Carpe vinum, storie di sopravvivenza accademica

E’ giugno, fa caldissimo, io sono in Italia a lavorare.

Nella fattispecie devo riorganizzare e ripulire una casa, mentre gli Augusti Genitori e Fratellino sono seppelliti da scadenze amministrative.

La casa non è stata pulita da 30 anni. Quando tocco le tende del salotto queste si disintegrano in un mucchio di plastica depolimerizzata e polvere. Gli scaffali con le tovaglie sono disseminati di merda di topo. In dispensa trovo dei cadaveri di ratti morti avvelenati, coperti di vermi morti avvelenati che hanno mangiato del ratto morto avvelenato e poi sono stati mangiati da dei vermi che sono morti avvelenati perché hanno mangiato gli altri vermi morti avvelenati che al mercato mio padre comprò.

Di giorno sbadilo ciarpame e preparo da mangiare per quattro, la sera lavoro sulla mia tesi.

Nell’insieme, pinzillacchere rispetto all’estate 2015.

A metà mese mi arriva una mail. E’ di una professoressa dell’Università di Paris Diderot. Sta organizzando un Convegno della Madonna sullo Heike monogatari, una roba piena di nomi da lasciarti col culo in terra. Il Convegno sarà a ottobre. La mia direttrice di ricerca (santa martire) le ha tanto parlato della mia vasta conoscenza di armi e armature (wat…) e l’organizzatrice vuole sapere se mi va di intervenire al Convegno Strafigo.

Clicko “rispondere”.

“Gentile Professoressa Tal dei Tali, sono molto onorata dalla richiesta, ma non posso partecipare in quanto sono una persona stupida e mediocre la cui ridicola conoscenza della Storia le permette a stento di mandare avanti un blog sfigato. Cordiali saluti.”

Cancello il messaggio. Riscrivo.

“Gentile professoressa Tal dei Tali, sono molto onorata dalla richiesta. Sarà un immenso piacere partecipare al Convegno. Cordiali saluti.”

Invio. Mi servo un quarto di whisky per soffocare la crisi di panico.

Non so se capiti ad altri ricercatori. In questo genere di occasioni il mio cervello elabora due conclusioni concomitanti:

-Parli malissimo giapponese, non sei davvero specialista del periodo e fai schifo come ricercatrice in generale.

Yo, bitch, hai comunque studiato la Guerra di Genpei! Non sarà proprio il tuo periodo d’elezione, ma hai tempo fino a ottobre, ‘a voglia te!

Il ritmo cambia. Di giorno lavoro e cucino,di sera preparo il convegno, di notte porto avanti la tesi.

Qualche disgraziato prova a dire che non devo affannarmi tanto, che ho tempo fino ad ottobre e posso prendermela comoda.

La sua testa è ancora infilzata su un palo del giardino.

Luglio

Il lavoro in Italia è concluso, sicché ora posso concentrarmi solo su tesi e conferenza.

Ho la problematica, ho un’idea di ciò che voglio, ho quasi finito di sciropparmi la bibliografia. Voglio finire tutto il più in anticipo possibile per avere il tempo di correggere e perfezionare, perché tutto deve essere perfetto. C’è qualcosa di filosoficamente sbagliato in un prodotto non perfetto.

La versione di riferimento per lo studio dello Heike monogatari è quella detta Engyōbon. Devo averla in bibliografia. La cerco. Il Collège de France ce l’ha, ma la biblioteca è chiusa per lavori e proprio quel testo è in uno scatolone da qualche parte. Guarda te le botte di culo.

La trovo in Inghilterra. Scrivo a Cambridge per sapere se possono farmi un prestito universitario. Mi rispondono subito.

“Cara signorina Tizia Caia, ma certo che possiamo spedirle i volumi, anche subito, no worries!”

Yay!

“Ci serve solo una richiesta ufficiale della segreteria della facoltà a cui è iscritta.”

Oh.

Ho pagato l’iscrizione, sono al terzo anno di dottorato con bacio accademico e pacca sul culo, ma ancora non ho notizie dalla segreteria. L’iscrizione deve essere finalizzata per il prestito.

Telefono.

Le segretarie sono in vacanza.

Agosto

Mancano poche settimane ormai, e io non ho il testo originale di riferimento in bibliografia. Scrivo email alla segreteria. Niente. Telefono. Niente.

All’ennesimo tentativo mi risponde una voce stanca da cui tutta la gioia di vivere è stata estirpata con pinzette da unghie e cauterio. Deve essere la segretaria.

-Salve, sono Tizia Caia che ha fatto l’iscrizione il mese scorso. Volevo sapere se era tutto in ordine e se andava tutto bene.

-Niente è in ordine e la vita fa schifo.

-Oh.

-Ci hanno installato un nuovo programma per registrare le iscrizioni. Ora non riesco nemmeno ad accedere a gmail e il computer sta vomitando poltiglia verde dai buchi di ventilazione.

-Ok.

-Qualcuno ha usato il cavo della mia tastiera per impiccarsi. Non posso più scrivere.

-Er… per quando pensate che sarà finalizzata la mia iscrizione?

-Non so, le passo la mia collega Mirri Maz Duur, glielo saprà dire lei.

Si, vabé, ho capito, niente Engyōbon.

Intanto mi arriva il programma per ottobre. Sono tutti professoroni luminari geni del settore con ventordici pubblicazioni all’attivo.

Io non sono nemmeno diplomata e finora ho pubblicato solo articoli zeppi di toscanismi e profanità gratuite, Dio Prete!

Plus, non so davvero come si interviene a un Convegno. Ne ho visti parecchi, ma essendo lungimirante come un lemming sul ciglio di una scogliera non ho mai posto mente locale al modo in cui le informazioni sono condensate, presentate e selezionate. Per citare il comandante Sherman, per me un convegno è come lo spogliarello: non indago come lo fanno ma mi godo il risultato.

Comincio a rendermi conto per benino a che punto sono impreparata. Comincio a rendermi conto che il mio lavoro non sarà perfetto perché non può esserlo. E’ impossibile.

Per fortuna c’è sempre il whisky.

Settembre

E’ difficile concentrarsi. Sarà la fatica, o sarà il senso di Armageddon incombente. Passo il mio tempo a disegnare mappe, scrivere il mio intervento, migliorare la mia bibliografia, che resta comunque incompleta.

Mio padre mi manda un articolo sulla salute mentale degli universitari. Tra i dottorandi, uno su tre soffre di depressione cronica. Ma dai!

La triste verità è che ho sbagliato ad accanirmi sugli studi. Sarebbe stato molto più salubre diventare spogliarellista: paga migliore, più attività fisica, niente gobba leopardiana…

Ottobre.

Il giorno del convegno si avvicina. Cerco di rilassarmi. Ho fatto il meglio che potevo fare, non sarà una roba da strapparsi le mutande dall’entusiasmo ma la mia direttrice dice che è ok. Devo solo sedermi, tirare il fiato e profittare dell’occasione. Magari non sarà tremendo come penso.

Cominciano ad arrivare mail di conoscenti.

“Oh, ma parli al Super Convegno? Figata!”
Non ho detto a nessuno di questo convegno, come hanno fatto a saperlo?

“Ovvìa ciccia, come sarebbe “come”? E’ un convegno super-importante, sta arrivando gente da mezzo mondo per assistervi!”
Voglio morire.

Mi scrive anche Amico di Gioventù. Amico di Gioventù parla giapponese molto meglio di me, è un accademico straordinario, insegna già pur essendo più giovane, è stato in Giappone non so quante volte, suona il pianoforte come Dinu Lipatti, pratica tre o quattro arti marziali… Insomma, è il tizio con cui chiacchiero quando voglio ispirazione o quando voglio sentirmi una scimmia appena cascata dall’albero.

“Ah, ho visto che parli al Superconvegno,.- Mi scirve -Ma è una cosa straordinaria bellissima supersonica, devi essere davvero un genio, come hai fatto a farti prendere?”

Il giorno del convegno mi alzo alle 5 di mattina dopo aver dormito 30 minuti interi.

Mi preparo, mi vesto. Di solito il mio stile di abbigliamento spazia da “Carrista sovietico” a “Profugo siriano”.

Per questo convegno ho chiesto una consulenza fashion a un’amica accademica. Roba tipo outfit montage dei film anni ’80, solo con più alcol e lei che urla insulti in fiorentino.

Ho tutto: il vestito, la maglia, ho anche comprato dei collant nuovi nuovi.

Mentre mi travesto da Congressista, il gatto (long story…) entra in bagno. Vede le mie gambe inguainate in nuovissima fibra acrilica.

“Oh, che belle calze, sono per me? Come “no”? Tutto è per me!”

Mi artiglia una coscia.

Rrrrrrip

Butto via i collant. In fondo a un cassetto trovo delle autoreggenti col pizzo. Stanno nel cassetto da una decina d’anni ormai, ci sta che smettano di autoreggersi in mezzo alla strada. Per sicurezza metto un rotolo di scotch biadesivo nella borsa. Era davvero meglio diventare spogliarellista. Invece no, devo travestirmi da pornoprofessoressa a gratis. Alé!

Arrivo in anticipo. Paris Diderot è in una ex-fabbrica. L’istituto ha una allure deliziosamente dickensiana, ed è un labirinto terrificante. Se un disgraziato imbocca la scala sbagliata, rischia di ritrovarsi in un disegno di Escher. Una volta mi sono persa, ho chiesto informazioni e mi hanno spiegato qualcosa del tipo “questo non è il terzo piano, è il quarto piano, il terzo piano è al piano di sopra, a meno che tu non prenda la scala laggiù, perché allora il terzo piano è un lama con un rastrello”.

All’invito al convegno hanno allegato una mappa. “Dieci passi lungo il corridoio, poi volta in direzione est-sud-est per 245 cm, al ricercatore morto di inedia svolta a destra e rispondi all’indovinello del Troll…”

Pare che le matricole leghino un capo di filo alla fontanella in cortile prima di aventurarsi nell’istituto con un gomitolo

Subito prima che il convegno inizi, incontro uno dei miei vecchi professori. Si congratula per il badge che porto sul petto.

-In che lingua sarà il suo intervento?

Fiuto il trappolone, ma non posso evitarlo.

-Hum… Inglese.

I suoi occhi luccicano di patrio e gallico furore.

-Ah.- Di botto fa diaccio nella stanza. -E come mai non in francese?

-Er… perché tutti i partecipanti capiscono l’inglese e solo i francesi capiscono il francese.

Mentre spiego mi rendo conto della falla del mio ragionamento. Per certi versi professori invitati capiranno quello che sto dicendo. D’altra parte occristo i professori invitati capiranno quello che sto dicendo.

Intanto il mio professore è occupato a deprecare il fatto che, Giuda infame, i francofoni fanno conferenze nella lingua della Perfida Albione.

A chiosa, il tizio è quello che mi diede come voto “un po’ meno di awesome” in master. La cosa mi abbassò leggermente la media e persi la menzione massima perché hey, ti manca quello 0,2 che fa tutta la differenza!

Sì, il sistema francese è molto diverso da quello italiano. E’ un incubo e ritengo che sia in buona parte responsabile del volume di alcol che ormai necessito per funzionare.

La giornata si svolge bene. Gli invitati sono tutta gente notevole, pilastri della ricerca. Io invece mi sento come un pandino al raduno dei T-34.

Il pubblico non è nutritissimo, ma è vero che viene da mezzo mondo. Ci sono italiani, tedeschi, giapponesi… A tratti mi chiedo perché una cosa come lo Heike monogatari attiri così pochi giovani o spettatori. Voglio dire, boiacane, è una roba spettacolare! Accozza scene di combattimento tamarre stile Terminator VS Robocop, con momenti di atroce realismo e tragedia. Com’è possibile che ci siano solo specialisti a sentire?

Quando sarò professoressa troverò il modo di rendere la faccenda più fruibile. Dei pestaggi di intermezzo, magari.

E poi niente, è il mio turno.

Sono l’ultima della giornata. Sono sveglia da 48 ore e non ho mangiato un cazzo di niente perché bon, quando sono terrorizzata non ho molto appetito. Arrivo col mio Powerpoint.

“Salve, sono Tizia Caia e sono una cazzo di matricola.”

Alla fine è andata OK. I professori sono stati molto gentili e mi hanno congratulata con un pat-pat sulla testolina. Poteva andare peggio.

Ho avuto anche occasione di chiacchierare con dei luminari, un privilegio che valeva assolutamente la sofferenza e le notti insonni e le bottiglie vuote accatastate accanto alla porta.

Sono contenta del convegno?

Non saprei. Non sono scontenta, ma ho difficoltà a essere contenta di me in generale. Il primo riflesso, ogni volta che concludo qualcosa, è osservare il prodotto e ponderare su quanto sia una merda. Tutto eh. Un intervento? Mediocre e banale. Un articolo? Superficiale e stupido. Una cena con gli amici? Domani saranno tutti all’ospedale.

Eh pazienza, a ognuno la propria perversione mentale.

E’ un riflesso molto comune nell’ambiente, per quel che posso vedere. Ogni tanto ci troviamo tra dottorandi, tiriamo giù litri di birra e discutiamo di quanto amiamo ciò che facciamo e di quanto odiamo ciò che facciamo. La cosa peggiore è che non farei niente altro. Alla fine quello che vuoi è essere all’altezza del campo che hai scelto, come la ragazzina complessata che soffre per le corna ma si sente in colpa perché “se cerca altre è colpa mia”.

Il punto è: questo tipo di percorso non è per tutti, soprattutto per quel che riguarda le Scienze Umanistiche. Non è riposante, non è redditizio manco per il cazzo e non è salutare. Quando sento gente dire “non sono proprio sicuro di voler fare l’università, ma i miei ci tengono tanto”, o ancora peggio “non so se fare la specialistica oppure no”, mi viene da tirar madonne con la frombola.

Non spingete in un’università qualcuno che non se la sente o che non è convinto: perderà minimo 3 anni di vita quando avrebbe potuto imparare un mestiere serio, tipo l’idraulico.

E in secondo luogo, non imbarcatevi in una specialistica se non siete stupidamente innamorati degli studi.

Per lo meno è la mia personale esperienza. Io so che non rimpiangerò gli studi, perché mi piacciono davvero tantissimo e non c’è niente altro (almeno a questo stadio) che vorrei o potrei fare. Quando sarò al rifugio degli indigenti, potrò consolarmi pensando che ho fatto ciò che amavo finché ho potuto.

Figurasse trovarsi al barbonotrofio e pensare “eh, e a me Lettere faceva pure schifo”.

In conclusione, questo è stato il mio grande debutto nella società accademica. Ho imparato un sacco di cose e ho potuto confrontarmi con gente davvero di calibro, che poi è l’essenziale.

Posso far meglio, e farò meglio.

E un giorno magari sarò capace di leggere un intervento senza battere i denti.

Nel frattempo, cheers!

MUSICA!

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Memento mori: esplorazione urbana e carcasse del recente passato

L’inizio dell’estate è l’INFERNO. Il lavoro si ammonticchia in colline di orride incombenze, frana in rivoli di melmoso ritardo, si stratifica in speranze schiacciate e occasioni perse.

Per i 2 giorni di vacanza annui che mi riservo ho quindi optato per una spedizione in tema: niente campi vichinghi, niente rievocazioni, ma esplorazione urbana! La bellezza della putrefazione per ricordarmi che l’esistenza è un inutile susseguirsi di affanni votati al decadimento. Les sanglots longs des violons de l’automne eccetera.

Dark Lord of Averoigne – whose windows stare On pits of dream no other gaze could bear!

Avete presente quando a 12 anni andavate a ficcanasare nelle case abbondante del quartiere?

Roba da ragazzini.

Poi si cresce, e si mette la testa a partito. E si comincia a cercare ruderi degni di visita.

La prima creatura è un villone a tre piani con torretta. Fu costruito nel 1881 da un avvocato, in mezzo a un vasto parco nel cuore della Fiandra belga.

Con la Seconda Guerra Mondiale, gli occupanti se la diedero a gambe (voci di corridoio suggeriscono che fossero diversamente ariani). I Nazi occuparono la costruzione e ci schiaffarono dentro la Luftwaffe.

Dopo il ‘45, il compound fu recuperato dai belgi che ci misero i loro aviatori. In più dell’antica villa e delle aggiunte teutoniche, il complesso fu aumentato e modernizzato, per poi essere abbandonato.

Vendesi attico luminoso, arieggiato, 15 min dalla stazione. Perditempo astenersi.

Io e Little Bro arriviamo in una torrida giornata di sole. Il compound è in mezzo a una zona residenziale, cerchiamo di avvicinare il perimetro in una zona poco popolosa: questo genere di visite sono tollerate ma non proprio regolari, e non vogliamo attirare l’attenzione.

Troviamo una parte di rete scavalcabile dietro una casa. Passo con l’agilità di un tapiro e mi trovo nelle ortiche fino alle ascelle. Little Bro mi lancia lo zaino, fa per seguirmi.

Un vecchio inizia a urlarci dietro in fiammingo, da una casa vicina. Little Bro sbuffa.

-Ma porco Giuda, beccati subito

Il vecchietto ci sorride, gesticola e sblatera in fiammingo. Non sembra incazzato. Che vuole?

Dopo un quarto d’ora di olandese e “the cat is on the table”, capiamo il senso del messaggio: stiamo usando l’entrata illegale sbagliata! C’è l’entrata illegale giusta un po’ più in là.

Oh dear

Dans ce trou noir ou lumineux vit la vie, rêve la vie, souffre la vie.

Il compound è affogato in erba alta e alberi. La vegetazione è così densa che non si sente quasi eco dalla cittadina lì vicina. Ci facciamo strada in mezzo a rovi e alberi caduti. La villa incombe oltre uno stagno di acqua nera e alberi coperti di rampicanti, una decadente Casa degli Usher sommersa nel verde.

A sense of insufferable gloom pervaded my spirit.

La zona è ancora occupata dall’esercito tecnicamente, ed è una buona idea guardarsi sopra la spalla per evitare lavate di capo e possibili multe. Si capisce che continuino a sorvegliare, visto che gli atti di vandalismo sono evidenti: vetri rotti, roba sfasciata, e fuochi. Le tracce di incendio sono ovunque: pavimenti bucati, mobili carbonizzati, uno degli edifici più recenti non ha più il tetto. Il nastro della polizia è ancora attorcigliato attorno ai rami di una macchia di polloni.

Gente, se mai visitate posti del genere, due regole base (a parte “non rompetevi l’osso del collo”): non prendete niente e non rompete niente. Non è roba vostra, checcazzo!

In un certo senso, la casa pullula di vita

L’ingresso della villa è spalancato. Calcinacci e vetri rotti. Le piante rampicanti hanno sfondato le finestre e tendono i tentacoli lungo i muri. Al centro, una gigantesca tromba delle scale porta ai piani superiori, ancora coperta da un tappeto marcescente.

Il corrimano non c’è più, i gradini gemono sotto i piedi e l’intera faccenda pende via dal muro. Saliamo uno per volta. Sia mai che il mio culone sia quello che finalmente schianta questo rottame.

Attenti a dove mettete i piedi…

Le stanze portano ancora decorazioni in stucco e modanature. In un angolo, una cappella decorata con finestre alte e cupola. La cupola è blu e punteggiata di stelle, con una colomba in chiave. Putti dall’aria poco raccomandabile ti sbirciano dalla cima dei contrafforti.

God is watching everything you do… *sings*

Non è difficile immaginarsi come questo posto doveva essere ai bei tempi, pullulante di aviatori, o abitato da ricconi anni ’30. Sembra quasi di sentirli parlare: “Mon cher ami, le dico che la linea Maginot è impenetrabile, non abbiamo nulla da temere, Jerry non oserà muoversi verso occidente, parbleu!”

Al terzo piano le porte sono sfondate, le finestre divelte. Su una parete qualcuno ha scritto the ghosts are coming.

Un buon posto per rilassarsi e leggere un libro

La torretta purtroppo non è più accessibile: buona parte della scala è crollata, ci sarebbe da saltare ma hey, ho un’età ormai. Ci consoliamo scendendo da una delle scale di servizio per esplorare la cantina. Ci sarebbe il montacarichi, ma di nuovo, ho un’età ormai!

Fredde e umide, i fili strappati dai muri, il boiler smontato e abbandonato alla ruggine, le cantine sono suggestive e pittoresche. E’ qui che troviamo finalmente i cadaveri. La mummia di una volpe, rane rinsecchite in fondo ai giganteschi lavandini di alluminio… Non è come trovare il cadavere impiccato di un Nazi, ma uno si accontenta…

La birra era finita

Fuori dalla villa il compound è immenso. Dormitori e lounge e uffici, strade di cemento spaccate dalla vegetazione, magazzini… A tratti il nome dell’edificio è ancora leggibile, altre volte le porte sono tenute da molle ancora funzionanti. Cartine sono abbandonate in mansarde piene di buchi, adesivi sono ancora appiccicati alle porte degli armadi, insieme a poster di film, specchi, o il regolamento del dormitorio.

Appiccichini ovunque, in barba al regolamento!

La falda sta risalendo: le cantine degli edifici moderni sono buie come miniere e piene d’acqua. Valutiamo l’opzione “esplorarle con la torcia del cellulare semiscarico”, poi decidiamo che i Darwin awards son buoni ma non buonissimi e lasciamo perdere.

In caso d’incendio

Ci vuole una giornata per visitare l’insieme della proprietà, e non sono sicura di averla vista tutta: è immensa! A volte capiti in sottotetti dove l’attività sembra continuare. A volte trovi un tavolo coperto di trabccoli e ti chiedi se non sei capitato su un qualche laboratorio di sostanze poco cattoliche (e se non sia il caso di darsela a gambe prima che arrivi Walter White).

Abbiamo incrociato altri due tizi durante la gita. Forse erano esploratori, forse poliziotti in borghese, non glielo abbiamo chiesto e abbiamo preferito acquattarci nei cespugli. Mentre aspettavo che sloggiassero, mi chiedevo quale tipo di investimento sarebbe necessario per rilevare tutta questa cubatura. La posizione è splendida, Louvain è a un tiro di schioppo e Bruxelles è un’oretta di treno. Uno potrebbe combinare alloggi per gli studenti e resort, magari uno di quei posti per vecchi rottami in grana.

Informazione classificata

Purtroppo non ho un milione di euro in tasca. Ho controllato, ma niente. Devo averlo lasciato nell’altro paio di calzoni.

La fabbrica dei cervelli di Liège!

La seconda meta è un polo scientifico abbandonato: chimica e metallurgia. Fu costruito durante il boom economico, quando Liège era una fiorente città mineraria. Poi il carbone ha perso attrattiva, i soldi sono finiti, e il polo resta come la città di Liège: sovradimensionato, semideserto, labirintico.

A questo giro con noi c’è anche ‘Tite Mia, giovane membro del clan in training per diventare un’Acida Zitella come la sottoscritta. ‘Tite Mia non ha mai visitato posti abbandonati, chiede se è legale. Le rispondo che non ha da preoccuparsi: lei è ancora minorenne e in galera non ci va. Quanto a me, sono dottoranda non sovvenzionata in scienze umane, la galera sarebbe uno scatto di carriera!

Uno sguardo realistico alla vita universitaria

Arriviamo al polo come tre polli. Non ci sono cancelli né niente, il rudere è lì bel bello dietro un edificio nuovo del ministero. Così facile? Ah, la fortuna…

Siamo a metà cortile quando ‘Tite Mia fa notare l’ovvio: l’edificio nuovo è sicuramente videosorvegliato. E oh, guarda un po’, ecco le telecamere! Spiegato il perché dell’assenza di cancello.

Facciamo dietrofront. Meno male che abbiamo portato la quindicenne con noi!

Troviamo un secondo buco attraverso un cantiere. L’edificio incombe colossale, la saracinesca d’ingresso è sfondata. Sembra l’abbiano presa a colpi d’ariete.

Se la villa è stata vandalizzata, nel polo sembra ci siano passati i mongoli: tubature divelte, mobili scaraventati dalla tromba delle scale, tazze di cesso schiantate in mezzo a un cortile affogato di vegetazione…

I’m not discarding you like broken glass

Ci addentriamo. E’ gigantesco e labirintico. Sembra che l’abbiano abbandonato senza nemmeno prendersi la briga di svuotarlo. In una stanza troviamo una montagna di libri carbonizzati. Ci arrampichiamo sulla cenere e i detriti per raggiungere la porta dall’altra parte. La copertina di una pubblicazione è ancora leggibile, si intitola Metodi per incoraggiare i giovani a intraprendere studi superiori.

Così simbolico!

Burning leaves turn to ash before my eyes, crushed my dreams long gone…

Armadi rovesciati, macchine da scrivere abbandonate, una parete coperta di impronte di mani in nero, come se decine di piromani avessero cercato di arrampicarsi sul muro. Tutto molto eerie, ma mi dico che qui gli unici fantasmi che posso trovare sono quelli delle speranze infrante di migliaia di nerds.

Manco a dirlo, arriviamo al terzo piano, e nelle macerie troviamo fogli di carta bianca. Qualcuno ci ha scritto sopra con un pennarello e li ha seminati in giro. Sono in francese.

“Ho paura di non trovare lavoro nonostante la formazione”

“Ho paura di scoprire che questo settore non è quello in cu voglio davvero lavorare”

“E’ tutto sforzo inutile”

Cristo, qui il cadavere impiccato lo troviamo davvero…

In una stanza capitiamo su un pianoforte. Non ho idea di chi ce l’abbia portato o perché. Sopra c’è poggiato il pupazzo di un elefantino, la tastiera è stata completamente divelta, ma le corde ci sono ancora. Mi siedo e inizio a pizzicare l’Inno alla Gioia. Suona come un clavicembalo che è stato usato come zattera a largo dell’Antartica e poi buttato in fondo a una cisterna vuota.

Play it, Sam!

Raggiungiamo l’ultimo piano. Macerie e roba sfasciata che arriva al ginocchio. Sono lieta di avere gli scarponi d’ordinanza.

Sul tetto stanno già crescendo degli alberi. Usciamo con cautela. Il nostro rudere è una gigantesca isola immobile di calcinaccio e verzura in mezzo a stradoni trafficati e attività frenetiche.

Le telecamere erano dall’altra parte…

Di ritorno all’interno, imbocchiamo un corridoio a caso, scavalchiamo schedari rovesciati, apriamo una porta. Un letto sfatto, mucchi di vestiti sparpagliati, un romanzo francese lasciato a terra sulla soglia. Il nido di uno squatter. Ci allontaniamo alla svelta senza fare troppo casino. Incontrare gente nei ruderi porta solo grane.

Mirror mirror on the wall…

Il polo è troppo vasto per essere esplorato tutto. Non fosse per i chiodi, le sostanze chimiche sparpagliate a cazzo di cane e i vetri rotti, sarebbe un posto perfetto per un bel gioco di survival horror grandeur nature! O per girare un corto esistenzialista in bianco e nero. Già lo vedo: lo stagista sottopagato Pierre entra nel polo abbandonato e incontra il fantasma delle sue aspirazioni (bella, un po’ troppo magra, sigaretta e occhioni scavati). Breve scambio di battute da funerale. Il fantasma mormora « …et je m’en vais au vent mauvais qui m’emporte deçà, delà… ». Hard cut to black, FIN. Ora m serve solo un produttore parigino cocainomane.

Qualcuno si è fatto un mazzo così per scrivere questa roba. Ah, iste mundus furibundus…

Ci decidiamo a cercare una via di uscita nel tardo pomeriggio. Non siamo riusciti a vedere nemmeno metà di questo coso. La cosa bella è che quando pensi che stia diventando monotono, trovi qualcosa di nuovo nascosto dietro una porta sfondata. E’ in momenti come questo che mi piacerebbe saper fare fotografie un pelino meno brutte.

Bevi Rosmunda nella tazza di tuo padre

In conclusione, non incoraggio i miei lettori a fare gite simili: sono pericolose. Non tanto, ma un po’ sì. Ci si può sedere su roba tagliente, una scala può cedere, qualcosa può staccarsi dall’alto o, semplicemente, potete incocciare in poliziotti fiamminghi (charming folks, I’m told).

Promemoria: non accettare più gli inviti di mia cugina…

Tuttavia è innegabile che si tratta di un tipo di turismo molto divertente. Nel caso qualcuno fosse incuriosito, mi raccomando:

  • Niente vandalismo
  • Niente furto
  • Prudenza

E niente, gli articoli un po’ meno fuffosi dovrebbero riprendere presto.

MUSICA!

 

Paleografia casalinga: dall’800 con furore

Di recente ho dovuto abbandonare la Ville Lumière per dar manforte al resto del clan. La casa di famiglia deve essere ristrutturata e questo significa riordinare e far posto.

Ora, io non ho idea di come funzionino le cose nelle famiglie normali. Nel nostro caso abbiamo per le mani uno scatapeus gigante che non è stato pulito da almeno trent’anni, e in cui detriti di generazioni e generazioni si sono stratificati e pressati in un nuovo tipo di sedimento, la Scartoffite.

Non esagero quando dico che per lavorare nelle cave di scartoffite sono necessari guanti, tutta, mascherina e protezione per i capelli.

In capo a una settimana avevamo trovato animali morti, merda, larve rinsecchite, avanzi di cibo lasciati lì dall’VIII Armata Alleata, il vaso da camera di Garibaldi e un numero imprecisato di manuali di buona condotta per signorine ‘800.

In mezzo a tutto il letamaio però sono saltate fuori anche cose divertenti. Oggi parleremo quindi di paleografia casalinga!

I due esemplari che conto mostrarvi sono stati ritrovati in un mucchio di ricette scritte a mano da generazioni di madri di famiglia. Perché erano lì? Non ne ho la più pallida idea.

So però da dove arrivano: si tratta di carte appartenenti alla famiglia Frangialli, smollate ai Sacerdotti in tempo immemore perché “nostro figlio verrà forse a cercarle, vi dispiace mica tenerle per noi per qualche mese?”

Un secolo dopo, il signor Frangialli ancora non si è fatto vivo, e a questo punto spero davvero che non lo faccia (non mi piace quando gente di più di 115 anni viene a farmi visita!).

 

Il primo esemplare che vi propongo oggi è un’avvincente storia illustrata.

Trascriszione:

I

Master Tidi proves do be indisposed – Miss Bianca making particular observation upon the phenomena

 

I

Mastro Tidi è indisposto – La signora Bianca esegue pedisseque osservazioni del fenomeno

II

Malady proving to be of the most alarming sort,

Miss Bianca tries strong medicaments and efficient means.

 

II

Dacché la malattia si avvera essere quanto mai allarmante, la signora Bianca tenta forti medicine e metodi efficaci.

III

Which prove to have a very good effect.

 

III

La cosa ha effetti molto positivi.

IV and last

So now Miss Bianca is to be seen again on the Pincio bringing (?) Mr Tidi.

 

IV e ultimo

Sicché ora la signora Bianca può esser vista di nuovo sul Pincio portare a passeggio Mr. Tidi

 

Come si nota, il documento non è datato, ma l’abito della signora Bianca nell’ultimo riquadro presenta il taglio tipico della moda del primo decennio del ‘900. Non ci sono indizi che spingano a supporre, da parte dell’autore, la scelta deliberata di abbigliare la signora Bianca con abiti anacronistici. Quindi possiamo ipotizzare con relativa sicurezza che il documento è da collocarsi, indicativamente, tra il 1900 e il 1910.

Un altro indizio ci è dato dal nome dell’eroina in questa frizzante storia di iniziativa e inventiva: Bianca.

Il pezzo in analisi è stato infatti trovato insieme ad altre carte, una delle quali (analizzata poco più in basso) è una lettera datata 1879 e firmata Blanche Capelli, ovvero Bianca Capelli, sposa di Ugo Frangialli e conoscente della famiglia Sacerdotti.

E’ evidente che il luogo di ritrovamento non può essere considerato del tutto affidabile per l’identificazione e datazione del documento. Tuttavia, ci pare sufficiente per ipotizzare l’alta probabilità che la giovane autrice della lettera e la matura signora protagonista del racconto siano, invero, la stessa persona.

Ok, direte, è un buffo fumetto su una tizia che svermina il cane. Strana cosa da ficcare in mezzo a ricette o libri di cucina, ma poco più che una bizzarra curiosità.

E’ vero.

Ma colgo questa occasione per introdurvi ad un esercizio accademico di grande importanza, un esercizio che chiunque voglia buttarsi nelle Scienze Sociali deve saper eseguire: la supercazzola universitaria (livello: Dottorato).

Cominciamo!

Venendo al contenuto della storia e all’interpretazione del testo in quanto tale, vediamo la signora Bianca riconoscere nel deretano del proprio cagnolino chiari sintomi di infestazione da parassiti. Con sicurezza e spirito pratico, la signora somministra un robusto clistere alla bestiola, che, nel riquadro III, caga un pitone di 8 metri.

Da un punto di vista figurativo, il valore artistico dell’opera ci pare indiscutibile. Notate con quale sicurezza e maestria l’artista ha ritratto la sofferenza della bestia, nelle fauci aperte e nelle zanne digrignate, o nel collo arcuato durante l’espulsione dell’anaconda nel terzo riquadro.

Il cappellino a punta è chiaramente ispirato al copricapo dei dottori della Peste del 1629-1630. In questo contesto è un palese simbolo di malattia e sofferenza, ma anche di ridicolo e oscurantismo reazionario. Mostra quanto sia paradossale e sciocco cercare la soluzione al male in una millantata tradizione radicata in un fumoso passato falsamente glorificato.

La signora Bianca, d’altro canto, viene ritratta con attributi scientifici (la lente, il clistere), all’epoca sicuramente associati con la professione maschile del ricercatore e del medico. Spoglia di ornamenti e ninnoli femminili, la signora impugna gli attrezzi e agisce con piglio e prontezza, incurante di convenzioni e stigma sociale. Nell’ultimo riquadro la vediamo torreggiare al centro della scena, trionfante e sicura.

Questa breve novella è chiaramente una rappresentazione simbolica dell’emancipazione femminile, allora sul nascere (la prima Giornata Internazionale della Donna fu tenuta in alcuni paesi europei nel 1911, due anni dopo il lancio del Women’s day negli USA). Non è un caso che il cane si chiami MASTER Tidi. Tidi rappresenta la società dominata dagli uomini!

La Donna, la signora Bianca, constata con acutezza come la società patriarcale sia sofferente e tormentata dai parassiti, rappresentazione lapalissiana degli stereotipi e della violenza che la cultura maschilista infligge alle donne e, di conseguenza, a sé stessa.

Spogliandosi dei propri ammennicoli e vezzi, la Donna interviene e infligge una cura traumatica ma necessaria alla Società. La signora Bianca non ha timore di essere giudicata o di ricevere una spruzzata di diarrea nel viso. Sa cosa c’è da fare e non esita. Il suo coraggio purifica la Società dall’infame serpente velenoso dell’autorità patriarcale, che striscia via, sconfitto.

Nell’ultima scena il cane ha perso il ridicolo cappellino e ora cammina felice. La signora Bianca può rivestirsi degli abiti vezzosi, non è più costretta a rinnegare la propria femminilità per difendere la propria indipendenza, bensì è libera di affermarsi ed essere riconosciuta.

Trionfante sugli infidi parassiti del Pregiudizio e dell’Oppressione Borghese, la Donna marcia verso un futuro radioso di eguaglianza, giustizia e libertà!

Il cane appare piccolo in questa illustrazione, e ciò simboleggia l’insicurezza maschile di vedersi sminuire dall’emancipazione femminile. Mostra il timore di certi uomini di essere offuscati, discriminati, in pratica di subire ciò che le donne hanno subito per secoli.

Ma l’artista sfata questa sciocca paura: come qualsiasi osservatore attento può notare, il cane non cammina sullo stesso piano della signora Bianca. Mr Tidi non è rimpicciolito, ma appare più piccolo dacché è più lontano! Legati insieme, la signora Bianca e il suo amato cagnolino, avanzano su percorsi paralleli e compagni, senza che nessuno dei due adombri l’altro.

Questo è un chiaro grido di denuncia e solidarietà tra i sessi, un’affermazione di progresso ed emancipazione!

Sembra che stia coccolando il gatto, in realtà sta ricevendo istruzioni dai Missi Dominici dell’Imperatore Interplanetario Kittoh de Destroyah (sì, l’Universo è dominato dai gattini, SVEGLIA!)

Il secondo documento che voglio proporvi non ha la carica sovversiva e moderna del primo, ma può aiutare alcuni dei miei lettori a rimettere certi dispiaceri nella giusta prospettiva.

Sono sicura che a molti di voi sarà capitato di ritrovarsi nella tanto temuta friendzone. E’ di certo una situazione dolorosa.

Tuttavia c’è di peggio, come la vispa penna della signorina Blanche sta per mostrarci.

Trascrizione

San Pellegrino, 1er Septembre 1879

Monsieur!

Un évènement imprévu vient changer le cours des affaires que nous étions en train de traiter avec vous! Aussi ne vous étonnez pas si au lieu d’être maman qui est intermédiaire entre vous et moi c’est moi qui le devient entre elle et vous.

Oui, monsieur, il faut que je vous l’avoue ; les efforts que vous avez faits pour blesser [?] mon cœur, ont eu un résultat inattendu ! Mon cœur froid et insensible ne s’est pas laissé toucher ; –

celui si tendre de ma mère a malheureusement subi l’influence à laquelle le mien a su résister et ce [adjective ?] cœur s’est éperdument épris de vous !

Le mot est lâché, et je n’ai maintenant autre chose à faire, que de vous prier de [verbe?] auprès de celle qui désormais ne vit plus que pour vous.

Oui, Monsieur! – Ses yeux ne voient qu’une image – c’est la vôtre – Ses lèvres n’ont qu’un soupir, c’est votre nom –

Son cœur n’a qu’un désir – c’est vous-même !

Hâtez-vous donc de venir consoler par votre présence ce cœur si profondément blessé d’amour pour vous ! –

Yeux bruns vous attendent, voulez-vous y jeter !

Croyez-moi avec la plus haute estime votre bien dévouée

Blanche Capelli

à Mr. E. C. M.

 

Italiano

San Pellegrino, 1 Settembre 1879

Signore!

Un evento imprevisto ha cambiato il corso degli affari che stavamo intrattenendo con voi! Peraltro, non stupitevi se invece di essere la mamma a far da intermediaria tra voi e me, sono io a diventar l’intermediaria tra lei e voi.

Sì, signore, devo confessarvelo: gli sforzi che avete fatto per ferire [? il verbo non quadra nel contesto, si tratta senza dubbio di un altro verbo avente come senso di “conquistare” o qualcosa del genere] il mio cuore hanno avuto un risultato inatteso! Il mio cuore freddo e insensibile non si è lasciato sfiorare… quello sì tenero di mia madre ha sfortunatamente subito l’influenza alla quale il mio ha saputo resistere. [Leggevo questo a tavola con la famiglia, a ‘sto punto è esploso lo stadio NdTenger] e questo [aggettivo?] cuore si è perdutamente innamorato di voi!

La parola è lanciata, non mi resta che una cosa da fare, ed è pregarvi di [Boh?! Andare?] presso colei che ormai non vive che per voi.

Sì, signore!  I suoi occhi non vedono che un’immagine – la vostra. Le sue labbra non hanno che un sospiro, è il vostro nome.

Il suo cuore non ha che un desiderio – siete voi stesso!

Sbrigatevi allora e venite a consolare questo cuore che soffre profondamente d’amore per voi!

Occhi bruni vi attendono, vogliate immergervici!

Vogliate credere nella mia più alta stima, vostra devotissima

Blanche Capelli,

al Sg. E. C. M.

Se avesse aggiunto dimenticato “posso chiamarti ‘papà?'” sarebbe stato un pelino troppo esagerato. Invece no, questa lettera è perfetta!

Si tratta chiaramente di una brutta copia (notare le correzioni e le parti aggiunte) di una lettera. Il testo suggerisce che lo sfortunato signor E. C. M. stesse spasimando per i begli occhi della signorina Capelli (e che la mamma di costei fosse vedova).

Non so come sia finita questa romantica storia d’amore. E’ molto probabile che il signor E. C. M. (abilmente ritratto a piè di pagina) si sia dato latitante, ma a noi piace credere che la storia d’amore abbia avuto un lieto fine per la signora Capelli Madre!

Certo è che la strategia della vispa signorina è originale e creativa. Perché ricorrere a un ti vedo più come un amico quando puoi optare per un io non sono innamorata, ma mia madre è cotta stracotta di te!

Potreste pensare “ah, ma lo posso fare solo se mamma è vedova o divorziata”. Beh, no. Siamo nel 2017, svegliatevi! Potreste alludere al fatto che i vostri sono una coppia aperta super-moderna! Un minimo di fantasia, approfittate delle conquiste!

Mia personalissima idea (non basata su niente in particolare): la mamma della signorina Capelli aveva pescato il signor E. C. M. come Genero Ideale e stava facendo pressione sulla figlia… che non voleva saperne. La signorina Bianca ha dunque deciso “se ti garba tanto, sposatelo te!”. La lettera potrebbe essere interpretata come “non mi garbi, sei ancora sul radar solo perché piaci tanto alla mamma”.

In ogni caso: OUCH!

Credi che la friendzone sia un problema? Benvenuto nella MOTHERZONE!

Un’ultima nota: noterete che il disegno presenta alcune similitudini stilistiche col rivoluzionario racconto illustrato analizzato più in alto. E’ possibile che il primo documento non sia la mano di un amico della signora Bianca, quanto un’opera realizzata da lei stessa. In questo caso la storia assumerebbe un carattere ancora più potente e autobiografico!

E’ possibile. Dopotutto la signora era in buoni termini con i Sacerdotti (durante il Fascismo Maria Sacerdotti fu feroce emancipazionista e presiedette la sezione fiorentina della Federazione Italiana Laureate e Diplomate degli Istituti Superiori) e con le suffragette Ada e Beatrice Sacchi (di famiglia mazziniana e fieramente progressista).

Tutto torna quindi, il valore simbolico del primo documento è confermato!

La morale della favola è: prima di buttare via blocchi di Scartoffite, dateci un occhio. Potreste trovarci piccole perle di surrealismo fossile!

E ora una canzone a tema!

MUSICA!


Per chi volesse saperne di più sulle signor Sacchi e Sacerdotti.

Vita da campo: Coudekerque-Branche 2016

Sabato

Foto d’epoca scattata dopo la poco nota battaglia di Legnate sul Groppo, dove un gruppo di Gallo-romani affiancò l’esercito napoleonico per combattere gli scoiattoli. Sulla destra, un ausiliario danese in borghese. (Foto di Nanette)

Mi sento come se ogni fibra del mio corpo fosse stata centrifugata.

Di solito il venerdì notte mi comporto da persona adulta e vado a letto presto, senza bere. A questo giro mi son distratta e ho dormito 3 ore appena. Non sarebbe tanto male se non fosse che dormo 3 ore da una decina di giorni per finire un lavoro…

Per fortuna la giornata è uggiosa e il campo è deserto. Posso covarmi la fatica.

Risiamo in quel di Dunkerque, per il mio campo preferito. Anche quest’anno i Cechi non sono venuti. Tagli alla cultura, fondi ridotti, et voilà, non puoi più permetterti di chiamare la compagnia strafica di Gustavo Adolfo. Sic transit gloria mundi.

I napoleonici in compenso sono venuti in forze. Il che è cosa buona perché puoi sempre contare sui napoleonici per qualche rissa multiepoca.

Ci sono anche i coloniali, i tizi del quindicesimo, il ventesimo secolo, il secondo impero…

E ci sono dei soldati della Wehrmacht. Devo ammettere che quando i loro ufficiali passano con le svastiche sulla giacchetta, mi sale un piccolo brivido.

Hide yo’ wife, hide yo’ kids! (Foto di Michel Langrenez)

E’ un campo sonnacchioso. Il tempo è stato così di merda che venerdì sera ci si è impantanata una delle macchine. Roba che s’arriva al parco e SBLORCH, imputtanata fino ai finestrini. Per fortuna gli yankees del ’39-’45 hanno i gipponi, sennò la si lasciava lì per gli archeologi del futuro.

Il pubblico è rado e poco interessato a noi poveri predoni scandinavi, ergo movimentiamo la vita col Gioco del Ciondolo.
Il Gioco del Ciondolo è una trovata di Bothvar per i nuovi membri: ti si mette al collo un cordino con una zampa di corvo; il tuo lavoro è tenerlo fino alla fine del campo, il lavoro del resto della compagnia è fregartelo. Se te lo fai fregare, paghi pegno.

A questo giro il corvo tocca a Lis. Non è cominciata bene. Venerdì sera gliel’ho già fregato io, mentre eravamo a bere nella tenda del centurione. E’ tutta questione di disinvoltura e polso…

Un’altra novità rispetto all’anno scorso, oltre all’assenza di pubblico e la gara del ciondolo, è il nuovo piano per lo Stato d’Emergenza. La Francia impone ‘sta roba da Novembre. Il lato antipatico è che non puoi fare un sacco di roba, il lato positivo è che sono riusciti ad arrestare un sacco di malvagi ecologisti. Perché fanculo i bombaroli, la radicalizzazione delle carceri, l’assenza di controllo in ghetti infami, quello che davvero angosciava noi parigini era il fatto che dietro un qualsiasi cantone poteva appostarsi un volontario di Greenpeace.

Quindi insomma, niente sfilata di 15 Km quest’anno, perché Al-Bagdadi potrebbe mandare qualcuno con un coltellaccio a cercare di sgozzare una carovana di gente corazzata come un tank, armata fino ai denti e con consolidata esperienza sportiva.

No, non sto scherzando.

La cosa non mi dispiace davvero: sono esausta e la schiena mi fa un male cane. Quindi buono, ci risparmiamo la Grande Marcia. Quello che non ci viene risparmiato è il discorso del sindaco.

Uno dei balocchi dei nostri amici ‘mmerigani (Foto di Nanette)

Di ritorno al campo, facciamo del nostro meglio per essere il più storicamente accurati possibile. Giusto per il principio, visto che non passa un’anima. C’è chi si mette a giocare al gioco del Re, ci si occupa della mangiogna, chi si allena in una piccola lizza. Tutto è così quieto che comincio a sperare che, magari, quest’anno non ci saranno feriti!
Ne approfitto per riposare. Mi avvolgo nel mantello e mi raggomitolo sulla paglia dietro la rastrelliera delle armi. Fa freddo, ma tanto se non dormi all’addiaccio non puoi davvero dire di aver vissuto il campo fino in fondo.

Il torpore mi sale addosso. Sono giorni che lavoro come un nordcoreano, ho un mal di schiena che mi uccide, un’orertta di riposo mi farà bene…

BAM

-MA PUTTANA L’EVA!

Qualcosa mi si è schiantato ‘ntelle stiene con la grazia di uno scooter lanciato contro un palo della luce. Emergo dal mantello incazzata come un gatto che ha scoperto i gavettoni. Un elmo. Qualche mentecatto ha preso un cazzo di elmo e me l’ha tirato tra le scapole!

-Oddio!- Il Fortunato e in piedi accanto allo stand, l’aria colpevole di un cane accanto a un divano sventrato. -Non ti avevo vista.

Prima volta in anni che mi concedo un pisolino pomeridiano, e messer Grigliata mi prende a elmate il groppone.

Nel pomeriggio qualche raro visitatore si fa coraggio. Raccatto le mie stanche ossa e mi metto al pezzo: spiegare i pezzi, far provare le armi ai bambini senza che s’infilzino a vicenda, rispondere a domande creative come “ma i cani esistevano al tempo dei vichinghi?”…

Il Fortunato si palesa. Mi chiedo se dopo le elmate sulla groppa vuole anche prendermi a cartoni nel viso, così, per sport. No. Vuole la mia armatura per passare l’Ordalia.

L’Ordalia è un’altra delle nostre buffe trovate (strettamente facoltativa): chi si sottomette all’Ordalia deve sfidare a duello gli altri membri dell’associazione, uno alla volta, fino a totalizzare 40 duelli di fila.
Perché?

La domanda che spinge le sorti dell’Umanità non è mai “perché”, ma “perché no?”.

Nel caso del Fortunato il “perché no” potrebbe essere che ha una pessima cera e da stamani pasteggia ad antidolorifici e stimolanti.

-Senti coso, sei sicuro di voler fare l’Ordalia oggi? Sei un rottame.

-Ma no, tranquilla, fidati!

Fidomi. E perché no? Stiamo parlando del baldo giovane che si è tuffato in un rogo incandescente e che manca poco affoga per voler inseguire un drakkar a nuoto.

Gli carico addosso la lamellare e mi lavo le mani della sua sorte.

Tempo una dozzina di duelli, non si sentono più botte e rintocchi.

Il Fortunato è scivolato sull’erba bagnata e si è dislocato un ginocchio.

I paramedici arrivano all’istante. Di solito non si allontanano mai troppo del nostro campo, perché siamo sempre noi a farci male. E’ antipatico da ammettere, ma è vero: per una ragione o per un’altra, ogni anno a Coudekerque succede un casino. L’anno scorso era una lancia in un occhio, due anni fa un compare che prendeva a cornate un trave, e via a rimontare. C’è una maledizione!

Legnate (Foto di Nanette)

La sera scende sul campo, il Fortunato torna cionco. E’ peccato che debba essere invalido, perché abbiamo grandi progetti per la notte.

Dopo cena ci armiamo, raccattiamo i romani e i galloromani, e sgattaioliamo di là dalla strada, nel campo post-1700. La notte è fredda, la nebbia affoga gli alberi, il cielo brilla la luna piena. E’ tempo di raid!

Le prime vittime sono i napoleonici. Le loro tende sono appena visibili nella foschia.

Ci schieriamo, un bel muro di scudi eterogenei, le armi in asta in seconda linea, quelli in leggero sui fianchi. Bothvar sguaina la spada.

-Al mio segnale, scatenate il LULZ!

Li vediamo correre a raccattare i loro moschetti. Ah, troppo tardi! Carichiamo nel buio. Spari e lampi di cartucce a salve. Alcuni di loro privano a bloccarci puntando i moschetti contro gli scudi. Nobile tentativo, dispiace quasi girargli intorno e saltar loro sul groppone. Mi azzuffo con uno di loro per prendergli il moschetto. Finiamo a terra nel casino generale, mi rialzo. Al diavolo, tientelo, meglio buttarsi nel match di spintoni col resto della banda…

Dal buio emerge il colbacco del compagno Roccia.

E’ un armadio dei sapeurs che di solito va in giro con un martello da fabbro. A questo giro è a mani nude. Ci carica. Acchiappa me e l’Ulf come se stesse facendo una bracciata di paglia, ci tira su di slancio manco fossimo due bimbetti e ci butta in un fosso. Mortacci sua. Ci riarrampichiamo sulla sponda che già la banda si sta rimettendo in moto.

Questo genere di raid ha un effetto valanga. Ripartiamo che siamo il doppio degli effettivi, armati di scudi, giavellotti spuntati, spade, accette, sciabole e moschetti. Peccato non poter portare anche il cannone!

Arriviamo al limitare della parte Prima e Seconda guerra mondiale. Non ci sono alberi qui, la luna piena illumina la nebbia di luce bluastra. Dei fantasmi neri attraversano di corsa il prato, il lampo di una fucilata a salve. Aha, sono in vena di giocare. Ma ormai siamo troppi. Passiamo sopra il loro campo senza fare distinzioni. Canadesi o crucchi, Grande Guerra o WWII, che tanto al buio son tutti uguali o quasi.

Frego un berretto a caso a un nemico mentre un gruppo di energumeni non meglio identificati conquista con le armi una gigantesca grigliata di salsicce e inizia a distribuirle tra urla di giubilo. Sotto un tendone brilla una luce elettrica, illumina divise americane. Ci precipitiamo di corsa verso di loro.

La nostra prima linea tonfa in terra con la grazia di un capodoglio spiaggiato.

-Reticolato! Girate intorno! Reticolato!

Sono solo cavi di nilon. Se fosse stato filo spinato davvero ora saremmo a sbrandare i paramedici.

Knock knock! (Foto di Nanette)

Ci pigiamo tutti sotto il telo. Siamo così tanti che riusciamo a stento a non darci gomitate nei denti. Certo, le armi non aiutano.

Gli yankees e alleati sono accoglienti, tirano fuori tre bottiglie di spumante e le buttano nel mucchio multiepoca. Chi non sta masticando salsicce bercia un assenso, gli altri berciano pure, inondando gli astanti di pezzi di maiale abbrustolito.

Un ufficiale del Primo Impero si arrampica sulla tavola, agguanta una bottiglia, sguaina la sciabola.

Vive l’Empereur!

La scapitozza con un elegante gesto del polso, blocca la fontana di spuma con la lama, passa la bottiglia in giro tra applausi e giubilo.

Uno yankee si arrampica a sua volta sul tavolo. Vuol far vedere che non è da meno. Sguaina una baionetta. Non elegante come la sciabola, ma ho già visto bottiglie stappate con un fluido fendente di sax, perché non la baionetta?

Primo colpo. Nulla. Secondo. La intacca. Riprova. Mi chiedo quanti torneranno al campo con schegge di vetro conficcate in faccia. In ogni caso, worth it!

All’ennesima la testa della bottiglia parte. Hooray!

Un canadese tira fuori un’altra fiasca. La brandisce con piglio deciso e l’accoltella senza esitazione. E’ la prima volta che vedo una bottiglia pugnalata a morte. Il vetro esplode in una pioggia di frammenti e bollicine. Tra gli incoraggiamenti generali, il tizio tracanna da ciò che resta del fiasco senza amputarsi le labbra sui bordi. Un miracolo.

Il bello del multiepoca (Foto di Michel Langrenez)

Il quindicesimo secolo è l’ultimo campo in cui trasciniamo le nostre carcasse. Le loro tende sono buie, nessuno in giro. Sono già a gallina. Una sola figura ci aspetta, immobile. Una vecchina con la cuffietta bianca, appoggiata a un bastone poco più alto di lei.

-Non dovreste far così tanto rumore.- Ci rimprovera. -I bambini dormono. Andate a nanna o vi faccio il didietro a strisce.

Le risponde un coro di rutti.

La vecchia impugna un bastone. Scrosci di risate. La vecchia mulina.

Hal è il primo a cadere con un guaito, altri si tuffano ai ripari, la vecchia indemoniata si butta nel mucchio seminando morte e distruzione. Hell hath no fury like that of a pissed off grandma.

Vicini di campo. Si può sempre contare su di loro per un’emergenza goliardica. (Foto di Michel Langrenez)

Non c’è niente di meglio che un fracco di legnate per calmare gli esagitati.

Gli spiriti si quietano, la banda si disperde. Il silenzio torna sul campo. E’ stato un bel raid. Ora latrine, e poi nanna.

Sulla via per i cessi, incrociamo un manipolo di crucchi. I loro elmetti a tartaruga sono inconfondibili anche al buio. Ci fermiamo a far due chiacchiere. Lis chiede a uno se può farle il saluto battendo i tacchi. Il tizio esegue. Che cortese. Ci separiamo.

Mi incammino con Lis. Si è fatta fregare la zampa un’altra volta durante la giornata e ora la tiene in pugno in continuazione.

-Deve essere figo fare ricostituzione crucca.

Io esito. Sì, deve essere figo, ma io non potrei mai farla. Per carità, so benissimo che ricostituzione e simpatie politiche non vanno necessariamente insieme, ma ho paura che gli spettri dei bisnonni vengano a tirarmi per i piedi se provo a mettere un’uniforme tedesca…

Usciamo dalle latrine. La notte è fresca e tranquilla. Lis tene la zampa di corvo nel pugno chiuso.

-Secondo te dove stavano andando?

Non lo so, non ci ho nemmeno pensato. Però è vero che avevano i fucili… E gli elmetti…. E stavano andando verso il nostro campo….

Urla e frastuono di gente che corre sull’asfalto. I crucchi emergono al galoppo lanciato dal buio. Uno in testa si volta indietro verso gli altri.

-Correte! Cristiddio, correte!

Ci sfrecciano accanto come saette. Dietro di loro, sempre al galoppo lanciato, Harald, una montagna di carne, ossa e furia omicida, armato di scudo romano e giavellotto. E dietro di lui Bothvar.. E tutto il resto della squadra, ovvero una banda di vichinghi e romani ubriachi.

Un altro grande giorno per la razza superiore.

Ci uniamo all’inseguimento e raggiungiamo i crucchi al bunker dove dormono. Entriamo. E’ stretto, soffocante. Un energumeno della prima guerra mondiale sbarra la strada alla stanza più interna. Sto per dirgli di scansare le sue chiappe teutoniche che i vichinghi reclamano birra, quando qualcuno scende le scale di corsa alle mie spalle e mi spintona avanti. Inconfondibile charme bavarese. E’ uno dei crucchi con l’elmetto. Ha un fucile.

Lo afferro con ambo le mani. Il tizio si mette a ridere, cerca di spingermi via, ma non sa che io ho l’istinto di sopravvivenza di un lemming, porello. Quando non mollo la presa, mi spinge contro il muro. Con la coda dell’occhio vedo l’altro energumeno avvicinarsi con una Luger. Aha, divertente.

Infilo il gomito tra il fucile e il petto del crucco, strattono la canna, tiro il grilletto.

Un mesto click. Tutte le loro armi sono demilitarzzate, non possono spararci nemmeno a salve. Guardo il golem in corridoio.

-Saresti stato così tanto morto, coso!

-Kartoffel kapput volkswagen!

-Come no.

Finiamo per ritrovarci tutti nella stanza più interna. Hanno una foto di Himmler, una bandiera nazista, delle uniformi. Tutto ciò mi mette un pochino a disagio. Lis invece è entusiasta, da brava comunista.

-E’ tutto bellissimo!- Sfiora una divisa da capitano. -La posso provare? Posso?

L’accontentano. Mi guarda con un sorrisone felice, le mani in tasca.

-Come mi sta?

La guardo. Sorrido. Le sfilo la collana di corvo dal collo. Disinvoltura gente, disinvoltura. I miei compagni esultano. Lei mi guarda sconvolta e tradita. La prossima volta impari a farmi certe domande. Uscendo un kraut mi dà una pacca sulla spalla.

-Gute nacht!

-Shalom!

Domenica

“Bastards! I hate them with their long tails and their stupid twitchy noses!!” (cit.) (Foto di Michel Langrenez)

Il pubblico sciama attraverso il campo. Mi fa strano. E’ stato così deserto il sabato che cominciavo a pensare fosse un campo off.

C’è una prestazione nella grande lizza oggi, ma io ho un mal di schiena che piango, e lascio perdere. Dovrò tornare dalla conciaossa a farmi raddirizzare, che mi pare ci avere delle viti autofilettanti nelle vertebre del colllo. Approfitto per sobbarcarmi la corvée sgrassaroba. Calderoni e secchi tendono a coprirsi di una loia invereconda, e le uniche cose storicamente accettabili che possono farci qualcosa sono cenere, una buona striglia e olio di gomiti. Lis va e viene a prendermi dell’acqua, mentre io peggioro il mio mal di schiena per il bene e la profilassi del gruppo.

In uno dei viaggi la vedo tornare con un bottiglione d’acqua su un braccio e il figlioletto del capo sull’altro. Alle sue spalle Ulf si avvicina furtivo. Vuole fregarle il ciondolo. Sarebbe la sesta volta che se lo fa fottere, e il campo non è ancora finito. Il record finora è di nove furti su due giorni. Il campione aveva pagato pegno correndo in un campo inseguito da una banda di compari armati di frecce e giavellotti. Alla fine della giostra il povero diavolo aveva perso le scarpe nell’erba alta.

Lis ormai si avvicina al record, riusciremo a superarlo? Ma soprattutto, quando Ulf agguanterà il ciondolo, Lis lascerà cadere la bottiglia o il bimbetto?

Ulf afferra il cordino, tira. Lis torce la testa, acchiappa la collana coi denti. Un buon riflesso. Il bambino del capo è salvo. La complimentiamo con un applauso. Lei sorride fiera per un istante. Il suo sorriso evapora. Sputa il cordino. E’ un laccio di lana, molto assorbente. E’ stato al collo sudato di una mezza dozzina di membri.

-Occristo.- Lis sta diventando verde. -Sa di pecora putrefatta…

Le offro un sorso di vodka di consolazione.

Più tardi nel pomeriggio è l’ora della penitenza per Lis. L’idea è farla correre in armatura attraverso un percorso dove sono disseminate imboscate, e farla combattere ad ultimo contro tre dei ragazzi.

Per rendere la cosa interessante, Bothvar ha di nuovo fatto appello ai romani. Le tuniche rosse non sono molto discrete nel fogliame, ma si nascondono al meglio. Appena Lis si avvicina, da una parte all’altra cominciano a tirarle giavellotti, pezzi di legno, teste mozzate, ciabatte, la nonna in sedia a dondolo.

Dimostrazione napoleonica. E niente, i napoleonici spakkano. (Foto di Michel Langrenez)

Coudekerque è stato un bellissimo campo, come al solito. E ora finalmente l’estate è agli sgoccioli. La stagione è finita, resta solo da rimettere in sesto il materiale e riposare le stanche ossa fino alla primavera prossima!
MUSICA!

Foto di Nanette e Michel Langrenez. Invito ancora a seguirli, pubblicano foto bellissime!

Vita da campo: Jumiège 2016

-Dopo ardua ponderazione, io dico…- Ragnar il Giovane svita il tappo dalla fiaschetta di vodka. –Spitfire.

-Nah. Junkers 87. Se non ti piacciono gli stuka, non conosci gli stuka.

E’ notte sull’accampamento, l’aria è fresca, le associazioni bevono intorno ai falò. Si preannuncia un buon campo. Lo hanno organizzato i Klanen, una banda di artigiani e combattenti, gente d’oro. Più in là ci sono gli Spadaccini di Normandia, e i Byggvir, i Compagni d’Esculapio, una banda di variaghi… Tanta gente ben equipaggiata.

All’ingresso della spianata il comune ha costruito una pira gigantesca. Non abbiamo ancora deciso chi bruciarci sopra. E’ alta come una casa, fatta di tronchi incrociati e piena di frasame. Farà una fiammata bellissima.

Sotto il nostro auvent, Bothvar e Petrus stanno confabulando, boccali in mano. Ragnar il Giovane mi rende la fiasca.

-Diving bombers?

Bothvar e Petrus si accostano pitte pitte a una delle tende dove dormono i nostri.

-Right!- Mi riprendo la fiasca di vodka. –Vuoi mettere un tuffo sul tank mentre il vento fischia sulle ali col fracasso delle trombe di Gerico?

Bothvar e Petrus si acquattano alle due porte della tenda, sguainano i long sax.

-Comunque se vogliamo parlare di ardimento e gagliardia, il 588esimo sovietico-

-ATTACCO A SORPRESA!

Bothvar e Petrus si slanciano nella tenda con la grazia e la leggerezza di due orche assassine. Urla e botte, bestemmie in franzoso. Sorseggio la mia vodka. I compari sono motivati. Speriamo bene.

Sabato

L’Abbazia di Jumiège, fondata verso la metà del VII° secolo

Sono le otto di mattina, e sto già sudando come un cavallo. La giornata non è ancora iniziata e già pondero la possibilità di strappare le maniche della tunica.

Mi vesto nella tenda, comincio ad allacciarmi gli stivali. Cogito che se crepo di caldo prima di stasera, potranno buttarmi sulla pira e spedire a mia madre una secchiata di cenere.

Da fuori sento i compagni che fanno colazione.

-Chi dorme ancora?

-La Tenger non è uscita.

-Olaf, valla a svegliare.

Tsk. Come se fossi ingenua abbastanza da farmi beccare addormentata.

Sto legando l’ultimo laccio quando Olaf spalanca la tenda, long sax in mano.

Eh merda.

Cerco di alzarmi, mi spintona a terra e tenta di segarmi la pancia. Gli afferro il polso. Mortacci sua, pesa il doppio di me! Gli punto un piede sullo stomaco per scalciarlo fuori, l’infame m’agguanta la caviglia e mi strattona, mi assesta un fendente sul polpaccio.

E dire che per questo campo avevo deciso di non pestarmi con nessuno.

La catasta. Foto di Nanette (link a fine articolo).

Jumiège è un paese graziosissimo. Ci si arriva in ferry attraversando la Senna. E’ un’accozzaglia di case di mattoni e vecchie costruzioni in legno e intonaco. I ruderi dell’abbazia torreggiano oltre le chiome degli alberi. Scoperchiata, senza rosoni, i pilastri e le pareti si alzano contro un cielo blu incandescente.

Entriamo nella cinta del giardino. Sul prato ci sono dei padiglioni bianchi quattrocenteschi. E’ sempre un piacere trovare dei quattrocentisti ai campi. Petrus si volta verso di noi dalla testa della fila. Sogghigna.

-Secondo voi sono in vena di sport mattutino?

Passa parola lungo la fila. Prima di entrare nel loro campo, abbiamo già le armi in mano. Tagliamo di corsa sotto gli alberi.

I quattrocentisti sono già in armatura, brillano sotto il sole come catarifrangenti.

-SKJALDBORG!

I nostri scudi tondi si chiudono in una linea. Avanziamo a passo rapido. I quattrocentisti abbassano i bec de corbin, sguainano le spade. Cominciamo un match di berci e spintoni.

Vicini di campo. Foto di Nanette (link a fine articolo).

Contrattiamo una quantità di birra adeguata per smettere di rompere le scatole. I quattrocentisti ci pensano un attimo, poi concludono che non vogliono sporcare di sangue le armature di prima mattina (ci contavamo!) e accettano.

Di ritorno alla base, la gente comincia ad arrivare, il pomeriggio avanza lento, il calore si fa infernale. Siamo cooptati per una scenetta, sotto il sole. L’acciaio del mio elmo si riscalda fino al punto in cui non lo posso più togliere senza i guanti. Il metallo scotta. Mi sembra di avere la capoccia in una pentola a pressione. Grosse gocce di sudore mi colano lungo il collo. E non ho nemmeno l’armatura. Sono grata a Odino che a questo giro posso risparmiarmi la mischia, altrimenti mi raccattavano in barella.

Mi ritiro quando iniziano i pestaggi. Siccome non meno nessuno, oggi il mio ruolo è stare al campo e fare divulgazione. E’ un’attività che mi piace, peccato che la rastrelliera sia irrimediabilmente al sole.

Troppo caldo per un pestaggio in armatura? Puoi sempre occuparti della forgia! Foto di Nanette (link a fine articolo).

Durante la giornata, mi schiodo dal posto quanto basta per fare un salto a vedere i quattrocentisti. Il loro campo è più piccolo del nostro, ma sono un sacco di gente comunque. Riconosco la bandiera dell’Ordinanza San Michele. Mi sa che li ho già incontrati a Coudekerque, o forse era Ecaussine? Il mondo dei ricostitutori è relativamente piccolo.

Come al solito, il loro equipaggiamento è spettacolare. Armature a parte, si sono portati dietro artiglierie, spiedi, un forno per il pane. Una coscia di maiale intera sta arrostendo lentamente, schiacciata tra sole e brace.

Diavolo, ad averci i soldi non mi dispiacerebbe un salto di secolo, ogni tanto!

L’Ordonnance Saint-Michel e soci. Foto di Nanette (link a fine articolo).

Al calar della notte, degli sputafuoco si radunano intorno alla pira, appiccano il rogo.

All’inizio pare non succedere nulla. Fiammelle timide baluginano appena in un punto tra due travi. Mi siedo sull’erba, aspetto. Ho sempre avuto un debole per il fuoco. Da bimbetta mi divertivo a costruire case con calcinacci, riempirle d’erba secca, accenderle e guardare le fiamme uscire dalle finestre.

Se mi va male con l’università, posso sempre riciclarmi come piromane.

Lentamente fumo inizia a uscire dal graticolo di tronchi, denso e viscoso come melassa. Il bagliore aumenta, lingue di fuoco guizzano attorno a un trave, prima sparse, poi sempre più numerose. All’interno della struttura, cartone e ritagli divampano. Il calore aumenta. La folla si ritrae mentre il rogo si sviluppa senza fretta, sempre più grande, sempre più luminoso. Le facce degli astanti sono tinte di arancione. Nuvole di scintille appiccano piccoli focolai nel prato circostante. E’ un bello spettacolo. Il calore ti mangia la pelle.

Foto di Nanette (link a fine articolo).

Quando torno al campo, trovo degli scudi rossi posati contro uno dei nostri pali.

-Hanno cominciato il Gioco degli Scudi.- Mi avverte la Matrona. –I nostri li abbiamo rimpiattati.

Il Gioco degli Scudi, altresì detto “andiamo a rompere i coglioni ai vicini”. Consiste nel soffiare gli scudi alle tende circostanti e pretendere un riscatto in birra. Complice il buio, la tecnica di solito sta nel passare con disinvoltura accanto a uno scudo non sorvegliato e imbarcarlo come se niente fosse.

Non ho mai giocato, ho sempre avuto remore a metter le mani su roba che non mi appartiene. Mi rendo conto che ciò fa di me uno schifo di vichingo.

Andando a coricarmi, vedo due bambine scappare dal nostro campo, in braccio uno scudo quasi più grande di loro. Hanno fregato uno dei nostri. Alas.

Domenica

Affettuosi abbracci tra colleghi. Foto di Nanette (link a fine articolo).

Di prima mattina cerco di rendere il favore a Olaf. Lo becco che si sta allacciando le bande mollettiere, tento di affettargli un ginocchio. Mi strattona per difendersi. Il colpo va a segno, ma nel liberarmi incespico e prendo una ginocchiata nella soglia. Per essere un fine-settimana senza botte, me ne sto tornando a casa con un sacco di lividi.

Mi ricompongo per l’arrivo del pubblico. La gente è numerosa, in due giorni abbiamo più di quattromila visitatori. In questi frangenti, uno deve sempre prepararsi a rispondere a domande bizzarre, da “ma esisteva l’acciaio nel medioevo?” a “ma le vostre armi sono autentiche?”.

A questo giro mi capita solo l’evergreen “ma le vostre armi sono affilate?”.

Sì, sono affilate perché ci piace mandare all’ospedale metà dei membri e in galera l’altra metà. E’ un po’ il nostro stile.

Un marmocchio indica il cane di uno dei nostri.

-Nel medioevo non esistevano i cani.

Fissa davanti alla rastrelliera, mostro elmi e armi, faccio soppesare armature, spiego che no, i vichinghi non andavano in giro con asci bipenni e mutande pelose. Intanto noto l’assenza di  magliette o felpe di Vikings, e ciò mi ridà fede nell’umanità. Forse un giorno guariremo da questo morbo infame chiamato History Channel…

A destra, la mia armatura partecipa alla zuffa mentre io me ne sto in panciolle dietro una rastrelliera. Foto di Nanette (link a fine articolo).

Sto mostrando come usare uno scudo a una coppia con figli quando strilli e casino scoppiano tra le tende dei Klanen. Gente in arme che corre, gente disarmata che scappa. I visitatori intorno a me sono perplessi.

-Cosa capita?

-Oh è un raid per raccattare schiavi.- Accenno alle macerie fumanti. –Li venderanno tra un po’, vi consiglio di investire in un irlandese.

Nella confusione, noto un centro d’azione più frenetica. E’ Dall, uno dei nuovi arrivati, tosto e ticcio come un bue da traino. Avanza nel chiasso a torso nudo mulinando sberle come una quintana a reazione, fa volare elmi, spedisce in terra chiunque si avvicini. Gli saltano addosso in tre. Se li scuote di dosso come fossero mosconi, i tizi in armatura finiscono col culo in terra. Era dai tempi di Bud Spencer e Terence Hill che non vedevo legnate così divertenti.

Ci vogliono cinque uomini per legargli le mani. Lo perdo di vista mentre tre armigeri lo trascinano al mercato di peso. Un po’ mi dispiace per i tizi in armi. La storia degli schiavi doveva essere una scenetta tutta riposo per il pubblico. Staranno sudando a morte sotto gli elmi.

Me ne torno alle mie chiacchiere, mentre da lontano mi arriva l’eco del mercato.

-I vichinghi erano gli antenati dei pirati.- Mi dice un tizio del pubblico.

-Oibò.- Sorrido. -Non lo dica a chi fa rievocazione fenicia, potrebbe risentirsi.

-Ah, ma i vichinghi avevano più onore e umanità dei Fenici.

Come no. E nel medioevo non esistevano i cani.

Nel medioevo non esistevano le foto di gruppo!

In definitiva, è stato un buon campo. Piacevole, senza incidenti, senza troppe gomitate nelle costole.  Jumiège è un posto davvero splendido e abbiamo dato fuoco a una montagna di legna! Dar fuoco a qualcosa grande come un edificio val sempre la pena!

MUSICA!


Mille ringraziamenti a Nanette, la fotografa dei Klanen. QUI la sua pagina, check it out!

Vita da Campo: Somme 2016

La mattina è umida e nuvolosa. Al primo passo fuori dalla tenda, sprofondo nella mota gelata fino al ginocchio. Ha piovuto tutta la notte, mannaggia al demonio.

E’ il primo “campo-off” a cui partecipo. Niente pubblico, siamo solo noi, una federazione di gruppi , a manovrare in un campo in mezzo al niente. Una bella idea e una bella attività, se il tempo non ci odiasse.

Zampetto verso il fuoco, gli stivali già pieni di fango. Siamo nel dipartimento della Somme, se la giornata gira male possiamo sempre lasciar perdere le armature e ricreare qualcosa dal corposo catalogo “Giornatacce autunno/inverno 1916”.

Il campo inizia con con calma, con un piccolo atelier per quelli che vogliono imparare ad accendere il fuoco con acciarino ed esca. Ha l’aria divertente! E la figlia dodicenne del capo ci riesce, quindi io, dall’alto dei miei 28 anni, dovrei arrivarci in un battibaleno. Che sarà mai? Di certo tutte quelle ore passate a guardare Dual survival saranno servite a qualcosa!

Sono servite a farmi capire che se mai mi troverò spiaggiata in culo ai lupi, morirò di ipotermia.

PUTTANA L’EVA DELLA MAJALA ‘NGRIFATA TRAVESTITA DA PIRATA! (foto di Natalja, link a fine articolo)

Mi applico, picchio il pezzo di metallo sul selce, nemmeno una scintilla. Il motto della mia famiglia è Uccidere morendo, quindi insisto. Dopo la prima ora ho perso la pelle delle nocche e pezzetti di ciccia, il sangue comincia a colarmi tra le dita.

Dopo un altro po’ non ho tirato su una scintilla, ma il capo ora si trova un bellissimo set di selci arrotondati che manco ciottoli di fiume. Alla fine di un week-end di freefight vichingo le uniche ferite che avrò saranno quelle che mi sono fatta da sola prendendo a nocchini un sasso, evviva!

Alla fine la bimba mi toglie l’acciarino di mano. La scusa è che sua sorella vuole provare, la verità è che vuole evitare che finisca di snudarmi le ossa delle falangi. Mollo i balocchi alla terzogenita del capo, una ragazzina di sette anni appena. Mi allontano alla svelta: so già in due graziosi colpetti lo scricciolo appiccherà fuoco alla legna fradicia e voglio tenermi un pochino di autostima per il resto della giornata.

Dietro le tende, gli uomini sono in cerchio, uno di loro al centro con un berretto in testa e nella mano un sacco legato a una corda.

Il gioco è tanto semplice quanto divertente: strappargli il berretto di testa senza prenderti saccate nel muso. All’occorrenza, il sacco è pieno di paglia, ma già gli astanti discutono sulla possibilità di alzare la posta. Un sacchetto i sabbia, magari? O qualche sasso… O magari dei chiodi arrugginiti! Ok, però c’è un problema: se metti roba pesa nel sacco è vero che puoi spaccare la faccia a qualcuno, ma devi considerare gli effetti collaterali, tipo che il tizio nel mezzo potrebbe affaticarsi il braccino.

Non sarebbe più ganzo con un sacco pieno di ghiaia? Ti muscoli anche la spalla! 

(foto di Natalja, link a fine articolo)

Quando ci chiamano al rancio, la pioggia ricomincia. Aumenta. Inizia a grandinare. Il panno del padiglione comincia a incurvarsi, carico d’acqua. Il capo fa cenno verso l’estremità della tavola.

-Siete troppo vicini al bordo, vuotatelo o scansatevi.

Nessuno gli dà corda, stiamo mangiando un delizioso rancio di grano, pollo e cipolle, il mondo al di fuori delle nostre scodelle non esiste nemmeno.

Finché un colpo di vento non scuote il padiglione. Ulf è in piedi a capo del tavolo, tende una mano verso il mestolo per rabboccarsi la ciotola. Sulla testa gli cade un gavettone da quaranta litri che lo pianta in terra tipo piolo e lo zuppa come una spugna. Io lo guardo mentre affoga e penso ai romanzi di Licia Troisi, con Nihal sconvolta perché all’accademia militare si addestrano anche mentre piove. A volte mi dico che gli scrittori fantasy dovrebbero essere obbligati a un campo storico, per legge.

Il pomeriggio è dedicato alle manovre. La mia armatura è bellissima, luccicosissima e fuorissimo di almeno un secolo rispetto al periodo storico della compagnia, ma sticazzi, finché lo spiego al pubblico la mia coscienza è (quasi) a posto.

Cominciamo con roba semplice. Muro, avanti, dietro, carica, dietrofront… Non ho memorizzato gli ordini e faccio un po’ fatica a seguire.

Plus, il mio scudo è la metà di quello degli altri. Siccome sono gente antipatica, non lo chiamano nemmeno scudo, lo chiamano “targa” direttamente. Sono un sacco simpatici quando fanno così.

I postulanti tengono botta bene, ma verso la fine puoi leggergli la sofferenza in faccia. Uno scudo non sembra tanto pesante, i primi cinque minuti che lo tieni in mano.

Una bella linea ordinata (foto di Natalja, link a fine articolo)

Finite le manovre, ci mettiamo a menare sul serio. E’ il mio momento preferito, anche se mi ammazzano subito.

Niente duelli, solo combattimenti di gruppo. Alle volte va benone, alle volte una delle due linee si disfa come burro, e allora le botte ti grandinano addosso da tutte le parti. E’ sempre buffo sentire un capoccia che urla “tenete la linea” quando tutti sono mischiati a cane sciolto. Dio, ai tempi saremmo morti così alla svelta!

La mia schiena comincia a farsi sentire, ma resisto. Ci raggruppiamo, carichiamo di nuovo. L’altra squadra rompe il nostro muro, mi arriva un fendente preciso sulla capoccia. Non so chi me lo abbia tirato, ma la botta mi rincalcagna la testa nelle spalle, le orecchie mi rimbombano. Tu ma’ majala!

Ci raggruppiamo di nuovo. La testa mi pulsa, gli occhi mi fanno male. Niente di grave, ho picchiato capocciate peggiori, ma m’irrita il fatto di aver lasciato la mia zucca esposta.

Verrà un giorno in cui avrò avuto l’agio di prepararmi ammodo e in cui sarò scattante come… boh, come qualcosa di animato, invece che come il mio solito “sacco di cemento dimenticato”.

Alla fine ci ritiriamo un po’ pesti ma soddisfatti. E’ tardo pomeriggio, tempo di far qualche passo di ripetizione, di discorrere di quanto la lamellare in cuoio sia pratica ma mai documentata in nessuna fonte esistente, di fare incetta di calzini asciutti.

L’aria si raffredda alla svelta man mano che il sole cala. Le ragazze ricamano e tessono, l’Aldegarda affetta la carne per lo stracotto di stasera. Io mi cavo gli stivali dopo solo venti minuti di erculei sforzi. Il cuoio è fradicio, ho i piedi come prugne. So di avere dei calzini di ricambio da qualche parte, ma so anche che nel casino della nostra tenda sarà impossibile trovarli. Ci rinuncio, prendo gli scarponi dell’esercito, tanto al buio non si notano.

Acqua a catinelle. Ogni. Singolo. Campo.

C’è chi viene per le botte, chi per la Storia, chi per la compagnia, ma di ripiego tutti siam qui per la cucina dell’Aldegarda. La marmitta di stracotto evapora in meno di quindici minuti cronometrati. Purtroppo non ce n’è abbastanza per una terza portata, e il dolore è tale che non abbiamo altra scelta che annegare il dispiacere nell’alcol.

La sera accanto al fuoco è uno dei momenti migliori del campo. Il freddo è carogna, ma bruciamo ciocchi enormi da un giorno e mezzo ormai, la buca vomita un calore da bolgia dantesca.

Metà della gente che è pigiata accanto a me non la conosco, è da troppo tempo che partecipo poco o pochissimo alla vita dell’associazione. Cerco di ricordare facce e nomi e socializzare, qualcosa che mi riesce ancora meno che menar le mani o accendere il fuoco con un cazzo di acciarino.

Per fortuna restano sempre alcol e canzonacce oscene.

Il gruppo intona qualche delicato stornello francese, quando il Fortunato crolla a una spanna dalla fornace. Lo tirano su. Il tizio è chiucco cotto. Lo spingiamo su uno sgabello. Dove eravamo rimasti?

Ah sì, han fatto più battaglie le tue mutandine che tutti i giapponesi alle Filippine, giusto…

Il coro riprende, verte per qualche strana ragione sulle canzoni Disney. Perché la cosa più logica dopo le chiappe della pastora è I’ll make a man out of you. Non che mi lamenti, ma ho un nutrito repertorio di canti osceni in latino, e non ho mai occasione di cantarlo con qualcuno!

Oh, mio padre li conosce, ma se provo a cantarli quando sono a casa dei miei mia mamma mi lava la bocca col sapone. Ha fatto il classico.

Quando pare che anche il repertorio Disney sia esaurito, un movimento alla mia destra. Il Fortunato crolla di nuovo sulla buca. Per essere uno dei nostri migliori combattenti, ha davvero un equilibrio di merda stasera. Gli astanti lo acchiappano per la tunica prima che finisca in barbecue. Il capo s’incazza come una iena.

Mobbastaveramenteperò! Pintatelo fuori dal foco, che se si rosticcia è colpa mia!

Il Fortunato viene spintonato nelle tenebre, a riflettere sull’Assenzio e sul baricentro del corpo umano.

La bottiglia verde continua a girare. Non sono una grande fan di Assenzio, prenderei un Famous Grouse a mani basse se ci fosse, ma non sono neanche tipo da lamentarsi quando mi danno da bere gratis. E poi mi servirà: nella tenda sta crescendo il muschio.

Una delle nuove reclute è Melissa, una ragazza simpaticissima. Stiamo parlando di linguistica e università quando un’ombra si profila nel buio. E’ di nuovo il Fortunato. Lo vediamo arrivare come una valanga. A un passo dal cerchio, ha uno scatto da giaguaro.

WHAM.

Testa per prima diritta nel girone infernale.

-Merda!

Lo tiriamo fuori dal culo di Belzebù. La sua faccia è nera. Qualcuno gli passa le mani sul viso, la fuliggine vien via. Ha ancora gli occhi e ha ancora i capelli, ma sulla fronte, la guancia e il naso restano croste nere. La pelle è cotta e croccante. Evviva, è riuscito a battere Bjorn nel primato di ubriachezza suicida!

Lo prendiamo in due io e il Franco, lo trasciniamo via.

-Ora di andare a nanna.

Non ne vuole sapere. Si allontana a bordo campo per pisciare. Giuro che se casca sul filo spinato lo lasci lì. Quando torna indietro zigzaga abbelva.

-Ok, è fatta.- Lo trasciniamo alla tenda. -Ora di dormire.

-Nono.- Punta i piedi. Non fosse che fa il doppio di me, lo pigerei dentro a pedate. -Non ssssono briaho…

-No, infatti.- Sfodero un sorriso a trentadue denti. -Lo sappiamo. Infatti ti devi riposare.

-Naaah. Non voglio perghé brinda la supercazzola con scappellamento a destra…

Mi spiega perché sta benissimo e vuole restare con noi. Sarebbe interessante non fosse che non c’è nessun nesso logico tra parole (o, a tratti, tra sillabe). Resto lì a sentirlo, annuendo col mio sorrisone.

-Ma certo. Appunto. Esatto! E’ proprio come dici tu, devi sederti un po’ per tornare dopo. Proprio. Per l’appunto, ti stendi e ti riprendi.

Riusciamo a pigiarlo in terra sulla soglia. Esito. Non ha una coperta o, se ce l’ha, l’ha persa nel bailamme. Gli butto addosso il mio mantello prima di chiudere la tenda. Checazzo.

Non è una buona idea. Quando vado a dormire, il freddo è feroce. Provo a coprirmi con le pelli, ma non basta. Mi sveglio a metà della notte che batto i denti e tremo come un tossico in astinenza. Al diavolo. Dopo un po’ il Fortunato ci sveglia di nuovo calpestandoci tutti. Perché avendo la scelta tra l’uscita lì accanto e quella all’altro capo della tenda, ha beccato la più pratica. Yay.

Il campo in un raro momento di sole

(foto di Natalja, link a fine articolo)

Il giorno dopo mi pare di avere il cervello in acqua, ma per lo meno non mi son presa malanni. Elge sta messo peggio di me: non è riuscito a ritrovare la sua coperta e non ha osato disturbare i compagni di tenda. La sua cortesia gli è costata cara. E’ rimasto sveglio accanto al fuoco tutta la notte e si è buscato una marmotta coi fiocchi. Non può inghiottire nemmeno l’acqua.

Mentre discutiamo su cosa fare nel caso il Fortunato emerga dalla tenda senza più la faccia, la sua capoccia bruciacchiata fa capolino. Ha due brutte ustioni sul viso, ma niente pus o carne esposta. Ha avuto fortuna, poteva rimetterci un occhio o lo scalpo. Il capo gli fa un cazziatone selvaggio. Il Fortunato ha la decenza di apparire contrito. Spero gli sia di lezione, o la prossima volta lo ritroviamo la mattina addormentato nella brace. Che a quel punto non lo ripeschi nemmeno, lo giri e fai cuocere l’altro lato.

Le manovre riprendono sonnacchiose e stanche. Ho la schiena a pezzi. Meglio tenersi sulla dane axe per oggi. Sarebbe una soluzione ottima, non fosse che i tizi in prima linea sono tutti più alti di me e io non ci vedo una ceppa di niente.

Una linea diversamente ordinata. Sulla destra, io zampetto cercando di ricordare quali elmi devo martellare e quali no

(foto di Natalja, link a fine articolo)

Oggi il capoccia decide di andar giù un po’ più pesante sui postulanti. Mette tutte le armi in asta davanti al muro e giù di affondi negli scudi con l’ordine “soprattutto non fate regali ai nuovi”. Vedo Melissa soffrire. Le va bene che son cotta come un befanino, sennò sai che botte su quello scudo!

Al secondo passaggio mi rendo conto che scegliere un’arma in asta è stata proprio una buona idea: l’esercizio consiste nel rannicchiarsi sotto lo scudo mentre il resto della compagnia ti cammina addosso. Dopotutto può capitare, se cadi durante una mischia. Guardo allibita mentre il capo marcia sulla gente con la massa di una montagna. Con mia grande sorpresa, sono tutti in grado di camminare alla fine dell’esercizio. L’essere umano è un animale straordinario.

Evito la mischia a questo giro. Va bene far contenta la mia osteopata, ma non bisogna esagerare, che poi la vizio.

Mi siedo accanto al fuoco. Non so quanto tempo ancora potrò giocare al guerriero vichingo, la mia schiena peggiora sempre un pochino. Ho deciso che il giorno che non potrò più portare le armi mi metterò a cucire e scassare i coglioni al mondo intero su fonti e storicità della tenuta. Tanto la mia lamellare futurista sarà a casa a prender polvere. Aha!

E’ stato un buon campo, nonostante il freddo e l’acqua e la grandine. Mi sono fatta male il giusto, non troppo da preoccuparmi, ma non troppo poco (mi sembra sempre di aver partecipato a metà quando rientro senza nemmeno un livido).

Bisogna davvero che vada a più campi di questo tipo. E bisogna che finisca il mio mantello imbottito. Che sia novembre o il quindici di luglio, la solfa è sempre la stessa: acqua, e un freddo assassino.

MUSICA!

Fotografia: Natalja Photography

Vita da campo: Coudekerque-Branche 2015

-Oy.- qualcuno mi scuote -Sono le otto, sorgi e brilla.

Apro un occhio. Ho un freddo cane, umido fin nelle ossa e ho dormito solo tre ore. Sarà una bella giornata. Metto il naso fuori dalla tenda. Il parco di Coudekerque. Poche anime sono intorno alle buche del fuoco a ravvivare le braci.

Quest’anno ci hanno piazzati in un posto diverso dal solito. In quest’estate di merda non ho potuto partecipare a nessun raid, sicché Coudekerque 2014 è l’ultimo campo che ho fatto. Mi dà una strana sensazione, è come se non fosse passato un anno, è come se fossero passate solo poche settimane.

Mi vesto ed emergo. L’aria è pungente, ma il cielo è sgombro. Durante un campo. Non succede praticamente mai. Deve essere un segno. Buono o cattivo non lo so, ma di certo un segno.

Mi siedo sulla panca insieme agli altri. Pane e formaggio per colazione, e un canestro colmo di pani al cioccolato. No, non è storicamente accurato. Noi almeno ne siamo coscienti, a differenza di quei ritardati di History Channel. Il trucco sta nel far sparire gli anacronismi prima dell’arrivo della gente.

-Che orari abbiamo oggi?

Bothvar poggia un foglio sul tavolo, lo liscia con la manona.

-Nove e mezza, sfilata.

-E la lizza?

-Niente lizza.

Aggrotto le sopracciglia. Per una volta che arrivo a un campo in qualcosa di vagamente simile a “buona forma fisica”, ci tolgono la lizza? Sono venuta per farmi rovinare di botte, non per giocare al soldatino di piombo.

-Ci meniamo qui al campo e facciamo divulgazione storica.

Sarà interessante. La gente è sempre curiosa, e almeno avremo l’occasione di spiegare che no, Vikings non è accurato e che no, non esistono asci vichinghe bipenni.

-Non ho sentito cannoni stamani.- riempio il corno d’acqua -I Cechi del diciassettesimo non hanno portato l’artiglieria?

-I Cechi non sono venuti.

Cade il silenzio sulla tavola. Il disappunto è palpabile. I Cechi sono l’anima del campo, coi loro moschetti, la loro energia e la loro inesauribile riserva alcolica. Non è un vero Coudekerque senza di loro!

-I fondi per le Giornate del Patrimonio sono stati tagliati.- il capo ripiega il programma -Siamo tutti a un terzo degli effettivi.

Devo aspettare la sfilata per rendermene conto. Noi siamo numerosi, ma siamo gli unici. Franchi e Spartani mancano, come anche i Cosacchi e i moschettieri di Gustavo Adolfo. I Romani ci sono, ma i loro ausiliari galli sono la metà dell’anno scorso, e i napoleonici sono un terzo di quelli che c’erano nel 2014. A parte noi e il settore medievale, gli unici che si sono presentati in forze sono i tizi del ’39-’40, con un dispiego di veicoli ancora più massiccio che gli anni scorsi. Questa situazione mi rattrista un po’.

Ci mettiamo in marcia. Insieme a noi camminano altri vichinghi dell’associazione Les Temps Anciens. Sono una simpatica banda di gente gagliarda e hanno una ragazza combattente. E’ la prima che incontro in Francia da quando ho cominciato, almeno nella mia epoca. La sua arma d’elezione è una lancia. Accanto a me cammina una nuova recluta, l’Affrancato. E’ il suo secondo campo, e il suo elmo normanno è ancora liscio e lucido senza nemmeno un’ammaccatura.

Fanciulle combattenti! (Foto di Michel Langrenez)

La città è deserta, perché nessuno si alza alle nove di sabato mattina. Qualcuno si affaccia quando lo svegliamo a suon di chiasso. Dietro di me camminano una banda di allegri compagni del XIV°, muniti di corni. Dopo i primi dieci minuti di marcia e squilli mi dico che prima o poi finiranno il fiato. Dopo venti minuti mi chiedo se sia vietato scatenare una rissa multiepoca durante la sfilata. Dopo quaranta minuti sono sorda e ho raggiunto l’atarassia.

La sfilata si snoda attraverso lavori in corso e strade semideserte. E’ più lunga dell’anno scorso, ma io non mi scompongo: ho fatto i miei esercizi ‘stavolta, l’armatura non mi pesa! Per lo meno, non per i primi tre quarti d’ora, poi la scoliosi mi riacchiappa. L’unica persona che ama il free-fight vichingo più di me è la mia osteopata.

Dopo aver attraversato parcheggi e cantieri ritorniamo senza fretta verso il punto di partenza. Davanti alla fattoria del parco ci schieriamo tutti in buon ordine. Vedo che gli alleati sono numerosi, e anche i soldatini della Wehrmacht. Accanto a loro, quelli della prima guerra mondiale, con le loro belle divise azzurre e un pugno di gente col pantalone zuavo rosso vivo. Pensare che davvero li mandavano in trincea vestiti così è buffo e tragico allo stesso tempo.

E proprio mentre mi sto trastullando con tristi pensieri (le mie vertebre bidone, l’assenza dei Cechi, l’Inutile Strage), un raggio di gioia fa capolino tra le nuvole: il sindaco non c’è! E’ a protestare per il taglio di fondi alla Giornata, il che vuol dire niente discorso, il che vuol dire birra. Rapida, dissetante birra!

Yay, sfilata finita, dov’è la mia birra? (Foto di Michel Langrenez)

Il “bicchiere dell’amicizia” è uno spettacolo da vedere. Una via di mezzo tra un crocevia della Storia e un bar di assetati. Mi pigio nella calca di gente di tutte le epoche. Alcuni dei miei compagni si sono accalappiati un tavolo e stanno parlando di fashion.

-Hai visto il fodero della sua spada? E’ una riproduzione fedelissima, roba di classe!

-Ah, ma gli stivali nuovi del Tale? Voglio in nome dell’artigiano, sono magnifici e anche stagni.

-Pensavo di farmi una tenuta da guardia variaga.

I variaghi, maledetti i servi di Bisanzio! Tutti vogliono essere Rus o variaghi, solo perché avevano vestiti fighi da morire e bellissime armi. Civette. Che ne è della sana e brutale sobrietà occidentale?

Che poi io non dovrei parlare, la mia armatura è chiaramente un modello orientale d’importazione.

I campi multiepoca sono in assoluto i migliori e i più ricchi in sense of wonder (Foto di Michel Langrenez)

Forse è il campo a essere più piccolo, ma quest’anno la partecipazione del pubblico pare intensa. Ritagliamo una lizza con pioli e corda e facciamo un po’ di dimostrazioni, a coppie o a squadre. Lo spallaccio destro della mia armatura si è staccato dopo che i lacci di cuoio hanno ceduto, ma non me ne preoccupo,. Nessuno sta cercando davvero di uccidermi, alla fine. Anche perché combattiamo in stile occidentale, ovvero niente colpi sugli avambracci o sotto i ginocchi, e niente brutalità gratuita. Che per come la vedo io è un po’ come andare dal vinaio per bere succo di frutta, ma pazienza.

Cominciamo con un giro di duelli. Quest’anno me la cavo meglio dell’anno scorso. Sono più forte e non ho lo stomaco in guazzabuglio. Sarà che a parte qualche sorso di palinka non ho bevuto praticamente niente, o che il mio stress è arrivato al punto massimo ed ha sconfinato nel “eh, fanculo”. Stringo lo scudo, carico. Sono più bassa e più sega ella stragrande maggioranza dei miei avversari, se non accorcio la distanza e non prendo l’iniziativa il gioco finisce subito.

Il capo all’opera, sulla destra. Combattere contro di lui è un po’ come farsi martellare in terra a mo’ di piolo (Foto di Marine Marcinow)

L’unico vero problema è che la mia armatura è troppo buona. Non mi accorgo per niente quando qualcuno mi colpisce. Il tipo deve dirmelo, o urlarmelo, perché puoi tarmi un colpo d’accetta nella pancia e non ci fare minimamente caso. Sull’elmo li sento di più, non fosse che per il fatto che ti par d’essere il batacchio di una campana di Notre Dame, ma funziona solo in duello. In gruppo tutti martellano sulla capoccia di tutti. Se tu prendessi una batteria di pentole, la schiaffassi in un bidone di metallo e la buttassi giù per le scale, avresti meno casino. C’è poi anche il fatto che quando c’è chiasso il centralinista nel mio cervello sfancula tutto e archivia ogni input sotto “rumore di fondo”.

Uno dei miei avversari è un tizio della compagnia vicina, quelli dei Tempi Antichi. Ha uno scudo che fa il doppio del mio, un tondo che lo copre dalle ginocchia al mento. E io non posso scalzargli le rotule. Potrei picchiarlo sulla capoccia, ma fa due spanne più di me. Checcazzo, odio le regole occidentali.

Mi ritrovo davanti a Einar. Prendo l’ascia danese questa volta. Lui ha scudo e spada. Colpisco in alto, per agganciare lo scudo. Lui deflette, attacca. Paro indietreggiando. Einar carica, ma si protegge male, vedo la sua pancia coperta di maglia. Gli punto l’ascia contro lo stomaco e lo spingo indietro con tutta la forza che ho, gli assesto un colpo sul fianco, un altro sull’elmo. A questo giro ho vinto io, e quasi non ci credo. Non avrei dovuto colpire in affondo, è pericoloso, è stato un riflesso. Einar non se ne lamenta, è uno sportivo.

Al secondo giro ha vinto Einar. (Foto di Marine Marcinow)

Dopo i duelli ci mettiamo in formazione. Tre scudi davanti e tre armi d’asta dietro. Io mollo lo scudo e la spada per un’ascia danese. E’ così leggera che mi sembra di avere per le mani un balocco di gomma. E’ troppo leggera, non mi piace.

Questo genere di scambi vanno alla svelta. Non ci sono abituata e ho difficoltà a coordinarmi coi miei compagni. Picchio l’ascia sullo scudo di un avversario, oltre la spalla di un compare. Aggancio il bordo, tiro. La mia ascia s’impiglia nella cinghia dello scudo. Il tipo tira, ed è più pesante di me. Cerco di liberare la lama ma di colpo sono sola. La mia squadra è tutta a terra. Oibò. Mi fanno fuori in pochi secondi.

Si riprova. A questo giro sono colpita da una pertica che fa ufficio di lancia nella nostra compagnia. Il tipo me lo deve urlare, perché con questa ferraglia addosso non sento niente.

Riformiamo, riproviamo, ma la schiena sta cominciando a darmi davvero tanta noia. Decido di lasciar perdere dopo altri 2-3 scambi. Mi sembra di avere dei chiodi nelle vertebre, la spalla sinistra mi brucia. Forse non dovrei fare questo sport, ma allo stesso tempo che ci guadagno a star riguardata? Non si guarisce dalla scoliosi, finirò vecchia gobba in ogni caso, tanto vale essere una vecchia gobba con dei bei ricordi da raccontare all’ospizio delle Mummie Indigenti.

Non siamo solo rudi predoni: le nostre ragazze sono abili artigiane e bravissime gioielliere. (Foto di Marine Marcinow)

Il campo è piccolo e chi è venuto sembra più in vena di calma e chiacchiere che di giochi e zuffe come l’anno scorso. C’è qualcosa di malinconico in tutto ciò, ma sono felice di essere venuta.

Il settore ’39-’40 è il più grande. I loro veicoli invadono la piana, dalle jeep ai cingolati ai camion. Un gruppo di napoleonici balocca con una mitragliatrice montata su un fuoristrada. Un soldato della Wehrmacht rivestito un’armatura della Prima Guerra Mondiale. I suoi ufficiali hanno intravisto un tizio del XIII° in lamellare e gli hanno ordinato di difendere l’onore del XIX° secolo. Ha un coperchio di marmitta per scudo e una pala per arma. Aspetto speranzosa in attesa della singolar tenzone, ma il tizio del XIII° si allontana senza accettare la sfida. Peccato.

Uno dei gioiellini in mostra. (Foto di Michel Langrenez)

Torno sui miei passi. C’è uno strano attruppamento intorno alle nostre tende. Accelero il passo. Pompieri e paramedici. Sono in mezzo alla lizza, chini su qualcosa o qualcuno. Ahia, brutto segno. Abbiamo ripetuto l’exploit di due anni fa? Ai tempi Einar fermò una dane axe con il pugno e si aprì la mano dalla nocca giù tra le ossa per 3-4 centimetri.

Quando mi accosto vedo le gambe di qualcuno steso a terra, poi il suo gambézon. E’ il gambézon dell’Affrancato. All’ospedale al suo secondo campo, che fortuna!

Mi avvicino. Il Cerusico è con loro, l’Affrancato si tiene una compressa sull’occhio sinistro. Merda.

-Cos’è successo?

Ygritte è lì accanto.

-Un colpo di lancia.- dice, scura in volto -La mia lancia.

Incidente classico. Lei lo ha colpito sullo scudo. Lui ha parato male e piegato il polso. La punta è scivolata sul legno dritta nella sua faccia. Per sua fortuna la lancia non è appuntita e Ygritte ha avuto la prontezza di deviare: alla fine il ferro non ha colpito il bulbo, ma il lato dell’orbita.

Abbiamo avuto un’incidente del genere anni fa, durante un duello. Il tizio con il long sax è scivolato e ha mulinato le braccia d’istinto. La punta del coltellaccio ha centrato l’occhiale dell’elmo di un compagno. Il Cerusico lo ha caricato su una jeep del ’45 e sono sbarcati all’ospedale vestiti da vichinghi. Una bella scena: un gigante con la faccia gonfia e un danese che apre il discorso con “mia stia a sentire, SONO UN MEDICO”.

Anche in quel caso siamo stati fortunati, il compare se l’è cavata con un terribile occhio nero.

-Quanti danni?- chiedo.

-Niente danni.- il pompiere alza appena la testa -L’occhio c’è ancora, è andata bene.

-Due anni fa abbiamo avuto una mano tranciata in due.

-E l’anno scorso una bambina si è aperta le mani con un opinel.

Aggrotto le sopracciglia.

-Eri qui l’anno scorso?

Il tizio sogghigna.

-Oh no, vi conosciamo per fama.

Gli hanno raccontato anche del naso aperto l’anno scorso. A quanto pare quando li briffano sottolineano “e poi ci sono questi tizi della compagnia Mykrfrl… Myrikrfrfrrr… Quelli col capo che sembra Sandor Clegane e con il corvo sulla bandiera, quelli! Tienili d’occhio”.

Quest’anno però non siamo noi, aha!

L’ambulanza arriva, i paramedici aiutano il ferito a rimettersi in piedi.

-Occhio a dove metti i piedi.- gli dice il suo capo.

-Riguardati.- fa un’altra.

-E’ stato un incidente.- rincara un terzo -Dovresti chiudere un occhio.

L’Affrancato non risponde.

-Su con la vita!- gli urlano dietro -Sarai guarito in un batter d’occhio!

Che cari. Con amici così, chi ha bisogno di nemici?

La notte scende sul campo. A tavola discutiamo di spese e equipaggiamento quando dall’altra parte della strada, nell’altra metà del campo, qualcuno inizia a sparare. E continua a sparare. Che combinano?

Attraverso la strada che taglia il campo. I lampioni sono spenti nel viale dall’altra parte. Nel buio distinguo delle sagome nascoste dietro gli alberi. Alcune hanno i pennacchi di napoleone, altre no, le si distingue appena.

Uno scoppio e una lingua di fuoco. Uscivano dalla canna di un moschetto. Un’altra fiammata risponde tra gli alberi, insieme al triste chink di chi è obbligato ad avere armi neutralizzate. Un’altra salva di fucilate tanto forti che le orecchie mi fischiano. Cavolo, deve essere deprimente avere canne piene di piombo quando i tuoi avversari possono sparare a salve. Io forse mi risolverei a fare BUM con la bocca piuttosto che sentire lo scattare del cane e nient’altro.

Una salva arriva da sinistra.

-Che fate!- urla una voce nel buio -Siamo dei vostri!

-Ops.

Fuoco amico! Ti ammazza lo stesso, ma con molta contrizione.

I botti continuano. La polvere da sparo è divertente. Ho sempre avuto un malsano debole per il fuoco e le esplosioni. A volte penso che mi piacerebbe praticare un periodo storico dove si spara. Poi mi ricordo che spesso queste compagnie non si picchiano in corpo a corpo. Se non posso arrivare a tiro di cazzotto non è divertente.

Botti e fumicaggine! (Foto di Michel Langrenez)

Intorno a un falò, altri soldati dell’Imperatore bevono insieme a gente del Secondo Impero. Molti sono facce conosciute. C’è anche il compagno Slivovitz. Non è il suo vero nome, ma non ricordo come si chiama. Ha vinto il soprannome durante una rievocazione di Austerlitz. A quanto pare della gente aveva portato della slivovitz, e il giorno dopo lui ha avuto qualche problema con il drill.

Artiglieria! Ho già detto che i campi multiepoca sono i migliori? (Foto di Michel Langrenez)

-E il sergente mi urlava Ma stai fermo!”.- racconta -E io lì che dicevo, ma sei te che giri, sergente, giri giri giri…

Insomma, è stato un campo molto tranquillo, niente assalto al campo degli Alleati, niente mirabolante impresa. Sono anche rimasta sobria per la totalità del tempo, che non mi succedeva da quando avevo 14 anni.

Un po’ mi dispiace, un po’ mi dico che andava bene così. Dopo tutte le mazzate nei denti degli ultimi mesi, un po’ di bonaccia mi ha anche fatto bene.

Peraltro ho scoperto che lo spallaccio alla fine è utile, anche se non stanno cercando di ucciderti per davvero. Sono tornata a casa con un livido così grosso che per due settimane non sono riuscita a dormire sul fianco. La prossima volta porterò dei lacci di ricambio!

Continuo a non capire com’è che la rievocazione non sia più popolare. Ma hey, ognuno ha diritto di sciupare la sua esistenza come meglio crede.

MUSICA!

Ringrazio un sacco Michel Langrenez e Marine Marcinow, che mi hanno lasciato usare le loro fotografie. Sono splendide!