Hannibal: risparmia un agnello, mangia un pastore!

L’estate incombe su di noi come la cresta di uno tsunami, le notti si accorciano e la pace di spirito di Tenger è stata archiviata tra i casi a pista fredda insieme ai files del Tamam Shud.

Ma è Pasqua, e non è appropriato essere troppo scoppiati durante questo lieto periodo. Occorre celebrare.

La mia più grande passione è la storia di gente mortamale. Con ragionevole distacco, viene un certo interesse per la cucina. In questi giorni di pantagruelici banchetti (so che vi state sfondando di cibo, dannati servi del Capitale!) volevo fare qualcosa che riunisse entrambi questi elementi.

Ergo oggi parliamo di Hannibal Lecter.

Hannibal

Hannibal Lecter appare per la prima volta nel 1981, nelle pagine del libro di Thomas Harris, Red Dragon. Per i quattro disgraziati che non conoscono questo personaggio, Lecter è uno psichiatra e serial killer cannibale, protagonista di una serie di romanzi prima e di film dopo.

La performance di Hopkins nei film Silence of the Lambs, Hannibal e Red Dragon è ormai iconica e il nostro dottore lituano è diventato il serial killer fittizio più famoso al mondo.

Purtroppo la popolarità del personaggio ha subito una leggera inflessione dopo l’ultimo film, Hannibal rising, del 2007. Hannibal rising è stato un fiasco tombale, sbeffeggiato dai critici e disprezzato da un’ampia fetta degli spettatori, al punto che fu nominato in ben due categorie per i Golden Raspberry Awards (Peggior prequel/sequel e Peggior scusa per un film horror). Non li ha vinti, but still.

5 anni dopo questa musata cinematografica, il nostro gourmet preferito è stato ritirato fuori dal cilindro da Bryan Fuller, per una nuova serie su NBC.

It’s nice to have an old friend for dinner (cit.)

La creazione di Fuller prende numerose libertà nella trama e nel cast. Per cominciare, la storia si svolge nello stesso periodo della serie TV (2013-2015). Hannibal non è più un orfano della Seconda Guerra Mondiale, ma un uomo nel fiore degli anni, psichiatra di Baltimora e occasionale collaboratore dell’FBI.

Questo non è l’unico cambiamento: il personaggio di Will Graham viene presentato sotto una luce originale, con un profilo più vulnerabile e torturato di come lo abbiamo visto in Red Dragon o anche in Manhunter.

Altri personaggi hanno subito cambiamenti ancora più radicali: il capo di Will, Jack Crawford, è interpretato da Lurence Fishburne invece che da un attore bianco; il personaggio dello psichiatra Alan Bloom diventa Alana Bloom, una donna, ecc.

Di solito guardo questo genere di “swap” con una certa dose di diffidenza. Non sono opposta all’idea: ho visto una versione di Much ado about nothing in cui il Principe era recitato (benissimo) da un attore nero, e la cosa non strideva per nulla. Tuttavia è pur vero che spesso questa pratica è usata per puro gusto dell'”edgy” e per mascherare l’assenza di idee originali.

Non è il caso di questa serie: il cast si sposa benissimo con la nuova versione dei personaggi e i cambiamenti non sono fatti per coprire la pigrizia del copione.

Hugh Dancy riprende il ruolo di Will Graham, un professionista brillante e dotato di una potente capacità immaginativa e empatica. In questa versione, la storia esplora più in dettaglio il conflitto di Will. Lo vediamo in azione sul campo e lo vediamo a casa, circondato dai suoi cani. La brutalità del suo lavoro e la fragilità delicata della sua vita privata offrono un contrasto che dà profondità a un personaggio che altrimenti, come dice Dancy stesso, “sarebbe giusto uno stronzo”. Dancy riesce peraltro a rendere molto bene lo stato precario in cui si trova il protagonista, costantemente in bilico tra sanità mentale e collasso nervoso.

Mads Mikkelsen interpreta la nuova versione di Hannibal, e a parer mio è l’attore perfetto per la parte. La strana fisionomia di Mikkelsen gli permette di apparire a tratti charming e divertente, compassato e cortese, a tratti del tutto privo di umanità, distante e minaccioso. Seguendo la serie, non è difficile capire come riesca a ingannare il resto del monto e nascondere il mostro che è in realtà.

I Comprimari sono pure ben tratteggiati. Fishburne in particolare rende benissimo il personaggio di un poliziotto competente e completamente devoto alla causa, con tutto ciò che ne deriva. Se da una parte Crawford è motivato dalla necessità di proteggere innocenti, dall’altra la sua assoluta dedizione lo spinge a sacrificare la sanità mentale di Will Graham come “male necessario”. Pur essendo un personaggio positivo, lavorare con lui può significare “fare un patto col diavolo”.

Non è l’unico a presentare un buon mix tra pregi e difetti. L’approfondimento psicologico è di solito molto curato.

Difatti uno dei punti positivi della trama, in particolare della prima serie, è l’equilibrio che Fuller è riuscito a creare tra l’Antagonista e il resto dei comprimari. Hannibal è un mostro geniale, uno “psicopatico perfetto”, ma le sue vittorie non sono mai regalate: Crawford e il suo team non sono degli incompetenti, al contrario, sono presentati come gente scelta e capace. E’ solo grazie a sforzi calcolati che Hannibal riesce a raggirarli.

Nelle visioni di Will, Hannibal appare come Wendigo, un mostro predatore che un tempo era uomo e che è mutato dopo aver consumato carne umana.

Il centro della serie è lo svilupparsi e l’evolvere dell’amicizia patologica tra Will Graham e Hannibal Lecter. Grazie alla sua straordinaria empatia, Will è in grado di comprendere gli assassini, capire il loro punto di vista, e questo affascina Lecter. La curiosità iniziale del nostro diventa pian piano un’ossessione: Will è l’unico capace di comprendere davvero la sua visione. Perfino Hannibal può sentirsi solo, nella sua fornitissima cucina.

Ci sono scene consacrate interamente all’approfondimento di questo aspetto, con Will e Hannibal soli nello studio, immersi in conversazione. Sono gestite molto bene (non troppo lunghe, non troppo corte) e scritte con cura.

Al di là dei personaggi, un aspetto preponderante della serie è lo stile. La serie è molto bella da vedere. Come lo dice lo stesso Fuller, Hannibal non è una storia realistica, non vuole esserlo. Tante altre serie esplorano trame verosimili e autentiche procedure di polizia. Fuller non voleva l’ennesimo thriller, voleva qualcosa di diverso. La serie che ne risulta ha elementi indubbiamente realistici, ma sconfina spesso nell’onirico, talvolta nel grottesco. Fuller stesso spiega che, per lui, Hannibal è da interpretare come “a very, very, very dark commedy”, a tratti una tragedia farsesca.

Sganasciamoci!

L’estetica della serie è barocca e fantasiosa, con uno sfacciato gusto del macabro. Tra totem di arti umani, montage di haute cuisine a base di gente, tizi trasformati in aiuole viventi, spesso pare che la direttiva principale fosse: “questi sono dei pezzi di cadavere, come possiamo farci qualcosa di esteticamente bello e originale?”

E io non mi lamento: spesso sono opere molto belle! Capisco però che questo genere di estetica macabra non piaccia a tutti, o che qualcuno possa trovarla gratuita ed esibizionista.

D’altro canto, c’è una ragione precisa per cui Fuller insiste su questo aspetto fino a renderlo caricaturale: la serie deve divertire. Non deve essere una cruda storia realista, non deve essere deprimente, deve essere interessante, noir, divertente, surreale.
Un esempio di questa logica ci viene spiegato in un’intervista: nelle varie stagioni (di certo non parche in violenza) non ci sono scene di stupro. Perché? Perché lo stupro non è divertente.

E l’omicidio allora?

Nemmeno l’omicidio, ma se il corpo della vittima viene trasformato in una farfalla di carne, allora smette di essere verosimile. Non è più realista, è spettacolo, uno spettacolo che Graham stesso definisce “kabuki”: è esagerato, barocco, raffinato.

Non puoi sorridere di una moglie picchiata e stuprata dal marito. Un cadavere trasformato in un violoncello umano invece è grottesco, artistico, fuori dalla realtà, e quindi può essere divertente.

Niente è più romantico di un mazzo di fiori

Per quel che riguarda la storia e le sotto-trame, abbiamo tre serie da 13 episodi ognuna: la prima introduce i personaggi e l’inizio dell’indagine sugli omicidi di Hannibal (conosciuto come Chesapeake Ripper). La seconda è liberamente ispirata dalle vicende del romanzo (e film ) Hannibal, con i fatti ambientati in Europa (Parigi, Lituania, Firenze), e infine la terza racconta la storia di Red Dragon, con Richard Armitage nei panni di Francis Dolarhyde (fa push-ups a testa in giù, le signore apprezzano).

“Ora tutti ti conoscono come ‘il tizio che ha fatto Thorin'”.
“No…”

“Lo Hobbit è il franchise più famoso che hai fatto.”
“No, smettila!”
“Tre film dove stai conciato come il 
lovechild di un rastafariano e uno Sherman.”
“Raaaaah!”

Detta così queste serie sembrano fighe fighissime!

Errr… circa.

Cominciamo col dire che a qualcuno non piaceranno, a prescindere dalla qualità. Lo stile è molto pervasivo, spesso artsy e pretenzioso. Per la maggior parte del tempo serve la storia, ma certe immagini paiono essere lì solo perché “è figo attaccare una scena in questo modo”. Questo può essere un problema, e può dare molto fastidio a certi spettatori. Personalmente, ero disposta a perdonare questi momenti di narcisismo spicciolo per amor del resto (trasformano la testa di un tizio in un’arnia, io approvo!).

Inoltre non tutti gli episodi e non tutte le serie sono allo stesso livello. La prima stagione in particolare è molto curata. Ci sono licenze artistiche, momenti inverosimili (specie nella posizione dei corpi delle vittime), ma non troviamo veri e propri buchi di trama. Nella terza sì, ed è un peccato.

Seconda e terza hanno anche altri problemi, con alcuni personaggi poco approfonditi o francamente inutili. Una tizia in particolare, che non voglio spoilerare, potrebbe essere tagliata dalla storia senza rimpianti. Questo è un grosso problema: siccome ci rendiamo conto presto che costei non va a parare da nessuna parte, sappiamo che le scene con lei sono delle perdite di tempo. L’unica cosa che redime in minima parte questo subplot del tutto superfluo è, di nuovo, l’estetica di uno degli omicidi.

Un’altra magagna è l’antagonista della seconda stagione, il malvagio Mason Verger: è caricaturale perfino per una commedia. Il tizio beve le lacrime dei bambini. Eddai Fuller, checcazzo!

C’è poi una presenza sempre più prepotente del fanservice.

Come detto, il soggetto principale dell’intera faccenda è il rapporto tra Will e Hannibal. Ora, per quanto a me piacciano storie di bromance o anche dichiaratamente omosessuali, a tratti il copione è un po’ troppo palese. Non che ci siano scene davvero ridicole, sia chiaro! Niente momenti stile anime con Will vestito da principessa o cagate del genere. Però a volte il concetto viene martellato in modo un pelo troppo palese. E non ce n’è bisogno: l’evolvere dei due personaggi è tracciato molto bene per la stragrande maggioranza della storia, abbiamo capito!

Peraltro, santo fanservice, abbiamo la bromance per le signorine e lo yuri per i signori. Parità di fantasia erotica, per Giove!

Infine, la seconda serie ha un ultimo grosso difetto a parer mio: tira in ballo il Mostro di Firenze.

Ora, io non sono tipo da triggerarmi aggratis, ma trovo di pessimo gusto usare un fatto di cronaca autentico in una storia del genere. Sarebbe bastato cambiare appena il nome (magari invece che “il Mostro” chiamarlo “la Bestia”? O “Cicci il Mostro di Scandicci”, tipo). Ispirazione e riferimenti vanno benissimo, ma scopiazzare pari-pari il nome è pigro, e la pigrizia mi sta sulle scatole.

Riassumendo

La trama, per la maggior parte

 

Il cast

 

Immagine e fotografia

 

La maggioranza dei personaggi sono memorabili, interessanti e ben scritti

 

I montage di cucina! Altro che Gordn Ramsay, dateci un programma su come fare gli ossi buchi di postino!

 

Atmosfera e ritmo

 

Buchi di trama, specie nella seconda/terza stagione

 

Alcuni personaggi inutili

 

Lasciate stare Cicci di Scandicci, per cortesia

 

La serie è stata apprezzata dalla critica, vincendo diversi premi, ma non ha avuto un gran successo di pubblico, il che ha portato alla morte del progetto dopo la terza stagione. Nell’insieme, non mi sentirei di definirlo un prodotto davvero eccelso, ma ha elementi interessanti e molto positivi. Non annoia, è divertente.

Tuttavia lo stile prepotente lo rende molto soggetto ai gusti. I personaggi sono ben costruiti e la scrittura è davvero buona, ma se non piace lo stile sarà impossibile approfittarne. Personalmente, l’estetica sfacciata e barocca mi è piaciuta molto, e anche nel peggiore episodio ho trovato qualcosa di interessante da apprezzare.

Infine, non credevo che fosse possibile eguagliare la performance di Hopkins per il personaggio di Hannibal, ma Mads Mikkelsen è davvero perfetto per il ruolo! Con la sua faccia da alieno e il suo accento bizzarro, riesce a dare un’interpretazione che vale davvero la pena vedere!

Consigliata, nonostante i difetti.

MUSICA!


La pagina wiki della serie

La pagina Imdb della serie

Scene dalla prima, seconda e terza stagione.

La folle histoire de Max et Léon

Un piccolo bistrot di provincia nella Francia occupata dai nazisti. La porta si apre, due uomini in uniforme da Gestapo entrano. Sugli avventori cala il silenzio. I due uomini vanno al bancone.

Ordinano in un francese colloquiale e senza inflessioni. Non sono due crucchi.

Sono Max e Léon, due buoni a niente del villaggio, partiti sotto le armi anni prima della débacle, e ora di ritorno, vestiti da collabos.

I due vengono prontamente agguantati e legati come salami. Uno dei compaesani tira fuori una pistola, unico modo ragionevole di relazionarsi con i collaborazionisti. Prima che il tizio tiri il grilletto, però, i due assicurano che si tratta di un fraintendimento: possono spiegare!

E così comincia la Folle histoire de Max et Léon.

La commedia francese ci ha regalato delle perle assolute, dal bellissimo I visitatori al goliardico Tais toi, a classici come La grande vadrouille. Negli ultimi anni però il genere tende a produrre filmetti godibili nel migliore dei casi, pallosi nel peggiore, e complessivamente molto mediocri.

Pertanto molta gente si è avvicinata a questo film con una sana dose di diffidenza, e a ragione.

Per cominciare, una commedia a sfondo storico ambientata nella Francia occupata prende dei rischi. Il potenziale c’è, ovviamente. Dopotutto la base della commedia è la sofferenza: da sempre, più i personaggi patiscono, più la commedia fa ridere. Se fatta bene, s’intende. Anche perché il rovescio della medaglia implica che più traumatico è l’argomento, più il rischio di fare una cagata è alto.

Una commedia mediocre su dei divorziati in lite è solo quello, una commedia mediocre, una perdita di tempo. Una commedia mediocre sulla battaglia di Verdun o sul Genocidio Armeno diventa un insulto vero e proprio.

In secondo luogo, il cinema francese annovera già molte commedie ambientate nella Seconda Guerra Mondiale, grandi classici come la succitata Grande Vadrouille o Mais où est donc passée la 7ème compagnie?. Il confronto con questi cult è inevitabile.

Quindi abbiamo un soggetto difficile da maneggiare e un genere che già presenta grandi esempi e un confronto spietato. Ma questi non sono gli unici scogli.

Gli autori e attori principali in questo film sono David Marsais e Grégoire Ludig, due amici d’infanzia diventati poi comici su internet. Già, questo film è un film del webbe!

Il magico duo comincia nel 2002 con il Palmashow, una serie di sketch comici online. Da subito cominciano ad ottenere piccoli riconoscimenti, come le due vittorie consecutive come migliori comici al festival studentesco del Palais de Glaces di Parigi, e dopo appena un anno schiodano il primo contratto con un’emittente radio. Nel 2006, si buttano nelle parodie, ammucchiando visualizzazioni su Dailymotion e Youtube. Quattro anni dopo, sono sulla televisione nazionale con un programmino tutto loro: La folle histoire du Palmashow.

Insomma, pian pianino i due comici costruiscono la loro professione, attirando anche l’attenzione di nomi già famosi come Florence Foresti (conosciutissima in Francia). I due creano anche una casa di produzione: Blaguebuster Production (“blague” parole francese per “celia”, “scherzo”). Il loro successo continua a crescere in modo progressivo, finché nel giugno 2016 non lanciano sul canale Youtube un teaser: il duo fa un film! Al cinema!

Quindi abbiamo due youtubers divertenti che si buttano sul lungometraggio, scegliendo peraltro un argomento e un genere particolarmente difficile.

Ora, personalmente non ho mai visto una storia del genere concludersi bene: di solito quando youtubers e creature simili si invischiano nel cinema, il prodotto è molto deludente.

E in questo caso?

This is off to a good start…

Personalmente non avevo mai sentito parlare di Ludig e Marsais. Seguo poco la scena Youtube francese, quindi quando Compare di Bevute mi chiede se mi va di vedere un film “sulla Seconda Guerra Mondiale” accetto senza sapere minimamente cosa aspettarmi. Non avevo nemmeno visto il trailer.

Certi diranno “e ti sei fidata a sborsare 10 euri e passa sulla parola di ‘sto tizio?”

Good point. Ma vedete, il tizio io l’ho portato a vedere I 47 ronin, e dopo non mi ha strangolata e rivogata nella Senna (nessuno avrebbe potuto rinfacciarglielo, davvero), quindi diciamo che sono in debito.

E comunque non ha importanza: La folle histoire de Max et Léon è un bel film. Forse non raggiunge pinnacoli come il primo Visitatori (che aveva Jean Reno, quindi è meglio per decreto e basta), ma di certo è un film spassosissimo da vedere!

La trama

Rommel, anche conosciuto come “il gatto del deserto”

Max e Léon sono due trovatelli, cresciuti in un villaggio francese perduto nella campagna. Sono dei marginali, vivono di lavoretti occasionali e si accontentano di poco. Sono balordi ma non cattivi, paraculi, ma non disonesti, non hanno nessuna curiosità per il mondo e sognano di aprire un bar tutto loro nel paesello dove abitano. Sono due uomini semplici che vogliono vivere, invecchiare e morire nel loro villaggio natale.

La vita è rassicurante e monotona per i due, finché non vengono arruolati. Non passano molto tempo al campo di addestramento, però: una bella mattina si svegliano a suon di cannonate. Sul crinale della collina la Divisione Fantasma fa ciaociao con la manina.

Nella débacle che segue, i due amici riescono a scappare. Senza un esercito e senza un’oncia di coraggio in due, i nostri hanno un unico scopo: tornarsene a casa e star lontani dalle schioppettate.

Comincia così un viaggio improbabile in cui i due fregano divise diverse, finiscono in Inghilterra, passano dalla Siria, si ritrovano a Vichy, sempre cercando di defilarsi, finché non cedono all’evidenza: quella guerra li riguarda e devono fare la loro parte come tutti gli altri.

Cominciamo subito col dire che questo film non è particolarmente originale.

Il concetto della storia lo si ritrova in decine di film comici e drammatici. I due personaggi principali sono verosimili e simpatici, ma certo non innovativi. I comprimari sono poco esplorati e a tratti ridotti a delle macchiette.

Tuttavia il materiale, ancorché già visto, viene trattato bene. La scrittura è divertente, le peripezie spassose e il ritmo ottimo. Peraltro, il film ci fa la grazia di evitare certi clichés, tipo i migliori amici che litigano, si separano e poi tornano insieme dopo aver capito il valore dell’Amicizia, o altre boiate da Baci Perugina.

Il quadro storico presenta qualche falla (tipo quando sono arrestati come spie e mandati in campo di prigionia invece che di sterminio), ma non viene stuprato selvaggiamente come in quella merda di Vikings o in quella cagata colossale di Pearl Harbor. Le inconsistenze sono rese più accettabili dalla chiara nota surrealista che attraversa l’intero film.

Gli scherzi per la maggior parte funzionano bene. Ci sono alcuni riferimenti pop, ma non sono prepotenti e non guastano il divertimento: la battuta resta simpatica anche se non riconosci il riferimento nerd alla pubblicità anni ’90.

Costumi e cinematografia sono più che dignitosi. Ci sono dei soldi in questa produzione e si vedono! Non una produzione da colossal, ma nemmeno un indie fatto passando il cappello alla Fiera della Salsiccia.

Non tutti gli scherzi funzionano, alcuni sono un po’ troppo surreali, altri davvero troppo infantili, ma nell’insieme il film scorre con brio.

Ad ultimo, la commedia è leggera e ottimista, ma non del tutto scollegata dalla realtà. Il collaborazionismo, la deportazione, le fucilazioni sono presenti, e impediscono al film di apparire troppo puccioso per il contesto storico. Personalmente avrei preferito una vena più cruda, ma mi accontento.

Tirando le somme.

Concetto e personaggi poco originali

 

Alcune falle storiche

 

Non tutti gli scherzi funzionano

 

Recitazione

 

Costumi e fotografia

 

Ritmo e sceneggiatura

 

Il terzo atto

 

Al di là di qualche scivolone, il film non annoia mai

 

Un film del webbe che non fa cagare a spruzzo, WEEEEE!

 

In conclusione,, La folle histoire de Max et Léon non è un capolavoro come Train de vie, ma è meglio di film come La vita è bella (pur prendendo delle libertà, per lo meno non sbaglia carro armato…).

Io lo consiglio caldamente: è una visione spassosa mai noiosa!

MUSICA!


Pagina Imdb del film

Pagina wiki del duo

Canale youtube del Palmashow

The look of silence

Adi è un oculista, sta misurando la vista di un uomo anziano. Gli fabbricherà degli occhiali su misura, e lo farà gratis. In cambio, il vecchio ha accettato di parlare con lui davanti a una telecamera.

Il fratello maggiore di Adi è stato assassinato durante il genocidio in Indonesia. E’ stato arrestato, trascinato in mezzo al niente e preso a coltellate. E’ riuscito a scappare e tornare a casa. Ferito e senza via di fuga, non ha potuto fare altro che aspettare insieme ai genitori, aspettare che le squadre della morte tornassero a prenderlo e a finire il lavoro. Ha chiesto un ultimo caffé a sua madre, ma gli squadristi sono arrivati prima che potesse berlo.

Adi è nato due anni dopo. Non ha mai conosciuto suo fratello, ma è cresciuto col suo fantasma sulle spalle: ogni giorno sua madre racconta delle ultime ore del figlio, il ricordo è un chiodo fisso che la tormenta tutti i giorni da decenni.

Il vecchio che Adi sta esaminando è un membro delle squadre della morte che hanno torturato, pugnalato e affogato suo fratello maggiore.

Alcuni di voi conoscono il documentario The act of killing. Come spiegato nel mio precedente articolo sull’argomento, si tratta, a mio modesto parere, di uno dei migliori documentari mai realizzati nella storia del documentario. Le implicazioni politiche, storiche, tecniche e psicologiche sono tantissime e il film, al di là del suo interesse contingente, è uno sguardo sull’essere umano in generale e su ciò che significa uccidere. The act of killing è una storia universale che chiunque dovrebbe guardare.

Joshua Oppenheimer però non ha finito il suo lavoro: The act of killing non è che la prima metà della storia, ed è seguito da una seconda parte, The look of silence.

Genesi dei documentari, un breve riassunto

Alla tenera età di 26 anni, Oppenheimer cerca di realizzare un documentario su dei lavoratori indonesiani. I tizi sono costretti a maneggiare prodotti chimici molto simpatici che finiscono col dissolverti il fegato e farti morire di lunga e dolorosa agonia. I lavoratori cercano di sindacarsi, ma la cosa è più ardua di quanto possa sembrare.

Uno dei problemi maggiori è che questi lavoratori sono in buona parte discendenti delle vittime dell’eccidio ordinato da Suharto. Il governo indonesiano non ha mai riconosciuto nessuna colpa, anzi, l’organizzazione di paramilitari stragisti usata nella faccenda, Pancasila, è oggi in piena fioritura, ammanicata con generali, politici, funzionari, ecc.

In altri termini, immaginatevi di andare in gita a Berlino e trovare i nazisti ancora al potere.

Il primo progetto di Oppenheimer è quindi di fare un documentario sull’oppressione e l’ingiustizia di cui questi lavoratori sono vittime.

La faccenda non piace ai funzionari indonesiani, che lanciano una politica di intimidazione e rappresaglie fasciste, al punto che Oppenheimer deve sospendere la realizzazione per non mettere a repentaglio la vita di quelli che è venuto ad aiutare.

Che fare quindi?

Il problema viene preso per un altro verso: se Oppenheimer non può raccontare la storia delle vittime, forse può raccontare quella dei loro carnefici. Dopotutto questa gente è osannata dal Paese e gode dello status di celebrità locale.

Il piano funziona. Per anni Oppenheimer segue questi criminali di guerra, li riprende, li ascolta, documenta le loro sparate.

In The act of killing, Oppenheimer segue in particolare Anwar Congo, uno tra i più prolifici assassini di massa oggi in vita. Nel documentario, Anwar e compagni sono intervistati, e poi invitati a rivedere i filmati. La reazione degli assassini a quel punto è straordinaria.

Da The act of killing, Anwar Congo spiega i benefici della musicoterapia

In The look of silence, Oppenheimer va più lontano. In questa parte, i macellai di Pancasila non sono solo messi difronte alla loro stessa immagine, ma si trovano a parlare con una delle loro vittime.

Il documentario

In un’intervista a Vice, Oppenheimer spiega come, quando ha iniziato a lavorare con la gente della piantagione, una cosa lo avesse colpito in particolare. Non soltanto questa gente era ancora schiacciata da squadristi e piccoli capi-regime, ma l’intera comunità pareva incapace di parlare davvero di ciò che è successo negli anni ’60. Non era semplice paura delle rappresaglie. Questa gente era oppressa dal silenzio.

Molte delle persone uccise sotto Suharto erano semplicemente sparite, sgozzate e buttate in fiumi e canali. Le famiglie non avevano mai avuto un corpo da seppellire, un comunicato, niente. Questa gente era scomparsa nel nulla. Sopravvissuti e familiari non osavano quindi parlare di costoro come di morti perché, anche dopo decenni, persisteva un barlume di speranza che, in qualche modo e in qualche luogo, la persona fosse ancora in vita. In altre parole, non solo avevano perso amici e parenti, ma non erano mai stati capaci di fare il loro lutto, di superarlo.

Ancora oggi, la ferita non è richiusa, perché la storia non è mai stata conclusa.

Adi davanti alle interviste degli squadristi

C’è però un’eccezione: un uomo di nome Ramli. A differenza di molti altri, la morte di Ramli è confermata. Ci sono testimoni. Quindi di Ramli si può parlare, perché Ramli è morto davvero. I suoi assassini vivono ancora nello stesso villaggio, accanto alla sua famiglia.

Ramli è il fratello maggiore di Adi.

E’ Adi a proporre una collaborazione ad Oppenheimer: dopo aver visto le interviste fatte agli assassini, vuole incontrare questi uomini e parlare con loro. Vuole fronteggiarli. Spiega ad Oppenheimer che non vuole vendetta o rivalsa: quello che vuole è un’ammissione.

Questa gente ha vissuto per decenni nella stessa zona, sotto gli occhi di sua madre e di suo padre, come se non fosse successo niente. Davanti a Oppenheimer hanno raccontato le loro gesta ridendo e gesticolando. Per anni Adi ha seguito la creazione del documentario e guardato le interviste, ancora e ancora, interiorizzandole, digerendole, e nel 2012 finalmente sa cosa fare. La storia deve essere conclusa.

Adi vuole che questa gente ammetta la propria responsabilità per il crimine che hanno commesso. Vuole che riconosca le proprie azioni. E questo perché Adi vuole poterli perdonare, di modo che le generazioni future (Adi ha due figli) possano ricucire le ferite del paese e vivere uniti, non nel reciproco sospetto e timore.

D’acchito Oppenheimer non ne vuole sentir parlare: è troppo pericoloso. Dopo lunghe discussioni con Adi e la famiglia, tuttavia, cambia idea. Stabilito un modus operandi che riduca al massimo il rischio, l’avventura comincia.

Come in The act of killing, la reazione di questi squadristi è assolutamente affascinante.

Questa gente non rischia nulla: sono al potere, sono osannati dalla società, non corrono alcun tipo di pericolo e qualsiasi cosa dicano non ci saranno ripercussioni. Peraltro, questi uomini hanno già raccontato ad Oppenheimer di come hanno ucciso decine di persone. Cosa ci può esserci di tanto difficile, per gente simile, nell’ammettere l’uccisione di un singolo uomo?

Eppure, quando Adi li interroga, non uno di loro riesce ad ammettere “sì, è vero, ho partecipato, ho ucciso tuo fratello”. Tutti si ritirano. “Non ero davvero io il capo”, “non c’ero”, “non pensavo che pugnalarlo gli avrebbe fatto male”.

Adi parla con uno degli squadristi. Il tizio parta una maglietta con i colori di Pancasila.

Guerra e omicidio di massa sono sempre stati ricorrenti nella Storia e hanno contraddistinto tutte le società umane, da quando i primi Cromagnon cominciarono a sgozzare Mammuth. Tuttavia, c’è qualcosa di profondamente catartico nel momento in cui un uccisore, al di là di ogni contesto e contingenza, riconosce l’umanità di coloro che uccide.

Questo motivo è ricorrente in letteratura: da Ulisse che piange alla reggia dei Feaci ascoltando l’orrore del sacco di Troia, al guerriero Kumagai che esita a uccidere il giovane Atsumori sulla spiaggia di Suma, il combattente che interiorizza per la prima volta il dolore del proprio nemico è un topos rintracciabile in tutto il mondo e in tutte le epoche.

In letteratura occidentale, l’esempio classico più conosciuto viene dall’Iliade: si tratta del dialogo tra Achille e Priamo. In un poema che racconta della guerra in ogni suo aspetto (la gloria, l’orrore, le tante piccole tragedie senza senso, l’eroismo, la strategia, ecc.), il culmine della storia viene raggiunto quando Achille e Priamo sono riuniti nella tenda. Priamo bacia la mano dell’uomo che ha ucciso suo figlio, rinunciando a ogni risentimento. Achille piange, riconoscendo in Priamo la pena che suo padre Peleo dovrà subire (Achille sa che non tornerà mai vivo dalla guerra). Non c’era modo di evitare la morte di Ettore, non c’è modo di evitare quella di Achille, ma in quel momento i due uomini trovano pace.

Questa riconciliazione nel cordoglio, questa catarsi nel dolore, pur non ponendo fine al conflitto, pone fine alla storia: l’Iliade si conclude con i funerali di Ettore, l’”ira di Achille” è finalmente estinta.

Gli uomini intervistati da Oppenheimer non sono personaggi, sono macellai reali e non uno di loro ha il coraggio di assumere una responsabilità personale davanti a una delle sue vittime. Questi uomini non sono guerrieri, sono vigliacchi che la società ha armato e aizzato contro una minoranza.

Non c’è catarsi e non c’è riconciliazione.

Una nota positiva

The look of silence ha avuto un effetto notevole in Indonesia, dove il dibattito sul genocidio è finalmente tornato sulla tavola. Adi e la sua famiglia si sono dovuti trasferire e Oppenheimer non può più rimettere i piedi nel paese, ma nonostante Adi non sia riuscito a ottenere ciò che voleva, il silenzio delle vittime è finalmente stato spezzato. Adesso la bruttura dell’umanità è sullo schermo, alla portata di tutti.

Joshua Oppenheimer e Adi

C’è tantissimo altro in questo film che difficilmente può essere riassunto in un articolo. La varietà e la vastità degli elementi è straordinaria e ogniuno di essi merita attenzione.

Come The act of killing, questo documentario è un bellissimo esempio di cinematografia, e una storia sull’uomo e sulla società. E’ uno sguardo ravvicinato a ciò che di più pericoloso si nasconde nella razza umana: la banalità del male.

L’estetica è magnifica, il contenuto è straordinario, la narrazione eccellente. Come il precedente documentario, The look of silence ha vinto una valanga di premi, tutti meritatissimi.

E’ un bellissimo pezzo che straconsiglio. Guardatelo.

MUSICA!


Pagina wiki del documentario

Intevista di Oppenheimer a Vice

Dibattito pubblico a Berlino

The Frisco kid

Il 29 agosto è morto Jerome Silberman, in arte Gene Wilder.

Per certe povere anime Gene era “il tizio dei meme”

Gene è stato un attore di chiara fama e uno dei più importanti attori comici giudei. Il mondo lo ha ricordato citando i suoi ruoli più conosciuti, come l’iconico Willy Wonka nel film Willy Wonka & the chocolate factory del ’71, o il giovane Victor Frankentsein (leggesi Fran-ken-steen) in Young Frankenstein nel ’74.

Gene Wilder è stato un attore straordinario, con un’energia, una mimica e una sottilità uniche. Oggi voglio ricordarlo parlando di un film meno conosciuto ma a parer mio particolarmente significativo per quel che riguarda Wilder: The Frisco Kid.

The Frisco kid


Nel 1850, Avram Belinski viene scelto per diventare il rabbino della nascente comunità ebraica di San Francisco (“Frisco”). Avram lascia quindi la campagna polacca e si ritrova allo sbaraglio negli Stati Uniti, dove viene prontamente raggirato, massacrato di botte e abbandonato in mezzo al niente.

Rimasto a piedi con la sua Torah, Avram comincia un fortunoso viaggio in un continente esotico e sconosciuto. Il nostro incrocia la strada di un rapinatore di banche (Harrison Ford), che prende lo sprovveduto rabbino in simpatia e lo guida (o si fa trascinare) in un lungo periplo attraverso montagne, deserti, indiani, frati trappisti e quant’altro.

Il film avrebbe tutti i numeri per essere un successo: l’idea del “pesce fuor d’acqua” è un classico ricorrente ma può essere realizzata bene, e le avventure tragicomiche di un rabbino polacco nel selvaggio West offrono un sacco di buone occasioni.

Gli attori sono tutti bravi, a cominciare dal duo protagonista: Harrison Ford, fresco di Star Wars, ritrova il ruolo del delinquente duro ma di buon cuore, e Gene Wilder, uno dei migliori attori comici di tutti i tempi.

Il regista scelto era anche promettente:  Robert Aldrich è il realizzatore che ci ha portato classici come The dirty dozen (1967) o The longest yard (1974).

Tuttavia il film non ebbe particolare successo né fu apprezzato dalla critica. Tutt’ora, è uno dei film meno conosciuti di Wilder. Ed è strano, perché il rabbino askenazi dovrebbe essere considerato come il suo ruolo iconico per eccellenza!

The Frisco kid è a parer mio un film gravemente sottovalutato, ma devo ammettere che le critiche negative che ha ricevuto non sono proprio immeritate. The Frisco kid ha pregi e difetti.

“Io ho letto questo libro. Non ho capito una sola parola.”

Il primo pregio del film è il protagonista: Avram Belinski è un personaggio adorabile. Si tratta di un uomo semplice, ottimista e ingenuo, scaricato senza riguardi in una terra pericolosa e spietata. Belinski non ha la minima idea di cosa lo attende quando parte, né ce l’ha il capo rabbino. Nel primo dialogo che hanno a proposito del suo viaggio in America, Avram chiede dove sia San Francisco e il capo rabbino gli risponde: “By New York”.

Come no, proprio accanto.

Nonostante le disavventure, Avram mantiene la propria gentilezza d’animo e il proprio senso di meraviglia per le novità che incontra. La recitazione impeccabile di Wilder rende perfettamente il personaggio ed è difficile non provare simpatia per il povero diavolo.

La grande forza del film è però anche una delle debolezze: l’evoluzione del personaggio di Avram è sbilanciata tutta sulla fine. Il clou della sua crescita è precipitato nell’ultima mezz’ora di film, in cui Avram si rende conto che, nel suo rispetto per le regole religiose, ha perso di vista ciò che davvero conta nella vita (“I choose a piece of paper instead of you”). Come può essere un buon rabbino in queste condizioni?

E’ un buon dilemma, peccato che sia scatenato e risolto in un paio di dialoghi alla fine del film.

Ma parliamo di Harrison Ford: il suo personaggio è visto è rivisto, il bandito di buon cuore Tommy Lillard. La mancanza di originalità è di per sé problematica, ma quello che affossa Tommy è soprattutto la mancanza di caratterizzazione.

Pur avendo buone battute, Tommy non è un personaggio molto curato. Lo vediamo come delinquente, e nella scena dopo viene in aiuto ad Avram, senza particolare ragione a parte il fatto che il rabbino pazzo gli rimane simpatico. L’intento era senza dubbio di mostrare come la compagnia di Avram riesca ad addomesticare un incallito criminale e riportare alla luce il buono che c’è in lui, ma la faccenda non è curata con attenzione ai dettagli e Tommy Lillard resta un personaggio dimenticabile, simile a tutta la pletora di “criminali buoni” visti in narrativa prima e dopo di lui.

Il film alterna anche momenti eccellenti con momenti superflui. Un esempio può essere la parte sugli indiani, in cui Avram cerca di spiegare che il suo Dio è onnipotente ma non fa venire a piovere (tranne quando cambia idea). Il dialogo è seguito da una scena di danza ben trovata, ma fin troppo lunga.

La sosta al monastero trappista è, da un punto di vista narrativo, del tutto inutile. Da un punto di vista comico però le scene in cui Avram deve sforzarsi di stare zitto sono deliziose.

Gene Wilder e Harrison Ford in kippah. You’re welcome.

Nell’insieme, The Frisco kid ha diversi difetti, ma anche tanti pregi. Nonostante le debolezze, è un film molto divertente, e uno dei film più giudei che abbia avuto occasione di guardare. The Frisco kid non è un western, è una commedia ebraica ambientata nel West, recitata dal miglior attore comico del cinema ebraico occidentale.

L’ingenuità e l’onestà del rabbino lo rendono un personaggio buffo e triste, ottimista e tragico. Lo sprovveduto inerme che mantiene il proprio ottimismo in barba alla sofferenza è un personaggio ricorrente della narrativa ebraica, e un personaggio che può avere risonanza con chiunque.

L’”arco” della storia non è ben equilibrato  
Il personaggio di Ford, indispensabile nella storia, non è curato nel dettaglio né approfondito  
La trama  
Gene Wilder  
Il personaggio di Avram Belinski  
La sceneggiatura  

 

The Frisco kid non è un film perfetto e avrebbe potuto essere migliore, ma resta una commedia assolutamente deliziosa e squisitamente yiddish, consigliatissima.

MUSICA!

Per chi vuole altre letture:

La pagina wiki del film

Un articolo sull’argomento

Catastrofi epiche: Gods of Egypt

Vi è mai capitato di andare a vedere un film noto per essere pessimo e di ritrovarvi, con incredula sorpresa, davanti a un prodotto più che dignitoso?

A me non è mai capitato.

Abbiate paura. Abbiate molta paura.

Questo film è un capolavoro assoluto e chi non la pensa così ha torto. E’ il Nirvana dell’orrido, il Santo Graal del trash!

E il fatto che in un film intitolato Gods of Egypt non ci sia nemmeno un attore egiziano non è che lo zucchero a velo su questa fenomenalenale torta di che cazzo sto guardando!

Immaginate che qualcuno abbia preso Lory del Santo (regista della celeberrima serie The Lady), le abbia dato 170 milioni di dollari e le abbia chiesto di realizzare i filmatini in Computer Grafica di un videogioco del 2004. Aggiungete Leonida di 300 e Jamie Lannister nei panni di Jamie Lannister. Metteteci Aladdin della Disney, ma togliete la scimmietta, così che il ladruncolo acrobata si ritrovi a parlare da solo come uno psicotico. Aggiungete una spolverata di humor anni ’80 stile episodio ciofeca di Friends. Dategli la trama di una puntata mediocre di Xena principessa guerriera.

Mixate tutto e… avrete comunque qualcosa di meglio di questo film.

Ammirate! Pensavate che Foodfight fosse il fondo del barile quanto a CG? SBAGLIAVATE!

La trama è quella del re leone: il fratello del re ammazza quest’ultimo ed esilia il nipote (legittimo erede). Costui deve ritrovare la propria forza per salvare il regno dal folle usurpatore, ma durante il suo viaggio scoprirà che il vero potere non viene da fuori, ma dal Quore. Jaimie Lannister salva tutti grazie al Potere dell’AmiciziaTM.

No, non sto scherzando.

In ciò ci sono sottotrame che da sole stordirebbero un elefante. Tipo Seth Butler che prende il potere con la stessa strategia di Lillard in In the name of the king di Uwe Ball, ovvero spaccia il sovrano durante la benedizione urbi et orbi e dice “bon, il tipo è morto, io sono il nuovo capoccia”.

Il primo provvedimento di Seth Butler, peraltro, consta nell’alzare la tariffa per l’ingresso al Paradiso.

No, non è per dire. L’ingresso al Paradiso si paga. In oro o altri beni. C’è una scena nell’Oltretomba, con la bilancia e tutto, dove i ricchi pagano ed entrano, e i poveri vengono distrutti.

Io mi chiedo, che contano di farci, gli dei, con i quattrini? Li investono? Li accumulano? Qual è il piano di sviluppo economico sul lungo periodo?

Seth ad esempio accumula oro in una piramide. Magari ci nuota dentro come un muscolacciuto e depilato Paperone. O magari vuole investire tutto in un’astronave (why does God need a starship? cit.)

Si capisce che parte almeno del malloppo è usata per costruire un’armatura. Ok, ma è una sola armatura. Una massa di oro pari al Titanic, tutta magicamente pigiata nella carrozzeria di un pandino? E se davvero avevi bisogno di tutto ‘sto oro, non potevi confiscarlo e basta? C’era bisogno di far girare la filiera dell’Oltretomba?

Insomma, tornando alla trama (termine usato qui nel senso più lato possibile), Seth Butler prende il potere con la stessa facilità con cui io prendo l’autobus, schiavizza tutti, frega la ragazza a Jamie Lannister (Hator la dea Vacca) ed esilia quest’ultimo. Dopodiché chiama John Murdoc e gli fa costruire una torre alta altissima. Visto come se l’è cavata nella città deglli Strangers, direi che Johnny è l’uomo giusto.

Tornando alle astronavi, Butler decide di andare a trovare suo padre, il dio Rah. Costui sta su una nave spaziale e non scende mai. La scena del loro incontro è pregnante, la luce è drammatica, le espressioni tese, tutto urla “sviluppo personaggi angst trauma!”

-Mi hai schiaffato in un deserto di merda dove non c’era un cazzo da fare a parte crossfit!- Si lagna Butler –Non mi hai mai voluto bene!

-Ma no che ti volevo bene.- Replica Rah –Vieni, guarda.

Un vermone cosmico della Madonna emerge dal buio. Rah gli tira una forchettata e il vermone se ne va.

-Vedi, questo vermone viene tutti i giorni per mangiare il mondo.- Spiega Rah. –E io tutti i giorni devo star qui su a fiocinarlo. E’ una vita di merda. Allora mi son detto, “ci vuole qualcuno che venga su a fare ‘sta vita di merda al posto mio”. Ti ho schiaffato nel deserto perché TU sei quello che intendo inchiodare qui in eterno, mentre tuo fratello se la spassa nella valle dei fiorellini. Vedi come ti voglio bene?

Seth acchiappa una seggiola e sfascia il vecchio di legnate. E fa bene.

Solo che Seth non ha fatto i conti con Aladdin!

Su terra il nostro ha una fidanzata con due tette gigantesche.

-Dobbiamo trovare il modo di rimettere al potere Jamie Lannister.- Fa lei. –Dovresti rischiare la vita per restituirgli gli occhi magici e quindi i poteri!

-Come fai a sapere che ha degli occhi magici a cui sono vincolati i poteri? Siamo due morti di fame, da dove ti viene ‘sta conoscienza sulla fisiologia divina?

-Ho due tettone giganti.

-Ok, vero. Però Jamie Lannister è un pirla, perché dovrei rischiar la pelle per lui?

-Ho due tettone giganti.

-Ok, vero.

I due rubano i piani segreti della piramide in cui sono gli occhi di Jamie (una roba che a confronto le trappole di Indiana Jones sembrano fedeli ricostruzioni storiche) e ne recuperano uno. Per vendetta, John Murdoc ammazza una delle tette. Dramma!

Insomma, Jamie, Aladdin e Hator si ritrovano in un avventuroso viaggio alla ricerca dell’altro occhio. Sì, perché in questo universo tutti gli dei hanno un pezzo di corpo magico da cui traggono tutto il loro potere, e se smonti i pezzi magici puoi fare una superarmatura spakkaculi fortissima.

Suona stupido da morire, e lo è. Ma a parte ciò, è realizzato malissimo. La natura degli dei non è mai spiegata, il che lascia lo spettatore perplesso davanti all’idea che tu li possa smontare e rimontare come pupazzetti lego. Vi ricordate come nel film del Signore degli Anelli (che peraltro a me nemmeno garba ‘sto granché) erano riusciti a rendere il carattere diverso di elfi, nani, hobbit e uomini così che, al di là delle apparenze, dal loro modo di parlare e pensare fossero chiare le differenze di razza e longevità?

Bene. Qui non c’è niente del genere.

Gli dei di questo film sono usciti dritti dal Jersey shore. L’unica differenza con gli umani è che sono più alti, e tendenzialmente più stupidi.

A sinistra, un personaggio divertente; a Destra, Jamie Lannister sogna la pensione.

Questo film è un DISASTRO. Nonostante sia una visione divertentissima e trash in modo delizioso, non riesco a immaginare a chi possa genuinamente piacere.  E’ stato fatto a pezzi dalla critica, e a ragione. Tutto trasuda schifo a livelli epici. Il tono, le scene, i personaggi, i dialoghi…

La cosa triste è che il regista si è sentito in dovere di andare su Facebook a lagnarsi di come i critici non capiscano la vera arte.

Un bello scivolone per Proyas. Come? Il suo nome non vi dice nulla?

E’ il regista di The Crow, e di Dark city.

Yup. La mente malvagia dietro questo armageddon cinematografico ci ha regalato un grandissimo cult e quello che dovrebbe essere un cult, Dark city, uno dei miei film preferiti in assoluto.

Iste mundus furibundus falsa prestat gaudia

Il cast  
La Computer Grafica  
La storia  
Aladdin  
Rah redivivo  
Ogni singolo dettaglio di questa boiata colossale
Il vermone  

 

Questo film è ancora più assurdo di Dungeons & Dragons. Trascende l’assurdo e diventa spettacolare!

Consigliatissimo anche per i non amanti di trash: è così stupido che chiunque può trovarci roba di cui ridere. E mal che vada, la ragazza di Aladdin ha delle tette grandi così.

E’ un film del’Asylum che ha un budget di 170 milioni di dollari! Chi non lo guarda è complice!

MUSICA!

Serio e faceto: The revenant & Deadpool

Pasqua è trascorsa e io ho sempre meno fede negli esseri umani. Ergo questa settimana, invece di parlare di sanguinosi scontri che i protagonisti potevano probabilmente evitare con un minimo di pianificazione e buonsenso, mi butterò su un argomento più leggero: il cinema!

The revenant

 

Hugh Glass è una guida per un gruppo di cacciatori di pelli. Quando dei nativi li attaccano, è Glass che deve portare i suoi in salvo attraverso le montagne, lontani dal fiume Missouri e verso lo Yellowstone.

Purtroppo per tutti, Glass è aggredito da un orso e malamente masticato, tanto da non essere più in grado di camminare. Non potendo portarsi dietro un ferito in barella, il capo della spedizione decide a malincuore di lasciarlo indietro, insieme a un paio di compagni. La loro missione è accudire Glass fino a che non sarà defunto (nessuno crede troppo in una guarigione) per poi seppellirlo. Si offrono tale Fitzgerald, il giovane Bridger e il figlio di Glass, Hawke.

Restare fermi in un posto solo, però, è pericoloso, e Fitzgerald non ha nessuna intenzione di rischiare la pelle per un moribondo. Dopo aver assassinato il figlio di Glass, il tipo convince Bridger che un gruppo di indiani si sta dirigendo verso di loro, e i due abbandonano il ferito nella sua stessa fossa, senza armi e senza aiuto.

Solo con le proprie ossa rotte, in mezzo alla foresta innevata, Glass deve trovare il modo di sopravvivere, tornare dai suoi e vendicarsi.

Il film si ispira a una storia vera. Hugh Glass è esistito davvero, era davvero un cacciatore nella lontana terra di frontiera e prese parte alla spedizione di Ashley lungo il fiume Missouri. Nel 1823 lui e gli altri degli Ashley’s hundreds furono davvero attaccati da degli indiani Arikara e poso dopo Glass fu davvero aggredito da un orso e masticato così male da lasciar le costole esposte.

La storia non è verificabile al di là di ogni dubbio, ma pare che in effetti Glass sia stato lasciato con un tale Fitzgerald e un ragazzo (probabilmente Bridger), incaricati di accudirlo. Davvero questo Fitzgerald avrebbe convinto il ragazzo ad abbandonare il ferito e avrebbe lasciato Glass ai corvi dopo avergli fregato il fucile.

Dopo 6 settimane nella foresta, Glass riuscì a trascinarsi fino a un avamposto. Rimessosi in piedi, il nostro partì alla ricerca dei suoi ex-compagni per esporre loro i suoi sentimenti riguardo all’intera vicenda. O per staccar loro la testa, una delle due.

Nella realtà, Glass dovette rinunciare alla vendetta. Bridger era un ragazzino ai tempi e il nostro decise di perdonarlo. Quanto a Fitzgerald, quando lo trovò questo si era arruolato nell’esercito statunitense, e uccidere un soldato era una faccenda poco igienica.

Il film non segue la storia vera alla lettera, aggiungendo sottotrame come quella del figlio di Glass o la ricerca del capo indiano. Rispetto ad altri film del tipo “ispirato a una storia vera” resta comunque molto vicino alla fonte.

“Ricapitoliamo: lo mangia un orso, precipita da un perrupo, atterra su un formicaio, mentre cerca di trascinarsi via una freccia lo centra senza ucciderlo, e alla freccia ci trova legata una bolletta del gas…”

La trama è molto semplice, come semplice è la vicenda a cui si ispira. Iñárritu non risparmia nulla al suo protagonista, che appare minuscolo in una Natura sterminata e indifferente. Il paesaggio ha un ruolo centrale, con lunghe riprese e momenti di apparente immobilità. Più il film procede, più si ha l’impressione che le vere protagoniste siano le montagne, un regno di neve e lento ritmo stagionale in cui gli uomini si agitano e si scannano per ragioni più o meno gratuite.

Passaggi onirici si alternano con momenti molto realistici, aumentando il senso di solitudine e smarrimento.

La lentezza del ritmo è spezzata da scene di lotta cruente e rapide. In particolare l’ultima rissa riesce a essere sanguinosa e cruda come poche, senza mai apparire esagerata o “hollywoodiana”.

Ma di cosa parla davvero il film?

The revenant non spiattella il proprio messaggio e alla fine lascia la conclusione aperta a interpretazione.
Il tema portante pare venato da un forte nichilismo. Che tu sia un brav’uomo o un criminale, che tu persegua la vendetta o che tu rinunci, niente cambia. Sei solo, in un mondo selvaggio in cui la tua vita può finire da un momento all’altro per le ragioni più disparate. Un attacco indiano, orsi, un uomo in cerca di vendetta, il divertimento sadico di qualcuno… giusto o infame, ogni individuo deve lottare per tirare la prossima boccata d’aria.

Non c’è vera redenzione, se non la realizzazione che ogni fisima è futile e che la sola cosa reale è l’istinto di sopravvivenza davanti alle avversità.

Fin qui tutto bello, ma devo dire che ci sono delle parti di The revenant che mi hanno lasciato perplessa.

Ad esempio, Quando Di Caprio cade in acqua in un uggioso tardo pomeriggio: nonostante le ossa rotte, la neve e la sfiga, il nostro trova il modo di accendere un fuoco e asciugarsi senza andare in ipotermia o svenire dalla fatica. Non è impossibile quindi non lo definirei un buco di trama, ma resta molto poco probabile in un film che, per la maggior parte, è realistico.

Il subplot della ragazza indiana è un altro dente dolente per me. Il capo indiano è alla ricerca di sua figlia, rapita da dei bianchi. Nel far ciò, collabora con dei francesi, anche loro a cacia nella stessa zona. A loro, il capo porta pelli in cambio di cavalli e armi.
Codesti mangiarane sanno le motivazioni del capo E sono quelli che hanno rapito la ragazza!

Viene da chiedersi come la banda di nativi non si sia accorta, in uno dei suoi scambi coi francesi, che questi tengono dei prigionieri. Sono tutti a zonzo nel bosco, non è come se i froggies potessero nascondere la pulzella in cantina.
Ma diciamo che i frogs riescono a imbucare la ragazza in un cespuglio durante gli incontri col capo e gli altri guerrieri.
Perché dovrebbero correre il rischio di uno scazzo violento con una numerosa banda indiana? Si tratta di una squaw, non possono procurarsene un’altra che non sia la figlia di un capo fumino?

Anche perché non è che i francesi pianifichino di farci chissà cosa con questo ostaggio di riguardo, al contrario, la tizia è pura carne da stupro. Mi pare un comportamento da dodo, perfino per dei francesi.

The revenant non è un film perfetto in ogni aspetto, ma resta un’opera di ottimo livello. Peraltro, regia e recitazione, così come caratterizzazione e dialoghi, sono eccellenti. La lunga lista di premi e accolades ricevute è più che meritata.

Riassumendo…

Certi dettagli poco verosimili
Il subplot dell’indiana è poco credibile (ancorché non impossibile)
La storia
La recitazione
La regia
La scena dell’attacco dell’orso
I passaggi onirici
Il messaggio suggerito senza essere cacciato a pugni nella gola dello spettatore

 

Sia chiaro, non è un film che secondo me può piacere a tutti. E’ un film lento e freddo e spartano, a tratti surreale. E’ un po’ come Valhalla rising, senza storia cretina, senza dialoghi da lobotomia e senza colori saturati. Un bel prodotto, ma non proprio a gusto di chiunque. Ci sta che ritmo, tono e finale aperto vi risultino sgradevoli o frustranti.

Ciononostante, val la pena dargli una chance.

Dopotutto, è un film con il grande Gatsby, Mad Max e il generale Hux. Che volete di più?

Deadpool

Altro film, altro genere.

Cominciamo col dire che i film di supereroi non sono per nulla la mia tazza di tè. Non guardavo i cartoni da ragazzina, non ho mai letto i fumetti, quindi per me i supereroi americani sono grosso modo dei tizi strapompati in costumini da sfilata di Carnevale a Mykonos.

Di quelli che ho visto, la maggior parte mi son risultati troppo campati per aria per esser presi sul serio, divertenti al meglio, con qualche rara eccezione.

Quando sono andata a vedere Deadpool non mi aspettavo niente di più di una boiata tutta cazzotti e battute cretine.

Ci sono cazzotti e battute cretine. E il film è divertentissimo!

Finalmente un supereroe psicopatico, violento, trollesco e che non riflette cupamente dal bordo di un cornicione nella città notturna. Sa anche disegnare!

La trama è elementare a livelli parodistici, ma non pretende di essere un film complesso o serio. E’ un film cialtrone e spassoso che si presenta come film cialtrone e spassoso. Ma andiamo con ordine.

Wade è un mercenario con “soft spots” e “hard spots”. La sua vita fatta di violenza e prevaricazione prende una nuova piega quando incontra Vanessa, una prostituta con un carattere esplosivo. Entrambi sono matti come cavalli e si intendono subito, iniziando un’appassionata liaison.

Tutto molto bello, finché Wade non ha un mancamento. All’ospedale, gli diagnosticano un cancro terminale. Incapace di affrontare la decadenza e l’agonia davanti alla donna che ama, Wade se la svigna e finisce nelle grinfie di una losca organizzazione, che gli promette di curare il suo cancro, regalargli superpoteri e rifargli la carrozzeria della macchina.

Essendo disperato e anche un po’ coglione, Wade zompa sull’occasione e inizia un trattamento a base di tortura, tortura, e un po’ di tortura. L’esperimento dovrebbe sottoporre il suo corpo a uno stress tale da provocare una mutazione.

Solo che questi buoni samaritani non hanno intenzione di fare di Wade un nuovo supereroe: il loro losco scopo è di farne uno schiavo ultra-potenziato da vendere al miglior offerente.

Dopo essere riuscito a evadere, Wade, ora sfigurato, assume l’identità di Deadpool e si lancia nella caccia al proprio aguzzino in un tripudio di schioppettate, mani mozzate e gente spiaccicata.

Non ho letto i fumetti di Deadpool né visto i cartoni, quindi baso il mio giudizio esclusivamente su questo film, e il personaggio è geniale. Per quanto un eroe immortale e de facto invulnerabile possa essere un problema (toglie tensione, sappiamo che è indistruttibile), la personalità di questo assassino seriale compensa in toto la cosa.

La vicenda ruota in buona parte attorno alla storia d’amore tra il protagonista e la sua ganza, e una volta tanto il legame tra i due risulta originale e credibile. Sono entrambi fuori di testa, ma l’intesa è realizzata molto bene senza essere melensa o noiosa.

La recitazione costituisce una fetta molto importante del buono in questo film. Tutti sono molto bravi, ma Reynolds in paricolare è da schiantare. Dopo filmacci come Amityville horror e Wolverine Origins, è un piacere vederlo in roba che vale almeno il prezzo del biglietto. Nella fattispecie, il personaggio di Deadpool è uno spasso, e Reynolds pare divertirsi come un matto nell’interpretarlo.

Tirando le somme…

La tizia ritrovata viva alla fine è improbabile perfino per gli standard di questo film
Qualche gag infelice, quella finale è telefonatissima
Deadpool
La recitazione
La cialtroneria autoironica
L’azione truculenta
Il rapporto tra il protagonista e la sua ganza
I personaggi di contorno

Non c’è molto da aggiungere. Non è un film profondo e non è un film che se la tira. A tratti le gag sono un po’ forzate, ma nell’insieme tutto fila bene, condito con una buona dose di gore e violenza tamarra. Mi piace quando un film non scorreggia più alto del proprio culo, per usare un francesismo. Deadpool non finge di essere più di quanto non sia.

A differenza di The revenant, questo film può piacere a tutti ed è consigliatissimo, a meno che non siate particolarmente sensibili al sangue.

MUSICA!

Star Wars, la Forza s’è appena svegliata e le ci vuole un caffé

Il 2015 è finito, finalmente. E’ stato un anno molto grumpy, e ho alte aspettative per il 2016.

Quindi, perché non inaugurare tutto con una recensione mainstream e coatta su un argomento tanto di moda?

Sono andata a vedere Star Wars, the Force awakens.

Mi è piaciuto?

Mettiamola così. Dopo averlo visto, sono tornata a casa, ho preso il cofanetto dei prequel (quella roba che nessuno guarda mai ma che dobbiamo avere in casa che sennò poi mi tolgono la tessera da nerd) e ho chiesto scusa alla facciona tonda di Anakin.

Sì, è così brutto. Perché i prequel avranno anche tutti i difetti del mondo (tra cui il fatto che se ne faceva anche a meno, che hanno più buchi di Jean Reno alla fine di Leon, che i dialoghi romantici facevano vomitare arcobaleni e che Jar Jar), ma la storia aveva un senso. E anche alcune idee buone, stringi stringi. L’idea che l’Impero fosse un parto della Repubblica stessa (c’è crisi, c’è bisogno di un uomo forte!) era bella, per esempio.

Questo qui è un pattume rimasticato.

Jar Jar Abrams ha chiaramente cercato di mettere le basi di una nuova saga legandola in modo solido all’originale, la più amata. E di per sé, era una buona cosa. Peccato che non abbiano saputo farlo.

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La trama è quasi la stessa dello Star Wars del ’77, solo che per metà abbiamo la vecchia gang e per metà la nuova, che mima quasi tutti gli stessi ruoli (Rey come la giovane Padawan, Poe come il giovane Solo, Kylo Ren –d’ora in poi noto come il Frignetta– come il giovane Vader) e che dovrebbe riprendere la fiaccola della storia.

Ora, i personaggi dello Star Wars originale non saranno stati la cosa più originale del mondo (il giovane prescelto, il contrabbandiere canaglia ma di buon cuore, la principessa idealista e arrogante, ecc.) ma erano scritti bene. Avevano un carattere, potevamo capire le loro ragioni e i loro scopi.

Con questi? Eh… Ma andiamo con ordine!

Specifico subito che ho visto questo film in italiano, con quello che è, a mia esperienza, il doppiaggio peggiore del decennio. Non sentivo roba del genere da quando, appena sedicenne, mi strafacevo di film di Kurosawa in italiano. Dopo anni che guardo solo film in lingua originale (che signorina snob sarei, altrimenti?), il doppiaggio mi dà sempre fastidio. Ma per Giove e Putifarre, ‘sta roba era dolorosa!

Insomma, comincia la storia con un testo da morte cerebrale in cui si dice grosso modo:

“I ribelli avevano vinto la guerra, ma siccome Leia e soci sono una manica di mentecatti coi pollici nel culo, dopo solo 30 anni la Repubblica è ridotta come la Somalia, l’Impero c’è di nuovo ed è anche più potente di prima, Luke ha ragequittato e i Jedi continuano ad essere estinti.”

Wow.

Tutti sono alla ricerca di Luke, che si è dimostrato il peggior mentore del secolo ma che hey, la profezia diceva che avrebbe portato equilibrio, quindi ciccia. Luke non ha lasciato indirizzo, ma ha seminato pezzettini di mappa da tutte le parti perché sennò non si riempiono due ore di film.

Il nipote di R2D2, d’ora in poi Monopalla, va con NonSolo su NonTatooine a prendere la USB con la mappa. Purtroppo, il Frignetta sbarca, cattura Poe e uccide tutti. Sembra finita per Poe, ma uno Stormtrooper decide a caso di disertare e lo libera.

Ok, STOP.

Esaminiamo i problemi qui.

Il guaio non è l’idea dello Stormtrooper disertore.

Il guaio è che il personaggio è scritto malissimo. Per capire un personaggio dobbiamo vederlo nel suo ambiente prima del suo grande Cambiamento. Pensate a un altro film a caso, per esempio Romancing the stone (Alla ricerca della pietra verde). Non cominciamo con Joan nell’autobus nella jungla, cominciamo con lei che vive sola col gatto e di lavoro scrive orridi romanzi romantici d’avventura. Siccome sappiamo che è una donna abitudinaria e sedentaria, siamo interessati quando la vediamo costretta dalle circostanze a intraprendere un rocambolesco viaggio in mezzo a liane, serpenti e narcotrafficanti.

Cosa sappiamo di questo tizio? Poco, e quel poco non ha senso. E’ un trooper, inquadrato fin dalla tenera infanzia. Il processo è così severo e disumanizzante che il tizio non ha nemmeno un nome. Una roba che a confronto la propaganda nazista è semolino.

Sarebbe un’ottima fonte di conflitto! Un personaggio che per tutto il film lotta per liberarsi dalle catene ideologiche e psicologiche di questo terribile sistema!

Invece no. Coso diserta. Perché? Non ce lo diranno mai. Capiamo che ha avuto paura alla prima battaglia, che ha avuto remore a spacciare dei civili. Sappiamo anche che, fino a questa piccola scaramuccia, Coso qui aveva sempre obbedito senza problemi.

Ok, quindi non si era mai trovato in una condizione rischiosa o davanti a una scelta morale che testasse la sua lealtà. Più tardi scopriremo che il tizio era addirittura un addetto ai cessi.

Perché un bidello la cui competenza e lealtà non è mai stata testata è stato scelto per una missione importante come la cattura di Poe? Non si tratta di una battaglia, si tratta di un’operazione di precisione con effettivi ridotti e (si presume) scelti. Quindi?

Se non conosco le ragioni e il background del personaggio, come faccio ad affezionarmi?

Una storia migliore, in 4 vignette.

Insomma, Finn, il trooper, decide di disertare perché la guerra è brutta o qualche stronzata del genere (complimenti al programma disumanizzante del Primo Ordine, che non lascerà nessuna traccia sul carattere di Finn). Potrebbe scappare nel parapiglia o fingersi morto, ma siccome c’è rischio che il Primo Ordine lo insegua, Finn decide di scappare col prigioniero importante, così invece di una squadra (o magari nulla) è sicuro di avere alle calcagna una bella fetta della flotta. Finn è stupido, da questo punto di vista, ma non temete, non è il solo.

Finn e Poe restano separati e Finn si ritrova solo su Jakku, dove per la legge delle Coincidenze che Levati e il corollario del Quanto è Piccolo il Mondo, dopo una passeggiatina incontra Rey, bella fanciulla del deserto.

Rey è la Donna che Tutto Può. E’ tipo Wonderwoman, Nuvolari, Richthofen e Gesù tutto in uno.

Dovrebbe essere una meccanica che campa recuperando pezzi da rottami stellari, un’orfana sfruttata e malnutrita in un pianeta desertico e crudele.

Essere malnutriti e sfruttati in Pakistan…

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…e su Jakku

Rey sa parlare con un droide mai visto prima (vi ricordate quando Luke non capiva niente dei bip bop bum di R2D2? Luke era una pippa), sa parlare svariate lingue aliene, sa parlare il wookie nonostante 30 anni prima il wookie fosse una lingua rarissima.

Rey viene aggredita da due goons cattivi e li mena entrambi senza nemmeno spettinarsi.

Rey non ha mai pilotato niente di significativo, ma una volta posato il suo grazioso didietro su una nave atipica (e modificata) non solo riesce a farla decollare, ma si scatena in acrobazie aereonautiche che le nostre Frecce gliela leccano.

E lo so cosa diranno alcuno. He, ma anche Luke!

No.

Intanto non è che siccome il primo Star Wars è ora un mostro sacro allora non ha difetti.

E poi no.

Luke viene presentato come il rampollo di una famiglia benestante, gente non ricca sfondata ma nemmeno povera, che vive e lavora presso un grande porto interstellare. Luke stesso non è un semplice rottamaio, ma è in grado di manipolare, riparare e modificare dei droidi. Non è un salto troppo grande supporre che gli sia capitato di pilotare roba più grossa del suo macinino.

In secondo luogo Luke non si mette alla guida del Millennium Falcon! Manovra il cannone, e la sola roba che guida è un piccolo X-wing dotato di copilota, R2D2. Alla resa dei conti quello che Luke fa è mirare bene e infilare due colpi ben piazzati. Non si scatena in acrobazie stellari a bordo di veicoli mai usati prima.

Ma torniamo a Rey. Han Solo le mette in mano una pistola che lei non ha mai usato. Non sa nemmeno come usarla. Ma dalle mezzo secondo e la tipa dà le pappine a Simo Haya.

Mai preso una spada laser in mano, ma tiene testa al Frignetta.

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Ho ho ho, chi ha avuto l’idea della guardia laser?

E la forza? Vi ricordate come Luke debba allenarsi per lungo tempo?

Rey, senza mai averci provato prima, spacca il culo al Frignetta, il pupillo del nuovo Imperatore e uno capace di sbatacchiare la gente in giro (ma solo quando serve alla trama) e bloccare un colpo di folgoratore a mezz’aria (qualcosa che non abbiamo mai visto fare a nessun Jedi figo prima).

Ora, so cosa qualcuno sta per dire:

-Ma Tengy, ti lamenti sempre che non ci sono personaggi femminili forti, e ora che te ne danno uno rompi?

Non vorrei apparire come la Donna Che Chiede Troppo, ma oltre a un personaggio “forte” non è che noi fanciulle potremmo averne anche uno scritto bene? ‘Sta tizia totalizza Mary Sue a mani basse (ma non frigna troppo, il che è un punto a favore).

La storia segue a grandi linee roba già vista. I Cattivi hanno un’altra superpalla spakkapianeti, solo che questa è del tutto diversa dalla Morte Nera I e II perché questa è ancora più grande. Ma ha un punto debole che se colpito abbastanza provocherà l’esplosione dell’intera baracca. E Finn sa dove e come arrivarci perché lui puliva i cessi.

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Lo Starkiller è grande come un pianeta, conterà al minimo una cinquantina di milioni di impiegati. Ma ognuno di loro deve imparare a menadito i piani dell’intera palla. Perché dai, è credibile. Boh.

Intanto il Frignetta cattura Rey, perché lei ha visto la mappa del robot e ne hanno bisogno per completare il puzzle. Perché il Primo Ordine ha ricostruito il resto della roba basandosi su vecchi archivi. Perché la Repubblica non sia riuscita a fare la stessa cosa sarebbe stupido da spiegare.

Il Frignetta capisce che Rey è potente nella Forza, e quindi lascia a farle la guardia un singolo stormtrooper facilmente impressionabile.

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Il Frignetta, uno dei cattivi più deludenti della storia del Cinema

Insomma, i nostri riescono a scoppiare la palla e scappare (sorpresona), Han Solo muore perché costava troppo metterlo in Star Wars VIIIOld ideas strike back, il Frignetta si scatena in un’inutile duello con Rey e Finn e perde (peraltro, ho apprezzato il cazzotto sulla ferita come metodo di cura), i buoni si salvano e i cattivi fuggono.

Di ritorno alla base, sorpresa! R2D2, che era rimasto tra i piedi in standby da quando Luke era sparito, si riattiva. E vedi un po’ te i casi della vita, ha il resto della mappa! Perché in 30 anni nessuno ha pensato a controllare l’hard-disk del computer personale dello scomparso. Cristo…

Voler fare un elenco di tutte le cose stupide di questo film sarebbe impossibile. Ce ne sono a bizzeffe, saturano ogni singolo minuto di film. L’intera storia sembra rivolgere intorno al tema: “Leia e Han Solo sono pippe in tutto ciò che fanno”.

Hanno vinto la guerra, e 30 anni dopo la Repubblica è a catafascio, la guerra va male, sono divorziati, loro figlio è un serial killer e Han è tornato a fare il contrabbandiere indebitato. Ha anche la faccia di parlare del suo piccolo business come “quello che so fare meglio”. Coso, abbiamo visto due bande di creditori armati fino ai denti entrare senza colpo ferire nella tua nave. Mi sa che è chiaramente stabilito ormai che sei una ciofeca anche in quello.

L’unica scena genuinamente divertente è quella in cui il Fringetta sta avendo l’ennesima crisi di bizze, due stotmtroopers voltano l’angolo, capiscono l’antifona, si scambiano un’occhiata e voltano sui tacchi facendo finta di niente.

Insomma, un film esilarante per quanto è tirato via.

Due stormtroopers che se la filano  
Storia rimasticata…  
… ma arricchita con gustosissimi buchi di trama  
Zero cura nella sceneggiatura e nella caratterizzazione  
Finn è un buco di trama vagante  
Rey sa fare tutto anche se non ci ha mai provato  
Lo Starkiller è un coacervo di buchi di trama tale da inghiottire il sole  
Nessuno aveva nemmeno pensato a controllare la memoria di R2D2  
Il Frignetta  
Il nuovo Imperatore  
Come in Interstellar, l’unico personaggio memorabile è il robot  
Hai preso Brienne per fare Phasma, e la metti in due scenette di merda  
Luke deve essere il peggior maestro del secolo  

 

Insomma, è un pessimo, pessimo film. Lo ha detto anche Lucas, che ha definito vendere Star Wars
alla Disney l’equivante che vendere i propri figli agli schiavisti. C’era un’alternativa, sai Giorgino. Non vendere. E ora sappiamo cos’hai fatto dei tuoi figli naturali, mostro!

Comunque nessuno si mette contro la Disney (il cui amministratore delegato compare nel film nei panni dell’Ologramma di Snoke) e Giorgino si è dovuto rimangiare tutto.

Film consigliato solo per chi conta di andarlo a vedere a un orario di bassa frequenza e con un gruppo di amici trashomani. Perché se non si può ridere e commentare non ne vale la pena. E’ un’accozzaglia di roba talmente disperante che mi ha fatto seriamente rivalutare Star Wars Holiday Special.

Questo è tutto e che la Forza sia con voi!

MUSICA!

(E’ un appello a Hollywood, don’t waste your time always searching for those wasted years! Fatela finita col nuovo Star Wars, il nuovo Ghost Busters, il nuovo Star Trek e tutta la corte dei film zombies, dateci roba nuova, storie mai raccontate prima porca puttana!)