The act of killing

Raccontare storie è un’attività universale di tutte le società. Le buone storie offrono diverse cose: sense of wonder, evasione, divertimento. Non solo però. Raccontare e leggere una buona storia, quale che ne sia il formato, è un modo in cui gli esseri umani cercano di conoscersi meglio e comprendersi meglio.

Ora, anche se si parla di storie di fantasia, gli elementi migliori di ogni buon racconto vengono sempre dalla realtà e dalla comprensione che abbiamo di essa.

Nei generi che mi interessano, spesso si parla di guerra o di uccisioni. E’ normale: il conflitto è ciò che fa una storia, e la lotta all’ultimo sangue è l’immagine ultima del conflitto. Non è quindi da stupirsi se moltissimi personaggi nelle nostre storie si trovano davanti all’atto di uccidere.

L’atto di uccidere ha una carica enorme per gli esseri umani, sia essa simbolica, spirituale o morale. Il modo in cui il personaggio reagisce davanti a tale atto è determinante in una storia.

Ma come renderlo nel modo migliore?

Documentandosi. Come nelle storie di guerra, la documentazione è fondamentale. Meglio comprendi gli elementi di tattica, meglio sarai capace di inventare e descrivere scontri armati. Per l’omicidio è uguale: meglio comprendi l’atto di uccidere, meglio saprai descriverlo in una storia. E sappiamo che la nostra Storia offre innumerevoli esempi di studio, perché la brutalità è parte essenziale della nostra natura, che piaccia o meno.

The act of killing

Il 1 ottobre 1965 l’Indonesia fu teatro di un colpo di stato operato da un gruppo interno all’esercito, il Movimento 30 Settembre. Il colpo fallì in modo epico: già dal 2 ottobre il generale Suharto aveva il controllo di Jakarta e non ci mise molto a reprimere il resto dei ribelli.

La colpa fu buttata sul Partito Comunista Indonesiano (PKI). Quella che seguì fu una colossale purga contro i comunisti e, già che c’erano, contro la minoranza cinese e i javanesi (molti in Java supportavano i comunisti). Il tutto, con la benedizione americana: in piena Guerra Fredda, il comunista buono è il comunista morto. Se poi bruci il suo villaggio e stupri le sue sorelle anche meglio.

E’ difficile calcolare i morti, ma si parla di almeno 500.000, anche se altre stime suggeriscono tra 1 e 3 milioni. In certi casi cittadine fluviali dovettero fare appello ai militari perché i cadaveri intasavano i canali.

L’esercito non condusse direttamente il massacro: più spesso che no, preferì organizzare o incoraggiare milizie locali, gruppi mussulmani o delinquenti di strada. E qui entra in scena Pancasila.

Pancasila è il nome di un’organizzazione paramilitare filo-Suharto attiva già dal ’59. Il nome fa riferimento ai principi fondatori dello stato indonesiano (tra cui “umanità giusta e civilizzata” e “democrazia guidata da saggezza e unanimità”, bwahahahahahah!), ma nei fatti si tratta di un gruppo che organizzava delinquenti e maniaci e legittimava il loro operato. Molte delle squadracce scatenate durante la purga era affiliate a Pancasila.

Ora, la cosa interessante è che oggi, 2015, Pancasila Youth è ancora alive and kicking, con più di 3 milioni di membri e legami importanti con il governo e l’esercito. L’ecatombe degli anni ’60 è tutt’ora un soggetto tabù per certi versi, sdrammatizzato per certi altri. Quando menzionato, se ne parla come dell'”Incidente del ’65”, il numero di morti viene ridotto senza ritegno, tutto nella miglio vena del più becero revisionismo storico.

Tipo, ops, stavamo ripulendo il settore Genocidio e ci è partito un Pogrom. Haha, mani di burro!

E’ in questo clima che, nel 2001, Joshua Oppenheimer arriva in Indonesia, nel nord di Sumatra. Oppenheimer vuole realizzare un documentario sui lavoratori di piantagione (The Globalisation tapes). A oggi, i lavoratori di queste piantagioni temono di organizzarsi in un sindacato, dacché molti sono discendenti di comunisti o presunti tali sterminati negli anni ’60, e sono ancora oggi discriminati. La paura d un possibile pogrom è più forte di quella di una sicura morte per avvelenamento nel maneggiare prodotti chimici dannosi. Alé.

Durante il suo lavoro Oppenheimer si attirò però l’attenzione sgradevole del governo indonesiano. Davanti all’intimidazione, i tizi con cui stava lavorando suggerirono a Oppenheimer di cambiare soggetto: se il governo non lasciava parlare loro, forse non avrebbe posto problemi a un documentario sui carnefici. Oppenheimer avrebbe così potuto portare a galle i soprusi e l’impunità di questi delinquenti, tutto senza attirare folgori indesiderate su se stesso e sui lavoratori di piantagione che, diciamolo, avevano già abbastanza grane così.

Oppenheimer andò quindi a ricercarsi i vecchi membri delle squadracce per scoprire cosa e era stato di loro. Molti di questi vecchi si rivelarono più che disponibili a parlare dei fatti, molti addirittura offrirono di ricreare le scene per la gioia della telecamera. Perché non avrebbero dovuto, dopotutto?Vivono in una perfetta impunità.

Per usare le parole di Oppenheimer, è un po’ come andare in Germania e trovare i Nazisti sempre al potere.

Bada a ciò che fai, Oppenheimer ti vede

Di intervista in intervista, Oppenheimer si è infine trovato in contatto con Anwar Congo, un delinquente con all’attivo più di mille morti. E’ con Anwar che nasce il film vero e proprio.

Il documentario

Anwar Congo esegue una dimostrazione. Il tizio con la testa nel cappio è sempre vivo, per la cronaca. Io comunque mi sarei cagata in mano.

The act of killing non è un documentario sui massacri del ’65. E’ un documentario sugli uomini che li hanno perpetrati e sulla loro vita oggi. Sull’impunità di cui godono loro e i loro famigli, e sul prezzo che hanno pagato in termini di salute mentale.

Come gli altri intervistati, Anwar comincia col portare Oppenheimer sul luogo delle esecuzioni, dove fa una dimostrazione ridendo e scherzando. Solo che dopo, Anwar vede il video. E’ forse la prima volta che si contempla dall’esterno, e quello che vede non gli piace. Bisogna fare qualcosa per migliorare quella scena. Forse i capelli vanno tinti, o i vestiti non sono belli… No, non basta, bisogna girarne un’altra, altre, no, un intero film!

Solo che il problema non è che i suoi capelli sono grigi o che il decoro è scarso. Il problema è che Anwar ha ammazzato più di mille persone e in vecchiaia si trova a fare i conti con l’idea, come molti altri come lui.

Per sette anni, Oppenheimer ha seguito Anwar e la sua cricca di unlikable criminals e osservato la realizzazione della loro grande opera cinematografica.

Herman travestito da donna brandisce la testa mozzata di Anwar. Anwar mostra queste ed altre scene ai nipotini “hihihi, guarda caro, la testa del nonno è tagliata via, haha…”

The act of killing è un documentario su dei criminali invecchiati che cercano di rielaborare una storia, di riraccontare quello che hanno fatto per esorcizzare dubbi e incubi. The act of killing porta sullo schermo il processo mentale di chi cerca scuse per il passato (Anwar e i suoi amici) o per il presente (Herman e gli altri delinquenti di Pancasila).

Questo è uno dei documentari più inquietanti e interessanti che abbia visto di recente, è un ritratto vivido e dettagliato di un assassino di massa e dei suoi successori.

Usare la tua bambina come attrice nella scena in cui bruciate il villaggio e massacrate tutti a bastonate. Pancasila, padri dell’anno dal 1959.

Anwar è chiaramente un uomo di intelligenza mediocre. E’ qualcuno che ha ammazzato stricto sensu centinaia di persone, chi col machete chi strangolato col fil di ferro. E non lo ha fatto per nessuna missione divina o politica, lo ha fatto per soldi. Non è mai stato punito, non è mai stato condannato. L’intera società si è stretta intorno a lui per confermargli che ha fatto bene, e che alla fine il filo di ferro è un modo umano di uccidere (sic).

Eppure il passato torna nella vecchiaia, ti impedisce di dormire tranquillo. Secondo Oppenheimer, la maggior parte dei vecchi assassini sono nelle condizioni di Anwar, e la crassa vanteria non è che un modo per raccontarsi che hanno fatto bene, che sono eroi della Patria. Solo che alla differenza degli altri incontrati, il dolore di Anwar era “più vicino alla superficie”.

Seguire i rimuginii di Anwar è un viaggio nelle scuse: sto male perché ho guardato quel morto negli occhi, sto male perché ho dubbi, ma alla fine ho fatto bene, alla fine ho protetto il Paese, alla fine li ho uccisi bene, alla fine li ho mandati in Paradiso…

Anwar non è l’unico personaggio. E’ attorniato da una compagine di giovani delinquenti di Pancasila, molti dei quali sembrano caratterizzati da un misto di tendenza alla prevaricazione incallita e una strana naiveté. Quando uno degli anziani dice loro che devono smetterla col film perché farà “apparire male” Pancasila, la loro risposta è “ma è successo così davvero”. C’è uno strano candore nel fatto che costoro non capiscono cosa ci sia di male nel bruciare villaggi di comunisti, nel presentarsi alle elezioni col dichiarato proposito di ricattare il prossimo, nell’esigere un pizzo. Questa è la loro realtà di tutti i giorni, nessuno ha mai detto loro che massacrare i cinesi è stato sbagliato o che non va bene taglieggiare qualcuno, quindi perché nasconderlo?

Già, perché?

Adi Zulkadry è un altro personaggio esaminato in The act of killing. A differenza di Anwar, Adi pare molto più articolato e cosciente della realtà, il che lo rende, per certi versi, molto più inquietante. Adi non ha bisogno di raccontarsi troppe storie, ha un atteggiamento molto più cinico rispetto agli altri. Quando gli viene chiesto se ritiene il massacro un crimine di guerra, la risposta di Adi è semplicemente:

“Sono i vincitori che definiscono cosa è crimine e cosa no, e io ho vinto”.

Quando Anwar gli dice che non riesce a dormire e che i morti gli tornano davanti la notte, Adi gli dice:

“E’ perché sei un debole”.

Quando pensate a un uomo che ha strangolato col fil di ferro centinaia di persone, ve lo immaginereste con un cappello da cow boy rosa? Bene, cominciate.

Cappelli rosa e travestiti a parte, la conclusione del documentario è tragica e frustrante. Anwar non riuscirà mai a rendere quella famosa prima scena meno brutta da vedere o da pensare. Ma se hai commesso crimini imperdonabili come fai ad ammetterlo davvero e continuare a vivere? Alla fine certa gente resta incastrata nel proprio inferno, e tutto sommato è giusto così.

The act of killing non è solo un documentario sul pogrom. Per la precisione, non vuole essere un documentario sulle stragi del ’65. The act of killing è un documentario sull’Indonesia di oggi, sul negazionismo e sull’oppressione odierna. E’ anche un documentario sull’uccidere e sulle ripercussioni dell’atto di uccidere sull’individuo e sulla società attorno a lui.

E’ chiaro che lo scopo principale di Oppenheimer è attuale: vuole incoraggiare un cambiamento in Indonesia. Tuttavia non si limita a questo. E’ un trip surreale in uno dei territori più bui della nostra specie. E’ una storia universale e forse il miglior documentario che abbia mai visto sulla mentalità, la vita e la psicologia di uno sterminatore di massa.

Chiunque voglia raccontare una storia di assassini e uccisioni, farebbe bene a guardarsi questo documentario. E chi non vuole raccontare niente farebbe bene a guardarselo lo stesso.

The act of killing è surreale, bizzarro, agghiacciante, triste, frustrante, interessantissimo. Oppenheimer ha impiegato dieci anni di lavoro (7 di riprese e 3 di editing) per realizzarlo, e la mole dell’impresa si nota.

Concluso nel 2012, il documentario ha ricevuto celebrazioni entusiaste nel mondo intero e lanciato una timida discussione in Indonesia (meglio tardi che mai).

Elencare tutti i premi ottenuti dal film sarebbe troppo lungo (c’è una pagina wikipedia apposta). Noto soltanto festival come quello di Berlino, il British academy film awards, lo European film awards, lo Human Rights Human Dignity International film festival 2013, e via così per un totale di 63 premi e 74 nominations.

Guardatelo, è un bellissimo documentario!

Qui il trailer.

La famosa prima scena di Anwar.

Il rogo del villaggio.

Un’intervista a Oppenheimer.

Il documentario intero.

La storia peraltro non è finita. Quest’anno esce una nuova puntata dell’epopea indonesiana con un altro documentario di Oppenheimer, The look of silence.

Buona visione.

MUSICA

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Abaddon, di Giuseppe Menconi

Settembre si avvicina, con tutte le sue simpatiche scadenze, ma dopo questa bellissima estate l’idea di sciropparmi scartoffie e iscrizione ha un appeal nuovo. Diavolo, mi sembra quasi di dover andare in vacanza!

Non tutto era da buttare negli ultimi mesi. Uno degli aspetti positivi di questa maledetta estate, per esempio, è stato che ho finalmente trovato il tempo di leggere qualcosa che non fosse direttamente legato al mio settore. Tra le altre cose, ho potuto recuperare un po’ sui romanzi che mi ero procurata e che avevo poi messo da parte per tempi migliori.

Uno di questi romanzi è Abaddon, di Giuseppe Menconi!

La storia (potrebbe contenere leggeri spoilers)

Una nave spaziale arriva dal cielo e si parcheggia davanti al Golden Gate di San Francisco, dove rimane inattiva. La nave è protetta da scudi impenetrabili e viene sorvegliata notte e giorno, ma gli anni passano e la nave resta morta, come una gigantesca patata bollita. La gente si abitua alla sua presenza, la battezza Abaddon, l’Angelo Sterminatore del Vangelo.

William Boore è un militare, un eroe di guerra per pura botta di culo e un uomo stanco di correre rischi. Si è fatto assegnare al controllo della nave aliena contando di aspettare la pensione in una posizione prestigiosa ma sicura.

Tutto molto bello, finché gli scudi di Abaddon non si abbassano, e William è chiamato a prendere la testa di una nuova squadra ed entrare nella nave per vedere cosa si nasconde dentro e quali minacce si annidano nella gigantesca struttura.

Abaddon è un horror fantascientifico che aveva tutti i numeri per lasciarmi indifferente. Il setup “soldati cazzutoni entrano in astronave piena di mostri” non è una novità, l’eredità videoludica è lampante in diversi punti, e la storia in sé non è la cosa più originale dell’universo. A ciò aggiungete la mia personale idiosincrasia per quella che chiamerei una tendenza “post-evemerista” (e se gli dei erano ALIENI?!).

Detta così parrebbe una roba “Dead Space meets Voyager“, molto al di sotto dei miei raffinati gusti di signorina perbene.

Al contrario. Ho apprezzato un sacco questa storia.

Surprise!

Anche se il soggetto può sembrare già visto, la realizzazione è creativa e ben pensata. Il senso di claustrofobia e minaccia della nave è reso molto bene, e questo soprattutto per il fatto che Menconi ha un’ottima tecnica. Per tutto il romanzo la “telecamera” resta salda nella testa bacata di William e la storia è “mostrata” molto bene. Il che, in un racconto centrato sull’azione, è un grande pregio.

I personaggi sono tutti ben delineati e memorabili. Il protagonista-PoV è ovviamente il più approfondito. William non è un personaggio positivo, ma ha qualità che lo rendono interessante e likable nonostante tutto. William è un vigliacco e un macellaio, ma allo stesso tempo ha sincero affetto per suo figlio e sua moglie. L’angoscia di vivere in un ruolo fasullo e la consapevolezza di essere un codardo quando tutti lo ritengono un eroe sono rese in modo ottimo, senza bisogno di inutili spiegoni. Avendo una comprensione così chiara del protagonista, è facile farsi risucchiare nelle sue disavventure.

Il resto dei comprimari è altrettanto ben delineato. Tutti hanno tratti memorabili, senza però diventare caricature. Menconi usa benissimo lo spazio che ha per svilupparli e rende dei personaggi verosimili e attachants senza dilungarsi in dialoghi o scene e inutili. Per gran parte del romanzo, i soldati sono tutti paludati in tute identiche che li coprono da testa a piedi, ma le loro voci sono sempre distinte e non capita mai di confonderne uno con quell’altro.

Un altro punto a favore di questa storia è il dettaglio e l’attenzione portati all’equipaggiamento e alla tecnologia di cui i personaggi dispongono. Si nota una ricerca e una documentazione nel campo, il che rende la vicenda verosimile. Menconi ha curato bene questo aspetto e ne trae vantaggio durante la storia.

L’influenza videoludica è chiara, così chiara che il nome di Dead Space mi è saltato in mente pur non avendoci mai giocato. Nonostante tutto, ciò non sbalza mai il lettore fuori dalla storia. Niente scene ridicole tipo il pestaggio della scalinata in The protector, per intendersi (sì, mi piacciono i film di cazzotti fine a se stessi, so what!).

I nemici si presentano d’acchito come una masnada di mutanti assetati di sangue stile zombies, con la sola particolarità di essere esapodi invece che tetrapodi. Tuttavia anche loro, che potrebbero incarnare uno degli aspetti meno originali della storia, offrono un paio di gradite sorprese.

 

Orrori inumani scorrazzano nel buio!

Trattandosi di una storia di esplorazione, non voglio spoilerare oltre la trama!

Ho letto questo libro molto alla svelta. Nonostante la relativa lunghezza, scorre via molto bene. Da notare che mi è piaciuto nonostante la mia spiccata antipatia per diversi aspetti presenti, il che va tutto a merito di Menconi.

Concludendo

La tecnica narrativa  
Il protagonista  
I comprimari  
L’ambientazione  
Il ritmo  
Post-evemerismo (questo dipende puramente dai miei gusti)  
Il finale  

La cura dell’ambientazione eleva il libro sopra al semplice “sparatutto con mostri mutanti” e lo spessore dei personaggi lo eleva sopra al semplice “Alien 2 rivisitato” o “ficcy su Dead Space“. Non è diventato uno dei miei libri preferiti, ma è stata di certo una lettura molto gradevole.

Consigliato di cuore anche a chi non è appassionato del genere: è divertente, ha un ottimo ritmo, buona tensione.

Qui potete trovare i primi 5 capitoli per prova.

E qui potete trovare il romanzo.

MUSICA! (Because Aliens)

La Waterloo dell’Informazione: si può sempre contare su Repubblica!

Ci sono cose che ti deluderanno sempre nella vita. Tipo il fatto che nessuno rileva le mie citazioni al melodramma italiano, o che nessuno ha visto la citazione a Pratchett nello scorso articolo.
Ci sono altre cose che non ti deluderanno mai. Tipo Repubblica. Repubblica è una garanzia!

Quindi allacciate le cinture per un secondo viaggio al bicentenario di Waterloo, con quelli che non celebrano la storia perché fa mainstream.

Giorni fa sono venuta a conoscenza di questo articolo del signor Merlo.

Il signor Merlo è andato al bicentenario di Waterloo, ma a quanto pare non gli è piaciuto. Sorpresa da questo fatto (come detto, le truppe napoleoniche sono tra le meglio preparate del settore), mi sono tuffata nella lettura con maschera e boccaglio, ma mi sono presto resa conto che la profondità del pezzo richiedeva un equipaggiamento da sommozzatore. Avvitate i vostri caschi e avviate le vostre pompe d’aria, signori, signore e signorine!

Waterloo (Belgio)– L’Europa, che a Ventimiglia subisce la sua “Waterloo” , qui a Waterloo esibisce la sua panza da birra.

Già son persa. Mi sembra di capire che il signor Merlo stia facendo riferimento a Renzi, migranti e accordi con la Francia, ma non vedo proprio cosa c’entri. Ergo ne deduco che si tratta di un dotto riferimento alla presa di Ventimiglia del 1797, perché la competenza storica è un’innegabile dote del giornalismo italiano!

Nel campo che fu di battaglia, nella periferia ricca di Bruxelles, 40 ettari di terra grassa sono stati trasformati in un enorme stadio. Più di duecentomila europei hanno comprato il biglietto e, ogni sera e per tre sere, in sessantottomila hanno assistito allo spettacolo di guerra e hanno celebrato “la più gloriosa delle disfatte”, come ha titolato in prima pagina ‘Le Monde’, nel disfacimento estetico di una carnevalata storica che è industria, e nel fumo e nel fuoco dei più assordanti fuochi d’artificio, bum bum bum alla napoletana ma con la pompa magna dell’Europa.

Con ordine: Waterloo è stata oggettivamente una gloriosa disfatta. Tutti hanno combattuto bene e con valore, nonostante gli innumerevoli sbagli tattici e strategici della campagna.

Ma prendiamo la “carnevalata”. E’ un’attitudine che ho incontrato spesso tra i non appassionati o semplicemente tra gli ignoranti di Storia, ed è un’attitudine che ho sempre trovato disarmante. Disarmante perché associata con un’arroganza che risulta impermeabile a ogni buonsenso.

Primo: la conoscenza e la buona comprensione della Storia sono strumenti indispensabili in una democrazia. L’insegnamento a cazzo di cane della Storia è, a mio modesto parere, una delle ragioni dell’instupidimento progressivo della popolazione (e non solo in Italia).

Perché?

Elaboro. Lo studio ben fatto della Storia, oltre che un’ottima ginnastica intellettuale, è utile dacché insegna a considerare un vasto numero di variabili e di conseguenze su medio e lungo periodo. Un fenomeno storico non dipende mai da un solo fattore e non ha mai un solo risultato.

Studiare la Storia non vuol dire sapere esattamente in che anno e giorno sia stato l’incontro di Teano. Vuol dire sapere perché c’è stato, che importanza ha avuto e in che ambito, quali conseguenze ci sono state.

Secondo: non solo studiare ammodo la Storia aiuta ad avere uno sguardo più critico sulla realtà, ma aiuta anche a rendersi conto di quanto tale realtà sia relativa. Aiuta a capire che altra gente in altri posti può vedere il mondo in modo completamente diverso e volere cose completamente diverse rispetto a noi. E questo è importante.

In parole povere, conoscere bene la Storia è un modo per imparare a conoscere l’Uomo, ed è importante. Almeno in principio, molti sono d’accordo su ciò.

Che c’entra la rievocazione?

La rievocazione ha un triplo interesse:

  • Permette, per l’appunto, di “rievocare”, di far tornare vivo. La rievocazione, unita con il recente sviluppo dell’Archeologia Sperimentale, ci sta permettendo di conoscere e capire meglio il nostro passato.
  • La rievocazione ci permette di far divulgazione in modo semplice e facilmente fruibile! Io posso studiare a scuola che a Waterloo Napoleone ha perso, ma magari non so che c’erano anche olandesi e scozzesi nelle truppe di Wellington. A una rievocazione non solo imparo una nozione nuova, ma me la ricorderò. Perché leggere il nome di un reggimento sulla carta o vedere un sergente in kilt che cazzia selvaggiamente una doppia fila di soldati cotti dal sole non hanno lo stesso impatto. La rievocazione fatta bene è un ottimo mezzo di divulgazione, educa il popolo divertendolo, lo incoraggia a studiare, a far domande, a imparare! Lo incoraggia a immaginare, a mettersi nei panni!
  • Infine, la rievocazione permette la sussistenza di un sacco di mestieri che andrebbero sennò perduti. Una volta che ci siamo dimenticati una tecnica, è finita, non la recupereremo più. Il giorno in cui non ricordiamo più come ottenere quel colore o come fabbricare quell’oggetto, abbiamo perso per sempre un pezzetto del nostro patrimonio che avrebbe potuto essere utile in futuro. La rievocazione preserva in parte da questo rischio.

Ora, la rievocazione non sempre è ben fatta. Nel settore vichingo si trovano mentecatti che prendono History Channel come fonte, o gente che sostiene che il peso storico di una spada era 4 Kg, o altre stupidaggini cosmiche del genere. In quel caso, convengo, il termine “carnevalata” è più che appropriato.

Peccato che la gente di Waterloo sappia il fatto suo. Ma forse sto reagendo male a sproposito, forse il signor Merlo ha conoscenze ragguardevoli in materia e ottime ragioni per definire Waterloo 2015 una “carnevalata”. Andiamo avanti e vediamo…

E mentra (sic) i finti plotoni fucilavano, i veri colbacchi con la fiamma sembravano alti pitali rovesciati.

Eh?

Il signor Merlo è familiare col pitale?

   

Boh?

Ad ogni modo c’è poco da fare, signor Merlo: i colbacchi potranno sembrarle anche sravanaculi chiodati a vapore, ma erano fatti così. O sta criticando i “carnevalari” per essere troppo storici e accurati?

E le tasche di cuoio ondeggiavano come le orecchie in controcanto dei cani bracchi.

Cito dalla Treccani, “disegno melodico secondario sovrapposto o sottoposto al disegno melodico principale: fare il controcanto.” Non sapevo che i cani bracchi avessero un controcanto alle orecchie (?), né ho visto tutte queste sacche di cuoio sbatacchianti in giro.

Sacche di cuoio che sventolano

Le buffetterie incrociate e le giberne da granata erano indecifrabili anticaglie.

Non so bene cosa ci sia da decifrare in un oggetto elementare come una buffetteria o una giberna, ma ancora, qual è il problema, è che sono “anticaglie”? Certo, che idea andare a vestirsi da napoleonici a una rievocazione napoleonica in cui la tua associazione napoleonica è pagata per presentarsi in veste napoleonica! Bah!

I dollman degli ussari somigliavano a tappezzerie di vecchie tende.

Strana grafia per il dolman. Ad ogni modo io non ho mai avuto tende di lana con alamari. Signor Merlo, le divise da lei viste erano precise al centimetro, che piaccia o meno. Se la rifaccia col sarto di Wellington.

In teatro si chiama ‘trovarobato’ tutta questa sartoria di scuciture, buchi e giacche che litigano con i pantaloni.

Aha, ho capito! Quello che urta è l’accostamento giacchetta/braghe/cappello! Ma è vero, santi numi! Mi rivolgo a voi, rievocatori napoleonici, non vedete che la vostra divisa è so 1815? Gawd! (No sul serio, che discorso è?)

BTW, carina la battutina sul “trovarobato”: vuole essere denigratoria? Trovarobe, gawd, mica un mestiere vero! Ah!

Ma al centro della patacca drammatizzata dalla musica dei Carmina burana e dagli effetti specialissimi dei botti tridimensionali, chiamati per megalomania scenica “Inferno”, c’era la più autentica di tutte le patacche, il finto Napoleone che da dieci anni recita il suo ruolo di Imperatore in tutti i campi di battaglia e in tutti i giornali del mondo, un avvocato di Orleans con studio a Parigi, piccolo calvo e con gli occhi blu e rotondi, sincero sino all’ identificazione mattoide che gli fa dire: “ahimè, misuro un metro e settantadue, tre lunghissimi centimetri in più “. Ieri sera, davanti alla casupola del comando, questo verissimo Napoleone, che nessuno chiama con il suo vero nome, ha forse raggiunto la perfezione quando ha dato l’ordine di attacco piegandosi leggermente su se stesso per simulare le imperiali emorroidi che in quel 18 giugno, secondo la storiografia del dettaglio, lo tormentarono e forse gli impedirono di vincere.

“Inferno”. Hahahahah, no, capite, lo hanno chiamato “Inferno”!

Felix Philippoteaux dipinge gente che sta avendo una giornata un po’ faticosa (ma niente di che)

Signor Merlo, quel giorno del 1815 l’Inferno era su terra ed era a Waterloo. Chiunque abbia letto un qualsiasi libro/articolo/depliant sulla guerra del periodo lo sa: le condizioni dei soldati erano terrificanti. Roba ai punti con la Prima Guerra Mondiale se non peggio. Leggere il dettaglio di una battaglia napoleonica è leggere una storia dell’orrore, con la differenza che si tratta di gente vera. “Inferno” non è una melodrammata, è un termine tecnico.

Non capisco se si tratti di ignoranza del periodo o di indifferenza, ma ho sempre trovato questa sufficienza nei confronti della Storia molto ipocrita. A quanto pare dobbiamo onorare i morti del ghetto di Varsavia e quelli dello sbarco in Normandia, i martiri di Katyn e quelli di Cefalonia, ma dopo un po’ i cadaveri scadono, e ci puoi pisciare sopra. Anzi devi, altrimenti sei un carnevalaro col cantero in testa.

Mi piace anche il tono paternalista sul tizio che faceva Napoleone. Cioè, rendetevi conto, non solo è uno che fa un mestiere al di là della ricostituzione, ma è anche uno che ha il senso dell’autoironia e recita bene il suo ruolo! Scandalo!

E a chiosa, vedo che il signor Merlo ha notato il Carmina burana introduttivo, ma non il pedissequo commento alla battaglia, fatto in tre lingue (inglese, francese e fiammingo) e a beneficio del pubblico. E’ bello avere occhio per le cose importanti.

Poi c’è stata la solita overdose di finti attacchi, la polvere, i colpi di cannone, la cavalleria e i cadaveri per terra che furono 20.000: “Io – mi aveva detto nel pomeriggio Patrick, idraulico a Nanterre – sono morto male una sola volta, a Jena, perché avevo mangiato troppo. Qui a Waterloo mi hanno ammazzato almeno otto volte. Ma è ad Austerlitz che quest’anno è stato più bello e difficile morire: avevo i piedi e la mani gelate per la neve di dicembre. E c’erano duecentomila spettatori, quattro volte lo Stade de France!”.

“I cadaveri per terra che furono 20.000”. Sembra strana come frase, no? Perché è assurda, i morti furono circa 57.000, come ho trovato in tre lunghissimi minuti di ricerca (Fuller, uno dei miei livres de chevet). Possibile che un giornalista si sia sbagliato così tanto?

Per capire, basta andare a vedere la prima versione dell’articolo, quella comparsa su Repubblica, in cui i morti sarebbero stati 200.000!

Fistia maiala, TUTTI! Un massacro totale, alla fine Napoleone, Wellington e Blucher si sono ammazzati a vicenda a baionettate!
No, dopo una meritatissima tirata d’orecchie da parte dei lettori dell’articolo, il signor Merlo ha pensato di apportare una discreta correzione non segnalata. Ovviamente, la correzione è altrettanto assurda del primo strafalcione. Non c’è che dire, questo offre tutta una nuova dfinizione all’espressione “andare a braccio”. Complimenti.

E vogliamo parlare di questo Patrick? Questo idraulico che osa avere una passione per la Storia, una passione tale da rischiare i geloni sul campo di Austerlitz? Vergogna Patrick, un idraulico deve leggere solo roba di donnine svestite e andare a vedere cinepanettoni. Se ora anche gli idraulici cominciano a coltivare passioni intellettuali dove andremo a finire?

Ieri sera dunque anche Wellintgon, the Duke, l’elegante gradasso asserragliato nella fattoria di Hougoumont, restaurata e inaugurata il giorno prima da Carlo e Camilla, sembrava un altro Napoleone, e pure il prussiano in fuga era Napoleone, qui diventano tutti Napoleone, persino Cambronne che, secondo i soliti scettici che non se la bevono mai, sarebbe il vero vincitore di Waterloo grazie a quella parolina abbagliante come un fulmine che, qualche rara volta , ci libera sia dall’ipocrita venerazione sia dall’oscuro biasimo trasformandosi in intelligenza critica.

A parte il fatto che mi par di ricordare che l’Iron Duke si sia piazzato a Hougoumont sul tardi, avendo altro da fare per gran parte del tempo… A parte che non mi risulta che a Waterloo i prussiani siano scappati… A parte ciò, non ho idea di cosa voglia dire questo paragrafo. In che senso sono “tutti Napoleone”?

E Cambronne, poi? In che senso dovrebbe essere il “vero vincitore”? Perché ci ricordiamo “le ultime parole famose”?

E poiché non esistono Napoleoni illegittimi si può andare avanti così, sino a comprendere nel mito ottocentesco dell’eroe romantico e poi del superman moderno, che vince anche quando perde, persino il testimonial del recentissimo rap della pubblicità, molto cliccata a Waterloo, quella che “i suoi nemici si misero d’accordo/ all’Elba lo esiliarono / ma lui era testardo/ sarebbe ritornato / in barba ai suoi rivali / perché, lui lo sapeva:/ Red Bull mette le ali”.

Perché se perdi fai schifo. Eroico nella sconfitta? Figurati. Con tanti saluti a tutti i martiri della guerra, con particolare riguardo per quei miserabili idioti come Witold Pilecki, Salvo d’Acquisto e i mille altri morti della guerra persa.

Se però è vero che c’era una canzone rap dedicata a Waterloo (io non l’ho sentita, ma io mica sono una giornalista), allora qui Merlo ha ragione: abominio agli occhi degli uomini e degli dei! Il solo genere degno di commemorare Waterloo è il metal!

Il festival napoleonico, che si chiude oggi, è dunque durato tre giorni, 8 milioni di finanziamento con un incasso record ancora da valutare, una specialissima patacca keynesiana che il Belgio voleva onorare con il conio di una moneta di due euro, bloccata con disprezzo dalla Banca di Francia. Ne hanno comunque fatta una di due euro e mezzo ma per collezionisti, un altro simulacro per i tantissimi maniaci di Napoleone sempre pronti all’eccitazione feticistica.

Il festival non è durato 3 giorni, ma 4. Bastava controllare l’affiche ufficiale, ma perché iniziare ora a fare un lavoro serio? Che schifo poi la gente che va ai festival culturali. Sono la feccia.

Peraltro, signor Merlo, mi sa che si è confuso con la storia della moneta: sono i feticisti di Napoleone che non l’hanno voluta. Sa, a Waterloo Napoleone ha perso, eh.

Ieri a Waterloo hanno sparato 300 cannoni e hanno combattuto seimila finti soldati, e ovviamente nessuno di loro riceve la paga, sono devoti penitenziali, con scarpacce scomode, letti da campo e niente telefoni.

Ho detto che chi andava ai festival culturali era feccia? Beh, sbagliavo, la vera feccia è chi fa rievocazione e divulgazione senza richiedere compenso! Lavorano pure aggratis, questi infami!

Bello anche i “finti soldati”. Forse fossero stati veri il signor Merlo avrebbe avuto un’opinione diversa. Forse il signor Merlo vuol doppiare il budget della difesa per permettere all’esercito di mantenere, armare ed addestrare truppe di rievocazione specializzate nei diversi periodi. Io approvo, ovviamente.

E’ invece tantissimo il cibo consumato nelle tendopoli bianche. Dominano patate e salsicce, all’Expo di Milano si mangia sicuramente meglio ma ci si stupisce di meno: stupore e stupidità appartengono allo stesso campo semantico.

Vero, ma dopotutto l’unico che si sta stupendo qua mi pare il signor Merlo. Stupirsi di che? Che all’Expo si mangia meglio? O che i ricostitutori mangiano? O che mangia il pubblico? O forse il signor Merlo era venuto a Waterloo per le specialità culinarie ed è rimasto deluso. Io domani andrò all’Expo per la grande rievocazione partica. Mi preparo ad essere stupidamente stupita.

Nel pomeriggio di mercoledì i generali ‘nemici’ si erano lasciati riprendere dalla Bbc attorno ad un cannone: “Consegniamo al ricordo di una guerra il sogno della pace”. Ed erano duemila le donne mascherate da vivandiere e cantiniere, lavandaie e cucitrici. Centinaia di bambini hanno suonato i tamburi e portato le bandiere.

Uno potrebbe esser contento di vedere decine di migliaia di uomini, donne e bambini provenienti da tutta Europa riunirsi per ricordare una guerra e festeggiare la pace su un campo di battaglia dove, appena 2 secoli fa, i loro antenati si scannavano nella pioggia e nel fango a botte di decine di migliaia di morti. Uno potrebbe pensare che sia una cosa bella e incoraggiante e che sia il giusto modo di commemorare chi è morto.

Non il signor Merlo, a quanto pare. Forse dovevamo riunirci per pisciare sugli scheletri e urlare SIAMO LAGGENTE!

Questi sbrindellati finti soldati dell’Europa degli imperi sono molto più che una metafora in questi tempi di rivolte populiste – dalla Grecia alla Danimarca – e di filo spinato, non solo in Ungheria ma dappertutto, a difesa della civiltà più stanca del pianeta.

BWAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH! Muoro!

“Sbrindellati”?

“Sbrindellati”? Ma sul serio?

Ci sono movimenti populisti e xenofobi (non solo in Ungheria, ma dappertutto!). Ergo fare ricostituzione napoleonica è sbagliato!

Logico, no?

Io mi dico, perché fermarsi qui! C’è la guerra in Crimea e il Riscaldamento Climatico, e una banda di scalzacani sbrindellati pagati milioni si riuniscono per giocare a calcio! Cioè, cazzo, ci rendiamo conto? Partite di calcio, con biglietti, merch e tutto, di questi tempi!

(Ma non si parla contro il calcio in Italia, siamo mica scemi, meglio parlar male di chi va a eventi storici in Belgio, così noi che non sappiamo neanche chi ha vinto a Waterloo possiamo sentirci intellettuali!)

Sul serio, non vedo proprio il nesso tra Waterloo e la xenofobia rampante in Europa. A meno che il signor Merlo non pensi che tutti quelli che fanno ricostituzione ottocentesca siano gente che si sega sul ritratto di Wellington e sogna di invadere la Russia in inverno.

Uno fa ricostituzione di un periodo per cui ha uno spiccato interesse. Avere uno spiccato interesse non vuol dire voler riportare detto periodo su terra. La maggior parte della gente che studia il Nazismo non vuole gasare ebrei. Noi del settore vichingo non stupriamo nessuno né condoniamo il massacro sportivo.

Confondere la ricostituzione con la visione del mondo del ricostitutore è altrettanto stupido che confondere il punto di vista di un personaggio con la visione del mondo di uno scrittore.

Si sa che l’industria del feticcio storico distrae dalla storia, la nasconde invece di mostrarla nella sua semplicità: a Waterloo, che è il seguito di Trafalgar, furono sconfitti l’europeismo visionario di Napoleone e la Grande Nazione francese, ma in nome della Restaurazione, delle monarchie per grazia divina, dell’ Europa antimoderna del Congresso di Vienna. Poi la parola Waterloo ha cominciato ad acquistare migliaia di nuovi significati sino a perdere ogni significato.

Giuro, mi sono capottata sulla seggiola!

Decine di tomi di generali, storici e sociologhi di commento alle guerre Napoleoniche possono andare a travesti a Migliarino, Repubblica ha risolto tutto il dibattito con una riga! Possiamo anche chiudere baracca!

Bellissima anche l’idea che gli stati del Congresso di Vienna fossero in qualche modo “più peggio” dell’impero sconfinato sognato da un megalomane senza scrupoli che trattava i propri soldati come carne da cannone. Bello anche il giudizio morale, marchio di un vero storico.

Dunque mi perdo nell’incredibile folla di questi travestiti, tutti con i basettoni lunghi sino al mento. Un tenente sudatissimo grida “Vive l’Empereur” e mostra i denti guasti. Ci sono i tedeschi che lucidano le baionette mangiando hamburger che portano i nomi dei generali, senza distinzioni tra vinti e vincitori, “Grouchy alla cipolla” e “Blücher con la senape”.

Tutti coi basettoni lunghi, specie le ragazze. Sì, ce n’erano tante, anche nei reparti combattenti. Forse uno spettatore si divertirebbe di più se non avesse quest’attitudine di superiorità e se prendesse una manifestazione per quel che è (la commemorazione di un’importantissima battaglia) senza volerci leggere dietro chissà quali alambiccherie (un complotto dei reenactors ottocentisti per riportare il filo spinato in Ungheria –ma non solo!).

Gli espositori di cimeli e ‘antichi cappelli preziosi’ sono professionisti dell’antiquariato, gli stessi che stanno nei mercatini. C’è, in vendita, un cilindro forato con un biglietto che racconta la storia del generale Picton “ucciso a Waterloo da un colpo di moschetto che lo colpì in testa”. Davvero, chiedo, è il cilindro di Picton? Il venditore è un francese. Mi guarda infastidito: “Maybe” mormora in inglese

Già. Dopotutto era una domanda stupida naive.

E chissà perché i russi sono quelli che meno resistono alla modernità e urlano al telefonino.

Volete sapere una cosa molto divertente? Questa frase è stata corretta nel blog di Merlo dopo le pesciate nel viso di un lettore. Su Repubblica però è ancora originale:

E chissà perché i cosacchi sono quelli che meno resistono alla modernità e urlano al telefonino.


Sì, avete letto bene. Avete presente quando i cosacchi salvarono Wellington a Waterloo, no? Dai, arrivarono con i biplani e folgorarono i francesi a botte di raggi laser (perché no, visto che stiamo ad inventare).

Fa piacere vedere che qualcuno che si confonde i cosacchi con gli ussari, che non perde tempo a controllare i caduti della più celebre battaglia della Storia europea, fa piacere vedere che questo qualcuno si sente abbastanza sicuro da insultare 6.000 appassionati del periodo.

Ho invece già visto negli stadi, come tifosi al seguito, questi scozzesi che oggi rivedo nel ruolo di soldati della Brigata Pack. Hanno il plaid a scacchi e impugnano il bicchiere sempre pieno di ‘beer of bravery’: “due milioni di bottiglie in tre giorni” si vanta Monsieur Martin, il belga che l’ha inventata: “E’ tale e quale alla birra che bevevano duecento anni fa”.

Di nuovo, non capisco quale sia l’affronto alla pubblica morale, se gli scozzesi o la birra. Bada che era buona, la birra. Niente di che strapparsi le mutande dall’entusiasmo, ma più che sufficiente, a gusto mio.

Incontro pure un soldatino italiano che non vuole dirmi il nome, anche i baffi lunghi e a virgola sarebbero d’epoca. Dice di indossare l’uniforme rossa della fanteria, “ grado di sergente”, e mi racconta del reggimento toscano che si chiamava Etruria e fu sterminato a Waterloo.

“Non vuole dirmi il nome”, manco stesse spacciando droga. Forse non vuole dirti il nome perché ti ha fiutato lontano un miglio e non gli piaci. Dopotutto pare tu sia andato in Belgio solo per insultare a tappeto una categoria, senza particolare ragione a parte “volevo andare all’Expo e quelle giacchette non fanno pendant con le scarpe”.

Tutti insieme questi mattoidi rabberciano una stanca coralità da continente pacificato. E’ un’Europa tutta bianca che si autocompiace nel più fatuo dibattito storico.

Non condivido la loro passione né m’interessa il loro punto di vista, ergo sono mattoidi. Dimostro di avere una conoscenza pressoché inesistente dell’argomento, ma so per ispirazione divina che si tratta di roba fatua. Il giornalismo del nuovo millennio, signore e signori! Un applauso per l’apertura mentale.

In tv e sui giornali filosofi e intellettuali di ogni genere discutono attorno al seguente quesito: “Et si Napoléon avait gagné à Waterloo…? E se Napoleone avesse vinto a Waterloo?”.

In bilingue, perché solo pochi eletti parlano francese (a parte milioni di persone). Peraltro, che c’è di male nel domandarsi ciò? Non è interessante come idea?

E allora meglio dei pensatori sono forse i finti soldati che tra loro parlano la solita lingua del turismo, basica e fisiologica, fonemi e sorrisi.

Ok, si accettano traduzioni. Perché io ho sentito parlare inglese, francese, polacco, italiano e spagnolo. Non so che cazzo sia la “lingua del turismo”, ma so cosa sono i fonemi. E si trovano in tutte le lingue che l’Homo sapiens ha elaborato, passate, presenti e future.

Un fante della guardia imperiale, che si presenta dicendo “granatiere”, è molto invidioso dell’uniforme bianca di una guardia olandese. Osservando la loro disputa chiedo mentalmente perdono ai finti centurioni che presidiano il Colosseo con loro naïveté perché in fondo come tableaux vivants sono un po’ più vivants dei granatieri di Waterloo: l’arte di arrangiarsi è meglio del fanatismo esausto.

Insomma, se avete una divisa storicamente impeccabile e una preparazione storica coi controcoglioni siete delle merde. Se avete il costumino di carnevale e avete studiato su Topolino siete più meglio. Perché se fate buona divulgazione siete morti, sennò siete vivi. O qualcosa del genere. Insomma, se volete insegnare qualcosa al popolo, no, davvero, fate ca’are, datevi fo’o, le sole cose morali sono le proteste contro il filo spinato in Ungheria (ma non solo!).

E i poveracci di Pompei si limitano a vendere sacertà pagana e sacralità cristiana, ma senza travestirsi da Madonne dei miracoli e da guerrieri sibariti.

Che è un po’ come dire “i pompieri sono meglio dei paracadutisti perché si vestono in modo diverso”. Il fatto che svolgano attività completamente differenti è un dettaglio.

Qui invece i camping hanno sostituito gli accampamenti e nelle tende si fa finta di vivere come nell’ottocento, qualcuno spacca la legna, si beve in boccali di metallo, una vecchia in costume rammenda l’uniforme nera da ‘ussaro testa di morto’, con il teschio e le sciabole incrociate. Un gruppo di fanatici dell’Essex mi spiega che a Chelmsford c’è una sartoria specializzata in bottoni dell’ottocento, “pare – dicono – che fornisca anche Napoleone”.

Come osano questi individui far bene il lavoro che sono pagati per fare? Come osano vivere una passione che non ha un cazzo a che vedere con Renzi e tutto a che fare con la cultura generale? Schifo, schifo. Schifo!

Ragazzi, siete al corrente che è possibile fare multitasking, vero? Io posso fare rievocazione E preoccuparmi della xenofobia in Ungheria (ma non solo!). Lo so, sono una ragazza speciale!

E infatti l’imperatore è quasi perfetto nel suo costume e con le sue medaglie. Era vestito da Napoleone quando, giovedì pomeriggio, la polizia belga lo ha beccato in sosta vietata accanto al campo di battaglia. Se l’è cavata con il classico “lei non sa chi sono io”.

Haha, troppo buffo. O forse i vigili sono concilianti nei 4 giorni (non 3) del bicentenario, specie con reenactors che non sono del posto e che aiutano a portare milioni alla comunità locale. Oppure è un complotto sugli orridi privilegi di cui gode il tizio che interpreta Napoleone. Insomma, c’è chi viaggia per l’Europa e ha uno stipendio per contar lagne superficiali, e chi fa lavoro divulgativo. Evidentemente uno dei due è uno scandalo che cammina.

A Waterloo infatti questo napoleone dei surrogati di Napoleone è più amato della stessa sindaca, un’allegra e bionda giornalista televisiva, Florence Reuter, con cui in tutta fretta il partito liberale (Mr), che governa il Paese, il 28 febbraio scorso ha dovuto sostituire Serge Kubla che, sindaco dal 1983, era stato arrestato per le tangenti (italiane) in Congo : “la Waterloo di Kubla” fu il titolo a doppio senso di Le Soir.

Un coacervo di informazioni irrilevanti. Tanto per gradire. Magari l’ex-sindaco faceva anche le corna alla moglie e la bionda sindachessa non differenzia bene la spazzatura. Com’è che non se ne parla? Eh?!

E si capisce che Waterloo, con i suoi tre paesini che si disputano la sovranità del campo di battaglia, e con le bellissime e lussuose case dei ricchi in mezzo ai boschi, è il luogo storico dove è stata abolita la differenza tra la luna nel pozzo e la luna nel cielo, tra la copia e l’originale. Al punto che ieri, quando un malore improvviso si è portato via, proprio sul campo, uno dei finti soldati, un povero canadese, quelli del suo finto reggimento avrebbero voluto salutarlo con gli onori militari, veri.

Quando invece avrebbero dovuto pisciargli addosso. Dopotutto perché aver rispetto per un uomo che ha investito in una passione ed è morto perseguendola? (E no, non mi risulta che nessuno abbia parlato di onori militari veri).

Accendo la televisione: “ah se il sole, che protegge l’artiglieria, avesse brillato in quel 17 e 18 giugno, invece di quella pioggia torrenziale!”. Nel diluvio di citazioni si va dal momento fatale di Stefan Zweig al Dio dell’enigma di Victor Hugo. Per gli inglesi l’epica di Waterloo è ancora quella di Walter Scott, per i tedeschi il testo sacro è von Klausewitz, e poi ci sono Stendhal e Joseph Roth e ovviamente Goethe ed Hegel, sino alla coppia Sergio Endrigo – Gianni Rodari: “Napoleone era fatto così /se diceva di no/ non diceva di sì/ se faceva pupù / non faceva pipì”.

Insomma, il signor Merlo vi disprezza. Per ragioni che mi sfuggono, dato che anche con le buone non ho capito cosa non gli vada bene. Ad ogni modo vi disprezza. Vi disprezzava prima di partire, vi disprezzava prima di incontrarvi e vi disprezza ora. E non si sa perché Repubblica non abbia mandato qualcuno con almeno un blando interesse per la Storia. Mah.

Secondo un sondaggio citato da ‘Le Monde’ di giovedì il 54 per cento dei giovani inglesi da 18 a 24 anni non sa che Waterloo è la battaglia dove fu sconfitto Napoleone. Per loro non è neppure una metafora: “è nient’altro che una stazione di Londra”. Ma prima o poi anche loro si imbatteranno in uno dei tanti significati nascosti nel nome Waterloo: disfatta, patacca, caduta…

No signor Merlo. Magari un giorno loro capiteranno a una rievocazione e impareranno qualcosa della loro Storia. Torneranno a casa un po’ meno scemi di quando sono arrivati. Perché la “patacca”, caro signor Merlo, ce l’ha vista solo lei. A chiosa, parte del materiale usato sul campo era autentico. Se ne sarebbe accorto se avesse speso più tempo a osservare e meno a giudicare.

Ho letto quest’articolo diverse volte per capire cosa non andasse secondo il signor Merlo. Per sua stessa ammissione i costumi sono precisi e i partecipanti sono entusiasti. La gente è curiosa e tutto pare bello. Ma no. Perché alla fine “è finto”. Anche le fotocopie dei documenti antichi sono finte, sono fatte per facilitare la fruizione di una fonte. Magari anche quelle fanno schifo. E già che ci siamo, perché non chiudiamo proprio le facoltà di Storia? Non servono a niente, non parlano del filo spinato in Ungheria (ma non solo!).

Come loro anche l’Europa si illude, e non solo nel Canale di Sicilia, di conservare il nome e perdere il nume.

C’est bon, je m’en vais!

E finale in bellezza con gioco di parole completamente vuoto di significato, in gloria al giornalismo contemporaneo. Perché uno dovrebbe illudersi di perdere il nume? Che vuol dire?

Questo articolo è un capolavoro. A leggerlo si direbbe quasi che dal bicentenario di Waterloo le truppe di Napoleone abbiano marciato baionette spianate per ributtare tutti i sudanesi in mare. E io mi chiedo: ma perché, che minchia c’entra?

Sul serio la gente pensa che se faccio ricostituzione napoleonica mi garberebbe vivere in quel periodo?

Waterloo non è il corteo nostalgico di Predappio. Suppongo possa essere complicato da capire per chi non sa distinguere rievocazione storica e nostalgici mentecatti. Di solito questi ultimi li si riconosce dagli strafalcioni nelle tenute e nella diffusissima ignoranza storica. Certo, se tale ignoranza è condivisa…

Ad ogni modo Repubblica si fa riconoscere di nuovo. Come quel bellissimo articolo in cui buttarono insieme a muzzo metal, Tolkien, neopagani e fondamentalisti cristiani. Perché hey, chi non si ricorda il Prof che pogava al concerto degli Iron inneggiando a Odino?

Complimenti, signori, continuate a scrivere di roba di cui non vi importa nulla e a far collegamenti senza fondamento. Non vogliamo nessuna informazione genuina filtrare verso la capoccia dei lettori, dico bene?

MUSICA!

E per chi vuole, un documentario sul bicentenario

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Una necessaria precisazione:

Questo articolo è l’unico che conosco del signor Merlo. Magari è competente abbestia su un sacco d’altra roba, non lo so e non me ne importa niente. Il soggetto con cui ce l’ho in particolare è Repubblica, che pubblica articoli zeppi di imprecisioni e fuffa. Quanto al signor Merlo in quanto tale, mi spiace che non si sia divertito. Non sia di cattivo umore, signor Merlo, andrà meglio a Wolin!
Qua, una canzoncina per tutti quelli di cattivo umore!