitti dagli scambi con la Cina dei Song e Corea.

In un culmine di gloria, il secondo mese del quarto anno di Jishō, il giovanissimo principe Tokihito viene elevato alla dignità imperiale. Tokihito era figlio dell’Imperatore Takakura e della figlia di Kiyomori, Tokuko (più tardi conosciuta come Kenreimon-in). Il nipote diretto di Kiyomori diventa Antoku, l’Imperatore bambino.

La vittoria dei Taira pare schiacciante e definitiva.

Ma noi sappiamo che il Karma trae un gran gusto dal fotterti proprio quando sei all’apice.

Il potere di Kiyomori non era saldo come potrebbe sembrare, anche se individuarne i tarli non è semplice. Per alcuni storici, come l’immensa Francine Hérail, il grande errore del nostro parvenu preferito fu di voler imporsi in un vecchio sistema senza innovare. Kiyomori avrebbe tralasciato la provincia e gli interessi di una giovane classe guerriera per proteggere la carriera della propria famiglia in un mondo aristocratico. Dopotutto è solo nel 1179 che il nostro s’impunta per accalappiarsi le nomine in un numero decente di governi provinciali. Insomma, a voler giocare al nobile, Kiyomori si sarebbe alienato i guerrieri, pessima idea visto che i bushi sono ormai una classe sociale rampante e incazzosa.

Anche Hall ci tiene a tirare una stilettata al nostro: senza originalità, Kiyomori scimmiotta con successo la politica che aveva portato i Fujiwara in cresta all’onda, qualche secolo prima. Nella fattispecie, una politica di matrimoni, una politica di “sposo le mie ragazze alla famiglia imperiale”, in modo che l’Imperatore regnante sia, alla resa dei conti, sempre un nipote del capo-clan.

Jeffrey Mass, citato da Harris, conviene che non curarsi i guerrieri sia stato uno sbaglio capitale: alla fine il nocciolo della banda Taira non era vasto, e una gran parte di bande erano legate a loro da alleanze poco solide. Inoltre, i Taira si sarebbero preoccupati troppo di accumulare funzioni, e non abbastanza di accumulare terre.

Insomma, molti vedono i Taira come l’ultimo colpo di coda di un modo di governare antico e aristocratico, decrepito e destinato a sbriciolarsi sotto i cingoli dei Minamoto, l’avanguardia corazzata del nuovo, del feudalesimo!

Harris però ci tiene a moderare i toni. Il discorso di cui sopra ha 4 magagne:

1- Pare che solo i Taira fossero intrippati coi sacrés ci-devants, quando anche i Kawachi-Minamoto erano altrettanto aristocratici. Dopotutto entrambi i clan erano diventati nobiltà militare nel crogiolo incandescente della Rivolta di Masakado.

2- Kiyomori non era il solo a puntare funzioni centrali e governatorati provinciali. In particolare i governatorati erano una fonte di reddito non indifferente, nonché l’occasione di legare un sacco di interessanti alleanze.

3- Per Harris stiamo forse sovrastimando l’unità della classe guerriera a questo stadio.

4- Voler tranciare Taira-vecchi e Minamoto-nuovi è una dicotomia, e come regola generale le dicotomie funzionano male in Storia.

Checché ne dica Harris, il ritratto che emerge di Kiyomori è tragico. Si tratta di un uomo capace e astuto, audace sull’arena politica più che non in battaglia. Kiyomori sognava un futuro di grandezza per la propria famiglia, e riuscì a imporsi a una Corte che lo disprezzava. Kiyomori è il primo guerriero a diventare capo dello stato.

Eppure non vinse mai.

Poteva essere Ministro degli Affari Supremi, ma era e restava un estraneo, un outsider. Non poteva vincere contro i nobili. Vittoria e sconfitta dopotutto sono fenomeni psicologici: a un certo punto una fazione riconosce di aver perso. Non sarebbe mai accaduto con gli alti dignitari. Ci sarebbe voluto un uomo come Minamoto no Yoritomo e, forse ancora di più, una donna come Hōjō no Masako per ribaltare l’equilibrio e soppiantare l’aristocrazia di Corte. Ma della dolce Masako parleremo un’altra volta.

Eravamo rimasti all’ascesa al trono di Antoku.

Antoku, durante il Jidai matsuri del 2008. Fonte.

Non tutti erano felici del nuovo Imperatore (SORPRESA!). Il fatto è che c’era qualcun altro in linea di successione, qualcuno che i Taira avevano escluso: il principe Mochihito, terzo figlio di Go-Shirakawa e fratello minore di Takakura. Kiyomori e i suoi lo avevano relegato alla propria residenza, gli avevano tolto gli appannaggi e, già che c’erano, anche il diritto al trono. Mochihito non era felice. Ma come fa un uomo senza mezzi, senza denaro e senza soldati e combattere contro la banda pseudomafiosa più potente del Paese?

Well, Mochihito non aveva agganci o soldi o uomini, ma aveva qualcosa di prezioso: la legittimità. Mochihito era un Principe Imperiale, un discendente del Sole, la sua famiglia era da secoli l’unica fonte di legittimazione, ed era pronto a usare questo potere.

Ma chi scegliere come campione?

Uno degli alti papaveri Minamoto era ancora in circolazione: Minamoto no Yorimasa, del ramo Watanabe dei Settsu-Genji, che era riuscito a restare a galla con la destrezza di un tappo di sughero.

Il Principe Mochihito

Il 9 del quarto mese, appena due mesi dopo l’ascesa al trono del piccolo Antoku, Mochihito inviò a Yorimasa e ai Minamoto delle diverse provincie e un Ordine Imperiale, ryōji, in cui dichiarava Kiyomori un Ribelle, un traditore (aveva osato rinchiudere l’Imperatore Ritirato e decimare i suoi collaboratori) e un butteki, un Nemico di Buddha. Pare che a chiosa Kiyomori avesse anche l’alitosi e si scaccolasse in pubblico.

I Minamoto avevano perso un sacco di alleati dopo la batosta di Heiji, ma gli anni non avevano sopito la rabbia, la frustrazione e il desiderio di vendetta di molti capi e capetti. Tutto quello di cui i Minamoto avevano bisogno per richiamare a loro i mastini era un simbolo, un segno di legittimità, e Mochihito glielo stava offrendo.

Camuffato da yamabushi (asceta), Minamoto no Yukiie, zio di Yoritomo, lasciò la Capitale con la lettera del Principe e sgattaiolò a Est, portatore della lieta novella: possiamo riprendere a scannarci con entusiasmo, folks!

I Taira erano in una posizione delicata, avendo appena seppellito Shigemori, primogenito ed erede di Kiyomori. Nella letteratura subito successiva, Shigemori appare come un personaggio chiave di legame tra i Taira e l’Imperatore Ritirato Go-Shirakawa, nonché l’unico in grado di tenere sotto controllo gli scatti d’ira paterni. Morto lui, il clan si ritrova zoppo.

Nello Heike monogatari gli ultimi giorni di Shigemori sono raccontati un passaggio lungo, ma molto bello, di cui consiglio la lettura. In pellegrinaggio per il bene del clan, Shigemori chiede al Dio tutelare di garantire alla famiglia una lunga e prospera esistenza. Per contro, se gli eccessi di suo padre hanno ormai maturato un Karma troppo negativo per la loro stirpe, Shigemori chiede almeno la grazia di morire prima che il declino del clan cominci. Detto fatto, appena tornato a casa viene assalito dalla febbre. Sicuro che questa sia la risposta alle proprie preghiere, Shigemori rifiuta ogni cura, preferendo una morte ingloriosa piuttosto che dover assistere al declino.

Tornando a noi, i Taira vengono a sapere della lettera di Mochihito il quinto mese, grazie a un delatore. Kiyomori, ormai entrato in religione, torna in tromba alla Capitale. E’ il 10 del mese. Il 15 Mochihito viene privato del rango imperiale, ribattezzato Minamoto, e 300 uomini d’arme sono inviati per catturarlo e trascinarlo in esilio in Tosa. Da notare che gli uomini spediti erano kebiishi, ovvero truppe pubbliche ormai agiscono come uomini privati dei Taira.

Altra nota interessante, tra i 300 figura Minamoto no Kanetsuna, nipote e futuro figlio adottivo di Yorimasa. E’ probabile che, a questo stadio, i Taira ancora non apessero che Yorimasa voleva tradirli. Ad ogni modo poco cambia: quando i guerrieri arrivano a casa di Mochihito non trovano nessuno. Fiutato il vento, Mochihito si è camuffato da donna e se l’è data a gambe come una lepre.

Ora, Mochihito era accusato di tradimento verso lo Stato, ovvero muhon, un crimine strettamente personale. Forse è per questo che credette buono lasciare i suoi figli indietro, o forse aveva deciso di sacrificarli per salvare la propria pellaccia? Se la cavarono entrambi, perché i nobili galleggiano quasi sempre. Il maggiore fu diseredato, e quanto al minore, lo chiusero in un monastero e buttarono la chiave.

Intanto Munemori, il nuovo erede di Kiyomori, era venuto a sapere che Mochihito aveva trovato rifugio al tempio di Onjō. I Taira chiesero ai frati di consegnarlo, raccattando una ricca messe di vaffanculi, mentre altre teste pelate convergevano a sostegno del Principe. I frati del Kōfukuji erano presenti, e anche i facinorosi dell’Enryakuji, con più di 300 armati. Non solo: i bushidan Minamoto della provincia di Ōmi erano legati all’Onjōji, e anche loro decidono, sai che, sono vent’anni che non ci facciamo una bella guerra come si deve! Alle armi!

Aw, finalmente del sano massacro!

Il 21 i Taira decidono di attaccare, prima che altri rinforzi arrivino. E lo stesso giorno Yorimasa rivela le proprie intenzioni: dà fuoco alla propria residenza e raggiunge il Principe insieme a 50 cavalieri.

Il rogo della propria casa subito prima di una battaglia diventerà una pratica molto popolare in Giappone, perché nessuno deve poter dire che ha distrutto casa tua. Secondo Uesugi, si tratta qui del primo esempio documentato. Ciò merita un brindisi!

Tornando a noi, Yorimasa era l’unico Minamoto di rilievo a sostenere il regime Taira. Scoprirlo un congiurato è un duro colpo: Kiyomori frena l’attacco sull’Onjōji e fa trasferire di peso Antoku e l’Imperatore Ritirato Takakura nella sua base di Fukuhara.

Arriva la notte del 23. Nei due campi si meditano infamie. Yorimasa vorrebbe lanciare un attacco a sorpresa approfittando del buio, dopo aver appiccato fuoco alla residenza di Go-Shirakawa in Yamashina come diversivo. Il che sarebbe stato spettacolare. Purtroppo ormai conoscete i nobili. La discussione tira troppo in lungo, e l’alba arriva. E con l’alba il capo della setta Tendai, ambasciatore dei Taira ai monaci dell’Enryakuji.

Il frate non è solo: porta con sé un grande dono in riso e seta, e la buona volontà di Kiyomori. Un prezzo sufficiente per i frati, che con un giro di waltzer cambiano campo. Da Rokuhara arriva l’ordine di Takakura: punire i ribelli e uccidere Mochihito (mai lasciare in vita i fratelli minori disobbedienti).

Il voltagabbana dell’Enryakuji e la condanna di Takakura sono una cannonata nel morale e nell’unità della fazione di Mochihito, che la prossima volta imparerà ad appoggiarsi su un esercito di frati. Gli effettivi si dileguano, i gruppi si sfaldano. Rimasti con un pugno di uomini, Yorimasa e Mochihito decidono di riparare al Koufukuji di Nara e tentare da lì un contrattacco. Purtroppo il buon Yorimasa ha sopravvalutato le capacità equestri del Principe, che riesce a sfracellarsi di sella almeno sei volte durante il viaggio. Con un capo pesto come un’oliva al frantoio, Yorimasa fa tappa al Byōdō-in di Uji, dove viene puntualmente attaccato dai nemici, nella fattispecie Tomomori, terzo figlio di Kiyomori, e Shigehira, quinto figlio del fu Shigemori.

Il Byōdō-in, o Padiglione della Fenice, così chiamato per i suoi acroteri in bronzo. Come potete notare, non è un granché come fortezza.

Secondo lo Heike monogatari, i Taira avrebbero avuto a disposizione una cifra allucinante dell’ordine di 28.000 uomini. E’ fuori del mondo, già 2.800 sarebbe grassa. E’ comunque un fatto che i Taira arrivano sulla riva opposta del fiume con una superiorità numerica schiacciante.

Yorimasa non si fa prendere impreparato: temendo un attacco, aveva fatto togliere le assi dal ponte di Uji.

A difendere Mochihito troviamo i guerrieri Watanabe, più alcuni frati dell’Onjōji. E questa è una delle parti meno credibili, più spettacolari e più epiche dello Heike monogatari.

I Taira arrivano di gran carriera, pronti a spazzar via ogni resistenza, ma il ponte non c’è più. D’acchito, l’esercito attaccante, lo slancio spezzato, si ammonticchia sulla riva, si accalca, l’avanguardia finisce nell’acqua, provocando la morte di (dice), duecento guerrieri!

I Taira si riprendono, si ripettinano, mentre dall’altra riva piove una grandine di frecce.

Il monaco Tajima, fedele di Mochihito, avanza da solo sulle rovine del ponte.

Tratta la sua lunga lancia, Tajima avanzò da solo sul ponte. Vedendolo, i guerrieri Taira gridarono:

“Ora, abbattetelo!”

Coi loro migliori archi e i loro arcieri più forti, allinearono le punte delle frecce e scoccarono salva dopo salva; appena una freccia era partita subito un’altra la seguiva. Ma Tajima, del tutto imperturbato, scansava agilmente quelle alte, saltava oltre quelle basse e, con la la sua lancia, colpiva e deviava quelle che filavano dritte su di lui mentre amici e nemici guardavano ammirati. Da quel giorno, fu conosciuto come Tajima Abbatti-Freccia.

Non è l’unica prodezza fisica. Leggetevi il pezzo, è spettacolare.

I Taira finiscono ai pesci

Purtroppo tutte le mirabolanti imprese acrobatiche dei frati non bastano: tale Ashikaga Tadatsuna, uomo ligio dei Taira, era rimontato lungo la riva con i suoi uomini. Costui era un guerriero dalla provincia di Shimotsuke e discendente del celebre Fujiwara no Hidesato. Assieme ai suoi allegri compagni, il nostro riesce a guadare il fiume mettendo i cavalli in fila indiana. Arrivato dall’altra parte, si fa subito sotto a Yorimasa, tagliando attraverso i suoi ranghi. Yorimasa stesso resta ferito. Per non essere catturato si ammazza, assistito da suo figlio Nakatsuna. Nascosto il corpo del parte, Nakatsuna si suicida a sua volta. Solo e sconfitto, Mochihito cerca di raggiungere il Kōfukuji, solo per incappare nella banda del governatore di Hida, Fujiwara no Kagetaka.

Mochihito cadde da cavallo per l’ultima volta, farcito di frecce. La sua rivolta era conclusa, il suo gruppo sterminato, ma il suo messaggero era ancora vivo, e stava per recapitare l’Ordine Imperiale a un altro campione: Minamoto no Yoritomo. Vent’anni prima, Kiyomori lo aveva risparmiato per via della sua giovane età. Nel 1180 Yoritomo ha 33 anni, ed è pronto a ripagare la cortesia.

Mai risparmiare i bambini, è sempre una pessima idea.

Stay tuned! Una delle più grandi guerre della Storia giapponese è appena iniziata!

MUSICA!

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Puntate precedenti:

Genpei 0.1

Genpei 0.2

BIBLIOGRAFIA

FARRIS William Wayne, Heavenly warriors, Harvard University Press, 1995, Cambridge

HERAIL Francine, Histoire du Japon, POF, Paris, 1986

SADLER A. L., Ten foot square and Tales of the Heike, Tuttle Publishing, 1989

UESUGI Kazuhiko, Genpei no sōran, Yoshikawa Kōbunkan, 2007, Tōkyō

 

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8 thoughts on “Genpei 1.0: il Principe Imperiale Mochihito

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