La Teoria del Popolo di Cavalieri (kiba minzoku kokka)

Le origini dello Stato giapponese sono fumose e misteriose. Non avendo fonti scritte precise e con pochi dati archeologici su cui fare affidamento, l’argomento è ovviamente oggetto di perenne studio e dibattito.

Il Giappone compare per la prima volta nel Sankokushi, libro compilato dallo storico Chen Shou (233-297). Di solito le fonti di seconda mano sono da trattare con le molle, ma Chen Shou è in generale una persona seria, e il Sankokushi è considerato come all in all molto affidabile.

Nel trentesimo fascicolo, si descrivono 9 popoli orientali:

5 di questi sono popoli della steppa più o meno affini agli Xianbei, tra cui Buyeo e Goguryeo. Queste due popolazioni hanno giocato un ruolo di primo piano nella diffusione del cavallo da guerra in Corea e nello sviluppo delle tattiche di cavalleria.

I 4 gruppi restanti si trovano in quel della Penisola coreana. Costoro sono i Mahan, i Jinhan, i Byeonhan e i Wa.


Distribuzione etnica in Corea nel III° secolo

I Wa godono di particolare attenzione, con una descrizione dettagliata del loro Paese, dei loro costumi, della loro forma di governo, ecc.

Stando a Chen Shou, l’Arcipelago ospita diversi “regni”, di cui Wa è il più grande e importante. I suoi abitanti coltivano e tessono buona seta, hanno una società stratificata e complessa, seppelliscono i loro defunti in bare e in piccoli tumuli, non possiedono bovi o cavalli.

Sempre stando a Chen Shou, i Wa sono reduci da una guerra civile di 70-80 anni (roba alla Messicana!), causata dalla morte del loro re. Da questo decennale bagno di sangue e merda sarebbe emersa Himiko, la regina sacra, che avrebbe pacificato il territorio e guidato il Paese verso una rinascita politica e diplomatica.

Yup, il primo sovrano giapponese di cui si ha traccia storica è una donna. E ciò mi ricorda la crisi isterica di alcuni bloggers che tacciavano Game of Thrones di sessismo perché “iiiiih, cielo, donne al comando”. Chissà, magari taccerebbero di “propaganda nazifemminista” anche il buon Chen Shou (sicuramente un grande sostenitore della parità tra i sessi!).

Ma non divaghiamo: dopo aver ricostruito il suo regno, Himiko riallaccia scambi diplomatici con l’Imperatore Wei, che risponde alle sue lettere con l’invio di doni preziosi (confermati dagli scavi archeologici) e un riconoscimento ufficiale dell’autorità della nostra sul regno di Wa.

Himiko, da un disegno di Angus McBride

Non voglio dilungarmi troppo su Himiko, dacché la signora merita uno spazio tutto suo. Tornando al Sankokushi, com’è ovvio il testo pone tantissimi problemi agli storici: dove si trovava davvero il palazzo di Himiko, il suo territorio? Qual’era la natura del potere di Himiko e cosa questo ci racconta dell’origine dell’autorità regale in Giappone? Come veniva esercitata l’autorità? Come si è passati dal misterioso regno di Himiko a uno stato centralizzato, burocratizzato e moderno (ergo con una cavalleria pesante, assente ai tempi di Himiko secondo Chen Shou)? Qual’è la domanda alla risposta 42? Ecc.

Ognuno di questi quesiti (specie l’ultimo) è intrigante, ma oggi vorrei parlarvi di una teoria nata negli anni ’60 e tutt’ora oggetto di discussione nella ricerca storiografica sulle origini della Corte di Yamato.

Si tratta della “teoria del Popolo di Cavalieri” (kiba minzoku kokka) di Egami Namio: uno sguardo originale sulla nascita dello Stato, legandolo in particolare alla creazione della cavalleria pesante.

Egami Namio (1906-2002). Al di là di tutte le pulci che posso trovare al suo discorso, ho profonda ammirazione per chi, come lui, riesce a pensare al di fuori degli schemi di routine: senza slancio immaginativo il dibattito si affossa

Secondo Egami, l’economia è ciò che determina in primis l’evoluzione di una civiltà, e l’economia è determinata in primis dal contesto ecologico. Egami individua diverse zone climatiche: in quella toccata dal monsone (tra cui il Giappone) si sviluppa presto l’agricoltura, mentre nelle zone aride dell’Asia centrale, caratterizzate da deserti e praterie, si sviluppano pastorizia e nomadismo.

E’ in queste zone aride che evolvono i kiba minzoku, popoli di pastori cavalieri. Secondo Egami, le società agricole non elaborano capacità equestri se non in seguito alla pressione nomade.

Già in questa prima parte della teoria si possono trovare problemi, ma non perdiamoci in dettagli. Secondo il nostro, verso il 1000 a.C. i nomadi avrebbero strizzato le loro testoline desertiche e se ne sarebbero usciti con un’invenzione epocale: il morso in bronzo. Questo avrebbe permesso lo sviluppo della cavalleria, superiore in mobilità ed efficienza al carro da guerra. Con questo nuovo pezzo di equipaggiamento, i nostri sarebbero stati finalmente in grado di competere militarmente con i grassi imperi agricoli e urbani!

Ed è quello che fanno, stando al libro di Egami, costringendo quei culimolli dei sedentari ad adattarsi a loro volta.

Tutto molto bello ed avvincente, ma cosa c’entra con il Giappone?

L’evoluzione della forma dei tumuli: III° secolo a, V° secolo b, VI° secolo c

Il cavallo si diffonde in Giappone durante il Periodo Kofun, altresì conosciuto come il Periodo dei Tumuli, tradizionalmente diviso in tre parti:

Primo periodo: fine III° secolo – fine IV° secolo

Medio periodo: fine IV° secolo – metà V° secolo

Tardo periodo: metà V° secolo – fine VII° secolo

Secondo Egami, sarebbe molto più appropriata una divisione in 2:

Primo periodo: fine III° secolo – fine V° secolo

Tardo periodo: fine V° secolo – fine VII° secolo

Stando a Egami, fino alla fine del V° secolo la struttura delle tombe e i corredi funebri hanno così tanti elementi di continuità con le sepolture anteriori (periodo Yayoi) che possiamo tranquillamente considerarlo come uno stadio tardivo di questa fase della preistoria giapponese.

Questa prima parte sarebbe caratterizzata da tumuli per lo più tondi o da forme primitive del tumulo a buco di serratura, con camere con pavimenti in argilla e sarcofagi a scatola o a forma di nave. Il corredo funebre è di solito relativamente ridotto e costituito soprattutto da oggetti di valore magico e sacro, come specchi, spade rituali o perle. A parte gli specchi cinesi (classico dono diplomatico), Egami considera che si tratta di manufatti tipicamente isolani, privi di forti influenze continentali.

Dalla fine del V° secolo la situazione cambia drasticamente: si diffondo i kofun (tumuli) monumentali a buco di serratura e compare una smaccata influenza continentale nella forma dei sarcofagi, nelle decorazioni murali delle camere funerarie, ma anche nella composizione dei corredi. Appaiono armi e oggetti di uso pratico, punte di freccia, armature, finimenti per cavalli.

Costume e tatuaggi facciali ripresi da una Haniwa, statuetta di terracotta posta nei pressi del tumulo

E’ fuori di dubbio che l’influenza del Continente si faccia di botto sensibile in questo periodo, ma come interpretarla?

Tra il III° e il V° secolo, la Cina era soggetta a gravi rivolgimenti, con la Rivolta dei Turbanti Gialli e la Guerra dei Tre Regni. Secondo Egami, le armi e i finimenti trovati nei kofun giapponesi sarebbero molto simili ad artefatti contemporanei usati in Manciuria e Mongolia dagli stessi “popoli di Cavalieri” che si stavano mangiando il nord della Cina e la Penisola Coreana.

Il nostro afferma che in questo periodo le tombe giapponesi mostrano una frattura storica, un passaggio da una cultura stanziale, pacifica e spirituale, a una nomade, bellicosa e pragmatica.

Che gli stanziali siano per natura più pacifici dei nomadi è una nozione molto spassosa, e su questo non ci piove. Tuttavia è è vero che la cultura centrasiatica conosce una diffusione epocale a partire dal III° secolo. I regni di Buyeo e Goguryeo sono nati da federazioni di nomadi, ed entrambi sono citati come pionieri nello sviluppo di una cavalleria pesante moderna ed efficace.

Tornando al regno di Wa, Egami sostiene che l’apparizione di armi e finimenti nelle tombe è troppo repentina e radicale per poterla giustificare con il semplice commercio. No, signore e signori! Egami è chiaro: nel V° secolo il Giappone è stato invaso da popoli altaici di cavalieri, che hanno spianato tipo schiacciasassi la sonnacchiosa cultura agricola dei Wa e hanno creato un nuovo regno, un regno centralizzato, gerarchico e feroce, tenuto insieme dalla frusta, dalla staffa e dal crudele morso dell’acciaio!

L’implicazione è colossale per la storiografia giapponese: la linea imperiale altro non sarebbe che lo stralcio esule e immigrato di selvaggi capibanda del deserto, probabilmente gente arrivata dai giovani regni di Goguryeo o Buyeo. Nei tumuli monumentali non si troverebbero quindi le spoglie dei discendenti della Dea Solare, ma le carcasse di predoni mongoli e delle capre loro consorti!

Come si può immaginare, quando Egami pubblicò questa nuova teoria, le mutande dell’accademia nipponica andarono a fuoco. Ma al di là del puro piacere di vedere il nazionalismo preso a pesciate nel viso, quanto possiamo accettare l’idea di Egami? E’ vero che l’invasione è l’anello mancante tra Yayoi e Kofun?

Egami basa la sua teoria sui ritrovamenti archeologici, ma anche sulle fonti mitiche. Testi come il Kojiki e il Nihon shoki raccontano la “teogonia” dell’Impero giapponese, ed Egami li integra nel proprio discorso, cercando di far combaciare le timelines.

Nell’edizione del ’67, il nostro spiega che i kiba sarebbero arrivati prima in Kyūshū, poi in Honshū, e si sarebbero stabiliti nel Kinai verso la fine del IV° secolo. La proliferazione delle tombe del secondo periodo (quelle con armi, finimenti, ecc.) è databile al tardo V° secolo.

Come accennato prima, ho mille problemi con il ragionamento di Egami, ma la falla più grande è il fatto che la cronologia non torna. Tra l’arrivo ipotetico di questi cavalieri e la diffusione delle tombe c’è un buco di un secolo. Perché?

Erano tutti longevi e nessuno moriva?

Per un secolo sono morti tutti in bizzarri incidenti di kayak d’alto mare?

Puzzavano tanto da vivi che per un secolo nessuno si è accorto dei decessi?

Annose questioni.

Ledyard ha cercato di proporre una nuova elaborazione della teoria, nel tentativo di appianare le contraddizioni. Secondo il nostro, verso la metà del IV° secolo i Buyeo avrebbero spinto verso il centro della Penisola sull’onda del caos politico e militare in atto nel nord della Cina. Qui costoro avrebbero fondato il regno di Baekje e avrebbero allacciato stretti rapporti con i Wa (presenti nell’Arcipelago ma anche nella regione meridionale della Penisola).Gli strettissimi rapporti diplomatici tra Baekje e Wa sono in effetti confermati dagli annali coreani e dall’archeologia giapponese.

La Spada dei Sette Rami! Trashosa trovata fèntasi? No, prezioso dono diplomatico dal re di Baekje al sovrano di Wa. Stando al Nihon shoki, il sovrano di Wa sarebbe di nuovo una donna, l’Imperatrice Jingū (aaaah, sessismo, iiih, i giapponesi dell’VIII° secolo erano femminazi!)

Ledyard si spinge ancora più avanti, proponendo un’interpretazione molto originale delle fonti scritte giapponesi. Nel Nihon shoki si parla in effetti di una campagna militare di Jingū contro la Corea (datata tradizionalmente al 369). Secondo Ledyard, questo passaggio potrebbe essere letto come la memoria deformata dell’invasione di Mahan dalla parte di Buyeo e la creazione del regno di Baekje.

In altre parole, la casa Imperiale giapponese avrebbe in effetti remote origini nomadi, e quelli giunti in Honshū altri non sarebbero che uno stralcio della monarchia di Baekje.

La campagna di Jingū verso l’Est sarebbe difatti da interpretarsi come una successiva spinta della gente di Buyeo verso l’isola di Kyūshū e Honshū e la successiva creazione della corte di Yamato.

L’idea di Ledyard è senza dubbio molto intrigante, ma si basa sulla teoria di Egami senza rimetterne in causa le basi archeologiche. E la discrepanza archeologica è proprio il chiodo nella bara della Teoria dei Cavalieri.

Edwards ha analizzato i corredi funebri di 137 tombe per mettere alla prova le tesi di Egami. Il buco di quasi un secolo tra l’arrivo di questi cavalieri e la diffusione delle loro tombe resta inspiegato. Peraltro, Egami si concentra sulle novità in contrasto con le sepolture precedenti, ma non considera i numerosi elementi di continuità, che pure esistono, tra il tardo Kofun e la fase precedente. Secondo Edwars, il pattern suggerisce più un’appropriazione culturale che non un’invasione brutale.

Se vogliamo riassumere la diffusione di equipaggiamenti equestri nei tumuli: prima del 425 solo l’1% delle tombe aveva finimenti nei corredi e la maggioranza di queste si trovano nel Kinai. Nel VI° secolo il 10% delle tombe ha elementi equestri, e i 2/3 di queste si trovano a est del Lago Biwa.

Concentrazione di siti funerari aventi elementi equestri nell’arco dei secoli

Se è vero che la teoria di Egami non tiene, è anche vero che la cultura equestre viene importata in Giappone, che si diffonde molto alla svelta e che in tempi molto ridotti il centro di produzione si sposta geograficamente verso est. Questo sviluppo dell’allevamento è peraltro strettamente legato allo sviluppo di uno Stato moderno e centralizzato.

Non solo: quando andiamo a studiare nel dettaglio i finimenti delle tombe, appare palese che l’origine della cultura equestre giapponese non è cinese ma coreana (con particolare apporto da parte del regno di Baekje, ma anche Goguryeo, Silla e la confederazione di Gaya).

I regni coreani hanno quindi giocato un ruolo fondamentale nella genesi dell’Impero Giapponese, ma quale?

La Penisola nel VI° secolo

Abbiamo già accennato al caos politico e militare che falcidiava la regione tra III° e IV° secolo. Antichi imperi crollano, nuovi regni nascono, e tra questi c’è Goguryeo, nel nord della Penisola. Il regno entra in una nuova eccitante fase nell’anno 300, quando re Micheon sale al trono (governerà per 31 anni) e lancia una radicale modernizzazione dello Stato, con a corollario una simpaticissima politica espansionista. La prima a pagare per il genio politico di Micheon è Lelang, ma non è la sola. Le altre polities coreane si affannano per resistere alla stella nascente di Goguryeo e alla sua terrificante cavalleria.

Questo provoca un vero e proprio esodo di migliaia di coreani verso le isole giapponesi, in particolare a partire della metà del IV° secolo. Si tratta di gente di ogni estrazione, tra cui molti tecnici, studiosi, aristocratici, allevatori, fabbri, artigiani, ecc.

Il regno di Wa aveva molti scambi e interessi sulla Penisola. Il Nihon shoki dice addirittura che l’Imperatrice Jingū condusse diversi interventi militari sul territorio, costringendo i governanti locali a riconoscere l’ascendenza politica di Wa. Pare eccessivo affermare che i Wa governassero territori sulla Penisola, ma le fonti coreane e cinesi confermano che il regno dell’Arcipelago era in effetti ritenuto un alleato di riguardo. In ogni caso, l’investimento politico, economico e militare dei Wa sulla Penisola è accertato.


Jingū durante la campagna militare in Corea (Tsukioka Yoshitoshi)

Durante il V° secolo il regno di Wa intervenne militarmente nella Penisola in favore di Baekje e Silla contro il regno di Goguryeo. I Wa non avevano cavalleria, e finirono per subire una sconfitta assolutamente devastante sulle rive del fiume Yalu agli inizi del V° secolo.

I Wa si trovano quindi sloggiati dal Continente. E questo è un problema, perché i nostri dipendono da esso per un sacco di importazioni, non ultime ferro, cavalli e oggetti in metallo. I nostri devono diventare indipendenti. Di più, devono modernizzare il proprio esercito, dotarlo di quella che è all’epoca l’avanguardia della tecnologia militare: il cavaliere pesante.

Il flusso migratorio di rifugiati coreani continua durante il V° e VI° secolo. Secondo Farris si arriva a picchi di 3000 persone l’anno, che per i tempi era assolutamente eccezionale. 1/3 della nobiltà della Corte di Yamato aveva origini coreane.

Invece di prendere a calci un cavallo morto e perseverare in campagne militari senza speranza, i Wa decidono di sfruttare la situazione a loro vantaggio: lungi dal cercare di porre un limite al flusso di immigrati, i nostri lo sfruttano, lo integrano nella politica generale della Corte.

La diffusione della cultura equestre in Giappone, fondamentale nella formazione di uno Stato centralizzato e di un esercito moderno, non è frutto di un’invasione, né il mero apporto dell’immigrazione. E’ un connubio tra un flusso migratorio ragguardevole e una politica deliberata della Corte di Wa.

I nuovi arrivati vengono inquadrati, installati sul territorio, viene data loro una funzione nella macchina statale e una missione. Le tecniche vengono sviluppate, incentivate, raffinate.

Farris sottolinea: « Equestrian skills, the birthright of every samurai, originated with the hated and feared Koreans. » (Heavenly warriors)

Verissimo. Niente immigrazione coreana, niente samurai. Allo stesso tempo queste mirabolanti skills attecchirono e si svilupparono grazie alla lungimiranza, la creatività e la pianificazione della classe dirigente del Kinai.

MUSICA!


Bibliografia

AIKENS Melvin C., HIGUCHIi Takayasu, Prehistory of Japan, Academic press, New York, 1982

BARNES Gina L., The rise of civilization in East Asia: the archaeology of China, Korea and Japan, Thames and Hudson, Londra, 1999

KIDDER J. Edward, Il Giappone prima del Buddhismo, Mondadori, Milano, 1960

Sculptures Japonaises, Bijutsu shuppan-sha, Friburgo

CHANG Yoon Chung, Kodai bagu kara mita Kan hantō to Nihon, Dōsansha, Tōkyō, 2008

EDWARDS Walter, “Event and process in the founding of Japan: the Horserider Theory in arhceological perspective”, The Journal of Japanese Studies Vol. 9 n.2, The Society for Japanese Studies, été 1983, p.265-295

EGAMI Namio, Kiba minzoku kokka, Tokyo, Chukou shinsho, 1967

FARRIS William Wayne, Sacred Texts and Buried Treasures, University of Hawai’i Press, Honolulu, 1998

Heavenly warriors, Cambridge, Harvard University Press, 1995,

KUJI Fujiō, Nihonjin to uma no bunkashi, Busindō, Tōkyō, 2016

LEDYARD Gari, “Galloping along the Horseriders: Looking for the Foundrs of Japan”, The Journal of Japanese Studies Vol. 1 n.2, The Society for Japanese Studies, printemps 1975, p.217-254

RHEE, SONG-NAI et al. “Korean Contributions to Agriculture, Technology, and State Formation in Japan: Archaeology and History of an Epochal Thousand Years, 400 B.C.–A.D. 600.” Asian Perspectives, vol. 46, no. 2, 2007, pp. 404–459

SHIN Michael D., Korean History in Maps, Cambridge University press, Cambridge, 2014

SUESAKI Masumi, “Uma to Nihonjin”

YOKOYAMA Sadahira, Kiba no rekishi, Toukyo, Koudansha, 1971

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Classici Militari: Le Tre Strategie di Huang Shih (2)

Bentornati in questi lidi di fastidio e mestizia, per un nuovo articola sulle Ricette di San Attila. La scorsa volta avevamo parlato della Strategia Superiore di Huang Shih. Oggi affronteremo il resto di questo Classico.

La strategia mediana

Zhang Liang, stratega degli Han Occidentali a cui Huang Shih avrebbe dato il libro

In questa sezione, il nostro cita un testo tradotto come Il potere strategico dell’esercito. Questo testo non ci è arrivato, e non siamo nemmeno sicuri che sia mai davvero esistito. Ad ogni modo, Huang Shih lo usa per dare savi consigli su come gestire un esercito.

Per prima cosa, ripete (come altri Classici) che il potere decisionale dell’armata in campagna risiede solo e soltanto nel generale. E’ lui che decide quando e come avanzare o ritirarsi, se attaccare o aspettare, ecc. La corte deve occuparsi di politica e non di tattica!

In secondo luogo, l’esercito è una grande famiglia che ha posto per tutti: i savi, i coraggiosi, gli avidi e i deficienti. Perché? Perché sono quattro categorie di uomini mossi da emozioni e aspirazioni differenti.

Un uomo savio trae gioia dai risultati che riesce a ottenere, l’uomo coraggioso trae gioia dall’esercitare la propria volontà, l’avido is in for the money e il deficiente non ha nessuna paura di morire. Queste quattro categorie sono governate dalle loro emozioni. Puoi ragionare con gli uomini, ma se sei capace di manipolare le loro emozioni sei capace di far fare loro più o meno qualsiasi cosa.

Sulla stessa onda, devi tener conto che un ufficiale competente non viene arruolato e tenuto con un semplice salario, né con polpose ricompense e basta. Puoi comprare un buon artigiano, ma quando chiedi a un uomo di rischiare la pellaccia per te, non puoi aspettarti che lo faccia solo per i quattrini. Uno uomo da bene non si fa ammazzare per un capo carogna.

Se il sovrano manca di virtù i suoi ministri si ribelleranno, e se manca di awesomeneness finirà per perdere autorità. Questo vale per ogni gradino della scala sociale, con una piccola differenza: se qualcuno tipo un ministro o un alto ufficiale possiede troppa awesomeness, il rischio è che ciò provochi timori, invidia o diffidenza, tutta roba dannosa. Devi tener gente di talento ma, well, non troppo talento.

Alto funzionario Han

Come nell’Arte della Guerra, viene ribadito quanto sia importante per un generale conoscere il nemico. C’è un caveat però: non permettere ai tuoi ufficiali di parlare dei punti di forza dell’avversario a tiro d’orecchio del resto dell’esercito. E questo per ovvie ragioni!

In altre parole, evitate di fare le stesse stronzate dei Taira sulle rive del fiume Fuji.

Sempre parlando di accorgimenti, non mettere gente benevolente a gestire le finanze. Tendono a spendere troppi quattrini (magari dietro scuse frivole come “ma i soldati hanno fame!”) e finiscono sempre per affezionarsi ai ranghi più bassi. E non vuoi amministratori con crisi esistenziali quando devi ordinare a duemila fantaccini terrorizzati di marciare allineati e coperti dritti nelle fauci dei mongoli.

Altro accorgimento importante: prima di ogni cosa, lancia una bella caccia alle streghe. Niente sciamani, medium, indovini e baggianate simili nel tuo esercito! Non devono essercene tra i soldati e soprattutto non devono essercene al servizio dei tuoi ufficiali. Ci manca solo che la gente si faccia venire le paranoie per la luna in Leone o perché qualche Dulcamara ha letto brutte cose nelle frattaglie di montone.

Se fai le cose a modino e riesci a eliminare tutti i tuoi nemici, prendi cura di riunire tutti i ministri che hanno reso ciò possibile e tagliarli fuori dal potere. Devi ricompensarli, ovviamente, seppellendoli di ricchezze, terre e belle manze, ma non lasciarli con le mani in pasta. Ci deve essere ricambio, o rischi che qualcuno si monti la testa.

Allo stesso modo devi congedare l’esercito e scalzare il generale dalla sua posizione. Dagli una carica prestigiosa, dagli terre da amministrare, dagli poppute donzelle o quello che ti pare per farlo contento, ma strappagli il potere delle armi. Se è un buon generale è più che probabile che legami solidi e profondi si siano creati tra lui e i suoi ufficiali giù lungo la gerarchia fino ai soldati, e questa cosa, per quanto utile in guerra, è troppo pericolosa in pace.

Tieni conto che un sovrano che abbia voglia di restare in sella non gioca a carte scoperte e non gioca ad armi pari, non coi suoi nemici, non coi suoi alleati, non con i suoi fedeli assistenti.

La strategia inferiore

Edizione delle Tre strategie

La solidità del tuo controllo sulla popolazione e l’assistenza di uomini savi e competenti è proporzionale al beneficio che la plebaglia e il Paese in generale traggono da te. Un capo poco popolare non può considerarsi davvero stabile. Anche perché uomini competenti potrebbero avere riserve nel servire un capo simile. Chi non ha subordinati capaci non ha una seggiolone solido.

Una volta trovati collaboratori capaci, è importante ottenerne la sottomissione fisica e ideologica. La prima te la assicuri via un sistema appropriato di regole e ricompense, per la seconda Huang Shih consiglia… Musica!

No, non vuol dire che devi ballare il valzer col tuo Ministro dell’Agricoltura.

Al lettore odierno può parere bizzarro veder comparire il termine “musica” in un contesto simile, ma la musica era una componente imprescindibile della formazione del buon Confuciano. Ad ogni modo, l’autore specifica che non parla qui di pifferi e mazurche, ma di un senso di armonia e ordine che deve pervadere e unire ogni aspetto del Paese. Questo equilibrio armonico non deve essere volto a compiacere il capoccia, ma a dare pace e piacere ai sudditi, che sudditi contenti fanno un paese stabile.

I Confuciani sono una banda di dannati hippies!

E’ fondamentale che l’attenzione dei dirigenti sia rivolta verso l’interno. Un capo ambizioso che sguinzaglia armate sterminate alla conquista di territori distanti finirà prima o poi per esaurire le riserve di energia e pazienza dei suoi. La prima preoccupazione di un sovrano deve essere sulla propria base, sulla stabilità, sicurezza e virtù. Questo perché il libro è stato scritto da un Confuciano, e mannaggia all’Inferno se i Confuciani son fissati con ‘sta storia della virtù!

Un capo destinato a sopravvivere deve possedere 5 qualità: aderenza al Tao, virtù, benevolenza, giustizia e decoro (ovvero un comportamento appropriato).

Un capo deve peraltro badare alle ramificazioni che ogni suo atto può avere. In particolare, quando ricompensi un uomo da bene, questo riverbera in modo positivo incoraggiando zelo e attirando buoni collaboratori. Ricompensare un cialtrone, per contro, aliena i buoni soggetti e tira una valanga di conseguenze negative.

La credibilità è tutto. La plebaglia deve credere in te. Quando il sovrano o lo stato perdono legittimità e fiducia, non c’è modo di tenere la barca pari. E’ responsabilità del sovrano evitare che ciò accada, e per prima cosa uno deve evitare il lassismo. Lascia che un uomo disobbedisca, e cento altri si sentiranno in diritto di fare lo stesso. Lascia che un crimine impunito, e cento altri criminali si metteranno all’opera. Come detto nei precedenti Classici, devono esserci punizioni severe, e i sudditi devono credere in essere, devono saperle inevitabili, rapide e cattive.

Occhio a non pestare a caso sulla gente, però. In una situazione di diffuso scontento uno potrebbe aver la tentazione di combattere il fuoco col fuoco. Schiaffare populisti arrabbiati ad amministrare plebaglia arrabbiata. E’ una pessima idea che può solo aggravare la situazione. I tuoi ufficiali devono essere uomini dal comportamento specchiato e la tua amministrazione deve seguire la legge. Uomini capaci da soli non possono combinare niente se il sistema non segue.

Ogni trasgressione deve essere punita alla svelta e senza pietà. Come fanno i gattini. Prendi esempio dai gattini.

Hai bisogno di amministratori incorruttibili e ufficiali giusti, ma gli uni e gli altri non possono essere comprati o costretti nel tuo servizio. Da bravo Confuciano, l’autore sottolinea che solo adottando una condotta appropriata il sovrano può attirare a sé gli uomini di cui ha bisogno per governare. Anche perché uomini davvero degni non s’impelagano in un paese condannato al tracollo, sono mica deficienti…

Le armi sono considerate strumenti infausti in questo Classico, ma si concede talvolta il loro impiego è necessario. Se è il caso, devono essere usate presto, senza esitazione e full force. Temporeggiare è disastroso.

Inoltre, devi stare attento a non lasciare famiglie potenti accaparrarsi posti di potere. Questi gruppi cercheranno di succhiare via l’autorità del sovrano e accaparrarselo. Devono essere tenute sottomesse e sotto stretto controllo. Personalmente ho sempre avuto una predilezione per il sistema degli ostaggi: la gente tende a essere più tranquilla quando hai i loro eredi chiusi in cantina.

Sii quindi molto cauto con i tuoi subordinati, ma non essere geloso di loro: se sono capaci e valenti, spingi avanti la loro carriera (ma considera l’evenienza di chiudere in cantina i suoi bambini…).

Infine, tieni a mente la plebaglia. Piaccia o no, è la base dello Stato. Se danneggi mille plebei per il beneficio di un solo suddito, stai piantando i semi del disastro. Viceversa, se eliminando un solo uomo porti beneficio a mille altri, non dovresti esitare.

Questo è l’ultimo consiglio di Huang Shih e la fine del sesto Classico.

Al prossimo giro attaccheremo l’ultimo: Domande e risposte tra Tang Tai-zong e Li Wei-kung.

MUSICA!

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Bibliografia:

Ralph D. SAWYER, The seven military classics of ancient China, Basic Books, Boulder, 1993, pag.568

Ralph D. SAWYER, The art of the warrior, Shambala, Londra, 1996, pag.304

Come non si fa (2): la Battaglia dei Bastardi (Game of Thrones)

Prima che a qualcuno parta un embolo, lasciate che ve lo dica: a me Game of thrones piace, e l’ultima serie in particolare mi piace pure. Non solo, trovo che mediamente la serie sia migliore dei libri. Ad esempio, sono stata molto grata del fatto che gli sceneggiatori abbiano dato un senso alla gita campestre di Brienne e Pod, o che abbiano scorciato di brutto tutta la menata su quei mongoli a rotelle degli Ironborns.

Oggi però non voglio parlare della storia nel suo insieme, bensì voglio concentrarmi su una scena in particolare, la scena clou dell’ultima serie, la Battaglia dei Bastardi.

Trattandosi di un post puramente tecnico, cercherò di fare meno spoilers possibili, ma qualcuno ci potrebbe sempre scappare. Ergo siete avvisati.

Cominciamo con gli aspetti positivi di questa scena:

-Sul lato visivo, c’è poco da dire. La fotografia è bella, il ritmo è buono, la musica anche. E’ una scena divertente da vedere, a differenza di quell’altra merda stellare in Vikings.

-Certi spunti erano ben trovati. Mi fa piacere che finalmente si comincino a vedere degli sforzi per far apparire le battaglie più verosimili (manovre, trucchi, movimenti coordinati, etc.) e meno burine.

Cosa intendo per “burine”? Intendo quando due gruppi incasinati si corrono addosso a cazzo di cane con musica epica e scatenano un mischione molto virile di gente che mena a caso facendo facce molto maschie e scuotendo le villose barbe. L’ultima battaglia del film del Signore degli Anelli, per intendersi. Le scene così le odio.

Nel caso in esame c’è chiaramente il tentativo di mostrare dei professionisti coordinati, e ciò è bene.

Purtroppo però restano dei problemi.

Partiamo dalla situazione: Gianni Neve deve scannarsi con Ramsay. Ramsay è spalleggiato dagli Umbers e di Karstarks, due delle maggiori case del Nord, e vanta più del doppio degli effettivi rispetto a Gianni.

La notte prima dello scontro, Gianni e Capitan Cipolla convengono che devono indurre Ramsay a inseguirli e scavare trincee laterali per proteggere i fianchi.

Primo problema: scavare una trincea è un lungo lavoro, e un lavoro faticoso. Gianni SA da giorni che la lotta sarà impari, avrebbe dovuto adoperarsi almeno dalla mattina prima a scavare delle difese.

Secondo: le trincee sono, appunto, faticose e lunghe da fare. Probabilmente Gianni e i suoi farebbero prima e meglio a piantare in terra pali appuntiti, o legare legni aguzzi tra loro per creare dei proto-cavalli di frisia. E’ più rapido, il legno non manca, e probabilmente costa molta meno fatica.

Ad ogni modo tutto ciò si risolve in nulla perché troviamo subito il problema numero tre.

Dove sono ‘ste trincee?

Peraltro, visto che il grosso dell’esercito di Gianni è fatto di wildlings, forse sarebbe stato meglio tentare di attirare Ramsay in una zona boscosa, più che non sfidarsi su un pratino più o meno pianeggiante. Questo però non è un difetto stricto sensu, in quanto nessuno dei tizi coinvolti è un tattico collaudato. Plus, esigenze di tempo, e ok.

Veniamo a quello che però è un problema: l’equipaggiamento.

Pochissimi portano l’elmo. E non dico i wildlings, ma anche i cattivi. L’elmo è il pezzo di armatura che qualcuno si procura prima di tutto. Perché in tv la gente deve sempre andare in giro a pera con la capoccia scoperta?

Plus, com’è che nell’esercito di Gianni quasi nessuno porta uno scudo? Uno scudo non è roba particolarmente complicata da fare, è utilissima, e richiede poco o punto metallo.

E parlando di pochissimo sforzo e metallo: qualcuno poteva dare una cazzo di clava al gigante?

E’ una bestia di quindici metri che spacca la gente in due e spappola cavalli a cazzotti, e non serve quasi a nulla! Non ha nemmeno un effetto psicologico sui nemici!

Nel cerchio rosso, il personaggio più sprecato della serie

Ci voleva tanto a tirare giù un abete e metterglielo in mano? E’ come andare in battaglia con un Merkava senza munizioni! Ok, va bene, puoi spiaccicarci qualcuno passandoci sopra coi cingoli, ma non stai davvero approfittando delle potenzialità di questo gioiellino!

Ma torniamo alla tattica.

I nostri sono schierati. Da una parte Gianni, che ha soprattutto fanteria, un po’ di arcieri e un po’ di cavalieri, dall’atra Bolton, che ha il doppio della gente. Entrambi hanno piazzato gli arcieri in prima fila.

Ok, è una scelta difendibile. Io li avrei messi dietro, ma hey, va bene anche così.

Storia a parte, ci troviamo all’inizio con un Gianni Neve da solo, al centro del campo di battaglia, a tiro delle frecce Bolton. Siccome ormai è lì, Gianni decidere di caricare i Boltons da solo.

Ora, vi parrà strano, ma questa scena non mi pare del tutto folle. Gli arcieri Bolton stanno tirando a campana, e Gianni è esposto. Ha due scelte: ritirarsi, o avanzare, dacché le due scelte lo tolgono dalla “fascia bersaglio” dei dardi.

Peraltro, è realistico il fatto che la carica duri poco, ed è verosimile che Gianni riesca a saltare di sella prima di restare incastrato sotto il cavallo.

Il problema in questo frangente non è tanto Gianni, quanto la sua cavalleria.

In primis, prima lo lasciano correre avanti allo scoperto e solo dopo si svegliano “oh cazzo, già, è il comandante, ‘ndiamo a ripigliaccelo!”. Meh.

Quello che però ha di buono questo passaggio è che i cavalieri cavalcano lancia in resta e “lunghi”, con staffe basse, come facevano, con ogni probabilità, i catafratti europei. Un bel dettaglio. Anche contando che, nell’urto della lancia, il cavaliere deve spingere avanti il bacino stendendo le gambe, per scaricare la botta sulle spalle del cavallo e non sui suoi lombi (le zampe anteriori del cavallo sono quelle che portano meglio il peso e le botte).

A sinistra, un fotogramma del film. A destra, miniatura sul romanzo di Yvain o Il cavaliere del leone, Chrétien de Troyes (XIII° secolo). Notare, a destra, i piedi spinti avanti rispetto al centro di gravità del cavaliere.

Tornando a noi, la cavalleria Bolton carica.

Perché?

La cavalleria Snow sta entrando nella portata degli arcieri. A meno che la portata dei tuoi archi non sia 20m scarsi, non sarebbe meglio scompaginarli un po’ prima di buttare le tue truppe d’élite nel gioco?

Nevermind, le due cavallerie si schiantano l’una contro l’altra, e Gianni Neve nel mezzo sblocca la Modalità Eroe e diventa invulnerabile.

No, sul serio, la battaglia è figa e tutto, ma Giovanni Neve che passeggia in giro mentre il resto del mondo lo schiva in automatico proprio non si può vedere. C’è perfino un momento in cui si ferma per diversi secondi di sguardo intenso!

Comunque, mentre Gianni se ne va in giro invulnerabile a cavalli e tizi, i Boltons decidono di tirare altre frecce.

Su un mischione?

Perché?

Ok che Ramsay è tanto kattyvo, ma falciare i propri cavalieri è da fessi e basta!

Un cavaliere è un guerriero d’élite. E’ estremamente costoso, al punto che interi sistemi politico-economici sono stati costruiti attorno ad esso, per rendere possibile il suo addestramento ed equipaggiamento. Basti pensare che in epoca feudale l’indennizzo da versare al signore per la morte di un suo féal era moltiplicato nel caso il tizio fosse stato un guerriero montato.

Non solo: Gianni Neve ha, bene o male, lasciato entrare un putiferio di wildlings. I Boltons avranno bisogno di uomini per dar loro la caccia e controllare il Nord. Perché dovrebbero sterminarsi la cavalleria da soli?

Dico sterminarsi perché, a un certo punto, i cavalli spariscono. Quindi i fatti sono due: o i cavalieri di Gianni e di Ramsay si sono annientati vicendevolmente (nonostante quelli di Ramsay fossero il doppio in numero e, si suppone, meglio nutriti e riposati), o Ramsay è riuscito a spacciare tutti i suoi guerrieri migliori a botte di “esigenza di trama”.

E parlando del campo, questa è la situazione:

Il cavaliere sulla sinistra funge da riferimento: ‘sti mucchi sono alti il doppio di un uomo a cavallo!

Ora, ok che avete tritato mille cavalieri e spicci, ma ‘sti mucchi da dove escono?

I mucchi di cadaveri hanno di solito 2 origini: gente che muore contro un ostacolo architettonico; qualcuno che sposta i cadaveri. Non è la prima, visto che siamo in pianura, e non è la seconda visto che nessuno ha l’agio di farlo.

Ne deduco che sia andata così.

Anyway, Ramsay, tutto felice del fatto che ora l’intero Nord non ha più un solo cavaliere nell’esercito, manda la fanteria: i suoi e gli Umbers, che dovrebbero essere a cavallo ma sono a piedi perché boh, sticazzi.

Gli Umbers caricano e spariscono. No, davvero.

Con Umbers…

Senza Umbers…

Errore di editing, son sicura, ma comunque…

Quando ricompaiono, scalano i mucchi di morti e scendono nella fossa insieme ai wildlings. Buonsenso vorrebbe restassero sulla cresta per ributtare sotto chiunque cerchi di scappare. Ma no, il capoccia degli Umbers deve scendere nel merdaio e ritrovarsi così pigiato che tra lui e Thormund parte un match di testata nel muso.

Frattanto, i fanti dei Boltons accerchiano per benino Gianni e i suoi, che li lasciano fare perché…

Boh. Perché dargli fastidio sarebbe stato scortese.

Accerchiati i dodo, i Boltons iniziano la fiera dello spiedino. E niente da dire qui, la manovra è bella e fatta bene, e visualmente è molto carina. Però, giusto per fiscaleggiare, direi che le lance sono tenute troppo in avanti.

Niente impedirebbe ai wildcosi di agguantarle e sfasciare la linea. Niente a parte la buona creanza, ovviamente.

Devo dire però che la prima linea con la spada è molto caruccia, offre scenette memorabili.

Knock knock… oh shit…

Ho sinceramente apprezzato la parte in cui Gianni Neve viene pesticciato nella merda e nel sangue. E’ realistica e ben fatta. Un po’ lunghetta, magari, e la musica struggente stona con il realismo crudo del momento, ma hey, bella comunque.

Quello che invece mi ha fatto cascare le braccia è l’arrivo dei rinforzi.

Tre osservazioni e poi giuro smetto di scassare le palle:

  • Per arrivare a Winterfell, i cavalieri del Vale devono aver attraversato un territorio molto vasto. Vista la celerità con cui arrivano dopo l’appello di Sansa, si suppone che abbiano usato la King’s Road, che se s’impelagavano per bozzi e grottoni ciao. Insomma, c’è un esercito di diverse centinaia di cavalieri in armi che avanza sulla via maestra, com’è che non c’è stato un solo fesso che li ha visti ed ha avvertito Ramsay?
  • I cavalieri del Vale arrivano a battaglia iniziata (quasi finita) e attaccano subito. Si suppone che siano arrivati in un rush di marce forzate per fare in tempo. I loro cavalli dovrebbero essere esausti, i loro uomini stanchi. Sembra poco probabile che possano passare sopra una fanteria perfettamente organizzata (e notevolmente lenta di reazione! Secondo me Ramsay ha pochi sergenti…) manco fossero una schiacciasassi sui marshmellows. Sarebbe stato meglio, a parer mio, se la vittoria dei rinforzi fosse da attribuire più a un effetto psicologico (panico e fuga della fanteria), ma tant’è…
  • Tanti complimenti a Sansa che prima sfrangia la minchia a Gianni “non hai chiesto il mio parere per i piani di battaglia”, e poi se ne esce “oh sì, avevo 1000 cavalieri di scorta nascosti nel culo, non te l’ho detto perché ci tenevo a farti una sorpresa!”. Se Gianni avesse saputo che i rinforzi stavano per arrivare, forse, forse avrebbe potuto organizzarsi diversamente. E forse quella piaga di tuo fratello Rikon sarebbe ancora in vita. Ma bon, era un personaggio marginale in ogni caso.

 

E poi well, c’è la fine, con Ramsay rimasto praticamente solo dopo aver tirato il suo intero esercito nel tritacarne. Non che non sia mai successo nella Storia, ma bon, m’è parso un pochettino cliché.

E questo è quanto. Sì, la battaglia è uno spasso da guardare! Sì, rispetto alla media delle battaglie in tv è comunque buona. Però ecco… secondo me c’è ancora del margine.

Parlando di clichés, m’importa ‘n cazzo se l’ha già detto in diecimila, ma Lyanna Mormont spakka!

MUSICA!

Classici Militari: Le Tre Strategie di Huang Shih

Continua la nostra serie sui grandi Classici Militari o anche “Strategie di Suor Germana: 101 Ricette per Conquistare il Mondo”.

Zhang Liang rigeve il rotolo da Huang Shih, Ogata Gekko, 1892

Oggi parleremo delle Tre strategie di Huang Shih-kung, un testo detestato dalla scuola confuciana per la sua dubbia paternità storica e perché non sfrangia abbastanza le scatole su quanto il buon esempio del sovrano irradi virtute all’ingiù fino alla plebe.

Le Tre strategie è un testo di difficile attribuzione. Divenne famoso quando fu associato al nome di Zhang Liang, un funzionario che aiutò a rovesciare la dinastia Qin (221-206 a.C.) e a portare al potere la dinastia Han (206 a.C.- 220 d.C.).

Secondo la storia, Zhang Liang stava scappando a gambe levate (dopo aver partecipato all’equivalente cinese di un’Operazione Valchiria) quando incontra un vecchio. Da buon vecchio cinese, il tipo non si presenta ma offre uno pseudonimo, Huang Shih (Roccia Gialla), e rifila al nostro rivoluzionario burocrate un pamphlet sulla guerra, il governo e tutto il resto.

Secondo la tradizione, tale pamphlet sarebbe da attribuire a nientemeno che il Taigong in persona! Prima di schiattare, il celebre pensatore avrebbe lasciato una serie di “ultimi consigli” poi arrangiati in un testo.

Per altri, il signor Sasso Giallo avrebbe scritto il libro di sua mano, infarcendolo di non troppo celata influenza taoista.

Secondo i Confuciani si tratterebbe di una porcheria inventata e inutile. Dove sono le virtù? E i riti? A un certo momento si dice perfino che far la messa agli antenati non basta per un buon governo! Ah!

Infine, Sawyer cita il punto di vista dello storico Hsu Pao-lin, secondo il quale si tratterebbe di un testo del periodo Han. Se l’incidente di Zhang Liang è vero, il libro donatogli da messer Ciottolo Biondo non sarebbe stato le Tre strategie, ma i Sei insegnamenti segreti (Taigong liu tao).

Questo breve Classico ebbe un certo successo in Giappone, Impero dominato da feroci gatti guerrieri (chiunque vi dica il contrario mente). Arte di Daniel Navarro.

Le Tre strategie si apre, sorpresa, con la prima strategia, quella definita “superiore”. Come in altri classici, più che un discorso organico sulla gestione dello stato o l’organizzazione dell’esercito, il testo si presenta come una serie di punti e consigli.

Molti di questi non sono nuovi a chi ha letto i precedenti articoli: se un governante vuole restare tale, deve tenere in pugno il popolo. Ciò significa per un verso fare in modo che il proprio volere penetri attraverso gli strati della società, e per un altro, conoscere detta società. Un governante che non ha l’appoggio del popolo non può dirsi stabile (specie in mancanza di grandi mezzi di controllo come può esserlo uno stato pre-telecomunicazioni).

Oltre al popolo, un sovrano necessita gente capace. Possiamo considerare la gente capace come lo stomaco e il cuore di uno stato, mentre il popolo come i suoi arti. Se tutto è proporzionato e in armonia, la macchina è inarrestabile.

Ovvio, puoi e devi manipolare il popolo affinché ti dia l’appoggio necessario. La manipolazione prende moltissime forme, ma si basa sulle solite due leve primordiali: ciò che la gente teme e ciò che la gente vuole. Nella loro forma più semplice: punizioni e ricompense.

Il governo deve essere capace di conoscere fatti e dettagli dei conflitti che oppongono gruppi o singoli. Per coloro che hanno lamentele da fare, lo stato dovrebbe saper mostrare indulgenza. Per contro, dovrebbe anche prender cura di stroncare chi accumula troppa forza o chi si mostra un po’ troppo volitivo, chi ha troppa iniziativa e arroganza.

Il che non vuol dire stroncare ambizione o avidità, al contrario: coloro che sono ambiziosi o hanno desideri particolari possono essere usati.

Infine, mostra sempre magnanimità verso coloro che si sottomettono senza troppo chiasso. Vuoi incoraggiare altri, in futuro, a far lo stesso, giusto?

Sono sporchi e puzzano, ma senza glebani niente esercito, e senza esercito niente divertimento.

Sempre al soggetto di trattar bene la tua gente, è da notare che la plebaglia è un po’ come uno stagno: più la rimesti e più impantani la situazione. Se il tuo paese è principalmente agricolo, fai attenzione alle stagioni. Se sei contadino non puoi posporre il fieno e non puoi rimandare la semina. C’è un momento per lavorare e se salti l’occasione il raccolto è perso prima di poter dire “ocazzo!”.

Ergo cerca di non spiaccicare di tasse i tuoi glebani e non turbare i loro ritmi più dello stretto indispensabile. Quando fai una guerra o quando richiedi corvées, tieni conto del momento.

Bon, non passare con un cingolato sulla plebaglia è l’inizio, ma per assicurarti davvero il controllo su di essa devi anche saper scegliere gli ufficiali e funzionari capaci di gestirla.

Difatti il popolo è la radice e i funzionari sono il tronco di uno stato.

Uno stato debole o instabile non è in grado di portare a buon fine una guerra. Non solo, uno stato instabile facilmente attira le mire ghiotte di qualche vicino esuberante. Una base solida e un’amministrazione funzionante e leale sono indispensabili per un regno sicuro.

Da un punto di vista tattico, la Strategia Superiore pare essere smaccatamente difensiva: l’autore invita a lasciare l’iniziativa al nemico e limitarsi a reagire dopo averlo osservato. Evita di attaccarlo se riposato e fai leva sulle sue debolezze. Ad esempio, se è forte, puoi cercare di indurlo all’arroganza.

Oh, e il controspionaggio è sempre una buona misura! Più cazzate gli fai pervenire, più è alta la probabilità che se ne beva una.

Ma se l’autore non scende in dettagli tecnici come il buon Sun Zi, ci tiene ad affrontare il tema de cosa fare dopo una battaglia. Diciamo che hai vinto. Quando hai ottenuto qualcosa dalla guerra, sia questo qualcosa bottino o terre o buoni sconto, non tenertelo per te! Non sei niente senza un esercito, e il tuo esercito non resterà saldo se non ha niente da vincere. Quello che ottieni deve essere ripartito di conseguenza tra ufficiali e soldati. In certe situazioni puoi costringere degli uomini a morire per te senza nessuna buona ragione (heilà Zar Nicola Due!), ma è molto più pratico se i tuoi soldati hanno una buona ragione per restare (a parte l’evenienza di essere fucilati per diserzione).

Parlando di esercito, come fare ad accalappiarsi dei buoni ufficiali?

Gli uomini degni verranno a te se avrai rispetto di ciò che è appropriato. Se poi li pagherai bene, saranno perfino disposti a combattere per te. Insomma, per il decoro verranno a te, per la grana o il rango moriranno per te.

Ergo se pianifichi di entrare in guerra, per prima cosa dovresti preoccuparti di offrire benefici e allecconire la tua carne da cannone i tuoi prodi combattenti.

E’ importante scegliere i tuoi ufficiali con cura, e una cura ancora più grande va nella scelta del generale. Le Tre Strategie non scende troppo in dettaglio sulle caratteristiche che fanno un buon generale, ma ribatte un collaudato concetto della storia militare: i soldati obbediranno più volentieri a un ufficiale superiore pronto a eseguire lui stesso gli ordini che dà, pronto a patirne in prima persona le conseguenze. Ergo niente cibo prima dei tuoi soldati, niente mantello pesante se loro hanno freddo, eccetera. Il contrario di quello che è stato fatto nella Prima Guerra Mondiale, per intendersi.

Solo se il generale e gli ufficiali superiori seguono questa condotta l’esercito sarà unito, e va da sé che se un esercito è unito, le probabilità di sopravvivenza degli uomini che ne fanno parte sono notevolmente accresciute.

In particolare, un generale deve essere calmo e posato, deve saper giudicare dispute, accettare critiche, distinguere tra i diversi consigli, conoscere i costumi del paese e degli uomini che comanda, oltre che avere buone capacità tattiche e geografiche.

Se il tapino ha la brutta tendenza di angariare gente che non se lo merita, l’intero morale potrebbe essere compromesso.

Differenze in equipaggiamento e addestramento dovrebbero pure esser prese in conto

Come per lo stato, la base di una buona riuscita militare è l’amministrazione dell’esercito. Gli ordini devono essere chiari, non discussi né revocati, e le punizioni o ricompense rapide e comprensibili.

E’ importante che ci sia chiarezza e armonia, dal generale al fantaccino, dacché il primo detiene il potere strategico, ma è la massa dei secondi che vince o perde una battaglia. Di conseguenza, non puoi permetterti di avere un generale impiastro né una truppa ribelle.

E’ importante che il generale tratti gli uomini come lui stesso vorrebbe essere trattato, e che li conduca di persona. E’ importante che non sia indeciso, che i suoi ufficiali non siano arroganti e che i piani, per quanto complessi, non destino dubbi.

Quindi diciamo che hai attirato buoni ufficiali e motivato i tuoi con promesse di bottino e terre e un buon salario. Diciamo che il tuo generale è un figo e che la tua situazione politica è solida. Sei in misura di menare una campagna militare. Cosa fare ora?

Conoscere il nemico, ovviamente. Che domande. Non avete letto gli altri articoli?

La cosa più importante è determinare lo stato logistico delle tue vittime del sovrano senza virtù che il Cielo ti impone di castigare: granai, armerie, magazzini, punti di forza e debolezza, situazione geografica e difensiva.

In particolare, fai attenzione ai movimenti. Se l’esercito del nemico sta trasportando granaglie invece di rifornirsi a tappe lungo la via, significa che stanno attraversando un periodo di penuria. Più è lunga la linea di rifornimento logistico, più vuoti sono i suoi granai. Per avere conferma basta fidarsi dell’aspetto dei suoi fantaccini: puoi contare le loro costole? Good!

Questa situazione è chiamata “stato vuoto”: la gente è povera, la plebaglia e la classe dirigente non sono unite e lo stato non è in grado di sostenere un serio attacco da fuori.

Osserva anche il loro sovrano. Se è crudele e autoritario, la gente e i funzionari saranno spaventati, i legami di solidarietà tra loro saranno deboli, ognuno sospetterà il proprio vicino o sarà pronto a buttarlo in pasto agli oppressori per salvarsi la pelle. Questo tipo di situazione viene definito “stato perduto”.

Un altro segno di debolezza è dato dall’amministrazione: se gli uomini che fan carriera sono scelti non per le loro capacità burocratiche, ma per la loro capacità di prevaricare o adulare, o per la crosta di ricchezza e bling di cui si ricoprono, la struttura sociale è tarlata.

Un altro segno di declino: se i funzionari formano partiti e la corruzione è rampante, o se le stesse famiglie si accalappiano gli stessi seggioloni in lunghi lignaggi di politicanti di mestiere concentrati solo sul mantenimento della loro posizione (ring a bell?).

I funzionari non sono gli unici figuri che devi osservare: i parenti del sovrano e le famiglie nobili sono pure importanti. Sono potenti e forti? Il sovrano può o non può permettersi di calciorotarli, degradarli, farli fuori?

A seconda della presa che un governante ha sui suoi baroni e sulla propria famiglia, puoi determinare la solidità reale della sua autorità.

Un ultimo fattore da tenere in considerazione è la proporzione popolazione/funzionari. Se i secondi appaiono troppo numerosi rispetto alla prima, probabilmente lo sono. E se lo sono, costituiscono un grave fattore di instabilità. Per un verso il carico sulla plebaglia sarà eccessivo, e per altri versi la concorrenza tra funzionari sarà tanto spietata quanto meschina. In altre parole, costoro saranno probabilmente più impegnati nel farsi le scarpe a vicenda che nell’amministrare con rigore e buonsenso il paese.

Tutto ciò è buono e giusto, e molto di questo segue quasi verbatim i consigli dei precedenti classici. Nella prossima puntata saranno trattate le altre due grandi strategie, quella Mediana e quella Inferiore.

Fino ad allora, spero stiate prendendo nota, e in caso di conquista del mondo non dimenticate i citare Sawyer nei ringraziamenti!

MUSICA!

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Bibliografia:

Ralph D. SAWYER, The seven military classics of ancient China, Basic Books, Boulder, 1993, pag.568

Ralph D. SAWYER, The art of the warrior, Shambala, Londra, 1996, pag.304

Classici Militari: Wei Liao-tzu (2)

Ci tengo a precisare che non sono morta ^_^

Immagino quale immenso dolore vi abbia provocato il silenzio sul blog per ben 3 settimane. Diavolo, temevo che mi restasse qualcuno sulla coscienza! Del tipo, apro l’Ansa e trovo un suicidio bombarolo con “le sue ultime parole sono state: non saprò mai quanti denti in bocca aveva Minamoto no Yoshitsune!”.
Così, in attesa che la mia vita ritorni in carreggiata, ho deciso di deliziare il mio vastissimo pubblico con un articolo della serie più popolare in assoluto: i Classici Militari! O, come li chiamano certi lettori, le ricette di Suor Germana, se Suor Germana fosse consigliere alla Difesa.

E poi dai, la prima puntata del Wei Liao-zu è del 14 febbraio dell’anno scorso, andava terminata prima o poi.

Quindi a voi, la seconda e ultima puntata sul quinto Classico!

Riprendiamo questo calva appassionante lettura con una sezione dedicata a disciplina, punizioni, premi e quant’altro. L’autore comincia facendo notare che la tortura, ampiamente usata, può portare a false confessioni e testimonianze. Anzi, un eccesso di sevizie spinge quasi di certo la persona a confessare le cose più bizzarre.

Questo fatto è confermato anche dal recente rapporto americano sulla tortura (The Senate Intelligence Committee Report on Torture: Committee Study of the Central Intelligence Agency’s Detention and Interrogation Program, lo trovate su Amazon). Se è possibile cavare informazioni a qualcuno con questo metodo, è molto più probabile ottenere dati falsi, dacché la persona soggetta all’interrogatorio tenderà a dire non la verità, ma quello che pensa che il suo aguzzino voglia sentirsi dire.

L’autore mette in guardia anche dal rischio conseguente di una falsa testimonianza: chi è sotto tortura cercherà di deflettere l’attenzione e implicare qualcun altro. Dieci uomini arrestati ne coinvolgeranno cento altri, e se si conta che il numero di prigionieri in un Paese va sull’ordine delle migliaia, ci si rende conto presto dell’effetto valanga che certi metodi possono avere. Io arresto Tizio, che implica Caio, che implica Sempronio, e via di questo passo tra gente arrestata o gente che scappa per paura di essere interrogata, ho scombinato l’equilibrio del villaggio o del quartiere o della famiglia, ecc. Un metodo sbagliato può essere una fonte di pubblico disordine, e il pubblico disordine è la cosa peggiore che possa capitare.

Essere cinese può risultare faticoso. Da sempre.

Ora, se indagini e tortura possono essere mezzi per stabilire la verità, le due leve per influenzare il comportamento dei tuoi sudditi o soldati restano sempre le stesse: punizioni e ricompense. Per implementare queste ultime devi avere prima di tutto una conoscenza ben dettagliata del tuo surplus e, ovviamente, avere avere un surplus. Tutto ciò dovrà essere gestito da ufficiali burocratici, dacché in Cina non si fa niente senza i cazzo di burocrati.

Ma i burocrati non bastano. Questo sistema non può essere attuato da semplici ordini e consegne e rapporti: per realizzarlo occorrono riti. I riti sono ciò che regolano le società, scandiscono la vita degli individui, plasmano la visione del mondo, e sono pertanto il più grande strumento del potere fin dalla notte dei tempi. Questo è vero, sotto forme differenti, per tutte le società, anche quelle che si professano laiche. Un rituale unisce, ordina, gerarchizza, motiva, che piaccia o meno. Insomma, No, no, we can’t live without Gods (cit., e se nessuna la indovina sarò molto triste).

Insomma, i riti sono importantissimi. Ma bastano a dominare i plebei?

No.

Non puoi governare chi ha fame e non puoi governare chi ha freddo (pare naturale, ma ricordate che gli yankees sono diec’anni che provano a controllare l’Afghanistan).

L’autore poi parte in un rant su come lusso, decorazioni e arte in generale siano una forma di decadenza borghese e uno spreco di risorse. E osserva che l’avidità e l’ambizione sono per definizione senza limiti: se un uomo pensa che può avere di più, vorrà sempre di più e “il mare non basterà a calmare la sua sete”. Il che è vero, anche se l’idea di strizzare dal popolo ogni singola goccia di decadente frivolezza è un’antia agghiacciante.

I coniugi Ceausescu, anche loro strenui oppositori della decadenza borghese altrui

La parte tattica del Wei Liao-tzu segue molto da vicino quanto discusso nei precedenti classici: l’arte della guerra è l’arte dell’inganno, non lasciare al nemico l’iniziativa, circondati di uomini sinceri, preoccupati del morale, ecc. Non vale la pena ripeterlo, sono i fondamentali, li trovate anche negli altri 4 Classici precedenti.

Now, parlando di punizioni e ricompense, cosa dovresti fare a un comandante responsabile di mille uomini che si arrende, molla le truppe o abbandona la difesa?

Ma è logico: lo uccidi, stermini la sua famiglia, cancelli il suo nome da ogni registro, sfasci la tomba dei suoi antenati, esponi le sue ossa nel mercato e rendi schiavi i suoi figli! (E gli spari al cane e rubi la sua Bibbia, ri-cit.)

Se il tipo è solo a capo di una centuria, puoi limitarti alla sua esecuzione, lo sterminio della famiglia e l’asservimento dei marmocchi. Notate che l’envergure della punizione è direttamente proporzionale al rango e la mansione.

I marmittoni non sono immuni da punizioni definitive. Poniamo caso che una squadra vada in battaglia. Se catturano o uccidono dei nemici, devono essere ricompensati. Se perdono degli uomini senza compensare con la cattura o morte del nemico (in egual numero almeno), devono essere puniti e, secondo le circostanze, uccisi e le loro famiglie sterminate. I loro istruttori passano pure per la corte marziale, perché dopotutto la colpa è anche loro. Non so se si è capito, ma l’autore ha una grande fede nel potere di controllo esercitabile col terrore.

In breve, la tua gente deve aver più paura di te che del nemico. Un po’ come quando i francesi spararono sui propri disertori durante la battaglia di Ligny.

Ma veniamo ai dettagli pratici: l’organizzazione dell’esercito

L’unità base secondo il Wei Liao-tzu dovrebbe essere la squadra, composta da 5 uomini, ognuno responsabile dei propri compagni. Dieci squadre fanno un plotone e venti una compagnia, sempre secondo il principio della reciproca responsabilità. Se ad esempio qualcuno è a conoscenza di un crimine di un suo compagno ma non lo denuncia, l’intera squadra, plotone o centuria dovrà subire le conseguenze.

Questo modello di responsabilità reciproca e collettiva vale anche per gli ufficiali, a partire dai responsabili della doppia squadra di 10 su su fino ai generali. L’idea è di terrorizzare tutti al punto dallo spezzare ogni altro legame che non sia quello di obbedienza militare. Niente amici, niente fratelli, niente padri e figli o complicità: tutti devono seguire la legge e prestare fedeltà ad essa soltanto.

L’autore si sposta poi sul soggetto dell’organizzazione dell’accampamento e dei diversi Corpi. La preoccupazione principale è di evitare andirivieni non supervisionati e superflui contatti tra le varie unità. Non solo chiunque dovrebbe avere un lasciapassare ufficiale per spostarsi fuori dall’area assegnata alla sua squadra, plotone o compagnia, ma i posti di controllo dovrebbero essere ogni 120 passi lungo le strade del campo! E questo draconiano controllo si estende anche alla bassa manovalanza di cuochi, stallieri e quant’altro, che possono spostarsi sempre e solo in squadre, mai da soli o in coppie. L’autore arriva fino a dire che chi taglia attraverso una strada o calpesta le linee di demarcazione delle varie sezioni dovrebbe essere giustiziato. L’autore del Wei Liao-tzu è un po’ un maniaco della pena di morte.

Questa visione psicotica del campo deriva dal numero che i cinesi mobilitavano quando decidevano di fare la guerra a qualcuno, e dal fatto che buona parte dei soldati era costituita da coscritti analfabeti, spaventati e scontenti.

Per prevenire confusione, l’autore raccomanda di distinguere i diversi Corpi con colori diversi e i diversi reparti con specifici emblemi. Ovviamente, se perdi il tuo emblema sarai ucciso, che ci mancherebbe altro.

E’ ovvio a tutti tranne che ai produttori di Hollywood e ai romanzieri di ciarpame, che un soldato ha pochissime chances di sentire quello che il suo comandante dice. Ergo segnali sonori e visivi, come tamburi, gong o bandiere, sono vitali, e i soldati devono essere addestrati a rispondere ad essi. Questo significa che tamburini e colleghi non sono esenti dalla sete di sangue del sistema: impara a suonare, che alla prima stecca ti muoro!

Ora, per chi avesse avuto la sventura di leggere Best served cold di Abercrombie, vi ricorderete quella tristissima scena in cui i nostri schierano l’esercito in attesa del nemico. E quando questo arriva, al momento previsto e dalle vie previste (una botta di culo cosmica), il capoccia si volta verso la protagonista e chiede:

“Bello, ora che si fa?”

Ecco, parrà strano, ma NON FUNZIONA COSI’. Non schieri i tuoi uomini senza avere un piano, non assembli l’esercito senza avere degli obbiettivi e una strategia. Checché ne pensi l’inimitabile Pietro Aliprandi, un assedio non è lanciato con “bueno, domani partiamo ad attaccare Tizio”.

Come sottolinea l’autore (e francamente, ce n’era bisogno? A legger certi libri, par di sì), piani prima, azione dopo.

Non solo la strategia deve essere chiara e la tattica pianificata: deve esserci unità d’azione. Il generale supremo, investito dall’Imperatore, è uno. Non possono esserci due fonti ultime di autorità o di legittimità nell’esercito. E indovinate cosa succede a chi scavalca il generalissimo e dà un ordine contrastante?

Ovvio, lo muorono.

E’ anche importante tener conto del fatto che un esercito, specie un grande esercito, non si muove come una valanga, tutto unito tutto insieme e tutto verso la stessa destinazione. Tra un Corpo e l’altro possono correre chilometri, giorni di viaggio.

Non voglio perdermi in considerazioni sulla concentrazione di forze, sarebbe fuori tema, ma l’autore sottolinea l’importanza della coordinazione tra le varie parti e il tempismo. Per ottenere ciò, deve esserci una catena di comando capillare e precisa, per assicurare l’arrivo delle istruzioni giù per la gerarchia fino ai cinque tapiri della squadra di base.

Come Sun Zi, l’autore sottolinea che soldati disposti a morire per la vittoria tendono a vincere e di conseguenza a vivere. E, ovviamente, quando pensi di far guerra a qualcuno devi conoscere le tue forze e le tue debolezze, come anche le forze e le debolezze dell’avversario.

Se il territorio del nemico comporta piccole città e vaste terre, occupa le terre. Al contrario, se ha poche terre e grandi città, arrota i denti sulle grandi città.

Nel caso tu abbia ampi spazi poco abitati, concentrati su pochi punti strategici (a meno che tu non sia in Russia, nel cui caso lascia perdere e torna a casa).

In ogni caso, riduci al massimo distruzioni e saccheggio e mostrati magnanimo con la gente e con gli ufficiali che sceglieranno di unirsi a te. In altre parole, “questi non sono nemici, sono contribuenti!”. Again, a meno che non tratti dei russi, allora lascia perdere.

Ricorda che quando vuoi incastrare qualcuno, devi dargli almeno l’illusione di avere qualcosa di vincere o qualche possibilità. In quel modo, invece di pensare a una nuova tattica o combattere con ardore, si troverà a esaurire le sue risorse per tenere posizioni svantaggiose, minando il morale dei propri soldati.

Come altri Classici cinesi, l’autore sottolinea l’importanza della predominanza della sfera civile su quella militare. Gli affari militari non sono che il braccio armato del Buon Governo, e senza buone basi nella sfera civile ogni impresa è votata al disastro. O, per parafrasare l’autore, la sfera civile permette di distinguere pro e contro, la sfera militare serve a mettere in atto le decisioni prese, attaccare o difendere.

E’ importante che l’esercito sia in buon ordine e il generale capace di ispirare un terrore reverenziale, il tutto senza essere brutale o affrettato.

L’autore conclude con una piccola parentesi sulla corte marziale.

Ammazza disertori e ritardatari, e le loro famiglie anche, se sono complici in qualche maniera. E fin qui niente di strano.

A quanto però non basta: i soldati devono essere scapitozzati anche se il loro ufficiale viene fatto fuori, o se il loro ufficiale diserta. Odd. Suppongo sia per incoraggiare i soldati a impacchettare e consegnare un ufficiale traditore. Certo, i soldati possono sfuggire al boia se si sono distinti in servizio e sono passati subito sotto gli ordini di qualcun altro che ha assicurato la cattura e/o dipartita di detto traditore. In quel caso non sono uccisi. Sono solo schiaffati per tre anni di servizio alle frontiere. Fistia, fare il soldato in questo esercito faceva schifo.

Insomma, stringendo, è cosa buona e giusta massacrare anche la metà dei tuoi stessi uomini se è per distillare un’armata più disciplinata, più preparata e più obbediente. Può sembrare stupidamente crudele, ma ricordiamo il contesto: la Cina non ha mai avuto carenza di manodopera e capitale umano.

Infine, ricorda che perdere animo distrugge un esercito, ma piani sbagliati distruggono un Paese.

E si conclude così anche questa puntata dei Classici.

Non sono una lettura emozionante, ma restano la base della tattica e sono un buon capitale per chi vuole raccontare storie di guerra.

That’s all for now!

MUSICA!

Classici Militari: Wei Liao-tzu

La serie sui Classici Militari continua, con un altro gioiellino non troppo celebrato: il manuale del buon Maestro Wei Liao, consigliere e stratega del mitico Qin Shi Huang, sovrano del regno di Qin. Siamo in pieno periodo dei Regni Combattenti (475 a.C.-221 a.C.), il crogiolo pulsante di morte e massacro che ha per sempre segnato la storia della Cina e fonte di ispirazione per millemila opere, saggi, romanzi, pièces teatrali e quant’altro.

Perché ricordate: la Guerra è principio e fine di ogni cosa, che vi piaccia o meno.

Ma torniamo a noi. Il Maestro Wei è un allievo legista. BRAVO!

Purtroppo il signor Wei non fu mai comandante, e il libro in questione è puramente teorico. Tuttavia ebbe un discreto impatto, quindi ve lo propino lo stesso.

Quello che contraddistingue il libro di Wei dal resto dei Classici visti finora è l’enfasi posta sullo sforzo umano nell’esito di una guerra. Vaticini, momenti o stagioni sono importanti, ma alla fine tutto dipende dalle opere umane. Quanto avrai curato le tue fortificazioni, quanto avrai addestrato i tuoi, ecc. Sopra ogni cosa, non fidarti degli auspici. Agisci.

Una buona conoscenza della realtà e buon calcolo sono le cose fondamentali. Cosa ti serve per quale impresa (quale terreno e materiale), quanti uomini sono necessari, e pertanto quanto cibo dovrai impegnare. Alla fine la guerra resta un cruento picnic: la logistica vince.

Per quanto riguarda gli affari militari, è capitale che restino sconosciuti e segreti.

Un Paese deve avere una buona agricoltura per essere prospero. Come spiega Bouthoul nel suo Polémologie (se non lo avete letto fatelo), per fare la guerra è necessario avere, di partenza, un surplus.

Un popolo ben nutrito deve essere mantenuto in ordine affinché tutto funzioni. Un Paese ben nutrito e ben governato è incline a vincere ancora prima di essere entrato in guerra, e ciò è importante, perché se si vince senza combattere la vittoria è del sovrano, altrimenti sarà una vittoria del generale.

Ergo il sovrano non deve in alcun modo dichiarar guerra per un rancore personale, ma solo se, tutto considerato, è già sicuro di poter vincere. Nell’ideale, non si combattono guerre giuste, solo guerre vinte.

Ovviamente dovrai reagire se scoppia del casino, o difenderti se sei attaccato,l ma non ingaggiarti in una lunga campagna se non sei sicuro del suo esito.

Per quanto riguarda il generale, non è sottomesso né al Cielo, né alla Terra, né agli uomini. Deve essere un uomo composto, impossibile da far infuriare, puro d’animo e incorruttibile. Non scegliere qualcuno incline all’emozione, quale che essa sia, perché potrà essere manipolato o fare errori.

Ricorda che in un esercito ordine e disciplina sono i due sine qua non a prescindere: limiti e regole sono le pietre miliari di qualsiasi gerarchia armata. Quando le regole sono chiare, lo saranno anche i castighi. Ordine significa coordinazione e unione, le due ali che ti porteranno la vittoria.

Ora, tieni conto che la vita dei soldati ha un valore. Se uccidi uno dei loro al prezzo di cento dei tuoi, sei un balordo e una calamità per il Paese. Ho come l’impressione che nel ’14-’18 qualcuno se lo fosse scordato.

Sai cos’altro danneggia un esercito? I disertori. Ne avrai di sicuro se il generale dà ordini ma ufficiali e soldati si urlano addosso. Se non c’è armonia e coerenza il tuo esercito farà acqua da tutte le parti. Disertori, spreco di vite e di materiale, sono tutte cose che devi trovare il modo di evitare.

Un ufficiale Qin, ripreso dall’esercito di terracotta

Nessuno vuole morire o saltare in un mucchio di gente incazzata e alabarde. Ma se gli ordini sono chiari e le regole ben inculcate, le truppe saranno manovrabili. E i due strumenti che ti aiutano a imporre ciò sono, guarda un po’, ricompense e punizioni.

Ma come? Stabilendo degli esempi. Con un debole puoi mettere in guardia cento forti. Uccidi un uomo, e altri cento non oseranno disobbedire. Crudele, ma ho già detto che Wei era un legista?

Forgia degli uomini pronti a morire, e vivranno: saranno gli inavvicinabili soldati di un Egemone.

Un comandante deve quindi conoscere divieto, perdono, grazia ed eccessivo rigore.

L’Arte Militare è fondamentale per un Paese che voglia essere indipendente. E per ottenere ciò occorre che la popolazione sia coscrivibile alla svelta. Il piano di leva deve essere già pronto, in modo che alla chiamata ogni tot di gente dia un soldato e che tali soldati siano già pronti all’impiego.

Questa può sembrare una bischerata, ma non lo è, specie in un mondo pre-industriale. Imporre una leva generale è molto difficile, e spesso si è optato per l’elaborazione di una classe di guerrieri specializzati. Spesso, non sempre. Dopotutto la leva obbligatoria è un sistema di controllo e consolidamento del proprio potere, e i cinesi lo sapevano.

In ogni caso ricorda: se il tuo esercito non può vincere, la colpa non è dei soldati.

Devi preparare la tua popolazione in primis: fai in modo che sia chiaro che senza agricoltura non si mangia e senza esercito non si scala la gerarchia. Che la gente si spintoni per i campi o la lancia! Peraltro, se i tuoi ordini sono credibili nel tuo stato, è probabile che anche i tuoi vicini ne tengano conto.

Cerca e impiega la gente di valore. Anche se vengono da terre nemiche. Anzi, privarli dei suoi uomini di talento è cosa buona e giusta.

Ci sono tre modi per vincere una guerra: Tao, imponenza e forza.

Spezzare il ch’i del nemico e incapacitarlo a combattere, è una vittoria via il Tao.

Impiegare un esercito ben regolato e coordinato, ben equipaggiato e addestrato, è una vittoria via l’imponenza.

Massacrarli, prendere i loro territori col sangue e l’acciaio e tornarsene a casa, è una vittoria via Forza.

Un generale combatte via il popolo, che combatte via il ch’i. E’ questo animo che devi preservare, perché chi lo perde sarà sconfitto.

Ci sono cinque cose da discutere prima di ogni azione:

La strategia; chi nominare generale; come quando invadere; come rinforzare le proprie difese; mobilizzazione dei tuoi e future sanzioni per loro.

Discusso ciò, il generale deve poter conquistare i suoi uomini, senza per contro essere conquistabile dal nemico. Deve capire le masse e unirle, dare ordini chiari ed evitare di cambiarli in continuazione. Metti da parte gli errori minori o i dubbi poco importanti, gli ordini devono essere coerenti e sicuri.

Per fare ciò lo Stato deve aver in principio stabilito la buona forma (i riti, come dice Sorai, uniscono e coordinano il popolo) e le virtù fondamentali. Questo non solo favorisce l’unità, ma anche lo sviluppo di fiducia, amore e senso di vergogna. Gli ufficiali sono gli arti dell’esercito, e devono essere disposti a morire per onore, perché solo in quel caso i soldati li seguiranno.

Pasci il tuo popolo, regolalo, dagli un senso della gerarchia ma anche riti che uniscano le diverse comunità. Stesso vale per le unità base del tuo esercito. Devono essere coesi come fratelli. Verso le compagnie e i loro diretti ufficiali, devono nutrire il rispetto e l’affetto che un legista e confuciano nutre per un amico.

Quanto al sovrano, è sua responsabilità che lo Stato sia solido e sicuro. Il che necessita tre cose: agricoltura, fortezze, esercito.

Se non hai abbastanza scorte o equipaggiamento ben tenuto, non partire in guerra. Se salari e ricompense non sono conseguenti, la gente non è motivata. Inoltre una massa di soldati sarà debole senza un corpo d’élite selezionato.

Lo Stato di un Buon Sovrano arricchisce il popolo. Lo stato di un Egemone arricchisce gli ufficiali. Uno stato che a stento sta a galla fa la fortuna solo degli alti ufficiali. E uno stato in via di decadenza è un festino per un pugno di grassatori e basta. Nell’ultimo caso, la rovina e solo questione di tempo. Cheers!

Per puntare al meglio hai bisogno della forza motrice universale di una qualsivoglia società: la buona volontà degli uomini. E la puoi ottenere solo in un modo: ricompense appropriate, pene e premi credibili e affidabili.

Questo è un leader credibile. Prendi esempio.

Nel caso di una campagna, il generale deve dare l’esempio al resto dei soldati. Ergo niente parasole se fa caldo, niente vestiti imbottiti nel freddo, ecc. Come abbiamo già visto, è importante che un capo militare dia l’idea di essere disposto a fare quello che ordina agli altri di fare.

Il dubbio è la radice della debolezza. Il dubbio divide, apre falle, e abbiamo visto come la forza deriva dall’unità. Un generale in campagna non può permettersi di dubitare o esitare. E il legismo del signor Wei rifà capolino: c’è qualcosa che gli uomini temono più di qualsiasi altra. Quella paura massimante deve essere il generale. Se temono il generale, disprezzeranno il nemico, e se temono il nemico disprezzeranno il generale.

Non si tratta solo dei soldati. I comandanti suoi sottoposti devono fidarsi, ma averne timore, e a loro volta ispirare alle masse questi stessi sentimenti.

Un buon generale deve essere quindi amato e temuto.

La guerra ha costi e rischi. Evita, se puoi, di attaccare per primo. Lascia la prima mossa ai nemici. Lasciali muovere, osservali, conoscili. Intanto, assicurati che il tuo esercito sia ben organizzato, in modo che non si aprano falle improvvise alla morte di qualcuno: che ci sia sempre un ufficiale di riferimento.

Quando parti in campagna, taglia le strade del nemico, cerca di dividere il loro esercito, e trai vantaggio dalle loro debolezze.

Per far ciò, cel va sans dire, hai bisogno di un buon sistema di intelligence, che ti tenga anche aggiornato su ogni debolezza, difetto o ritardo del nemico. Un buono stratega non deve lasciarsi sfuggire nessuna occasione.

In caso tu debba difenderti, ricordati sempre di proteggere le mura esterne e gli avamposti di confine. Se il nemico avanza, non lasciare granai indifesi, raccogli le provviste in modo che non possa nutrirsi alle tue spalle.

Per quanto riguarda la difesa delle mura, non si tratta solo di piazzare un piantone ogni tot passi. Per dare un’idea di quanto manpower assorbe una roba del genere, cito qui la ricetta del signor Wei:

per ogni dieci piedi di camminamento, avrai bisogno nel complesso di dieci persone, artigiani e cuochi esclusi.

Non risparmiare su difesa e fortificazioni, perché ti offrono una posizione estremamente vantaggiosa rispetto all’attaccante.

Se i cittadini sanno che i rinforzi arriveranno, avranno il fegato e l’animo di difendere le mura. Se l’aiuto non è così sicuro, sarà sempre possibile prendere a calci i borghesi per difendere la loro città, ma il loro morale sarà sottoterra, e nessuna politica illuminata potrà tirarlo su.

Che le tue truppe d’élite diano l’esempio. Quando il back-up arriva, che quelli dentro facciano una sortita per poter prendere il nemico a tenaglia.

Immagine dimostrativa

Se vuoi incutere timore, non far cambiamenti frequenti. Non interferire con le occupazioni stagionali dei tuoi sudditi. Sii in grado di reagire con prontezza per cogliere le occasioni. Buona parte della tua difesa dipenderà da come riuscirai a manipolare la tua apparenza esterna. Devi essere lungimirante e preparato, e cauto, il che significa non sottovalutare i piccoli numeri. Quanto ai grandi numeri, devi avere la saggezza di manipolarli e controllarli. Infine, hai bisogno del supporto delle masse, e lo puoi ottenere solo delegando ad altri.

Guardati dall’eccesso: è il Sommo Male. Sii sincero: se segui i tuoi desideri finirai per avere una visione distorta. Parimenti, accetta le critiche. Mantieni i piedi per terra e mena una vita parca. Circondati di gente intelligente.

Tutto è molto bello, ma quando gli eserciti marciano e i timpani rullano, come comportarsi?

Durante la campagna, fai in modo che i tuoi uomini seguano le regole ed evitino prepotenze e saccheggi. In questo modo contadini e burocrati passeranno sotto la tua coppa senza darsela a gambe, il che può velocizzare molto il processo di assorbimento di un nuovo territorio.

Il savio Wei fa peraltro un’osservazione molto attuale: un paese con un esercito spropositatamente grande è un paese che punta a proteggere il proprio territorio ma anche a condurre guerre. Uno stato con un esercito discreto è in grado di difendersi. Uno stato con un esercitucolo di quattro gatti sottopagati sarà costretto ad appoggiare i suoi vicini e alleati in qualsiasi idea balzana, perché la sua esistenza nella rete di alleanze è troppo precaria.

Rings any bell? Se la risposta è “no”, forse non viviamo nello stesso continente.

Devi incentivare il tuo esercito. Vale l’investimento.

Ho sempre trovato divertente l’idea “sono pacifista ergo niente esercito”, come se il non avere un esercito decente prevenisse qualcun altro dal fare casino, o come se l’esercito fosse una chissà quale bomba a orologeria di ferocia e brutalità pronta a scatenarsi.

Forse non ho la purezza d’animo per capire, forse sono una brutta persona.

Ad ogni modo, la prima puntata sul Wei Liao-tzu si conclude qui. Questo saggio è relativamente ponderoso, e richiederà un secondo episodio.

Nel frattempo, MUSICA!

Come non si fa (1): Vikings

Fear the Daibanana!

Il Capodanno è finito. L’ho passato in famiglia, con parenti che ci hanno assolutamente tenuto a vedere il documentario sui cercopitechi urlatori, altresì chiamato “quellammerda con Gigi d’Alessio”. La badante di mia nonna ha anche cercato di portarmi via la bottiglia dopo appena un paio di bicchieri. Non ho nemmeno potuto far esplodere qualcosa, e il disperato tentativo di accendere le girandole al chiuso ha avuto le ali tarpate quando quelle porcherie sono bruciate quietamente per terra senza schizzare per aria.

Niente musica, niente sbronza, niente ustioni. Bah.

La ricaduta positiva è che, con queste premesse, il 2015 si preannuncia ancora più Grumpy del 2014.

Ergo, come meglio festeggiare se non inaugurando una nuova rubrica?

COME NON SI FA, una piccola guida a tutto quello che fa schifo nelle vostre scene preferite (perché guastare la festa è la mia vocazione).

Il primo esempio: la prima battaglia della serie Vikings, che, se avete letto questo articolo ricorderete, non mi ha fatto proprio una bella impressione.

Il contesto

La battaglia è presa dall’Episodio 4 della Prima stagione. Al loro secondo raid, i nostri saccheggiano un posto in Northumbria con una facilità che dire fa schifo è poco. Di ritorno alla spiaggia, però, i nostri trovano i guerrieri di re Aelle ad aspettarli.

And hilarity ensues.

La battaglia

Cominciamo, cosa non funziona con questa scena?

La tenuta dei vichinghi per cominciare (anche quella dei Northumbri, ma quella dei vichinghi fa davvero piangere i gattini). Come detto nell’articolo succitato, i costumi della banda sono decisamente brutti. E per sovrammercato, nessuno di loro pare portare una protezione decente: niente guanti, cuoio o panno imbottito, nulla. Pessima, pessima idea.

Ma limitiamoci agli aspetti tattici della faccenda!

Cominciamo con le forze in campo.

Per la squadra di casa, la Northumbria, abbiamo:

  • 3 cavalieri
  • 10 arcieri
  • 3 file da 10 lanceri
  • 10 con la spada nella prima linea.

53 uomini, o 50 se togliamo gli aristocratici a cavallo.

Per la squadra ospite, Norrenia, abbiamo:

  • 24 scudi
  • 6 lance
  • 2 archi.

Ovvero, compreso Floki sono 27 più un prigioniero.

I Northumbri sono quasi il doppio e meglio armati. Non dovrebbe esserci partita. Ma Ragnar può contare sull’Abilità SonoIlProgagonista e sul potere Pessima Sceneggiatura, quindi siamo tranquilli.

Difatti le trovate Ma Che Cazzo cominciano ancora prima del pestaggio.

  • D’acchito.

Il gruppo Northumbro è schierato in assetto di guerra esattamente davanti l’imbocco del sentiero, tagliando la via alla nave. Questo può voler dire solo due cose: si aspettano che i vichinghi arrivino da quel sentiero e non vogliono lasciarli scappare.

E il primo problema c’è già, grosso come una casa.

I Northumbri hanno 3 vantaggi: il numero, la sorpresa e l’agio di scegliere il terreno. E in una combo spettacolare, non approfittano di nessuno di questi!

I vichinghi stanno avanzando su un sentiero profondamente incassato tra le dune, una posizione estremamente vulnerabile.

Ho una proposta per il comandante Northumbro: mandi due tapiri con le accette ad affondare la nave, poi apposti gli arcieri sul crinale delle dune con gli spadaccini per ricacciare giù a calci qualunque furbone cerchi di arrampicarsi, e quando i nemci rompono in fuga te li carichi e gli fai le chiappe a fettine.

E ho un consiglio per Ragnar: prima di tornare indietro per la stessa strada che hai fatto a venire, manda qualcuno a controllare se la via è libera. Potresti scoprire che è meglio fare un altro giro. Magari dar fuoco a qualcosa come diversivo, e tentare uno sfondamento quando il grosso dei Northumbri accorre da qualche altra parte. Questo, ovviamente, se il comandante Northumbro non è affetto da qualche tenia cerebrale e prova a crearti delle difficoltà…

  • What is it?

E’ la battuta di un vichingo alla vista dello schieramento Northumbro. E’ la majala di to’mae. Che vuoi che sia?

  • Fate con comodo

I Northumbri non attaccano subito, sarebbe scortese, poi rischi di fargli male. Prima trascinano nel mezzo i cadaveri dei due pirla lasciati alla nave, perché chi non vuole un morto su cui inciampare, prima di una carica? Poi lasciano il tempo ai vichinghi di fare le faccine, schierarsi, fare un bel muretto, e solo dopo si risolvono ad attaccare. Che gentili.

  • Colpa della crisi

Gli arcieri tirano una sola salva. Difatti, noterete, non hanno una faretra, hanno delle costosissime spade. Perché le frecce avevano l’IVA troppo alta, immagino. Peraltro gli archi svaniscono subito dopo. No, non li lasciano cadere, spariscono: non sono più utilizzati né sono per terra alla fine della scaramuccia.

Ma forse i 10 arcieri stavano sulle palle del capoccia, visto che hanno una sola freccia in dotazione e subito dopo si ritrovano a caricare in prima linea senza uno scudo.

  • Becchi d’assalto

Avete mai notato che nelle cariche dei film i tizi non tengono mai la linea?

  • Dagni di cornate!

Come detto sopra, i Northumbri sono molto più numerosi dei vichinghi. I vichinghi si sono sapientemente disposti su una singola linea, con nessuno a proteggere i fianchi e le terga. I Northumbri potrebbero tranquillamente girargli intorno e affettargli le chiappe. Tempo necessario: 2 minuti e 46 secondi.

Invece no, come un sol uomo i signori prendono a cornate gli scudi. Punfete, punfete, punfete, nota tattica del Moscone contro il Vetro. Ora, già che sono a scapocciarsi la prima linea così, perché fare il giro sarebbe poco galante, potrebbero sfilettare le zampe dei normanni. Difatti noterete che i nostri non le stanno proteggendo, anzi, tengono lo scudo fisso alla stessa altezza. Ragnar lo tiene addirittura a due mani, perché è tanto ‘omo che non ha nemmeno un’arma per due terzi della battaglia. Scalzargli le rotule dovrebbe essere questione di pochi secondi.

Invece no. Capocciate sugli scudi e via a andare, che i colpi su polpacci e polsi non fanno punto!

  • Quanti vichinghi ci vogliono per…

Tirare 2 frecce?

EDIT: ecco, per la gioia di grandi e piccini!

I vichinghi hanno due arcieri. Sono pochini, ma meglio di niente. Potrebbero tirare a campana sulle zucche dei Northumbri.

Non lo fanno.

Perché uno dei due si decida a tirare, Ragnar e Rollo devono scansarsi, aprire la linea perché questo mentecatto tiri in linea retta nel muso di un nemico. Botta di culo che non colpisce nessuno dei suoi (e la probabilità di incidente in un’azione del genere sono innumerevoli), e che i Northumbri non ne approfittano per spingere e spezzare in due lo schieramento vichingo. Bontà loro.

La seconda volta che gli arcieri si rendono utili, come potete vedere dalla gif (contribuzione del buon Dago), è quando salgono ognuno su uno scudo. Dopodiché due normanni per parte li tirano su, e questi tirano (altro tiro diretto) nel mucchio.

Riassumendo, ci vogliono 6 vichinghi per tirare 2 frecce, e i Northumbri sono così impediti che la prima linea può privarsi di 2 scudi e 4 uomini senza risentirne minimamente.

  • They see me Rollin’

I Northumbri sono seghe tali che Rollo può sfondare tutte le loro 4 linee stile panzer, acchiapparne uno per il cravattino e riportarselo dietro il muro di scudi. Il tutto senza subire nemmeno una gomitata nelle costole o un calcio negli stinchi.

  • Uno alla volta, uno alla volta, uno alla volta per carità (cit., ci sono melomani in sala?)

Dopo la passeggiatina di Rollo, il regista si rende conto che è meglio distogliere l’attenzione dalla tattica, e segue una serie di close-ups di vichinghi machones che con una botta sola azzerano i Punti Vita dei Northumbri, schizzi di sangue e faccine buffe. Dopo aver mostrato un po’ di scenette, i nostri decidono che forse è il caso di riformare la linea.

Ora, chiunque abbia letto un qualsiasi libro, libretto, depliant di storia militare un minimo ben fatto, sa che una volta che la linea è persa, è persa. Puoi recuperare ritirandoti e raggruppando i tuoi in un nuovo schieramento, ma non puoi fare e disfare la linea nel mezzo di una mischia indiavolata.

Questo nel mondo reale. Nel mondo di History Channel (mortacci loro) i Northumbri sono gente molto comprensiva, e lasciano che i nostri amici si risistemino. Che a dargli noia rischi di spettinarli.

 

Bilancio finale:

Perdite Northumbre, 50. Più il prigioniero che, in tutto il casino, non è riuscito a scappare (forse considerava maleducato andarsene senza salutare).

Perdite Vichinghe, 2, più i 2 pirla che avevano lasciato alla nave.

Hooray I guess…

Da un punto di vista puramente narrativo, la battaglia ha 2 grandissimi problemi.

Il primo, i Buoni hanno vinto senza meritarselo. All’inizio la sproporzione di forze è troppo colossale (2 a 1), e nello svolgimento i nemici si mostrano troppo deboli e stupidi per costituire una seria minaccia. Se i Northumbri avessero i neuroni sufficienti a trovarsi il culo con le mani, vincerebbero in un batter d’occhio. Perdono perché manovrano come dei ritardati. Ai Buoni basta star fermi e aspettare che quelli si impalino da soli, o quasi (ho già detto che Ragnar nemmeno ha un’arma in mano?).

Se è chiaro che i buoni vinceranno senza colpo ferire o quasi, la tensione crolla. Non abbiamo paura che Ragnar, o Rollo, o la Lagertha si faccian male. Sappiamo che non se ne faranno. Alla fine non siamo felici per loro, perché non c’è stato nessun investimento sullo scontro.

Il secondo, strettamente legato al primo, la vittoria costa troppo poco. 2 scalzi e gnudi contro 50 militari in armi. Questo ci dice che i Northumbri sono gente del tutto inadeguata, che saranno presenti solo per essere cattivi buffi e per farsi ammazzare da Rollo che è tanto figo.

Per chiunque racconti storie: mettiti nei panni del tuo antagonista. Più l’antagonista è intelligente e capace, più il tuo eroe avrà merito per essere riuscito a sconfiggerlo. Se per far vincere il tuo personaggio devi far commettere errori cretini all’antagonista, vuol dire che il tuo eroe è a sua volta un povero scemo. Perché a qualcuno dovrebbe interessare una gara di lancio della cacca tra due menomati mentali?

Un antgonista ritardato non fa risaltare l’eroe, lo schizza di merda e basta.

Ma Tengy, direte voi, la saga è tanto piaciuta!

Vero. Il punto è: volete raccontare una storia di buona qualità o no? Avete rispetto per i vostri personaggi o non ne avete?

Concludo con una lettura che ho già consigliato, ma che ri-consivlio: Decisive battles of the Western World, del caro Fuller.

E’ tutto per oggi. Vi auguro un 2015 ricco in bottino e saccheggio!

MUSICA! (Da notare che nel video, fatto con un cinquantesimo dei quattrii investiti in Vikings, i costumi sono molto migliori)