La folle histoire de Max et Léon

Un piccolo bistrot di provincia nella Francia occupata dai nazisti. La porta si apre, due uomini in uniforme da Gestapo entrano. Sugli avventori cala il silenzio. I due uomini vanno al bancone.

Ordinano in un francese colloquiale e senza inflessioni. Non sono due crucchi.

Sono Max e Léon, due buoni a niente del villaggio, partiti sotto le armi anni prima della débacle, e ora di ritorno, vestiti da collabos.

I due vengono prontamente agguantati e legati come salami. Uno dei compaesani tira fuori una pistola, unico modo ragionevole di relazionarsi con i collaborazionisti. Prima che il tizio tiri il grilletto, però, i due assicurano che si tratta di un fraintendimento: possono spiegare!

E così comincia la Folle histoire de Max et Léon.

La commedia francese ci ha regalato delle perle assolute, dal bellissimo I visitatori al goliardico Tais toi, a classici come La grande vadrouille. Negli ultimi anni però il genere tende a produrre filmetti godibili nel migliore dei casi, pallosi nel peggiore, e complessivamente molto mediocri.

Pertanto molta gente si è avvicinata a questo film con una sana dose di diffidenza, e a ragione.

Per cominciare, una commedia a sfondo storico ambientata nella Francia occupata prende dei rischi. Il potenziale c’è, ovviamente. Dopotutto la base della commedia è la sofferenza: da sempre, più i personaggi patiscono, più la commedia fa ridere. Se fatta bene, s’intende. Anche perché il rovescio della medaglia implica che più traumatico è l’argomento, più il rischio di fare una cagata è alto.

Una commedia mediocre su dei divorziati in lite è solo quello, una commedia mediocre, una perdita di tempo. Una commedia mediocre sulla battaglia di Verdun o sul Genocidio Armeno diventa un insulto vero e proprio.

In secondo luogo, il cinema francese annovera già molte commedie ambientate nella Seconda Guerra Mondiale, grandi classici come la succitata Grande Vadrouille o Mais où est donc passée la 7ème compagnie?. Il confronto con questi cult è inevitabile.

Quindi abbiamo un soggetto difficile da maneggiare e un genere che già presenta grandi esempi e un confronto spietato. Ma questi non sono gli unici scogli.

Gli autori e attori principali in questo film sono David Marsais e Grégoire Ludig, due amici d’infanzia diventati poi comici su internet. Già, questo film è un film del webbe!

Il magico duo comincia nel 2002 con il Palmashow, una serie di sketch comici online. Da subito cominciano ad ottenere piccoli riconoscimenti, come le due vittorie consecutive come migliori comici al festival studentesco del Palais de Glaces di Parigi, e dopo appena un anno schiodano il primo contratto con un’emittente radio. Nel 2006, si buttano nelle parodie, ammucchiando visualizzazioni su Dailymotion e Youtube. Quattro anni dopo, sono sulla televisione nazionale con un programmino tutto loro: La folle histoire du Palmashow.

Insomma, pian pianino i due comici costruiscono la loro professione, attirando anche l’attenzione di nomi già famosi come Florence Foresti (conosciutissima in Francia). I due creano anche una casa di produzione: Blaguebuster Production (“blague” parole francese per “celia”, “scherzo”). Il loro successo continua a crescere in modo progressivo, finché nel giugno 2016 non lanciano sul canale Youtube un teaser: il duo fa un film! Al cinema!

Quindi abbiamo due youtubers divertenti che si buttano sul lungometraggio, scegliendo peraltro un argomento e un genere particolarmente difficile.

Ora, personalmente non ho mai visto una storia del genere concludersi bene: di solito quando youtubers e creature simili si invischiano nel cinema, il prodotto è molto deludente.

E in questo caso?

This is off to a good start…

Personalmente non avevo mai sentito parlare di Ludig e Marsais. Seguo poco la scena Youtube francese, quindi quando Compare di Bevute mi chiede se mi va di vedere un film “sulla Seconda Guerra Mondiale” accetto senza sapere minimamente cosa aspettarmi. Non avevo nemmeno visto il trailer.

Certi diranno “e ti sei fidata a sborsare 10 euri e passa sulla parola di ‘sto tizio?”

Good point. Ma vedete, il tizio io l’ho portato a vedere I 47 ronin, e dopo non mi ha strangolata e rivogata nella Senna (nessuno avrebbe potuto rinfacciarglielo, davvero), quindi diciamo che sono in debito.

E comunque non ha importanza: La folle histoire de Max et Léon è un bel film. Forse non raggiunge pinnacoli come il primo Visitatori (che aveva Jean Reno, quindi è meglio per decreto e basta), ma di certo è un film spassosissimo da vedere!

La trama

Rommel, anche conosciuto come “il gatto del deserto”

Max e Léon sono due trovatelli, cresciuti in un villaggio francese perduto nella campagna. Sono dei marginali, vivono di lavoretti occasionali e si accontentano di poco. Sono balordi ma non cattivi, paraculi, ma non disonesti, non hanno nessuna curiosità per il mondo e sognano di aprire un bar tutto loro nel paesello dove abitano. Sono due uomini semplici che vogliono vivere, invecchiare e morire nel loro villaggio natale.

La vita è rassicurante e monotona per i due, finché non vengono arruolati. Non passano molto tempo al campo di addestramento, però: una bella mattina si svegliano a suon di cannonate. Sul crinale della collina la Divisione Fantasma fa ciaociao con la manina.

Nella débacle che segue, i due amici riescono a scappare. Senza un esercito e senza un’oncia di coraggio in due, i nostri hanno un unico scopo: tornarsene a casa e star lontani dalle schioppettate.

Comincia così un viaggio improbabile in cui i due fregano divise diverse, finiscono in Inghilterra, passano dalla Siria, si ritrovano a Vichy, sempre cercando di defilarsi, finché non cedono all’evidenza: quella guerra li riguarda e devono fare la loro parte come tutti gli altri.

Cominciamo subito col dire che questo film non è particolarmente originale.

Il concetto della storia lo si ritrova in decine di film comici e drammatici. I due personaggi principali sono verosimili e simpatici, ma certo non innovativi. I comprimari sono poco esplorati e a tratti ridotti a delle macchiette.

Tuttavia il materiale, ancorché già visto, viene trattato bene. La scrittura è divertente, le peripezie spassose e il ritmo ottimo. Peraltro, il film ci fa la grazia di evitare certi clichés, tipo i migliori amici che litigano, si separano e poi tornano insieme dopo aver capito il valore dell’Amicizia, o altre boiate da Baci Perugina.

Il quadro storico presenta qualche falla (tipo quando sono arrestati come spie e mandati in campo di prigionia invece che di sterminio), ma non viene stuprato selvaggiamente come in quella merda di Vikings o in quella cagata colossale di Pearl Harbor. Le inconsistenze sono rese più accettabili dalla chiara nota surrealista che attraversa l’intero film.

Gli scherzi per la maggior parte funzionano bene. Ci sono alcuni riferimenti pop, ma non sono prepotenti e non guastano il divertimento: la battuta resta simpatica anche se non riconosci il riferimento nerd alla pubblicità anni ’90.

Costumi e cinematografia sono più che dignitosi. Ci sono dei soldi in questa produzione e si vedono! Non una produzione da colossal, ma nemmeno un indie fatto passando il cappello alla Fiera della Salsiccia.

Non tutti gli scherzi funzionano, alcuni sono un po’ troppo surreali, altri davvero troppo infantili, ma nell’insieme il film scorre con brio.

Ad ultimo, la commedia è leggera e ottimista, ma non del tutto scollegata dalla realtà. Il collaborazionismo, la deportazione, le fucilazioni sono presenti, e impediscono al film di apparire troppo puccioso per il contesto storico. Personalmente avrei preferito una vena più cruda, ma mi accontento.

Tirando le somme.

Concetto e personaggi poco originali

 

Alcune falle storiche

 

Non tutti gli scherzi funzionano

 

Recitazione

 

Costumi e fotografia

 

Ritmo e sceneggiatura

 

Il terzo atto

 

Al di là di qualche scivolone, il film non annoia mai

 

Un film del webbe che non fa cagare a spruzzo, WEEEEE!

 

In conclusione,, La folle histoire de Max et Léon non è un capolavoro come Train de vie, ma è meglio di film come La vita è bella (pur prendendo delle libertà, per lo meno non sbaglia carro armato…).

Io lo consiglio caldamente: è una visione spassosa mai noiosa!

MUSICA!


Pagina Imdb del film

Pagina wiki del duo

Canale youtube del Palmashow

Come non si fa (1): Vikings

Fear the Daibanana!

Il Capodanno è finito. L’ho passato in famiglia, con parenti che ci hanno assolutamente tenuto a vedere il documentario sui cercopitechi urlatori, altresì chiamato “quellammerda con Gigi d’Alessio”. La badante di mia nonna ha anche cercato di portarmi via la bottiglia dopo appena un paio di bicchieri. Non ho nemmeno potuto far esplodere qualcosa, e il disperato tentativo di accendere le girandole al chiuso ha avuto le ali tarpate quando quelle porcherie sono bruciate quietamente per terra senza schizzare per aria.

Niente musica, niente sbronza, niente ustioni. Bah.

La ricaduta positiva è che, con queste premesse, il 2015 si preannuncia ancora più Grumpy del 2014.

Ergo, come meglio festeggiare se non inaugurando una nuova rubrica?

COME NON SI FA, una piccola guida a tutto quello che fa schifo nelle vostre scene preferite (perché guastare la festa è la mia vocazione).

Il primo esempio: la prima battaglia della serie Vikings, che, se avete letto questo articolo ricorderete, non mi ha fatto proprio una bella impressione.

Il contesto

La battaglia è presa dall’Episodio 4 della Prima stagione. Al loro secondo raid, i nostri saccheggiano un posto in Northumbria con una facilità che dire fa schifo è poco. Di ritorno alla spiaggia, però, i nostri trovano i guerrieri di re Aelle ad aspettarli.

And hilarity ensues.

La battaglia

Cominciamo, cosa non funziona con questa scena?

La tenuta dei vichinghi per cominciare (anche quella dei Northumbri, ma quella dei vichinghi fa davvero piangere i gattini). Come detto nell’articolo succitato, i costumi della banda sono decisamente brutti. E per sovrammercato, nessuno di loro pare portare una protezione decente: niente guanti, cuoio o panno imbottito, nulla. Pessima, pessima idea.

Ma limitiamoci agli aspetti tattici della faccenda!

Cominciamo con le forze in campo.

Per la squadra di casa, la Northumbria, abbiamo:

  • 3 cavalieri
  • 10 arcieri
  • 3 file da 10 lanceri
  • 10 con la spada nella prima linea.

53 uomini, o 50 se togliamo gli aristocratici a cavallo.

Per la squadra ospite, Norrenia, abbiamo:

  • 24 scudi
  • 6 lance
  • 2 archi.

Ovvero, compreso Floki sono 27 più un prigioniero.

I Northumbri sono quasi il doppio e meglio armati. Non dovrebbe esserci partita. Ma Ragnar può contare sull’Abilità SonoIlProgagonista e sul potere Pessima Sceneggiatura, quindi siamo tranquilli.

Difatti le trovate Ma Che Cazzo cominciano ancora prima del pestaggio.

  • D’acchito.

Il gruppo Northumbro è schierato in assetto di guerra esattamente davanti l’imbocco del sentiero, tagliando la via alla nave. Questo può voler dire solo due cose: si aspettano che i vichinghi arrivino da quel sentiero e non vogliono lasciarli scappare.

E il primo problema c’è già, grosso come una casa.

I Northumbri hanno 3 vantaggi: il numero, la sorpresa e l’agio di scegliere il terreno. E in una combo spettacolare, non approfittano di nessuno di questi!

I vichinghi stanno avanzando su un sentiero profondamente incassato tra le dune, una posizione estremamente vulnerabile.

Ho una proposta per il comandante Northumbro: mandi due tapiri con le accette ad affondare la nave, poi apposti gli arcieri sul crinale delle dune con gli spadaccini per ricacciare giù a calci qualunque furbone cerchi di arrampicarsi, e quando i nemci rompono in fuga te li carichi e gli fai le chiappe a fettine.

E ho un consiglio per Ragnar: prima di tornare indietro per la stessa strada che hai fatto a venire, manda qualcuno a controllare se la via è libera. Potresti scoprire che è meglio fare un altro giro. Magari dar fuoco a qualcosa come diversivo, e tentare uno sfondamento quando il grosso dei Northumbri accorre da qualche altra parte. Questo, ovviamente, se il comandante Northumbro non è affetto da qualche tenia cerebrale e prova a crearti delle difficoltà…

  • What is it?

E’ la battuta di un vichingo alla vista dello schieramento Northumbro. E’ la majala di to’mae. Che vuoi che sia?

  • Fate con comodo

I Northumbri non attaccano subito, sarebbe scortese, poi rischi di fargli male. Prima trascinano nel mezzo i cadaveri dei due pirla lasciati alla nave, perché chi non vuole un morto su cui inciampare, prima di una carica? Poi lasciano il tempo ai vichinghi di fare le faccine, schierarsi, fare un bel muretto, e solo dopo si risolvono ad attaccare. Che gentili.

  • Colpa della crisi

Gli arcieri tirano una sola salva. Difatti, noterete, non hanno una faretra, hanno delle costosissime spade. Perché le frecce avevano l’IVA troppo alta, immagino. Peraltro gli archi svaniscono subito dopo. No, non li lasciano cadere, spariscono: non sono più utilizzati né sono per terra alla fine della scaramuccia.

Ma forse i 10 arcieri stavano sulle palle del capoccia, visto che hanno una sola freccia in dotazione e subito dopo si ritrovano a caricare in prima linea senza uno scudo.

  • Becchi d’assalto

Avete mai notato che nelle cariche dei film i tizi non tengono mai la linea?

  • Dagni di cornate!

Come detto sopra, i Northumbri sono molto più numerosi dei vichinghi. I vichinghi si sono sapientemente disposti su una singola linea, con nessuno a proteggere i fianchi e le terga. I Northumbri potrebbero tranquillamente girargli intorno e affettargli le chiappe. Tempo necessario: 2 minuti e 46 secondi.

Invece no, come un sol uomo i signori prendono a cornate gli scudi. Punfete, punfete, punfete, nota tattica del Moscone contro il Vetro. Ora, già che sono a scapocciarsi la prima linea così, perché fare il giro sarebbe poco galante, potrebbero sfilettare le zampe dei normanni. Difatti noterete che i nostri non le stanno proteggendo, anzi, tengono lo scudo fisso alla stessa altezza. Ragnar lo tiene addirittura a due mani, perché è tanto ‘omo che non ha nemmeno un’arma per due terzi della battaglia. Scalzargli le rotule dovrebbe essere questione di pochi secondi.

Invece no. Capocciate sugli scudi e via a andare, che i colpi su polpacci e polsi non fanno punto!

  • Quanti vichinghi ci vogliono per…

Tirare 2 frecce?

EDIT: ecco, per la gioia di grandi e piccini!

I vichinghi hanno due arcieri. Sono pochini, ma meglio di niente. Potrebbero tirare a campana sulle zucche dei Northumbri.

Non lo fanno.

Perché uno dei due si decida a tirare, Ragnar e Rollo devono scansarsi, aprire la linea perché questo mentecatto tiri in linea retta nel muso di un nemico. Botta di culo che non colpisce nessuno dei suoi (e la probabilità di incidente in un’azione del genere sono innumerevoli), e che i Northumbri non ne approfittano per spingere e spezzare in due lo schieramento vichingo. Bontà loro.

La seconda volta che gli arcieri si rendono utili, come potete vedere dalla gif (contribuzione del buon Dago), è quando salgono ognuno su uno scudo. Dopodiché due normanni per parte li tirano su, e questi tirano (altro tiro diretto) nel mucchio.

Riassumendo, ci vogliono 6 vichinghi per tirare 2 frecce, e i Northumbri sono così impediti che la prima linea può privarsi di 2 scudi e 4 uomini senza risentirne minimamente.

  • They see me Rollin’

I Northumbri sono seghe tali che Rollo può sfondare tutte le loro 4 linee stile panzer, acchiapparne uno per il cravattino e riportarselo dietro il muro di scudi. Il tutto senza subire nemmeno una gomitata nelle costole o un calcio negli stinchi.

  • Uno alla volta, uno alla volta, uno alla volta per carità (cit., ci sono melomani in sala?)

Dopo la passeggiatina di Rollo, il regista si rende conto che è meglio distogliere l’attenzione dalla tattica, e segue una serie di close-ups di vichinghi machones che con una botta sola azzerano i Punti Vita dei Northumbri, schizzi di sangue e faccine buffe. Dopo aver mostrato un po’ di scenette, i nostri decidono che forse è il caso di riformare la linea.

Ora, chiunque abbia letto un qualsiasi libro, libretto, depliant di storia militare un minimo ben fatto, sa che una volta che la linea è persa, è persa. Puoi recuperare ritirandoti e raggruppando i tuoi in un nuovo schieramento, ma non puoi fare e disfare la linea nel mezzo di una mischia indiavolata.

Questo nel mondo reale. Nel mondo di History Channel (mortacci loro) i Northumbri sono gente molto comprensiva, e lasciano che i nostri amici si risistemino. Che a dargli noia rischi di spettinarli.

 

Bilancio finale:

Perdite Northumbre, 50. Più il prigioniero che, in tutto il casino, non è riuscito a scappare (forse considerava maleducato andarsene senza salutare).

Perdite Vichinghe, 2, più i 2 pirla che avevano lasciato alla nave.

Hooray I guess…

Da un punto di vista puramente narrativo, la battaglia ha 2 grandissimi problemi.

Il primo, i Buoni hanno vinto senza meritarselo. All’inizio la sproporzione di forze è troppo colossale (2 a 1), e nello svolgimento i nemici si mostrano troppo deboli e stupidi per costituire una seria minaccia. Se i Northumbri avessero i neuroni sufficienti a trovarsi il culo con le mani, vincerebbero in un batter d’occhio. Perdono perché manovrano come dei ritardati. Ai Buoni basta star fermi e aspettare che quelli si impalino da soli, o quasi (ho già detto che Ragnar nemmeno ha un’arma in mano?).

Se è chiaro che i buoni vinceranno senza colpo ferire o quasi, la tensione crolla. Non abbiamo paura che Ragnar, o Rollo, o la Lagertha si faccian male. Sappiamo che non se ne faranno. Alla fine non siamo felici per loro, perché non c’è stato nessun investimento sullo scontro.

Il secondo, strettamente legato al primo, la vittoria costa troppo poco. 2 scalzi e gnudi contro 50 militari in armi. Questo ci dice che i Northumbri sono gente del tutto inadeguata, che saranno presenti solo per essere cattivi buffi e per farsi ammazzare da Rollo che è tanto figo.

Per chiunque racconti storie: mettiti nei panni del tuo antagonista. Più l’antagonista è intelligente e capace, più il tuo eroe avrà merito per essere riuscito a sconfiggerlo. Se per far vincere il tuo personaggio devi far commettere errori cretini all’antagonista, vuol dire che il tuo eroe è a sua volta un povero scemo. Perché a qualcuno dovrebbe interessare una gara di lancio della cacca tra due menomati mentali?

Un antgonista ritardato non fa risaltare l’eroe, lo schizza di merda e basta.

Ma Tengy, direte voi, la saga è tanto piaciuta!

Vero. Il punto è: volete raccontare una storia di buona qualità o no? Avete rispetto per i vostri personaggi o non ne avete?

Concludo con una lettura che ho già consigliato, ma che ri-consivlio: Decisive battles of the Western World, del caro Fuller.

E’ tutto per oggi. Vi auguro un 2015 ricco in bottino e saccheggio!

MUSICA! (Da notare che nel video, fatto con un cinquantesimo dei quattrii investiti in Vikings, i costumi sono molto migliori)

Horror e aspirine

Di ritorno dagli Altai era mia ferma intenzione pubblicare un articolo di Storia. Purtroppo mi sono buscata un qualche tipo di peste, quindi in attesa che l’articolo sulla Guerra di Genpei sia presentabile, vi cuccate una rapida carrellata di tre film recenti che ho avuto occasione di sorbirmi.

DEAD MINE


Film indonesiano uscito nel 2013, è il terzo film del regista Steven Sheil, un realizzatore non proprio prolifico (i suoi primi due film sono uno del 2002, Cry, e uno del 2008, Mum &Dad).

La storia

Il figlio di un milionario, Price, è sulle tracce del fantomatico oro di Yamashita, un favoloso tesoro di guerra che i giaps hanno messo insieme saccheggiando mezzo Sud-Est Asiatico e nascosto da qualche parte in una base delle Filippine. Nel film, le ricerche di Price e di Rie li guidano non tanto nelle Filippine, ma in Indonesia.

Price è accompagnato dalla fidanzata, un ex-militare inglese, la studiosa giapponese e cinque mercenari assoldati per proteggerli da pirati e predoni.

I nostri trovano effettivamente la base, realizzata riconvertendo una miniera preesistente, ma sono convenientemente attaccati da tizi cattivi e costretti a rifugiarsi all’interno. I cattivi non identificati danno un’altra spintarella alla trama tirandogli dietro una bomba a mano: uno dei mercenari si fa molto male e restano bloccati dentro.

To be fair, il capoccia dei mercenari, Captain Tino Prawa, avanza l’ipotesi che i cattivi non siano solo una pigra variante della classica Frana-Che-Chiude-I-Protagonisti-Nel-Tunnel-Ommioddio, ma che siano predoni che picchettavano la zona, a caccia dello stesso tesoro che Price sta cercando. E’ un pochino meno visto e rivisto della Frana-of-Doom, ma resta chiaramente un plot device.

Anyway, le carte sono sul tavolo: i nostri sono bloccati dentro con un ferito e devono trovare un’uscita secondaria. Non resta altro che esplorare le gallerie.

Ovviamente il gruppo non è solo. Arrivati davanti a una seconda entrata, qualcuno accende le luci e attacca un’allegra canzoncina militare su come il glorioso esercito imperiale spazzerà via i diavoli occidentali (l’importante è credrci).

A differenza della maggior parte dei film di questo genere, in questo c’è una ragione se l’impianto continua a funzionare dopo tanti decenni di presunto abbandono, e perfino una ragione se si attiva proprio in quel momento, e ciò è bene, perché la scena non è gratuita.

Andando avanti nell’esplorazione, i nostri trovano uffici e magazzini abbandonati, e finalmente Rie raccatta il fiato per spiegare meglio lo scopo della base: la miniera lavorava per l’Unità 731, che avrete magari sentito nominare. Si tratta di un’unità per lo sviluppo della guerra biologica. Operava soprattutto in Cina, e il responsabile, il tristemente noto dottor Ishii, fu processato durante quella baracconata nota come il Processo di Tokyo.

Tornando a noi, come detto, il gruppo non è solo: oscure presenza si aggirano nei cunicoli, e sono a caccia di carne fresca.

I daresay, certe immagini si addicono molto al mio gusto raffinato ed elegante

Dead Mine riprende il classico dei mutanti e lo riedita in modo più articolato. I “mostri” in questione non si riducono a mere riedizioni di Gollum sotto steroidi.

I prigionieri di guerra sono stati chiaramente usati come cavie, e ora infestano la miniera come mostri. Le museruole che portano ancora sul muso non gli impediscono di essere abomini antropofagi.

Non sono solo: a un certo punto l’inglese e la studiosa sono catturati da nientemeno che un ufficiale giapponese, sfigurato dalla “cura” messa a punta dalla 731 ma ancora abbastanza arzillo nonostante gli ottant’anni suonati.

Infine, una versione perfezionata della droga era stata messa a punto prima della fine della guerra, e somministrata a un gruppo di soldati d’élite. Nel profondo della miniera, la Guardia Imperiale dorme, in attesa di essere risvegliata e di marciare per la Patria e l’Imperatore.

Il budget del film è limitato, e si vede. Spesso le gallerie sono fatte con cartapesta, ed è penosamente chiaro che si tratta di cartapesta. Sembrano le scenografie di un teatrino comunale.

Il gore non è molto, ed è una saggia decisione, perché niente ammazza la tensione come un’esilarante scena di squartamenti a poco. Difatti certe morti invece di essere tragiche o paurose risultano quasi comiche.

Nell’insieme gli attori fanno un buon lavoro. I personaggi non sono eccelsi, ma sono credibili e la recitazione resta su un livello più che sufficiente (alcuni meglio, come il capitano indonesiano e il veterano inglese, altri più meh, come la studiosa giapponese o la fidanzata del milionario). Insomma, nessuno brilla per particolare originalità, ma sono tutti dignitosi.

Il film scansa gran parte dei clichés telefonati. Sarebbe stato facile fare di Price il cliché del ricco stronzo che non ha nessun riguardo per la vita dei suoi compagni, ma la sceneggiatura riesce a smussare gli angoli e renderlo più umano e meno caricaturale.

Un altro cliché popolare in questo genere di film, che io odio, è quello del laboratorio che perde il controllo dei propri mutanti super-soldatoni. Nella fattispecie non accade: nonostante le apparenze, la Guardia Imperiale ha tutto sotto controllo, e lo dimostra.

Gonna go bushido on your ass, gaijin

La Guardia Imperiale è un piacere per gli occhi, e per il poco screentime che hanno fanno un’eccellente figura, coordinati e muti, ma non troppo robotici da risultare rigidi.

Riassumendo

La storia non è originale, è il classico film di mutanti e gallerie
Gli elementi storici presenti sono usati in modo decente
I personaggi sono già visti e rivisti
Tra sceneggiatura e recitazione sono comunque credibili e passabili, anche se nessuno di loro risulta davvero memorabile
Il budget era basso, e certe scene de soffrono molto
La Guardia Imperiale
Il film riesce a scansare alcuni dei più scrausi clichés
Altri invece sono ben presenti
Il film non fa paura
Resta un Action passabile

 

Nell’insieme, il film in sé è molto classico, e la sola cosa originale che porta sulla tavola è l’esercito giapponese e l’unita 731. Ma nonostante la scarsa originalità gioca bene le proprie carte, e il risultato, pur non essendo eccelso, resta divertente da guardare.

Se avete voglia di distrarvi e avete un’ora e mezza da uccidere, dategli un’occhiata.

 

OCULUS


Questo è un Horror senza Action, proiettato nel 2013 e realizzato dal regista Mike Flanagan.

La storia apre col giovane Tim che viene dimesso dall’ospedale psichiatrico. Si capisce che la sua permanenza lì ha a che fare con la morte dei genitori e che fuori dall’ospedale lo aspetta una sorella maggiore, Kaylie, che potrebbe non avere tutte le rotelle a posto a seguito del trauma.

In sunto, dieci anni prima il padre dei due ha torturato e assassinato la moglie, e ha cercato di uccidere anche i figli, finché Tim non lo ha freddato con una rivoltellata.

Kaylie cerca di coinvolgere il fratello (in nome di una fantomatica “promessa” di cui Tim non si ricorda) in una bizzarra operazione che ha per oggetto uno specchio antico, presente in casa all’epoca della tragedia e che Kaylie ritiene responsabile per la follia del padre.

Secondo Kaylie, lo specchio è la sede di un’oscura entità, che seduce e manipola i possessori fino alla rovina. Kaylie è determinata a provare che il padre non era responsabile per i fatti di dieci anni prima e che lo specchio è davvero magico, per poi distruggerlo con un pendolo automatico (lo specchio, a detta sua, ha una volontà propria ed è impossibile per un essere umano fargli del male).

In tutto questo, vuole l’aiuto di Tim, che dal canto suo considera tutta la faccenda pura follia. Secondo i suoi ricordi, lo specchio non ha mai giocato un ruolo, il padre è schiodato a seguito della grave depressione della moglie (depressione che lui stesso a causato con la propria infedeltà).

Il film corre su due binari: il passato, con Kaylie e Tim bambini, e il presente, durante l’esperimento.

Il regista gioca bene sull’ambiguità: nonostante ci si aspetti l’azione di qualcosa di soprannaturale, fino a un terzo del film Tim potrebbe avere ragione e Kaylie potrebbe in effetti essere matta.

Quando lo specchio comincia a reagire alla presenza dei due fratelli, è lì che il film decolla. La linea si assottiglia tra realtà e illusione, fino a sparire. Così, mentre i ricordi dell’infanzia tornano sempre più vividi, si riduce la separazione tra passato e presente. La faccenda ricorda un po’ quando cerchi di svegliarti da un incubo e una volta aperti gli occhi ti rendi conto che stai sempre dormendo.

La recitazione è ottima, ed è quello che tiene in piedi questo film. La sceneggiatura pure è più che buona. Quando Tim dubita, è logico che dubiti, e quando inizia a credere è verosimile che inizi a credere a quel punto e che reagisca in quel modo. Anche quando pare assodato che c’è una forza soprannaturale dietro tutta la faccenda, il film non esagera mai, lasciando sempre un piccolo spazio di manovra per il dubbio. Dopotutto la storia potrebbe essere un ricordo deformato, magari i due fratelli hanno re-immaginato una situazione complicata, la follia del padre era in realtà un genitore costretto a gestire una situazione difficile, e l’influenza dello specchio potrebbe essere una reinterpretazione del loro sentimento di impotenza davanti a un mondo di adulti incomprensibile e pauroso. Dopotutto, in una delle prime scene, è proprio Tim a spiegare alla sorella come la nostra mente può rielaborare informazioni reali in scenari falsi o ingannevoli.

Oh hi there…

Quindi è trp bllximo?!

Quasi.

Il film ha qualche problema.

Ad esempio, lo specchio mangia il cane dei due fratelli. Tuttavia, quando si tratta di esseri umani, le vittime non spariscono, lasciano dietro i propri cadaveri. Allora come funziona, sparisci nel mondo dello specchio come le streghette di Madoka, o diventi pazzo e muori nel mondo reale?

Inoltre, Kaylie sa che lo specchio è pericoloso e manipola le persone, eppure lo guarda direttamente senza remore. Vero che prende una serie di precauzioni, quindi il suo comportamento potrebbe essere spiegato con eccessiva fiducia nella propria intelligenza, ma resta un po’ troppo avventato per un personaggio come lei.

Ci sono anche un paio di jump-scares di cui si poteva anche fare a meno.

In sunto

La storia non è proprio originalissima
La sceneggiatura se la cava molto bene con quello che ha
Buona recitazione
I personaggi sono tutti buoni
Illusione, passato e incubi sono gestiti molto bene, senza essere troppo confusi né troppo scodellati
I fantasmi
L’azione dello specchio e il senso di catastrofe imminente
Kaylie guarda direttamente lo specchio anche quando non è necessario, pur sapendo che sta correndo rischi inutili
I cani che spariscono… che se sei quadrupede sei assorbito, se sei bipede no?
Jump-scares non necessari
L’atmosfera generale è molto ben gestita

 

L’artefatto maledetto che manipola gli abitanti della casa non è certo una novità. A volte dà la luce a capolavori immortali del retard, come Amityville 4, in cui una lampada da salotto incarna nientemeno che il Diavolo in persona, guida furgoni e uccide idraulici.

In questo caso però l’idea è ben realizzata e il film gestisce bene il proprio gioco. In rapporto al genere, fa un lavoro migliore di quanto non faccia Dead Mine.

 

INSENSIBLES


Film del 2012, primo lungometraggio di Juan Carlos Medina.

Negli anni ’30 in Catalogna nascono dei bambini affetti da una rarissima condizione medica: sono del tutto insensibili al dolore. Considerati un pericolo per il prossimo e soprattutto per se stessi, i marmocchi vengono radunati dal dottor Carcedo e portati in quel di Canfran, in un ospedale-prigione dove i possano vivere senza auto-mutilarsi a morte.

La situazione cambia quando un prestigioso luminare tedesco, Dr Holzmann, offre a Carcedo la sua preziosa collaborazione. In cambio, Holzmann vuole solo ospitalità: Holzmann è giudeo e non ha nessuna voglia di tornare in Germania. Forte della sua maggiore preparazione, il crucco crede che sia possibile reintegrare i bambini nella società insegnandogli come sopravvivere, insegnandogli cos’è il dolore.

Ai giorni nostri David, chirurgo, ha un colpo di sonno al volante. Esce vivo dall’enorme incidente, ma sua moglie è morta, suo figlio è un feto prematuro che a stento sopravvive in incubatrice e dalle analisi salta fuori che lui ha una gravissima e rarissima forma di leucemia. Immagino che quella settimana il suo oroscopo recitasse “non muoverti dal letto percaritàd’Iddio”.

David ha quindi bisogno di un trapianto di midollo spinale. Ed è lì che scopre che i suoi genitori, con cui già non è in termini proprio affettuosi, non sono in realtà i suoi genitori: David è figlio di una prigioniera di Canfran, adottato dopo che il vero figlio di suo padre è nato morto.

David si trova quindi a dover rintracciare i suoi genitori biologici. Spera di poter contare su suo padre, che bizzarramente gli oppone una resistenza spietata e testarda.

Anche questo film si svolge su due periodi temporali. Negli anni ’30, uno dei bambini, Benigno, risulta uno dei pazienti più difficili e allo stesso tempo promettenti. Al giorno d’oggi, David deve rivangare il buio periodo della guerra civile e del franchismo per salvare la propria vita e non lasciare suo figlio orfano.

Difatti l’ospedale di Canfran prima viene sfruttato manu militari dai rossi, poi dai neri. Infine, un ufficiale tedesco riprende in mano la struttura, che viene convertita in prigione per anarchici e comunisti. Benigno, il solo sopravvissuto dei pazienti, viene rinominato Berkano, e assunto dalla nuova amministrazione.

Le sequenze in cui la guerra irrompe nella vita dell’ospedale sono realizzate bene, molto vicine a certe scene di Benicio del Toro, a cui Medina chiaramente si ispira, senza però scopiazzare. Insensibles non eguaglia El laberinto del Fauno, uno dei miei film preferiti in assoluto, ma se la cava in modo più che dignitoso.

La recitazione è buona per tutto il film. In particolare i bambini danno performances notevoli. I fratelli Ilias Stothart (Benigno bambino) e Mot Stothart (Benigno adolescente) fanno un ottimo lavoro nel trovare il giusto equilibrio tra l‘inespressiva freddezza di chi non conosce il dolore e l’espressività di un bambino che per altri versi è normale.

I personaggi sono tutti ben fatti e credibili. Carcedo ad esempio è un antagonista per tutta la prima metà del film, è un dottore mediocre e ostinato, ma allo stesso tempo il suo senso di responsabilità verso i bambini è sincero. Il padre di David (El Confesor!) è un ufficiale crudele e privo di remore, ma è mosso da una sincera convinzione che il Comunismo sia il grande male dell’umanità. Non ha nessuna empatia per i prigionieri, ma chiaramente ama sua moglie e si affeziona al figlio adottivo. Holzmann è un brav’uomo e un ottimo ricercatore, ma è imprudente.

Insomma, Carcedo ha le sue buone ragioni per volerli tenere in camice di forza…

Insomma, chi è buono, chi cattivo, ma tutti sono umani, ed è la guerra il crogiuolo che alla fine forgia gli eroi, le vittime o i mostri.

Quindi è un film trp bllximo?!

Hum…

Non proprio. Ha un paio di problemini.

Il primo: i bambini sembrano avere tutti grosso modo la stessa età. Nascono tutti in Catalogna e la loro condizione viene scoperta solo quando hanno circa sei o sette anni. Non solo nessuno pare nemmeno chiedersi il “perché”, ma nemmeno si spiega come mai nessuno abbia notato la menomazione prima di quel dato periodo.

Il secondo: a un certo punto i nazi controllano l’ospedale e il cibo non basta più, i bambini si ammalano e deperiscono. Un’infermiera propone ad Holzmann di rimandare i bambini alle rispettive famiglie. Holzmann risponde “C’è una guerra civile, saranno di sicuro tutti morti”.

Così, e basta.

Holzmann, che cazzo dici? Una scusa migliore no?

Il terzo: il colpo di fulmine di Berkano per la bella anarchica. Facepalm. E’ la cosa più contrived, forzata e raffazzonata del film. Non è nemmeno la svolta in sé a essere fastidiosa, è la fretta. Un minuto Berkano sta per taglieggiare la fanciulla, un minuto dopo la libera e le mette il bisturi in mano. Per essere un film che prende il suo tempo a stabilire con estrema cura tutti i personaggi, potevano anche spendere più di mezzo minuto su quello che poi è uno dei punti cardine della vicenda (il concepimento di David).

Il quarto: la fine.

Porca miseria la fine.

Il film resta realista per tutta la durata, e gli ultimi cinque minuti… butta insieme stupidità e WTF da due lire.

Il perché un po’ si spiega. Il punto è: non ci si può redimere dal passato, le colpe dei padri ricadranno per sempre sui figli, il dolore e la violenza commessi in un attimo continueranno a ferire e dolere per anni e anni, tutta la buona volontà del mondo non potrà annullare una cattiva azione.

E’ un buon messaggio, che personalmente condivido. Ma ci sarebbe stato modo di cucirlo in modo elegante nella trama senza ricorrere a quello che pare simbolismo da terza media.

La storia
I personaggi
L’atmosfera
La sceneggiatura
Il messaggio complessivo della storia
L’arco del personaggio del deuteragonista da Benigno a Berkano
La storia della prigioniera anarchica
La storia corre su due binari temporali, ma non è mai confusa o incasinata
Nessuno si chiede perché i bimbetti anormali siano tutti in Catalogna
Nessuno si accorge che i marmocchi sono insensibili fino a che non hanno sei o sette anni
La faccenda della scarsa lacrimazione non serve a nulla se non a rendere la storia meno credibile
“Saranno di sicuro tutti morti” WTF
La fine

 

Sono sette grumpy approvanti contro sei, ma non lasciatevi ingannare: quelli positivi sono più “pesanti” si quelli negativi. Il film non è perfetto e la scena finale è una cagata, ma tutto sommato Insensibles è un film dignitoso.

Questo è tutto. L’articolo su Genpei prenderà un po’ di tempo: ho in mente qualcosa di ponderoso e noioso come piace a me!

Nel frattempo, MUSICA!