Abe-naishinnō, l’imperatrice che regnò due volte

In questo blog parliamo spesso di fatti e persone appartenenti a quella che viene definita l’Epoca di Heian (784-1185). Il nome viene dalla città Heian, la Capitale della Pace e della Tranquillità, oggi nota come Kyōto. Heian è stata particolarmente importante in quanto è stata Capitale per tantissimo tempo. Ufficialmente, è rimasta tale anche dopo la nascita dello shōgunato.

Una capitale fissa è in contrasto con gli albori della dinastia imperiale: per generazioni la sede del Governo centrale è stata itinerante.

La morte era considerata come la più ripugnante delle contaminazioni, e nessuna morte era impura come quella del Figlio del Cielo. Defunto un sovrano, era uso spostare la residenza del successore e, di conseguenza, l’intera città. Nuova era, nuovo palazzo, nuova capitale!

La vecchia sede veniva proprio smontata: i pilastri divelti, le magioni fatte a pezzi, gli archivi, le botteghe, gli atelier, gli uffici, tutto veniva sradicato e spostato.

Questo aveva, ovvio, un costo mostruoso, e divenne sempre meno sostenibile.

La prima “capitale” fissa fu costruita nel nord-ovest di quella che è oggi la città di Nara. Il nome di questa nuova città era Heijō-kyō, Bastione di Pace. La corte resterà qui per tre intere generazioni: dal 710 al 784.

La regione delle Capitali

Oggi parleremo di una porzione sostanziale e curiosa del Periodo Nara: i regni della principessa Abe, un personaggio tanto importante quanto elusivo.

Come al solito, si tratta di un articolo che non vuole (non può) essere esaustivo: libri interi sono stati dedicati alla misteriosa imperatrice e al suo tempo. E non è escluso che in futuro non ritorni sull’argomento per sviscerare più in dettaglio certi aspetti. Questo è, se vogliamo, una sorta di “articolo-base” per familiarizzarci con lei e col periodo.

Quindi allacciate le cinture, perché oggi parliamo di una donna che gli uomini del suo tempo fecero l’errore di sottovalutare: Abe fu l’ultima imperatrice per secoli a venire, ma compensa ciò col fatto che regnò due volte. Abe è due imperatori al prezzo di uno!

Un necessario preambolo: la nascita di Heijō-kyō

La capitale Heijō-kyō

E’ il 707, e l’imperatore Monmu (r.697-707) muore all’improvviso a soli 25 anni. Nelle fonti la notizia non è preceduta da nessuna avvisaglia, nessuna malattia o indisposizione. Il che è leggermente sospetto. Ancora oggi si specula se si sia trattato di una sventurata sciagura, o se qualcuno non gli abbia servito uno sciroppo risolutivo.

Sta di fatto che il nostro lascia due possibili eredi: uno figlio avuto di una principessa imperiale e uno avuto da una donna Fujiwara.

I Fujiwara sono una famiglia relativamente nuova, fondata circa cinquant’anni prima da un uomo di nome Kamatari.

Abbiamo parlato di Kamatari in questo articolo: in breve, si tratta di uno del magico trio che rovesciò l’egemonia Soga e spianò la strada alle Grandi Riforme dell’era Taika, uno dei Magnifici Tre che trasformarono il Regno di Yamato nell’Impero del Giappone.

Tornando a noi, in questo periodo la dinastia regnante si trova legata ai Fujiwara, che hanno ormai occupato la nicchia ecologica dei Soga e forniscono consorti ai sovrani. Questo crea una “alleanza competitiva” col clan Imperiale. Per tutto l’VIII° secolo si alternano governi dominati dai principi e governi dominati dai Fujiwara.

Tornando a Monmu, per evitare che scoppi un casino sulla successione, la Corte decide di far subentrare sul trono la madre del defunto sovrano, che diventa Imperatrice col nome di Genmei (r. 707-715).

Nel 707 la Capitale si trova ancora a Fujiwara-kyō. Seguendo la tradizione, Genmei abbandona il sito e si sposta a nord-ovest, dove fa costruire Heijō-kyō (d’ora in poi chiamata Nara).

Nara è meglio collegata rispetto a Fujiwara-kyō e può accedere più facilmente al grande porto di Naniwa (oggi Osaka).

E’ costruita sul modello delle capitali Tang, una bella grata di strade perpendicolari mappate in parallelo con quelle di Fujiwara-kyō, per rimarcare la continuità simbolica tra il regno di Monmu e quello di Genmei.

Ricostruzione dell’avenue principale e della porta meridionale del Palazzo: quella che vedere non è una piazza, è la larghezza originale della strada principale nell’VIII° secolo, l’avenue correva da nord a sud collegando la porta meridionale del Palazzo alla porta meridionale della città

La popolazione di Nara nel 710 è stimata a 200.000 abitanti. La nuova capitale è 3 volte più grande di quella vecchia. Siamo all’alba del periodo di massimo potere della Famiglia Imperiale.

Abbiamo accennato in altri articoli di come i re di Wa abbiano affermato la propria legittimità con la costruzione di colossali tombe, i famosi kofun. Genmei però è una donna al passo coi tempi, una sovrana moderna, non una sciamana primitiva alla testa di un guazzabuglio di clan! Nell’VIII° secolo i tumuli sono passé, out, uncool, il nuovo simbolo di legittimità imperiale è il tempio buddhista, e ne vengono costruiti. Oh, se ne vengono costruiti! Nara diventa la città dei templi.

Flash-forward: la principessa Abe e la sua famiglia

La porta del Grande Tempio Orientale a Nara

Vi ricordate il figlio di Monmu, quello di madre Fujiwara? Diventa finalmente imperatore nel 724 col nome di Shōmu (r. 724-749). Una delle sue consorti è dama Asukabe, nipote diretta di Kamatari (per chi stesse prendendo appunti, Shōmu è sposato con sua zia materna).

Come suo padre vent’anni prima, Shōmu si trova con due figli: il principe Asaka, figlio di una principessa imperiale, e la principessa Abe, figlia di dama Asukabe. Abe è quindi per 2/3 Fujiwara.

Il Padiglione principale ricostruito nella zona archeologica

E’ il 729, i nostri sono sistemati in Nara da quasi vent’anni, e la corte è dominata dal Principe Nagaya. Sembrerebbe che la Famiglia Imperiale abbia ormai il sopravvento e che la nomina di Asaka a Principe di Sangue sia inevitabile.

Ma la Famiglia non ha fatto i conti con dama Asukabe. Nel 729 Nagaya incappa in incresciose accuse di sedizione e, prima che possa difendersi, la sua residenza è attaccata dai guerrieri dell’Imperatore. Il fatto che il generale in capo fosse fratello di dama Asukabe è certamente del tutto casuale.

Sta di fatto che Nagaya non viene mai condannato, perché non viene catturato: si suicida. Si “suicida”. Sì, insomma, probabilmente lo spaccia il comandante Fujiwara…

Quando si gioca il gioco del trono, am I right?

Vi ricordate quando GoT era un bello show? Che nostalgia…

Con Nagaya defunto e i suoi collaboratori opportunamente esiliati, i Fujiwara sono più che disponibili a riempire le più alte cariche dello Stato, ora vacanti.

I quattro fratelli alla testa del clan, zii materni della principessa Abe, dominano tra il 729 e il 737, periodo anche noto come il Regime dei Quattro.

Dama Asukabe diventa l’Imperatrice Kōmyō. Lei e Shōmu sono ferventi buddhisti, sponsorizzano largamente la religione, che ritengono vitale per il benessere del Paese. La principessa Abe è quindi cresciuta da due genitori politicamente aggressivi e autocratici, ma anche sinceramente devoti.

Non sono i soli: è un periodo di grande fermento religioso. Un esempio tra tutti è il monaco Gyōki (668-749), che raccatta un seguito tale da attirare l’attenzione della corte. Interi villaggi si spopolano al suo passaggio, migliaia di contadini si accodano al predicatore, abbandonano campi e distretti.

Shōmu cerca di limitare l’abilità di Gyōki di seminare scompiglio spirituale, ma il nostro risponde organizzando un gigantesco rave del Risveglio alla Capitale, con migliaia e migliaia di fedeli, al punto che il governo è costretto a cambiar musica.

Tutto questo scorrazzare e riunirsi in preghiera però finisce per avverarsi un problema: nel 735 scoppia una devastante epidemia di vaiolo.

E quando dico “devastante” non esagero: nel 737 il morbo ha spazzato via più di un terzo dell’intera popolazione dell’Arcipelago. In certe provincie il bilancio dei morti è del 70%, senza contare la gente lasciata per sempre inferma dalla malattia.

Il vaiolo non solo ha un’alta mortalità, ma può lasciare la persona sfigurata, causare deformazioni permanenti, danni agli organi interni o cecità. Quando la gente chiede “eh, ma come facevano le persone prima dei vaccini?”
Facevano così. Subivano e pregavano.

Interi villaggi spariscono, valli restano deserte, cadaveri abbandonati si ammucchiano ai lati delle strade, giacciono nelle case, i resti umani vengono sparpagliati da cani randagi e corvi.

Il vaiolo si abbatte sulla Capitale come un maglio, allunga i suoi tentacoli attraverso le belle strade perpendicolari, nelle residenze dei nobili, negli uffici del governo, nel Palazzo Imperiale.

Shōmu e Kōmyō sopravvivono, e così la principessa Abe.

I Quattro Fujiwara invece si ammalano. In meno di un mese finiscono tutti sottoterra. Kōmyō perde i propri fratelli, il clan resta decimato, decapitato di netto.

Il peggio dell’epidemia si scatena in agosto. Il cielo è rovente, le mosche riempiono le vie, i cadaveri gonfiano, esplodono sotto il sole, i liquami colano nei canali e nei pozzi.

Pensate a quello che sta capitando a noi ora, e provate a mettervi nei panni di qualcuno all’epoca, o anche della giovane Abe. Di certo doveva sembrare la fine del Mondo.

Segnaposti trovati negli scavi di Nara

Ma il mondo non era finito. L’epidemia rallenta. Nella Capitale dei morti, emerge un nuovo governo, controllato dalla Famiglia Imperiale nella persona di Tachibana no Moroe (684-757).

E la Famiglia Imperiale vuole che sia nominato come erede il principe Asaka.

Ma non va così. Shōmu e Kōmyō hanno preso una decisione: sarà la principessa Abe a ereditare.

Questa tensione porta a scontri anche violenti, e costringe Shōmu e la sua famiglia a spostare la residenza un sacco di volte negli anni a seguire.

La disputa dinastica si allevia però nel 744, quando il giovane principe Asaka defunge di colpo. Un altro membro della Famiglia Imperiale che si busca un brutto caso di Morte Improvvisa e Conveniente!

Sotterrato il figlio, Shōmu torna a Nara, dove si ammala a sua volta. Non muore, ma resta infermo. Nel 749 abdica in favore della principessa Abe, che all’età di 31 anni diventa l’Imperatrice Kōken. Da notare che Kōken non ha né figli né consorti, nonostante molti nel suo milieu tendessero ad accompagnarsi giovani.

La moderna città di Nara vista dalle colline orientali

Dopo tanta sfiga, il 749 è un anno propizio, più che propizio!

La Capitale torna a essere stabile.

Viene scoperto l’oro nella provincia di Mutsu

Il bodhisattva Hachiman viene installato a Nara

Al Grande Tempio dell’Est (il Tōdai-ji) viene ultimata la colossale statua di Vairocana. L’inaugurazione avviene nel 752 (tre secoli dopo gli scioglieranno la testa durante un massacro).

Il Grande Buddha

Ma le difficoltà per Kōken non sono finite: la sua autorità sarà messa in dubbio a più riprese, prima dagli uomini, e poi dagli dei!

Kōken

Kōken regna dal 749 al 758.

I suoi genitori sono ancora in vita e continuano ad esercitare la loro influenza sulla politica, Shōmu in quanto Imperatore ritirato, e Kōmyō in quanto Imperatrice madre. L’uomo più influente di corte, a questo punto, è Fujiwara Nakamaro, parente stretto di Kōmyō.

Nakamaro non solo è parente e protetto di Kōmyō, ma per anni riveste un ruolo di rilievo nell’amministrazione centrale, la gestione della casa dell’Imperatrice e gli affari militari.

Il regno di Kōken non si discosta molto da quello precedente di Shōmu: i nostri mantengono contatti diplomatici coi Tang e sponsorizzano il Buddhismo. Nell’est, continuano a incentivare la colonizzazione, ma mantengono rapporti cordiali con gli emishi, gente di cui abbiamo parlato qui e che non riconosceva l’autorità della corte di Yamato.

Emishi, da una rappresentazione del XIV° secolo

La situazione politica però è lungi dall’essere stabile: nel 757 il figlio di Moroe, Tachibana Naramaro, tenta un colpo di stato.

Naramaro ha molte ragioni per essere scontento: non ha potuto succedere al padre alla guida del governo, Nakamaro è un tiranno violento, e il candidato alla successione imperiale è imparentato con Nakamaro via matrimonio.

Peccato che Naramaro non sia proprio il migliore complottatore là fuori, e il piano viene presto spiattellato alla corte. Nakamaro salta sull’occasione e fa spacciare il rivale con tutti i suoi avversari.

Nel 758 Kōken abdica in favore di un parente, che diventa l’Imperatore Junnin. Junnin è imparentato per matrimonio con Nakamaro, che Junnin rispetta come un secondo padre.

Sembra proprio che Nakamaro e il suo figlioccio Junnin abbiano fatto cappotto, ma non è così. La realtà è che la situazione è molto instabile, e Kōken ha probabilmente calcolato che le conviene effettuare una ritirata strategica se vuole restare rilevante a corte senza rischiare di restare coinvolta in congiure dilettantesche.

E difatti il regno di Junnin è molto bizzarro. Il nostro non sembra mai diventare un vero e proprio sovrano, al punto che la corte non si prende nemmeno la briga di cambiare il nome di era com’era costume all’inaugurazione di un nuovo regno.

Sotto una superficie di baciabbracci e volemosebbene, sta gradualmente montando l’antagonismo tra la volitiva Kōken e l’autoritario Nakamaro.

Il Padiglione principale del Palazzo

Nel primo paio d’anni tutto sembra filare liscio. Kōken e Junnin si trasferiscono perfino alla residenza di Nakamaro. Tre amiconi!

Sembra un pelino strano che Kōken si premuri di riprendere il controllo delle Guardie della Cinta, prima tenuto da Nakamaro, ma a parte questo la nostra sembra più occupata con la propria vita spirituale che con gli affari di stato.

Il Tempio del Grande Buddha

Kōmyō muore nel 760. A 42 anni, Kōken è de facto il membro più anziano e prominente della famiglia. Il che la mette in una posizione delicata rispetto a Junnin. Peraltro, ora che Kōmyō è defunta, Kōken diventa l’Imperatrice ritirata, il nuovo polo di autorità a corte, come suo padre e sua madre erano stati prima di lei.

Questo la mette in competizione con Nakamaro, che stava facendo una carriera stellare e teneva Junnin in palmo di mano.

Le cose prendono però una svolta imprevista quando Kōken si ammala. E’ il 761, e la nostra si trova allettata. Medici e santoni cercano di portarle sollievo, senza risultato. Kōken sta morendo.

E un giorno si presenta a lei un monaco. Il suo nome è Dōkyō, Specchio della Via.

Dōkyō intento in uno dei suoi loschi riti, particolare dalla stampa di Utagawa Kunisada, 1819

Dōkyō ha fama di essere un seguace di pratiche esoteriche e poco ortodosse. Non è proprio il genere di persona adatta alla cerchia di un’Imperatrice ritirata. Ma Kōken è determinata a non stirare le zampine, e lo lascia avvicinare.

Non è chiaro cosa succeda a questo punto. Dōkyō stregoneggia qualcosa, e par funzionare, perché Kōken migliora. La malattia svanisce, il suo corpo si fortifica. A 43 anni Kōken rifiorisce.

E i nodi che si erano accumulati tra lei, Junnin e Nakamaro vengono tutti al pettine tutti insieme.

Mesi dopo la miracolosa guarigione, nel 762, Kōken rompe i piatti coi due, raccatta la propria gente e il suo nuovo consigliere spirituale e torna a Nara, dove fa emettere un Ordine solenne in cui spoglia Junnin delle proprie prerogative e si riappropria del potere decisionale.

Ovvio, questo rende Junnin molto infelice, ma Nakamaro la prende ancora peggio. Il nostro ha impestato la corte e l’amministrazione coi propri amici e parenti, ma con Junnin relegato a ragazza pon-pon e addetto agli addobbi floreali, la sua posizione è minacciata.

Per due anni l’Imperatrice ritirata e il Ministro dei Ministri si prendono a cornate in un braccio di ferro sempre più feroce.

Finché nel 764 Nakamaro non decide di agire.

Come accennato, il nostro aveva piazzato figli e alleati in numerose posizioni militari.

Nel 9° mese decide di passare all’azione e inscatolare la fastidiosa carampana con le cattive: ordina a uno dei suoi di inviare messaggeri ai guerrieri delle provincie e di radunare 6.000 soldati alla Capitale. Di certo le Guardie della Cinta non possono misurarsi contro 6.000 gagliardi combattenti a cavallo!
Per poter convocare i summenzionati 6.000 però Nakamaro deve dimostrare di agire in nome e per conto del Governo. In altre parole, li deve convocare via dei messaggeri ufficiali.

A questo punto il Giappone ha un sistema di strade e di cavalli postali ben sviluppato: le stazioni coi cavalli, disseminate a tappe di una trentina di chilometri le une dalle altre, permettono ai messaggeri ufficiali di spostarsi tra la Capitale e le capitali provinciali.

Per poter usare questi cavalli e provare quindi di essere un messaggero legittimo, il funzionario riceve dal governo dei sonagli speciali, ekirei. Il portatore di ekirei è un messo legittimo.

Ed è su questo banale ma vitale dettaglio che Nakamaro si rompe il muso.

Nakamaro ha preparato il suo colpo di stato, messo in allerta le truppe provinciali, infiltrato i suoi ovunque e accaparrato i governatorati delle provincia chiave.

Kōken non fa niente di tutto ciò: Kōken (avvertita che si stavano aprendo le danze), manda uno dei suoi a far manbassa delle ekirei. Requisisce i sonagli.

E paralizza all’istante l’intero apparato ribelle.

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Rappresentazione grafica del complotto di Nakamaro

Nakamaro si aspetta di vedere arrivare da un momento all’altro migliaia di guerrieri ai suoi ordini. Invece è incastrato alla Capitale, incapace di chiedere aiuto, solo con Kōken, che, ricordiamolo, controlla le Guardie.

Nakamaro è un tacchino che si è barricato nella tana di un dingo affamato.

Per sette giorni le Guardie della Cinta assediano Nakamaro nella sua residenza, come anni prima era toccato al Principe Nagaya. Solo che questa volta Nakamaro non viene “suicidato”. Non ce n’è bisogno. Kōken lo fa trascinare sulle rive del lago Biwa, dove viene scapitozzato.

Junnin non viene ucciso, ma solo deposto ed esiliato. Per chi segue questo blog, non ammazzare il cugino è un’altra scelta che fa di Kōken una figura molto atipica nel panorama storico giapponese.

Shōtoku

La nostra risale sul trono: nuova carriera, nuovo nome, Shōtoku!

Il governo viene riformato, zeppato con i capiclan che hanno avuto il buonsenso di restarle fedeli. La nostra è ormai autocrate indiscusso dell’Impero, e questo mette a disagio molti dignitari.

Cosa combinerà mai questa volitiva quarantenne? Questa strana donna che non ammazza il cugino, non si sceglie un marito, questa che si autoproclama Imperatrice per la seconda volta così, senza nemmeno appellarsi a un precedente dignitoso?

Il suo più fidato consigliere resta Dōkyō, e le chiacchiere subito si scatenano.

Come minimo questa carampana dalla menopausa incipiente è la sua amante, è senza dubbio manipolata da questo carismatico e misterioso stregone.

E’ fuori di dubbio che Shōtoku fosse una credente fervente, che si considerasse “al di fuori del mondo”. E’ anche fuori di dubbio che favorì il clero buddhista più dell’aristocrazia laica.

Il Grande Tempio Occidentale, costruito nel 764

Ma questo può essere anche spiegato col fatto che il clero le era sempre stato fedele, mentre gli aristocratici laici avevano cercato di silurarla due volte. Uno diventa un po’ diffidente, a lungo andare…

E’ anche innegabile che Dōkyō fosse una delle persone a lei più vicine, che lei lo definisse il suo “maestro” e che, grazie al favore di lei, Dōkyō abbia fatto una carriera mai vista prima. Addirittura Shōtoku lo fa nominare “Re della Legge” (法王), una carica che non era mai stata concessa prima né mai lo sarà dopo.

Però

C’è sempre un però

Il problema delle fonti scritte è che spesso non sono neutrali, ma molto parziali. Scremata la paranoia dell’autore confuciano, se esaminiamo i fatti ci rendiamo conto che Dōkyō non si vide mai concedere nessun incarico temporale. La carriera di Dōkyō è strettamente spirituale ed ecclesiastica. Quando viene nominato Ministro e poi Re, Shōtoku specifica sempre che si tratta di Ministro e Re del culto buddhista. Dōkyō non ottenne mai nessun potere effettivo.

Quello è nelle mani di Shōtoku, che non lo condivide.

Scorcio del tempio orientale

Shōtoku è quindi padrona indiscussa della corte. La sua autorità però viene messa di nuovo in discussione, non più dagli uomini, ma dagli dei.

E’ l’ultimo round, e questa volta è Shōtoku contro le Potenze Iperuranie!

E’ il 769, un oracolo arriva da parte del Gran Bodhisattva Hachiman: se si vuole che le carestie cessino, che il regno sia pacificato, che la prosperità ritorni, Shōtoku deve nominare il monaco Dōkyō come suo successore.

Questo messaggio da parte di Hachiman in persona ha sulla corte e la Capitale l’effetto di una granata a frammentazione tirata in una cristalleria. Per molti è un segno inequivocabile della fine imminente della dinastia. Lo hanno detto per anni: Shōtoku è una poveretta tenuta al guinzaglio da un mago senza scrupoli. Ora gli consegnerà il trono e la dinastia che si protrae indietro nel tempo fino alla Dea del Sole giungerà a fine!

Solo che Shōtoku, fervente credente, reagisce a questo messaggio divino con sorprendente (e onestamente sospetta) cautela.

-Che oracolo bizzarro.- Commenta -Certo, se questo è ciò che gli dei vogliono, non posso che obbedire. Solo che… metti che abbiamo capito male? Per essere proprio sicuri, chiediamo cosa ne pensa il mio personale indovino. Per conferma, sai.

Da notare che l’oracolo viene dal santuario di Usa Hachimangū, in Kyūshū, e il governatore del momento è il fratello minore di Dōkyō. Coincidenze, senza dubbio.

Ad ogni modo meno male che Shōtoku controlla perché, INCREDIBILMENTE, il secondo indovino trae dal dio un messaggio del tutto diverso!

Secondo il nuovo responso, non solo Shōtoku è la legittima e indiscussa sovrana, ma chiunque provi a mettere in dubbio la legittimità della Famiglia Imperiale è una minaccia per il Paese e deve essere annientato.

Che dire, per essere una con una fede cieca nel suo mago, Shōtoku sapeva dar prova di notevole scetticismo.

Fontana presso il padiglione della luna, nel Tempio Orientale

Ci sono ovviamente conseguenze per questo tiro furbino da parte dei parenti di Dōkyō, ma Dōkyō stesso non viene punito. Forse Shōtoku decise che era innocente, o che non ci avrebbe riprovato.

E’ anche possibile che la nostra abbia avuto pietà: la sua salute si stava di nuovo deteriorando, e nessuna formula magica aveva più effetto. Shōtoku stava morendo, ci sta che non abbia avuto il cuore di far uccidere quello che senz’altro era un uomo importantissimo per lei.

Un anno dopo l’incidente, Shōtoku muore senza eredi. Dopo di lei viene scelto come successore il principe Shirakabe, che discende non dal ramo di Tenmu (ramo che era stato dominante sin dal 673), ma dal ramo di Tenji (r. 668-671).

Tenmu aveva usurpato il trono alla morte di Tenji, e 100 anni dopo il suo lignaggio si esaurisce, permettendo al ramo più antico di riemergere. Ah, i corsi e i ricorsi…

光仁天皇
L’Imperatore Kōnin, precedentemente noto come Principe Shirakabe

In molti si sono interpellati sulla mancanza di consorti e di eredi di Kōken/Shōtoku.

A parte il pettegolezzo maligno su Dōkyō, pare proprio che l’Imperatrice non avesse amanti o compagni. E’ possibile che semplicemente non le piacessero gli uomini: checché ne pensino certi gamers, i diversamente eterosessuali non sono un’invenzione dei SJW per rovinare i videogiochi.

E’ anche possibile che Kōken/Shōtoku abbia deciso di non correre il rischio di una gravidanza, visto che di parto si moriva male e con una certa frequenza.

C’è però qualcosa di deliberato nel fatto che non si sia nemmeno presa la briga di designare un successore, magari un parente (come era avvenuto con Junnin). Magari aveva rotto i piatti con tutti i parenti e non si fidava di nessuno di loro. Magari la sua sincera fede nel potere del Buddhismo la portò a credere che il karma positivo maturato con le sue numerose opere pie avrebbe portato al trono un successore degno.

Con la nuova interpretazione dell’oracolo di Hachiman, Kōken/Shōtoku assicura l’intoccabilità della Famiglia Imperiale, sancisce in modo inequivocabile che il trono può andare solo a un membro del suo clan. Forse questo le bastava.

Non si premurò nemmeno di proteggere di Dōkyō, che fu prontamente pensionato in un monastero di Shimotsuke non appena lei morì. Il fatto che non l’abbiano fatto fuori conferma che nemmeno i successori di lei lo ritenevano una minaccia.

Il mondo che Shōtoku lascia al suo successore Kōnin (r. 770-781) non è dei migliori.

Tanto per cominciare la nomina del principe Shirakabe scatena la virulenta opposizione del ramo imperiale di Tenmu e del clero di Nara, tanto che dopo pochi anni il nuovo ramo regnante decide di abbandonare la Capitale e spostarsi. Da un punto di vista economico, la situazione aveva cominciato a languire sotto il regno di Shōmu e non era migliorata nei decenni. Per di più, non appena la vecchia stira le zampe, gli emishi decidono che è ora di riprendere le ostilità: sotto il regno di Kōnin comincia la Guerra dei 38 anni nelle provincie orientali.

Il regno di Kōken/Shōtoku non è rivoluzionario o particolarmente innovativo: l’Imperatrice si situa in perfetta continuità con le politiche economiche, amministrative e religiose portate avanti da suo padre e suo nonno. Tolte le paranoie, il giudizio e le fisime dei suoi contemporanei, Kōken/Shōtoku non fu una sovrana particolarmente migliore o peggiore dei suoi predecessori. Fu di certo molto abile, audace e scaltra, ma come governante fu straordinariamente normale per il suo tempo.

E’ solo che dovette far molta fatica per poter governare nello stesso modo in cui suo padre aveva governato.

La morale della favola è sempre la stessa: mai fidarsi dei cugini!

MUSICA!


Bibliografia

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Chi sono i samurai?

Chi frequenta la Fortezza avrà intuito che la sottoscritta ha una fastidiosa tendenza alla pignoleria. Negli Studi Umanistici ci fanno una testa così sul lessico e la scelta dei termini, e hanno ragione: a seconda il contesto la stessa parola può voler dire cose molto diverse. Se lo scopo del linguaggio è comunicare informazioni e concetti, è indispensabile chiarire fin da subito cosa si intende con cosa e in che contesto.

Potete immaginare quanto soffro ogni volta che apro un articolo di giornale e vengo assalita da valanghe di buzzwords tirate dentro ad glandus segugi.

Il punto è che usare le parole a cazzo è una pestilenza che, a mio modesto parere, sta facendo danni reali al nostro cervello. Invece di scambiare argomenti articolati, le discussioni si limitano a un palleggio di termini impropri che arrivano accompagnati dal loro bel pacchetto di concetti associati d’ufficio. Per usare un linguaggio meno tecnico, non è un confronto di punti di vista, quanto una sassaiola fatta a pallate di fango.

Oggi, nel mio piccolo, ho deciso di prendermela con una parola che mi provoca regolare ulcera: samurai ().

Priorità nella vita!
Arte dello straordinario artista contemporaneo Noguchi Tetsuya

Cosa vuol dire “samurai”?

Cominciamo col fare un distinguo importante: esistono termini usati dai contemporanei ed esistono termini usati dagli storiografi per descrivere a posteriori un fenomeno passato.

In diversi periodi della Storia giapponese samurai è stato usato per descrivere cose diverse.

Oggigiorno viene spesso impiegato in modo più o meno appropriato per descrivere il “guerriero giapponese”.

Tre problemi qui:

-Il termine originariamente non ha nessuna connotazione militare;

-per secoli non c’è stata nessuna definizione legale di “guerriero” come categoria sociale;

-cos’è un “guerriero”?

Cominciamo dall’ultima. Che cos’è un guerriero?

Tecnicamente, qualcuno che fa la guerra. L’immagine che la parola evoca è spesso quella del cavaliere pesante o del vichingo feroce, del combattente professionista formato dalla gioventù al mestiere delle armi. Ma “fare la guerra” comprende molto più del caricare lancia in resta o partecipare di persona a un combattimento. Peraltro gran parte dei “guerrieri” antichi praticavano altre attività economiche a parte il farsi ammazzare.

Non solo, ma che dire di tutti quelli che non sono combattenti d’élite? Se guerriero è “chi fa la guerra”, questo include fanti, esploratori, ingegneri, facchini…

Non voglio dilungarmi in questo articolo sul concetto di guerriero: il punto è che spesso la gente butta in giro la parola “guerriero” senza davvero porsi il problema del suo significato.

Passiamo al secondo punto: le definizioni contemporanee e quelle a posteriori.

C’è stato un periodo della Storia giapponese in cui i guerrieri erano in effetti una categoria sociale chiaramente e legalmente definita. Tuttavia la guerra e il mestiere delle armi (anche come professione esclusiva e vocazione) sono molto più antichi.

Il “guerriero” inteso come militare di professione la cui vocazione principale è la via delle armi esiste da prima della parola samurai.

Di recente abbiamo concluso una lunga serie di articoli su Taira Masakado e le ribellioni che squassarono l’Impero giapponese verso la metà del X° secolo. Taira Masakado era senza dubbio un guerriero e qualcuno che considerava la “via dell’arco e della freccia” come parte essenziale della propria identità. Non si sarebbe mai definito un samurai, tanto che l’appellazione gli viene appioppata da Friday come provocazione (vedi Taira no Masakado: the first samurai, di Karl Friday).

Usare samurai prima della nascita del Bakufu è problematico, ed è per questo che molti storiografi preferiscono il termine meno controverso di bushi (武士).

Ma cos’è un bushi?

Secondo il Progressive waeichū jiten, il dizionario giapponese-inglese di default sul mio Ex-word, il bushi è un guerriero. Questo ci lascia col problema accennato più in alto: tutti i bushi sono guerrieri, ma non tutti i guerrieri sono bushi. Cos’è davvero un bushi?

Secondo il dizionari giapponese-giapponese Kōjiten, il bushi è un guerriero professionista che si campa la vita col mestiere delle armi. Definisce questi individui come appartenenti a una specifica classe sociale che sarebbe esistita dall’epoca di Heian (794-1185) a quella di Edo (1603-1867).

Minamoto Tametomo separa due lupi, dal pennello di Utagawa Kuniyoshi (1798-1861)

Per non zavorrarci troppo, diciamo che con “guerriero” si intende in questo contesto l’arciere pesante a cavallo, antenato diretto dei samurai.

Questo tipo di combattente è necessariamente un professionista e predata l’epoca di Heian: nel 701 la Corte pubblicò un vastissimo corpus di leggi penali e civili (i famosi Codici, Ritsuryō), in cui si parla di unità di cavalleria e arcieri pesanti a cavallo.

Possiamo quindi dire che il bushi esisteva di certo già dal 701?

Hum…. dipende.

Se anche prendiamo Heian come riferimento, i militari dell’VIII° secolo non usavano la parola bushi per parlare di loro stessi. Il termine corrente all’epoca era mononofu o tsuwamono (), il cui kanji è lo stesso usato nei Codici per indicare i soldati di leva (quindi gente che non pratica le armi come professione, ma coscritti contadini) o musha (武者) (che indica più specificatamente “persona di guerra”).

Nello stesso periodo troviamo spesso il termine samurai come sostantivo del verbo saburau, ovvero “servire”. Come accennato, non ha nessunissima connotazione militare e indica semplicemente il servitore al servizio di un nobile.

Ricordiamo che prima del 1185 l’Impero giapponese è governato da un’aristocrazia strettamente civile che esercita la propria autorità tramite istituzioni burocratiche o legami personali di clientelismo. La carriera militare era considerata come molto inferiore rispetto a quella civile e riservata a gente che non poteva diventare letterato.

Secondo Okuda il significato di samurai sarebbe cambiato dopo la salita al potere dei militari alla fine della Guerra di Genpei (1180-1185): i bushi impiegavano guerrieri di basso rango come servitori, ergo il samurai passa da “servitore di un nobile” a “servitore di un nobile guerriero” a “servitore guerriero” e “guerriero/vassallo”.

Il samurai nel senso di guerriero non esiste prima del XIII° secolo. Ora lo sapete. Se volete riferirvi a chiunque prima di questa data, usate bushi o vi vengo a tirare le orecchie.

Fuoco e legnate durante i disordini di Heiji, propdromi della grande guerra civile tra Taira e Minamoto

Quindi per parlare di gente come Masakado basta usare bushi e son tutti contenti, no?

Sì, ma con cautela.

In storiografia contemporanea bushi è spesso usato per descrivere il guerriero feudale, ovvero qualcuno che andava in giro a scapitozzare dopo il XII° secolo, durante e dopo la Guerra di Genpei.

La Guerra di Genpei è un avvenimento cardinale della Storia giapponese: lo è a posteriori per gli storiografi e lo è stato per i contemporanei. La Guerra di Genpei ha cancellato il mondo di prima e ne ha creato uno nuovo.

Abbiamo una testimonianza interessantissima di questo evento grazie a Jien (1155-1225), un monaco poeta e storiografo che poté godersi lo sgretolamento del potere aristocratico, il collasso della dittatura Taira, la guerra civile e la nascita dello shōgunato sotto Minamoto Yoritomo e sua moglie Hōjō Masako. Il nostro ha parlato delle sue impressioni nel Gukanshō, dove descrive gli avvenimenti in questi esatti termini: il vecchio mondo è morto si entra ormai nel “mondo dei guerrieri” (musha no yo).

E’ molto comodo avere un evento storico così chiaro e distinto per orientarsi e con cui definire un “prima” e un “dopo”.

In realtà i bushi che hanno rivoluzionato il Giappone nel 1185 non sono apparsi nel 1180 ma sono il frutto di un’evoluzione graduale. E questo ci porta al secondo contenzioso del termine bushi!

Il bushi è il guerriero feudale, e costituisce la nuova classe dirigente dal 1185. Ok, ma da quando possiamo trovarli?

E soprattutto: cosa si intende con “guerriero feudale”?

Come accennato prima, il termine “feudale” è stato coniato a posteriori dagli storiografi. Si tratta di una parola usata per descrivere la Storia europea che è stata poi estesa alla Storia giapponese.

Verso la fine del Periodo Meiji (1868-1912), gli storiografi giapponesi avevano assorbito le nuove idee politiche e metodologiche dei ricercatori occidentali. Il Giappone stava furiosamente riacchiappando il ritardo tecnologico e occidentalizzando il Paese, e questo influenzò anche il modo di raccontare la Storia: si cerca di trovare similitudini e parallelismi con la vicenda europea e il punto comune tra le due realtà sembra essere il periodo feudale. Il sottinteso politico era che il Giappone era essenzialmente diverso dal resto dell’Asia, aveva una società più civilizzata e più vicina a quella occidentale, e per questo era riuscito a sfuggire alla brutale colonizzazione.

Il bushi doveva diventare l’equivalente del cavaliere medievale, nella storiografia e nell’immaginario nazionale.

Uno dei nomi più significativi agli inizi del XIX° secolo è quello di Asakawa Kan’ichi, uno strenuo difensore del parallelismo bushi-cavaliere. Secondo lui i bushi avevano origine nello sviluppo di una classe di proprietari terrieri nell’VIII°-IX° secolo. Col X° secolo questi notabili avrebbero cominciato ad armarsi e offrire i propri servigi a i più prominenti tra loro in cambio di protezione, per sopperire al vuoto delle istituzioni di Corte. Costoro sarebbero presto maturati in una vera e propria classe sociale, sottomessa a una Corte di aristocratici civili che si vuotava poco a poco del proprio potere reale.

Secondo Asakawa (ripreso anche da Samson), la classe guerriera si sarebbe evoluta per sopperire ai buchi di un sistema militare inefficace che non riusciva a proteggere i notabili locali e l loro famiglie (interpretazione molto vicina a quella offerta per lo sviluppo del Feudalesimo in Europa, nato dal crollo dell’Impero Romano).

I due fattori chiave dietro questo fenomeno sarebbero quindi da una parte un sistema militare scassato e il proliferare degli shōen, latifondi privati esenti da tasse e spesso immuni dalla legislazione ordinaria, che avrebbero minato in modo irreparabile l’autorità pubblica nelle provincie.

Okuda condivide questo punto di vista: i guerrieri del Bandō avrebbero creato una rete di legami personali parallela a quelli istituzionali per difendersi dall’inettitudine dell’autorità pubblica e dalla rapacità degli interessi privati.

Per chi ha seguito la rocambolesca vicenda di Masakado, è innegabile che i guerrieri orientali erano spesso piccoli proprietari terrieri e allevatori, e spesso si mettevano sotto la protezione di un notabile locale più importante: Taira Masakado interviene ad esempio per difendere gli interessi del suo gregario Fujiwara Haruaki, che sta avendo problemi con i funzionari provinciali inviati dalla Corte.

E’ anche innegabile che nelle provincie, specie quelle orientali, la legge ufficiale era applicata fino a un certo punto.

Allo stesso tempo è anche chiaro che i Codici hanno giocato un ruolo importante nella vicenda di Masakado: come sottolinea Hall, i Codici restarono in vigore e furono applicati (con più o meno zelo) fino almeno al X° secolo (quando furono affiancati ai Regolamenti dell’era Engi, i celeberrimi Engishiki).

Ishimoda Shō è quello che meglio ha elaborato la teoria secondo cui i bushi sarebbero stati un’evoluzione necessaria all’indebolimento delle istituzioni e avrebbero sviluppato la propria influenza fino a sbocciare, verso la fine di Heian, in una situazione in cui questa classe militare provinciale esercitava il proprio controllo su una vasta massa contadina ridotta, de facto, in servitù.

L’interpretazione di Ishimoda sottintende che questo processo di feudalizzazione sarebbe particolare al Giappone e distinguerebbe il popolo giapponese dal resto dei popoli orientali, facendone uno tradizionalmente capace di evolvere e superare vecchie istituzioni in nome della praticità.

Prima di progredire con questo appassionante discorso, i più svegli si saranno detti:

Spetta un secondo, ma hai sfrangiato le gonadi finora con la definizione di “guerriero”, e mo’ butti in giro il termine “feudale” così, a crudo?”

Right-oh!

Secondo il ponderoso tomo di storiografia comparata Les féodalités, Bournazel e Poly ripropongono la definizione di Sirinelli:

[FR]

Il s’agit de l’ensemble des institutions et des relations – juridiques ou autres – permettant la dévolution et l’exercice de ce que l’on appelle le pouvoir ou l’autorité, mais replacées de surcroit au sein des sociétés, des valeurs et des cultures qui les sous-tendent. Les systèmes politiques ainsi entendus incluent donc l’analyse des grandes constructions institutionnelles, mais également l’étude de leur soubassement social et culturel : le socle économique ou les rapports sociaux, assurément, mais aussi […] les idéologies, les cultures politiques, les représentations et les valeurs.

[IT]

Si tratta di un insieme di istituzioni e relazioni – giuridiche o meno – che permettono la devoluzione e l’esercizio di ciò che chiamiamo il potere o l’autorità, e collocate inoltre in seno alle società, ai valori e alle culture che le sottintendono. Il sistema politico così inteso include quindi l’analisi delle grandi costruzioni istituzionali, ma anche lo studio della loro base sociale e culturale : le fondamenta economiche o i rapporti sociali, di certo, ma anche […] le ideologie, le culture politiche, le rappresentazioni e i valori.

In altre parole il “feudalesimo” è caratterizzato da un certo tipo di istituzioni e relazioni, ma anche da cultura, rappresentazioni, strutture economiche ecc.

Ora, qualche sventurato a cui sia capitato di assistere a una “dotta discussione” di certi “appassionati” sulla storiografia avrà sentito buttare in giro termini come “marxismo” o “marxismo culturale”. Si tratta di un certo modo di studiare e interpretare la Storia che pone particolare accento sulla struttura economica di una società (per dirla in termini molto banali, tutto il resto è “sovrastruttura” e dipende direttamente dal sistema economico). L’”ossatura” della società è determinata essenzialmente dai rapporti di produzione.

Questo modo di vedere la Storia, che gli “appassionati” di cui sopra tirano fuori come se fosse una qualche recente moda appena sfornata dalle femministe della terza ondata, data in realtà degli anni ’50 e ’60 specie per ciò che riguarda la storiografia giapponese (e, a chiosa, l’ondata corrente del femminismo è la quarta e non la terza, ma quando si parla a vanvera capita di sbagliarsi).

Già negli anni ’60 lo storico francese Georges Duby aveva fortemente criticato questo approccio. Uno dei problemi era che la corrente marxista tentava di porsi in una maniera realista e pragmatica, ma gli uomini, gli esseri umani che costituiscono le società, non sono né realisti né pragmatici. I sentimenti (e i conseguenti comportamenti) degli individui e dei gruppi sociali rispetto al loro ruolo nella società non sono dettati dalla realtà economica, ma dall’idea che detti individui e gruppi sociali hanno della realtà economica!

Gli esseri umani non vivono nella realtà, vivono in un’idea, un racconto di realtà.

Che certamente ha a che fare con la realtà oggettiva, ma è comunque filtrata, interpretata e influenzata. La struttura economica è certamente fondamentale nell’evoluzione di una società nelle sue mille declinazioni (cultura, politica, guerra, arte, ecc.), ma è solo uno dei vari fattori in gioco.

In altre parole, una società è feudale non solo se la sua struttura economica è feudale, ma se le sue idee, se la sua visione è feudale.

Cosa si intende con “feudalesimo” in questo contesto?

A differenza degli europei, i giapponesi non hanno un termine indigeno che descriva la struttura feudale. “Feudalesimo”, hōken, è un termine tradotto e preso alla storiografia occidentale. E’ la traduzione dei concetti di feudalism o Lehnwessen. Come in Europa questi concetti sono associati al cavaliere, in Giappone sono stati legati al bushi.

Maki Kenji propone una lettura più “orientale” di hōken, proponendolo come traduzione di fengjiang, “fondare un feudo”, impiegato in Cina quando l’Imperatore concedeva delle terre a dei potenti, delegando loro l’autorità imperiale su quei territori. Per Kenji, il tratto determinante dell’hōken non è molto la sua relazione con una classe guerriera, ma la decentralizzazione del potere: hōken è da concepire in opposizione alla società centralizzata prevista dei Codici, gunken.

Se però torniamo un attimo a Jien, possiamo notare che ciò che più ha sconvolto i contemporanei durante il cambio di regime nel 1185 non è stata la decentralizzazione, quanto il carattere essenzialmente militare di questa nuova aristocrazia (soldati al potere? Pofferbacco, che cosa eterodossa!).

Ad ogni modo e quale che sia la declinazione che si dà al termine, è chiaro che il bushi è parte essenziale della faccenda. In altre parole, il feudalesimo giapponese non è necessariamente definito dal ruolo che il bushi gioca in esso, ma il bushi è una creatura feudale.

Chiedo scusa, ma DOVEVO USARE ‘STA STRONZATA o il pensiero mi avrebbe perseguitata fin nella tomba!

Negli anni ’50 gli storiografi cominciarono a rimettere in dubbio la centralità del guerriero nella società feudale. Questa nuova corrente toglieva il focus dai guerrieri per metterlo sul potere distante esercitato dai signori assenteisti sui loro latifundia nella provincia. Secondo Shimizu Mitsuo, i guerrieri locali non sarebbero la forza innovatrice descritta da Ishimoda Shō, ma un elemento classico, strumenti del potere che mantenevano il controllo dell’aristocrazia sui mezzi di produzione.

Tornando alla rivolta di Masakado come esempio, è innegabile che i vari capi e capetti armati esercitavano la loro autorità in nome e per conto della Corte.

Insomma, mentre in Europa il feudalesimo è accompagnato da un indebolimento dell’autorità centrale, in Giappone la Corte rimase saldamente in sella fino al disastro della Guerra di Genpei. In altre parole, il cavaliere feudale europeo sarebbe figlio dell’anarchia (o della debolezza istituzionale), mentre il bushi giapponese sarebbe l’evoluzione continua di un governo a modo suo forte e stabile.

E’ fuor di dubbio che la Corte mantenne il monopolio sulla legittimità del potere ben dopo la creazione del Bakufu di Minamoto Yoritomo.

L’interpretazione corrente della storiografia giapponese è una sorta di compromesso tra la visione frammentata di una provincia ingovernabile e quella di un Governo forte e continuo che esercitava la sua autorità attraverso i guerrieri. Secondo la versione più accreditata oggigiorno, ci sarebbe stata sì una spaccatura netta tra Capitale e provincia, ma la Corte avrebbe mantenuto il monopolio sulla legittimità e i guerrieri avrebbero esercitato il controllo sui provinciali ma senza porsi in opposizione diretta al potere aristocratico. Insomma, per un paio di secoli guerrieri locali e aristocratici civili avrebbero governato insieme in una struttura di potere comparabile a un leviatano sociale a due teste.

D’altro canto si è presentato un altro problema alla storiografia giapponese: quella delle particolarità regionali.

Per lunghissimo tempo intere popolazioni sono state del tutto scordate dagli storici (gli Ainu, gli Hayato, la gente delle Ryūkyū, ecc.). Ma se anche uno decidesse di sbattersene allegramente, i Wa stessi avevano strutture sociali, tratti culturali e caratteristiche linguistiche marcatamente differenti anche all’interno della sola isola di Honshū.

La creazione del Bakufu, di cui parleremo con calma in articoli appositi, potrebbe essere interpretata, ad esempio, come l’esportazione verso le regioni occidentali di forme di controllo e amministrazioni tipiche della società guerriera orientale.

Insomma, possiamo stabilire che in Giappone si sono verificate contingenze in cui la società ha tratti “feudali”, ma il termine “feudale” stesso è talmente problematico che oggigiorno viene spesso evitato. Gli si preferiscono altre formulazioni, come “società guerriera” o “rapporti di dipendenza”.

Tornando a noi, chi sono i bushi?

Il bushi è un individuo che può combattere come arciere montato a cavallo e che esiste in una rete sociale fatta di rapporti di dipendenza definibili come “feudali”.

In altre parole: l’arciere pesante a cavallo esiste almeno dal VII° secolo, il bushi si sviluppa a partire dal IX°-X° secolo. E ancora nemmeno l’ombra di un samurai!

Sia chiaro, a questo stadio non esiste ancora nessuna “classe guerriera”.

Nella sua accezione più banale, una classe sociale è un insieme relativamente omogeneo di individui che condividono la stessa situazione socioeconomica.

Da un punto di vista generale dell’Impero, per buona parte dell’epoca di Heian i bushi non hanno omogeneità culturale e non condividono la stessa posizione socioeconomica. I Codici delineano una società in cui non esiste una classe guerriera: i militari professionisti (gli arcieri pesanti a cavallo, soprattutto) sono individui della classe dei magistrati di distretto, della classe piccola aristocrazia o cadetti della classe nobiliare senza reali prospettive nella carriera civile.

Possiamo semmai parlare di “proto-classe” per quello che riguarda alcune regioni (vedi le particolarità regionali succitate). Ma in generale il Giappone non ha, nel X° secolo, una classe guerriera.

Questa si evolve nei secoli come sottocultura parallela alla cultura civile della burocrazia di Corte. Alcuni dei primi esempi di legami di dipendenza tipici della “società guerriera” possono essere trovati nel X° secolo, ma non abbastanza da poter parlare di classe.

In parole povere: dati questi presupposti, fino alla Guerra di Genpei, non si può davvero parlare di samurai.

A posteriori, possiamo vedere nei disordini del X° secolo le remote origini di quello che sarà un giorno il samurai. Come accennato nella conclusione della Rivolta di Masakado, il X° segna l’inizio, il primissimo embrione della società guerriera. Si parla in questo caso dell’evoluzione dei bushi.

La distinzione è importante perché gli uomini che si ribellarono nel Bandō, quelli che servirono nelle guerre di Hōgen e di Heiji e quelli che si ammazzarono nella guerra di Ōnin non sono gli stessi ed è bene esserne coscienti se si è interessati a capire le loro storie e i loro percorsi.

E dopo questa appassionante lungagnata ci do un taglio, che prevedo una lunga diatriba ricca di suspence su cosa significa il termine “feudale” e non voglio rovinarvi l’hype!

MUSICA!

(Non è metal, ma nell’attesa che i Sabaton si svitino i pollici dal culo vi cuccate questa, perché Gatsu daze! piace per forza, try try try!)


Approfondimenti

La banda di guerra

L’evoluzione del sistema militare dai Codici al X° secolo

La rivolta di Masakado (puntata 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10)

La guerra di Hōgen

La guerra di Heiji

La guerra di Genpei (puntata 1, 2, 3, 4, 5, 6, ongoing)

 

Bibliografia

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LOT Ferdinand, La fin du Monde Antique et le début du Moyen Age, Paris, Albin Michel, 1989

 

 

A pagare e a morire: brevi cenni sul sistema fiscale sotto i Codici

E’ il VII° secolo, il Giappone si trova tagliato fuori dalla Penisola Coreana e confrontato con una nuova dinastia cinese aggressiva e organizzata: i Tang.

E’ un secolo di grandi lavori e grande innovazione, di cui abbiamo già parlato in diversi articoli. Per chi si fosse perso le puntate precedenti: i nostri amici isolani si trovano a dover modernizzare il loro governo in fretta e furia onde non finire come sfigati satelliti di paesi più avanzati.

Non sarà l’ultima volta che capita.

Imperatori giapponesi: ogni 10-15 secoli si svegliano e modernizzano il Paese a pedatoni nel didietro

E’ il 645 quando iniziano i lavori per la grande riforma dell’era Taika. Le più brillanti menti dell’Arcipelago si riuniscono per trasformare un coacervo di staterelli, tribù e territori contesi in un Impero come dio comanda.

Una delle priorità pressanti era stabilire un governo burocratico passabile. Ora, la cosa che ai burocrati riesce meglio è magnare. Uffici, segretari, impiegati, tutto il circo ha bisogno di risorse. Tante risorse: il Governo Centrale arrivò a contare anche 50.000 funzionari!

Un nuovo sistema di tasse si imponeva, ed è questo nuovo sistema che compare nei Codici, il corpus di leggi pubblicato nel 701.

Lo studio di queste leggi e regolamenti è una forca caudina a cui nessuno storiografo sfugge, e quindi mi son detta: perché soffrire da sola? Come Sadako in RIngu, posso diffondere l’orrore!

Se vi cascano le palle alla sola idea della dichiarazione dei redditi, rallegratevi: oggi si parla di fisco!

Nazionalizzando i mezzi di produzione, il sistema dell’handen (班田)

Il primo passo per spintonare il povero glebano isolano dal vecchio sistema basato sui clan al nuovo concetto di suddito imperiale, è appropriarsi dei mezzi di produzione, ovvero la terra coltivabile. Se vuoi gente nuova, devi forgiare un nuovo sistema economico.

Coi Codici, la Corte si arroga il monopolio delle risaie, e con esso il privilegio di concedere il diritto di sfruttamento.

L’oggetto del contendere qui non è proprio la proprietà della terra, quanto il diritto d’uso delle particelle.

La Corte fa quindi manbassa di tutte le risaie del Paese, che sono divise in unità di superficie. L’unità base del nuovo sistema è il chō (), che misura grosso modo un ettaro (12.960 mq). Il chō è a sua volta suddiviso in 10 tan ().

A seconda del proprio status e della propria funzione, ogni suddito riceve il suo bel pacchetto di diritti di sfruttamento con correlato fardello fiscale, ma andiamo con ordine!

Il secondo passo, dopo l’appropriazione dei mezzi di produzione, è la riorganizzazione della popolazione.

I sudditi degli Yamato vengono tolti ai clan per essere ripettinati in un sistema che li suddivide in diverse categorie fiscali. La massa della plebe si divide per cominciare in liberi (ryōmin, 良民) e non-liberi (nuhi, 奴婢).

I liberi si dividono di nuovo in uomini e donne. Solo gli uomini sono imponibili, perché certuni se ne scordano ma i sistemi patriarcali sono una pena nel culo anche per la maggioranza dei maschietti.

Gli uomini sono divisi in base all’età:

  • I bambini: tra i 3 e i 6 anni (prima dei 3 manco contavi come essere umano).

  • I ragazzi: tra i 16 e i 21 anni.

  • I giovani: tra i 20 e i 21 anni.

  • Gli uomini validi: tra i 21 e i 61 anni, erano quelli a sopportare il grosso del fardello fiscale.

  • Gli uomini maturi: tra i 61 e i 69 anni.

  • Gli anziani: dai 69 anni in su.

Tra costoro ci sono gli uomini soggetti a tasse e corvées, chiamati seitei (正丁), e quelli troppo vecchi, troppo giovani o troppo malati per poter essere sfrusfttati strizzati imponibili e che beneficiano quindi di sgravi più o meno grandi (jitei, 次丁).

A seconda del sesso e del conseguente carico fiscale, a ogni suddito viene concesso il diritto di sfruttamento di un certo numero di lotti di risaie.

A partire dai 6 anni, i bambini maschi ricevono 2 tan di risaie (2.592 mq), mentre le bambine hanno diritto a 2/3 di questa superficie (1.728 mq), perché nei sistemi patriarcali le femminucce non sono esseri umani alla stregua dei maschietti.

Anche i servi sono tenuti di conto: hanno ancora meno delle bambine, circa 864 mq.

Per avere un’idea, la superficie data ai maschi era considerata quella minima necessaria per produrre abbastanza da mantenere un uomo per un anno.

Come vedremo, i maschi adulti erano oberati da un’infinità di tasse accessorie e servizi, quindi non bisogna immaginare che ognuno potesse campare della propria risaia di Stato e basta. La verità è che senza un nucleo familiare (moglie, sorelle, bambini, genitori, parenti, ecc.) pronto a coltivare la terra di Stato quando necessario, a portare avanti i campi asciutti, o a organizzare una qualche altra attività economica di contorno, un uomo non poteva sopravvivere del proprio lavoro sul lotto a lui assegnato. Nel Giappone classico, un uomo da solo muore.

Queste risaie assegnate dallo Stato ai sudditi erano chiamate kubunden (口分田), “risaie pro-capite”.

Oltre a queste, un individuo poteva ricevere ulteriori appezzamenti. Un uomo poteva, ad esempio, vedersi attribuire come ricompensa un lotto aggiuntivo per il resto della vita (shiden, 私田, questi caratteri possono significare cose diverse a seconda il contesto). Se un uomo aveva una funzione, gli erano inoltre attribuite delle “risaie di funzione” (shikiden, 職田) la cui rendita fungeva da stipendio.

Infine, una provincia poteva ritrovarsi con “risaie in eccesso” (konden, 墾田), o “risaie non attribuite”, che erano assegnate dalle autorità locali a un contribuente in cambio di una quota del prodotto.

Nella teoria, la popolazione, le varie tipologie di risaie e i lotti assegnati erano tutti pedissequamente annotati in appositi registri e le distribuzioni venivano aggiornate ogni 6 anni.

Cela va sans dire, questa cosa dei registri non ha mai funzionato a dovere.

Sia chiaro, al di là di quanto questo sistema abbia funzionato nella propria forma originale (poco), in certe regioni si diffuse con grande ritardo, tipo due secoli di ritardo. In altre invece fu una faccenda rapida, come in quel di Kibi, sul Mare Interno, dove abbiamo trovato tracce archeologiche della divisione delle risaie in tan. L’applicazione dei Codici non è mai uniforme sul territorio.

Ovvio, tutta ‘sta faccenda deve aver richiesto sforzi titanici di riorganizzazione e razionalizzazione delle superfici agricole.

Secondo Hall, è molto probabile che il sistema di lottizzazione non fosse proprio una novità, ma fosse già impiegato prima del 646 almeno in parte del Paese. Plus, in questo periodo non esiste ancora un vero e proprio concetto di “proprietà privata” (che, con buona pace di certa destra economica, è un costrutto culturale) relativo alla risaia: la risaia è un bene della comunità, sia che la comunità sia il clan, sia che la comunità sia il Governo.

Per lo Stato (che non aveva un’economia monetaria), una standardizzazione delle coltivazioni era necessaria per poter elaborare un sistema fiscale che fosse almeno lontanamente equo.

Sempre secondo Hall, è probabile che questa riforma sia stata in origine appoggiata da una buona fetta della popolazione. Tanto per cominciare la cosa riguardava solo le risaie umide (lasciando le terre asciutte, gli orti e lo sfruttamento delle foreste al di fuori del sistema fiscale), e in secondo luogo forniva un qualche tipo di protezione dei diritti di sfruttamento.

Questi vantaggi sono presto stati superati dai difetti: il carico fiscale e le corvée civili e militari richieste ai sudditi erano immani.

Questo perché il focus del sistema fiscale della Riforma non era davvero la terra, ma la forza lavoro. Quello che lo Stato voleva non era una rendita, ma il monopolio sull’individuo.

Ogni dannato chicco di riso, ogni dannata goccia di sudore

Contabile perde la salute calcolando calcolanda.

Sì, nel periodo Nara i giapponesi avevano sedie. Non so perché abbiano deciso di dismetterle. Ho il sospetto che l’abbiano fatto per far soffrire me in particolare.

L’abito disfatto è ispirato all’abito del contabile che interviene nel litigio tra i bambini nel Ban dainagon ekotoba.

L’uomo libero doveva allo Stato 4 tipi di contribuzione:

(), tassa in riso sulle risaie attribuite ai sudditi

Chō (調), tassa individuale in prodotti vari (importati e assortiti)

, (), corvée, che poteva essere soddisfatta pagando un pizzo (il pizzo si chiamava pure , )

Heishi-yaku (兵士役), servizio militare

Abbiamo già accennato alla leva e ai reggimenti provinciali nell’articolo sul sistema militare, quindi ci limiteremo a dire che ogni uomo doveva servizio alla provincia, 1 anno di servizio alla Capitale e 3 anni alla frontiera.

Quanto al resto, con ordine:

La tassa constava in origine di una percentuale relativamente bassa della produzione delle kubunden: da 3% al 5%.

La quota aumentò col tempo e fu aggravata da una nuova diavoleria: il prestito coatto in riso, suiko (出挙), a interesse. In pratica il glebano era costretto a prendere in prestito semi dall’autorità provinciale e rendere con interesse il debito dopo il raccolto. In altre parole era un modo per costringere il contribuente a coltivare i semi pubblici in cambio di molto poco.

Le corvées richiedevano 10 giorni l’anno di sevizio alla Capitale e 60 giorni l’anno di servizio alla capitale provinciale. I coscritti di corvée erano a disposizione per qualsiasi lavoro fosse necessario: scavare nuovi canali, cuocere tegole, costruire città… qualsiasi cosa!

A chiosa, ricordiamo che a questo stadio non esistono capitali fisse: in toeria, alla morte dell’Imperatore si sbaracca tutto e ci si sposta un po’ più in là. Perché la domanda che spinge avanti la Storia non è mai “perché?” ma “perché no?”.

La corvée era commutabile in tessuti. Del tessuto di canapa poteva sfangarti il servizio alla provincia, ma per il servizio alla Capitale un uomo doveva sborsare 26 shaku di seta (ovvero una pezza lunga 7m70 e larga 65cm). Per farsi un’idea al cambio attuale di quanto una pezza del genere potesse costare, basti sapere che sul mercato dell’epoca era considerata l’equivalente di 30 giorni di lavoro.

Ovviamente non tutti sono tenuti a fornire corvées.

Sono esentati:

  • i funzionari provinciali di terza classe (主政)

  • gli assistenti provinciali (主帳)

  • i membri del reggimento provinciale da soldato semplice a colonnello (大毅)

  • i capi archivisti dei pascoli di stato (長帳)

  • gli impiegati del servizio di posta (駅子)

  • gli uomini dei fuochi di segnalazione (烽子)

  • i dottori dell’Ufficio degli Studi Superiori

  • i medici

  • gli studenti

  • le persone di più di 80 anni (侍丁)

  • i capi-villaggio (里長)

  • i portatori di tributi (貢人)

  • gli uomini con un rango-ricompensa (勲位) fino al 9°

  • gli uomini con il rango di Corte iniziale (初位)

  • gli infermi

Sono pure esentati dalle corvées aggiuntive (雑徭)

  • i capi di circoscrizione urbana (坊長)

  • gli stimatori che lavorano all’Ufficio dei Magazzii di Corte (内蔵寮), del Dipartimento del Tesoro (大蔵省) e del Bureau del Mercato (市司).

Le corvées sono un gran fardello sull’uomo giapponese, ma la vera chicca sono i tributi in prodotti vari, chō.

Il primo articolo del capitolo sui tributi (賦役) elenca l’infinita lista:

Per ciò che riguarda i tessuti, ogni uomo adulto pienamente imponibile deve fornire:

  • 8 shaku e 5 sun di pongée di seta (2m52 x 65cm)

  • 8 shaku e 5 sun di tessuto di seta (2m52 x 65cm)

  • 6 shaku e 5 sun di seta della provincia di Mino (1m92 X 65cm)

  • 8 ryō di filo (111gr)

  • 1 kin di borra di seta (222gr)

  • 2  e 6 shaku di pezza di canapa (7m70 x 65cm)

  • ¼ di 1 tan di seta tessuta nel distretto di Mōda nella provincia di Kazusa (3m85 x 71cm)

Ognuno deve anche fornire una quantità ridicola di “prodotti importati” (雑物輸)

  • 10 kin di acciaio (2,22Kg)

  • 3 ferri di zappa (2Kg di ferro in totale)

  • 3 to di sale (7,2 l)

  • Circa 17Kg di molluschi (lunga dettagliata lista che vi risparmio)

  • Circa 82 l di molluschi (perché questi sono misurati a volume e non a peso? Ma che ne so…)

  • Circa 31Kg di pesci assortiti, essiccati e non.

  • Circa 30 l di pesci assortiti essiccati e non (vedi su)

  • Circa 208Kg di alghe assortite

  • 24 l di alghe che vanno misurate in volume per qualche ragione.

  • 14,4Kg di carni essiccate con ossa e tutto

  • Circa 58 l di erbe

  • 14,4 l di molluschi con conchiglia

  • Più 22 Kg di qualcosa di cui non sono riuscita a trovare il segno in nessun dizionario fino ad ora (vi terrò informati che so che ci tenete).

Di tutta questa roba, gli uomini parzialmente esentati (jitei) pagavano la metà e i ragazzi un quarto. Nella versione Yōrō i ragazzi pagavano un contributo in prodotti agricoli ed erano esentati dai prodotti importati.

Ma hey, mica finisce qui!

Per i fortunati contribuenti c’era anche una tassa in prodotti supplementari (調副物):

  • Circa 193gr di pigmenti

  • Circa 4,33Kg di prodotti vegetali

  • Circa 2,26 l di altri prodotti vegetali, ma calcolati in volumi

  • 280ml di wasabi

  • 6 fogli di carta (60cmx30cm)

  • 22ml di lacca

  • 222gr di cotone di varia provenienza

  • 0,24 l di sale (sì, di nuovo)

  • 0,96 l di prodotti animali assortiti

  • 1 paio di corna di cervo

  • 1 mola

E non è ancora finita!

  • 2 adulti devono fornire 1 stuoia in paglia di riso

  • 3 adulti devono fornire 1 stuoia in paglia

  • 14 adulti devono fornire 1 barile dalla capienza di circa 7 l

  • 20 adulti devono fornire 1 barile dalla capienza di circa 10 l

  • 35 adulti devono fornire 1 barile della capienza di circa 12 l

Non tutti erano soggetti alla “tassa in prodotti”. A sfangarsela erano

  • i toneri (舎人, uomini del seguito, termine che copriva una vasta gamma di funzionari subalterni, civili e militari)

  • i commessi alle scritture (史主)

  • i Tomobe (伴部, discendenti degli antichi vassalli del re di Wa che servivano nelle provincie o come supervisori degli atelier di artigiani)

  • le Guardie dei Gendarmi (兵衛府)

  • le Guardie della Cinta (衛士府)

  • gli uomini che già prestavano corvée alla Capitale (仕丁)

  • gli uomini in servizio alla frontiera meridionale (防人)

  • gli ufficiali in servizio alla Capitale (長内)

  • gli uomini di servizio nelle case degli alti dignitari (資丁)

  • gli assistenti personali annuali (事力)

  • i capistazione delle stazioni di posta (駅長)

  • i responsabili dei fuochi di segnalazione (烽長)

  • gli uomini con un rango di corte o con un rango-ricompensa uguale o superiore all’8°

  • i custodi delle tombe imperiali (陸戸)

  • i lavoratori subalterni (雑戸)

  • i lavoratori liberi impiegati dal Governo (品戸)

<br/><a href="https://i0.wp.com/oi64.tinypic.com/20pc9io.jpg" target="_blank">View Raw Image</a>Tomba imperiale (ne abbiamo parlato qui)

Il carico, tra le tasse, i prodotti, le corvées e il servizio militare, era enorme.

La gente disertava i propri villaggi mettendosi al servizio di privati in grado di difenderli. I funzionari consegnavano tributi danneggiati o incompleti e poi fuggivano dalla Capitale prima che i contabili potessero verificare i carichi. Disertori del servizio militare si davano al brigantaggio. Funzionari provinciali dichiaravano il falso o maneggiavano i registri per poter evadere le tesse. Cani e gatti vivenao insieme, ISTERISMO DI MASSA!

Ok, no, sto scherzando. Il sistema non è mai stato applicato in modo coscienzioso e non ha mai funzionato a dovere, ma non è collassato su se stesso come ci si potrebbe aspettare.

I burocrati si attivarono da subito per cercare di rattoppare le falle.

Già pochi decenni dopo la promulgazione, il sistema fiscale viene infatti modificato: le tasse vengono pagate sempre più in tessuti e riso, le corvées vengono ridotte e il servizio militare viene gradualmente abolito in gran parte del Paese.

Gli aggiustamenti e le correzioni sono rallentati da un rosario infinito di crisi di governo, scazzi alla frontiera e tentati colpi di stato (di cui parleremo con calma in articoli specifici).

Nonotante gli ostacoli e gli intoppi, verso la fine dell’VIII° secolo il servizio militare rimane solo in certe regioni nevralgiche ed è per il resto riservato a volontari presi di preferenza nella piccola aristocrazia provinciale o tra i cadetti della medio-bassa nobiltà. Non solo: ci furono vari tentativi, nel corso della seconda metà dell’VIII° secolo, di correggere il tiro, ridurre le sinecura, adottare un sistema di ridistribuzione un minimo più equo.

Niente di questo bastò a salvare l’ideale di Stato moderno e burocratizzato.

La ricchezza ha un tropismo verso l’1%, come è noto, e il Giappone Classico non fa eccezione. Nell’arco del secolo si costituirono latifondi privati, chiamati shōen, posseduti dall’alta aristocrazia. E tanta salute al monopolio dei mezzi di produzione da parte dello Stato.

Lo shōen è spesso citato come elemento indicativo del progressivo confondersi delle sfere pubblica e privata. L’accentramento del potere economico, l’assenza di una vera e propria ridistribuzione, come anche di una vera e propria burocrazia meritocratica, portano alla privatizzazione delle funzioni pubbliche. In altre parole, la funzione viene svuotata del proprio significato e si costituiscono dinastie di famiglie che monopolizzano determinate mansioni.

E’ la morte dello Stato inteso come struttura istituzionale trascendente gli individui.

Truppa di funzionari contempla con orrore la complessa imponenza del sistema fiscale dei Codici (forse).

Ban dainagon ekotoba

Non che i Codici siano stati aboliti o sommersi dal crescente cancro del nepotismo e dell’ingerenza privata. In realtà le leggi del 701 si sono trascinate in arrancante agonia fino al XII° secolo. Un po’ come le Capitali senza mura, le cose in Giappone hanno una strana tendenza a restare in giro nonostante ogni variabile in gioco si scagli contro di loro.

E’ il fascino di questo paese. Richiede Sospensione Volontaria dell’Incredulità per accettare fatti storici assodati.

Prossimamente parleremo degli shōen e dei legami personali che comportavano. Legami personali che contribuirono all’elaborazione del rapporto di vassallaggio che è alla base del successivo sistema feudale.

Per ora non voglio dilungarmi troppo, che si tratta di temi di molto noiosi e non voglio che qualcuno si addormenti con la faccia sulla tastiera.

MUSICA!


Bibliografia

HALL John Whitney, Government and local power in Japan – 500 to 1700, Princeton University press, Princeton, 1966

HERAIL Francine, Recueil de décrets de trois ères méthodiquement classés, livres 8 à 20, DROZ, Ginevra, 2008

INOUE Mitsusada, TSUCHIDA Naoshige, AOKI Kazuo, Ritsuryo, Imanami, Tokyo, 1976

KITAYAMA Shigeo, Ōchi seiji shiron, Iwanami shoten, Tokyo, 1970

Storie di documenti: specchi imperiali e tabelle di conversione

Una delle cose che mi fan salir l’Inquisizione è incrociare gente per cui la Storia non è altro che una fila di date, un incedere Magnifico e Progressivo di nozioni da mandare a memoria. Questa visione è un abisso di ignoranza atroce.

Credete che lo storiografo sia solo un masochista che si diverte a ricordare stronzate?
No cari miei, uno storiografo E’ MOLTO PIU’ MASOCHISTA DI QUANTO PENSIATE!

E oggi voglio dimostrarvi di cosa è fatto il quotidiano dei disadattati che si iscrivono in dottorato.

Oggi affrontiamo la storia dei materiali.

Può apparire come un argomento sterile e noioso rispetto ad altri settori, tipo la storia della filosofia, la storia politica o religiosa, ecc. Tuttavia la storia dei materiali, come quella militare, ha diramazioni vastissime. Possiamo immaginare l’impatto ambientale di una società dal modo in cui costruiva i tetti, e grazie a ciò possiamo interpretare con molta più sicurezza le fonti.

Tutti i furbi che studiano avvincenti rivolgimenti sociopolitici non possono evitare di fare i conti, di quando in quando, col sudicio, col rancio degli schiavi, con l’artigiano o col tipo di scarpe usate dai soldati.

E quindi oggi non parliamo di eccitanti gesta guerriere. Oggi parliamo di specchi.

Specchio imperiale conservato allo Shōsō-in

No, non si tratta di vezzosi accessori per signorine di buona famiglia. Siamo nella seconda metà dell’VIII° secolo, e gli specchi di questo periodo riflettono poco e male. Non sono optional frivoli, ma oggetti magici e simboli di potere.

Senza entrare nel merito del ruolo dello specchio sul Continente, basti sapere che, fin dall’alba della Storia Giapponese, questo oggetto ha avuto un’importanza capitale nell’Arcipelago.

Dalla prima comparsa del Giappone nelle fonti, nel Libro dei Wei, composto verso la metà del VI° secolo, notiamo la rilevanza di questo artefatto. Nel capitolo dedicato ai barbari delle isole, lo Wajinden, si parla difatti di Yamatai, un regno prominente in mezzo a una marmaglia di staterelli bellicosi. Yamatai, embrione dello stato nipponico, è governato da una regina-sacerdotessa, Himiko, che vive reclusa in un santuario.

Secondo il testo, Himiko avrebbe mandato un’ambasceria a Daifang nel 280. Da lì, gli inviati sarebbero stati rimbalzati alla capitale Wei di Luoyang. Il sovrano Wei aveva proclamato Himiko “regina dei Wa, amica dei Wei”, e le aveva rispedito indietro vari doni, tra cui spade, perle, stoffe e 100 specchi di bronzo.

Il ritrovamento archeologico di specchi cinesi nei grandi kofun del Kinai è un elemento a favore della veridicità della storia. Sempre l’archeologia ha permesso di vedere come interi stocks di specchi di uno stesso atelier siano stati seppelliti in tombe disseminate ai quattro angoli del Paese. L’interpretazione dominante di questo fatto è che l’invio di specchi in dono facesse parte del cerimoniale diplomatico che legava capi regionali alla nascente Corte di Yamato.

Lo specchio è portatore di un forte valore religioso: compare anche nel Kojiki nel celeberrimo episodio della caverna, in cui la dea solare Amaterasu fugge dal cielo (un mito molto simile a quello greco di Demetra alla ricerca di Persefone).

Nel corso della Storia, lo Specchio è diventato, assieme alla Spada e al Gioiello, uno dei tre regalia della Corte Imperiale. Avere il controllo di questi tre oggetti sacri significava avere il controllo della Dinastia. Un imperatore poteva essere sostituito, lo Specchio Imperiale no. Tanto è vero che alla battaglia di Dan no Ura i Taira cercarono di affondare i tre regalia piuttosto che lasciarli cadere in mano ai Minamoto (ma di questo parleremo un’altra volta).

 

Ok, ok, cominciamo!

Tagliando corto sull’importanza storica, spirituale, politica e magica dello specchio, veniamo a noi!

Il documento che studieremo oggi risale al 762 e viene dal tesoro dello Shōsō-in. L’edizione su cui lavoreremo non è manoscritta (GRAZIE A DIO), ma è tratta dalla collezione Dai Nihon komonjo (volume 15).

Prima di saltare nella lettura di questo APPASSIONANTE pezzo però occorre munirsi degli strumenti adatti. In particolare, parlando qui di quantità e misure, sarà necessario dotarsi di una tabella di conversione. Non abbiamo dati diretti del periodo in esame, ma abbiamo la next best thing: una serie di cifre tratte dai Regolamenti dell’era Engi (Engishiki) redatti all’inizio del X° secolo. Si tratta di una codificazione successiva, ma che con ogni probabilità riporta senza troppe variazioni le misure stabilite dai Codici Ritsuryō di fine VII°-inizi VIII°. La nostra edizione è quella curata da Torao Toshiya (vol. 1, 2000).

Misure di lunghezza:

1 () = 2,97 m

10 shaku ()
100 sun ()

1 shaku = 29,7 cm [o 35,6 cm se si parla di “grandi shaku]

10 sun

100 fun ()

1 sun = 2,97 cm

10 fun

1 fun = 3mm

Misure di distanza

1 ri () = 534 m circa [salvo nel caso specifico di misure di terreno agricolo, ma non complichiamoci troppo la vita! NdTenger]

300 bu ()

1.800 shaku

1 bu = 178 cm CIRCA

6 shaku

Misure di superficie

1 chō () = 12.000 mq

10 tan ()

3.600 bu

1 tan = 1.200 mq

360 bu

1 bu = 3,33 mq

Misure di capacità

1 koku (/) = 80 l CIRCA

10 to ()

100 shō ()

1000 ()

1 to = 8 l CIRCA

10 shō

100

1000 shaku ()

1 shō = 0,8 l CIRCA

10

100 shaku

1000 satsu ()

1 = 8 cl CIRCA

10 shaku

100 satsu

1 shaku = 8ml CIRCA

Misure di peso peso, le Grandi Libbre

1 tai-kin (大斤) = 674 g

3 shō-kin (小斤)

16 dai-ryō (大両)

64 dai-bun (大分)

180 monme ()

1 dai-ryō = 42,125 g

4 dai-bun

11 monme

24 dai-shu (大鉄)

1 dai-bun = 10,53 g

2,75 monme

6 dai-shu

1 monme = 3,75 g

2,14 dai-shu

1 dai-shu = 1,75 g

Le Piccole Libbre

1 shō-kin (小斤) = 225 g

16 shō-ryō (小両)

64 shō-bun (小分)

180 monme

1 shō-ryō = 14,06 g

4 shō-bun

11 monme

1 shō-bun = 3,51 g

2,75 monme

Con la tabella alla mano, attacchiamo il testo!

Come prima cosa a destra leggiamo la data: Quindicesimo giorno del primo mese del sesto anno dell’era Tenpyō-hōji [762, NdTenger]

Segue l’oggetto del testo: Ordine per la fusione di quattro specchi imperiali [il carattere “” è un onorifico, NdTenger]

I caratteri in piccolo sono l’equivalente di una nota a pie’ di pagina e danno le dimensioni: ogni specchio dovrà avere un diametro di 1 shaku (29,7 cm ) e uno spessore di 5 fun (1,5 cm)

Quanto alla materia prima:

  • Rame puro: 70 kin [il testo dice Grandi Libbre, ma non è possibile, verrebbero specchi da 20 Kg! Un esemplare dell’epoca conservato allo Shōsō-in ne pesa scarsi 4. NdTenger] (15,75 Kg). Di queste, 48 (10,8 Kg) saranno forniti dall’atelier che si occupa del lavoro, e 22 (4,95 Kg) saranno fornite da diverse fonti.

  • Stagno bianco [si presume una lega brillante di stagno e piombo, NdTenger]: 5 kin e 16 ryō (1,35 Kg).

Totale del metallo: 17 Kg (con una proporzione grossolana di 90% rame e 10% lega di stagno), ovvero 4,27 Kg a specchio.

Veniamo al resto del materiale necessario per la fusione e la finitura!

  • Cera: 1 dai-ryō (674 g)

  • Polvere di ferro: 4 dai-ryō (168, 5 g)

  • Lingotti di ferro: 2

  • Tela di seta a tessitura semplice: 1 (2,97 m)

  • Tela di seta grezza a tessitura semplice: 2 shaku (59,4 cm)

  • Borra di seta: 2 ton (337 g)

  • Tela di canapa: 1 (2,96 m)

  • Cote a grani grossi: 2

  • Cote piccole a grani fini: 2 sacchetti

  • Olio di sesamo: 1 gō (8cl)

  • Carbone di legna: 12 koku (960 l)

  • Carbone da forgia: 6 koku (480 l)

  • Calce: 1 tai-kin (674 g)

  • Frecce: 20

La funzione dei vari materiali non è spiegata, ma sappiamo che gli scribi hanno tendenza ad aggruppare le diciture per tema.

La cera serve senza dubbio per creare lo stampo dello specchio (l’argilla non compare nella lista ma viene nominata in una nota più avanti).

Le frecce sembrano uno strano ingrediente. E’ possibile che la parola sia usata qui in senso lato, per indicare asticelle di bambù cave (simili all’asta di una freccia) che permettano l’uscita dell’aria durante la colata.

Non abbiamo dettagli per quel che riguarda l’uso della stoffa e del ferro, ma notiamo che sono elencati assieme alle pietre per lucidare. Se guardiamo altri tipi di artigianato, tipo la creazione di oggetti laccati, l’artefatto viene lucidato con l’uso di polvere di ferro impastata nell’olio e chiusa in un panno di diversa grana. E’ probabile che lo stesso valga per gli specchi: il tocco finale di lucidatura veniva forse dato alla stessa maniera.

Artigiani in un atelier dell’VIII° secolo

A partire dalla linea 8 si parla del personale necessario e delle “unità” che sono assegnate ad ogni uomo. Queste “unità” non sono spiegate, ma si tratta senza dubbio di “razioni giornaliere”. Notiamo che alcuni professionisti ne hanno più di altri, di certo perché il loro lavoro richiedeva più giorni di servizio.

In tutto si parla di 124 razioni, ovvero di 124 giornate lavorative complessive.

  • 5 fonditori (64 razioni). Si considera che passeranno 8 giornate a fondere e 56 a rifinire.

  • 1 cesellatore (15 razioni)

  • 1 tornitore (2 razioni)

  • 2 tornitori aggiuntivi (2 razioni)

  • 1 fabbro (3 razioni)

  • 2 assistenti di forgia (40 razioni). Riguardo al servizio di questi due tizi si considerano 12 giorni per andare a recuperare l’argilla a Nara, 2 come assistenti agli intagliatori, 3 di assistenza presso i vari artigiani e 23 come factotum.

Abbiamo un totale di 12 persone. Possiamo supporre che costoro impieghino una ventina di giorni in tutto per terminare i 4 specchi.

Nel frattempo questa gente deve mangiare, e il documento elenca con precisione chi ha diritto a cosa!

 

  • Riso: 2 koku, 4 to e 8 shō (195,2 l), ogni uomo riceve di media poco meno di 2 l al giorno. Tale riso poteva essere mangiato o scambiato per altri prodotti nei mercati della Capitale.

  • Sale: 4 shō, 9 e 6 shaku (3,97 l), ovvero ogni uomo riceveva circa 32 ml di sale al giorno (sempre di media).

  • Alghe: 13 kin e 10 ryō (circa 9 Kg), ovvero 74 g di alghe al giorno per uomo, se si conta in Grandi Libbre. Se odiamo i nostri artigiani possiamo ipotizzare Piccole Libbre, il che darebbe un totale di circa 3 Kg in totale per 25 g di alghe al giorno, ma sembra un tantinello esagerato.

  • Alghe Arame: 10 kin e 8 ryō (circa 7 Kg) per 84 razioni (certa gente lavora più a lungo di altra), per una media di 84 g di alghe a capoccia per 84 giorni.

  • Carne/pesce salati: 8 shō e 4 (6,72 l), razioni per 3 artigiani per 84 giorni, ovvero un misero 80 ml al giorno a capoccia di media.

  • Aceto: 4 shō e 2 (6,56 l) per 84 giorni lavorativi, 78 ml al giorno di media.

  • Stuoie di paglia: 2

  • Stuoie [di pianta non identificata]: 2

  • Stuoie di bambù sottile: 2

  • Cuscini rotondi: 6.

E gli specchi sono realizzati!

Una dozzina di artigiani, un atelier, una ventina di giorni, cibo e risorse, per ottenere magnifici oggetti di prestigio ad alto valore diplomatico.

L’impatto ambientale di questi artefatti comprende carbone di legna (prodotto particolarmente dannoso), trasporto di materiale e cibo fresco, produzione di seta (coltivazione di gelsi e allevamenti di bachi), produzione di cera, ecc. Si tratta di oggetti che, oltre a richiedere capacità particolari e manodopera specializzata, necessitano un notevole investimento di risorse.

Occorre anche considerare che la frenetica attività e la concentrazione demografica avevano disboscato buona parte del Kinai, che in questo periodo comincia a risentire del sovraccarico umano. Ciò rende la fabbricazione di oggetti d’arte come questi più onerosa, ma sempre meno che importare i dannati oggetti direttamente dalla Cina!

 

Specchio ritrovato nel tumulo di Yanoura nel dipartimento di Saga

La lettura di documenti del genere può apparire arida e noiosa. Non è di certo eccitante come il resoconto della rivolta di Masakado, ma io ho una passione malsana per numeri e nomenclature. Sono diretti, precisi, ordinati. Offrono una finestra nella vita quotidiana del tempo e un contesto necessario alla produzione artigianale del periodo. Quando si passa allo studio di ambascerie e doni imperiali, è importante che il dato “TOT specchi” (o simili) non sia semplicemente una cifra sulla carta, ma che comporti per lo meno una nozione del lavoro e dell’investimento che tali oggetti comportavano.

Peraltro, ora avete un’idea migliore di cosa significa lo studio dei documenti. Roba del genere è all’ordine del giorno QUANDO TUTTO VA BENE. Pensateci due volte prima di cacciarvi in questo ginepraio.

MUSICA!

(Ok, l’argomento è stato scelto anche per poter linkare questa canzone a fine articolo, che ce posso fa’)


Bibliografia

Il testo è stato analizzato durante il seminario della professoressa Von Verschuer Charlotte

Dai Nihon komonjo, Shōsō-in monjo, vol.15 p.182-183, VIII° secolo

FARRIS William Wayne, Sacred Texts and Buried Treasures, University of Hawai’i Press, Honolulu, 1998

Population, Disease, and Land in Early Japan, 645-900, Harvard-Yenching Institute Monograph Series 24, 1995

TORAO Toshiya, Engishiki, Shuueisha, vol.1 , 2000

Von Venrschuer Charlotte, Le riz dans la culture de Heian – mythe et réalité, Collège de France, 2003

Dai Codici a Masakado: evoluzione del sistema militare

Ogni volta che qualcuno dice “guerriero giapponese”, la prima cosa che viene in mente è Miyamoto Musashi, o samurai che si sbudellano, o mentecatti che caricano file di moschettieri. Insomma, si pensa ai tizi del Periodo Edo (1603-1867), o tuttalpiù agli psicopatici del Periodo Sengoku (1477-1603). Gli ultimi in particolare sono gente molto interessante, ma non sono usciti dal nulla. C’era un periodo in cui a comandare erano i nobili, e i guerrieri sedevano in giardino come i cani. C’era un periodo in cui gente capace solo di comporre poesie dava gli ordini.

Come primo articolo, tanto per dissuadere anche il più avventuroso lettore, parlerò dell’evoluzione del sistema militare, dai Codici alle bande armate.

E’ una storia complicata. Bisogna fare un passo indietro per capirla. Un lungo passo indietro.

Indietro, indietro…

Fino al 645.

Era l’anno della Riforma di Taika, anno in cui i giapponesi si trovavano a essere vicini di casa dei Tang. La Corte constatò che se non voleva finire sotto il concone cinese, doveva modernizzare il proprio Stato e il proprio esercito. I capoccia di quest’epoca non erano bravi quanto quelli di Meiji, ma fecero del loro meglio: composero i Codici, testi fondatori del nuovo Stato (l’ultimo, il Codice di Taihō, fu concluso nel 704). Elaborarono una nuova struttura statale burocratizzata (alla cinese) e abolirono l’antico sistema dei clan (uji). Anche i vecchi eserciti privati vennero soppressi: al loro posto si istituì un’armata statale sul concetto del contadino-soldato dei Tang, con servizio militare e corvées imposte a tutti gli uomini dell’Impero.

Gente ottimista, gli Yamato. Ma li si può capire. Bisognava uniformare i sudditi e fare in modo che fosse possibile mobilitare un esercito sterminato in poco tempo. I Tang erano dirimpettai scomodi: nel VII° secolo avevano condotto operazioni non trascurabili sulla penisola coreana. Un esempio tra tutti, nel 663 i simpatici signori dei cavalli presero a pedate i giapponesi e il loro esercito nuovo di pacca nella battaglia del fiume Paekch’on.

Tornando alla Riforma, due erano gli elementi essenziali: i sudditi e le terre arabili. La terra era monopolio della Casa Imperiale (nazionalizzazione dei mezzi di produzione, before it was cool!). Di conseguenza anche i contadini lo divennero, in quanto era lo stato ad assegnare i lotti coltivabili. A qualcuno questo potrebbe ricordare un sistema feudale. Non lo era. L’alta aristocrazia della Corte giapponese è civile. Niente a che fare coi nostri guerrieri Franchi: questi sono burocrati e fieri di esserlo.

Quanto alla riforma militare, il nuovo esercito aveva, in teoria, tre vantaggi principali:

  1. era rapidamente mobilizzabile;
  2. aveva un basso costo di mantenimento rispetto al numero;
  3. indeboliva i vecchi capi-clan e spezzettava l’antica aristocrazia militare (a nessuno piace avere capetti armati sparpagliati per il territorio).

Per non scontentare del tutto questi ultimi, il governo li integrò come ufficiali e come responsabili della leva o dell’addestramento degli uomini. Aspettatevi figure di merda a pioggia, perché questo sistema di milizie cinesi funzionò quanto la riforma Gelmini.

Già imporre il nuovo sistema fu un’impresa. Le prime modifiche furono operate già dall’Imperatore Tenmu (631-689), poi da Jitō, che pretese un censimento preciso della popolazione. Certo, se vuoi un servizio militare sull’insieme della popolazione, il censimento è importante, ma i primi registri vagamente affidabili non daterebbero che del 690 (mezzo secolo dopo l’inizio dei lavori). L’applicazione pari pari del sistema cinese non era possibile, e se ne resero conto.

Il compromesso finale (per modo di dire) venne sancito dal Codice di Taihō, nel 704:

il Governo mantiene un esercito di leva basato su milizie locali, ma incoraggia anche la selezione e l’addestramento di guerrieri d’élite, nella fattispecie gli arcieri pesanti montati (che avranno un successo strepitoso fino almeno all’arrivo del moschetto!).

Tanto per segare meglio le gambe alle antiche élites locali, le vecchie provincie sotto il loro controllo furono abolite o retrocesse a distretti. Ne furono create di nuove, kuni, raggruppate in 8 Circuiti, dō : Tōkaidō, Tōsandō, San’yōdō, San.indō, Nankaidō, Saikaidō, Hokurikudō.

Gli 8 circuiti, da un disegno di Francine Hérail

In parallelo, fu creato un sistema di ranghi di corte. L’aristocrazia provinciale fu relegata ai ranghi “esterni” e si trovò in generale tagliata fuori dalle funzioni più importanti (in sintesi, abbiamo alta nobiltà, media nobiltà, piccola nobiltà, e nobili esterni). A ogni rango corrispondono delle funzioni. La differenza essenziale col modello dei Tang è che se in Cina rango e funzioni erano assegnati via esame, in Giappone la nascita ha continuato a giocare un ruolo preponderante.

Infine, in ogni nuova provincia fu costruito un centro amministrativo provinciale (kokufu). Si tratta di cinte quadrate di 90m di lato in cui si trovano tutti gli uffici, il posto di guardia, e il resto della roba che dovrebbe servire a una gestione sensata del territorio. La provincia è tenuta sotto controllo da 4 funzionari civili, a cui sono sottoposti, come vedremo più avanti, dei funzionari militari (almeno nella teoria).

Organigramma indicativo, i funzionari cambiavano in numero e qualità secondo la taglia delle provincie

L’unico ufficiale fisso avrebbe dovuto essere il magistrato di distretto (gunji), di solito scelto tra gli antichi capi-clan (ovvero notabili con una lunga tradizione sul territorio, perché si sa, la Rivoluzione perdona chi sa guidare il treno). Gli altri quattro funzionari dovevano cambiare e restare in carica 4 anni, ma la cosa non fu molto rispettata e nel X° ormai solo il governatore (kami) e il vicegovernatore (suke) cambiavano. Ma di questo parleremo poi!

Anche la popolazione fu suddivisa in unità amministrative. La taglia era molto variabile a seconda le regioni (più o meno popolate).

Tutto ciò è indispensabile alla vostra felicità, credetece!

La seconda divisione data del 715. Il capo del (come il capo del ko nella prima divisione) era responsabile dei registri contabili e catastali, delle tasse, delle corvées e della buona condotta. Le “terre secche” (le uniche a poter essere, in teoria, “possedute”) non erano contate come terre tassabili/pubbliche: solo le risaie erano considerate tali. Anche questa soluzione non funzionò un granché.

Ma veniamo alla parte divertente: il sistema militare!

Anche quello fu accentrato alla Corte. La guerra privata fu vietata. In teoria, occorreva un Decreto per mobilizzare più di 20 uomini. E dico “in teoria” per una buona ragione. Leggerete un sacco di “in teoria” in questo articolo, perché nulla funzionava come avrebbe dovuto.

In tempo di pace, il Dipartimento degli Affari Militari e i cinque uffici che gli erano sottoposti gestivano i registri (inventari, cavalli, coscritti, fuochi di segnalazione, strade, ecc.) e vegliavano all’equilibrio militare nelle provincie. Il Dipartimento contava anche sui governatori provinciali, che in teoria erano tenuti a rendere un rapporto alla fine di ogni anno.

Eccezion fatta per i nobili o i detentori di certi ranghi medi e bassi, qualsiasi uomo tra i 20 e i 59 anni poteva essere chiamato alle armi. I loro nomi erano segnati nel registro della milizia della loro zona (gundan), registro di cui la copia veniva inviata al Governo. Potevano essere chiamati nei limiti del numero di giorni di servizio stabiliti dai Codici.

In teoria, ognuno di loro doveva servire 1 anno alla Capitale e 3 anni alla Frontiera (Kyushu, o nel Tōhoku, contro gli emishi), e doveva essere equipaggiato e nutrito dal proprio ko. Il servizio comprendeva anche la guardia alla provincia, il che includeva mantenimento dell’ordine pubblico, ronde, addestramenti, manutenzione di armi e infrastrutture. Durante il periodo di Servizio, il Governo aveva la bontà di esentare i coscritti e i loro ko dal resto delle tasse per un periodo di tempo variabile.

Un uomo del gundan in armi, copiato da una ricostituzione del Jidai Matsuri (perché non ho messo la foto direttamente? Perché mi diverto male)

I gundan erano di taglia variabile (tra i 500 e i 1000 uomini), ma badate: non vuol dire che ogni provincia avesse la sua bella milizia pronta e scattante! Il gundan è un’unità amministrativa, non tattica. E ad ogni modo furono sempre un fiasco.

E’ interessante notare che i Codici vietano di mischiare unità di fanti e unità di cavalieri: i loro tai dovevano essere rigorosamente distinti. Come vedremo, la tattica che ebbe successo sul terreno presuppone l’esatto contrario.

Ma parliamo del servizio che più pesava sui sudditi: il servizio alle Frontiere. Quali frontiere?

Quella sud-ovest, per esempio, in Kyushu. Coi Tang a un tiro di sasso, era necessario presidiare la zona, e a far questo c’erano i sakimori, la cui vita infelice era proverbiale. Potevano consolarsi con l’idea che per lo meno non erano stati arruolati nei chinpei. Costoro, creati nella prima metà dell’VIII° secolo, guardavano la frontiera del Tōhoku (in particolare le provincie di Mutsu e Dewa), dove la Corte continuava a spingere, mangiandosi con lacrime sudore e sangue un territorio infestato di emishi.

Gli emishi, gente misteriosa. Erano arcieri a cavallo, e arcieri bravi. Non erano sottomessi nel VII° secolo e non lo sarebbero stati fino al XII° (poi senti i russi che si lamentano dei Ceceni). In uno dei millemila tentativi di schiacciarli, la Corte creò il chinjufu, un governo militare locale. Manco a dirlo, funzionò poco, ma hey, poteva andar peggio! Almeno non ha perso terreno!

Tutto ciò rischia di diventare blandamente interessante, quindi torniamo alla Corte. Vi ricordate uno dei vantaggi del nuovo esercito? QUello di essere velocemente mobilizzabile? Scordatevelo. La capacità della burocrazia di rovinare tutto ciò che tocca è universale.

L’iter per mettere i remi in acqua era folle. In caso di rivolta o problema serio, delle commissioni venivano create per analizzare la situazione. In seguito il Consiglio di Stato decideva. In seguito veniva emesso un editto imperiale. In seguito il Dipartimento degli Affari Militari doveva presentare un preventivo su costi, gente, materiale ecc. richiesti dall’operazione. In seguito il Consiglio di Stato inoltrava alle diverse province la lista della roba/gente da fornire.

Non sembra terribile, dai…  se non c’era nessun intoppo lungo la strada!

Se non capitava nulla del tipo: direzioni vietate (sì, i burocrati certi giorni non potevano svoltare), giorni infausti, messaggeri sgozzati dai numerosi briganti sulla via per la provincia, disaccordi tra alti dignitari, e di sicuro ne sto dimenticando, perché a inventare pasticci i nobili erano campioni.

In teoria un esercito di campagna ufficiale doveva contare 3 gun (unità tra i 3000 e i 12000 uomini), ognuna agli ordini di uno shōgun, quest’ultimo assistito da un numero variabile di ufficiali e facente capo a un unico taishōgun supremo, responsabile della spedizione e detentore delle spade rituali simbolo di autorità. E in tutto ciò nessuno degli alti ufficiali era un militare di professione.

E se ve lo steste chiedendo: no, non funzionava un granché.

Infine, parliamo un po’ del servizio alla Capitale. Qui si trovavano gli unici militari davvero attivi un giorno sull’altro. E anche costoro subirono non pochi rimpasti e riforme, sintetizzati nell’immagine qui sotto.

Dal saggio di Friday, Hired swords

Riassumendo, nel IX° secolo si stabilì il sistema delle Sei Guardie.

  1. Guardie del corpo (destra e sinistra): 300 uomini per sezione, scelti dopo un esame delle loro competenze con l’arco e a cavallo. Nel X° e XI° erano presi per un quarto tra i sudditi, e per tre quarti tra i figli di dignitari tra il sesto e l’ottavo rango (ci capitavano anche rampolli importanti che stavano parcheggiati lì in attesa che si liberasse una funzione all’altezza dei loro natali). Nel X° i loro generali erano ministri, gran consiglieri o secondi consiglieri. In teoria dovevano proteggere l’Imperatore. Nei fatti erano più che altro un corpo da parata, che non fu mai messo davvero alla prova.
  2. Guardie delle Porte (destra e sinistra): 600 effettivi per sezione, impiegati anche nel Bureau di Polizia (kebiishi-chō). Proteggevano le porte della Città e del Palazzo interno, scortavano i dignitari e si occupavano dell’illuminazione del Palazzo. Nel X° si trattava di uomini delle province, nutriti ed equipaggiati a spese di queste ultime e tenuti per un servizio di 3 anni (salvo prolungamento). Gli venne aggiunto un altro corpo, i kadobe, 60 per sezione, presi tra i figli dei dignitari tra il sesto e l’ottavo rango, col compito di sorvegliare le porte esterne del Palazzo.
  3. Guardie dei Gendarmi (destra e sinistra): 200 per sezione, un quinto preso tra i soggetti e il resto tra i funzionari subalterni. Scortano i grandi personaggi insieme alle Guardie del Corpo. Quando la casa di un Principe Ereditario veniva sciolta, i suoi uomini finivano di solito in questa Guardia.

La carriera militare era la sola aperta a tutti i pesci medi e piccoli, tagliati fuori dalla prestigiosa carriera civile. Per i provinciali, a parte il servizio privato presso un personaggio importante, le Guardie potevano essere il solo modo di ritagliarsi una posizione.

Come avrete potuto intuire, tutta la faccenda dei Codici non fu molto performante (ma nemmeno disastrosa, bisogna dire). C’erano diversi quacks. Il servizio militare fu per esempio una pessima idea: dopo un certo numero di fughe, diserzioni e fallimenti, si cominciò a reclutare sempre meno contadini e sempre più notabili locali, che avevano i mezzi di armarsi e addestrarsi.

L’arciere a cavallo è qualcosa che costa. Costa molto in materiale e tempo. Come in Europa, questo fu uno dei fattori che portò al costituirsi di una classe specializzata nel mestiere delle armi. Per citare Friday, cavalry were born, not made. I notabili locali avevano de facto il monopolio del nocciolo duro dell’esercito.

Arciere pesante a cavallo, XI° secolo

Nell’VIII° secolo, bastonati da una serie di carestie, gli aristocratici decisero di mantenere l’apparato di Corte e tagliare sulla difesa (originale, vero?). Tagliarono i giorni di servizio e il numero di coscritti (il gundan fu abbandonato in buona parte del Paese nel 739 e abolito nel 792, salvo in Mutsu, Dewa e Sado), cercarono di limitare pratiche del tipo “straportiamo gente dell’Est attraverso tutto il Paese per fargli sorvegliare Kyushu”. In contropartita, incoraggiarono l’arruolamento tra i cadetti o i figli dei piccoli nobili o dei notabili locali (i cavalry di cui sopra).

D’altro canto, nel corso degli anni i dignitari moltiplicarono le funzioni surnumerarie (che in Europa avevamo la decenza di chiamare per quel che erano, sine cura), facendo esplodere il bilancio. Le tasse, e soprattutto le corvées, erano troppo pesanti. I contadini fuggivano dai campi e si davano al brigantaggio, o finivano miserabili alla Capitale, o si rimettevano sotto la protezione di un privato. Perché nonostante fosse vietato possedere la terra, gli alti dignitari e le grandi istituzioni religiose (e non solo) trovarono il modo di farlo lo stesso: questi latifondi si chiamano shōen, e sono una delle cause principali della debolezza della Corte come istituzione.

Da un punto di vista militare, alla fine dell’VIII° secolo, esclusi brigantaggio e pirateria diffusi e rampanti, l’unica grossa gatta da pelare restava il Nord-Est: le province di Mutsu e Dewa, abitate dai Barbari (emishi). L’occupazione militare aveva pacificato la regione tanto quanto le colonie Israeliane la Palestina, ma al Governo ebbero un’idea geniale: deportazione. Migliaia di emishi furono sparpagliati per l’Impero, specie nella vicina regione del Bandō, che si vede non aveva abbastanza problemi. Forse ciò alleggerì un po’ la pressione sulla frontiera. Di certo diffuse il casino in una regione che già doveva giostrare tra governatori rapaci, locali bellicosi e bande di briganti.

Nel casino crescente, i governatori furono investiti di poteri militari maggiori e, parallelamente, il ruolo dei guerrieri provinciali tornò alla ribalta. I locali armati riemergevano, si organizzavano, si legavano come clienti a funzionari e alti dignitari. Questi guerrieri sono la norma nel X°, ma secondo Farris la loro esistenza è attestata già dall’VIII°.

Ormai politica, terra e esercito sono sulla via della privatizzazione. La frattura coi Codici (che in teoria restano in vigore) è così forte che Kitayama propone di distinguere l’Epoca di Nara come Stato dei Codici, e quella di Heian come Stato della Corte. E’ anche vero, come dice Farris, che ad ogni modo questi nuovi “mercenari” o queste bande private evolvono e si situano nel quadro predisposto dai Codici e l’aristocrazia civile resta comunque al potere (kind of).

Come se non bastasse, la regione della Capitale e il resto delle Province si allontanarono. Dal IX° secolo in poi, non era strano che un governatore non schiodasse il culo dal Kinai, ma spedisse i suoi bravi a fare il lavoro e, soprattutto, a raccattare willy nilly i tributi necessari. Nel IX° il Governo aveva abbandonato quasi completamente le sue responsabilità: la Corte decideva quanto una provincia doveva pagare, ed era totale responsabilità del governatore far saltar fuori i tributi o strizzarli in qualche modo.

La funzione di governatore era una patata bollente, ma anche una grande occasione di arricchirsi. Costoro potevano appropriarsi fino al 10% del tributo completo! Secondo Friday, nel IX° secolo, solo 44 governatori furono considerati come “buoni” (non nel senso che avessero fatto qualcosa di buono, nel senso che non avevano fatto nulla di particolarmente riprovevole). Vuol dire il 3% scarso della categoria. Come vedete, tutto il mondo è pese.

A partire dall’830, disordini, diserzioni e sottomissioni agli shōen divennero sempre più frequenti. Gli shōen di alti dignitari e grandi templi o santuari ne approfittarono senza ritegno. La frontiera tra il Pubblico e il Privato si assottigliò sempre di più, le funzioni diventarono sempre più de facto ereditarie e i grandi cominciarono a mantenere una vasta rete di clientele personali.

La Corte cercò di alleggerire il fardello di tasse cambiando sistema d’imposizione (non più sull’individuo, ma sulla superficie e la produttività), e incoraggiando la messa a cultura di nuovi appezzamenti ereditabili (quelli che davvero profittarono della faccenda furono alti dignitari e grandi istituzioni religiose). Ma il vero abisso coi Codici si spalancò quando lo shōen fu progressivamente esentato da tasse e, infine, dal controllo dei funzionari provinciali. Nello shōen “maturo”, il proprietario (che spesso possiede una funzione alla Corte) detiene tutti i poteri nel perimetro della sua proprietà. Questi appezzamenti erano ingrossati dalla pratica del kishin: piccoli proprietari cedevano i loro terreni ai pesci grossi in cambio di protezione e della conferma dei diritti d’uso su detta terra. Proprietà privata, piaga e flagello delle umane genti…

Ovviamente si tratta di un riassunto estremo. Questi processi non furono né lineari né omogenei nel tempo e lo spazio!
Ma per concludere, tre tipi di individui si contendevano il potere nella provincia nel IX° secolo:

  1. Notabili provinciali;
  2. Governatori e funzionari;
  3. Proprietari di shōen.

Trattandosi si classi stagne tra loro, i loro fini erano diversi, e alleanze trasversali erano possibili.

Un’altra tendenza che troviamo in quest’epoca è quella dei funzionari provinciali che, facendo leva sul prestigio della loro carica o dei loro legami alla Corte, si legavano alla gentry locale. Costoro costruiscono basi e piantano radici sul territorio con poderi privati e matrimoni. Molti di loro continuano a gravitare verso la Corte, in modo da tutelare i propri interessi nell’arena politica. Altri, lasciati fuori da una carriera dignitosa, si “provincializzano” e diventavano notabili locali. La Corte cercò di vietare questa pratica, senza successo.

Il IX° secolo fui anche un secolo notevole per l’alto numero di catastrofi climatiche, carestie ed epidemie (molte delle quali nell’Est e nel Nord-Est). Leggetevi Kitayama e Kawajiri per avere un’idea precisa. Come esempio vi basti sapere che la provincia di Oki contò 3000 morti tra il 865 e l’866. No, non è un indice normale, e non rende l’idea perché non tiene conto di quelli che sono scappati. E non finì lì. Le disgrazie continuarono col X° secolo, anche alla Capitale. Nel 914 ci fu una carestia epocale nelle Province, il tutto in un clima di siccità cronica.

Fame, diserzioni, pirateria e brigantaggio rampanti, notabili poco collaborativi, governatori disonesti, shōen: tutto questo rendeva la levata dei tributi complicata. Pertanto, dal X° secolo, la Corte decise di assegnare a ogni funzione una provincia e mollare al funzionario in questione la patata bollente di andarsi a far la spesa. Parallelamente, i funzionari provinciali erano caldamente incoraggiati a integrare dei militari professionisti nelle loro scorte, le cosiddette “bande di gagliardi” (rōtō). La scorta di un governatori nell’Est poteva contare fino a 50 uomini (senza considerare gli appoggi/clienti che poteva avere/ottenere in loco). Questo nuovo tipo di governatore dai poteri pompati e militarizzato, è chiamato “zuryō”. L’imperatore ritirato e il Reggente/Gran Cancelliere (AKA il capo del clan Fujiwara) potevano raccomandare dei loro clienti per il posto.

Questa nuova versione del governatore non piacque ai magistrati di distretto, il che poneva problema, dato che prelevare i tributi senza la buona volontà di questi ultimi poteva avverarsi un compito ingrato. E non aiutava il fatto che spesso l’interlocutore non fosse nemmeno lo zuryō, ma il suo plenipotenziario (i governatori marcavano visita così spesso che i loro uffici vennero soprannominati Uffici dell’Assenza, rusudokoro).

Per mettere una pezza ai disordini, la Corte andò a tentoni per un po’, sperimentando con nuove funzioni militari. Tipo quella di ōryōshi, preesistente ma rinnovata nel IX°. Si trattava di un uomo nominato dalla Corte, col talento e l’esperienza militare necessari a comandare un esercito, preposto a una provincia particolare e, nel IX°, pescato tra i guerrieri professionisti della nobiltà locale e avente spesso una funzione nel governo provinciale.

Nel decennio del 930 fu creata anche la funzione di tsuibushi, Inviato per Perseguire e Catturare. Era una carica ancora temporanea alla metà del X° e, a differenza dell’ōryōshi, la sua autorità non si estendeva su una sola provincia, bensì su un circuito.

Infine il sistema fu completato nel 941 con la creazione degli tsuitōshi, di solito scelti tra le famiglie militarizzate della Capitale.

Questi tre nuovi funzionari militari venivano nominati per una missione specifica. Completata, la carica di solito decadeva. Erano molto più rapidi ed efficaci di una spedizione ufficiale.

C’era difatti un’ennesima pastoia all’applicazione rapida della giustizia: l’iter di determinazione di una pena. Un crimine minore, castigabile con pene corporali, era affare del magistrato di distretto. Le pene più gravi, punite con lavori forzati, erano competenza del governatore. I crimini ancora più gravi (ribellione, omicidio, furto a mano armata, ecc.), dovevano essere portati davanti al Consiglio di Stato, l’unico in grado ad autorizzare una punizione (o l’impiego di forza per risolvere una situazione).

In caso di ribellione poteva non esserci tempo di una delibera ufficiale del Consiglio, che elaborò quindi dei Decreti di Persecuzione e Cattura, documenti per cui bastava un semplice rapporto e che davano 6 poteri:

  1. Mobilizzare delle truppe;
  2. Esercitare potere su dette truppe (punire disobbedienza e diserzione);
  3. Licenza di usare qualsiasi forza necessaria (ergo licenza di uccidere);
  4. Poter ignorare le immunità di certi gruppi privilegiati;
  5. Potersi rifornire sul territorio;
  6. Poter ricompensare gli uomini aventi preso parte alla spedizione.

Il Decreto era spesso concesso a un ufficiale provinciale o un funzionario detentore di cariche militari come quella di ōryōshi. Come si può intuire dal sesto punto, i combattenti non erano solo leve dello stato, ma anche professionisti legati al capo-spedizione da patti/vincoli personali. In altre parole, il X° secolo vede operare in parallelo l’esercito ufficiale, levato via l’iter prima descritto, e bande private.

Questi gruppi somigliano moltissimo a quelli in azione durante la Guerra de Genpei. Si tratta di arcieri pesanti a cavallo, ognuno accompagnato da uno o due uomini a piedi armati di spade, lance o archi. Nonostante quanto sancito dai Codici, la tattica giapponese mischiò fanti e cavalieri con grande entusiasmo almeno fino alla metà del XV° secolo. Nonostante bande armate esistano per certo dall’VIII° secolo, è nel X° secolo che vediamo finalmente bande private ottenere di fatto la benedizione imperiale. Pur con il mantenimento dei Codici, la Corte legittimò i piccoli eserciti privati e il loro impiego.

In un prossimo articolo (magari più corto) parlerò più in dettaglio della banda del X° secolo, in particolare del modo di combattere dei guerrieri del Bandō. Rallegratevi!

MUSICA!

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Bibliografia

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FRIDAY Karl, Hired swords, Stanford University press, Stanford, 1992, p.265

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HERAIL, Francine, Aide-mémoire pour servir à l’étude de l’Histoire du Japon des origine à 1854, luogo e anno di pubblicazione sconosciuti.

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KURE Mitsuo e KRUIT Ghislaine, The samurai recreated in Colour Photographs, The Crowood Press, 2006, p.96