Horror e aspirine

Di ritorno dagli Altai era mia ferma intenzione pubblicare un articolo di Storia. Purtroppo mi sono buscata un qualche tipo di peste, quindi in attesa che l’articolo sulla Guerra di Genpei sia presentabile, vi cuccate una rapida carrellata di tre film recenti che ho avuto occasione di sorbirmi.

DEAD MINE


Film indonesiano uscito nel 2013, è il terzo film del regista Steven Sheil, un realizzatore non proprio prolifico (i suoi primi due film sono uno del 2002, Cry, e uno del 2008, Mum &Dad).

La storia

Il figlio di un milionario, Price, è sulle tracce del fantomatico oro di Yamashita, un favoloso tesoro di guerra che i giaps hanno messo insieme saccheggiando mezzo Sud-Est Asiatico e nascosto da qualche parte in una base delle Filippine. Nel film, le ricerche di Price e di Rie li guidano non tanto nelle Filippine, ma in Indonesia.

Price è accompagnato dalla fidanzata, un ex-militare inglese, la studiosa giapponese e cinque mercenari assoldati per proteggerli da pirati e predoni.

I nostri trovano effettivamente la base, realizzata riconvertendo una miniera preesistente, ma sono convenientemente attaccati da tizi cattivi e costretti a rifugiarsi all’interno. I cattivi non identificati danno un’altra spintarella alla trama tirandogli dietro una bomba a mano: uno dei mercenari si fa molto male e restano bloccati dentro.

To be fair, il capoccia dei mercenari, Captain Tino Prawa, avanza l’ipotesi che i cattivi non siano solo una pigra variante della classica Frana-Che-Chiude-I-Protagonisti-Nel-Tunnel-Ommioddio, ma che siano predoni che picchettavano la zona, a caccia dello stesso tesoro che Price sta cercando. E’ un pochino meno visto e rivisto della Frana-of-Doom, ma resta chiaramente un plot device.

Anyway, le carte sono sul tavolo: i nostri sono bloccati dentro con un ferito e devono trovare un’uscita secondaria. Non resta altro che esplorare le gallerie.

Ovviamente il gruppo non è solo. Arrivati davanti a una seconda entrata, qualcuno accende le luci e attacca un’allegra canzoncina militare su come il glorioso esercito imperiale spazzerà via i diavoli occidentali (l’importante è credrci).

A differenza della maggior parte dei film di questo genere, in questo c’è una ragione se l’impianto continua a funzionare dopo tanti decenni di presunto abbandono, e perfino una ragione se si attiva proprio in quel momento, e ciò è bene, perché la scena non è gratuita.

Andando avanti nell’esplorazione, i nostri trovano uffici e magazzini abbandonati, e finalmente Rie raccatta il fiato per spiegare meglio lo scopo della base: la miniera lavorava per l’Unità 731, che avrete magari sentito nominare. Si tratta di un’unità per lo sviluppo della guerra biologica. Operava soprattutto in Cina, e il responsabile, il tristemente noto dottor Ishii, fu processato durante quella baracconata nota come il Processo di Tokyo.

Tornando a noi, come detto, il gruppo non è solo: oscure presenza si aggirano nei cunicoli, e sono a caccia di carne fresca.

I daresay, certe immagini si addicono molto al mio gusto raffinato ed elegante

Dead Mine riprende il classico dei mutanti e lo riedita in modo più articolato. I “mostri” in questione non si riducono a mere riedizioni di Gollum sotto steroidi.

I prigionieri di guerra sono stati chiaramente usati come cavie, e ora infestano la miniera come mostri. Le museruole che portano ancora sul muso non gli impediscono di essere abomini antropofagi.

Non sono solo: a un certo punto l’inglese e la studiosa sono catturati da nientemeno che un ufficiale giapponese, sfigurato dalla “cura” messa a punta dalla 731 ma ancora abbastanza arzillo nonostante gli ottant’anni suonati.

Infine, una versione perfezionata della droga era stata messa a punto prima della fine della guerra, e somministrata a un gruppo di soldati d’élite. Nel profondo della miniera, la Guardia Imperiale dorme, in attesa di essere risvegliata e di marciare per la Patria e l’Imperatore.

Il budget del film è limitato, e si vede. Spesso le gallerie sono fatte con cartapesta, ed è penosamente chiaro che si tratta di cartapesta. Sembrano le scenografie di un teatrino comunale.

Il gore non è molto, ed è una saggia decisione, perché niente ammazza la tensione come un’esilarante scena di squartamenti a poco. Difatti certe morti invece di essere tragiche o paurose risultano quasi comiche.

Nell’insieme gli attori fanno un buon lavoro. I personaggi non sono eccelsi, ma sono credibili e la recitazione resta su un livello più che sufficiente (alcuni meglio, come il capitano indonesiano e il veterano inglese, altri più meh, come la studiosa giapponese o la fidanzata del milionario). Insomma, nessuno brilla per particolare originalità, ma sono tutti dignitosi.

Il film scansa gran parte dei clichés telefonati. Sarebbe stato facile fare di Price il cliché del ricco stronzo che non ha nessun riguardo per la vita dei suoi compagni, ma la sceneggiatura riesce a smussare gli angoli e renderlo più umano e meno caricaturale.

Un altro cliché popolare in questo genere di film, che io odio, è quello del laboratorio che perde il controllo dei propri mutanti super-soldatoni. Nella fattispecie non accade: nonostante le apparenze, la Guardia Imperiale ha tutto sotto controllo, e lo dimostra.

Gonna go bushido on your ass, gaijin

La Guardia Imperiale è un piacere per gli occhi, e per il poco screentime che hanno fanno un’eccellente figura, coordinati e muti, ma non troppo robotici da risultare rigidi.

Riassumendo

La storia non è originale, è il classico film di mutanti e gallerie
Gli elementi storici presenti sono usati in modo decente
I personaggi sono già visti e rivisti
Tra sceneggiatura e recitazione sono comunque credibili e passabili, anche se nessuno di loro risulta davvero memorabile
Il budget era basso, e certe scene de soffrono molto
La Guardia Imperiale
Il film riesce a scansare alcuni dei più scrausi clichés
Altri invece sono ben presenti
Il film non fa paura
Resta un Action passabile

 

Nell’insieme, il film in sé è molto classico, e la sola cosa originale che porta sulla tavola è l’esercito giapponese e l’unita 731. Ma nonostante la scarsa originalità gioca bene le proprie carte, e il risultato, pur non essendo eccelso, resta divertente da guardare.

Se avete voglia di distrarvi e avete un’ora e mezza da uccidere, dategli un’occhiata.

 

OCULUS


Questo è un Horror senza Action, proiettato nel 2013 e realizzato dal regista Mike Flanagan.

La storia apre col giovane Tim che viene dimesso dall’ospedale psichiatrico. Si capisce che la sua permanenza lì ha a che fare con la morte dei genitori e che fuori dall’ospedale lo aspetta una sorella maggiore, Kaylie, che potrebbe non avere tutte le rotelle a posto a seguito del trauma.

In sunto, dieci anni prima il padre dei due ha torturato e assassinato la moglie, e ha cercato di uccidere anche i figli, finché Tim non lo ha freddato con una rivoltellata.

Kaylie cerca di coinvolgere il fratello (in nome di una fantomatica “promessa” di cui Tim non si ricorda) in una bizzarra operazione che ha per oggetto uno specchio antico, presente in casa all’epoca della tragedia e che Kaylie ritiene responsabile per la follia del padre.

Secondo Kaylie, lo specchio è la sede di un’oscura entità, che seduce e manipola i possessori fino alla rovina. Kaylie è determinata a provare che il padre non era responsabile per i fatti di dieci anni prima e che lo specchio è davvero magico, per poi distruggerlo con un pendolo automatico (lo specchio, a detta sua, ha una volontà propria ed è impossibile per un essere umano fargli del male).

In tutto questo, vuole l’aiuto di Tim, che dal canto suo considera tutta la faccenda pura follia. Secondo i suoi ricordi, lo specchio non ha mai giocato un ruolo, il padre è schiodato a seguito della grave depressione della moglie (depressione che lui stesso a causato con la propria infedeltà).

Il film corre su due binari: il passato, con Kaylie e Tim bambini, e il presente, durante l’esperimento.

Il regista gioca bene sull’ambiguità: nonostante ci si aspetti l’azione di qualcosa di soprannaturale, fino a un terzo del film Tim potrebbe avere ragione e Kaylie potrebbe in effetti essere matta.

Quando lo specchio comincia a reagire alla presenza dei due fratelli, è lì che il film decolla. La linea si assottiglia tra realtà e illusione, fino a sparire. Così, mentre i ricordi dell’infanzia tornano sempre più vividi, si riduce la separazione tra passato e presente. La faccenda ricorda un po’ quando cerchi di svegliarti da un incubo e una volta aperti gli occhi ti rendi conto che stai sempre dormendo.

La recitazione è ottima, ed è quello che tiene in piedi questo film. La sceneggiatura pure è più che buona. Quando Tim dubita, è logico che dubiti, e quando inizia a credere è verosimile che inizi a credere a quel punto e che reagisca in quel modo. Anche quando pare assodato che c’è una forza soprannaturale dietro tutta la faccenda, il film non esagera mai, lasciando sempre un piccolo spazio di manovra per il dubbio. Dopotutto la storia potrebbe essere un ricordo deformato, magari i due fratelli hanno re-immaginato una situazione complicata, la follia del padre era in realtà un genitore costretto a gestire una situazione difficile, e l’influenza dello specchio potrebbe essere una reinterpretazione del loro sentimento di impotenza davanti a un mondo di adulti incomprensibile e pauroso. Dopotutto, in una delle prime scene, è proprio Tim a spiegare alla sorella come la nostra mente può rielaborare informazioni reali in scenari falsi o ingannevoli.

Oh hi there…

Quindi è trp bllximo?!

Quasi.

Il film ha qualche problema.

Ad esempio, lo specchio mangia il cane dei due fratelli. Tuttavia, quando si tratta di esseri umani, le vittime non spariscono, lasciano dietro i propri cadaveri. Allora come funziona, sparisci nel mondo dello specchio come le streghette di Madoka, o diventi pazzo e muori nel mondo reale?

Inoltre, Kaylie sa che lo specchio è pericoloso e manipola le persone, eppure lo guarda direttamente senza remore. Vero che prende una serie di precauzioni, quindi il suo comportamento potrebbe essere spiegato con eccessiva fiducia nella propria intelligenza, ma resta un po’ troppo avventato per un personaggio come lei.

Ci sono anche un paio di jump-scares di cui si poteva anche fare a meno.

In sunto

La storia non è proprio originalissima
La sceneggiatura se la cava molto bene con quello che ha
Buona recitazione
I personaggi sono tutti buoni
Illusione, passato e incubi sono gestiti molto bene, senza essere troppo confusi né troppo scodellati
I fantasmi
L’azione dello specchio e il senso di catastrofe imminente
Kaylie guarda direttamente lo specchio anche quando non è necessario, pur sapendo che sta correndo rischi inutili
I cani che spariscono… che se sei quadrupede sei assorbito, se sei bipede no?
Jump-scares non necessari
L’atmosfera generale è molto ben gestita

 

L’artefatto maledetto che manipola gli abitanti della casa non è certo una novità. A volte dà la luce a capolavori immortali del retard, come Amityville 4, in cui una lampada da salotto incarna nientemeno che il Diavolo in persona, guida furgoni e uccide idraulici.

In questo caso però l’idea è ben realizzata e il film gestisce bene il proprio gioco. In rapporto al genere, fa un lavoro migliore di quanto non faccia Dead Mine.

 

INSENSIBLES


Film del 2012, primo lungometraggio di Juan Carlos Medina.

Negli anni ’30 in Catalogna nascono dei bambini affetti da una rarissima condizione medica: sono del tutto insensibili al dolore. Considerati un pericolo per il prossimo e soprattutto per se stessi, i marmocchi vengono radunati dal dottor Carcedo e portati in quel di Canfran, in un ospedale-prigione dove i possano vivere senza auto-mutilarsi a morte.

La situazione cambia quando un prestigioso luminare tedesco, Dr Holzmann, offre a Carcedo la sua preziosa collaborazione. In cambio, Holzmann vuole solo ospitalità: Holzmann è giudeo e non ha nessuna voglia di tornare in Germania. Forte della sua maggiore preparazione, il crucco crede che sia possibile reintegrare i bambini nella società insegnandogli come sopravvivere, insegnandogli cos’è il dolore.

Ai giorni nostri David, chirurgo, ha un colpo di sonno al volante. Esce vivo dall’enorme incidente, ma sua moglie è morta, suo figlio è un feto prematuro che a stento sopravvive in incubatrice e dalle analisi salta fuori che lui ha una gravissima e rarissima forma di leucemia. Immagino che quella settimana il suo oroscopo recitasse “non muoverti dal letto percaritàd’Iddio”.

David ha quindi bisogno di un trapianto di midollo spinale. Ed è lì che scopre che i suoi genitori, con cui già non è in termini proprio affettuosi, non sono in realtà i suoi genitori: David è figlio di una prigioniera di Canfran, adottato dopo che il vero figlio di suo padre è nato morto.

David si trova quindi a dover rintracciare i suoi genitori biologici. Spera di poter contare su suo padre, che bizzarramente gli oppone una resistenza spietata e testarda.

Anche questo film si svolge su due periodi temporali. Negli anni ’30, uno dei bambini, Benigno, risulta uno dei pazienti più difficili e allo stesso tempo promettenti. Al giorno d’oggi, David deve rivangare il buio periodo della guerra civile e del franchismo per salvare la propria vita e non lasciare suo figlio orfano.

Difatti l’ospedale di Canfran prima viene sfruttato manu militari dai rossi, poi dai neri. Infine, un ufficiale tedesco riprende in mano la struttura, che viene convertita in prigione per anarchici e comunisti. Benigno, il solo sopravvissuto dei pazienti, viene rinominato Berkano, e assunto dalla nuova amministrazione.

Le sequenze in cui la guerra irrompe nella vita dell’ospedale sono realizzate bene, molto vicine a certe scene di Benicio del Toro, a cui Medina chiaramente si ispira, senza però scopiazzare. Insensibles non eguaglia El laberinto del Fauno, uno dei miei film preferiti in assoluto, ma se la cava in modo più che dignitoso.

La recitazione è buona per tutto il film. In particolare i bambini danno performances notevoli. I fratelli Ilias Stothart (Benigno bambino) e Mot Stothart (Benigno adolescente) fanno un ottimo lavoro nel trovare il giusto equilibrio tra l‘inespressiva freddezza di chi non conosce il dolore e l’espressività di un bambino che per altri versi è normale.

I personaggi sono tutti ben fatti e credibili. Carcedo ad esempio è un antagonista per tutta la prima metà del film, è un dottore mediocre e ostinato, ma allo stesso tempo il suo senso di responsabilità verso i bambini è sincero. Il padre di David (El Confesor!) è un ufficiale crudele e privo di remore, ma è mosso da una sincera convinzione che il Comunismo sia il grande male dell’umanità. Non ha nessuna empatia per i prigionieri, ma chiaramente ama sua moglie e si affeziona al figlio adottivo. Holzmann è un brav’uomo e un ottimo ricercatore, ma è imprudente.

Insomma, Carcedo ha le sue buone ragioni per volerli tenere in camice di forza…

Insomma, chi è buono, chi cattivo, ma tutti sono umani, ed è la guerra il crogiuolo che alla fine forgia gli eroi, le vittime o i mostri.

Quindi è un film trp bllximo?!

Hum…

Non proprio. Ha un paio di problemini.

Il primo: i bambini sembrano avere tutti grosso modo la stessa età. Nascono tutti in Catalogna e la loro condizione viene scoperta solo quando hanno circa sei o sette anni. Non solo nessuno pare nemmeno chiedersi il “perché”, ma nemmeno si spiega come mai nessuno abbia notato la menomazione prima di quel dato periodo.

Il secondo: a un certo punto i nazi controllano l’ospedale e il cibo non basta più, i bambini si ammalano e deperiscono. Un’infermiera propone ad Holzmann di rimandare i bambini alle rispettive famiglie. Holzmann risponde “C’è una guerra civile, saranno di sicuro tutti morti”.

Così, e basta.

Holzmann, che cazzo dici? Una scusa migliore no?

Il terzo: il colpo di fulmine di Berkano per la bella anarchica. Facepalm. E’ la cosa più contrived, forzata e raffazzonata del film. Non è nemmeno la svolta in sé a essere fastidiosa, è la fretta. Un minuto Berkano sta per taglieggiare la fanciulla, un minuto dopo la libera e le mette il bisturi in mano. Per essere un film che prende il suo tempo a stabilire con estrema cura tutti i personaggi, potevano anche spendere più di mezzo minuto su quello che poi è uno dei punti cardine della vicenda (il concepimento di David).

Il quarto: la fine.

Porca miseria la fine.

Il film resta realista per tutta la durata, e gli ultimi cinque minuti… butta insieme stupidità e WTF da due lire.

Il perché un po’ si spiega. Il punto è: non ci si può redimere dal passato, le colpe dei padri ricadranno per sempre sui figli, il dolore e la violenza commessi in un attimo continueranno a ferire e dolere per anni e anni, tutta la buona volontà del mondo non potrà annullare una cattiva azione.

E’ un buon messaggio, che personalmente condivido. Ma ci sarebbe stato modo di cucirlo in modo elegante nella trama senza ricorrere a quello che pare simbolismo da terza media.

La storia
I personaggi
L’atmosfera
La sceneggiatura
Il messaggio complessivo della storia
L’arco del personaggio del deuteragonista da Benigno a Berkano
La storia della prigioniera anarchica
La storia corre su due binari temporali, ma non è mai confusa o incasinata
Nessuno si chiede perché i bimbetti anormali siano tutti in Catalogna
Nessuno si accorge che i marmocchi sono insensibili fino a che non hanno sei o sette anni
La faccenda della scarsa lacrimazione non serve a nulla se non a rendere la storia meno credibile
“Saranno di sicuro tutti morti” WTF
La fine

 

Sono sette grumpy approvanti contro sei, ma non lasciatevi ingannare: quelli positivi sono più “pesanti” si quelli negativi. Il film non è perfetto e la scena finale è una cagata, ma tutto sommato Insensibles è un film dignitoso.

Questo è tutto. L’articolo su Genpei prenderà un po’ di tempo: ho in mente qualcosa di ponderoso e noioso come piace a me!

Nel frattempo, MUSICA!

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13 thoughts on “Horror e aspirine

  1. Bentornata dal profondo Boh ^_^

    Questi consigli mi sono piaciuti tutti – in particolare quella mezza trashata che sembra essere Dead Mine, dato che ultimamente sto cercando di farmi una cultura sullo spelunking horror (vai a capire perché) e quello sembra rientrare appieno.
    Anzi, se te ne capitano sotto mano altri fammi sapere…

  2. Cioè fammi capire ti sei presa la peste bubbonica-ebola-virus de montezuma prima dell’articolo sulla Genpei?
    Magari prenderselo dopo?
    Magari vestirsi più pesante?

    XD

    rimettiti

      • A parte la cocente delusione dei Tyr in Live

        questo a casa mia si chiama “andarsele a cercare con il lanternino” 😛
        Se invece di questi gruppi dimmelma diversamente interessanti ti ascoltassi tipo i
        Mezzopalo o i Kyuss Lives, o i Maiden non rischieresti queste “cocenti delusioni” ad andarli a sentire live 😛

      • I Tyr non sono il mio gruppo preferito, ma molte delle loro canzoni mi garbano. Non potevo mica immaginare che facessero così tanto schifo dal vivo. A parte il suonare con ZERO energia (plin plon guess you want us to sing or something plin plon where’s my beer?) hanno deciso di coronare il tutto con una bella canzone a favore della caccia alle balene. Boh. Schifo schifo schifo. Alla fine contavamo i minuti “quand’è che liberano il palco ‘sti stronzi?” >_<
        I Maiden erano allo Hellfest, se non ricordo male, ma i biglietti sono più che proibitivi 😛 E con buona pace tua, Sabaton spakkavano abbelva ^_^

      • Sabaton spakkavano abbelva ^_^

        SBROTFL 😛 … questa era particolarmente divertente, davvero.
        Me la segno per animare quegli imbarazzanti momenti morti di noia alle feste 😛 ^_^

        Visto che mi sento generoso, ti piazzo il link di un concerto di un gruppo che spacca DAVVERO abbestia 😉

      • miii, quanto sei monotematica 😛

        I a href=”http://www.reverbnation.com/play_now/21432736?utm_campaign=a_public_songs&utm_medium=twitter&utm_source=page_object_news_item”> Mezzopalo ti sono piaciuti?
        E dei Kyuss Lives avevo già parlato? Si? Si nota che sono tipo la mia religione? 😛

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