Abe-naishinnō, l’imperatrice che regnò due volte

In questo blog parliamo spesso di fatti e persone appartenenti a quella che viene definita l’Epoca di Heian (784-1185). Il nome viene dalla città Heian, la Capitale della Pace e della Tranquillità, oggi nota come Kyōto. Heian è stata particolarmente importante in quanto è stata Capitale per tantissimo tempo. Ufficialmente, è rimasta tale anche dopo la nascita dello shōgunato.

Una capitale fissa è in contrasto con gli albori della dinastia imperiale: per generazioni la sede del Governo centrale è stata itinerante.

La morte era considerata come la più ripugnante delle contaminazioni, e nessuna morte era impura come quella del Figlio del Cielo. Defunto un sovrano, era uso spostare la residenza del successore e, di conseguenza, l’intera città. Nuova era, nuovo palazzo, nuova capitale!

La vecchia sede veniva proprio smontata: i pilastri divelti, le magioni fatte a pezzi, gli archivi, le botteghe, gli atelier, gli uffici, tutto veniva sradicato e spostato.

Questo aveva, ovvio, un costo mostruoso, e divenne sempre meno sostenibile.

La prima “capitale” fissa fu costruita nel nord-ovest di quella che è oggi la città di Nara. Il nome di questa nuova città era Heijō-kyō, Bastione di Pace. La corte resterà qui per tre intere generazioni: dal 710 al 784.

La regione delle Capitali

Oggi parleremo di una porzione sostanziale e curiosa del Periodo Nara: i regni della principessa Abe, un personaggio tanto importante quanto elusivo.

Come al solito, si tratta di un articolo che non vuole (non può) essere esaustivo: libri interi sono stati dedicati alla misteriosa imperatrice e al suo tempo. E non è escluso che in futuro non ritorni sull’argomento per sviscerare più in dettaglio certi aspetti. Questo è, se vogliamo, una sorta di “articolo-base” per familiarizzarci con lei e col periodo.

Quindi allacciate le cinture, perché oggi parliamo di una donna che gli uomini del suo tempo fecero l’errore di sottovalutare: Abe fu l’ultima imperatrice per secoli a venire, ma compensa ciò col fatto che regnò due volte. Abe è due imperatori al prezzo di uno!

Un necessario preambolo: la nascita di Heijō-kyō

La capitale Heijō-kyō

E’ il 707, e l’imperatore Monmu (r.697-707) muore all’improvviso a soli 25 anni. Nelle fonti la notizia non è preceduta da nessuna avvisaglia, nessuna malattia o indisposizione. Il che è leggermente sospetto. Ancora oggi si specula se si sia trattato di una sventurata sciagura, o se qualcuno non gli abbia servito uno sciroppo risolutivo.

Sta di fatto che il nostro lascia due possibili eredi: uno figlio avuto di una principessa imperiale e uno avuto da una donna Fujiwara.

I Fujiwara sono una famiglia relativamente nuova, fondata circa cinquant’anni prima da un uomo di nome Kamatari.

Abbiamo parlato di Kamatari in questo articolo: in breve, si tratta di uno del magico trio che rovesciò l’egemonia Soga e spianò la strada alle Grandi Riforme dell’era Taika, uno dei Magnifici Tre che trasformarono il Regno di Yamato nell’Impero del Giappone.

Tornando a noi, in questo periodo la dinastia regnante si trova legata ai Fujiwara, che hanno ormai occupato la nicchia ecologica dei Soga e forniscono consorti ai sovrani. Questo crea una “alleanza competitiva” col clan Imperiale. Per tutto l’VIII° secolo si alternano governi dominati dai principi e governi dominati dai Fujiwara.

Tornando a Monmu, per evitare che scoppi un casino sulla successione, la Corte decide di far subentrare sul trono la madre del defunto sovrano, che diventa Imperatrice col nome di Genmei (r. 707-715).

Nel 707 la Capitale si trova ancora a Fujiwara-kyō. Seguendo la tradizione, Genmei abbandona il sito e si sposta a nord-ovest, dove fa costruire Heijō-kyō (d’ora in poi chiamata Nara).

Nara è meglio collegata rispetto a Fujiwara-kyō e può accedere più facilmente al grande porto di Naniwa (oggi Osaka).

E’ costruita sul modello delle capitali Tang, una bella grata di strade perpendicolari mappate in parallelo con quelle di Fujiwara-kyō, per rimarcare la continuità simbolica tra il regno di Monmu e quello di Genmei.

Ricostruzione dell’avenue principale e della porta meridionale del Palazzo: quella che vedere non è una piazza, è la larghezza originale della strada principale nell’VIII° secolo, l’avenue correva da nord a sud collegando la porta meridionale del Palazzo alla porta meridionale della città

La popolazione di Nara nel 710 è stimata a 200.000 abitanti. La nuova capitale è 3 volte più grande di quella vecchia. Siamo all’alba del periodo di massimo potere della Famiglia Imperiale.

Abbiamo accennato in altri articoli di come i re di Wa abbiano affermato la propria legittimità con la costruzione di colossali tombe, i famosi kofun. Genmei però è una donna al passo coi tempi, una sovrana moderna, non una sciamana primitiva alla testa di un guazzabuglio di clan! Nell’VIII° secolo i tumuli sono passé, out, uncool, il nuovo simbolo di legittimità imperiale è il tempio buddhista, e ne vengono costruiti. Oh, se ne vengono costruiti! Nara diventa la città dei templi.

Flash-forward: la principessa Abe e la sua famiglia

La porta del Grande Tempio Orientale a Nara

Vi ricordate il figlio di Monmu, quello di madre Fujiwara? Diventa finalmente imperatore nel 724 col nome di Shōmu (r. 724-749). Una delle sue consorti è dama Asukabe, nipote diretta di Kamatari (per chi stesse prendendo appunti, Shōmu è sposato con sua zia materna).

Come suo padre vent’anni prima, Shōmu si trova con due figli: il principe Asaka, figlio di una principessa imperiale, e la principessa Abe, figlia di dama Asukabe. Abe è quindi per 2/3 Fujiwara.

Il Padiglione principale ricostruito nella zona archeologica

E’ il 729, i nostri sono sistemati in Nara da quasi vent’anni, e la corte è dominata dal Principe Nagaya. Sembrerebbe che la Famiglia Imperiale abbia ormai il sopravvento e che la nomina di Asaka a Principe di Sangue sia inevitabile.

Ma la Famiglia non ha fatto i conti con dama Asukabe. Nel 729 Nagaya incappa in incresciose accuse di sedizione e, prima che possa difendersi, la sua residenza è attaccata dai guerrieri dell’Imperatore. Il fatto che il generale in capo fosse fratello di dama Asukabe è certamente del tutto casuale.

Sta di fatto che Nagaya non viene mai condannato, perché non viene catturato: si suicida. Si “suicida”. Sì, insomma, probabilmente lo spaccia il comandante Fujiwara…

Quando si gioca il gioco del trono, am I right?

Vi ricordate quando GoT era un bello show? Che nostalgia…

Con Nagaya defunto e i suoi collaboratori opportunamente esiliati, i Fujiwara sono più che disponibili a riempire le più alte cariche dello Stato, ora vacanti.

I quattro fratelli alla testa del clan, zii materni della principessa Abe, dominano tra il 729 e il 737, periodo anche noto come il Regime dei Quattro.

Dama Asukabe diventa l’Imperatrice Kōmyō. Lei e Shōmu sono ferventi buddhisti, sponsorizzano largamente la religione, che ritengono vitale per il benessere del Paese. La principessa Abe è quindi cresciuta da due genitori politicamente aggressivi e autocratici, ma anche sinceramente devoti.

Non sono i soli: è un periodo di grande fermento religioso. Un esempio tra tutti è il monaco Gyōki (668-749), che raccatta un seguito tale da attirare l’attenzione della corte. Interi villaggi si spopolano al suo passaggio, migliaia di contadini si accodano al predicatore, abbandonano campi e distretti.

Shōmu cerca di limitare l’abilità di Gyōki di seminare scompiglio spirituale, ma il nostro risponde organizzando un gigantesco rave del Risveglio alla Capitale, con migliaia e migliaia di fedeli, al punto che il governo è costretto a cambiar musica.

Tutto questo scorrazzare e riunirsi in preghiera però finisce per avverarsi un problema: nel 735 scoppia una devastante epidemia di vaiolo.

E quando dico “devastante” non esagero: nel 737 il morbo ha spazzato via più di un terzo dell’intera popolazione dell’Arcipelago. In certe provincie il bilancio dei morti è del 70%, senza contare la gente lasciata per sempre inferma dalla malattia.

Il vaiolo non solo ha un’alta mortalità, ma può lasciare la persona sfigurata, causare deformazioni permanenti, danni agli organi interni o cecità. Quando la gente chiede “eh, ma come facevano le persone prima dei vaccini?”
Facevano così. Subivano e pregavano.

Interi villaggi spariscono, valli restano deserte, cadaveri abbandonati si ammucchiano ai lati delle strade, giacciono nelle case, i resti umani vengono sparpagliati da cani randagi e corvi.

Il vaiolo si abbatte sulla Capitale come un maglio, allunga i suoi tentacoli attraverso le belle strade perpendicolari, nelle residenze dei nobili, negli uffici del governo, nel Palazzo Imperiale.

Shōmu e Kōmyō sopravvivono, e così la principessa Abe.

I Quattro Fujiwara invece si ammalano. In meno di un mese finiscono tutti sottoterra. Kōmyō perde i propri fratelli, il clan resta decimato, decapitato di netto.

Il peggio dell’epidemia si scatena in agosto. Il cielo è rovente, le mosche riempiono le vie, i cadaveri gonfiano, esplodono sotto il sole, i liquami colano nei canali e nei pozzi.

Pensate a quello che sta capitando a noi ora, e provate a mettervi nei panni di qualcuno all’epoca, o anche della giovane Abe. Di certo doveva sembrare la fine del Mondo.

Segnaposti trovati negli scavi di Nara

Ma il mondo non era finito. L’epidemia rallenta. Nella Capitale dei morti, emerge un nuovo governo, controllato dalla Famiglia Imperiale nella persona di Tachibana no Moroe (684-757).

E la Famiglia Imperiale vuole che sia nominato come erede il principe Asaka.

Ma non va così. Shōmu e Kōmyō hanno preso una decisione: sarà la principessa Abe a ereditare.

Questa tensione porta a scontri anche violenti, e costringe Shōmu e la sua famiglia a spostare la residenza un sacco di volte negli anni a seguire.

La disputa dinastica si allevia però nel 744, quando il giovane principe Asaka defunge di colpo. Un altro membro della Famiglia Imperiale che si busca un brutto caso di Morte Improvvisa e Conveniente!

Sotterrato il figlio, Shōmu torna a Nara, dove si ammala a sua volta. Non muore, ma resta infermo. Nel 749 abdica in favore della principessa Abe, che all’età di 31 anni diventa l’Imperatrice Kōken. Da notare che Kōken non ha né figli né consorti, nonostante molti nel suo milieu tendessero ad accompagnarsi giovani.

La moderna città di Nara vista dalle colline orientali

Dopo tanta sfiga, il 749 è un anno propizio, più che propizio!

La Capitale torna a essere stabile.

Viene scoperto l’oro nella provincia di Mutsu

Il bodhisattva Hachiman viene installato a Nara

Al Grande Tempio dell’Est (il Tōdai-ji) viene ultimata la colossale statua di Vairocana. L’inaugurazione avviene nel 752 (tre secoli dopo gli scioglieranno la testa durante un massacro).

Il Grande Buddha

Ma le difficoltà per Kōken non sono finite: la sua autorità sarà messa in dubbio a più riprese, prima dagli uomini, e poi dagli dei!

Kōken

Kōken regna dal 749 al 758.

I suoi genitori sono ancora in vita e continuano ad esercitare la loro influenza sulla politica, Shōmu in quanto Imperatore ritirato, e Kōmyō in quanto Imperatrice madre. L’uomo più influente di corte, a questo punto, è Fujiwara Nakamaro, parente stretto di Kōmyō.

Nakamaro non solo è parente e protetto di Kōmyō, ma per anni riveste un ruolo di rilievo nell’amministrazione centrale, la gestione della casa dell’Imperatrice e gli affari militari.

Il regno di Kōken non si discosta molto da quello precedente di Shōmu: i nostri mantengono contatti diplomatici coi Tang e sponsorizzano il Buddhismo. Nell’est, continuano a incentivare la colonizzazione, ma mantengono rapporti cordiali con gli emishi, gente di cui abbiamo parlato qui e che non riconosceva l’autorità della corte di Yamato.

Emishi, da una rappresentazione del XIV° secolo

La situazione politica però è lungi dall’essere stabile: nel 757 il figlio di Moroe, Tachibana Naramaro, tenta un colpo di stato.

Naramaro ha molte ragioni per essere scontento: non ha potuto succedere al padre alla guida del governo, Nakamaro è un tiranno violento, e il candidato alla successione imperiale è imparentato con Nakamaro via matrimonio.

Peccato che Naramaro non sia proprio il migliore complottatore là fuori, e il piano viene presto spiattellato alla corte. Nakamaro salta sull’occasione e fa spacciare il rivale con tutti i suoi avversari.

Nel 758 Kōken abdica in favore di un parente, che diventa l’Imperatore Junnin. Junnin è imparentato per matrimonio con Nakamaro, che Junnin rispetta come un secondo padre.

Sembra proprio che Nakamaro e il suo figlioccio Junnin abbiano fatto cappotto, ma non è così. La realtà è che la situazione è molto instabile, e Kōken ha probabilmente calcolato che le conviene effettuare una ritirata strategica se vuole restare rilevante a corte senza rischiare di restare coinvolta in congiure dilettantesche.

E difatti il regno di Junnin è molto bizzarro. Il nostro non sembra mai diventare un vero e proprio sovrano, al punto che la corte non si prende nemmeno la briga di cambiare il nome di era com’era costume all’inaugurazione di un nuovo regno.

Sotto una superficie di baciabbracci e volemosebbene, sta gradualmente montando l’antagonismo tra la volitiva Kōken e l’autoritario Nakamaro.

Il Padiglione principale del Palazzo

Nel primo paio d’anni tutto sembra filare liscio. Kōken e Junnin si trasferiscono perfino alla residenza di Nakamaro. Tre amiconi!

Sembra un pelino strano che Kōken si premuri di riprendere il controllo delle Guardie della Cinta, prima tenuto da Nakamaro, ma a parte questo la nostra sembra più occupata con la propria vita spirituale che con gli affari di stato.

Il Tempio del Grande Buddha

Kōmyō muore nel 760. A 42 anni, Kōken è de facto il membro più anziano e prominente della famiglia. Il che la mette in una posizione delicata rispetto a Junnin. Peraltro, ora che Kōmyō è defunta, Kōken diventa l’Imperatrice ritirata, il nuovo polo di autorità a corte, come suo padre e sua madre erano stati prima di lei.

Questo la mette in competizione con Nakamaro, che stava facendo una carriera stellare e teneva Junnin in palmo di mano.

Le cose prendono però una svolta imprevista quando Kōken si ammala. E’ il 761, e la nostra si trova allettata. Medici e santoni cercano di portarle sollievo, senza risultato. Kōken sta morendo.

E un giorno si presenta a lei un monaco. Il suo nome è Dōkyō, Specchio della Via.

Dōkyō intento in uno dei suoi loschi riti, particolare dalla stampa di Utagawa Kunisada, 1819

Dōkyō ha fama di essere un seguace di pratiche esoteriche e poco ortodosse. Non è proprio il genere di persona adatta alla cerchia di un’Imperatrice ritirata. Ma Kōken è determinata a non stirare le zampine, e lo lascia avvicinare.

Non è chiaro cosa succeda a questo punto. Dōkyō stregoneggia qualcosa, e par funzionare, perché Kōken migliora. La malattia svanisce, il suo corpo si fortifica. A 43 anni Kōken rifiorisce.

E i nodi che si erano accumulati tra lei, Junnin e Nakamaro vengono tutti al pettine tutti insieme.

Mesi dopo la miracolosa guarigione, nel 762, Kōken rompe i piatti coi due, raccatta la propria gente e il suo nuovo consigliere spirituale e torna a Nara, dove fa emettere un Ordine solenne in cui spoglia Junnin delle proprie prerogative e si riappropria del potere decisionale.

Ovvio, questo rende Junnin molto infelice, ma Nakamaro la prende ancora peggio. Il nostro ha impestato la corte e l’amministrazione coi propri amici e parenti, ma con Junnin relegato a ragazza pon-pon e addetto agli addobbi floreali, la sua posizione è minacciata.

Per due anni l’Imperatrice ritirata e il Ministro dei Ministri si prendono a cornate in un braccio di ferro sempre più feroce.

Finché nel 764 Nakamaro non decide di agire.

Come accennato, il nostro aveva piazzato figli e alleati in numerose posizioni militari.

Nel 9° mese decide di passare all’azione e inscatolare la fastidiosa carampana con le cattive: ordina a uno dei suoi di inviare messaggeri ai guerrieri delle provincie e di radunare 6.000 soldati alla Capitale. Di certo le Guardie della Cinta non possono misurarsi contro 6.000 gagliardi combattenti a cavallo!
Per poter convocare i summenzionati 6.000 però Nakamaro deve dimostrare di agire in nome e per conto del Governo. In altre parole, li deve convocare via dei messaggeri ufficiali.

A questo punto il Giappone ha un sistema di strade e di cavalli postali ben sviluppato: le stazioni coi cavalli, disseminate a tappe di una trentina di chilometri le une dalle altre, permettono ai messaggeri ufficiali di spostarsi tra la Capitale e le capitali provinciali.

Per poter usare questi cavalli e provare quindi di essere un messaggero legittimo, il funzionario riceve dal governo dei sonagli speciali, ekirei. Il portatore di ekirei è un messo legittimo.

Ed è su questo banale ma vitale dettaglio che Nakamaro si rompe il muso.

Nakamaro ha preparato il suo colpo di stato, messo in allerta le truppe provinciali, infiltrato i suoi ovunque e accaparrato i governatorati delle provincia chiave.

Kōken non fa niente di tutto ciò: Kōken (avvertita che si stavano aprendo le danze), manda uno dei suoi a far manbassa delle ekirei. Requisisce i sonagli.

E paralizza all’istante l’intero apparato ribelle.

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Rappresentazione grafica del complotto di Nakamaro

Nakamaro si aspetta di vedere arrivare da un momento all’altro migliaia di guerrieri ai suoi ordini. Invece è incastrato alla Capitale, incapace di chiedere aiuto, solo con Kōken, che, ricordiamolo, controlla le Guardie.

Nakamaro è un tacchino che si è barricato nella tana di un dingo affamato.

Per sette giorni le Guardie della Cinta assediano Nakamaro nella sua residenza, come anni prima era toccato al Principe Nagaya. Solo che questa volta Nakamaro non viene “suicidato”. Non ce n’è bisogno. Kōken lo fa trascinare sulle rive del lago Biwa, dove viene scapitozzato.

Junnin non viene ucciso, ma solo deposto ed esiliato. Per chi segue questo blog, non ammazzare il cugino è un’altra scelta che fa di Kōken una figura molto atipica nel panorama storico giapponese.

Shōtoku

La nostra risale sul trono: nuova carriera, nuovo nome, Shōtoku!

Il governo viene riformato, zeppato con i capiclan che hanno avuto il buonsenso di restarle fedeli. La nostra è ormai autocrate indiscusso dell’Impero, e questo mette a disagio molti dignitari.

Cosa combinerà mai questa volitiva quarantenne? Questa strana donna che non ammazza il cugino, non si sceglie un marito, questa che si autoproclama Imperatrice per la seconda volta così, senza nemmeno appellarsi a un precedente dignitoso?

Il suo più fidato consigliere resta Dōkyō, e le chiacchiere subito si scatenano.

Come minimo questa carampana dalla menopausa incipiente è la sua amante, è senza dubbio manipolata da questo carismatico e misterioso stregone.

E’ fuori di dubbio che Shōtoku fosse una credente fervente, che si considerasse “al di fuori del mondo”. E’ anche fuori di dubbio che favorì il clero buddhista più dell’aristocrazia laica.

Il Grande Tempio Occidentale, costruito nel 764

Ma questo può essere anche spiegato col fatto che il clero le era sempre stato fedele, mentre gli aristocratici laici avevano cercato di silurarla due volte. Uno diventa un po’ diffidente, a lungo andare…

E’ anche innegabile che Dōkyō fosse una delle persone a lei più vicine, che lei lo definisse il suo “maestro” e che, grazie al favore di lei, Dōkyō abbia fatto una carriera mai vista prima. Addirittura Shōtoku lo fa nominare “Re della Legge” (法王), una carica che non era mai stata concessa prima né mai lo sarà dopo.

Però

C’è sempre un però

Il problema delle fonti scritte è che spesso non sono neutrali, ma molto parziali. Scremata la paranoia dell’autore confuciano, se esaminiamo i fatti ci rendiamo conto che Dōkyō non si vide mai concedere nessun incarico temporale. La carriera di Dōkyō è strettamente spirituale ed ecclesiastica. Quando viene nominato Ministro e poi Re, Shōtoku specifica sempre che si tratta di Ministro e Re del culto buddhista. Dōkyō non ottenne mai nessun potere effettivo.

Quello è nelle mani di Shōtoku, che non lo condivide.

Scorcio del tempio orientale

Shōtoku è quindi padrona indiscussa della corte. La sua autorità però viene messa di nuovo in discussione, non più dagli uomini, ma dagli dei.

E’ l’ultimo round, e questa volta è Shōtoku contro le Potenze Iperuranie!

E’ il 769, un oracolo arriva da parte del Gran Bodhisattva Hachiman: se si vuole che le carestie cessino, che il regno sia pacificato, che la prosperità ritorni, Shōtoku deve nominare il monaco Dōkyō come suo successore.

Questo messaggio da parte di Hachiman in persona ha sulla corte e la Capitale l’effetto di una granata a frammentazione tirata in una cristalleria. Per molti è un segno inequivocabile della fine imminente della dinastia. Lo hanno detto per anni: Shōtoku è una poveretta tenuta al guinzaglio da un mago senza scrupoli. Ora gli consegnerà il trono e la dinastia che si protrae indietro nel tempo fino alla Dea del Sole giungerà a fine!

Solo che Shōtoku, fervente credente, reagisce a questo messaggio divino con sorprendente (e onestamente sospetta) cautela.

-Che oracolo bizzarro.- Commenta -Certo, se questo è ciò che gli dei vogliono, non posso che obbedire. Solo che… metti che abbiamo capito male? Per essere proprio sicuri, chiediamo cosa ne pensa il mio personale indovino. Per conferma, sai.

Da notare che l’oracolo viene dal santuario di Usa Hachimangū, in Kyūshū, e il governatore del momento è il fratello minore di Dōkyō. Coincidenze, senza dubbio.

Ad ogni modo meno male che Shōtoku controlla perché, INCREDIBILMENTE, il secondo indovino trae dal dio un messaggio del tutto diverso!

Secondo il nuovo responso, non solo Shōtoku è la legittima e indiscussa sovrana, ma chiunque provi a mettere in dubbio la legittimità della Famiglia Imperiale è una minaccia per il Paese e deve essere annientato.

Che dire, per essere una con una fede cieca nel suo mago, Shōtoku sapeva dar prova di notevole scetticismo.

Fontana presso il padiglione della luna, nel Tempio Orientale

Ci sono ovviamente conseguenze per questo tiro furbino da parte dei parenti di Dōkyō, ma Dōkyō stesso non viene punito. Forse Shōtoku decise che era innocente, o che non ci avrebbe riprovato.

E’ anche possibile che la nostra abbia avuto pietà: la sua salute si stava di nuovo deteriorando, e nessuna formula magica aveva più effetto. Shōtoku stava morendo, ci sta che non abbia avuto il cuore di far uccidere quello che senz’altro era un uomo importantissimo per lei.

Un anno dopo l’incidente, Shōtoku muore senza eredi. Dopo di lei viene scelto come successore il principe Shirakabe, che discende non dal ramo di Tenmu (ramo che era stato dominante sin dal 673), ma dal ramo di Tenji (r. 668-671).

Tenmu aveva usurpato il trono alla morte di Tenji, e 100 anni dopo il suo lignaggio si esaurisce, permettendo al ramo più antico di riemergere. Ah, i corsi e i ricorsi…

光仁天皇
L’Imperatore Kōnin, precedentemente noto come Principe Shirakabe

In molti si sono interpellati sulla mancanza di consorti e di eredi di Kōken/Shōtoku.

A parte il pettegolezzo maligno su Dōkyō, pare proprio che l’Imperatrice non avesse amanti o compagni. E’ possibile che semplicemente non le piacessero gli uomini: checché ne pensino certi gamers, i diversamente eterosessuali non sono un’invenzione dei SJW per rovinare i videogiochi.

E’ anche possibile che Kōken/Shōtoku abbia deciso di non correre il rischio di una gravidanza, visto che di parto si moriva male e con una certa frequenza.

C’è però qualcosa di deliberato nel fatto che non si sia nemmeno presa la briga di designare un successore, magari un parente (come era avvenuto con Junnin). Magari aveva rotto i piatti con tutti i parenti e non si fidava di nessuno di loro. Magari la sua sincera fede nel potere del Buddhismo la portò a credere che il karma positivo maturato con le sue numerose opere pie avrebbe portato al trono un successore degno.

Con la nuova interpretazione dell’oracolo di Hachiman, Kōken/Shōtoku assicura l’intoccabilità della Famiglia Imperiale, sancisce in modo inequivocabile che il trono può andare solo a un membro del suo clan. Forse questo le bastava.

Non si premurò nemmeno di proteggere di Dōkyō, che fu prontamente pensionato in un monastero di Shimotsuke non appena lei morì. Il fatto che non l’abbiano fatto fuori conferma che nemmeno i successori di lei lo ritenevano una minaccia.

Il mondo che Shōtoku lascia al suo successore Kōnin (r. 770-781) non è dei migliori.

Tanto per cominciare la nomina del principe Shirakabe scatena la virulenta opposizione del ramo imperiale di Tenmu e del clero di Nara, tanto che dopo pochi anni il nuovo ramo regnante decide di abbandonare la Capitale e spostarsi. Da un punto di vista economico, la situazione aveva cominciato a languire sotto il regno di Shōmu e non era migliorata nei decenni. Per di più, non appena la vecchia stira le zampe, gli emishi decidono che è ora di riprendere le ostilità: sotto il regno di Kōnin comincia la Guerra dei 38 anni nelle provincie orientali.

Il regno di Kōken/Shōtoku non è rivoluzionario o particolarmente innovativo: l’Imperatrice si situa in perfetta continuità con le politiche economiche, amministrative e religiose portate avanti da suo padre e suo nonno. Tolte le paranoie, il giudizio e le fisime dei suoi contemporanei, Kōken/Shōtoku non fu una sovrana particolarmente migliore o peggiore dei suoi predecessori. Fu di certo molto abile, audace e scaltra, ma come governante fu straordinariamente normale per il suo tempo.

E’ solo che dovette far molta fatica per poter governare nello stesso modo in cui suo padre aveva governato.

La morale della favola è sempre la stessa: mai fidarsi dei cugini!

MUSICA!


Bibliografia

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NAOKI Kōjirō, “Nara and Toudai-ji”, trad. BOCK Felicia, in SHIVELY Donald et MC CULLOUGH William, The Cambridge History of Japan, vol. 1, Cambridge University Press, Cambridge, 1993, p. 241-256

MATSUO Hikaru, Tenpyō no seiji to sōran, Kasama shoin, Tōkyō, 1995

TSUBOI Kiyotari et TANAKA Migaku, The Historic city of Nara, The Center for East Asian Studies, Paris, 1991

KUMAGAI Kimio, Emishi to jōsaku no jidai, Yoshikawa kōbunkan, Tōkyō, 2015

NIINO Naoyoshi, Tamuramato to Aterui, Yoshikawa kōbunkan, Tōkyō, 2007

HIGUCHI Kazushi et SATO Yayoi, “Nara jidai kōki ni okeru Kōken no suii”, in Artes Liberales n.72, Iwate daigaku jinbun shakai kagaku-bu kiyō, giugno 2003, p. 141-156

Emishi, gli eterni sconosciuti

Non si può studiare la storia giapponese pre-XIII° senza incappare in questo strano termine.

Emishi.

Fin dalle prime fonti storiografiche autoctone, nell’VIII° secolo, questo nome compare, e quasi sempre in circostanze drammatiche. Gli emishi si sono ribellati, gli emishi hanno bruciato i fortini di frontiera, gli emishi hanno teso un agguato al governatore e se lo sono mangiato con le fave e un buon chianti…

Bruciare fortini in particolare sembra essere stato un gran passatempo.

Person Who Speaks A Language Other Than Geek Is This A Barbarian ...

Nonostante gli emishi abbiano bruciato fortini imperiali per secoli, le informazioni al loro riguardo sono paradossalmente poche e confuse. Anche perché non scrivevano, che è una cosa che mi rende sempre molto triste.

La prima domanda che sorge spontanea a questo punto è: chi erano questi piromani impenitenti?

Chi erano gli emishi?

Emishi - Wikiwand

Emishi rendono omaggio al Principe di Sangue Shōtoku (il tizio a cavallo che sembra dire “‘sto frustino po’ esse’ de piuma o po’ esse’ de fero”), dallo Shōtoku taishi eden emaki, XI° secolo

La parola “emishi” (蝦夷 in un delle sue grafie più correnti) compare per la prima volta nel Nihon shoki, in riferimento al secondo mese del ventisettesimo anno del regno dell’Imperatore Keikō (98 d.C.). Un tale Takeshiuchi no Sukune torna da un viaggio delle regioni orientali e riferisce:

Tra i barbari orientali, c’è il pese (国) di Hitakami (日高見). In quel paese, uomini e donne legano i propri capelli in forma di martello, si tatuano e la gente è valorosa. Sono chiamati emishi. La terra è fertile e vasta, può essere presa con un attacco.

“Ho scoperto questo nuovo paese.”

“Figo, ma lo possiamo saccheggiare o no?”

Tutto il mondo è paese.

Ad ogni modo è importante sottolineare che Keikō è un sovrano semi-leggendario che secondo la tradizione avrebbe regnato tra il 71 e il 130 d.C. Non solo a quell’epoca non esisteva nessun “impero”, ma è relativamente certo che le isole giapponesi fossero un coacervo di tribù agrarie che si aggregavano e si disgregavano. In altre parole, non solo non esisteva l’impero, non esisteva nemmeno lo stato. Quella qui riportata è una leggenda trascritta agli inizi dell’VIII°, e non può essere assolutamente presa in parola.

L’idea che i fantomatici abitanti dell’est avessero costituito uno stato, Hitakami, è pure molto improbabile. L’esistenza di questo “paese” è propugnata anche da fonti cinesi, in particolare il Tongdian (通典), completato agli inizi del IX° secolo. E’ però più che probabile che i Cinesi tenessero queste informazioni dagli inviati Giapponesi, quindi la fonte cinese non “conferma” l’informazione, piuttosto “ripete per sentito dire”

Una cosa però è sicura: gli emishi vivono nella parte orientale e nordorientale di Honshū.

E’ anche importante notare che “emishi” non è l’unico termine usato per parlare della gente del nordest: ebisu, emisu, ezo, ecc. Sono pure termini usati in diversi contesti e periodi, ma non è chiaro in base a cosa e una discussione filologica esaustiva sull’argomento rischia di essere complicata (vorrei tenere questo articolo sotto le 3.500 parole, possibilmente!) [Edit: ho miseramente fallito]

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Il Tongdian non è la sola fonte cinese che fa riferimento a delle popolazioni insediate nel nordest del regno di Yamato. Lo Xin Tangshu (新唐書) o Nuovo Libro dei Tang, scritto nell’XI° secolo, descrive un’ambasciata del 668 dove l’inviato Wa è accompagnato da gente orientale. Costoro sarebbero dotati di una gloriosa barba di quattro piedi (120 cm!) e di un’incredibile abilità con arco e frecce.

Una delle teorie sulle origini del termine “emishi” è appunto che sia una distorsione della parola yumishi, (弓人 o弓師), “arciere” o “maestro d’arco”. Il secondo kanji di emishi è dopotutto “夷”, che può essere interpretato come una fusione del kanji di “arco” (弓) e “grande” (大).

Un’altra spiegazione attribuisce invece l’origine alla parola che gli Ainu usavano per riferirsi a loro stessi, ovvero emchu o enchu. E’ verosimile che questa parola, all’orecchio dei Wa della regione centromeridionale, suonasse qualcosa come emisu o emishi.

Quale di queste sarà la spiegazione corretta?

A dire il vero una non esclude l’altra, dacché i kanji possono essere stati usati per trascrivere una parola fonetica e scelti in base al loro significato implicito. In parole povere, può darsi che dovendo scegliere quali ideogrammi usare per trascrivere “enchu” i Giapponesi abbiano optato per i segni che indicavano le abilità di arcieri degli emishi.

Quindi voilà, la prova che gli emishi erano Ainu, giusto?

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Diciamo pure che “emishi” viene proprio da una parola Ainu e indicava gli Ainu.

Se Ainu = emishi, non è affatto detto che tutti gli emishi = Ainu.

Un altro passaggio del Nihon shoki, un po’ più affidabile stavolta, viene dal capitolo sul regno dell’Imperatrice Saimei (655-661). Il settimo mese del quinto anno (670) del regno dell’imperatrice, la corte spedì un’ambasciata alla corte dei Tang in Cina (al potere dal 618). Il brano è molto più vicino alla data di compilazione del Nihon shoki e si basa sui diari lasciati da due membri della spedizione.

Stando alla fonte, i Giapponesi portano al Figlio del Cielo un uomo e una donna emishi.

L’ambasciata è avvenuta davvero, dacché è confermata dalle fonti cinesi. Queste però non menzionano buffi primitivi a seguito dell’ambasciatore Wa, quindi non siamo proprio sicurissimi di come si sia svolta davvero l’udienza con Gaozong [Edit: erroneamente chiamato Gaozong nella versione precedente].

Stando al Nihon shoki, l’imperatore Gaozong li riceve il decimo mese intercalare. Dopo aver chiesto come sta Saimei, bene grazie, e i nipoti, bene anche loro, mi raccomando salutamela e tante buone cose, Gaozong s’interessa finalmente dei due emishi.

L’Imperatore quindi chiese: -Questo paese degli emishi, dove si trova?

Risposero rispettosamente: -E’ nel nordest.

L’Imperatore quindi chiese: Quanti tipi di emishi esistono?

Come nel primo passaggio, gli emishi sono gente nordorientale. Considerato che lo stato di Yamato è ancora giovane nel 670, può darsi che con “nordest” si intendesse il nord di quella che è oggi la prefettura di Miyagi.

Miyagi Prefecture - Wikipedia

La prefettura di Miyagi, anticamente parte della Privincia di Mutsu

E’ chiaro che Gaozong interpreta il termine “emishi” non come il nome di un popolo particolare (come gli Ye o gli Han o i Wa), ma come un termine generico per indicare gente non meglio specificata che vive in una certa regione (e chiede quindi “quanti tipi di emishi esistono”).

Dalla risposta degli ambasciatori giapponesi capiamo che questo è esattamente il modo in cui il termine viene usato:

Risposero rispettosamente: -Ce ne sono di tre tipi. Quelli che sono molto lontani sono chiamati Tsugaru (都加留), quelli dopo Ara-emishi (粗蝦夷) e i più vicini sono i Nigi-emishi (熟蝦夷). Questi emishi sono Nigi-emishi. Ogni anno inviano un tributo alla corte.

Tsugaru, normalmente scritto “津軽”, è una penisola nell’estremo nord dell’isola di Honshū. Quanto agli altri due, non è offerta nessuna indicazione geografica particolare. Gli Ara sono lontani, i Nigi sono vicini e portano un tributo. Secondo Hanihara, gli Ara (termine che evoca l’idea di violenza e riottosità) sono gli stronzi che non si piegano all’auto-evidente superiorità degli Yamato, mentre i Nigi sono bravi e mandano un tributo.

In altre parole, Ara e Nigi indicano due gruppi politici, non etnici.

Nel 1960, Inoue presentò l’ipotesi che i Nigi fossero gruppi stanziati nelle regioni più prossime al territorio controllato da Yamato, ovvero quelli che sono oggi i dipartimenti di Miyagi, Yamagata o Fukushima.

La discussione con Gaozong continua.

L’Imperatore chiese: -Questo paese conosce i cinque cereali?

Risposero rispettosamente: No. Mangiano carne.

L’Imperatore chiese: -Questo paese ha abitazioni?

Risposero rispettosamente: -No. Vivono nel cuore delle montagne sotto gli alberi

Per citare il Barbagli “ gente che andava nuda a caccia di marmotte quando noi già s’accoltellava un Giulio Cesare.”

Sappiamo grazie a dati archeologici che queste informazioni sono fake news: la risicoltura arriva nel nordest con uno o due secoli di ritardo rispetto a Kyūshū, ma era già ampiamente diffusa dal I° secolo d.C. almeno. Dato l’ambiente montuoso e il clima rigido, è probabile che la gente del nordest abbia comunque dato più spazio a caccia e pesca rispetto ai burrosi contadini del Kinai, ma dire che non coltivavano è falso. Stesso vale per le case: abbiamo ritrovato case seminterrate molto simili al tipo di tugurio senza finestre in cui dormivano i glebani delle ricche regioni occidentali.

Insomma, da un punto di vista archeologico, i poracci dei barbari campavano più o meno allo stesso modo dei poracci dell’Impero (male e poco). Sai che sorpresa.

International Workers’ Day

Poracci of the world UNITE!

Lo scopo di questo passaggio nel Nihon shoki non è quello di descrivere con accuratezza etnografica gli emishi, ma di distinguerli dai sudditi di Yamato. Yamato è un regno, è civilizzato, usa la scrittura, coltiva, costruisce capitali, proprio come i cinesi!

Quindi gli emishi sono barbari, scimmie che dondolano dagli alberi e non sono capaci di coltivare! Uomini e donne si pettinano alla stessa maniera, perfino. Cioè. Bah. Sai che si è arrivati al picco della bestialità quando va di moda il gender neutral.

Tirando le somme, emishi è un termine vago che indica popolazioni del nordest di Honshū che non riconoscono appieno l’autorità del clan Yamato (che è disceso dalla Dea del Sole, quindi devi proprio essere scemo per non capire che bisogna fare come dicono loro!).

La domanda che spesso sorge a questo punto è: ma gli emishi saranno mica gli Ainu?

Famiglia Ainu di Hokkaidō

Per chi non ha pratica, gli Ainu sono una popolazione etnicamente diversa dai giapponesi e che occupa principalmente l’isola settentrionale di Hokkaidō. Hanno una lingua diversa, costumi e riti completamente differenti, e un aspetto distinto rispetto al resto dei cittadini giapponesi.

Per un lungo periodo si è supposto che gli Ainu fossero gli aborigeni del Giappone, ricacciati gradualmente sempre più a nord via via che popolazioni di ceppo mongoloide arrivavano dalla Corea con la loro agricoltura figa, i loro cavalli e le loro belle armi di ferro.

Queste teorie non sono più attuali, ma ad ogni modo, gli emishi erano Ainu?

La risposta veloce è

Fact Check: Was there an increase in Violent Crime in Colorado ...

La risposta lunga è, comunque no, ma facciamo un minimo di chiarezza.

E’ importante notare che la cultura Ainu ha ricevuto riconoscimento e tutela solo molto di recente. Gli Ainu di oggi sono i sopravvissuti della feroce politica di assimilazione attuata a partire dal governo Meiji. E con “assimilazione” intendo un tentativo pianificato e sostenuto di cancellare del tutto la popolazione, via soppressione della cultura, distruzione dei luoghi di culto, violenza omicida e stupri sistematici.

Gli Ainu di oggi portano l’eredità delle atrocità commesse contro di loro e queste sono ormai parte integrante del loro attivismo culturale, politico e sociale. L’argomento è davvero interessante e merita uno spazio a sé: in questo articolo voglio parlare della popolazione Ainu prima che questo tentato genocidio impattasse in modo così drammatico la loro esistenza. Ci tenevo però a segnalarlo perché se mai vi incuriosisce la cultura promossa dalla comunità Ainu dovete essere coscienti di questo terribile capitolo nella loro storia.

Com’era la situazione prima che il governo giapponese decidesse di uniformare la popolazione?

Cominciamo col dire che differenze tra il sudovest e il nordest del Giappone sono sempre esistite: la ceramica di tipo Jōmon, ad esempio, compare circa 12.500 anni fa in Kyūshū, e procede lentamente arrivando in Hokkaidō solo 8.500 anni fa.

Tradizionalmente il lungo periodo Jōmon è considerato finito quando l’agricoltura (in particolare la risicoltura) diventa un’attività economica centrale, intorno al III° secolo a.C. Questa progressione è accettata per le isole di Kyūshū, Shikoku, e per buona parte di Honshū, ma non per il resto del paese. Più o meno nello stesso periodo in cui avviene la transizione Yayoi, in Hokkaidō e nel nordest di Honshū si passa nel Periodo Zoku-Jōmon (o Epi-Jōmon), ovvero un periodo in cui troviamo un nuovo tipo di ceramica ma che presenta una grande continuità col periodo precedente.

Nusamai type pottery

Ceramica Nusamai datata 2.700-2.400 anni fa e ritrovata nello scavo dell’Abitazione 13 nel sito di Sakaeura II, nel nord di Hokkaidō (dalla collezione di materiali archeologici del bacino inferiore del fiume Tokoro). Il sito di Sakaeura II appatiene alla Cultura di Okhotsk, distintamente non Giapponesi.

Da un punto di vista archeologico, abbiamo quindi una Cultura che si generalizza in quasi tutto l’arcipelago, fino al III° secolo a.C., quando inizia una sorta di “speciazione”, tra la cultura del sudovest e del centro, e quella del nordest e di Hokkaidō. Mentre nel sudovest e nel centro si sviluppa una società stratificata e un primo embrione di stato, in Hokkaidō e nel nordest troviamo tracce di differenziazione sociale (piccoli tumuli con ceramiche Sue e spade di ferro, ecc.), ma nulla che lasci supporre una stratificazione vera e propria.

SakuraeII_House1

Abitazione 1 in Sakurae II, esempio di cultura Satsumon

House3_Hiraide

Abitazione 3 del sito di Hiraide nella prefettura di Nagano (Honshu centrale), esempio di cultura Haji (dal tipo di ceramica del periodo, diffusasi dal IV° secolo d.C.). P1,2,3,4 indicano i buchi lasciati dai pilastri del tetto.

La fase successiva nella storia di Hokkaidō, chiamata Cultura Satsumon (VIII°-XIII° secolo), comprende agricoltura e utensili in ferro, ma anche una spiccata influenza della cultura Okhotsk, smaccatamente marittima. Sia siti Satsumon che siti Okhotsk coesistono per secoli sulle coste settentrionali dell’Isola di Hokkaidō.

Tokoro_chashi

Abitazione 1 dal sito di Tokoro Chashi in Hokkaidō, uno degli esempi meglio documentati di Cultura Okhotsk

Si tratta di Ainu?

In realtà non possiamo davvero parlare di Ainu prima del XIII° secolo.

Ancora negli anni ’70 era oggetto di dibattito se gli Ainu fossero gente Jōmon rintuzzata a Hokkaidō dai Wa meridionali, o gente arrivata nel XIII° dal nord. Aikens e Higuchi ipotizzano che gli Ainu siano diretti discendenti della cultura Satsumon.

Ad ogni modo l’archeologia conferma una divergenza culturale sud-sudovest-centro VS nordest-Hokkaidō, con i due estremi geografici che presentano la più grande diversità.

L’archeologia non è l’unico approccio alla questione: come accennavo nel mio articolo sullo stato, il concetto di “razza” è ormai riconosciuto come il pasticcio pseudoscientifico che è, ma checché ne dicano i “race realists” e altra feccia simile, questo non significa assolutamente che le differenze somatiche tra gruppi vengano ignorate o negate. In altre parole, le differenze somatiche esistono (dato oggettivo), la razza (concetto intellettuale che interpreta tale dato) è stato superato in favore di un approccio nettamente migliore e più scientifico (e che quindi si presta meno a bizzarre interpretazioni politiche).

A questo proposito, Hanihara sostiene che morfologicamente non c’è nessuna differenza tra gli scheletri del periodo Satsumon e i moderni scheletri degli Ainu. In altre parole, la gente di Satsumon aveva già l’aspetto dell’Ainu moderno. In contrasto, il sud-ovest del Giappone mostra, a partire dalla fine del periodo Jōmon, una somiglianza crescente con altre popolazioni del Nord-est Asiatico. Questa somiglianza è particolarmente evidente in Kyūshū e diminuisce progressivamente che ci si sposta verso il nordest dell’isola di Honshū.

In altre parole, la gente del nordest e di Hokkaidō mantiene le caratteristiche somatiche della popolazione Jōmon molto più a lungo rispetto ai gruppi che vivevano in altre regioni.

E che ne è della lingua?

La lingua Giapponese e quella Ainu sono diverse, ma hanno anche similitudini strutturali e lessicali importanti. Secondo Aikens e Higuchi, si tratta in entrambi i casi di lingue Altaiche, e secondo il metodo glottocronologico avrebbero cominciato a separarsi tra i 5.000 e gli 8.000 anni fa (più o meno quando il Giapponese iniziò a distinguersi dal Peninsulare da cui deriva anche il Coreano). I dialetti regionali odierni sono pure separabili in due ceppi distinti, che spaccano il paese in Nordest e Sudovest.

The best dialects memes :) Memedroid

Non sembra, ma Americano e Australiano sono lingue molto vicine

In realtà Robbets fa notare che non c’è per niente consenso sulla parentela genealogica del Giapponese, Coreano e altre lingue Trans-Eurasiatiche. Cioé, è apparente che Giapponese e Coreano sono legati, e pare che le lingue Tungusiche delle regioni vicine siano il parente prossimo più probabile, ma queste similitudini sono genealogiche (queste lingue hanno un antenato in comune) o semplicemente frutto della vicinanza geografica e dell’inevitabile meccanismo di appropriazione?

Nota rilevante: quando si parla di “lingue Altaiche” non si intende che gli Altai furono effettivamente la regione di origine di questa comunità linguistica. Già negli anni ’20 il linguista Ramstedt, un colosso della linguistica altaica, situa la possibile zona di origine  più a est, sui monti Da Hinggan.

Nel 1996 Juha Janhunen ipotizzò che, nonostante Mongolo, Tunguso, Coreano e Giapponese non fossero geneticamente legate, le comunità linguistiche rispettive avevano probabilmente origine nella stessa zona geografica che va dalla Corea alla Manciuria Meridionale. Da un punto di vista culturale, queste comunità sarebbero legate a quella che è definita oggi la Cultura di Hongshan.

Hongshan

Zona della Cultura di Hongshan

La comunità linguistica del proto-Giapponese e proto-Coreano sarebbe situata nel nord della Penisola Coreana.

Secondo Robbets esiste bel et bien una relazione genealogica tra il Giapponese, il Coreano e altre lingue Trans-Eurasiatiche (chiamate anche Altaiche). In altre parole, la lingua dei Wa e quella dei coreani sono strette parenti.

Pin on Owls and Pussycats

 

Quindi, che conclusioni possiamo trarre?

Già dagli inizi del periodo Jōmon notiamo delle differenze economiche e culturali tra la gente che viveva nel nordest di Honshū e Hokkaidō, e quella che viveva nel sudovest di Honshū e Kyūshū (Shikoku compare sempre pochissimo perché, per qualche oscura ragione, non se la fila mai nessuno!). Somaticamente la popolazione sembra molto uniforme nell’Arcipelago. E’ molto probabile che, oltre alle differenze culturali, economiche e religiose, i vari gruppi parlassero lingue diverse ma vicine tra loro.

Dalla fine del Periodo Jōmon iniziamo a notare una distanza progressiva sia a livello culturale che economico che politico che somatico.

Secondo Hanihara, gli isolani del periodo Jōmon, gli Ainu e gli abitanti delle isole Ryūkyū sarebbero geneticamente distinti dalla popolazione agricola del Periodo Yayoi e dai giapponesi moderni. In particolare, i geni della gente Jōmon e Ainu mostrano spiccate similitudini col genoma degli abitanti del Sudest Asiatico, mentre la gente Yayoi e i moderni giapponesi sono geneticamente simili a popolazioni del Nordest Asiatico.

Esistono anche nette differenze morfologiche tra la popolazione Yayoi e quella Jōmon. Stando agli scheletri, possiamo ipotizzare che la gente Jōmon fosse probabilmente alta di media 1,50m, con spalle larghe e una struttura robusta, nasi pronunciati e denti piccoli. La gente Yayoi pare avesse un’altezza media di 1,60m, fosse più slanciata, con nasi più piccoli e denti più grandi.

Questo supporta la teoria di ondate di immigrazione che si intensificano agli inizi del Periodo Yayoi e che avrebbero spinto la gente Jōmon verso la periferia.

Occhio però: c’è stata anche tanta mescolanza, e Hanihara non suggerisce assolutamente che Giapponesi e Ainu siano due popolazioni perfettamente distinte. Al contrario, i Giapponesi moderni hanno, chi più chi meno, similitudini con gli Ainu. In altre parole, gli Ainu derivano dai Jōmonesi, mentre i Giapponesi derivereddero da una commistione (più o meno importante) di Jōmonesi e immigrati continentali del Periodo Yayoi. Le similitudini tra Giapponesi e Ainu aumentano nelle regioni nordorientali di Honshū, dividento il paese in due regioni etniche tra Kyūshū e Hokkaidō, con una vasta zona grigia nel mezzo. La regione del nordest di Honshū e Hokkaidō mantengono una maggiore continuità col Periodo Jōmon per un lasso di tempo più lungo che non la regione del sudovest, che aveva frequenti e vivaci contatti con la penisola coreana e la Cina.

Un’ulteriore divisione avviene a partire dall’VIII° secolo: in Hokkaidō appare la cultura Satsumon, mentre il nordest di Honshū è progressivamente colonizzato da gente della regione centrale e meridionale. Come accennato a inizio articolo, questo si è accompagnato a migrazioni, deportazioni e guerre. Ciò nonostante, come abbiamo visto, la popolazione del nordest di Honshū non viene del tutto assimilata dai Wa: mantengono tratti linguistici, somatici e culturali nettamente distinti da quelli della regione centrale. Allo stesso tempo, adottano caratteristiche delle popolazioni centromeridionali, differenziandosi dagli Ainu di Hokkaidō ma sensa essere del tutto assorbiti dai Giapponesi meridionali.

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Quindi, tornando alla nostra domanda: gli emishi  sono Ainu?

No, gli emishi vengono prima degli Ainu.

Gli emishi e gli Ainu hanno origini comuni?

Sì. In realtà pare proprio che tutti gli abitanti delle isole giapponesi siano discendenti dei Jōmonesi, e che si siano sviluppati in modo diverso a seconda delle correnti culturali e migratorie a cui erano soggetti.

Quindi con emishi si intende un qualche tipo di gruppo proto-Ainu, in opposizione coi Wa della regione centro-meridionale?

No.

Possiamo affermare con relativa sicurezza che il nordest era abitato da gente diversa dal sudovest.

Ma è importante ricordare che emishi è un termine politico, non etnografico.

Come abbiamo visto, esistono varie tradizioni culturali, somatiche e linguistiche nell’arcipelago giapponese. Il termine “emishi” non indica un gruppo particolare, ma una regione. In principio, indicava “quelli che non sono sudditi del re di Yamato”, con gli anni lo troviamo affibbiato anche a funzionari del governo, che magari erano “discendenti di quelli che non sono sudditi del re di Yamato”.

In altre parole, gli “emishi” sono i “barbari orientali”.

Da un punto di vista etnico, la sola cosa che possiamo dire di loro è che i futuri Ainu discendono da (alcuni degli) emishi, ma non tutti gli emishi erano proto-Ainu.

Emishi comprende proto-Ainu, ma anche immigrati coreani provenienti dalla federazione di Gaya, o dal regno di Silla, o addirittura dal temuto regno di Goguryeo, comprende sudditi di Yamato che si sono dati alla macchia, gente che ha vissuto nel nordest per millenni, e gente che è arrivata dal Kantō per non dover sottostare al nuovo governo centralizzato.

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Non abbiamo modo di definire gli emishi con certezza. Le uniche fonti che ne parlano sono quelle di Yamato, che usano la parola “emishi” con lo stesso vago razzismo inconsistente con cui certi mentecatti italiani usano la parola “rifugiato”. Sembra che si stiano riferendo a qualcosa di specifico, ma nei fatti il significato assegnato alla parola è “quell’orda di gente aliena in contrasto con noi, società civile ed evoluta”.

E’ probabile che gli Yamato abbiano adottato questo tipo di tono e narrativa dai Cinesi. Nello Shan Hai Ching (山海経), il Classico delle montagne e dei mari, opera già in circolazione al tempo degli Han Occidentali (206 a.C.-9d.C.), compare il termine “毛民”, letteralmente “popolo peloso”, riferito a un popolo barbarico del nordest, che abita in delle isole del Pacifico ed è descritto come basso, peloso, primitivo, che vive in case scavate nel terreno.

Sounds familiar?

Uno dei termini che i Giapponesi usarono per riferirsi ai “barbari orientali” o emishi è ebisu “毛人”, “gente pelosa”, o mōteki “毛狄”, “nemici pelosi”.

Familiar yet?

In realtà i termini giapponesi si distinguono in senso ed uso da quelli cinesi, ma è possibile che lo Shan Hai Ching o la tradizione cinese in generale siano la fonte d’ispirazione per la scelta di detti termini.

Questo non significa che Ainu ed emishi non avessero nulla a che fare. Al contrario, hanno molto a che fare ed esistono importanti continuità culturali, linguistiche e somatiche tra gli abitanti del nordest e gli Ainu.

Il punto è che la realtà culturale ed etnografica dell’Arcipelago Giapponese è molto più complessa di un semplice Giapponesi VS Ainu.

Tra VIII° e XIII° secolo, periodo della “pacificazione” della regione nel nordest di Honshū, possiamo stabilire che gli emishi avevano sì tratti comuni con gli Ainu, ma pure tratti comuni con i Wa della regione centrale, e benché non si fossero coalizzati in una società stratificata di tipo statale come la corte di Yamato, il loro livello tecnologico era più o meno lo stesso di quello delle truppe imperiali.

Quanto alla loro organizzazione economica, c’erano ovvie differenze con le attività delle regioni più calde, ma gli emishi praticavano l’agricoltura, estraevano il ferro e allevavano cavalli proprio come i loro antipatici vicini colonizzatori (probabilmente allevavano più cavalli perfino, ma questa è un’altra storia).

Da quello che possiamo estrapolare, gli emishi erano stanziati in vari territori che gli imperiali chiamano mura, e organizzati su base clanica o tribale, in gruppi che potevano federarsi o dissolversi a seconda delle necessità, e che non di rado erano in guerra tra loro. In altre parole, un’organizzazione non troppo diversa da quella che si suppone aver caratterizzato il resto del Giappone prima del processo del secondary state formation che ha portato al regno di Wa.

Re_Yamato

Il re di Wa secondo le haniwa funerarie

E’ più che probabile che questo discorso sugli emishi non sia più attuale di qui a qualche anno. Le uniche fonti scritte di cui disponiamo sono estremamente parziali e povere in dettagli. Non solo: a differenza della Cina, la corte giapponese non ci ha lasciato nessuna opera “etnografica” degna di questo nome. Non solo non abbiamo testimonianze dirette, ma non abbiamo nemmeno un punto di vista esterno che sia ragionevolmente neutrale: la letteratura di questo periodo è estremamente politica.

Con il progresso della scienza, delle tecniche archeologiche e delle metodologie sociologiche ed etnografiche, è molto possibile che il nostro punto di vista su questa strana gente nordorientale cambi ancora, come già è avvenuto in passato.

Ora, volevo concludere col caveat che questo si tratta di un articolo molto superficiale sull’argomento, e che siete invitati ad approfondire, e che il dibattito storiografico non si conclude mai.

Ma ho di recente visto l’ennesimo video di un Tuttologo cianciare di Neomarxismo Postmodernista (se vi sembra una contraddizione in termini, non siete i soli), di come nelle Università sia praticamente IMPOSSIBILE dibattere di cose e di come tutti, studenti e ricercatori, DEBBANO confermarsi all’immutabile e definitiva sentenza dell’”accademia”.

E sapete che? Mi garba questo fantasioso mondo alternativo.

Quindi scordate gli ultimi paragrafi: Io sono il vostro profeta, ogni singola parola da me scritta è assolutamente corretta perché l’ho detto io, chiunque non sia d’accordo è Nazista e, per citare Karl Marx: “be gay, do crime!”.

MUSICA


BIBLIOGRAFIA

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CRESCENTE Nadia. “Il Nord del Giappone verso la conversione agraria. Le più recenti indicazioni archeologiche.” Il Giappone, vol. 40, 2000, pp. 5–36

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HANIHARA Kazuro. “Emishi, Ezo and Ainu: An Anthropological Perspective.” Japan Review, no. 1, 1990, pp. 35–48

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La collezione di materiali archeologici del bacino inferiore del fiume Tokoro