Catastrofi epiche: Gods of Egypt

Vi è mai capitato di andare a vedere un film noto per essere pessimo e di ritrovarvi, con incredula sorpresa, davanti a un prodotto più che dignitoso?

A me non è mai capitato.

Abbiate paura. Abbiate molta paura.

Questo film è un capolavoro assoluto e chi non la pensa così ha torto. E’ il Nirvana dell’orrido, il Santo Graal del trash!

E il fatto che in un film intitolato Gods of Egypt non ci sia nemmeno un attore egiziano non è che lo zucchero a velo su questa fenomenalenale torta di che cazzo sto guardando!

Immaginate che qualcuno abbia preso Lory del Santo (regista della celeberrima serie The Lady), le abbia dato 170 milioni di dollari e le abbia chiesto di realizzare i filmatini in Computer Grafica di un videogioco del 2004. Aggiungete Leonida di 300 e Jamie Lannister nei panni di Jamie Lannister. Metteteci Aladdin della Disney, ma togliete la scimmietta, così che il ladruncolo acrobata si ritrovi a parlare da solo come uno psicotico. Aggiungete una spolverata di humor anni ’80 stile episodio ciofeca di Friends. Dategli la trama di una puntata mediocre di Xena principessa guerriera.

Mixate tutto e… avrete comunque qualcosa di meglio di questo film.

Ammirate! Pensavate che Foodfight fosse il fondo del barile quanto a CG? SBAGLIAVATE!

La trama è quella del re leone: il fratello del re ammazza quest’ultimo ed esilia il nipote (legittimo erede). Costui deve ritrovare la propria forza per salvare il regno dal folle usurpatore, ma durante il suo viaggio scoprirà che il vero potere non viene da fuori, ma dal Quore. Jaimie Lannister salva tutti grazie al Potere dell’AmiciziaTM.

No, non sto scherzando.

In ciò ci sono sottotrame che da sole stordirebbero un elefante. Tipo Seth Butler che prende il potere con la stessa strategia di Lillard in In the name of the king di Uwe Ball, ovvero spaccia il sovrano durante la benedizione urbi et orbi e dice “bon, il tipo è morto, io sono il nuovo capoccia”.

Il primo provvedimento di Seth Butler, peraltro, consta nell’alzare la tariffa per l’ingresso al Paradiso.

No, non è per dire. L’ingresso al Paradiso si paga. In oro o altri beni. C’è una scena nell’Oltretomba, con la bilancia e tutto, dove i ricchi pagano ed entrano, e i poveri vengono distrutti.

Io mi chiedo, che contano di farci, gli dei, con i quattrini? Li investono? Li accumulano? Qual è il piano di sviluppo economico sul lungo periodo?

Seth ad esempio accumula oro in una piramide. Magari ci nuota dentro come un muscolacciuto e depilato Paperone. O magari vuole investire tutto in un’astronave (why does God need a starship? cit.)

Si capisce che parte almeno del malloppo è usata per costruire un’armatura. Ok, ma è una sola armatura. Una massa di oro pari al Titanic, tutta magicamente pigiata nella carrozzeria di un pandino? E se davvero avevi bisogno di tutto ‘sto oro, non potevi confiscarlo e basta? C’era bisogno di far girare la filiera dell’Oltretomba?

Insomma, tornando alla trama (termine usato qui nel senso più lato possibile), Seth Butler prende il potere con la stessa facilità con cui io prendo l’autobus, schiavizza tutti, frega la ragazza a Jamie Lannister (Hator la dea Vacca) ed esilia quest’ultimo. Dopodiché chiama John Murdoc e gli fa costruire una torre alta altissima. Visto come se l’è cavata nella città deglli Strangers, direi che Johnny è l’uomo giusto.

Tornando alle astronavi, Butler decide di andare a trovare suo padre, il dio Rah. Costui sta su una nave spaziale e non scende mai. La scena del loro incontro è pregnante, la luce è drammatica, le espressioni tese, tutto urla “sviluppo personaggi angst trauma!”

-Mi hai schiaffato in un deserto di merda dove non c’era un cazzo da fare a parte crossfit!- Si lagna Butler –Non mi hai mai voluto bene!

-Ma no che ti volevo bene.- Replica Rah –Vieni, guarda.

Un vermone cosmico della Madonna emerge dal buio. Rah gli tira una forchettata e il vermone se ne va.

-Vedi, questo vermone viene tutti i giorni per mangiare il mondo.- Spiega Rah. –E io tutti i giorni devo star qui su a fiocinarlo. E’ una vita di merda. Allora mi son detto, “ci vuole qualcuno che venga su a fare ‘sta vita di merda al posto mio”. Ti ho schiaffato nel deserto perché TU sei quello che intendo inchiodare qui in eterno, mentre tuo fratello se la spassa nella valle dei fiorellini. Vedi come ti voglio bene?

Seth acchiappa una seggiola e sfascia il vecchio di legnate. E fa bene.

Solo che Seth non ha fatto i conti con Aladdin!

Su terra il nostro ha una fidanzata con due tette gigantesche.

-Dobbiamo trovare il modo di rimettere al potere Jamie Lannister.- Fa lei. –Dovresti rischiare la vita per restituirgli gli occhi magici e quindi i poteri!

-Come fai a sapere che ha degli occhi magici a cui sono vincolati i poteri? Siamo due morti di fame, da dove ti viene ‘sta conoscienza sulla fisiologia divina?

-Ho due tettone giganti.

-Ok, vero. Però Jamie Lannister è un pirla, perché dovrei rischiar la pelle per lui?

-Ho due tettone giganti.

-Ok, vero.

I due rubano i piani segreti della piramide in cui sono gli occhi di Jamie (una roba che a confronto le trappole di Indiana Jones sembrano fedeli ricostruzioni storiche) e ne recuperano uno. Per vendetta, John Murdoc ammazza una delle tette. Dramma!

Insomma, Jamie, Aladdin e Hator si ritrovano in un avventuroso viaggio alla ricerca dell’altro occhio. Sì, perché in questo universo tutti gli dei hanno un pezzo di corpo magico da cui traggono tutto il loro potere, e se smonti i pezzi magici puoi fare una superarmatura spakkaculi fortissima.

Suona stupido da morire, e lo è. Ma a parte ciò, è realizzato malissimo. La natura degli dei non è mai spiegata, il che lascia lo spettatore perplesso davanti all’idea che tu li possa smontare e rimontare come pupazzetti lego. Vi ricordate come nel film del Signore degli Anelli (che peraltro a me nemmeno garba ‘sto granché) erano riusciti a rendere il carattere diverso di elfi, nani, hobbit e uomini così che, al di là delle apparenze, dal loro modo di parlare e pensare fossero chiare le differenze di razza e longevità?

Bene. Qui non c’è niente del genere.

Gli dei di questo film sono usciti dritti dal Jersey shore. L’unica differenza con gli umani è che sono più alti, e tendenzialmente più stupidi.

A sinistra, un personaggio divertente; a Destra, Jamie Lannister sogna la pensione.

Questo film è un DISASTRO. Nonostante sia una visione divertentissima e trash in modo delizioso, non riesco a immaginare a chi possa genuinamente piacere.  E’ stato fatto a pezzi dalla critica, e a ragione. Tutto trasuda schifo a livelli epici. Il tono, le scene, i personaggi, i dialoghi…

La cosa triste è che il regista si è sentito in dovere di andare su Facebook a lagnarsi di come i critici non capiscano la vera arte.

Un bello scivolone per Proyas. Come? Il suo nome non vi dice nulla?

E’ il regista di The Crow, e di Dark city.

Yup. La mente malvagia dietro questo armageddon cinematografico ci ha regalato un grandissimo cult e quello che dovrebbe essere un cult, Dark city, uno dei miei film preferiti in assoluto.

Iste mundus furibundus falsa prestat gaudia

Il cast  
La Computer Grafica  
La storia  
Aladdin  
Rah redivivo  
Ogni singolo dettaglio di questa boiata colossale
Il vermone  

 

Questo film è ancora più assurdo di Dungeons & Dragons. Trascende l’assurdo e diventa spettacolare!

Consigliatissimo anche per i non amanti di trash: è così stupido che chiunque può trovarci roba di cui ridere. E mal che vada, la ragazza di Aladdin ha delle tette grandi così.

E’ un film del’Asylum che ha un budget di 170 milioni di dollari! Chi non lo guarda è complice!

MUSICA!

La Nuova Cronologia, verso la demenza e oltre!

Vi capita mai di fare una scoperta così fenomenale da gettare una luce del tutto nuova sulla vostra esistenza?

Una di quelle scoperte che ti fanno realizzare qualcosa di importante e che non avevi assimilato del tutto.

Nel mio caso, ho realizzato fino in fondo che la Russia è davvero un paese pieno di sorprese. E quella di oggi si chiama Anatolij Fomenko.

Non sapete chi è?

Sedetevi, perché state per avere la rivelazione della vostra vita.

La Storia è sbagliata. Tutta!

No, non me lo sto inventando. Purtroppo la mia fantasia ha dei limiti.

Signore e signori, oggi parliamo di Recentismo, ovvero della Nuova Cronologia.

Anatolij Fomenko spiega come realizzare una mascherina di Carnevale.

Voi credete di certo a quella favoletta di Preistoria, Storia Antica, Dopo Cristo, eccetera. Credete senza dubbio a Napoleone, Alessandro Magno, Giulio Cesare.

Tutte balle! La storia è vecchia di 8-9 secoli al massimo!

Tutto comincia in Russia, e si sa che quando qualcosa comincia in Russia deve essere qualcosa di epico, perché se c’è qualcosa che i nostri amici cosacchi sanno fare è superare le aspettative.

Un bel giorno Anatolij Fomenko, matematico dell’università di Mosca, decide di infilarsi in un annoso dibattito con il suo team di nerds: la corrispondenza tra cronologia ufficiale e fenomeni astronomici.

Nel testi storici abbiamo spesso riferimenti a fenomeni come le eclissi. Ora, talvolta l’eclissi segnalata in un documento non combacia con la meccanica celeste. Non è un problema inventato e non è un problema banale. Ci possono essere mille ragioni sul perché tale documento collocato in tale periodo indichi un fenomeno astronomico che non può essersi verificato.

Ad esempio, il documento potrebbe essere stato copiato male, o collocato male. Potrebbe essere stato male interpretato o tradotto. Potrebbe essere falso. E’ ormai assodato che, nello studio della Storia, il ricercatore deve mantenere un certo spirito critico rispetto alla tradizione scritta.

L’approccio di Fomenko è molto più radicale: l’intera cronologia Scaligeriana è falsa!

Il nostro tavarish ha messo insieme un calcolo basato sulla rotazione lunare e ha riscritto da zero l’intera Storia dell’Umanità, infischiandosene bellamente di archeologia, studio comparato dei documenti, scienza o buonsenso spicciolo.

Come si dice a Firenze: e gli è tutto sbagliato, e gli è tutto da rifare! Quindi rimboccatevi le maniche e preparatevi a scoprire cosa è davvero successo!

Cominciamo col dire che, secondo Fomenko, non esistono fonti scritte antecedenti al X° secolo. Che dico fonti scritte! La scrittura stessa è stata inventata verso il mille, e prima la gente stava in grottoni e cacciava mammuth. Sissignori: quei chopper che avete visto al museo, i dipinti di Lascaux, il Tempio del Sole in Bulgaria, tutto risale al X° secolo al più presto.

Il primo grande impero nasce verso quest’epoca, e Fomenko lo chiama Prima Roma (perché Roma? Se non lo capisci il problema è solo tuo!). Prima Roma stendeva i suoi territori intorno al Nilo e aveva come Capitale Alessandria. Ora, non vorrei che voi vi immaginaste l’Egitto e le Piramidi, perché non è così: le Piramidi sono state costruite nel XIV° secolo, ovviamente.

Tornando a Prima Roma, verso il XI°-XII° secolo l’Impero copre l’Egitto, l’Europa e la Russia. I nostri decidono di spostare il centro del loro potere nella regione del Bosforo, dove fondano una seconda Capitale. Questa, situata dove si trova oggi la moderna Istanbul, allo stesso tempo la Gerusalemme Biblica, Troia e Costantinopoli!

STRIKE!

So che già vi sembra la storia di un ubriaco sotto effetto di Svanverol, ma il meglio a da venire.

E’ in questa grande capitale da me ora chiamata Clusterfuck City che nasce Gesù. Qui il nostro predica e si fa crocifiggere nel 1185 (lo stesso anno in cui Yoritomo diventa il primo shōgun del Periodo Kamakura. Coincidenze? Noi del Club degli Scoppiati crediamo di no).

Ora, nel Vangelo i seguaci del Nazareno erano una dozzina di tizi più qualche pastore ed ex-prostituta, ma in realtà il suo messaggio aveva avuto un successo che levati e l’intero Impero o quasi era cristiano. In particolare, erano cristiani i Russi (sì, ci sono dei russi, perché ogni storia è meglio se ci sono dei russi). A dimostrazione, i 3 Re Magi erano in realtà lo Zar, la Zarina e l’Ataman. La Zarina è passata alla tradizione col nome di Gaspare. Sai che culo.

Insomma, ai Russi questa cosa che hanno inchiodato Gesoo proprio non piace, e nel 1204 lanciano una crociata di cosacchi contro Bisanzio. Sarebbe già bellissimo così, ma Fomenko ci vizia e specifica che questi cosacchi del 1204 altri non sono che gli Achei della Guerra di Troia.

Questo è Schliemann. Leggendo l’Iliade ha scoperto Troia. E’ un figo. Ma Fomenko ha più fantasia.

Dopo la morte di Gesoo e l’invasione degli achei cosacchi (BWAHAHAHAHAHAHAAHAHAHAH, grazie Fomenko!) l’Impero si frammenta in regni, tipo quello di Nicea e il Principato di Vladimir Suzdal con capitale Rostov. Quest’ultimo è sotto il controllo dei legittimi discendenti i Bisanzio e ha come esercito l’Orda. Già. Perché questo principato è anche passato alla storia come l’Impero Mongolo!

Non ditemi che credete a quella ridicola storiella di Gengis Qan e dei suoi baldi compari. Oh no no no, la Russia non è MAI stata invasa (ci mancherebbe altro!), sono stati i Russi a lanciare l’invasione verso l’Europa nel 1261!

Che poi invasione, dai. Fomenko spiega che il resto del globo era pressoché disabitato e si è trattato di un pacifico ripopolamento più che altro. Un po’ com’è successo in Cecenia, per intendersi.

La Russia era e resta inconquistabile

E Gengis Qan? Mai esistito. Si trattava invero del sovrano Yuri III, che regnò dal 1319 al 1325. Costui è anche passato ai posteri come San Giorgio di Lydda e Yuri II. Il caro Yuri morì giovane e fu seppellito insieme ai suoi antenati in…

rullo di tamburi

Ma a Giza in Egitto, ovviamente!

Insomma, siamo nel XIV° secolo e ancora nessuna traccia di Roma o del Papato, direte voi. Non temete: sono stati fondati dal successore di Yuri Gengis II di Lydda: Ivan Kalita. Che, all’occorrenza, era anche Califfo, Batu Qan e il leggendario Prete Gianni. Se vi chiedete che cazzo abbiano tutti questi tizi in comune o come mai coso qui abbia deciso di creare il Papato, non avete che da leggervi i 7 volumi di Nuova Cronologia scritti da Fomenko (che ha chiaramente un sacco di tempo libero).

Ma non distraiamoci: col passare del tempo, l’Impero si sgretola in diversi pezzettoni. Questi diversi regni, tutti russi non dimentichiamoceli, sono: l’Impero Mogol in India, l’Impero Mongolo in Cina, l’Impero Mameluco in Egitto (costoro sono anche gli Hyksos, così, tanto per gradire), l’Impero dei samurai in Giappone (non solo imparo che è esistito un impero dei samurai, ma scopro che i miei cari amici bushi erano dei russi), e, per non farsi mancar nulla, l’Impero Inca e Maya in America!

Vi sembra grossa? Ditevi solo che è a quest’epoca che appare Babilonia!

L’Impero dei russi è un sacco figo e bello e gli scambi aumentano. Il che provoca terribili epidemie. La soluzione è molto russa: mandare l’Orda a sterminare tutti i malati dell’Impero.

E’ un’idea così abissalmente cretina che non so neanche come un uomo adulto abbia potuto concepirla.

Ad ogni modo questo olocausto mondiale (severo ma giusto, ovvio) è passato alla Storia come la conquista ottomana e la ricerca della Terra Promessa raccontata nell’Esodo.

Tutto sembra andare di nuovo bene quando nel XV° secolo delle scissioni cominciano a crearsi nel Cristianesimo. Da queste nascono gli Ortodossi, i Luterani, i Cattolici, i Buddisti, i Mussulmani e gli Ebrei.

Sì, perché il Cristianesimo è la più antica delle religioni moderne. Gli Induisti trovano l’idea molto divertente.

Perché davanti a due libri chiamati uno Antico Testamento e uno Nuovo Testamento, il caro Fomenko è incerto su quale sia uscito prima. Che volete, matematici…

Ma insomma, direte voi, com’è che oggi troviamo un resoconto completamente diverso dei fatti storici?

Questo perché nel XVII° secolo in Russia prendono il potere i Romanov, infami usurpatori filo Europei che riscrivono l’intera Storia per autolegittimarsi!

Sì. Perché è ovvio no? Chi di voi, traducendo Senofonte, non ha pensato “però ‘sti Romanov, che fighi!”? Chi di voi, leggendo di Babilonia o della Guerra delle due Rose non ha pensato “se la Russia deve avere dei sovrani, quelli sono di certo i Romanov”?

Forse i Romanov erano solo pessimi scrittori e si son divertiti a riempire la loro grande opera con sub-plot superflui.

O forse Fomenko fuma roba che voi umani non potete immaginare.

Ad ogni modo, i Romanov inventarono anche le diverse lingue!. Oh sì. Per creare barriere linguistiche e impedire ai popoli di essere uniti nel grembo amorevole di Madre Russia. E tutte le lingue del mondo derivano dalla lingua ufficiale dell’Impero Russo: lo Slavo liturgico.

Gente, non so da che parte cominciare. Per certi versi vorrei applaudire la totale idiozia di queste ipotesi, per certi altri vorrei picchiare qualcuno, e infine mi chiedo come mai il gruppo FB italiano della Nuova Cronologia abbia solo 200 fan. Per un paese dove la Cartomante è considerato un mestiere rispettabile e dove la gente non vaccina i bambini, uno penserebbe che i vaneggiamenti di un alienato farneticante dovrebbero avere discreto successo.

Perché Fomenko ha un certo appeal, l’appeal del complotto. C’è un complotto degli storici per nascondere la verità. Lo sapete che i magazzini dei musei sono strapieni di reperti mai esposti? (Sì, lo so io e lo sa il gatto della vicina) Questo perché detti reperti contraddicono la Storia ufficiale! (E noi sappiamo che la Storia ufficiale è un monolito, non ci sono mai dibattiti o bisticci tra storici).

Secondo Fomenko, se riconoscessimo la verità vera delle cose tutto andrebbe meglio. Ad esempio, se i mussulmani accettassero ‘sta cosa che derivano tutti dal cristianesimo, non ci sarebbero guerre di religione.

E’ un’idea così naive e così stupida che sarebbe imbarazzante in bocca a un bambino di tre anni non troppo intelligente. Fomenko è un matematico. Mah.

Io non studio matematica né frequento matematici, tranne uno, che è un tizio tanto intelligente quanto fuori del mondo (il tipo viene a trovarmi in gennaio dell’anno scorso ed è sorpreso del fatto che la polizia lo abbia fermato e gli abbia chiesto se era mussulmano. Si era perso il piccolo dettaglio degli attentati a Charlie Hebdo. Viviamo a Parigi tutti e due.).

Forse Fomenko è dello stesso genere. Di sicuro non sa un cazzo di etologia umana.

In conclusione, io non so cosa augurarmi: di vederli rinsavire o di vederlo continuare nelle sue boiate. Credo che la cosa più bella sarebbe vedere una collaborazione fra Fomenko e il mio caro Lilin.

Il mondo è pieno di meraviglia. Dovevo condividere con voi questa perla di assoluta e pura assurdità.

Ora sapete chi è Fomenko.

MUSICA

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Link utili

Il sito italiano dedicato a Fomenko e i suoi vaneggiamenti

Bibliografia per coprofagi

Un canale youtube sui documentari di Fomenko, e un altro (francese)

La pagina wiki

Star Wars, la Forza s’è appena svegliata e le ci vuole un caffé

Il 2015 è finito, finalmente. E’ stato un anno molto grumpy, e ho alte aspettative per il 2016.

Quindi, perché non inaugurare tutto con una recensione mainstream e coatta su un argomento tanto di moda?

Sono andata a vedere Star Wars, the Force awakens.

Mi è piaciuto?

Mettiamola così. Dopo averlo visto, sono tornata a casa, ho preso il cofanetto dei prequel (quella roba che nessuno guarda mai ma che dobbiamo avere in casa che sennò poi mi tolgono la tessera da nerd) e ho chiesto scusa alla facciona tonda di Anakin.

Sì, è così brutto. Perché i prequel avranno anche tutti i difetti del mondo (tra cui il fatto che se ne faceva anche a meno, che hanno più buchi di Jean Reno alla fine di Leon, che i dialoghi romantici facevano vomitare arcobaleni e che Jar Jar), ma la storia aveva un senso. E anche alcune idee buone, stringi stringi. L’idea che l’Impero fosse un parto della Repubblica stessa (c’è crisi, c’è bisogno di un uomo forte!) era bella, per esempio.

Questo qui è un pattume rimasticato.

Jar Jar Abrams ha chiaramente cercato di mettere le basi di una nuova saga legandola in modo solido all’originale, la più amata. E di per sé, era una buona cosa. Peccato che non abbiano saputo farlo.

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La trama è quasi la stessa dello Star Wars del ’77, solo che per metà abbiamo la vecchia gang e per metà la nuova, che mima quasi tutti gli stessi ruoli (Rey come la giovane Padawan, Poe come il giovane Solo, Kylo Ren –d’ora in poi noto come il Frignetta– come il giovane Vader) e che dovrebbe riprendere la fiaccola della storia.

Ora, i personaggi dello Star Wars originale non saranno stati la cosa più originale del mondo (il giovane prescelto, il contrabbandiere canaglia ma di buon cuore, la principessa idealista e arrogante, ecc.) ma erano scritti bene. Avevano un carattere, potevamo capire le loro ragioni e i loro scopi.

Con questi? Eh… Ma andiamo con ordine!

Specifico subito che ho visto questo film in italiano, con quello che è, a mia esperienza, il doppiaggio peggiore del decennio. Non sentivo roba del genere da quando, appena sedicenne, mi strafacevo di film di Kurosawa in italiano. Dopo anni che guardo solo film in lingua originale (che signorina snob sarei, altrimenti?), il doppiaggio mi dà sempre fastidio. Ma per Giove e Putifarre, ‘sta roba era dolorosa!

Insomma, comincia la storia con un testo da morte cerebrale in cui si dice grosso modo:

“I ribelli avevano vinto la guerra, ma siccome Leia e soci sono una manica di mentecatti coi pollici nel culo, dopo solo 30 anni la Repubblica è ridotta come la Somalia, l’Impero c’è di nuovo ed è anche più potente di prima, Luke ha ragequittato e i Jedi continuano ad essere estinti.”

Wow.

Tutti sono alla ricerca di Luke, che si è dimostrato il peggior mentore del secolo ma che hey, la profezia diceva che avrebbe portato equilibrio, quindi ciccia. Luke non ha lasciato indirizzo, ma ha seminato pezzettini di mappa da tutte le parti perché sennò non si riempiono due ore di film.

Il nipote di R2D2, d’ora in poi Monopalla, va con NonSolo su NonTatooine a prendere la USB con la mappa. Purtroppo, il Frignetta sbarca, cattura Poe e uccide tutti. Sembra finita per Poe, ma uno Stormtrooper decide a caso di disertare e lo libera.

Ok, STOP.

Esaminiamo i problemi qui.

Il guaio non è l’idea dello Stormtrooper disertore.

Il guaio è che il personaggio è scritto malissimo. Per capire un personaggio dobbiamo vederlo nel suo ambiente prima del suo grande Cambiamento. Pensate a un altro film a caso, per esempio Romancing the stone (Alla ricerca della pietra verde). Non cominciamo con Joan nell’autobus nella jungla, cominciamo con lei che vive sola col gatto e di lavoro scrive orridi romanzi romantici d’avventura. Siccome sappiamo che è una donna abitudinaria e sedentaria, siamo interessati quando la vediamo costretta dalle circostanze a intraprendere un rocambolesco viaggio in mezzo a liane, serpenti e narcotrafficanti.

Cosa sappiamo di questo tizio? Poco, e quel poco non ha senso. E’ un trooper, inquadrato fin dalla tenera infanzia. Il processo è così severo e disumanizzante che il tizio non ha nemmeno un nome. Una roba che a confronto la propaganda nazista è semolino.

Sarebbe un’ottima fonte di conflitto! Un personaggio che per tutto il film lotta per liberarsi dalle catene ideologiche e psicologiche di questo terribile sistema!

Invece no. Coso diserta. Perché? Non ce lo diranno mai. Capiamo che ha avuto paura alla prima battaglia, che ha avuto remore a spacciare dei civili. Sappiamo anche che, fino a questa piccola scaramuccia, Coso qui aveva sempre obbedito senza problemi.

Ok, quindi non si era mai trovato in una condizione rischiosa o davanti a una scelta morale che testasse la sua lealtà. Più tardi scopriremo che il tizio era addirittura un addetto ai cessi.

Perché un bidello la cui competenza e lealtà non è mai stata testata è stato scelto per una missione importante come la cattura di Poe? Non si tratta di una battaglia, si tratta di un’operazione di precisione con effettivi ridotti e (si presume) scelti. Quindi?

Se non conosco le ragioni e il background del personaggio, come faccio ad affezionarmi?

Una storia migliore, in 4 vignette.

Insomma, Finn, il trooper, decide di disertare perché la guerra è brutta o qualche stronzata del genere (complimenti al programma disumanizzante del Primo Ordine, che non lascerà nessuna traccia sul carattere di Finn). Potrebbe scappare nel parapiglia o fingersi morto, ma siccome c’è rischio che il Primo Ordine lo insegua, Finn decide di scappare col prigioniero importante, così invece di una squadra (o magari nulla) è sicuro di avere alle calcagna una bella fetta della flotta. Finn è stupido, da questo punto di vista, ma non temete, non è il solo.

Finn e Poe restano separati e Finn si ritrova solo su Jakku, dove per la legge delle Coincidenze che Levati e il corollario del Quanto è Piccolo il Mondo, dopo una passeggiatina incontra Rey, bella fanciulla del deserto.

Rey è la Donna che Tutto Può. E’ tipo Wonderwoman, Nuvolari, Richthofen e Gesù tutto in uno.

Dovrebbe essere una meccanica che campa recuperando pezzi da rottami stellari, un’orfana sfruttata e malnutrita in un pianeta desertico e crudele.

Essere malnutriti e sfruttati in Pakistan…

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…e su Jakku

Rey sa parlare con un droide mai visto prima (vi ricordate quando Luke non capiva niente dei bip bop bum di R2D2? Luke era una pippa), sa parlare svariate lingue aliene, sa parlare il wookie nonostante 30 anni prima il wookie fosse una lingua rarissima.

Rey viene aggredita da due goons cattivi e li mena entrambi senza nemmeno spettinarsi.

Rey non ha mai pilotato niente di significativo, ma una volta posato il suo grazioso didietro su una nave atipica (e modificata) non solo riesce a farla decollare, ma si scatena in acrobazie aereonautiche che le nostre Frecce gliela leccano.

E lo so cosa diranno alcuno. He, ma anche Luke!

No.

Intanto non è che siccome il primo Star Wars è ora un mostro sacro allora non ha difetti.

E poi no.

Luke viene presentato come il rampollo di una famiglia benestante, gente non ricca sfondata ma nemmeno povera, che vive e lavora presso un grande porto interstellare. Luke stesso non è un semplice rottamaio, ma è in grado di manipolare, riparare e modificare dei droidi. Non è un salto troppo grande supporre che gli sia capitato di pilotare roba più grossa del suo macinino.

In secondo luogo Luke non si mette alla guida del Millennium Falcon! Manovra il cannone, e la sola roba che guida è un piccolo X-wing dotato di copilota, R2D2. Alla resa dei conti quello che Luke fa è mirare bene e infilare due colpi ben piazzati. Non si scatena in acrobazie stellari a bordo di veicoli mai usati prima.

Ma torniamo a Rey. Han Solo le mette in mano una pistola che lei non ha mai usato. Non sa nemmeno come usarla. Ma dalle mezzo secondo e la tipa dà le pappine a Simo Haya.

Mai preso una spada laser in mano, ma tiene testa al Frignetta.

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Ho ho ho, chi ha avuto l’idea della guardia laser?

E la forza? Vi ricordate come Luke debba allenarsi per lungo tempo?

Rey, senza mai averci provato prima, spacca il culo al Frignetta, il pupillo del nuovo Imperatore e uno capace di sbatacchiare la gente in giro (ma solo quando serve alla trama) e bloccare un colpo di folgoratore a mezz’aria (qualcosa che non abbiamo mai visto fare a nessun Jedi figo prima).

Ora, so cosa qualcuno sta per dire:

-Ma Tengy, ti lamenti sempre che non ci sono personaggi femminili forti, e ora che te ne danno uno rompi?

Non vorrei apparire come la Donna Che Chiede Troppo, ma oltre a un personaggio “forte” non è che noi fanciulle potremmo averne anche uno scritto bene? ‘Sta tizia totalizza Mary Sue a mani basse (ma non frigna troppo, il che è un punto a favore).

La storia segue a grandi linee roba già vista. I Cattivi hanno un’altra superpalla spakkapianeti, solo che questa è del tutto diversa dalla Morte Nera I e II perché questa è ancora più grande. Ma ha un punto debole che se colpito abbastanza provocherà l’esplosione dell’intera baracca. E Finn sa dove e come arrivarci perché lui puliva i cessi.

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Lo Starkiller è grande come un pianeta, conterà al minimo una cinquantina di milioni di impiegati. Ma ognuno di loro deve imparare a menadito i piani dell’intera palla. Perché dai, è credibile. Boh.

Intanto il Frignetta cattura Rey, perché lei ha visto la mappa del robot e ne hanno bisogno per completare il puzzle. Perché il Primo Ordine ha ricostruito il resto della roba basandosi su vecchi archivi. Perché la Repubblica non sia riuscita a fare la stessa cosa sarebbe stupido da spiegare.

Il Frignetta capisce che Rey è potente nella Forza, e quindi lascia a farle la guardia un singolo stormtrooper facilmente impressionabile.

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Il Frignetta, uno dei cattivi più deludenti della storia del Cinema

Insomma, i nostri riescono a scoppiare la palla e scappare (sorpresona), Han Solo muore perché costava troppo metterlo in Star Wars VIIIOld ideas strike back, il Frignetta si scatena in un’inutile duello con Rey e Finn e perde (peraltro, ho apprezzato il cazzotto sulla ferita come metodo di cura), i buoni si salvano e i cattivi fuggono.

Di ritorno alla base, sorpresa! R2D2, che era rimasto tra i piedi in standby da quando Luke era sparito, si riattiva. E vedi un po’ te i casi della vita, ha il resto della mappa! Perché in 30 anni nessuno ha pensato a controllare l’hard-disk del computer personale dello scomparso. Cristo…

Voler fare un elenco di tutte le cose stupide di questo film sarebbe impossibile. Ce ne sono a bizzeffe, saturano ogni singolo minuto di film. L’intera storia sembra rivolgere intorno al tema: “Leia e Han Solo sono pippe in tutto ciò che fanno”.

Hanno vinto la guerra, e 30 anni dopo la Repubblica è a catafascio, la guerra va male, sono divorziati, loro figlio è un serial killer e Han è tornato a fare il contrabbandiere indebitato. Ha anche la faccia di parlare del suo piccolo business come “quello che so fare meglio”. Coso, abbiamo visto due bande di creditori armati fino ai denti entrare senza colpo ferire nella tua nave. Mi sa che è chiaramente stabilito ormai che sei una ciofeca anche in quello.

L’unica scena genuinamente divertente è quella in cui il Fringetta sta avendo l’ennesima crisi di bizze, due stotmtroopers voltano l’angolo, capiscono l’antifona, si scambiano un’occhiata e voltano sui tacchi facendo finta di niente.

Insomma, un film esilarante per quanto è tirato via.

Due stormtroopers che se la filano  
Storia rimasticata…  
… ma arricchita con gustosissimi buchi di trama  
Zero cura nella sceneggiatura e nella caratterizzazione  
Finn è un buco di trama vagante  
Rey sa fare tutto anche se non ci ha mai provato  
Lo Starkiller è un coacervo di buchi di trama tale da inghiottire il sole  
Nessuno aveva nemmeno pensato a controllare la memoria di R2D2  
Il Frignetta  
Il nuovo Imperatore  
Come in Interstellar, l’unico personaggio memorabile è il robot  
Hai preso Brienne per fare Phasma, e la metti in due scenette di merda  
Luke deve essere il peggior maestro del secolo  

 

Insomma, è un pessimo, pessimo film. Lo ha detto anche Lucas, che ha definito vendere Star Wars
alla Disney l’equivante che vendere i propri figli agli schiavisti. C’era un’alternativa, sai Giorgino. Non vendere. E ora sappiamo cos’hai fatto dei tuoi figli naturali, mostro!

Comunque nessuno si mette contro la Disney (il cui amministratore delegato compare nel film nei panni dell’Ologramma di Snoke) e Giorgino si è dovuto rimangiare tutto.

Film consigliato solo per chi conta di andarlo a vedere a un orario di bassa frequenza e con un gruppo di amici trashomani. Perché se non si può ridere e commentare non ne vale la pena. E’ un’accozzaglia di roba talmente disperante che mi ha fatto seriamente rivalutare Star Wars Holiday Special.

Questo è tutto e che la Forza sia con voi!

MUSICA!

(E’ un appello a Hollywood, don’t waste your time always searching for those wasted years! Fatela finita col nuovo Star Wars, il nuovo Ghost Busters, il nuovo Star Trek e tutta la corte dei film zombies, dateci roba nuova, storie mai raccontate prima porca puttana!)

Valhalla rising: roba troppo profonda

Ho un sogno. Il sogno di vedere, un giorno, un film di vichinghi ben fatto. Un film dove non ti strappi gli occhi per i costumi a cazzo, non piangi per la scelta delle locations, non ti senti male davanti a tattiche di battaglia troppo cretine.

Esistono film del genere per altri periodi storici. Perché tutto quello che va dalla fine dell’Impero Romano alla Guerra dei Trent’anni deve essere trattato così a cazzo di cane? Non c’è una ragione logica!

Un giorno voglio sedermi davanti a un film di scandinavi incazzati senza dovermi prendere a schiaffi dall’inizio alla fine. Insomma, sto aspettando che qualcuno realizzi questo film (peccato solo per le corna, il resto è tutto storico).

Qualcuno mi ha consigliato la visione di Valhalla rising. Non la solita americanata alla Hiastory Channel, mi ha detto. E’ un regista danese, Nicolas Winding Refn, è un figo, davvero! E dopotutto le recensioni per questo film sono quasi tutte positive. Quindi perché no? Questa potrebbe essere la risposta a quel vuoto nel mio cuore. Potrebbe essere il bel film sui vichinghi che ho cercato per tutta la vita!

O forse no…

Dai primi secondi già capisco che non è il caso. Di botto, compare un testo su come all’inizio c’era solo l’uomo e la natura, e poi sono arrivati i cristiani a guastare la festa. Che già mi fa imbizzarrire un pochettino, dato che la frase è semplicemente stupida. L’ultima volta che l’essere umano è stato in contatto diretto e solitario con la natura, senza tutte quelle brutte cose chiamate “cultura” e “religione” e “morale” eccetera, è stato… no, non è mai stato. Ogni singola civilizzazione di Homo sapiens conosciuta è caratterizzata da suddette brutture. L’Uomo non vive con la Natura, non ci ha mai vissuto, vive con la visione che ha della Natura. Siamo animali culturali, è una caratteristica intrinseca della nostra specie.

Quindi raccattate le vostre massime neopagane su come “più prima era più meglio” e andate a farvi una passeggiata. L’unica cosa che cambia e che è davvero discriminante è il livello tecnologico, ovvero gli strumenti che le società hanno per fottere il proprio futuro.

Ma torniamo al film. Apriamo con un paesaggio di montagne scozzesi, truci uomini barbuti e il nostro protagonista chiuso in gabbiotto di legno.

Stringo i denti. Sono davanti a uno di quei film. Avete presente, no? Quei film che vogliono comunicare l’atmosfera cruda e cupa che regnava in questo periodo crudele della Storia.

E lo fanno annerendo le facce e le mani degli attori perché sì, la gente d’i ‘mmedioevo e gio’ava coi carbone tutte le mattine!

Niente urla “storicamente accurato” come facce annerite a caso…

No, sul serio, questa cosa mi dà un nervoso matto! Come vedere i tizi che tagliano le corde dei prigionieri invece di slegarle.

Qualcuno starà già dicendo “Oh Tengy, ma come mai scassi le gonadi con questi particolari?”

Perché i particolari sono importanti! I dettagli pratici sono ciò che dà profondità a un’ambientazione! Quando leggi in Historia mongolorum che i mongoli spulciavano i loro bambini e mangiavano il parassita tipo scimmie, sai che si trattava di gente abituata a fare la fame e sopportare prove fisiche ed emotive terrificanti. Non hai bisogno che qualcuno te lo dica.

Quando metti un attore con la faccia annerita, la mia domanda è : Perché? A che scopo? Cos’ha fatto questo tizio per essere così sudicio? Perché non si lava?

Per chi ha risposto “perché nel Medioevo la gente non si lavava”, FILA IN CAMERA TUA! Sei in punizione finché non cambio idea!


Tornando al film, diventa presto chiaro che non ci sta nemmeno provando a essere storico. O a seguire un senso logico normale. C’è un capo scandinavo di non si sa dove e non si sa quando che si diverte a organizzare incontri di lotta tra energumeni e scommettere soldi con un altro tizio.

Va bene, mi dico, magari questo film non vuole essere davvero un film storico, ma più un’esperienza, un viaggio psicologico tipo Il settimo sigillo di Bergman. I due film sembrano affini anche come contenuto: la fede, lo scopo nella vita, la morte, ecc…

Insomma, posso apprezzare un film anche se questo non sta raccontando una storia come le altre. Basta che mi stia raccontando qualcosa!

Mi armo di apertura mentale e pazienza, e vado avanti.

E all’inizio l’atmosfera è anche bella. I paesaggi sono spettacolari, gli angoli interessanti, la fotografia è splendida.

Solo che dopo 20 minuti uno comincia a chiedersi se ci sia altro, oltre all’atmosfera. E quando il primo evento della storia si manifesta, uno rimpiange che il film non sia solo 1h30 di silenzio e riprese da National Geographic.

Il ritmo di questo film è lentissimo. E lo dice una a cui i film dal ritmo lento piacciono. Ma qui 2/3 del tempo è occupato da facce truci che fissano il vuoto con aria intensa. O paesaggi. E ok, gran parte dei paesaggi sono anche belli, ma insomma, dopo un po’ è come guardare le diapositive di vacanze di zia Ludmilla.

Il protagonista di questa roba è un lottatore orbo da un occhio (come Odino! Get it?! E’ simbolico e significa roba!!!111!), tenuto al guinzaglio e usato per scazzottate e scommesse. Wow. Era dai tempi di Conan il Barbaro che non vedevo tanta fantasia.

Insomma, il nostro amico è muto, ma ha visioni (come Odino 2 il ritorno! Figo no?!). Mentre all’inizio questo sembra un fattore intrigante e interessante, presto ci rendiamo conto che le visioni non servono nessun particolare scopo. Vede che farà il bagno in un certo posto, e wow, fa il bagno in un certo posto! Vede che partirà per mare, e wow, parte per mare!

Non c’è nessuna reazione a seguito della visione (“ah, accadrà, che bello!” o “Oh no, devo fare in modo che non succeda!”). Lui le vede e dopo un po’ capitano. Più che visioni sono mini-spoilers.

Un bel giorno One-eye fa il bagno in un posto, e trova una punta di freccia. Una punta affilatissima, come prova sulla propria pelle (ciao, sono il tetano, piacere di conoscerti!). Con questa cosina riesce a tagliare il grosso collare di cuoio che ha addosso, liberarsi e tranciare la pancia di un uomo adulto (ovvero attraverso pelle, grasso e addominali).

Ok, qualcuno mi spiega il simbolo della freccia? Perché deve essere simbolico. Fisicamente è una stronzata completa, quindi o ha un senso simbolico o non ha senso e basta.

Il nostro e il bimbetto che si occupava di lui incontrano poi un gruppo di cristiani e insieme decidono di partire per Gerusalemme a fare i crociati! Yay!

A partire da questo momento comincia un profondo viaggio interiore ed esteriore, al cui traguardo troveremo la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto.

Ovvero 42.

Cominciamo con ordine. Intanto One-eye uccide il suo padrone e tutti i suoi uomini. E lo fa fuori campo, perché di certo la sua vendetta non è importante per la storia.

Dopo che questo Terminator delle Highlands ha finito, capita su dei… tizi con delle croci tatuate, che hanno appena ucciso gente non meglio specificata (pagani, si suppone), bruciato i loro corpi (con del napalm immagino, dato che non c’è un solo albero in vista) e preso le loro donne prigioniere. Le signore sono mostrate un paio di volte, legate nude nell’erba. Non si sa che fine fanno né che scopo abbiano nella faccenda se non “la produzione voleva tot secondi di tette”.

I nostri decidono di imbarcare One-eye e il suo marmocchio in una crociata gerusalemmita perché dai, chi non vuole un pagano violento e dalla dubbia lealtà che ha appena sterminato un piccolo clan scozzese? Non portarselo dietro sarebbe come non portare spacciatori al compleanno del cuginetto dodicenne!

Insomma, i nostri montano su una barchetta da otto rematori e partono per Aurocastro, ma finiscono in una bonaccia infernale correlata da nebbione. Potrebbero remare, ma sia mai che si sciupi la manicure, meglio svaccarsi da una parte e morire lentamente di sete.

Il tempo passa, i minuti di film filano via lenti come la corrente dell’Ankh. I vichinghi crociati (sì, vabé, soffro) decidono che si tratta di una maledizione. Chi potrà essere quello che porta sculo?

Hum…

Potrebbe essere il sinistro pagano orbo e muto, miscredente e peccatore.

O il fanciullo indifeso. Sì, deve essere il fanciullo!

Cercano di farlo fuori, ma One-eye interviene e l’ammutinamento si placa.

Passa altro tempo, e a un certo momento One-eye decide di bere l’acqua fuoribordo. Tanto morto, per morto…

E cos’è cosa non è, ma i nostri non sono più in mare! Sono in mezzo a un fiume e non se ne erano nemmeno accorti!

E mica un fiume a caso! Un fiume di quella che si capisce essere l’America del Nord.

Ma porco Giuda impestato, FILM!

Va bene, con calma…

Questi, andando alla deriva a cazzo di cane, hanno attraversato l’Oceano. Boh, sì, anche io l’altra volta mi sono addormentata sul regionale e sono finita a Ulan Bator. Per tornare non vi dico, c’era anche lo sciopero dei cammellieri!

In secondo luogo, bada te la fortuna: non solo hanno attraversato l’Atlantico senza una sola bufera e un mare piatto come l’olio, non solo non hanno beccato nessuno scoglio, ma sono anche capitati su un estuario proprio il giorno di Opposite Day, quando la corrente va verso monte!

E lo so, i grandi fiumi hanno una risalita di marea, bla bla bla, no! Questo non è il Missisipi, santi numi!

Ma va bene, è simbolico. Simboleggia che nei momenti bui della tua vita, quando ti sembra di stagnare e morire lentamente, non dovresti uccidere bambini. Se nei tuoi momenti peggiori riesci a resistere alla tentazione di sgozzare fanciulli e buttarli a mare, allora arriverai in un mondo disabitato dove selvaggi assatanati ti uccideranno.

Forse il messaggio è che dovresti uccidere il bambino…

Per alcuni commentatori, il bambino simboleggia il Cristo, ma la cosa rende tutto ancora più confuso. Sono i cristiani che vogliono spacciarlo. Ok, quindi perdono la fede, o ne travisano il messaggio… E One-eye lo salva. Quindi Odino salva Gesù quando qualcuno travisa il Vangelo? O tipo, se sei in dubbio sull’interpretazione dell’omelia, chiediti “che vorrebbe Odino in questa situazione?”. E’ questa? Perché “stupra, brucia e saccheggia” sembra essere la soluzione più probabile…

Boh, in ogni caso arrivano a una specie di sito funerario indiano, e il capoccia dei crociati decide che questi selvaggi avranno un assaggio di ciò che possono fare gli Uomini di Dio!

Oibò, che sarà mai? Lo abbiamo visto massacrare, rapire, bruciare… Peraltro, questi fanno il culo a bande armate scandinave, di certo della gente rimasta al neolitico dovrà penare per venire a capo di tali baldi guerrieri!

O forse no.

La prima cosa che il capoccia fa è così tosta, ma così tosta, ma così tosta che nemmeno Lilin ha osato descrivere cotale tostaggine nel suo romanzo fantasy!

Fa una croce con due pezzi di legno e la pianta in un pantano. Aaaaaaah!

E grosso modo basta.

Uno della banda sparisce, un altro si prende una freccia, e i nostri continuano a pacciugare in tondo nella mota come un branco di ippopotami narcolettici. Ma lo fanno in modo molto maschio e intenso, eh!

Insomma, dopo una sfilarata di primi piani e facce truci che guatano nel vuoto, il capoccia decide che è ora di andare a fare il mazzo ai selvaggi.

-Senti coso.- fa uno -Non abbiamo mangiato nulla da giorni, siamo quattro stronzi e un marmocchio, e siamo anche armati ammerda.

(Nella miglior tradizione del filmaccio pseudostorico, tutti hanno spade, nessuno ha elmi, e solo il capo ha qualcosa che forse vuole essere un’armatura, ma che nei fatti pare la casacca metal che mettevi a diciotto anni per andare al concerto dei Blind Guardian)

-Non temere!- fa il capoccia -Con questa pozione magica resisteremo ancora e sempre all’invasore!

-Ma siamo noi l’invasore.

-Bevi!

-Potrebbe trasformarmi in rospo o in cul di monaca!

-Smetti con le citazioni nerd! Potremmo andare avanti giorni con le citazioni nerd e nessuno le chiappa mai!

Insomma, bevono. E parte un montaggio che mi ha fatto rivalutare l’arte di Lory del Santo e del suo inverecondo The Lady.

Cioé… Boh?!

Uno va a giocare col fango, One-eye fa pile di sassi, un altro s’ingroppa un tizio a caso… Ridono, pacciugano, salutano il corteo di elefanti rosa, sono tristi e disperati…

E poi la botta passa. E niente, hanno il down e sono tutti di cattivo umore.

Va bene, tolto il fatto che lo spezzone è molto maschio e intenso, a che cosa è servito?

Ok, sarò onesta. In realtà questo lungo segmento mi ha spinta a pormi delle gravi domande sulla mia esistenza. Tipo “cosa stai facendo della tua vita?” o “perché non ti cerchi un hobby serio?” e “la conqui l’avrà ricomprato lo zucchero? O toccava a me?”

Forse è simbolico per dire che quando sei davanti a qualcosa di sconosciuto e mortale, prenderti una ciucca non è una buona idea. Wow, ci voleva von Nicolas qua, da sola non ci avrei mai pensato.

Bon, dopo questo intermezzo utilissimo, il disperso ritorna. I selvaggi l’hanno coperto d’argilla e gli hanno fatto i disegnini addosso. Perché si annoiavano. E adesso riesce a sentire One-eye!

Non lo so gente. L’idea che One-eye stesse parlando e che fossero gli altri e non poterlo sentire era anche bella, ma non ha un impatto sulla trama e non si sa che fine fa ‘sto tizio imburrato, quindi prendetelo come aneddoto.

Uno dei cristiani decide che si è rotto le scatole di stare in questo film e attacca One-eye, che ammazza lui e altri due di cui non sappiamo il nome, così, per compagnia. Poi spiega, tramite il bimbetto (che adesso ha un legame telepatico con lui, perché sì) che il grande piano è: fanculo, torniamo a casa.

No, siamo precisi.

Il grande piano è: attraversare a piedi colline infestate di selvaggi, raggiungere il mare, costruire una nuova barca e tornare a casa!

A parte il fatto che per tornare da qualche parte devi sapere dove ti trovi per cominciare, ma perché costruire un’altra barca? Perché la passeggiata? Non potete rimettere in acqua la barca su cui siete venuti?

Si vede di no. E’ simbolico. Vuol dire che se ti trovi in un posto di merda, la soluzione più semplice ed evidente è da evitare.

Tipo, hai un problema di droga? Potresti andare in comunità a spurgare, oppure potresti spurgare facendoti paracadutare sull’Himalaya da un pilota con una gamba di legno alla guida di uno Zero della Seconda Guerra Mondiale dopo esserti dipinto di viola cantando l’inno nazionale inglese.

Insomma, One-eye, il bimbetto e altri due vanno via. Il capoccia dei crociati no, perché lui è pazzo e vuole costruire la Nuova Gerusalemme. A me non pare pazzo, mi pare stia facendo stupidaggini a caso come il resto del gruppo, ma tant’è. Il capoccia viene infrecciato e muore.

Il mio stato d’animo a questo punto del film. E’ simbolico.

Dei due che hanno seguito One-eye, uno è ferito, si siede su un sasso e stira le zampe; l’altro ci ripensa e torna indietro, uscendo dal film.

One-eye e il bimbetto arrivano alla costa (evviva?), ma One-eye riconosce le rocce. Grazie alla vedenza sa che morirà su queste rocce!

E infatti degli indiani arrivano e lui si fa ammazzare su quelle rocce, senza nemmeno regalarci un’ultima scena d’azione.

Il bimbetto viene abbandonato sulla costa brulla e deserta, dove suppongo morirà di fame e di sete.

Fine della storia.

Sentite, sarò anche capra io che non capisco il genio, ma questo film non ha né capo né coda ed è così pretenzioso da far passare Donnie Darko per un lavoro umile e autoironico. Io non sono per nulla contraria a film psicologici o astratti o simbolici. Ma di questa roba francamente non so che fare. Ogni interpretazione che ho trovato in giro può anche filare, finché non la applichi alla totalità delle scene.

Secondo alcuni, la scelta finale di One-eye è dettata dal suo desiderio di proteggere il marmocchio.

Ahem. Eh?!

Va bene, diciamo che sia così… cosa lascia supporre a One-eye che la sua azione convinca i nemici a risparmiare il bimbetto? Che, glielo ha suggerito il regista? E il marmocchio appare per ultimo solo su una costa desolata, tra rocce e oceano. In quale pianeta un’immagine simile si traduce con “andrà tutto bene, easy-peasy lemon-sqeezy, fa una barca e torna a casa”? Almeno il film Ran si chiude su un’immagine di Buddha, che può lasciar supporre una possibilità di salvezza per il personaggio. Valhalla rising? Boh.

Per altri il film è un esercizio di stile, e questo lo posso anche capire. E’ bello da vedere. Le immagini, la luce, gli angoli sono molto gradevoli per l’occhio, almeno fino all’ultimo terzo. Ma a parte ciò, boh.

Per altri ancora “tutti possono interpretarlo, ognuno deve vederci qualcosa di suo”. Sì vabé, io domani rovescio il caffé sul muro, poi sta all’inquilino interpretare la mia arte.

Per altri simboleggia la fine della religione pagana e l’inizio di quella cristiana (ma se i cristiani muoiono tutti?). O il sacrificio di One-eye sarebbe da ricollegarsi a quello di Cristo. Solo che, secondo la dottrina, Cristo si è sacrificato per una ragione (purificare l’umanità). One-eye si sacrifica per…? Per far finire il film? Apprezzo, ma non è un granché come idea.

Per altri ancora si tratta di una critica del colonialismo o un qualche invito a tornare alle origini. Ok, non so che abbiano visto, ma i neolitici di questo film sono altrettanto brutali e superstiziosi dei nostri amici cristiani.

Forse il film vuol dire che gli uomini sono bigotti e violenti dappertutto? Va bene, ma c’era bisogno di un sub-plot di capetti scandinavi in guerra coi cristiani, scommesse e poppute schiave norrene per stabilire ciò?

Per altri infine è un film che solo pochi possono capire. Non una roba da plebei.

Ok, eletti della cinepresa, parlatemi come parlereste a una bambinetta scema. Spiegatemi questo film. Perché il “se non lo capisci è perché sei scemo” ha anche un po’ rotto il cazzo, scusate il francesismo.

A me è piaciuto un sacco The Babadook. Ad altri ha fatto schifo. Io posso spiegare (vedi commenti) le mie ragioni con un’interpretazione che si confà a la totalità del film. Non è la sola interpretazione possibile, beninteso, ma è coerente per l’intera storia.

Le succitate spiegazioni non chiarificano un sacco di aspetti di Valhalla rising.

Ma hey, il limite deve essere mio. Dopotutto è noto che io sono una grande appassionata di film Hollywoodiani! Non vivo senza, guarda!

E parlando di film Hollywoodiani, in questa intervista Refn afferma che:

-non si tratta di un film di vichinghi (che sono brutti e da plebei).

-cito “è concepito come un viaggio nello spazio, come se foste sul tetto di casa vostra guardando il cielo, osservando le stelle, una sera d’estate.” Ok. No. Cioé… no. Vai via.

-Uno dei suoi film preferiti, che ci tiene a citare, è Avatar. Quello dei puffi alti 2 metri, in 3D. E con questo mando un bacino a tutti i commentatori che “voi plebei guardate troppi filmacci burini di Hollywood”.

Secondo la mia sentenziosa opinione, questo film non vuol dire niente. E’ un esercizio di stile punto e basta. Usa per ragioni estetiche dei concetti spesso impiegati in discussioni e ragionamenti, e li mette uno di fila all’altro. Guerriero, Odino, cristiani brutty&kattyvy, viaggio, America, trogloditi assassini, religione…

Tutti concetti usati per parlare di cose serie, e buttati qui con la pala. Ma siccome lo stile è figo e il tono pretenzioso abbelva, la gente cerca di leggerci dentro chissà che cosa. Un po’ come quando cerchi di vedere facce nelle macchie di umido.

Il settimo sigillo è una storia surreale con un chiaro contenuto simbolico. Ma quello che capita ha comunque senso all’interno della storia! Le ragioni e le azioni dei personaggi sono logiche anche se poste in un quadro simbolico. Il cavaliere sta giocando a scacchi con la Morte, ma lo fa con uno scopo, e quando rovescia i pezzi lo fa per una ragione logica e precisa.

Dove sta il senso in questo film? Sono pochi e devono combattere molti. Quindi bevono una droga che non serve a un cazzo. E sorpresa, non serve a un cazzo.

I tizi sono bloccati dalla bonaccia ma non usano i remi.

Il capo dell’inizio vuole combattere i cristiani, quindi gestisce una bisca in mezzo al nulla.

E via così!

Se i personaggi fossero stati memorabili e ben caratterizzati, forse sarebbe stato diverso. Ma a parte One-eye, il bimbetto e forse il capoccia dei crociati, nessuno di loro si distingue. Sono così intercambiabili che fino alla fine non ero nemmeno sicura di quanti fossero. Non hanno nemmeno un nome!

Un’altra cosa: l’unica cosa che potrebbe davvero farmi imbizzarrire nell’ambientazione del Settimo sigillo è la pandemia di Peste Nera. La storia si svolge dopo una crociata, quindi al più tardi nel XIII°, mentre la grande epidemia è di circa un secolo dopo. E’ un grosso anacronismo. Ma per il resto la faccenda fila abbastanza, e i personaggi sono tanto interessanti da catturare la tua attenzione fino alla fine. La morte, il cavaliere, la famigliola…

Valhalla rising quando si ambienta? Si parla di cristiani che vengono a menare pagani in Scandinavia, il che lascia presupporre forse il X° secolo. Ma poi si parla di crociate e Gerusalemme, quindi roba posteriore al Concilio di Clermont (1095), un’epoca in cui la Scandinavia può ritenersi cristianizzata (almeno proforma) e i pogrom anti-pagani pressoché conclusi. Allo stesso tempo si capisce che la Groenlandia e l’America del nord non sono ancora state scoperte. Peccato che Erik il Rosso approdò in Groenlandia nel 985 e suo figlio Leif arrivò in Vinland pochi anni dopo (Leif morì nel 1020).

Quindi quando si ambienta questa storia? Perché parlare di “vichinghi crociati” può far fisiologicamente male al cervello!

Paesaggi  
Atmosfera  
Gore iniziale  
Quadro storico del tutto inesistente  
Trama fantasma  
Lentezza abominevole  
Facce truci in luogo di trama e personaggi  
Scene inutili  
Completa assenza di logica nell’intera faccenda  
Droga  
Costumi da cavarsi gli occhi con un cucchiaino  
La punta di freccia in titanio!  
Morti a caso di personaggi a caso  
Il finale  
Snobismo intellettuale de noartri (Ask me what it means! Ask me what it means!)  

Al di là di tutte le cazzate, io lo so cos’è questo film. E’ il prequel di Pathfinder. Tre hurrà per Refn.

Conclusione?

Guardate questo film.

Perché?

Perché mi sentirò meglio sapendo che ho arrecato questa sofferenza a qualcun altro. E’ sbagliato e moralmente deprecabile, ma è la verità.

Scherzi a parte, se vi è piaciuto questo film, bene per voi. Ma bon, io ho sofferto. E non poco.

Un casto bacio sulla fronte a chi indovina tutte le citazioni!

MUSICA!

Educazione siberiana: scemo più scemo in Siberia

Tempo fa sono capitata per caso su un film. Pareva una cupa storia in seno alla mafia russa, e mi son detta “perché no?” I film di cattiveria e degrado mi piacciono, e Goodfellas m’era garbato un sacco.

Dopo dieci minuti, piangevo dal ridere. Cristo, era peggio de Le porte dell’abisso! Ho sempre detto che al cinema italiano mancava un Totò va in Siberia!

Ma chi era il genio del male dietro questo capolavoro del comico involontario?

Oh, privyet Lilin…

Le origini del male


Chi è Nicolai Lilin?

Se siete necrocoprofagi come la sottoscritta, lo avete già per sentito dire. Lilin è uno di quei fenomeni che uno non può trattenersi dal contemplare con un misto di fascinazione, ilarità e dolore per la Madre Patria. Ahi serva Italia, di dolore ostello…

Arrivatoci dritto dalla Transnistria, Lilin è la faccia dell’Italia provinciale e boccalona, quella che non sa nulla di ciò che c’è di là dal poggio ed è pronta a bersi qualsiasi favola. E’ la faccia del nostro panorama culturale, dove cosa dici è indifferente e il tuo personaggio è tutto (ricordiamo che lo stesso romanzo ha un feedback diverso a seconda se è stato scritto da un ingegnere quarantenne o da una diciassettenne cieca). E’ infine la faccia del nostro giornalismo, senza fonti, con poche informazioni romanzate in salsa harmony/cazzoduresca (a seconda se si rivolge agli uteri o agli scroti).

Non mi credete?

Provate a leggere che razza di interviste rilascia. Tipo questa, che si apre in modo trionfale:

Nicolai Lilin è un lupo. Non un lupo qualsiasi, ma simile, in tutto e per tutto, al giovane esemplare di cui si racconta nel film di Educazione Siberiana. A differenza di detto canide però, nei venti minuti di conversazione telefonica concessi, la sensazione ricevuta è che l’autore, nato a Bender, Transnistria, 33 anni fa, non si sia accucciato placidamente innanzi ai blandimenti del sistema, ma piuttosto continui a digrignare i denti quale testimone delle storture della nostra società, – per niente addomesticato, – nonostante si aggiri ormai da quasi dieci anni nel nostro Paese.

Sto morendo dentro.

Il film è tratto da un romanzo, Educazione siberiana. Un romanzo “autobiografico”!

Peccato che nel tempo qualche lettore un minimo scafato abbia fiutato la boiata, e da allora Lilin abbia cambiato registro: da “ok, magari non tutto è successo proprio a me personalmente” a “no, ma dai, è un romanzo inventato, su”.

Insomma, Lilin sarebbe un Urca, popolo siberiano di “criminali onesti” (BWHAHAHAHAHAHAH, i criminali onesti cristiddio!) discendenti a loro volta da tizi chiamati “Efei”.

Ovvio, gli Efei non esistono, e ancor meno gli Urca. Come confermato da Lilin stesso:

Premessa: i criminali onesti siberiani scarseggiavano già al momento della mia nascita (nel 1980, nda), ora sono praticamente scomparsi, seppur nella mia famiglia si sia tramandata la tradizione. Nel mio romanzo mi sono divertito a trasporli nella storia recente.

“Criminali onesti”. Certo. Vivono in una terra magica tra la Contea e Midian, e sono i più assidui scrittori di Guide Galattiche per Autostoppisti.
Che della gente adulta si sia bevuta ‘sta cosa del criminale onesto mi toglie speranza nel domani.

Ma tenuto conto del personaggio, cosa ne è del film?

Il film

Rai Cinema. O tempora…

Partiamo subito con le cose positive, che si finisce alla svelta: la musica è per la maggior parte bella, anche perché quando si scommette sul folk è difficile prendere troppe cantonate.

Alcuni attori fanno un lavoro passabile. Vilius Tumalavicius nei panni di Gagarin, o Eleanor Tomlinson nei panni di Xenia, fanno quello che possono con il copione che hanno. Poi bon, non si posson far miracoli.

John Malkovich. Oh Johnny, tu sei un vero attore, che cazzo ci fai in questo film?
No, sono felice che lo abbiano arruolato, perché Malkovich nei panni del nonno mentore è una pura delizia. Tra battute da morte cerebrale e momenti in cui deve fare smorfie e faccine (“vi ar vulvs, grrrr bbrah blblblblb!”), ogni sua scena è una perla!

Direi che con le cose positive abbiamo finito! Veniamo al sodo.

Il film racconta la storia di Kolyma, l’alter-ego di Lilin, che cresce nella Contea degli hobbit siberiani, tra gente che parla con falsissimo accento russo, zingari vestiti con la collezione Autunno/Inverno 1943, neve e frasi a effetto.

Il nonno gli insegna tutte le regole del buon siberiano (che sono una meno pratica dell’altra ma hey, dopotutto chi sono io per giudicare gli hobbit?) e i sani valori della sua gente: rubare va bene, ma non bisogna rubare alla gente comune, solo a poliziotti, usurai e banchieri.

Non per essere fiscale, ma i soldi nelle banche appartengono alla gente comune, eh.

Peraltro, un buon Hobbit Sovietico deve rispettare tutte le creature viventi, tranne poliziotti, soldati e gestori di negozi di sport. Perché i gestori di negozi di sport? Non lo so, ma in una scena del tutto inutile Kolyma e i suoi ne aggrediscono e mutilano uno, così, per sfizio. Magari era ebreo (su questo torneremo più avanti).

L’altare di famiglia con un’icona della Vergine. La Vergine brandisce pistoloni ed è coperta di tatuaggi. Giuro che mi sono piegata sulla sedia dalle risate. Pliiiiis!

Questo capolavoro si apre con una scena di cani che corrono nella neve e una scritta secondo cui, sotto Stalin, molte comunità delinquenti siberiane sarebbero state deportate in Transnistria. Ammiro l’accortezza di Lilin che, a questo giro, evita ogni riferimento agli anni ’30. Dopotutto negli anni ’30 la Transnistria era in Romania e Stalin non poteva deportarci nessuno.

Però, direte voi, Stalin deportava la gente in Siberia, non dalla Siberia. Magari è stata una di quelle decisioni da Casual Friday.

“Sai Berija, oggi ho voglia di fare qualcosa di diverso dal solito… Ma cosa? Ah… No, aspetta, ce l’ho! Invece di straportare gente in Siberia, posso straportare gente dalla Siberia! Haha, dai, ganzata!”

I siberiani in questione non vengono chiusi in gulag o campi di lavoro, no. Sono lasciati liberi e senza supervisione, perché alla fin fine Stalin non era così cattivo, era solo una pippa in PR.

La prima avventura di Kolyma è un trionfo di trash. Il piano è di sdraiarsi in mezzo alla strada di notte in inverno per costringere i camion russi e fermarsi e permettere agli amichetti di rubare tutto da dietro. Nel mondo reale il camionista sarebbe stanco, i freni ciofeca, i pneumatici mediocri e finirebbe subito in frittata di marmocchio. Nel mondo reale, peraltro, i teloni sarebbero chiusi e gli amichetti del marmocchio in questione resterebbero con un pugno di mosche e frattaglie in mano.

Ovviamente nel magico mondo di Lilin tutto va liscio.

Per il resto, l’infanzia di Kolyma è un rosario di scene a caso, una dietro l’altra, volte a mostrare che i siberiani ce l’hanno un sacco duro. Più che altro mostrano come i russi siano una manica di schizofrenici affetti da ADHD. Deporti un migliaio di delinquenti, ma poi non li sorvegli. Ti fai rubare un centinaio di stivali, e mandi gli swat. Gli swat sono sconfitti da una banda di zingari scappati dal 1938 (ma fanno le faccine!).

L’Armata Rossa contro i temibili Urca

La risposta delle autorità a questo atto di gravissima insubordinazione?

A Mosca, Yuri Andropov.

“Hanno aggredito i nostri soldati?- tuona –Ora li Cecoslovacchizzo a sangue!”

“Capo!- fa il suo segretario –Vi ricordo che oggi ricorre Soviet Casual Friday!”

“Diavolo, è vero. Hum. Non facciamo niente allora!”

“Molto casual, capo, molto”.

Poco dopo, durante una zuffa, l’amico ciliegia del protagonista, Gagarin, di anni 10, sgraffia la gamba di un soldato con un coltellino.

“Uno sgraffio da parte di un bambino…- a Mosca Andropov si acciglia –Mi prendi per il culo? Che bisogno c’era di venirmelo a raccontare?”

“Lasciami spiagere, capo!- fa Kryuchkov, capo del KGB –E’ di nuovo Soviet Casual Friday!”

“Ah, è vero! Bene, hum… direi che per il marmocchio possiamo fare 12 anni di lavori forzati.”

No, non sto scherzando. 12 anni di lavori forzati. Vabé.

Russi che giocano a pallavvolo con un mattone. Ha più senso di questo film.

Gli anni passano, Gagarin torna per trovare che il degrado regna al villaggio: spacciatori, bande rivali, ebrei, uno schifo insomma. (Di nuovo, non sto scherzando, due ebrei ortodossi coronano la sfilata del degrado).

Gagarin è cambiato. La prigione ha spezzato il suo cuore: ora non crede più in niente e non vuole più seguire le regole mentecatte degli hobbit sovietici!

E c’ha anche ragione.

Un bel giorno Kolyma si prende una coltellata e viene portato di fretta da un dottore. Il tipo è arrivato da poco e ha portato con sé la figlia Xenia, tanto carina quanto ritardata. Perché, se hai una figlia handicappata mentale, un pericoloso ghetto post-sovietico è il posto ideale dove occuparsene. E siccome il dottore è tanto protettivo, la lascia da sola nella stanza di Kolyma, noto delinquente figlio di boss mafioso locale. Che dire, padre dell’anno.

Kolyma e Xenia fanno amicizia e sviluppano un forte affetto l’uno per l’altra.

Vi dirò: questa è l’unica parte vagamente interessante del film e l’unica che si azzarda a trattare un argomento complesso. Puoi innamorarti di una persona affetta da grave handicap mentale? Può lei ricambiarti? E se succede, come devi reagire?

E’ l’unico momento in cui il protagonista si trova nell’impossibilità di risolvere il dilemma, ovvero l’unico momento di storia vera. Perché cos’è una storia, alla fine?

Una storia avviene quando X si trova davanti a un ostacolo che non può superare. X deve crescere, evolvere, acquisire strumenti che prima non aveva, o essere distrutto. Può trattarsi del vestito per la festa o della Seconda Guerra Mondiale, ma il punto è lo stesso: il personaggio deve trovarsi davanti qualcosa di insormontabile e pertanto essere obbligato a cambiare o fallire.

In tutto il film, Kolyma non ha mai davvero paura, non è mai davvero nei guai, non si trova mai in una situazione da cui non c’è apparente via d’uscita. Perché Kolyma è un duro così duro che niente lo scompone!

Peccato che in questo modo Kolyma non possa mai essere coraggioso né eroico, perché non è mai spinto fuori dalla sua zona di comfort. Non è mai costretto a superare i propri limiti perché è già uno tostissimo col cazzo durissimo. Non c’è coraggio senza paura, non c’è forza senza debolezza.

Purtroppo, quando per incidente Koyma si trova in una situazione che non sa gestire, è prontamente salvato dalla trama e non deve più giostrare con scelte difficili. Altre scene a caso vengono a seppellire e uccidere l’unico plot un minimo vitale della pellicola.

In una scena surreale, Kolyma, diventato tatuatore, deve “leggere” il corpo di un tizio assassinato. Perché i siberiani si scrivono la roba addosso coi disegnini. Kolyma legge e sbotta “questo tizio è un informatore della polizia!”.

Oibò, e se l’era scritto addosso? Peggior. Spia. Di sempre.

Il fratello e cugino del morto di cui sopra

In un’altra scena Kolyma viene arrestato e interrogato. Kolyma non risponde, né sbatte le palpebre quando lo sbirro gli avvicina la sigaretta all’occhio (ho già detto che ce l’ha duro durissimo?). Visto che la minaccia non funziona, il poliziotto passa all’azione e…

…sbatte Kolyma in una specie di campo vacanze a tema.

No, non scherzo. Niente botte, torture, pizzicotti. La “prigione” è un capannone con uomini, donne e bambini, dove i detenuti possono avere di che cucinare, strumenti musicali, oggetti contundenti…

E io che avevo sentito dir tanto del male delle carceri sovietiche. Invece no, ecco, erano solo un po’ vintage nel decoro!

Che poi non è che ci sia ‘sto gran cambiamento rispetto a fuori. L’intero film pare ambientato negli anni ’40, o ’50 al massimo, quando il grosso della vicenda dovrebbe svolgersi nel 1995. A tratti non mi sarei sorpresa di vedere lampioni a gas per le strade. In una scena i nostri si appostano accanto alla giostra dei calcinculo per poter ascoltare “musica occidentale”.

Nel 1995.

Non fate veder loro un mangiacassette, i loro cervelli sovietici potrebbero esplodere.

Salvatores, pliiiiiis

Questo film è una parodia, buono per occidentali senza rudimenti di storia. Ricorda tanto quelle giapponeserie kitch confezionate ad hoc con geishe e samurai, volte a soddisfare il gusto per l’esotico di orde di gaijin ignoranti e otaku immaturi.

Solo con più neve e Malkovich che fa le faccine.

Nel climax finale, Kolyma viene tirato fuori di galera perché hanno fatto del male a Xenia (chi avrebbe mai detto che lasciarla andare in giro con una banda di noti delinquenti l’avrebbe messa in pericolo!). Kolyma e soci devono scoprire chi è stato e punirlo!

Il caso viene risolto in 30 secondi in una maniera così cretina ma così cretina che non ve la racconto: dovete guardare questo film e soffrire come ho sofferto io!

Questo disastro cinematografico si conclude con la fine più anti-climatica della Storia del cinema.

“Perché hai zompato a Xenia?”

“Boh, sai com’è, rompo tutto ciò che tocco”.

Wow. Un po’ come gli indonesiani che definiscono un pogrom da due milioni di morti “incidente”.

L’ultima scena è pure sublime. Xenia è ridotta malissimo, ora come mai ha bisogno di sostegno, aiuto, cure, affetto. E Kolyma cosa fa? L’abbandona. Del tutto. No, sul serio, auto-stoppa un autobus per gli anni novanta e tanti saluti. Applausi.

Pare evidente che il personaggio di Gagarin è pensato come contraltare a quello di Kolyma: mentre il secondo segue le regolette degli hobbit e diventa un eroe, quell’altro ha avuto un’infanzia tragica e senza nonni senili che fanno faccine, e finisce in tragedia. Peccato che ogni tentativo di farci provare simpatia o tristezza si concluda in fallimento.

Sentite anche voi questi violini strazianti?

Questo film è brutto nei dettagli. In un’intervista Lilin spiega che i coltelli nel film sono stati fatti da dei coltellari sardi speciali che pregano sulle lame.

Ok, ma Kolyma ne tronca uno semplicemente piantandolo in terra e dando uno strattone. Cari sardi, la prossima volta più tempra e meno preghiere, per cortesia!

La scomoda amicizia tra Kolyma e Xenia è l’unica cosa interessante. E non perché mi piacciano le storie d’amore, ma perché è l’unica che Kolyma non sa come affrontare. Ma prima che Kolyma possa crescere, vincere o fallire, Lilin lo soccorre tirandolo fuori dall’azione e ficcandolo in un posto in cui niente di davvero terribile può succedergli. Quando alla fine Kolyma torna nell’arena, il conflitto che lo vessava ha cessato di essere. Guarda te le botte di culo.

Il cazzodurismo galoppante è condito con grandi frasi a effetto, tipo:

“Un uomo non può possedere più di quanto il suo cuore possa amare”.

Oh, non preoccuparti Rasputin, posso amare un sacco di cose!

“Alcuni uomini la vita se la godono, altri la tollerano. Ma noi siberiani, Kolima, noi la vita la combattiamo.”

Con tutto il rispetto, mi sembra una filosofia molto stupida. Mi sembra qualcosa che il ragazzino emo-edgy-anticonformista della IV ginnasio avrebbe potuto dire.

Questo film (e i suoi congeneri) è l’equivalente sotto steroidi della Pimpa.

La Pimpa non ha una vera storia, è solo un cane carino e buffo che fa cose carine e buffe per 20 minuti e poi basta. Ecco, qui è uguale. Ci sono uomini tosti e duri che fanno roba tosta e dura per 1h30 e poi basta. Niente arco di trasformazione, niente da imparare, niente da temere, una storia inutile come la lista del bucato.

In conclusione

Malkovich che fa le faccine
La sceneggiatura
Gli hobbit siberiani
Le icone sacre con scarabocchi e pistole
L’ambientazione anacronistica
L’assenza di un conflitto apprezzabile
Cazzodurismo de noartri
L’accento russo
Le frasi a effetto
Il finale

 

Potrei andare avanti per ore con tutta la roba sbagliata, con tutte le scene cretine, ma non finirei più!

Insomma, questo film è in sé un capolavoro. E’ uno di quei film che vanno visti più volte, perché è impossibile assorbire tutte le bischerate in una visione sola! Vi consiglio però di vederlo in compagnia e con dell’alcol forte a portata, perché certe scene sono semplicemente troppo assurde per subirle da sobri e da soli!

Consigliatissimo per tutti gli amanti di becero trash!

Per chi invece volesse guardarsi un film passabile ambientato nella Russia sovietica, guardatevi Child 44. Ha mille problemi, tra cui un inutile accento russo, una trama che manca di focus, e cento buone occasioni sprecate, ma è sempre diecimila volte meglio di Educazione Siberiana. E non è autobiografico, yay!

MUSICA!

La Waterloo dell’Informazione: si può sempre contare su Repubblica!

Ci sono cose che ti deluderanno sempre nella vita. Tipo il fatto che nessuno rileva le mie citazioni al melodramma italiano, o che nessuno ha visto la citazione a Pratchett nello scorso articolo.
Ci sono altre cose che non ti deluderanno mai. Tipo Repubblica. Repubblica è una garanzia!

Quindi allacciate le cinture per un secondo viaggio al bicentenario di Waterloo, con quelli che non celebrano la storia perché fa mainstream.

Giorni fa sono venuta a conoscenza di questo articolo del signor Merlo.

Il signor Merlo è andato al bicentenario di Waterloo, ma a quanto pare non gli è piaciuto. Sorpresa da questo fatto (come detto, le truppe napoleoniche sono tra le meglio preparate del settore), mi sono tuffata nella lettura con maschera e boccaglio, ma mi sono presto resa conto che la profondità del pezzo richiedeva un equipaggiamento da sommozzatore. Avvitate i vostri caschi e avviate le vostre pompe d’aria, signori, signore e signorine!

Waterloo (Belgio)– L’Europa, che a Ventimiglia subisce la sua “Waterloo” , qui a Waterloo esibisce la sua panza da birra.

Già son persa. Mi sembra di capire che il signor Merlo stia facendo riferimento a Renzi, migranti e accordi con la Francia, ma non vedo proprio cosa c’entri. Ergo ne deduco che si tratta di un dotto riferimento alla presa di Ventimiglia del 1797, perché la competenza storica è un’innegabile dote del giornalismo italiano!

Nel campo che fu di battaglia, nella periferia ricca di Bruxelles, 40 ettari di terra grassa sono stati trasformati in un enorme stadio. Più di duecentomila europei hanno comprato il biglietto e, ogni sera e per tre sere, in sessantottomila hanno assistito allo spettacolo di guerra e hanno celebrato “la più gloriosa delle disfatte”, come ha titolato in prima pagina ‘Le Monde’, nel disfacimento estetico di una carnevalata storica che è industria, e nel fumo e nel fuoco dei più assordanti fuochi d’artificio, bum bum bum alla napoletana ma con la pompa magna dell’Europa.

Con ordine: Waterloo è stata oggettivamente una gloriosa disfatta. Tutti hanno combattuto bene e con valore, nonostante gli innumerevoli sbagli tattici e strategici della campagna.

Ma prendiamo la “carnevalata”. E’ un’attitudine che ho incontrato spesso tra i non appassionati o semplicemente tra gli ignoranti di Storia, ed è un’attitudine che ho sempre trovato disarmante. Disarmante perché associata con un’arroganza che risulta impermeabile a ogni buonsenso.

Primo: la conoscenza e la buona comprensione della Storia sono strumenti indispensabili in una democrazia. L’insegnamento a cazzo di cane della Storia è, a mio modesto parere, una delle ragioni dell’instupidimento progressivo della popolazione (e non solo in Italia).

Perché?

Elaboro. Lo studio ben fatto della Storia, oltre che un’ottima ginnastica intellettuale, è utile dacché insegna a considerare un vasto numero di variabili e di conseguenze su medio e lungo periodo. Un fenomeno storico non dipende mai da un solo fattore e non ha mai un solo risultato.

Studiare la Storia non vuol dire sapere esattamente in che anno e giorno sia stato l’incontro di Teano. Vuol dire sapere perché c’è stato, che importanza ha avuto e in che ambito, quali conseguenze ci sono state.

Secondo: non solo studiare ammodo la Storia aiuta ad avere uno sguardo più critico sulla realtà, ma aiuta anche a rendersi conto di quanto tale realtà sia relativa. Aiuta a capire che altra gente in altri posti può vedere il mondo in modo completamente diverso e volere cose completamente diverse rispetto a noi. E questo è importante.

In parole povere, conoscere bene la Storia è un modo per imparare a conoscere l’Uomo, ed è importante. Almeno in principio, molti sono d’accordo su ciò.

Che c’entra la rievocazione?

La rievocazione ha un triplo interesse:

  • Permette, per l’appunto, di “rievocare”, di far tornare vivo. La rievocazione, unita con il recente sviluppo dell’Archeologia Sperimentale, ci sta permettendo di conoscere e capire meglio il nostro passato.
  • La rievocazione ci permette di far divulgazione in modo semplice e facilmente fruibile! Io posso studiare a scuola che a Waterloo Napoleone ha perso, ma magari non so che c’erano anche olandesi e scozzesi nelle truppe di Wellington. A una rievocazione non solo imparo una nozione nuova, ma me la ricorderò. Perché leggere il nome di un reggimento sulla carta o vedere un sergente in kilt che cazzia selvaggiamente una doppia fila di soldati cotti dal sole non hanno lo stesso impatto. La rievocazione fatta bene è un ottimo mezzo di divulgazione, educa il popolo divertendolo, lo incoraggia a studiare, a far domande, a imparare! Lo incoraggia a immaginare, a mettersi nei panni!
  • Infine, la rievocazione permette la sussistenza di un sacco di mestieri che andrebbero sennò perduti. Una volta che ci siamo dimenticati una tecnica, è finita, non la recupereremo più. Il giorno in cui non ricordiamo più come ottenere quel colore o come fabbricare quell’oggetto, abbiamo perso per sempre un pezzetto del nostro patrimonio che avrebbe potuto essere utile in futuro. La rievocazione preserva in parte da questo rischio.

Ora, la rievocazione non sempre è ben fatta. Nel settore vichingo si trovano mentecatti che prendono History Channel come fonte, o gente che sostiene che il peso storico di una spada era 4 Kg, o altre stupidaggini cosmiche del genere. In quel caso, convengo, il termine “carnevalata” è più che appropriato.

Peccato che la gente di Waterloo sappia il fatto suo. Ma forse sto reagendo male a sproposito, forse il signor Merlo ha conoscenze ragguardevoli in materia e ottime ragioni per definire Waterloo 2015 una “carnevalata”. Andiamo avanti e vediamo…

E mentra (sic) i finti plotoni fucilavano, i veri colbacchi con la fiamma sembravano alti pitali rovesciati.

Eh?

Il signor Merlo è familiare col pitale?

   

Boh?

Ad ogni modo c’è poco da fare, signor Merlo: i colbacchi potranno sembrarle anche sravanaculi chiodati a vapore, ma erano fatti così. O sta criticando i “carnevalari” per essere troppo storici e accurati?

E le tasche di cuoio ondeggiavano come le orecchie in controcanto dei cani bracchi.

Cito dalla Treccani, “disegno melodico secondario sovrapposto o sottoposto al disegno melodico principale: fare il controcanto.” Non sapevo che i cani bracchi avessero un controcanto alle orecchie (?), né ho visto tutte queste sacche di cuoio sbatacchianti in giro.

Sacche di cuoio che sventolano

Le buffetterie incrociate e le giberne da granata erano indecifrabili anticaglie.

Non so bene cosa ci sia da decifrare in un oggetto elementare come una buffetteria o una giberna, ma ancora, qual è il problema, è che sono “anticaglie”? Certo, che idea andare a vestirsi da napoleonici a una rievocazione napoleonica in cui la tua associazione napoleonica è pagata per presentarsi in veste napoleonica! Bah!

I dollman degli ussari somigliavano a tappezzerie di vecchie tende.

Strana grafia per il dolman. Ad ogni modo io non ho mai avuto tende di lana con alamari. Signor Merlo, le divise da lei viste erano precise al centimetro, che piaccia o meno. Se la rifaccia col sarto di Wellington.

In teatro si chiama ‘trovarobato’ tutta questa sartoria di scuciture, buchi e giacche che litigano con i pantaloni.

Aha, ho capito! Quello che urta è l’accostamento giacchetta/braghe/cappello! Ma è vero, santi numi! Mi rivolgo a voi, rievocatori napoleonici, non vedete che la vostra divisa è so 1815? Gawd! (No sul serio, che discorso è?)

BTW, carina la battutina sul “trovarobato”: vuole essere denigratoria? Trovarobe, gawd, mica un mestiere vero! Ah!

Ma al centro della patacca drammatizzata dalla musica dei Carmina burana e dagli effetti specialissimi dei botti tridimensionali, chiamati per megalomania scenica “Inferno”, c’era la più autentica di tutte le patacche, il finto Napoleone che da dieci anni recita il suo ruolo di Imperatore in tutti i campi di battaglia e in tutti i giornali del mondo, un avvocato di Orleans con studio a Parigi, piccolo calvo e con gli occhi blu e rotondi, sincero sino all’ identificazione mattoide che gli fa dire: “ahimè, misuro un metro e settantadue, tre lunghissimi centimetri in più “. Ieri sera, davanti alla casupola del comando, questo verissimo Napoleone, che nessuno chiama con il suo vero nome, ha forse raggiunto la perfezione quando ha dato l’ordine di attacco piegandosi leggermente su se stesso per simulare le imperiali emorroidi che in quel 18 giugno, secondo la storiografia del dettaglio, lo tormentarono e forse gli impedirono di vincere.

“Inferno”. Hahahahah, no, capite, lo hanno chiamato “Inferno”!

Felix Philippoteaux dipinge gente che sta avendo una giornata un po’ faticosa (ma niente di che)

Signor Merlo, quel giorno del 1815 l’Inferno era su terra ed era a Waterloo. Chiunque abbia letto un qualsiasi libro/articolo/depliant sulla guerra del periodo lo sa: le condizioni dei soldati erano terrificanti. Roba ai punti con la Prima Guerra Mondiale se non peggio. Leggere il dettaglio di una battaglia napoleonica è leggere una storia dell’orrore, con la differenza che si tratta di gente vera. “Inferno” non è una melodrammata, è un termine tecnico.

Non capisco se si tratti di ignoranza del periodo o di indifferenza, ma ho sempre trovato questa sufficienza nei confronti della Storia molto ipocrita. A quanto pare dobbiamo onorare i morti del ghetto di Varsavia e quelli dello sbarco in Normandia, i martiri di Katyn e quelli di Cefalonia, ma dopo un po’ i cadaveri scadono, e ci puoi pisciare sopra. Anzi devi, altrimenti sei un carnevalaro col cantero in testa.

Mi piace anche il tono paternalista sul tizio che faceva Napoleone. Cioè, rendetevi conto, non solo è uno che fa un mestiere al di là della ricostituzione, ma è anche uno che ha il senso dell’autoironia e recita bene il suo ruolo! Scandalo!

E a chiosa, vedo che il signor Merlo ha notato il Carmina burana introduttivo, ma non il pedissequo commento alla battaglia, fatto in tre lingue (inglese, francese e fiammingo) e a beneficio del pubblico. E’ bello avere occhio per le cose importanti.

Poi c’è stata la solita overdose di finti attacchi, la polvere, i colpi di cannone, la cavalleria e i cadaveri per terra che furono 20.000: “Io – mi aveva detto nel pomeriggio Patrick, idraulico a Nanterre – sono morto male una sola volta, a Jena, perché avevo mangiato troppo. Qui a Waterloo mi hanno ammazzato almeno otto volte. Ma è ad Austerlitz che quest’anno è stato più bello e difficile morire: avevo i piedi e la mani gelate per la neve di dicembre. E c’erano duecentomila spettatori, quattro volte lo Stade de France!”.

“I cadaveri per terra che furono 20.000”. Sembra strana come frase, no? Perché è assurda, i morti furono circa 57.000, come ho trovato in tre lunghissimi minuti di ricerca (Fuller, uno dei miei livres de chevet). Possibile che un giornalista si sia sbagliato così tanto?

Per capire, basta andare a vedere la prima versione dell’articolo, quella comparsa su Repubblica, in cui i morti sarebbero stati 200.000!

Fistia maiala, TUTTI! Un massacro totale, alla fine Napoleone, Wellington e Blucher si sono ammazzati a vicenda a baionettate!
No, dopo una meritatissima tirata d’orecchie da parte dei lettori dell’articolo, il signor Merlo ha pensato di apportare una discreta correzione non segnalata. Ovviamente, la correzione è altrettanto assurda del primo strafalcione. Non c’è che dire, questo offre tutta una nuova dfinizione all’espressione “andare a braccio”. Complimenti.

E vogliamo parlare di questo Patrick? Questo idraulico che osa avere una passione per la Storia, una passione tale da rischiare i geloni sul campo di Austerlitz? Vergogna Patrick, un idraulico deve leggere solo roba di donnine svestite e andare a vedere cinepanettoni. Se ora anche gli idraulici cominciano a coltivare passioni intellettuali dove andremo a finire?

Ieri sera dunque anche Wellintgon, the Duke, l’elegante gradasso asserragliato nella fattoria di Hougoumont, restaurata e inaugurata il giorno prima da Carlo e Camilla, sembrava un altro Napoleone, e pure il prussiano in fuga era Napoleone, qui diventano tutti Napoleone, persino Cambronne che, secondo i soliti scettici che non se la bevono mai, sarebbe il vero vincitore di Waterloo grazie a quella parolina abbagliante come un fulmine che, qualche rara volta , ci libera sia dall’ipocrita venerazione sia dall’oscuro biasimo trasformandosi in intelligenza critica.

A parte il fatto che mi par di ricordare che l’Iron Duke si sia piazzato a Hougoumont sul tardi, avendo altro da fare per gran parte del tempo… A parte che non mi risulta che a Waterloo i prussiani siano scappati… A parte ciò, non ho idea di cosa voglia dire questo paragrafo. In che senso sono “tutti Napoleone”?

E Cambronne, poi? In che senso dovrebbe essere il “vero vincitore”? Perché ci ricordiamo “le ultime parole famose”?

E poiché non esistono Napoleoni illegittimi si può andare avanti così, sino a comprendere nel mito ottocentesco dell’eroe romantico e poi del superman moderno, che vince anche quando perde, persino il testimonial del recentissimo rap della pubblicità, molto cliccata a Waterloo, quella che “i suoi nemici si misero d’accordo/ all’Elba lo esiliarono / ma lui era testardo/ sarebbe ritornato / in barba ai suoi rivali / perché, lui lo sapeva:/ Red Bull mette le ali”.

Perché se perdi fai schifo. Eroico nella sconfitta? Figurati. Con tanti saluti a tutti i martiri della guerra, con particolare riguardo per quei miserabili idioti come Witold Pilecki, Salvo d’Acquisto e i mille altri morti della guerra persa.

Se però è vero che c’era una canzone rap dedicata a Waterloo (io non l’ho sentita, ma io mica sono una giornalista), allora qui Merlo ha ragione: abominio agli occhi degli uomini e degli dei! Il solo genere degno di commemorare Waterloo è il metal!

Il festival napoleonico, che si chiude oggi, è dunque durato tre giorni, 8 milioni di finanziamento con un incasso record ancora da valutare, una specialissima patacca keynesiana che il Belgio voleva onorare con il conio di una moneta di due euro, bloccata con disprezzo dalla Banca di Francia. Ne hanno comunque fatta una di due euro e mezzo ma per collezionisti, un altro simulacro per i tantissimi maniaci di Napoleone sempre pronti all’eccitazione feticistica.

Il festival non è durato 3 giorni, ma 4. Bastava controllare l’affiche ufficiale, ma perché iniziare ora a fare un lavoro serio? Che schifo poi la gente che va ai festival culturali. Sono la feccia.

Peraltro, signor Merlo, mi sa che si è confuso con la storia della moneta: sono i feticisti di Napoleone che non l’hanno voluta. Sa, a Waterloo Napoleone ha perso, eh.

Ieri a Waterloo hanno sparato 300 cannoni e hanno combattuto seimila finti soldati, e ovviamente nessuno di loro riceve la paga, sono devoti penitenziali, con scarpacce scomode, letti da campo e niente telefoni.

Ho detto che chi andava ai festival culturali era feccia? Beh, sbagliavo, la vera feccia è chi fa rievocazione e divulgazione senza richiedere compenso! Lavorano pure aggratis, questi infami!

Bello anche i “finti soldati”. Forse fossero stati veri il signor Merlo avrebbe avuto un’opinione diversa. Forse il signor Merlo vuol doppiare il budget della difesa per permettere all’esercito di mantenere, armare ed addestrare truppe di rievocazione specializzate nei diversi periodi. Io approvo, ovviamente.

E’ invece tantissimo il cibo consumato nelle tendopoli bianche. Dominano patate e salsicce, all’Expo di Milano si mangia sicuramente meglio ma ci si stupisce di meno: stupore e stupidità appartengono allo stesso campo semantico.

Vero, ma dopotutto l’unico che si sta stupendo qua mi pare il signor Merlo. Stupirsi di che? Che all’Expo si mangia meglio? O che i ricostitutori mangiano? O che mangia il pubblico? O forse il signor Merlo era venuto a Waterloo per le specialità culinarie ed è rimasto deluso. Io domani andrò all’Expo per la grande rievocazione partica. Mi preparo ad essere stupidamente stupita.

Nel pomeriggio di mercoledì i generali ‘nemici’ si erano lasciati riprendere dalla Bbc attorno ad un cannone: “Consegniamo al ricordo di una guerra il sogno della pace”. Ed erano duemila le donne mascherate da vivandiere e cantiniere, lavandaie e cucitrici. Centinaia di bambini hanno suonato i tamburi e portato le bandiere.

Uno potrebbe esser contento di vedere decine di migliaia di uomini, donne e bambini provenienti da tutta Europa riunirsi per ricordare una guerra e festeggiare la pace su un campo di battaglia dove, appena 2 secoli fa, i loro antenati si scannavano nella pioggia e nel fango a botte di decine di migliaia di morti. Uno potrebbe pensare che sia una cosa bella e incoraggiante e che sia il giusto modo di commemorare chi è morto.

Non il signor Merlo, a quanto pare. Forse dovevamo riunirci per pisciare sugli scheletri e urlare SIAMO LAGGENTE!

Questi sbrindellati finti soldati dell’Europa degli imperi sono molto più che una metafora in questi tempi di rivolte populiste – dalla Grecia alla Danimarca – e di filo spinato, non solo in Ungheria ma dappertutto, a difesa della civiltà più stanca del pianeta.

BWAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH! Muoro!

“Sbrindellati”?

“Sbrindellati”? Ma sul serio?

Ci sono movimenti populisti e xenofobi (non solo in Ungheria, ma dappertutto!). Ergo fare ricostituzione napoleonica è sbagliato!

Logico, no?

Io mi dico, perché fermarsi qui! C’è la guerra in Crimea e il Riscaldamento Climatico, e una banda di scalzacani sbrindellati pagati milioni si riuniscono per giocare a calcio! Cioè, cazzo, ci rendiamo conto? Partite di calcio, con biglietti, merch e tutto, di questi tempi!

(Ma non si parla contro il calcio in Italia, siamo mica scemi, meglio parlar male di chi va a eventi storici in Belgio, così noi che non sappiamo neanche chi ha vinto a Waterloo possiamo sentirci intellettuali!)

Sul serio, non vedo proprio il nesso tra Waterloo e la xenofobia rampante in Europa. A meno che il signor Merlo non pensi che tutti quelli che fanno ricostituzione ottocentesca siano gente che si sega sul ritratto di Wellington e sogna di invadere la Russia in inverno.

Uno fa ricostituzione di un periodo per cui ha uno spiccato interesse. Avere uno spiccato interesse non vuol dire voler riportare detto periodo su terra. La maggior parte della gente che studia il Nazismo non vuole gasare ebrei. Noi del settore vichingo non stupriamo nessuno né condoniamo il massacro sportivo.

Confondere la ricostituzione con la visione del mondo del ricostitutore è altrettanto stupido che confondere il punto di vista di un personaggio con la visione del mondo di uno scrittore.

Si sa che l’industria del feticcio storico distrae dalla storia, la nasconde invece di mostrarla nella sua semplicità: a Waterloo, che è il seguito di Trafalgar, furono sconfitti l’europeismo visionario di Napoleone e la Grande Nazione francese, ma in nome della Restaurazione, delle monarchie per grazia divina, dell’ Europa antimoderna del Congresso di Vienna. Poi la parola Waterloo ha cominciato ad acquistare migliaia di nuovi significati sino a perdere ogni significato.

Giuro, mi sono capottata sulla seggiola!

Decine di tomi di generali, storici e sociologhi di commento alle guerre Napoleoniche possono andare a travesti a Migliarino, Repubblica ha risolto tutto il dibattito con una riga! Possiamo anche chiudere baracca!

Bellissima anche l’idea che gli stati del Congresso di Vienna fossero in qualche modo “più peggio” dell’impero sconfinato sognato da un megalomane senza scrupoli che trattava i propri soldati come carne da cannone. Bello anche il giudizio morale, marchio di un vero storico.

Dunque mi perdo nell’incredibile folla di questi travestiti, tutti con i basettoni lunghi sino al mento. Un tenente sudatissimo grida “Vive l’Empereur” e mostra i denti guasti. Ci sono i tedeschi che lucidano le baionette mangiando hamburger che portano i nomi dei generali, senza distinzioni tra vinti e vincitori, “Grouchy alla cipolla” e “Blücher con la senape”.

Tutti coi basettoni lunghi, specie le ragazze. Sì, ce n’erano tante, anche nei reparti combattenti. Forse uno spettatore si divertirebbe di più se non avesse quest’attitudine di superiorità e se prendesse una manifestazione per quel che è (la commemorazione di un’importantissima battaglia) senza volerci leggere dietro chissà quali alambiccherie (un complotto dei reenactors ottocentisti per riportare il filo spinato in Ungheria –ma non solo!).

Gli espositori di cimeli e ‘antichi cappelli preziosi’ sono professionisti dell’antiquariato, gli stessi che stanno nei mercatini. C’è, in vendita, un cilindro forato con un biglietto che racconta la storia del generale Picton “ucciso a Waterloo da un colpo di moschetto che lo colpì in testa”. Davvero, chiedo, è il cilindro di Picton? Il venditore è un francese. Mi guarda infastidito: “Maybe” mormora in inglese

Già. Dopotutto era una domanda stupida naive.

E chissà perché i russi sono quelli che meno resistono alla modernità e urlano al telefonino.

Volete sapere una cosa molto divertente? Questa frase è stata corretta nel blog di Merlo dopo le pesciate nel viso di un lettore. Su Repubblica però è ancora originale:

E chissà perché i cosacchi sono quelli che meno resistono alla modernità e urlano al telefonino.


Sì, avete letto bene. Avete presente quando i cosacchi salvarono Wellington a Waterloo, no? Dai, arrivarono con i biplani e folgorarono i francesi a botte di raggi laser (perché no, visto che stiamo ad inventare).

Fa piacere vedere che qualcuno che si confonde i cosacchi con gli ussari, che non perde tempo a controllare i caduti della più celebre battaglia della Storia europea, fa piacere vedere che questo qualcuno si sente abbastanza sicuro da insultare 6.000 appassionati del periodo.

Ho invece già visto negli stadi, come tifosi al seguito, questi scozzesi che oggi rivedo nel ruolo di soldati della Brigata Pack. Hanno il plaid a scacchi e impugnano il bicchiere sempre pieno di ‘beer of bravery’: “due milioni di bottiglie in tre giorni” si vanta Monsieur Martin, il belga che l’ha inventata: “E’ tale e quale alla birra che bevevano duecento anni fa”.

Di nuovo, non capisco quale sia l’affronto alla pubblica morale, se gli scozzesi o la birra. Bada che era buona, la birra. Niente di che strapparsi le mutande dall’entusiasmo, ma più che sufficiente, a gusto mio.

Incontro pure un soldatino italiano che non vuole dirmi il nome, anche i baffi lunghi e a virgola sarebbero d’epoca. Dice di indossare l’uniforme rossa della fanteria, “ grado di sergente”, e mi racconta del reggimento toscano che si chiamava Etruria e fu sterminato a Waterloo.

“Non vuole dirmi il nome”, manco stesse spacciando droga. Forse non vuole dirti il nome perché ti ha fiutato lontano un miglio e non gli piaci. Dopotutto pare tu sia andato in Belgio solo per insultare a tappeto una categoria, senza particolare ragione a parte “volevo andare all’Expo e quelle giacchette non fanno pendant con le scarpe”.

Tutti insieme questi mattoidi rabberciano una stanca coralità da continente pacificato. E’ un’Europa tutta bianca che si autocompiace nel più fatuo dibattito storico.

Non condivido la loro passione né m’interessa il loro punto di vista, ergo sono mattoidi. Dimostro di avere una conoscenza pressoché inesistente dell’argomento, ma so per ispirazione divina che si tratta di roba fatua. Il giornalismo del nuovo millennio, signore e signori! Un applauso per l’apertura mentale.

In tv e sui giornali filosofi e intellettuali di ogni genere discutono attorno al seguente quesito: “Et si Napoléon avait gagné à Waterloo…? E se Napoleone avesse vinto a Waterloo?”.

In bilingue, perché solo pochi eletti parlano francese (a parte milioni di persone). Peraltro, che c’è di male nel domandarsi ciò? Non è interessante come idea?

E allora meglio dei pensatori sono forse i finti soldati che tra loro parlano la solita lingua del turismo, basica e fisiologica, fonemi e sorrisi.

Ok, si accettano traduzioni. Perché io ho sentito parlare inglese, francese, polacco, italiano e spagnolo. Non so che cazzo sia la “lingua del turismo”, ma so cosa sono i fonemi. E si trovano in tutte le lingue che l’Homo sapiens ha elaborato, passate, presenti e future.

Un fante della guardia imperiale, che si presenta dicendo “granatiere”, è molto invidioso dell’uniforme bianca di una guardia olandese. Osservando la loro disputa chiedo mentalmente perdono ai finti centurioni che presidiano il Colosseo con loro naïveté perché in fondo come tableaux vivants sono un po’ più vivants dei granatieri di Waterloo: l’arte di arrangiarsi è meglio del fanatismo esausto.

Insomma, se avete una divisa storicamente impeccabile e una preparazione storica coi controcoglioni siete delle merde. Se avete il costumino di carnevale e avete studiato su Topolino siete più meglio. Perché se fate buona divulgazione siete morti, sennò siete vivi. O qualcosa del genere. Insomma, se volete insegnare qualcosa al popolo, no, davvero, fate ca’are, datevi fo’o, le sole cose morali sono le proteste contro il filo spinato in Ungheria (ma non solo!).

E i poveracci di Pompei si limitano a vendere sacertà pagana e sacralità cristiana, ma senza travestirsi da Madonne dei miracoli e da guerrieri sibariti.

Che è un po’ come dire “i pompieri sono meglio dei paracadutisti perché si vestono in modo diverso”. Il fatto che svolgano attività completamente differenti è un dettaglio.

Qui invece i camping hanno sostituito gli accampamenti e nelle tende si fa finta di vivere come nell’ottocento, qualcuno spacca la legna, si beve in boccali di metallo, una vecchia in costume rammenda l’uniforme nera da ‘ussaro testa di morto’, con il teschio e le sciabole incrociate. Un gruppo di fanatici dell’Essex mi spiega che a Chelmsford c’è una sartoria specializzata in bottoni dell’ottocento, “pare – dicono – che fornisca anche Napoleone”.

Come osano questi individui far bene il lavoro che sono pagati per fare? Come osano vivere una passione che non ha un cazzo a che vedere con Renzi e tutto a che fare con la cultura generale? Schifo, schifo. Schifo!

Ragazzi, siete al corrente che è possibile fare multitasking, vero? Io posso fare rievocazione E preoccuparmi della xenofobia in Ungheria (ma non solo!). Lo so, sono una ragazza speciale!

E infatti l’imperatore è quasi perfetto nel suo costume e con le sue medaglie. Era vestito da Napoleone quando, giovedì pomeriggio, la polizia belga lo ha beccato in sosta vietata accanto al campo di battaglia. Se l’è cavata con il classico “lei non sa chi sono io”.

Haha, troppo buffo. O forse i vigili sono concilianti nei 4 giorni (non 3) del bicentenario, specie con reenactors che non sono del posto e che aiutano a portare milioni alla comunità locale. Oppure è un complotto sugli orridi privilegi di cui gode il tizio che interpreta Napoleone. Insomma, c’è chi viaggia per l’Europa e ha uno stipendio per contar lagne superficiali, e chi fa lavoro divulgativo. Evidentemente uno dei due è uno scandalo che cammina.

A Waterloo infatti questo napoleone dei surrogati di Napoleone è più amato della stessa sindaca, un’allegra e bionda giornalista televisiva, Florence Reuter, con cui in tutta fretta il partito liberale (Mr), che governa il Paese, il 28 febbraio scorso ha dovuto sostituire Serge Kubla che, sindaco dal 1983, era stato arrestato per le tangenti (italiane) in Congo : “la Waterloo di Kubla” fu il titolo a doppio senso di Le Soir.

Un coacervo di informazioni irrilevanti. Tanto per gradire. Magari l’ex-sindaco faceva anche le corna alla moglie e la bionda sindachessa non differenzia bene la spazzatura. Com’è che non se ne parla? Eh?!

E si capisce che Waterloo, con i suoi tre paesini che si disputano la sovranità del campo di battaglia, e con le bellissime e lussuose case dei ricchi in mezzo ai boschi, è il luogo storico dove è stata abolita la differenza tra la luna nel pozzo e la luna nel cielo, tra la copia e l’originale. Al punto che ieri, quando un malore improvviso si è portato via, proprio sul campo, uno dei finti soldati, un povero canadese, quelli del suo finto reggimento avrebbero voluto salutarlo con gli onori militari, veri.

Quando invece avrebbero dovuto pisciargli addosso. Dopotutto perché aver rispetto per un uomo che ha investito in una passione ed è morto perseguendola? (E no, non mi risulta che nessuno abbia parlato di onori militari veri).

Accendo la televisione: “ah se il sole, che protegge l’artiglieria, avesse brillato in quel 17 e 18 giugno, invece di quella pioggia torrenziale!”. Nel diluvio di citazioni si va dal momento fatale di Stefan Zweig al Dio dell’enigma di Victor Hugo. Per gli inglesi l’epica di Waterloo è ancora quella di Walter Scott, per i tedeschi il testo sacro è von Klausewitz, e poi ci sono Stendhal e Joseph Roth e ovviamente Goethe ed Hegel, sino alla coppia Sergio Endrigo – Gianni Rodari: “Napoleone era fatto così /se diceva di no/ non diceva di sì/ se faceva pupù / non faceva pipì”.

Insomma, il signor Merlo vi disprezza. Per ragioni che mi sfuggono, dato che anche con le buone non ho capito cosa non gli vada bene. Ad ogni modo vi disprezza. Vi disprezzava prima di partire, vi disprezzava prima di incontrarvi e vi disprezza ora. E non si sa perché Repubblica non abbia mandato qualcuno con almeno un blando interesse per la Storia. Mah.

Secondo un sondaggio citato da ‘Le Monde’ di giovedì il 54 per cento dei giovani inglesi da 18 a 24 anni non sa che Waterloo è la battaglia dove fu sconfitto Napoleone. Per loro non è neppure una metafora: “è nient’altro che una stazione di Londra”. Ma prima o poi anche loro si imbatteranno in uno dei tanti significati nascosti nel nome Waterloo: disfatta, patacca, caduta…

No signor Merlo. Magari un giorno loro capiteranno a una rievocazione e impareranno qualcosa della loro Storia. Torneranno a casa un po’ meno scemi di quando sono arrivati. Perché la “patacca”, caro signor Merlo, ce l’ha vista solo lei. A chiosa, parte del materiale usato sul campo era autentico. Se ne sarebbe accorto se avesse speso più tempo a osservare e meno a giudicare.

Ho letto quest’articolo diverse volte per capire cosa non andasse secondo il signor Merlo. Per sua stessa ammissione i costumi sono precisi e i partecipanti sono entusiasti. La gente è curiosa e tutto pare bello. Ma no. Perché alla fine “è finto”. Anche le fotocopie dei documenti antichi sono finte, sono fatte per facilitare la fruizione di una fonte. Magari anche quelle fanno schifo. E già che ci siamo, perché non chiudiamo proprio le facoltà di Storia? Non servono a niente, non parlano del filo spinato in Ungheria (ma non solo!).

Come loro anche l’Europa si illude, e non solo nel Canale di Sicilia, di conservare il nome e perdere il nume.

C’est bon, je m’en vais!

E finale in bellezza con gioco di parole completamente vuoto di significato, in gloria al giornalismo contemporaneo. Perché uno dovrebbe illudersi di perdere il nume? Che vuol dire?

Questo articolo è un capolavoro. A leggerlo si direbbe quasi che dal bicentenario di Waterloo le truppe di Napoleone abbiano marciato baionette spianate per ributtare tutti i sudanesi in mare. E io mi chiedo: ma perché, che minchia c’entra?

Sul serio la gente pensa che se faccio ricostituzione napoleonica mi garberebbe vivere in quel periodo?

Waterloo non è il corteo nostalgico di Predappio. Suppongo possa essere complicato da capire per chi non sa distinguere rievocazione storica e nostalgici mentecatti. Di solito questi ultimi li si riconosce dagli strafalcioni nelle tenute e nella diffusissima ignoranza storica. Certo, se tale ignoranza è condivisa…

Ad ogni modo Repubblica si fa riconoscere di nuovo. Come quel bellissimo articolo in cui buttarono insieme a muzzo metal, Tolkien, neopagani e fondamentalisti cristiani. Perché hey, chi non si ricorda il Prof che pogava al concerto degli Iron inneggiando a Odino?

Complimenti, signori, continuate a scrivere di roba di cui non vi importa nulla e a far collegamenti senza fondamento. Non vogliamo nessuna informazione genuina filtrare verso la capoccia dei lettori, dico bene?

MUSICA!

E per chi vuole, un documentario sul bicentenario

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Una necessaria precisazione:

Questo articolo è l’unico che conosco del signor Merlo. Magari è competente abbestia su un sacco d’altra roba, non lo so e non me ne importa niente. Il soggetto con cui ce l’ho in particolare è Repubblica, che pubblica articoli zeppi di imprecisioni e fuffa. Quanto al signor Merlo in quanto tale, mi spiace che non si sia divertito. Non sia di cattivo umore, signor Merlo, andrà meglio a Wolin!
Qua, una canzoncina per tutti quelli di cattivo umore!

Archeologia sperimentale e stupidaggini estemporanee

Bentornati in questo luogo di pena e tedio.

La Santa Pasqua si appropinqua e molti di voi si staranno preparando a grandi spanciate. Io, per festeggiare questo giorno di giubilo e rinascita, ho deciso di lamentarmi e pestare i piedi sul lavoro altrui. Perché le stagioni vanno e vengono, i Messia nascono e muoiono, ma la polemica è FOREVAH!

Per festeggiare, Jokke con orecchie da coniglietto rosa batuffolose

Vorrei parlare oggi di “archeologia sperimentale”.

So che non è un termine che garba a tutti. Nello specifico, si tratta di cercare di riprodurre e testare ipotesi archeologiche. In altre parole, si tratta di ricreare con mezzi d’epoca un dato artefatto per sottoporlo a varie prove.

Un esempio può essere l’esperienza che Timothy Dawson racconta nel suo interessante Armour never wearies: scale and lamellar armour in the West from the Bronze Age to the XIX° Century. Ricostruendo uno dei modelli, provò a seguire il disegno ufficiale ipotizzato dalla storiografia al momento, in cui le cinghie che passavano sopra le spalle erano perpendicolari all’armatura. Questo sistema si avverò doloroso e poco pratico. Dawson cambiò l’angolo delle cinghie ottenendo un risultato molto migliore.

Un altro esempio sono le varie spedizioni oceaniche di Thor Heyerdahl, un norvegese pazzo che per provare le sue bizzarre teorie era pronto a remare attraverso il Pacifico su zatteroni assurdi messi a punto dopo lunghi e complicati studi comparativi.

Il Kon-Tiki

Su un piano più prossimo all’hobby, l’idea di base è simile a quella dalla ricostituzione storica, e nei cassi migliori la ricostituzione seria e l’archeologia sperimentale possono sovrapporsi. Il problema è quando a pasticciare con esperienze del genere ci si mettono dilettanti e casinisti.

Reenacting, you’re doing it wrong

Sia chiaro, questo genere di “ricreazione e verifica” del passato NON otterrà MAI risultati scientificamente inoppugnabili. Nel migliore dei casi possibili, ci sarà sempre un margine aleatorio di speculazione.

Per certi versi questo dipende dalla scarsità dei reperti di base o di fonti precise. In altri casi, certe esperienze o certi oggetti non possono essere ripetuti. Certi materiali non si trovano più, o sono vietati.

Quando poi ci si avventura sul pericoloso terreno delle performances di armi o animali, allora lì la faccenda si complica ancora di più.

Alcuni conosceranno la serie Deadliest warrior. E’ molto divertente, ma spero sia superfluo dire che i risultati sono rilevanti come l’opinione dei Marcianò sui fenomeni atmosferici qualsiasi cosa. Senza entrare nel merito delle armi, il problema principale sono gli uomini: gli esseri umani non sono tutti uguali. Poniamo caso io voglia studiare il peso dell’equipaggiamento degli opliti tra il 480 e il 323 a.C. Chiamo un mazzo di atleti, gli faccio provare le varie ricostruzioni di armature e ne osservo le performances.

Il mio esperimento è falsato di partenza. Un atleta, anche qualcuno che pratica sport marziali, ha una resistenza al dolore e alla fatica risibili rispetto a un buon guerriero professionista del V° secolo a.C. Tanto per cominciare abbiamo perso la selezione naturale: nella mia famiglia, nessuno di noi sarebbe sopravvissuto alle Forche Caudine della vita senza vaccini e medicina moderna. Io in primis, se anche fossi sopravvissuta a nefrite e malnutrizione, senza osteopati e dentisti mi troverei a mangiare zuppa con la gobba, a 27 anni.

[EDIT: Come mi è stato fatto notare, in questo paragrafo mischio due cose, le prestazioni del militare professionista e del tapino medio (soggetto alla selezione). Ci tengo a correggere quindi il tiro.]

Spesso questo ragionamento attraversa la testa dello storiografo dilettante o del suo amico romanzaro. Costoro però ne traggono spesso le conclusioni sbagliate: se le cose stanno così, allora in altre epoche il numero di donne ventisettenni gobbe e senza denti doveva esser altissimo!

Non è affatto detto. Può essere che sì, ma è molto più facile che no, dato che chi è debole muore o comunque non si riproduce in una società preindustriale.

La classe sociale, il posto e il periodo storico poi contano moltissimo sulla salute e resistenza degli individui. In certi posti a certi momenti la denutrizione cronica può essere tanto grave da rendere interi gruppi rachitici, in altri casi ciò non avviene. I fattori in gioco sono moltissimi, tra cui variabili climatiche, sociali, ambientali, tecnologiche, demografiche, ecc.

E non mi addentro nemmeno troppo sulle diverse reazioni chimiche e fisiologiche. Un lottatore sul ring può avere l’adrenalina a 1000, ma non sarà mai come trovarsi nel fango fino al ginocchio, in mezzo ai corpi smembrati di quelli che erano i tuoi compagni, con i timpani esplosi e un crucco che fa capolino nella buca, baionetta in pugno.

In certi casi l’odierna necessità di non mettere a rischio (o non uccidere) i soggetti rende una rievocazione accurata impossibile. Quando a Rochefort hanno ricostruito l’Ermione, non hanno potuto rifarla identica alla nave di Lafayette pur sapendo al centimetro com’era costruita l’originale, e questo per ragioni di sicurezza. Problemi simili sono stati incontrati sul cantiere di Guédelon nella manipolazione di calce e nella costruzione di ponteggi et similia.

Guédelon, costruito da 0 con metodi d’epoca (nel limite del possibile)

Con gli animali è uguale se non peggio. In un esperimento del 1990 della rete giapponese NHK si caricò un cavallo col peso di un guerriero in armatura completa e si constatò che la bestia si stancava subito. E grazie al cazzo. Un cavallo da guerra, come il guerriero, è stato selezionato e da subito addestrato per una funzione specifica. Pretendere di misurare le performances di un destriero da battaglia con un ronzino da passeggio è come voler testare il rendimento del T-15 con un pandino.

Perché tutta questa lunga tirata?

Per colpa di questa gente qui.

Qualcuno a Vice ha pensato che sarebbe stata una buona idea scrivere un articolo sull’igiene medievale. E sono lieta che lo abbiano fatto, perché ci offre l’occasione di discutere su come NON si conducono certi studi.

Cominciamo con ordine.

Stando a quanto affermano Hollywood, i libri di storia, e le credenze comuni, il Medioevo è stato un periodo segnato dalla sporcizia, in cui si andava in giro coperti di pulci e melma e la classe sociale delle persone poteva essere definita dall’odore che emanavano.

Primo: “Hollywood” e “libri di storia” non dovrebbero mai essere usati nella stessa frase. MAI.

Secondo: “le credenze comuni”, ah, quelle idee corrette e accurate dacché frutto del nostro fenomenale sistema educativo. Le stesse credenza comuni che vogliono che prima di Cristoforo Colombo la gente credesse nella Terra Piatta o che le crociate siano state una guerra di civiltà tra Oriente e Occidente.

Se credete a una sola delle summenzionate, no, non sono corrette. Ma chi sono io per discutere.

Terzo: Medioevo. Non c’è niente di meglio per mandare a fanculo qualsiasi credibilità o verosimiglianza, “medioevo”.

Mi sanguina il cuore all’idea che sia ancora necessario specificarlo, nel 2015, ma visto che ci siamo: “medioevo” è un termine completamente privo di qualsivoglia sostanza, che ci trasciniamo dietro come scomoda eredità da un passato in cui studio e ricerca non erano sviluppati come oggigiorno.

“Medioevo”, cito dalla Treccani, è

Età intermedia tra l’antica e la moderna. Secondo l’accezione più diffusa è il periodo compreso fra la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476) e la scoperta dell’America (1492).

Sono 1016 anni. Imperi sono nati, paesi sono spariti, popoli interi si sono spostati, aggregati, sterminati a vicenda. Lingue sono scomparse, culti sono apparsi, dei sono stati dimenticati. Trattare questo lunghissimo e affollatissimo periodo come un’entità unica secondo la logica “scatolone dei calzini spaiati” è ridicolo.

Sono tutte stronzate. Lo so perché ho passato le ultime due settimane seguendo un regime igienico premoderno ea parte sgommate sulle mutande, piaghe inspiegabili, quintali di forfora e smegma, e un probabile Fuoco di Sant’Antonio, è andato tutto bene. Ora vi racconto.

Ma anche no, tientelo per te.

“Regime premoderno”. Mi ricorda quando mio fratello giurato se ne uscì con “Non ricordo che periodo era, ma c’avevino i cavalle e le spade, era i’mmedioevo”. E mio fratello giurato stava scherzando.

Quale regime premoderno? Di dove? Stiamo parlando dei Franchi di Carlo Magno, degli islandesi della fine del landnàm, degli infami bizantini sul cantiere di Haya Sofia? E di che classe sociale? In che contesto?

Bello anche come l’autore sembri ignorare del tutto le differenze di fisiologia o abitudini alimentari che corono tra un milanese di oggi e… oh, più o meno chiunque altro non viva ora in Europa Occidentale. Perché sì, quello che mangi cambia il tuo odore. Dove abiti cambia il tuo odore e la rapidità con cui ti sporchi.

Sì, mi rendo conto che accanto a perle come “regime premoderno” questi siano dettagli, ma sapete com’è, sono cagacazzi.

Thomas Morton ha contribuito a Vice con pezzi di reale interesse, tipo il documentario sui rapimenti di ragazze in Kirghizistan, che per quanto possa essere discutibile porta all’attenzione di tutti un problema reale. Il perché si sia buttato a scrivere ‘sta boiata infame proprio non lo so.

Ho indossato gli stessi vestiti per tutti e 14 i giorni. Ho optato per un completo totalmente bianco, in modo che la sporcizia potesse lasciare segni evidenti. Inoltre, pensavo che avrebbe dato all’impresa un taglio avventuriero alla Fitzcarraldo, ma solo ora che la cosa è finita sono in grado di confermarlo.

Bravo. In base a cosa abbiamo stabilito questi 14 giorni?

Il mistero si fa fitto, le ragioni e il senso di questo articolo sempre più fumosi, e siamo solo all’inizio.

Peraltro, fotte poco di che colore fosse l’abito: di che materiale è? Perché il materiale più usato per gli abiti di tutti i giorni presso il popolo minuto è spesso stato la lana. Ora, nella mia personale esperienza, laddove sintetico e cotone iniziano a puzzare alla svelta se a contatto col sudore, la lana ha un odore molto meno forte. Può darsi che questo dipenda dalla mia fisiologia personale, ma altri conoscenti dediti a lunghe passeggiate in montagna mi hanno confermato esperienze simili. E se “io e gli amici miei” vi sembra ridicolo come bacino di studi, well, siamo sempre più numerosi che “Thomas Morton” e basta.

Non sono esattamente un “maniaco” dell’igiene personale, quindi diciamo che per i primi tre giorni il vero cambiamento è avvenuto solo per ciò che ha a che vedere con l’urinare. All’inizio avevo pensato che avrei potuto fare i miei bisogni all’aperto, una cosa alla quale sono perfettamente allenato dopo le innumerevoli sbornie notturne. Ma poi mi sono reso conto che fare pipì in strada, sobrio, alle 10 di mattina, non sarebbe stato il massimo. Così ho optato per un vaso da camera.

Ah, allora stiamo parlando di città. No, perché il vaso da camera non è mai stato usato dalla popolazione rurale, che fino alla rivoluzione industriale costituiva la stragrande maggioranza della gente.

I vasi da camera sono un’invenzione geniale per pisciare, quasi come la vescica. Ci sono state un paio di cosette a cui ho dovuto abituarmi, come tenere il vaso vicino all’inguine invece di cercare di centrarlo, e non iniziare con un flusso continuo. Ma dopo aver asciugato per un paio di volte per terra con le maniche, praticamente l’intero appartamento è diventato il mio cesso.

“Con le maniche” perché l’intera faccenda non era abbastanza ridicola, e poi di certo farà un sacco ridere gli alunni della 3°E delle Scuole Medie Ugo Guidi.

L’unico problema era come svuotare la tazza. Rovesciarla direttamente dalla finestra non sarebbe stato accettabile, dato che vivo proprio sopra il mio padrone di casa (inoltre, la pratica è stata definita illegale fin dal 500 d.C., grazie al decreto romano su effusum vel deiectum). La maggior parte delle mattine quindi depositavo i liquidi in un tombino tra due macchine o, se mi sentivo un po’ più civile, in quello sul retro del caseggiato. Mi ci sono voluti tre giorni per capire come riuscirci senza schizzarmi i pantaloni.

Aha, quindi ci siamo documentati! O forse anche no, perché tutta questa baracconata non ha senso. Complimenti però per aver imparato a versare liquido in un tombino.

Dopo due giorni di trascuratezza, la placca sulle mie gengive ha iniziato a diventare da gialla a color ocra, e la quantità di resti di cibo incastonato tra i denti è aumentata in modo esponenziale. La mia ragazza ha decretato che il mio alito stava a metà tra puzzo di immondizia e feci umane.

Perché mai tu abbia dovuto trascurare i denti quando in diversi posti in diverse epoche sono stati elaborati diversi modi di pulirli, lo sai solo te. Peraltro, vista l’assoluta inutilità intellettuale di questo esperimento, io non capisco perché la tua ragazza abbia sopportato tutto ciò.

Il siwak è uno strano bastoncino che il Profeta Muhammad amava così tanto che avrebbe anche potuto sposarlo.
Non è altro che un semplicissimo antenato dello spazzolino, eppure negli Hadith viene citato ogni tre per due e gli esportatori continuano a descriverlo come uno strumento che “rinforza chi lo usa,” “allontana i cattivi pensieri” ed è “la cura per ogni male, eccetto la morte.”

Dopo averlo utilizzato un paio di volte ho imparato che il sapore del siwak si avvicina molto all’odore delle pastiglie per igienizzare il WC. Successivamente, seguendo un’antica ricetta egiziana, ho sminuzzato in una ciotola zoccoli di bue, pomice, gusci d’uovo, mirra e ho mischiato tutto insieme con un po’ di sputo fino ad ottenere un impasto granuloso. Sembrava di pulirsi i denti con la sabbia, ma indovinate un po’? È praticamente come un moderno dentifricio, solo senza il fluoro.

Stuzzicadenti, mele, erbe, risciacqui, tutta roba da sempre usata per l’igiene dentale in Europa. Ma sono troppo mainstream, andiamo a mangiare rami esotici. L’antica ricetta egiziana invece fa un sacco ridere il club di calcetto del Liceo Giosué Carducci, perché questo è un articolo per tutte le età!

Sono un po’ stitico, quindi per i primi tre giorni ho avuto un Medioevo piuttosto spensierato. Successivamente sono—ahimè—stato costretto a rompere il sigillo e lasciare un ricordino. Ed è stato terribile perché, come ho subito scoperto, liberarsi della puzza è praticamente impossibile.
Almeno, cagare nel vaso è stato molto più facile di quel che pensassi. L’unica cosa che bisogna essere certi di fare è rannicchiarsi nel punto giusto, liberarsi della propria dignità per un paio di secondi, e lasciare che cada lentamente. Vi sembrerà illogico, ma penso sia utile avere un po’ di pipì sul fondo del vaso—non così tanta che possa schizzare fuori, ma abbastanza perché non rimangano residui marroni sui bordi. Ho considerato questa scoperta alla pari dell’invenzione dei moderni impianti idraulici, visto che ha trasformato l’intero processo da un terrificante travaglio di cinque-dieci minuti in un banale pit stop.

La cacca è sempre un sacco buffa! Peraltro, il signor Morton affronta qui un problema che in altri contesti e in altri tempi non avrebbe avuto. In un mondo in cui la legna è il principale mezzo di riscaldamento e cottura, mettere della cenere sul fondo e sui bordi del cantero evita le fastidiose macchie marroni. Un cantero un po’ più grande che il vasino di Timmy il cuginetto può anche dimostrarsi più confortevole.

Quanto al lavare il tutto, il signore non ha a disposizione torrenti o pozzi, ma visto che chiaramente profitta del riscaldamento moderno, usare un po’ d’acqua corrente non mi pare uno strappo così terrificante alla regola. Dopotutto detta regola non ha né capo e né coda…

All’inizio di Gargantua e Pantagruel di Rabelais, il giovane Gargantua si ingegna per capire quale sia il “nettaculo” migliore al mondo, per poi scoprire che si tratta del collo di un papero ben piumato. La lista includeva lenzuola, un gatto marzolino, pelle di vitello,  una mascherina di velluto da damigella, diversi cuscini e un cappuccio da penitente.
Non ho potuto mettere le mani su nessuna di queste trovate, ma ho cercato di sostituire la maglietta con le lenzuola del letto. Passarsi tra le chiappe un tessuto soffice è una delle sensazioni più lussuoriose sulla terra, ma solo finché hai il culo pulito. Dopodiché si rimane bloccati, indecisi se buttare il panno incrostato di merda nel vaso da notte o cercare di ripulirlo pisciandoci sopra, come piaceva fare ai Romani. Avevo già svuotato la vescica e non mi andava di conservare la maglietta nella doccia per dopo, quindi ho spostato il mio stronzo caldo per farle un po’ di posto nel vaso. Non è stato divertente.

Avrebbe potuto regalare la maglietta alla Croce Verde, ma non faceva ridere.

Per pulirmi ho fatto ricorso alla vecchia tecnica della frutta. Come primo tentativo, ho utilizzato un paio di banane sbucciate. Il mio primo istinto è stato quello di tenere la buccia dall’esterno e usare la polpa interna per pulirmi. Pivello. La sensazione era simile a quella provocata da una salvietta rinfrescante, ma alla fine mi sono ritrovato con uno spesso strato di banana attaccato ai resti delle feci. Inizialmente soddisfatto del risultato mi sono tirato su i pantaloni, ma quando mi sono seduto, qualche ora dopo, sembrava che l’interno delle mie mutande fosse stato immerso in una glassa da pasticceria.
Con le bucce d’arancia è andata un po’ meglio, anche se dopo essere rimaste per un’intera notte in mezzo agli escrementi hanno impestato il vaso di un fetore insuperabile. Quello che ho imparato è che le dimensioni della frutta non hanno importanza. La buccia di un pompelmo, ad esempio, potrebbe farvi evitare di ritrovarvi le dita marrone cioccolata, ma in ogni caso, se non portate un’intera cesta di frutta, rischiate comunque di andare in giro coi tarzanelli tra le chiappe. Ma magari è una cosa che succede solo a me.

In città oggigiorno trovare materiali “storicamente passabili” per nettarsi la risegola è impossibile. Ma tenuto conto del fatto che ha usato le banane, a questo punto poteva anche fare un’eccezione per della banale carta da culo: non è tanto più impossibile. Ciò detto, magari sbaglio io e l’esperimento è da riferirsi esclusivamente al regno di Gerusalemme sotto il savio controllo di Baldovino IV°: loro le banane credo che le avessero. Ma da quelle parti avevano anche il sapone, figurati te!

Al quarto giorno puzzavo come una capra. Niente di incredibile, ma era un odore abbastanza forte da far esclamare a chiunque mi si sedesse vicino: “Chi sta fumando erba?”, ogni volta che l’aria del ventilatore sulla scrivania del mio collega girava verso la mia ascella. Mentre gli uomini del Medioevo non davano grande importanza alla puzza, nell’Antico Egitto ci si deodorava con palline di farina d’avena. Visto che a quei tempi costruivano piramidi e non orribili chiese, ho deciso di adottare il loro stesso metodo.
Ho cucinato un po’ di porridge, l’ho fatto raffreddare e me lo sono passato sotto l’ascella. Dopo un po’ di secondi la melma di avena si è solidificata in una patina simile a colla, che è riuscita a coprire l’odore per ben due giorni. Peccato che la stessa si sia fusa con la mia pelle come fosse cemento.

Io non so che dire. Tutto ciò sta diventando triste. Ha sempre meno senso e diventa sempre di più la commedia avvilente di chi si spiaccica da solo la torta in faccia. Cioè, perché?

Per chi fosse interessato, non ho idea di che diavolo combinassero gli egiziani col porridge, ma facendo grandi generalizzazioni, di solito anche i contadini si lavavano almeno una volta la settimana, per andare a messa (con acqua fredda). Ovviamente in città i poveri avevano molte più difficoltà nel restar puliti, ma esistevano i bagni pubblici. Aquisgrana era una città termale. Parigi non lo era, ma i bagni esistevano, a periodi ne annoverava diverse decine.

“Ok Tengi, ma oggigiorno non ci sono più e lui non voleva rompere il “regime preindustriale”, sai com’è…”

Sie, sticazzi, ha cucinato il porridge su un fornello moderno. Ma si sa, poi non faceva ridere.

Mentre stendevo il secondo strato di porridge, qualche giorno dopo, ho notato che la mia maglietta era ricoperta di piccole macchioline di sangue. Mentre cercavo di capirne la causa, ho anche intravisto un’enorme vescica piena di pus poco sopra il gomito. Quasi nessuno le ha apprezzate, eppure io le portavo fiero, considerandole un misto tra stigmate e un tipico segno di bellezza medievale.

Vai da un dermatologo. No sul serio. Un’enorme vescica piena di pus per un po’ di sudore rappreso non è normale.

Il metodo romano di pisciare sui vestiti per pulirli è sufficientemente folle da funzionare (specialmente sapendo che l’urina contiene tracce di ammoniaca). Ho provato questo metodo sulla manica della camicia, ma per quanto strofinassi e risciacquassi, non sono riuscito a levare l’odore di urina. Immagino che ai romani non dispiacesse granché.

O forse il metodo romano non si limitava a pisciare su qualcosa. Di nuovo: il materiale principe del bucato all’antica è la cenere, e lo è rimasto in certe zone rurali d’Europa e d’Italia fino a mica tanti decenni fa. Ma di nuovo, pisciarsi a dosso fa un sacco ridere!

Arrivata la seconda settimana, i miei capelli sembravano quelli di Ally Sheedy in The Breakfast Club (ma privati della sua grazia), quindi ho deciso di ricorrere a qualche vecchio stratagemma.
Anticipando di 3000 anni lo stile dei loro discendenti, gli israeliti inventarono un semplice gel volumizzante per capelli fatto di cenere e olio di pino. Dopo aver sfregato il prodotto in piccole quantità sul mio cuoio capelluto, sembrava che mi fosse esplosa una bomba in mano come in un cartone animato. Inoltre, emanavo un odore molto simile a quello del cibo per criceti. Poco dopo ho scoperto che le leccate di mucca che avevo dato ai miei capelli con quella roba erano permanenti.

Un vagoo lucore di senso, fategli ciao che non tornerà più. In effetti olio e cenere sono stati spesso usati per tener puliti i capelli, assieme all’uso diligente di pettini . I capelli oliati non saranno fashonable, ma sono poco vulnerabili ai parassiti.

Dopo avere passato una settimana cagando pochissimo, ho deciso che era l’ora, come direbbero in Inghilterra, di “prendermi cura del mio didietro”. Nell’Antica Roma si usava una spugna bagnata in acqua salata e posta sull’estremità di un bastoncino.
Ricordate di conservare una parte della spugna asciutta per la passata finale.

Ma no, perché, con le banane andavi benissimo.

Banane

All’ottavo giorno la frase “Chi sta fumando erba?” era diventata “Chi sta friggendo merda di cane?”. Stavo continuando a spalmare il porridge sotto le ascelle, ma alla seconda passata l’odore di avena aveva iniziato a mischiarsi a quello di sterco, anziché limitarsi a coprirlo.

Ma la puzza delle ascelle non era neppure lontanamente paragonabile allo strato di sego che ricopriva le mie palle e che aveva reso la zona all’attaccatura del pene di un bel colore grigio. Risultato, ogni volta che mi sedevo su una sedia, il mio naso si trovava ad aspirare una fetida nuvola di formaggio d’uccello.

Pur di scrivere un articolo storico interessante buffo un casino che fa tanto ridere, questo ed altro!
Io non so come i suoi coinquilini abbiano tollerato questa farsa. Spero che il signor Morton sia stato pagato bene e che abbia spartito il malloppo coi suoi compagni di sventura.

Dato che le pratiche in uso ai tempi delle piramidi erano risultate fallimentare, ho deciso di andare avanti di un centinaio d’anni, fino alla Grecia Antica. Ispirandomi liberamente alla ricetta di un farmacista del primo secolo, Pedanius Dioscorides, ho creato un profumo con mirra e radici di alcuni fiori uniti a olio d’oliva bollente. Dopo essermi cosparso l’unguento su tutto il corpo (eccetto le palle—a quel punto erano veramente troppo sudicie per poterci aggiungere anche quello) ero pronto per uscire. Non sono un esperto di profumi, ma sembravo uscito direttamente da una fumeria. Probabilmente, la sostanza conteneva il ferormone che quei furbacchioni dei greci utilizzavano per accalappiare gli altri uomini, dato che nessuna ragazza è riuscita a parlarmi per più di 20 secondi per volta.

Oibò, ma il farmacista in questione non era un tizio dell’Asia Minore che esercitava a Roma nel primo secolo d.C.? “Grecia Antica” ma di che? Dopo Meleagro è solo decadenza moderna!

Peraltro, tutti, nel Medioevo, seguivano le ricette di un farmacista romano morto 5 secoli prima.

Alla mezzanotte del quindicesimo giorno—a causa dell’insistenza di ogni persona che conosco—mi sono infilato nella vasca da bagno e ho osservato le due settimane di duro lavoro scivolare lentamente dal mio corpo in rivoli marroni. Tutto sommato, credo di aver completato la missione. Purtroppo, l’unico odore che non sono riuscito a combattere è stato quello penetrante e acido del pregiudizio. Magari un bel giorno anche il resto del mondo riscoprirà il piacere delle antiche usanze, ma per il momento credo sia meglio unirmi alla massa e tornare a pulirmi il culo con la carta igienica.

Non c’entra niente. Ma sarà l’unica cosa che ricorderete alla fine di questo articolo.

Io non ho parole.

Sul serio, la prima volta che ho letto ‘sta monnezza non sapevo cosa dire. Non fa ridere, non ha senso, non trasmette nessuna informazione degna di nota, il metodo è inesistente e alla fine si chiude con un glorioso “ahah, gli antichi erano sudici”.

Morton, ti sei occupato di storie vere, checcazzo. Che senso ha tutto ciò?

Basandoci su questo articolo, gli antichi potevano essere sudici, o puliti, o cloni biomeccanici costruiti dai Rettiliani: nulla di quanto scritto finora ha una qualsivoglia rilevanza o valore. Sono solo azioni senza particolare nesso o rigore, eseguite senza particolare scopo o metodo.

L’articolo ha un tono spiritoso, e va bene. Ma se voleva essere un pezzo umoristico, non si poteva scegliere qualcosa di veramente divertente? Perché qualcuno che non si lava per 15 giorni può essere buffo, ma perché non complicare la sfida a questo punto?

Signor Morton, se il suo scopo è farci ridere con cacca e puzza, perché non alza un po’ la posta? 15 giorni senza carta igienica chiuso in una stanza con due puzzole antipatiche! Oppure perché non trasportare direttamente il ring in una stalla: quindici giorni di convivenza con le mucche! Le mucche fanno un sacco di cacca, le occasioni comiche sono infinite!

Ovviamente se lo fa voglio una percentuale di eventuali guadagni.

Quanto a colui che ancora sta leggendo: è Pasqua, che ci fai ancora qui? Vai a rubare le uova ai vicini!

Io me ne torno nel mio antro di cattiveria inutile e antipatia.

MUSICA! (qualcosa un po’ più midi per l’occasione)
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