Good times, bad times: Storia e propaganda

Ogni qualche tempo scoppia da qualche parte una virulenta polemica a spunto più o meno storico.

Una nuova via, un murales, una citazione usata da un politico o un giro di frase apparso in un giornale.

E’ inevitabile, e oggi vorrei parlare del perché.

Per fare un esempio concreto, possiamo prendere la disgraziata diatriba sulla targa dedicata a Giuseppina Ghersi, bambina uccisa pochi giorni dopo la Liberazione.

Per chi vivesse in una lieta bolla e non avesse seguito: poco dopo la Liberazione, la famiglia Ghersi fu arrestata perché in odore di collaborazionismo. I genitori furono incarcerati, mentre la figlia Giuseppina, di 13 anni, fu ritrovata morta ammazzata nei pressi del cimitero.

Fin qui è una storia tragica nella propria banalità. Vendette e crimini di questo genere si sono verificati sempre e da sempre alla caduta di un regime, dopo una sconfitta o dopo una vittoria.

Come spessissimo accade in questi casi, il fatto è affogato nei sentito dire più fumosi.

L’hanno violentata i comunisti. Sono stati i partigiani (che notoriamente erano tutti comunisti). I genitori erano fascisti. La bambina era una spia. Insomma, tutta la gamma del caso, tutte cose perfettamente verosimili, nessuna delle quali è però stata verificata per davvero.

Questa è una storia tra i milioni di fattacci capitati in quegli anni.

Non c’è stata nessuna inchiesta recente sui fatti, nessuna scoperta particolare, quindi perché parlarne ora?

Perché a Giuseppina Ghersi sarà dedicato un monumento a Noli.

Il consigliere comunale, di aperte simpatie neofasciste, ha pensato bene di piazzarle un bel cippo in Piazza Rosselli (trolling much?).

Prima di entrare nel merito del dibattito (che come di consueto si è mantenuto sui livelli di “pallate di merda nel fango”), è importante capire perché c’è un dibattito per cominciate, e perché ci sarà sempre in queste occasioni.

Lo scopo dell’articolo non è tranciare su quanto sia una buona idea mettere il cippo, né su cosa davvero è accaduto in quei giorni di caos. Lo scopo di questo articolo è sviscerare una discussione idiota (ma avranno fatto bene o non avranno fatto bene a uccidere una bambina?) affinché sia possibile avere un punto di vista un minimo più articolato sul ruolo della Storia nella retorica contemporanea.

Al di là dell’ignoranza, l’ipocrisia e l’inettitudine retorica, la ragione principale per cui casi come questo scatenano discussioni da porcile intasato è l’incapacità della persona media di riconoscere l’importanza del contesto. Per la persona media, una faccenda simile è semplice: o è giusto mettere un cippo, o è sbagliato. O Giuseppina Ghersi merita un cippo, o non lo merita.

Purtroppo questo atteggiamento fa un pastone immondo, dacché confonde diversi fattori distinti.

Smontiamo quindi questo puzzle.

Immagine di propaganda menzognera: i gatti sanno sempre quel che stanno facendo, sono i vostri miseri cervellini umani che non riescono a capire

Tanto per cominciare abbiamo due piani paralleli: la realtà storica e la percezione attuale (perché ricordiamolo, le società non si rapportano mai alla realtà, ma al racconto della realtà, a un modello di realtà).

Nella realtà storica, l’elemento originale è un fenomeno (fatto, persona, ideologia, ecc.), nella percezione l’elemento originale è la narrativa dominante, il punto di vista, la presa di posizione. In altre parole, mentre un ricercatore è formato a distaccarsi e cercare elementi con cui costruire un quadro, la persona normale ha già un quadro e cerca nella Storia elementi che lo corroborino. Uno storico cerca di comprendere, la persona media cerca conferme.

Con questo non voglio intendere una superiorità intellettuale dello storico. Lo stesso problema lo ritroviamo in tutti i campi: il climatologo cerca di capire gli uragani, la persona media ha una sua idea sul Cambiamento Climatico e cerca articoli accessibili che le diano ragione. E così per molti altri campi: la ricerca richiede una certa sincerità d’intenti, la vita di tutti i giorni no.

La percezione può essere più o meno prossima alla realtà dei fatti, ma spesso la seconda è in larga parte accessoria.

Torniamo alla Storia.

Cominciamo dai fatti. Un bel giorno, da qualche parte, succede qualcosa. Nella fattispecie, una ragazzina viene trucidata. Tale fenomeno può (e dovrebbe) essere oggetto di studio storico il più preciso e oggettivo possibile, prima che ne sia tratta una qualsiasi conclusione (morale o meno).

Questo studio però avviene a sua volta in un momento storico, in cui individui sono alla costante ricerca di elementi che confermino la loro idea di mondo.

Capita spesso quindi che una ricerca che poteva essere oggettiva nel contesto accademico perda ogni oggettività nel contesto ideologico. E’ un problema, perché cambiando il contesto cambia completamente il fine del discorso.

Ad esempio, lo studio dei crimini partigiani può essere interessante per capire motivazioni, diamiche dei gruppi, meccanismi psicologici, ecc. Al di fuori di un contesto di ricerca, lo stesso studio è spesso usato nell’apologia del fascismo: siccome le carognate le facevano anche i partigiani, allora i fascisti non erano poi così cattivi (la falsa equivalenza è un grande evergreen di questo genere di manipolazioni).

Per certi versi è normale (oserei dire giustissimo) trarre dalla Storia i “mattoni” con cui costruire la propria visione di mondo. Il problema è che prima di poterlo fare con successo è necessario capire ciò che si maneggia, e la triste realtà è che di capire non frega un cazzo a nessuno.

Nella fattispecie, a Casa Pound non importa una virilissima mazza di cosa è successo a Giuseppina Ghersi o perché, il punto è che la sua morte conferma la narrativa de “i partigiani comunisti e cattivi che saccheggiavano l’Italia” con il corollario “la nostra ideologia è buona e giusta perché i veri cattivi erano loro”.

Parliamone!

La strumentalizzazione politica della Storia è costante e sfinente per chi cerca di fare un lavoro serio. Specie quando si tratta di Storia recente, la trappola retorica è sempre presente.

Ma torniamo ai monumenti et similia.

Perché, secondo voi, non esistono monumenti ai morti della Hitler-Jugend? Si tratta di ragazzini, e se andiamo a cercare al caso per caso possiamo trovare decine di esempi di disgraziati giovanissimi vittime della guerra tanto quanto Giuseppina Ghersi.

Eppure non facciamo loro monumenti.

Perché il messaggio retorico del monumento potrebbe facilmente essere usato per fare l’apologia del Nazismo.

Un monumento, una commemorazione, una targa, portano automaticamente con sé un messaggio propagandistico. “Propagandistico” non è inteso qui in accezione necessariamente negativa, bensì come discorso il cui scopo è modificare la percezione e quindi il comportamento del prossimo.

In parole povere, se il fenomeno storico ha un suo contesto, anche il discorso sulla Storia (e in particolare monumenti e commemorazioni) ce lo ha. Un monumento non è mai anodino, ha sempre una storia sua, una ragione e uno scopo, in gran parte indipendenti dall’evento o dalla persona a cui si ispira.

Questo perché un fenomeno è un fatto, mentre un monumento è un’azione, un fenomeno appartiene al mondo del reale mentre un monumento appartiene al mondo della retorica e delle idee.

Non è strettamente necessario che lo scopo di una commemorazione sia politico. In The Art of War i Sabaton celebrano le prodezze militari della Divisione Fantasma, così come l’eroismo polacco a Wizna, l’inutile spreco di vite a Gallipoli ecc. Nel contesto, è chiaro che lo scopo dell’album è parlare della Guerra in quanto tale, nel suo orrore e nel suo splendore, senza spingere un’agenda politica particolare. Ghost division è diventata una dei loro cavalli di battaglia e non è mai stata oggetto di grande controversia, nonostante parli di nazisti.

Qualcuno avrà seguito la diatriba sui monumenti confederati in America. Perché oggigiorno dovremmo preoccuparci di come Lee trattava i suoi schiavi? Alla fine sono statue di gente morta secoli fa.

Al di là di tutte le chiacchiere e le trombonate, la persona reale del Generale Lee conta fino a un certo punto, quella che pone problema è la storia delle statue stesse. Molte di queste non sono state costruite ai tempi della guerra o subito dopo, ma durante il periodo delle Jim Crow Laws e sorgere del KKK (1890-1920) e durante la lotta per i diritti civili (1960-70). In altre parole, questi monumenti non sono nati dal sincero e apolitico desiderio di ricordare un buon militare, ma dal dichiarato e politicissimo intento di intimidire una comunità e celebrare la superiorità dei Bianchi.

Nel comune di Vitry sur Seine (tradizionalmente bastione comunista) moltissimi toponimi celebrano l’URSS, tipo il Boulevard de Stalingrad (che poi muta in Boulevard Yuri Gagarin, LOL). Nonostante il successo che riscuote il fascismo di questi tempi in Francia, nessuno se n’è uscito con “Vitry deve cambiare i toponimi”, nonostante siano oggettivamente celebrativi di quella che è stata una delle dittature più longeve e opprimenti dell’ultimo secolo.

Il Boulevard di Stalingrad in tutto il suo splendore! Ammirate l’opera industriosa della mano emancipata del lavoratore Vitriota! 

Qual’è la differenza con le statue confederate?

Ci sono tante differenze, ma quella che a parer mio è discriminante è che, mentre in America esiste una vocale apologia del Suprematismo Bianco, in Francia nessuno sta facendo l’apologia dell’URSS! Nessun giornalista sta difendendo i lati positivi della politica di Andropov e nessun politico si sognerebbe mai di dire che Stalin non era poi tanto male. Pertanto ora e in questo contesto, toponimi simili si sono svuotati di significato per diventare folklore. Quando inizi a vedere le frecce per il Cremlino (giuro!) vuol dire che sei a Vitry. Se mai un giorno dovesse esserci un recupero dello Stalinismo e un movimento apologista, toponimi simili si ritroverebbero automaticamente al centro della polemica.

Un monumento continua infatti ad avere una vita, e può evolvere in significato negli anni e nei secoli. La Colonna Traiana è nata come simbolo del potere di Roma di schiacciare e sottomettere i propri nemici, una cosa non molto diversa dal soldatone sovietico che torreggia sopra la città di Plovdiv in Bulgaria. Oggigiorno la colonna rappresenta un reperto storico senza particolari slanci colonialisti. Quelli che guardano il bassorilievo e sghignazzano “aha, maledetti Daci!” sono certamente pochissimi. Svuotato del suo intento politico originale, la Colonna può essere apprezzata per il suo valore artistico, per l’apporto storico, ecc.

Nulla toglie che un domani qualcuno si appropri di questo monumento per farne il simbolo di qualcos’altro, come quando i fascisti si appropriarono del Fascio Littorio. Dopotutto è la ragione per cui in ricostituzione vichinga la gente spesso evita di usare svastiche (motivo molto diffuso in Scandinavia).

Ad esempio, Marte è ormai un chiaro simbolo fascista

Torniamo a Giuseppina Ghersi. Stabilito che un monumento ha sempre uno scopo retorico e propagandistico, che ne è di questo benedetto cippo?

Come detto prima, il contesto è tutto. Perché dedicare un cippo a lei e ora?

Perché il monumento di Giuseppina Ghersi è una provocazione. E’ stato ideato da gente con chiare simpatie fasciste in un momento in cui il reato di apologia del fascismo viene inasprito.

Lo scopo è raccontare la storia di una povera piccola martire del Partito, torturata e uccisa da briganti assetati di sangue. Puntando il dito ai crimini impuniti della Resistenza (che esistono) si offre sponda alla falsa equivalenza (anche i partigiani commettevano crimini come i repubblichini -> i partigiani non erano meglio dei repubblichini -> i repubblichini non erano poi tanto male).

Ovvio, storicamente ha poco senso recriminare in questi termini. Abbiamo esempi di partigiani impuniti e abbiamo esempi di gerarchi impuniti (*coff* Rodolfo Graziani *coff*). Si potrebbe avere un’educata discussione in proposito, ma di nuovo, non è lo scopo.

Questo gioco permette peraltro di indurre la sinistra a opporsi nel modo più idiota possibile (cosa che alla sinistra riesce spesso bene). Nulla da dire, ha funzionato, visto che la risposta è stata “niente cippo perché lei era fascista”.

Sul serio? Il problema è davvero che Giuseppina Ghersi era una bambina cattiva? Non ci sono prove verificate di ciò, come non ce ne sono della sua completa innocenza. Il punto resta: aveva tredici anni, era una bambina.

In realtà il problema non è lei, ma lo scopo del monumento succitato. Il problema non è ricordare una vittima, è offrire elementi a un discorso apologista che sta prendendo sempre più vela in Italia e in Europa.

Also, cats are like nazis, but that’s another story…

L’esempio del cippo a Giuseppina Ghersi mostra bene il conflitto che nasce dall’appropriazione della Storia, e l’incapacità intellettuale delle varie parti di avere una discussione intelligente a questo proposito.

La strumentalizzazione politica impedisce un dialogo sereno su certi temi, e la Storia sarà sempre usata in questo modo. La diatriba su monumenti, commemorazioni et similia non si cheterà mai. Non può chetarsi e per certi versi ciò è inevitabile. La Storia è una miniera troppo ghiotta di argomenti e analogie.

La democrazia implica una costante lotta di influenza sulla visione del mondo della maggioranza dei cittadini. La propaganda è principio e fine di ogni cosa, il gioco funziona in questa maniera e c’è poco da fare. Ha i suoi pregi e i suoi difetti o, per usare le parole di Churchill: Democracy is the worst form of government, except for all the others “.

Quanto a ‘sto benedetto cippo, sarà costruito e sta ora attirando consensi anche dalla sinistra. Potrebbe essere una strategia: appropriarsi del simbolo altrui per vuotarlo della sua carica retorica. Il punto resta che nessuno dei tizi coinvolti ha preso posizione perché sinceramente sconvolto dal brutale omicidio di una ragazzina, dacché di nuovo, Giuseppina è puramente accessoria in questa diatriba.

Quindi qual’è la morale alla fine di questo discorso?

Se quello che si vuole è una visione del mondo il più possibile ancorata alla realtà, partigianismo e opinioni facili su Giusto e Sbagliato sono da tirare nel bidone. Imparare a capire l’importanza del contesto è indispensabile, ed è l’unica cosa che può combattere la strumentalizzazione politica della Storia.

Far finta che qualcosa esista al di là del proprio contesto è ignorante e ipocrita. Se si vuole discutere serenamente di temi e fatti, è necessario imparare a tener conto di ciò ed elaborare opinioni un minimo più articolate di “sei Cattivo/sei Buono”.

Certo, se dipendesse da me il problema non sussisterebbe perché io non sono mai stata democratica.

VIVA IL RITORNO AL FEUDALESIMO REALE, VIVA L’IMPERATORE E IL CULTO DEI GATTINI!

MUSICA!

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Illustri Sconosciuti: Taira no Masakado (interludio)

Nella scorsa puntata avevamo lasciato Taira Masakado e i suoi in un Est relativamente pacifico. La faida familiare che aveva messo la regione a ferro e fuoco pare conclusa per esaurimento di parenti e Masakado ha perfino giocato un ruolo indispensabile nel mantenimento della pace nella provincia di Musashi.

Purtroppo le grane volano sempre a squadriglie, e ci tocca mollare le colline selvagge del Bandō per dare un occhio alle infamie meditate nella Capitale.

Come accennato spesso in articoli precedenti, la Corte di Heian è il centro pulsante della burocrazia imperiale, gremita di funzionari di ogni risma e sede di una classe nobiliare tanto prolifica quanto onerosa. Il peso sul bilancio degli alti aristocratici non ha niente da invidiare a Luigi XIV, e il protocollo severo della Corte, insieme ad un sacco di fisime rituali su purezza e complicazioni creative, costituiscono un fardello non indifferente.

Heian è una metropoli che riunisce in sé il fiore dell’eleganza nobiliare, la fervente produttività artigianale, la miseria più nera e il crimine più disinvolto. All’angolo di un grande viale, la residenza di un ministro è cinta da un muro, ha guardie alle porte. Al suo interno sono organizzati concorsi di poesia e concerti su stagni artificiali. Poco più in là, la bottega di un fabbro macina carbone senza tregua, martellando spade e armature per gente come Masakado, acciaio laccato pronto per essere deformato a colpi di sciabola. A sud, nella grande Porta di Rashō, disgraziati trascinano e abbandonano cadaveri emaciati, bambini non voluti, malati moribondi. Mendicanti e sciacalli frugano nella massa putrescente, contendono con i ratti, staccano capelli ai morti per farne parrucche di lusso o amuleti.

Senza le mura, ladri e assassini scorrazzano per le larghe strade, insieme a mercanti, frati, carovane, e pattuglie di kebiishi, i castigatori Imperiali. Cani randagi rosicchiano carcasse di bestie da soma abbandonate, mentre due strade più in là i frati della montagna portano in giro palanchini sacri decorati, sotto lo sguardo di dame nascoste in carri sontuosi, drappeggiati di broccato di seta.

Heian è la città dei contrasti, del surrealismo e della bizzarria. Una metropoli di strade perpendicolari e caos, che in qualche modo sopravvive a sé stessa sfidando la comprensione di contemporanei e storiografi.

Una veduta aerea di Heian (la foto potrebbe non essere d’epoca)

Heian è una colossale sanguisuga sulla groppa dell’Impero. Ha bisogno dei cavalli e dei guerrieri dell’Est. Ha bisogno dei tributi, del carbone per il suo acciaio sempre più rinomato. Ha bisogno dei marinai del Mare Interno, che la collegano con Kyūshū, e da lì con il Continente.

Heian mischia insieme un caos semi-costante a una fragilità delicata. Tutto potrebbe ucciderla, eppure niente sembra riuscirci.

Ma se il livello di entropia è costante, le cose non sono mai statiche: in questo periodo qualcosa di radicale sta cambiando nella Capitale, qualcosa che avrà ripercussioni su tutto l’Impero.

Celato dietro un pilastro, il ministro Tadahira medita nequizie

All’inizio dell’VIII° secolo, la Corte aveva ultimato i Codici, una riforma ciclopica votata a trasformare una massa di capi tribali e signori regionali in uno Stato moderno, ispirato ai governi di Corea e Cina. Niente più ordalie per scegliere i capi, niente più “buttiamo tutti nella vasca dei barracuda e incoroniamo chi riesce a uscirne vivo”, basta con la barbarie! Nasce un Governo strutturato, con ministeri, uffici, commissioni, documenti ufficiali, un sistema dettagliatissimo di ranghi e funzioni, timbri e carta da bollo.

Il nuovo sistema creato dai Codici però non cancella il passato tribale dell’Arcipelago: lo assorbe. I legami personali, il potere privato, il privilegio di nascita, tutto questo rimane, un controcanto discreto sotto la struttura rigorosa di ranghi e concorsi. E verso la metà del X° secolo, il modo di esercitare il potere cambia di nuovo.

Come tutti i processi, non è possibile individuare esattamente una data di inizio. Sta di fatto che verso questo periodo cominciamo a vedere alti funzionari riposarsi sempre più sul loro réseau privato che non sulla loro funzione.

Il problema della burocrazia è sempre lo stesso: è lenta, è ingombrante, è poco efficace. Sicché invece di impiegare i canali istituzionali, gli alti papaveri prendono l’abitudine di gestire gli affari di Stato come affari privati. Si sviluppa un’era di clientelismo in cui i legami personali (di sangue o artificiali) fano progressivamente aggio sulla regola ufficiale.

Questo è un cambio di tendenza importante, dacché sposta il centro gravitazionale del potere dall’Istituzione (un concetto astratto) alla persona (un essere umano in carne ed ossa). Società che obbediscono a concetti astratti e società che obbediscono a persone sono fondamentalmente diverse.

Sia chiaro, non tutti gli strati della società sono uniformi, e il secondo modello, come accennato, aveva radici antichissime e non era mai stato davvero superato. Tuttavia ora questa tendenza si diffonde sempre più nelle sfere più alte dell’amministrazione, svuotando di potere e significato le istituzioni dei Codici.

Un esempio di questo momento di cambiamento è incarnato d Fujiwara Tadahira, uno degli attori della nostra tragedia.

Sire Teishin (nome postumo di Tadahira) è visitato dal Fantasma delle Grane Future.
Tsukioka Yoshitoshi, 1865

Tadahira appartiene al ramo nord dei Fujiwara, il clan aristocratico più potente del Giappone. E’ il quarto figlio di un ex-Reggente Imperiale, ed erede adottivo di un altro Reggente Imperiale. Sul finire del IX°, il nostro giovane squalo entra nelle buone grazie dell’Imperatore Uda, che lo prende come uomo di fiducia. I due sono così vicini che, nel 901, Tadahira sposa Minamoto Nobuko, sorellastra di Uda (come detto in precedenza, i pargoli imperiali in eccesso venivano radiati dal clan e veniva loro assegnato il nome Taira o Minamoto).

Negli anni che seguono, Tadahira naviga con abilità il pericoloso mare di Palazzo, riuscendo a schivare scandali e vendette politiche in un periodo di grave tensione tra membri della famiglia imperiale. Galleggiante come un tappo di sughero, riesce a legarsi anche all’Imperatore Daigo, nonostante il pessimo sangue che correva tra questi e il padre Uda.

Nel 925 Tadahira diventa Ministro della Sinistra, la seconda carica più prestigiosa prevista dai Codici, e presto si trova a dover usare della sua nuova autorità.

Con gli anni ’30 del X° difatti comincia un periodo infame. Raccolti scrausi s’incugnano uno dietro quell’altro, provocando fame generale, con relativo picco di criminalità, ritardi nell’arrivo dei tributi e fermento sociale. I pirati imperversano nel Mare Interno e lungo il fiume Yodo, gente fugge dagli esattori, nuove sette religiose nippomillenariste si diffondono, prime tra tutte quella del monaco Kūya. Perché quando la vita è una merda, la cosa più costruttiva da fare è correre in giro sbatacchiando un gong e urlando “FINIREMO TUTTI ALL’INFERNO, DANNATI ZOZZONI!”.

Gente di Heian cerca riparo da una battente pioggia di madonne (Ban dainagon ekotoba, XII° secolo)

Il 939 è un’annataccia tra le annatacce, e casca particolarmente male per Tadahira, che ormai è Ministro degli Affari Supremi (AKA, l’uomo più importante dell’Impero dopo l’Imperatore… o anche prima).

I raccolti sono scarsi e di pessima qualità, il che fa esplodere i prezzi del cibo e aggrava la carestia generale che imperversa già da cinque anni.

Nel frattempo la pirateria nel Mare Interno conosce un nuovo picco. Si parla di una regione nevralgica per gli scambi tra i tre circuiti del San’yōdō, Nankaidō e Saikaidō. Come potete leggere in dettaglio in questo articolo, il casino in queste acque furoreggiava almeno dal 931, ma sotto la guida dell’ex-funzionario Fujiwara Sumitomo, il Mare Interno è diventato un brodo di grane senza redenzione.

Tadahira si trova quindi preso nel mezzo: scazzi tra guerrieri all’Est, filibustieri ad Ovest.

Il Mare Interno è più vicino alla Capitale, quindi prende priorità. Tanto più che Tadahira è stato patrono di Masakado, e conta probabilmente di avere ancora presa sul nostro eroe. Mentre si discute se cercare di comprare Sumitomo oppure no, leggiamo sul diario di Tadahira: “Convocare Masakado e chiedergli cosa diavolo sta combinando di preciso”.

Si tratta di una convocazione privata. Tadahira vuole regolare la faccenda da uomo a uomo!

Poche settimane dopo la notazione, due figuri arrivano alla Capitale.

Uno è Sadamori, coperto di botte e pelo di cinghiale. Ancora scosso dal viaggio, il nostro comincia a postulare presso funzionari e patroni per difendere il suo caso contro Masakado.

Allo stesso tempo, alla Capitale ricompare Minamoto Tsunemoto.

Tsunemoto non è stato incluso nell’incontro diplomatico di Musashi, in cui Masakado è riuscito a mettere d’accordo il vicegovernatore temporaneo (il principe Okiyo) e il magistrato di distretto (Takeshiba). Purtroppo, a seguito di un disguido, Tsunemoto ha avuto un increscioso incidente con gli uomini di Takeshiba e se l’è data a gambe di gran carriera. Tornato a Corte, afferma che nell’Est si trama una rivolta in grande stile contro la Corte, orchestrata da Masakado, Okiyo, Takeshiba e il topolino che al mercato mio padre comprò.

Siamo praticamente sicuri che queste accuse sono state fatte e che erano, a questo stadio, false come una banconota da tre euro. Tuttavia la storia suona vera.

Ergo il nostro Tadahira si trova a dover considerare la possibilità che il suo cliente stia meditando infamie di portata Storica. Perché ricordiamocelo: se scapitozzi tuo cugino per questioni private va bene, ma se lo scapitozzi in quanto funzionario per sfidare l’autorità della Corte, allora NON VA PIU’ BENE.

Tadahira si affretta quindi a mandare una convocazione a Masakado. Non si tratta di un documento ufficiale, bensì di una lettera privata, portata da un suo uomo di fiducia. Il fatto che Tadahira ricorra a un picciotto per invitare Masakado “e discuterne da galantuomini” è per alcuni storici la prova che siamo ormai nella fase clientelista del governo aristocratico.

Tell me Masakado, let me understand this cause, ya know maybe it’s me, I’m a little fucked up maybe, but I’m funny how, I mean funny like I’m a clown, I amuse you? I make you laugh, I’m here to fuckin’ amuse you? [Estratto dalla lettera mandata da Tadahira a Masakado, 939]

E’ anche opportuno notare che di sicuro stiamo entrando nella fase “ma anche no!” dei disordini orientali: a questo giro Masakado non si schioida dal Bandō! Manda una risposta, beninteso, supportata da lettere e testimonianze (più o meno spontanee) di funzionari provinciali. Ma il punto è: Masakado non si fida più della Corte (che già si è dimostrata volubile) e non si fida più di Tadahira e della protezione politica che è disposto a concedergli. Il nostro non ha intenzione di ribellarsi (continua a rispettare i funzionari), ma non riconosce più appieno l’autorità di Heian, sia essa istituzionale o personale.

Intanto a Corte le accuse di Tsunemoto vengono discusse. Dopo quei 3-4 mesi standard di inferno burocratico, si decide di mandare degli investigatori, perché il tempismo è tutto in caso di rivolta armata. Parte quindi la caccia al candidato volontario che si recherà (baionette alle reni) nella fossa del leone, mentre Tsunemoto viene ficcato in gattabuia.

Questo non deve sembrare una presa di posizione a favore di Masakado: procedura standard era incarcerare accusato e accusatore per la durata dell’inchiesta. Se i due erano glebani, si procedeva a pestare loro e tutti i testimoni possibili finché tra una randellata e l’altra non usciva una versione dei fatti più o meno coerente e convincente. Se i due erano gente importante o (come nel caso di Masakado) gente fumina, si doveva purtroppo usare i guantini, interrogare gente, scartabellare verbali e tutta quella roba noiosa lì.

Il primo scoglio è ovvio: Masakado non è venuto a Heian.

Tadahira convoca Sadamori.

-Ho buone notizie!- Lo accoglie con un sorriso. –Ho deciso di non accettare le scuse di Masakado e di imporgli, hai capito bene, imporgli di venire qui a spiegarsi davanti alla Corte!

Sadamori è un pessimo guerriero ma un ottimo politico. Stringe i denti e le chiappe.

-Oh. Molto bello.

-Ho già preparato la letteraccia di convocazione ufficiale e perentoria.- Tadahira agita l’indice. –La tolleranza è finita. E’ ora di fare le cose secondo le regole!

-Mi fa piacere.

Il sorriso di Tadahira si allarga. –Non mi hai chiesto chi sarà il gagliardo funzionario incaricato di portare la lettera.

-No.

-Non lo vuoi sapere?

Sadamori deglutisce a vuoto.

Tadahira sogghigna. -Spero che tu faccia buon viaggio, sai. In questo periodo ci sono un sacco di matti lungo la strada.

-Masakado è un guerriero migliore di me! Mi stacca la testa e ci fa un’insalatiera!

Tadahira si stringe nelle spalle. –Forse o forse no. Che tu riesca o che tu muoia, un problema almeno sarà risolto.

Gli investigatori ufficiali intanto si sono asserragliati nel cesso. Fuori, i kebiishi picchiano sulla porta.

-Venite fuori!

-No!

-Dovete partire, è un ordine!

-Vogliamo un esercito di scorta!

-Se arrivate con un esercito, Masakado pensa di essere stato condannato e tira giù tutte le madonne. E’ un rischio che non possiamo correre. Avrete una scorta prevista dal regolamento.

-Ogni volta che lo dici ci ricaghiamo addosso.

-Non potete restare chiusi al cesso per sempre!

-Lo dici tu!

-Se non uscite subito sarete privati di funzione, rango, abito e baffi!

-Ottimo. Tanto avevamo la ferma intenzione di trasferirci in Nepal per vivere come capre (cit.).

Dopo mesi di stintignamenti, i due vengono condannati per renitenza al martirio e privati di funzione, rango e stipendio (saranno perdonati 2 anni dopo).

Mentre questa costruttiva pantomima va avanti, la Corte sceglie nuovi funzionari per le provincie orientali, di preferenza gente con contatti sul posto e buoni rudimenti di tattica e combattimento.

Sembra che tutto stia ingranando, quando i pirati di Sumitomo rilanciano attacchi su grande scala. Uno dei suoi riesce ad agguantare il governatore di Bizen e gli mozza il naso e le orecchie prima di farlo linciare dai propri uomini. Se Masakado mostra riguardo e rispetto per i funzionari, i pirati del Mare Interno nutrono il più sfacciato disprezzo per gli Imperiali.

Sugli inizi del terzo anno dell’era Tengyō, Sumitomo arriva fino ad appiccare incendi alla Capitale stessa.

Leggenda narra che Masakado e Sumitomo si fossero accordati per attanagliare la Corte in contemporanea. In realtà non esiste nessuna prova di ciò, nemmeno circostanziale. Quello che è probabile, è che quel malandrino di Sumitomo abbia sentito parlare del casino nell’Est e ne abbia approfittato, contando sul fatto che, presa tra due fuochi, la Corte non avrebbe avuto la forza e lo spirito di reagire con troppa veemenza.

Nel qual caso: BINGO.

La Corte decide che è il momento di calare le braghe.

Ma con chi?

Masakado è fuori mano, popolare, capace e astuto, arroccato nel centro di quello che è il cuore militare del Paese. Dai potere a un uomo del genere, e non sai se e quando glielo potrai togliere. Plus, Masakado è un guerriero dell’Est, e gli aristocratici non capiscono i guerrieri dell’Est. Non capiscono chi sono, cosa vogliono, cosa temono…

Sumitomo è diverso. Sumitomo è un ex-funzionario, è familiare, è semplice. Vuole soldi, vuole potere, vuole prestigio. Lineare, elementare. Gli offrono rango e posizione perché l’abbozzi, e sul momento funziona: Sumitomo richiama i suoi cani. La Corte può tirare il fiato e preoccuparsi dell’Est.

Come spiegato nell’articolo su Sumitomo, la pace comprata in questo frangente non dura. Ma da qui in avanti ci concentreremo sull’Est. Nubi di tempesta si ammassano all’orizzonte. La Corte non può più permettersi di temporeggiare e Masakado comincia ad averne le palle piene dei tentennamenti degli aristocratici.

Per usare un’espressione yankee: la merda sta per colpire il ventilatore.

MUSICA!


Prima puntata

Seconda puntata

Terza puntata

Quarta puntata

Quinta puntata


Bibliografia

YANASE Kiyoshi, YASHIRO Kazuo, MATSUBAYASHI Yasuaki, SHIDA Itaru, INUI Yoshihira,Shōmonki, Mutsu waki, Hōgen monogatari, Heiji monogatari, Shōgakukan, Tōkyō, 2002, p.7-130

FUJIWARA Tadahira, Teishin kōki (Notes journalières de l’ère Teishin), Iwanami shōten, Tōkyō, 1956

KAWAJIRI Akio, Shōmonki wo yomu (Lire le Shōmonki), Tōkyō, Yoshikawa Kōbunkan, 2009

KAWAJIRI Akio, Taira Masakado no ran (La révolte de Taira Masakado), Tōkyō, Yoshikawa Kōbunkan, 2007

KAWAJIRI Akio, Yuregoku kizoku shakai (Une société aristocratique tremblante), Shōgakukan, Tōkyō, 2008; L’ère des zuryō

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In lingua occidentale

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PIGEOT Jacqueline, Femmes galantes et femmes artistes dans le Japon ancien, Gallimard, 2003, Paris

Breve storia del cavallo domestico

Un altro titolo potrebbe essere: Cavalleria catafratta – il prequel.

Oggi parleremo di un argomento diverso dal solito: il cavallo.

Non temete, sarà un articolo storico, tecnico e barboso come piace a noi!

Il cavallo è uno di quegli elementi della Storia militare che un sacco di gente dà per scontati. E’ un essere vivente che viene spesso trattato con la superficialità che si usa per gli oggetti: infili tot chili di acqua e carburante da una parte, va a tot Km all’ora, ha un’autonomia di tot, ecc.

E’ quell’elemento che nei film in costume fa ufficio da motocicletta: l’Eroe salta in groppa, ingrana e parte al galoppo senza un istante di esitazione.

Non si vede mai una scena in cui l’Eroe viene catapultato all’istante contro un palo e calpestato perché è saltato su un cavallo personale che accetta cavalieri che conosce. Non si vede mai l’Eroe che salta in groppa a un cavallo a caso e poi non va da nessuna parte perché, guarda te lo sculo, quello è un cavallo da tiro e non ha la minima idea di cosa fare quando qualcuno gli si siede sulla groppa. E via di questo passo.

Il punto è: il cavallo non è una macchina e l’esistenza stessa dei cavalli domestici è cosa tutt’altro che scontata.

Ergo oggi parleremo delle origini dell’allevamento e di questa mirabolante joint venture interspecifica!

Di cosa si parla

Cominciamo col dire che il cavallo moderno (Equus ferus caballus) è un mammifero erbivoro perissodattilo, ovvero un animale che cammina sulla punta delle dita (e non sulla pianta dei piedi, come noi). Per la precisione, su un numero dispari di dita, e per la precisione su un solo dito: il cavallo sgambetta allegramente sulla punta dell’equivalente equino del dito medio, di cui lo zoccolo è l’unghia. Da un punto di vista anatomico, quella che pare la caviglia è la nocca, quello che pare il ginocchio è il polso e il gomito è rattatignato vicino all’attaccatura della spalla.

Ciò detto, da quanto esistono i cavalli?

Non è facile da determinare. Secondo recenti studi sul DNA mitocondriale, 20 milioni di anni fa potevamo trovare fino a 13 genera equini. Di questi, alcuni si distaccano da una dieta fatta di foglie e arbusti per orientarsi verso un menù principalmente erbaceo, scelta vincente visto che il cambiamento climatico stava favorendo la diffusione di praterie là dove prima cresceva la boscaglia.

In due piccoli milioni di anni (come vola il tempo!), i fossili di equidi da arbusto declinano, mentre quelli da prateria si diffondono. Non immaginatevi però i nostri destrieri: secondo Budiansky, questi proto-cavalli annoveravano una grandissima varietà somatica.

I diretti antenati dei nostri cavalli sarebbero, pare, 2 (certi dicono 4, ma si va nel magico mondo della speculazione): il Tarpan, un cavalluccio che viveva nella zona eurasiatica, e il Przewalski, in Asia. Il Przewalski è l’unico cavallo selvatico ancora esistente, ed è mia personale opinione che a salvarlo sia stato il fatto che nessuno davvero sa come cazzo pronunciare il suo nome.

-Dove vai, Gurkuk?
-A caccia di Perzewe… Perez… Purzuru… A CACCIA DI CINGHIALI!

Questi due antenati potrebbero aver apportato caratteristiche differenti al cavallo moderno. Ad esempio, mentre la criniera del Przecoso è ispida e ritta sul collo, quella del cavallo contemporaneo è solitamente fluente, una caratteristica che avrebbe ereditato dal Tarpan.

Ad ogni modo, la lieta vita dei ronzini prende una brutta piega verso la fine del Mesolitico, quando i fossili diminuiscono bruscamente. Parafrasando la logica che ho sentito usare una volta a un fruttariano (yep, esistono!), questo potrebbe suggerire che i cavalli abbiano semplicemente smesso di morire dacché divenuti incredibilmente longevi (giuro).

Il Rasoio di Occam e il buonsenso suggeriscono invece che l’animale si sia avviato a decise falcate verso l’estinzione. Il cavallo sparisce dal Nord-America, dall’Europa occidentale, dalla Cina… inseguito dal lento ma inesorabile cambiamento climatico, il povero bestio si ritrova confinato all’Ucraina e una parte dell’Asia Centrale.

Questo fino al terzo millennio a. C., quando le sue ossa risaltano fuori, più numerose che mai! Cos’è successo?

Le origini dell’allevamento

Cominciamo col dire che l’addomesticamento del cavallo, come ogni fenomeno, si è verificato solo grazie al contesto: i fattori ambientali e i fattori etologici delle due popolazioni (quella equina e quella umana) rendevano possibile la collaborazione.

Tanto per cominciare, umani e cavalli si somigliano. Come l’umano, il cavallo è un animale sociale e gerarchico. In altre parole, sia gli umani che i cavalli capiscono istintivamente segnali di dominazione e sottomissione. L’atteggiamento sottomesso da parte di un animale può placare l’atteggiamento aggressivo da parte di un umano, in quanto l’umano capisce il messaggio: in quel contesto, le due specie parlano la stessa lingua.

Inoltre, se la vicinanza di un gruppo umano presenta per il cavallo indubbi rischi (dopotutto gli umani sono famosi per mangiare tutto ciò che si muove e anche ciò che sta fermo), presenta anche dei vantaggi: i grandi predatori stanno alla larga (per la ragione di cui sopra) e gli umani allevano cibo ad alto valore nutritivo.

Eh già, perché le prime creature addomesticate dagli esseri umani in modo sistematico non sono state i cavalli, ma le piante.

Poi i gatti arrivarono e iniziarono a demolire le basi stesse della nostra sopravvivenza…

C’è un’idea che circola secondo cui l’allevamento è quella cosa che gli uomini inventano quando l’agricoltura ha così tanto successo che lascia del margine. La realtà storica pare diversa: l’allevamento è quel ripiego che gli uomini adottano quando caccia, raccolta e agricoltura non bastano più a mantenere il gruppo. Allo stesso tempo, perché una popolazione animale sia addomesticabile, bisogna che quest’ultima sia nella necessità di vivere nelle vicinanze degli umani.

L’allevamento è quindi quella collaborazione che si crea in zone periferiche e dalle risorse limitate, ammesso che le due popolazioni siano etologicamente compatibili. Tutte queste caratteristiche si sono verificate nella zona subito a nord del Mar Nero.

I primi a mostrare una vicinanza notevole coi cavalli sono stati gli uomini della civiltà detta Sredni Stog, che vivevano sul sito di Dereivka in Ucraina intorno al quinto millennio a. C..

Verso la fine del quinto millennio, la dieta di questi simpatici signori presenta un cambiamento notevole: se prima le discariche abusive di ‘sti zozzoni presentavano soprattutto ossa di cinghiale e altra selvaggina da foresta, di botto gli scheletri di cavalli diventano dominanti (costituiscono fino al 50% della carne consumata!).

Ora, il cavallo è una bestia di steppa, ergo ‘sti disgraziati devono farsi un bel pezzo di strada per andarseli a cercare.

Cos’è successo, perché questo cambio di menù?

Secondo una vecchia interpretazione, questa nouvelle cuisine ucraina sarebbe da interpretare come l’inizio dell’addomesticamento. Secondo questa teoria, infatti, il cavallo sarebbe stato prima di tutto una bestia da macello e poi, molto più tardi, un mezzo di trasporto e animale di fatica.

Ecco, questo è ciò che succede quando i ricercatori non mettono mai naso fuori da una biblioteca.

Tanto per cominciare si può cacciare il cavallo selvatico senza saper cavalcare (li si può spingere giù da precipizi, o in trappole, fargli agguati ecc.), ma qualcuno mi deve spiegare come diavolo tieni delle mandrie se quelle corrono con quattro gambe e te solo con due.

In secondo luogo il cavallo, come bestia puramente mangitiva, è una ciofeca assoluta. In proporzione alla quantità di cibo che ingolla e alle cure che necessita se non può vivere nel suo ambiente ideale, il cavallo è un pessimo investimento di carne e latte. Aggiungeteci la lunga gestazione e il fatto che fa pochi cuccioli, e avete una situazione da bancarotta assicurata.

Inoltre, la teoria non è supportata dai dati archeologici.

Marsha Levine ha fatto uno studio sistematico degli scheletri di Dereivka, comparandoli con i vari modelli di sfruttamento dell’animale. Difatti, a seconda del modello, l’età di morte delle bestie è diversa.

Nel caso dei cavalli selvatici, i due picchi di mortalità sono l’infanzia e la vecchiaia: i cuccioli e i vecchi, più lenti e meno vigili, sono le prede preferite dai carnivori.

In allevamento la faccenda è un pelino più complessa. Di base, gli animali che passano in bistecche sono prima di tutto i cuccioli in sovrannumero e le bestie che hanno passato l’età fertile. Questo crea un marcato discrimine sessuale: siccome mi basta un maschio per ingravidare più femmine, i cuccioli selezionati per la mannaia saranno soprattutto maschi, mentre gli adulti selezionati per la mannaia saranno soprattutto femmine.

Nel caso dei cavalli, in un allevamento avremo un alto abbattimento di maschi tra i 2-3 anni, e un alto abbattimento di femmine tra i 14 e i 20.

Nel caso delle discariche di Dereivka, abbiamo qualcosa di ancora diverso, che non rispecchia né il modello selvatico né quello domestico. Abbiamo pochi esemplari sotto i 4 anni e pochi al di sopra degli 8. Contando che un cavallo raggiunge la maturità fisica verso i 5, troviamo una maggioranza di bestie nel fiore degli anni!

Questo tipo di situazione calca un tipo di caccia definito stalking, in cui il cacciatore investe energia e tempo per selezionare e uccidere prede di qualità: i giovani pasciuti.

Ne segue che i Sredni Stog erano, tendenzialmente, cacciatori (e non allevatori) di cavalli. Dico tendenzialmente perché non è escluso che alcuni individui fossero catturati o addomesticati. Come fa notare Levine, non bisogna semplificare e appiattire i rapporti tra popolazioni: come sempre quando si tratta di uomini, la realtà era di certo più complessa del modello.

Ma torniamo alla genesi dell’allevamento! Secondo Budiansky, esistono tre stadi:

  • Dato un contesto ambientale, economico ed etologico, due società compatibili si avvicinano;
  • Una volta che le due società sono a contatto, alcuni degli individui più curiosi o sottomessi (o entrambi) cercheranno un contatto più continuo con i membri dell’altro gruppo. In questa fase, alcuni individui possono essere assorbiti dal gruppo umano (si tratta quindi di animali nati selvatici e poi addomesticati).
  • Durante questa seconda fase, la società umana può acquisire le informazioni necessarie a far nascere i primi individui in cattività, ad allevarli.

La seconda fase e la terza sono ben distinte: dal momento che nascono delle bestie puramente domestiche, la selezione artificiale comincia a giocare un ruolo fondamentale e l’evoluzione dell’animale diverge da quella del suo congenere selvatico.

Ovviamente queste fasi non sono da intendersi come cronologiche o esclusive: possiamo avere società che praticano tutti e tre questi modelli!

Ma torniamo ai primi pastori di cavalli. Secondo le fonti storiche, le prime menzioni di allevatori di cavalli fanno riferimento a quelle che erano probabilmente popolazioni di lingua indoeuropea e che abitavano nei pressi del Mar Nero. Erano i Sredni Stog?

Questions!

Negli anni ’60 una scoperta archeologica nel sito di Dereivka ha portato un nuovo elemento sul tavolo: è saltato fuori un nuovo scheletro, diverso da tutti gli altri, lo scheletro di uno stallone.

Cos’ha di diverso il celeberrimo (sì, nel settore lo conoscono tutti) Stallone di Dereivka rispetto a tutti gli altri cavalli della zona?

Lo stallone in questione non era insieme agli altri nelle discariche: era in una tomba prestigiosa, il che indica che l’animale in questione aveva una posizione sociale in seno al gruppo umano radicalmente diversa da quella degli altri cavalli.

Inoltre il nostro misura 142cm al garrese, una taglia notevole per l’epoca e che lo renderebbe simile agli odierni Fjord o New Forest.

Un New Forest mentre, con paziente determinazine, erode il territorio

Ma dulcis in fundo, i suoi denti! I suoi denti presentano una tacca di usura tipica e caratteristica dei cavalli che portano il morso!

BOOM, cavallo cavalcato, possiamo datare l’addomesticazione del cavallo!

Right?

Eh, circa… Purtroppo, com’è spesso il caso, non è così semplice.

C’è prima di tutto un problema di datazione: in principio si era situata la tomba (e quindi lo stallone) al 4000 a. C. Una recente datazione al C-14 però piazza tutto ciò molto dopo, tra il 700 e il 200 a. C. (l’altroieri, insomma!)

Inoltre i segni sui denti possono essere stati causati, in teoria, da altro che non da un morso. Il morso non è peraltro indispensabile per cavalcare, e anche concedendo che si tratta di un cavallo cavalcato e dotato di morso, niente ci assicura che sia nato in cattività (ovvero, niente ci assicura che sia un cavallo domestico).

Vicino allo scheletro sono stati ritrovati oggetti in corno che potrebbero essere resti di rondelle per morso. Un tentativo di ricostituzione basato sui reperti ha offerto un morso funzionante.

E quindi?

Secondo Budiansky, il cavallo era molto probabilmente una bestia montata, ma non domestica. Si tratterebbe dell’alba del cavalcare. Catturare e domare un cavallo era senza dubbio un’azione di grande audacia e maestria, il che spiegherebbe il fasto dedicato a cavallo e cavaliere nella morte.

La differenza tra un cavallo domato e uno domestico non è anodina.

Un animale domato implica spesso il concetto di proprietà privata e sempre un rapporto personale stretto tra domatore e animale. Tale rapporto termina quando uno dei due muore. L’allevamento presuppone una situazione radicalmente diversa: in caso di allevamento, l’attività coinvolge (o tocca in qualche modo) l’intero gruppo sociale, non solo il cavaliere.

Insomma, non possiamo sapere davvero se i Sredni Stog cavalcavano nel quinto millennio a. C., ma possiamo affermare con sicurezza che l’allevamento e l’arte di cavalcare nascono proprio in quest’area. Considerato quanto detto prima sulla diminuzione drammatica di resti equini nel resto dl mondo, possiamo affermare che, con ogni probabilità, l’allevamento salvò il cavallo dall’estinzione.

Studi recenti suggeriscono addirittura che tutti i cavalli moderni sarebbero i discendenti di un’unica mandria ancestrale, l’ultima grande mandria che pascolava nei paraggi di Dereivka.

Animo e coraggio, abbiamo quasi finito!

Di qui al catafratto corrono ancora millenni. L’impiego militare è stato l’ultima tappa del cavallo domestico.

La prima traccia di cavallo da guerra farebbe riferimento ai carri da guerra del re amorreo Samsi-Adad (1800 a. C.). In questo periodo il pedigree dei cavalli era già registrato e documentato, il che significa che la selezione artificiale era già relativamente raffinata.

E’ questa selezione a provocare la vastissima varietà di tratti somatici, fisiologici e regionali tra le numerose razze di cavalli moderni.

L’addomesticazione del cavallo è stata una svolta radicale nella Storia umana. Si poteva viaggiare di più, più lontano, più velocemente. Gli orizzonti si sono spalancati. Zone fino a quel punto troppo distanti erano a portata: nuovi territori di caccia, nuove occasioni di scambio, di saccheggio… e infine, nuovi modi di combattere.

Il cavallo è una bestia che tende ad evitare i conflitti, trovare il modo di usarlo in guerra non deve essere stato semplice. Secondo Creel, il carro da guerra avrebbe avuto origine nell’odierna Siria, mentre il guerriero montato sarebbe nato sulle montagne dell’Iran.

Me questa è ciccia per un altro articolo.

MUSICA!


Bibliografia

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