Genpei 1.2: papere sul Fujigawa

Rieccoci con gli interessantissimi articoli di storia giapponese.

Avevamo lasciato Yoritomo, capo dei Minamoto, in fuga precipitosa. Riprendiamo oggi sempre con Yoritomo, che dopo essere sfuggito alla trappola è riuscito a riunirsi con in suoi alleati, i Miura, e a riparare a Ryōshima, nella provincia di Awa.

La regione nord-orientale dell’Isola di Honshu

Pochi giorni dopo, il 2 del nono mese del 1180, la notizia arriva a Corte e a Kiyomori, ancora alla testa del clan Taira. Il 5, il decreto per i Taira è già pronto e impacchettato: vengono incaricati di fare a fettine il ribelle e la sua banda di gioviali compagni.

In Awa, intanto, Yoritomo non sta certo smacchiando giaguari. Nonostante la batosta, il nostro mantiene un grande ascendente sui guerrieri di Awa e Kazusa. I Taira hanno uomini nelle stesse provincie. Si tratta di famiglie guerriere legate storicamente a un clan ma i cui membri hanno scelto a chi dare la propria alleanza, creando un migliaia di confitti di fedeltà.

Tenuto di conto ciò, per chi avrebbero combattuto le bande armate dell’Est? Un fattore è discriminante: un guerriero non combatte per chi perde.

Yoritomo deve sbrigarsi a cavarsi da Awa e riunire i propri alleati attraverso le provincie del Bandō, se non vuole perdere la presa su quelli che ancora lo appoggiano. Il suo obbiettivo capitale è affermare la propria influenza sulla grande provincia di Musashi.

Problema: tra lui e Musashi ci sono Kazusa e Shimōsa, in cui vivono rispettivamente Kazusa Hirotsune e Chiba Tsunetane. Storicamente, entrambi i tizi erano legati ai Seiwa-Genji, ovvero la famiglia di Yoritomo. Tuttavia loro due erano uomini dei Taira. Chi avrebbero scelto, i loro capi tradizionali o i loro capi correnti?

Lasciamo Yorimoto a mandar letterine e spostiamoci nella provincia di Shinano. Anche qui era arrivata la lettera del principe Mochihito che chiamava i guerrieri a combattere contro Taira no Kiyomori. A raccogliere la missione del principe troviamo tale Kiso Yoshinaka, il cugino minore di Yoritomo.

Nonostante la parentela e la vicinanza geografica, i due non si vogliono bene. Forse dipende dal fatto che il fratello maggiore di Yoritomo aveva fatto fuori il padre di Yoshinaka, e Yoshinaka stesso se l’era cavata per un pelo.

Sono quel genere di cose che raffreddano un po’ i rapporti e mettono tutti in imbarazzo per il pranzo di Pasqua.

In Shinano, dunque, il giovane Yoshinaka cresce e diventa molto prossimo dei figli dei suoi salvatori, tra cui una brava ragazza di nome Tomoe Gozen.

Tomoe è la più famosa donna guerriera della Storia Giapponese. E’ famosa per aver combattuto a fianco di Yoshinaka ed essere uscita dalla guerra tutta d’un pezzo. Ma niente spoilers.

Dicevo, il giovane Yoshinaka riunisce presso di sé i gagliardi guerrieri del distretto e mette in piedi una banda personale. Quando la lettera di Mochihito arriva, Yoshinaka ha 26 anni, l’età giusta per intraprendere una seria carriera di capo guerriero.

Yoshinaka si muove dal distretto di Kiso il 7 del nono mese. Il primo bersaglio è un vassallo Taira che minacciava uno degli uomini di Yoshinaka. Il giovane rampante capobanda calciorota il nemico in questione in meno di niente. Un inizio molto più promettente di quello di suo cugino Yoritomo.

Anche i Genji di Kai si sono mobilitati in questo scoppiettante inizio di nono mese, sotto la guida di Takeda Nobuyoshi.

Alla Corte la notizia non piace, ma c’è qualcuno a cui piace ancora meno: Yoritomo. Se c’è qualcosa che non ha voglia di fare è dover litigare coi cugini durante la grande rivoluzione. Manda quindi il suocero Hōjō Tokimasa ai parenti di Kai e Shinano.

“Siamo chiari, bimbi.- dice il messaggio -Io sono l’erede del ramo principale, comando io e non voglio discutere su questo punto”.

Mentre i cugini si scambiano lettere antipatiche, alleati dei Taira pensano bene di approfittarne per rosicchiare i Genji della provincia di Kai.

Pessima idea: i Minamoto di Kai li spianano sulle pendici settentrionali del Monte Fuji. Secondo l’Azuma kagami questo sarebbe stato in parte dovuto ai topi: le pantegane avrebbero surrettiziamente rosicchiato gli archi degli attaccanti subito prima della battaglia. Quando si dice non aver nessuna fortuna.

Yoritomo intanto ha avuto la prima buona notizia da giorni: i Chiba di Shimōsa hanno risposto al suo appello. Sono tanti e bene armati. Rimpasserito dalla prospettiva, Yori passa indisturbato attraverso Kazusa e poi in Shimōsa. Il 17 arriva finalmente al governo provinciale dove trova il capo dei Chiba con i suoi figli, 300 cavalieri e i cadaveri dei funzionari filo-Taira, perché i Chiba sono gente pratica e amano mettersi avanti col lavoro.

-Finalmente la fortuna ci sorride.- Yori si sfrega le mani -Mi sento ottimista! Chissà, magari anche Kazusa Hirotsune verrà a sottomettersi con tanto trasporto!

Hirotsune incontra Yoritomo al fiume Sumida. Ha con sé un putiferio di gente. L’Azuma kagami tira in tavola l’assurda cifra di 20.000 guerrieri, che di certo non è corretta ma dà un’idea (erano probabilmente un migliaio). Hōjō Tokimasa osserva l’orda che si avvicina.

-Genero mio caro, te sei sicuro che è venuto per sottomettersi e non per farci impanati e fritti, vero?

-Haha, ovvio che sono sicuro! Circa.

La situazione è tesa. Hirotsune è un guerriero dell’est, un uomo per cui la forza vale tanto quanto la legittimità, se non di più. Sono abituati all’indipendenza, fieri e difficili da controllare.

Un capo deve aspettarsi situazioni del genere quando cerca di riunire un Impero. (BTW, se non conoscete il telefilm pace, ma se non conoscete la citazione andate ASSOLUTAMENTE a ricercare il film!)

Yoritomo gli va incontro e inaugura i loro rapporti facendogli un cazziatone terrificante.

Non è usuale per qualcuno con qualche centinaio di uomini prendere a pesciate nel viso qualcuno che ne ha qualche migliaio. E’ una scommessa che potrebbe andar benissimo o malissimo.

Va benissimo. Colpito dalla verve del nuovo capo, Hirotsune decide che magari vale la pena seguirlo. Può sempre impanarlo un’altra volta, dopotutto.

Gioca anche il fatto che Hirotsune era in lite con un uomo dei Taira (si, un capobanda in guerra con qualche altro capobanda, sorpresa). Costui era vicegovernatore di Kazusa, una cosa molto sgradevole per Hirotsune e i suoi.

Mentre i nostri bivaccano, altre buone notizie arrivano: migliaia di buone notizie armate fino ai denti e provenienti dalle provincie di Hitachi, Shimotsuke e Kōzuke. Secondo l’Azuma kagami il numero di Minamoto ammonticchiati sotto il piglio fermo di Yoritomo si eleverebbe ormai a 50.000.

E’ ovviamente esagerato, ma si tratta comunque di un numero ragguardevole di ribelli. Alla Capitale arriva notizia che Yoritomo controlla ormai 7 o 8 provincie. Roba del genere non si vedeva da più di due secoli almeno!

E Yori non ha intenzione di smettere. Una provincia manca all’appello: Musashi. Il piccolo problema è che molti in Musashi sono fedeli ai Taira. La scelta è ardua: dissipare risorse e tempo per spianare i filo-Taira, o trovare il modo di vincerli alla causa rivoltosa?

La questione viene risolta senza spargimento di sangue (novità). Dato che le diverse famiglie di Musashi si odiano tra loro (sopresona!), un certo numero corre a mettersi sotto l’ala dell’erede Minamoto. A questo punto, la massa di gente che Yoritomo è riuscito a mettere insieme è tale dal prevenire qualsiasi slancio lealista dall parte dei filo-Taira, almeno per il momento. Soddisfatto come un gatto che ti si è appena seduto nel piatto, Yoritomo ripiega quindi su Kamakura, per consolidare le proprie alleanze e il proprio esercito. Altre rivolte nel passato sono fallite nonostante gli sbalorditivi successi militari, e Yori non è un fesso: studia la storia e impara, a lui non deve capitare.

E’ il decimo mese ormai.

Monumento a Yoritomo in Kamakura

Alla Capitale intanto, pochi giorni prima, l’esercito lealista si sta preparando, sotto il controllo del nipote di Kiyomori, Koremori. Il 29 ancora cincischiano perché aspettano un giorno astrologicamente propizio per muoversi.

-Dì- fa Koremori -Ma con migliaia di ribelli assatanati, non sarebbe meglio spicciarsi?

-Sei della Vergine ascendente Aquario, oggi dice di restare a letto-

-Ma-

-Porta male.

-Come portava male far fuori l’ultimo figlio del nostro nemico?

-Che ne vuoi sapere te, mica sei astrologo.

Quando finalmente l’esercito lascia Rokuhara, la base dei Taira, il suo primo obbiettivo sono i Genji di Kai. Lungo la strada, Koremori spera di raggranellare vassalli dalle provincie facenti parte dei circuiti delle Tōkaidō e Tōsandō.

Meno del previsto rispondono all’appello. Si prepara un bel massacro, e molte famiglie minori hanno poco da vincere e molto da perdere.

Secondo Farris, le difficoltà dei Taira nell’assemblare un esercito ammodo derivano anche dal fatto che una carestia falcidiava nello stesso periodo le regioni occidentali. Il morale dei lealisti sarebbe stato anche smorzato da una baggianata, messa in giro dai ribelli, secondo cui il Principe Mochihito sarebbe stato ancora vivo e vegeto.

Nonostante tutto, l’esercito Taira s’ingrossa. 70.000 dicono alcune fonti, ovviamente esagerando.

Il 16 del decimo mese Koremori arriva alla barriera di Kiyomi nella provincia di Suruga, subito a sud della provincia di Kai. E’ ormai a un tiro di schioppo dalla base di Yoritomo: Kamakura si trova in Sagami, appena a est di Suruga.

A differenza di quello che capita in filmacci e romanzega, Yoritomo non è imbecille da farsi sorprendere con le braghe in mano (quante volte avete visto la scena “oibò, sire, siamo sotto assedio! Così, dal nulla!”). Yori ha radunato il suo esercito sul fiume Kise, presso il confine tra Sagami e Suruga. L’attacco è previsto per il 24, che all’astrologo piaccia o no.

Quella che capiterà dopo sarà la “Battaglia” del Fujikawa. E le virgolette sono del tutto giustificate.

Non è chiaro quando si sia svolta davvero ‘sta sanguinosa farsa.

Come da protocollo, prima dello scontro i Minamoto mandano ai Taira due messaggeri, per dar loro appuntamento alla piana di Ukishimagahara e scatenare l’inferno.

Il tono del messaggio non piace ai Taira, che scapitozzano i due ambasciatori. Porta sculo scapitozzare gli ambasciatori. Sapevatelo.

Il 20 (o 24, secondo le fonti) i Minamoto arrivano in vista dell’accampamento Taira.

Solo che i Taira non ci sono.

Qualche morto ammazzato, qualche puttana calpestata, qualche cavallo abbandonato legato a un piolo. Rottami e macerie. I Taira sono fuggiti a gambe levate, sul loro campo sembra ci sia passata l’orda di Attila. Solo che nessun altro è nei paraggi.

-Oibò, ‘zzo è successo?

-Un miracolo! Ieri pregavo Hachiman di fargli un mazzo così a ‘sti figli di cagna, mi ha esaudito!

-Ma i bodhisattva non vannoin giro a pesticciare la gente! Sono tipo, esempi di crescita spirituale e roba così.

-Oh, davvero? E allora si saranno pesticciati da soli, eh!

I Minamoto vincono a tavolino senza colpo ferire. La vittoria viene archiviata nei capitoli “Miracolo che levati” e “Botta di culo che non si spiega”.

In realtà c’è una spiegazione scientifica al fenomeno di sparizione collettiva. Non sono gli alieni, non sono i folletti: è l’idiozia acefala dei grandi gruppi.

Retrolampo alla sera prima.

L’umore dei Taira non è molto alto per cominciare, e l’assassinio dei due ambasciatori (nota fonte di sculo) non migliora la situazione.

Secondo lo Heike monogatari, Koremori avrebbe chiamato tale Sanemori nella propria tenda.

-Te che li conosci, dimmi un po’: gli uomini di Yori sono davvero cazzuti come dicono?

-Di più!

-Sul serio?

-Peggio! Sono così feroci che mangiano gattini vivi a colazione!

-Ora non esagerare…

-Sono così tanti che nell’est hanno dovuto inventare nuovi numeri per contarli!

-‘Petta un secondo.

-LE LORO FRECCE SONO ROBA CHE T’IMBULLETTA DA PARTE A PARTE COME UNA COLTELLATA NEL BURRO!

Sto solo in parte esagerando. Per citare la fonte:

Koremori convocò Nagai no Saitou Bettou Sanemori, un uomo che aveva fama di conoscere la situazione nell’est.

-Dimmi Sanemori, quanti uomini nelle Otto Provincie possono maneggiare un arco da guerra altrettanto bene di te?

Sanemori scoppiò a ridere. -Pensi che io usi frecce lunghe? Le mie fanno a stento tredici palmi [larghezza del pugno chiuso, NdT]. Qualsiasi guerriero dell’est può fare la stessa cosa: là nessuno può dire di essere un arciere di lunghe frecce a meno che non possa trarne da quindici palmi. Si considera un arco da guerra quello che richiede sei uomini forzuti per essere incordato. Uno dei loro possenti arcieri può tranquillamente perforare due o tre armature quando scocca. Ogni grande proprietario comanda almeno cinquecento cavalieri. Quando un cavaliere monta in sella, non cade mai d’arcione; per quanto aspro sia il terreno su cui galoppa, il suo cavallo non cade mai. Se vede un padre o un figlio ucciso in battaglia, cavalca sopra il cadavere e continua a combattere.

La lista di quanto sono tosti i guerrieri orientali continua nella tenda di un sempre più preoccupato Koremori.

Mentre questo succede, la voce si diffonde nel campo. I Minamoto mangiano gattini vivi. No, sono così cattivi che costringono i gattini a mangiare altri gattini e poi li mangiano vivi! Usano abeti interi come archi! Uno di loro è così tosto che si è letto l’Ulysses di Joyce in integrale, lingua originale, per davvero!

Intanto, i contadini della zona hanno telato per prudenza. E’ sempre una brutta cosa trovarsi di traverso a un esercito in marcia, e i Taira non fanno eccezione. Solo che all’imbrunire i fuggiaschi accendono falò per riscaldarsi e mangiare. Bivacchi si accendono uno a uno sulle colline circostanti, un tappeto di focolai.

Al campo Taira i guerrieri mormorano. Sono i bivacchi Minamoto? Sono già arrivati? Vogliono vendicarsi degli ambasciatori uccisi? Sono così tanti, sono dappertutto!

Nel buio si muovono orrori e incubi…

Nella notte, un canneto in riva al fiume è disturbato. Probabilmente da qualcuno che andava a pisciare o da una volpe giocherellona. Le papere si alzano in volo spaventate.

-LE PAPERE! I MINAMOTO SONO NEL FIUME! CI ATTACCANO!

L’allarme scoppia nel campo. Panico completo nella notte nera. Sono arrivati, sono nel fiume, coi loro archi della madonna che sparano gattini che citano Joyce!

Fuggirono in fretta e furia, abbandonando le loro cose. Alcuni afferrarono archi e abbandonarono frecce nella confusione; altri afferrarono frecce e abbandonarono archi; alcuni inforcarono il cavallo di altri; alcuni videro il loro cavallo cavalcato da altri. Alcuni saltarono su bestie legate, e galopparono in tondo attorno ai picchetti. C’erano grida di cortigiane e prostitute, portate per intrattenimento dai vicini posti di stazionamento, che subirono terribili ferite per calci alla testa o che ebbero il bacino fratturato per essere state calpestate.

Che il resoconto dello Heike monogatari sia corretto o meno, l’esercito Taira batte in una ritirata precipitosa senza nessuna buona ragione.

A Rokuhara li vedono tornare con le sottane in mano.

-Oibò, ma che è successo?

-E’ stato terribile, ci hanno attaccati sul Fujikawa!

-Etiobono, ma quanti erano?

-E chi li ha contati? Mica li abbiamo visti!

Pare che l’intero esercito si sia disintegrato nel fugone precipitoso, con Koremori accompagnato da una decina di uomini appena, al ritorno a Rokuhara.

Non c’è bisogno di dirlo: questa faccenda fa esplodere ilarità e dileggio nell’intera isola. Prostitute, pasquini, poeti, popolani, tutti ghignano. Bella figura per il più potente clan guerriero del Paese!

Fumante di rabbia, Kiyomori sarebbe per spedire Koremori in esilio e spacciare il suo secondo. Riconsidera, dopo essersi calmato.

Ghignate a parte, la “battaglia” del Fujikawa è un mirabile esempio di panico di massa. Gli stessi guerrieri che fuggirono a gambe levate terrorizzati dalle papere avevano già combattuto e provato il loro valore. Gli stessi, combatteranno ancora, con le unghie e coi denti, nei cinque anni di guerra che seguirono. Questo genere di fenomeni di massa possono capitare e non sono necessariamente rappresentativi degli individui facenti parte della suddetta massa. Un vasto gruppo umano è sempre più grande della somma delle parti, e obbedisce a leggi diverse.

Ad ogni modo, gli dei sorridono a Yoritomo. La guerra è iniziata e lui si è appena sgranchito.

E’ tutto per oggi.

MUSICA!

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Puntate precedenti:

Genpei 0.1

Genpei 0.2

Genpei 1.0

Genpei 1.1

Bibliografia

FARRIS William Wayne, Heavenly warriors, Harvard University Press, 1995, Cambridge

HERAIL Francine, Histoire du Japon, POF, Paris, 1986

SIEFFERT René, Le dit des Heiké, POF, Paris, 1993

UESUGI Kazuhiko, Genpei no sōran, Yoshikawa Kōbunkan, 2007, Tōkyō

CRAIG McCULLOUGH Helen, The tale of the Heike, Stanford University Press, 1988, Stanford

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Roba già vista sul fronte occidentale

Volevo pubblicare un articolo questo sabato. Una nuova puntata sulla guerra di Genpei. Poi il mio cellulare ha iniziato a squillare. Non avevo il computer acceso, non sapevo cosa stava capitando.

Sto bene, ero a casa quando la sparatoria è iniziata. Altri 120 (o 140?) non sono stati così fortunati. Per tutta la sera ho cercato di rintracciare amici e contatti. Stanno tutti bene. Nessuno di quelli che conosco era al Bataclan.

Al Bataclan avrei potuto esserci io. O un amico. Ci andiamo relativamente spesso. E mi chiedo perché abbiano scelto quel teatro lì: il metal è un genere relativamente di nicchia da queste parti.

Tra un po’ mi prenderò il tempo per essere triste. Per ora sono solo incazzata e frustrata. Frustrata perché non c’è una soluzione facile, e già mezzo mondo ci sta sparando addosso soluzioni facili, una più bidone di quell’altra. Incazzata perché 10 vigliacchi possono spaventare 10 milioni con un paio di AK-47.

La coinquilina vuole tornare a casa. Mi chiede se tornerò in Italia.

No, non credo. Abito qui da quasi 10 anni, la Francia è casa mia tanto quanto la Toscana, se non di più. Se ho potuto studiare è stato grazie alla Francia. Se ho potuto trovare una casa è stato grazie alla Francia. E’ il paese che mi ha dato la mia vita da adulta, e con tutti i suoi difetti, la trombonaggine, l’ortografia ridicola e le cose che mi fanno infuriare, le voglio bene.

E poi sarò idealista e romantica, ma l’idea che sbandiera la Francia mi piace. Mi piace l’idea di repubblica, di libertà d’espressione e di pensiero, mi piace l’idea di laicità. Mi piace che in Francia eleggono un presidente ateo e nessuno si scompiscia. E no, io non sono atea.

La Francia tenne botta relativamente bene agli attentati di Gennaio. Vedremo come va ora. Perché la posta in gioco è alta.

Crediamo davvero nei valori repubblicani o no?

Se volevo vivere al sicuro dalle armi da fuoco, sarei andata in Cina. Se volevo vivere in un posto senza viavai di immigrati, sarei andata in Arabia. Se volevo vivere in un posto con un leader che ce l’ha duro abbestia, sarei andata in Russia.

Perché alla fine della fiera vaffanculo. La libertà è pericolosa. La fratellanza è pericolosa. L’uguaglianza è pericolosa. Posso prendere il rischio (statisticamente ridicolo) di una fucilata, per poter scrivere ogni giorno quello che penso, credere nel dio che mi pare e vivere come cazzo mi gira. Sì, l’idea che domani un mentecatto fanatico arrivi e faccia una strage è terribile.

Se alcuni hanno paura, è comprensibile. Ma se il Paese ha paura, questi sudici maiali hanno vinto.

E per tutti gli sciacalli infami che già urlano all’invasione: i Kouachi di Charlie Hebdo erano più francesi di me. E’ probabile che anche questi cani scabbiosi siano francesi fin nel midollo. I ritardati mentali guardano fuori aspettando l’orda dei tartari, ma sono i vostri figli quelli di cui dovreste aver paura.

A ora pare che i morti siano circa 120, tra cui 4 poliziotti uccisi al Bataclan. 120 e più famiglie devastate. Pensate a loro e trattenete lo sciacallaggio politico fino all’alba almeno. Quanto a me, io credo che la Francia abbia più coraggio di quanto non si creda. Voglio aver fede in lei.

 Vive la France! Vive la Republique!