Tre film per samhain

Samhain si avvicina!

A essere sincera, è una ricorrenza che mi è sempre passata sopra la testa. Dato lo stampo anglosassone e commerciale della faccenda, il mio ruolo di fanciulla di buona famiglia toscana mi impone di guardare la cosa dall’alto, il naso arricciato dallo sdegno e un bicchiere di buon chianti in mano. Roba da americani, cuginetti speciali. Le nostre tradizioni sono più antiche, più nobili, più serie e più intellettuali.

Detto ciò, a chi non piacciono mostri e fantasmi?

Questa festa commerciale e serva del sistema è un’ottima occasione per guardarsi filmacci e nutrire il ragazzino morboso che si annida in ognuno di noi!

Qui tre spassionati consigli.

Lo sottolineo subito: nessuno di questi film fa paura, nemmeno un pochino pochetto. Si tratta di film divertenti che hanno messo un largo sorriso sulla mia faccia (solo per un attimo s’intende: sorridere fa venire le rughe!).

The Lords of Salem


Un minuto di silenzio per Mozart e per i capelli di Mrs. Zombie.

Questo è l’unico film trash della trippletta. E’ una piccola perla!

The Lords of Salem, film del 2013, è la penultima fatica di Rob Zombie. Ring any bells?

Per chi non lo conoscesse, Rob Zombie è la mente malvagia dietro il re-make Halloween e Halloween II. Ora, non dirò che questi due film stuprano analmente Michael Myers, ma di certo lo molestano. Zombie ha anche all’attivo perle come Werewolf women of the SS (Nicolas Cage partecipa nel ruolo di Fu Man Chu, e ho detto tutto).

Per una curiosa combinazione di eventi, esiste anche un buon film di Zombie: The devil’s rejects. Immagino che dopo aver girato quello lì, il nostro metallaro allo sfascio abbia headbangato con troppa foga e si sia dimenticato come si fa ad essere registi. E badate: The Lords of Salem è l’opera in cui gli hanno dato carta bianca! Genio all’opera!

Il film è il terzo della Haunted Production, dopo Paranormal Activity e Insidious. A me i film sono più o meno piaciuti tutti e due. Niente di eccezionale, ma li ho trovati gradevoli. Paranormal Activity non brilla per originalità, ma l’attrice protagonista se la cava e alla fine riesce a trarre il meglio dalle due lire di budget che ha. Insidious ha di pro e dei contro. I due attori principali recitano da cani (il che è bizzarro, perché Patrick Wilson è capace di fare un lavoro decente, quando vuole) e gli ultimi venti minuti sono da facepalm galattico, ma la regia mi era piaciuta per la maggior parte, come anche l’uso di effetti pratici piuttosto che computer grafica.

Quindi, con due film passabili all’attivo, cosa ci riserva la produzione?

Oh, boy…

Ahem… ciò è imbarazzante…

Il film comincia con un Sabba in Salem, durante il quale un mazzo di bagonghe inneggia al Diaulo. Forse Zombie cercava di rievocare l’iconografia rinascimentale in una scena vagamente simile all’inizio del McBeth di Polanski. Nei fatti, sono bagonghe nude intorno a un falò che cercano con tutte le loro forze di essere spaventose, con tanto di strilli, balbettii e smorfie. E noi dovremmo beri la scena con tette flosce, denti marci e tizie che berciano “aaaah, ihihihih, gahgahgah, uuuuuuh” per MINUTI. Sì, boh, le riunioni del Collettivo Studentesco al Liceo erano più spaventose, ma, devo ammettere, molto meno divertenti.

Insomma, un inizio col botto che ti butta in faccia “cattivi brutti coi denti marci”! Wow, che classe, che maestria! A meno che voi non siate Repubblicani Neo-cons o fan di Altieri (autore anche di Fisiognomia dentale, come capire l’indole dal tartaro sugli incisivi), è probabile che la reazione a tale scena sia l’ilarità.

Ed è solo l’inizio!

Il resto del film si svolge oggigiorno, con Heidi, una rastona in disarmo, DJ per il programma radio più fastidioso della Storia. Una sera qualcuno le recapita un vinile di un gruppo sconosciuto, The Lords, con a quanto pare un’unica traccia: una decina di note ripetute ancora e ancora e ancora e ancora. Della serie: se non ti fa paura la prima volta, forse la ventitreesima sì!

Heidi e il suo cumpa ascoltano stammerda senza salvezza e, dopo aver determinato che è nammerda senza salvezza, decidono di trasmetterla il giorno dopo alla radio. Logico.

La musica è magica e da quando viene trasmessa un sacco di strani fenomeni cominciano a capitare alla nostra protagonista, in un crescendo di idiozia culminante con la Maledizione delle Streghe di Salem!

Ovvero: la discendenza del reverendo John Hawthorne partorirà l’Anticristo e le donne di Salem moriranno tutte. O una roba del genere.

Di solito non mi piace quando qualcuno sfrutta un fatto storico (specie uno cupo e crudele come i processi di Salem) e ne fa quel che gli pare senza riguardo. In questo caso nessuna delle “streghe cattive” porta il nome delle vittime di Salem, la vicenda è chiaramente inventata (si parla di roghi, e credo tutti sappiano che a Salem non è stato bruciato nessuno) e l’unico personaggio storico reale che compare è Hathorne. Hathorne era un pazzoide integralista e un assassino, quindi merita di comparire in un questo film di merda.

BWAHAHAHAHAHAHAHAH, oh my…

La sceneggiatura va oltre lo stupido. In una delle prime scene Heidi dice alla proprietaria del condominio che ha visto qualcuno nell’appartamento 5, appartamento che, la proprietaria assicura, è vuoto. Quando Heidi insiste, la tizia decide di andare a vedere “se ti fa sentir meglio”.

Se fa sentir meglio lei?

Cosa, sei te la proprietaria, se qualcuno apre uno squat in uno dei tuoi appartamenti il problema è tuo, mica della rastona quarantenne in fondo al corridoio!

Il tutto è ancora più caricaturale quando vediamo che il concetto della vecchia di “controllare” è andare alla porta, constatare che è chiusa a chiave e andarsene. Wow, Sherlock Holmes in pantofole!
E il tutto è ancora più assurdo quando si scopre che la vecchia sa benissimo cosa succede nell’appartamento 5. Immagino se ne fosse scordata. Dispetti dell’Alzheimer.

In un’altra scena un’Heidi posseduta deve presenziare al concerto dei Lords. Il suo cumpa la va a prendere, la trova ancora più rottame che d’abitudine e a stento capace di mettere un piede avanti all’altro. Dato il noto passato di droga della signora, il tipo decide di chiamare un’ambulanza un familiare il suo capo accompagnarla al concerto. A lavorare, cagna! Perché né lui né il terzo DJ della trasmissione potevano andare al posto di lei, ci mancherebbe!

Zombie pliiiiis…

Heidi è un personaggio che definire dimenticabile è dire poco. E’ la tipica rastona rottame coi tatuaggi e un passato da drogata (originalità a palate). Heidi si veste da Ragazza Trp Kontro (a quarant’anni), ha la casa decorata da roba figa e ascolta metal, e questo ci basti: è tutta la caratterizzazione che ci serve.

Il Metal, già. Rob Zombie ha iniziato realizzando video musicali, e si vede. Si vede e fa male agli occhi.

Rob Zombie pare sinceramente convinto che i capri, i pentacoli e il trucco bianco e nero siano roba controcorrente, scandalosa e inquietante. No, sul serio, Heidi che ancheggia su un muflone impagliato dovrebbe spaventare.Rob Zombie vive chiaramente nel 1901.

Una menzione doverosa al nudo! Metà del film è fatto da tette flosce e cellulite. Attacca su tette flosce e cellulite per poi spostarsi su Heidi che dorme nuda, ovvero tette piatte e ossicini. Il film impiega diversi minuti a mostrarla nuda (ma coi calzettoni), in bagno, sul cesso, e pochi secondi per sviluppare il suo carattere.

Dovrò elaborare dal semplice fatto che dorme nuda coi calzettoni: soffre di geloni, non mangia abbastanza e tiene il riscaldamento di casa sua troppo alto. Che razza di esempio stai dando, Zombie? Perché nessuno pensa ai bambini? (Ovviamente del nudo fotte nasega, è il riscaldamento a mille che disapprovo).

Uno potrebbe quasi pensare che il film sia volontariamente esilarante. Suvvia, un uomo adulto non penserà davvero che gente in maschera che masturba dildo variopinti sia paurosa no?

E invece sì.

In un’intervista il grande Rob mette i puntini sulle i: “To me, horror and comedy never work. Never worked for me, anyway.”

Oddai, adesso dovrei credere che anche The devil’s rejects è tutto serio! Non mi farai sentire in colpa per aver riso, Zombie, è inutile che ci provi!

In un’altra scena delle vecchine commettono un omicidio e poi prendono una tazza di the. La scena dovrebbe essere inquietante e surreale, ma la recitazione delle tre signore e la sceneggiatura mentecatta ne fanno uno spezzone a metà tra l’adorabil-retard e l’ilare.

Sul serio dovrei prendere sul serio battute come “Have you come here to stuck your nose and cock inside her head and fuck her brain?”? Non so se sia un omaggio a Lee, ad ogni modo è la terza battuta più cretina della storia del Cinema dopo “are you all right?” in Audition e “ci conosciamo intimamente?” in Le porte dell’Abisso. Le due vecchie zie di Arsenico e vecchi merletti sono MOLTO più inquietanti, e stiamo parlando di una commedia per famiglie!

Infine, a tratti Zombie cerca di giocare la carta “creepy” à la Insidious. Avete presente questa scena? Non è male, perché l’essere è allo stesso tempo visibile e inquadrato di sfuggita, e non abbiamo idea di chi o cosa sia.

Funziona se usato in modo sottile, col personaggio che non nota qualcosa che lo spettatore ha intravisto.

Sottile? Un film di Rob Zombie? Fanculo, perché non mettere una strega nuda putrefatta in cucina, a fissare la nostra protagonista come uno spaventapasseri lobotomizzato? L’effetto è, ancora una volta, involontariamente esilarante.

 

Sceneggiatura che va oltre l’idiota
Recitazione che oscilla tra del tutto svogliata e esagerata abbestia
Personaggi del tutto dimenticabili
Mrs. Zombie
La trama è così sottile da essere impalpabile
Gli elementi metal pompati
I nudi e i dildo
What about Boomer?!

 

Il film è, a parer mio, un “so bad it’s good”.

Insomma, se volete un film così brutto da essere divertente, The Lords of Salem fa al caso vostro! E’ stupido, è esagerato, il copione trascende l’idiozia, la recitazione è a livelli di scuola media e la fine, quando Zombie cerca di essere “provocatorio, satanico e inquietante”, è così assurda e demente da guadagnarsi un posto di merito nell’Iperuranio del cinema trash!

 

ParaNorman


Questo è un cartone animato per famiglie del 2012, uno stop-motion. La casa di produzione è Laika, che potrete ricordare per Coraline.

Vidi Coraline un qualche anno fa, e lo trovai carino. Dopo un film bellino, la Laika non poteva deludere subito al secondo prodotto no?

No, infatti. ParaNorman ha pregi e difetti, ma nell’insieme mi è piaciuto.

Stop-motion, una tecnica che desta la mia più sincera ammirazione

Norman è un ragazzino sensitivo che vive in un paese famoso per aver impiccato una strega alla fine del ‘600. Il centro città è un continuo celebrare questo simpatico avvenimento, con negozi, casinò a tema, una bella statua della strega ecc.

La storia peraltro si ambienta in Massachusetts, un chiaro riferimento al processo di Salem. Cela va sans dire, questo cartone gestisce il richiamo alla strage di Salem molto meglio del filmaccio di Zombie!

Norman vive con una madre affettuosa ma poco presente, un padre pragmatico e brusco, e una sorella più grande arrogante e gradevole come una scheggia sotto l’unghia. Ovviamente nessuno dei tre crede che lui sia davvero sensitivo, e a scuola il bulletto non perde mai occasione di tormentarlo per la stessa ragione.

Fin qui niente di molto originale, il 99% dei film con citti sensitivi comincia così.

Le cose cambiano quando lo zio matto di Norman (sensitivo anche lui) gli spiega che l’anniversario della morte della strega si avvicina, e che per scongiurarne la maledizione è necessario leggere un certo libro sulla sua tomba prima del tramonto. L’infame fattucchiera ha infatti maledetto giudice e accusatori: non troveranno riposo e sorgeranno dalle loro tombe a un suo comando.

Nemmeno questo molto originale. Il problema è che lo zio di Norman è un conclamato ritardato, ed esce di scena prima di aver dato indicazioni più precise. Sicuro come l’alba, qualcosa va storto, e gli zombies sorgono dalla terra e scendono in città durante la peggiore tempesta del secolo.

E qui il film di zombie prende una direzione del tutto nuova.

Come ho detto, il film non ha elementi “cattivi”, ma ne ha di buoni e di così-così.

Ci sono buone idee per i personaggi, la satira prende in giro in modo originale i film classici di zombie in un’inversione di ruoli che non avevo mai visto finora, e ci sono anche diverse frecciate alla società più in generale (come durante la recita della scuola, in cui sono presenti solo i genitori dei marmocchi e nessuno guarda lo spettacolo perché tutti sono troppo impegnati a filmarlo).

Adulti, molto più pericolosi degli zombie

Il secondo atto della storia è fantasioso e creativo. In particolare sono rimasta ammirata dal villain:

La strega era una bambina, uccisa da adulti spaventati che non vogliono ascoltare. Il libro che Norman deve leggere non è un libro di magie, ma una favola. Una favola per far restare la bambina addormentata. Niente favola, niente nanna: la ragazzina si sveglia e scatena la sua vendetta sui suoi carnefici.

Con alti e bassi, questo personaggio riesce a essere tragico, ma anche inquietante (“I don’t want to go to sleep. And you can’t make me”, nice job folks!).

Una scena

Ho anche apprezzato il cinismo con cui sono ritratti i cittadini: che sia per fanatismo religioso o per paura degli zombie, la folla è sempre uguale, una belva pronta a linciarti per preservarsi, che tu sia davvero una minaccia o meno. Anche nel design il messaggio è chiaro: i vivi faranno sempre più paura dei morti.

Brrr…

I comprimari sono caricaturali, ma non piatti. Fanno nell’insieme un lavoro decente.

Le battute sono… incostanti. Certe sono effettivamente divertenti, in particolare quelle di Mitch, il fratello maggiore dell’amico di Norrman (peraltro, la sua battuta finale mi ha sorpresa: credo che Mitch sia il primo e unico esempio del suo genere in un film americano per bambini). Per avere un’idea, qui.

L’humor nero. Quello era delizioso. Ci sono dei passaggi nel cartone che mischiano bene umorismo e un contenuto estremamente truculento. Guardi il cartone e ti rendi conto che questa buffa scenetta di goffaggine ritrae un bambino di undici anni che cerca di strappare un libro dalle mani di un cadavere. Un cadavere col rigor mortis e che comincia a puzzare.

Non è una cosa nuova. Nightmare before Christmas è praticamente basato su questo contrasto, come anche altri cartoni tipo La sposa cadavere, ma è un tipo di commedia che a me piace molto.

La morale in generale mi è piaciuta: nel film nessuno è davvero cattivo, e tutti lo sono un po’. L’idea de “la gente teme quello che non capisce” non è certo nuova, ma dopotutto è una realtà. Persone normali e di buone intenzioni possono commettere le cose più atroci per paura. E il corollario è: il vero problema è non stare a sentire il prossimo.

Il film ha peraltro un ottimo spunto riguardo al rancore, e a come la vendetta sia distruttiva sia per chi la subisce sia per chi la esegue. Per usare il proverbio giapponese: quando maledici qualcuno scavi due fosse (libera traduzione).

 

Ok, tutto ciò è molto bello, quindi cos’è che non mi è piaciuto?

Difficile da spiegare. Il film gioca con dei temi difficili da maneggiare in un film per bambini (linciaggi e infanticidio, no less!). A tratti l’equilibrio tra il tono di un film per famiglie e la crudezza del soggetto è ottimo, a tratti pare che gli sceneggiatori non abbiano osato andare fino in fondo. La storia della strega ad esempio è gestita molto bene, ma alla fine la risoluzione pare un po’ affrettata.

Anche l’umorismo vola a tratti basso. Per una battuta divertente e una scena satirica, c’è uno scherzo infantile e uno sketch cretino. Sembrano occhiolini ai bimbi poco furbi in sala “eccovi il vostro scherzo sui sederi, alé, ridete”.

Ugualmente il disagio che prova Norman per via del suo potere ha le ali tarpate. Le scene di incomprensione con la sua famiglia sono fatte molto bene, ma poi vediamo Norman chiacchierare con gli spettri come con dei vicini di casa. Il fatto che sia così a suo agio con i morti va contro l’idea che il suo dono gli crei problemi.

Insomma, il film ha diverse buone idee e ottimi momenti, ma sembra realizzato solo per due terzi. Finito di guardarlo, l’impressione è che si potesse fare un po’ meglio.

L’animazione stop-motion è notevole e migliora con la storia
I personaggi sono divertenti
La satira
Il secondo atto
Il tema della storia
L’ultimissimo scambio con la strega è piuttosto cliché
A tratti il film decolla solo a metà
L’humor nero

Nell’insieme lo consiglio: è carino, ha degli spunti molto boni, a tratti un po’ banalotto ma a tratti brillante. E’ per ragazzini, ma apprezzabile anche dai grandi.

 

Tucker & Dale VS Evil


Cominciamo col dire che HO ADORATO QUESTO FILM. E’ una delle migliori commedie noir che abbia visto negli ultimi anni.

Si tratta di un film canadese del 2010, diretto dall’americano Eli Craig.

La storia comincia con un gruppo di college kids che parte per un fine settimana nei boschi a bere, fumare e scopare. Lungo la strada vengono superati da un camion con due sinistri omonidi di montagna (hillbillies) che li fissano con inquietante attenzione. Gli stessi hillbillies saranno sinistre presenze all’ultima stazione di gas, dove i ragazzi si fermeranno per rifornirsi.

A coronare il tutto, il luogo che hanno scelto per la loro vacanza è stato teatro, vent’anni prima, di un terribile crimine, in cui un paio di hillbillies assassini hanno attaccato e massacrato un gruppo di innocenti campeggiatori…

Senso di déjà vu?

Come The cabin in the woods, Tucker & Dale VS Evil è una parodia del genere slasher, ma l’approccio è totalmente differente. The cabin in the woods è un film divertentissimo e ben pensato, ma che basa la sua vis comica sul meta-umorismo: funziona solo nell’universo degli slasher (tipo le cagate della serie Wrong Turn et similia). Per maggiori informazioni, questo articolo del Tapiro.

Anche in Tucker & Dale VS Evil buona parte dell’ilarità viene dalla parodia di altri film, ma la trama si regge in piedi da sola. Ovvio, se si ha un po’ di pratica del genere lo si apprezza molto di più, ma non è indispensabile per seguire la storia o godersi l’umorismo macabro.

Ma andiamo con ordine.

Gli hillbillies che incrociano la strada dei nostri college kids sono Tucker e Dale, due amici che hanno comprato uno chalet una baracca sfondata nella stessa zona in cui i ragazzi vogliono campeggiare. A loro insaputa, si tratta della stessa baracca in cui vivevano i due serial killer attivi vent’anni prima.

Dopo uno sgradevole scambio con i ragazzi alla stazione di servizio, i due hillbillies si trovano a pescare nello stesso lago in cui il gruppo sta facendo il bagno. L’unica persona passabile della banda, Allison, cade da uno sperone roccioso, picchiando la testa. Tuck e Dale si precipitano a salvarla, ma sono visti dagli altri, che da bravi cerebrolesi appena usciti da una fraternity tirano la più logica delle conclusioni: Allison è appena stata catturata da due hillbillies perversi affamati di carne umana.

Mentre i due compari portano la ragazza a casa e la soccorrono, il gruppo decide che l’unica tattica ragionevole da attuare è attaccare i due mostruosi cannibali e salvare la loro amica. La situazione precipita alla svelta, per la delizia degli spettatori.

Questo film è curato fin nei dettagli. Ad esempio, la stazione di gas, topos immancabile degli slasher, si chiama Last Chance Gas. Tuck e Dale passano il tempo a tracannare birra della marca Beer. E via di seguito. I riferimenti ai cliché del genere sono tantissimi, ma non zavorrano la trama. Aumentano l’ilarità per chi li nota, per chi non li coglie non cambia nulla.

I personaggi dei due omonidi sono una delle cose migliori del film. Tuck e Dale sono simpaticissimi. Sono due ignoranti dalla parlata sgrammaticata, e gente che apprezza le buone cose della vita, sono disorganizzati e rozzi, e sono cavallereschi e leali, sono semplici ma non stupidi, e nemmeno lontanamente pazzi quanto il capetto della banda dei college kids.

Le interazioni tra i due amici sono ottime e i dialoghi un miscuglio molto ben gestito di ignoranza, bizzarria e buonsenso.

I college kids sono più stereotipati e, a parte il capo, Chad, gli altri sono banali ma ben gestiti.

Allison, l’eroina, è passabile. Non brillante come i due hillbillies, ma sufficiente. Non è molto sveglia, ma non è stupida. E’ piena di buona volontà, ma non molto capace, e alla fine della fiera passa buona parte del tempo incosciente. A tratti è un po’ troppo brava e comprensiva, al che viene da chiedersi cosa ci faccia questo fiore di fanciulla con una manica di mentecatti come i suoi amici.

Un mentecatto

Il gore è molto poco plausibile, ma hey, resta più probabile di quello che combinano in Wrong Turn (1, 2, 3, 4, o 5, scegliete a piacere, fanno cagare tutti quanti, e sì, lo so che ne hanno fatti ancora, e no, non capisco il perché).Qui per lo meno è volontariamente divertente.

Un altro merito del film: prende in giro i suoi stessi cliché, come il fatto che Allison trovi sempre il modo di cadere e farsi male.

La storia
Tucker e Dale
I comprimari
I particolari
La sceneggiatura
Il gore cialtrone
Il twist finale
Certe battute di Allison sono un’anticchia troppo “goody goody”

 

Questo film è divertentissimo. Guardatelo.

BONUS

Ho citato più in alto Arsenico e vecchi merletti.

Si tratta di un film del ’44, diretto da Frank Capra e basato sulla commedia di Kesserling. Racconta la storia di Mortimer, uno scrittore che sta per partire in luna di miele e prima di andare passa a salutare la famiglia: due vecchie zie, adorabili vecchine che lo hanno allevato, e suo fratello Teddy, un matto convinto di essere Theodore Roosvelt. Mortimer pensa di sbrigarsela in pochi minuti, ma tutto cambia quando, aprendo una cassapanca, trova un cadavere fresco di decesso.

Per avere un’idea, qui una scena.

Arsenico e vecchi merletti è una delle mie commedie preferite. La storia è spassosa, è recitata divinamente e i personaggi sono memorabili. Straconsigliato!
E per finire una canzone in tema: CHAINSAW BUFFET!

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Aneddoti e narrativa: Vaporteppa

Questo è un articolo di narrativa, e come tale vorrei iniziarlo con un aneddoto di vita vissuta.

Poche settimane fa ero in Italia in visita dagli Augusti Genitori. Come ogni fine di agosto, il mio tempo era assorbito da incontri col gruppo Bilderberg, consolidamento del dominio giudaico e lettere di insulti alla mia università. Io e la segreteria abbiamo un rapporto masochista, non tanto di amore e odio, quanto piuttosto di odio e antipatia (cit.).

Sicché un bel giorno pianto il summit rettiliano per l’asservimento dei goya e vado in Paese. Faccio un giro dei vari tabaccai. L’ultima volta che hanno visto un francobollo era il 1923, uno di loro giura che glieli ha mangiati il cane, un altro mi urla “NON LI AVRAI MAI SPORCA GIUDEA ALLAH AKBAR!” e si fa saltar per aria.

Avevo due opzioni: rinunciare a spedire la lettera o andare alle Poste. L’idea di lasciare la mia segretaria senza la sua usuale dose di “che cazzo state combinando coi miei documenti, manica di luddisti psicopatici” mi rattristava troppo. Alle Poste dunque!

Ammetto che sette anni a Lutezia mi hanno rammollita. A Lutezia uno entra, compila i fogli, affranca alla macchinetta e in dieci minuti è fuori dalle palle, libero come un fringuello.

Le porte automatiche si aprono con un cigolio di ruggine e metallo, una zaffata di putrefazione e polvere mi investe. Bambini piangono, aggrappati a madri macilente che hanno esaurito le scorte di merendine. Una di loro cerca di sedare il pargolo facendogli respirare della colla. Un vecchio si guarda intorno spaesato. Ha i calzoni corti e una mantellina troppo piccola. E’ qui dal 1925, voleva spedire una cartolina alla nonna. In un angolo, una donna con gli occhi iniettati di sangue sta armeggiando con una scatola puzzle per evocare i Cenobiti (che tanto non si muoveranno perché non ci sono più anime da sbranare, qui dentro). Sul tabellone lampeggiano i numeri A012, A011 e E018. Tiro il bigliettino. E389. Sarà da ridere.

Io non ho paura. Sono un vichingo, checchazzo. Mi siedo sulla cenere dei secoli. Apro la borsa.

E l’orrore mi assale.

Ho scordato la roba a casa. Non ho portato nulla! Non il romanzo americano che sto leggendo, non il romanzo giapponese che sto leggendo, né il saggio di Souyri né il numero Osprey dei Pirati d’Estremo Oriente. Sono disarmata, sola e in territorio nemico!

Il mio coraggio scema, mi ficco il bigliettino in tasca e mi precipito fuori dall’ufficio. La luce del sole mi fa male agli occhi. Ho visto una libreria da queste parti. Eccola!

Entro, m’infilo nel settore narrativa.

E’ lì che mi rendo punto a che punto il Paese sia messo male.

Pensate che la crisi sia brutta? Guardate al tipo di “arte” che mettiamo insieme. Non sono nemmeno nel reparto Fantasy/Sci-Fi (noto per essere il reparto Cottolengo), sono proprio in Narrativa, e sugli scaffali si assiepano tomi buoni per soli due target: i ritardati mentali giovani e i ritardati mentali vecchi che vorrebbero essere giovani. Tra le altre cose, scopro che la Licia Nazionale ha sfornato una nuova Creatura, con protagonista una Metallara.

Licia Troisi + Metal = WE ARE DOOMED! DOOMED!

Ora, io non ce l’ho col trash. Io amo il trash! Le porte dell’abisso è uno dei miei film preferiti, Tommy Wiseau è uno dei miei idoli (Oh hi Mark), ho un piccolo altare in casa dedicato solo al Daibosatsu Rocca-nyorai…

Ma quando esiste solo il trash, allora inizio ad aver paura. Insomma, sono come Vincent Smith di Silent Hill 3: venero il Dio, ma non per questo vorrei vederlo realizzato nel mondo reale. Il trash è il sale della vita, ma non lasciategli conquistare il Mondo o è la fine.

Nella fattispecie, l’unica cosa lontanamente potabile era una traduzione di Stephen King, che è peraltro uno degli autori più sopravvalutati di sempre (Sì, l’ho detto, non vi temo funz, fatevi sotto!).

Grazie al Cielo l’editoria digitale è messa un po’ meglio.

Non voglio scrivere un articolo sullo stato della letteratura digitale in Italia. Se vi interessa, leggetevi gli articoli del Duca di Baionette, è molto più informato di me. Oggi voglio parlare di racconti.

Racconti editi da Vaporteppa.

Sono sicura che tra i bazzicatori di questo piccolo blog molti già la conoscono: si tratta di una casa editrice digitale specializzata in narrativa fantastica, in particolar modo Steampunk (da cui il nome), ma non solo.

Devo essere sincera, di solito, quando vado a selezionare le mie letture, “fatine”, “mec a vapore”, “retro-futurismo” e “conigli” non sono proprio le parole chiave che mi vengono in mente. Non sono una gran lettrice di Stempunk o bizzarrie, conosco il genere molto poco e molto male.

Tuttavia tutti i racconti che finora ho letto usciti dalle fucine di Vaporteppa mi sono piaciuti, alcuni di più, alcuni di meno. Mi sono piaciuti in primo luogo perché sono di buona qualità. Alcuni brevi, altri lunghi, tutti sono scritti bene. Il livello tecnico degli autori sbriciola a mani basse quello di altri “campioni” dell’editoria cartacea. Non c’è paragone. Sul piano tecnico i vaporteppari vincono.

In secondo luogo, i racconti che ho letto finora hanno in generale una vena ironica e divertente.

Avete presente quando la Troisi pretende di scrivere passaggi tragici, o quando Altieri parla di ninja crucci che ammazzano lanzi a secchiellate e pretende di essere preso sul serio?

Niente di tutto questo. Il tono e lo stile cambiano ovviamente da autore ad autore (duh!) ma in generale nessuno, a mia esperienza, fa il passo più lungo della gamba. Non mi è ancora capitato di leggere passaggi involontariamente ridicoli: le scene esagerate o divertenti lo sono perché l’autore vuole che lo siano, non per sbaglio.

Con queste basi, certe opere mi sono piaciute più di altre per le trovate fantasiose, o i personaggi, o il tono più o meno spiritoso, ma sono tutte di qualità oggettivamente buona.

Qui alcune di quelle che ho letto e che consiglio caldamente anche ai non appassionati del genere.

 

L1L0, di Pippo Abrami


La storia è abbastanza lineare: L1L0 è un automa a vapore con tre cervelli di scimmia, creato da un illustre scienziato di Praga per salvare sua figlia, tenuta ostaggio in una caserma.

Cosa distingue L1L0? Il Witz. Dacché qualunque essere autocosciente, una volta resosi conto di essere un bollitore dalla forma vagamente lagomorfa, si toglierebbe la vita, L1L0 è stato dotato di Umorismo Giudaico, l’ironia fatalista.

Un minuto di awe per una delle idee migliori che abbia mai trovato in un racconto. Il Witz è in effetti un’arma culturale elaborata per sopravvivere i diciassette secoli di oppressione e antisemitismo. Inserirla come componente anti-suicidio è geniale.

Non è solo una trovata deliziosa, è anche un grande pregio della storia. L1L0 è il personaggio-PoV, ed è il suo modo di vedere e pensare a dar vita a quella che altrimenti sarebbe una quest piatta e fine a se stessa.

Le scene d’azione sono ben descritte, il Punto di Vista è adorabile, la storia è semplice ma riesce a tirar fuori un twist che non scade nello zuccheroso e banale. Con tutto che ho un’idiosincrasia feroce per i marmocchietti in narrativa (ho il santino di Erode tra la foto di Wiseau e quella di Mattia Sorrenti), il racconto mi è piaciuto un sacco.

 

Piloti e Nobiltà, di Diego Ferrara


Diego Ferrara è lo stesso che ha scritto Soldati a vapore, un racconto che straconsiglio (magari ne riparlerò). A questo giro seguiamo Elsa, un pilota donna in un mondo di uomini, che deve eseguire un volo dimostrativo di un nuovo eligibile anfibio, a beneficio di una banda di nobili (possibili acquirenti). Tra Elsa e i suoi passeggeri il disprezzo è a prima vista e reciproco, e mentre il volo prosegue e le richieste assurde si moltiplicano, la situazione si fa più scomoda e la tensione sale.

Elsa è il Personaggio-Punto di Vista. Elsa è una donna forte, competente, con un brutto carattere e un’antipatia feroce per i Nobili. E’ un buon personaggio, con qualità e difetti, e all in all molto credibile.

In questa storia l’umorismo non è dato tanto dal tono della protagonista (che di umorismo ne ha poco), quanto dalla vicenda vera e propria. Specie alla fine, il racconto strapperà un largo sorriso a chi apprezza l’humour nero (tipo me).

Consigliatissimo anche questo.

 

 

La maschera di Bali, di Francesco Durigon


Questo è forse il più fantasy tra i racconti che ho letto finora e uno dei più “seri”. E’ anche l’unico in cui ho una riserva. Ma veniamo al dunque.

Londra, 1897. Il Dipartimento di Scienze Occulte sta studiando su un povero alienato gli effetti di alcune maschere tribali, ritenute magiche in qualche maniera. Durante l’esperimento, la maschera balinese di Rangda prende vita, e la situazione precipita: in poche ore Londra è invasa da orde di demoni immortali e fiammeggianti, affamati di carne umana.

Due personaggi sono voci narranti: Abigail, veggente del Dipartimento di Scienze Occulte, e John Plye, soldato di Sua Maestà Britannica, mandato al macello contro le orde demoniache.

Parliamo dei pro della storia per cominciare. I personaggi sono ben caratterizzati nel poco spazio disponibile, sono credibili e funzionano bene nella storia.

Le scene d’azione sono eccellenti. Il volo di Plye sui tetti di Londra e il primo scontro coi demoni è un piacere da leggere.

Per il fattore: “mah”…

Attenzione, SPOILERS!

La “seconda vita” di Plye pare poco concludente. Abbiamo messo in scena un buon personaggio, gli abbiamo dato una morte intempestiva e accidentale, il che potrebbe starci bene (fatalità della guerra, stiamo come d’autunno sugli alberi eccetera). Ma non finisce lì, viene resuscitato alla meno peggio, creando una buona situazione di conflitto: Plye preferirebbe essere morto che non uno zombie motorizzato, e lo si può capire.

Ergo abbiamo un buon personaggio (il soldato di fegato), lo ficchiamo in un contesto interessante (un dipartimento scientifico invaso da mosti e demoni), con un conflitto eccellente (essere non-morto)… e poi boh, Plye viene massacrato poche pagine dopo senza nemmeno arrivare in fondo al percorso.

Era proprio necessario?

Sarebbe cambiato qualcosa se invece di avere il suo punto di vista Abigail fosse stata accompagnata per il breve tratto da un soldato a caso?

Insomma, a mio avviso un peccato.

FINE SPOILER

In conclusione, la storia resta ben scritta, con scene notevoli e una vicenda interessante. L’impressione è che ci sia molto più materiale da sfruttare, anche in termini di ambientazione e personaggi. Forse il tutto si presterebbe meglio a essere rielaborato per un romanzo, più che non per un racconto breve.

Nonostante tutto, una lettura gradevole, che consiglio.

 

 

Caligo, di Alessandro Scalzo


Questo non è un racconto, ma un romanzo. Dalla quarte di copertina:

Repubblica di Zena, Italia, 1912. Barbara Ann ha quasi diciassette anni e un seno che se crescerà ancora diventerà davvero imbarazzante. Ma questo non è il suo problema principale: da alcuni mesi soffre di forti emicranie e allucinazioni. Cosa c’è nella testa di Barbara Ann? E come si collega alla morte di suo padre, il defunto colonnello Axelrod, il primo uomo a mettere piede su Marte nel 1894, ossessionato dalla ricerca di qualcosa di ignoto fin da quando ritornò dal Pianeta Rosso? E cosa vuole Michele, quel bel ragazzo biondo col cappotto che puzza di piscio? Barbara Ann si troverà immischiata in un gioco internazionale tra Inghilterra, Austria e il protettorato inglese di Zena… e intanto, chi si preoccuperà dei suoi criceti?
Un’avventura Steampunk con mech, zombie e scafandri potenziati, in una Genova del 1912 che non è mai esistita.

Come avrete capito dalla quarta, Caligo ha una vena ironica molto presente. C’è anche molto fan-service, e l’autore non è timido a riguardo (Barbara Ann ha delle tettone così!).

Di solito mi dà sui nervi quando l’autore indulge in descrizioni fisiche del/la protagonista per il puro scopo di titillare il lettore. Nihal che si contempla nello specchio e si trova gli occhi “troppo grandi” è un esempio immortale.

Trovo anche fastidioso e vagamente inquietante quando l’autore approfitta della storia per ficcarci dentro una sua personale perversione, che non ha nulla a che fare con la trama, non serve a niente, è lì solo perché piace all’autore. Un po’ come la gatta con tre tette in Star Treck 5. Shatner, what the hell?

Nella fattispecie il fatto che Barbara Ann abbia delle tettone così e che ce lo ricordi in più di un’occasione passa, perché alla fine segue bene il tono semiserio della storia, oltre che il carattere represso-esibizionista-masochista del personaggio. Ci sono dei momenti di puro fan-service in stile anime-ecchi, perché, non scordiamocelo, Barbara Ann ha delle tettone così, ma gli si perdona, perché alla fine la scena è divertente e non rallenta la storia. E poi Barbara Ann ha delle tettone così.

Tette a parte, la storia è originale e il personaggio di Barbara Ann interessante e divertente da leggere. Combina bene competenze, inventiva, coraggio, pregiudizi e bizzarrie. Ambientazione e comprimari peraltro le corrispondono bene: una Genova d’acciaio, catrame e fumi di scarico, dove niente è come sembra, dove chiunque potrebbe essere una spia, un traditore o un abbonato a Superomo (recapito anonimo e discreto).

La storia bilancia bene momenti semiseri con momenti più truci. La scena in cui Barbara Ann ha una crisi di emicrania non ha niente di umoristico, e non è la sola, ma passaggi dl genere sono molto ben dosati senza mai essere melodrammatici.

Le scene d’azione sono buone, e Barbara Ann è una che se la sa cavare senza scadere nel cliché della tettona guerriera (peraltro, ho già detto che ha delle tettone così?). L’ambientazione è solida e creativa, con la giusta dose di follia e realismo.

Le finale ha un twist, che io non mi sarei aspettata, ergo è oggettivamente un buon twist partendo dall’assunto che (ormai lo saprete) io sono infallibile.

Insomma, non voglio spoilerarvelo troppo perché vale davvero la lettura.

E questo è tutto per questo sabato. Oggi sono di corvé Al festival Beermageddon, che promette di essere altrettanto epico del proprio nome.

Intanto, un pezzo dalla band FogHorn. Non è il mio genere di Metal, ma siccome ci suona il mio jarl, è buono a prescindere!

Horde Noire!