In nomine Roccae: Le porte dell’Abisso

Ho una colpevole passione per il trash. E ho deciso di segnalare, ogni tanto, un prodotto trash degno di nota. La rubrica si chiamera In nomine Roccae, per celebrare l’Unico, Intramontabile e per sempre Compianto Gran Bodhisattva del Fantatrash. Sergio, dove sei? Ci manchi, torna da noi!

Egli osserva e giudica, immenso esperto di Civiltà Orientale (sì, maiuscolo singolare)

L’opera di cui voglio parlarvi oggi è straordinaria. Portata alla mia attenzione dalla nobile Princess di Massacri Fantasy (link nella sezione Link, check it out!), quest’ostrica perlifera combina tutto il meglio del peggio, e lo combina col patrocinio del comune di Gorizia. Un caldo ringraziamento ai goriziani, che con le loro tasse hanno reso possibile la realizzazione di tanta epicità concentrata!

Cominciamo con ordine.

L’autore

 

Chi è Pietro Aliprandi? Un candidato promettente del progetto Mars One. Nella sua scheda di presentazione spiega che studia medicina a Trieste, che è “giovane e atletico”, e che essendo un appassionato di fantascienza non vede l’ora di andare ab aeterno su un sasso disidratato bolscevico e traditor.

Tutto molto bello, ma veniamo al punto. Pietro Aliprandi è un giovane scrittore fantasy!

Calmate il vostro entusiasmo, gentaglia senza contegno.

Dicevo, il suo romanzo, Le porte dell’abisso, è disponibile gratuito, e questo, onore a lui, è qualcosa che ho sinceramente apprezzato.

Ma prima di parlare di questo sappiate che Le porte dell’abisso non è solo un romanzo. E’ anche un film! Un indie fantasy con accento austroungarico! Già, Le porte dell’abisso non è un romanzo, è un fenomeno!

Il romanzo


Sarò sincera, non sono riuscita a leggerlo tutto. A dire il vero ho avuto difficoltà a leggere tutto il primo capitolo. Quindi può benissimo darsi che mi sia persa tutti i punti più geniali dell’opera. Ci credo poco. Perché?

Perché la prima frase è questa:

Il sole preannunciava l’alba attraverso l’orizzonte.

Ecco. Seguito subito da un parto il cui la partoriente emette « gemiti di dolore e gioia». La mia mamma bestemmiava tanto da far diventare svedese un somalo, ma dopotutto lei non era elfa.

Il bimbo venne al mondo assieme al sole, sebbene fosse già stato scritto che avrebbe condotto una vita ben diversa

Non solo tutta ‘sta faccenda è raccontata da pagina 1 a pagina 500, non solo il mostrato è non trascurato ma accuratamente evitato, ma nel caso qualche lettore di bocca buona riuscisse ad interessarsi alla vicenda, il libro prende cura di spoilerarti tutto ancora prima di cominciare.

Questo è uno di quei romanzi che invece di raccontare una storia apre diecimila parentesi sulla backstory del personaggio. Ottima idea.

E’ anche un romanzo che… well, non è di facile comprensione:

Gybir strillò per la perdita della compagna, ma non ebbe la stoltezza di rimanere pietrificato di fronte alla scena, nell’attesa che arrivasse un drago d’ottone che sterminasse gli aggressori, riportando in vita Kaya e conducendoli entrambi nelle terre elfiche a est, per vivere in serenità il resto dei loro giorni.

Drago d’ottone? Nel resto del libro c’è UN SOLO RIFERIMENTO a un drago d’ottone, ed è menzionato appena (il perché dovrebbe manifestarsi e salvare Kaya è un mistero irrisolto).

Il protagonista di questa festa è Gybir, mezzelfo negromante abbandonato da mamma e armato di katana. BAM! Questa bordata di clichés ci viene inferta tutta d’un botto in mezza pagina. Una roba da stendere perfino il celebrato Mattia Sorrenti!

Insomma, Gybir viene smollato ai frati, cresce e conosce Kaya. Kaya sarà l’Ammmore di Gybir, e appare anche nel film (con un effetto tipo Casper the Friendly Ghost). Cosa sappiamo di lei?

era una giovane magra, pallida, dagli occhi verdi gioiosi e vivaci, ma i suoi capelli erano del colore dell’ebano, e i suoi sorrisi lasciavano sempre un segno nel cuore.

Non ho capito molto bene l’opposizione tra gli occhi gioiosi e i capelli neri, ad ogni modo questo è tutto. Fine. Non una sola scena in cui lei e il nostro protagonista interagiscano. E in teoria noi dovremmo anche essere tristi per lei quando non meglio specificate “creature orribili e malvagie” (GL ti benedice, figliuolo) attaccano il posto e la stecchiscono.

Altro consiglio: se volete far fuori qualcuno, dargli una personalità e una presenza su scena prima di spacciarlo potrebbe essere una buona idea.

Solo un’ultima menzione, riguardo alla grande storia d’amore tra Gybir e una nuova tizia: me l’aveva segnalata Princess, l’ho cercata, l’ho trovata. E mi sono ribaltata sulla sedia dal ridere isterico.

Infine la giovane guerriera, sparse le trecce morbide sul candido guanciale, si sentì possedere dalla passione del mago, e quella notte ella gli donò ciò che di più prezioso ogni donna possedeva

“Ciò che di più prezioso ogni donna possedeva”, intendendo la verginità. E no, non è Gybir a pensarlo (perché al massimo farebbe parte della caratterizzazione del personaggio), come vedete il PoV non è ancorato in nessuno, è il Narratore a dirlo.

“Ciò che di più prezioso”. Mi pare giusto. Se qualcuna di voi sgualdrine presenti in sala pensava di valer qualcosa dopo essere stata sverginata, si ricreda: senza l’imene siete solo da rottamare. Monelle!

Questo è solo per darvi un’idea. Quello di cui io voglio parlare è il film!

Il Film


Il film si trova gratuito online qui.

Cosa dire?

E’ un coacervo di epicità. Dall’accento, alle parrucche (il nano! IL NANO!), alla sceneggiatura (“ci conosciamo intimamente?”, checcazzo!), ai plot twist che si dividono tra “telefonati due giorni prima” a “roba a caso che succede a gente a caso e che ha un impatto trascurabile sulla storia”.

Sense of wondr a galloni!

La storia. Vogliamo cominciare con quella?

Come ho detto, non so se ci sia una vera storia nel Libro, perché non sono riuscita a leggerlo tutto. Quanto al film, la storia è assente dalla maggior parte del tempo.

Il capolavoro si apre con il sound effect dei passi di Morrowind e due calosce di gomma in bianco e nero che camminano nel vago mentre una voce narrante legge un testo piatto con tono piatto. Per circa sei minuti il narratore ci racconta una storia ammuzzata di gente che va in giro a fare cose e personaggi che più cliché di così si muore. Per SEI MINUTI.

Un consiglio ragazzi: se quanto successo prima dell’attacco della storia è vitale, attaccate prima la storia. Se non è vitale, NON RACCONTATECELO!

Non siete obbligati a sparare tutte le cartucce subito, sapete. Se è importante sapere che prima il protagonista aveva un cane di nome Fuffy, potete anche inserirlo più avanti nel libro. Magari, dopo aver avviato la storia, potete inserire una scena in cui il tipo racconta la triste storia di Fuffy il Mastino Napoletano. Cazzo gente, è l’ABC di un racconto, perfino i più beceri manga dello Shōnen Jump non ti sparano in fronte la backstory del figo di turno così, a crudo!

I personaggi. Oddio i personaggi. Abbiamo il Negromante Tormentato, l’Elfo col nome impronunciabile (per me si chiama Blearguhrguahghbleh), il guerriero in armatura lucente (discreto, ma per ragioni ignote è costantemente doppiato), e infine il Nano ammazzadraghi. Il Nano. IL NANO. Guardate il NANO Madonna damigiana, il NANO! Col parruccone di carnevale e la barba finta! Io bestemmio e non dovrei, anche perché questa è di certo una dotta citazione a uno dei film più belli di sempre, Life of Brian.

Dopo l’introduzione, i nostri baldi amici interrogano Mister Tovagliolo, che spiega che devono ritrovare una Chiave per impedire che i cattivi aprano un baule. Esistono 3 bauli, con dentro della roba (no, sul serio, “arcano scrigno dal tesoro ignoto”), e non devono essere aperti. Insomma, in parole povere, ci stanno tre madie, e se le si apre tutte e tre arriva la Gatta Gnuda in persona e fa a tutti il culo a strisce.

Queste tra madie of doom sono mollate senza nessuna guardia o protezione su un belvedere alpino, così, alla portata del primo fesso che passa.

Praticamente, subplot inutili a parte, si tratta di una banalissima quest. Tizi cercano la chiave, tizi si fanno fregare la chiave. Un baule aperto. Tizi cercano altra chiave, tizi si fanno fregare di nuovo la chiave (they’re the best!). Tizi cercano di recuperarla. Fine della prima puntata. L’autore cerca di complicarla tirandoci dentro colpi di scena alla Beautiful (sorelle redivive, congiure di Tizi contro Altri Tizi, assedi di Posti fatti da Qualcuno per Ragioni), ma alla fine queste diramazioni non portano una ceppa di nulla alla trama.

Per dare un’idea dei subplot random, in un passaggio i nostri arrivano da un re, gli rifilano una spada che hanno trovato per caso (oh sì!), un tipo travestito da scatoletta arriva e fa “siamo sotto assedio”. Di chi, come, perché, com’è che non ve ne siete accorti? Questi eserciti fantasy che si materializzano dal niente sotto le mura! (Oh, ma sono sicura che nel libro c’è una spiegazione tattica molto verosimile). Cut. Nano Parrucco prende a martellate Gente. La cattiva fa capolino da un tubo di grondaia. Meno di un minuto, e metà castello brucia in computer grafica (lieta di vedere che il tecnico di Nguyen ha trovato lavoro dopo Birdemic), ma loro hanno vinto.

Sì, un assedio in meno di un minuto. Ma non temete, dopo ci sono diversi secondi del protagonista che sale una scala!

Peraltro, il re decide che partiranno “domani stesso” per andare ad assediare un altro posto. Perché si sa, una campagna militare (un ASSEDIO, per Belenos!) non richiede nessuna preparazione particolare, basta che ognuno si parti il pranzo al sacco!

L’assedio preparato è una cosa da convulsioni. Il barbuto da sotto le mura e dice alle 3 GUARDIE di cui dispone questa fortezza (tagli alla difesa?) che devono aprire le porte. Quelli gli rispondono “I fart in your general direction, your mother was a hamster and your father smelt of elderberries”, e il barbuto s’incazza. Ora gli fa’ vedere lui come butta giù il porto-

No, le porte sono aperte. I nostri entrano dentro così.

Boh. Mah. Mi si accioccina la corteccia cerebrale.

Tornando a noi, avrete capito che, nonostante il contributo di certo entusiasta dei goriziani, il budget di questa roba non era astronomico. Ergo, coi fondi limitati, i realizzatori hanno dovuto fare dei tagli. E per non so quale colpo di genio ultraterreno, hanno deciso di TAGLIARE LA TRAMA.

Non sto scherzando. Punti che dovrebbero essere di massimo conflitto, sono trattati in pochi minuti. Ad esempio la scena in cui si scopre il furto della seconda chiave. Si tratta in teoria di un punto importante della storia. Dovrebbe essere uno dei momenti culminanti del film.

Com’è stato realizzato?

Due tizi in una stanza vuota che si guardano nelle palle degli occhi e dicono: “hanno rubato la chiave, oh lo sapevi, la si va a cercare? Ovvia ‘gnamo.” Fine.

Ma allora, se questa faccenduola triviale detta “trama” occupa circa 10 minuti, cosa occupa la restante ora di film?

SCENE D’AZIONE.

Oh sì signori! Non abbiamo stuntmen, non abbiamo effetti speciali, non abbiamo i minimi rudimenti di coreografia, FACCIAMO UN’ORA DI FILM D’AZIONE!

Queste scene sono lancinanti. A prescindere da certe strane idiozie (tipo devono combattere i maghi cattivi in un tempio, e il cavaliere si toglie la spada… perché, boh, ragioni), tutti si muovono TALMENTE MALE MA TALMENTE MALE OCRISTO NON IMMAGINATE QUANTO MALE che il dubbio non è tanto “chi ha pensato una coreografia così farlocca”, ma “c’era una coreografia?”. Bimbi, io non pretendo che tutti siano reenactors col Flos sul comodino, eh. Ma un minimo minimo di preparazione! All’epoca in cui bazzicavo l’associazione dei Frères de Lices non ci voleva più di cinque o sei allenamenti per proporre qualcosa di passabile, e noi ci esibivamo live!

La maggior parte delle scazzottate sono qualcosa del genere

Il tutto con scelte di regia che non ho capito. A un certo punto Nano Parrucca si trova a cavalcioni su un nemico atterrato e finge di prenderlo a pugni. Ora, faccio per dire, se uno avesse ripreso il cugino cottolengo di Gimli di spalle e il cattivo avesse avuto la cortesia di scalciare un pochino, sarebbe andato benissimo. Molto credibile.

Invece no. La telecamera zooma a rallentatore su un bel frontale di Nano Parucco che NON colpisce il muso del cattivo. Ok bimbi, io voglio esse’ dalla vostra parte, davvero, ma se m’acchiappate per l’orecchio e mi c’avvicinate il muso ci sono buone probabilità che noti la stronzata anche con le migliori intenzioni!

A parte forse UN figurante in scarpette da ballo, nessuno pare avere nemmeno da lontano la preparazione fisica. Metà di tizi in armatura hanno meno presenza del mio manichino, con la cotta di maglia che ciondola troppo larga da gente troppo stretta.

Le scelte di regia diventano grottesche a tratti. Tipo circa al minuto 21 appare nientemeno che l’autore in persona, nei panni del re, con piano americano. La testa dl barbuto attraversa l’inquadratura e sparisce in prossimità della cintura del re. Re che abbassa lo sguardo e tasta qualcosa nella stessa area. Ok, pochi secondi dopo l’inquadratura si allarga mostrando che Barbuto è in ginocchio per porgergli una spada, but still! La prima volta che l’ho visto ho appiccicato il naso al monitor convinta di avere le traveggole. Tutto è talmente random che non mi sarei sorpresa se l’Aliprandi fosse andato a parare anche lì! (e non gli lancerei la pietra, il barbuto è discreto).

Molto bello anche il minuto 28, in cui l’attore che fa il protagonista emo sacrifica le vertebre tirando su di peso la bellona bruna. Intendiamoci, la ragazza ha un fisico notevole, ma il tizio peserà quanto una sola delle cosce di lei.

E infine una menzione di merito al minuto 41:30, per il “precisamente” più bello della Storia del Cinema. Valeva la pena di guardarsi il film solo per questo istante! Giuro che l’ho rimesso in loop più volte. Precisamente, precisamente, precisamente.

E tra storie d’amore inutili e assedi perché sì, finiamo coi nostri che combattono dei vampiri (?) in una fortezza (?) e il protagonista si trova imprigionato nel corpo di un volenteroso giovane con una maschera di gomma sulla testa. Il Bigfoot di The geek era più credibile, e sto parlando di un porno anni ’70.

Insomma, in conclusione, cosa penso di questo film?

Questo film è assolutamente sublime. La storia è scema da morire, le scelte di regia sono grottesche, la sceneggiatura è da capottarsi sulla sedia e le scene d’azione sono così tremende da provocare un formicolio pronunciato ai lobi frontali. Esatto: questo film è così terribile che trascende il brutto e diventa spettacolare.

A parer mio è meglio di classici come Birdemc o perfino The room! Ok, la regia è forse peggiore di quella di Nguyen (anche se con l’audio siamo lì…), e il dialogo è assurdo come quello di Wisaeu (Oh hi Mark), ma è più colorato, più stocastico, più cialtrone.

 

L’unica cosa che secondo stona è l’impressione che molti dei partecipanti, a cominciare dall’autore, prendano questo terribilmente sul serio. Voglio dire, una delle cose spassose di Birdemic 2 era il fatto che alcuni degli attori erano coscienti di essere in un film di Nguyen e si stavano chiaramente divertendo a girare nammerda. Qui il tono dl film è così serio che viene il dubbio che nessuno si sia davvero divertito a girare questo spasso, ma che ognuno si sia seriamente applicato per poi ritrovarsi tra le mani la versione goriziana de L’uomo puma.

Che altro dire. Provate questa meraviglia. E approfittatene, prima che i Mimimmi ce la rubino!

E infine, una canzone appropriata!

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Commercio e denaro: traffico di uomini e ricchezza tra VIII° e X° secolo

Messires et mes dames, spero abbiate passato un buono shabbat. Bentornati in questo luogo di frustrazione e invidia. Oggi noi esuli eravamo alle urne. Per festeggiare un avvenimento così avvincente come le elezioni europee, ho deciso di deliziarvi con un articoletto su qualcosa di altrettanto avvincente: commercio!
Si tratta di un articolo molto generale, volto a dare una visione generale degli scambi e magari demolire certi luoghi comuni.

Il crollo dell’Impero Romano è forse uno dei periodi più caotici e difficili della storia Europea. Se Costantinopoli se la cavò relativamente bene, in Occidente la botta fu molto più forte.

Tra IV° e VIII° secolo possiamo individuare alcuni grandi movimenti generali: rallentamento degli scambi e dell’economia monetaria, declino dei centri urbani e del potere politico, predominanza economica di agricoltura e ricchezza fondiaria (ergo sviluppo di una civiltà rurale e di aristocrazie locali).

Nel corso del IX° secolo, l’Occidente romano-germanico si ristrutturò, parato da Costantinopoli da un lato, ma esposto agli assilli di ungheresi, scandinavi e saraceni (che nonostante si fossero rotti le corna su Bisanzio e Poitiers avevano mantenuto una forte presenza nel Mediterraneo).

Il commercio pare anemico, e le fonti ne parlano molto poco. Con la spinta Mussulmana del VIII° secolo, l’Occidente aveva perso buona parte delle rotte del Mediterraneo occidentale: a differenza di quei bastardi dei Bizantini, i franchi non avevano il fiato e la flotta sufficienti per tenere i saraceni fuori dalle palle. I porti di Langue D’Oc e della Provenza cadono in letargia, dato che, a parte Giudei e Frisoni, sono pochi a praticare ancora il commercio marittimo. Stando a certi storici, l’Occidente franco resta imbottigliato.

In realtà il commercio non morì mai del tutto. Boutruche osserva che storiografi come Pirenne giudicano il traffico troppo vitale prima degli infedele e troppo morto dopo. Resta comunque il fatto che gli assi commerciali si spostarono più verso nord.

Il mondo Islamico, che collegava il Mediterraneo con l’Oceano Indiano, portò una frana di grane, ma anche qualche novità e un po’ di linfa al commercio Occidentale. I Mussulmani misero le mani su grandi regioni aurifere (come il Sudan) e misero nuovo oro in circolazione. La moneta d’oro si diffuse in Egitto, Siria, Africa del Nord e, dal X°, Sicilia e Spagna mussulmana. Dinar islamico e Nomisma bizantino erano le monete d’oro più correnti in Mediterraneo. Ergo se da un verso gli infedeli falciarono le gambe al traffico marittimo franco e dettero un gran fastidio a quello bizantino (ma lì facevano bene!), dall’altro commerciarono coi latini, reimmettendo oro nelle loro economia. Bisogna tener presente che la bilancia commerciale non era a favore dei franchi, il che era risultato in un lento drenaggio dell’oro verso gli infami del Bosforo.

Cosa fornivano i franchi ai loro dirimpettai maomettani o ai loro cugini invertit bizantini? Secondo Boutuche: schiavi, marmo, legno per navi, armi e metallo. Molto del bestiame umano era razziato in terre slave e lettoni al di là dell’Elba o comprato agli Anglosassoni, e molto del traffico finì per orientarsi sulla Spagna Islamica, visto che comunque in Mediterraneo Orientale erano ben riforniti.

In cambio, i franchi importavano stoffe preziose, spezie, profumi, incensi, avorio, cuoio lavorato e papiro, ma anche vino, olio d’oliva, miele, frutta e verdura secca.

Questo caprioletto vampiro è il Moscus Moschiferus, cervide himalayano che produce pallette odoranti, il muschio, estremamente apprezzate e ricercate in tutto il mondo. No, non è photoshoppato. Pensare che la Tigre dai Denti a Sciabola è estinta mentre questa bestiaccia ancora se la spassa…

Costoro non erano gli unici interlocutori commerciali dei franchi: dal VII° si aprono nuove rotte commerciali si svilupparono lungo i fiumi, come il Mosa, o nei paesi Renani, verso il Mare del Nord.

L’oro non aveva un gran corso in Europa occidentale: dal VII° le monete sono battute principalmente in argento.

Va precisato che non si tratta di un impoverimento delle classi alte, che basavano la loro ricchezza sulla terra, quanto di un abbassamento del livello di vita. Peraltro, l’uso era di non ridurre l’oro in banali lingotti o monete: i potenti di questo periodo preferivano farne oggetti d’arte, gioielli o paramenti sacri, eventualmente da portarsi nella tomba. Il forziere con i dobloni non si addice a un franco, che era più propenso a far fare un bel crocifisso o un diadema, un acquamanile o un vassoio sbalzato, onde poi fonderli se c’era bisogno di far la guerra a qualcuno. Perché immagazzinare banali dischetti gialli quando ci puoi fare qualcosa di carino? I franchi erano gente creativa.

Arrivati al potere, i carolingi si diedero daffare per migliorare le rotte commerciali e lottare contro l’anarchia monetaria e la frode endemica che ne conseguiva. Gli atelier monetari si davano alla pazza gioia. Se ne contano un centinaio all’epoca di Carlo il Calvo, specie in punti nevralgici del commercio internazionale e locale, o presso miniere di piombo argentifero, o presso saline. Nell’editto di Pitres (864), Carlo il Calvo cercò di ridurre a 9 il numero di atelier e ridurre anche il numero dei mercati.

Riassumendo, sotto i carolingi si battevano solo denari, monete d’argento a percentuale abbastanza debole. L’oro circolava solo come moneta araba o bizantina.

I sovrani franchi non riuscirono a risolvere del tutto il problema della, hum… creatività monetaria, ma risanarono non poco la situazione, a beneficio degli scambi interni, ma anche di quelli con Bisanzio, con la Spagna Mussulmana e col Nord. Fu stabilita una relazione di peso fissa tra il denaro franco, il dirham, il nomisma.

Tornando al commercio, abbiamo l’importante testimonianza di Ibn Khordadbeh, alto funzionario di Bagdad, che ci parla degli scambi tra Oriente e Occidente. A fare la spola sono in generale giudei rodaniti (“della strada”) installati in Gallia meridionale.

Una rotta portava i mercanti all’istmo di Suez, e da lì verso il Sind, la Cina e l’India. Al ritorno, i giudei passavano da Porto Said, Costantinopoli e tornavano dai franchi.

Una seconda rotta più meridionale passava verso la Siria, Bagdad, l’Oman, e ancora più a est.

A volte venivano predilette rotte terrestri, attraverso la Spagna, l’Africa Settentrionale, fino in Egitto e in Siria, per riallacciarsi all’itinerario precedente.

Infine, una rotta scendeva in Italia, passava da Bisanzio, saliva per i “paesi Slavi”, il Caspio, le regioni del basso Volga, l’Amu Daria, la Transoxiana e la Cina.

Purtroppo non abbiamo dettagli sulle transazioni, il volume d’affari o il ritmo dei viaggi.

Su distanze più modeste, nel X° c’era commercio con la Spagna Mussulmana, specie da parte dei mercanti di schiavi di Verdun, che vendevano negli emirati di Cordoba e tornavano con cuoio e tessuti preziosi. Altri, da Marsiglia, Arles e Narbonne andavano a Gaeta, Napoli, Salerno, Amalfi, dove trovavano stoffe preziose, artigianato, spezie e profumi importati da Costantinopoli e dalle zone mediterranee sotto controllo mussulmano.

Vi sento molto interessati a questo argomento!

Tornando nello specifico al commercio marittimo, i documenti parlano più di pirati che di mercanti (spesso le due categorie si cavalcavano), il che ci fa supporre che l’attività di questi ultimi fosse piuttosto debole. Sappiamo che i mercanti dell’Italia del sud commerciavano con Bisanzio sotto protezione dell’Imperatore d’Oriente, ma per quanto riguarda il nord-est, preferivano le vie terrestri via la Lombardia e le Alpi. C’è da dire che pirati e mercanti sono spesso la stessa gente.

A partire dal IX Venezia cresce. Esporta in Oriente prodotti italiani e schiavi dalmati, e riporta prodotti di lusso da Bisanzio, Marocco, Egitto, Sicilia o Siria.

Altre vie puramente terrestri erano nei paesi renani, tra la piana di Boemia e il nord dei Carpazi, con i mercanti del Mar Nero. Kiev era un altro crocevia molto importante, tra Baltici, Mare Nero, Caspio e Turkestan. La valle Danubiana era stata liberata dagli avari nell’VIII°, ma s’intasò di nuovo con gli ungheresi. Praga divenne un punto nodale del traffico di schiavi. Sale, bestiame, schiavi e armi andavano e venivano da queste regioni a quelle più occidentali grazie a mercanti giudei o franco-germanici.

Infine, dal IX° al XII° altre vie collegavano i paesi del Mar Nero, il Caspio e l’Asia centrale con le regioni scandinave e franche, tracciate in particolari dai Variaghi svedesi (il termine variago significa, in origine, “mercante”).

Gli svedesi commerciavano anche con Bizantini. Novgord e Kiev erano due centri di commercio internazionale. I mercanti scandinavi vendevano pellicce, miele, schiavi e ambra a mussulmani e bizantini. Riportavano prodotti da oriente e Russia meridionale.

Altri mercanti nati erano i frisoni (sottomessi ai carolingi nell’VIII° secolo), che giravano per il Mare del Nord, l’Atlantico fino al Golfo di Guascogna e la Manica. Commerciavano con Inghilterra, Danimarca e Svezia. Facevano anche traffico fluviale nei Paesi Bassi e in Fiandra. Portavano mercanzie dell’Ovest in Scandinavia via Reno, Mosa, Schelda, bacino di Parigi o fiumi della Germania settentrionale. Ridistribuivano nei pasi franchi prodotti dei baltici e drappi inglesi, spezie, profumi e stoffe preziose.

Nell’840, il traffico cominciò a soffrire delle invasioni normanne.

Centri come Dorestad declinano, altri, come Tiel, Etaples, Montreuil o Wissant, fioriscono. Birka cedette il posto a Sigtuna, Hedeby a Slesvig. Certe rotte commerciali s’interrompono, svaniscono e poi sono riaperte da nuovi uomini. Bisogna aspettare il X° secolo prima che il commercio si riprenda dalla batosta normanna.

Per l’Occidente del IX° e del X°, il Mediterraneo restò un centro di commercio abbastanza importante, anche se a periodi i mari erano così pericolosi che i mercanti preferivano fare lunghi giri o seguire le coste. L’asse principale di scambio restò comunque orientato a nord.

Insomma, nonostante l’idea preconcetta che abbiamo di “Medioevo”, l’Occidente non era ripiegato su se stesso: c’erano scambi, ma questi mancavano di una buona organizzazione tecnica ed erano controllati. I sovrani mussulmani controllavano i traffici e la circolazione monetaria, così faceva pure l’infame Bisanzio, con dogane, passaporti, divieto di esportazione di metalli preziosi, etc. I carolingi avevano politiche simili: accordavano dispense ai mercanti che rifornivano il Palazzo, le abbazie e le chiese.

Una grossa fetta della popolazione restava straniera al commercio su grande distanza ma non a transazioni locali e regionali. I prodotti scambiati in questo contesto sono molto meno raffinati: cereali, vini, prodotti dell’allevamento o della pesca, tessili, tessuti ordinari.

I mercati locali erano costituiti da qualche fiera o piccoli mercati frequentati dai vicini, dove giravano pochi denari. In effetti, nei villaggi e nel piccolo scambio la moneta è quasi assente: si preferiva il baratto. Quasi assente, ma non del tutto assente. In parte circolava, ed era raccolta ad esempio per pagare le tasse e le rendite. Presente o no, la moneta era comunque un étalon d’echange: il debitore pagava in natura, ma con prodotti stimati e valutati in rapporto a un valore monetario.

La cosa è un po’ diversa nel nord della Francia, Paesi Bassi, ovest e centro della Germania, dove una popolazione più densa favorì un maggiore sviluppo commerciale. Si creano faubourgs di commercianti e artigiani a Metz, Verdun, Tournai, Mayence, Cologne. I centri urbani si sviluppano gradualmente.

Il nocciolo “pre-urbano” era di solito un monastero, un’abbazia, un castello o un Palazzo. Alle volte cittadine nascevano dal nulla in riva a un fiume o su un estuario. I faubourgs di mercanti e agglomerazioni nuove dedicate agli scambi si chiamano portus. Alla fine del X° i porti sono sulla buona strada per diventare piccole città.

Quanto ai mercanti, se si fa astrazione dai vagabondi e i rivenditori ambulanti di pacottiglia, i legitimi mercatores erano in genere di 3 tipi : Giudei (principali fornitori dei Re e per prodotti orientali) ; Frisoni ; mercanti aborigeni con antenati rurali. I mercanti godevano di diversi privilegi locali (economici, giudiziari, ecc), ma la Chiesa li guardava con sospetto (gente che fa soldi, che schifo!). Ad ogni modo, a questo stadio sono di solito troppo pochi per costituire una vera classe.

In conclusione, c’è una vera differenza, in questo periodo, tra Oriente e Occidente. L’Occidente continua a basare la sua economia sull’agricoltura e sul dominio terriero. La specializzazione delle attività è appena abbozzata, le tecniche di produzione, trasporto e consumazione restano rudimentali, le nozioni di capitale, investimento ecc. sono anche quelle appena nate. I prezzi sono stabili ma elevati per il potere d’acquisto. Persistono pratiche che si basano sul metallo prezioso, ma le monete sono poche e il baratto domina. Inoltre, la gente cerca in genere di « vivere del suo ». I monasteri ricercano l’autosufficienza, come aveva consigliato il Concilio d’Orléans nel 538. La Chiesa aveva vietato ai cristiani il prestito a interesse dall’VIII° secolo (*), cosa che pone problema quando si vuol lanciare un buisness. Insomma, si tratta in generale di un’economia di consumo controllata dai Re e i capi locali. Spesso è in atto una vera e propria economia di guerra, che drena il surplus verso l’esercito.

N’empêche, anche se fragili e operati tra entità cellulari, gli scambi esistevano, e perfino i contadini potevano maneggiare moneta per comprare ogni tanto sale o metallo. In realtà, l’autarchia dei grandi signori era meno reale di quanto si pensi. Per dirla con le parole di Bloch:

La società d’allora non ignorava di certo né la compera né la vendita. Ma non viveva, come la nostra, di compera e di vendita. (La société féodale, p.108)

Il commercio non era il solo fattore di circolazione di beni. Le rendite per la protezione di un capo o roba simile giocavano un ruolo. Uguale per il lavoro umano, dacché la prestazione aveva più spazio dello scambio, nella vita economica.

Se da un lato la ricchezza era indissociabile dal comando, i potenti avevano una capacità di acquisto limitata, anche a causa della penuria monetaria e della taglia ridotta dei tesori. Piccoli e grandi vivevano in maggior parte sulle risorse del momento.

L’atonia della circolazione monetaria riduceva peraltro a quasi niente il ruolo sociale del salario. Questo infatti presuppone che la fonte del denaro non rischi di estinguersi a ogni due per tre. Era necessario quindi pagare con altro che non fosse il versamento periodico di soldi, condizione molto precaria in questo periodo.

Due soluzioni furono trovate: invece di pagare qualcuno in denaro, prendere il tizio presso di te, mantenerlo e fornirgli una “prevenda”. Altra soluzione: dargli della terra che possa sfruttare (o da cui possa esigere delle rendite) per potersi mantenere.

E’ chiaro che i legami erano diversi da quelli generati dal salariato. Da signore a uomo il legame è intimo, più che non da padrone a salariato, ma si dissolve alla svelta quando il beneficio del sottoposto diventa ereditario. La società feudale ondeggia tra il legame stretto da uomo a uomo e quello lento della tenuta terriera.

“Non hai ancora finito?”

Dello sviluppo e della natura del legame feudale parleremo un’altra volta! Lo scopo di questo articolo era solo di fare una rapida panoramica degli scambi e della circolazione monetaria in Europa. Spesso il commercio è un aspetto che viene sorvolato del World Building sciatto, e questo è MALE. La stessa roba non si trova ovunque, né tantomeno allo stesso prezzo. Pensateci la prossima volta che accozzate prodotti eterogenei nel villaggio contadino del PresceltoTM.

Ora, quale canzone potrebbe concludere un articolo su commercio e vil denaro?

Ma che domande

 

 

 P.S.

Il 16 giugno sarà l’anniversario della morte di Marc Bloch, ebreo francese, veterano decorato della Grande Guerra, cofondatore degli Annales, nume della storia Medievale, patriota e resistente, catturato, torturato e fucilato dai Nazisti. Morì con molto onore, rassicurando i suoi compagni di esecuzione. Secondo i testimoni, un ragazzo accanto a lui si lasciò sfuggire “ça va faire mal” (farà male). Bloch gli posò una mano sulla spalla e rispose “Mais non, petit, cela ne fait pas mal” (Ma no, piccolo, non fa male). Morì gridando “Vive la France”.

Giusto per ricordarlo. Bloch è stato uno studioso straordinario, un buon soldato, un patriota valoroso, un grande uomo. Merita di essere celebrato.

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Bibliografia

BOUTRUCHE Robert, Seigneurie et Féodalité, Ed. Montaigne, Parigi, 1968, p.1-64

BLOCH Marc, La société féodale, Albin Michel, Parigi, 1939, p.97-114

 

(*) Pietro Moroni mi fa notere che tale divieto si ammorbidì molto nell’XI°, permettendo anche ai Cristiani di prestar quattrini e (gulp!) guadagnarci sopra. Gli usurai per eccellenza restarono comunque gli ebrei, a cui i pesci grossi tiravano sòle con più agio. Fonte: Luciano Pellicani, La genesi del capitalismo e le origini della modernità (Marco editore).

 

Sabaton: Heroes

Il 16 usciva il nuovo album dei Sabaton, Heroes. Ho usato spesso le loro canzoni in fine articolo, e credo che continuerò a usarle, visto che si sposano bene col tema generale di questo postaccio: guerre e botte.

Quindi colgo l’occasione per dire due cose sulla loro ultima fatica.

A differenza di altri album, Heroes si concentra su individui o gruppi relativamente ridotti più che su battaglie celebri. Canzoni sui singoli ne hanno fatte anche prima (prima tra tutte White Death), ma è la prima volta che ne fanno tutta una serie.

Ma di che parla Heroes?

Night Witches

Nachthexen, i piloti donna del 588° Reggimento per il Bombardamento Notturno dell’aviazione sovietica, creato dal Colonnello Marina Raskova e dal Maggiore Yevdokia Bershanskaya.

                                                       

Marina Raskova e Yevdokia Bershanskaya

Era l’Ottobre del 1941, quando fu dato l’ordine di creare tre reggimenti di aviatori il cui personale doveva essere completamente femminile: dai piloti ai meccanici ai tecnici. Il 588° era uno di questi. Il reggimento, che arrivò a contare un’ottantina di persone, doveva assillare i tedeschi e operare bombardamenti di precisione dal 1942 al 1945. Queste signorine furono estremamente attive: ognuna di loro con 800 o più missioni all’attivo e 23 di loro decorate come Eroi dell’Unione Sovietica. Trenta non videro la fine della guerra.

Sarebbe abbastanza badass così, ma va dato uno sguardo ai trabiccoli su cui viaggiavano: biplani Poliakarpov Po-2, roba concepita nel ’28 e mai intesa come aereo da guerra! Se da un lato questi marhingegni erano molto manovrabili, non potevano portare che poco peso, e ogni notte erano necessarie più missioni (anche 15 per notte!).

Sì, viaggiavano su roba del genere nel ’42

Ma non tutte le magagne vengono per nuocere: I Po-2 erano lenti, chiocciole a motore, così tanto da essere più lenti della velocità di stallo degli aerei tedeschi. La cosa complicava non poco la vita dei crucchi. Lenti e molto bassi, questi aggeggi di cartoncino e colla vinilica silenziavano il motore in vista del bersaglio e planavano: il fischio del vento era la sola cosa che i mangiacrauti udivano prima che le matrioske cominciassero a cadere. Questa pare l’origine del soprannome.

I piloti, che di solito avevano appena la ventina, venivano formati a Engels, nei pressi di Stalingrado. E i crucchi non erano il loro unico problema. Ostilità, molestie sessuali e discriminazione da parte dei loro colleghi erano continue. Ve lo immaginate in un romanzo? Il pilota maschilista che mette le mani addosso a una collega membro di un reggimento con ottime prestazioni? Roba da buttare la sospensione dell’incredulità alle ortiche. Ma la realtà ha sempre più fantasia di noi, e “ma è successo davvero!” non è una scusa, in narrativa…

I bersagli preferiti delle Streghe erano campi, depositi di rifornimenti, retroguardie. Oltre ai danni materiali, le loro azioni impedivano ai crucchi un riposo normale e minavano il morale della truppa.

Incapaci di pizzicarle coi radar, i crucchi si buttarono sui riflettori. Piazzate intorno ai bersagli sensibili, le luci disegnavano cerchi nel cielo. Una buona idea, ma non avevano fatto i conti con le russe, che si organizzarono per volare a gruppi di tre. Due volavano in parallelo e attiravano l’attenzione dei riflettori. Quando i fasci di luce erano concentrati su di loro, i piloti invertivano la rotta, si separavano, e poi erano cazzi loro staccarsi di dosso l’occhio nemico. Nel frattempo, la terza Strega poteva avvicinarsi al bersaglio e lasciare le bombe. Se i tre arei se la cavavano, si riunivano e cambiavano i ruoli, finché tutti e tre non avevano scaricato i loro souvenirs. E potevano rientrare per essere ricaricate. Anche quindici volte a notte.

 

No bullets fly

Il 20 dicembre 1943, dopo un bombardamento riuscito su delle industrie aereonavali di Brema, Charles “Charlie” Brown cercava di riportare indietro la carcassa della sua Fortezza Volante B-17. Dopo la contraerea e uno stormo di Bf-109 e FW-190 incazzati, l’aereo di Brown aveva due motori morti, un terzo danneggiato, circuiti idrailici, elettrici e di areazione in avaria, e un equipaggio costituito da un morto e nove feriti (incluso Brown stesso, sforacchiato alla spalla).

Charlie Brown

Fu allora che un pilota crucco intento a fare il pieno lo vide. Il pilota era Franz Stigler, un veterano con 22 vittorie all’attivo e a un passo dal ricevere la Knight’s Cross. In altre parole, Stigler vide la propria medaglia solcare i cieli spitacchiando fumo e catrame. Saltato sul suo Bf-109, il crucco raggiunse in un niente la Carcassa Volante.

Franz Stigler

In un’intervista a Michael Fuller, Stigler racconta di aver avvicinato da dietro l’aereo, di aver aspettato per dare una chance alla coda di sparare. Non c’era stato movimento, il tail gunner era morto. Stigler volò a 20 piedi, vide il gunner a muzzo nel proprio sangue, e non riuscì a sparare. Affiancò l’aereo, e capì che anche il resto dell’equipaggio era ridotto male.

Stigler non avrebbe mai tirato su qualcuno in paracadute. Un suo superiore in nordafrica era stato chiaro: “voi siete piloti combattenti, prima, dopo, sempre. Se vengo mai a sapere che uno di voi ha tirato su qualcuno in paracadute, gli sparerò di persona.” Davanti allo spezzatino di yankee che viaggiava nel Rottame Volante, Stigler si disse che ridotti com’erano, era come se fossero già in paracadute.

Invece di dargli il colpo di grazia e guadagnarsi la medaglia, decise di spingerli ad atterrare, lì o in Svezia. Brown non intese o non volle intendere i segni di Stigler e tirò dritto sul Mare del Nord, un vespaio di crucchi inferociti. Dal canto suo, Stigler si rese conto di quanto gli yankee fosseo zucconi, ma invece di abbandonarli al loro fato, volò con loro fin fuori dalla zona di rischio, prevenendo l’attacco della contraerea. Una volta al sicuro, fece un cenno di saluto, e tornò dai suoi.

Stigler aveva il dovere di tirar giù il B-17, lo sapeva. Nell’intervista Stigler spiega di non essere riuscito a ucciderli. Alla domanda “perché lo hai scortato”, Stigler rispose “Because I didn’t want anyone else to get him“. Stigler non era un pacifista né un tenero. Lo stesso giorno, aveva abbattuto 2 B-17. Non gli piaceva, ma lo faceva, come tutti gli altri. Non con Brown, non dopo aver visto l’altro pilota in faccia.

All’arrivo di Brown alla base, i superiori gli vietarono di parlare della propria avventura a chicchessia, per non ispirare simpatia per il nemico. Come disse lui stesso “qualcuno ha deciso che non puoi essere umano e volare in una carlinga tedesca”. Nemmeno Stigler ne fece mai parola, dato che quel gesto di cavalleria poteva significare un’ultima sigaretta davanti a un plotone d’esecuzione.

La guerra finì, i crucchi persero (Spoiler), Brown se ne tornò in West Virginia, finché, dopo 47 anni, non riuscì a ritrovare il pilota che in guerra aveva risparmiato lui e i suoi compagni. Salvare la vita a qualcuno e alla sua squadra a rischio della pelle può essere un buon inizio per un’amicizia. Brown e Stigler rimasero in stretti rapporti fino al 2008: i due piloti in pensione morirono lo stesso anno, a pochi mesi di distanza.

With all said and done, questa storia è una bella storia e dà un’idea della complessità che c’è nella testa di un uomo in una situazione del genere.

 

Smoking Snakes

La canzone che meno ho capito. Beninteso, musicalmente non è male, ma in compagnia degli altri Eroi costoro sembrano un po’ fuori posto. Ma andiamo con ordine.

La Seconda Guerra Mondiale si scatenava, e mentre tutti i paesi industrializzati correvano all’annientamento reciproco, il Brasile restava neutrale. Per il presidente Vargas, “i serpenti avrebbero fumato” prima di un cambiamento, che era un po’ come dire “entreremo in guerra quando i maiali voleranno”. Ma nell’agosto del ’42 in Brasile era tutto un cinguettar di porci tra i rami e i cobra facevano anelli con la pipa.

Nel gennaio del ’42  il Brasile aveva deciso di interrompere ufficialmente i suoi rapporti con l’Asse. I crucchi non la presero molto bene, e a farne le spese furono le navi mercantili brasiliane. In tutto, l’Asse tirò giù 36 navi, per un totale di più di 2.600 morti. Dopo un ultimo dispetto da 600 morti, i serpenti iniziarono a rollarsi sigari.

Vargas spedì i suoi in Italia in sostegno degli alleati. La Força Expedicionària Brasileira (FEB) aveva adottato l’espressione del presidente come motto, addirittura come patch ufficioso.

Pare i brasiliani combatterono inaspettatamente bene, al punto che una nuova espressione entrò nel già colorato insieme dei modi di dire: “the snake is smoking”, per dire “ora si fa sul serio”. In realtà, per quanto ne so, i soldati brasiliani combatterono bene come molti altri, senza distinguersi in azioni particolarmente eclatanti. Insomma, la loro presenza in questo album è boh.

Tornando a noi, la BEF, sotto il comando del Generale Mascarenhas de Moraes, combatteva con la V° Armata (sotto Clark prima e Truscott poi) e il IV° Corpo d’Armata (sotto Crittenberger). Era organizzata sul modello di una divisione di fanteria americana, con circa 15.000 uomini in gruppi di compattimento (Combat Regimental Team).

Il 16 giugno del ’44, i primi soldati della BEF sbarcarono a Napoli, e forse è per questo che i Sabaton ne parlano.

Ok, sto scherzando.

Dopo un primo tempo di adattamento (tipo trovare le armi!) e qualche missione di ricognizione, i brasiliani furono messi al pezzo contro la Linea Gotica, dove i tedeschi gli ruppero le corna. Andò meglio a fine febbraio, inizi marzo, quando riuscirono a sloggiare i crucchi da certe posizini chiave degli appennini.

Il 25 aprile, coordinandosi coi partigiani, gli Alleati presero una serie di città chiave, tra cui Parma, Venezia e Trieste, e il 28 quelli della BEF si rifecero con una bella figura nella Battaglia di Collecchio, ottenendo, tra l’altro, più di 13.000 prigionieri. Questo scombinò il piano del comandante tedesco in Italia, dato che si basava sulle truppe di Fornovo per un contrattacco. La batosta, più la notizia della caduta di Berlino e della morte di Hitler, persuasero i crucchi alla resa. Il 2 Maggio i brasiliani raggiungevano i francesi a Torino. Era la fine ufficiale delle ostilità in Italia.

Insomma, la partecipazione brasiliana fu dignitosa, ma tra tutti gli altri titoli, questo è quello che più mi lascia perplessa.

 

Inmate 4859

Ecco, per me costui quanto a palle d’acciaio si mangia i brasiliani con tutto il serpente.

Witold Pilecki

La canzone parla di un soldato polacco, Witold Pilecki. La sua carriera era cominciata nel 1918 quando, appena diciassettenne e residente in Lituania, si era unito a un gruppo polacco di autodifesa nella zona del Wilno. Combatté contro i bolscevichi tra il 1919 e il 1920, si arruolò nell’esercito regolare e combatté di nuovo nella ritirata da Kiev e ancora alla battaglia di Varsavia e nella foresta di Rudniki nell’estate del 1920.

Nel ’39, Pilecki fu uno dei fondatori di un gruppo di resistenza polacca, la Tajna Armia Polska (TAP), che pochi mesi dopo contava già 8.000 uomini e forniva informazioni ad altri resistenti, come quelli dell’Esercito Confederato (KZ) e della Confederazione della Nazione (KN).

Nel 1940, quando ancora non era ben chiaro cosa combinassero i nazi nei loro lager, Pilecki decise di infiltrare niente meno che Aushwitz per organizzare una ribellione all’interno del campo. Il 19 settembre, sotto il nome di Tomasz Serafinski, si fece arrestare e spedire nel più noto dei campi di sterminio. Il suo numero era 4859.

Foto ricordo

Nel campo, sopravvivendo polmonite e barbarie, Pilecki riuscì a organizzare un movimento segreto coerente. L’organizzazione faceva circolare notizie, assisteva i prigionieri e, soprattutto, iniziò a inviare informazioni su quello che davvero succedeva dietro la rete elettrificata. Già dal 1941, tramite la resistenza polacca, Inghilterra e Stati Uniti ricevevano rapporti precisi sull’Olocausto, scritti da lui, che lo stava sperimentando sulla propria pelle.

Pilecki aveva contatti coi suoi. Aveva qualche possibilità di scappare, possibilità che gli altri prigionieri non avevano, ma decise di restare, e continuare a mandare informazioni, organizzare il suo gruppo, nell’attesa che gli Alleati gli dessero un qualsiasi sostegno logistico. Un appoggio, e Aushwitz avrebbe potuto sparire nel ’42.

Sappiamo com’è andata. Non ci fu nessuna azione da parte degli inglesi o degli americani. Pilecki rimase nel campo fino al ’43, nella speranza di poter liberare i deportati, finché non si rese conto che gli Alleati li avevano abbandonati, lui e tutti quelli chiusi dentro con lui. Nel frattempo, la Gestapo si era accorta dei maneggi suoi e del suo gruppo. In un giro di vite, molti dei compagni di Pilecki furono catturati, e vi lascio immaginare cosa sia successo loro. Pilecki, dal canto suo, si rese conto che l’aiuto non sarebbe mai arrivato.

Nella notte tra il 26 e il 27 aprile, dopo due anni e mezzo di volontaria permanenza, Pilecki evase, la Gestapo alle costole. Nonostante questo, tornò nei paraggi lo stesso anno, fino ad Agosto: voleva liberare il campo. Non è che dopo l’ennesimo scacco e la morte di un altro dei suoi che si rese conto di non avere le forze necessarie.

Pilecki scrisse un rapporto completo agli inglesi, dettagliando il numero dei morti e le condizioni dei prigionieri. I brits lo mandarono a spasso: i numeri erano troppo astronomici, e che ne poteva sapere lui che c’era stato quasi tre anni? Inaffidabile. Niente supporto aereo, niente aiuto.

Nel ’44 Pilecki chiese aiuto perfino ai Russi, che si trovavano in una buona posizione rispetto al campo. Anche i russi lo mandarono a spasso. Niente aiuto, niente sostegno ai suoi compagni rimasti dentro. Pilecki rimase il solo a passare ai suoi quel poco di sostegno che era in misura di dare.

Pilecki fu poi catturato durante il sollevamento di Varsavia nel ’44, ma nel Luglio del ’45 riuscì a raggiungere i suoi connazionali in Italia, dove combatté fino alla fine della guerra, per poi tornare in Polonia.

Nel ’46, il governo polacco in esilio gettò infine la spugna: non c’erano speranze per la Polnia, che i partigiani cessassero ogni attività o riparassero in Occidente. Pilecki fu informato che la sua copertura era saltata e che gli veniva ordinato di andarsene. Abbandonato per l’ennesima volta, Pilecki li mandò a cagare e rimase. Imperterrito, dal ’47 si mise a raccogliere prove sulle atrocità commesse dai sovietici.

Non durò. Pilecki fu catturato e torturato, ma non rivelò nessuna informazione sensibile. Il processo cominciò nel marzo del ’48. Tra gli accusatori c’era anche il futuro primo ministro e sopravvissuto di Aushwitz, Jozef Cyrankiewiz.

Pilecki fu ucciso il 25 maggio 1948.

Nella sua ultima conversazione con la moglie, disse che Aushwitz non era stato niente in pragone a quello che i sovietici gli avevano fatto. Le sue ultime parole furono “Lunga vita alla Polonia libera”.

Quanto alla sua storia, non emerse che dopo l’89. Il Capo Rabino di Polonia, Schudrich, commentò: ““an example of inexplicable goodness at a time of inexplicable evil. There is ever-growing awareness of Poles helping Jews in the Holocaust, and how they paid with their lives, like Pilecki. We must honor these examples and follow them today in the parts of the world where there are horrors again.”

To hell and Back

 Gli americani hanno manovrato male ad Anzio. Sono sbarcati, si sono presi paura, invece di avanzare si sono apprattati sulla spiaggia e nel frattempo i crucchi si sono organizzati. Da quel momento fu il tiro all’anatra.

Tra i soldati mandati al macello c’era Audie Murphy.

Audie Murphy

Murphy era un ragazzo del Texas, nemmeno ventenne, orfano di entrambi i genitori, con documenti falsi dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor. Nel gennaio del ’44, appena diciannovenne e promosso sergente di fresco, fu ricoverato a Napoli per curarsi la malaria: non era quindi ad Anzio per il primo sbarco. Raggiune i suoi dopo 8 giorni di trattamento. Per mesi lui e il suo plotone combatterono sulla costa. Il 2 marzo incapparono in un tank crucco e riuscirono a macinarne l’intero equipaggio. Murphy fu quello che prese il rischio di andare a far saltre il tank, il che gli valse la Stella di Bronzo. Dopo il fatto, Murphy e i suoi continuarono a operare, finché una ricaduta di malaria non lo rispedì all’ospedale. Non per molto.

Murphy si distinse ancora in Francia con azioni eclatanti. Fu di nuovo decorato, perse il suo migliore amico. Man mano che il fronte avanzava, ricevette il Cuore di Porpora, poi la Stella d’Argento, e infine una palla di cecchino nella coscia, con cancrena allegata. L’operazione lo parcheggiò in ospedale per mesi, in attesa che gli ricrescesse il quadricipite, onde poi essere mandato nei Vosgi, dove si distinse ancora crivellando da solo una cinquantina di crucchi.

Infine, dopo l’inverno di inizio ’45, fu ritirato dal fronte con un’altra medaglia, la Legione al Merito.

Murphy tornò vivo a casa, ma non intero. Già durante la guerra aveva iniziato a soffrire di insonnia e depressione, e al ritorno fu anche peggio. Sfibrato dallo stress, dormiva con una pistola carica sotto il cuscino, imbottito di sonniferi, perseguitato da incubi sulla guerra. I fantasmi e i rimorsi lo perseguitarono per tutta la vita. Gli amici che aveva lasciato indietro, i bimbetti tedeschi che aveva reso orfani, i cadaveri suoi e degli altri gli rimasero addosso.

La canzone riprende i versi di una poesia scritta da Murphy stesso, “The Crosses Grow on Anzio”. Il titolo, To hell and back, è quello della sua autobiografia.

Infine, il pluridecorato volontario morì nel 1971, in un crash aereo. Ancora oggi è considerato come uno dei migliori combattenti dell’esercito americano nell’ultimo secolo.

 

The Ballad of the Bull

Leslie “Bull” Allen era un soldato australiano, veterano della 17° brigata di fanteria australiana. Appena ventenne si distinse il Libia e in Siria, non come cazzutissimo guerriero, ma come cazzutissimo camallo: Leslie portava la barella.

Leslie “Bull” Allen

Come Audie Murphy, anche il Toro era orfano, e si era fatto il mazzo con lavori pesanti dall’età di 12 anni. A 21 si arruolò nell’Australian Imperial Force e fu spedito in Palestina. Durante il suo servizio in Medioriente fu decorato per il coraggio mostrato nel recupero dei feriti sotto il fuoco nemico.

Il soprannome “Bull” gli fu affibbiato in questo periodo. Leslie era uno huge fellow di 1m80, forzuto, pesante, con un umorismo distorto e una risata risonante. Infaticabile e inarrestabile, Leslie non mostrò mai paura in azione. Il Toro era il tipo che imbottiglia le proprie ansie senza mostrarle, ma anche lui era umano come gli altri, e nel ’41 fu ricoverato per ansia e nevrosi.

Curato alla spiccia, fu rispedito il prima possibile coi suoi e partì per la campagna di Wau-Salamaua.

Il 30 giugno 1943 gli yankees diedero l’assalto alla posizione giapponese sul monte Tambu. Gli australiani non avevano previsto di prendere parte al combattimento. Leslie “Bull” non rimase in disparte, salì sul monte e andò a raccattare i feriti, anche se non erano dei suoi. Lui da solo riportò a spalle 12 soldati americani, su e giù dal monte senza fare una piega, come se fosse stato “in gita domenicale”.

La guerra aveva avuto il suo impatto sul Caporale Allen. Verso la fine del ’43 fu ritirato dal fronte per un periodo di licenza. Leslie aveva sempre avuto problemi con l’autorità, ma dopo la campagna di Wau-Alamaua il suo comportamento era peggiorato, era diventato imprevedibile, finché un bel giorno il Toro non prese a pugni un ufficiale e non finì sotto corte marziale. Fu assolto per ragioni mediche e congedato nel settembre del ’44.

In Australia tornò un veterano decorato di tre campagne e incapace di parlare. Ci vollero mesi perché il Toro riprendesse una parvenza di normalità. L’esercito americano comunque gli riconobbe i meriti, e dopo il congedo gli conferì la Croce d’Argento per il salvataggio sul Monte Tambu.

 

Resist and bite

Résiste et mords, il motto degli Chasseurs Ardennais. Si tratta di una formazione di fanteria belga il cui ruolo era di vegliare sul confine tra Belgio e Germania. Verso la fine del ’39 gli Chasseurs contavano nel complesso circa 30.000 uomini, sotto il comando del generale Maurice Keyaerts.

Resisti e mordi, il simbolo degli Chasseurs

Il 10 maggio 1940, prima dell’alba, movimenti sospetti di truppe convinsero Keyaerts a far saltare i ponti di confine senza previa autorizzazione dello Stato Maggiore. Quando i crucchi finalmente si mossero, Guderian si trovò bloccato a Chabrehez da un centinaio di Chasseurs e motociclisti rimasti isolati dal grosso dei loro e determinati a sparare tutto lo sparabile. Guderain non fu il solo a mordere un nocciolo più duro del previsto. A Martelange e a Bodange poche centinaia di Chasseurs ritardarono 3.000 crucchi. A Bastogne, anche dopo la morte del comandante, un gruppo di Chasseurs bloccò i nazi per tutta la mattina, fottendogli 5 tank con un cannone da 47.

Approfittando della conoscenza del terreno, gli Chasseurs si batterono talmente bene che i crucchi temettero di veder compromessa la rapidità della spedizione. Rommel stesso avrebbe definito i soldati belgi non uomini ma “lupi verdi”.

Gli Chasseurs si distinsero ancora il 25 Maggio presso Vinkt, quando inflissero circa 1.500 perdite ai crucchi. Il contro fu che i nazi, avendo subito una tattica d’infiltrazione, pensarono di avere a che fare con dei tiratori franchi invece che con dei soldati regolari, e reagirono con una rappresaglia storica sul villaggio di Vinkt.

In sunto, gli Chasseurs non riuscrono a respingere l’offensiva, ma combatterono con grande valore, specie durante la Campagna dei 18 Giorni a Martelange, Bodange, Strainchamps, tra Vieslalm e Houffalize, Léglise e Rochelinval, ritardando l’avanzata crucca.

Non sottovalutate mai dei cicllisti in gran numero, MAI!

Soldier of 3 Armies

 Questo tizio è forse l’unico personaggio controverso dell’album, in quanto si tratta di un ex-SS. Stiamo parlando di Lauri Allan Torni, un finlandese che nel ’38, non ancora ventenne, si arruolò nell’esercito finlandese e combatté contro i sovietici nel ’39-’40.

Lauri Torni

Anche dopo, promosso capitano, Torni continuò a combattere appoggiato di nazisti, formando truppe su sci (che si rivelarono, au passage, estremamente efficaci). Nel ’41 ricevette un periodo di addestramento specifico in Vienna, presso le Waffen-SS, onde poi tornare in Finlandia a uccidere bolscevichi. Durante questo periodo fu più volte decorato, ottenendo anche uno dei riconoscimenti maggiori, quello di Cavaliere della Croce di Mannerheim.

Con l’appoggio dei tedeschi, Torni si distinse in diverse occasioni. Nel ’43 fu addirittura creato un distaccamento non ufficiale sotto il suo comando, il Distaccamento Torni. Lui e il suo gruppo fecero tanto male ai russi che Torni divenne l’unico ufficiale finlandese con una taglia sulla testa (tre milioni di marchi finlandesi).

Nel ’44, dopo anni di guerriglia, la Finlandia si arrese all’Unione Sovietica. Torni no.

Si arruolò nelle SS e combatté nella loro marina fino alla fine della guerra. I Russi non apprezzarono: dopo la guerra fecero pressioni sul governo finlandese perché Torni fosse arrestato come collaborazionista, e difatti lo fu, nel ’46. Fuggì e fu ripreso nel ’47 e nel ’48 il presidente finì per accordargli il perdono. Ma Torni non poteva restare in Finalndia. Si rifugiò in Venzuela.

Nel ’50 riuscì finalmente a raggiungere gli Stati Uniti dove, nel ’53, fu naturalizzato e arruolato. Nell’esercito, Torni si abboccò con altri reduci ora finno-americani. Col loro aiuto, il soldato Torni si costruì una nuova carriera, e nel 1960, il novello Capitano delle Forze Speciali Larry Alan Thorne dava corsi di guerriglia e sopravvivenza. Nello stesso periodo servì in Germania Ovest e sulle montagne delll’Iran.

Nel 1963 Torni era in Vietnam. Lui e i suoi furono attaccati a più riprese. Il governo americano lo decorò con due Cuore di Porpora e una Croce di Bronzo per il valore dimostrato nel distretto di Tinh Bien.

Il 18 ottobre del 1965 Torni e il suo elicottero sparirono sorvolando l’attuale Laos. Gli yankees riuscirono a ritrovare i rottami dell’elicottero, ma non il suo corpo. Nel 1966 smisero di cercarlo, ma il dubbio rimase. Torni poteva essere morto, o catturato e tenuto prigioniero.

Nel 1999 dei resti furono riesumati e mandati in America. Torni fu identificato nel 2003 e seppellito con altri soldati morti nello stesso crash, ad Arlington. Dall’età di 19 anni alla sua morte, Torni combatté i comunisti sotto tre bandiere diverse.

 

Far from the fame

Karel Janoušek nacque in Moravia, nel 1893. Suo padre fu uno dei fondatori del Partito Socialdemocratico Cecoslovacco.

Karel Janoušek

I Cechi non erano fans dell’Impero Austroungarico. L’assassinio dell’Ariduca non li scombinò molto. Janoušek non era di certo entusiasta quando, nel 1915, fu arruolato.

Janoušek combatté per la prima volta nel 1916, sull’Isonzo, come Caporale. Pochi mesi dopo fu spedito in Russia nell’offensiva di Brussilov, che costò all’Impero 1,5 milioni di morti. Janoušek fu catturato dai russi e spedito in campo di prigionia presso Kiev. Di lì, evase e raggiunse la Legione Cecoslovacca e via loro l’esercito Serbo in Odessa. Si trattava di un esercito filo-russo ma non zarista. Non rimase nemmeno con loro: in ottobre integrò il primo reggimento di fucilieri Cecoslovacchi in Borispol, altra formazione sotto controllo russo.

Con la caduta degli Zar l’esercito russo si sfasciò. Dopo Brest-Litovsk, i Cecoslovacchi finirono presto nel mirino dei Bolscevichi, determinati a impiegarli nella causa o scaricarli in campi di lavoro. Il 24 maggio la Legione Cecoslovacca ricevette ordine di consegnare le armi (ed eventuali dissidenti). La Legione non si arrese, decise di tagliarsi la via fino a Vladivostok. Janoušek era un dichiarato anti-bolscevico, e fu promosso capitano e comandante ad interim della 7° compagnia, 2° Battaglione, 1° Reggimento. Nel 1920 divenne ufficiale di carriera nel nuovo Esercito Cecoslovacco. Completò la scuola di guerra nel ’23 e si iscrisse subito nella scuola di aureonautica militare: Janoušek sarebbe diventato un pilota.

Non fu un pilota eccezionale, ma fu comunque impiegato come ufficiale in ricognizione. Nel 1930 fu nominato comandante del 6° Reggimento aereo e nel ’33 fu promosso colonnello. Geografia e Meteorologia erano i suoi principali centri d’interesse.

Nel frattempo la situazione bolliva in Germania. Nel 1938 l’Austria fu annessa. I Cecoslovacchi mobilitarono l’esercito. Janoušek, ormai Generale di Brigata, era responsabile della forza aerea della 1° Armata, con 24 squadroni ai suoi ordini.

La Cecoslovacchia divenne protettorato tedesco nel ’39, ma una resistenza anti-nazista si sviluppò all’interno stesso dell’Esercito. Molti ufficiali e soldati espatriarono per ricostituire un esercito all’estero e liberare il paese. Janoušek era tra questi: il 23 giugno del ’39, dopo aver discusso il suo dottorato alla Charles University di Praga, passò il confine e finì per arrivare in Francia. Lì, dal 1 dicembre 1939 al 15 marzo 1940, cercò in tutti i modi di organizzare l’aviazione cecoslovaccca, scontrandosi con l’inettitudine del ministero francese. Un lavoro di Sisifo sfibrante e inconcludente.

Fu finalmente rimpiazzto da Alois Vicherek, dello stesso grado ma più anziano: Vicherek era un pilota migliore, ma il suo coinvolgimento nella creazione del protettorato e nella resa ai nazisti lo rendeva molto impopolare tra i piloti.

Tra l’attacco tedesco e la capitolazione della Francia, 135 piloti Cecoslovacchi combatterono in più di 3000 missioni. Costituivano il 12% della forza aerea francese. Il 18 giugno 1940, con disastro alle porte, Janoušek e un congruo numero dei suoi ripararono in Inghilterra, raggiunti poi alla spicciolata da circa 935 piloti Cecoslovacchi.

In Inghilterra Janoušek divenne il principale artefice della forza aeronautica Cecoslovacca. In barba a tutti i garbugli burocratici, riuscì a far integrare i suoi nella RAF. Per questo fu criticato dai suoi, che videro la sua azione come avventata. Sta di fatto che i tempi erano corti, e se i piloti cecoslovacchi riuscirono a organizzarsi e passare all’azione, anche se sottomessi alla RAF, il merito fu di Janoušek.

In Inghilterra, nel ’45, Janoušek fu il primo cecoslovacco a essere nominato Air Marshall, il grado supremo dell’aureonautica. Il suo ruolo fu tanto militare quanto politico e diplomatico.

Finalmente, il 13 agosto 1945, Janoušek poté tornare in patria.

E lì scoprì che, alla differenza degli imperiali, i nazisti non rispettavano le famiglie dei loro nemici: i suoi erano stati deportati, sua moglie e sua sorella erano morte ad Aushwitz, suo fratello a Buchenwald, due dei suoi cognati erano anche morti in prigione.

Quanto a Janoušek, il governo, interessato a curarsi i rapporti con la Russia, gli preferì il vecchio rivale Vecherek, filorusso. A Janoušek, che venne comunque riassorbito nell’esercito, fu offerto di andare in Canada. Janoušek rifiutò. A quest’epoca si affiliò alla Socaldemocrazia Cecoslovacca.

Tornato in partia dopo anni, Janoušek si ritrovava senza alleati e con tanti nemici.

Dopo il colpo di stato comunista del febbraio del 1948, gli venne fatto capire che era ora di ritirarsi per “ragioni di salute”. In marzo, fiutando l’aria, Janoušek chiese permesso ufficiale di lasciare il pese, gli fu negato. Il 30 aprile fu catturato mentre cercava di espatriare in segreto.

Tra il 1948 e il 1950 il nuovo regime comunista eliminò circa 6500 tra ufficiali e alti ufficiali, e Janoušek fu tra i primi. Per lui, interrogatori e tortura cominciarono il 2 maggio. Il processo cominciò il 17 giugno. L’accusa era tradimento, la pena richiesta l’impiccagione. Alla fine, Janoušek fu condannato a 18 anni di carcere duro, privato del suo rango, delle sue onorificenze e del suo dottorato.

In carcere, una giovane guardia di nome Jaroslav Flemr propose a Janoušek una via di fuga, ma temendo una trappola lui rifiutò. Pessima idea. Flemr fu arrestato e condannato all’ergastolo nel 1950, e così anche Janoušek per aver saputo del piano e non averne parlato. La sentenza di Janoušek fu poi ridotta a 25 anni nel 1955.

Non purgò tutta la pena. Dopo 12 anni di carcere duro, all’età di 66 anni, Janoušek fu lasciato andare. I suoi ex-colleghi marcivano in galera, erano morti, o facevano la fame. Lui morì in povertà nel 1971.

Nella sua luna carriera, Janoušek aveva ricevuto docarazioni da Cecoslovacchia, Russia, Yugoslavia, Romania, Polonia, Francia, Inghilterra, America e Norvegia, tra cui la Legion d’Onore, Cavaliere comandante dll’Ordine di Bath e l’Ordine al Merito di Comandante Americano.

 

Hearts of Iron

Una carta degli spostamenti di truppe, cortesia del buon Dago. La coda del freccione parte da Halbe, la punta passa a nord di Baruth

I russi lanciarono la Battaglia di Berlino il 16 aprile, e il 21 già circondavano la città. Sulle alture di Seelow, non lontane dalla capitale, erano asserragliati gli uomini della IX° Armata. Quando il Fronte Bielorusso li attaccò insieme al Fronte Ucraino, i crucchi della IX° ripiegarono a sud-ovest di Berlino, nella Spreewald, dove rischiarono di farsi imbottigliare.

Hitler, che aveva perso ogni contatto con la realtà, ordinò alla IX° armata di tenere la posizione di Cottbus e, coordinandosi con le divisioni corazzate, circondare gli ucraini, mentre Steiner con non si sa bene cosa avrebbe dovuto intercettare e circondare i bielorussi. No, i crucchi non avevano nemmeno da lontano forze sufficienti per una cosa del genere. Alfred Jodl suggerì di richiamare a Berlino la XII° Armata, piazzata sull’Elba, perché tanto gli americani non si sarebbero spinti più a est del fiume. Hitler zompò subito sull’idea: il generale Walter Wenck della XII° ricevette l’ordine di portare i suoi uomini a Berlino, mentre Heinrici della IX° ebbe il permesso di far ritirare i suoi a ovest per permettergli di far giunzione con la XII°.

Adolfo a questo punto era ancora convinto di poter salvare Berlino. Quanto ai suoi generali, né Wenck, né Busse, né Heinrici si facevano illusioni, ma l’azione delle due armate combinate avrebbe forse rallentato abbastanza i russi da permettere a un congruo numero di civili e soldati di scappare a ovest ed arrendersi agli americani. Meglio essere presi dai loro che dai sovietici.

La XII° avanzò nell’est, contro le forze sovietiche, per riunirsi alla IX°, che dal canto suo, in schiacciante svantaggio numerico, aveva piazzato i Panzer pesanti in avanguardia e avanzava “come un caterpillar”, mentre la sua retroguardia sudava sangue e lacrime per sganciarsi di dosso i bolscevichi.

Nella notte tra il 25 e il 26 arrivò un nuovo ordine da Hitler: la IX° e la XII° dovevano convergere su Berlino. Busse mantenne l’idea di ripiegare a ovest e raggiungere la XII°. L’unico punto di passaggio possibile era attraverso Halbe. Questo i sovietici lo sapevano, mentre Busse non aveva più nessuna informazione affidabile sulla posizione dei nemici.

Busse ordinò a von Luck e Pipkorn di aprirsi una strada attraverso Baruth. Il gruppo di von Luck avanzò bene fino a Baruth, dove incocciò nei sovietici, e la stessa sorte toccò a Pipkorn. Il giorno dopo la battaglia virò al disastro. Pipkorn fu ucciso, von Luck catturato insieme a 5.000 soldati, alcuni sopravvissuti e sbandati fuggirono verso l’Elba.

La mattina dopo i crucchi riuscirono a infilarsi in una falla dello spiegamento sovietico e sbucare a nord di Baruth, dove furono visti da uno della Luftwaffe. Hitler inviò numerosi messaggi imponendo a Busse di dirigersi su Berlino. Busse lo ignorò. Il 28 un altro sostanzioso contingente crucco riuscì a sfondare e passare a ovest di Halbe, pagandolo molto caro. Ma si parla di crucchi, sono gente determinata: il caterpillar continuò a spingere nel corridoio, mentre i sovietici cercavano di segmentarlo e spiacciarlo un pezzetto alla volta. Nel frattempo l’avanguardia della IX° riusciva finalmente a raggiungere la XII° a Beelitz.

In Halbe, dove il corridoio restava aperto, la situazione peggiorava. Uno scazzo crudele scoppiò tra i crucchi della Waffen-SS e quelli della Wehrmacht, che si accusavano a vicenda di badare solo ai loro e ignorare i compagni degli altri. Alcuni dei civili di Halbe, mossi a pietà dalla giovinezza dei soldati, aiutarono alcuni di loro a procurarsi vestiti civili e disertare. In un’altra occasione uno scoppiato delle SS decise che voleva sparare un panzerfaust in una cantina con 40 tra civili e soldati della Wehrmacht, che però furono più veloci e stecchirono lui.

Nei giorni successivi lo scontro divenne ancora più confuso e sanguinoso, con perdite altissime per tutti. Verso la fine di aprile, circa 25.000 soldati della IX° armata riuscrono a raggiungere la XII°. Altri che riuscirono a sfondare furono comunque accerchiati prima di ritrovare i loro compagni. Quanto ai soldati della IX° e della XII°, dovettero tagliarsi col sangue la via per tornare all’Elba e arrendersi agli americani. Oltre ai 25.000 soldati, diverse migliaia di civili riuscirono a passare con loro attraverso le linee sovietiche e riparare sull’Elba.

Ad Halbe sono sepolti 15.000 soldati. I russi affermano di averne ammazzati 60.000 e averne catturati circa 120.000. Almeno 20.000 commies morirono nello stesso posto. Il bilancio totale è difficile da conoscere, e ossa umane continuano tuttora a saltar fuori. Quanto ai civili, pare che almeno 10.000 di loro abbiano perso la vita in quella seconda metà d’aprile del ’45.

Circa 250.000 persone riuscirono a rifugiarsi ad ovest dell’Elba grazie all’intervento della XII° e della IX° armata.

 

 

Queste sono le storie di Heroes. Se vi interessa, potete ascoltarvelo gratis su Spotify.

—————————————————EDIT 19/05/2014——————————————————————-

Dopo matura decisione, ho deciso di aggiungere due parole sul gruppo autore dell’album. Non volevo allungare un articolo, ma mi hanno fatto notare che forse, specie in Italia, i simpatici svedesi di Heroes non sono molto conosciuti.

Il gruppo Sabaton è stato fondato nel 1999, e il loro primo album, Fist for fight, uscì con l’italiana Underground Symphony. Dopo aver rotto i piatti con loro, la band pubblicò Primo Victoria, Attero Dominatus, Metalizer (che è quello che a me dice meno, ma si tratta di un vecchio progetto riesumato: avrebbe dovuto uscire con la US nel 2002) e Coat of Arms.

Come avrete intuito, la stragrande maggioranza delle loro canzoni (salvo in Metalizer) parla di storia militare, persone o episodi, battaglie o imprese. La Seconda Guerra Mondiale è quella in assoluto più rappresentata, seguita a ruota dalla Prima.
Nel 2012 una novità: Carolus Rex, che non solo mollava il Novecento, ma si concentrava sulla storia svedese, da Gustavo Adolfo alla morte di Carlo XII e la fine dell’Impero svedese.

Quanto al lineup, è cambiato negli anni, e i soli membri fissi sono rimasti Parr e Brodén.

Lineup, da wikipedia

Ora, a me il power piace, e mi piacciono i vocioni da orco alla Brodén, ma non è la sola ragione per cui adoro questo gruppo. Come gruppo che canta di storia militare fanno un ottimo lavoro: le loro canzoni sono storicamente inappuntabili, celebrano gente che sarebbe altrimenti ingiustamente dimenticata (io NON conoscevo Karel Janousek o Witold Pilecki prima di ascoltare questo album) e svolgono un utile servizio di educazione. A prescindere dai gusti musicali, uno è un po’ meno ignorante dopo aver sentito una delle loro canzoni, è questo è un bene.

Fungirl livel: over the roof!

Per tirare in ballo il mio autore preferito di sempre, c’è più rigore storico nel ritornello della canzone Carolus Rex che in tutto Magdeburg di Altieri. Insomma, i Sabaton spakkano, check ‘em out!

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Bibliografia

http://en.wikipedia.org/wiki/Night_Witches

http://www.seizethesky.com/nwitches/nitewtch.html

 

http://en.wikipedia.org/wiki/Charlie_Brown_and_Franz_Stigler_incident

http://109lair.hobbyvista.com/articles/pilots/stigler/stigler.htm

 

http://ascensionislandwideawakes.blogspot.be/

http://en.wikipedia.org/wiki/Brazilian_Expeditionary_Force

 

http://en.wikipedia.org/wiki/Witold_Pilecki

http://www.nytimes.com/2012/06/24/books/review/the-auschwitz-volunteer-by-witold-pilecki.html?_r=0

 

http://www.audiemurphy.com/poems.htm

http://en.wikipedia.org/wiki/Audie_Murphy

http://www.audiemurphy.com/biography.htm

 

http://mobile.abc.net.au/news/2013-07-30/black-and-white-photo-of-leslie-bull-allen-carrying-soldier/4853506

http://mobile.abc.net.au/news/2013-07-30/call-to-posthumously-award-victoria-cross-to-war-hero-bull-allen/4853496

http://www.ww2australia.gov.au/pushingback/bullallen.html

 

http://en.wikipedia.org/wiki/Chasseurs_Ardennais

http://fr.wikipedia.org/wiki/Chasseurs_ardennais

http://fr.wikipedia.org/wiki/Massacre_de_Vinkt

http://en.wikipedia.org/wiki/Battle_of_Belgium

http://www.freewebs.com/3th-chasseurs-ardennais-reenacting/histoire.htm

 

http://www.arlingtoncemetery.net/larry-thorne.htm

http://en.wikipedia.org/wiki/Lauri_T%C3%B6rni

 

http://fcafa.wordpress.com/2012/05/08/karel-janousek/

http://en.wikipedia.org/wiki/Karel_Janou%C5%A1ek

 

http://en.wikipedia.org/wiki/Walther_Wenck

http://en.wikipedia.org/wiki/12th_Army_%28Wehrmacht%29

http://en.wikipedia.org/wiki/9th_Army_%28Wehrmacht%29

http://en.wikipedia.org/wiki/Battle_of_Halbe

Classici militari (2) : il Sseu-ma fa

Bentornati in questo posto di frustrazione e inutilità molesta. Oggi è (era?) shabbath, giorno di riconciliazione col Creato, e quindi ho pensato bene di festeggiarlo col secondo articolo dedicato ai classici militari, ovvero come schiacciare i nemici, inseguirli mentre fuggono e ascoltare i lamenti delle femmine.

Oggi parleremo del Metodo di Ssu-ma, un testo del quarto secolo a.C., il cui contenuto risale probabilmente a molto prima. Ma non perdiamoci in troppe introduzioni. Il punto dell’articolo è il manuale. Per chi volesse più insight nel contesto e nell’opera, non ha che da contattarmi o leggersi il libro di Sawyer.

 Sseu-ma, no non sono sicura del costume, leave me alone!

Come anche il Taigong, l’autore del Metodo comincia con l’inquadrare le basi di un potere solido: anche qui, il vero leader controlla lo Stato tramite Benevolenza e Rettitudine. Se queste mancano, il regno può essere mantenuto grazie all’Autorità, il che tuttavia non è auspicabile, in quanto frutto di conflitto e non di armonia.

Chi conosce il mio penchant legista sa che nutro poca simpatia per questo approccio, ma il Metodo non si limita a un banale “l’armonia è Bella, la guerra è Blutta”. Specifica. Guerra e coercizione sono sì blutte&kattyve, ma possono avverarsi necessarie. Se uccidendo un uomo garantisci la pace per tutti gli altri, fallo fuori senza remore (Yagyuu Munenori approva). Se attaccando uno stato proteggi i tuoi, spianalo. Ovvero, un approccio molto pragmatico: non ci sono guerre giuste o sbagliate, ci sono guerre utili o deleteree.

E’ un atteggiamento forse più aggressivo di altri Classici, e farebbe inorridire certi pacifisti di mia conoscenza (ma dubito che ci siano molti pacifisti di quel tipo a leggere i miei articoli). Tuttavia il Metodo non è un invito all’olocausto per il puro profitto, bensì alla misura: chi ripudia la guerra si troverà in pericolo, ma allo stesso tempo chi si mostra troppo aggressivo finirà per essere distrutto. Quindi, in linea di massima, non perturbare l’armonia se non è inevitabile, ma non privarti mai della tua forza militare. As always, si vis pacem, para bellum.

Un sovrano deve quindi farsi amare all’interno e farsi temere all’esterno.

Partendo da questo assunto, le prime cose di cui bisogna tener conto nella guerra sono quelle che più faranno soffrire il popolo, sia il tuo che quello nemico: combattere in inverno o a spregio della stagione e dei raccolti, attaccare approfittando di disastri naturali, ecc.

Segue uno strano elogio all’antichità che sputa in un occhio alla strategia più basilare. Comincia con un molto ragionevole “non inseguire un nemico in rotta più di tot chilometri”, e sfocia in cose bizzarre come “aspetta che si siano schierati prima di attaccare” o “combatti per la giustizia, non per il profitto”. Nonostante l’invito alla misura, il Metodo ha un messaggio morale: noi uomini civilizzati abbiamo il dovere di pestare in testa agli stati immorali (molto Repubblican tutto ciò).

Il tutto è comprensibile in un certo contesto, ma non saprei davvero se consigliarlo. La morale dell’Arte della Guerra mi piace molto di più: cogli l’occasione, vinci presto, usura il meno possibile le tue e le loro risorse.

Vi risparmio pertanto l’elegia al passato (I Primi Sovrani facevano così, i Saggi sovrani poi hanno fatto cosà). E’ una cosa che diventerà popolare nella letteratura confuciana, e che pur presentando un certo interesse, esula dallo scopo di questo articolo. Vi basti sapere che ci si comporta bene con i civili del nemico e le sue risorse, che si stava meglio quando si stava peggio e che non esistono più le mezze stagioni.

Mi limito a darvi i nove punti che chiudono il capitolo. Potranno sembrarvi ipocriti. Forse lo sono. Ma c’è qanche probabilità che chiunque abbia scritto il Metodo fosse così convinto di essere il centro dell’Universo, da essere in buona fede.

  1. Mangiati i territori di coloro che si pappano e sottomettono paesi deboli e scarsamente popolati;
  2. Attacca quelli che uccidono l’Uomo di Valore (la donna no, perché ovviamente non ha valore) o fanno del male al popolo;
  3. Elimina quelli brutali nei loro stati e nocivi presso i loro vicini;
  4. prendi quelli che non coltivano bene i loro campi;
  5. Invadi quelli che sperano di poter usare vantaggi naturali per disobbedirti;
  6. Rettifica quelli che uccidono i parenti;
  7. Stermina chi ha il nervo di deporre il proprio capo;
  8. Isola chi resiste ai tuoi ordini;
  9. Stermina fino all’ultimo individuo i popoli barbari caotici nei loro territori e in casa d’altri (i mongoli, suppongo, ma potrebbe applicarsi anche ai Rom… SPOILER, quest’ultima non ha mai funzionato!).

Da parte sua, il sovrano dovrà essere virtuoso, scegliersi buoni collaboratori ed ufficiali (ovvero gente di talento devota al bene comune e non al proprio vantaggio).

Ma parliamo dell’esercito e di quanto sia importante la sua imponenza. Sappiate che ci sono delle cose che gli portano pregiudizio: impiegare gente malvagia (EVIL!), assecondare comportamenti temerari anche a scapito del rispetto degli ordini, mettere il coraggio al di sopra di disciplina e rispetto. Come sottolineano Henninger e Widemann nel loro libro Comprendre la guerre, il coraggio non sempre è stata considerata la virtù principale del guerriero, e difatti non lo era per il signor Sseu-ma.

Non bisogna nemmeno esagerare però!

Tornando all’esercito, c’è un altro rischio: gli ufficiali buoni per la sfera militare non sono da impiegarsi in quella civile e i due campi devono essere tenuti ben separati. Questa non è una cosa strana in Cina, e sarà portata anche in Giappone (rimando al mio articolo sul sistema militare del Codici). Insomma, non mettere un militare nella sfera civile e non mettere un civile alla testa di un esercito. Questo perché nella sfera civile si impara etichetta, rispetto, gentilezza, è difficile avanzare e facile ritirarsi. In guerra… well, il conrario, pretty much. In guerra non ci sono inchini, etichetta o salamelecchi: bisogna poter scavalcae l’idea di “appropriato” se la situazione lo richiede.

Ma come evitare allora che la gente diventi arrogante? Il Metodo da un bizzarro consiglio. In caso di grande vittoria, non ricompensare nessuno, perché così nessuno diventerà arrogante e temerario. Parimenti, in caso di grande sconfitta, non punire nessuno, e ognuno assumerà che la responsabilità è sua.

Mah, agree to disagree, in questo caso io preferisco di gran lunga i consigli del buon Sun Zi.

Quando si viene allo specifico di come fare la guerra, il Metodo è piuttosto vago. Appunta la gente giusta ai posti giusti, procurati i buoni artigiani, ecc. Ma ci sono due note interessanti per chiunque avesse a che fare con un esercito di leva: tasta il terreno col popolo e trova delle buone giustificazioni per mandarli in guerra. Fagli odiare i nemici. Convincili che è inevitabile e che è per il loro stesso bene.

Sì, il crudele cinismo che salta fuori nella più benpensante delle opere cinesi è rinfrescante.

Per il resto, il Metodo dà i consigli base minimi per una campagna: analizza situazione e terreno; unisci i tuoi; punisci con rapidità e ineluttabilità per prevenire problemi gravi; fomenta un senso di vergogna. Accordati con le stagioni, rifornisciti a spese del nemico, coordina l’esercito.

Avete presente come nei romanzetti da due soldi l’ecercito dei Buoni spesso porta soccorso ai Boveri Neg popolani schiacciati dai grassi Padroni, araldo di progresso, diritti umani e animalismo? Se ci tenete a scrivere roba del genere, vi consiglio di porre mente locale sui vostri convogli di rifornimento e su quanto sono vulnerabili. Un esercitoin campagnia mangia la groppa dell’invaso, altro che soccorso.

Tornando al valor guerriero, come altri classici, il Metodo sottolinea l’ovvio: il coraggio vince un combattimento, una strategia equilibrata vince la guerra. La guerra, per citare quel simpaticone di Grenfell, è un gigantesco pic-nic. Nello specifico: servono il Cielo, il materiale e l’eccellenza, ovvero la cosa giusta al momento giusto nel modo giusto. Addestra ed equipaggia i tuoi, fai in modo che i talenti di ognuno siano sfrutati, maniteniti segreto, e preservati sempre la possibilità di manovrare. Quest’ultima è l’economia di forze: non schieri i tuoi su tutto il fottuto confine nemico (come accade in un celeberrimo romanzo italiota), o quando il nemico di attaccherà in un punto preciso metà dei tuoi saranno troppo lontani per venirsi in aiuto a vicenda. Tenere un confine non vuol dire disseminarlo uniformemente di omini. Vuol dire studiare il dispositivo nemico e concentrarre le forze nei punti più vulnerabili cercando di mantenere abbastanza libertà di movimento da cambiare la disposizione.

A volte bisogna cambiare disposizione, a volte bisogna ritirarsi con decoro

Ovviamente, perché tutto funzioni, i soldati devono essere obbedienti e devono fidarsi dei loro ufficiali. Se sono stanchi, spavntati, se rifuggono dalle responsabilità, rischi il disastro.

Non essere crudele coi tuoi soldati: pensa a loro quando sei in campagna. Sii magnanimo, ma non permettere infrazioni alle regole. Ordine e calma degli atout indispensabili.

 

Il Metodo raggiunge il Taigong in due consigli: esaspera gli eccessi del nemico, e prendi ciò che ama. Per il resto, tratta gli uomini come uomini, i retti con rettitudine, usa il linguaggio appropriato e non abusare del fuoco (non dar fuoco a una città per poi entrarci e arrostire, come accade in un altro romanzo italiota). Devi boostare il morale dei tuoi uomini e guidarli con le parole. Fai leva sulle loro paure e sui loro desideri, sono le due leve con cui puoi controllarli.

I vincoli sono la cosa più importante in guerra. I limiti. Definiscono, uniscono, regolano. Limiti e severità. Sii severo coi tuoi soldati. Falli strisciare e stancare. Poi sii magnanimo e permettigli di riposarsi. Uccidi i disertori subito e fanne degli esempi. D’altro canto, devi trovare il modo di convincere i tuoi che combattere è la cosa giusta da fare, mandarli al fronte a calci nel culo non basta ad aver buone prestazioni.

Quanto al rigore, abbi misura. Non mettere qualcuno in punizione per più di mezza giornata, non ridurre la sua razione di più di metà, e non rinchiudere a lungo qualcuno. Insomma, uccidili se lo sgarro è grave, puniscili con misura se non lo è.

Ci sono manovre appropriate per reagire all’umore dei tuoi uomini. Se sono staventati, serra i ranghi. Il Metodo consiglia anche di farli sedere se sono in pericolo. Mah, per tenerli riposati e fermi?

Ad ogni modo, in battaglia si resiste con la forza e si vince col morale. Ovvero, puoi difenderti quanto vuoi, ma non potrai sfondare senza correre dei rischi. Il morale è decisivo. Dei soldati spaventati non vedono il nemico, vedono solo la loro paura. In generale, se sarai rispettoso, la truppa sarà soddisfatta. Se li condurrai di persona, ti seguiranno. Se i tuoi ordini saranno ragionevoli, li eseguiranno. E considera il boosting che dà al morale un’uniforme prestigiosa: fama e buona reputazione danno coraggio e spirito di corpo.

Tutto molto bello, ma puta caso che facciamo un mazzo tanto al nemico, cosa si fa poi? Come approcciarsi al territorio ostile?

Il Metodo sconsiglia di penetrare poco con forze leggere (compicci poco) o a fondo con forze pesanti. Sconsiglia in particolare di penetrare a fondo con forze leggere (a meno di non avere uno schiacciante vantaggio). Il meglio è penetrare con forze persanti, ma non troppo (si noti il diverso punto di vistarispetto al Taigong).

Se hai stabilito equità, ognuno combatterà al suo massimo. Se non hai paura di prenderti la responsabilità del casino, gli uomini moriranno per la causa. Preoccuparsi della vita e idolatrare la morte, per contro, sono due modi per creare dubbi o prepararsi a una sconfitta.

Ci sono certe cose per cui gli uomini moriranno: amore, rabbia, paura, giustizia e profitto. Il meglio sarebbe farli morire per la giustizia. Ma in mancanza, rabbia e paura vanno bene lo stesso…

Istruisci i tuoi e consentigli il giusto riposo. Tenere tutti sul chi vive per più di due o tre giorni può essere disastroso per il morale. Organizzati in modo che ognuno possa dormire il giusto (non troppo da impoltronire, non troppo poco da deperire). Ricorda che se si posano troppo a lungo, comincieranno a perdere mordente e ad aver paura. E sempre per il coordinare l’esercito, fai in modo che i segnali sonori per le diverse operazioni e i diversi corpi siano conosciuti e distinguibili.

In generale, il difficile non è stabilire una formazione, ma addestrare gli uomini in modo che siano dirigibili in una formazione, impiegarli. Il guaio non è sapere cosa fare, ma farglielo fare! Ed è meno banale di quanto sembri. Tra quelli che son sicuri di saperne più di te e quelli troppo stupidi per capire un ordine, puoi contare su un congruo numero di bugs nel sistema, almeno che tu non ci abbia messo una pezza prima con un addestramento con i controcazzi.

Tornando alle manovre, par banale, ma è sempre bene ricordarlo: non spingere tutti i tuo uomini nell’avanzata, ricordati di proteggere la retroguardia. E qualsiasi cosa tu faccia, non essere mai ripetitivo.

Per quanto riguarda il dopo di uno scontro: se vinci, dividi la vittoria con la truppa. Se vuoi ingaggiarli di nuovo, ricompensali con particolare generosità, e punisci i colpevoli in modo molto più severo. Al contrario, se hai perso, prenditi l’intera colpa, e se vuoi ingaggiarli di nuovo, dovrai prendere tu stesso l’avanguardia.

Attacca il debole e calmo. Uno forte e calmo invece evitalo, non è aria. Attacca lo stanco, evita quello pimpante. Attacca chi ha paura (magari non corrergi dietro per chilometri, sia mai fosse un trappolone).

 

Ma parlando di come impiegare le masse, cosa fare?

Se hai pochi uomini, fai in modo che siano compatti. Con una piccola forza il meglio è assillare il nemico, evitando scrontri in campo aperto. Sii mobile, avanza e ritirati alla svelta.

Se hai una grande massa, fai in modo che siano ordinati. Se siete in tanti, tattiche più ortodosse possono essere appropriate. Non avanzare per poi ritirarti: avanza e fermati, hold your ground.

Se sei in numero superiore, circonda il nemico, ma non lo strozzare a cappio: lasciagli una via di fuga aperta. Non conviene sempre annientarlo. Se i suoi sono pochi e spaventati, potrebbe essere più conveniente lasciarli scappare dalla via di fuga e addio. Che vadano a raccontare ai loro commilitoni quanto i tuoi sono feroci! Un’altra cosa che puoi fare quando hai un grande esercito, è dividerlo in unità più piccole e attaccare a turni per non lasciare spazio al nemico.

Al contrario, potresti lasciare al nemico la possibilità di circondarti. E’ una grossa scommessa che si basa sul fatto che se i tuoi non hanno una via di fuga combatteranno a pieno regime, molto meglio che se la ritirata è possibile. Il problema è che può andarti bene, o il tuo esercito può sgretolarsi nel panico generale. Sta al comandante decidere se può giocarsiil rischio oppure no.

Fingere una fuga disordinata anche è una possibilità, lasciando cadere le tue insegne, e quando il nemico abbocca, fare voltafaccia e ingaggiarlo.

Riassiumiamo con il vademecum del perfetto invasore (sono sicura che vi sarà molto utile): tieni il vento alle spalle, e anche le montagne, picchi sulla destra, catene sulla sinistra. Non soffermarti in terreni pantanosi. Prima di fissare un campo, copri il doppio del percorso giornaliero abituale, e prediligi alture tondeggianti. Decidi delle tattiche da applicare dopo aver osservato i movimenti de nemico e aver capito cosa vuol fare. Se ti attacca per primo, assestati sulla difesa per poterlo studiare. Piccoli gruppi leggeri potrebbero essere un modo di provocarlo. In generale, ad agire per primo rischi di stancarti.

Infine, preparati a morire, portati solo lo stretto indispensabile, e costituisciti un corpo d’élite.

E’ tutto folks. Il Sseu-ma fa è uno dei classici più brevi. Non ringraziatemi e citatemi nei ringraziamenti quando vincerete la guerra contro gli Stati Uniti.

E siccome sono d’umore sentimentale, musica, e un brindisi a tutti i coscritti mandati al fronte a calci in culo.