Storie di documenti: Ashikaga Yoshimasa e la colletta della Befana

Il 2 gennaio 2015 scrissi:

Il 2015 è finito, finalmente. E’ stato un anno molto grumpy, e ho alte aspettative per il 2016.

Le mie aspettative non sono state deluse. Riuscirà il 2017 a essere ancora più grumpy del 2016?

Noi della Fortezza diciamo di sì.

Per attaccare questo nuovo anno di fastidio e antipatia, ho deciso di presentare un articolo un po’ diverso dal solito. Non voglio parlare di battaglie e ammazzamenti, ma analizzare un dettaglio pratico, un tipo di documento con cui lo studioso di Storia si trova alle prese. Nella fattispecie, una lettera diplomatica dello shōgun al re di Corea. Perché? Così avrete un’idea di che tipo di documento il ricercatore si trova a leggere e analizzare.

Il quadro storico

Il Padiglione d’Argento, in cui Yoshimasa passò buona parte del suo tempo (buon per lui)

All’inizio del XV° secolo il governo giapponese non ha relazioni ufficiali e dirette con la Corea, ovvero non ci sono lettere ufficiali tra l’Imperatore e la dinastia di Joseon (1392-1910). Alo stesso tempo, le grandi famiglie giapponesi non esitano ad avere scambi privati con la corte coreana, di solito usando grandi mercanti come intermediari.

La lettera di cui ci occupiamo oggi è tratta dallo Zenkoku hōki, una raccolta di missive scambiate tra lo shōgun e il re di Corea, ovvero tra Ashikaga Yoshimasa (1436-1490) e re Sejo (1417-1468).

Chi è Yoshimasa?

Ashikaga Yoshimasa, dal pennello di Tosa Mitsunobu

E’ l’ottavo shōgun della dinastia Ashikaga e detiene il titolo dal 1449 al 1490. Manco a dirlo, il XV° è un brutto periodo. Non che la vita in Giappone sia mai stata una festa, ma con Yoshimasa è particolarmente rognosa.

Non che sia solo colpa sua, beninteso. Per cominciare il Paese si cucca un bel rosario di rovesci climatici che sputtanano i raccolti. Da una parte gli usurai si fanno tondi, dall’altra contadini e guerrieri di provincia cominciano a ribellarsi.

Per fare un esempio, nel 1462 la gente del dominio Niimi (guidata da piccoli guerrieri locali) decide: “sai che? Moriremo tutti di fame e di peste, tanto vale cavarsi qualche sasso dalla scarpa”.

Vanno dall’amministratore del dominio, lo ammazzano e danno fuoco a ogni cosa. Gli ufficiali che si recano sul posto trovano una scritta cubitale in sangue e frattaglie: WORTH IT.

E mentre avvenimenti di questo genere si diffondono per tutto il Paese, le famiglione al potere decidono che è il momento perfetto per scannarsi tra loro Genpei style. Un anno dopo la redazione della lettera che ci apprestiamo a leggere sarebbe scoppiata la Guerra di Ōnin, un bagno di sangue di proporzioni epiche che sprofonderà il Paese nel Periodo Sengoku (altresì conosciuto come “150 anni di guerre civili e bordello così atroce che se fossero sbarcati i Klingon nessuno ci avrebbe fatto caso”).

E Yoshimasa in tutto questo che fa?

Verrebbe da dire “nulla”, ma purtroppo non è così. A parte sputtanare miliardi in regge e giardini, il nostro fa danni, immischiandosi in scazzi ereditari e politici ma senza implicarsi davvero, dando appoggio a tizio o a caio secondo l’umore, e lasciando briglia sciolta al suo savio mentore.

Non è proprio un personaggio simpatico.

Ma aveva gran gusto estetico e intellettuale! E’ grazie a lui che vediamo fiorire arti come la Cerimonia del The, il Nō e quant’altro.

Ma torniamo a noi. Non voglio dilungarmi troppo nel contesto, le cose saranno spiegate via via.

La lettera

Primo anno dell’era Bunshō, segno del Cane ramo maggiore del Fuoco

Come ogni documento ufficiale che si rispetti, la lettera comincia con la data. Il primo anno dell’era Bunshō corrisponde al 1466 nel calendario gregoriano. Il resto è dedotto secondo il ciclo sessagesimale del calendario cinese, che si articola in 60 “binomi” ottenuti associando due serie, una di dieci “Tronchi Celesti” (gli “agenti” taoisti) e una di dodici “Rami Terrestri” (i segni zodiacali).

Minamoto no Yoshimasa del Giappone

Porge i suoi rispetti a sua eccellenza il re di Corea.

(L’autore di questa lettera è Menkoku)

Le lettere ufficiali dovevano essere scritte il cinese. Questo perché il cinese è una delle invenzioni migliori di sempre.

Re Sejo riceve la lettera di Yoshimasa. Ed è già grumpiness…

Pensateci. In un alfabeto fonetico come può essere il nostro, ogni simbolo corrisponde a un suono. Nel caso degli ideogrammi, ogni simbolo corrisponde prima di tutto a un concetto. Questo che significa?

Che non hai bisogno di conoscere il cinese per leggere il cinese. Una volta che hai imparato un pugno di regole per l’ordine di lettura, dato che ogni segno è un concetto, puoi leggere il testo nella grammatica che più ti è congeniale (io leggo il cinese in giapponese, per esempio). Per un impero multiculturale come era (ed è sempre stata) la Cina, questo era uno strumento straordinario, al pari dell’acciaio e della ruota.

Non hai bisogno di costringere i tuoi sudditi a imparare la tua lingua. Basta insegnar loro a leggere quello che tu scrivi nella loro lingua! La comunicazione diventa molto più semplice e offri meno appigli al risentimento separatista. E’ pratico, è collaudato, è geniale.

Tuttavia c’è un piccolo caveat: chi scrive il documento deve sapere il cinese, e deve saperlo bene. Una minoranza di letterati poliglotti resta quindi necessaria. Yoshimasa, che di certo scriveva benissimo, si affidava quindi a dei professionisti per la redazione delle lettere ufficiali. Il signor Menkoku, misterioso autore di questo documento, era senza dubbio un monaco letterato.

Ma veniamo al nome che il nostro Generalissimo usa. I Minamoto sono il clan di cui la famiglia Ashikaga fa parte ed è con questo nome che Yoshimasa interagisce con altri leaders stranieri. Da notare che lo shōgun non include il proprio titolo nella lettera, ma prende cura di usare un linguaggio di raffinata cortesia e rispetto nei confronti di Sejo.

Di rimando, nelle risposte, il Re di Corea ha la cortesia di indirizzare le proprie lettere al “re del Giappone” (intendendo lo shōgun).

Al di là delle formule di buona creanza, i due paesi hanno relazioni egalitarie, in quanto entrambi si considerano come regni indipendenti ma satelliti del Grande Ming.

Il Grande Ming

Nonostante i nostri due Paesi siano separati da 1000 li, dal Grande Oceano, lo scambio di inviati ci rende vicini. Ogni volta che abbiamo richiesto qualcosa, ce lo avete sempre accordato senza fallo. La nostra gratitudine è inesprimibile.

Yoshimasa non perde troppo tempo in salamelecchi: lui e Sejo sono uomini occupati, quindi non meniamo il can per l’aia e andiamo al sodo. Caro collega, voglio chiederti qualcosa.

Nella nostra capitale meridionale [Heijō] c’è un tempio. Il suo nome è Yakushi-ji.

Yoshimasa sta parlando del tempio dedicato al Bodhisattva Yakushi, patrono dei rimedi. Fu costruito nel 680 in Fujiwara-kyō dal grande imperatore Tenmu, con lo scopo di invocare la misericordia di Yakushi e salvare la vita della sua consorte, gravemente ammalata. La consorte in questione, la principessa Unosarara, era figlia del defunto imperatore Tenji.

A chiosa, Tenji era fratellastro di Tenmu. Quindi Unosarara era nipote di suo marito. Ma bon, i nobili di Corte hanno sempre avuto un comportamento altamente endogamico.

Il tempio di Yakushi dopo i finanziamenti coreani

Unosarara guarì dalla malattia (spoiler). A dire il vero, guarì così bene che sopravvisse Tenmu e gli succedette come l’Imperatrice Jitō (e vale la pena notare che in giapponese la parola che significa “imperatore”, tennō, non ha nessuna connotazione di genere ed è utilizzato per indicare sovrani uomini o donne senza distinzioni).

Tornando al tempio, all’inizio dell’8° secolo lo Yakushi-ji fu spostato all’allora capitale Heijō e oggi fa parte della conurbazione di Nara.

Quest’anno è stato danneggiato, scosso e squassato da una bufera. [La bufera] Era tale l’urlo di un drago, il grido di un elefante. A questo soggetto, abbiamo deliberato assieme alla folla [degli alti dignitari, Yoshimasa era una persona seria e non aveva giurie popolari, NdTenger].

Il passaggio sul drago-elefante è interessante perché pone un problema comunissimo quando si maneggiano questo genere di documenti. Non è difficile capire cosa Yoshimasa intenda quando tira in ballo bestie mitologiche o pseudo-tali: vuol dire che la bufera faceva un chiasso mostruoso. L’uso bizzarro della figura retorica è probabilmente un vezzo di stile dell’autore, una citazione a qualche passaggio o commentario cinese di cui oggi non siamo più a conoscenza.

Ma assodato che il senso generale è chiaro, come tradurre senza che risulti ridicolo al lettore moderno?

Non c’è una soluzione perfetta, purtroppo. A volte certe espressioni non possono essere restituite in altre lingue.

Il nostro tesoro è esaurito, non abbiamo le forze e il restauro è impossibile. Se il Vostro Grande Paese non intende aiutarci, che altro mezzo ci resta per risolvere questo problema? Con questa lettera Vi chiediamo di intervenire.

Tombola. Yoshimasa scopre le carte: vuole soldi.

Pertanto abbiamo mandato come Inviato in capo Yuen e come Inviato aggiunto Sorai, per visitarVi e trasmetterVi i nostri pensieri. Se Sua Maestà volesse accordarci la Sua assistenza, potremmo intraprendere i restauri, invero l’Oriente non è forse unito nel Buddismo? La Terra Pura è il tesoro di vicini amichevoli.

I due tizi nominati non sappiamo chi siano. Si tratta sicuramente di monaci letterati capaci di affrontare l’etichetta della corte coreana senza perdere la faccia.

Notare il simpatico richiamo all’amicizia universale nella religione, sempre molto utile quando hai bisogno di quattrini.

I tributi della nostra terra sono elencati in allegato.

Yoshimasa è un uomo di mondo, non un mendicante. Una richiesta di fondi non si fa con una letterina elegante e un paio di teste pelate adepte di Confucio. Assieme a lettera e messaggeri, lo shōgun invia ovviamente una serie di doni (qui chiamati “tributi” per umiltà), sperando di ricevere in cambio o un valore maggiore o beni di alto valore d’uso.

In questo periodo il Giappone è infatti esportatore di oggetti di estremo lusso: oggetti d’arte come scatole laccate, paraventi, ventagli decorati, sciabole da parata e quant’altro, molto apprezzati sul Continente.

Il secondo mese infine si riscalda. La sola cosa che desidero è che prendiate cura della Vostra salute.

Anno del segno del Cane ramo maggiore di Fuoco, secondo mese, ventottesimo giorno

Minamoto no Yoshimasa del Giappone.

E così si conclude la lettera. Sappiamo che il re di Corea rispose con cortesia e che mandò finanziamenti e beni. E’ una missiva molto breve che non perde tempo in inutili girti di parole. Dal nostro punto di vista può apparire fin troppo diretta e sfacciata. Peraltro, la straordinaria vita di lusso e arte che lo shōgun conduceva era ben nota, ma ciononostante è perfettamente accettabile, da parte sua, fare la questua presso un re straniero per rappezzare i templi scoperchiati dal vento.

Il corpus di lettere tra Yoshimasa e i re coreani è estremamente ricco e tocca diversi soggetti, dai sigilli diplomatici, alle importazioni, a missioni per procura del tipo “il mio ambasciatore ha sbudellato un funzionario Ming, puoi chiedere te se l’Imperatore se l’è presa?” o argomenti di interesse comune tipo “ci sono più pirati che pesci nel Mar della Cina, ne sai qualcosa?”.

La lettura di documenti del genere offre numerosi spunti di approfondimento e, talvolta, preziosi attimi di WTF diplomatico. Come primo articolo di questo genere, ho preferito trattare qualcosa di semplice e innocente, come la restaurazione di un tempio. Un inizio molto pio e devoto, che sia mai qualche Bodhisattva si muove a pietà per questo 2017 che già me le fa girare.

MUSICA!


Bibliografia

Articolo basato sul seminario “Histoire et philologie du Japon Ancien et Médiéval”, Ecole Pratique des Hautes Etudes.

 

HASHIMOTO Yū, Itsuwari no gaikō shisetsu, Yoshikawa kōbunkan, Tōkyō, 2012 p.1-74

HERAIL Francine, Histoire du Japon, POF, 1986, p.242-277

KEENE Donald, Yoshimasa and the Silver Pavillion, Columbia University Press, New York, 2003, p.229

MORITA Kyōji, Ashikaga Yoshimasa no kenkyū, Izumi Shoin, Ōusaka, 1993, p.361

SOUYRI Pierre, The world turned upside down, Pimlico, Londre, 2002, p.142-217

VON VERSCHUER Charlotte, Le commerce extérieur du Japon, Maisonneuve & Larose, Paris, 1988, p.101-131

SCHOTTENHAMMER Angela, The East Asian Mediterranean: Maritime Crossroads of Culture, Commerce and human migration, Harrassowitz Verlag, Wiesbaden 2008, IGAWA Kenji « Travels of Ambassies in Fifteenth to Sixteenth Century East Asia », p.273-288 ; HASHIMOTO Yū « The information strategy of the Imposter Evnoys from northern Kyūshū to Chōson Korea in the Fifteentth and Sixteenth century », p.289-316 ; OLAH Csaba « Trouble during trading activities between Japanese and Chinese in the Ming period », p.317-330

ZUKEI Shūhō, Zenrin kokuhōki, 1470 (edizione curate da ISHII Masatoshi, 1995)

Commercio e denaro: traffico di uomini e ricchezza tra VIII° e X° secolo

Messires et mes dames, spero abbiate passato un buono shabbat. Bentornati in questo luogo di frustrazione e invidia. Oggi noi esuli eravamo alle urne. Per festeggiare un avvenimento così avvincente come le elezioni europee, ho deciso di deliziarvi con un articoletto su qualcosa di altrettanto avvincente: commercio!
Si tratta di un articolo molto generale, volto a dare una visione generale degli scambi e magari demolire certi luoghi comuni.

Il crollo dell’Impero Romano è forse uno dei periodi più caotici e difficili della storia Europea. Se Costantinopoli se la cavò relativamente bene, in Occidente la botta fu molto più forte.

Tra IV° e VIII° secolo possiamo individuare alcuni grandi movimenti generali: rallentamento degli scambi e dell’economia monetaria, declino dei centri urbani e del potere politico, predominanza economica di agricoltura e ricchezza fondiaria (ergo sviluppo di una civiltà rurale e di aristocrazie locali).

Nel corso del IX° secolo, l’Occidente romano-germanico si ristrutturò, parato da Costantinopoli da un lato, ma esposto agli assilli di ungheresi, scandinavi e saraceni (che nonostante si fossero rotti le corna su Bisanzio e Poitiers avevano mantenuto una forte presenza nel Mediterraneo).

Il commercio pare anemico, e le fonti ne parlano molto poco. Con la spinta Mussulmana del VIII° secolo, l’Occidente aveva perso buona parte delle rotte del Mediterraneo occidentale: a differenza di quei bastardi dei Bizantini, i franchi non avevano il fiato e la flotta sufficienti per tenere i saraceni fuori dalle palle. I porti di Langue D’Oc e della Provenza cadono in letargia, dato che, a parte Giudei e Frisoni, sono pochi a praticare ancora il commercio marittimo. Stando a certi storici, l’Occidente franco resta imbottigliato.

In realtà il commercio non morì mai del tutto. Boutruche osserva che storiografi come Pirenne giudicano il traffico troppo vitale prima degli infedele e troppo morto dopo. Resta comunque il fatto che gli assi commerciali si spostarono più verso nord.

Il mondo Islamico, che collegava il Mediterraneo con l’Oceano Indiano, portò una frana di grane, ma anche qualche novità e un po’ di linfa al commercio Occidentale. I Mussulmani misero le mani su grandi regioni aurifere (come il Sudan) e misero nuovo oro in circolazione. La moneta d’oro si diffuse in Egitto, Siria, Africa del Nord e, dal X°, Sicilia e Spagna mussulmana. Dinar islamico e Nomisma bizantino erano le monete d’oro più correnti in Mediterraneo. Ergo se da un verso gli infedeli falciarono le gambe al traffico marittimo franco e dettero un gran fastidio a quello bizantino (ma lì facevano bene!), dall’altro commerciarono coi latini, reimmettendo oro nelle loro economia. Bisogna tener presente che la bilancia commerciale non era a favore dei franchi, il che era risultato in un lento drenaggio dell’oro verso gli infami del Bosforo.

Cosa fornivano i franchi ai loro dirimpettai maomettani o ai loro cugini invertit bizantini? Secondo Boutuche: schiavi, marmo, legno per navi, armi e metallo. Molto del bestiame umano era razziato in terre slave e lettoni al di là dell’Elba o comprato agli Anglosassoni, e molto del traffico finì per orientarsi sulla Spagna Islamica, visto che comunque in Mediterraneo Orientale erano ben riforniti.

In cambio, i franchi importavano stoffe preziose, spezie, profumi, incensi, avorio, cuoio lavorato e papiro, ma anche vino, olio d’oliva, miele, frutta e verdura secca.

Questo caprioletto vampiro è il Moscus Moschiferus, cervide himalayano che produce pallette odoranti, il muschio, estremamente apprezzate e ricercate in tutto il mondo. No, non è photoshoppato. Pensare che la Tigre dai Denti a Sciabola è estinta mentre questa bestiaccia ancora se la spassa…

Costoro non erano gli unici interlocutori commerciali dei franchi: dal VII° si aprono nuove rotte commerciali si svilupparono lungo i fiumi, come il Mosa, o nei paesi Renani, verso il Mare del Nord.

L’oro non aveva un gran corso in Europa occidentale: dal VII° le monete sono battute principalmente in argento.

Va precisato che non si tratta di un impoverimento delle classi alte, che basavano la loro ricchezza sulla terra, quanto di un abbassamento del livello di vita. Peraltro, l’uso era di non ridurre l’oro in banali lingotti o monete: i potenti di questo periodo preferivano farne oggetti d’arte, gioielli o paramenti sacri, eventualmente da portarsi nella tomba. Il forziere con i dobloni non si addice a un franco, che era più propenso a far fare un bel crocifisso o un diadema, un acquamanile o un vassoio sbalzato, onde poi fonderli se c’era bisogno di far la guerra a qualcuno. Perché immagazzinare banali dischetti gialli quando ci puoi fare qualcosa di carino? I franchi erano gente creativa.

Arrivati al potere, i carolingi si diedero daffare per migliorare le rotte commerciali e lottare contro l’anarchia monetaria e la frode endemica che ne conseguiva. Gli atelier monetari si davano alla pazza gioia. Se ne contano un centinaio all’epoca di Carlo il Calvo, specie in punti nevralgici del commercio internazionale e locale, o presso miniere di piombo argentifero, o presso saline. Nell’editto di Pitres (864), Carlo il Calvo cercò di ridurre a 9 il numero di atelier e ridurre anche il numero dei mercati.

Riassumendo, sotto i carolingi si battevano solo denari, monete d’argento a percentuale abbastanza debole. L’oro circolava solo come moneta araba o bizantina.

I sovrani franchi non riuscirono a risolvere del tutto il problema della, hum… creatività monetaria, ma risanarono non poco la situazione, a beneficio degli scambi interni, ma anche di quelli con Bisanzio, con la Spagna Mussulmana e col Nord. Fu stabilita una relazione di peso fissa tra il denaro franco, il dirham, il nomisma.

Tornando al commercio, abbiamo l’importante testimonianza di Ibn Khordadbeh, alto funzionario di Bagdad, che ci parla degli scambi tra Oriente e Occidente. A fare la spola sono in generale giudei rodaniti (“della strada”) installati in Gallia meridionale.

Una rotta portava i mercanti all’istmo di Suez, e da lì verso il Sind, la Cina e l’India. Al ritorno, i giudei passavano da Porto Said, Costantinopoli e tornavano dai franchi.

Una seconda rotta più meridionale passava verso la Siria, Bagdad, l’Oman, e ancora più a est.

A volte venivano predilette rotte terrestri, attraverso la Spagna, l’Africa Settentrionale, fino in Egitto e in Siria, per riallacciarsi all’itinerario precedente.

Infine, una rotta scendeva in Italia, passava da Bisanzio, saliva per i “paesi Slavi”, il Caspio, le regioni del basso Volga, l’Amu Daria, la Transoxiana e la Cina.

Purtroppo non abbiamo dettagli sulle transazioni, il volume d’affari o il ritmo dei viaggi.

Su distanze più modeste, nel X° c’era commercio con la Spagna Mussulmana, specie da parte dei mercanti di schiavi di Verdun, che vendevano negli emirati di Cordoba e tornavano con cuoio e tessuti preziosi. Altri, da Marsiglia, Arles e Narbonne andavano a Gaeta, Napoli, Salerno, Amalfi, dove trovavano stoffe preziose, artigianato, spezie e profumi importati da Costantinopoli e dalle zone mediterranee sotto controllo mussulmano.

Vi sento molto interessati a questo argomento!

Tornando nello specifico al commercio marittimo, i documenti parlano più di pirati che di mercanti (spesso le due categorie si cavalcavano), il che ci fa supporre che l’attività di questi ultimi fosse piuttosto debole. Sappiamo che i mercanti dell’Italia del sud commerciavano con Bisanzio sotto protezione dell’Imperatore d’Oriente, ma per quanto riguarda il nord-est, preferivano le vie terrestri via la Lombardia e le Alpi. C’è da dire che pirati e mercanti sono spesso la stessa gente.

A partire dal IX Venezia cresce. Esporta in Oriente prodotti italiani e schiavi dalmati, e riporta prodotti di lusso da Bisanzio, Marocco, Egitto, Sicilia o Siria.

Altre vie puramente terrestri erano nei paesi renani, tra la piana di Boemia e il nord dei Carpazi, con i mercanti del Mar Nero. Kiev era un altro crocevia molto importante, tra Baltici, Mare Nero, Caspio e Turkestan. La valle Danubiana era stata liberata dagli avari nell’VIII°, ma s’intasò di nuovo con gli ungheresi. Praga divenne un punto nodale del traffico di schiavi. Sale, bestiame, schiavi e armi andavano e venivano da queste regioni a quelle più occidentali grazie a mercanti giudei o franco-germanici.

Infine, dal IX° al XII° altre vie collegavano i paesi del Mar Nero, il Caspio e l’Asia centrale con le regioni scandinave e franche, tracciate in particolari dai Variaghi svedesi (il termine variago significa, in origine, “mercante”).

Gli svedesi commerciavano anche con Bizantini. Novgord e Kiev erano due centri di commercio internazionale. I mercanti scandinavi vendevano pellicce, miele, schiavi e ambra a mussulmani e bizantini. Riportavano prodotti da oriente e Russia meridionale.

Altri mercanti nati erano i frisoni (sottomessi ai carolingi nell’VIII° secolo), che giravano per il Mare del Nord, l’Atlantico fino al Golfo di Guascogna e la Manica. Commerciavano con Inghilterra, Danimarca e Svezia. Facevano anche traffico fluviale nei Paesi Bassi e in Fiandra. Portavano mercanzie dell’Ovest in Scandinavia via Reno, Mosa, Schelda, bacino di Parigi o fiumi della Germania settentrionale. Ridistribuivano nei pasi franchi prodotti dei baltici e drappi inglesi, spezie, profumi e stoffe preziose.

Nell’840, il traffico cominciò a soffrire delle invasioni normanne.

Centri come Dorestad declinano, altri, come Tiel, Etaples, Montreuil o Wissant, fioriscono. Birka cedette il posto a Sigtuna, Hedeby a Slesvig. Certe rotte commerciali s’interrompono, svaniscono e poi sono riaperte da nuovi uomini. Bisogna aspettare il X° secolo prima che il commercio si riprenda dalla batosta normanna.

Per l’Occidente del IX° e del X°, il Mediterraneo restò un centro di commercio abbastanza importante, anche se a periodi i mari erano così pericolosi che i mercanti preferivano fare lunghi giri o seguire le coste. L’asse principale di scambio restò comunque orientato a nord.

Insomma, nonostante l’idea preconcetta che abbiamo di “Medioevo”, l’Occidente non era ripiegato su se stesso: c’erano scambi, ma questi mancavano di una buona organizzazione tecnica ed erano controllati. I sovrani mussulmani controllavano i traffici e la circolazione monetaria, così faceva pure l’infame Bisanzio, con dogane, passaporti, divieto di esportazione di metalli preziosi, etc. I carolingi avevano politiche simili: accordavano dispense ai mercanti che rifornivano il Palazzo, le abbazie e le chiese.

Una grossa fetta della popolazione restava straniera al commercio su grande distanza ma non a transazioni locali e regionali. I prodotti scambiati in questo contesto sono molto meno raffinati: cereali, vini, prodotti dell’allevamento o della pesca, tessili, tessuti ordinari.

I mercati locali erano costituiti da qualche fiera o piccoli mercati frequentati dai vicini, dove giravano pochi denari. In effetti, nei villaggi e nel piccolo scambio la moneta è quasi assente: si preferiva il baratto. Quasi assente, ma non del tutto assente. In parte circolava, ed era raccolta ad esempio per pagare le tasse e le rendite. Presente o no, la moneta era comunque un étalon d’echange: il debitore pagava in natura, ma con prodotti stimati e valutati in rapporto a un valore monetario.

La cosa è un po’ diversa nel nord della Francia, Paesi Bassi, ovest e centro della Germania, dove una popolazione più densa favorì un maggiore sviluppo commerciale. Si creano faubourgs di commercianti e artigiani a Metz, Verdun, Tournai, Mayence, Cologne. I centri urbani si sviluppano gradualmente.

Il nocciolo “pre-urbano” era di solito un monastero, un’abbazia, un castello o un Palazzo. Alle volte cittadine nascevano dal nulla in riva a un fiume o su un estuario. I faubourgs di mercanti e agglomerazioni nuove dedicate agli scambi si chiamano portus. Alla fine del X° i porti sono sulla buona strada per diventare piccole città.

Quanto ai mercanti, se si fa astrazione dai vagabondi e i rivenditori ambulanti di pacottiglia, i legitimi mercatores erano in genere di 3 tipi : Giudei (principali fornitori dei Re e per prodotti orientali) ; Frisoni ; mercanti aborigeni con antenati rurali. I mercanti godevano di diversi privilegi locali (economici, giudiziari, ecc), ma la Chiesa li guardava con sospetto (gente che fa soldi, che schifo!). Ad ogni modo, a questo stadio sono di solito troppo pochi per costituire una vera classe.

In conclusione, c’è una vera differenza, in questo periodo, tra Oriente e Occidente. L’Occidente continua a basare la sua economia sull’agricoltura e sul dominio terriero. La specializzazione delle attività è appena abbozzata, le tecniche di produzione, trasporto e consumazione restano rudimentali, le nozioni di capitale, investimento ecc. sono anche quelle appena nate. I prezzi sono stabili ma elevati per il potere d’acquisto. Persistono pratiche che si basano sul metallo prezioso, ma le monete sono poche e il baratto domina. Inoltre, la gente cerca in genere di « vivere del suo ». I monasteri ricercano l’autosufficienza, come aveva consigliato il Concilio d’Orléans nel 538. La Chiesa aveva vietato ai cristiani il prestito a interesse dall’VIII° secolo (*), cosa che pone problema quando si vuol lanciare un buisness. Insomma, si tratta in generale di un’economia di consumo controllata dai Re e i capi locali. Spesso è in atto una vera e propria economia di guerra, che drena il surplus verso l’esercito.

N’empêche, anche se fragili e operati tra entità cellulari, gli scambi esistevano, e perfino i contadini potevano maneggiare moneta per comprare ogni tanto sale o metallo. In realtà, l’autarchia dei grandi signori era meno reale di quanto si pensi. Per dirla con le parole di Bloch:

La società d’allora non ignorava di certo né la compera né la vendita. Ma non viveva, come la nostra, di compera e di vendita. (La société féodale, p.108)

Il commercio non era il solo fattore di circolazione di beni. Le rendite per la protezione di un capo o roba simile giocavano un ruolo. Uguale per il lavoro umano, dacché la prestazione aveva più spazio dello scambio, nella vita economica.

Se da un lato la ricchezza era indissociabile dal comando, i potenti avevano una capacità di acquisto limitata, anche a causa della penuria monetaria e della taglia ridotta dei tesori. Piccoli e grandi vivevano in maggior parte sulle risorse del momento.

L’atonia della circolazione monetaria riduceva peraltro a quasi niente il ruolo sociale del salario. Questo infatti presuppone che la fonte del denaro non rischi di estinguersi a ogni due per tre. Era necessario quindi pagare con altro che non fosse il versamento periodico di soldi, condizione molto precaria in questo periodo.

Due soluzioni furono trovate: invece di pagare qualcuno in denaro, prendere il tizio presso di te, mantenerlo e fornirgli una “prevenda”. Altra soluzione: dargli della terra che possa sfruttare (o da cui possa esigere delle rendite) per potersi mantenere.

E’ chiaro che i legami erano diversi da quelli generati dal salariato. Da signore a uomo il legame è intimo, più che non da padrone a salariato, ma si dissolve alla svelta quando il beneficio del sottoposto diventa ereditario. La società feudale ondeggia tra il legame stretto da uomo a uomo e quello lento della tenuta terriera.

“Non hai ancora finito?”

Dello sviluppo e della natura del legame feudale parleremo un’altra volta! Lo scopo di questo articolo era solo di fare una rapida panoramica degli scambi e della circolazione monetaria in Europa. Spesso il commercio è un aspetto che viene sorvolato del World Building sciatto, e questo è MALE. La stessa roba non si trova ovunque, né tantomeno allo stesso prezzo. Pensateci la prossima volta che accozzate prodotti eterogenei nel villaggio contadino del PresceltoTM.

Ora, quale canzone potrebbe concludere un articolo su commercio e vil denaro?

Ma che domande

 

 

 P.S.

Il 16 giugno sarà l’anniversario della morte di Marc Bloch, ebreo francese, veterano decorato della Grande Guerra, cofondatore degli Annales, nume della storia Medievale, patriota e resistente, catturato, torturato e fucilato dai Nazisti. Morì con molto onore, rassicurando i suoi compagni di esecuzione. Secondo i testimoni, un ragazzo accanto a lui si lasciò sfuggire “ça va faire mal” (farà male). Bloch gli posò una mano sulla spalla e rispose “Mais non, petit, cela ne fait pas mal” (Ma no, piccolo, non fa male). Morì gridando “Vive la France”.

Giusto per ricordarlo. Bloch è stato uno studioso straordinario, un buon soldato, un patriota valoroso, un grande uomo. Merita di essere celebrato.

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Bibliografia

BOUTRUCHE Robert, Seigneurie et Féodalité, Ed. Montaigne, Parigi, 1968, p.1-64

BLOCH Marc, La société féodale, Albin Michel, Parigi, 1939, p.97-114

 

(*) Pietro Moroni mi fa notere che tale divieto si ammorbidì molto nell’XI°, permettendo anche ai Cristiani di prestar quattrini e (gulp!) guadagnarci sopra. Gli usurai per eccellenza restarono comunque gli ebrei, a cui i pesci grossi tiravano sòle con più agio. Fonte: Luciano Pellicani, La genesi del capitalismo e le origini della modernità (Marco editore).