Genpei 1.1: Yoritomo

Bentornati in questa landa di sconforto e recriminazioni. Si torna a parlare di storia giapponese e di pestaggi medievali. Cheers.

La mia vita in questi ultimi giorni

Per chi si fosse perso le puntate precedenti… si vada a leggere gli articoli (qui, qui, qui).

Riassumendo, la Corte è controllata in questo stadio da Taira no Kiyomori, un guerriero, il primo militare a prendere il potere in secoli. L’ascesa era stata lunga e sanguinosa, e per quanto il clan Taira potesse vantare ricchezza, alleanze e potere, la loro autorità non è accettata da tutti.

In particolare non era accettata dalla nobiltà civile, scalzata dalla punta della piramide. A nessuno piace ruzzolar giù lungo il cateto, specie se da tre secoli la gente ti mantiene per comporre poesie, scrivere romanzi e scopare a destra e a sinistra.

Oh, e mantenere l’equilibrio divino tra Cielo e Terra o qualcosa del genere, anche.

Il Principe Mochihito è uno degli scontenti, tanto da decidere di scrivere un bel proclama contro la dittatura Taira, sostenuto in questo da un loro ex-alleato, Minamoto no Yorimasa.

Pessima idea.

Kiyomori avav schiacciato la ridicola rivolta in meno di niente. A scanso di rischi, aveva impacchettato il Primo Imperatore Ritirato Goshirakawa e il Nuovo Imperatore Ritirato (o, a dire invero, l’Imperatore Abdicato) Takakura e li aveva allucchettati accolti come onorati ospiti nella sua piazzaforte di Fukuhara.

Quanto all’Imperatore in carica, si tratta di Antoku, l’Imperatore bambino, figlio di Takakura e di una delle ragazze Taira. In altre parole, Kiyomori non solo tiene in pugno le cariche più alte dello Stato, ma è il nonno del Figlio del Cielo.

La fregatura però era nell’aria. Orribili presagi si susseguono. Nello Heike monogatari si racconta:

Un bel mattino, allora che il Religioso Ministro [Kiyomori] aveva lasciato la sua alcova, aperto la porta e gettato uno sguardo nel giardino, lo aveva trovato pieno di teste di morto. che cozzavano e urtavano l’una contro l’altra, quelle che erano sui bordi rotolavano verso il centro e facevano, picchiando tra loro, un fracasso formidabile. Allora il Religioso Ministro chiamò:

“C’è nessuno?  C’è nessuno?”

Ma nessuno venne. La moltitudine di crani si agglomerò in un solo blocco che occupava l’intero giardino, come una montagna di 14 o 15 tese d’altezza. E su questa testa enorme mille e diecimila occhi si schiusero come occhi di uomini vivi che fissavano il Religioso Ministro senza sbattere le palpebre.

E’ ovviamente un artificio letterario, ma come l’incubo di un paranoico non è male, no?

Ad ogni modo, i Taira hanno la Capitale in tasca. Tutto molto bello, non fosse per un piccolo dettaglio: nella sua ascesa al potere Kiyomori ha fatto tre piccoli sbagli sbagli. Questi sbagli hanno dei nomi: Yoshitsune, Noriyori e Yoritomo.

Nella sua ascesa, Kiyomori aveva avuto cura di sterminare i suoi nemici sconfitti (con particolare riguardo per il ramo principale dei Minamoto), ma non aveva finito il lavoro.

Pessima idea. Mai risparmiare i bambini.

Yoritomo aveva dodici o tredici anni quando suo padre e i suoi fratelli erano stati uccisi, Yoshitsune succhiava ancora le tette di sua madre.

Privato del proprio rango, dei propri beni e del proprio futuro, Yoritomo era stato impacchettato e spedito nella provincia di Izu, nell’Est, sotto la responsabilità di tale Hōjō Tokimasa.

Gli Hōjō sono un ramo del clan Taira. Non deve sorprendere il fatto che ci fossero stati dei matrimoni tra loro e i Minamoto: ricordo che questi sono praticamente tutti parenti tra di loro alla vicina o alla lontana (è il bello delle guerre civili, stai sempre tradendo il sacro legame che hai con qualcuno, quale che sia il campo che scegli).

Si tratta una famiglia di mezza tacca, rannicchiata nella provincia di Izu, con un’influenza molo relativa. Raccattano qualche briciola all’ombra delle altre famiglione guerriere del Bandō, gente importante come i Miura o i Chiba.

Il Giappone. Izu è la seconda penisola meridionale a partire da destra.

Tokimasa non è nemmeno il capo ufficiale degli Hōjō! Il suo soprannome, Shirō, fa supporre che fosse il quarto figlio. Ergo un cadetto di una famiglia di mezza tacca condannata alla mediocrità.

E poi arriva Yoritomo. E’ l’erede del ramo principale dei Minamoto, il fiore dell’aristocrazia guerriera, discendenti da nientemento che l’Imperatore Seiwa (o così pare, ma della diatriba sull’ascendenza dei Seiwa-Genji parleremo un’altra volta!). Tutto quello che gli resta è il prestigio, e il prestigio è tutto quello di cui Tokimasa ha bisogno, almeno all’inizio.

Tokimasa ha una figlia, Masako. La bambina ha dieci anni meno di Yoritomo, ma tanto il ragazzo può aspettare. Dopotutto non ha molte altre opzioni se non tenere profilo basso e aspettare che i Taira si dimentichino di lui. Yoritomo cresce, Masako cresce, si sposano.

Masako è una delle donne più notevoli che il Giappone abbia annoverato e da sola potrebbe rappresentare l’incarnazione stessa del guerriero: nessuna pietà per se stessa o per il prossimo, nessuna esitazione, nessuna crudeltà superflua, e una purezza d’intenti da far sanguinare un Impero.

Gli anni passano, Yoritomo si adatta a Izu. A vegliare su di lui, Tokimasa e Hiki no Ama, la sua balia. Questa donna non appare praticamente mai di persona intenta a fare qualcosa, ma i suoi ventordicimila parenti saranno molto attivi nella protezione di Yoritomo. Mentre leggevo il saggio di Uesugi, Hiki no Ama mi appariva meno come una donna e più come una specie di sciame composito di uomini pronti a intervenire non appena il suo pupillo era in pericolo. Vero che le balie hanno giocato un ruolo molto importante nella storia politica giapponese (come le madri), ma Hiki no Ama è speciale.

Anche con l’aiuto di Madama Ama e di Tokimasa, Yoritomo non può comunque far molto a parte allargare la sua rete di conoscenze e possibili alleati. Dopotutto è il figlio di un traditore, deve essere grato a Kiyomori per avere ancora una testa sul collo, non può vendicarsi. Nel 1180 Yoritomo ha la trentina, una moglie capace, una cerchia di fedeli, sostenitori affidabili e pieni di risorse, ma gli manca la cosa decisiva indispensabile alla rivalsa. Yoritomo non ha legittimità.

La legittimità è una faccenda seria, e lo era in particolar modo in Giappone. Come ogni fenomeno sociale, la guerra ha una forte dimensione psicologica. Per vincere, bisogna combattere una guerra giusta.

Ma cosa significa “guerra giusta”?

C’è chi ci si è alambiccato per secoli, tipo i cristiani, che a ogni botta dovevano trovare complicati cavilli per conciliare “spacca il culo a chi ti intralcia” con “porgi l’altra guancia”. In Cina la faccenda era più semplice: chi ha il favore del Cielo vincerà, se ti va bene vuol dire che il Cielo è dalla tua. In altre parole, per i cinesi “chi vince ha ragione”.

Per i giapponesi la sola guerra giusta era la guerra legale, ovvero quella ordinata dall’Imperatore. In altre parole, il più forte ha ragione fino al punto in cui non fa incazzare troppo gli aristocratici. Col passare dei secoli e la crescente distanza tra la Capitale e la Provincia, questo si ridusse a cose molto pragmatiche: finché i convogli di tasse arrivavano e che i guerrieri non bruciavano troppi campi in rappresaglia, la Corte era molto tollerante. Come dice Friday, la reazione più comune alla notizia “OSSANTIDEI C’E’ UNA FAIDA DA 2342354 MORTI” era “boys will be boys“.

Far imbizzarrire a cattivo la Corte era rischioso: se venivi dichiarato ufficialmente un “ribelle” (qualcuno che ha commesso “tradimento verso lo Stato”, muhon), ogni tutela legale o sociale nei confronti tuoi e dei tuoi uomini svaniva. Non solo chiunque aveva diritto di saltarti alla gola, ma ne aveva il dovere.

Questo potere, che la Corte usava con cautela, si chiama detenere la legittimità. Come faceva una classe di gente tanto erudita quanto inutile a possedere una leva del genere? Gli storici non hanno ancora trovato una spiegazione soddisfacente. Nel mondo normale avrebbero dovuto sfasciarsi in dodici ore, in Giappone sono durati secoli.

La mia personale interpretazione è che i guerrieri avevano bisogno di una scusa per non scatenare una guerra civile senza fine. Nessuno aveva il fiato di vincere, ma tutti avrebbero dovuto combattere. Era un meccanismo di sopravvivenza accettare una chiave di volta.

In più, gli alti dignitari e la Casa Imperiale detenevano un’aura sacrale non indifferente. Un Imperatore poteva essere strapazzato, preso ostaggio, costretto ad abdicare o esiliato, ma non si ammazza un imperatore in carica. Non si può!

Sarà Masako a sferrare il fendente definitivo alla santità dei cortigiani, ma non siamo ancora a quel punto, e tutto sommato è un’altra storia.

Nella sua base in Izu, Yoritomo riceve la lettera di un Principe Imperiale il quarto mese del quarto anno dell’era Jishō (1180).

Dopo anni passati a “Cucire, ricamar, far la calzetta” (cit. oh dai, davvero non ci sono melomani in sala? Suvvia, gente!), dicevo, dopo anni si apre finalmente una possibilità: un Principe Imperiale gli ha appena mandato la tanto agognata legittimità, nero su bianco.

Con quella in mano, Yoritomo può azionare le sue leve politiche. Dopotutto i Minamoto avevano un sacco di tentacoli nella zona: Tametomo, zio di Yoritomo, era stato spedito in Izu in esilio (avendo cura di slogargli ambo le spalle prima. Ouch). In Sagami si trovavano altri due partigiani di Yoritomo, uno dei quali figlio di un Miura. Il tutto senza contare la famiglia acquisita di Madama Ama in Musashi.

Nel 1180 Yoritomo si trova preso tra due fuochi: un un lato la prudenza (il potere Minamoto è ridotto a un’ombra di quel che era), dall’altro l’azione. La scelta non è facile. Tra gli uomini che più lo pressano per scatenare una guerra c’è un frate: Mongaku.

Mongaku, perfettamente catturato dall’arte di Toyohara Kunichika

Mongaku era stato da giovane un guerriero della famigli Watanabe di Settsu. Si era rasato la capoccia quando aveva capito che uccidere con la spada è da fighette: uccidere con lo sfrangiamento di testicoli è molto più hard-core. Si era prontamente messo a stalkerare l’Imperatore Ritirato Goshirakawa e a macinargli le gonadi per fargli ricostruire il tempio di Jingo. Esasperato, Goshirakawa lo aveva esiliato in Izu, sperando di esserselo tolto dai piedi per sempre. Aha.

Non avendo più il vecchio Goshirakawa sottomano, Mongaku aveva raccattato un teschio ed era andato dritto da Yoritomo. Vent’anni prima, quando il giovane Minamoto non aveva ancora ammazzato nessuno e Mongaku aveva ancora i capelli, i due avevano lavorato per la stessa dama, quindi è probabile che si conoscessero. Secondo me no, altrimenti Yoritomo non avrebbe mai aperto l’uscio a questo conclamato rompiscatole.

-Questo è il teschio di tuo padre!- bercia Mongaku, che fosse la verità o meno era del tutto ininfluente -E’ invendicato per colpa tua! Che uomo sei? Non hai le palle? Dove le hai? Posso macinartele?

Yoritomo lo avrebbe fatto esiliare, ma sculo per lui, erano già in Izu tutti e due.

Dopo ore e ore di sminuzzamento, pressioni, ricatti morali e prosaico calcolo delle probabilità, Yoritomo decide: cari signori, si torna in guerra! Hooray!

Ma si sa che il timing è importante. Ricordiamo che a questo punto a Izu ancora non si avevano notizie precise su che fine avesse fatto Mochihito. Yoritomo inizia a raccattare tutti i suoi minions of Hell, quando l’ennesimo parente di Madama Ama, una talpa che lavorava al Governo, arriva di corsa dalla Capitale con le sottane in mano.

-E’ successo un casino, il Principe è stato dichiarato Traditore, e con lui tutti i suoi alleati. Raccatta tutto e scappa, i Taira vogliono appizzare teste su picche!

-Anche la mia di teste? Non ho ancora fatto niente!

Non sarebbe la prima volta che qualcuno finisce scapitozzato perché “meglio prevenire che curare”, ma per fortuna di Yori questa volta si tratta di allarmismo. E’ vero che gli Heike hanno un set di bellissime lance che non aspettano altro che delle capocce fresche, ma una volta tanto i nemici non ce l’hanno con lui. Per sua fortuna, lui e la sua banda di merry good fellows contano ancora quanto il due di coppe quando regna bastoni. Il pezzo grosso del clan Minamoto non è lui, ma un tale di nome Aritsuna, la cui grande colpa era quella di essere nipote di Yorimasa (primo alleato e collaboratore del Principe ribelle). E’ lui che si trova costretto a scappare a gambe levate, mentre a Yoritomo resta abbastanza spazio di manovra.

Fonte immagine

Il 24 del sesto mese del 1180, Yoritomo si decide: ha 33 anni, è ora di farsi una carriera, e quale inizio migliore che un bagno di sangue!

Tre giorni dopo, Miura Yoshizumi e Chiba Taneyori sono di ritorno nel Bandō dopo aver prestato servizio alla Capitale. Yoritomo gli propone di unirsi alla compagnia, sempre che non abbiano nulla di meglio da fare.

-Niente di particolare a dire il vero.- ammette Taneyori.

-Ci stavamo giusto chiedendo cosa fare per ammazzare il tempo durante le ferie.

Gli alleati arrivano alla spicciolata. Alcuni sono uomini dei Taira, in caccia di qualcosa di meglio dalla vita o di una rivalsa contro dei superiori arroganti. Altri sono esiliati o piccoli funzionari caduti in disgrazia come Yoritomo. Altri, dopo aver servito i Taira obtorto collo, sono tornati a onorare i patti molto più antichi che li legano ai Minamoto.

Il primo miniboss che Yoritomo si trova ad affrontare si chiama Yamaki Kanetaka. E’ un vassallo dei Taira ed è sostituto-governatore in Izu (il vero governatore, come di costume, non aveva voluto muovere il culo dalla Capitale). Kanetaka è un uomo potente, ha prestigio, ed ha alleati pericolosi, come tale Tōtōmi Nobutō.

E’ l’ottavo mese, l’inizio dell’autunno, i funzionari provinciali e i loro uomini celebrano il raccolto e rendono grazie. Anche la gente di Kanetaka festeggerà. Preghiere al santuario provinciale, e poi bevute, danze, gioco d’azzardo, nella migliore delle tradizioni! E’ il momento ideale per attaccare.

-Dovremmo inaugurare tutto il 19.- propone qualcuno -Porta fortuna, il 19.

-La festa è il 17.- osserva Yoritomo.

-Il 17 porta sfiga.

-Ci muoveremo il 17.

-Poi non dire che non te l’avevo detto.

Il 17, Tokimasa, suo figlio e una quarantina di energumeni sbarcano a casa di Kanetaka con un bel cesto regalo pieno di legnate nei denti.

Nel frattempo i Sasaki, alleati di Yoritomo, arrivano a casa di Tōtōmi Nobutō per fare di quella festa la più indimenticabile (e ultima) della sua vita.

Yoritomo ha deciso infatti di attaccare le due chele del granchio: sia Nobutō che Kanetaka sono sorpresi con le braghe in mano.

I pochi uomini di Kanetaka incassano l’attacco e tengono duro, menano come fabbri, strappano teste, sfilettano membra. Da qualche parte qualcosa inizia a bruciare. Nel fumo e nel sangue, il suolo sussulta all’arrivo di altri cavalli. Uno sprazzo di speranza illumina la gente di Kanetaka. Deve essere Nobutō alla riscossa!

Sono i Sasaki: Nobutō è morto, la sua casa brucia. I valorosi vassalli di Kanetaka vengono spicinati dal numero, il loro capo finisce freddato e la sua testa viene portata da Yoritomo.

-Magnifico!- esulta lui -Chi è l’imbecille che ha detto che il 17 portava sfiga?

-Io resto della mia opinione…- mormora qualcuno.

Due giorni dopo Yori spedisce la sua adorata Masako al sicuro, e si sposta nella provincia di Sagami. Le bande che hanno risposto al suo appello vengono da Izu, Sagami e Suruga. Ci si aggiunge una pletora di monaci, letterati e altra gente. Questo è il nocciolo su cui sarà costruito il regime di Kamakura.

In Sagami si trovano degli alleati di prima importanza per Yoritomo: i Miura.

I Miura sono una famiglia dei Kanmu-Taira, stabiliti su quello che oggi è il dipartimento di Kanagawa e che allora era il distretto di Miura nella provincia di Sagami. Nonostante la parentela, durante la guerra di Gosannen (1083-1087) avevano servito il capo Minamoto no Yoshiie, e da allora avevano mantenuto una relazione di vassallaggio col clan.

I Miura sono in competizione con un’altra famiglia, gli Ōba, e gli Ōba tengono per i Taira.

Yoritomo è l’occasione sognata per regolare un po’ di conti e il 22 e 23 Miura Yoshizumi è già al lavoro con sui nipote e la sua banda, intento a bruciare la base di Ōba Kagechika, di là dal fiume Sakawa (oggi Maruko), in Sagami.

Mentre il massacro si scatena però, la pioggia aumenta, il fiume gonfia, e Yoshizumi si trova tagliato via da Yoritomo.

Sulle pendici del monte Ishibashi, Yori contempla con ragionevole orrore la valanga d’acqua e fango che trancia in due il territorio. Alle sue spalle qualcuno bofonchia:

-Lo sapevo che a cominciar di 17 ci tiravamo lo sculo.

-Capo!- un piantone arriva trafelato -C’è della gente alla porta!

-Chi può essere a quest’ora?

-Dice di chiamarsi Ōba Kagechika.- risponde il piantone -Farnetica qualcosa sul rifarsi un tetto con la tua pelle.

Yoritomo sbianca.

-Oh merda.

-Capo, c’è della gente alla porta del retro!- fa un secondo piantone.

-E questi chi sono?

-Dice di essere Itō Sukechika di Izu, che lo conosci. Sai chi è?

Yoritomo lo conosce bene.

Sukechika è un vassallo Taira. Un bel giorno era tornato dal suo servizio alla Capitale per trovare sua figlia con un bimbetto in braccio e la frase “posso spiegare” in bocca. Il bambino era di Yoritomo. Ora, gli aristocratici non facevano nessuna attenzione alla filiazione partilineare: il marito riconosceva i pargoli, che fossero biologicamente suoi o meno era ininfluente. I guerrieri erano un altro paio di maniche. Per i guerrieri il sangue è sangue.

I Taira non avevano preso bene questo lieto evento. Per calmare i suoi capi, Sukechika aveva dovuto sposare la figlia al primo fesso che passava e sgozzare il marmocchio. Da allora aveva fatto incidere “Yoritomo” su tutte le punte delle sue frecce.

La banda di Itō annovera almeno 300 cavalieri secondo Uesugi, di cui una dozzina almeno di guerrieri affermati. In più, può contare su numerosi rinforzi, avendo Itō autorità sui vassalli Taira di Sagami. Dall’altro lato, anche Ōba Kagechika ha 300 cavalieri.

Quanto a Yoritomo, l’intera sua banda conta si e no 300 uomini secondo Uesugi. Ci sarebbero i 500 dei Miura, che però sono incastrati a bestemmiare dall’altra parte del fiume.

-Uno comincia di 17.- borbotta qualcuno -E poi si sorprende…

-E’ tardi per pentirsi.

Il pestaggio che segue è sanguinoso e crudele. Gli uomini di Yoritomo combattono con ardore, ma gli altri sono troppi. I vassalli Minamoto finiscono in carne di salsicce. Con una sortita disperata, Yoritono e alcuni dei suoi riescono a sfondare e fuggire, con Itō alle calcagna che gli mangia la groppa.

Il 24, per puro miracolo, Yoritomo riesce a seminare il mancato suocero e riparare sul monte Sugi (a sud di Ishibashi) con una cinquantina di compagni.

Nel frattempo i Miura hanno fiutato la puzza di paiolo e stanno ripiegando. Un vassallo Taira cerca di mettersi di traverso nella baia di Kamakura Yuhi. Il 24, mentre Yoritomo è ancora accaldato dall’epico fugone, i Miura smontano l’incauto nemico a suon di mazzate e rientrano alla base a coda ritta. Dopotutto parliamo dei guerrieri del 1180, perdere fa schifo ma l’importante stringi stringi è fare il più danni possibile.

Yoritomo e Masako

Come inizio della grande rivolta del Bandou non promette molto, ma Roma non è stata fatta in un giorno e la Rivoluzione può prendere del tempo. Che gli piaccia o no, Yoritomo non può più tornare indietro: ha attaccato dei funzionari provinciali, ma ammazzato il governatore di Izu. I Taira sanno ormai che è in grado di far danni, non lo lasceranno mai in pace.

Yoritomo è preparato. Non sarà un granché come picchiaduro, ma è un buon politico, e sa che chi non rischia nulla non vince nulla. Ha perso una battaglia, ma ancora la propria vita e il proprio stato maggiore. Con la protezione di Hachiman, può ancora rifarsi.

Nella prossima puntata, uno dei fatti di guerra più ridicoli della Storia: la “battaglia” del fiume Fuji.

E’ tutto per oggi.

MUSICA!

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Puntate precedenti:

Genpei 0.1

Genpei 0.2

Genpei 1.0

BIBLIOGRAFIA

FARRIS William Wayne, Heavenly warriors, Harvard University Press, 1995, Cambridge

HERAIL Francine, Histoire du Japon, POF, Paris, 1986

SIEFFERT René, Le dit des Heiké, POF, Paris, 1993

UESUGI Kazuhiko, Genpei no sōran, Yoshikawa Kōbunkan, 2007, Tōkyō

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10 thoughts on “Genpei 1.1: Yoritomo

  1. Mi sovvengono due domande:
    a) ma tutti venivano mandati in esilio in Izu?
    Quanto doveva far schifo sto Izu?

    b) ma abortire il marmocchio pareva brutto?

    Cmq la cartina aiuta, solo ora mi rendo conto che quella di Shogun Total War ha dunque un suo senso…

    • a) Avevano posti peggiori dove smaltire i nemici, Izu era un po’ una via di mezzo, per chi era troppo popolare o ben nato da sbatterlo in un’isoletta vulcanica di licheni e fame. Certo, ficcare Yoritomo nel Bando è stata una pessima idea, ma anche lasciarlo vivo non scherza come decisione infelice.

      b) Dici il bimbo della ganza di Yoritomo? Poesse che lo volesse tenere e che sperasse di poterlo proteggere. Sai, la storia de “è figlio dell’uomo che amo” ecc. Peraltro abortire non è che fosse facilissimo in generale. Ad ogni modo di lei abbiamo notizie solo in alcune fonti e di sfuggita, non abbiamo nessuna testimonianza diretta.

      Non ho giocato a Shogun Total War, ma voglio sperare che rispettino almeno la cartina XD

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