La folle histoire de Max et Léon

Un piccolo bistrot di provincia nella Francia occupata dai nazisti. La porta si apre, due uomini in uniforme da Gestapo entrano. Sugli avventori cala il silenzio. I due uomini vanno al bancone.

Ordinano in un francese colloquiale e senza inflessioni. Non sono due crucchi.

Sono Max e Léon, due buoni a niente del villaggio, partiti sotto le armi anni prima della débacle, e ora di ritorno, vestiti da collabos.

I due vengono prontamente agguantati e legati come salami. Uno dei compaesani tira fuori una pistola, unico modo ragionevole di relazionarsi con i collaborazionisti. Prima che il tizio tiri il grilletto, però, i due assicurano che si tratta di un fraintendimento: possono spiegare!

E così comincia la Folle histoire de Max et Léon.

La commedia francese ci ha regalato delle perle assolute, dal bellissimo I visitatori al goliardico Tais toi, a classici come La grande vadrouille. Negli ultimi anni però il genere tende a produrre filmetti godibili nel migliore dei casi, pallosi nel peggiore, e complessivamente molto mediocri.

Pertanto molta gente si è avvicinata a questo film con una sana dose di diffidenza, e a ragione.

Per cominciare, una commedia a sfondo storico ambientata nella Francia occupata prende dei rischi. Il potenziale c’è, ovviamente. Dopotutto la base della commedia è la sofferenza: da sempre, più i personaggi patiscono, più la commedia fa ridere. Se fatta bene, s’intende. Anche perché il rovescio della medaglia implica che più traumatico è l’argomento, più il rischio di fare una cagata è alto.

Una commedia mediocre su dei divorziati in lite è solo quello, una commedia mediocre, una perdita di tempo. Una commedia mediocre sulla battaglia di Verdun o sul Genocidio Armeno diventa un insulto vero e proprio.

In secondo luogo, il cinema francese annovera già molte commedie ambientate nella Seconda Guerra Mondiale, grandi classici come la succitata Grande Vadrouille o Mais où est donc passée la 7ème compagnie?. Il confronto con questi cult è inevitabile.

Quindi abbiamo un soggetto difficile da maneggiare e un genere che già presenta grandi esempi e un confronto spietato. Ma questi non sono gli unici scogli.

Gli autori e attori principali in questo film sono David Marsais e Grégoire Ludig, due amici d’infanzia diventati poi comici su internet. Già, questo film è un film del webbe!

Il magico duo comincia nel 2002 con il Palmashow, una serie di sketch comici online. Da subito cominciano ad ottenere piccoli riconoscimenti, come le due vittorie consecutive come migliori comici al festival studentesco del Palais de Glaces di Parigi, e dopo appena un anno schiodano il primo contratto con un’emittente radio. Nel 2006, si buttano nelle parodie, ammucchiando visualizzazioni su Dailymotion e Youtube. Quattro anni dopo, sono sulla televisione nazionale con un programmino tutto loro: La folle histoire du Palmashow.

Insomma, pian pianino i due comici costruiscono la loro professione, attirando anche l’attenzione di nomi già famosi come Florence Foresti (conosciutissima in Francia). I due creano anche una casa di produzione: Blaguebuster Production (“blague” parole francese per “celia”, “scherzo”). Il loro successo continua a crescere in modo progressivo, finché nel giugno 2016 non lanciano sul canale Youtube un teaser: il duo fa un film! Al cinema!

Quindi abbiamo due youtubers divertenti che si buttano sul lungometraggio, scegliendo peraltro un argomento e un genere particolarmente difficile.

Ora, personalmente non ho mai visto una storia del genere concludersi bene: di solito quando youtubers e creature simili si invischiano nel cinema, il prodotto è molto deludente.

E in questo caso?

This is off to a good start…

Personalmente non avevo mai sentito parlare di Ludig e Marsais. Seguo poco la scena Youtube francese, quindi quando Compare di Bevute mi chiede se mi va di vedere un film “sulla Seconda Guerra Mondiale” accetto senza sapere minimamente cosa aspettarmi. Non avevo nemmeno visto il trailer.

Certi diranno “e ti sei fidata a sborsare 10 euri e passa sulla parola di ‘sto tizio?”

Good point. Ma vedete, il tizio io l’ho portato a vedere I 47 ronin, e dopo non mi ha strangolata e rivogata nella Senna (nessuno avrebbe potuto rinfacciarglielo, davvero), quindi diciamo che sono in debito.

E comunque non ha importanza: La folle histoire de Max et Léon è un bel film. Forse non raggiunge pinnacoli come il primo Visitatori (che aveva Jean Reno, quindi è meglio per decreto e basta), ma di certo è un film spassosissimo da vedere!

La trama

Rommel, anche conosciuto come “il gatto del deserto”

Max e Léon sono due trovatelli, cresciuti in un villaggio francese perduto nella campagna. Sono dei marginali, vivono di lavoretti occasionali e si accontentano di poco. Sono balordi ma non cattivi, paraculi, ma non disonesti, non hanno nessuna curiosità per il mondo e sognano di aprire un bar tutto loro nel paesello dove abitano. Sono due uomini semplici che vogliono vivere, invecchiare e morire nel loro villaggio natale.

La vita è rassicurante e monotona per i due, finché non vengono arruolati. Non passano molto tempo al campo di addestramento, però: una bella mattina si svegliano a suon di cannonate. Sul crinale della collina la Divisione Fantasma fa ciaociao con la manina.

Nella débacle che segue, i due amici riescono a scappare. Senza un esercito e senza un’oncia di coraggio in due, i nostri hanno un unico scopo: tornarsene a casa e star lontani dalle schioppettate.

Comincia così un viaggio improbabile in cui i due fregano divise diverse, finiscono in Inghilterra, passano dalla Siria, si ritrovano a Vichy, sempre cercando di defilarsi, finché non cedono all’evidenza: quella guerra li riguarda e devono fare la loro parte come tutti gli altri.

Cominciamo subito col dire che questo film non è particolarmente originale.

Il concetto della storia lo si ritrova in decine di film comici e drammatici. I due personaggi principali sono verosimili e simpatici, ma certo non innovativi. I comprimari sono poco esplorati e a tratti ridotti a delle macchiette.

Tuttavia il materiale, ancorché già visto, viene trattato bene. La scrittura è divertente, le peripezie spassose e il ritmo ottimo. Peraltro, il film ci fa la grazia di evitare certi clichés, tipo i migliori amici che litigano, si separano e poi tornano insieme dopo aver capito il valore dell’Amicizia, o altre boiate da Baci Perugina.

Il quadro storico presenta qualche falla (tipo quando sono arrestati come spie e mandati in campo di prigionia invece che di sterminio), ma non viene stuprato selvaggiamente come in quella merda di Vikings o in quella cagata colossale di Pearl Harbor. Le inconsistenze sono rese più accettabili dalla chiara nota surrealista che attraversa l’intero film.

Gli scherzi per la maggior parte funzionano bene. Ci sono alcuni riferimenti pop, ma non sono prepotenti e non guastano il divertimento: la battuta resta simpatica anche se non riconosci il riferimento nerd alla pubblicità anni ’90.

Costumi e cinematografia sono più che dignitosi. Ci sono dei soldi in questa produzione e si vedono! Non una produzione da colossal, ma nemmeno un indie fatto passando il cappello alla Fiera della Salsiccia.

Non tutti gli scherzi funzionano, alcuni sono un po’ troppo surreali, altri davvero troppo infantili, ma nell’insieme il film scorre con brio.

Ad ultimo, la commedia è leggera e ottimista, ma non del tutto scollegata dalla realtà. Il collaborazionismo, la deportazione, le fucilazioni sono presenti, e impediscono al film di apparire troppo puccioso per il contesto storico. Personalmente avrei preferito una vena più cruda, ma mi accontento.

Tirando le somme.

Concetto e personaggi poco originali

 

Alcune falle storiche

 

Non tutti gli scherzi funzionano

 

Recitazione

 

Costumi e fotografia

 

Ritmo e sceneggiatura

 

Il terzo atto

 

Al di là di qualche scivolone, il film non annoia mai

 

Un film del webbe che non fa cagare a spruzzo, WEEEEE!

 

In conclusione,, La folle histoire de Max et Léon non è un capolavoro come Train de vie, ma è meglio di film come La vita è bella (pur prendendo delle libertà, per lo meno non sbaglia carro armato…).

Io lo consiglio caldamente: è una visione spassosa mai noiosa!

MUSICA!


Pagina Imdb del film

Pagina wiki del duo

Canale youtube del Palmashow

Serio e faceto: The revenant & Deadpool

Pasqua è trascorsa e io ho sempre meno fede negli esseri umani. Ergo questa settimana, invece di parlare di sanguinosi scontri che i protagonisti potevano probabilmente evitare con un minimo di pianificazione e buonsenso, mi butterò su un argomento più leggero: il cinema!

The revenant

 

Hugh Glass è una guida per un gruppo di cacciatori di pelli. Quando dei nativi li attaccano, è Glass che deve portare i suoi in salvo attraverso le montagne, lontani dal fiume Missouri e verso lo Yellowstone.

Purtroppo per tutti, Glass è aggredito da un orso e malamente masticato, tanto da non essere più in grado di camminare. Non potendo portarsi dietro un ferito in barella, il capo della spedizione decide a malincuore di lasciarlo indietro, insieme a un paio di compagni. La loro missione è accudire Glass fino a che non sarà defunto (nessuno crede troppo in una guarigione) per poi seppellirlo. Si offrono tale Fitzgerald, il giovane Bridger e il figlio di Glass, Hawke.

Restare fermi in un posto solo, però, è pericoloso, e Fitzgerald non ha nessuna intenzione di rischiare la pelle per un moribondo. Dopo aver assassinato il figlio di Glass, il tipo convince Bridger che un gruppo di indiani si sta dirigendo verso di loro, e i due abbandonano il ferito nella sua stessa fossa, senza armi e senza aiuto.

Solo con le proprie ossa rotte, in mezzo alla foresta innevata, Glass deve trovare il modo di sopravvivere, tornare dai suoi e vendicarsi.

Il film si ispira a una storia vera. Hugh Glass è esistito davvero, era davvero un cacciatore nella lontana terra di frontiera e prese parte alla spedizione di Ashley lungo il fiume Missouri. Nel 1823 lui e gli altri degli Ashley’s hundreds furono davvero attaccati da degli indiani Arikara e poso dopo Glass fu davvero aggredito da un orso e masticato così male da lasciar le costole esposte.

La storia non è verificabile al di là di ogni dubbio, ma pare che in effetti Glass sia stato lasciato con un tale Fitzgerald e un ragazzo (probabilmente Bridger), incaricati di accudirlo. Davvero questo Fitzgerald avrebbe convinto il ragazzo ad abbandonare il ferito e avrebbe lasciato Glass ai corvi dopo avergli fregato il fucile.

Dopo 6 settimane nella foresta, Glass riuscì a trascinarsi fino a un avamposto. Rimessosi in piedi, il nostro partì alla ricerca dei suoi ex-compagni per esporre loro i suoi sentimenti riguardo all’intera vicenda. O per staccar loro la testa, una delle due.

Nella realtà, Glass dovette rinunciare alla vendetta. Bridger era un ragazzino ai tempi e il nostro decise di perdonarlo. Quanto a Fitzgerald, quando lo trovò questo si era arruolato nell’esercito statunitense, e uccidere un soldato era una faccenda poco igienica.

Il film non segue la storia vera alla lettera, aggiungendo sottotrame come quella del figlio di Glass o la ricerca del capo indiano. Rispetto ad altri film del tipo “ispirato a una storia vera” resta comunque molto vicino alla fonte.

“Ricapitoliamo: lo mangia un orso, precipita da un perrupo, atterra su un formicaio, mentre cerca di trascinarsi via una freccia lo centra senza ucciderlo, e alla freccia ci trova legata una bolletta del gas…”

La trama è molto semplice, come semplice è la vicenda a cui si ispira. Iñárritu non risparmia nulla al suo protagonista, che appare minuscolo in una Natura sterminata e indifferente. Il paesaggio ha un ruolo centrale, con lunghe riprese e momenti di apparente immobilità. Più il film procede, più si ha l’impressione che le vere protagoniste siano le montagne, un regno di neve e lento ritmo stagionale in cui gli uomini si agitano e si scannano per ragioni più o meno gratuite.

Passaggi onirici si alternano con momenti molto realistici, aumentando il senso di solitudine e smarrimento.

La lentezza del ritmo è spezzata da scene di lotta cruente e rapide. In particolare l’ultima rissa riesce a essere sanguinosa e cruda come poche, senza mai apparire esagerata o “hollywoodiana”.

Ma di cosa parla davvero il film?

The revenant non spiattella il proprio messaggio e alla fine lascia la conclusione aperta a interpretazione.
Il tema portante pare venato da un forte nichilismo. Che tu sia un brav’uomo o un criminale, che tu persegua la vendetta o che tu rinunci, niente cambia. Sei solo, in un mondo selvaggio in cui la tua vita può finire da un momento all’altro per le ragioni più disparate. Un attacco indiano, orsi, un uomo in cerca di vendetta, il divertimento sadico di qualcuno… giusto o infame, ogni individuo deve lottare per tirare la prossima boccata d’aria.

Non c’è vera redenzione, se non la realizzazione che ogni fisima è futile e che la sola cosa reale è l’istinto di sopravvivenza davanti alle avversità.

Fin qui tutto bello, ma devo dire che ci sono delle parti di The revenant che mi hanno lasciato perplessa.

Ad esempio, Quando Di Caprio cade in acqua in un uggioso tardo pomeriggio: nonostante le ossa rotte, la neve e la sfiga, il nostro trova il modo di accendere un fuoco e asciugarsi senza andare in ipotermia o svenire dalla fatica. Non è impossibile quindi non lo definirei un buco di trama, ma resta molto poco probabile in un film che, per la maggior parte, è realistico.

Il subplot della ragazza indiana è un altro dente dolente per me. Il capo indiano è alla ricerca di sua figlia, rapita da dei bianchi. Nel far ciò, collabora con dei francesi, anche loro a cacia nella stessa zona. A loro, il capo porta pelli in cambio di cavalli e armi.
Codesti mangiarane sanno le motivazioni del capo E sono quelli che hanno rapito la ragazza!

Viene da chiedersi come la banda di nativi non si sia accorta, in uno dei suoi scambi coi francesi, che questi tengono dei prigionieri. Sono tutti a zonzo nel bosco, non è come se i froggies potessero nascondere la pulzella in cantina.
Ma diciamo che i frogs riescono a imbucare la ragazza in un cespuglio durante gli incontri col capo e gli altri guerrieri.
Perché dovrebbero correre il rischio di uno scazzo violento con una numerosa banda indiana? Si tratta di una squaw, non possono procurarsene un’altra che non sia la figlia di un capo fumino?

Anche perché non è che i francesi pianifichino di farci chissà cosa con questo ostaggio di riguardo, al contrario, la tizia è pura carne da stupro. Mi pare un comportamento da dodo, perfino per dei francesi.

The revenant non è un film perfetto in ogni aspetto, ma resta un’opera di ottimo livello. Peraltro, regia e recitazione, così come caratterizzazione e dialoghi, sono eccellenti. La lunga lista di premi e accolades ricevute è più che meritata.

Riassumendo…

Certi dettagli poco verosimili
Il subplot dell’indiana è poco credibile (ancorché non impossibile)
La storia
La recitazione
La regia
La scena dell’attacco dell’orso
I passaggi onirici
Il messaggio suggerito senza essere cacciato a pugni nella gola dello spettatore

 

Sia chiaro, non è un film che secondo me può piacere a tutti. E’ un film lento e freddo e spartano, a tratti surreale. E’ un po’ come Valhalla rising, senza storia cretina, senza dialoghi da lobotomia e senza colori saturati. Un bel prodotto, ma non proprio a gusto di chiunque. Ci sta che ritmo, tono e finale aperto vi risultino sgradevoli o frustranti.

Ciononostante, val la pena dargli una chance.

Dopotutto, è un film con il grande Gatsby, Mad Max e il generale Hux. Che volete di più?

Deadpool

Altro film, altro genere.

Cominciamo col dire che i film di supereroi non sono per nulla la mia tazza di tè. Non guardavo i cartoni da ragazzina, non ho mai letto i fumetti, quindi per me i supereroi americani sono grosso modo dei tizi strapompati in costumini da sfilata di Carnevale a Mykonos.

Di quelli che ho visto, la maggior parte mi son risultati troppo campati per aria per esser presi sul serio, divertenti al meglio, con qualche rara eccezione.

Quando sono andata a vedere Deadpool non mi aspettavo niente di più di una boiata tutta cazzotti e battute cretine.

Ci sono cazzotti e battute cretine. E il film è divertentissimo!

Finalmente un supereroe psicopatico, violento, trollesco e che non riflette cupamente dal bordo di un cornicione nella città notturna. Sa anche disegnare!

La trama è elementare a livelli parodistici, ma non pretende di essere un film complesso o serio. E’ un film cialtrone e spassoso che si presenta come film cialtrone e spassoso. Ma andiamo con ordine.

Wade è un mercenario con “soft spots” e “hard spots”. La sua vita fatta di violenza e prevaricazione prende una nuova piega quando incontra Vanessa, una prostituta con un carattere esplosivo. Entrambi sono matti come cavalli e si intendono subito, iniziando un’appassionata liaison.

Tutto molto bello, finché Wade non ha un mancamento. All’ospedale, gli diagnosticano un cancro terminale. Incapace di affrontare la decadenza e l’agonia davanti alla donna che ama, Wade se la svigna e finisce nelle grinfie di una losca organizzazione, che gli promette di curare il suo cancro, regalargli superpoteri e rifargli la carrozzeria della macchina.

Essendo disperato e anche un po’ coglione, Wade zompa sull’occasione e inizia un trattamento a base di tortura, tortura, e un po’ di tortura. L’esperimento dovrebbe sottoporre il suo corpo a uno stress tale da provocare una mutazione.

Solo che questi buoni samaritani non hanno intenzione di fare di Wade un nuovo supereroe: il loro losco scopo è di farne uno schiavo ultra-potenziato da vendere al miglior offerente.

Dopo essere riuscito a evadere, Wade, ora sfigurato, assume l’identità di Deadpool e si lancia nella caccia al proprio aguzzino in un tripudio di schioppettate, mani mozzate e gente spiaccicata.

Non ho letto i fumetti di Deadpool né visto i cartoni, quindi baso il mio giudizio esclusivamente su questo film, e il personaggio è geniale. Per quanto un eroe immortale e de facto invulnerabile possa essere un problema (toglie tensione, sappiamo che è indistruttibile), la personalità di questo assassino seriale compensa in toto la cosa.

La vicenda ruota in buona parte attorno alla storia d’amore tra il protagonista e la sua ganza, e una volta tanto il legame tra i due risulta originale e credibile. Sono entrambi fuori di testa, ma l’intesa è realizzata molto bene senza essere melensa o noiosa.

La recitazione costituisce una fetta molto importante del buono in questo film. Tutti sono molto bravi, ma Reynolds in paricolare è da schiantare. Dopo filmacci come Amityville horror e Wolverine Origins, è un piacere vederlo in roba che vale almeno il prezzo del biglietto. Nella fattispecie, il personaggio di Deadpool è uno spasso, e Reynolds pare divertirsi come un matto nell’interpretarlo.

Tirando le somme…

La tizia ritrovata viva alla fine è improbabile perfino per gli standard di questo film
Qualche gag infelice, quella finale è telefonatissima
Deadpool
La recitazione
La cialtroneria autoironica
L’azione truculenta
Il rapporto tra il protagonista e la sua ganza
I personaggi di contorno

Non c’è molto da aggiungere. Non è un film profondo e non è un film che se la tira. A tratti le gag sono un po’ forzate, ma nell’insieme tutto fila bene, condito con una buona dose di gore e violenza tamarra. Mi piace quando un film non scorreggia più alto del proprio culo, per usare un francesismo. Deadpool non finge di essere più di quanto non sia.

A differenza di The revenant, questo film può piacere a tutti ed è consigliatissimo, a meno che non siate particolarmente sensibili al sangue.

MUSICA!

BlackAdder, la commedia dei secoli

Era il 1979, quando due studenti di Oxford fecero conoscenza. Si trattava di Rowan Atkinson (che stava studiando ingegneria, no less) e Richard Curtis. I due cominciarono a collaborare mettendo insieme reviews di commedie.

Quando decisero di passare dal commento all’azione, si trovarono davanti a un problema: Fawlty Towers. Questa serie faceva furore in quegli anni, e rappresenta tutt’ora un esempio ammirevole di commedia inglese. Qualsiasi altra serie umoristica non poteva non essere paragonata a Fawlty Towrs, Curtis e Atkinson lo sapevano, e il confronto sarebbe stato spietato. Come disse Curtis, Fawlty Towers era semplicemente “troppo perfetto”.

Decisero quindi di aggirare il Cariddi girando una serie di ambientazione storica, così diversa da non evocare nessun confronto.

Nel 1983 nasce The Black Adder la Vipera Nera.

Curtis spiega che il nome è una gomitata a Hollywood, che in quel periodo riteneva assolutamente necessario ficcare BLACK o RED su ogni drammone storico sfornato.

La serie attacca con la guerra tra Riccardo III e Enrico VII, spiegando che tutta la faccenda della battaglia di Bosoworth (vinta da Enrico) non è che una vile menzogna. Riccardo vinse la battaglia, ma…

E la storia comincia!

Rowan Atkinson recita il protagonista, Edmund, secondo figlio del non-molto-storico re Riccardo IV d’Inghilterra, sul finire del ‘400. Atkinson usa tutte le smorfie, la voce nasale e le gesticolazioni esagerate di Mr. Bean, che a me non dicono un granché ma che al resto del mondo sembrano piacere così tanto (go figure). Edmund è un personaggio untuoso, vile e senza talento, pieno di invidia e ambizione.

E’ affiancato nelle sue maldestre macchinazioni da un servo scaltro (interpretato dell’eccellente Tony Robinson), Baldrick, e da un compare mentecatto, Percy (recitato da Tim McInnerny).

Nella migliore tradizione inglese, il resto dei personaggi è costituito da vari mostri umani, di solito accomunati dall’assenza di qualsivoglia intelligenza e dal fatto che praticamente ognuno di loro è, a modo suo, una persona riprovevole.

Se c’è qualcosa che gli inglesi ci insegnano, è che ci sono 101 maniere differenti per essere un essere orribile.

La prima serie di Black Adder è una serie ambiziosa. Costumi, grandi riprese, numerosi set e scene esterne, trucchi… Tutto molto caro e tutto non all’altezza della spesa.

Intendiamoci,questa serie ha pregi innegabili, e non è in nessun modo un brutto prodotto. Ma nonostante tutto, non decolla. Alla fine è una specie di Mr. Bean nel passato.

Una delle cose buone è senz’altro la sceneggiatura, molto spassosa.

Una menzione di merito va anche al padre di Edmund, il mai esistito re Richard the IV, un pazzoide sanguinario, tanto scatenato quanto crudele. Brian Blessed è uno spettacolo!

Un assaggio, lo scambio tra Edmund e lo spettro di Riccardo.

La sceneggiatura

 

Re Riccardo!

 

Certe gag sono un po’ banalotte o maldestre

 

Molta ambizione nella realizzazione..

 

… ma alla fine è Mr. Bean nel passato

 

Serie caruccia, ma niente di trascendentale.

La storia di BlackAdder però non è finita. Dopo la prima serie, al team creativo si aggiunse Ben Elton, altro comico televisivo, che decide di dare una drastica ripettinata alla faccenda: quello che alla serie manca è focus! Basta cavalli, basta grandi scene, basta lunghe riprese! Ben e Curtis impacchettano una nuova proposta alla BBC, una serie comica con meno sets, più presenza degli attori, metà prezzo per il doppio delle gags!

Nel 1986, nasce Blackadder II, ambientata sotto il regno di Elisabetta I. E diavolo, stavolta decolla!

Bob?

Ritroviamo Blackadder, che non è più principe ma un cortigiano, e non è più un impedito gesticolante ma un uomo astuto (che non vuol dire intelligente), tagliente e sarcastico. Un uomo senza scrupoli e senza morale, alla mercé di una regina capricciosa, infantile e completamente psicotica (recitata dalla bravissima Miranda Richardson).

Tornano anche Percy, l’amico idiota, e Baldrick, che in questo secolo ha perso la lotteria genetica e ricompare come completo ritardato mentale. Per quanto entrambi siano due side-kick stupidi, entrambi i personaggi vengono sviluppati in questa serie.

Percy è qualcuno che hai giusto voglia di prendere a calci per la pena che fa. E’ un imbecille senza talento, che adora Blackadder con ottuso ardore. Farebbe (fa!) qualsiasi cosa per aiutarlo, proteggerlo, compiacerlo, senza ottenere mai un’oncia di stima o gratitudine in cambio.

Baldrick è ancora più stupido, ma animato da una lealtà incrollabile. E’ peraltro forse l’unico personaggio, insieme a Percy, a non essere un essere spregevole, un infame o uno psicopatico pericoloso.

Un altro personaggio si aggiunge alla banda, il Ciambellano Melchett, interpretato dall’ottimo Stephen Fry, un sicofante che la regina tiene presso di sé come si tiene un canarino: le piace sentirlo cantare, ma può sempre decidere di tirargli il collo quando si stufa.

Un assaggio, che spero non vi sconwenga!

La sceneggiatura

 

I costumi

 

Gli attori

 

I nuovi caratteri dei personaggi

 

I nuovi personaggi

 

L’ultima puntata

 

Blackadder II non ha difetti, è uno spasso, guardatelo!

La serie ebbe un tale successo, che la seguente, Blackadder the Third, uscì subito l’anno dopo!

Seguendo le leggi Pessime e Regressive delle umane sorti, Blackadder ritrona sulla scena dopo essere ancora sceso nella scala sociale. Il personaggio è lo stesso come carattere e antipatia, ma a questo giro si trova incastrato come maggiordomo del Principe del Galles, erede del re matto Giorgio III (1738-1820).

Il personaggio del principe fu progettato seguendo l’idea “che tipo di persona sarebbe Percy se gli togliessimo quel pochissimo che ha di cervello?”. Aggiungete Hugh Laurie nei panni del ritardato, e avete uno dei personaggi più divertenti della serie. La stupidità disarmante del principe fa il paio con l’astuzia del suo maggiordomo.

Baldrick ritorna, e Stephen Fry, stavolta nei panni di nientemeno che il Duca di Wellington.

Questa serie rispetta molto più la storia della prima, la sfrutta invece di tenerla come mera scusa per filmare cavalli e gente in armature bislacche. E il risultato è ottimo.

C’è anche posto per il romanticismo, tipo quando il principe decide di corteggiare la ricchissima dolcissima Amy. Wof wof!

La sceneggiatura

 

Le gag storiche

 

Hugh Laurie nei panni del principe

 

La puntata del dizionario è bellissima e un capolavoro di per sé!

 

I francesi. Ah!

 

Blackadder the Third è oro. Guardatela!

Questa terza serie piacque tantissimo agli inglesi, al punto che la BBC chiese al team di girare uno speciale per Natale. Sai che hai sfondato quando ti chiedono di fare uno speciale di Natale. Pervertire senza vergogna il classico A Christmas Carol non ha prezzo!

La via per il successo di Blackadder non era però finita. Il gruppo decise di cimentarsi di nuovo, questa volta andando alla radice stessa della commedia: la miseria umana e la sofferenza gratuita.

Blackadder goes Forth si ambienta nel 1917, nelle trincee inglesi.

Per quanto non mi piacciano i discorsi dei preti, la Prima Guerra Mondiale fu una vera e propria “inutile strage”. Abbiamo fatto di peggio, è vero, ma resta uno dei momenti più bui della nostra storia. Il team comico sapeva di maneggiare materiale delicato, ed era determinato a farlo con rispetto e umorismo.

Blackadder è un capitano, affiancato dal Lieutenant George (Hugh Laurie) e il soldato semplice Baldrick.

Rispetto alle serie precedenti, il carattere di Blackadder è rispulizzito, certi tratti attenuati. Resta un egoista sarcastico e poco lungimirante, ma perde la malignità dei suoi antenati. Blackadder è un personaggio con cui è più facile riconoscersi. E’ un vigliacco e un paraculo, ma allo stesso tempo la situazione in cui si trova non ha senso.

Baldrick è l’uomo semplice, il tommy che viene preso a calci da tutti e la cui vita non vale niente. Ma per la prima volta alza la voce. Schiacciato sotto un sistema che lo opprime, Baldrick sogna la rivoluzione russa e la liberazione degli underdogs come lui.

Il mio personaggio preferito della serie è in assoluto Lieutenant George. George è un idiota che si berrebbe qualsiasi cosa servita dalla propaganda. Non ha la minima idea dei rischi che corre, nemmeno quando si trova nel bel mezzo della no man’s land, ma arde di patriottismo e buona volontà. Il suo “mindless optimism” è esilarante e tragico allo stesso tempo.

Melchett ricompare nei panni del generale, un despota completamente pazzo. E’ il simbolo stesso della follia della guerra. E’ potente e aggressivo, o, per usare le parole di Hugh Laurie in n’intervista, un avvinazzato fascista abbaiante. Non toccate i suoi piccioni, o le conseguenze potrebbero essere gravissime.

Percy torna sulla scena come Captain Darling, un uomo dannato dal nome più ingrato del secolo, cosciente del fatto di essere solo un piccolo burocrate vigliacco, consumato da amarezza e frustrazione ma troppo spaventato per cambiare qualcosa.

Un target molto particolare si rivelò entusiasta per questa nuova caratterizzazione di Baldrick: l’esercito britannico. Baldrick è diventato una specie di favorito assoluto di molti soldati e ufficiali. La serie in generale pare aver spopolato tra i militari. Espressioni come “cunning plan” o “wibble-wobble” sono entrate a far parte del gergo, costruzioni e luoghi vengono soprannominati coi nomi dei personaggi, e pare che una metà dele capre mascotte del Royal Regiment of Wales si chiamino Baldrick.

Questa serie offre spunti di alta poesia (come The german gun) e il finale più bello che un film sulla Prima Guerra Mondiale potesse avere. E’ triste, è tragico, è commovente, è crudele… E’ spettacolare.

La sceneggiatura

 

Gli attori

 

Ogni storia di ogni episodio!

 

20 minuters

 

Lieutenant George!

 

Il finale

 

Blackadder goes Forth è la serie più bella e divertente che abbia mai visto. E’ divertente, è tragica, è rispettosa e cinica. Da guardare assolutamente.

BTW, ho scritto questo articolo così chi bazzica capirà a cosa mi riferisco, d’ora in avanti, con Tally-ho!, cunning plansod off o READYAIMFIRE!.

MUSICA!

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Riferimenti
The Black Adder

Blackadder II

Blackadder the Third

Blackadder goes Forth

Blackadder – The whole rotten saga

Centenario dell’Affare di Crouy: fango, pallottole e un cortometraggio

Tre giorni fa c’è stato il centenario della battaglia di Crouy, o, per dirla in mangiaranese, l'”Affaire de Crouy”. Fu uno dei tanti disastri della Prima Guerra Mondiale (perché ogni tanto le grandi potenze sentono l’irrefrenabile bisogno di un bel suicidio collettivo).

Questo allegro macello, festeggiato a cavallo del fiume Aisne, ebbe inizio l’8 gennaio, quando, a nord-est di Soisson, i froggies lanciarono un attacco contro i crucchi. Inizio con brio, con un bombardamento che prende il nemico alla sprovvista, seguito dal crescendo, un attacco francese sullo Sperone 132, che domina la città di Soisson.

Le truppe francesi, come potete capire dalla carta, erano posizionate sulla riva sinistra dell’Aisne, una posizione che lo Stato Maggiore riteneva importante per poter rinforzare una difesa che già dall’autunno 1914 si faceva malmenare dalle artiglierie crucche. Faccia al nemico e spalle a un fiume non è, in generale, una buona posizione, e l’Aisne complicava movimenti e rifornimenti, ma questa è la Grande Guerra, e la tattica più popolare era “non ci son cazzi, insistiamo”.

Il primo attacco, nella fredda aria di gennaio, ha successo. Per la squadra francese, agli ordini del generale Berthelot, abbiamo la 55° divisione di fanteria, composta dai reggimenti 204°, 282°, 289° e 231°. In quest’ultimo, combatte il soldato Henri Barbusse, che nel 1916 racconterà la sua gita sull’Aisne ne Le Feu, journal d’une escouade (Il fuoco, diario di una squadra). Partecipano anche due battaglioni di cacciatori, uno dei quali composto da truppe Marocchine.

La carica è una vittoria, i francesi scavalcano con gioia quella che era stata la linea tedesca.

Tirailleurs marocchini

Il nove è il turno delle artiglierie, per i francesi il 47° Reggimento d’Artiglieria. I Crucchi rispondono. La no man’s land si prende una grandine di piombo, cavalli di frisia e altre difese volano in briciole.

Lo slancio francese continua il 10, quando il 35° e 47° reggimento di Fanteria di linea riescono a prendere altre due trincee che si allungano verso est. Una bella vittoria che gasa i froggies: sull’onda dell’entusiasmo, superano gli obbiettivi. Il grosso riesce a fermarsi prima che scatti la tagliola, un centinaio di Cacciatori casca in pieno nelle fauci dei Boches e si fa massacrare.

 

Un cacciatore a piedi

L’11, sotto una pioggia battente, i francesi avanzano ancora nel fango fino al Dent-de-Crouy, dove però incocciano sul duro e devono fermarsi. L’artiglieria tedesca scarica una grandine fitta sulla campagna, il villaggio di Crouy, Pommier, Bucy-le-Long, Missy-surAisne, si disfano come castelli di sabbia. Intanto la pioggia torrenziale ha gonfiato il fiume e trasformato tutto in un pantano di melma “gialla, grassa e appiccicosa”.

La notte dell’11 avviene il disastro: l’Aisne straripa. Quelli sulla riva ovest si trovano a guazzo con una corrente così forte che minaccia di trascinar via tutto, quelli sulla riva est si trovano tagliati fuori. I crucchi sgozzano una capra per Thor, e il 12 all’alba lanciano un contrattacco generale. Sotto il comando del generale von Luchov, scalzano il 44° e 60° Reggimento di fanteria dalla cima dello sperone 132 e scendono su Crouy. E’ solo l’inizio: la marea è girata, i crucchi si riprendono le loro trincee ricacciando indietro i mangiarane. Il Kaiser in persona assiste alle manovre dal suo trespolo in Moulin de Laffaux.

Verso sera, i froggies riescono a riprender piede e bloccare i nemici sulla via che va da Soisson a Laon, ma i rinforzi crucchi arrivano e spingono fino alle artiglierie francesi, molte delle quali sono già state scassate mica poco dal bombardamento tedesco. I froggies si dicono che forse, con dei rinforzi, possono ancora riuscire a farcela, ma a Thor il capretto è piaciuto: la piena dell’Aisne si è portata via i ponti di Soisson e Villeneuve.

Dopo rapida considerazione, i froggies decidono che è meglio ripiegare, ma resta solo un ponte in quel di Soisson, e un altro un chilometro e mezzo più a valle, a Venizel. Due colli di bottiglia. La ritirata dovrà essere lenta e a scaglioni. Decidono di tentare un finto contrattacco per non far capire al nemico che sono di fuga. Come se a questo punto il nemico fosse incline a bersela. I crucchi si sono legati un tovagliolo al collo e si leccano i baffoni a manubrio cantando con forte accento prussiano “Karma, bitches!”.

Mentre quello che resta della fanteria si ritira, il frescamente promosso generale Nivelle riesce a far arrivare delle truppe fresche (14° Divisione di Fanteria) sui pendii tra Crouy e Bucy-le-Long.

Nella notte tra il 12 e il 13, i nuovi arrivati si dirigono quatti quatti verso una malmessa posizione di artiglieria, con l’ordine di tener duro per dar tempo agli altri di ritirarsi. Le trincee tedesche sono a 600 metri appena. Una compagnia del 2° reggimento misto zuavi e cacciatori avanza a tentoni nella notte invernale. Raggiungono della gente.

uno zuavo

Bonsoir!- fa l’ufficiale -Siamo i rinforzi!

Silenzio. Bisbigli dalla trincea. Poi un colpo di tosse, e qualcuno risponde nell’oscurità.

Was?

Oh merde! A l’attaque!

Le legnate cominciano. Alle 6 di mattina, solo una minima parte delle truppe è riuscita a ripiegare a ovest dell’Aisne, e con i crucchi che premono il ponte di Soisson viene fatto saltare. Resta un solo quello del villaggio di Venizel, che ora puntano anche i crucchi. I froggies si asserragliano a Venizel, cercando di ritardare il più possibile l’avanzata tedesca. Quando i nemici s’accostano i francesi reagiscono: “Fetchez la vache!

Vacche lattare fendono l’aria.

Intanto quelli di Bucy-le-Long si stanno prendendo una carica di legnate nei denti. Rinculano, incalzati dai tedeschi. A Venizel, i cannoni giocano al tiro alla vacca e sventagliano il ponte mentre da dietro le linee echeggia il coro “Korri Manciarane, Korri!”.

Il bombardamento continua dopo il tramonto, mentre il fiume trascina via barricate, barche, muri di tera e fantaccini disperati. Alle 22h, nella gelida notte di gennaio, il generale Maunoury ordina la ritirata sulla riva sud.

Finalmente, il 14 i froggies riescono a sistemarsi nella grande ansa a nord-est di Soisson.

In questi sei giorni 11.000 soldati sono dispersi, morti o fuori uso, almeno 5.400 sono stati presi prigionieri.

Sentiti auguri dal Kaiser. P.S. grazie per quei 26 cannoni.

La disfatta di Crouy ebbe un forte eco politico e un considerevole impatto sull’opinione pubblica, anche perché fu considerata come il primo grande fallimento. Diversi generali e ufficiali furono cacciati a pedate, tra cui Berthelot. Il ministero fece di tutto per censurare i giornali e rappezzare quella che era stata una batosta disgraziata.

La versione ufficiale fu “sfortuna”. L’Aisne era straripato, e questo aveva fottuto i francesi, come afferma un comunicato ufficiale dello Stato Maggiore a Parigi, il 13, riportato il 15 gennaio dal giornale The Argus e dal New Zeland Herald. Nell’Otago Daily Times del 15, il Generale von Kluck dichiara:

Who’s your daddy, bitches? THE FUCKING HUN’S YOUR DADDY!”

Già che siamo qui a parlare di cose allegre, vorrei segnalare un film, un corto di 28 minuti, Coward!.

Si tratta di un film irlandese diretto da David Roddham e uscito nel 2012. Roddham ha solo un altro film all’attivo come regista, e di solito lavora come tecnico degli effetti speciali in film boiata (tipo Prince of Persia), ma devo dire che sono stata sorpresa da questo suo lavoro.

La storia è quanto di più semplice: nel 1915 due amici irlandesi, Andrew il maggiore e James il più giovane, partono per la guerra (volontari, par di capire), baldanzosi e pronti a menare un po’ di crucchi.

Nel 1917, sono in una trincea in Belgio, nel fango fino agli occhi, rintronati dalle bombe e dagli stenti. Andrew e James tirano avanti insieme, sostenendosi a vicenda, finché un’offensiva crucca non in investe la loro trincea.

Le scene di vita di guerra sono inframezzate da flash-forward, in cui lo Stato Maggiora sta giudicando un caso di diserzione.

Il soggetto principale del film è lo shell-shock. “Shell-shock” è un termine generico che venne utilizzato per indicare una vastissima gamma di patologie, malanni o strani comportamenti, non imputabili direttamente a una ferita fisica. Col progredire della guerra, casi del genere si moltiplicarono, e furono spesso trattati nel peggiore dei modi possibile.

Anche nell’evenienza in cui il medico prendesse sul serio la situazione, non aveva i mezzi scientifici per fornire un trattamento adeguato. La cura poteva essere peggiore della malattia, con “applicazione di elettricità”, che è l’equivalente neuroligico di prendere a pugni il televisore per vedere se riparte.

E questo se il malato aveva fortuna. Più spesso che no, i sintomi erano presi per codardia, o, peggio, per finzione. Lo stigma era enorme e le cure poche. Un congruo numero di “scemi di guerra” furono fucilati per diserzione e codardia, e solo ora ci rendiamo conto che molti di loro non erano nemmeno in grado di intendere e di volere. Alle famiglie veniva rinfacciata l’onta di aver avuto un prossimo del genere, perché ammazzarlo non era stato chiaramente sufficiente.

La cosa bizzarra e triste è che tutt’ora il soggetto è considerato quasi tabù. Non è che negli ultimi anni che si è cominciato a vedere un genuino sforzo per capire lo stress da combattimento e tutti i guai che ne derivano. A oggi la ricerca è ancora mostruosamente indietro e i veterani sono spesso lasciati a loro stessi. In America, negli ultimi 14 anni, hanno avuto molti più suicidi che caduti al fronte, e questo dà un’idea un’idea di quanta strada c’è ancora da fare.

Tornando al film, io l’ho trovato un buon film, nonostante un paio di cose che non mi hanno molto convinta. La recitazione è ottima, l’atmosfera notevole, e la storia ben raccontata.

La recitazione

 

La regia

 

La fotografia

 

La sceneggiatura

 

L’atmosfera

 

L’ordine del capitano riguardo al Brandy pare eccessivo anche per gli standard della Prima Guerra Mondiale

 

La composizione del plotone di esecuzione, pure, pare tanto anche per gli standard del 1917

 

Il soggetto

 

L’ultima chiacchierata tra James ed Andrew

 

Non è perfetterrimo perfettissimo, ma a me è piaciuto. Ve lo consiglio. Lo trovate QUI.

E ora, MUSICA!

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Bibliografia

http://1418.aisne.com/a-la-une/actualites/article/la-bataille-de-crouy

http://trove.nla.gov.au/ndp/del/article/1490097

http://paperspast.natlib.govt.nz/cgi-bin/paperspast?a=d&d=NZH19150115.2.51

http://paperspast.natlib.govt.nz/cgi-bin/paperspast?a=d&d=ODT19150115.2.34.1

http://chtimiste.com/batailles1418/combats/Crouy.htm

Il gruppo di ricostituzione Eperon 132 ,check’em out, sono bellerrimi.

http://www.imdb.com/title/tt2386998/

La pagina FB del film: https://www.facebook.com/COWARDTHEMOVIE?fref=ts

Per chi voglia approfondire il soggetto shell-shock, consiglio

Elmer Ernest SOUTHARD, Shell-Shock and other Neuropsychiatric Problems Presented in 589 case histories from the war litterature, 1914-1918, general Books, Memphis, 2010 (prima edizione 1919).

Un compendio ponderoso, ma estremamente interessante.

Vikings, la serie

L’ho fatto. Ho finalmente visto l’intera saga Vikings. La prima. Tutta.

Oh boy

Non mi è piaciuta. Ho passato il 98% del tempo a prendermi a schiaffi e ridacchiare come un’imbecille. Ma siccome sono una fanciulla liberale e cavalleresca, cercherò di fare un sunto il più equo possibile.

Perché qualcosa di buono questa serie, scavando, ce l’ha.

Le qualità

La musica della sigla di apertura. Splendida. Si tratta di If I had a heart del duo svedese The Knife.

Certe rarissime scene: in alcuni passaggi pare quasi che dietro la morchia un minimo di documentazione emerga. Tipo il processo al thing, nella prima puntata. Non so se sia storicamente esatto, ma è di certo storicamente credibile.

Anche il sacco del monastero è buono.

Il personaggio di Floki: è forse l’unico personaggio davvero memorabile della banda. Purtroppo, pur essendo spesso presente, ha tutto sommato poca parte, sia come battute, sia come ruolo nella storia (fa una cosa importante, costruire la barca all’inizio, poi è una specie di presenza estemporanea al seguito di Ragnar). Ma resta un personaggio interessante.

La fotografia: la serie ha un bell’aspetto, anche se niente di innovativo.

La recitazione: per la maggior parte, gli attori sono bravi. In particolar modo, i bambini sono notevoli per la qualità della performance, tenuto conto dell’età. Travis Fimmel recita la parte di Ragnar, ed è uno di quelli che mi sono piaciuti meno, ma perfino lui, a tratti, riesce ad avere momenti di luce. Insomma, avete presente Game of Thrones, dove hai voglia di cavarti gli occhi con le unghie ogni volta che Jon Snow entra in scena? Ecco, questo supplizio qui ci viene risparmiato.

Certi costumi sono passabili. Non molti e in generale non quelli che hanno addosso i personaggi principali, purtroppo…

Certi scambi di battute sono effettivamente divertenti o ben trovati. Un paio di scene tra Ragnar, sua moglie e suo figlio sono gradevoli, un paio di battute, tipo il discorso del vecchio che vuole morire in battaglia, sono verosimili nel contesto e ben scritte. Purtroppo non sono la maggioranza.

Alcune scenografie sono passabili. La hall di Haraldson è ok, e il castello del re di Northumbria sarebbe quasi passabile.

And that’s about it

Le occasioni sprecate

Ci sono diversi elementi che urlano “Possibile Trovata Geniale QUI!”, ma vengono lasciati ai corvi, forse perché chi ha scritto questa sceneggiatura era troppo occupato a fare roba più interessante, tipo risolvere il cubo di Rubik con le natiche (opinione mia).

Una delle grandi occasioni sprecate è il primo antagonista, il capo di Ragnar, Haraldson. Haraldson è un uomo autocratico, dispotico, avido e paranoico, un uomo che invidia e teme l’audacia dei propri sottoposti. La ragione di tanto sfacelo sarebbe il trauma di due figli assassinati. Gravato da questo lutto mai risolto, Haraldson si affossa sempre più in mediocrità, frustrazione e depressione.

Gli elementi ci sono tutti per la costruzione di un buon antagonista, un buon Cattivo. Eppure, nonostante tutto, la faccenda si riduce a tanto fumo e niente arrosto. Solo in un passaggio Haraldson parla di quanto è successo e di cosa lo spinge a perseguitare Ragnar. Per il resto, il tipo è solo uno stronzo mediocre, messo lì per creare difficoltà al nostro eroe. Ad Haraldson non è concesso di vivere, il povero earl si trova ridotto a mero plot-device.

Forse un attore migliore avrebbe saputo convogliare la tragedia del personaggio. Byrne è un attore più che passabile, ma la sua performance in questa roba è stanca e annoiata, e da sola non basta a sopperire a una sceneggiatura sciatta.

Rollo è un altro personaggio sprecato. C’è una scena in particolare che mi ha fatto mangiare le mani. Rollo e gli altri stanno saccheggiando un posto in Northumbria, e il nostro barbuto preferito entra in una casa dove un vecchio è allettato. Rollo gli versa da bere, lo lascia dissetare, poi intasca coppa e brocca e se ne va senza ucciderlo.

Sarebbe una buona scena. Il problema è che è una specie di bolla avulsa da qualsiasi contesto! Non ha nessuna ragione e non ha nessun impatto!

Avrebbe avuto senso se Rollo fosse stato un guerriero senza empatia, ma non per forza un sadico violento. Se fosse stato qualcuno che combinava un’abitudine incallita alla violenza con una certa quiete, qualcuno che può staccarti la testa se gli profitta, ma che può lasciati vivere se non gli costa niente.

Il problema è che Rollo non è quel tipo di personaggio: Rollo è un energumeno violento e frustrato, che nel raid precedente ha trascinato fuori dalla latrina un monaco per ucciderlo a calci. Il che non è un male, un personaggio del genere va benissimo, ma non è coerente con la scena del vecchio. Peraltro la scena non lascia nessun impatto su di lui.

In un altro passaggio Rollo si fa battezzare per poter sancire un patto con re Aelle di Northumbria. Era una buona idea. Rollo mira a diventare capo e scalzare suo fratello. Facendosi battezzare, fa prova di lungimiranza e astuzia perché, al prezzo di un po’ d’acqua, può diventare l’interlocutore privilegiato di un potente capo straniero. Allo stesso tempo, la sua azione potrebbe irritare gli dei!

E’ un eccellente materiale di partenza per una buona storia!

Ma no, alla resa dei conti il re non lo prende come interlocutore, e poco dopo Rollo fredda una cifra di cristiani, ergo gli dei non ce l’hanno con lui. Nella puntata dopo il battesimo non ha lasciato nessuna traccia, non viene nemmeno menzionato. Rollo dà prova di essere il solito zuccone tanto ardito e tanto tonto.

Ma allora perché si è fatto battezzare? Qual’era il piano, la ragione?

E ora veniamo al dente dolente. E preparatevi, perché mi sa che è un molare.

Il primo grande, enorme, dolorosissimo problema: il fottuto logo di History Channel!

Ora, io sono una cagacazzi, ma so essere tollerante. Non sono del genere a dar fuoco a un film perché la comparsa della terza fila della quindicesima scena aveva un berretto non confermato da fonti attendibili. Sarebbe ipocrita, visto che io stessa vado a giro con una lamellare 2 secoli più recente della datazione ufficiale della mia banda.

Ma per Balder Morto Ammazzato e Mia Nonna Colle Rote, a tutto c’è un limite!

E lo so cosa volete dirmi: Ma Tengy cara, ne abbiamo viste di peggio!

Ma un grandissimo STICAZZI?

Con questa logica ogni film realizzato dopo gli anni ’80 è per definizione bello! (E’ un troll, ma solo parziale)

Questa roba è stata approvata da History Channel, un canale che dovrebbe essere culturale, porca puttana! Una di quelle cose che le guardi, ti diverti, e BONUS, dopo sei anche un po’ meno cretino!

Dico spesso che avrei molte meno lamentele da fare se i film “storici” mettessero un disclaimer “solo liberamente ispirato a fatti reali”. Questi mercenari del rimbecillimento hanno fatto il fottuto contrario!

E mi spiace se suono più volgare del solito, ma questa cosa mi fa diventare matta! Già la storia medievale è conosciuta a cazzo di cane e sotterrata da luoghi comuni che fanno piangere i gattini, ci manca solo che degli irresponsabili ficchino loghi a cazzo su serie a cazzo! E’ disonesto!

E no, nono ho finito di accanirmi su questo punto, ma lo riprenderò alla fine. Ora una rapida panoramica su cosa insulta la vostra cultura generale in questa serie.

WTF?

Questa serie non è né carne né pesce. L’idea di prendere un eroe leggendario e inserirlo in un contesto storico per fare che fosse lui a capo dei primi raid in Northumbria era anche buona. Ma l’hanno saputa rendere?

No. La storia non ha un piffero di nulla a che vedere con la leggenda. Nelle storie, Ragnar è un grande capo guerriero, Lagertha sarebbe la sua terza moglie (e comunque compare nominata solo in Gesta Danorum, la Ragnar saga e la Storia dei figli di Ragnar non la nominano), Bjorn è il figlio che lui ha dalla seconda moglie, Kràka, e, quando prova ad andare in Inghilterra, re Elle lo annienta.

Visto e considerato che la serie e le saghe non hanno NULLA in comune, perché volerle collegare? Che senso ha?

Ha senso se Operation Petticoat io lo chiamassi La battaglia di Tsushima e pretendessi una qualsivoglia ispirazione al fatto storico? No, lascerebbe tutta l’audience confusa.

Qui è uguale.

Peraltro, non si sa chi fosse a capo della prima spedizione vichinga, ma si sa chi era re di Northumbria, e il signore non si chiamava Aelle, bensì Etelredo. E mi spiace, Etelredo sarà poco conosciuto, ma è altrettanto stupido che mettere in scena Napoleone e chiamarlo Davy Crockett!

Il compromesso tra saga e storia è fatto malissimo! Queste entità si sono accoppiate e hanno partorito un feto incompleto e sterile!

I costumi variano dal passabile al “mi strappo gli occhi”, specie quando si tratta di guerrieri. Ragnar e Rollo sono vestiti di semplici giubbe di cuoio, perché la lana non è altrettanto sexy. Sono conciati da motociclisti anche durante le battaglie!

E qui c’è un grosso problema. Ragnar e Rollo sono di classe sociale relativamente bassa, ok, ma del feltro imbottito o un elmetto di cuoio non sono roba complicata da mettere insieme. Plus, Ragnar combatte con una spada, un’arma costosissima e appannaggio dell’aristocrazia. Decidetevi: è ricco o è povero?

I suoi compagni brillano pure per la totale assenza di protezioni, tranne uno, che ha sì della maglia, ma solo per proteggergli la coscia sinistra. Già. Chi vuole pararsi la pancia, o la testa, o la gola quando puoi coprirti la coscia che già proteggi con lo scudo?

E non voglio nemmeno pronunciarmi sul corpetto sadomaso che ficcano a Lagertha durante il raid.

Anche le armature dei sassoni sono fatte a bischero. La storiografia contemporanea pare concordare sul fatto che l’armatura d’elezione di questa gente fosse la maglia. Il che non vuol dire che tu non possa ficcarci pseudo-lamellari. Ma non puoi farne l’armatura base di TUTTI i guerrieri! Peraltro, le loro pseudo-lamellari sono bruttine forte, specie viste da vicino.

La vicenda

 

I danesi non sanno dove si trovi l’Inghilterra. Di più, pare sia opinione comune che non esista nemmeno, una terra a ovest!

Ma Maremma ingarbugliata d’accidenti, vi pare? Ci saranno sì e no cinquecento chilometri tra la Northumbria e la Danimarca, e volete darmi a bere che il popolo più navigatore, esploratore e curioso del nord-Europa non sapeva nemmeno che delle terre occidentali esistessero?

E uno potrebbe dire: ma Tengy, sono solo i quattro ritardati di Kattegat che non lo sanno!

Una bella sega, nell’ultima puntata, durante un té coi biscottini tra Ragnar e re Horik di Svezia, si capisce che l’intera scandinavia ignorava l’esistenza non solo delle Isole Britanniche, ma anche del territorio Franco! Oibò, capisco non parlarsi tra vicini, ma si son forse persi il massacro di centinaia di pagani in Sassonia, giusto un pelino più a sud, cinque anni prima? Volete davvero farmi credere che gli scandinavi non hanno mai sentito parlare di Carlo Magno?!

Ma non è finita qui!

Ragnar sa come navigare ad ovest perché un tizio a caso che passava di là per caso gli ha spiegato come fare e gli ha dato gli strumenti per farlo. L’acquisizione di questo sapere e di questi strumenti è ciò che mette in moto la storia, è un fatto importante.

Ma no, accade fuori campo.

Secondo voi Il ritratto di Dorian Grey sarebbe stato meglio se, invece di raccontare come Dorian entra in possesso del ritratto, la storia attaccasse con lui che prende il té e spiega “oh, sai, ho questo ritratto che invecchia al posto mio, così, me lo ha fatto un amico, buffo no?”?

Ma fosse solo quello…

I nostri salpano di nascosto al capo cattivo, e per poco non scoppia un ammutinamento quando il viaggio dura troppo.

Dall’Irlanda nordoccidentale all’Islanda una nave vichinga del X° ci metteva circa una settimana, e stiamo parlando del doppio della distanza che separa la Danimarca dalla Northumbria.

In altre parole, i nostri fieri guerrieri fanno la lagna per due giorni di navigazione o poco più!

Insomma, i nostri arrivano e saccheggiano il monastero di Lindisfarne. Lindisfarne fu davvero saccheggiato l’8 giugno del 793. La vera ragione dell’attacco è probabilmente legata al fatto che la Northumbria stava attraversando decenni di feroce instabilità politica, in cui re, principi, zii e nipoti si facevano la pelle a vicenda, si deponevano e si ri-arrampicavano sul trono, insomma, un po’ come A song of ice and fire, solo peggio. Il re Etelredo aveva da poco cominciato il suo secondo regno ed era impegnato ad annegare e decapitare rivali dinastici. Il fianco della Northumbria era scoperto.

Ma torniamo alla serie, che la storia reale rischia di essere interessante. I nostri arrivano, saccheggiano il saccheggiabile e tornano indietro portandosi dietro un certo numero di prigionieri, tra cui il giovane monaco Athelstan, che parla norreno essendo stato missionario nelle terre scandinave.

Il che rende tutta la storia del “non esistono terre ad ovest” ancora più cretina, ma non infieriamo.

Di ritorno, il cattivo Haraldson mangia tutto il bottino, ma loro non si danno per vinti e ripartono per un secondo giro di ballo.

Ora, re Aelle (l’alter-ego mentecatto di Etelredo) dovrebbe essere, stando a quello che dice Athelstan, un “buon re”. Dei vichinghi gli hanno appena saccheggiato un grande monastero, si suppone che abbia messo in allerta i villaggi costieri e stia raccogliendo le forze per pararsi dagli attecchi successivi.

Si suppone.

I nostri vichinghi ri-sbarcano sulle coste Northumbre, e sono accolti subito da un manipolo di guerrieri, tra cui uno sceriffo locale. Costui squadra la trentina di energumeni patibolari che avanzano armi sguainate e ghigne fameliche, e giunge alla conclusione più logica: golly gee, mercanti!

I nostri arrivano a una vicina… cittadina? Villaggio? Cosa con roba intorno?

E’ difficile da determinare perché per certi versi ha le caratteristiche di un grosso centro provinciale: le case sono grandi e di pietra, e davanti alla chiesa sono posate numerose spade, il che indica, oltre a una innegabile prosperità economica, la presenza di almeno un aristocratico con la sua banda di armigeri. Per altri versi il posto pare l’ultimo dei buchi fangosi: lo protegge una sottile palizzata di assi (nemmeno tronchi, assi!) e durante la messa nessuno resta di guardia, sono tutti in chiesa, e con tutti intendo forse una cinquantina di persone.

Non è la sola cosa stupida che succede. Durante il raid, un vichingo sicofante ha l’ardire di stuprare una donna sassone. OMG, dei vichinghi che violentano le donne? Che ovvove! Infatti Lagertha interviene e lo ammazza (combattendo malissimo, peraltro!).

Ma Tengy, magari era solidarietà femminile!

No. Abbiamo stabilito in una precedente puntata che Lagertha NON è una persona empatica: in sub-plot del tutto inutile, Haraldson fa portar via un ragazzino dalla fattoria di Lagertha (il figlio di una delle sue dipendenti) e lo fa poi assassinare. Lagertha non fa una piega: non è il suo bambino, ergo chissenefrega?

Ancora, non è sbagliato in sé, ma o è egoista e distaccata o è empatica e solidale, non può essere l’una e l’altra a giorni alterni!

Ah, vi state chiedendo che cosa stiano facendo i nobili Northumbri nel frattempo?

Oh, aspettano educatamente i vichinghi sulla spiaggia, nella battaglia più “famosa” della serie. Questa battaglia è talmente un disastro senza rimedio che prenderà un articolo apposta. Non perché mi piaccia infierire (bon, ok, sì, mi piace!), ma a scopo educativo. Spiegare in dettaglio cosa non funziona può essere un buon modo per imparare quali sbagli non fare, a uso e consumo di chi si diletta di racconti.

Ma torniamo a noi! Dopo la battaglia i pochi scampati corrono da Aelle, che manda più uomini.

Ahahahah, no. Ovviamente no.

I nostri passano mezza giornata sulla spiaggia a far bagni di sole, del tutto indisturbati. Si vede che i Northumbri non attaccano dopo l’ora del té.

Di ritorno in Danimarca, Haraldson decide di far la pelle a Ragnar. Questo sub-plot è inutilmente lungo e un sacco di elementi non vanno da nessuna parte.

Haraldson sposa la figlia a un ricco nobile svedese, per avere più terre e sicurezza. Le ottiene? No, vi pare. Invece accetta un duello che non ha nessuna buona ragione per accettare e muore come da copione, con la stessa espressione annoiata che ha avuto per tutte le puntate. All’istante, sua moglie pugnala e uccide lo svedese brutto-vecchio-e-puzzolente.

Se vi state chiedendo perché gli uomini del tipo non muovano un dito, è semplice: sono spariti, o forse mai esistiti, non è chiaro. Peraltro, il tipo non ha nessun parente a casa che voglia vendicarlo. Va’ che botta di culo.

Ma tant’è, lo ammazzano, e poi si disperano perché non hanno più un uomo a proteggerle. Eh, bisognava pensarci prima, deficienti!

Questo sub-plot è inutilmente lungo e crea un bizzarro disequilibrio. Siccome il conflitto tra Ragnar e Haraldson prende così tanto posto, quando la serie continua sul conflitto tra Ragnar e Aelle, la tensione è molto più debole. Haraldson è un antagonista che viene sviluppato. Male, ma viene sviluppato. Re Aelle è una caricatura e lo si vede per un pugno di scene appena (poi sappiamo già che è incompetente e non pone nessun serio rischio). Per come la storia è costruita, Haraldson era il vero nemico. Morto lui il conflitto collassa, e con esso l’interesse, tenuto vivo solo da una quantità ancora più elevata di idiozie.

Una su tutte, una scena in cui Aelle butta un suo barone incompetente in una specie di tino dei serpenti. A parte il fatto che far fuori un barone così, senza processo né riguardo, era il modo più sicuro per morire di “morte naturale1”, la fossa dei serpenti è piena di bestie tropicali tra cui spicca un Pitone. Perché tanto il pubblico è cretino, e ogni singolo spettatore impara la scienZa ai raduni fruttariani di Max Gaetano.

Insomma, i Danesi risalgono indisturbati il fiume fino alla capitale, dove i Northumbri li lasciano tranquillamente attraccare, scaricare, montare e fortificare il campo. Perché aggredirli nel mezzo dello sbarco sarebbe stato, bé, da maleducati! I poveri predoni avrebbero potuto, tipo, bagnarsi o farsi male!

I Northumbri si accampano poco lontano (dopo aver segnalato ai vichinghi dove si trovano, perché non vogliamo che questi simpatici turisti abbiano difficoltà ad attaccarli!) e vanno tutti a nanna. Con l’armatura. E senza mettere una sola sentinella. I vichinghi senza colpo ferire sterminano i quattro quinti dell’esercito Northumbro e catturano il generale.

No, sul serio, non solo non muore nessuno, nessuno si fa nemmeno male! Immagino che i Northumbri si siano fatti ammazzare apposta per cavarsi da questa serie.

C’è poi tutta una lunga parte in cui Aelle finge di volersi accordare con loro se uno si fa battezzare, ma poi attacca il campo a tradimento.

Lanciamo una nuove rubrica: Come sistemare questa stronzata.

Aelle vuole recuperare il fratello senza pagare il riscatto.

Nel film:

1- chiede il battesimo di uno dei tizi come pegno;

2- consegna delle casse vuote;

3- Dopo che i vichinghi se ne sono accorti, li attacca, mentre il grosso della loro banda è ancora nel campo protetto e in misura di difendersi.

Sistemiamo questa stronzata:

1- chiede il battesimo di uno dei tizi come pegno;

2- durante la cerimonia manda qualcuno ad attaccare il campo impreparato e fa catturare Ragnar e i suoi, che sono quattro gatti;

3- li butta tutti nel tino dei serpenti, tanto le povere bestie saranno in ibernazione.

Avrebbe più senso, ma uno dovrebbe pensare e guadagnarsi il pane onestamente, o avere rispetto per la propria professione.

Quindi, dopo che Aelle promette vendetta in stile villain dei fumetti (“Hai vinto la battaglia ma non la guerra, Maestro Splinter, ci rivedremo!”), ora la storia è finita?

No, macché.

C’è un’intera puntata con Ragnar e famiglia che vanno in gita domenicale a Uppsala.

E Balder Redivivo in bicicletta, questa puntata non finisce mai e apre più buchi nella trama che una sventagliata di Gatling!

Uppsala non è più una grande città in collina, diventa un santuario giappo-norvegese (no, sul serio, ci sono la versione vichinga dei tori.i, lo stagno, tutto!) in cima a una montagna impervia senza nemmeno una strada per arrivarci.

Spiegare tutto quello che non va in questa puntata prenderebbe una vita. Alla fine non succede niente di notevole, se non che Ragnar conosce un tale Horik, che forse vuole essere Horik I re dei Danesi, ma mi pare strano perché nel 794 Horik I doveva essere ancora un marmocchio attaccato alle gonne di mamma.

Bottom line, c’è un colossale sacrificio finale che forse vuole creare un parallelismo con la religione cristiana. Già, perché c’è anche posto per l’elemento spirituale in questo pasticcio. Sorpresa: è gestito male!

Vorrei concludere con una citazione del creatore, una dichiarazione fatta al New York Times:

I especially had to take liberties with ‘Vikings’ because no one knows for sure what happened in the Dark Ages,” Mr. Hirst said. “Very little was written then.” The bottom line, he explained, was: “We want people to watch it. A historical account of the Vikings would reach hundreds, occasionally thousands, of people. Here we’ve got to reach millions.”

Ogni volta che leggo queste parole mi sale una rabbia da far stridere i denti. E non sono sarcastica, non sto scherzando, sono serissima: odio queste idee, disprezzo queste idee, perché sono tra quelle alla base della pessima narrativa che fa furore oggigiorno. E forse per molti la narrativa è solo un passatempo poco importante. Non dal mio punto di vista. La narrativa è l’espressione vitale di un popolo, è fondamentale e indispensabile. Questo atteggiamento è insalubre.

Cosa mi fa incazzare di questo?

Primo:

“Eoh, gente, tanto si sa ‘na sega noi di cosa succedeva nelle Dark Ages.”

Il fatto che certi periodi storici siano meno conosciuti di altri non significa che non ne sappiamo nulla. E anche quando non sappiamo nulla di qualcosa, ci sono ipotesi più o meno plausibili. Fare quel che cazzo ti pare e poi schiaffarlo su History Channel perché “tanto non hai la certezza scientifica di com’era davvero” è stupido e disonesto. Ok, io non so di preciso di che colore erano i sandali di Cicerone, ergo posso farglieli di paillettes rosa e col tacco 12, no? VAFFANCULO!

Secondo:

“Eho, gente, ma se si faceva storico un garbava a nessuno!”

CRISTO GESÙ’ IN CROCE QUANTO MI FA INCAZZARE QUESTO ARGOMENTO!

Ma banda di glebani arricchiti, sapete che è possibile fare qualcosa di divertente e corretto? Basta attivare i due neuroni che avete nella capoccia!

Haraldson non vuole che Ragnar vada a ovest perché di sicuro non esiste terra. E’ STUPIDO. C’è modo di rendere lo stesso identico conflitto in modo meno cretino?

Haraldson non vuole che Ragnar vada a ovest perché un paio di navi non sono mai tornate e gira voce che un re terribile e potentissimo domini sulle terre occidentali.

Il conflitto è identico, ma a questo giro invece che essere dei ritardati mentali che giocano con la cacca, i danesi sono gente che giustamente esita a rompere le scatole a regni che, fino a quel momento, erano più che in misura di far loro un mazzo così.

O per parlare di costumi, cambiava qualcosa se Rollo fosse stato vestito con una tunica di lana invece che di cuoio? No, ve lo assicuro, noi ragazze ce lo saremmo guardato lo stesso.

O credete che a mettere ai sassoni delle cotte di maglia invece che pseudo-lamellari made in China i ragazzini avrebbero detto “ah, no, che orrore, non guarderò un altro minuto di questa roba!”?

La cosa che mi fa ingrullire è che non ci vuole tanto per mettere insieme un prodotto decente! Voglio dire, la serie Hornblower avrà avuto i suoi difetti, ma nell’insieme non c’erano enormità di calibro a sputarti in un occhio, i personaggi erano ben sviluppati e le avventure credibili.

E cari markettari di staminchia, film come Affondate la Bismarck, I duellanti (sì, sì, il libro è meglio, silenzio!), Kagemusha e perfino il succitato Operation Petticoat, sono tutti film Grande Pubblico! E avranno i loro problemi, ma non racchiudono boiate colossali come quelle di cui ho dianzi parlato! Non è che la gente scappa se non ci sono stronzate. E’ solo una scusa per giustificare la totale assenza di etica del lavoro e umana decenza.

Peraltro, come mostrato da questa fin troppo lunga recensione, non solo l’aspetto storico fa cagare a spruzzo, anche come storia in sé ‘sta roba non ha né capo né coda!

La sigla di apertura

Certe rare scene in cui qualche parvenza di storicità scintilla

 

Floki

 

La fotografia

 

La recitazione di buona parte del cast

 

Alcune scenografie sono passabili

 

Alcuni scambi di battute sono passabili

 

Un’abnorme quantità di buone occasioni sprecate e buone idee buttate nel cesso

Gli scandinavi che non sanno dell’esistenza dell’Inghilterra

 

Gli scandinavi che non sanno dell’esistenza della Frankia

 

Non saper decidere se mettere in scena la storia di Ragnar Lothbrok, o del primo raid vichingo, il tutto risultando in un miscuglio abortito senza coerenza

 

Il plot-point che dà il via all’intera vicenda non è nemmeno mostrato

 

I vichinghi che fanno le lagne per tre giorni di viaggio

 

Athelstan non serve a granché e la sua mera presenza crea buchi di trama

 

I costumi e l’armamento, degni di cosplay dell’ultimo minuto

 

“Oh, salve, mercanti?”

 

Il sacco del villaggio/città/qualcosa

 

La battaglia sulla spiaggia

 

Re Aelle

 

I serpenti di Re Aelle

 

Il fratello di Re Aelle

 

L’inutile lungagnata sulle disavventure familiari di Haraldson

 

Le trattative con Aelle

 

L’ultima battaglia con Aelle

 

“Ti sconfiggerò, Peter Pan!”

 

Ragnar e famiglia in gita domenicale

 

Uppsala

 

Trama mal equilibrata

 

Personaggi troppo cretini per essere arrivati all’età adulta in un mondo pre-industriale

 

7/22: Bocciata. E sottolineo che ho contato TUTTI i pregi trovati, mentre ho lasciato perdere un sacco di cose stupide, che sennò la lista degli Angry Gumpies non finiva più.

Insomma, l’impressione è che ci fosse della gente di talento nell’equipe, e che ci fossero buone idee, e conoscenze tecniche sufficienti, ma tutto viene buttato a baldracche da crassa ignoranza, pigrizia e pressappochismo. Una grande occasione mancata. Consigliata solo agli appassionati di trash, solo se ubriachi e in compagnia di agli trashomani.

Poi come sempre: se a voi piace un sacco, ottimo. Nessun giudizio sui gusti. Ma qualitativamente è da rifare da zero.

E ora, MUSICA!

1Come spiega Pratchett in Wyrd sisters, è perfettamente naturale per un uomo morire con una spanna d’acciaio conficcata nella schiena.

P.S. Un ringraziamento speciale a Christian Stocco, che ha disegnato i nuovi Grumpies, più facili da distinguere a colpo d’occhio!

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Bibliografia

Jesse BYOCK, L’Islande des Vikings, Aubier, Parigi, 2007

Terence WISE e Garry EMBLETON, Saxon, Vikings and Norman, Men-at-Arms n°85, Osprey Publishing, Oxford, 2009

Ragnars saga Lodbrokar (traduzione di Crhis VAN DYKE), Cascadian Publishing, Denver, 2003

Una breve storia della Northumbria.

La pagina wiki di Vikings

Tre video interessanti da Schola Gladiatoria

La finta maglia non se pole vède! E le loro pseudo-lamellari so’ bruttine!

Il look da motociclista.

Che cazzo porta addosso Ragnar?

Più qualche approfondimento per chi vuole:

Marc BLOCH, La société féodale, Albin Michel, Paris, 2002, p.39-95

Abiti danesi

Gesta Danorum online

Storia dei figli di Ragnar online

Dracula Untold

Oggi è la Festa dei Morti, festa in cui ricordiamo gli antenati e quanto la famiglia si sia degradata nei decenni. Quale maniera migliore di mancar di rispetto festeggiare se non parlando del più famoso non-morto della Narrativa tutta?

Oggi parleremo di Thorolf lo Storpiato.

Ok, no, sto scherzando. La storia di Thorolf ve la racconterò un’altra volta, magari.

Oggi voglio parlarvi di un film

DRACULA UNTOLD

 

Il soggetto del film è il seguente: i Turchi vogliono invadere la terra di Vlad Tepes. Per respingerli, Vlad si Vampirizza.

Il soggetto è l’unica cosa vagamente umana di questo pasticcio senza redenzione. Io non vedo un problema ad inserire elementi fantastici in un fatto storico, e la storia di Vlad Tepes, il sanguinario pazzoide impalatore, si presta a questo genere di idea. Insomma, se la metà di quello che la storiografia gli accolla è vero, potrebbe benissimo essere stato un succhiasangue. Il vampirismo sarebbe stato l’ultimo dei suoi problemi!

Ergo abbiamo un’idea non proprio originale ma fattibile, cosa resta da fare?

Accozzare la peggiore sceneggiatura della stagione. Preparatevi, perché questa roba è brutta. Non vince l’Altieri d’Oro 2014 solo perché 47 rōnin è uscito prima.

La storia comincia con un Narratore (bello che Untold cominci con qualcuno che racconta qualcosa).

Avete presente la sensazione d’imminente disastro che ho descritto nella recensione dei 47 rōnin? Ecco, qui si è assaliti dallo stesso terrore quando così, a crudo e senza anestesia, ci viene sparato nei denti che Vlad Tepes è un ex-giannizzero e Principe di Transilvania e tributario dei Turchi.

Inizio col botto, yeeeeeeeeh…

Sentite questi ululati in lontananza? E’ il buon Draculia che si dimena all’Inferno.

Se pensate che questa tripletta di assurdità sia la cosa più grave del film, sbagliate. Viene di peggio. Di molto peggio. Ma con ordine.

Il personaggio di Dracula è uno dei principali problemi del film, anche perché tutta la storia gira intorno a lui.

Dracula quello vero (oltre che essere molto meno avvenente di Luke Evans) è un personaggio affascinante. E’ stato uno dei più celebri assassini di massa della Storia, un despota crudele e un guerriero sanguinario. Era anche un principe determinato a proteggere il suo Paese e la propria dinastia. Era un combattente astuto, che non temeva di mettere a rischio la propria pellaccia. Era un tiranno, ed era un uomo nato e cresciuto in tempi spietati.

Si tratta di una figura complessa, ma di certo difficile da ritrarre come un Buono Hollywoodiano. Non è impossibile creare una storia in cui lo spettatore si trovi a fare il tifo per lui, ma è complicato. Un personaggio, anche un anti-eroe, per essere “gradevole” deve avere delle qualità con cui lo spettatore possa relazionarsi, e queste devono integrarsi con il suo lato peggiore. Richiede uno studio molto lungo e complesso.

E’ molto difficile. Ci saranno riusciti?

Ma secondo voi…

Per tutto il film lo vediamo giocare col suo bambino, amoreggiare con la moglie, parlare di pace, e poi così, di sfuggita, una comparsa accenna al suo soprannome: l’Impalatore.

Il fatto che abbia ammazzato nel peggior modo possibile “migliaia” di persone viene appena suggerito e non ha nessun impatto sul suo carattere.

“Eh, è uno che impalava gente per conto di un dittatore pazzoide, ma a parte quello è uno apposto, stacce!”

Anche quando Vlad imporchetta l’avanguardia turca (unico fatto storico sopravvissuto in questo macello), accade fuori campo.

Lo vediamo menare in battaglia (e sulle coreografie preferisco non pronunciarmi), ma combattere contro orde nemiche e disporre di feriti e prigionieri sono due cose molto diverse. Nel primo caso la tua vita è in imminente pericolo, nel secondo la loro vita lo è. Dei soldati in battaglia e dei prigionieri inermi non destano la stessa empatia.

Non vediamo Vlad prendere la decisione, non lo vediamo agire, non lo vediamo dare l’ordine tra i singhiozzi dei prigionieri, le preghiere e i rantoli dei feriti. Cosa gli passa per la testa in quel momento? E’ contento? E’ distaccato? E’ stanco?

Checcazzo, l’esecuzione di massa dei prigionieri turchi è LA cosa che tutti conoscono di Vlad Tepes!

Questo film è come un film su Magellano in cui si taglia il passaggio dello Stretto!

Peraltro, è un modo per vincere facile. E’ facile far vedere il Buono che stermina in una sequenza d’azione decine di minions of Hell inferociti. Ma mostrarlo mentre condanna degli uomini in catene? Molto più complicato. E infatti la cosa è solo raccontata. Per lo spettatore è solo una nozione. Un buono story-teller mostrerebbe la scena, metterebbe lo spettatore nella pelle del protagonista. In mezzo alle mosche e alle suppliche, lo spettatore deve vedere il massacro come l’unica, crudele soluzione.

Ora, se allo sceneggiatore di stammerda piace vincere facile, forse non doveva scegliere come protagonista Vlad Tepes l’Impalatore!

Con un film tutto incentrato su un personaggio rappiccicato con lo scotch, potete immaginare che il godimento sia piuttosto basso. Ma il protagonista non è il solo problema.

La storia


Il soggetto, come ho detto, non era male. Peccato che una volta sviluppato si muti in: Vlad sprofonda il proprio Paese e i suoi sudditi nella merda per salvare solo e soltanto il proprio bambino.

La vicenda comincia con Vlad che, alla ricerca di alcuni scout Turchi (…), scova una grotta con un Vampiro. Tenetelo a mente, perché il nostro eroe se ne scorda praticamente subito, ha altre gatte da pelare, tipo festeggiare la Pasqua!

Proprio mentre tutti mangiano e si divertono arriva un generale Turco. Non è stato annunciato né nulla, semplicemente varca la soglia. Così. Suppongo l’Enterprise l’abbia appena teletrasportato.

Il Turco è cattivo, e lo si capisce perché sorride malevolo, ridacchia malevolo e parla in tono mellifuo e malevolo.

Glad to meet you. I’m EVIL.

Il Turco vuole mille ragazzini (incluso il principino! OMG!) per diventare Giannizzeri!

-Ma come!- trilla Vlad –Non facevate più Giannizzeri da anni!

(Il corpo dei Giannizzeri ha continuato a esistere fino alla prima metà del XIX° secolo.)

-E invece sì!- il Kattivo ride mellifuo –Vogliamo mandarli a combattere all’Assedio di Vienna!

Ora, vabé che Maometto II era un ottimista, ma tiobono, l’Assedio di Vienna è del 1529, settant’anni dopo i primi scazzi tra Vlad e gli Ottomani! E’ come se in un film sulle 5 Giornate di Milano gli Austriaci Kattivi rastrellassero ragazzi per spedirli a Verdun!

Insomma, Vlad dice NO!

Non per mantenere il suo Paese indipendente, non per proteggere i suoi giovani sudditi, ma perché non vuole mandare il SUO bambino dai Turchi Kattivi!

No, non sto esagerando. Perfino il ragazzino trova la cosa cretina, ma Vlad e quella piaga egiziaca di sua moglie sono pronti a fottere l’intero principato per il loro pupo. They’re the best.

Maometto II giochetta con delle barchette durante un meeting ufficiale. No, non sto scherzando, hanno davvero filmato una scena del genere.

Per sconfiggere l’esercito nemico, Vlad va dal vampiro a farsi vampirizzare. Il Nosferatu de noartri accetta perché si annoia, e l’accordo è presto trovato.

Cosa significa essere vampiro in questo film?

Invulnerabilità, superforza, poter sentire e controllare tutte le creature della notte, velocità. In più, se Vlad riesce a resistere per tre giorni alla sete di sangue, tornerà umano. Insomma, fai il rodaggio, se i superpoteri ti convengono bene, sennò hai tre giorni per disdire.

E la vera idiozia comincia.

Dracula torna indietro e trova che in un pomeriggio l’avanguardia turca ha attraversato il confine, cinto d’assedio la sua capitale e sta facendo polpette dei sui uomini. Ho sempre amato quando gli eserciti al cinematografo si materializzano a destra e a sinistra in uno schioccar di dita, ma dato che i Turchi in questo film lo fanno per sistema di apparire ex nihilo nei posti più curiosi, ne deduco che sia un superpotere Ottomano. Dracula distribuisce un paio di pacche sulla schiena, esce da solo, disarmato e senza armatura, e a mani nude massacra mille soldati. Quando l’ultimo schiatta, i suoi arrivano. Soccorso di Pisa.

-Niente domande.- fa Dracula.

-Ok.- fanno i suoi.

Raccattano tutti e si spostano in un monastero-fortezza in cima al monte.

Un frate lo vede lanciare un’occhiata per aria ed evitare la luce. E io mi chiedo: perché non procurarsi un parasole? Se con “niente domande” eviti spiegazioni sul miracolo di cui sopra, credo che un ombrello possa passare relativamente inosservato…

Ad goni modo, Vlad evita di uscire alla luce, e il frate conclude all’istante che è stato vampirizzato.

-Il capo è un Vampiro!- Fa il frate.

-Bruciamolo!- Fanno tutti.

Danno fuoco all’edificio, ma una nuvola copre il sole per esigenze di trama. Vlad esce tutto fumante.

-Ma che cazzo!- Fa Vlad.

Convinti da questo inoppugnabile argomento, i suoi posano micce e paletti e tornano in riga senza fiatare.

Questi non sono Valacchi, sono un pollaio di papere. I miracoli più strambi li lasciano indifferenti, un nonnulla basta a scatenare un linciaggio, e due berci sono più che sufficienti a fargli accettare un demone come capo.

Sorge però un altro problema: ridendo e scherzando, i tre giorni passano, e Vlad si trova che il grosso dell’esercito nemico sta arrivano e manca poco all’alba in cui perderà i suoi poteri.

Certo, avrebbe potuto andare incontro al nemico la notte prima e sconfiggerli, ma avrebbe dovuto pensarci, e Vlad non è un drago dell’elucubrazione (ba-dum tssh!)

I nemici avanzano.

(Vai e menali).

Vlad guarda l’esercito in lontananza, senza sapere che fare.

(Vai e menali.)

Vlad continua per diversi minuti a guardare l’esercito in lontananza, senza sapere che fare.

(Maremma impestata, vai e menali!)

Vlad si ricorda che ha potere su tutte le creature della notte (GRAZIE!). E cosa decide di scatenare sugli Ottomani?

Pipistrelli.

Linci, lupi, naaah, sorci volanti!

E’ così stupido! E’ come se qualcuno avesse controllo su tutte le creature del Mare e decidesse di usare i pinguini!

Ma non divaghiamo, mentre Vlad è in giro a menare i turchi, un manipolo di nemici si materializza nel dongione, sempre grazie al potere del Tanto-Chi-Guarda-E’-Fesso. Il manipolo acchiappa il marmocchio e butta la donna di Vlad giù dal dongione. Dracula si precipita su di lei, mentre l’alba sorge e i suoi poteri si indeboliscono.

Lei, che non ha perso una goccia di sangue dopo 600 metri di caduta libera, apre gli occhi e parla.

Ok, siamo sicuri che il non-morto sia lui? Questa qui dovrebbe essere una sottiletta squagliata, cazzo chiacchiera!

Ma no, ci vuole la scena in cui lei gli chiede di morderla, in modo da dannarsi per l’eternità e conservare i poteri per salvare il bambino.

Ci sono mille altri modi in cui la situazione si potrebbe risolvere, senza dannare tuo marito in eterno, ma chissenefrega, la tizia insiste e insiste, e alla fine lui cede.

Stronza.

Vampirizzato in via definitiva, Vlad torna al mastio, dove vampirizza tutti i superstiti.

Li avverte che se eviteranno di bere sangue, tra tre giorni potranno tornare umani, salvarsi l’anima e…

Ah, no, scusate. Non glielo dice.

Vanno al campo Turco e iniziano a massacrare tutti.

Intanto Maometto II ha subito una notevole evoluzione: a inizio film voleva un tributo e delle reclute. Poi solo delle reclute. Ora tutta la faccenda si riassume in “voglio portar via tuo figlio per farti dispetto”.

I due si incontrano nella tenda del sultano, che ha sparpagliato monetine d’argento dappertutto. Come fa a sapere che l’argento indebolisce i vampiri? Boh, avrà sbirciato il copione. Il sultano è tutto contento all’idea di ammazzare Vlad e portar via suo figlio! Aha!

Resta il piccolissimo dettaglio che da “arruoliamo mille tizi” è approdato a “ho perso 10.000 militari di professione per un dodicenne inutile”. Ma non fatelo notare allo sceneggiatore.

Il sultano riempie Vlad di cazzotti, perché… boh, perché le scene d’azione non erano abbastanza cretine, e poi…

Ah, non c’è modo di dirlo senza che suoni stupido.

Poi Vlad si ricarica il mana grazie al potere dell’ammoreh e ammazza Maometto II.

Vlad se ne esce con suo figlio, ma i suoi compagni sono diventati Kattivi!

Perché? Vlad non è diventato cattivo (per gli standard del film almeno…), come mai questi sì?

Perché… perché…

Per ragioni!

Vlad scarica il marmocchio al solito Frate Ex Machina, poi separa le nubi con la forza del pensiero e fa crepare tutti i suoi sotto i raggi del sole.

Perché hanno attaccato 15 minuti prima dell’alba?

Perché giorno e notte in Transilvalacchistan obbediscono alla volontà del regista.

In conclusione: Vlad ha sprofondato un Paese nella guerra, lasciato massacrare i sudditi, decapitato la sua classe dirigente e condannato i pochi superstiti alla dannazione eterna per proteggere il suo marmocchio.

In qualche modo sono riusciti a creare un Vlad ancora più riprovevole di quello vero! Complimenti! Peccato che il film ce lo presenti come un personaggio positivo!

Questo film è un disastro.

Ci sono scene che uno si chiede quale sostanza stupefacente le abbia ispirate.

Nella seconda scena del film, Vlad e i suoi stanno facendo un’escursione da qualche parte (forse). Trovano un elmo Turco in un torrente e ne deducono che degli esploratori sono nei paraggi. Vlad manda via tutti tranne due sacrificabili, e parte alla ricerca di costoro.

Primo: se ti cade l’elmo, lo raccatti. Se per esigenza di trama l’acqua lo trascina a valle, gli corri dietro (come Ferraù, in un’opera molto migliore di questa). Se degli esploratori hanno abbandonato un pezzo, vuol dire che hanno avuto dei problemi.

Secondo: Vlad è tributario dei Turchi e conoscente personale di Maometto II. Per quale ragione un gruppo di esploratori dovrebbe intrufolarsi di nascosto in casa sua?

Annose domande.

Vlad e i due bodycount salgono una montagna, trovano una grotta. L’aiuto-regista gli passa delle torce (giuro, non le avevano salendo!) ed entrano. Il pavimento è coperto di ossa. Vanno avanti. Trovano morti ammazzati in giro.

-Andiamo avanti!- trilla Vlad –Sono sicuro che non succederà niente di OH MIO DIO I MIEI UOMINI SONO MORTI CHI L’AVREBBE MAI DETTO!-

Vlad si salva perché è il protagonista, e un frate gli spiega che nella caverna ci sta un vampiro.

Di nuovo, mille domande:

Primo, il succhiasangue ha appena stecchito dei soldati Turchi, sai che la cosa potrebbe portare guai, che fai? Nulla, ovviamente, fai finta di niente. Eh, senti, Maometto ne ha migliaia di soldati, figurati se si accorge che gliene manca qualcuno!

Secondo, c’è un succhiasangue sulla montagna, che fai? Nulla, ovviamente, domani è Pasqua e se faccio lavorare i miei i sindacati mi rovinano!

Terzo, il succhiasangue in questione è appena stato scoperto, potrebbe ammazzare Vlad al prezzo di una scottatura passeggera, cosa fa? Nulla, deve aver fiutato l’idiozia congenita.

 

In un’altra scena, Maometto II avanza in un campo di battaglia, trova un suo generale ferito.

“Un messaggio dal Principe.- rantola questo.

Allora, e solo allora, Maometto II si accorge che dieci metri più in là, davanti al suo naso, la sua avanguardia al gran completo è a spiedini in mezzo alla pianura! Che ha, cecità selettiva? Può vedere solo un oggetto per volta?

Checcazzo, film! Checcazzo!

 

L’idea di base  
Il personaggio di Dracula
I comprimari
I Turchi che si teletrasportano
Maometto II che gioca con le barchette
La storia
La maledizione con rodaggio
La prima battaglia
“Non fate domande”
“Sto cercando di difendere i vostri figli o forse no”
I pipistrelli
La seconda battaglia
La moglie di Dracula
Le motivazioni dei Cattivi
Maometto II che sacrifica un esercito per noia
Dracula che “soccorre” i suoi compagni e sudditi
Il Vampiro nella grotta
Impalatore? Vabé, dai, è un bravo figliolo lo stesso
IL FINALE

 

Questo film è orrendo. Non ha niente di buono, non è interessante, non è fantasioso, il protagonista è una persona ripugnante che in qualche maniera riesce a essere anche peggio del personaggio storico a cui si ispira (e stiamo parlando di uno dei criminali più famosi della Storia!).

Consigliato solo per gli appassionati di trash.

E anche nel caso, fatevi un piacere: noleggiatevelo o procuratevelo in altri modi, ma non pagate un biglietto di cinema!

E di solito metto un acanzone metal a fine articolo, ma questo film NON MERITA UNA CANZONE METAL!
Here you go.

47 Rōnin

Vi è mai capitato di vedere un trailer che promette veramente male? E poi andare a vedere il film con gli amici e trovarsi a dire… “dai, tutto sommato non è male!”

 

NON E’ QUESTO IL CASO.

Vi è mai capitato di trovare un barattolo senza nome e senza odore in frigo? Prendete una ditata di contenuto, ve la ficcate in bocca. E nel secondo successivo vi dite che forse avete appena fatto una grossa, grossa, grossa stronzata.

Ecco, sedere nel cinema durante i primi 10 secondi di film è stato esattamente così.

Ok, potevo aspettarmelo. Ma gente, se ci fossimo limitati a navigare in superficie senza mai esplorare gli abissi, quante cose ci saremmo persi? Qunti mostri avrebbero continuato a vivere accanto a noi, a nostra insaputa?

Ed è per questo che ieri, con due arditi compagni, abbiamo comprato i biglietti e ci siamo tuffati nelle onde torbide alla ricerca del Kraken. Non sapevamo, ahinoi, che ce n’era più di uno ad attenderci.

Il film si apre con un Narratore Onniscente che parla del Giappone, terra di magia e streghe. E ve lo dico da subito: eviterò di commentare sulla presenza di mostri e magia in quanto tali. Primo, perché sparare sulla croce rossa è poco elegante; Secondo perché almeno non fanno finta di avere attinenza storica come quell’orrore di Last samurai, e terzo, perche io non sono contraria all’introduzione di elementi fantastici in fatti storici. Ok, se avete letto la prima puntata su Altieri questo può parervi strano, ma non è il processo in sé a disturbarmi. Può essere fatto bene. Voglio dire, nel Macbeth Banquo spakka, e nell’adattazione Il castello del ragno di Kurosawa i fantasmi e la strega si integrano divinamente nel film!

In questo film… eh…

Ma torniamo a bomba. Io temevo che avessero combinato lo stesso troiaio che con Last samurai, ovvero, avevo paura che la parte del leone la facesse Keanu Reevs.

Ora, Keanu Reevs è il più forte e guerriero di tutti (perché come Altieri insegna noi occidentali siamo SEMPRE più bravi in TUTTO, è una questione genetica), ma stranamente non è lui quello con più screentime. Oishi, il capo dei rōnin nel film E nella realtà storica ha tutto sommato più parte.

E questo, che potrebbe essere un elemento positivo, è il primo punto “eh?!” del film. Se Keanu Reevs non fosse stato tra i piedi, la storia sarebbe filata uguale se non meglio. Tutta la parte su di lui, che è quella più fantasy e stramboide, sembra una specie di filler messo lì per sbaglio in fase di montaggio.

Cosa fa Keanu Reevs?

  • Si fa maltrattare dagli altri perché DIVERSO. E già questo è strano. Ok, non ha una faccia da giapponese, ma non è come se fosse biondo con gli occhi azzurri. Anche come altezza non si nota una particolare differenza con gli altri tizi. Eppure in qualche modo tutti indovinano che non è giappo anche solo vedendolo di sfuggita a cento metri di distanza. Boh. Sarò l’odore. Keanu, lavati!
  • E’ stato allevato dai tengu ed è capace di teletrasportarsi in combattimento. Cosa che fa 2 volte in tutto il film. Potrebbe vincere la guerra da solo, ma no. Perché i tengu sono cattivi e gli hanno graffiato la testa quando era bambino (che è un po’ una finocchiata per essere il marchio degli esseri più tremendi dell’Arcipelago, ma tant’é). Insomma, meglio lasciare i compagni morire e mettere a rischio la missione.
  • Procura delle armi ai 47. Delle spade dei tengu che tagliano rami grossi un braccio come un coltello caldo taglia il burro. Spade fighissime e fortissime!
    Bene, quindi potremo aspettarci spettacolari smembramenti, no? NO. Alla resa dei conti le spade sono spade e basta.

Ok, non sono corretta, qualcosa di vagamente influente per la trama in effetti la combina: fa agitare Asano, il che lo rende vulnerabile a una strega (don’t ask) e finisce col compiere l’imperdonabile e condannare se stesso e i suoi. Fine. Fors the win!

La storia è MOLTO lontanamente ispirata alla storia vera.

Avete presente come Clavell riprese dei fatti storici reali ma cambiò i nomi per sottolineare come la sua fosse una versione romanzata?

Ecco, qui hanno fatto il contrario. I nomi sono quelli veri. Il resrto è… well, il resto è Hollywood.

Ma cosa succede?

Nel vero incidente di Akō, Asano, il signore della provincia, s’infuriò con il suo collega Kira, sguainò la spada e lo ferì leggermente. Problema: lo shōgun era lì, e chissà perché sguainare una spada in Sua presenza era un crimine severamente punito. Avendo infranto la legge, Asano fu condannato a suicidarsi e il suo clan fu dissolto.

Questo portò 2 problemi morali:

Primo, la disputa era stata provocata da Kira. Ora, nonostante Asano avesse commesso la colpa più grave e fosse stato giustamente punito, Kira non fu toccato, anzi, il Bakufu lo protesse proibendo ai guerrieri di Akō di vendicarsi.

Secondo, derivante dalla prima, i guerrieri di Akō avevano l’obbligo morale di vendicare il loro signore, ma anche di obbedire al Bakufu. Ora, l’inequità palese della decisione imponeva che agissero per ristabilire l’equilibrio.

Nel film, Kira ingaggia una strega per spingere Asano a fare qualcosa di male. La strega, che, si capirà dopo, può controllare uomni per giorni e giorni, fa in modo che Asano ferisca Kira.

Perché in questo modo la storia è più logica. Avrebbe potuto fargli attaccare lo shōgun direttamente, ma forse Kira ci teneva a farsi affettare la groppa. E va di lusso che Asano non lo ammazza, perché lo attacca nel sonno, credendo che stia violentando la figlia. T’immagini che figata se invece di fargli un graffietto lo scapizottava? Ops.

Anyway, lo shōgun condanna Asano ma non scioglie il clan. Impone che dopo un anno, la figlia di Asano sposi Kira per evitare che si crei una faida tra due delle sue provincie. E la cosa non è nemmeno stupida di per sé. Non è vero, ma nella logica del film potrebbe anche funzionare. E’ falso, ma è coerente col personaggio dello shōgun.

Non fosse che appena quest’ultimo è uscito dal cancello, Kira licenzia e mette al bando tutti i guerrieri principali degli Asano. Certo, e sono sicura che il grande boss non avrà nulla da ridire, visto tutto il discorso “pacifichiamo questo casino senza nuovi rancori”.

Tutti sono cacciati tranne Oishi, il capo, perché Kira non se ne fida. Ok. Fallo stregare e spingilo al suicidio. Assassinalo. Imprigionalo per il resto della sua vita.

No.

Lo chiudono in un buco per un anno, poi lo tirano fuori e lo riportano a casa. Un mazzo di rose per il disturbo no?

Ovviamente Oishi si serve un cordiale, da’ un bacetto alla moglie e avvia la vendetta. Chi poteva aspettarselo.

Il film continua senza una logica, con costumi aleatori (giuro, metà dei guerrieri sono vestiti da mongoli e uno dei 47 è il sosia di Mazeppa con tanto di colbacco!), architetture assurde, paesaggi cinesi e fiori di ciliegio (per ricordarci che siamo in Giappone).

Alla fine, i 47 si trovano a un punto morto: non sanno come entrare nel castello del cattivo e non hanno molto tempo.

Ma guarda te i casi della vita, una troupe di attori passa proprio davanti al loro nascondiglio! Loro da lontano capiscono che sono attori che hanno già visto esibirsi una volta, che stanno andando a divertire Kira, li intercettano e gli fanno “hey gente, mica andate da Kira? Lo vogliamo uccidere, non è che potreste aiutarci ad entrare?”. E il capoccia della troupe “certo, dopotutto vi ho visti una volta nella mia vita e non ci siamo rivolti la parola, di certo siete brave persone e avete ragione voi!”.

 

Alé!

L’assalto al castello del Cattivo è qualcosa di ALLUCINANTE! Le sue guardie non solo non ci vedono (i 47 si arrampicano sul muro di cinta sottoil naso di una sentinella, senza che questa li veda), ma proprio quella sera, sempre per gli stessi casi della vita, hanno tutti la raucedine, sicché i 47 possono ucciderne un numero imprecisato a due passi dal Cattivo senza che MAI un solo soldato cacci un “Ouch!”.

Ma poi la battaglia scoppia!

La strega si trasforma in un drago sputafuoco capace di frantumare la roccia. E invece di spazzare via i nemici in un nanosecondo, si concentra su Keanu Reevs.

In piena mischia Oishi, che è stato colpito al braccio da una freccia, riesce a estrarre la medesima e scordarsi completamente di essere ferito.

Il guerriero gigante al servizio del Cattivo, una specie di penultimo miniboss, viene spazzato via da una bombetta che fa saltare in aria un edificio, lui e il muro di cinta! Bodycount di questo utilissimo gigante: zero.

Oishi ammazza Kira, monta su una muraglia mentre sotto tutti si legnano come se non ci fosse un domani, e fa: “Oy!”

Tutti lo sentono, tutti si fermano, tutti lo guardano.

Oishi mostra la testa mozzata che da quella distanza potrebbe anche appartenere all’usciere e fa “ho ucciso il vostro capo.”
E i cattivi fanno “oh, ok, allora è fatta”. E si inginocchiano per lasciarli partirte. Perché tutta la menata del “un samurai non vive sotto lo stesso cielo di chi ha ucciso il suo signore” vale solo per i buoni. O forse Kira stava sul cazzo a ogni singolo soldato.

Questo film è così tremendo che alla fine, per un istante, ho avuto il terrore che Tokugawa volesse graziarli tutti. Sono stati attimi di puro spavento, giuro.

Ma facciamo un piccolo riassunto!

I giapponesi parlano con accento giapponese, gli occidentali parlano senza accento
Keanu Reevs ha una faccia sola (faccia “sono al funerale di un tizio che non conosco”)
Kira non uccide subito Oishi
La strega può sparare palle di fuoco, manipolare gli uomini, diventare un drago… ma non lo fa mai quando serve
I costumi
Le architetture
Le scene d’azione assurde
Kira è uno dei cattivi meno interessanti e carismatici mai messi sullo schermo
12332 subplot che non hanno vera influenza sulla trama e potevano essere tagliati senza rimorsi
La strega non ha nessun motivo per servire Kira
L’orrida Computer Grafica
Gli elementi inutili (tipo il gigante corazzato)
I tengu
Lo scambio delle spade tra Oishi e uno dei suoi era una buona idea
Ma viene passata in 12 secondi ed è così poco sfruttata che a stento si nota
“Feel the depht of my lord’s courage” è una buona battuta
Ma dato che il suicidio di Asano è stato senza sangue e senza recitazione, la battuta non ha impatto
Keanu Reevs non ha vera influenza sulla trama e poteva essere tagliato senza rimorsi
Oishi e i suoi erano persone reali, che hanno davvero combattuto e sono davvero morte malamente, e la loro storia è stata trattata senza il benché minimo riguardo
Almeno questo film non ha pretesa di essere storico come quello schifo di Last samurai

16 Grumpy disapprovanti

4 Grumpy sorridenti

Il rapporto matematico la dice lunga sul valore del film.

E’ un film che straconsiglio! Oh, non da vedere al cine, per carità, a meno che i biglietti non costino tipo 3 euro… Ma se vi capita occasione, guardatelo. E’ un film talmente stupido, talmente incasinato, talmente buttato là e talmente pieno zeppo di clichés per giapp0minkia, che è in sé una piccola perla. Non al livello di The Conqueror, ma si mangia in un boccone Dungeons & Dragons. Un imperdibile per gli appassionati di “ommioddio che cazzo ho appena visto”!

E per finire con samurai, Giappone e clichés, ULFULS!

(e non fate quelle facce, avrei potuto linkarvi Gatsu daze ^_^ )

P.S. Zombie boy, pur apparendo nel poster E nel trailer, appare per 3 secondi netti e inquadrato di spalle.