Good times, bad times: Storia e propaganda

Ogni qualche tempo scoppia da qualche parte una virulenta polemica a spunto più o meno storico.

Una nuova via, un murales, una citazione usata da un politico o un giro di frase apparso in un giornale.

E’ inevitabile, e oggi vorrei parlare del perché.

Per fare un esempio concreto, possiamo prendere la disgraziata diatriba sulla targa dedicata a Giuseppina Ghersi, bambina uccisa pochi giorni dopo la Liberazione.

Per chi vivesse in una lieta bolla e non avesse seguito: poco dopo la Liberazione, la famiglia Ghersi fu arrestata perché in odore di collaborazionismo. I genitori furono incarcerati, mentre la figlia Giuseppina, di 13 anni, fu ritrovata morta ammazzata nei pressi del cimitero.

Fin qui è una storia tragica nella propria banalità. Vendette e crimini di questo genere si sono verificati sempre e da sempre alla caduta di un regime, dopo una sconfitta o dopo una vittoria.

Come spessissimo accade in questi casi, il fatto è affogato nei sentito dire più fumosi.

L’hanno violentata i comunisti. Sono stati i partigiani (che notoriamente erano tutti comunisti). I genitori erano fascisti. La bambina era una spia. Insomma, tutta la gamma del caso, tutte cose perfettamente verosimili, nessuna delle quali è però stata verificata per davvero.

Questa è una storia tra i milioni di fattacci capitati in quegli anni.

Non c’è stata nessuna inchiesta recente sui fatti, nessuna scoperta particolare, quindi perché parlarne ora?

Perché a Giuseppina Ghersi sarà dedicato un monumento a Noli.

Il consigliere comunale, di aperte simpatie neofasciste, ha pensato bene di piazzarle un bel cippo in Piazza Rosselli (trolling much?).

Prima di entrare nel merito del dibattito (che come di consueto si è mantenuto sui livelli di “pallate di merda nel fango”), è importante capire perché c’è un dibattito per cominciate, e perché ci sarà sempre in queste occasioni.

Lo scopo dell’articolo non è tranciare su quanto sia una buona idea mettere il cippo, né su cosa davvero è accaduto in quei giorni di caos. Lo scopo di questo articolo è sviscerare una discussione idiota (ma avranno fatto bene o non avranno fatto bene a uccidere una bambina?) affinché sia possibile avere un punto di vista un minimo più articolato sul ruolo della Storia nella retorica contemporanea.

Al di là dell’ignoranza, l’ipocrisia e l’inettitudine retorica, la ragione principale per cui casi come questo scatenano discussioni da porcile intasato è l’incapacità della persona media di riconoscere l’importanza del contesto. Per la persona media, una faccenda simile è semplice: o è giusto mettere un cippo, o è sbagliato. O Giuseppina Ghersi merita un cippo, o non lo merita.

Purtroppo questo atteggiamento fa un pastone immondo, dacché confonde diversi fattori distinti.

Smontiamo quindi questo puzzle.

Immagine di propaganda menzognera: i gatti sanno sempre quel che stanno facendo, sono i vostri miseri cervellini umani che non riescono a capire

Tanto per cominciare abbiamo due piani paralleli: la realtà storica e la percezione attuale (perché ricordiamolo, le società non si rapportano mai alla realtà, ma al racconto della realtà, a un modello di realtà).

Nella realtà storica, l’elemento originale è un fenomeno (fatto, persona, ideologia, ecc.), nella percezione l’elemento originale è la narrativa dominante, il punto di vista, la presa di posizione. In altre parole, mentre un ricercatore è formato a distaccarsi e cercare elementi con cui costruire un quadro, la persona normale ha già un quadro e cerca nella Storia elementi che lo corroborino. Uno storico cerca di comprendere, la persona media cerca conferme.

Con questo non voglio intendere una superiorità intellettuale dello storico. Lo stesso problema lo ritroviamo in tutti i campi: il climatologo cerca di capire gli uragani, la persona media ha una sua idea sul Cambiamento Climatico e cerca articoli accessibili che le diano ragione. E così per molti altri campi: la ricerca richiede una certa sincerità d’intenti, la vita di tutti i giorni no.

La percezione può essere più o meno prossima alla realtà dei fatti, ma spesso la seconda è in larga parte accessoria.

Torniamo alla Storia.

Cominciamo dai fatti. Un bel giorno, da qualche parte, succede qualcosa. Nella fattispecie, una ragazzina viene trucidata. Tale fenomeno può (e dovrebbe) essere oggetto di studio storico il più preciso e oggettivo possibile, prima che ne sia tratta una qualsiasi conclusione (morale o meno).

Questo studio però avviene a sua volta in un momento storico, in cui individui sono alla costante ricerca di elementi che confermino la loro idea di mondo.

Capita spesso quindi che una ricerca che poteva essere oggettiva nel contesto accademico perda ogni oggettività nel contesto ideologico. E’ un problema, perché cambiando il contesto cambia completamente il fine del discorso.

Ad esempio, lo studio dei crimini partigiani può essere interessante per capire motivazioni, diamiche dei gruppi, meccanismi psicologici, ecc. Al di fuori di un contesto di ricerca, lo stesso studio è spesso usato nell’apologia del fascismo: siccome le carognate le facevano anche i partigiani, allora i fascisti non erano poi così cattivi (la falsa equivalenza è un grande evergreen di questo genere di manipolazioni).

Per certi versi è normale (oserei dire giustissimo) trarre dalla Storia i “mattoni” con cui costruire la propria visione di mondo. Il problema è che prima di poterlo fare con successo è necessario capire ciò che si maneggia, e la triste realtà è che di capire non frega un cazzo a nessuno.

Nella fattispecie, a Casa Pound non importa una virilissima mazza di cosa è successo a Giuseppina Ghersi o perché, il punto è che la sua morte conferma la narrativa de “i partigiani comunisti e cattivi che saccheggiavano l’Italia” con il corollario “la nostra ideologia è buona e giusta perché i veri cattivi erano loro”.

Parliamone!

La strumentalizzazione politica della Storia è costante e sfinente per chi cerca di fare un lavoro serio. Specie quando si tratta di Storia recente, la trappola retorica è sempre presente.

Ma torniamo ai monumenti et similia.

Perché, secondo voi, non esistono monumenti ai morti della Hitler-Jugend? Si tratta di ragazzini, e se andiamo a cercare al caso per caso possiamo trovare decine di esempi di disgraziati giovanissimi vittime della guerra tanto quanto Giuseppina Ghersi.

Eppure non facciamo loro monumenti.

Perché il messaggio retorico del monumento potrebbe facilmente essere usato per fare l’apologia del Nazismo.

Un monumento, una commemorazione, una targa, portano automaticamente con sé un messaggio propagandistico. “Propagandistico” non è inteso qui in accezione necessariamente negativa, bensì come discorso il cui scopo è modificare la percezione e quindi il comportamento del prossimo.

In parole povere, se il fenomeno storico ha un suo contesto, anche il discorso sulla Storia (e in particolare monumenti e commemorazioni) ce lo ha. Un monumento non è mai anodino, ha sempre una storia sua, una ragione e uno scopo, in gran parte indipendenti dall’evento o dalla persona a cui si ispira.

Questo perché un fenomeno è un fatto, mentre un monumento è un’azione, un fenomeno appartiene al mondo del reale mentre un monumento appartiene al mondo della retorica e delle idee.

Non è strettamente necessario che lo scopo di una commemorazione sia politico. In The Art of War i Sabaton celebrano le prodezze militari della Divisione Fantasma, così come l’eroismo polacco a Wizna, l’inutile spreco di vite a Gallipoli ecc. Nel contesto, è chiaro che lo scopo dell’album è parlare della Guerra in quanto tale, nel suo orrore e nel suo splendore, senza spingere un’agenda politica particolare. Ghost division è diventata una dei loro cavalli di battaglia e non è mai stata oggetto di grande controversia, nonostante parli di nazisti.

Qualcuno avrà seguito la diatriba sui monumenti confederati in America. Perché oggigiorno dovremmo preoccuparci di come Lee trattava i suoi schiavi? Alla fine sono statue di gente morta secoli fa.

Al di là di tutte le chiacchiere e le trombonate, la persona reale del Generale Lee conta fino a un certo punto, quella che pone problema è la storia delle statue stesse. Molte di queste non sono state costruite ai tempi della guerra o subito dopo, ma durante il periodo delle Jim Crow Laws e sorgere del KKK (1890-1920) e durante la lotta per i diritti civili (1960-70). In altre parole, questi monumenti non sono nati dal sincero e apolitico desiderio di ricordare un buon militare, ma dal dichiarato e politicissimo intento di intimidire una comunità e celebrare la superiorità dei Bianchi.

Nel comune di Vitry sur Seine (tradizionalmente bastione comunista) moltissimi toponimi celebrano l’URSS, tipo il Boulevard de Stalingrad (che poi muta in Boulevard Yuri Gagarin, LOL). Nonostante il successo che riscuote il fascismo di questi tempi in Francia, nessuno se n’è uscito con “Vitry deve cambiare i toponimi”, nonostante siano oggettivamente celebrativi di quella che è stata una delle dittature più longeve e opprimenti dell’ultimo secolo.

Il Boulevard di Stalingrad in tutto il suo splendore! Ammirate l’opera industriosa della mano emancipata del lavoratore Vitriota! 

Qual’è la differenza con le statue confederate?

Ci sono tante differenze, ma quella che a parer mio è discriminante è che, mentre in America esiste una vocale apologia del Suprematismo Bianco, in Francia nessuno sta facendo l’apologia dell’URSS! Nessun giornalista sta difendendo i lati positivi della politica di Andropov e nessun politico si sognerebbe mai di dire che Stalin non era poi tanto male. Pertanto ora e in questo contesto, toponimi simili si sono svuotati di significato per diventare folklore. Quando inizi a vedere le frecce per il Cremlino (giuro!) vuol dire che sei a Vitry. Se mai un giorno dovesse esserci un recupero dello Stalinismo e un movimento apologista, toponimi simili si ritroverebbero automaticamente al centro della polemica.

Un monumento continua infatti ad avere una vita, e può evolvere in significato negli anni e nei secoli. La Colonna Traiana è nata come simbolo del potere di Roma di schiacciare e sottomettere i propri nemici, una cosa non molto diversa dal soldatone sovietico che torreggia sopra la città di Plovdiv in Bulgaria. Oggigiorno la colonna rappresenta un reperto storico senza particolari slanci colonialisti. Quelli che guardano il bassorilievo e sghignazzano “aha, maledetti Daci!” sono certamente pochissimi. Svuotato del suo intento politico originale, la Colonna può essere apprezzata per il suo valore artistico, per l’apporto storico, ecc.

Nulla toglie che un domani qualcuno si appropri di questo monumento per farne il simbolo di qualcos’altro, come quando i fascisti si appropriarono del Fascio Littorio. Dopotutto è la ragione per cui in ricostituzione vichinga la gente spesso evita di usare svastiche (motivo molto diffuso in Scandinavia).

Ad esempio, Marte è ormai un chiaro simbolo fascista

Torniamo a Giuseppina Ghersi. Stabilito che un monumento ha sempre uno scopo retorico e propagandistico, che ne è di questo benedetto cippo?

Come detto prima, il contesto è tutto. Perché dedicare un cippo a lei e ora?

Perché il monumento di Giuseppina Ghersi è una provocazione. E’ stato ideato da gente con chiare simpatie fasciste in un momento in cui il reato di apologia del fascismo viene inasprito.

Lo scopo è raccontare la storia di una povera piccola martire del Partito, torturata e uccisa da briganti assetati di sangue. Puntando il dito ai crimini impuniti della Resistenza (che esistono) si offre sponda alla falsa equivalenza (anche i partigiani commettevano crimini come i repubblichini -> i partigiani non erano meglio dei repubblichini -> i repubblichini non erano poi tanto male).

Ovvio, storicamente ha poco senso recriminare in questi termini. Abbiamo esempi di partigiani impuniti e abbiamo esempi di gerarchi impuniti (*coff* Rodolfo Graziani *coff*). Si potrebbe avere un’educata discussione in proposito, ma di nuovo, non è lo scopo.

Questo gioco permette peraltro di indurre la sinistra a opporsi nel modo più idiota possibile (cosa che alla sinistra riesce spesso bene). Nulla da dire, ha funzionato, visto che la risposta è stata “niente cippo perché lei era fascista”.

Sul serio? Il problema è davvero che Giuseppina Ghersi era una bambina cattiva? Non ci sono prove verificate di ciò, come non ce ne sono della sua completa innocenza. Il punto resta: aveva tredici anni, era una bambina.

In realtà il problema non è lei, ma lo scopo del monumento succitato. Il problema non è ricordare una vittima, è offrire elementi a un discorso apologista che sta prendendo sempre più vela in Italia e in Europa.

Also, cats are like nazis, but that’s another story…

L’esempio del cippo a Giuseppina Ghersi mostra bene il conflitto che nasce dall’appropriazione della Storia, e l’incapacità intellettuale delle varie parti di avere una discussione intelligente a questo proposito.

La strumentalizzazione politica impedisce un dialogo sereno su certi temi, e la Storia sarà sempre usata in questo modo. La diatriba su monumenti, commemorazioni et similia non si cheterà mai. Non può chetarsi e per certi versi ciò è inevitabile. La Storia è una miniera troppo ghiotta di argomenti e analogie.

La democrazia implica una costante lotta di influenza sulla visione del mondo della maggioranza dei cittadini. La propaganda è principio e fine di ogni cosa, il gioco funziona in questa maniera e c’è poco da fare. Ha i suoi pregi e i suoi difetti o, per usare le parole di Churchill: Democracy is the worst form of government, except for all the others “.

Quanto a ‘sto benedetto cippo, sarà costruito e sta ora attirando consensi anche dalla sinistra. Potrebbe essere una strategia: appropriarsi del simbolo altrui per vuotarlo della sua carica retorica. Il punto resta che nessuno dei tizi coinvolti ha preso posizione perché sinceramente sconvolto dal brutale omicidio di una ragazzina, dacché di nuovo, Giuseppina è puramente accessoria in questa diatriba.

Quindi qual’è la morale alla fine di questo discorso?

Se quello che si vuole è una visione del mondo il più possibile ancorata alla realtà, partigianismo e opinioni facili su Giusto e Sbagliato sono da tirare nel bidone. Imparare a capire l’importanza del contesto è indispensabile, ed è l’unica cosa che può combattere la strumentalizzazione politica della Storia.

Far finta che qualcosa esista al di là del proprio contesto è ignorante e ipocrita. Se si vuole discutere serenamente di temi e fatti, è necessario imparare a tener conto di ciò ed elaborare opinioni un minimo più articolate di “sei Cattivo/sei Buono”.

Certo, se dipendesse da me il problema non sussisterebbe perché io non sono mai stata democratica.

VIVA IL RITORNO AL FEUDALESIMO REALE, VIVA L’IMPERATORE E IL CULTO DEI GATTINI!

MUSICA!

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Vera gente da romanzo: Nikolai Bystrov

Questo blog non parla spesso di Storia contemporanea, e non ho intenzione di cambiare la cosa: tutti sanno che dopo il 1400 è tutta discesa.

Ciò detto, certi fatti o certa gente sono semplicemente troppo interessanti per essere lasciati ad ammuffire. Certi fatti o certa gente sembrano uscire dritti da un romanzo d’avventura, ed è bello ricordare ogni tanto che la realtà ha sempre più fantasia di noi.

Nella fattispecie, era un po’ che volevo parlare di questo signore. Più o meno da quando sono incespicata sul tatuatore e smerciatore di panzane, Nicolai Lilin. Già sapete cosa penso della sua storiella fantasy e di come mi deprima l’idea che tanti italiani prendano sul serio certe bischerate. Lilin ha fatto la galera due volte, Lilin era nell’esercito russo, Lilin è stato cecchino in Cecenia, Afghanistan e Iraq…

Lilin è anche andato su Marte insieme a Barbagli per sedare la grande rivolta dei Mimimmi.

La cosa mi infastidisce in particolar modo (che volete, noi zittelle acide ci infastidiamo almeno 8 ore al giorno tutti i giorni salvo domenica e festivi, è sul contratto), ma per non essere sempre quella negativa e rosikona che smonta favole, ho deciso di essere proactive, e raccontare la storia di un uomo che esiste davvero, e che davvero è stato soldato russo, e che davvero ha combattuto in Afghanistan.

Il suo nome è Nikolai Bystrov, ed è stato guardia del corpo di Massoud, il Leone del Pnashir.

Un piccolo quadro storico

Tadjik Ahmed Shah Massoud è stato uno dei più strenui nemici dei Sovietici prima e dei Talebani poi. La sua storia è affascinante, ma non è il soggetto dell’articolo, ergo ci limiteremo ad un breve riassunto.

In principio abbiamo l’aprile del 1978, quando il Partito Democratico Popolare d’Afghanistan (PDPA, infami bolscevichi) prende il potere con un colpo di stato. Tempo di accomodarsi e rinforzare la cooperazione coi compagni russi, che è già settembre, e il gran visir primo ministro Hafizullah Amin trova bene di far fuori il presidente.

In meno di niente, 18 delle 26 provincie sono in rivolta. Amin chiede aiuto a Mosca.

Mosca non resta indifferente. Il 25 dicembre un bel pacco di Natale varca il confine afghano, nella forma di 50.000 soldati. Due giorni dopo, Amin è morto, perché deludere Madre Russia è un errore molto, molto pericoloso. Dopotutto se Madre Russia vuole un pasticcio inverecondo, è capacissima di provvedere da sola.

Una dimostrazione del successo tattico dei russi in Afghanistan

Detto fatto, sedare rivolte in Afghanistan si avvera più ostico del previsto e il nostro Massoud, pio sunnita, si consacra alla guerra contro l’invasore miscredente. Nella sua bella valle del Panshir, dimostra di avere uno straordinario talento per picchiare sulle capocce sovietiche.

La guerra continua, si stiracchia, s’infogna. Sempre ottimisti, nell’86 i russi cercano di riappattumare il casino installando un altro dei loro a capo del governo: l’ex-capo dei servizi segreti, Najibullah. Najibullah sarà l’ultimo vassallo di Mosca.

L’anno dopo, i russi si disincagliano con lentezza e metodo dal merdaio. Altri due anni, e sono fuori dall’Afghanistan con la coda fra le gambe.

Il bilancio di questa bella avventura è di (circa): 14.500 sovietici, 18.000 soldati afgani, tra i 75.000 e 90.000 resistenti, tra 85.000 e 1,5 milioni di civili.

Nell’aprile del ’92 l’Afghanistan diventa uno stato islamico. Gaudio. Più o meno. Ad ogni modo la pace dura più o meno 5 settimane.

Massoud meditabondo

“Bombardare o non bombardare?” Massoud e i dilemmi di ogni giorno.

Massoud è ora Ministro della Difesa sotto il governo Rabbani. Per dieci anni filati ha dato prova di grandi capacità tattiche, è riuscito a tenere la sua valle, a mettere d’accordo sgozzacapre locali, a proteggere al meglio la propria popolazione civile.

Con un uomo così capace al Governo, le cose dovrebbero andare lisce.

O forse no.

Le fratture etniche e tribali sono troppo profonde, e ora che i sovietici si sono levati dalle palle niente impedisce ai nostri di fare quello che sanno fare meglio: la guerra tra di loro.

Tra il 1992 e il 1996 la guerra civile continua a bollire, mentre Hekmatyar (sostenuto dall’etnia dominante Pashtun) e Massoud si cannoneggiano a vicenda nella zona di Kabul.

Intanto, sostenuti ai Pakistani, i Pashtun partoriscono quelle simpatiche blatte bipedi conosciute col nome di Talebani. Si mangiano l’Ovest del paese, chiudono su Kabul. Massoud li respinge una prima volta, ma alla fine si risolve ad abbandonare la città: il 26 settembre del 1996, Kabul viene presa dai Talebani. Due anno dopo, i pazzoidi hanno virtualmente vinto la guerra.

Massoud decide di tornare a far quello che sa far meglio: tenere il Panshir.

Il 9 settembre del 2001 due tunisini bombaroli riescono ad ucciderlo. Più di vent’anni di guerra, e a farti fuori sono due ritardati senza un futuro. Iste mundus furibundus falsa prestat gaudia

Quanto all’Afghanistan, è sempre in guerra (Spoiler).

La singolare storia di Nikolai Bystrov

Mentre Massoud si avvicinava ai circoli islamisti sunniti nella torrida Kabul, nel nord del Caucaso cresceva Nikolai Bystrov, figlio di due cosacchi che sgobbano nel kolchoz. A 18 anni viene arruolato nell’esercito e dopo sei mesi di addestramento lo spediscono al fronte. Non sa perché, non sa nemmeno l’Afghanistan dove cazzo si trova, ma c’è la guerra, e cosa di meglio per un cosacco di diciannove anni che una guerra, una vera guerra?

Lo slancio romantico di Nikolai non dura un granché. Essere soldatino sovietico è un mestiere ingrato, ancorché a lui non va poi così male: lo schiaffano a guardia dell’aeroporto di Bagram, dove può approfittare dell’ottimo clima e della squisita cortesia degli ufficiali.

Un bel giorno, alcuni di loro dicono a lui e due dei suoi compari di andare fino al villaggio Tale e Tale per comprare dell’hashish. L’hashish è vietato, ma non si dice di no a un ufficiale. Nikolai e soci si trovano quindi in un buco sperduto di seminomadi a chiedere in giro dove abita lo spacciatore. Dei bambini gli indicano una strada.

Solo che nel dialetto locale “spacciatore” e “fucilate” suonano quasi uguali.

I tre russi finiscono dritti in un agguato, una joint venture organizzata da gente di Massoud e Hekmatyar. Tutti e tre vengono feriti. Nikolai è colpito a un piede, ma riesce ad alzarsi quando glielo ordinano. Anche uno dei suoi compagni si tira su. Il terzo è ferito a entrambe le gambe. mujaheddin lo freddano sul posto. Dopodiché, secondo l’antica tradizione afghana, i tizi iniziano a scannarsi per decidere chi deve prendersi i prigionieri. Dopo tante proposte interessanti (“ammazziamoci tra di noi per decidere”, o “e se li tagliassimo in due e ognuno ne prendesse metà?”), Nikolai viene imbarcato dalla gente di Massoud, mentre il suo compagno viene preso dall’altro gruppo.

Al primo villaggio, il nostro viene trascinato in una piazzetta dove sono stesi i cadaveri di altri rissi. I mujaheddin li indicano e sberbreticano in una lingua che non conosce, ma il messaggio è abbastanza chiaro: farà la stessa fine. Se lo aspetta. Nell’esercito gli hanno raccontato degli orrori indicibili che i mujaheddin infliggono ai prigionieri (storie peraltro fondate).

Nikolai non ha nessuna voglia di morire o di farsi torturare: appena lasciato solo, cerca di scappare. Riesce a uscire dalla cella e percorrere la straordinaria distanza di “di là dal cortile”, prima di essere ripreso e rovinato di botte. Gli afghani gli fanno saltare i denti, gli rompono le costole, ma non lo uccidono.

Nei giorni successivi, lo trascinano da un posto all’altro. Nikolai tenta di scappare di nuovo, con eguale fortuna. I suoi carcerieri gli fanno capire che se non l’abbozza lo appendono a un albero per il collo e lo lasciano agli avvoltoi.

Dopo qualche giorno di marcia arrivano in un posto chiamato Badarak, dove Nikolai viene rinchiuso in un bugigattolo. Non cerca più di scappare ormai: non ha la minima idea di dove si trova e non ha più fiato di provare. Peraltro, anche se riuscisse a evadere e ritrovare i suoi, che trattamento gli riserverebbero i russi?

Arrendersi è considerato tradimento, e i prigionieri recuperati sono trattati male o peggio, dalla semplice condanna sociale ai sei anni di lavori forzati. Lì dove si trova, nessuno lo mena finché obbedisce, non ha freddo né fame e si è convinto che probabilmente non hanno intenzione di ucciderlo. Forse sta meglio lì, dimenticato dal mondo, che coi suoi.

Un giorno i suoi carcerieri lo tirano fuori. Uno di loro è un ingegnere, parla un po’ di russo. Lo portano in un cortile, dove sono attruppati una trentina di tizi barbuti. L’ingegnere gli dice di salutare.

Nikolai esita. Nel mazzo, uno degli uomini attira la sua attenzione in modo particolare. Come lui stesso racconta, non sa cosa di preciso lo colpisce, ma l’uomo emerge rispetto agli altri afghani. Si dirige su di lui.

Gli altri lo agguantano. Gli chiedono perché si stia avvicinando proprio al tizio, tra tutti quanti.

-Sembra il capo.- spiega Nikolai. -Ho pensato di salutare il capo per primo.

Il tizio è Massoud, che trova la cosa divertente, ricambia la stretta di mano e lo invita a mangiare alla sua tavola. Quando si dice affinità elettive.

Dopo l’incidente, Nikolai è portato in un altro villaggio dove viene rinchiuso insieme ad altri prigionieri sovietici. Nonostante sia felice di vedere dei connazionali, non si fida di loro, e loro non si fidano di lui. Non osa dir loro il suo vero nome, né da dove viene. D’altra parte, è sicuro come la morte che anche loro stiano mentendo. Sono rinchiusi insieme, ma alla fine ognuno di loro è solo.

Il tempo passa, e Massoud ricompare. L’offensiva è ripresa e tenere un pugno di prigionieri in gattabuia non conviene a nessuno. Offre loro la scelta: possono andarsene dove vogliono: in Russia, o in Pakistan, e poi in Francia, o in Svizzera, o dove diavolo vogliono.

Quasi tutti optano per partire. Nikolai ci pensa, ma si rende conto che ormai non vuole andare più da nessuna parte. Decide di restare con Massoud.

Un giorno il nostro si trova a viaggiare col comandante e le sue guardie del corpo. Stanno ascendendo un passo molto ripido, e Nikolai parte avanti, distanziando il gruppo. Arriva per primo in vetta e si siede ad aspettare.

Massoud gli ha dato un fucile mitragliatore cinese per il viaggio. Le rotelle nella testa sovietica di Nikolai si mettono a girare. Controlla. E’ carico.

In lontananza baluginano delle pistole di segnalazione. Significano “russi nelle vicinanze”. Nikolai ragiona. Potrebbe uccidere Massoud e tutti i suoi. Non ci vorrebbe niente, sa come fare. Potrebbe ucciderli e tornare dai suoi.

Solo che è stato Massoud a dargli quell’arma. Può sparare in faccia all’uomo che gli ha risparmiato la vita e lo ha liberato? All’uomo che si è fidato di lui nonostante tutto?

Nikolai resta seduto sul passo. Il gruppo lo raggiunge. Massoud gli sorride senza dire niente. Era una prova? Nikolai non lo sa e non lo saprà mai. Insieme alle altre guardie del corpo, prendono un té e ripartono. Nikolai è ormai arruolato.

Nelle interviste, il nostro racconta di come, col tempo, l’Afghanistan gli si sia appiccicato addosso: si lascia crescere la barba, si converte (anche se non rinnega mai il suo battesimo ortodosso), impara a conoscere il proprio capo e ad ammirarlo. In un’intervista comparsa su Guerres & Histoire, spiega: “lo amavo più di mio padre”.

Per anni Nikolai resta una fedele guardia del corpo. Viaggiano insieme, combattono insieme, mangiano nello stesso piatto. Quando Massoud è sicuro che Nikolai non ha nessuna voglia di tornare in Russia, si preoccupa di trovargli una moglie, una brava ragazza della sua tribù. Zarlasht è il nome della signorina, una comunista convinta ed ex-ufficiale dell’esercito afghano. Dopo la caduta di Najibullah, si era ritrovata nella brutta posizione di avere le poppe in un paese di talebani. Zarlasht non ha simpatia per i russi, ma Nikolai non ha quasi più niente di russo ormai. I due convolano, mettono su famiglia.

La storia la sappiamo e non va a finire bene. Nel 1995 Nikolai ha ormai tre figli, il paese è infognato a morte, i talebani premono su Kabul. Massoud gli consiglia caldamente di sloggiare e tornarsene in Russia. Davanti alla prospettiva di allevare i marmocchi in un paese dilaniato tra guerra civile e dittatura religiosa, Nikolai decide di seguire il consiglio di Massoud.

Afghanistan. Non ci andate. Lasciate perdere. Cioé… nope.

Sarà l’ultimo addio al suo capo, ma non l’ultimo addio al paese. Oggi Nikolai vive a Oust-Labinsk, facendo lavoretti occasionali. Torna regolarmente in Afghanistan per cercare i resti dei soldati sovietici caduti e riportarli alle famiglie.

Quando il giornalista gli chiede come sente la morte di Massoud, risponde in lacrime: “era il mio talismano, la sia morte è la più grande tragedia della mia vita”.

La storia di Nikolai Bystrov è una storia avventurosa e triste, interessante da diversi punti di vista. Non è l’unico esempio di prigioniero “convertito” alla causa del nemico, ma è notevole per come da straniero in catene sia arrivato a legare uno stretto rapporto personale col carismatico capo nemico. A oggi, non può togliersi dalla testa il dubbio: se fosse rimasto, sarebbe cambiato qualcosa? Se fosse rimasto, avrebbe potuto salvare la vita di Massoud, il Leone del Panshir?

Inshallah, suppongo.

MUSICA


Bibliografia

BRAITHWAITE Rodric, Afgantsky: The russians in Afghanistan 1979-89, Oxford University Press, 2013

MACLASHA Yacha, “Nikolai Bystrov, un Sovietique au service de Massoud”, in Guerres & Histoires n° 27, Mondadori france, ottobre 2015

Bystrov su The voice of Russia

Un’intervista a Bystrov

Il documentario di Christophe de Ponfilly, Massoud l’Afghan, 1998 (francese)