La Teoria del Popolo di Cavalieri (kiba minzoku kokka)

Le origini dello Stato giapponese sono fumose e misteriose. Non avendo fonti scritte precise e con pochi dati archeologici su cui fare affidamento, l’argomento è ovviamente oggetto di perenne studio e dibattito.

Il Giappone compare per la prima volta nel Sankokushi, libro compilato dallo storico Chen Shou (233-297). Di solito le fonti di seconda mano sono da trattare con le molle, ma Chen Shou è in generale una persona seria, e il Sankokushi è considerato come all in all molto affidabile.

Nel trentesimo fascicolo, si descrivono 9 popoli orientali:

5 di questi sono popoli della steppa più o meno affini agli Xianbei, tra cui Buyeo e Goguryeo. Queste due popolazioni hanno giocato un ruolo di primo piano nella diffusione del cavallo da guerra in Corea e nello sviluppo delle tattiche di cavalleria.

I 4 gruppi restanti si trovano in quel della Penisola coreana. Costoro sono i Mahan, i Jinhan, i Byeonhan e i Wa.


Distribuzione etnica in Corea nel III° secolo

I Wa godono di particolare attenzione, con una descrizione dettagliata del loro Paese, dei loro costumi, della loro forma di governo, ecc.

Stando a Chen Shou, l’Arcipelago ospita diversi “regni”, di cui Wa è il più grande e importante. I suoi abitanti coltivano e tessono buona seta, hanno una società stratificata e complessa, seppelliscono i loro defunti in bare e in piccoli tumuli, non possiedono bovi o cavalli.

Sempre stando a Chen Shou, i Wa sono reduci da una guerra civile di 70-80 anni (roba alla Messicana!), causata dalla morte del loro re. Da questo decennale bagno di sangue e merda sarebbe emersa Himiko, la regina sacra, che avrebbe pacificato il territorio e guidato il Paese verso una rinascita politica e diplomatica.

Yup, il primo sovrano giapponese di cui si ha traccia storica è una donna. E ciò mi ricorda la crisi isterica di alcuni bloggers che tacciavano Game of Thrones di sessismo perché “iiiiih, cielo, donne al comando”. Chissà, magari taccerebbero di “propaganda nazifemminista” anche il buon Chen Shou (sicuramente un grande sostenitore della parità tra i sessi!).

Ma non divaghiamo: dopo aver ricostruito il suo regno, Himiko riallaccia scambi diplomatici con l’Imperatore Wei, che risponde alle sue lettere con l’invio di doni preziosi (confermati dagli scavi archeologici) e un riconoscimento ufficiale dell’autorità della nostra sul regno di Wa.

Himiko, da un disegno di Angus McBride

Non voglio dilungarmi troppo su Himiko, dacché la signora merita uno spazio tutto suo. Tornando al Sankokushi, com’è ovvio il testo pone tantissimi problemi agli storici: dove si trovava davvero il palazzo di Himiko, il suo territorio? Qual’era la natura del potere di Himiko e cosa questo ci racconta dell’origine dell’autorità regale in Giappone? Come veniva esercitata l’autorità? Come si è passati dal misterioso regno di Himiko a uno stato centralizzato, burocratizzato e moderno (ergo con una cavalleria pesante, assente ai tempi di Himiko secondo Chen Shou)? Qual’è la domanda alla risposta 42? Ecc.

Ognuno di questi quesiti (specie l’ultimo) è intrigante, ma oggi vorrei parlarvi di una teoria nata negli anni ’60 e tutt’ora oggetto di discussione nella ricerca storiografica sulle origini della Corte di Yamato.

Si tratta della “teoria del Popolo di Cavalieri” (kiba minzoku kokka) di Egami Namio: uno sguardo originale sulla nascita dello Stato, legandolo in particolare alla creazione della cavalleria pesante.

Egami Namio (1906-2002). Al di là di tutte le pulci che posso trovare al suo discorso, ho profonda ammirazione per chi, come lui, riesce a pensare al di fuori degli schemi di routine: senza slancio immaginativo il dibattito si affossa

Secondo Egami, l’economia è ciò che determina in primis l’evoluzione di una civiltà, e l’economia è determinata in primis dal contesto ecologico. Egami individua diverse zone climatiche: in quella toccata dal monsone (tra cui il Giappone) si sviluppa presto l’agricoltura, mentre nelle zone aride dell’Asia centrale, caratterizzate da deserti e praterie, si sviluppano pastorizia e nomadismo.

E’ in queste zone aride che evolvono i kiba minzoku, popoli di pastori cavalieri. Secondo Egami, le società agricole non elaborano capacità equestri se non in seguito alla pressione nomade.

Già in questa prima parte della teoria si possono trovare problemi, ma non perdiamoci in dettagli. Secondo il nostro, verso il 1000 a.C. i nomadi avrebbero strizzato le loro testoline desertiche e se ne sarebbero usciti con un’invenzione epocale: il morso in bronzo. Questo avrebbe permesso lo sviluppo della cavalleria, superiore in mobilità ed efficienza al carro da guerra. Con questo nuovo pezzo di equipaggiamento, i nostri sarebbero stati finalmente in grado di competere militarmente con i grassi imperi agricoli e urbani!

Ed è quello che fanno, stando al libro di Egami, costringendo quei culimolli dei sedentari ad adattarsi a loro volta.

Tutto molto bello ed avvincente, ma cosa c’entra con il Giappone?

L’evoluzione della forma dei tumuli: III° secolo a, V° secolo b, VI° secolo c

Il cavallo si diffonde in Giappone durante il Periodo Kofun, altresì conosciuto come il Periodo dei Tumuli, tradizionalmente diviso in tre parti:

Primo periodo: fine III° secolo – fine IV° secolo

Medio periodo: fine IV° secolo – metà V° secolo

Tardo periodo: metà V° secolo – fine VII° secolo

Secondo Egami, sarebbe molto più appropriata una divisione in 2:

Primo periodo: fine III° secolo – fine V° secolo

Tardo periodo: fine V° secolo – fine VII° secolo

Stando a Egami, fino alla fine del V° secolo la struttura delle tombe e i corredi funebri hanno così tanti elementi di continuità con le sepolture anteriori (periodo Yayoi) che possiamo tranquillamente considerarlo come uno stadio tardivo di questa fase della preistoria giapponese.

Questa prima parte sarebbe caratterizzata da tumuli per lo più tondi o da forme primitive del tumulo a buco di serratura, con camere con pavimenti in argilla e sarcofagi a scatola o a forma di nave. Il corredo funebre è di solito relativamente ridotto e costituito soprattutto da oggetti di valore magico e sacro, come specchi, spade rituali o perle. A parte gli specchi cinesi (classico dono diplomatico), Egami considera che si tratta di manufatti tipicamente isolani, privi di forti influenze continentali.

Dalla fine del V° secolo la situazione cambia drasticamente: si diffondo i kofun (tumuli) monumentali a buco di serratura e compare una smaccata influenza continentale nella forma dei sarcofagi, nelle decorazioni murali delle camere funerarie, ma anche nella composizione dei corredi. Appaiono armi e oggetti di uso pratico, punte di freccia, armature, finimenti per cavalli.

Costume e tatuaggi facciali ripresi da una Haniwa, statuetta di terracotta posta nei pressi del tumulo

E’ fuori di dubbio che l’influenza del Continente si faccia di botto sensibile in questo periodo, ma come interpretarla?

Tra il III° e il V° secolo, la Cina era soggetta a gravi rivolgimenti, con la Rivolta dei Turbanti Gialli e la Guerra dei Tre Regni. Secondo Egami, le armi e i finimenti trovati nei kofun giapponesi sarebbero molto simili ad artefatti contemporanei usati in Manciuria e Mongolia dagli stessi “popoli di Cavalieri” che si stavano mangiando il nord della Cina e la Penisola Coreana.

Il nostro afferma che in questo periodo le tombe giapponesi mostrano una frattura storica, un passaggio da una cultura stanziale, pacifica e spirituale, a una nomade, bellicosa e pragmatica.

Che gli stanziali siano per natura più pacifici dei nomadi è una nozione molto spassosa, e su questo non ci piove. Tuttavia è è vero che la cultura centrasiatica conosce una diffusione epocale a partire dal III° secolo. I regni di Buyeo e Goguryeo sono nati da federazioni di nomadi, ed entrambi sono citati come pionieri nello sviluppo di una cavalleria pesante moderna ed efficace.

Tornando al regno di Wa, Egami sostiene che l’apparizione di armi e finimenti nelle tombe è troppo repentina e radicale per poterla giustificare con il semplice commercio. No, signore e signori! Egami è chiaro: nel V° secolo il Giappone è stato invaso da popoli altaici di cavalieri, che hanno spianato tipo schiacciasassi la sonnacchiosa cultura agricola dei Wa e hanno creato un nuovo regno, un regno centralizzato, gerarchico e feroce, tenuto insieme dalla frusta, dalla staffa e dal crudele morso dell’acciaio!

L’implicazione è colossale per la storiografia giapponese: la linea imperiale altro non sarebbe che lo stralcio esule e immigrato di selvaggi capibanda del deserto, probabilmente gente arrivata dai giovani regni di Goguryeo o Buyeo. Nei tumuli monumentali non si troverebbero quindi le spoglie dei discendenti della Dea Solare, ma le carcasse di predoni mongoli e delle capre loro consorti!

Come si può immaginare, quando Egami pubblicò questa nuova teoria, le mutande dell’accademia nipponica andarono a fuoco. Ma al di là del puro piacere di vedere il nazionalismo preso a pesciate nel viso, quanto possiamo accettare l’idea di Egami? E’ vero che l’invasione è l’anello mancante tra Yayoi e Kofun?

Egami basa la sua teoria sui ritrovamenti archeologici, ma anche sulle fonti mitiche. Testi come il Kojiki e il Nihon shoki raccontano la “teogonia” dell’Impero giapponese, ed Egami li integra nel proprio discorso, cercando di far combaciare le timelines.

Nell’edizione del ’67, il nostro spiega che i kiba sarebbero arrivati prima in Kyūshū, poi in Honshū, e si sarebbero stabiliti nel Kinai verso la fine del IV° secolo. La proliferazione delle tombe del secondo periodo (quelle con armi, finimenti, ecc.) è databile al tardo V° secolo.

Come accennato prima, ho mille problemi con il ragionamento di Egami, ma la falla più grande è il fatto che la cronologia non torna. Tra l’arrivo ipotetico di questi cavalieri e la diffusione delle tombe c’è un buco di un secolo. Perché?

Erano tutti longevi e nessuno moriva?

Per un secolo sono morti tutti in bizzarri incidenti di kayak d’alto mare?

Puzzavano tanto da vivi che per un secolo nessuno si è accorto dei decessi?

Annose questioni.

Ledyard ha cercato di proporre una nuova elaborazione della teoria, nel tentativo di appianare le contraddizioni. Secondo il nostro, verso la metà del IV° secolo i Buyeo avrebbero spinto verso il centro della Penisola sull’onda del caos politico e militare in atto nel nord della Cina. Qui costoro avrebbero fondato il regno di Baekje e avrebbero allacciato stretti rapporti con i Wa (presenti nell’Arcipelago ma anche nella regione meridionale della Penisola).Gli strettissimi rapporti diplomatici tra Baekje e Wa sono in effetti confermati dagli annali coreani e dall’archeologia giapponese.

La Spada dei Sette Rami! Trashosa trovata fèntasi? No, prezioso dono diplomatico dal re di Baekje al sovrano di Wa. Stando al Nihon shoki, il sovrano di Wa sarebbe di nuovo una donna, l’Imperatrice Jingū (aaaah, sessismo, iiih, i giapponesi dell’VIII° secolo erano femminazi!)

Ledyard si spinge ancora più avanti, proponendo un’interpretazione molto originale delle fonti scritte giapponesi. Nel Nihon shoki si parla in effetti di una campagna militare di Jingū contro la Corea (datata tradizionalmente al 369). Secondo Ledyard, questo passaggio potrebbe essere letto come la memoria deformata dell’invasione di Mahan dalla parte di Buyeo e la creazione del regno di Baekje.

In altre parole, la casa Imperiale giapponese avrebbe in effetti remote origini nomadi, e quelli giunti in Honshū altri non sarebbero che uno stralcio della monarchia di Baekje.

La campagna di Jingū verso l’Est sarebbe difatti da interpretarsi come una successiva spinta della gente di Buyeo verso l’isola di Kyūshū e Honshū e la successiva creazione della corte di Yamato.

L’idea di Ledyard è senza dubbio molto intrigante, ma si basa sulla teoria di Egami senza rimetterne in causa le basi archeologiche. E la discrepanza archeologica è proprio il chiodo nella bara della Teoria dei Cavalieri.

Edwards ha analizzato i corredi funebri di 137 tombe per mettere alla prova le tesi di Egami. Il buco di quasi un secolo tra l’arrivo di questi cavalieri e la diffusione delle loro tombe resta inspiegato. Peraltro, Egami si concentra sulle novità in contrasto con le sepolture precedenti, ma non considera i numerosi elementi di continuità, che pure esistono, tra il tardo Kofun e la fase precedente. Secondo Edwars, il pattern suggerisce più un’appropriazione culturale che non un’invasione brutale.

Se vogliamo riassumere la diffusione di equipaggiamenti equestri nei tumuli: prima del 425 solo l’1% delle tombe aveva finimenti nei corredi e la maggioranza di queste si trovano nel Kinai. Nel VI° secolo il 10% delle tombe ha elementi equestri, e i 2/3 di queste si trovano a est del Lago Biwa.

Concentrazione di siti funerari aventi elementi equestri nell’arco dei secoli

Se è vero che la teoria di Egami non tiene, è anche vero che la cultura equestre viene importata in Giappone, che si diffonde molto alla svelta e che in tempi molto ridotti il centro di produzione si sposta geograficamente verso est. Questo sviluppo dell’allevamento è peraltro strettamente legato allo sviluppo di uno Stato moderno e centralizzato.

Non solo: quando andiamo a studiare nel dettaglio i finimenti delle tombe, appare palese che l’origine della cultura equestre giapponese non è cinese ma coreana (con particolare apporto da parte del regno di Baekje, ma anche Goguryeo, Silla e la confederazione di Gaya).

I regni coreani hanno quindi giocato un ruolo fondamentale nella genesi dell’Impero Giapponese, ma quale?

La Penisola nel VI° secolo

Abbiamo già accennato al caos politico e militare che falcidiava la regione tra III° e IV° secolo. Antichi imperi crollano, nuovi regni nascono, e tra questi c’è Goguryeo, nel nord della Penisola. Il regno entra in una nuova eccitante fase nell’anno 300, quando re Micheon sale al trono (governerà per 31 anni) e lancia una radicale modernizzazione dello Stato, con a corollario una simpaticissima politica espansionista. La prima a pagare per il genio politico di Micheon è Lelang, ma non è la sola. Le altre polities coreane si affannano per resistere alla stella nascente di Goguryeo e alla sua terrificante cavalleria.

Questo provoca un vero e proprio esodo di migliaia di coreani verso le isole giapponesi, in particolare a partire della metà del IV° secolo. Si tratta di gente di ogni estrazione, tra cui molti tecnici, studiosi, aristocratici, allevatori, fabbri, artigiani, ecc.

Il regno di Wa aveva molti scambi e interessi sulla Penisola. Il Nihon shoki dice addirittura che l’Imperatrice Jingū condusse diversi interventi militari sul territorio, costringendo i governanti locali a riconoscere l’ascendenza politica di Wa. Pare eccessivo affermare che i Wa governassero territori sulla Penisola, ma le fonti coreane e cinesi confermano che il regno dell’Arcipelago era in effetti ritenuto un alleato di riguardo. In ogni caso, l’investimento politico, economico e militare dei Wa sulla Penisola è accertato.


Jingū durante la campagna militare in Corea (Tsukioka Yoshitoshi)

Durante il V° secolo il regno di Wa intervenne militarmente nella Penisola in favore di Baekje e Silla contro il regno di Goguryeo. I Wa non avevano cavalleria, e finirono per subire una sconfitta assolutamente devastante sulle rive del fiume Yalu agli inizi del V° secolo.

I Wa si trovano quindi sloggiati dal Continente. E questo è un problema, perché i nostri dipendono da esso per un sacco di importazioni, non ultime ferro, cavalli e oggetti in metallo. I nostri devono diventare indipendenti. Di più, devono modernizzare il proprio esercito, dotarlo di quella che è all’epoca l’avanguardia della tecnologia militare: il cavaliere pesante.

Il flusso migratorio di rifugiati coreani continua durante il V° e VI° secolo. Secondo Farris si arriva a picchi di 3000 persone l’anno, che per i tempi era assolutamente eccezionale. 1/3 della nobiltà della Corte di Yamato aveva origini coreane.

Invece di prendere a calci un cavallo morto e perseverare in campagne militari senza speranza, i Wa decidono di sfruttare la situazione a loro vantaggio: lungi dal cercare di porre un limite al flusso di immigrati, i nostri lo sfruttano, lo integrano nella politica generale della Corte.

La diffusione della cultura equestre in Giappone, fondamentale nella formazione di uno Stato centralizzato e di un esercito moderno, non è frutto di un’invasione, né il mero apporto dell’immigrazione. E’ un connubio tra un flusso migratorio ragguardevole e una politica deliberata della Corte di Wa.

I nuovi arrivati vengono inquadrati, installati sul territorio, viene data loro una funzione nella macchina statale e una missione. Le tecniche vengono sviluppate, incentivate, raffinate.

Farris sottolinea: « Equestrian skills, the birthright of every samurai, originated with the hated and feared Koreans. » (Heavenly warriors)

Verissimo. Niente immigrazione coreana, niente samurai. Allo stesso tempo queste mirabolanti skills attecchirono e si svilupparono grazie alla lungimiranza, la creatività e la pianificazione della classe dirigente del Kinai.

MUSICA!


Bibliografia

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Breve storia del cavallo domestico

Un altro titolo potrebbe essere: Cavalleria catafratta – il prequel.

Oggi parleremo di un argomento diverso dal solito: il cavallo.

Non temete, sarà un articolo storico, tecnico e barboso come piace a noi!

Il cavallo è uno di quegli elementi della Storia militare che un sacco di gente dà per scontati. E’ un essere vivente che viene spesso trattato con la superficialità che si usa per gli oggetti: infili tot chili di acqua e carburante da una parte, va a tot Km all’ora, ha un’autonomia di tot, ecc.

E’ quell’elemento che nei film in costume fa ufficio da motocicletta: l’Eroe salta in groppa, ingrana e parte al galoppo senza un istante di esitazione.

Non si vede mai una scena in cui l’Eroe viene catapultato all’istante contro un palo e calpestato perché è saltato su un cavallo personale che accetta cavalieri che conosce. Non si vede mai l’Eroe che salta in groppa a un cavallo a caso e poi non va da nessuna parte perché, guarda te lo sculo, quello è un cavallo da tiro e non ha la minima idea di cosa fare quando qualcuno gli si siede sulla groppa. E via di questo passo.

Il punto è: il cavallo non è una macchina e l’esistenza stessa dei cavalli domestici è cosa tutt’altro che scontata.

Ergo oggi parleremo delle origini dell’allevamento e di questa mirabolante joint venture interspecifica!

Di cosa si parla

Cominciamo col dire che il cavallo moderno (Equus ferus caballus) è un mammifero erbivoro perissodattilo, ovvero un animale che cammina sulla punta delle dita (e non sulla pianta dei piedi, come noi). Per la precisione, su un numero dispari di dita, e per la precisione su un solo dito: il cavallo sgambetta allegramente sulla punta dell’equivalente equino del dito medio, di cui lo zoccolo è l’unghia. Da un punto di vista anatomico, quella che pare la caviglia è la nocca, quello che pare il ginocchio è il polso e il gomito è rattatignato vicino all’attaccatura della spalla.

Ciò detto, da quanto esistono i cavalli?

Non è facile da determinare. Secondo recenti studi sul DNA mitocondriale, 20 milioni di anni fa potevamo trovare fino a 13 genera equini. Di questi, alcuni si distaccano da una dieta fatta di foglie e arbusti per orientarsi verso un menù principalmente erbaceo, scelta vincente visto che il cambiamento climatico stava favorendo la diffusione di praterie là dove prima cresceva la boscaglia.

In due piccoli milioni di anni (come vola il tempo!), i fossili di equidi da arbusto declinano, mentre quelli da prateria si diffondono. Non immaginatevi però i nostri destrieri: secondo Budiansky, questi proto-cavalli annoveravano una grandissima varietà somatica.

I diretti antenati dei nostri cavalli sarebbero, pare, 2 (certi dicono 4, ma si va nel magico mondo della speculazione): il Tarpan, un cavalluccio che viveva nella zona eurasiatica, e il Przewalski, in Asia. Il Przewalski è l’unico cavallo selvatico ancora esistente, ed è mia personale opinione che a salvarlo sia stato il fatto che nessuno davvero sa come cazzo pronunciare il suo nome.

-Dove vai, Gurkuk?
-A caccia di Perzewe… Perez… Purzuru… A CACCIA DI CINGHIALI!

Questi due antenati potrebbero aver apportato caratteristiche differenti al cavallo moderno. Ad esempio, mentre la criniera del Przecoso è ispida e ritta sul collo, quella del cavallo contemporaneo è solitamente fluente, una caratteristica che avrebbe ereditato dal Tarpan.

Ad ogni modo, la lieta vita dei ronzini prende una brutta piega verso la fine del Mesolitico, quando i fossili diminuiscono bruscamente. Parafrasando la logica che ho sentito usare una volta a un fruttariano (yep, esistono!), questo potrebbe suggerire che i cavalli abbiano semplicemente smesso di morire dacché divenuti incredibilmente longevi (giuro).

Il Rasoio di Occam e il buonsenso suggeriscono invece che l’animale si sia avviato a decise falcate verso l’estinzione. Il cavallo sparisce dal Nord-America, dall’Europa occidentale, dalla Cina… inseguito dal lento ma inesorabile cambiamento climatico, il povero bestio si ritrova confinato all’Ucraina e una parte dell’Asia Centrale.

Questo fino al terzo millennio a. C., quando le sue ossa risaltano fuori, più numerose che mai! Cos’è successo?

Le origini dell’allevamento

Cominciamo col dire che l’addomesticamento del cavallo, come ogni fenomeno, si è verificato solo grazie al contesto: i fattori ambientali e i fattori etologici delle due popolazioni (quella equina e quella umana) rendevano possibile la collaborazione.

Tanto per cominciare, umani e cavalli si somigliano. Come l’umano, il cavallo è un animale sociale e gerarchico. In altre parole, sia gli umani che i cavalli capiscono istintivamente segnali di dominazione e sottomissione. L’atteggiamento sottomesso da parte di un animale può placare l’atteggiamento aggressivo da parte di un umano, in quanto l’umano capisce il messaggio: in quel contesto, le due specie parlano la stessa lingua.

Inoltre, se la vicinanza di un gruppo umano presenta per il cavallo indubbi rischi (dopotutto gli umani sono famosi per mangiare tutto ciò che si muove e anche ciò che sta fermo), presenta anche dei vantaggi: i grandi predatori stanno alla larga (per la ragione di cui sopra) e gli umani allevano cibo ad alto valore nutritivo.

Eh già, perché le prime creature addomesticate dagli esseri umani in modo sistematico non sono state i cavalli, ma le piante.

Poi i gatti arrivarono e iniziarono a demolire le basi stesse della nostra sopravvivenza…

C’è un’idea che circola secondo cui l’allevamento è quella cosa che gli uomini inventano quando l’agricoltura ha così tanto successo che lascia del margine. La realtà storica pare diversa: l’allevamento è quel ripiego che gli uomini adottano quando caccia, raccolta e agricoltura non bastano più a mantenere il gruppo. Allo stesso tempo, perché una popolazione animale sia addomesticabile, bisogna che quest’ultima sia nella necessità di vivere nelle vicinanze degli umani.

L’allevamento è quindi quella collaborazione che si crea in zone periferiche e dalle risorse limitate, ammesso che le due popolazioni siano etologicamente compatibili. Tutte queste caratteristiche si sono verificate nella zona subito a nord del Mar Nero.

I primi a mostrare una vicinanza notevole coi cavalli sono stati gli uomini della civiltà detta Sredni Stog, che vivevano sul sito di Dereivka in Ucraina intorno al quinto millennio a. C..

Verso la fine del quinto millennio, la dieta di questi simpatici signori presenta un cambiamento notevole: se prima le discariche abusive di ‘sti zozzoni presentavano soprattutto ossa di cinghiale e altra selvaggina da foresta, di botto gli scheletri di cavalli diventano dominanti (costituiscono fino al 50% della carne consumata!).

Ora, il cavallo è una bestia di steppa, ergo ‘sti disgraziati devono farsi un bel pezzo di strada per andarseli a cercare.

Cos’è successo, perché questo cambio di menù?

Secondo una vecchia interpretazione, questa nouvelle cuisine ucraina sarebbe da interpretare come l’inizio dell’addomesticamento. Secondo questa teoria, infatti, il cavallo sarebbe stato prima di tutto una bestia da macello e poi, molto più tardi, un mezzo di trasporto e animale di fatica.

Ecco, questo è ciò che succede quando i ricercatori non mettono mai naso fuori da una biblioteca.

Tanto per cominciare si può cacciare il cavallo selvatico senza saper cavalcare (li si può spingere giù da precipizi, o in trappole, fargli agguati ecc.), ma qualcuno mi deve spiegare come diavolo tieni delle mandrie se quelle corrono con quattro gambe e te solo con due.

In secondo luogo il cavallo, come bestia puramente mangitiva, è una ciofeca assoluta. In proporzione alla quantità di cibo che ingolla e alle cure che necessita se non può vivere nel suo ambiente ideale, il cavallo è un pessimo investimento di carne e latte. Aggiungeteci la lunga gestazione e il fatto che fa pochi cuccioli, e avete una situazione da bancarotta assicurata.

Inoltre, la teoria non è supportata dai dati archeologici.

Marsha Levine ha fatto uno studio sistematico degli scheletri di Dereivka, comparandoli con i vari modelli di sfruttamento dell’animale. Difatti, a seconda del modello, l’età di morte delle bestie è diversa.

Nel caso dei cavalli selvatici, i due picchi di mortalità sono l’infanzia e la vecchiaia: i cuccioli e i vecchi, più lenti e meno vigili, sono le prede preferite dai carnivori.

In allevamento la faccenda è un pelino più complessa. Di base, gli animali che passano in bistecche sono prima di tutto i cuccioli in sovrannumero e le bestie che hanno passato l’età fertile. Questo crea un marcato discrimine sessuale: siccome mi basta un maschio per ingravidare più femmine, i cuccioli selezionati per la mannaia saranno soprattutto maschi, mentre gli adulti selezionati per la mannaia saranno soprattutto femmine.

Nel caso dei cavalli, in un allevamento avremo un alto abbattimento di maschi tra i 2-3 anni, e un alto abbattimento di femmine tra i 14 e i 20.

Nel caso delle discariche di Dereivka, abbiamo qualcosa di ancora diverso, che non rispecchia né il modello selvatico né quello domestico. Abbiamo pochi esemplari sotto i 4 anni e pochi al di sopra degli 8. Contando che un cavallo raggiunge la maturità fisica verso i 5, troviamo una maggioranza di bestie nel fiore degli anni!

Questo tipo di situazione calca un tipo di caccia definito stalking, in cui il cacciatore investe energia e tempo per selezionare e uccidere prede di qualità: i giovani pasciuti.

Ne segue che i Sredni Stog erano, tendenzialmente, cacciatori (e non allevatori) di cavalli. Dico tendenzialmente perché non è escluso che alcuni individui fossero catturati o addomesticati. Come fa notare Levine, non bisogna semplificare e appiattire i rapporti tra popolazioni: come sempre quando si tratta di uomini, la realtà era di certo più complessa del modello.

Ma torniamo alla genesi dell’allevamento! Secondo Budiansky, esistono tre stadi:

  • Dato un contesto ambientale, economico ed etologico, due società compatibili si avvicinano;
  • Una volta che le due società sono a contatto, alcuni degli individui più curiosi o sottomessi (o entrambi) cercheranno un contatto più continuo con i membri dell’altro gruppo. In questa fase, alcuni individui possono essere assorbiti dal gruppo umano (si tratta quindi di animali nati selvatici e poi addomesticati).
  • Durante questa seconda fase, la società umana può acquisire le informazioni necessarie a far nascere i primi individui in cattività, ad allevarli.

La seconda fase e la terza sono ben distinte: dal momento che nascono delle bestie puramente domestiche, la selezione artificiale comincia a giocare un ruolo fondamentale e l’evoluzione dell’animale diverge da quella del suo congenere selvatico.

Ovviamente queste fasi non sono da intendersi come cronologiche o esclusive: possiamo avere società che praticano tutti e tre questi modelli!

Ma torniamo ai primi pastori di cavalli. Secondo le fonti storiche, le prime menzioni di allevatori di cavalli fanno riferimento a quelle che erano probabilmente popolazioni di lingua indoeuropea e che abitavano nei pressi del Mar Nero. Erano i Sredni Stog?

Questions!

Negli anni ’60 una scoperta archeologica nel sito di Dereivka ha portato un nuovo elemento sul tavolo: è saltato fuori un nuovo scheletro, diverso da tutti gli altri, lo scheletro di uno stallone.

Cos’ha di diverso il celeberrimo (sì, nel settore lo conoscono tutti) Stallone di Dereivka rispetto a tutti gli altri cavalli della zona?

Lo stallone in questione non era insieme agli altri nelle discariche: era in una tomba prestigiosa, il che indica che l’animale in questione aveva una posizione sociale in seno al gruppo umano radicalmente diversa da quella degli altri cavalli.

Inoltre il nostro misura 142cm al garrese, una taglia notevole per l’epoca e che lo renderebbe simile agli odierni Fjord o New Forest.

Un New Forest mentre, con paziente determinazine, erode il territorio

Ma dulcis in fundo, i suoi denti! I suoi denti presentano una tacca di usura tipica e caratteristica dei cavalli che portano il morso!

BOOM, cavallo cavalcato, possiamo datare l’addomesticazione del cavallo!

Right?

Eh, circa… Purtroppo, com’è spesso il caso, non è così semplice.

C’è prima di tutto un problema di datazione: in principio si era situata la tomba (e quindi lo stallone) al 4000 a. C. Una recente datazione al C-14 però piazza tutto ciò molto dopo, tra il 700 e il 200 a. C. (l’altroieri, insomma!)

Inoltre i segni sui denti possono essere stati causati, in teoria, da altro che non da un morso. Il morso non è peraltro indispensabile per cavalcare, e anche concedendo che si tratta di un cavallo cavalcato e dotato di morso, niente ci assicura che sia nato in cattività (ovvero, niente ci assicura che sia un cavallo domestico).

Vicino allo scheletro sono stati ritrovati oggetti in corno che potrebbero essere resti di rondelle per morso. Un tentativo di ricostituzione basato sui reperti ha offerto un morso funzionante.

E quindi?

Secondo Budiansky, il cavallo era molto probabilmente una bestia montata, ma non domestica. Si tratterebbe dell’alba del cavalcare. Catturare e domare un cavallo era senza dubbio un’azione di grande audacia e maestria, il che spiegherebbe il fasto dedicato a cavallo e cavaliere nella morte.

La differenza tra un cavallo domato e uno domestico non è anodina.

Un animale domato implica spesso il concetto di proprietà privata e sempre un rapporto personale stretto tra domatore e animale. Tale rapporto termina quando uno dei due muore. L’allevamento presuppone una situazione radicalmente diversa: in caso di allevamento, l’attività coinvolge (o tocca in qualche modo) l’intero gruppo sociale, non solo il cavaliere.

Insomma, non possiamo sapere davvero se i Sredni Stog cavalcavano nel quinto millennio a. C., ma possiamo affermare con sicurezza che l’allevamento e l’arte di cavalcare nascono proprio in quest’area. Considerato quanto detto prima sulla diminuzione drammatica di resti equini nel resto dl mondo, possiamo affermare che, con ogni probabilità, l’allevamento salvò il cavallo dall’estinzione.

Studi recenti suggeriscono addirittura che tutti i cavalli moderni sarebbero i discendenti di un’unica mandria ancestrale, l’ultima grande mandria che pascolava nei paraggi di Dereivka.

Animo e coraggio, abbiamo quasi finito!

Di qui al catafratto corrono ancora millenni. L’impiego militare è stato l’ultima tappa del cavallo domestico.

La prima traccia di cavallo da guerra farebbe riferimento ai carri da guerra del re amorreo Samsi-Adad (1800 a. C.). In questo periodo il pedigree dei cavalli era già registrato e documentato, il che significa che la selezione artificiale era già relativamente raffinata.

E’ questa selezione a provocare la vastissima varietà di tratti somatici, fisiologici e regionali tra le numerose razze di cavalli moderni.

L’addomesticazione del cavallo è stata una svolta radicale nella Storia umana. Si poteva viaggiare di più, più lontano, più velocemente. Gli orizzonti si sono spalancati. Zone fino a quel punto troppo distanti erano a portata: nuovi territori di caccia, nuove occasioni di scambio, di saccheggio… e infine, nuovi modi di combattere.

Il cavallo è una bestia che tende ad evitare i conflitti, trovare il modo di usarlo in guerra non deve essere stato semplice. Secondo Creel, il carro da guerra avrebbe avuto origine nell’odierna Siria, mentre il guerriero montato sarebbe nato sulle montagne dell’Iran.

Me questa è ciccia per un altro articolo.

MUSICA!


Bibliografia

BUDIANSKY Stephen, The Nature of Horses, Phoenix Illustrated, Londra, 1998

CREEL H. G. “The Role of the Horse in Chinese History.” The American Historical Review, vol. 70, no. 3, 1965

DREWS Robert, Early riders, the beginnings of mounted warfare in Asia and Europe, New York, Routledge, 2004

JAGER Ulf, “Some remarks on horses on the ancient Silk Roads depicted on monuments of Art between Gandhara and the Tarim Basin”, Pferde in Asien: Geschichte, Handel und Kultur/ Horses in Asia: History, Trade and Culture, Osterreiche Akademie der Wissenschaften, Vienna, 2009

LEVINE Marsha A., “Botai and the Origins of Horse Domestication”, Journal of Anthropological Archaeology 18, Academic press, Cambridge, 1999

Mallory sui Sredni Stog

SAWAZAKI Hiroshi, Uma ha kataru, Iwanami Shoten, Tōkyō, 1987

SIDNELL Philip, Warhorse, Hambledon Continuum, New York, 200

TRENCH Charles Chenevix, A history of horsemanship, Longman, Londra, 1970