Operation Petticoat


Siamo sul finire degli anni ’50. Rear admiral Matt Sherman (Cary Grant) arriva a un molo a cui è attraccato un sommergibile, il Sea Tiger. Matt Sherman sale a bordo. Sembra conoscere la nave. Gli si legge in faccia una vaga nostalgia. Raggiunge la cabina del capitano, si siede, apre il diario di bordo, lo sfoglia…

E’ il dieci dicembre 1941, Sherman è capitano di corvetta, il suo Sea Tiger è attraccato alla base di Cavite nelle Filippine quando i giapponesi attaccano. Il sommergibile viene centrato in pieno e affondato in porto.

Il fiore all’occhiello dell’industria bellica americana, archiviato con “varato nel ’40, affondato nel ’41, battaglie nessuna, vittorie nessuna”. Sherman non può sopportarlo.

“Sarebbe come una bella donna che muore zitella, se sapete cosa intendo dire per ‘zitella’.”

Il sommergibile non può essere riparato sul posto, ma Sherman insiste che possono ripescare il rottame, rimetterlo insieme con lo sputo e tentare il viaggio fino in Australia per riparazioni più complete. Il commodoro gli concede il permesso con malcelato scetticismo, a condizione che Sherman non dia battaglia. Mai. A nessuno. In nessuna circostanza.

“Se vede un soldato che fa il bagno- lo mette in guardia il commodoro –lo eviti! Potrebbe farle un buco nello scafo.”

Comincia così la mirabolante avventura del Sea Tiger, alla disperata ricerca di un meccanico.

I danni e la mancanza di risorse non sono l’unico problema: la ciurma di Sherman è stata in buona parte riassegnata ad altri sommergibili. I rimpiazzi che gli arrivano sono pochi e poco qualificati. Un bel giorno però gli arriva il rimpiazzo del suo sottotenente di vascello: uno sbarbino in uniforme bianca smagliante che si presenta con bagagli, portatore e sacca di mazze da golf. Si tratta di lieutenant junior grade Nick Holden (Tony Curtis). Nick Holden è lì per una lunga serie di sfortunati eventi. Non ha nessuna esperienza di battaglia, o di armi, o di navigazione, o di sommergibili… però è famoso per aver vinto il campionato di rumba con la moglie dell’Ammiraglio a Honolulu! Yay!

Sherman si trova quindi inchiodato a riva con un sommergibile sforacchiato, niente pezzi di ricambio, ciurma ridotta, un ufficiale abituato a far colazione a letto e la burocrazia americana con cui fare i conti. La situazione sembra disperata, finché Nick Holden non lo prende da parte e non gli offre la propria collaborazione.

Perché Nick Holden è un arrivista con le unghie da manicure, ma è nato e cresciuto in un ghetto di abbietta povertà e crimine noto come “Arca di Noé” (Tony Curtis era davvaro un ragazzino di strada del Bronx! N.d. Tenger). Se Sherman è disposto a chiudere un occhio sul come i materiali arrivano sul ponte, Holden può portargli qualsiasi cosa.

E qualsiasi cosa gli porta. Tra furti con scasso, pareti asportate e sciamani delle colline, Sherman e Holden riescono a rimettere in mare il Sea Tiger. Circa.

Mr. Holden, it’s past daybreak, and we are submerged.”
“We are?”
“We are.”
You mean, we’re under?”
“Yes.”
Well, it isn’t a permanent situation, er… What I’m trying to say is, I mean, we can come up if we like to.”
“Well, I like to think we can, but then, I’m an incurable optimist.”

Il viaggio si svolge tra mille peripezie, in un crescendo di situazioni sempre più paradossali e pericolose. In un momento iconico del film, i nostri devono ridare l’antiruggine al sommergibile. In un’isola trovano del minio, ma non abbastanza. Trovano della biacca, ma non abbastanza. Decidono di mischiare tutto e passare una mano di grigio poi.

Un buon piano, ma i giapponesi attaccano e i nostri devono fuggire precipitosamente con un sommergibile rosa confetto.

La storia del Sommergibile Rosa si diffonde. La Rosa di Tokyo (nomignolo dato a speakers anglofone che lavoravano per la radio giapponese) ne parla. Gli americani captano il programma. Siccome non risulta nessun sommergibile rosa tra gli effettivi, deducono che deve trattarsi di un sotterfugio, un astuto stratagemma per infiltrare un sommergibile giapponese nella flotta Alleata. Passano l’ordine di bombardare a vista tutto ciò che può somigliare, da vicino o da lontano, a un sommergibile rosa.

Sicché il Sea Tiger si trova con due motori utilizzabili, niente radio, in mezzo al Pacifico, con i giapponesi che sparano da una parte e gli americani che sparano da quell’altra. Per citare un marinaio, “possiamo farcela con l’aiuto del Buon Dio… ma deve darci la sia totale attenzione!”


Il Sea Tiger in tutto il suo splendore!

Operation Petticoat è un film del 1959. E’ il debutto cinematografico del regista Blake Edwards, lo stesso che realizzò poi Breakfast at Tiffany’s, Darling Lili o la serie The Pink Panther con Peter Sellers.

L’idea di una commedia sulla Seconda Guerra Mondiale ambientata su un sommergibile era stata spinta da Tony Curtis. Curtis si era arruolato dopo l’attacco a Pearl Harbor. Nel 1943 aveva visto il film con Cary Grant Destination Tokyo e si era così infervorato che aveva integrato la Pacific submarine force. A differenza del suo personaggio Nick Holden, Curtis conosceva i sottomarini piuttosto bene!

Il film è un gioiello. Edwards, Grant e Curtis sono tra i leggendari talenti di Hollywood, come non se n’è più visti e come non se ne vedrà mai più. Plus, il soggetto piacque tanto che il Dipartimento della Difesa americano lo sostenne fino in fondo e con grande dedizione. Ben tre sommergibili sono stati usati, il che ha permesso di girare numerose scene dal vero, invece che in uno studio o con qualche altro trucco.

E sì, hanno tinto l’USS Balao di rosa per questo film. Questi sono i momenti in cui uno deve essere fiero di appartenere alla razza umana!

Elencare tutti i pregi di questo film non gli farebbe giustizia. I personaggi sono verosimili, ben distinti e tratteggiati, recitati da un cast divino. Il duo protagonista Sherman-Holden è particolarmente ben riuscito. Sono due uomini del tutto diversi per origini, carattere e scopo, ma in una cosa si assomigliano: sono pronti a fare un patto col Diavolo per ottenere ciò che vogliono.

La scrittura è spassosissima, vivace e imprevedibile. Lascia peraltro spazio anche ai comprimari, ognuno memorabile e con una storia sua.

In una delle sotto-trame, i nostri ripescano un gruppo di infermiere spiaggiate. L’idea di poppute infermiere in un sottomarino avrebbe potuto facilmente scivolare nell’umorismo sempliciotto da circolino del tressette, ma non succede. Le donne del cast sono a loro volta ben distinte e tratteggiate. In particolare, la più alta in grado è figlia di un alto funzionario della GM ed è un eccellente meccanico. Durante il viaggio, si adopera con sudore e sangue a rimettere in sesto la carcassa del sommergibile, tra le proteste scandalizzate del meccanico di bordo, che non tollera l’idea di avere una femmina in mezzo alle sue macchine.

I due finiscono per diventare amici e abbiamo una delle frasi più romantiche del cinema:

“Tu sei più che una donna… tu sei un meccanico!

Holden ha molta fede nel primo rodaggio del Sea Tiger.

Qualcuno ha detto che l’intera idea di “infermiere raccattate da un sommergibile” è tirata per i capelli, una forzatura, una scusa per fare commedia.

Well, il fatto è che è successo davvero: l’USS Spearfish evacuò un gruppo di infermiere verso l’Australia.

E questo ci porta a un altro dei grandi pregi di questo film: molte delle gag sono riprese da fatti realmente accaduti!

Sommergibile in colori sgargianti per mancanza di materiali? Check.

Sommergibile che “affonda” un veicolo sulla spiaggia? Check.

Richiesta ufficiale di carta igienica respinta perché “materiale sconosciuto”? Oibò, la lettera passivo-aggressiva che Grant detta in quella scena è autentica!

Il Sea Tiger stesso è una chiara allusione alla USS Sealion, sottomarino nuovo fiammante affondato in porto dai giapponesi.

Questo film è un piccolo capolavoro, e non sorprende il successo mostruoso che ebbe presso il pubblico e presso i critici. Quell’anno Operation Petticoat fu il terzo film per incassi. I primi erano Ben-Hur e Psycho, una concorrenza spietata in tutti i sensi!

Nonostante oggi se ne parli meno, questo film piacque tanto e per tanto tempo che negli anni ’70 venne ritirato fuori dal cassetto e adattato a una serie televisiva. Non avendola vista non so quel che vale. Per quel che m riguarda, Operation Petticoat è e resta uno dei miei film preferiti, recitato da due dei miei attori preferiti!

Il cast! Ommioddio il cast!  
Vicenda  
Costumi e sets  
Sceneggiatura, spassosa e incalzante!  
Attinenza storica  
We sank a truck!  
I personaggi, ben distinti e memorabili!  

 

Può darsi che, cercando bene, questo film abbia dei difetti. Non lo so, non me ne frega un cazzo, è bellissimo, divertentissimo, purissimo, levissimo… guardatelo e basta. E poi ci sono Cary Grant e Tony Curtis, sono due degli attori più bravi di sempre, perdincibaccobarile!

MUSICA!

La pagina Imdb del film

Annunci

Breve storia del cavallo domestico

Un altro titolo potrebbe essere: Cavalleria catafratta – il prequel.

Oggi parleremo di un argomento diverso dal solito: il cavallo.

Non temete, sarà un articolo storico, tecnico e barboso come piace a noi!

Il cavallo è uno di quegli elementi della Storia militare che un sacco di gente dà per scontati. E’ un essere vivente che viene spesso trattato con la superficialità che si usa per gli oggetti: infili tot chili di acqua e carburante da una parte, va a tot Km all’ora, ha un’autonomia di tot, ecc.

E’ quell’elemento che nei film in costume fa ufficio da motocicletta: l’Eroe salta in groppa, ingrana e parte al galoppo senza un istante di esitazione.

Non si vede mai una scena in cui l’Eroe viene catapultato all’istante contro un palo e calpestato perché è saltato su un cavallo personale che accetta cavalieri che conosce. Non si vede mai l’Eroe che salta in groppa a un cavallo a caso e poi non va da nessuna parte perché, guarda te lo sculo, quello è un cavallo da tiro e non ha la minima idea di cosa fare quando qualcuno gli si siede sulla groppa. E via di questo passo.

Il punto è: il cavallo non è una macchina e l’esistenza stessa dei cavalli domestici è cosa tutt’altro che scontata.

Ergo oggi parleremo delle origini dell’allevamento e di questa mirabolante joint venture interspecifica!

Di cosa si parla

Cominciamo col dire che il cavallo moderno (Equus ferus caballus) è un mammifero erbivoro perissodattilo, ovvero un animale che cammina sulla punta delle dita (e non sulla pianta dei piedi, come noi). Per la precisione, su un numero dispari di dita, e per la precisione su un solo dito: il cavallo sgambetta allegramente sulla punta dell’equivalente equino del dito medio, di cui lo zoccolo è l’unghia. Da un punto di vista anatomico, quella che pare la caviglia è la nocca, quello che pare il ginocchio è il polso e il gomito è rattatignato vicino all’attaccatura della spalla.

Ciò detto, da quanto esistono i cavalli?

Non è facile da determinare. Secondo recenti studi sul DNA mitocondriale, 20 milioni di anni fa potevamo trovare fino a 13 genera equini. Di questi, alcuni si distaccano da una dieta fatta di foglie e arbusti per orientarsi verso un menù principalmente erbaceo, scelta vincente visto che il cambiamento climatico stava favorendo la diffusione di praterie là dove prima cresceva la boscaglia.

In due piccoli milioni di anni (come vola il tempo!), i fossili di equidi da arbusto declinano, mentre quelli da prateria si diffondono. Non immaginatevi però i nostri destrieri: secondo Budiansky, questi proto-cavalli annoveravano una grandissima varietà somatica.

I diretti antenati dei nostri cavalli sarebbero, pare, 2 (certi dicono 4, ma si va nel magico mondo della speculazione): il Tarpan, un cavalluccio che viveva nella zona eurasiatica, e il Przewalski, in Asia. Il Przewalski è l’unico cavallo selvatico ancora esistente, ed è mia personale opinione che a salvarlo sia stato il fatto che nessuno davvero sa come cazzo pronunciare il suo nome.

-Dove vai, Gurkuk?
-A caccia di Perzewe… Perez… Purzuru… A CACCIA DI CINGHIALI!

Questi due antenati potrebbero aver apportato caratteristiche differenti al cavallo moderno. Ad esempio, mentre la criniera del Przecoso è ispida e ritta sul collo, quella del cavallo contemporaneo è solitamente fluente, una caratteristica che avrebbe ereditato dal Tarpan.

Ad ogni modo, la lieta vita dei ronzini prende una brutta piega verso la fine del Mesolitico, quando i fossili diminuiscono bruscamente. Parafrasando la logica che ho sentito usare una volta a un fruttariano (yep, esistono!), questo potrebbe suggerire che i cavalli abbiano semplicemente smesso di morire dacché divenuti incredibilmente longevi (giuro).

Il Rasoio di Occam e il buonsenso suggeriscono invece che l’animale si sia avviato a decise falcate verso l’estinzione. Il cavallo sparisce dal Nord-America, dall’Europa occidentale, dalla Cina… inseguito dal lento ma inesorabile cambiamento climatico, il povero bestio si ritrova confinato all’Ucraina e una parte dell’Asia Centrale.

Questo fino al terzo millennio a. C., quando le sue ossa risaltano fuori, più numerose che mai! Cos’è successo?

Le origini dell’allevamento

Cominciamo col dire che l’addomesticamento del cavallo, come ogni fenomeno, si è verificato solo grazie al contesto: i fattori ambientali e i fattori etologici delle due popolazioni (quella equina e quella umana) rendevano possibile la collaborazione.

Tanto per cominciare, umani e cavalli si somigliano. Come l’umano, il cavallo è un animale sociale e gerarchico. In altre parole, sia gli umani che i cavalli capiscono istintivamente segnali di dominazione e sottomissione. L’atteggiamento sottomesso da parte di un animale può placare l’atteggiamento aggressivo da parte di un umano, in quanto l’umano capisce il messaggio: in quel contesto, le due specie parlano la stessa lingua.

Inoltre, se la vicinanza di un gruppo umano presenta per il cavallo indubbi rischi (dopotutto gli umani sono famosi per mangiare tutto ciò che si muove e anche ciò che sta fermo), presenta anche dei vantaggi: i grandi predatori stanno alla larga (per la ragione di cui sopra) e gli umani allevano cibo ad alto valore nutritivo.

Eh già, perché le prime creature addomesticate dagli esseri umani in modo sistematico non sono state i cavalli, ma le piante.

Poi i gatti arrivarono e iniziarono a demolire le basi stesse della nostra sopravvivenza…

C’è un’idea che circola secondo cui l’allevamento è quella cosa che gli uomini inventano quando l’agricoltura ha così tanto successo che lascia del margine. La realtà storica pare diversa: l’allevamento è quel ripiego che gli uomini adottano quando caccia, raccolta e agricoltura non bastano più a mantenere il gruppo. Allo stesso tempo, perché una popolazione animale sia addomesticabile, bisogna che quest’ultima sia nella necessità di vivere nelle vicinanze degli umani.

L’allevamento è quindi quella collaborazione che si crea in zone periferiche e dalle risorse limitate, ammesso che le due popolazioni siano etologicamente compatibili. Tutte queste caratteristiche si sono verificate nella zona subito a nord del Mar Nero.

I primi a mostrare una vicinanza notevole coi cavalli sono stati gli uomini della civiltà detta Sredni Stog, che vivevano sul sito di Dereivka in Ucraina intorno al quinto millennio a. C..

Verso la fine del quinto millennio, la dieta di questi simpatici signori presenta un cambiamento notevole: se prima le discariche abusive di ‘sti zozzoni presentavano soprattutto ossa di cinghiale e altra selvaggina da foresta, di botto gli scheletri di cavalli diventano dominanti (costituiscono fino al 50% della carne consumata!).

Ora, il cavallo è una bestia di steppa, ergo ‘sti disgraziati devono farsi un bel pezzo di strada per andarseli a cercare.

Cos’è successo, perché questo cambio di menù?

Secondo una vecchia interpretazione, questa nouvelle cuisine ucraina sarebbe da interpretare come l’inizio dell’addomesticamento. Secondo questa teoria, infatti, il cavallo sarebbe stato prima di tutto una bestia da macello e poi, molto più tardi, un mezzo di trasporto e animale di fatica.

Ecco, questo è ciò che succede quando i ricercatori non mettono mai naso fuori da una biblioteca.

Tanto per cominciare si può cacciare il cavallo selvatico senza saper cavalcare (li si può spingere giù da precipizi, o in trappole, fargli agguati ecc.), ma qualcuno mi deve spiegare come diavolo tieni delle mandrie se quelle corrono con quattro gambe e te solo con due.

In secondo luogo il cavallo, come bestia puramente mangitiva, è una ciofeca assoluta. In proporzione alla quantità di cibo che ingolla e alle cure che necessita se non può vivere nel suo ambiente ideale, il cavallo è un pessimo investimento di carne e latte. Aggiungeteci la lunga gestazione e il fatto che fa pochi cuccioli, e avete una situazione da bancarotta assicurata.

Inoltre, la teoria non è supportata dai dati archeologici.

Marsha Levine ha fatto uno studio sistematico degli scheletri di Dereivka, comparandoli con i vari modelli di sfruttamento dell’animale. Difatti, a seconda del modello, l’età di morte delle bestie è diversa.

Nel caso dei cavalli selvatici, i due picchi di mortalità sono l’infanzia e la vecchiaia: i cuccioli e i vecchi, più lenti e meno vigili, sono le prede preferite dai carnivori.

In allevamento la faccenda è un pelino più complessa. Di base, gli animali che passano in bistecche sono prima di tutto i cuccioli in sovrannumero e le bestie che hanno passato l’età fertile. Questo crea un marcato discrimine sessuale: siccome mi basta un maschio per ingravidare più femmine, i cuccioli selezionati per la mannaia saranno soprattutto maschi, mentre gli adulti selezionati per la mannaia saranno soprattutto femmine.

Nel caso dei cavalli, in un allevamento avremo un alto abbattimento di maschi tra i 2-3 anni, e un alto abbattimento di femmine tra i 14 e i 20.

Nel caso delle discariche di Dereivka, abbiamo qualcosa di ancora diverso, che non rispecchia né il modello selvatico né quello domestico. Abbiamo pochi esemplari sotto i 4 anni e pochi al di sopra degli 8. Contando che un cavallo raggiunge la maturità fisica verso i 5, troviamo una maggioranza di bestie nel fiore degli anni!

Questo tipo di situazione calca un tipo di caccia definito stalking, in cui il cacciatore investe energia e tempo per selezionare e uccidere prede di qualità: i giovani pasciuti.

Ne segue che i Sredni Stog erano, tendenzialmente, cacciatori (e non allevatori) di cavalli. Dico tendenzialmente perché non è escluso che alcuni individui fossero catturati o addomesticati. Come fa notare Levine, non bisogna semplificare e appiattire i rapporti tra popolazioni: come sempre quando si tratta di uomini, la realtà era di certo più complessa del modello.

Ma torniamo alla genesi dell’allevamento! Secondo Budiansky, esistono tre stadi:

  • Dato un contesto ambientale, economico ed etologico, due società compatibili si avvicinano;
  • Una volta che le due società sono a contatto, alcuni degli individui più curiosi o sottomessi (o entrambi) cercheranno un contatto più continuo con i membri dell’altro gruppo. In questa fase, alcuni individui possono essere assorbiti dal gruppo umano (si tratta quindi di animali nati selvatici e poi addomesticati).
  • Durante questa seconda fase, la società umana può acquisire le informazioni necessarie a far nascere i primi individui in cattività, ad allevarli.

La seconda fase e la terza sono ben distinte: dal momento che nascono delle bestie puramente domestiche, la selezione artificiale comincia a giocare un ruolo fondamentale e l’evoluzione dell’animale diverge da quella del suo congenere selvatico.

Ovviamente queste fasi non sono da intendersi come cronologiche o esclusive: possiamo avere società che praticano tutti e tre questi modelli!

Ma torniamo ai primi pastori di cavalli. Secondo le fonti storiche, le prime menzioni di allevatori di cavalli fanno riferimento a quelle che erano probabilmente popolazioni di lingua indoeuropea e che abitavano nei pressi del Mar Nero. Erano i Sredni Stog?

Questions!

Negli anni ’60 una scoperta archeologica nel sito di Dereivka ha portato un nuovo elemento sul tavolo: è saltato fuori un nuovo scheletro, diverso da tutti gli altri, lo scheletro di uno stallone.

Cos’ha di diverso il celeberrimo (sì, nel settore lo conoscono tutti) Stallone di Dereivka rispetto a tutti gli altri cavalli della zona?

Lo stallone in questione non era insieme agli altri nelle discariche: era in una tomba prestigiosa, il che indica che l’animale in questione aveva una posizione sociale in seno al gruppo umano radicalmente diversa da quella degli altri cavalli.

Inoltre il nostro misura 142cm al garrese, una taglia notevole per l’epoca e che lo renderebbe simile agli odierni Fjord o New Forest.

Un New Forest mentre, con paziente determinazine, erode il territorio

Ma dulcis in fundo, i suoi denti! I suoi denti presentano una tacca di usura tipica e caratteristica dei cavalli che portano il morso!

BOOM, cavallo cavalcato, possiamo datare l’addomesticazione del cavallo!

Right?

Eh, circa… Purtroppo, com’è spesso il caso, non è così semplice.

C’è prima di tutto un problema di datazione: in principio si era situata la tomba (e quindi lo stallone) al 4000 a. C. Una recente datazione al C-14 però piazza tutto ciò molto dopo, tra il 700 e il 200 a. C. (l’altroieri, insomma!)

Inoltre i segni sui denti possono essere stati causati, in teoria, da altro che non da un morso. Il morso non è peraltro indispensabile per cavalcare, e anche concedendo che si tratta di un cavallo cavalcato e dotato di morso, niente ci assicura che sia nato in cattività (ovvero, niente ci assicura che sia un cavallo domestico).

Vicino allo scheletro sono stati ritrovati oggetti in corno che potrebbero essere resti di rondelle per morso. Un tentativo di ricostituzione basato sui reperti ha offerto un morso funzionante.

E quindi?

Secondo Budiansky, il cavallo era molto probabilmente una bestia montata, ma non domestica. Si tratterebbe dell’alba del cavalcare. Catturare e domare un cavallo era senza dubbio un’azione di grande audacia e maestria, il che spiegherebbe il fasto dedicato a cavallo e cavaliere nella morte.

La differenza tra un cavallo domato e uno domestico non è anodina.

Un animale domato implica spesso il concetto di proprietà privata e sempre un rapporto personale stretto tra domatore e animale. Tale rapporto termina quando uno dei due muore. L’allevamento presuppone una situazione radicalmente diversa: in caso di allevamento, l’attività coinvolge (o tocca in qualche modo) l’intero gruppo sociale, non solo il cavaliere.

Insomma, non possiamo sapere davvero se i Sredni Stog cavalcavano nel quinto millennio a. C., ma possiamo affermare con sicurezza che l’allevamento e l’arte di cavalcare nascono proprio in quest’area. Considerato quanto detto prima sulla diminuzione drammatica di resti equini nel resto dl mondo, possiamo affermare che, con ogni probabilità, l’allevamento salvò il cavallo dall’estinzione.

Studi recenti suggeriscono addirittura che tutti i cavalli moderni sarebbero i discendenti di un’unica mandria ancestrale, l’ultima grande mandria che pascolava nei paraggi di Dereivka.

Animo e coraggio, abbiamo quasi finito!

Di qui al catafratto corrono ancora millenni. L’impiego militare è stato l’ultima tappa del cavallo domestico.

La prima traccia di cavallo da guerra farebbe riferimento ai carri da guerra del re amorreo Samsi-Adad (1800 a. C.). In questo periodo il pedigree dei cavalli era già registrato e documentato, il che significa che la selezione artificiale era già relativamente raffinata.

E’ questa selezione a provocare la vastissima varietà di tratti somatici, fisiologici e regionali tra le numerose razze di cavalli moderni.

L’addomesticazione del cavallo è stata una svolta radicale nella Storia umana. Si poteva viaggiare di più, più lontano, più velocemente. Gli orizzonti si sono spalancati. Zone fino a quel punto troppo distanti erano a portata: nuovi territori di caccia, nuove occasioni di scambio, di saccheggio… e infine, nuovi modi di combattere.

Il cavallo è una bestia che tende ad evitare i conflitti, trovare il modo di usarlo in guerra non deve essere stato semplice. Secondo Creel, il carro da guerra avrebbe avuto origine nell’odierna Siria, mentre il guerriero montato sarebbe nato sulle montagne dell’Iran.

Me questa è ciccia per un altro articolo.

MUSICA!


Bibliografia

BUDIANSKY Stephen, The Nature of Horses, Phoenix Illustrated, Londra, 1998

CREEL H. G. “The Role of the Horse in Chinese History.” The American Historical Review, vol. 70, no. 3, 1965

DREWS Robert, Early riders, the beginnings of mounted warfare in Asia and Europe, New York, Routledge, 2004

JAGER Ulf, “Some remarks on horses on the ancient Silk Roads depicted on monuments of Art between Gandhara and the Tarim Basin”, Pferde in Asien: Geschichte, Handel und Kultur/ Horses in Asia: History, Trade and Culture, Osterreiche Akademie der Wissenschaften, Vienna, 2009

LEVINE Marsha A., “Botai and the Origins of Horse Domestication”, Journal of Anthropological Archaeology 18, Academic press, Cambridge, 1999

Mallory sui Sredni Stog

SAWAZAKI Hiroshi, Uma ha kataru, Iwanami Shoten, Tōkyō, 1987

SIDNELL Philip, Warhorse, Hambledon Continuum, New York, 200

TRENCH Charles Chenevix, A history of horsemanship, Longman, Londra, 1970