Storie che precorrono i tempi: Gaslight

Contrariamente a quanto si possa pensare, la Tenger non è stata arrestata per traffico illecito di foto di gatti, si è solo trovata imburbata in un ginepraio di grane di cui 65% legate all’Obsolescenza Programmata degli anziani del clan.

Per celebrare le fine di questo intervallo di grane, ho deciso di parlare di un argomento leggero e piacevole: la tortura psicologica.

Oggi parliamo di Gaslight.

gaslight!

Public Service Announcement: gaslighting

In molti avrete sentito questo termine buttato in giro: gaslighting. La American Dialect Society lo aveva selezionato come “Most Useful/Likely to Succeed” come parola dell’anno per il 2016.

In fin dei conti vinse “dumpster fire” (lol), ma è vero che gaslighting è diventato molto popolare da quando Trump è al governo (incredibile, lo so).

Trumpismo a parte, gaslighting è comunemente usato per descrivere situazioni di maltrattamento coniugale, sette religiose e propaganda politica per mentecatti.

Il termine gaslighting indica una serie di comportamenti che mirano a invalidare e demolire la percezione della realtà dell’interlocutore, i suoi sentimenti e i suoi limiti.

In un articolo del 22 gennaio di quest’anno, Psychology Today elenca 11 segni allarmanti associabili con il galighting: tra questi spicca mentire in modo sfacciato, negare l’evidenza, l’uso del ricatto affettivo come arma, una discrepanza marcata tra le parole e le azioni…

“Lo sai che ti amo tantissimo e voglio solo proteggerti, non ho mai detto che non mi fido di te, e non è vero che ti ho dato della puttana, pensa a come ci resterebbero i bambini se dovesse succederti qualcosa, e hai considerato come mi sento io quando vai fuori vestita così? TORNA QUI, MALEDETTA PUTTANA!”

Insomma, ci siamo capiti.

A tutti è successo di essere vittime di una o più di queste tecniche, nell’intimità della propria famiglia, in ufficio o in pubblico. Chi si ricorda quel momento magico in cui Kellyann Conway, consigliere della Casa Bianca, coniò il termine alternative facts?

Il termine comincia a essere usato in Psicologia negli anni ’60: nel 1969 Barton e Whitehead lo usano per descrivere dei casi in cui tecniche del genere sono state impiegate per ottenere che un parente molesto fosse diagnosticato matto e rinchiuso.

In realtà già negli anni ’50 questo tipo di rapporto patologico interessava i ricercatori. Nel 1954 Revitch parla di “paranoia coniugale”, ovvero un fenomeno in cui nella coppia l’individuo con sintomi ansiosi è quello sano e il vero malato è quello che pare del tutto asintomatico.

Nel1955 Arieti si preoccupò di studiare i meccanismi perversi attraverso cui un soggetto patologico riesce a “far impazzire il partner”, in particolare creando situazioni tali da scatenare stati psicotici in qualcuno di sano mentre la persona veramente malata (all’origine della situazione) non mostra alcun segno di psicosi.

Il gaslighting richiede 2 soggetti: chi lo pratica, e una vittima suscettibile (per qualsivoglia ragione) di interiorizzare ciò che il gaslighter proietta su di loro. In “The Gaslighting Syndrome”, comparso nel Canadian Journal of Psychiatry nel 1982, Kutcher afferma che caratteristiche essenziali per questo fenomeno in seno a una coppia sono: una relazione sadomasochistica tra i coniugi, gelosie sessuali e un tentativo deliberato, da parte del partner aggressivo, di porre fine alla relazione facendo ricoverare il congiunto.

Come sottolineato da Sweet in “The Sociology of Gaslighting”, uscito l’anno scorso nell’American Sociological Review, il gaslighting non ha solo una dimensione psicologica, ma sfrutta il contesto culturale e sociale contingente, come ad esempio un’associazione culturalmente radicata tra femminilità e irrazionalità. Certi contesti si prestano più di altri a questo tipo di tortura psicologica.

E’ però interessante notare che il termine non nasce nel contesto della medicina psichiatrica.

“Gaslight” o “Gaslighting treatment” era un’espressione gergale in America già negli anni ’50, comparendo per la prima volta in televisione in un episodio di The Burns Allen Show del 1952

Ma da dove viene il termine?

La risposta più succinta è: da un teatro londinese. Ma andiamo con ordine.

Gaslighting: What You Need to Know – HAWC

E’ il 1944, e sul grande schermo esce Gaslight, un film gotico di ambientazione vittoriana, protagonista la giovane Paula (Ingrid Bergman) e il suo esotico e misterioso marito Gregory (Charles Boyer).

Il gotico è un genere che nasce nel romanzo nel XVIII° e resta particolarmente popolare per più di duecento anni, specie tra le donne. E’ generalmente caratterizzato da una protagonista femminile che si trova confinata in una magione, attorniata da minacce misteriose, di solito associate in qualche modo alla sfera sessuale.

Tra 1940 e 1948 il cinema americano produce una notevole sventagliata di filmoni gotici, da Rebecca (1940) a Sleep My Love (1948). Le storie di questo tipo hanno spesso elementi ricorrenti: una protagonista giovane e innocente incontra un uomo affascinante, misterioso (spesso più anziano), per cui prova attrazione e timore. Dopo un breve ed appassionato corteggiamento, la pollastra sposta il Bello Misterioso e i due rifluiscono in una Casa Gigante e Antica legata in qualche modo al passato o al lignaggio di uno dei due. Lei si trova quindi smarrita e imprigionata nel palazzo, dove si manifestano fatti sempre più strani e inquietanti, che la portano prima a dubitare dell’amore del Bello Misterioso, e poi a chiedersi se il tizio non voglia farla fuori.

Rebecca (1940) | Rhyme and Reason
-In che storia siamo?
-Una dove la fanciulla giovane e naive sposa il bello ricco e misterioso. incontrato ieri

-Voglio scendere!

Il fatto che gli anni ’40 conoscano un revival di questo genere di esplorazione freudiana del sesso non deve sorprendere: questi film tendono a essere popolari presso le donne, e durante la guerra le donne diventano un pubblico pagante moto importante per l’industria.

Non solo: il gotico ha spesso un potenziale sovversivo non indifferente. Il genere è stato spesso interpretato come un’allegoria della donna che, trovandosi stretta nel suo ruolo tradizionale di mogliettina ingenua e obbediente, cerca di liberarsi dal controllo del marito-padrone (letteralmente la donna imprigionata in una casa antica e cadente).

Negli anni ’40, molte donne si trovano a dover abbandonare quello che era considerato il loro ruolo tradizionale di casalinghe, finiscono in fabbrica, finiscono nell’esercito. Come era già accaduto durante la Prima Guerra Mondiale, si apre un periodo di transizione in cui i ruoli sociali sono rimessi in discussione e molte si ritrovano a svolgere mestieri considerati fino ad allora prettamente maschili.

A questo proposito consiglio un video del mio divulgatore preferito, Indy Neidell.

La situazione evolve bruscamente quando, finita la guerra, centinaia di migliaia di donne si trovano ricacciate a pedate nei loro vecchi ruoli, cosa che lascia molte confuse, insoddisfatte, e con la netta sensazione di essersi fatte fregare.

Non solo: subito prima dell’entrata in guerra gli Stati Uniti avevano registrato un boom senza precedenti di matrimoni affrettati. E ora che Johnny torna dalla guerra bello spettinato dallo shellshock e pieno di malattie veneree fino agli occhi, arriva il boom dei divorzi e delle separazioni. Pure questo ha contribuito al successo del motivo dello “sposare uno sconosciuto e trovarsi imprigionata in una situazione orribile” così comune nel gotico.

In generale, il gotico parla di una donna che si trova in una situazione nuova e potenzialmente pericolosa che non sa bene come interpretare. La sua percezione del mondo è valida? I suoi sospetti sono giustificati? O è solo una fanciulla confusa (e un po’ frigida) che semplicemente non capisce?

Il famoso ma sono io che sbaglio?

Un sentimento che doveva accomunare molte donne in quel decennio.

Nei film gotici di inizio decennio, i sospetti di lei si avverano di solito errati, come in Rebecca (1940) o in Suspicion (1941). No, il marito non la odia/non sta cercando di ucciderla, è lei che ha frainteso. Il lieto fine viene quindi concesso a un prezzo: l’invalidazione dell’esperienza della protagonista. Il nemico non è mai stato il marito (anche se magari questi compie atti oggettivamente aberranti durante il film): il nemico sono le insicurezze che offuscano la testolina innocente di lei. Il film è visto dal punto di vista di lei, ma, per nostra fortuna, c’è un personaggio maschile (il marito), che ha la capacità di correggere i vizi nella percezione di lei e svelare l’inghippo.

La cosa interessante è che nel contesto culturale dell’America del 1941, non proprio il picco del femminismo, molti spettatori non apprezzano questo tipo di twist. Probabilmente essendo stati portati a vedere il mondo dal punto di vista di lei, la facile risposta “no, va tutto bene, sei tu che sei insicura e non capisci” non poteva essere soddisfacente. In altre parole, gli sceneggiatori facevano del gaslighting nei confronti del pubblico, e ciò non è mai soddisfacente.

Nel 1941 ancora non esisteva una parola per descrivere questo ribaltamento arbitrario della realtà, ma Hollywood percepisce presto che una fetta del pubblico pagante non è contento. Nei film di durante e dopo la guerra, la struttura del film cambia, si risolve con una validazione dell’esperienza di lei. Sia in Shadow of a Doubt (1943) che in Sleep, My Love (1948) i sospetti di lei sono più che fondati.

Fino a Rebecca il Bello Misterioso, l’Eroe “Byroniano”, è qualcuno che sotto gli spigoli ama teneramente l’eroina (lei è troppo immatura per rendersene conto, poverella). Ma con la guerra la musica cambia.

Il comportamento rude e paternalistico, segno di affetto e di mascolinità fino al 1941, cessa di essere considerato tale. Non è un tratto mascolino, è un campanello di allarme che suggerisce gravi turbe nel personaggio maschile.

In questa seconda fase i mariti sono predatori che stanno deliberatamente demolendo la sanità mentale delle mogli, distruggendo la loro fiducia in loro stesse e nel proprio giudizio. Non solo: spesso in questi film il marito sfrutta il vantaggio sociale ed economico offertogli dal contesto per imprigionare e maltrattare la moglie, aggiungendo una sottile critica politica.

Hitchock Pitches 'Curve Balls' During Film Festival | WGLT
-Credimi, sono una brava persona!
-Uh oh, nice guy alert…

Ma non crediate: questi film sono comunque tirati fuori da Hollywood, e il messaggio potenzialmente sovversivo del gotico viene ovviamente stemperato e smorzato: è sempre un personaggio maschile a confermare l’esperienza dell’eroina, a confermare che i suoi sospetti sono legittimi. Come si accennava in questo articolo, alla fine la narrativa dominante è comunque la narrativa della classe dominante.

Nei film americani spesso questo deuteragonista positivo è giovane e figo e con un interesse romantico più o meno credibile verso la protagonista. Il messaggio implicito è che il sistema patriarcale in cui si svolge la storia (che pure ha permesso al cattivo di angariare la protagonista per due ore di film) non ha niente che non va, è lei che ha scelto male il marito. Al secondo giro andrà tutto certamente meglio. Si capisce che questo nuovo arrivato è più gentile, che sarà comunque il partner dominante (ovvio!), ma che sarà meno tirannico e autoritario dell’altro.

Ti senti oppressa da una società patriarcale? Prova il Patriarcato-light!

La versione americana di Gaslight si situa perfettamente in questa vena.

Le origini

Gas Light - Wikipedia

Gas Light nasce il 5 dicembre 1938 nel Richmond Theater di Londra: si tratta di un thriller in tre atti ambientato nel 1880, frutto della penna di Patrick Hamilton.

Hamilton, commediografo e romanziere, è anche l’autore della pièce originale Rope (1929), adattata da Alfred Hitchcock nel 1948 e già citata da questo blog in riferimento alla tecnica della finta scena-continua, perfezionata in modo straordinario nel recente 1917.

Nella pièce, Bella è la moglie infelice e nervosa di Jack Manningham, un marito tirannico, distante e infedele che non perde mai occasione di bistrattare la moglie e i suoi bizzarri comportamenti. Comportamenti di cui Bella non ha assolutamente memoria, ma che Jack insiste essere frequenti e molesti.

Ogni notte, Jack esce senza offrire troppe spiegazioni. Bella nota che durante l’assenza del marito, le luci a gas della casa baluginano in modo inconsueto, ma Jack è categorico: non c’è nessuna anomalia nell’impianto, Bella vede roba che non esiste, Bella sta diventando pazza ed è ormai una un fardello senza valore sulle sue spalle.

La crudeltà di Jack è resa efficace non solo dal contesto storico e sociale in cui si svolge il dramma (in quanto moglie, Bella è letteralmente alla mercé di suo marito), ma fa leva sulle debolezze e il trauma pregresso di Bella: la madre di lei è impazzita, e Bella teme di finire nella stessa maniera. Un timore che Jack conosce e sfrutta senza ritegno.

Gas Lighting in the Victorian Age | Ringling House Bed and Breakfast
Luce a gas in casa: in miglior modo per leggere la sera o morire avvelenati nella notte!

Bella comincia a credere di star davvero impazzendo, quando si presenta alla porta un poliziotto: Rough, lo sbirro, le racconta che la casa dove abita era una volta la residenza di una ricca donna di nome Barlow, assassinata da qualcuno che certamente cercava i suoi famosi e preziosi gioielli. Né l’assassino né i gioielli sono mai stati trovati, ma Rough ha il forte sospetto che Jack sia legato a questo vecchio crimine.

La pièce ha successo, e arriva trionfante in America col nome di Angel Street, dove per 3 anni di fila è ripetuta a Broadway, recitata da niente meno di Judith Evelyn (Rear window, 1954; Giant, 1956) e il leggendario Vincent Price (A Royal Scandal, 1945, Abbott and Costello Meet Frankenstein, 1948, House of Wax, 1953, House of Usher, 1960… insomma, una frana di film, molti horror, è Vincent Price, Rattigan in The Great Mouse Detective, sapete chi è!).

Making the Unbelievable Believable: Vincent Price on Playing the Villain,  Elizabethtown, KY, 1980 | Seeker of Truth
Vincent Price e Judith Evelyn

Visto che era andata così bene a teatro, gli inglesi decidono di adattarla per il cinema.

Il primo film

Gaslight (1940) - IMDb

Nel 1940 Gaslight esce in sala sotto la direzione del prominente regista Thorold Dickinson (alcuni lo conosceranno per The Queen of Spades, 1948). Nel ruolo dei due personaggi principali abbiamo Anton Walbrook (Victor and Victoria, 1933, The Life and Death of Colonel Blimp, 1943, The Queen of Spades, 1948, I Accuse!, 1958) e Diana Wynyard (On the Night of the Fire, 1939, Kipps, 1941).

Entrambi sono già attori famosi nel 1940. Walbrook è di origini austriache, e questo viene inserito nel film, dove il marito, ora chiamato Paul Mallen, parla con un indefinibile accento e ha misteriose origini forestiere. E’ ormai cominciata la Seconda Guerra Mondiale, e sia nel film originale che nel remake americano il cattivo diventa uno straniero, un continentale.

Gaslight (1940 and 1944) | Movie classics
“I fart in your general direction!”

L’originale inglese segue molto da vicino la pièce teatrale. Ms. Boyer è una ricca zitella. Tra i suoi vari beni, un pugno di rubini che da soli valgono migliaia e migliaia di sterline.

Una notte, un ladro aggredisce Ms. Boyer e la uccide, ma, pur mettendo a soqquadro la casa, è chiaro che non riesce a trovare i rubini. Sconfitto, l’assassino strappa al cadavere un medaglione e fugge.

Anni dopo, il detective Rough esce di messa in Angel Street, accanto alla casa del crimine, e nota che la villa è di nuovo abitata. I nuovi inquilini sono un uomo dall’aria familiare e la moglie, una donna dallo sguardo nervoso, infelice e sfuggente. Rough era nella squadra che per prima investigò l’omicidio in Angel Street, e il delitto irrisolto gli è sempre rimasto di traverso, anche perché Rough aveva un sospetto: il nipote della vittima. Purtroppo l’indagine si era conclusa in un nulla di fatto.

I nuovi arrivati però risvegliano la vecchia ossessione di Rough, che decide di ficcanasare con discrezione.

Viene presto a sapere che si tratta effettivamente di una coppia sposata: Bella e Paul Mallen, e che lei, a detta della serva, è un po’ pazza. Si dimentica cose, è cleptomane, nasconde oggetti a caso per poi scordarsi dove li ha messi…

Molto presto scopriamo che in realtà Paul Mallen sta attivamente minando la salute mentale di sua moglie. E’ Paul che nasconde gli oggetti, ed è Paul che alza la voce, si mostra ferito e offeso quando lei protesta la propria innocenza, è Paul che relega la moglie in casa e la isola dalla famiglia, perfino dal cagnolino di lei, l’unica creatura che le è rimasta come compagnia.

Nel suo pezzo “Two or three things I know about Gaslight”, Sarris afferma che i personaggi della pièce e del film non sono veri e propri personaggi quanto “tipi”: la mogliettina virtuosa e vittima, il marito malvagio, la cameriera zoccola…

In realtà i profili psicologici di Bella e Paul sono estremamente raffinati, e corrispondono alle caratteristiche descritte dalla psicologia 30 anni dopo il film.

Bella è cresciuta in un contesto estremamente patriarcale. Capiamo che è orfana e che è cresciuta con dei cugini, cosa che può averla resa particolarmente vulnerabile al love-bombing di un abile manipolatore. Sappiamo che ha sposato Paul nonostante i suoi cugini disapprovassero, e che si è trovata gradualmente isolata e allontanata da amici e parenti. Sola e lontana da ogni altro contatto umano che non sia il marito, Bella esita perfino a comparire a una finestra, per paura di indispettire Paul, da cui ormai è del tutto dipendente (economicamente ma anche emotivamente). L’unico suo affetto è ormai un cagnolino, ma pure questo non va bene, e Paul le vieta di tenerlo in carte stanze, spesso con la velata minaccia di sbarazzarsene proprio.

Bella non crede di essere pazza, Bella sa di non aver nascosto oggetti, ma non ha altri riferimenti che Paul. Rinchiusa in casa, privata di ogni possibile contatto umano, Bella gradualmente deperisce.

Il personaggio di Paul è uno dei migliori antagonisti che mi sia capitato di vedere in un melodramma.

Paul è freddo e calcolatore, ma assolutamente capace di apparire affezionato e gioviale. Paul alterna la tortura psicologica a momenti di apparente tenerezza e attenzioni. Paul scherza, sorride, suona il pianoforte per sua moglie, e per un attimo possiamo capire come Bella si sia innamorata di lui. E’ bello, sicuro di sé, protettivo, sagace.

Ma non è che una strategia, volta a rinforzare la dipendenza psicologica di sua moglie. Da un momento all’altro, Paul cambia. Umilia Bella flirtando apertamente con la cameriera, la accusa di essere una cleptomane, mente spudoratamente e nega di aver mentito anche davanti all’evidenza, torreggia su Bella, la minaccia, ma soprattutto la incolpa. E’ colpa di Bella se il loro matrimonio non funziona, è colpa di Bella se lui si arrabbia, è Bella che lo costringe a prendere certi provvedimenti.

In un passaggio particolarmente angoscioso, Bella supplica il marito di permetterle di andare a trovare i cugini. Paul ovviamente è irremovibile, ma per consolarla le propone di uscire. E’ qualcosa che non fanno da tantissimo tempo, e che riempie Bella di gioia. Ma è subito chiaro che Paul non ha un momento di compassione, e che si tratta dell’ennesimo trucco.

Lo scopo di Paul è presto chiaro: far ricoverare Bella.

Come accennato, il contesto storico e culturale entra in gioco: quando il cugino di Bella si presenta alla porta, preoccupato per lei, Paul ha ogni diritto di impedire l’incontro, ed è precisamente ciò che fa. Bella sembra non avere scampo.

Il titolo del film, come quello della pièce originale, deriva dal baluginio dei lumi a gas. Nottetempo, Paul sgattaiola nell’attico della casa, dove è ammucchiata la roba della morta, e cerca i rubini. Questo provoca rumori di passi e una fluttuazione nella fiamma dei lumi, che Bella nota subito. Quando Bella prova a parlarne con Paul, Paul semplicemente nega e la tratta come una pazza.

Fuori dalla casa, Rough e la famiglia di Bella si organizzano per soccorrerla prima che il marito provochi troppi danni e prima che la faccia rinchiudere in un grullocomio.

Come si intuisce presto, Rough scopre che Paul è molto probabilmente il nipote e l’assassino di Ms Boyer e che è tornato con un nuovo nome per cercare i rubini.

In un’ultima scena, Bella ha l’occasione di prendere la sua rivalsa sul marito, ed è alla fine di questo momento culmine che i ruoli si ribaltano completamente. Appare finalmente chiaro che Paul non è solo una carogna, Paul è malato. E’ pazzo da legare. E’ sempre stato pazzo da legare, lo era quando ha strangolato Ms Boyer e lo era mentre torturava sua moglie.

Un pazzo che pur avendo sposato una bella donna innamorata, obbediente e ricca, è rimasto fissato in modo maniacale sui famosi rubini. Quando riesce a liberarsi, Paul non cerca di scappare o di aggredire Bella: Paul si getta sui rubini. La recitazione di Walbrook è eccellente in questo frangente e veicola in modo efficace la profonda malattia di Paul.

Il remake

Gaslight (1944) Official Trailer - Charles Boyer, Ingrid Bergman Movie HD -  YouTube

Il film non fu preso molto sul serio dalla critica, ma al pubblico piacque. Dopo il discreto successo della pièce a Broadway, i diritti per il film furono comprati dalla Metro-Golwyn-Mayer, che pretese la distruzione di tutte le copie esistenti dell’originale inglese. Altro che cancel culture!

Per nostra fortuna, la MGM non riuscì ad annientare l’originale, che restò praticamente introvabile fino agli anni ’70.

Nella versione americana, proiettata nel 1944, i personaggi sono ribattezzati Paula (Ingrid Bergman) e Gregory Anton (Charles Boyer). Ah, e la cameriera zoccola è interpretata da una giovane Angela Lansbury!

A Penchant for the Master: Angela Lansbury in Gaslight – Pale Writer
“Da grande voglio fare l’assassina seriale la romanziera di gialli”

Il regista a questo giro è il leggendario George Cukor, conosciuto in particolar modo per la maestria con cui riusciva a mettere in scena i personaggi femminili. Per molti si tratta di un vero e proprio “regista delle donne” (che non era un complimento ai tempi e lui non era proprio entusiasta di questo appellativo).

Di sicuro molti conosceranno almeno alcuni dei film di Cukor: Little Women (1933), fu il primo regista di Gone With the Wind (1939, poi rimpiazzato da Victor Fleming), My Fair Lady (1964), Love Among the Ruins (1975)…

Charles Boyer aveva già avuto una carriera degna di nota, tra cui alcuni classici come Break of Hearts (1935) o Hold Back the Dawn (1941), spesso nei panni dell’amante sensuale e vagamente esotico. Quanto a Ingrid Bergman, la nostra aveva pure all’attivo una serie di film notevoli, tra cui Dr Jekyll and Mr. Hyde (1941), Casablanca (1942) e For Whom the Bell Tolls (1943), per il quale era stata anche nominata come Miglior Attrice. Niente Oscar per la Bergman nel 1943, ma niente paura, arrivò nel 1944 proprio per il suo ruolo in Gaslight!

Il remake resta molto simile al film originale, ma cambia numerosi elementi di contorno che conferiscono un carattere molto diverso alla storia. Tanto per cominciare il film americano è più lungo di ben 30 minuti rispetto all’originale inglese. Nell’originale la storia comincia a un punto in cui Paul ha iniziato a maltrattare e isolare la moglie già da un po’. La manipolazione e il love-bombing sono insinuati, intuibili.

Il remake mostra invece l’inizio della relazione. Se da un lato non si sente la mancanza di questo preambolo nel film inglese, dall’altra questa parte del film americano è narrata in modo sottile ed elegante. Rispetto a quello inglese, il film americano ritarda moltissimo la rivelazione che Gregory non è una così brava persona. Allo stesso tempo gli indizi sono presenti sin dalle primissime scene.

All’inizio della loro relazione, Paula ha dei dubbi: tutti sta andando troppo velocemente. Decide quindi di prendersi una settimana di solitudine per riflettere a mente fredda se vuole davvero posare un uomo incontrato 15 giorni prima oppure no. Gregory sembra accettare questa pausa senza fare una piega, ma quando Paula arriva alla stazione di Como lui è già lì ad aspettarla. Un gesto apparentemente romantico, che Paula prende benissimo, ma che chiaramente viola un limite che lei aveva posto.

Anche dopo il matrimonio diventa presto chiaro che sotto la patina di premura e protezione, Gregory infantilizza e isola sua moglie. Presto, Gregory crea situazioni che causano grande ansia a Paula, ma da cui lei non può districarsi senza contravvenire alle norme sociali del contesto. E alla fine, manipola la conversazione finché non è Paula a chiedere scusa a lui.

L’originale inglese è estremamente circoscritto: a parte pochissime scene al commissariato, in una villa o in un cabaret, la quasi totalità della storia si svolge nella casa o nella piazzetta antistante. Il film americano invece si sbraca su numerose location diverse, da Venezia, alla Torre di Londra.

Uno dei cambiamenti più radicali è però il personaggio del detective: nell’originale Rough è un panciuto sbirro determinato a intervenire per una questione di giustizia e per soccorrere una donna che non conosce (e che non ha particolare intenzione di conoscere) ma che si trova nei guai fino al collo. Rough è disinteressato e umano.

Ma in America, per citare Hellzapoppin’!, ci vuole una storia d’amore eterosessuale e monogama, sennò Gesù piange. Quindi il vecchio Rough viene tosto sostituito dal giovane e cavalleresco Brian Cameron, detective anche lui, con una cotta molto improbabile per Paula (che ha visto di sfuggita una volta per la strada e con cui non ha mai parlato, ma bon, è la Bergman, un po’ si capisce).

La fine

Il film inglese si chiude a chiasmo con l’inizio: in una delle prime scene, Bella appare da dietro una finestra chiusa, per fare timidamente segno a un venditore di muffins. Alla fine, solo lei, suo cugino e Rough restano a casa. Rimasta sola con chi la ama e la rispetta, Bella apre le tende ed esce sul balcone, lasciando entrare la luce del giorno, sul suo viso un misto di sgomento e sollievo. Il suo matrimonio è finito, ma Bella non è sola, è libera di ricostruirsi.

Il film americano si chiude con Brian e Paula sul tetto della casa. Il cielo è buio e nuvoloso, ma Brian le assicura che l’alba si avvicina. Le chiede di poterle fare visita in futuro, e Paula accetta di buon grado. Il film si chiude con un bit comico da parte dell’impicciona del posto, che reagisce alla scena con pettegola sorpresa.

Come interpretare questo cambio radicale di fine?

Come nota Hagberg in Stanley Cavell on Aesthetic Understanding, la fine del film di Cukor può essere interpretata come positiva… o anche no. Hagberg nota che la scena ricorda moltissimo quella in cui Paula incontra Gregory alla stazione (anche in quel caso troviamo il personaggio comico dell’impicciona), e sottolinea che Brian, come Gregory, non conosce davvero Paula: sta proiettando su di lei una fantasia romantica del tutto infondata. L’implicazione sarebbe quindi che il pattern è destinato a ripetersi, perché la cultura e la società in seno a cui si è svolta la vicenda non sono cambiate, e si prestano quindi a una ripetizione del fenomeno. Paula non può davvero liberarsi dell’influenza di uomini che non la conoscono davvero: in un sistema ingiusto possono esistere solo cattive scelte.

A mio modesto parere si tratta invece di un finale positivo, almeno in principio. Paula si trova sì in un posto buio e solitario, ma Brian le promette la luce: compagnia, un nuovo inizio. L’apparire dell’impicciona potrebbe essere semplicemente un elemento comico che alleggerisce il tono drammatico delle ultime scene. La reazione positiva di Paula e la musica celebrativa che segue con i titoli di coda suggeriscono che Brian sarà un buon partner, il patriarca-light di cui si è parlato prima.

Personalmente preferisco la fine inglese per due ragioni:

1-E’ palese che l’ossessione di Gregory per i gioielli è morbosa e irrazionale. Si capisce che, tra lui e Paula, quello patologico è sempre stato lui. Ma Gregory resta comunque padrone di sé fino alla fine, al punto da razionalizzare la propria situazione fino all’ultimo: “tra noi due ci sono sempre stati qui gioielli”. Gregory non perde mai la sua compostezza.

Al contrario, nel finale inglese Paul si rivela essere un vero e proprio squilibrato. Appena rimasto solo con sua moglie, Paul non le chiede subito di liberarlo: le prime parole che pronuncia sono “i rubini”. Paul non è un delinquente affetto da una malsana ossessione: Paul è del tutto disconnesso dalla realtà.

La Psicanalisi ci dice in effetti che spesso, in casi di gaslighting, quando la vittima smette di essere ricettiva al trattamento, è il gaslighter (la persona davvero patologica nella coppia) che sviluppa sintomi. Uno di questi casi è proprio citato da Calef e Winshel nel loro articolo del 1981.

E’ straordinario constatare che la risoluzione di un film del 1940 sia così vicina alla teoria ufficiale della Psicoanalisi di 30 anni dopo!

2-Mentre l’intervento di Rough è disinteressato e motivato da uno slancio puramente altruistico, quello di Brian non lo è. Brian ha una cotta per Paula, ergo un interesse personale non indifferente. Non che ci sia niente di male con un personaggio che fa la cosa giusta per interesse personale, ma è una storia che ciccia fuori troppo spesso per i miei gusti, Preferisco di gran lunga una storia in cui il personaggio fa la cosa giusta perché è la cosa giusta.

Fine spoiler

Resta il fatto che i due film restano eccellenti e consiglio la visione di entrambi. Si tratta di storie che letteralmente precorrevano i tempi: questo tipo di manipolazione, così studiata a partire dagli anni ’60, viene perfettamente analizzata e mostrata.

Gaslight 1940

Recitazione Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è good_grumpy.pngQuesta immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è good_grumpy.png
Analisi psicologica dei personaggiQuesta immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è good_grumpy.png 
SceneggiaturaQuesta immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è good_grumpy.png 
Narrazione densa e concisaQuesta immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è good_grumpy.png 
FinaleQuesta immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è good_grumpy.png 

Gaslight 1944

RecitazioneQuesta immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è good_grumpy.png 
Analisi psicologica dei personaggi Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è good_grumpy.png
Descrizione elegante della fase iniziale della relazione Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è good_grumpy.png
Sceneggiatura Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è good_grumpy.png
Narrazione più elaborata e dettagliata Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è good_grumpy.png
Brian Bad_grumpy
Scena clou subito prima del finale Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è good_grumpy.png

MUSICA!


Bibliografia e letture aggiuntive

Il fenomeno del gaslighting

BARTON Russell, WHITEHEAD J. A., « The gas-light phenomenon », The Lancet, 1969

CALEF Victor, WEINSHEL Edward M., « Some Clinical Consequences of Introjection: Gaslighting », The Psychoanalytic Quarterly, gennaio 1981

KUTCHER S.P., « The Gaslight Syndrome », The Canadian Journal of Psychiatry, 1982

SMITH C., SINANAN K., « The ‘Gaslight Phenomenon’ Reappears: A Modification of the Ganser Syndrome », British Journal of Psychiatry 1972

SWEET Paige L., « The sociology of Ghaslighting », American Sociological Review, 2019

YAGODA Ben, How old is gaslighting

11 segno di gaslighting: https://www.psychologytoday.com/us/blog/here-there-and-everywhere/201701/11-warning-signs-gaslighting

https://www.theringer.com/2017/2/21/16038252/the-origin-of-gaslight-the-buzzword-for-trumps-america-c1131a1afa2a

Il film

Gaslight 1940

CLARENS Carlos, « The Cukor Touch », Film Comment 19, no. 2, 1983

HAGBERG Garry L., Stanley Cavell on Aesthetic Understanding, Palgrave MacMillan, Harfield, 2018

LEITCH Thomas M., « Twice-Told Tales: The Rhetoric of the Remake », Literature/Film Quarterly 18, no. 3, 1990

ROSEN Marjorie, « How The Movies Have Made Women Smaller Than Life », Journal of the University Film Association 26, 1974

SARRIS Andrew, « Two or three things I know about Gaslight », Film Comment 12, no. 3, 1976

SUH Judy, « Women, Work, and Leisure in British Wartime Documentary Realism », Literature/Film Quarterly 40, no. 1, 2012

WALDMAN Diane, « “At Last I Can Tell It to Someone!”: Feminine Point of View and Subjectivity in the Gothic Romance Film of the 1940s », Cinema Journal 23, no. 2, 1984

La pagina wiki della pièce originale

La pagina wiki di Patrick Hamilton

La pagina wiki del primo film

La pagina wiki del remake

La pagina wiki di Thorold Dickinson

La pagina wiki di Anton Walbrook

La pagina wiki di Diana Wynyard

La pagina wiki di George Cukor

La pagina wiki di Charles Boyer

La pagina wiki di Ingrid Bergman

1917, un film quasi perfetto

Questo film è bellissimo e se avete la possibilità di andare a vederlo quando il mondo non sta bruciando, fatelo.

Fine della recensione.

1917

No, vabbé, parliamone.

Piccola parentesi. Come accennavo nell’articolo di riapertura, sono stata male peso per mesi e mesi, ho trovato delle medicine che mi funzionavano, sono stata meglio, e 3 settimane dopo il mondo è esploso.

Sono uscita a vedere questo film con un’amica, ed è stata forse l’unica cosa « normale » che sono riuscita a fare da settembre. Tre giorni dopo eravamo tutti barricati in casa.

Sono davvero contenta di avercela fatta, perché, al di là del fatto che è spettacolare, sono riuscita a sentirmi « normale » per un po’ prima che tutto questo casino ci cascasse tra capo e collo e cancellasse la parola « normale » dal dizionario.

Sicché non vi nego che ho un debole per questo film. Ma cercherò comunque di essere il più oggettiva e fastidiosa possibile.

La Trama

1917 – Movie Loon

“Tommen, Rob Stark è tuo fratello e sta per essere ucciso dal Doctor Strange!”

La trama di 1917 è davvero semplicissima.

I tedeschi si sono ritirati sulla Linea Hindenburg, e gli inglesi di preparano a incalzarli per assicurare una vittoria significativa.

O, come direbbe Lieutenant George : Up and over to glory, last one in Berlin is a rotten egg !

The Black Adder — Lieutenant George + asking permission

In questa recensione ci saranno molte citazioni da Blackadder goes Forth

Si tratta però di una trappola: gli inglesi stanno caricando a testa bassa, e i crucchi stanno aspettando con l’artiglieria pronta, leccandosi i prussiani baffoni.

La linea telefonica è tagliata, e tocca quindi a un paio di Lance Corporals farsi a piedi (possibilmente di corsa) tutta la no-man’s-land per fermare l’attacco suicida.

La scelta dei due cade su Lance corporal Thomas Blake, il cui fratello è destinato ad attaccare al mattino, dritto nella trappola, e William Schofield, veterano della Battaglia della Somme.

Subito all’inizio, appena mettono il naso fuori dalla trincea, Schofield si buca una mano sul filo spinato. Poi casca in una buca e la ficca nelle budella marce di un cadavere. E poi niente, va sempre peggio a partire da qui.

La tecnica

Behind the scenes of 1917 : Moviesinthemaking

“Ora guida dritto nel mucchio di comparse, mi raccomando non sbandare, e, se puoi, cerca di non investire nerruno”

Non si può parlare di questo film senza parlare del fatto che è stato realizzato simulando una ripresa continua.

Ovviamente si tratta di un trucco : i personaggi soffrono molto intensamente per due giorni, e il film dura solo due ore.

E’ chiaro che il tempo è in qualche modo “compresso”, ma onestamente sono riuscita a vedere solo due tagli. E stavo facendo attenzione. Niente, mi hanno fregata!

Sia chiaro: questo non è il primo film a giocare con l’idea di un’unica, continua scena. Rope, realizzato da Hitchcock nel 1948, è forse il primo esempio di questa tecnica. Ovviamente non era possibile per il paffuto Alfred filmare di continuo, visto che i limiti della pellicola erano molto stringenti. Ovviò quindi con lunghissime riprese (fino a 10 minuti!) e tagli mascherati, che dessero l’impressione di un take continuo.

Un altro celeberrimo esempio di long take è lo spezzone iconico di Children of men, che però non applica la tecnica all’intero film.

In effetti, era un po’ che non vedevo questo tipo di ripresa sul grande schermo, di certo non per l’itera durata della storia. E non sono stata l’unica a trovare la cosa curiosa: questo famoso “single shot” è stato oggetto di chiacchiere e discussioni per mesi!

Di solito sono molto scettica quando i film saltano fuori con qualche gimmick innovativo che fa tanto clamore. Non che questo genere di cose non mi interessi : mi interessa ! E chiunque sia stato su questo blog più di una volta sa a che punto sono capace di sfrangiare la minchia sulla narrativa. Il modo in cui le storie sono raccontate è un argomento che mi appassiona tantissimo, con gran dolore delle coinquiline che sono chiuse con me in questa quarantena e che devono sentirmi rantare sull’elemento extradiegetico di The Conqueror (perché ovviamente l’elemento extradiegetico è il problema più grande di quel film !).

Tornando a noi, il fatto è che spesso il gimmick è usato come sostituto alla sostanza.

Un esempio tristemente famoso è quella puttanata di Unfriended, un horror realizzato in tempo reale e filmato solo dalla prospettiva del desktop della protagonista (non vi linko il trailer perché il fim fa schifo). L’idea è interessante, ma, a parte la tecnica nuova, i personaggi sono il solito mazzo trito e ritrito di gente insopportabile, la trama non ha molto senso, e si conclude con un glorioso non sequitur.

In altre parole, spesso ci si aspetta che il modo di raccontare una storia sia sufficiente a se stesso, e spesso non lo è: una storia ha bisogno di sostanza (tema e personaggi per cominciare). Il modo di raccontare serve a mettere in valore la sostanza di una storia, non a sostituirla.

1917 è un ottimo esempio di come una tecnica innovativa può dare un risalto inedito a una buona storia. La vicenda di 1917, come detto, è semplice. Ma non è superficiale. 1917 è la storia più primitiva che si possa avere: l’uomo confrontato con un disastro più grande di lui (la guerra in questo caso). Non può vincere, non può scappare, può solo cercare di sopravvivere.

Il fatto che la trama sia estremamente semplice non vuol dire che sia raffazzonata. Non lo è : è scritta con estrema cura, i personaggi sono verosimili e ben delineati nonostante ci sia molto poco dialogo.

“Come ben sai, Tom, io e te siamo buoni amici”

Il regista è Sam Mendes, già conosciuto per American Beauty, Skyfall e Spectre. Oibò, Mendes ha fatto strada dal tempo dei sacchetti di plastica trascinati dal vento!

La tecnica che ha scelto per realizzare il film funziona perfettamente e cala lo spettatore nei panni del soldato inglese.

Realizzarla è stata un’impresa logistica non indifferente: siccome si tratta di lunghe, ininterrotte riprese (anche 7 minuti continui), doveva esserci una corrispondenza precisa tra la durata di una scena e l’estensione del set attraverso cui la scena si svolgeva, dato che il movimento è rivolto sempre verso l’avanti e non è possibile tagliare o passare al grandangolo.

Non solo: le necessità di movimento delle telecamere hanno spinto Mendes e i suoi ad adottare una serie di soluzioni tecniche degne del periodo d’oro di Hollywood, come una finestra che si smonta e si apre al passaggio della macchina per permettere la continuità della ripresa oltre il davanzale.

Un altro ostacolo è stato il clima: con poche eccezioni, la luce del film è soprattutto naturale, dato che l’uso dei riflettori non era pratico. Il che vuol dire che le riprese dovevano avvenire, di preferenza, in giornate nuvolose, per evitare ombre nette che rendessero evidenti le discrepanze temporali.

E’ stata infine necessaria una sincronia perfetta tra attore e camera crew. In una scena particolarmente drammatica, Schofield si arrampica fuori da una trincea e poi corre lungo il tracciato. Per poterlo riprendere, la telecamera è stata prima attaccata a una gru, che lo ha seguito mentre camminava dentro la trincea, poi mentre si arrampicava fuori dalla trincea. A questo punto i grips dovevano acchiappare la telecamera, staccarla dalla gru e attaccarla a una seconda gru, fissata su un furgone che, per non rompere il movimento della ripresa, era già in movimento prima ancora che la telecamera fosse agganciata. Nel film, Schofield esita un istante sull’orlo sulla trincea. Il personaggio esita per l’estremo pericolo in cui si trova, l’attore esita per dare ai grips il tempo di sganciare e riagganciare la telecamera.

Ah, e i due grips che maneggiano la telecamera ? Sono in costume, perché sarebbero finiti necessariamente nell’inquadratura e dovevano quindi unirsi immediatamente al resto delle comparse.

Per realizzare queste complicate operazioni, Mendes ha arruolato Roger Deakins, già conosciuto per Sicario, Hail, Caesar ! e Blade Runner 2049, per cui vinse il BAFTA.

Coautrice della sceneggiatura è Krysty Wilson-Cairns, relativamente nuova nell’ambiente: 1917 è il suo primo progetto famoso, e holy smokes, se questo non è irrompere sulla scena con un gran botto !

1917 Featurette - Behind the Scenes (2019)

“Seguite in perfetta coordinazione i due attori senza perdere di vista il filmato e senza inciampare su questo terreno accidentato storicamente corretto”

La qualità della sceneggiatura è evidente già dalle prime scene.

Consideriamo che si tratta di un film storico basato su un periodo con cui molti spettatori non sono familiari. E’ quindi necessario fornire loro tutta una serie di informazioni.

Per avere un’idea di quanto questo possa essere complicato, voglio infliggervi un aneddoto personale, perché fanculo, ho ripreso il blog dopo mesi, e qualcuno deve pagare per questo.

Una volta ho provato a guardare Blackadder goes Forth con una coinquilina, che chiameremo Prosdocima per ragioni di privacy (una ragazza dotata di tutte le facoltà intellettuali e di un diploma universitario, quindi suppongo che abbia finito con successo il liceo).

La storia comincia in una trincea inglese.

Prosdocima: « Ma questi chi sono ? »

Tenger : « Inglesi. »

Prosdocima : « E dove si trovano ? »

Tenger : « Hum… non so di preciso onestamente, da qualche parte in Francia. »

Prosdocima : « Oh, ci sono state battaglie in Francia ? »

Mi sono raccattata la mascella. Anche perché ciò accadeva durante le celebrazioni del centenario di Verdun e Parigi era praticamente incartata con manifesti a tema.

Prosdocima : « E contro chi combattevano ? »

Tenger : « INDOVINA. »

Prosdocima : « Ma aspetta, il personaggio è appena andato dal generale… come ha fatto ? »

Tenger : « Non so, magari a cavallo, o è saltato su un camion o qualcosa del genere… »

Prosdocima : « No, intendo, era nella trincea, com’è uscito ? »

Tenger : « Coi piedi…? »

Insomma, non abbiamo finito di guardare l’episodio. E va bene, Prosdocima era particolarmente capra sull’argomento « Grande Guerra » (e « piedi »), ma è abbastanza rappresentativa dello spettatore medio.

Come fare allora a fornire allo spettatore tutte le informazioni necessarie ad apprezzare la gravità e urgenza della situazione senza fargli esplodere le palle nei primi 5 minuti?

Ebbene, i nostri due protagonisti sono convocati. Viene detto loro che il Generale Erinmone vuole vederli. Blake si volta verso l’amico Schofield e mormora : « Se il generale è qui, allora è una faccenda seria ».

E’ solo ua frase, è qualcosa di verosimile da dire per il personaggio, e serve perfettamente a informare lo spettatore che il conflitto è iniziato, che la situazione è già grave, e che le informazioni che stanno per essere discusse sono vitali per la storia.

Erinmore spiega a grandi linee la situazione a Blake, e lo informa che suo fratello finirà nel tritacarne teutonico se lui non riesce a portare il messaggio in tempo.

Ha senso che il generale riassuma la situazione per Blake, perché è importante che il nostro realizzi l’importanza della propria missione. E ha senso che Erinmore scelga Blake, dato che la vita del fratello è una motivazione supplementare per spronare Blake. E questa scelta del generale paga subito nella storia: appena usciti dal rifugio Schofield cerca di convincere Blake che è più prudente aspettare la notte, ma Blake non ne vuole nemmeno sapere.

Non abbiamo bisogno di preamboli riassuntivi, o di retrolampi, o di spiegoni. Anche qualcuno che non si è guardato 2-3 volte tutti i video di quel gran figo di Indy Neidell può seguire la vicenda (anche se la visione dei video di Indy Neidell è comunque consigliata).

Indy_Neidell

“Io divulgo forte, una volta la settimana.”

Per l’intero film, dialoghi e personaggi principali sono trattati con lo stesso grado di cura e umanità. E’ facile calarsi nei panni di questi due, e non abbiamo bisogno di conoscere tutta la loro storia per sentirci partecipi.

Quando una giornata comincia male e continua peggio

Il personaggio di Schofield è recitato da George McKay, vincitore di numerosi premi già dal 2013, tra cui un BAFTA per il suo ruolo in For Those in Peril e il Trophée Chopard nel 2017, nonché Virtuoso Award e Best Breakthrough Performance per 1917 nel 2020.

Blake è interpretato da Dean-Charles Chapman, ovvero Tommen Baratheon, per cui ricevette ai tempi la nomina per Screen Actor Guild Award for Outstanding Performance. Chapman è ancora giovanissimo e la sua performance in 1917 è eccellente !

“Cosa fai nella vita?”
“Interpreto gente a cui capita roba orribile.”

Altri attori celeberrimi compaiono nel film, tra cui Colin Firth e Benedict Cumberbatch, ma sono MacKay e Chapman a reggere la storia.

Tutti questi grandi pregi (la cura, i personaggi ben delineati, l’ottimo dialogo) fanno purtroppo spiccare un modo particolare quello che a parer mio è l’unico difetto: per quanto gli inglesi siano ben scritti e umani, i tedeschi sono caricature degne del peggior film di propaganda.

Tutti i tedeschi che incrociamo sono belve assetate di sangue, macchine per uccidere senza un’anima che cercheranno di accoltellarti anche dopo che gli hai dato fuoco.

#Edmund Blackadder from Blackadder screenshots

Questo contrasto probabilmente è dovuto al fatto che la storia vuole essere strettamente dal punto di vista degli inglesi. Per il soldato inglese, il soldato tedesco è un mostro disumano che continuerà a darti addosso fino alla fine.

Il guaio è che telecamera non è abbastanza « nella testa » di un personaggio particolare per giustificare questa distorsione della realtà. La storia è raccontata in modo molto realistico, e la realtà è che i soldati tedeschi, generalizzando, non erano poi così diversi dagli inglesi o dai francesi.

E se leggiamo le testimonianze dei reduci, ci rendiamo conto che spesso i soldati ne erano coscienti. Nel suo libro, La Peur, Gabriel Chevaillie racconta diversi episodi di solidarietà col nemico. In un passaggio in particolare, il nostro e i suoi si trovano in una trincea gelata a poche decine di metri da una trincea tedesca. I soldati decidono tacitamente di evitare sparatorie a meno che la presenza di un ufficiale non renda una dimostrazione di Valoroso Spirito Patriottico assolutamente necessaria. In entrambi i casi, se un ufficiale è nei paraggi, i soldati urlano Officier ! o Offizier !, come avvertimento a quelli dell’altra trincea.

Ovvio, questo non significa che soldati inglesi e tedeschi fossero affratellati da un comune senso di umanità. Ma i tedeschi erano esserim umani, inglesi e francesi ne erano spesso coscienti, e disumanizzare del tutto i crucchi è molto stridente in un film che si vuole il più realistico possibile.

Flo di The Great War – The Online Video Series (se non li seguite già, fatelo, sono bravi bravi esagerati!) nota peraltro che un film con questo budget sulla Prima Guerra mondiale è per forza un film realizzato dagli americani. Non ci sarà mai un film altrettanto opulento che rappresenta il punto di vista tedesco. Pertanto, è particolarmente deludente quando un aspetto fondamentale della guerra è trattato in modo così caricaturale.

Germans

Un film simile per certi versi è Dunkirk (di cui parlai qui, anche questo molto raccomandato !). I due film sono realizzati con tecniche diametralmente opposte (Nolan usa panoramiche, tagli, ecc., mentre Mendes segue fedelmente due personaggi), ma in entrambi i casi abbiamo film strettamente ancorati al punto dei vista dei personaggi principali, e in entrambi i film si mette in scena quello che Jeremy Mathai di Slashfilm chiama “un eroismo sottile, anonimo e sminuito”.

In entrambi i film, i personaggi principali si trovano di fronte alla titanica catastrofe della guera, che rischia di privarli della vita e di ogni bandello di umana decenza. Nell’inferno dello scontro, non devono semplicemente salvare la pelle, ma la loro umanità. L’eroismo celebrato in queste due storie non è quello del guerriero che si copre di gloria sul campo, è quello del soldato comune che riesce a sopravvivere e a restare umano.

Cito Dunkirk perché la tecnica non è la sola differenza notevole: un’altra à il modo in cui il nemico è rappresentato. In Dunkirk, i tedeschi sono invisibili. Vediamo i loro aerei, le loro bombe, le fucilate che fischiano vicino ai protagonisti, ma gli uomini sono quasi del tutto assenti. In Dunkirk i tedeschi non sono umani, nel senso che sono una sorta di catastrofe naturale che si abbatte sui personaggi, un cataclisma senza faccia, che è probabilmente come erano in effetti percepiti la maggioranza delle volte.

Il problema di 1917 è che i tedeschi qui la faccia ce l’hanno. Non sono « il nemico », sono oggettivamente mostri che cercheranno ti mangiarti vivo anche se stai tentando di aiutarli a uscire da un rottame in fiamme. Questo dà al film un bizzarro sapore di propaganda: gli inglesi sono umani, bravi, compassionevoli o per lo meno relatable, mentre i tedeschi sono sbavanti orchi capaci solo di uccidere e distruggere alberi in fiore (lol).

Non che i tedeschi non abbiano commesso atrocità durante la guerra (basti pensare allo Stupro del Belgio), ma mostrare solo questo aspetto mi pare un po’ caricaturale. I tedeschi del 1917 non sono i Nazisti del 1941, c’è davvero bisogno di farceli odiare così tanto? Mah.

L’attinenza storica

Bello esagerato, vi dico!

A parte la totale disumanizzazione dei tedeschi, l’aspetto storico di 1917 è curatissimo.

La Prima Guerra Mondiale non è la mia specialità, quindi ci sta che questa mia impressione sia data dalla mia superficiale conoscenza del periodo. Tuttavia non ho notato nessuna imprecisione. I costumi sono fatti benissimo, la ricostruzione delle trincee è fedele, con tanto di una smaccata differenza tra quelle inglesi e quelle tedesche. Il tracciato a zig-zag non solo è rispettato, ma sfruttato : quando i due protagonisti entrano nella trincea tedesca, ogni angolo potrebbe nascondere un crucco incazzato, e la tensione è palpabile. La cittadina francese sventrata dai bombardamenti è spettacolare, la campagna, che a tratti pare intatta e a tratti mostra i chiari segni del conflitto, sono tutti set realizzati con grande cura.

I personaggi sono realistici per il contesto in cui si trovano, dal generale ossessionato dalla « battaglia decisiva », al capitano che sta avendo una crisi nervosa al momento di guidare i suoi in battaglia, al veterano svuotato ed esausto.

Il film mostra anche notevole equilibrio negli aspetti più macabri. Potevano tranquillamente sbizzarrirsi con scene di macello, sarebbero state giustificate (sempre Chevallie descrive cose che i film splatter di quarta categoria se le sognano!), ma non indulge sul macabro. I cadaveri e l’orrore esistono, ma non sono calcati. I personaggi ci sono abituati ormai, a stento li notano, e la loro familiarità con cose che non dovrebbero essere familiari contribuisce alla brutalità dell’ambientazione. Il punto non è tanto l’esplosione della violenza, ma l’effetto usurante e traumatizante della violenza costantemente incombente.

Ho anche molto apprezzato il fatto che, a differenza di Dunkirk, questo film abbia mostrato gente delle colonie. In molti film, l’impressione è che gli eserciti Alleati fossero composti solo da bianchi europei. Non era il caso. Un sacco di gente delle colonie si è trovata a combattere in Europa, ed è giusto che siano rappresentati.

Può sembrare una cazzata, ma vi assicuro che ho incontrato un sacco di gente straconvinta che l’esercito francese fosse composto solo da bianchi e altre assurdità simili.

War Hero - Personology and Relational Science

“Sono lieto di essere qui a morire ammazzato per gente che vuole tassarci il sale!”

Parentesi politica a parte, nel panorama dei film storici, 1917 brilla per correttezza ed equilibrio.

Schofield corre felice dopo aver saputo della scoperta del vaccino contro la poliomelite

Conclusione

Ma siete ancora qui a leggere ? Con un solo elemento che secondo me poteva essere gestito meglio, 1917 entra diritto tra i miei film preferiti. E’ fatto benissimo, è bellissimo, e la prima volta che l’ho visto volevo restare seduta e riguardarmelo subito una seconda volta.

Attinenza storica e costumi Good_Grumpy
Tecnica di regia Good_Grumpy
Cast Good_Grumpy
Sceneggiatura Good_Grumpy
Effetti Good_Grumpy
Scenografie Good_Grumpy
I crucchi Bad_grumpy

Andatelo a vedere, o meglio, visto i tempi, procuratevelo e guardatevelo a casa. State al sicuro e non esponetevi a rischi inutili.

MUSICA


APPROFONDIMENTI

Il canale di The Great War

Articolo del New York Times su 1917

Articolo di Slashfilm

Pagina Imdb del film

 

Horror vintage: Arsenico e Vecchi Merletti

L’autunno è arrivato a la Tenger è precipitata da un mese e mezzo in un tunnel di malanni e ospedali, ma la cicciopelosi non mi impedirà di scrivere per il blog. Perché il motto della Fortezza è Accanirsi Sempre.

Conto tenuto del periodo (e della difficoltà di mettere insieme un articolo storico decente), oggi  parleremo di uno dei film più belli di sempre: Arsenic and Old Lace, tradotto in italiano con Arsenico e Vecchi Merletti.

Un po’ di storia

La Seconda Guerra Mondiale sta riducendo l’Europa a un colossale mattatoio, gli americani entrano in guerra e migliaia di uomini e donne vengono risucchiati nel mastodontico sforzo bellico.

Tra costoro c’è anche il quarantaquattrenne Frank Capra. Il nostro si è arruolato dopo l’attacco a Pearl Harbour ed è impegnato in una serie di film di propaganda nota come Why we fight. Capra era già un mostro sacro di Hollywood a questo punto, con successi come It Happened at Night (1934), Mister Smith Goes to Washington (1939) o Meet John Doe (1941).

Si tratta di film importanti, con forte messaggio morale e investimento.

Capra era un fervente patriota, ma anche un uomo d’affari, e nel  ‘41 decide di ritagliare il tempo anche per una commediola facile e leggera, qualcosa con cui fare un po’ di quattrini veloci per mantenere la famiglia durante il suo servizio militare.

Opta per una commedia che sta sbancando a Broadway, Arsenic and Old Lace.

La pièce nasce dalla penna di Joseph Kesselring, figlio di immigrati come Capra. Nel ’35 Kesselring era già riuscito a piazzare una commedia a Broadway con There’s Wisdom in Women (1935), ma è Arsenic and Old Lace a garantirgli un vero successo.

Partita come dramma su una vecchia assassina che avvelena i propri pensionanti per soldi, la storia viene rimaneggiata per diventare una strepitosa commedia noir.

La pièce sbanca tra il 1941 e 1944, con 1444 spettacoli a Broadway e 1337 a Londra. Il successo attira l’attenzione dei fratelli Warner, che ne comprano i diritti. Gli scaltri produttori Howard Lindsay e Russel Crouse però pongono come condizione che nessun motion picture fosse rilasciato finché lo settacolo era à l’affiche.

Capra era più che deciso a essere il regista dietro l’adattazione cinematografica della pièce, ma la clausola sul rilascio rallentato era un problema. Capra avrebbe dovuto convincere Jack Warner a investire in un film che sarebbe poi finito in congelatore per anni!

Il nostro però non si scoraggia: l’adattamento è facile e la storia esilarante, è un’occasione troppo ghiotta per passarla.

Capra procede con tattica. Per cominciare si accaparra i servizi delle straordinarie attrici Jean Adair e Josephine Hull (lei potreste averla vista in Harvey (1950), un’altra commedia spassosissima). Poi riesce ad assicurarsi lo straordinario Cary Grant come attore protagonista, la cui sola presenza garantisce un successo di pubblico. Infine il nostro fa fare alla zitta una previsione di spesa. Filmando in una sola location e limitando i tempi di realizzazione a quattro settimane, Capra sperava di tagliare sul budget e investire tutto sugli attori, i veri pezzi forti del film.

Stando a The Lost One: A Life of Peter Lorre, l’incontro tra Capra e Jack Warner andò come segue:

“Non tirarmi dalla finestra finché non mi hai ascoltato.”

“Che diavolo c’è?”

“Volgio fare Arsenico e Vecchi Merletti.”

“Da quale finestra vuoi essere tirato?”

“No, no, ho tutto pronto. Ho il cast, la star, il set, il budget, tutto è pronto!”

“Lo sai che non posso fare il film.”

“Hai me per far il film. Che è un bene. E ho tutto pronto e ti farò un film della Madonna e questo è un bene!”

“Oh, figlio di puttana, hai tutto pronto, potresti cominciare domani, vero?”

“Sì, posso!”

Al cast di fenomeni viene aggiunto Peter Lorre nel ruolo di Dottor Einstein. Alcuni lo riconosceranno come l’antagonista in M (1931) o lo smerciatore di esseri umani in Casablanca (1942). Lorre, che in questi film e in quello di Capra brilla nel ruolo di tedesco viscido, era un ebreo ungherese esule in America e aveva già lavorato con Coppola quando questi era al soldo della Columbia.

I nostri filmano dal 20 ottobre al 16 dicembre 1941. Capra lascia briglia sciolta ai suoi attori, senza accanirsi sull’attinenza al copione. Dopotutto era un cast col botto e tutti si scatenarono sul set ridotto che avevano a disposizione. In definitiva, la realizzazione finì con un giorno di ritardo, ma più di 99.000$ al di sotto del budget previsto di 1.220.000$.

Come da accordo, la prima dovette aspettare fino al 1944, proprio nel clou infernale della realizzazione della serie Why We Fight.

La brevità del progetto e il suo rilascio tardivo, nonché l’assenza dei tipici temi affrontati da Capra, portò i critici a snobbare il film. In realtà Arsenic and Old Lace ha più livelli di lettura, come spesso i film di Capra. Ad ogni modo fu un successo di popolo e si avverò lucrativo per tutti (tranne che per Capra stesso).

Ed ebbe un successo grandioso perché il film è assolutamente delizioso.

Il Film

Mortimer con zia Abby e zia Martha

Mortimer Brewster (Cary Grant) è uno critico teatrale che rinuncia alla propria carriera di “attivista antimatrimoniale” per convolare a nozze con Elaine, la figlia del pastore vicino di casa. Prima di fuggire in viaggio di nozze, i due piccioncini saltano su un taxi e passano da casa. Mentre Elaine corre a fare le valige, Mortimer ne approfitta per salutare le due adorabili ziette che lo hanno allevato dopo la morte dei genitori.

Capiamo presto che Mortimer, rimasto orfano in tenera età, è stato rallevato con amorevole cura da Abby e Martha, due sorelle rimaste zitelle e due vecchine dolci come lo zucchero. Le “signorine”, come pretendono di essere chiamate, sono persone un po’ all’antica, molto devote e molto impegnate in opere di bene. Aiutare i bisognosi è la loro grande vocazione. Tra le loro varie iniziative, c’è quella di prendere uomini in difficoltà come affittuari, per un prezzo simbolico, di modo da offrir loro un tetto e un riparo.  Le due si prendono anche cura di Teddy, il fratello picchiatello di Mortimer, un matto pittoresco ma innocuo, convinto di essere Teodoro Roosvelt.

Il presidente Teddy

Le nostre sono deliziate dalla notizia delle nozze di Mortimer e organizzano un impromptu té con torta. Mentre sono in cucina, Mortimer approfitta della visita per cercare il suo ultimo manoscritto.

Il nostro fruga in giro, apre una cassapanca e trova un cadavere.

Oibò

Un uomo, morto mortissimo, nella cassa sotto la finestra.

Dopo il primo shock, Mortimer si dice che Teddy ha finalmente schiodato e fatto del male a qualcuno. Con la morte nel cuore, informa le povere adorabili zie di questo fatto terribile. Teddy non può più stare in casa, è diventato pericoloso. Dovranno mandarlo al manicomio di Happy Dale.

Le zie lo rassicurano: non c’è di che preoccuparsi, Teddy non c’entra, il signore l’hanno ammazzato loro con un vino di sambuco avvelenato.

Due care signore mosse da carità cristiana

In breve le ziette, sempre pronte a far del bene, attirano in casa loro uomini soli al mondo per porre fine alle loro sofferenze. I loro “ospiti” sono poi sepolti con rito cristiano in cantina, dove il picchiatello Teddy scava foss convinto di essere sul cantiere di Panama.

Uno sconvolto Mortimer si trova a dover accettare che le sue amatissime zie sono due assassine seriali (come gran parte della gente della famiglia, la cui storia Mortimer descrive come: “Hellzapoppin! scritto da Strindberg”) e che la follia fa parte del suo corredo genetico. Non solo, il nostro si trova davanti l’impossibile scelta di chiamare la polizia. Il tutto menre deve nascondere la terribile scoperta a una novella moglie sempre più spazientita.

Mortimer decide che, se riesce a far rinchiudere Teddy a Happy Dale, le zie saranno costrette a sospendere gli omicidi in quanto troppo deboli per occultare il cadavere.

Mentre architetta questo improbabile piano però, il terzo fratello torna a casa: Jonathan, un assassino e delinquente di carriera, che si trascina al seguito un chirurgo estetico alcolizzato (Lorre). Il nostro ha bisogno di occultare un cadavere (un altro!) e di farsi fare una nuova faccia dal suo complice.

E sicché da “mi fermo cinque minuti a salutare le zie, che abbiamo il treno!”, Mortimer si trova impantanato in casa con Roosvelt che suona la tromba, tre assassini seriali, un delinquente alcolizzato e una dozzina di cadaveri.

La situazione peggiora in un crescendo di ritmo e orrore, nella miglior tradizione della commedia anno ’40!

Immagine correlata

Una necessaria nota sulle chiavi di lettura

Come accennato, il film è stato snobbato come “semplice commedia” dai critici del tempo. Iiiiih, che schifo una storia raccontata bene e basta, no?

In realtà oltre che snob i critici furono anche densi come la melassa.

Come fa notare Gunter nel libro The Capra Touch, la commedia di Kesselring aveva un sottotono macabro e critico, che persiste nel film.

Sia Kesselring che Capra erano figli di immigrati e avevano sperimentato sulla propria pelle il “sogno americano”. Avevano sperimentato di prima mano la grande contraddizione tra la libertà, le promesse, le opportunità, e la violenza, lo sfruttamento e la discriminazione che si nascondevano appena sotto la superficie.

Come la propaganda americana, le adorabili ziette di Mortimer, la famiglia benestante, la bella casa accanto al pastore non sono che la crosta zuccherosa, la promessa allettante sotto cui si cela follia, violenza e sangue.

Il copione calca e porta al ridicolo e all’esilarante un grottesco e caricaturale senso di “libertà”. Quando Mortimer confronta le zie riguardo alla loro brutta abitudine di spacciare uomini vulnerabili, zia Abby ribatte con dolcezza: “Mortimer, noi non ti impediamo di fare ciò che ti piace. Non vedo perché tu dovresti interferire con noi”.

Quando il tuo nipote preferito ti dice che uccidere la gente non è carino

La satira tocca anche l’America stessa e la sua storia. La bella casa dei Brewster, famiglia storica e osservante, ha una cantina piena di cadaveri e ospita una famiglia di squilibrati assetati di sangue.

La pièce teatrale finisce su una nota macabra, sottintendendo che la contraddizione tra violenza e libertà insita nella società americana non avrà mai soluzione. Il film di Capra ha un finale molto più ottimista. Dopo aver preso atto delle contraddizioni e ipocrisie della famiglia Brewster (e della società americana in generale), dopo aver accettato che omicidio, violenza e sfruttamento fanno parte del pacchetto, lo spettatore è lasciato su una nota positiva di un futuro complicato ma non segnato per sempre dagli errori del passato. Che poi era ciò che lo spettatore voleva sentirsi dire, nel pieno di una Guerra Mondiale.

Il finale leggermente diverso cambia molto in fatto di tema, ma entrambi sono risoluzioni accettabili alla storia che viene presentata. In defiitiva, sia la pièce teatrale che il film sono eccellenti opere.

L’unico punto in cui la pièce teatrale fu certamente migliore del film?

Jonathan era recitato da Boris Karlof. E questa la capirete quando vedrete il film!

 

Trama Good_Grumpy
Attori Good_Grumpy
Ritmo Good_Grumpy
Regia Good_Grumpy
Sceneggiatura Good_Grumpy
Satira di costume Good_Grumpy
Le due ziette sono tra i migliori personaggi mai scritti Good_Grumpy

 

Al di là di dotte interpretazioni decostruite e filosofici dissensi su libertà e violenza, Arsenic and Old Lace ha un cast straordinario ed è da pisciarsi dal ridere.

Le due vecchiette assassine sono un mito assoluto e il mio personale modello. Da vecchia voglio essere uguale, dall’abito edoardino, alle torte fatte in casa, ai dodici cadaveri in cantina!

CARICAAAAAA!


Bibliografia

GUNTER Matthew, The Capra Touch: A Study of the Director’s Hollywood Classics and War Documentaries, 1934–1945, 2011

YOUNGKIN Stephen, The Lost One: A Life of Peter Lorre, 2005

Un articolo su Criterio Channel

Joseph Kesselring su Wikipedia

La pagina Wiki della pièce teatrale

La pagina Wiki di Capra

La pagina Wiki del film

 

Dunkirk

E’ il 1940, la Francia ha perso la guerra e decine di migliaia di soldati alleati sono imbottigliati a Dunkerque. Con i crucchi che gli rodono la groppa, gli inglesi cercano disperatamente di reimbarcare il loro esercito, in previsione del prossimo stadio: l’attacco nazista all’Inghilterra.

E questo è, in pratica, la totalità del film.

Spoiler: a me questo film è piaciuto tantissimo.

Nolan racconta gli ultimi giorni dell’assedio di Dunkerque, spaccando la storia in tre parti: terra, mare e aria. Rispettivamente, si tratta di un soldato che cerca di imbarcarsi, un civile che porta la sua barchetta privata in Francia per aiutare nell’evacuazione (cosa che capitò davvero) e un pilota di Spitfire con la missione di proteggere la flotta e le Little Ships (le barchette civili coinvolte nel trasbordo).

Cominciamo subito col dire che io non sono una fan di Nolan. Non perché Nolan sia un cane, eh! Nolan è un realizzatore estremamente competente e alcuni dei suoi pargoli mi sono anche piaciuti (notamente Inception), il fatto è che spesso i suoi film li trovo tanto spettacolari quanto traballanti nella sostanza. Come per altri artisti, tipo Polanski, mi piace lo stile, ma i contenuti mi lasciano spesso freddina. Ha anche una certa tendeza alla trombonaggine che non si sposa proprio con i miei gusti (The Nolan ray!)

E poi bon, c’è Interstellar, che a mio modesto parere ha solo stile e un contenuto da schiaffi nel viso.

Sì, lo so che molti adorano Nolan, NON VI TEMO, BRING IT ON!

Questo film è a parer mio l’esatto contrario: lo stile non è una vernice glitterosa sopra un rottame, ma un eccellente veicolo per un racconto solido.

Come accennato prima, da un punto di vista narrativo questo è un film minimalista. La storia è semplicissima, i personaggi pure, tanto che (come ha fatto notare il Duca) non hanno nemmeno un vero e proprio arco di trasformazione.

Questo è stato uno degli aspetti criticati: per qualcuno ciò ha reso l’esperienza vuota, per altri non è stato un problema. Posso capire chi non ha avuto un vero e proprio coinvolgimento emotivo e ho poco da dire a riguardo. E ‘ una scelta deliberata, o ti garba o non ti garba. Ci sono buone ragioni per apprezzare la scelta, e buone ragioni per odiarla. Ma di questo ha parlato con più dettaglio e competenza mon ami le Duc.

Foto colorata della divisione corazzata tedesca alle porte di Dunkerque

Le scelte deliberate non riguardano solo la struttura della trama: certi aspetti storici sono stati cambiati, cosa che ha fatto inalberare (comprensibilmente) gli appassionati.

Per molti di questi dettagli, la ragione narrativa dietro la decisione è palese. Ad esempio, il pilota di Spitfire si trova a combattere contro dei Messerschmitt 109. Questi hanno il naso di un bel giallo acceso. Problema: i Me 109 che volarono su Dunkerque non avevano pitture gialle.

In altre scene, gli ufficiali portano il berretto invece dell’elmetto (per la gioia dei cecchini).

In entrambi i casi pare palese che la cosa non è dovuta a sciatteria o pigrizia da tastiera nel culo, ma da una necessità di trama: rendere gli elementi riconoscibili. Uno spettatore che non sia un appassionato di aviazione vintage potrebbe avere serie difficoltà a distinguere un Me 109 da uno Spitfire, specie durante una rocambolesca scena di dogfight nei cieli. Ugualmente, il fatto che i due ufficiali siano senza elmetto in un mare di soldati con l’elmetto li rende più individuabili.

Sono scelte di compromesso tra l’attinenza storica e la fruibilità dell’opera, e in entrambi i casi comportano degli svantaggi (anacronismo per quel che riguarda gli aerei e poco realismo per quel che riguarda gli ufficiali).

Si può essere d’accordo con la scelta, oppure no. E’ possibile portare argomenti validi per entrambe le opzioni. Ad ogni modo queste licenze sono anni luce avanti rispetto alle porcate che si possono vedere in Vikings (“oh, ma se non vestiamo i vichinghi in corpetti in latex da bourlesque poi il metallaro quindicenne non s’immedesima!”).

Ugualmente, Nolan ha optato per un set molto più sobrio di quel che era in realtà la spiaggia di Dunkerque.

Sì, avete presente il luogo comune secondo cui Hollywood deve sempre aggiungere un 25% di esplosioni? Qui è avvenuto l’esatto contrario! Con tutti i botti, i cecchini, gli stuka e i lanci di ciabatte che il film ci sciorina davanti, la realtà storica è stata molto, molto peggiore. C’erano più botti, più pallottole, molti più uomini, cadaveri, rottami…

Anche in questo caso però si può ricondurre il fatto a una scelta cosciente, volta a rendere la vicenda più semplice da seguire. Così com’è Dunkirk è un film ansiogeno e incalzante. Una resa più dinamitarda dello scenario sarebbe stata più storica, ma si correva il rischio di sfiancare lo spettatore.

Di nuovo, si tratta di un compromesso, e si possono portare argomenti validi da un lato come dall’altro.

Son qui da 36 secondi e ancora nessuno ha cercato di uccidermi… OH WAIT!

Altri aspetti criticati possono essere riconducibili allo strettissimo Punto di Vista adottato nel film. Ad esempio, si è criticato il fatto che nel film appaiano solo tre Spitfires attivi nella difesa della ritirata da Dunkerque. In realtà erano molti di più. Uno potrebbe argomentare che la vicenda dei piloti prende solo poche ore, e si potrebbe supporre che in quel preciso momento e in quella frazione di cielo erano solo in 3. Stesso vale per i francesi, quasi invisibili (di questo parleremo anche dopo). Il Punto di Vista a terra è quello di un tommy esausto e terrorizzato. Il personaggio non è una cattiva persona (dà una mano al prossimo quando ne ha occasione), ma è consumato da un unico problema: scappare. In quel frangente, non gliene frega niente dei francesi. A stento li vede. Ed è realistico che sia così.

Altre scelte sono molto meno giustificabili: il film di Nolan pare implicare che le Little Ships furono responsabili per il miracolo di Dunkerque. La partecipazione dei civili è senza dubbio uno splendido esempio di gagliardia, solidarietà, coraggio e abilità. Migliaia di uomini sono stati salvati in questo modo. Tuttavia il grosso del lavoro è stato fatto da (sorpresa sorpresa) i Destroyers.

E’ ovvio che, da un punto di vista narrativo, far salvare soldati esausti da valorosi civili è molto più poetico e simbolico eccetera. E’ certamente una bella scena, ma una licenza alla realtà che non era indispensabile (la storia delle Little Ships è abbastanza spaccaculi così com’è, non ha bisogno di essere gonfiata). E’ un po’ una trombonata, ma alla fine è un film di Nolan, una trombonata da qualche parte ce la deve infilare!

Altri difetti non hanno giustificazioni. Tipo la totale assenza, tra gli inglesi, di facce scure.

Non è tanto un problema particolare di questo film (di nuovo, magari il protagonista semplicemente non li incrocia), quanto della narrativa in generale. Spesso Hollywood tende a ritrarre le Guerre Mondiali come un conflitto tra europei bianchi.

Non voglio buttarmi in una disamina sull’importanza delle minoranze in narrativa, perché è un discorso complicato che merita un articolo a parte. Il fatto è, c’è una ragione se i Me 109 hanno il naso giallo, se i francesi appaiono poco, se i tedeschi sono demoni senza faccia. C’è una ragione anche dietro ai 3 Spitfire (se sono solo tre contro la Luftwaffe la lotta appare impari, ergo più eroica e drammatica) o al ruolo sproporzionato delle Little Ships.

Qual è la ragione dietro alla totale assenza di truppe Commonwealth? Che scopo narrativo serve, a parte il fatto che non gliene frega un cazzo a nessuno?

Al di là del discorso da social justice warrior, si tratta qui di sciatteria. Non cambiava niente metterli, sono stati scordati perché sticazzi. Che non è molto diverso dal vichingo in giubba nera perché “fa figo”. La sciatteria è sempre un difetto.

Tornando alla storia, Nolan ha scelto un punto di vista estremamente ristretto. I tedeschi sono ombre senza faccia che appaiono dal niente quando meno te lo aspetti. Gli stuka sono mostri volanti che ti piombano addosso strillando come Nazgul. Ti sembra che il tuo compagno pilota ti stia salutando dal suo aereo ammarato? In realtà è bloccato nella carlinga e sta chiedendo aiuto mentre affoga.

Il film è magistrale nel rendere il senso di tensione, panico e smarrimento, guadagnandosi complimenti da critici e veterani della Dunkerque quella vera. Le informazioni sul conflitto vero e proprio sono minime, solo quelle strettamente necessarie perché lo spettatore profano riesca a raccapezzarsi.

Personalmente ho anche trovato magistrale l’accenno alle truppe francesi. Ricoprono pochissimo tempo, e ciò è coerente col Punto di Vista, ma i pochi dati che vengono offerti bastano a tracciare un’immagine precisa della situazione.

Nella prima scena in cui appaiono, sono mostrati mentre presidiano la strada e proteggono la ritirata inglese. In una seconda scena, dei soldati francesi esausti e disperati cercano di imbarcarsi con gli inglesi, che li respingono senza complimenti. Le poche scene in cui i francesi compaiono rendono in modo magistrale una situazione crudele (gli inglesi stanno lasciando indietro gli uomini che hanno protetto la loro ritirata) e inevitabile (gli inglesi devono tutelare prima di tutto il loro esercito, primo perché è uno dei migliori in campo e secondo perché grazie al cazzo!). Il senso di ingiustizia e impotenza è chiaro, non necessita lunghi dialoghi o scene drammatiche.

Senza spoilerarvi la fine su chi vive e chi muore, il film si chiude con il discorso di Churchill. E’ una chiusura appropriata, che presenta alla fine le due dimensioni estreme del conflitto: la Guerra Mondiale e la lotta del singolo per restare vivo.

La sempiterna lotta del soldato

Questo film è uno dei migliori esempi recenti di show don’t tell. I personaggi non parlano di cosa provano, di cos’hanno vissuto o di cosa ne pensano dela situazione: la scena e la recitazione da sole ci danno tutte le informazioni di cui abbiamo bisogno. Nolan fa un uso eccellente del medium visivo a sua disposizione.

In Dunkirk possiamo godere di tutti i pregi di Nolan, senza (quasi) nessuno dei suoi difetti.

Regia

 

Fotografia

 

Recitazione

 

Saltuaria sciatteria o trombonaggine

 

Musica

 

Ritmo

 

Gli stuka. Tutto è meglio con gli stuka.

 

E’ un film perfetto?

No. But close.

Lo straconsiglio. In particolare se avete occasione di vederlo su grande schermo.

MUSICA!

P.S., anche se non lo specifico alla fine di ogni recensione, ci tengo a ricordare che i Grumpies disegnati da Christian Stocco sono bellissimi. Nel caso qualcuno non ci avesse fatto caso.

Operation Petticoat


Siamo sul finire degli anni ’50. Rear admiral Matt Sherman (Cary Grant) arriva a un molo a cui è attraccato un sommergibile, il Sea Tiger. Matt Sherman sale a bordo. Sembra conoscere la nave. Gli si legge in faccia una vaga nostalgia. Raggiunge la cabina del capitano, si siede, apre il diario di bordo, lo sfoglia…

E’ il dieci dicembre 1941, Sherman è capitano di corvetta, il suo Sea Tiger è attraccato alla base di Cavite nelle Filippine quando i giapponesi attaccano. Il sommergibile viene centrato in pieno e affondato in porto.

Il fiore all’occhiello dell’industria bellica americana, archiviato con “varato nel ’40, affondato nel ’41, battaglie nessuna, vittorie nessuna”. Sherman non può sopportarlo.

“Sarebbe come una bella donna che muore zitella, se sapete cosa intendo dire per ‘zitella’.”

Il sommergibile non può essere riparato sul posto, ma Sherman insiste che possono ripescare il rottame, rimetterlo insieme con lo sputo e tentare il viaggio fino in Australia per riparazioni più complete. Il commodoro gli concede il permesso con malcelato scetticismo, a condizione che Sherman non dia battaglia. Mai. A nessuno. In nessuna circostanza.

“Se vede un soldato che fa il bagno- lo mette in guardia il commodoro –lo eviti! Potrebbe farle un buco nello scafo.”

Comincia così la mirabolante avventura del Sea Tiger, alla disperata ricerca di un meccanico.

I danni e la mancanza di risorse non sono l’unico problema: la ciurma di Sherman è stata in buona parte riassegnata ad altri sommergibili. I rimpiazzi che gli arrivano sono pochi e poco qualificati. Un bel giorno però gli arriva il rimpiazzo del suo sottotenente di vascello: uno sbarbino in uniforme bianca smagliante che si presenta con bagagli, portatore e sacca di mazze da golf. Si tratta di lieutenant junior grade Nick Holden (Tony Curtis). Nick Holden è lì per una lunga serie di sfortunati eventi. Non ha nessuna esperienza di battaglia, o di armi, o di navigazione, o di sommergibili… però è famoso per aver vinto il campionato di rumba con la moglie dell’Ammiraglio a Honolulu! Yay!

Sherman si trova quindi inchiodato a riva con un sommergibile sforacchiato, niente pezzi di ricambio, ciurma ridotta, un ufficiale abituato a far colazione a letto e la burocrazia americana con cui fare i conti. La situazione sembra disperata, finché Nick Holden non lo prende da parte e non gli offre la propria collaborazione.

Perché Nick Holden è un arrivista con le unghie da manicure, ma è nato e cresciuto in un ghetto di abbietta povertà e crimine noto come “Arca di Noé” (Tony Curtis era davvaro un ragazzino di strada del Bronx! N.d. Tenger). Se Sherman è disposto a chiudere un occhio sul come i materiali arrivano sul ponte, Holden può portargli qualsiasi cosa.

E qualsiasi cosa gli porta. Tra furti con scasso, pareti asportate e sciamani delle colline, Sherman e Holden riescono a rimettere in mare il Sea Tiger. Circa.

Mr. Holden, it’s past daybreak, and we are submerged.”
“We are?”
“We are.”
You mean, we’re under?”
“Yes.”
Well, it isn’t a permanent situation, er… What I’m trying to say is, I mean, we can come up if we like to.”
“Well, I like to think we can, but then, I’m an incurable optimist.”

Il viaggio si svolge tra mille peripezie, in un crescendo di situazioni sempre più paradossali e pericolose. In un momento iconico del film, i nostri devono ridare l’antiruggine al sommergibile. In un’isola trovano del minio, ma non abbastanza. Trovano della biacca, ma non abbastanza. Decidono di mischiare tutto e passare una mano di grigio poi.

Un buon piano, ma i giapponesi attaccano e i nostri devono fuggire precipitosamente con un sommergibile rosa confetto.

La storia del Sommergibile Rosa si diffonde. La Rosa di Tokyo (nomignolo dato a speakers anglofone che lavoravano per la radio giapponese) ne parla. Gli americani captano il programma. Siccome non risulta nessun sommergibile rosa tra gli effettivi, deducono che deve trattarsi di un sotterfugio, un astuto stratagemma per infiltrare un sommergibile giapponese nella flotta Alleata. Passano l’ordine di bombardare a vista tutto ciò che può somigliare, da vicino o da lontano, a un sommergibile rosa.

Sicché il Sea Tiger si trova con due motori utilizzabili, niente radio, in mezzo al Pacifico, con i giapponesi che sparano da una parte e gli americani che sparano da quell’altra. Per citare un marinaio, “possiamo farcela con l’aiuto del Buon Dio… ma deve darci la sia totale attenzione!”


Il Sea Tiger in tutto il suo splendore!

Operation Petticoat è un film del 1959. E’ il debutto cinematografico del regista Blake Edwards, lo stesso che realizzò poi Breakfast at Tiffany’s, Darling Lili o la serie The Pink Panther con Peter Sellers.

L’idea di una commedia sulla Seconda Guerra Mondiale ambientata su un sommergibile era stata spinta da Tony Curtis. Curtis si era arruolato dopo l’attacco a Pearl Harbor. Nel 1943 aveva visto il film con Cary Grant Destination Tokyo e si era così infervorato che aveva integrato la Pacific submarine force. A differenza del suo personaggio Nick Holden, Curtis conosceva i sottomarini piuttosto bene!

Il film è un gioiello. Edwards, Grant e Curtis sono tra i leggendari talenti di Hollywood, come non se n’è più visti e come non se ne vedrà mai più. Plus, il soggetto piacque tanto che il Dipartimento della Difesa americano lo sostenne fino in fondo e con grande dedizione. Ben tre sommergibili sono stati usati, il che ha permesso di girare numerose scene dal vero, invece che in uno studio o con qualche altro trucco.

E sì, hanno tinto l’USS Balao di rosa per questo film. Questi sono i momenti in cui uno deve essere fiero di appartenere alla razza umana!

Elencare tutti i pregi di questo film non gli farebbe giustizia. I personaggi sono verosimili, ben distinti e tratteggiati, recitati da un cast divino. Il duo protagonista Sherman-Holden è particolarmente ben riuscito. Sono due uomini del tutto diversi per origini, carattere e scopo, ma in una cosa si assomigliano: sono pronti a fare un patto col Diavolo per ottenere ciò che vogliono.

La scrittura è spassosissima, vivace e imprevedibile. Lascia peraltro spazio anche ai comprimari, ognuno memorabile e con una storia sua.

In una delle sotto-trame, i nostri ripescano un gruppo di infermiere spiaggiate. L’idea di poppute infermiere in un sottomarino avrebbe potuto facilmente scivolare nell’umorismo sempliciotto da circolino del tressette, ma non succede. Le donne del cast sono a loro volta ben distinte e tratteggiate. In particolare, la più alta in grado è figlia di un alto funzionario della GM ed è un eccellente meccanico. Durante il viaggio, si adopera con sudore e sangue a rimettere in sesto la carcassa del sommergibile, tra le proteste scandalizzate del meccanico di bordo, che non tollera l’idea di avere una femmina in mezzo alle sue macchine.

I due finiscono per diventare amici e abbiamo una delle frasi più romantiche del cinema:

“Tu sei più che una donna… tu sei un meccanico!

Holden ha molta fede nel primo rodaggio del Sea Tiger.

Qualcuno ha detto che l’intera idea di “infermiere raccattate da un sommergibile” è tirata per i capelli, una forzatura, una scusa per fare commedia.

Well, il fatto è che è successo davvero: l’USS Spearfish evacuò un gruppo di infermiere verso l’Australia.

E questo ci porta a un altro dei grandi pregi di questo film: molte delle gag sono riprese da fatti realmente accaduti!

Sommergibile in colori sgargianti per mancanza di materiali? Check.

Sommergibile che “affonda” un veicolo sulla spiaggia? Check.

Richiesta ufficiale di carta igienica respinta perché “materiale sconosciuto”? Oibò, la lettera passivo-aggressiva che Grant detta in quella scena è autentica!

Il Sea Tiger stesso è una chiara allusione alla USS Sealion, sottomarino nuovo fiammante affondato in porto dai giapponesi.

Questo film è un piccolo capolavoro, e non sorprende il successo mostruoso che ebbe presso il pubblico e presso i critici. Quell’anno Operation Petticoat fu il terzo film per incassi. I primi erano Ben-Hur e Psycho, una concorrenza spietata in tutti i sensi!

Nonostante oggi se ne parli meno, questo film piacque tanto e per tanto tempo che negli anni ’70 venne ritirato fuori dal cassetto e adattato a una serie televisiva. Non avendola vista non so quel che vale. Per quel che m riguarda, Operation Petticoat è e resta uno dei miei film preferiti, recitato da due dei miei attori preferiti!

Il cast! Ommioddio il cast! Good_Grumpy
Vicenda Good_Grumpy
Costumi e sets Good_Grumpy
Sceneggiatura, spassosa e incalzante! Good_Grumpy
Attinenza storica Good_Grumpy
We sank a truck! Good_Grumpy
I personaggi, ben distinti e memorabili! Good_Grumpy

 

Può darsi che, cercando bene, questo film abbia dei difetti. Non lo so, non me ne frega un cazzo, è bellissimo, divertentissimo, purissimo, levissimo… guardatelo e basta. E poi ci sono Cary Grant e Tony Curtis, sono due degli attori più bravi di sempre, perdincibaccobarile!

MUSICA!

La pagina Imdb del film

The Frisco kid

Il 29 agosto è morto Jerome Silberman, in arte Gene Wilder.

Per certe povere anime Gene era “il tizio dei meme”

Gene è stato un attore di chiara fama e uno dei più importanti attori comici giudei. Il mondo lo ha ricordato citando i suoi ruoli più conosciuti, come l’iconico Willy Wonka nel film Willy Wonka & the chocolate factory del ’71, o il giovane Victor Frankentsein (leggesi Fran-ken-steen) in Young Frankenstein nel ’74.

Gene Wilder è stato un attore straordinario, con un’energia, una mimica e una sottilità uniche. Oggi voglio ricordarlo parlando di un film meno conosciuto ma a parer mio particolarmente significativo per quel che riguarda Wilder: The Frisco Kid.

The Frisco kid


Nel 1850, Avram Belinski viene scelto per diventare il rabbino della nascente comunità ebraica di San Francisco (“Frisco”). Avram lascia quindi la campagna polacca e si ritrova allo sbaraglio negli Stati Uniti, dove viene prontamente raggirato, massacrato di botte e abbandonato in mezzo al niente.

Rimasto a piedi con la sua Torah, Avram comincia un fortunoso viaggio in un continente esotico e sconosciuto. Il nostro incrocia la strada di un rapinatore di banche (Harrison Ford), che prende lo sprovveduto rabbino in simpatia e lo guida (o si fa trascinare) in un lungo periplo attraverso montagne, deserti, indiani, frati trappisti e quant’altro.

Il film avrebbe tutti i numeri per essere un successo: l’idea del “pesce fuor d’acqua” è un classico ricorrente ma può essere realizzata bene, e le avventure tragicomiche di un rabbino polacco nel selvaggio West offrono un sacco di buone occasioni.

Gli attori sono tutti bravi, a cominciare dal duo protagonista: Harrison Ford, fresco di Star Wars, ritrova il ruolo del delinquente duro ma di buon cuore, e Gene Wilder, uno dei migliori attori comici di tutti i tempi.

Il regista scelto era anche promettente:  Robert Aldrich è il realizzatore che ci ha portato classici come The dirty dozen (1967) o The longest yard (1974).

Tuttavia il film non ebbe particolare successo né fu apprezzato dalla critica. Tutt’ora, è uno dei film meno conosciuti di Wilder. Ed è strano, perché il rabbino askenazi dovrebbe essere considerato come il suo ruolo iconico per eccellenza!

The Frisco kid è a parer mio un film gravemente sottovalutato, ma devo ammettere che le critiche negative che ha ricevuto non sono proprio immeritate. The Frisco kid ha pregi e difetti.

“Io ho letto questo libro. Non ho capito una sola parola.”

Il primo pregio del film è il protagonista: Avram Belinski è un personaggio adorabile. Si tratta di un uomo semplice, ottimista e ingenuo, scaricato senza riguardi in una terra pericolosa e spietata. Belinski non ha la minima idea di cosa lo attende quando parte, né ce l’ha il capo rabbino. Nel primo dialogo che hanno a proposito del suo viaggio in America, Avram chiede dove sia San Francisco e il capo rabbino gli risponde: “By New York”.

Come no, proprio accanto.

Nonostante le disavventure, Avram mantiene la propria gentilezza d’animo e il proprio senso di meraviglia per le novità che incontra. La recitazione impeccabile di Wilder rende perfettamente il personaggio ed è difficile non provare simpatia per il povero diavolo.

La grande forza del film è però anche una delle debolezze: l’evoluzione del personaggio di Avram è sbilanciata tutta sulla fine. Il clou della sua crescita è precipitato nell’ultima mezz’ora di film, in cui Avram si rende conto che, nel suo rispetto per le regole religiose, ha perso di vista ciò che davvero conta nella vita (“I choose a piece of paper instead of you”). Come può essere un buon rabbino in queste condizioni?

E’ un buon dilemma, peccato che sia scatenato e risolto in un paio di dialoghi alla fine del film.

Ma parliamo di Harrison Ford: il suo personaggio è visto è rivisto, il bandito di buon cuore Tommy Lillard. La mancanza di originalità è di per sé problematica, ma quello che affossa Tommy è soprattutto la mancanza di caratterizzazione.

Pur avendo buone battute, Tommy non è un personaggio molto curato. Lo vediamo come delinquente, e nella scena dopo viene in aiuto ad Avram, senza particolare ragione a parte il fatto che il rabbino pazzo gli rimane simpatico. L’intento era senza dubbio di mostrare come la compagnia di Avram riesca ad addomesticare un incallito criminale e riportare alla luce il buono che c’è in lui, ma la faccenda non è curata con attenzione ai dettagli e Tommy Lillard resta un personaggio dimenticabile, simile a tutta la pletora di “criminali buoni” visti in narrativa prima e dopo di lui.

Il film alterna anche momenti eccellenti con momenti superflui. Un esempio può essere la parte sugli indiani, in cui Avram cerca di spiegare che il suo Dio è onnipotente ma non fa venire a piovere (tranne quando cambia idea). Il dialogo è seguito da una scena di danza ben trovata, ma fin troppo lunga.

La sosta al monastero trappista è, da un punto di vista narrativo, del tutto inutile. Da un punto di vista comico però le scene in cui Avram deve sforzarsi di stare zitto sono deliziose.

Gene Wilder e Harrison Ford in kippah. You’re welcome.

Nell’insieme, The Frisco kid ha diversi difetti, ma anche tanti pregi. Nonostante le debolezze, è un film molto divertente, e uno dei film più giudei che abbia avuto occasione di guardare. The Frisco kid non è un western, è una commedia ebraica ambientata nel West, recitata dal miglior attore comico del cinema ebraico occidentale.

L’ingenuità e l’onestà del rabbino lo rendono un personaggio buffo e triste, ottimista e tragico. Lo sprovveduto inerme che mantiene il proprio ottimismo in barba alla sofferenza è un personaggio ricorrente della narrativa ebraica, e un personaggio che può avere risonanza con chiunque.

L’”arco” della storia non è ben equilibrato  
Il personaggio di Ford, indispensabile nella storia, non è curato nel dettaglio né approfondito  
La trama  
Gene Wilder  
Il personaggio di Avram Belinski  
La sceneggiatura  

 

The Frisco kid non è un film perfetto e avrebbe potuto essere migliore, ma resta una commedia assolutamente deliziosa e squisitamente yiddish, consigliatissima.

MUSICA!

Per chi vuole altre letture:

La pagina wiki del film

Un articolo sull’argomento

Serio e faceto: The revenant & Deadpool

Pasqua è trascorsa e io ho sempre meno fede negli esseri umani. Ergo questa settimana, invece di parlare di sanguinosi scontri che i protagonisti potevano probabilmente evitare con un minimo di pianificazione e buonsenso, mi butterò su un argomento più leggero: il cinema!

The revenant

 

Hugh Glass è una guida per un gruppo di cacciatori di pelli. Quando dei nativi li attaccano, è Glass che deve portare i suoi in salvo attraverso le montagne, lontani dal fiume Missouri e verso lo Yellowstone.

Purtroppo per tutti, Glass è aggredito da un orso e malamente masticato, tanto da non essere più in grado di camminare. Non potendo portarsi dietro un ferito in barella, il capo della spedizione decide a malincuore di lasciarlo indietro, insieme a un paio di compagni. La loro missione è accudire Glass fino a che non sarà defunto (nessuno crede troppo in una guarigione) per poi seppellirlo. Si offrono tale Fitzgerald, il giovane Bridger e il figlio di Glass, Hawke.

Restare fermi in un posto solo, però, è pericoloso, e Fitzgerald non ha nessuna intenzione di rischiare la pelle per un moribondo. Dopo aver assassinato il figlio di Glass, il tipo convince Bridger che un gruppo di indiani si sta dirigendo verso di loro, e i due abbandonano il ferito nella sua stessa fossa, senza armi e senza aiuto.

Solo con le proprie ossa rotte, in mezzo alla foresta innevata, Glass deve trovare il modo di sopravvivere, tornare dai suoi e vendicarsi.

Il film si ispira a una storia vera. Hugh Glass è esistito davvero, era davvero un cacciatore nella lontana terra di frontiera e prese parte alla spedizione di Ashley lungo il fiume Missouri. Nel 1823 lui e gli altri degli Ashley’s hundreds furono davvero attaccati da degli indiani Arikara e poso dopo Glass fu davvero aggredito da un orso e masticato così male da lasciar le costole esposte.

La storia non è verificabile al di là di ogni dubbio, ma pare che in effetti Glass sia stato lasciato con un tale Fitzgerald e un ragazzo (probabilmente Bridger), incaricati di accudirlo. Davvero questo Fitzgerald avrebbe convinto il ragazzo ad abbandonare il ferito e avrebbe lasciato Glass ai corvi dopo avergli fregato il fucile.

Dopo 6 settimane nella foresta, Glass riuscì a trascinarsi fino a un avamposto. Rimessosi in piedi, il nostro partì alla ricerca dei suoi ex-compagni per esporre loro i suoi sentimenti riguardo all’intera vicenda. O per staccar loro la testa, una delle due.

Nella realtà, Glass dovette rinunciare alla vendetta. Bridger era un ragazzino ai tempi e il nostro decise di perdonarlo. Quanto a Fitzgerald, quando lo trovò questo si era arruolato nell’esercito statunitense, e uccidere un soldato era una faccenda poco igienica.

Il film non segue la storia vera alla lettera, aggiungendo sottotrame come quella del figlio di Glass o la ricerca del capo indiano. Rispetto ad altri film del tipo “ispirato a una storia vera” resta comunque molto vicino alla fonte.

“Ricapitoliamo: lo mangia un orso, precipita da un perrupo, atterra su un formicaio, mentre cerca di trascinarsi via una freccia lo centra senza ucciderlo, e alla freccia ci trova legata una bolletta del gas…”

La trama è molto semplice, come semplice è la vicenda a cui si ispira. Iñárritu non risparmia nulla al suo protagonista, che appare minuscolo in una Natura sterminata e indifferente. Il paesaggio ha un ruolo centrale, con lunghe riprese e momenti di apparente immobilità. Più il film procede, più si ha l’impressione che le vere protagoniste siano le montagne, un regno di neve e lento ritmo stagionale in cui gli uomini si agitano e si scannano per ragioni più o meno gratuite.

Passaggi onirici si alternano con momenti molto realistici, aumentando il senso di solitudine e smarrimento.

La lentezza del ritmo è spezzata da scene di lotta cruente e rapide. In particolare l’ultima rissa riesce a essere sanguinosa e cruda come poche, senza mai apparire esagerata o “hollywoodiana”.

Ma di cosa parla davvero il film?

The revenant non spiattella il proprio messaggio e alla fine lascia la conclusione aperta a interpretazione.
Il tema portante pare venato da un forte nichilismo. Che tu sia un brav’uomo o un criminale, che tu persegua la vendetta o che tu rinunci, niente cambia. Sei solo, in un mondo selvaggio in cui la tua vita può finire da un momento all’altro per le ragioni più disparate. Un attacco indiano, orsi, un uomo in cerca di vendetta, il divertimento sadico di qualcuno… giusto o infame, ogni individuo deve lottare per tirare la prossima boccata d’aria.

Non c’è vera redenzione, se non la realizzazione che ogni fisima è futile e che la sola cosa reale è l’istinto di sopravvivenza davanti alle avversità.

Fin qui tutto bello, ma devo dire che ci sono delle parti di The revenant che mi hanno lasciato perplessa.

Ad esempio, Quando Di Caprio cade in acqua in un uggioso tardo pomeriggio: nonostante le ossa rotte, la neve e la sfiga, il nostro trova il modo di accendere un fuoco e asciugarsi senza andare in ipotermia o svenire dalla fatica. Non è impossibile quindi non lo definirei un buco di trama, ma resta molto poco probabile in un film che, per la maggior parte, è realistico.

Il subplot della ragazza indiana è un altro dente dolente per me. Il capo indiano è alla ricerca di sua figlia, rapita da dei bianchi. Nel far ciò, collabora con dei francesi, anche loro a cacia nella stessa zona. A loro, il capo porta pelli in cambio di cavalli e armi.
Codesti mangiarane sanno le motivazioni del capo E sono quelli che hanno rapito la ragazza!

Viene da chiedersi come la banda di nativi non si sia accorta, in uno dei suoi scambi coi francesi, che questi tengono dei prigionieri. Sono tutti a zonzo nel bosco, non è come se i froggies potessero nascondere la pulzella in cantina.
Ma diciamo che i frogs riescono a imbucare la ragazza in un cespuglio durante gli incontri col capo e gli altri guerrieri.
Perché dovrebbero correre il rischio di uno scazzo violento con una numerosa banda indiana? Si tratta di una squaw, non possono procurarsene un’altra che non sia la figlia di un capo fumino?

Anche perché non è che i francesi pianifichino di farci chissà cosa con questo ostaggio di riguardo, al contrario, la tizia è pura carne da stupro. Mi pare un comportamento da dodo, perfino per dei francesi.

The revenant non è un film perfetto in ogni aspetto, ma resta un’opera di ottimo livello. Peraltro, regia e recitazione, così come caratterizzazione e dialoghi, sono eccellenti. La lunga lista di premi e accolades ricevute è più che meritata.

Riassumendo…

Certi dettagli poco verosimili
Il subplot dell’indiana è poco credibile (ancorché non impossibile)
La storia
La recitazione
La regia
La scena dell’attacco dell’orso
I passaggi onirici
Il messaggio suggerito senza essere cacciato a pugni nella gola dello spettatore

 

Sia chiaro, non è un film che secondo me può piacere a tutti. E’ un film lento e freddo e spartano, a tratti surreale. E’ un po’ come Valhalla rising, senza storia cretina, senza dialoghi da lobotomia e senza colori saturati. Un bel prodotto, ma non proprio a gusto di chiunque. Ci sta che ritmo, tono e finale aperto vi risultino sgradevoli o frustranti.

Ciononostante, val la pena dargli una chance.

Dopotutto, è un film con il grande Gatsby, Mad Max e il generale Hux. Che volete di più?

Deadpool

Altro film, altro genere.

Cominciamo col dire che i film di supereroi non sono per nulla la mia tazza di tè. Non guardavo i cartoni da ragazzina, non ho mai letto i fumetti, quindi per me i supereroi americani sono grosso modo dei tizi strapompati in costumini da sfilata di Carnevale a Mykonos.

Di quelli che ho visto, la maggior parte mi son risultati troppo campati per aria per esser presi sul serio, divertenti al meglio, con qualche rara eccezione.

Quando sono andata a vedere Deadpool non mi aspettavo niente di più di una boiata tutta cazzotti e battute cretine.

Ci sono cazzotti e battute cretine. E il film è divertentissimo!

Finalmente un supereroe psicopatico, violento, trollesco e che non riflette cupamente dal bordo di un cornicione nella città notturna. Sa anche disegnare!

La trama è elementare a livelli parodistici, ma non pretende di essere un film complesso o serio. E’ un film cialtrone e spassoso che si presenta come film cialtrone e spassoso. Ma andiamo con ordine.

Wade è un mercenario con “soft spots” e “hard spots”. La sua vita fatta di violenza e prevaricazione prende una nuova piega quando incontra Vanessa, una prostituta con un carattere esplosivo. Entrambi sono matti come cavalli e si intendono subito, iniziando un’appassionata liaison.

Tutto molto bello, finché Wade non ha un mancamento. All’ospedale, gli diagnosticano un cancro terminale. Incapace di affrontare la decadenza e l’agonia davanti alla donna che ama, Wade se la svigna e finisce nelle grinfie di una losca organizzazione, che gli promette di curare il suo cancro, regalargli superpoteri e rifargli la carrozzeria della macchina.

Essendo disperato e anche un po’ coglione, Wade zompa sull’occasione e inizia un trattamento a base di tortura, tortura, e un po’ di tortura. L’esperimento dovrebbe sottoporre il suo corpo a uno stress tale da provocare una mutazione.

Solo che questi buoni samaritani non hanno intenzione di fare di Wade un nuovo supereroe: il loro losco scopo è di farne uno schiavo ultra-potenziato da vendere al miglior offerente.

Dopo essere riuscito a evadere, Wade, ora sfigurato, assume l’identità di Deadpool e si lancia nella caccia al proprio aguzzino in un tripudio di schioppettate, mani mozzate e gente spiaccicata.

Non ho letto i fumetti di Deadpool né visto i cartoni, quindi baso il mio giudizio esclusivamente su questo film, e il personaggio è geniale. Per quanto un eroe immortale e de facto invulnerabile possa essere un problema (toglie tensione, sappiamo che è indistruttibile), la personalità di questo assassino seriale compensa in toto la cosa.

La vicenda ruota in buona parte attorno alla storia d’amore tra il protagonista e la sua ganza, e una volta tanto il legame tra i due risulta originale e credibile. Sono entrambi fuori di testa, ma l’intesa è realizzata molto bene senza essere melensa o noiosa.

La recitazione costituisce una fetta molto importante del buono in questo film. Tutti sono molto bravi, ma Reynolds in paricolare è da schiantare. Dopo filmacci come Amityville horror e Wolverine Origins, è un piacere vederlo in roba che vale almeno il prezzo del biglietto. Nella fattispecie, il personaggio di Deadpool è uno spasso, e Reynolds pare divertirsi come un matto nell’interpretarlo.

Tirando le somme…

La tizia ritrovata viva alla fine è improbabile perfino per gli standard di questo film
Qualche gag infelice, quella finale è telefonatissima
Deadpool
La recitazione
La cialtroneria autoironica
L’azione truculenta
Il rapporto tra il protagonista e la sua ganza
I personaggi di contorno

Non c’è molto da aggiungere. Non è un film profondo e non è un film che se la tira. A tratti le gag sono un po’ forzate, ma nell’insieme tutto fila bene, condito con una buona dose di gore e violenza tamarra. Mi piace quando un film non scorreggia più alto del proprio culo, per usare un francesismo. Deadpool non finge di essere più di quanto non sia.

A differenza di The revenant, questo film può piacere a tutti ed è consigliatissimo, a meno che non siate particolarmente sensibili al sangue.

MUSICA!

Star Wars, la Forza s’è appena svegliata e le ci vuole un caffé

Il 2015 è finito, finalmente. E’ stato un anno molto grumpy, e ho alte aspettative per il 2016.

Quindi, perché non inaugurare tutto con una recensione mainstream e coatta su un argomento tanto di moda?

Sono andata a vedere Star Wars, the Force awakens.

Mi è piaciuto?

Mettiamola così. Dopo averlo visto, sono tornata a casa, ho preso il cofanetto dei prequel (quella roba che nessuno guarda mai ma che dobbiamo avere in casa che sennò poi mi tolgono la tessera da nerd) e ho chiesto scusa alla facciona tonda di Anakin.

Sì, è così brutto. Perché i prequel avranno anche tutti i difetti del mondo (tra cui il fatto che se ne faceva anche a meno, che hanno più buchi di Jean Reno alla fine di Leon, che i dialoghi romantici facevano vomitare arcobaleni e che Jar Jar), ma la storia aveva un senso. E anche alcune idee buone, stringi stringi. L’idea che l’Impero fosse un parto della Repubblica stessa (c’è crisi, c’è bisogno di un uomo forte!) era bella, per esempio.

Questo qui è un pattume rimasticato.

Jar Jar Abrams ha chiaramente cercato di mettere le basi di una nuova saga legandola in modo solido all’originale, la più amata. E di per sé, era una buona cosa. Peccato che non abbiano saputo farlo.

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La trama è quasi la stessa dello Star Wars del ’77, solo che per metà abbiamo la vecchia gang e per metà la nuova, che mima quasi tutti gli stessi ruoli (Rey come la giovane Padawan, Poe come il giovane Solo, Kylo Ren –d’ora in poi noto come il Frignetta– come il giovane Vader) e che dovrebbe riprendere la fiaccola della storia.

Ora, i personaggi dello Star Wars originale non saranno stati la cosa più originale del mondo (il giovane prescelto, il contrabbandiere canaglia ma di buon cuore, la principessa idealista e arrogante, ecc.) ma erano scritti bene. Avevano un carattere, potevamo capire le loro ragioni e i loro scopi.

Con questi? Eh… Ma andiamo con ordine!

Specifico subito che ho visto questo film in italiano, con quello che è, a mia esperienza, il doppiaggio peggiore del decennio. Non sentivo roba del genere da quando, appena sedicenne, mi strafacevo di film di Kurosawa in italiano. Dopo anni che guardo solo film in lingua originale (che signorina snob sarei, altrimenti?), il doppiaggio mi dà sempre fastidio. Ma per Giove e Putifarre, ‘sta roba era dolorosa!

Insomma, comincia la storia con un testo da morte cerebrale in cui si dice grosso modo:

“I ribelli avevano vinto la guerra, ma siccome Leia e soci sono una manica di mentecatti coi pollici nel culo, dopo solo 30 anni la Repubblica è ridotta come la Somalia, l’Impero c’è di nuovo ed è anche più potente di prima, Luke ha ragequittato e i Jedi continuano ad essere estinti.”

Wow.

Tutti sono alla ricerca di Luke, che si è dimostrato il peggior mentore del secolo ma che hey, la profezia diceva che avrebbe portato equilibrio, quindi ciccia. Luke non ha lasciato indirizzo, ma ha seminato pezzettini di mappa da tutte le parti perché sennò non si riempiono due ore di film.

Il nipote di R2D2, d’ora in poi Monopalla, va con NonSolo su NonTatooine a prendere la USB con la mappa. Purtroppo, il Frignetta sbarca, cattura Poe e uccide tutti. Sembra finita per Poe, ma uno Stormtrooper decide a caso di disertare e lo libera.

Ok, STOP.

Esaminiamo i problemi qui.

Il guaio non è l’idea dello Stormtrooper disertore.

Il guaio è che il personaggio è scritto malissimo. Per capire un personaggio dobbiamo vederlo nel suo ambiente prima del suo grande Cambiamento. Pensate a un altro film a caso, per esempio Romancing the stone (Alla ricerca della pietra verde). Non cominciamo con Joan nell’autobus nella jungla, cominciamo con lei che vive sola col gatto e di lavoro scrive orridi romanzi romantici d’avventura. Siccome sappiamo che è una donna abitudinaria e sedentaria, siamo interessati quando la vediamo costretta dalle circostanze a intraprendere un rocambolesco viaggio in mezzo a liane, serpenti e narcotrafficanti.

Cosa sappiamo di questo tizio? Poco, e quel poco non ha senso. E’ un trooper, inquadrato fin dalla tenera infanzia. Il processo è così severo e disumanizzante che il tizio non ha nemmeno un nome. Una roba che a confronto la propaganda nazista è semolino.

Sarebbe un’ottima fonte di conflitto! Un personaggio che per tutto il film lotta per liberarsi dalle catene ideologiche e psicologiche di questo terribile sistema!

Invece no. Coso diserta. Perché? Non ce lo diranno mai. Capiamo che ha avuto paura alla prima battaglia, che ha avuto remore a spacciare dei civili. Sappiamo anche che, fino a questa piccola scaramuccia, Coso qui aveva sempre obbedito senza problemi.

Ok, quindi non si era mai trovato in una condizione rischiosa o davanti a una scelta morale che testasse la sua lealtà. Più tardi scopriremo che il tizio era addirittura un addetto ai cessi.

Perché un bidello la cui competenza e lealtà non è mai stata testata è stato scelto per una missione importante come la cattura di Poe? Non si tratta di una battaglia, si tratta di un’operazione di precisione con effettivi ridotti e (si presume) scelti. Quindi?

Se non conosco le ragioni e il background del personaggio, come faccio ad affezionarmi?

Una storia migliore, in 4 vignette.

Insomma, Finn, il trooper, decide di disertare perché la guerra è brutta o qualche stronzata del genere (complimenti al programma disumanizzante del Primo Ordine, che non lascerà nessuna traccia sul carattere di Finn). Potrebbe scappare nel parapiglia o fingersi morto, ma siccome c’è rischio che il Primo Ordine lo insegua, Finn decide di scappare col prigioniero importante, così invece di una squadra (o magari nulla) è sicuro di avere alle calcagna una bella fetta della flotta. Finn è stupido, da questo punto di vista, ma non temete, non è il solo.

Finn e Poe restano separati e Finn si ritrova solo su Jakku, dove per la legge delle Coincidenze che Levati e il corollario del Quanto è Piccolo il Mondo, dopo una passeggiatina incontra Rey, bella fanciulla del deserto.

Rey è la Donna che Tutto Può. E’ tipo Wonderwoman, Nuvolari, Richthofen e Gesù tutto in uno.

Dovrebbe essere una meccanica che campa recuperando pezzi da rottami stellari, un’orfana sfruttata e malnutrita in un pianeta desertico e crudele.

Essere malnutriti e sfruttati in Pakistan…

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…e su Jakku

Rey sa parlare con un droide mai visto prima (vi ricordate quando Luke non capiva niente dei bip bop bum di R2D2? Luke era una pippa), sa parlare svariate lingue aliene, sa parlare il wookie nonostante 30 anni prima il wookie fosse una lingua rarissima.

Rey viene aggredita da due goons cattivi e li mena entrambi senza nemmeno spettinarsi.

Rey non ha mai pilotato niente di significativo, ma una volta posato il suo grazioso didietro su una nave atipica (e modificata) non solo riesce a farla decollare, ma si scatena in acrobazie aereonautiche che le nostre Frecce gliela leccano.

E lo so cosa diranno alcuno. He, ma anche Luke!

No.

Intanto non è che siccome il primo Star Wars è ora un mostro sacro allora non ha difetti.

E poi no.

Luke viene presentato come il rampollo di una famiglia benestante, gente non ricca sfondata ma nemmeno povera, che vive e lavora presso un grande porto interstellare. Luke stesso non è un semplice rottamaio, ma è in grado di manipolare, riparare e modificare dei droidi. Non è un salto troppo grande supporre che gli sia capitato di pilotare roba più grossa del suo macinino.

In secondo luogo Luke non si mette alla guida del Millennium Falcon! Manovra il cannone, e la sola roba che guida è un piccolo X-wing dotato di copilota, R2D2. Alla resa dei conti quello che Luke fa è mirare bene e infilare due colpi ben piazzati. Non si scatena in acrobazie stellari a bordo di veicoli mai usati prima.

Ma torniamo a Rey. Han Solo le mette in mano una pistola che lei non ha mai usato. Non sa nemmeno come usarla. Ma dalle mezzo secondo e la tipa dà le pappine a Simo Haya.

Mai preso una spada laser in mano, ma tiene testa al Frignetta.

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Ho ho ho, chi ha avuto l’idea della guardia laser?

E la forza? Vi ricordate come Luke debba allenarsi per lungo tempo?

Rey, senza mai averci provato prima, spacca il culo al Frignetta, il pupillo del nuovo Imperatore e uno capace di sbatacchiare la gente in giro (ma solo quando serve alla trama) e bloccare un colpo di folgoratore a mezz’aria (qualcosa che non abbiamo mai visto fare a nessun Jedi figo prima).

Ora, so cosa qualcuno sta per dire:

-Ma Tengy, ti lamenti sempre che non ci sono personaggi femminili forti, e ora che te ne danno uno rompi?

Non vorrei apparire come la Donna Che Chiede Troppo, ma oltre a un personaggio “forte” non è che noi fanciulle potremmo averne anche uno scritto bene? ‘Sta tizia totalizza Mary Sue a mani basse (ma non frigna troppo, il che è un punto a favore).

La storia segue a grandi linee roba già vista. I Cattivi hanno un’altra superpalla spakkapianeti, solo che questa è del tutto diversa dalla Morte Nera I e II perché questa è ancora più grande. Ma ha un punto debole che se colpito abbastanza provocherà l’esplosione dell’intera baracca. E Finn sa dove e come arrivarci perché lui puliva i cessi.

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Lo Starkiller è grande come un pianeta, conterà al minimo una cinquantina di milioni di impiegati. Ma ognuno di loro deve imparare a menadito i piani dell’intera palla. Perché dai, è credibile. Boh.

Intanto il Frignetta cattura Rey, perché lei ha visto la mappa del robot e ne hanno bisogno per completare il puzzle. Perché il Primo Ordine ha ricostruito il resto della roba basandosi su vecchi archivi. Perché la Repubblica non sia riuscita a fare la stessa cosa sarebbe stupido da spiegare.

Il Frignetta capisce che Rey è potente nella Forza, e quindi lascia a farle la guardia un singolo stormtrooper facilmente impressionabile.

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Il Frignetta, uno dei cattivi più deludenti della storia del Cinema

Insomma, i nostri riescono a scoppiare la palla e scappare (sorpresona), Han Solo muore perché costava troppo metterlo in Star Wars VIIIOld ideas strike back, il Frignetta si scatena in un’inutile duello con Rey e Finn e perde (peraltro, ho apprezzato il cazzotto sulla ferita come metodo di cura), i buoni si salvano e i cattivi fuggono.

Di ritorno alla base, sorpresa! R2D2, che era rimasto tra i piedi in standby da quando Luke era sparito, si riattiva. E vedi un po’ te i casi della vita, ha il resto della mappa! Perché in 30 anni nessuno ha pensato a controllare l’hard-disk del computer personale dello scomparso. Cristo…

Voler fare un elenco di tutte le cose stupide di questo film sarebbe impossibile. Ce ne sono a bizzeffe, saturano ogni singolo minuto di film. L’intera storia sembra rivolgere intorno al tema: “Leia e Han Solo sono pippe in tutto ciò che fanno”.

Hanno vinto la guerra, e 30 anni dopo la Repubblica è a catafascio, la guerra va male, sono divorziati, loro figlio è un serial killer e Han è tornato a fare il contrabbandiere indebitato. Ha anche la faccia di parlare del suo piccolo business come “quello che so fare meglio”. Coso, abbiamo visto due bande di creditori armati fino ai denti entrare senza colpo ferire nella tua nave. Mi sa che è chiaramente stabilito ormai che sei una ciofeca anche in quello.

L’unica scena genuinamente divertente è quella in cui il Fringetta sta avendo l’ennesima crisi di bizze, due stotmtroopers voltano l’angolo, capiscono l’antifona, si scambiano un’occhiata e voltano sui tacchi facendo finta di niente.

Insomma, un film esilarante per quanto è tirato via.

Due stormtroopers che se la filano  
Storia rimasticata…  
… ma arricchita con gustosissimi buchi di trama  
Zero cura nella sceneggiatura e nella caratterizzazione  
Finn è un buco di trama vagante  
Rey sa fare tutto anche se non ci ha mai provato  
Lo Starkiller è un coacervo di buchi di trama tale da inghiottire il sole  
Nessuno aveva nemmeno pensato a controllare la memoria di R2D2  
Il Frignetta  
Il nuovo Imperatore  
Come in Interstellar, l’unico personaggio memorabile è il robot  
Hai preso Brienne per fare Phasma, e la metti in due scenette di merda  
Luke deve essere il peggior maestro del secolo  

 

Insomma, è un pessimo, pessimo film. Lo ha detto anche Lucas, che ha definito vendere Star Wars
alla Disney l’equivante che vendere i propri figli agli schiavisti. C’era un’alternativa, sai Giorgino. Non vendere. E ora sappiamo cos’hai fatto dei tuoi figli naturali, mostro!

Comunque nessuno si mette contro la Disney (il cui amministratore delegato compare nel film nei panni dell’Ologramma di Snoke) e Giorgino si è dovuto rimangiare tutto.

Film consigliato solo per chi conta di andarlo a vedere a un orario di bassa frequenza e con un gruppo di amici trashomani. Perché se non si può ridere e commentare non ne vale la pena. E’ un’accozzaglia di roba talmente disperante che mi ha fatto seriamente rivalutare Star Wars Holiday Special.

Questo è tutto e che la Forza sia con voi!

MUSICA!

(E’ un appello a Hollywood, don’t waste your time always searching for those wasted years! Fatela finita col nuovo Star Wars, il nuovo Ghost Busters, il nuovo Star Trek e tutta la corte dei film zombies, dateci roba nuova, storie mai raccontate prima porca puttana!)

Doppia proiezione: Crimson Peak e The Martian

E Samhain, tempo di tornare ai’ccine e vedre quali novità si offrono!

Crimson Peak

E’ il 1887, Edith è la figlia di un ricco industriale americano. Sua madre, appena morta di malattia, le compare come spettro per metterla in guardia contro “Crimson Peak”. Quindici anni dopo, Edith è una giovane scrittrice di storie gotiche che sogna di pubblicare il suo primo romanzo!

Il manoscritto viene rifiutato, ma Edith si consola incontrando sir Thomas Sharpe. Sharpe è un baronetto inglese che ha ereditato una cava di argilla da mattoni. Ha ideato una macchina per accelerare l’estrazione e spera di ottenere i finanziamenti necessari a rilanciare l’azienda.

Edith resta affascinata da questo nobile spiantato europeo, circondato da un’aura di mistero e accompagnato da una sorella psicopatica. No, non è uno spoiler. Questo film è del tutto privo di qualsivoglia sorpresa. Ma andiamo con ordine.

La cosa positiva è che il film è molto bello da vedere. I colori, gli angoli, la fotografia, tutto è molto vivido. Gli attori fanno anche un buon lavoro. Con mia grande sorpresa, Mia Wasikowska (Alice nel paese delle meraviglie) recitava. Mi aspettavo il disastro, dopo averla vista nel film di Burton, e invece no, sembrava viva!

Ma per quanto recitazione e fotografia siano importanti, che ne è della sostanza?

Meh…

Il film è diretto da Guillermo del Toro, che sa di certo fare il suo lavoro. El laberinto del fauno è uno dei miei film preferiti, ho adorato Hellboy the Golden army (anche se il secondo tempo scadeva). El orfanato era un film molto di maniera, ma fatto molto bene.

Crimson Peak, per ora, è uno di quelli che mi son piaciuti meno. Ed è un peccato perché, come detto, le immagini e le riprese sono bellissime. Manca giusto la sostanza.

In Crimson Peak ritroviamo un tema molto caro a del Toro: gli esseri umani possono essere più spaventosi e pericolosi di qualsiasi mostro o fantasma. Il classico “i veri mostri siamo noi”. Se però questo funzionava bene nei tre film succitati, in Crimson Peak la faccenda cade piatta.

Prima di tutto, i fantasmi di Crimson Peak non servono a niente. Sono 100% superflui, un po’ come le tette nei film d’azione. Il loro design anche mi ha convinta molto poco. Mentre i colori differenti erano un’idea interessante, il volerli fare mezzi scheletro mezzi marionetta è un’arma a doppio taglio: è fin troppo chiaro che del Toro sta cercando di renderli spaventosi. Il guaio è che se i tuoi sforzi sono troppo evidenti, non funziona più. Il cinema è illusione, lo spettatore è tanto più coinvolto quanto i trucchi del regista gli sfuggono.

Non so se si capisce, ma qui del Toro vuole farvi paura.

Se io m rendo conto “qui è del Toro che cerca di farmi paura”, smetto di averne, perché vedo la scena per quel che è: illusione. E’ un po’ come se qualcuno alzasse un cartello con scritto “abbi paura”.

Peraltro, i fantasmi non servono a nulla se non a realizzare jumpscares. Per chi non fosse familiare col termine, è quando un film cerca di farti sobbalzare sulla seggiola, di solito con un movimento brusco accompagnato da un suono molto forte. E’ l’equivalente cinematografico di “bu-bu SETTETE!”.

Ora, la paura data da un jumpscare è molto superficiale, e spesso non si tratta nemmeno di paura quanto di fastidio. Se il terrore del film si basa solo su quello, probabilmente il film è una patacca.

Non è proprio il caso qui, dacché del Toro riesce a creare comunque una certa atmosfera, ma gli spettri restano uno spreco e i jumpscares sono tutti gratuiti.

Se non ci fossero stati i fantasmi e la vicenda si fosse focalizzata solo sull’indagine, il thriller, il dramma psicologico, sarebbe stato un film molto migliore.

Purtroppo però Casper the Unfriendly Ghost non è l’unico problema. Questo film è prevedibile.

Edith ha sempre maniche a sbuffo, anche per dormire. Sembrano tipo ali di un angelo, GET IT?! Obvious symbolism is obvious.

Da quando incontriamo Thomas e sua sorella Lucille, sappiamo che Lucille è una psicopatica. Non è per niente sottile, la tizia ha sempre un manico di scopa nel culo e passa il tempo a lanciare sguardi omicidi in giro. Gee, mi chiedo se lei ed Edith andranno d’accordo…

Guarda che carina, sorride…

Il problema di avere una tizia chiaramente pericolosa nel film, è che toglie sorpresa e quindi tensione alla storia. Quando Lucille comincia a dare i numeri, siamo preparati. Sapevamo che stava per succedere. Se invece avessimo creduto Lucille una donna eccentrica ma di buon cuore, l’impatto di scoprirla una pessima persona sarebbe stato molto maggiore.

E poi c’è il problema che il film ha dei considerevoli buchi di trama.

Non sto dicendo “questa cosa di contorno non va bene”, no, almeno due punti chiave presentano una grave incongruenza e un altro non dico sia per forza un buco di trama, ma ci si avvicina molto.

Thomas e sua sorella girano l’America per raggranellare i soldi e mandare avanti l’impresa familiare. Veniamo a sapere che in realtà il loro piano è ogni volta sposare Thomas con un’ereditiera senza famiglia stretta, farsi dare l’intero patrimonio e poi spacciare la pollastra.

Tutto molto classico, non fosse che a inizio film Edith osserva che Thomas e sua sorella portano vestiti buoni ma consunti. Non sarebbe meglio, per due truffatori, di presentarsi con dei vestiti nuovi? Hanno già fatto fuori diverse ricche ereditiere, uno immagina che i soldi per ricomprare la giacca ci siano.

In secondo luogo, questi sono serial killers di ricche signore, ne ammazzano e derubano un certo numero nel giro di pochi anni, e riescono a restare poveri in canna. Sono i peggiori investitori d’Europa!

Ok, ma questo potrebbe essere giustificato col fatto che Thomas e Lucille sono stupidi. Non pare il caso, ma va bene, facciamo che sì.

Il primo buco di trama però non si può giustificare in questo senso: Lucille, una delicata signorina, ammazza il padre di Edith, un robusto industriale, spaccandogli la testa contro un lavandino.

No, non ci credo ma nemmeno se mi fa una dimostrazione live. Spaccare la testa a qualcuno non è facile, specie se questo qualcuno fa il doppio del tuo peso. Fosse stato un vecchino gracile passi, ma no, è un grosso tizio ben piantato.

In secondo luogo, il tizio viene ritrovato con metà del cranio sfondato e la conclusione è “sarà stato un incidente”.

Come no. E Trotsky si è suicidato con un’accetta.

Secondo grosso buco: Edith scopre la verità su suo marito perché ritrova il baule di una moglie precedente. Al che uno si chiede: perché questi diabolici fratelli dovrebbero conservare il baule col nome della tizia sopra? Quanto a livello di stupidità siamo ai punti con l’informatore di Educazione siberiana che si era tatuato il curriculum addosso…

Alla fine, la colpa più grave di questo film è che, stile e aspetto a parte, non ha niente di originale. La storia non ha nessuna sorpresa, niente di nuovo. Ogni scena è così telefonata che se avessi avuto un furbòfono con l’app giusta sono certa che Guillermo del Toro mi avrebbe contattata di persona per avvertirmi di cosa stava per capitare. Giusto per essere sicuri.

Immagini e colori  
Gli attori  
Un’atmosfera passabile  
La storia vista e rivista  
L’inutilità dei fantasmi  
Una delle scene di sesso più involontariamente buffe che abbia mai visto (oibò caro, tiemmi ‘sta bracciata di gonnelloni, non mi trovo la passera!)  
Mai una sorpresa  

 

In definitiva ripeto: le immagini sono davvero belle da vedere. Può valer la pena di andarlo a vedere al cinema solo per quello. Ma non col biglietto a tariffa piena. Io non ci spenderei più di cinque euro, alla fine i pregi, che ci sono, non bastano a bilanciare i difetti.

The Martian

15 anni nel futuro, la NASA è riuscita a mandare una missione su Marte, ma mentre il gruppo porta avanti la ricerca, viene sorpreso da una tempesta di sabbia. L’equipaggio riesce a tornare alla nave, ma uno di loro, Mark Watney, viene falciato dalla bufera. Convinti che Mark sia morto, gli altri decollano, abbandonando la missione.

Mark ovviamente è vivo e vegeto, ma si ritrova spiaggiato su Marte, senza la possibilità di comunicare con la NASA. Ha cibo nel piccolo Hab, ma solo per 300 giorni. La missione successiva è di lì a 4 anni, in un altro cratere al di là della portata del suo rover.

Ricapitolando: si trova su un pianeta dove niente cresce, dove l’aria non è respirabile, con viveri limitati e l’impossibilità di chiedere aiuto o comunicare. E’ l’unico essere vivente del pianeta.

Dopo un primo momento di sconforto, però, Mark decide di combattere. Scomponendo la situazione in problemi distinti, affronta la cosa con metodo, risolvendo un guaio alla volta.

Tra tentativi ed errori, Mark riesce a costituire un suolo, una piantagione, un rifornimento d’acqua, perché Mark è botanico e i botanici sono badass.

E intanto sulla Terra, le foto del satellite mostrano attività sul pianeta. Alla NASA si rendono conto che Mark Watney, dato per morto e seppellito in contumacia con tutta la pompa, è vivo. Lo hanno solo abbandonato a morte certa. Ops.

Un mondo di opportunità

Questo è a mani basse il miglior film che ho visto quest’anno.

La storia è tratta da un romanzo dallo stesso titolo, scritto da Andy Weir. Non l’ho letto (anche se, secondo questo articolo del Duca, sarebbe anche meglio del film), quindi mi limiterò a parlare della versione cinematografica.

Avevo dei dubbi mentre facevo la coda in biglietteria. Il regista è Ridley Scott, l’uomo che ci ha dato The duellists e Alien, ma anche Prometheus. Mentre i primi due sono tra i miei film preferiti, Prometheus è di certo il film di fantascienza più cretino che abbia mai subito (e includo capolavori del vomito come Doomsday machine o quella cagata galattica del film di Starship troopers).

Tuttavia, dietro consiglio del mio maestro in malvagità Sir Greenmold (lo stesso che mi ha diffidata dall’andare a vedere Interstellar), ho deciso di correre il rischio.

Devo dire che ho apprezzato ogni minuto di The Martian. Gli attori sono tutti bravi, a cominciare da Matt Damon che fa un ottimo lavoro. Il personaggio che interpreta è molto simpatico: è competente, intelligente e pieno di risorse, è ottimista e ironico. Allo stesso tempo commette errori, cade sul culo, si rialza e ritenta.

Il personaggio è tanto simpatico, che mi dispiaceva quando gli capitava qualcosa di brutto. Non volevo che le cose gli andassero male, facevo sinceramente il tifo per lui. E’ stata una sensazione stranissima, che non mi capitava da un sacco.

Mi sono letta un post di Lilin per ritrovare la mia naturale acredine.

Gli altri comprimari hanno meno spazio, ma emergono ben sfaccettati, credibili e interessanti.

In particolare ho apprezzato il comandante della missione, Melissa Lewis (interpretata da Jessica Chastaine): un militare competente, affidabile, capace di prendere difficili decisioni, preparata… e non la poverella vittima della propria emotività, ruolo che spesso i film appioppano alle femmine perché hey, sì, vi mettiamo in ruoli fighi, ma sappiamo come siete fatte voi donne.

Sì, Interstellar, sto parlando anche di te. Mi fa un sacco piacere vedere un film in cui il personaggio femminile somiglia più alla Cristoforetti e mano a Madame Bovary. Se non si fosse capito, questo cliché della donna sentimentale forte fuori ma fragile dentro HA ROTTO IL CAZZO.

Ho anche apprezzato molto il fatto che nel film non ci sia un “cattivo”. Sarebbe stato facile mettere come antagonista un burocrate meschino o un militare carogna che non vuole aiutare Mark per [ragioni]. E’ quello che hanno fatto in Avatar, dopotutto.

Qui no. Tutti sono animati da ottime intenzioni, sono gente competente e hanno ottime ragioni per fare ciò che fanno.

Da un punto di vista scientifico, ci sono delle imprecisioni, ma nell’insieme questo aspetto è curato come il resto del film. A differenza di Prometheus, a questo giro Scott ha collaborato con la NASA, e si nota. Anche se ci possono essere delle discrepanze tra la tecnologia reale e quella del film, il tutto resta molto verosimile.

Un problema che ho avuto io è stato nel design delle tute che usano su Marte, più simili a tute da motociclista che a equipaggiamenti pressurizzati.

Un’altra cosa che mi ha lasciato perplessa è la “manovra Ironman”, sulla cui verosimiglianza nutro fieri dubbi.

Sia chiaro che si tratta di pignolerie: non ci sono buchi di trama, la storia è avvincente, e non si scade mai nella technobabble (devi ricalibrare gli ionizzatori quantici a propulsione nucleare, Scotty!).

Nell’insieme il film mi è piaciuto un sacco. Compresa la colonna sonora, tanto kitch quanto bizzarra: tra le tante, Scott ci delizia con Waterloo degli Abba! Tutto avrei creduto tranne che sentire quella canzone in un film di questo genere.

Non voglio dilungarmi oltre sulla storia perché questo film vale assolutamente il prezzo del biglietto. Quindi salto direttamente alla tabella.

Alcuni dettagli tecnico-scientifici
I personaggi  
La recitazione  
Il fatto che non ci sia un “cattivo” banale  
La verosimiglianza (niente technobabble!)  
L’ironia  
La musica kitch  

 

Anche se il genere non è il vostro, provate. Questo film merita senza dubbio il tempo e i soldi di un’uscita al cinema.

Insomma, con The Martian possiamo assolvere Scott da Prometheus e Damon da Interstellar.

Yeah, it’s THAT good.

MUSICA! (Ridley Scott made me do it!)

Ok, ok, musica

Interstellar, per un facepalm cosmico

Il primo che dice “ma è simbolico” si prende una sventagliata di Uzi nel muso.

Sarà una perdita

Molti dei miei conoscenti hanno visto questo film appena uscito. Metà di loro mi ha detto che era una cagata immane. L’altra metà mi ha detto che era bello bellissimo che levati. Il problema è che tra questi ultimi c’erano anche due fans di Vikings.

Poi ho ricevuto un messaggio.

NONANDAREAVEDEREINTERSTELLAR

Guardo il mittente. Il mio personal trainer in malvagità, Sir GreenMold. Oibò, rispondo, adesso sono davvero curiosa!

“Strappati un braccio e picchiatelo sulla testa finché non hai cambiato idea.”

Grazie al savio consiglio ho potuto risparmiare un po’ di eurini (che mi sono prontamente bevuta). Ma poi il momento è arrivato.

E’ bello bellissimo?

Ma nemmeno dopo una bottiglia sana di Famous Grouse!

E’ una cagata immane?

He… well

Ma andiamo con ordine.

Questo film ha un pregio innegabile: è molto bello da vedere. I colori, le scene grandiose, la luce… Se si fosse trattato solo di musica d’organo e immagini, sarebbe stato anche un bel film, una specie di esperienza più che non una storia, un po’ come certi corti Disney.

Poi qualcuno parla, e la poesia si spezza.

La storia

Il mondo è nella stessa fase post-picco pre-apocalisse in cui si situano tanti altri film di fantascienza (film migliori di questo, tipo Soylent Green, per citarne uno a caso). L’entropia sta macinando ogni cosa e tempeste di sabbia flagellano la Terra.

Cooper è un ex-pilota della NASA, sopravvissuto a un traumatico crash. Traumatico crash che non avrà nessun impatto sul suo carattere o interesse nella storia. Abituatevi, un terzo del film è al 100% inutile.

La NASA chiude battenti perché LA CRISI e Cooper si ritrova padrone di una vasta coltivazione di mais (che in un posto perennemente siccitoso e soggetto a tempeste di sabbia mi pare un ottimo investimento). Sua figlia Murphy è imbronciata perché ha un fantasma in camera e un nome di merda. La faccenda del fantasma potrebbe essere interessante, ma nessuno ci fa caso. Cooper carica lei e il secondo figliolo sul pick-up per andare a scuola. Mentre guidano, passa un drone. Cooper gli corre dietro, fottendo metà del raccolto, poi, tramite il potere di TANTO E’ SCI-FI, con un laptop prende il controllo del velivolo e lo fa atterrare usando il mouse-pad come una barra di comando.

Se vi state chiedendo se ciò sia possibile o se questa scena di svariati minuti abbia un qualsivoglia scopo nella storia, la risposta a entrambe le domande è NO.

A cosa serviva questa scena? A niente, ma ve l’ho raccontata perché dovete soffrire con me.

Cooper va alla scuola dei figli, dove gli dicono che suo figlio maggiore non andrà al college perché c’è bisogno di contadini. Vedo che Feudalesimo e Libertà spakka di brutto nel mondo di Nolan.

La Murphy viene sospesa perché non crede che l’allunaggio sia un complotto sionista bolscevico. Mi stanno colando i neuroni dalle orecchie.

Durante l’ennesima tempesta di sabbia, la bimbetta dimentica la finestra aperta, ma, invece di un merdaio senza soluzione, in camera trova il pavimento coperto di righe. Sarà stato il famoso fantasma?

Cooper studia la questione e conclude che la gravità gli ha lasciato un messaggio in codice binario.

La gravità? Oibò, siamo sicuri che non ci sia nessuna altra spiegazione possibile?

Il regista è Nolan, ergo no.

Salta fuori che il posto indicato dalle scie-sabbiche è una base segreta segretissima della NASA. Appena Cooper arriva, la cricca degli allegri scienziati lo accoglie con sorrisi e un martini, perché dopo tutto ha solo cercato di forzare un cantiere di massima sicurezza da cui dipendono le sorti dell’umanità.

Non avendo di meglio da fare, i sapientoni spiegano a Cooper che, proprio quando tutti si stavano rassegnando all’estinzione, qualcuno (un fantomatico they) aveva iniziato a mandare messaggi tramite la gravità, e un wormhole si era aperto a portata di navicella. La NASA viene quindi riaperta in segreto e dei tizi vengono spediti attraverso il buco, verso l’infinito e oltre. Prima che il contatto si perda, si viene a sapere che dall’altra parte c’è un Buco Nero (hooray!) e che intorno a questo buco nero orbitano tre pianeti potenzialmente abitabili.

Io non avrei caro trasferirmi dirimpetto a un Buco Nero, ma si sa, io sono una borghese schizzinosa.

In sunto, gli esseri umani hanno due opzioni:

Piano A: trovare il modo di far decollare la base NASA a botte di technobabble e trasferirci in blocco.

Piano B: Spedite un disgraziato con degli embrioni surgelati e piantare una nuova colonia che perpetri la razza umana.

L’interesse del Piano B sinceramente mi sfugge. Per quanto trovi interessante l’idea di salvare da morte certa delle persone, non vedo proprio l’hype di fecondare apposta degli embrioni e mandare i bastardelli orfani di una razza disadattata a colonizzare altri pianeti. Cioè, boh. Chi ci guadagna?

Peraltro, sarei davvero curiosa di vedere COME una prodezza del genere può essere compiuta. Forse la nave è equipaggiata di centinaia di uteri artificiali.

Trovo anche molto poco credibile che in una situazione come quella descritta in Interstellar, gli yankees dispongano di tutta questa Divina Tecnologia Ex Machina. Ma tant’è.

Il capoccia della missione, Brand, racconta tutto a Cooper, perché boh, senti, facebook non carica più, twitter è morto e lui deve pure sparlare con qualcuno. Au passage, gli chiede anche se per caso non gli andrebbe di salvare il mondo e guidare la nuova navicella.

No, perché, capite, Cooper era il migliore quindic’anni fa, e già che è passato per caso perché non arruolarlo?

Perché in quindic’anni si spera che ci sia stato un minimo progresso nella costruzione di certa roba, no?

No.

Cooper ci pensa, ma la decisione è rapida: il pianeta sta morendo, mancano pochi decenni all’estinzione e ad ogni modo non faranno mai una nuova serie di BlackAdder, quindi a che scopo restare?

Accetta, ed è dramma. Murphy frigna, gli fa notare che il famigerato “fantasma” ha lasciato un altro messaggio: STAY. Ma il film deve andare avanti, e dopo solo un’ora la navicella parte per arrivare là dove nessun uomo è mai giunto prima.

Not impressed…

Sulla nave ci sono anche Anne Hataway, Expendable McDead e Blackie McCasualty, più due microonde ultima generazione che fanno battutine. E’ triste da dire, ma queste due versioni per le medie di Data hanno più personalità di tutto il resto del cast.

I nostri infilano nel vermone e sbucano dall’altra parte. Il primo pianeta da esplorare è il pianeta Miller. Siccome ogni ora su Miller corrisponde a sette anni in orbita, decidono di andare giù tutti e lasciare McCasualty da solo a studiare il Buco Nero.

Scendono, il pianeta è coperto da un oceano senza fine. Cooper atterra su una secca dove ci sono i rottami della precedente navicella e nient’altro. Visto che qualcosa ha evidentemente annientato la missione, i nostri cincischiano finché un’onda di ottomila metri non arriva e ammazza Expendable McDead.

Impatto sulla trama? Nessuno.

Cooper e Hataway tornano alla navicella madre. A questo punto McCasualty, rimasto per 23 anni nello spazio, dovrebbe essere morto suicida dopo aver stuprato il robot, mangiato l’imbottitura dei sedili e affrescato la nave con la Storia del Mondo usando il proprio sangue.

Nope.

-Bella raga, ce ne avete messo di tempo! Che fine a fatto coso?

-Coso chi?

-Dai, quel tizio che era partito con voi!
-Ah, sì, così lì, comesichiamita, boh.

Ripartono. Le altre due scelte sono Edmunds, dove sta il drudo della Hataway, e Mann, dove uno scienziato strafigo è atterrato e ha detto che ci si sta d’incanto. Dopo una lunga e inutile discussione, il terzetto si dirige su Mann.

Intanto sulla terra Murphy è diventata una scienziata e lavora con Brand, il capoccia di Cooper. Suo fratello è diventato un redneck senza nessuna buona ragione ed esiste nella trama perché… Boh, per la stessa ragione per cui esiste il drone.

Brand schiatta, ma in punto di more rivela a Murphy che in realtà il piano A non è mai stato realistico, che l’unico piano passabile era il B e che lui ha sempre mentito perché sennò la gente non avrebbe collaborato.

Altro damma inutile. Mio padre mi ha abbandonata? Mio padre sapeva? Mio padre non sapeva? Santi numi, Murphy, ma in tutti questi anni un grullaio l’hai mai visto?

Insomma, Murphy decide che deve esserci una soluzione e che la soluzione deve essere in camera sua, dove tutto è iniziato. E perché no. Quando manca alla fine? ODDIO AIUTO!

Intanto, il pianeta Mann è una palla di ghiaccio e sasso con un’atmosfera irrespirabile.

-Secondo me c’è un inghippo.- fa McCasualty –Io tutto sto “abitabile” mica lo vedo.

-Stai mettendo in dubbio lo scienziato strafigo?

-Sì.

Lo ignorano tanto è negro. Atterrano, scongelano il tizio cervellone. Ma TWIST. Il mondo non è davvero abitabile (Oh My Gulliver!), e lo scienziato ha mandato il messaggio solo per farsi venire a prendere!

Una piccola gif per descrivere il mio stato d’animo a questo punto del film

Senza nessuna logica astringente, il tizio cerca di far fuori Cooper, esplode McCasualty e sfascia la carrozzeria della stazione tentando un attracco idiota stile “abbocca la sistola al rubinetto del giardino”.

Cooper e Hataway si precipitano, tentano una manovra simile ma riescono perché Cooper è il protagonista. Come dice Doug Walker, una scena in cui anche i piloti di Star Wars direbbero “that shit ain’t real”.

Insomma, due pianeti, due morti, resta un pianeta e niente più benzina.Cooper decide di scaricare i robot per alleggerire la nave.

-Che hai fatto!- strilla la Hataway -Mostro!

-Ma sono solo robot…

-Iiiih, mostro!

Ah, è sempre bello vedere un film originale con l’uomo rude e dallo spirito pronto, e la donna preda del proprio lato emotivo e empatico. Ah, no, scusate, non è originale, sono gli stessi decadenti stereotipi che il cinema americano macina dai tempi della propria creazione. Questo film sarà meno stupido di Doomsday machine, ma come caratterizzazione siamo lì.

Cooper decide di sacrificarsi e slingshootare la Hataway al pianeta giusto, mentre lui salta nei buco nero, perché si sa mai, potrebbe anche tornare a casa in quel modo (non chiedete).

Zompa nel buco. Invece di spaghettificarsi, finisce in un posto in cui il tempo è una dimensione spaziale e sono tutti istanti della stanza di Murphy bambina. Perché oh, lui è la presenza dai famosi they (ve li ricordate? Sono quelli che mettono in moto e rendono possibile l’intera storia)! Perché l’amore trascende spazio e tempo, e lui può comunicare con lei grazie a esso!

Wait a second…

Chiamatele fisime da figlia maggiore, ma: e di tuo figlio che mi dici? Perché non appare anche lui?

Si potrebbe dire “lui sceglie lei perché è quella più atta a capire le informazioni ed agire”, ma no, perché lui non sceglie, e l’idea di passarle informazioni gli viene solo dopo che la stanza è comparsa. Ergo, perché il figlio non appare? Non amava anche lui?

Si vede di no. Peraltro il figlio ha meno consistenza dell’aria fritta, ergo perché metterlo nella storia per cominciare?

Annose domande.

Cooper ha l’idea di passare a Murphy un non so cosa di informazioni che le permetteranno di attuare il piano A (credo). Inizia a fare righine. Sulla Terra, Murphy capisce subito che il fantasma della sua infanzia era suo padre dal futuro che comunicava attraverso un paradosso quantico. Chiunque avrebbe tratto le stesse conclusioni, guarda.

Ok, va bene. STOP, FERMATE LE MACCHINE, ASPETTATE UN SECONDO.

Lasciate che riassuma.

Qualcuno, magari una futura civiltà umana più avanzata della nostra, ha creato il wormhole e orchestrato tutta la storia perché Cooper possa passare a Murphy le informazioni necessarie a salvare la razza umana.

Perché? E perché non passare direttamente le informazioni a Brand?

Non lo sapremo mai, ma Cooper piange e Nolan suona l’organo, quindi immagino che anche solo chiederselo rovini la poesia.

Anche tolto ciò, la storia non torna comunque. La partenza di Cooper dovrebbe essere provocata da qualcosa al di fuori del time-loop! Cooper parte perché il Cooper del futuro butta giù i libri e fa le righine per terra. Non ha senso! Il loop non può funzionare in quel modo perché non potrebbe essere avviato!

E se pensate che sia finita, ebbene no.

C’è un montaggio ispirato con Murphy che risolve l’equazione e getta i fogli dalla terrazza in una scene che se fosse stata poco più whimsical mi sarei messa a vomitare arcobaleni.

E dopo ciò il film continua, come un’agonia maligna. Cooper viene ritrovato, arriva alla stazione orbitante dove Murphy sta morendo di vecchiaia, e c’è anche un’ultima scena molto credibile in cui la Hataway (che non è un pilota) è riuscita ad attraccare la nave e inaugurare la colonia.

E solo allora finisce!

Questo film è un pasticcio. Pare che il tema della storia sia l’affetto, ma un buon terzo del tempo è costituito da roba inutile. La lunga caccia al drone attraverso i campi di mais, a che serve?

O anche il fatto che ci siano tre pianeti da esplorare, alla fine cosa portano alla storia? La vicenda poteva procedere in modo identico con un pianeta solo, e io avrei risparmiato un’ora di vita.

Ok, possiamo discutere che il pianeta d’acqua valeva la pena solo per vedere lo tsunami più tsunami del mondo, ma quello di ghiaccio e tutto il siparietto inutile che ne consegue?

Ho una soluzione: si tiene il pianeta dell’acqua. Expendable McDead muore, i nostri tornano alla nave e scoprono che Blackie McCasualty si è suicidato per la solitudine dopo aver finito di studiare il buco nero. Sarebbe stato molto più tragico e la sosta sul pianeta avrebbe avuto un impatto molto maggiore.

E la fine. Ma un grandissimo CHISSENEFREGA? Abbiamo davvero bisogno di sapere che lui viene ripescato, che la figlia ha salvato il mondo, che si rivedono, che a stento si parlano, o che altro? Ve lo immaginate come sarebbe migliore Via col vento se dopo il monologo della scala il film continuasse con Scarlett che si aggiusta il vestito, va a farsi un sandwich, fa le valige, fa il bagno, si serve un cicchetto?

Insomma, proprio no.

 

L’aspetto visivo  
Certi spunti di conflitto  
La recitazione, per buona parte  
La sceneggiatura  
La storia  
Il piano B  
I personaggi inutili  
Le scene inutili  
I monologhi pomposi pseudo-esistenziali (anche detti Nolanologhi)  
Può lasciare righine sulla sabbia, ma scrivere “ciao Murph, sono tuo padre” è troppo complicato  
Mio figlio? Quale figlio?  
Il loop che sia avvia da solo  
Gli “altri” mai spiegati: chi sono, che vogliono, dove sono?  
La fine  

 

Lo script originale, scritto da Jonathan Nolan, è una storia molto più interessante. Ci sono gli alieni, ci sono i cinesi che esplorano lo spazio, c’è un Murphy maschio che trova un modo per risolvere il problema da solo, in vece di passare 35 anni a frignare che Babbo l’ha abbandonato…

Ovviamente la storia di Jonathan era davvero fantascienza, e non poteva essere realizzata così. Si sa che la fantascienza è per ritardati. Bisogna togliere tutti gli elementi fanta e scienza possibile, e lasciare solo l’aspetto INTELLETTUALE e SENSIBILE e MASTURBATORIO.

Interstellar non è un film di fantascienza, è un dramma borghese di un padre e una figlia. E anche come dramma borghese fa pietà.

Insomma, per quanto colori, luci ecc. siano belli da vedere, non vale un biglietto di cinema e non rende sul piccolo schermo. Consigliato solo a chi ha soldi d’avanzo.

MUSICA!