Illustri sconosciut: Taira no Masakado (2.3)

Bentornati in questa fossa di fastidio e mestizia. Oggi riprenderemo una delle nostre serie: la mirabolante storia di Taira Masakado!

La scorsa puntata avevamo lasciato il nostro baldo comandante a un punto morto con il suo acerrimo nemico: lo zio/suocero Yoshikane. I due si sono incontrati sul monte Tsukuba, ma a parte far esplodere delle mucche (e non dite che la Storia non è affascinante), non sono riusciti a concludere niente di significativo. Con la cattiva stagione alle porte, i due contendenti sono costretti a ribuscare la porta di casa: Masakado a Iwai e Yoshikane a Ishida.

La nostra cara cartina del Nord-Est dell’Impero, per chi si fosse scordato DOVE capitano le rivolte migliori!

La parodistica scaramuccia non è stata proprio senza risultati: essendosi svolta puntuale nel periodo della trapiantazione del riso, una bella fetta di raccolto è andata a baldracche, i contadini scappano, i piccoli guerrieri si danno al brigantaggio, i burocrati pregano e in generale gente che non c’entra niente crepa di stenti.

Sul piano militare, la faccenda è bloccata. Masakado ha dalla sua parte un editto imperiale che gli dà ragione, ma i funzionari provinciali che dovrebbero assisterlo trascinano i piedi, restii ad inimicarsi il potente Yoshikane (ricordiamolo, ex-vicegovernatore).

La stallo però non dura. Un bel giorno qualcuno ha la brillante idea di andare da Yoshikane.

-Senti capo, e se invece di aspettare il beltempo e fare un’altra spedizione che levati facessimo un bell’attacco notturno? Arriviamo a Iwai, zick-zack, passiamo a a fil di spada tutto ciò che respira, e quando passa l’Ispettore Imperiale diciamo che è stato un incidente!

-Un incidente…

-Sì, tutti gli uomini, donne e bambini di Iwai si saranno tragicamente tagliati la testa per distrazione mentre si radevano.

-Dobbiamo essere sicuri di spacciarli tutti in una botta sola, però. E non abbiamo idea di come sia fatta casa di Masakado, quel cialtrone non mi ha mai invitato.

-Aha.- Il genio sorride. -Ma io ho la soluzione!

-Spara.

-C’è questo ragazzino, Hasetsukabe no Koharumaru. I suoi hanno uno sputo e un cazzo di terra morta qui in Hitachi, e siccome non tirano su nemmeno da campare il canarino, il citto va a lavorare in Iwai per arrotondare.

Yoshikane si fa attento. -Un ragazzino che va e viene tra questa provincia e Iwai…

-Un ragazzino che la gente di Iwai è abituata a vedere e che non attira l’attenzione.- Rincara il genio.

-Un ragazzino le cui terre (chiamandole così) si trovano nella mia zona d’influenza.

-Esatto.

-Mandalo a chiamare!

Due bravi impacchettano Koharumaru e lo portano da Yoshikane. Non sappiamo molto di questo garzone. Ha dodici o quattordici anni, è un uomo libero e non miserabile, ma comunque della fascia bassa della plebaglia. Una fascia scomoda, specie in un periodo di carestie ed epidemie a nastro come questa lieta metà del decimo secolo.

Koharumaru arriva alla residenza di Yoshikane, ex-governatore, discendente di imperatori e uomo più potente della provincia. E’ probabile che il marmocchio non abbia mai nemmeno osato guardare in faccia un uomo della statura di Yoshikane. Anche perché guardare in faccia i guerrieri è sempre una cattiva idea.

Stando allo Shōmonki, Yoshikane lo riceve son mille cortesie, lo copre di regali e di attenzioni. Una volta messo a suo agio il pargolo, il nostro va al sodo.

-Dimmi, te lavori alla residenza di Iwai, vero?

-Porto carbone per la forgia.

-Dimmi, caro figliolo… che ne diresti la prossima volta che vai di portare con te un bravo signore amico mio?

-In che senso?

-Oh, voglio regalare a mio nipote delle tendine nuove, ma da quando gli ho sgozzato i figli non mi invita più (vai a sapere!). Non so di che colore ha la carta da parati, non vorrei che le tendine stonassero! Se tu potessi portare uno dei miei con te, ecco, questa brava persona potrebbe osservare per benino com’è costruita la base di Iwai e venirmelo a dire.

-Vuoi che infiltri uno spione in casa di uno dei migliori guerrieri della regione?

-Ora via, “spione”! “Esperto di ricognizione” sarebbe più appropriato…

-Se va male mi staccano la testa e ci giocano a pallone.

-Ma se va bene ti faccio diventare gregario a cavallo (umanori no rōtō).

E’ un’offerta ghiotta, l’occasione di una vita, una breccia fuori dalla miseria, lontano dalla vita da cavaterra e dritto nel geloso circolo dei guerrieri domestici. Come seguace montato, Koharumaru potrebbe ottenere terre, una casa, magari perfino qualche servizio presso un nobile patrono alla Capitale. Koharumaru è giovane, non ha mai avuto la pancia piena in vita sua, decide di correre il rischio.

Le gioie della vita all’aria aperta.

Koharumaru arriva alla residenza di Masakado accompagnato da un estraneo. Il piantone lo ferma.

-Chi è ‘sto tizio?

-E’ il fratello del cognato del vicino di mio padre.

-Basta che non sia uno zio o un cugino, non vogliamo casino nella base.

I due passano.

La mancanza di precauzioni alla base di Masakado pare bizzarra. Può spiegarsi in vari modi. Intanto il fatto è narrato nello Shōmonki, fonte principale della storia e giudicato molto affidabile in generale. E’ comunque una fonte di seconda mano (chi l’ha scritto non era sul terreno) e non può essere presa per oro colato a prescindere. E’ possibile che questa faccenda non sia accaduta o sia accaduta in modo diverso.

E’ possibile. Però il testo viene convalidato in diversi punti da altri documenti e si dimostra molto attendibile. Quindi è probabile che la storia sia autentica.

Assumendo ciò, è possibile che Koharumaru non sia stato fermato perché era una faccia conosciuta. E’ anche possibile che Koharumaru fosse un cavaterra troppo basso nella gerarchia per attirare davvero l’attenzione: una certa arroganza è insita nella società di classe e l’arroganza è la morte della cautela.
Tuttavia Masakado e i suoi danno prova, in generale, di competenza e prudenza, quindi la prima opzione pare più probabile.
Infine, non bisogna dimenticare che Masakado gode dell’approvazione ufficiale della Corte: Masakado ha ragione, il che lo rende, in teoria, intoccabile. Probabilmente non si aspetta un attacco, non nella cattiva stagione.
Il piano di Yoshikane riflette grande audacia e spregiudicatezza, e si basa su una singola scommessa: “se li ammazzo tutti in una notte e non disturbo le carovane di tributi, la pace torna nella provincia e la Corte lascerà perdere tutta questa incresciosa faccenda”.

In parole povere, Yoshikane confida che la Corte non investirà in una campagna punitiva fintanto che la quiete viene ristabilita. Yoshikane si sente intoccabile e protetto dalle conseguenze grazie alla propria posizione e ai suoi legami personali con notabili e capibanda.

Resta una scommessa avventata: Masakado è popolare, è capace, ha la benedizione Imperiale, il che vuol dire che solo i veri fedelissimi di Yoshikane saranno disposti a rischiare la pellaccia contro di lui.

Ad ogni modo la missione di ricognizione di Koharumaru va a buon fine, Yoshikane ha le sue informazioni, può passare all’azione.

La battaglia di Iwai

La zona dello scontro.

Quattordicesimo giorno del dodicesimo mese del settimo anno dell’era Jōhei (checcazzo vi ridete, le persone civili datano così, e comunque è l’inverno del 938).

E’ buio, Yoshikane esce dalla sua residenza. Ha elmo, armatura lamellare, sode a proteggergli i bicipiti, gambali. 80 dei suoi uomini migliori lo aspettano, arco in pugno, faretra piena, sciabola all’anca. Sono i suoi guerrieri personali, il cuore pulsante della sua banda di guerra, i migliori, i più fedeli. Non c’è posto per seguaci recalcitranti o ragazzini di primo pelo in una missione come questa. Iwai è a una trentina di chilometri, attraverso due fiumi e pantani.

I nostri montano a cavallo, escono in ordine da Ishida sulla strada coperta di brina. Non ci sono uomini a piedi con loro, solo cavalieri. Nessuno parla, nella notte si sente solo lo scalpiccio sommesso degli zoccoli sulla terra battuta.

Nemmeno l’esercito più preparato però è perfettamente silenzioso, non quando sei coperto d’acciaio in groppa a una bestia. E la notte è piena di occhi.

A una ventina di chilometri dalla meta, il gruppo viene visto da un guerriero di Masakado. Una nutrita banda di cavalieri non è mai una buona notizia, specie se, avvicinandoti, puoi sentire di quando in quando il lieve tintinnare dell’acciaio. Ma chi sono e dove vanno?

Il guerriero si avvicina al gruppo da dietro, li raggiunge. Il suo cavallo va al passo come il loro, è piccolo e tarchiato come il loro, nella notte nuvolosa la sua armatura è nera come la loro, la sua faccia un buco nero nella bocca dell’elmo, come la loro.

Si spinge nel cuore del gruppo. Nessuno parla, nel buio nessuno si rende conto che c’è un cavaliere in più, ma quel cavaliere è lì per osservare. Riconosce un ornamento su un elmo, uno stemma su una manica, abbastanza da essere sicuro: ora sa chi sono, e sa dove stanno andando.

Si lascia distanziare di nuovo, senza mai un moto di agitazione, senza uno slancio di fretta. Appena è abbastanza lontano dalla banda, pianta i talloni nei fianchi del cavallo e corre come se non ci fosse un domani. Corre a Iwai.

Infiltrati. E’ sempre colpa dei fottuti infiltrati.

Siamo tra le 5 e le 7 di mattina del 15, il cielo è ancora color piombo, l’aria è tanto fredda da strapparti il naso. La residenza di Iwai è silenziosa e morta nella nebbia. Non sappiamo di preciso come fosse costruita. Probabilmente somiglia a un villaggio: la casa di Masakado, quelle più piccole dei suoi sodali, contadini e artigiani, il tetto allungato delle scuderie, quello ripido dei magazzini, la distilleria, il camino della forgia. Le cime nude degli alberi da frutto sporgono di certo oltre la palizzata. C’è probabilmente un fossato basso e largo fuori dalla palizzata, con punte di bambù nascoste nel fango tipo triboli.

Yoshikane sorride nella luce grigia.

-Perfetto! Allora ragazzi, ricordate! Lisci come l’olio, attacchiamo dal nulla, li troviamo in pigiama, tagliamo i-

Una salva di frecce piove dal nulla. Cavalli nitriscono, urli di sorpresa e dolore.

-Checcazzo?

Una seconda salva di frecce. Yoshikane fissa la residenza inorridito. Le parole di suo nipote Sadamori gli attraversano la testa: ci ha sgamato.

Il portone si spalanca, Masakado e una decina di cavalieri sono armati da capo a piedi. Stanno facendo una sortita. Masakado sprona il cavallo, incocca, scocca. La sua freccia fende l’aria con un sibilo sordo, centra in piena faccia un uomo chiamato Taji no Yoshitoshi. E’ il miglior arciere di Yoshikane, uno così tosto che fa colazione a chiodi arrugginiti e ricaga lingotti d’acciaio per pranzo.

Yoshitoshi schianta giù di sella morto come uno stoccafisso. Perché puoi essere tosto quanto ti pare, ma le frecce in fronte sono democratiche e uguali per tutti. Il morale degli uomini di Yoshikane si sgonfia all’istante.

Una cosa che impararemo con questi articoli: una sola freccia può decidere il destino di un Impero.

Il gruppo di Masakado è in minoranza, ma prende la banda di Yoshikane del tutto alla sprovvista. Si avventano sul nemico come lupi sui fagiani e scatenano un carosello sanguinoso di arti mozzati e ossa rotte.

La gente di Yoshikane cerca di riorganizzarsi, ma la terra trema. Dalla boscaglia e dai campi intorno a loro arrivano urla e nitriti. Nella nebbia si disegnano guerrieri incazzati su cavalli schiumanti. Masakado non ha avuto il tempo di radunare i suoi uomini, ma ha avuto tempo di mandare dei messaggeri e avvertire dell’attacco. I fedeli alleati si sono precipitati carichi come bombe a mano, perché se c’è qualcosa che fa imbestialire un guerriero è dover combattere prima del caffé.

La banda di Yoshikane viene presa a sandwich tra i Mirabolanti Dieci di Iwai e il resto dei fedeli di Masakado. E’ un cicciaio. Yoshikane riesce a scappare, ma lascia 40 dei suoi a terra.

E’ la fine di Yoshikane. Masakado ha vinto con una sortita, lui e un pugno di valorosi, da soli nella prima luce mattutina, contro un nemico di otto volte superiore. E’ un trionfo, Masakado è il miglior guerriero della regione, uomini accorrono per giurargli fedeltà, donne restano incinte a sentirne parlare, il Time gli dedica un’edizione straordinaria.

Yoshikane invece ha perso, la sua banda è annientata, i suoi guerrieri morti, feriti o disonorati. Ha perso e i perdenti hanno sempre torto agli occhi del Mondo. E’ la fine della sua carriera Il suo nome sparisce dalle fonti, non metterà mai più piede su un campo di battaglia, non alzerà mai più un dito contro suo nipote. Come l’antagonista dei Duellanti, è un morto che cammina. Solo e senza gloria, muore di malattia due anni dopo.

Quanto al giovane Koharumaru, la sua storia finisce senza sorprese. Dopo circa due settimane di caccia, viene catturato e decapitato una giornata d’inverno, il terzo giorno del primo mese dell’ottavo anno di Jōhei.

E così si conclude la seconda fase delle rivolte di Jōhei e Tengyō.

Ma non è finita. Perché gli eroi non possono invecchiare, e il lieto fine è solo una questione di timing.

MUSICA!

Prima puntata

Seconda puntata

Terza puntata


Bibliografia

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In lingua occidentale

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PIGEOT Jacqueline, Femmes galantes et femmes artistes dans le Japon ancien, Gallimard, 2003, Paris

Genpei 2.1: Agiremo con Buonsenso solo dopo aver esaurito ogni altra possibilità

Abbiamo lasciato i Taira alle prese con ribellioni diffuse in tutto il Paese, Yoritomo ancora saldamente basato a Kamakura ma pesto dopo un rovescio di fortuna, i monaci in rivolta e l’Imperatore Goshirakawa alla Capitale col cerino in mano.

Molti di questi disordini non dipendono direttamente dalla guerra tra Taira e Minamoto: piuttosto, la situazione difficile e la debolezza del governo esacerbano rivalità locali e familiari. Insomma, se gli aristocraticoni imperiali si sgozzano tra cugini, perché la stessa simpatica usanza non dovrebbe essere praticata in provincia? E’ importante tenersi al passo con le ultime tendenze!

E’ vero però che buona parte di questi conflitti sono polarizzati dai due galli del pollaio. Un esempio sono i Kōno, che si ribellano in Iyo nell’isola di Shikoku. Il movente iniziale è una rivalità con un’altra famiglia di notabili locali, ma dopo l’arrivo di un Castigatore Taira incazzato, i nostri baldi guerrieri son lesti a precipitarsi da Yoritomo, che per conto suo è ben lieto di allungare i tentacoli anche nel Mare Interno.

Kiso Yoshinaga attacca la residenza dei Jō in Echigo, dal pennello di Utagawa Yoshitora

I Taira possono dirsi soddisfatti di aver vinto almeno una battaglia contro di lui, ma non hanno tempo di riposare: in Shinano si trova ancora Kiso Yoshinaka, e il giovane comandante è carismatico, abile e ambizioso. Tre grossi difetti.

I Taira si riuniscono alla Capitale.

-E’ necessaria una spedizione punitiva.- Decreta il Capo del Clan, Munemori, secondo figlio di Kiyomori. -Come stiamo a fantaccini?

-Sono morti di fame sulla via del ritorno.

-E i cavalieri?

-Si sono mangiati i cavalli sulla via del ritorno.

-Tutti?

-No, il resto delle bestie si è azzoppato inciampando sui cadaveri dei morti di fame.

-Ottimo…

-Abbiamo dei vassalli in Echigo, i Jō, magari bastano loro a scapitozzare Yoshinaka.

-Massì, dai, basteranno. Cosa può andare storto?

I Jō sono incaricati di scapitozzare Yoshinaka. Sequestrano beni e cibo, radunano i guerrieri di Dewa, Echigo e dintorni a calci nel culo e si dirigono in tromba in Shinano. Il loro esercito conterebbe 40.000 o 60.000 uomini secondo le fonti, ma sappiamo che i numeri sono sempre da prendere cum grano salis. Quello che però è certo, è che si tratta di un’accozzaglia male assortita di bande diverse, poco uniformi e disunite (nonché spesso nemiche tra loro). Questa gente viene tirata al fronte a combattere per gente che non conosce contro altra gente che non conosce, quando potrebbe restare a casa ad allevare cavalli e sbudellare cugini. La maggior parte di questi guerrieri ha tanto da perdere e poco da vincere.

Nel mentre, Yoshinaka sta preparando i suoi uomini. Secondo le fonti, si tratterebbe di 2.000 truppe montate, divise in 3 bande principali di cui una (la Kiso) sotto il suo diretto controllo.

Tra le sue truppe troviamo anche nominati i Takeda di Kai, ma pare strano, visto che questi combattevano per Yoritomo (cugino e rivale di Yoshinaka). Secondo Uesugi è più probabile che le truppe di rincalzo venissero da Kōzuke, provincia in cui Yoshinaka aveva discreta influenza.

I due partiti si incontrano sulla piana alluvionale della Yokota.

La regione dei Circuiti di Hokuriku e Tōsan

Yoshinaka ha gente convinta, ma meno numerosa. Promette male. Al consiglio di guerra, i nervi sono tesi.

-Potremmo scatenare delle papere.- Propone qualcuno. -Ho sentito dire che sulla Fuji hanno fatto una macello.

-Le papere?

-Pare.

-Chi l’avrebbe mai detto…

-Dei rinforzi del clan Inoue dovrebbero arrivare.- Interviene un altro. -Dice che son qualche migliaio, sempre pochi ma magari fanno più danni delle papere.

Nessuno fa più danni delle papere!

-Però-

-E poi non cambia, sono sempre troppo pochi, quando i Jō li vedranno arrivare, faranno salsicce di loro e dei loro cavalli.

-Vero.- Conviene Yoshinaka. -Potrebbero non vederli arrivare.- Sorride. -Viviamo in tempi molto confusi, dopotutto.

E’ una mattina del sesto mese, il campo dei Jō è un casino bestiale in potenza. Jō Nagashige pretende un rapporto sullo stato delle truppe.

-A parte coltellate tra le scapole, risse tra ubriachi e minacce, va benone.- Attacca l’aide-de-camp. -La banda dei Tali ha cercato di dar fuoco alla banda dei Tizi per una storia di corna.

-Furto di donne o furto di arieti?

-Non credo faccia davvero differenza, dalle loro parti.

-E quindi?

-Sono stati interrotti dalla banda dei Semproni che inseguiva Un’Altra Banda A Caso.

-Sempre corna?

-No, sono cugini, quindi devono uccidersi tra loro.

-E’ naturale.

-Sì, mio signore.

-Tifo? Peste?

-Non ancora, se diamo battaglia oggi riusciamo a fare più morti di spada che di malanni!

-Sarebbe bello.

-Secondo i nostri calcoli, abbiamo ancora quindici ore prima che quest’accozzaglia di facinorosi esaltati inizi ad autodigerirsi.

Un messaggero arriva di corsa nella tenda di Nagashige. -Capo, sta arrivando una banda di qualche migliaio di cavalieri!

-Chi diavolo sono?

-Non si capisce molto bene, ma hanno le bandiere dei Taira.

Nagashige guarda l’aide-de-camp. -Stiamo aspettando rinforzi?

L’aide-de-camp si stringe nelle spalle. -Poesse. Alcune delle bande se ne sono già andate, alcune stanno dando la caccia ai paraculi che non si sono ancora mossi di casa loro, altra gente ancora è in ritardo…

-Bon, a caval donato non si guarda in bocca, date il benvenuto ai nostri amici!

Spoiler

Per citare lo Heike monogatari:

“Ah, quindi anche in questa provincia c’erano partigiani degli Heike! Ciò è incoraggiante!- esclamò, ringagliardito.

Ma i sette distaccamenti [dei nuovi arrivati], che nel frattempo si erano avvicinati, fecero giunzione a un segnale convenuto e tutti insieme lanciarono l’urlo di guerra. Gli stendardi bianchi [Genji] che tenevano pronti si levarono all’improvviso. E la gente di Echigo, a questa vista:

“I nemici sono senza dubbio decine di migliaia! Che ne sarà di noi!- si dissero, impallidendo.

Nella fretta e la precipitazione, gli uni spinti nel fiume, gli altri gettati nei dirupi, ben pochi scamparono e molti furono colpiti.

Le bande sopravvissute e quelle rimaste a Echigo si rendono conto che i Jō sono pestimale. Quando il gatto non c’è, i topi ammazzano il cugino: scoppiano rivolte ovunque, fuoco e massacro si diffondono attraverso la provincia come un’epidemia. Fino a quel giorno i Jō hanno comandato grazie alla protezione dei Taira. Yoshinaka ha mostrato ai guerrieri che le braccia dei Taira sono più corte di quanto si pensasse.

Salve, mi serve il raccolto per far la guerra a mio cugino. Come sarebbe non c’è raccolto?

La notizia della battaglia della Yokota non tarda ad arrivare a Yoritomo.

Yoritomo non è stupido, sa che queste sono brutte notizie.

-Se continua così, tuo cugino potrebbe perfino marciare sulla Capitale.- Gli fanno notare.

-Lo so.

-E’ discendente di Yoshiie come te, potrebbe rivendicare una posizione dominante nel clan.

-LO SO.

-Potremmo attaccarlo.

-Noi abbiamo appena perso, lui ha appena vinto, cerchiamo di non fare stronzate troppo grosse.

-Potremmo allearci con lui…

-Piuttosto mi faccio sbranare dai chihuahua.

-E allora che facciamo?

Yoritomo sospira. -So che sto per dire qualcosa che vi parrà rivoluzionario, impensabile e perfino immorale.

I guerrieri impallidiscono. -Oh no.

-Sì. Dobbiamo dar prova di buonsenso.

Svenimenti e nausea.

-E’ contro la tradizione!

-L’ultimo notabile di buonsenso è stato Masakado, e tutti sappiamo com’è andata a finire!

-E i bambini? Che esempio daremo ai bambini?

Yoritomo li silenzia con un gesto. -Mi duole tantissimo, ma a mali estremi, estremi rimedi. Chiamatemi uno scrivano.

Yoritomo è un politico accorto e un fine conoscitore dell’essere umano. Non scrive direttamente al capo dei Taira Munemori, contatta surrettiziamente l’Imperatore Ritirato Goshirakawa e gli chiede di passare il messaggio. Magari se Sua Maestà Frate ci mette una buona parola, i Taira saranno più inclini a dargli retta.

Il messaggio recita qualcosa del genere: “sentite, al di là di tutto, tutti noi vogliamo solo difendere l’Imperatore, giusto? Insomma, senza Imperatore è la guerra civile fino all’ultimo uomo e nessuno vuole questo. Quindi facciamo così: voi vi tenete l’Ovest e i vostri porti per commerciare con la Cina, noi l’Est e i pascoli dei cavalli. Non è niente di drammaticamente diverso da quello che abbiamo fatto per 300 anni, ovvia! Mettiamoci una bella pietra sopra e volemosebbene.”

Munemori e soci considerano la proposta.

-Ha senso.- Osserva uno. -E ci caverebbe da una brutta impasse. I Kikuchi di Kyūshū sono ancora in rivolta, la fame falcia centinaia di plebei al giorno, in Shikoku stanno corteggiando la causa Geniji e il nostro nuovo imperatore ha cinque anni appena.

-Potremmo in effetti lasciar perdere.- Conviene un secondo. -Lasciamo che sia Yoritomo ad occuparsi di suo cugino Yoshinaka, noi ci teniamo il boccone grasso della regione centro-occidentale e loro possono tornare a scopare arieti ed allevare cavalli. O era il contrario?

-Tutto questo ha molto senso e solo un pazzo rifiuterebbe una proposta simile.- Munemori annuisce. -Ma mio padre Kiyomori mi ha fatto giurare di non far mai la pace con i Minamoto, quindi ciccia.

Non sto scherzando.

Ah, le colpe dei padri…

I Taira tentano di riportare l’ordine in Hokuriku, ma le rivolte continuano: Noto e Kaga si ribellano, gli intendenti fedeli ai Taira sono cacciati o uccisi a colpi d’accetta.

Taira Michimori viene spedito con un esercito di pacificazione e arriva senza ingombro al governo provinciale di Echigo.

-Oh, non è così male, dopotutto.- Commenta. -Yoshinaka non si è nemmeno fatto vedere. Magari la gente è stanca di sangue e pronta a tornare in riga.

-Magari, mio signore.

-E questi bei riverberi che si vedono, cosa sono? Festeggiamenti?

-E’ il benvenuto dei Kaga-Genji?

-Oh, vedi che ci festeggiano perfino loro? Cosa stanno bruciando?

-Villaggi.

Michimori è partito per pacificare l’intero Circuito, ma ridimensiona presto le sue ambizioni alla provincia di Echigo. E anche in quel caso, calmare i guerrieri locali è un po’ come voler ragionare coi calabroni dopo avergli scorreggiato nel nido. Notabili, frati, intendenti di santuari, tutti sono armati e tutti sono affamati. Chi ha fame uccide.

Perfino i vassalli Taira capiscono l’antifona: ci vuole un capo carismatico e in cui la gente creda. Michimori non risponde alla descrizione, Yoshinaka sì. Molti cambiano campo in meno di un mese.

Dopo aver perso più di 80 vassalli personali, Michimori si rassegna e abbandona Echigo. Si asserraglia nella fortezza di Tsuruga, ma prima ancora che i suoi possano mandargli rinforzi è costretto a mollare tutto e fuggire in montagna. Il circuito dell’Hokuriku è un vespaio senza compassione, e dal casino Yoshinaka emerge con una banda temibile e compatta.

Dal canto suo, Yoritomo cerca di lanciare un attacco decisivo sulla Capitale, ma viene bloccato dalle truppe di Koremori, autore del disastro sull Fuji e della vittoria sulla Sonomata.

Nell’undicesimo mese, il Paese è un disastro e i tre contendenti principali (Yoritomo, Yoshinaka, Taira) si trovano in un’impasse militare. Nessuno di loro può muoversi senza esporre il fianco, e nessuno di loro ha le risorse di attaccare e difendersi allo stesso tempo.

Intanto, la carestia infuria. Miserabili muoiono gli uni sugli altri per le strade della Capitale. I campi vengono abbandonati. Ispettori delle tasse brutalizzano plebei e notabili per strizzar loro riso e bestie per la guerra. La gente fugge, la gente si ribella, l’economia collassa.

Il macello di Genpei non è finito, ma entra in una fase di gelo. E’ il 1182, e tutto è allo stesso tempo in subbuglio e cristallizzato.

Quindi cosa abbiamo imparato oggi, bambini?

Uccidete vostro cugino prima che lui uccida voi. Nella miglior tradizione tragica, il sangue del proprio sangue è il più dolce da spargere.

MUSICA!

Puntate precedenti:

Genpei 0.1

Genpei 0.2

Genpei 1.0

Genpei 1.1

Genpei 1.2

Genpei 1.3

Genpei 2.0


Bibliografia

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UESUGI Kazuhiko, Genpei no sōran, Yoshikawa Kōbunkan, 2007, Tōkyō

Illustri sconosciuti: Taira no Masakado (2.2)

In concomitanza con il 78esimo anniversario della Kristallnacht, i nostri cugini yankees eleggono un tizio che promette infrastrutture, industrie, veterani e amicizie di dubbia reciprocità (come fa notare il mio buon amico Sir GreenMold). Sono così tanti omen tutti insieme che la palla di cristallo mi è scoppiata e ha fatto scappare tutti i pipistrelli. Ora l’antro è vuoto e solingo fatta eccezione per la ragnetta Becky e la sua progenie di aracnidi grandi come criceti.

Quindi è con sommo piacere che oggi parlo di altra gente determinata a martellarsi le palle fino a ridurle in polvere: Masakado e soci.

Nella scorsa puntata avevamo lasciato Masakado in una situazione non proprio piacevole: suo zio Yoshikane gli ha appena inflitto cocenti sberle nel muso, culminate con la cattura di sua moglie e il possibile massacro dei suoi figli.

Yoshikane è sulla cresta dell’onda. C’è solo un problemino: Masakado è sempre vivo. Grave errore.

La “battaglia” del colle Yubukuro

Siamo nell’anno 937, è l’inizio dell’inverno, gli aghi dei larici cadono, gli aceri dardeggiano rosso sangue nella foresta, il raccolto (o ciò che ne resta) è immagazzinato e la nebbia riempie le valli.

Yoshikane decide che, sai che, ho sconfitto mio nipote/genero e di certo questa brutta faccenda è conclusa. Perché non andare in gita per una visita alla famiglia di Hitachi?

Il Nord-Est

Arriva alla residenza di Hatori, nel distretto di Makabe. La base è grande, circondata da un muro in terra, abitata da numerosi vassalli e dipendenti assortiti. Yoshikane è lieto di ritrovare conoscenti e familiari. Sarà una bella riunione dopo tutto il dramma degli ultimi mesi!

Il nostro si è appena installato, quando un piantone arriva di corsa.

-Capo, sono arrivati!

-Ah, la famiglia intendi, vero?

-Heu… sì, si potrebbe dire così…

-Li aspettavo. Fai preparare un bel pranzetto-

-Capo, sono 1800! [fonte: Shōmonki]

-1800? All’anima, chi si è portato l’intera banda?

-Er… dice di essere tuo nipote Masakado…

Mai lasciare i nemici in vita.

Mentre Yoshikane preparava la scampagnata, Masakado ha raccattato i suoi e preparato una bella festa a sorpresa. Come un sol’uomo, assaltano la residenza e affogano la cinta in una pioggia di frecce. Contadini e artigiani, guerrieri, scribi, donne e bambini, vengono infilzati come puntaspilli. Poi Masakado e i suoi gagliardi compari sfondano le porte a cornate e sciamano all’interno in un’orgia di stupro, morte, budella sparpagliate e fuoco. Orti, frutteti, case, magazzini: tutto viene saccheggiato, bruciato, distrutto secondo la brutale logica dal X° secolo.

Yoshikane e una parte dei suoi uomini riescono a raccattar le sottane e scappare a gambe levate sulle montagne circostanti. Nascosti tra cinghiali e scoiattoli, nella fredda aria di fine autunno, guardano il fumo di quelle che fino al giorno prima erano le loro case.

Masakado dal canto suo si è tolto una soddisfazione. Ma non è abbastanza.

-Dobbiamo trovare Yoshikane e staccargli quella testa di cazzo una volta per tutte.

-Non è uno spreco di risorse?- Obietta uno dei suoi fratelli. -Gli abbiamo fatto un culo grosso come un canotto, magari è sufficiente.

-Ah, certo, perché io sono fesso abbastanza da lasciarlo vivo, più che altro! Mandate gli esploratori!

Gli esploratori ritornano dopo poco tempo: Yoshikane e i suoi si sono rifugiati sulle pendici del Monte Tsukuba.

-Oh bene.- Masakado si sfrega le mani. -Chi è in vena di un po’ di momijigari?

Il 13 del decimo mese Masakado incoccia nel nemico: un migliaio di uomini di Yoshikane si annida sulla collina Yubukuro, nei pressi del Monte Tsukuba.

Quella che segue, è una delle battaglie più ciofeca nella storia delle battaglie ciofeca.

Com’è andata? Oh beh…

Se crediamo allo Shōmonki, Masakado avrebbe optato, per una volta nella vita, di ingaggiar battaglia secondo il “protocollo”.

Tale protocollo non è definito nello Shōmonki, ma Kawajiri lo spiega basandosi su un altro esempio:

I due contendenti e compari si danno prima di tutto appuntamento in un luogo prestabilito (via lettera formale, perché tutto è più bello con la burocrazia).

In seguito, i due si piazzano a 100 metri di distanza e i capoccia si incontrano al centro per scambiarsi dichiarazioni di ostilità ufficiali. Qualcosa del tipo…

Egregio signor Tiziocaio,

con la presente le comunico la mia ufficiale intenzione di staccarle la testa con uno strumento affilato e defecarle poscia nell’esofago.

La ringrazio per la cortese attenzione e mi scuso per la sua imminente e violenta dipartita,

Sempre suo
Firma

Dopo questa formalità, i due si congedano (preferibilmente senza strapparsi i baffi a vicenda) e ritornano dietro le rispettive linee di mantelletti. Indi i due gruppi procedono a un simpatico scambio di frecce detto ya awase.

Se per disavventura nessuno dovesse morire (purtroppo a volte succede), le linee vengono avvicinate e le salve di frecce riprese, finché uno dei due campi non defunge.

Masakado non procede proprio in questo modo, ma prende la pena di mandare a suo zio una lettera ufficiale sul tono “Howdy pezzo di merda, sono venuto per stapparti gli occhi e sputarti nel cervello! Tally oh!”

Questo non era il modo normale di procedere (secondo l’antico adagio che avvertire il nemico del tuo imminente attacco è da Dodo) e non abbiamo altri esempi simili in questo conflitto. Perché quindi questa lettera?

Poesse che lo Shōmonki ci stia coglionando, o poesse che Masakado stesse semplicemente cercando di provocare lo zio.

Come abbiamo detto, l’inverno è alle porte, le giornate sono brevi e la notte fa un freddo buggerone con le rape. Nessuno vuole stare su questo cazzo di colle a lungo. Allo stesso tempo, nelle scale delle priorità di Yoshikane e soci, ammuffire in montagna è comunque passabile rispetto al farsi tritare da Masakado. Yoshikane è sulla difensiva, una posizione generalmente vantaggiosa.

Mandandogli una lettera di sfida Masakado spera forse di far leva sulla coda di paglia dello zio (e i guerrieri giapponesi hanno notoriamente una coda di paglia molto infiammabile) spingendolo a uscire allo scoperto.

Sfortunatamente per Masakado suo zio non è così tanto fesso, e si guarda bene dall’incontrare il nipote in campo aperto.

Guerriero in armatura dōmaru con naginata

Quindi come va a finire?

Si riassume facile: Masakado e Yoshikane, insieme ai compagnetti di merende, si girano intorno e si tirano pallette di carta per diversi giorni, senza mai compicciare niente. Nel frattempo, bruciano e saccheggiano nella zona perché hey, già che siamo costretti a far del campeggio, almeno riforniamoci bene.

Secondo lo Shōmonki, questa epica battaglia del colle Yubukuro avrebbe portato a una prematura fine la cifra straordinaria di 7 uomini.

Secondo Rabinovitch costoro sarebbero stati assassinati proditoriamente dai nemici, secondo Yanase erano ciucchi come macachi e si sono spacciati a clavate tra loro per l’ultimo orcio di grog. Il bello della storia giapponese è che, non solo entrambe le versioni sono perfettamente verosimili ed egualmente probabili, ma una teoria non esclude l’altra!

Roba molto costruttiva, insomma.

Altre vittime della guerra sono due bovi, che muoiono di indigestione quando qualche mentecatto ubriaco decide di nutrirli a botte di granaglie.

Probabilmente la scena andò così:

-Ohooo… ho un’idea!

-Un’altra?

-Sssshì! Hai presente come le mucche si gonfiano e petano quando magniano troppi semi?

-Aha…

-Allora noi rimpinziamo due bui.. buvi… buii…

-Buoi.

-Quelli! Li rimpinziamo di granaglie e poi li mandiamo nel bosco con una torcia nel culo e li facciamo esssshplodere e vacchiamo ‘sti figli di puttana a morte!

-Figo, dai!

In definitiva, i nostri sputtanano campi e orti della zona, pasteggiano a spese dei glebani locali e alla fine ritornano a casa senza aver compicciato nulla. For the win!

Il 5 dell’undicesimo mese, però, una novità arriva nella regione: un comunicato ufficiale della Corte!

Tolto il linguaggio fiorito, il messaggio è grosso modo:

Ok, banda di matti, abbiamo sentito dire che state ancora sul sentiero di guerra. Le loro celesti eccellenza hanno deciso che le tasse hanno da arriva’, quindi ‘sta situazione non può durare. Siccome sculo a parte Masakado pare il picchiaduro migliore e per corollario quello più difficile da spacciare, abbiamo stabilito che ha ragione lui. D’ora in poi ha la benedizione del Cielo se vuole scotennare suo zio o quell’altro tizio Minamoto Mamoru. E vediamo di risolvere ‘sto casino alla svelta che avreste anche un po’ rotto i coglioni con le vostre beghe familiari.

Tale eloquente comunicato viene indirizzato alle provincie di Musashi, Awa, Kazusa, Hitachi e Shimotsuke.

I funzionari provinciali la esaminano con preoccupazione.

-Che si fa? La Corte è la Corte…

-Sì, ma Mamoru ha amichetti dappertutto, Yoshikane è un ex-funzionario e uno degli uomini più potenti di Hitachi, e Sadamori ha più maniglie alla Capitale di… qualcosa con molte maniglie.

-Che facciamo allora?

-Facciamo come con i Testimoni di Geova: se Masakado viene a chiedere qualcosa, ci nascondiamo sotto la scrivania e fingiamo di essere morti!
-E se proprio insiste?

-Lo schiviamo con la scusa che dobbiamo eseguire l’importante Rituale della Testa nella Sabbia!

-Geniale!

Uno può immaginarlo: Masakado non resta proprio contento della resistenza passiva accampata dai funzionari. Prova a protestare, ma gli rispondono che se ha qualcosa da dire deve comporre un modulo di reclamo con carta da bollo da spedire con ricevuta di ritorno indi poi aspettare un intervallo tra i sei mesi e i sessant’anni. La paraculaggine dei burocrati non è la sola cosa che ostacola la giusta vendetta di Masakado: l’inverno è arrivato, e d’inverno non si combatte.
E la giostra continua: zio e nipote sempre in vita, sempre determinati a farsi a fettine l’un l’altro.

Nella prossima puntata: Hasetsukabe, ovvero “se sei un facchino di merda, stai al tuo posto e non impicciarti di scazzi tra guerrieri”.

MUSICA!

Prima puntata

Seconda puntata

Quarta puntata


Bibliografia

YANASE Kiyoshi, YASHIRO Kazuo, MATSUBAYASHI Yasuaki, SHIDA Itaru, INUI Yoshihira,Shōmonki, Mutsu waki, Hōgen monogatari, Heiji monogatari, Shōgakukan, Tōkyō, 2002, p.7-130

FUJIWARA Tadahira, Teishin kōki (Notes journalières de l’ère Teishin), Iwanami shōten, Tōkyō, 1956

KAWAJIRI Akio, Shōmonki wo yomu (Lire le Shōmonki), Tōkyō, Yoshikawa Kōbunkan, 2009

KAWAJIRI Akio, Taira Masakado no ran (La révolte de Taira Masakado), Tōkyō, Yoshikawa Kōbunkan, 2007

KAWAJIRI Akio, Yuregoku kizoku shakai (Une société aristocratique tremblante), Shōgakukan, Tōkyō, 2008; L’ère des zuryō

KITAYAMA Shigeo, Ōchi seiji shiron (Essai historique sur la politique de la Cour), Iwanami shōten, Tōkyō, 1970

In lingua occidentale

HERAIL Francine, La Cour et l’administration du Japon à l’époque de Heian, Genève, DROZ, 2006

HERAIL Francine, La Cour du Japon à l’époque de Heian, Hacette, Paris, 1995

HERAIL Francine, Gouverneurs de provinces et guerriers dans Les Histoire qui sont maintenant du passé, Institut des Hautes Etudes Japonaises, Paris, 2004

HERAIL, Francine, Aide-mémoire pour servir à l’étude de l’Histoire du Japon des origines à 1854, lieu de publication inconnu, date de publication inconnue

HALL John Whitney , Government and Local Power in Japan, 500 to 1700, Center for Japanese Studies Univesity of Michigan, 1999,

RABINOVITCH Judith N., Shōmonki, The story of Masakado’s Rebellion, Tōkyō, Monumenta Nipponica, Sophia University, 1986

PIGGOT Joan R., YOSHIDA Sanae, Teishin kōki, what did a Heian Regent do?, East Asia Program, Cornell University, Itacha, New York, 2008

FRIDAY Karl, Hired swords, Stanford University press, Stanford, 1992

FRIDAY Karl, The first samurai, John Wiley & Sons, Hoboken, 2008

FRIDAY Karl, Samurai, warfare and the state, Routledge, New York, 2004

FARRIS William Wayne, Heavenly warriors, Harvard University Press, Cambridge

BRYANT Anthony et MCBRIDE Angus, Early samurai, AD200-1500, n.35, Osprey publishing, Oxford, 1991

PIGEOT Jacqueline, Femmes galantes et femmes artistes dans le Japon ancien, Gallimard, 2003, Paris

Genpei 2.0: La morte di Kiyomori e l’alba della Seconda Fase

Bentornati in questi lidi di sconforto e mazzate nei denti. E’ ora di riprendere il nostro lungo e deprimente viaggio attraverso i terribili anni della Guerra di Genpei! Yay!

La volta scorsa avevamo lasciato i Taira in controllo della Capitale, i templi bruciati, e Yoritomo alla testa del neonato Bakufu di Kamakura.

Ma riprendiamo le fila ammodo.

Taira no Kiyomori tormentato dagli spettri del proprio passato, opera di Tsukioka Yoshitoshi

A cavallo tra il 1180 e il 1181, Taira no Kiyomori, Religioso Ministro e capo del clan, comincia a dar segni di ranticosa vecchiaia. Non gli resta tantissimo da campare, il clan sta per perdere la sua chiave di volta.

-Bon.- Fa Kiyomori. -Almeno ho stabilito la mia famiglia alla guida del Paese e dell’Impero.

-Sì, circa.- Nota la moglie. -Le regioni orientali sono in mano ai Minamoto e il Nord-Est è in mano ai Fujiwara di provincia, ma a parte questo siamo a cavallo.

-Ah, ma sono sicuro che le cose si aggiusteranno! Dopotutto abbiamo la Capitale, io sono nonno del nuovo imperatore, stiamo tranquilli. Yoritomo è solo un uomo dopotutto.

-A dire il vero si sono ribellati anche Takeda Nobuyoshi in Kai e Kiso Yoshinaka in Shinano.

-Ma sono parenti di Yoritomo. Una volta che incantoniamo Yoritomo-

-Si sono ribellati per cazzi loro. E poi Yoshinaka e Yoritomo si odiano. E Yoshinaka è un guerriero tostissimo.

-Vabé, ma intanto teniamo la regione centrale del Kinai, che è l’importante…

-Famiglie del clan Minamoto si sono ribellate anche in Mino e Owari. E Ōmi. Ōmi è così vicina che confina con Yamato.

-Boia come sei negativa! Almeno abbiamo la Capitale! Ora che abbiamo sbolognato tutti quei frati mentecatti la nostra posizione-

-Abbiamo bruciato i templi e ora l’aristocrazia ci odia più di prima, mentre il popolo pensa che ci siamo tirati addosso la sfiga degli dei. Ah, e i frati di Kumano nella provincia di Kii si sono messi a far casino a loro volta perché siamo degli indegni peccatori. E anche Kii confina con noi. Ōmi a nord e Kii a sud, siamo un sandwich di grane.

-Ōmi confina proprio per poco però, dai…

-Oh, hai ragione, parliamo del confine Ovest! I Genji di Kawachi si stanno agitando.

-A vabé, sai che c’è? Chi ha risorse ha armi e chi ha le armi vince. Visto che controlliamo i traffici via nave nel mare interno e col Continente non abbiamo di che preoccuparci, finché c’è commercio c’è speranza!

-Ah, non hai sentito le novità da Kyūshū? I Kikuchi si sono ribellati in Higo e hanno attaccato il Governo Militare.

-Occristo, dimmi che almeno in Shikoku si tengono calmi e non fanno danni…

-I Kōno si sono ribellati nella provincia di Iyo. Ah, e ti dice niente il nome Mareyoshi?

-Uh, fammi pensare…

-E’ il fratello minore di Yoritomo, in Tosa.

-Vabé, ammazziamolo a prescindere almeno quello è una preoccupazione in meno.

-Già fatto.

-Oh, bene!

-Male. I suoi vassalli sono scappati in Izu, da Yoritomo.

-Hai finito?

-Ci sarebbero voci sulle provincie di Settsu e Wakasa…

-Ma quanti cazzo di Genji ci sono in giro per il Paese?

-Escono dalle fottute pareti.

-Possano morire tutti ammazzati…

-Forse dovremmo cercare di ragionare da adulti invece di partire in quarta con fuoco, acciaio e sangue-

-GIAMMAI E MAIPOI, se la violenza non risolve un problema è perché non ne stai usando abbastanza!

In blu lo Yamato, in violetto le provincie principalmente toccate da infide attività sovversive

Insomma, i Taira hanno una mandria di gatte da pelare, e la priorità è mettere sotto controllo la Capitale e il Kinai.

Il settimo mese del quinto anno dell’era Jijō, i Taira mettono a punto un nuovo sistema militare capace di mantenere il controllo e la protezione della Capitale: lo Shōkanshoku.

Il capo dello Shōkanshoku è, de facto, un comandante militare avente autorità su tutti i guerrieri della zona e sulle istituzioni legate alla logistica. Alla testa del nuovo sistema viene messo Taira Munemori.

Munemori è figlio di Kiyomori. Suo fratello maggiore Shigemori era erede e figlio prediletto, ma un malanno provvidenziale lo stende nel ’79. Secondo alcune malelingue, Shigemori sarebbe morto di esaurimento nervoso dopo gli innumerevoli contrasti col padre sul come gestire la crisi. Pare che Shigemori avesse questa stupida idea di evitare una guerra civile. Bah.

Ad ogni modo, morto il noioso fratello maggiore, Munemori si ritrova erede del capofamiglia, e ora comandante in capo della forza militare del Kinai.

Questo bell’uomo è Taira no Munemori, dal pennello di Fujiwara Gōshin

E’ interessante notare come questo nuovo Shōkanshoku sia in rottura drastica con la realtà precedente del Kinai e si avvicini a ciò che sarà, di lì a pochi anni, il sistema shogunale. Secondo Uesugi, non è da escludere che Yoritomo stesso abbia preso ispirazione dallo Shōkanshoku per completare e perfezionare il Bakufu di Kamakura. In altre parole, lo Shōkan diventa per il Kinai ciò che lo shogunato sarebbe stato per il Giappone intero.

E’ interessante notare come forme di controllo simili siano state concepite allo stesso tempo da uomini nemici. Si può dire che Yoritomo sia stato il primo a comprendere la necessità rivoluzionaria di nuovi strumenti per la conservazione e l’esercizio del potere, e spesso viene detto che una delle ragioni del tracollo Taira è proprio la loro incapacità di immaginare strutture nuove. I Taira, a differenza dei Minamoto, si sarebbero inseriti nelle istituzioni di Corte, soppiantando l’antica aristocrazia civile, invece di creare qualcosa di originale adattato ai tempi e ai bisogni della classe guerriera. Questa critica è senza dubbio corretta. Ma è anche vero che i Taira non erano del tutto ciechi in questo settore, come lo dimostra lo Shōkanshoku.

Guerriero in armatura pesante parziale, con pugnale e due capocce negli appositi retini (sono trendy, smart, ecofriendly e prodotti da cooperativa equosolidale!)

Ultimata la riforma, i Taira si preparano a una nuova spedizione punitiva nel Bandō, sotto il comando diretto di Munemori. Poco prima della partenza, però, Kiyomori si ammala.

E’ l’inizio della primavera e Kiyomori, il primo guerriero a riuscire a scalare la piramide del potere e stabilirsi come uomo più potente del paese, è roso dalla febbre. Secondo lo Heike monogatari, il vecchio è incapace di inghiottire una goccia d’acqua e il suo corpo sprigiona il calore di un falò, al punto che la semplice vicinanza del malato è insopportabile per i comuni mortali.

Andarono ad attingere l’acqua della fonte di Senju sul monte Hiei e la versarono in un recipiente di pietra che gli fu posto sulla fronte per rinfrescarlo L’acqua si mise a fremere e in un istante bolliva. Sperando di dargli sollievo, dell’acqua fu versata su di lui. Quasi fosse stato di pietra o di ferro incandescente, l’acqua sfrigolava senza sfiorarlo. Quando per miracolo l’acqua riusciva a raggiungerlo, s’incendiava, e un fumo nero invadeva la residenza e si levava in volute di fiamme.

Secondo i redattori dello Heike monogatari (e senza dubbio secondo molti contemporanei), la maledizione sarebbe stata una conseguenza della blasfemia mostrata da Kiyomori nel bruciare i templi di Nara e nel distruggere il Brande Buddha.

Il 2 duel secondo mese, Kiyomori trovò il fiato di confidare alla moglie le sue ultime volontà.

Il solo rimpianto che ho, è di non aver visto la testa mozzata del condannato di Izu, del Luogotenente della Guardia Yoritomo. Quando sarà finita per me, che non sia costruito né santuario né torre, che non sia celebrato un servizio funebre! Che sia subito inviata una spedizione laggiù, che la testa di Yoritomo sia spiccata e che sia piantata davanti alla mia tomba! Ecco il servizio funebre che desidero!

Ah, mi ricorda mia nonna. Quella che morì dicendo alla nuora “sparisci di qui, brutta puttana”…

Kiyomori morì il 4, dopo una crisi convulsiva, a 64 anni.

Non si può dire che fosse morto di vecchiaia, piuttosto che il suo destino si era compiuto d’un tratto, di modo che i grandi scongiuri e gli scongiuri segreti rimasero vani, che la luce dei Buddha e degli Dei gli venne meno e che i Guardiani Celesti gli negarono protezione. Che potevano allora le forze umane? Miriadi di guerrieri che per fedeltà avrebbero sacrificato la loro vita per la sua sedevano in ranghi serrati vicini e lontani, ma non potevano respingere di un solo istante i demoni assassini dell’Impermanenza, invisibili ai loro occhi, contro i quali nessuna forza prevale.

[…]

Di quest’uomo, che aveva diffuso la propria gloria e il proprio nome su tutto l’Impero e imposto il proprio potere, il corpo, ridotto in fumo effimero, si era dissipato nel cielo della Capitale, e i suoi resti, appena più duraturi, erano tornati alla terra mischiati alla sabbia della spiaggia.

E’ la fine di un’era per i Taira, ma non hanno tempo di osservare il lutto: senza por tempo in mezzo, lanciano una spedizione punitiva contro i ribelli di Mino.

La spedizione comincia bene, con la rapida capitolazione della base di Gamakura, ma informatori avvertono della presenza di ribelli nella vicina provincia di Owari.

I Taira avanzano verso il confine di Owari, sul guado Sonomata, sul fiume Nagara. Questo fiume segna il confine tra Mino, Owari e Ise. E’ l punto di contatto tra l’Ovest e l’Est del paese, un nodo logistico fondamentale.

Il secondo mese, i due eserciti si avvicinano da una parte all’altra del Sonomata. Da un lato Shigemori e Koremori, dall’altro Minamoto Yukiie e Gien.

E’ il 10 del terzo mese, la notte cala sul fiume.

Secondo lo Engyōbon Heike monogatari, i Taira avrebbero avuto 30.000 cavalieri, contro 6.000 dei Minamoto. I Gyokuyō modera i termini specificando che i Minamoto non erano 6.00 (figuriamoci!), ma 5.000.

Ora, è chiaro che questi numeri son fuori d’ogni grazia (anche perché se ci fidiamo della struttura classica di una banda di guerra, 30.000 cavalieri significherebbero almeno 60.000 uomini in tutto, probabilmente molti di più, roba che nemmeno i cinesi). Quello che bisogna trarne è che i Taira sono in schiacciante superiorità numerica.

Come sa chi legge i Classici Militari, quando un uomo con Schiacciante Superiorità Numerica incontro un uomo senza Schiacciante Superiorità Numerica, il secondo (salvo eccezioni di cui parleremo) è un uomo morto. Oh, spoilers.

I Minamoto lo sanno. Cercano di ovviare con un attacco notturno a sorpresa, ma i Taira mangiano la foglia e li tritano.

Al di là dello svantaggio numerico, diversi fattori giocano contro i Genji.

Per cominciare, combattere a cavallo di un fiume non è una cosa agevole, né lo sarà mai (ricordiamo cosa successe ai Francesi, che pure avevano una tecnologia abissalmente superiore).

Inoltre pare che i due comandanti Minamoto fossero in competizione tra loro per chi fosse il duro più duro del contado, sputtanando del tutto coordinamento e catena di comando.

I Taira vincono a mani basse, raccattando quasi 400 teste trofeo.

I ribelli sono costretti a ripiegare, ritirandosi quietamente da Mikawa e Tōtōmi. I Taira vorrebbero braccarli, ma non hanno i mezzi di farlo: ridendo e scherzando, il raccolto si annuncia ‘nammerda per via del tempo di merda, e si prepara una delle carestie più tremende della Storia del Giappone. A malincuore, i Taira sono costretti a ritirarsi, lasciando l’Est in mano ai ribelli.

Anche perché l’Est non è l’unico problema: disordine e scontri stanno scoppiando ovunque, sempre più grandi, sempre più numerosi.

Bisogna rendersi conto che i guerrieri giapponesi hanno una spiccata tendenza all’odiarsi tra loro. Il timore della condanna della Corte è grosso modo l’unica cosa che trattiene le propensioni stragiste nei nostri emici.

Ovvio, con Kiyomori al Creatore e il potere dei Taira traballante, dispute private tra vicini e cugini divampano nell’intero Paese. La lotta per il potere di due grandi clan polarizza gli scazzi locali, precipitando l’Impero in uno stato di fermento quasi totale.

Tra la carestia incombente, i danni materiali, i dissapori politici e la scarsità di uomini e mezzo, la Guerra di Genpei entra in quella che Farris definisce la “seconda fase”: un braccio di ferro logorante in cui nessuno dei contendenti ha il fiato sufficiente a vincere, né il buonsenso necessario ad abbozzare.

Con tre anni e passa di guerra ancora da incignare, i guerrieri del Paese si preparano a dare il peggio di loro!

MUSICA!


Puntate precedenti:

Genpei 0.1

Genpei 0.2

Genpei 1.0

Genpei 1.1

Genpei 1.2

Genpei 1.3

Bibliografia

FARRIS William Wayne, Heavenly warriors, Harvard University Press, 1995, Cambridge

FRIDAY Karl, Samurai, warfare and the state, Routledge, 2004, New York

ROYALL Tyler, The tale of the Heike, Viking, 2013, New York

SOUYRI Pierre-François, Histoire du Japon Médiéval – Le monde à l’envers, Tempus, 2013, Paris

UESUGI Kazuhiko, Genpei no sōran, Yoshikawa Kōbunkan, 2007, Tōkyō

Illustri sconosciuti: Taira no Masakado (2.1)

Ho ponderato a lungo se pubblicare o meno un nuovo articolo questa settimana. Tra i mentecatti che vedono facce di Al-Bagdadi nei fondi di caffé, gli archeologi attentatori e il sorgere del sultanato, è stata una settimana di merda. Mi ero chiesta se non fosse il caso di esprimere il mio punto di vista, ma visto il coro di esperti che si sta scatenando sui social mi son detta: fanculo, un articolo di gente che si ammazza a caso ci sta bene, a conti fatti.

Illustri sconosciuti: Taira no Masakado (2.1)

Ovvero Il ritorno dei parenti assassini.

Le basi di Masakado e Yoshikane

Nell’ultima puntata avevamo visto l’aitante guerriero alle prese  con notabili locali e zii fedifraghi. Dopo aver nuclearizzato il nemico Mamoru e gli zii Kunika e Yoshimasa, Masakado è tornato a casa, pieno di gloria e bottino. La sua banda non ha lasciato niente dietro di sé, solo villaggi bruciati e campi rovinati.

Un uomo è sopravvissuto alla faida: Taira no Sadamori. Figlio ed erede di Kunika, Sadamori ha assicurato a suo cugino Masakado che mai e poi mai cercherà di vendicarsi. Dopotutto Sadamori, funzionario alla Capitale, è più burocrate che guerriero.

Un altro uomo è rimasto indenne: Yoshikane, zio e suocero di Masakado, che si è guardato bene dal prendere parte agli scontri. Fino a questo punto.

Come i suoi fratelli, Yoshikane ha sposato una delle figlie di Minamoto no Mamoru. Di fatto, ha buone chances di essere il beneficiario, per legame di sangue e alleanza, di suo fratello Yoshimasa e del suocero Mamoru. C’è poi un dettaglio sottile ma fondamentale: Masakado non è nessuno, non ha funzione, mentre sia Yoshimasa che Mamoru sono funzionari provinciali.

Il Governo non ha per il momento preso nessuna misura contro Masakado. La Corte ha tendenza a lasciar stare i guerrieri dell’Est il più possibile. Voler impedire a questa gente di scannarsi è farsi delle pie illusioni e pertanto il Governo si limita di solito ad una politica del “fate un po’ quel che vi pare fintanto che i tributi arrivano e che non si presenta una palese sfida all’autorità costituita”.

Se la lite familiare dovesse prendere dimensioni troppo vaste, il Governo avrebbe preso le parti dei funzionari. Yoshikane lo sa.

Il 27 del sesto mere del quinto anno dell’era Jōhei (936), Yoshikane e Yoshimasa si ritrovano alla base di Mimori nella provincia di Hitachi, non lontana dal fiume Sakura. Non sono i soli a presentarsi: Sadamori arriva strascicando i piedi. Yoshikane lo accoglie a pesciate nel viso.

-Che cazzo hai combinato in questi mesi?- Pesciate grandinano da tutte le parti. –Tuo padre si fa sbusacchiare come un puntaspilli e te? L’onta va lavata col sangue!

-Ma il sangue macchia…

-Hai lasciato le palle alla Capitale?

-Ma zio, io non voglio menarmi con mio cugino, voglio solo sistemare questa storia in modo civile senza provocare altri inutili-

In modo civile!- Giù pesciate da orbi. –Che, sei fuori allenamento? Troppo tempo passato col muso nel culo del tuo patrono, e ora non sai più tenere in mano un cazzo di arco?

La sfuriata imperversa, ma il messaggio è chiaro: saper accettare un compromesso sarà anche una dote  alla Capitale, ma il Bandō è una terra di sangue e acciaio, e un uomo senza onore è un uomo senza nulla.

-Va bene, va bene.- Fa Sadamori. –Fanculo l’esser ragionevoli, facciamo ‘sta stronzata e mettiamo termine a tutta questa brutta storia. Tanto alla fine siamo in tre, lo Shōmonki dice che abbiamo “diverse migliaia” di guerrieri (iperbole sicura), mentre il cugino Masakado è solo, cosa mai può andare storto?

Yoshikane gongola. –Fidati di me, nipote! Adesso andiamo ad attaccare la sua base di Kawawa, ma facendo il giro da nord attraverso la provincia di Shimotsuke, così il fellone non ci sgama!

Lo fanno. Due giorni dopo sono alla frontiera di Shimōsa dove li aspetta Masakado.

-Oibò, ci ha sgamato.

-Non importa!- Fa Yoshimasa. –Guardateli! Sono un centinaio di arcieri su cavalli stanchi! Noi siamo in superiorità, li schiacciamo come zecche!

-Zio, ma sei sicuro, a non sembra-

-Taci nipote di poca fede! Questa vittoria è assicurata!

I cavalieri di Yoshikane e soci caricano come un sol uomo, imbaldanziti dall’evidente vantaggio. Alti sulle staffe, arco in pugno, sferragliano sicuri verso la linea nemica, una marea di pennacchi e acciaio. Arrivati a portata, incoccano. E’ l’ora della vendetta, della resa dei conti!

Da lontano Sadamori tira la manica dello zio.

-Senti, ma… non vedo i suoi uomini a piedi…

Uno schiocco dalla boscaglia, una salva di frecce investe nel fianco la cavalleria, falcia uomini e cavalli tra urla di sorpresa e dolore. Sono gli uomini a piedi di Masakado. Stavano aspettando la carica dei Dodo da ore.

Il tattico di Yoshikane al pezzo

Non essendo Jon Snow, Masakado ha scelto il terreno dello scontro e ha approfittato del vantaggio. I cavalieri di Yoshikane e Sadamori sono in scompiglio, la sorpresa ha troncato lo slancio e l’entusiasmo. Altre frecce piovono, feriscono, uccidono. C’è chi carica a capofitto e si fa crivellare dai cavalieri di Masakado, chi esita e si fa uccidere dagli uomini a piedi, chi viene disarcionato dal cavallo, chi scappa calpestando i feriti.

In meno di nulla, gli uomini di Yoshikane e Sadamori si sono rotti le corna. L’intera avanguardia è annientata. Zio e nipote si ritirano con le sottane in mano.

-Lo dicevo che era una cattiva idea!

-Zitto e cavalca! Vedi mica cosa sta facendo?

-Ci sta inseguendo al galoppo lanciato con una banda fresca e intatta.

Incalzato, Yoshikane si precipita verso la sede del governo provinciale di Shimotsuke. Si rifugia negli uffici, tra scartoffie e computisti perplessi. Masakado arriva sulla soglia, esita. Ammazzare suo zio per una faccenda privata è perfettamente ok, ma violare un edificio pubblico è un altro paio di maniche.

Può sembrare bizzarro, ma mentre il rogo di 500 fattorie è una faccenda tra gentiluomini, entrare in un ufficio senza essere invitati potrebbe essere interpretato come ribellione allo Stato, il peggiore dei reati. Senza funzione e senza vera protezione politica, Masakado preferisce giocare di prudenza.

-Ha intenzione di entrare e sgozzare i fuggiaschi?- L’uscere indica un cartello sulla porta. –L’omicidio è dal lunedì al giovedì dalle nove alle cinque. Se vuole mettere tutto a ferro e fuoco e dichiararsi Nuovo Imperatore, deve prendere appuntamento, riceviamo solo il venerdì mattina.

-No.- Fa Masakado. –Sono in tempo per inviare una lamentela ufficiale alla Corte? ‘Sti stronzi mi hanno rotto un sacco di frecce impalandocisi sopra.

-Sicuro. Vada allo sportello e richieda un Lasciapassare A38.

Mentre Masakado si sciroppa la burocrazia, Yoshikane e un migliaio dei suoi riescono a filarsela all’inglese.

La denuncia di Masakado arriva a Corte, insieme a quella di Mamoru. Non sapendo scegliere tra le due campane, la Corte decide di convocare il nostro eroe. E’ possibile che insieme alla convocazione ufficiale ne sia arrivata anche una ufficiosa del ministro Fujiwara no Tadahira, ex-patrono di Masakado e di professione Uomo Più Potente del Giappone.

Masakado parte in tromba e si precipita a Heian, dove viene affidato al Bureau di Polizia.

Per avere un’idea di come funzionava un processo ai tempi, il tutto cominciava di solito con una lettera di lagnanze.

Esempio: “Il signor T. Masakado ha ammazzato i miei tre figli”.

L’omicidio o la ribellione erano reati gravi che sorpassavano le competenze del governo provinciale, pertanto la denuncia poteva risalire fino al Consiglio di governo, che la esaminava e decideva se occuparsene o meno. In caso di risultato positivo, la delibera del Consiglio veniva sottomessa all’Imperatore per approvazione (un processo di solito pro-forma). Accusato e accusatore venivano quindi convocati alla Capitale, presi in custodia e interrogati, mentre la documentazione fornita dal governo provinciale dove il fatto era avvenuto era analizzata da un dottore in Legge.

Letti i documenti ufficiali e ascoltate tutte le campane, il dottore in Legge stabiliva chi aveva ragione, chi torto e quale punizione era applicabile a chi. Se la punizione prevedeva la pena di morte (quasi mai data durante l’epoca di Heian), la sentenza veniva sottoposta nuovamente al Consiglio, che la discuteva e, in caso, la presentava all’Imperatore per l’approvazione finale.

Tornando al nostro caso specifico, in teoria mettere in campo più di venti uomini senza un decreto imperiale costituisce, di per sé, un atto di ribellione. In pratica Masakado ha la testimonianza favorevole di numerosi funzionari provinciali. Plus, la Corte sta cercando di indorare l’immagine del giovane imperatore Suzaku con vistose prove di compassione e benevolenza. Se uno considera anche che i nobili hanno tendenza a sorridere ai vincitori, si può capire come Masakado non sia stato condannato.

Dopo quattro mesi di inchieste e discussioni, il nostro viene finalmente liberato. Felice come un francese che ha appena inventato un paio di calzoni auto-rimuoventi (cit.), Masakado se ne torna bel bello in provincia, pronto a mettere una pietra su tutta questa incresciosa vicenda.

Dal canto suo, Yoshikane era pronto a mettere una pietra su di lui. Quattro mesi dopo il ritorno del nipote, lo zio si rifà vivo in forze, e a questo giro non si fa sorprendere. Quando Masakado si rende conto di essere sotto attacco, Yoshikane è già schierato, e sui mantelletti ha fatto attaccare l’immagine del padre di Masakado, il defunto capofamiglia.

Facendosi scudo del faccione del morto, Yoshikane rivendica la legittimità del suo ruolo di nuovo capofamiglia, e mette Masakado in una posizione eticamente complessa: né lui né i suoi guerrieri possono portare le armi contro l’antenato, ne va della coesione della banda.

Mappa degli scontri. Con spoilers.

Colto alla sprovvista dal sotterfugio, Masakado viene sconfitto ed è costretto a ritirarsi mentre Yoshikane gli rende la pariglia devastando il distretto di Toyoda. Fattorie, stalle, orti, campi, frutteti: Yoshikane e i suoi saccheggiano, bruciano e uccidono.

10 giorni dopo Masakado prova a raccogliere le proprie forze. Riesce a mettere insieme qualche centinaio di armati, ma le grane volano sempre in squadriglie: prima di poter organizzare un contrattacco, Masakado viene colpito da una non meglio specificata “malattia alle gambe”.

E’ l’unica volta in cui questo problema di salute fa capolino nelle fonti, ergo non si tratta di certo di una malattia cronica. E’ possibile che Masakado sia rimasto ferito, ma l’interpretazione dominante pende per un attacco di beri-beri, una malattia causata dalla carenza di vitamina B1 e spesso rilevata in culture dove la base alimentare è costituita da riso bianco.

E’ un’ipotesi come un’altra, fatto sta che Masakado si trova di botto incapace di camminare, figuriamoci di cavalcare. Col capo incapacitato, la banda di Toyoda incassa una seconda sconfitta ed è costretta a fuggire.

Infermo, braccato, Masakado decide di separarsi da moglie e figli secondo l’idea “se scappiamo in due direzioni diverse almeno uno di noi due dovrebbe cavarsela”.

Quello che se la cava è Masakado: sposa e figli sono scovati dagli uomini di Yoshikane mentre si nascondono in una barca sul lago Hiroe. La donna e i bambini vengono trascinati in Kazusa.

Secondo lo Shōmonki, è questo il momento in cui Masakado cambia radicalmente ordine di idee. Se fino a quel momento è sempre rimasto disponibile, almeno in teoria, a un compromesso pacifico con lo zio, il rapimento della famiglia è la goccia che fa traboccare il vaso. Yoshikane deve pagare.

Ricordiamo che, secondo l’interpretazione dominante, la moglie era anche figlia di Yoshikane. Chissà di cosa avranno parlato, durante questa bella riunione familiare?

Una cosa è sicura: la signora di restare non ne vuol sapere. Per due mesi resta prigioniera in Kazusa. Alla fine i fratelli l’aiutano a scappare. Libera, questa donna senza nome torna dal marito.

E’ una delle cose affascinanti dello studio della Storia, il vuoto umano lasciato dalle fonti. Cosa pensavano questi tre fratelli che hanno lasciato andare la sorella, che l’hanno lasciata tornare dal più acerrimo nemico di famiglia? Cosa si sono detti? Perché lo hanno fatto?

Nessuno ce lo dice perché a nessuno interessa: sono guerrieri, non hanno scritto nulla per i posteri, e per i letterati sono poco più che barbari di cui non si può fare a meno.

Non sappiamo neanche quale Fato sia spettato ai figli di Masakado. Yoshikane potrebbe averli uccisi. O potrebbe averli tenuti presso di sé: in casi normali, i figli appartenevano più alla famiglia della madre che a quella del padre. Forse sono stati liberati anche loro. Sta di fatto che non li troviamo più nominati nelle fonti.

In ogni caso una cosa è chiara: la frattura non è riparabile. La lotta tra zio e nipote è ormai all’ultimo sangue.

MUSICA!

Prima puntata

Terza puntata

Quarta puntata


Bibliografia

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BRYANT Anthony et MCBRIDE Angus, Early samurai, AD200-1500, n.35, Osprey publishing, Oxford, 1991

PIGEOT Jacqueline, Femmes galantes et femmes artistes dans le Japon ancien, Gallimard, 2003, Paris

Illustri sconosciuti: Taira no Masakado (1)

Ci sono momenti della Storia di un paese che segnano grandi cambiamenti e restano nella memoria come avvenimenti-cardine. E’ il caso, ad esempio, della Guerra di Genpei.

Ce ne sono altri che non spalancano le porte a una nuova era, ma sono molto indicativi del loro tempo. Spesso sono tralasciati, ed è uno sbaglio. Come spiega Gaston Bouthoul nel suo Polémologie, la guerra è il più evidente dei fenomeni sociali. Nella guerra tutto è condensato: economia, società, storia, religione, costume… Studiare in dettaglio una guerra è come fare un carotaggio di un dato strato storico.

Oggi vorrei parlare di un tizio che quasi nessuno si fila: Taira no Masakado.

E’ così poco filato che le pagine italiane lo nominano appena e in francese l’unico testo approfondito sul tizio (salvo sorprese) l’ho scritto io.

In inglese la situazione è migliore: il nostro amico viene nominato in numerosi libri e ha ben un (1) saggio tutto per sé. Il saggio è stato scritto da Karl Friday, che uno dei ricercatori più fighi di sempre, ma resta il fatto che il personaggio è quasi del tutto ignorato dalla storiografia occidentale.

E sinceramente non capisco perché. E’ un ganzo!

Ma andiamo con ordine.

Giusto per ricordare i due poli di Honshu: al Centro la corte, all’est i pascoli

La famiglia

come ogni buona storia di formazione che si rispetti, è importante cominciare dalla famiglia.

E’ il nono secolo quando il terzo figlio dell’Imperatore Kanmu (737-806) riceve dei pascoli in appannaggio. Sono terre nel Bandō, selvaggia terra di predoni e allevatori di cavalli.

Il Principe in questione era un pezzo grosso e, da buon pezzo grosso, non mise mai piede in nessuno dei suoi poderi.

Stesso non si può dire dei suoi discendenti: suo nipote Takamochi fu nominato vicegovernatore della provincia di Kazusa. E’ Takamochi a trapiantare il suo ramo dinastico nelle lontane terre orientali.

E’ importante fare due parentesi qui:

-Kazusa, come anche Hitachi e Kōzuke, è una provincia-beneficio. Il che significa che per legge i governatori di tali provincie sono sempre Principi Imperiali. Si tratta di una sine cura, dacché col cacchio che un Principe muove il culo fino alla provincia, e col cacchio che guasta il suo prezioso tempo in triviali faccende amministrative. Un Principe ha roba più importante da fare, tipo comporre versi, partecipare a rituali o gareggiare in agoni poetiche.

No, non sto scherzando, e non immaginatevi roba tipo Versailles, o una nobiltà indolente. Comporre poesia di buon livello è un incubo (l’unica cosa peggiore è tradurla). E ad ogni modo, dal punto di vista della classe dirigente dell’epoca, quanto elencato non era solo un passatempo elegante e pio, ma un’attività serissima volta a mantenere l’Impero in pace.

Sì, se non componi poesie decenti gli dei s’incazzano e ti nuclearizzano.

E non fate tanto gli spocchiosi, che noi ci siamo bevuti la favola della Mano Invisibile.

E’ difficile comporre poesie che giungano allo spirito

Seconda parentesi: come qualcuno potrà immaginare, avere una Corte di gente che non combina nulla di materialmente produttivo costa caro. Soprattutto quando la nascita di un individuo comporta automaticamente un certo rango, funzione e rendita.

Se i Principi devono ricevere certe risorse, allora, come far fronte al loro proliferare?
La soluzione è semplice: dopo un certo numero di generazioni, i principi vengono cancellati dai registri della casa regnante e viene assegnato loro un cognome (roba triviale da comuni mortali!). I Principi cessano così di essere tali e diventano Taira o Minamoto.

Takamochi è uno di questi “principi sprincipati”: riceve il nome Taira e viene spedito come vicegovernatore in Kazusa. Essendo questa una provincia-beneficio, la carica di vicegovernatore comporta, di fatto, la stessa autorità di una carica di governatore.

Trapiantato nelle lande orientali, Takamochi mette al mondo otto figli. I quattro che interessano a noi si chiamavano Yoshimochi, Kunika, Yoshikane e Yoshimasa.

Gli ultimi tre sposano le figlie di un notabile locale, un tipo chiamato Minamoto no Mamoru, funzionario di terza classe della provincia di Hitachi.

Per avere un’idea di dove stanno di casa i nostri amici. Yoshimasa non figura perché non sono riuscita a trovare l’esatta posizione della sua base principale. Molto probabilmente si trovava in Hitachi, assiama a quella di Mamoru e Kunika.

Ora, quando pensate a un “clan” di questo periodo, non figuratevi i legami stretti e gerarchici del periodo Sengoku o Edo. Siamo ne cuore di Heian, il legame tra genitori e figli è l’unico legame di sangue che conta. Quello fraterno ha una qualche importanza, senza troppo trasporto. Cugini? Ah!

I legami che avevano una solidità rimarcabile erano, per contro, quelli di matrimonio e l’alleanza personale tra gregario e capo.

Forse dipende dal fatto che i parenti stretti te li appioppa il karma, mentre quelli d’alleanza te li scegli, ma sta di fatto che queste parentele artificiali sono il cemento che regge la società di questa gentry provinciale. Sposandosi tutti con le figlie di un uomo solo, i tre fratelli entrano a far parte della sua famiglia.

Ora, questo può essere un problema quando il suocero si trova ai ferri corti con uno dei tuoi parenti. Un nipote, ad esempio.

Le disavventure tragicomiche dei grandi guerrieri del Bandō sono raccontate nello Shōmonki, un testo di poco successivo ai fatti.

Ma veniamo al nostro eroe: Masakado.

Masakado fa polpette di qualcuno, opera di Yoshitoshi Tsukioka

Figlio di Yoshimochi, non sappiamo di preciso quando è nato né quanti fratelli avesse o in che ordine, perché i guerrieri di questo periodo non scrivono, mortacci loro. Si ipotizza che il nostro sia nato nei primi anni del 900 e che abbia passato parte dell’infanzia o dell’adolescenza a Mutsu (suo padre sarebbe stato Chinjufu shōgun e governatore militare della regione, almeno per un periodo). Nel 935 Masakado è l’erede principale della cospicua fortuna di suo padre.

Masakado è un dogō, un ricco proprietario terriero, con basi fortificate in due distretti nella parte occidentale di Shimōsa.

Non pensate a fortini arroccati su perrupi: in quest’epoca una base è una fattoria fortificata con un muro di terra e tronchi, qualche torretta, eventualmente un fossato.

Quanto al nostro eroe, non immaginatevi un rude provinciale senza maniere. Masakado passa un periodo della sua giovinezza alla Capitale (a quest’epoca è Heian, ovvero l’attuale Kyōto), probabilmente al servizio del Fujiwara no Tadahira. Costui è un pezzo grosso, il capo dei Fujiwara, futuro Ministro degli Affari Supremi e, all’occorrenza, Uomo Più Potente del Giappone.

Non è inusuale per un alto aristocratico circondarsi di clienti (in senso romano) provenienti dalle provincie. Va bene che l’amministrazione è triviale, ma in qualche modo la roba deve arrivare alla Capitale, e cosa di meglio che dei rapporti personali con i barbari uomini di buonsenso basati sul posto? Di solito il patto tra aristocrazia centrale e aristocrazia provinciale è in questi termini: i provinciali mantengono l’ordine, fanno arrivare le vettovaglie e curano gli interessi del patrono, e il patrono protegge il cliente in caso di grane legali o politiche, fa in modo che sia nominato funzionario e che faccia carriera. Una mano lava l’altra, insomma.

Tuttavia, alla differenza di altri giovanotti nelle stesse condizioni, Masakado non ottiene mai nessuna funzione governativa. E’ possibile che la morte intempestiva del padre lo abbia privato degli agganci necessari a continuare un altrimenti decente carriera alla Capitale.

O magari non ha mai voluto far carriera, magari allevare cavalli era la sua grande vocazione (e siamo sinceri, vivere in un posto dove è ufficialmente vietato morire non è proprio facile).
Quale che sia la spiegazione, nel 930 Masakado torna in provincia, la Corte perde un tattico coi controcazzi e un uomo con poca intelligenza politica ma con capacità diplomatiche di tutto riguardo.

Ad ogni modo i guerrieri del Bandō hanno reputazione di esser gente litigiosa, e nel 931 il nostro eroe si trova già ai ferri corti.

Con chi?

Ma con lo zio, ovviamente, Yoshikane. Credete che la moda di odiarsi tra parenti stretti sia recente? Ah! Le vostre cene di Natale sono pinzillacchere! In tempi più civili zii e nipoti si scannavano mettendo a ferro e fuoco il vicinato, altro che commenti infidi e regali brutti!

Lo Shōmonki non scende nel dettaglio sugli hows, and the whys, and the do-you-mind-if-I-don’ts (cit.), ma ci dice che l’oggetto del contendere è “una donna”. Una delle interpretazioni dominanti è che la signorina in questione fosse la figlia di Yoshikane. La ragazza avrebbe sposato l’aitante Masakado senza l’approvazione del padre.

Ah, molto Shakespeariano, no?

Secondo il Konjaku monogatari shū la vera ragione sarebbe stata la robba (IE l’eredità del padre di Masakado), ma una cosa non esclude l’altra. Magari si erano scerrati per robba e per questo Yoshikane si opponeva all’unione.

Questa tensione non sfocia in bagno di sangue, il che è notevole, ma dopotutto pare proprio che Masakado sia stato un uomo posato e di buon senso, non uno che si divertiva ad attaccar briga. Ciò lo rende più unico che raro nel contesto.

L’inizio del cicciaio: l’agguato di Nomoto

Trattandosi del Bandō, la quiete non può durare troppo. Un bel giorno del 935 (o, per dirla alla giapponese, il quarto giorno del secondo mese del quinto anno dell’era Jōhei), Masakado e una nutrita banda di gregari e alleati sta attraversando a cavallo il territorio di Minamoto no Mamoru.

Non siamo sicuri del perché questi allegri compari si trovassero a spasso in Hitachi, ma sappiamo che sono tanti e sono armati. Non che la cosa si traduca automaticamente per intenzioni bellicose: a più riprese Masakado fa mostra di muscolo proprio per evitare un confronto.

Secondo Friday, tutto comincia quando Mamoru rompe i piatti con un tale Taira no Maki, un piccolo guerriero locale. Maki non ha nessuna parentela di sangue con Masakado, ma è un suo gregario.

Siamo agli albori della banda feudale: il rapporto tra capo e gregario è ancora molto reciproco ancorché asimmetrico. Un capo che molla un gregario nella merda non è un capo degno e può perdere ogni sostegno in meno di niente.

Incombe a Masakado farsi portavoce del suo uomo, e quale modo migliore per far valere i propri argomenti se un po’ di sana e genuina intimidazione?

Solo che Masakado non conta sulla paranoia dei Minamoto. Siccome c’è rischio di uno scontro armato, i figli di Mamoru optano per la strategia “fuori il dente, fuori il dolore” e assaltano Masakado nelle vicinanze del villaggio di Nomoto.

Brutta idea. Bruttissima idea.

A volte anche il più scanzonato degli omicidi può avere conseguenze impreviste…

I tre Minamoto non hanno pianificato ammodo la loro sorpresa, e si trovano a scoccare frecce controvento. Il che, col libbraggio ciofeca degli archi di questo periodo, è un grosso problema. Le frecce cadono a caso, picchiettano inoffensive sulle capocce del capetto Taira.

-I Minamoto.- Masakado strofina il pollice su un graffietto rimasto sulla carrozzeria dell’armatura. -Venivo proprio a cercar voi. Tempuccio oggi, vero?

-Vero.- Il maggiore dei fratelli sorride. -Abbiamo sentito dire che ti piacevano le sorprese…

-Oh, mi piacciono da morire.

Masakado e i suoi fanno a fettine i tre ragazzi Minamoto. Poi la loro bande. Poi si dicono “ormai abbiamo scaldato i cavalli, e la giornata è partita ad ogni modo, tanto vale continuare”.

I villaggi di Nomoto, Ōgushi, Ishida e Toriki sono messi a ferro e fuoco, i contadini massacrati, le donne stuprate, i campi distrutti, i villaggi obliterati. In un pomeriggio, una quindicina di chilometri quadrati di buona campagna sono rimodellati in una plaga di terra bruciata e ciccia per corvi.

Al villaggio di Ishida Masakado controlla le capocce mozzate.

-Toh, questa è di mio zio Kunika.

Kunika ha un figlio, Sadamori. Masakado lo conosce bene: hanno servito insieme alla Capitale. Solo che Masakado è tornato a casa a mani vuote, mentre quel damerino leccaculo sta facendo una bella carriera nell’Ufficio delle Scuderie.

-Dì…- Azzarda Maki -Quel tuo cugino alla Capitale… dici che si risente per questa faccenda che abbiamo ammazzato suo padre?

-Oh di sicuro.- Masakado ributta la capoccia di Kunika nel mucchio delle teste mozzate. Attorno a loro il villaggio arde, le donne urlano, i feriti sono trascinati fuori dalle baracche e sgozzati come agnelli. -Il lutto gli scombinerà il programma. Non puoi andare in ufficio se sei in lutto, i capi dicono che porti sfiga.

-Mi sembra un’idea cretina.

-Non sarebbe la prima idea cretina che hanno, alla Capitale.

-Allora che si fa?

Masakado fa un gesto vago. -Gli scriverò una lettera. Meglio che lo venga a sapere da me che non da qualche altro fesso che passa per caso.

-Che pensi di scrivergli?

-Oh, qualcosa tipo “Ciao cugino. Ho ucciso tuo padre. Mi spiace tanto, ma era al posto sbagliato al momento sbagliato. Potessi tornare indietro farei tutto diverso!”

-Davvero?

-No, non davvero razza di scimmia!- Masakado si arriccia un baffo. -Sai che pensavo… mio zio Yoshimasa non sta lontano da qui.

-Pensi che voglia vendicare suo fratello?

-Ah! Penso che è genero di Mamoru.- Fa un gesto verso quello che un tempo era un villaggio e che ormai è un girone infernale. -Questa è roba di Mamoru. Il che vuol dire che è della figlia di Mamoru. Il che vuol dire che è di mio zio. E ora che Kunika è morto è di mio zio a maggior ragione. E’ ovvio che cercherà di fare qualcosa di sconsiderato.

Masakado potrebbe tornare alla sua base e prepararsi a difendersi. Ma così facendo porterebbe il conflitto a casa. Inoltre, la sua banda è composta di gregari, ma anche di alleati (i banrui). Costoro seguono il capo per profitto o per timor, hanno poco da vincere e molto da perdere. Se Masakado mette fine alla spedizione e torna indietro, i banrui torneranno ai loro villaggi e il nostro perderà un sacco di prezioso manpower. Se vuole vincere contro Yoshimasa, deve restare sul campo.
C’è un problema però: Yoshimasa è un funzionario provinciale, e la pena per chi uccide un funzionario è, in teoria, la perdita di ogni diritto. Chi viene dichiarato Nemico dello Stato, non ha più nessuna protezione: chiunque può ucciderlo e pretendere una ricompensa.
Allo stesso tempo, la Corte è reticente ad applicare la legge in modo troppo severo. Fintanto che nessuno disturba i convogli di rifornimento, gli aristocratici tendono a catalogare i massacri nel Bandō sotto “so’ ragazzi”.

Masakado opta per una strategia di guerriglia e raid. Per otto lunghi mesi lui e i suoi allegri compari scorrazzano per Hitachi, costringendo suo zio Yoshimasa a corrergli dietro.

Questo ha un doppio beneficio: per un verso Yoshimasa è costretto a dissipare le proprie energie e sfiancare i propri partigiani, e allo stesso tempo non è in grado di andare in Shimōsa e spianare le basi di Masakado.

Masakado e un uomo a piedi, ricostruzione Osprey

Mentre questo teatrino si svolge tra pantani e foreste, la lettera di Masakado arriva alla Capitale, insieme a tante altre notizie per Sadamori: le sue terre sono state trasformate in cave di mota e gente bruciata, sua madre è rimasta barbona per la campagna, suo padre è morto e suo cugino sta seminando morte e distruzione col contagocce.

Senza por tempo in mezzo, il rampante burocrate ottiene un congedo (consegnatogli con le pinze e l’incoraggiamento “cavati subito di qui, te e la tua sfiga!”) e torna in tromba nel Bandō.

La situazione che trova è FUBAR.

Se Sadamori vuole avere una qualsivoglia chance di continuare una carriera decente, deve rimettere in sesto la propria base economica e ripartire il prima possibile. La prima cosa da fare è cercare la pace con suo cugino. Sadamori prende carta e pennello.

“Caro Masakado- scrive -Sono sicuro che avevi delle buon ragioni per uccidere mio padre. Sappi che non ho nessuna intenzione di vendicarmi, e se potessimo far pace di modo che io possa cavarmi il prima possibile da questo buco di merda tornare quanto prima alla capitale, credo che saremmo tutti e due più felici”.

Sigilla la lettera, la dà a un galoppino con la consegna “per mio cugino. Lo troverai probabilmente a sfilettare le truppe di mio zio in qualche posto strategicamente vantaggioso”.

La fine di Yoshimasa: la vittoria di Kawawa

Il 21 del decimo mese, Masakado si accampa senza troppa discrezione nei pressi del villaggio di Kawawa, nel distretto di Niihari.

Lieto di poter finalmente incastrare il nipote, Yoshimasa si affretta sul posto con tutta la precipitazione di un Dodo che vede per la prima volta una scialuppa portoghese e vuol fare amicizia.

E come il dodo, Yoshimasa ha una brutta sorpresa. Masakado non è scemo: lo sta aspettando.

Gli uomini di Yoshimasa si rompono le corna peggio degli egiziani nel Sinai. Secondo lo Shōmonki 60 dei guerrieri di Yoshimasa perdono la vita quella mattina d’autunno.

Può sembrare un numero ridotto, conto tenuto che nella sua vendetta Masakado ha distrutto 500 “focolai” (modo di contare i nuclei familiari), ma una sessantina di uomini costituiscono una ragguardevole banda di guerra. Con questa vittoria, Masakado ha annientato la banda personale di Yoshimasa.

Militarmente e politicamente parlando, Yoshimasa è finito. Sparisce dalle fonti e dalla scena, del tutto obliterato. Masakado ha ottenuto una vittoria totale.

Con l’autunno alle porte, il nostro ritorna a casa, pieno di bottino e gloria. Non solo ha protetto uno dei suoi gregari, non solo ha cancellato un fastidioso notabile rivale, ma ha anche fatto fuori due zii. Far fuori gli zii è sempre un gran piacere!

Sembra una storia a lieto fine (o forse no, dipende per chi fate il tifo), ma non è finita.

Come accennato nella sezione riguardante la famiglia, Masakado ha un altro zio. Un ultimo zio. E un cugino fellone.

Il grande casino nel Bandō è appena iniziato.

MUSICA!

Per chi volesse maggiori precisazioni sui guerrieri di questo periodo, rimando agli articoli sull’evoluzione del sistema militare e sulla banda di guerra.

Seconda puntata

Terza puntata

Quarta puntata
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YANASE Kiyoshi, YASHIRO Kazuo, MATSUBAYASHI Yasuaki, SHIDA Itaru, INUI Yoshihira, Shōmonki, Mutsu waki, Hōgen monogatari, Heiji monogatari, Shōgakukan, Tōkyō, 2002, p.7-130

FUJIWARA Tadahira, Teishin kōki (Notes journalières de l’ère Teishin), Iwanami shōten, Tōkyō, 1956

KAWAJIRI Akio, Shōmonki wo yomu (Lire le Shōmonki), Tōkyō, Yoshikawa Kōbunkan, 2009

KAWAJIRI Akio, Taira Masakado no ran (La révolte de Taira Masakado), Tōkyō, Yoshikawa Kōbunkan, 2007

KAWAJIRI Akio, Yuregoku kizoku shakai (Une société aristocratique tremblante), Shōgakukan, Tōkyō, 2008; L’ère des zuryō

KITAYAMA Shigeo, Ōchi seiji shiron (Essai historique sur la politique de la Cour), Iwanami shōten, Tōkyō, 1970

In lingua occidentale

HERAIL Francine, La Cour et l’administration du Japon à l’époque de Heian, Genève, DROZ, 2006

HERAIL Francine, La Cour du Japon à l’époque de Heian, Hacette, Paris, 1995

HERAIL Francine, Gouverneurs de provinces et guerriers dans Les Histoire qui sont maintenant du passé, Institut des Hautes Etudes Japonaises, Paris, 2004

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RABINOVITCH Judith N., Shōmonki, The story of Masakado’s Rebellion, Tōkyō, Monumenta Nipponica, Sophia University, 1986

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Genpei 1.3: Interludio

Continua la lungagnata infinita sulla Guerra di Genpei, uno dei conflitti più importanti della Storia del Giappone, nonché il glorioso bagno di sangue che apre la via al governo dei guerrieri.

Vi pare una lungagnata? Allegri: s’è appena iniziato!

La scorsa puntata avevamo lasciato Yoritomo e i suoi vincitori a tavolino dopo che la grande armata Taira è fuggita inseguita da temibili papere (true story).

Ora, Yoritomo non è il primo capetto capace di raccattare esagitati orientali e fare un mazzo gigantesco alle truppe governative. Ma cosa rende il nostro diverso dai precedenti ribelli?

Yoritomo è uno stratega prima di essere un tattico. Vincere sul campo è un buon inizio, ma non basta a tenerti in sella. Un capo deve consolidare le proprie basi.

Come prima cosa, il nostro prende cura di compensare i suoi alleati Miura e gli Shimokōbe confermando i loro diritti sui loro territori.

Ma accontentare i suoi sostenitori non è la sola incombenza: se Yoritomo ha una qualche voglia di campare vecchio, deve sottomettere il resto delle bande della regione orientale. Sarebbe antipatico se mentre assedi la Capitale qualche ambizioso bastardo ti mangiasse la groppa, nevvero?

Tra i vari problemi, abbiamo la provincia di Kōzuke: il governo provinciale è stato dato alle fiamme da dei partigiani Taira e tale Nitta Yoshishige, notabile locale della stessa linea dei Seiwa-Genji a cui appartiene Yoritomo, ha deciso bene di dichiarare la propria indipendenza, trincerandosi nella fortezza di Terao.

Altri guai fermentano nella provincia di Hitachi, dove altri lontani parenti, i Satake, sono in rivolta contro Yoritomo. Il loro capo, figlio di una donna dei Fujiwara di Hiraizumi (potente famiglia del Nord-est), tiene per i Taira. Il che è un problema, dato che i Satake sono una banda di tutto riguardo. Le fonti le attribuiscono 20.000 guerrieri, anche se è ovviamente un’esagerazione. Non solo: i Satake sono anche in lite per dei territori del nord di Shimōsa, e i loro contendenti sono i Chiba, alleati di Yoritomo.

Carta riassuntiva delle grane di Yoritomo. Sagami è la sua base.

Yoritomo riunisce il consiglio di guerra.

-Da che parte si comincia, capo? Tuo cugino in Kōzuke o tuo cugino in Hitachi?

-A volte penso di avere troppi cugini…

-Se può consolarti, non sono di primo grado.

-Oh guarda, questo cambia tutto!

-Intanto ringrazia che non abbiamo notizie di quello in Shinano, coso lì, Yoshinaka.

-Tanto meglio. Anzi, sai che ti dico? Siccome non voglio rischiare di vedermelo davanti, cominciamo con Hitachi.

Il 27 del decimo mese Yoritomo scende in campo per estirpare i Satake.

-E’ un giorno sfigato.- fa l’astrologo. -Dovresti restare a letto.

-Ma che, ancora? Non avevamo superato ‘sta manfrina l’ultima puntata?

-Oh uomo di poca fede!

-Sì sì, come no, IN MARCIA!

Hitachi è la provincia dei Satake. Avendo saputo dell’arrivo del nostro, uno dei figli del capo, Hideyoshi, si asserraglia nella fortezza di Kanasa. L’equivalente tattico di “ah, vuoi fare a botte? VUOI FARE A BOTTE?”

Prima di attaccarli, Yoritomo s’installa nel governo provinciale.

-Kanasa è una noce dura da rodere.- osservano i suoi. -Come conti di prenderlo?

-Intanto ci vuole un parente per fottere un parente. Kazusa Hirotsune! Qualche idea?

-Hai presente il tizio asserragliato in Kanasa? Suo fratello maggiore ha accettato un mio invito!

-Quale fortunata coincidenza! Uccidilo.

Il disgraziato viene prontamente acciuffato e scapitozzato. Questo scatena un gran casino nella famiglia, che inizia a disfarsi, ma Hideyoshi non molla. Kanasa è ben piazzato, chiunque voglia prenderlo dovrà sanguinare.

Il castello di Kanasa (fonte nella Bibliografia)

I vassalli ponderano.

-Arrampicarsi lì sarà una merda.

Yoritomo non si scompone. -Ho già detto che ci vuole un parente per fottere un parente?

Hideyoshi ha un caro zio di cui si fida. Il caro zio di cui si fida è un traditore. Grazie a lui, gli uomini di Yoritomo arrivano al castello, l’attacco colpisce Kanasa come un maglio. Tradito dal proprio sangue (come da antica e consolidata tradizione), Hideyoshi deve ritirarsi precipitosamente e abbandonare le proprie terre. A Yoritomo non resta che raccattare quello che il fuggiasco ha abbandonato e distribuirlo tra i suoi per compensare il loro sudore e la loro lealtà.

In pratica, con la propria rivolta mancata, Hideyoshi ha fornito a Yoritomo un cospicuo bottino con cui controllare i propri vassalli.

Ricordiamo, tutta questa gente è tutta della stessa grande famiglia. Giusto per rimettere le cose in prospettiva: quando siete inchiodati al cenone di Natale con gente che sopportate appena, pensate che c’è chi è stato peggio.

-Bene.- fa Yoritomo. -Il grosso è fatto, alla faccia dell’astrologo. Ora possiamo anche tornare a Kamakura per-

-Sire! Haha, eh… vi ricordate quando si diceva di Yoshinaka, che non avevamo notizie…

-Oh no.

-Come dire…

Dove?

-Nel nord di Kōzuke.

Per Yoritomo i parenti sono un po’ come giocare a Wac-a-mole, hai appena tirato una martellata in testa a un cugino, che ne salta fuori un altro!

Cavaliere in armatura pesante

Yoshinaka è un tipo pericoloso: è un buon comandante e la sua banda è di tutto riguardo. Kōzuke è una provincia su cui la presa di Yoritomo non è solida, e su cui Yoshinaka ha saldi appoggi da parte di diversi distretti e molte famiglie guerriere.

La situazione è tesa. Non c’è molto affetto tra i due cugini, e entrambi hanno un ego di proporzioni astronomiche. L’ostilità sfrigola. Cosa farà il nuovo arrivato? Attaccherà? Si sottometterà?

I due potrebbero scatenare un nuovo bagno di sangue. Potrebbero spaccare il clan una volta per tutte e regalare la guerra ai Taira.

Destino vuole che né Yoritomo né Yoshinaka siano così cretini. Dopo essersi guardati in cagnesco, i due si rendono conto che nessuno dei due trarrebbe vantaggio a scatenare uno scontro: le loro basi non sono ancora abbastanza solide, e i loro nemici alla Capitale non aspettano altro.

Finiscono per ritirarsi in un raro esempio di buonsenso.

E non sono i soli. Il succitato Nitta Yoshishige, il ribelle di Kōzuke, calcola che lui e i suoi sono pesci troppo piccoli in un oceano con sempre più squali. E’ il momento di ripararsi sotto l’ala di un capo: si sottomette a Yoritomo nel dodicesimo mese. E’ la fine del 1180, il grosso del Kantō è ormai nelle sue mani.

Yoritomo riesce finalmente a tornare a casa. Ed è ora. A Kamakura, nasce il primo embrione di un nuovo organo di governo.

Alla differenza dei ribelli che lo hanno preceduto, come Taira no Masakado, o degli arrampicatori professionisti, come Taira no Kiyomori, Yoritomo ha le idee chiare. Una nuova era richiede nuove idee e nuove priorità.

E la priorità principale è trovare un modo per controllare i guerrieri. Tanti guerrieri. Qualcosa che permetta di gestire e amministrare la più grande banda che il Giappone abbia mai visto.

Se la legittimità irradia dall’Imperatore, Yoritomo ha un solo modo per riuscire: diventare un anello obbligatorio tra i capi militari e la Fonte di legittimità.

Yoritomo crea il samuraidokoro, l’Ufficio dei Guerrieri. Lo scopo dell’Ufficio è controllare le attività dei vassalli principali (i gokenin). Non è più la Corte (in quanto meccanismo di leggi e funzioni) a garantire i diritti dei guerrieri: è Yoritomo.

E’ il primo embrione di quello che sarà a breve il Bakufu, il Governo dei Guerrieri.

Mentre una nuova forma di governo nasce nella provincia di Sagami, i Taira della Capitale sono occupati con altre gatte da pelare. La minaccia dell’Est non basta a far loro dimenticare che pochi mesi prima i monaci di Nara hanno preso le parti del Principe Imperiale Mochihito, provocando la Battaglia di Uji. A Taira no Kiyomori prudono le mani per un po’ di sana retribuzione. Suo figlio prediletto Shigemori, quello che secondo lo Heike monogatari metteva un freno al temperamento esplosivo di Kiyomori, è morto da poco. Nessun moderato baciapile si erge più tra il grande Ministro e i suoi nemici.

La faccenda è delicata: Nara è il centro spirituale del Paese, la Città dei Templi, prendersela con lei potrebbe attirare cattivo karma, oltre che essere un disastro apocalittico da un punto di vista propagandistico. L’Imperatore Takakura vuole a ogni costo evitare danni troppo grandi.

Non aiuta il fatto che i monaci siano sul piede di guerra e feroci oppositori dei Taira.

Uno potrebbe pensare che non sia savio stuzzicare i Taira, specie quando non hai i numeri né i mezzi di difenderti a dovere. Ma come dice il grande principio militare esemplificato dal Gen. Melchett: “If nothing else works, a total pig-headed unwillingness to look facts in the face will see us through.

A due riprese la Corte prova a spedire dei funzionari civili per convincere i monaci a darsi una calmata.

Il primo temerario è il Direttore del Collegio per l’incoraggiamento agli studi. La sua missione va benissimo.

-Un palanchino!- Urlano i frati -C’è dentro un burocrate! Chiappalo e tagliagli il ciuffetto di testa!

Il secondo a tentare la fortuna è un ufficiale della Guarda delle Porte, sezione sinistra.

-Daje un altro, vai di forbici!

Anche il secondo riesce a scappare. Non così due dei suoi accompagnatori, che sono mollati dopo un rapido passaggio sotto il rasoio. Kiyomori comincia a perdere la pazienza. Anche perché i frati non hanno intenzione di abbozzare: il nuovo gioco a Nara è una versione del calcio, solo che la palla si chiama “Kiyomori”. Non sto scherzando. L’umorismo da scuola elementare scorre potente nei monasteri.

-Forse i burocrati non bastano a spaventarli.- Ragionano i Taira. -Proviamo a mandargli un ufficiale della polizia provinciale con cinquecento uomini.

Non si tratta di una missione offensiva (i tizi non sono armati), quanto di una dimostrazione di muscolo.

Non funziona un granché.

I monaci mettono le mani su una sessantina di guerrieri, e questa volta non tagliano i loro capelli: li scapitozzano direttamente. Perché fanculo la non-azione e la pace di spirito, se non li decapiti quando sono disarmati sei un fesso!

Solo che pestare la coda di Kiyomori è uno sport pericoloso. Il nostro ha una filosofia di vita riassumibile in due precetti: “la mia famiglia prima della tua” e “se vuoi la rissa, ti do la rissa”. L’ordine viene dato, i cavalieri Taira partono per Nara. Ce ne è voluta, ma finalmente i monaci hanno la loro bella guerra.

Secondo lo Heike monogatari, le forze in campo contano 40.000 cavalieri per i Taira, contro 7.000 monaci. Ancora, si tratta senza dubbio di esagerazione, ma dà un’idea della proporzione della spedizione.

I monaci si asserragliano sulla collina Narazaka e nello Hannyaji, fanno un bel fossato di traverso alla strada, tirano su i loro mantelletti, e aspettano. I Taira non si fanno pregare. Verso le sei di mattina l’armata governativa investe le due posizioni.

I monaci combattono con tutto l’ardore che hanno, ma non c’è partita: morte piove dal cielo, le frecce grandinano sulle teste pelate, le trasformano in puntaspilli.

Il sole cala, e il massacro non è ancora finito. Uno potrebbe quasi pensare che andare a stuzzicare i calabroni della Capitale fosse una cattiva idea dal principio.

Il buio s’infittisce, senza luna e senza stelle. Diventa difficile vedere a un palmo, ma il comandante dei Taira è un uomo pratico. Se non puoi vedere il tuo nemico, dagli fuoco.

Le casupole dei dintorni s’infiammano come torce, il vento gonfia le fiamme e presto altre case bruciano, e magazzini, e templi. Il Tōdaiji e il Kōfukuji, due tra i templi più grandi e più antichi, vanno in fumo come cerini.

Vecchi monaci incapaci di camminare, grandi studiosi, amati accoliti, donne e bambini erano scappati nel caos sul terreno del Kōfukuji. Al Tōdaiji più di mille persone si arrampicarono sul secondo piano del tempio del Grande Buddha e ritirarono le scale per impedire al nemico di inseguirli. Le fiamme fameliche ingolfarono la massa accalcata di gente. Peccatori che ardono nell’Inferno senza fondo non hanno mai cacciato grida sì orribili.

Heike monogatari

Si tratta del rogo che distrusse la prima statua del Grande Buddha (quella attuale non è l’originale). Icone, pitture, archivi, libri, uomini, donne, tutto viene incenerito dalla vendetta dei Taira. In una sola notte, due dei templi più prestigiosi del Giappone sono un mucchio di cenere e corpi carbonizzati. Dal portale dello Hannyaji dondolano teste mozzate. Altre capocce sono portate alla Capitale come souvenir.

L’idea sarebbe do passeggiarle per le strade e poi appenderle agli alberi degli incroci. Sia mai, magari la gente smetterà di sghignazzare per quella faccenda del fiume Fuji!

Alto una quindicina di metri, il Daibutsu attuale è una statua del Periodo Edo. In particolare la testa era stata del tutto distrutta dal rogo.

Tuttavia l’Imperatore è un pochettino scosso, come il resto della Corte. A quanto pare la missione è stata troppo distruttiva per i loro delicati gusti aristocratici. Kiyomori decide che è meglio soprassedere, per una volta.

-Niente sfilata delle capocce?- Fanno i suoi. -I ragazzi saranno delusi.

-Oh, sai com’è, se la gente non si diverte diventa di cattivo gusto. Meglio lasciar perdere.

-E con le teste pelate che ci facciamo?

-Boh, quello che vi pare.

Le teste finiscono buttate in fossi e rigagnoli di scolo.

Tirando le somme, mentre la regione centrale brucia, il primo Piccolo Governo di Kamakura è nato nella provincia di Sagami. Ci vorranno altri 4 anni di guerra per poter stabilire la supremazia Minamoto.

E Yoritomo non ha ancora finito di fare i conti con i suoi troppo numerosi parenti.

MUSICA


Puntate precedenti:

Genpei 0.1

Genpei 0.2

Genpei 1.0

Genpei 1.1

Genpei 1.2

Bibliografia

FARRIS William Wayne, Heavenly warriors, Harvard University Press, 1995, Cambridge

FRIDAY Karl, Samurai, warfare and the state, Routledge, 2004, New York

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UESUGI Kazuhiko, Genpei no sōran, Yoshikawa Kōbunkan, 2007, Tōkyō

Fonte dell’immagine del castello di Kanasa