Horror vintage: Arsenico e Vecchi Merletti

L’autunno è arrivato a la Tenger è precipitata da un mese e mezzo in un tunnel di malanni e ospedali, ma la cicciopelosi non mi impedirà di scrivere per il blog. Perché il motto della Fortezza è Accanirsi Sempre.

Conto tenuto del periodo (e della difficoltà di mettere insieme un articolo storico decente), oggi  parleremo di uno dei film più belli di sempre: Arsenic and Old Lace, tradotto in italiano con Arsenico e Vecchi Merletti.

Un po’ di storia

La Seconda Guerra Mondiale sta riducendo l’Europa a un colossale mattatoio, gli americani entrano in guerra e migliaia di uomini e donne vengono risucchiati nel mastodontico sforzo bellico.

Tra costoro c’è anche il quarantaquattrenne Frank Capra. Il nostro si è arruolato dopo l’attacco a Pearl Harbour ed è impegnato in una serie di film di propaganda nota come Why we fight. Capra era già un mostro sacro di Hollywood a questo punto, con successi come It Happened at Night (1934), Mister Smith Goes to Washington (1939) o Meet John Doe (1941).

Si tratta di film importanti, con forte messaggio morale e investimento.

Capra era un fervente patriota, ma anche un uomo d’affari, e nel  ‘41 decide di ritagliare il tempo anche per una commediola facile e leggera, qualcosa con cui fare un po’ di quattrini veloci per mantenere la famiglia durante il suo servizio militare.

Opta per una commedia che sta sbancando a Broadway, Arsenic and Old Lace.

La pièce nasce dalla penna di Joseph Kesselring, figlio di immigrati come Capra. Nel ’35 Kesselring era già riuscito a piazzare una commedia a Broadway con There’s Wisdom in Women (1935), ma è Arsenic and Old Lace a garantirgli un vero successo.

Partita come dramma su una vecchia assassina che avvelena i propri pensionanti per soldi, la storia viene rimaneggiata per diventare una strepitosa commedia noir.

La pièce sbanca tra il 1941 e 1944, con 1444 spettacoli a Broadway e 1337 a Londra. Il successo attira l’attenzione dei fratelli Warner, che ne comprano i diritti. Gli scaltri produttori Howard Lindsay e Russel Crouse però pongono come condizione che nessun motion picture fosse rilasciato finché lo settacolo era à l’affiche.

Capra era più che deciso a essere il regista dietro l’adattazione cinematografica della pièce, ma la clausola sul rilascio rallentato era un problema. Capra avrebbe dovuto convincere Jack Warner a investire in un film che sarebbe poi finito in congelatore per anni!

Il nostro però non si scoraggia: l’adattamento è facile e la storia esilarante, è un’occasione troppo ghiotta per passarla.

Capra procede con tattica. Per cominciare si accaparra i servizi delle straordinarie attrici Jean Adair e Josephine Hull (lei potreste averla vista in Harvey (1950), un’altra commedia spassosissima). Poi riesce ad assicurarsi lo straordinario Cary Grant come attore protagonista, la cui sola presenza garantisce un successo di pubblico. Infine il nostro fa fare alla zitta una previsione di spesa. Filmando in una sola location e limitando i tempi di realizzazione a quattro settimane, Capra sperava di tagliare sul budget e investire tutto sugli attori, i veri pezzi forti del film.

Stando a The Lost One: A Life of Peter Lorre, l’incontro tra Capra e Jack Warner andò come segue:

“Non tirarmi dalla finestra finché non mi hai ascoltato.”

“Che diavolo c’è?”

“Volgio fare Arsenico e Vecchi Merletti.”

“Da quale finestra vuoi essere tirato?”

“No, no, ho tutto pronto. Ho il cast, la star, il set, il budget, tutto è pronto!”

“Lo sai che non posso fare il film.”

“Hai me per far il film. Che è un bene. E ho tutto pronto e ti farò un film della Madonna e questo è un bene!”

“Oh, figlio di puttana, hai tutto pronto, potresti cominciare domani, vero?”

“Sì, posso!”

Al cast di fenomeni viene aggiunto Peter Lorre nel ruolo di Dottor Einstein. Alcuni lo riconosceranno come l’antagonista in M (1931) o lo smerciatore di esseri umani in Casablanca (1942). Lorre, che in questi film e in quello di Capra brilla nel ruolo di tedesco viscido, era un ebreo ungherese esule in America e aveva già lavorato con Coppola quando questi era al soldo della Columbia.

I nostri filmano dal 20 ottobre al 16 dicembre 1941. Capra lascia briglia sciolta ai suoi attori, senza accanirsi sull’attinenza al copione. Dopotutto era un cast col botto e tutti si scatenarono sul set ridotto che avevano a disposizione. In definitiva, la realizzazione finì con un giorno di ritardo, ma più di 99.000$ al di sotto del budget previsto di 1.220.000$.

Come da accordo, la prima dovette aspettare fino al 1944, proprio nel clou infernale della realizzazione della serie Why We Fight.

La brevità del progetto e il suo rilascio tardivo, nonché l’assenza dei tipici temi affrontati da Capra, portò i critici a snobbare il film. In realtà Arsenic and Old Lace ha più livelli di lettura, come spesso i film di Capra. Ad ogni modo fu un successo di popolo e si avverò lucrativo per tutti (tranne che per Capra stesso).

Ed ebbe un successo grandioso perché il film è assolutamente delizioso.

Il Film

Mortimer con zia Abby e zia Martha

Mortimer Brewster (Cary Grant) è uno critico teatrale che rinuncia alla propria carriera di “attivista antimatrimoniale” per convolare a nozze con Elaine, la figlia del pastore vicino di casa. Prima di fuggire in viaggio di nozze, i due piccioncini saltano su un taxi e passano da casa. Mentre Elaine corre a fare le valige, Mortimer ne approfitta per salutare le due adorabili ziette che lo hanno allevato dopo la morte dei genitori.

Capiamo presto che Mortimer, rimasto orfano in tenera età, è stato rallevato con amorevole cura da Abby e Martha, due sorelle rimaste zitelle e due vecchine dolci come lo zucchero. Le “signorine”, come pretendono di essere chiamate, sono persone un po’ all’antica, molto devote e molto impegnate in opere di bene. Aiutare i bisognosi è la loro grande vocazione. Tra le loro varie iniziative, c’è quella di prendere uomini in difficoltà come affittuari, per un prezzo simbolico, di modo da offrir loro un tetto e un riparo.  Le due si prendono anche cura di Teddy, il fratello picchiatello di Mortimer, un matto pittoresco ma innocuo, convinto di essere Teodoro Roosvelt.

Il presidente Teddy

Le nostre sono deliziate dalla notizia delle nozze di Mortimer e organizzano un impromptu té con torta. Mentre sono in cucina, Mortimer approfitta della visita per cercare il suo ultimo manoscritto.

Il nostro fruga in giro, apre una cassapanca e trova un cadavere.

Oibò

Un uomo, morto mortissimo, nella cassa sotto la finestra.

Dopo il primo shock, Mortimer si dice che Teddy ha finalmente schiodato e fatto del male a qualcuno. Con la morte nel cuore, informa le povere adorabili zie di questo fatto terribile. Teddy non può più stare in casa, è diventato pericoloso. Dovranno mandarlo al manicomio di Happy Dale.

Le zie lo rassicurano: non c’è di che preoccuparsi, Teddy non c’entra, il signore l’hanno ammazzato loro con un vino di sambuco avvelenato.

Due care signore mosse da carità cristiana

In breve le ziette, sempre pronte a far del bene, attirano in casa loro uomini soli al mondo per porre fine alle loro sofferenze. I loro “ospiti” sono poi sepolti con rito cristiano in cantina, dove il picchiatello Teddy scava foss convinto di essere sul cantiere di Panama.

Uno sconvolto Mortimer si trova a dover accettare che le sue amatissime zie sono due assassine seriali (come gran parte della gente della famiglia, la cui storia Mortimer descrive come: “Hellzapoppin! scritto da Strindberg”) e che la follia fa parte del suo corredo genetico. Non solo, il nostro si trova davanti l’impossibile scelta di chiamare la polizia. Il tutto menre deve nascondere la terribile scoperta a una novella moglie sempre più spazientita.

Mortimer decide che, se riesce a far rinchiudere Teddy a Happy Dale, le zie saranno costrette a sospendere gli omicidi in quanto troppo deboli per occultare il cadavere.

Mentre architetta questo improbabile piano però, il terzo fratello torna a casa: Jonathan, un assassino e delinquente di carriera, che si trascina al seguito un chirurgo estetico alcolizzato (Lorre). Il nostro ha bisogno di occultare un cadavere (un altro!) e di farsi fare una nuova faccia dal suo complice.

E sicché da “mi fermo cinque minuti a salutare le zie, che abbiamo il treno!”, Mortimer si trova impantanato in casa con Roosvelt che suona la tromba, tre assassini seriali, un delinquente alcolizzato e una dozzina di cadaveri.

La situazione peggiora in un crescendo di ritmo e orrore, nella miglior tradizione della commedia anno ’40!

Immagine correlata

Una necessaria nota sulle chiavi di lettura

Come accennato, il film è stato snobbato come “semplice commedia” dai critici del tempo. Iiiiih, che schifo una storia raccontata bene e basta, no?

In realtà oltre che snob i critici furono anche densi come la melassa.

Come fa notare Gunter nel libro The Capra Touch, la commedia di Kesselring aveva un sottotono macabro e critico, che persiste nel film.

Sia Kesselring che Capra erano figli di immigrati e avevano sperimentato sulla propria pelle il “sogno americano”. Avevano sperimentato di prima mano la grande contraddizione tra la libertà, le promesse, le opportunità, e la violenza, lo sfruttamento e la discriminazione che si nascondevano appena sotto la superficie.

Come la propaganda americana, le adorabili ziette di Mortimer, la famiglia benestante, la bella casa accanto al pastore non sono che la crosta zuccherosa, la promessa allettante sotto cui si cela follia, violenza e sangue.

Il copione calca e porta al ridicolo e all’esilarante un grottesco e caricaturale senso di “libertà”. Quando Mortimer confronta le zie riguardo alla loro brutta abitudine di spacciare uomini vulnerabili, zia Abby ribatte con dolcezza: “Mortimer, noi non ti impediamo di fare ciò che ti piace. Non vedo perché tu dovresti interferire con noi”.

Quando il tuo nipote preferito ti dice che uccidere la gente non è carino

La satira tocca anche l’America stessa e la sua storia. La bella casa dei Brewster, famiglia storica e osservante, ha una cantina piena di cadaveri e ospita una famiglia di squilibrati assetati di sangue.

La pièce teatrale finisce su una nota macabra, sottintendendo che la contraddizione tra violenza e libertà insita nella società americana non avrà mai soluzione. Il film di Capra ha un finale molto più ottimista. Dopo aver preso atto delle contraddizioni e ipocrisie della famiglia Brewster (e della società americana in generale), dopo aver accettato che omicidio, violenza e sfruttamento fanno parte del pacchetto, lo spettatore è lasciato su una nota positiva di un futuro complicato ma non segnato per sempre dagli errori del passato. Che poi era ciò che lo spettatore voleva sentirsi dire, nel pieno di una Guerra Mondiale.

Il finale leggermente diverso cambia molto in fatto di tema, ma entrambi sono risoluzioni accettabili alla storia che viene presentata. In defiitiva, sia la pièce teatrale che il film sono eccellenti opere.

L’unico punto in cui la pièce teatrale fu certamente migliore del film?

Jonathan era recitato da Boris Karlof. E questa la capirete quando vedrete il film!

 

Trama Good_Grumpy
Attori Good_Grumpy
Ritmo Good_Grumpy
Regia Good_Grumpy
Sceneggiatura Good_Grumpy
Satira di costume Good_Grumpy
Le due ziette sono tra i migliori personaggi mai scritti Good_Grumpy

 

Al di là di dotte interpretazioni decostruite e filosofici dissensi su libertà e violenza, Arsenic and Old Lace ha un cast straordinario ed è da pisciarsi dal ridere.

Le due vecchiette assassine sono un mito assoluto e il mio personale modello. Da vecchia voglio essere uguale, dall’abito edoardino, alle torte fatte in casa, ai dodici cadaveri in cantina!

CARICAAAAAA!


Bibliografia

GUNTER Matthew, The Capra Touch: A Study of the Director’s Hollywood Classics and War Documentaries, 1934–1945, 2011

YOUNGKIN Stephen, The Lost One: A Life of Peter Lorre, 2005

Un articolo su Criterio Channel

Joseph Kesselring su Wikipedia

La pagina Wiki della pièce teatrale

La pagina Wiki di Capra

La pagina Wiki del film

 

Dark city

Una metropoli di notte. Un uomo si sveglia di colpo in un appartamento che non riconosce, confuso e senza ricordi. Nell’appartamento c’è una donna: è morta, qualcuno le ha coperto il corpo di spirali con la punta di un coltellaccio. Mentre l’uomo fissa la scena con orrore, il telefono squilla. Un tizio lo avverte che deve scappare: stanno venendo a prenderlo.

Chi sta venendo a prenderlo?

Tre individui pallidi che sembrano i fratelli magri di Nosferatu.

Perché lo vogliono?

Non si sa. L’uomo scende nella hall, dove tutti sembrano addormentati. Dico sembrano, perché presto ci rendiamo conto che quel sonno ricorda più un coma che altro. E proprio quando stai per dirti che questa è la mezzanotte in punto più lunga della storia del cinema (da quando l’uomo si sveglia a quando scende nella hall!), gli orologi riprendono e tutti si rianno come se nulla fosse. Confuso e spaventato, l’uomo fugge nella tentacolare città notturna. Sulle sue tracce, i tre individui e la polizia, a caccia di un serial killer che si diverte da qualche giorno a uccidere prostitute.

Dark city è un film del 1998, diretto da Alex Proyas, lo stesso regista del celeberrimo The Crow. Proyas scrisse il copione a sei mani insieme a Lem Dobbs (co-sceneggiatore dello spassosissimo Romancing the stone, o, in italiano, All’inseguimento della pietra verde, grazie traduttori, mi regalate sempre grandi gioie) e David Goyer (che aveva appena sceneggiato il prequel del Corvo e Blade).

Quando la storia cominciò a prender forma, nel ’91, l’idea era di raccontare la vicenda di un detective degli anni ’40 che scivola sempre più verso la follia quando i fatti in una sua indagine perdono senso logico. Col passare del tempo però, il focus si spostò dallo sbirro ossessionato alla persona che lo sbirro insegue, John Murdoch. E nel 1998, John Murdoch è il nostro protagonista, interpretato da Rufus Sewell.

Dark city comincia come un noir, ma subito lo spettatore si rende conto che qualcosa non quadra. L’ambientazione pare l’America degli anni ’50, salvo poi mostrare a tratti elementi dei ruggenti ’60 o ’40. I tre tizi in nero sono loro da soli un elemento bizzarro che non pare integrarsi in niente. Sono umani?

All’inizio, mentre stanno cercando Murdoch, interrogano il concierge dell’hotel in cui il nostro protagonista si è risvegliato. Una scena dopo, l’ispettore Bomstead arriva allo stabilimento per indagare l’omicidio della prostituta. Dietro il bancone è seduto un uomo completamente diverso, che tuttavia parla come l’altro e pare avere gli stessi identici ricordi.

Il film continua, e non si può fare a meno di notare che, per esser notte fonda, la città ferve di attività. Io sono una nottambula che dorme dall’alba al pomeriggio e lavora al meglio dalle 10 di sera alle 6 di mattina e, lo confesso, sono gelosa. Anche a me piacerebbe trovare uffici e negozi sempre aperti!

Nella Città hanno qualche inconveniente però. A mezzanotte in punto, tutto si ferma. Tutto. Macchine, treni, persone. Tutto scivola in un coma profondo, e gli omini neri, gli “sconosciuti” (strangers) escono dai loro nascondigli.

Ricorda un po’ le nostre cene in famiglia…

La premessa del film è un evergreen: e se la nostra realtà non fosse vera, ma fosse un’illusione?

Suona familiare, vero?

Il film Matrix uscì appena un anno dopo, e, a chiosa, parte del loro set fu messo insieme riciclando proprio quello di Dark city!

E indovinate: Dark city è meglio. Non perfetto, ma meglio. E con buona pace della fanbase, Matrix è uno dei film più sopravvalutati del secolo (ed è invecchiato malissimo! Ecco, l’ho detto!).

Mentre in Matrix la realtà in cui ci muoviamo è virtuale, Dark city adotta un approccio un po’ diverso. La realtà non è tanto illusoria, quanto mutevole e inaffidabile: la vera alterazione non è fuori, è dentro. Non è il mondo a essere falso, sono i tuoi ricordi a esserlo.

Uno dei temi di questo film è il ruolo della mente nella costruzione di una realtà. E non è un caso che una delle fonti di ispirazione sia stato il libro di Daniel Schreber (che dà il nome a uno dei personaggi principali, interpretato da Kiefer Southerland), un disgraziato nato nel 1842 da padre sessuofobo e uber-severo, che finì, come era prevedibile, in un grullocomio. Prima di morire il buon Schreber lasciò un libro, Memoirs of My Nervous Illnes, che descriveva le sue psicosi. Schreber era convinto che in ipnotizzatore si fosse infilato nel suo cervello per alterare i suoi pensieri e le sue percezioni (dandogli strane idee, tipo “non sarebbe ganzo farsi scopare come una donna?”). Non solo, era convinto che le anime dei defunti gli si stringessero attorno, come “uomini improvvisati e fluttuanti”.

In Dark city la vera domanda non è “e se la realtà fosse illusoria?”, ma “e se tu fossi illusorio?”

Domande esistenziali

Col progredire della vicenda vediamo che la città è controllata in ogni atomo dagli Strangers, umani solo all’apparenza. Ogni notte a mezzanotte, gli Strangers si riuniscono sottoterra per il tuning: concentrano i loro poteri psichici megacosmici e voilà! Case emergono, palazzi spariscono, strade si aprono, piazze si chiudono. Gente è spostata, cambiata di abito e di classe sociale, finché Schreber non inietta nella loro testa una nuova memoria.

Quello che gli Strangers vogliono è capire. Cosa ti rende ciò che sei? Sei qualcosa, al di là della somma dei tuoi ricordi?

Se quei ricordi dovessero cambiare, o addirittura sparire, cosa resterebbe di te? D’accordo che cogiti quindi sei, ma se quelle cogitazioni non fossero le tue?

Detto così sembra un film fighissimo che più figo non si può!

Beh, dai…

Well, abbastanza. Intanto è importante notare che sto parlando del Director’s cut. Ci fu infatti un problemino con la produzione, che trovava il film troppo bizzarro e inquietante per il pubblico. Proyas stesso si fece venire un sacco di paranoie, e tirò fuori un Theatrical cut, che a mio modesto parere perde un buon 20% di figaggine. Il Director’s comincia in medias res, e seguiamo il nostro protagonista sconosciuto in un luogo che in apparenza ci è familiare (una città americana di notte) e che via via mostra sempre più incongruenze e anacronismi, come in un brutto sogno.

Nel Theatrical, un narratore ci racconta buona parte del twist d’acchito, togliendo un sacco alla suspence, ma soprattutto al sentimento di confusione e disagio che è l’anima stessa di questo film.

Anche nel Director’s però ci sono dei problemi, e sono legati principalmente alla verosimiglianza. Succede spesso quando ficchi una magia troppo potente nella storia.

Gli Strangers hanno una vasta paletta di poteri mentali strafighi: sono telecinetici, volano, e soprattutto manipolano la materia. Quando sono tutti insieme possono riarrangiare l’intera città come una palletta di pongo.

Tuttavia, quando sono confrontati per la prima volta con Murdoch e constatano che i loro ordini telepatici non funzionano, invece di usare il resto dei loro poteri, tirano fuori il coltellaccio.

Questo è un grosso problema. Un pugnale non è un’arma inquietante, non in mano a qualcuno che può nuclearizzare un palazzo di 15 piani col pensiero. Per quanto gli Strangers riescano a essere, nell’insieme, antagonisti paurosi, quando sfoderano il taglierino la tensione cala.

Un altro problema è la computer grafica. La battaglia finale è a tratti bella da vedere, a tratti sono due tizi che si guardano brutto urlando con roba trasparente che gli spara dalla fronte. E’ uno scivolone grave, più degno di una puntata dei Power rangers che di un film, ed è un peccato. Per quasi tutta la durata il film riesce benissimo a creare un’atmosfera kafkiana, e poi BUM! Onde energetiche. Non dico che è buffo da vedere come il duello tra Lo Pan e l’altro vecchietto in Big trouble in Little China (film tanto cretino quanto divertente), ma siamo lì.

E la fine mi ha lasciata con la testa piena di domande. Come farà questa gente a sopravvivere? Cosa mangeranno, dove coltivano? Ok che Murdoch può usare il tuning, ma ci saranno dei limiti, no? E se no, come ha fatto a diventare così potente? Peraltro, lo aspetta una lunga settimana da Demiurgo se l’idea è quella di fargli creare un mondo nuovo da zero. Voglio dire, l’avete letto Ende, quando Bastian ricrea Fantasia fa un casino che levati!

Ciò detto, il film ha dei grandi pregi.

Per esempio

L’atmosfera è ottima. “Kafkiana” ho detto prima, ed è l’aggettivo che viene in mente: una gigantesca città notturna, senza vie di uscita, che rivolve costantemente su sé stessa senza possibilità di fuga. Anche il supposto paradiso, Shell Beach, suggerisce un luogo chiuso, un guscio che non si può rompere.

Guardandolo mi sono tornati in mente i grandi fil dell’espressionismo tedesco, tipo The Cabinet of dr. Caligari, o lo splendido Metropolis.

I comprimari sono ben tratteggiati, soprattutto il dottore e l’ispettore. Emma (Jennifer Connelly) è un po’ più la tipica coprotagonista femminile, messa lì per essere il supporto morale e la donzella vulnerabile, ma almeno in questo film sembra avere una sincera affinità con Murdoch.

A differenza di Matrix, in cui passano da “buongiorno” “buonasera” a “ommioddio sono follemente innamorata di te, ma continuerò ad avere la stessa faccia da insonnia che ho avuto per le ultime due ore”.

John Murdoch è un buon protagonista. E’ amnesico, ma nonostante l’assenza di ricordi traspare una personalità “piacevole”. Sewell è un buon attore a mio parere, e in questo film riesce a rendere bene il travaglio del personaggio, lacerato tra il desiderio e la paura di scoprire chi è, solo per poi trovarsi invischiato in una situazione molto, molto peggiore della peggiore previsione possibile.

La tana degli Strangers

Per quanto mi riguarda, sono stata subito risucchiata dall’ambientazione, il tono e l’atmosfera. Ho un’idiosincrasia per i film che invece di raccontare una storia esplorano profonde questioni esistenziali, ma nella fattispecie le ho trovate ben studiate e integrate nella trama, e soprattutto legittime. Sono domande interessanti, non il solito messaggio evergreen sulla forza dell’ammoreh o l’insensatezza della guerra. Ho amato molto anche gli Strangers (Mr. Hand è Riff Raff del Rocky Horror Picture Show!), vuoti e inquietanti. Mi hanno ricordato per molti versi gli Uomini Grigi di Momo, altro romanzo di Ende.

Non ne so abbastanza di cinema per capire cosa di preciso mi sia piaciuto in certe scene. Una delle più terrificanti per me, e sinceramente non saprei dirvi il perché, è quella in cui Murdoch deve recuperare il suo portafogli da un ristorante automatico. A differenza di molte altre scene, questa si svolge in una stanza chiara e ben illuminata. Che sia per la frenetica ma impersonale attività del posto, o perché senza ombre non puoi nasconderti, non saprei dire, ma qualcosa nella scena mi ha messo la pelle d’oca.

In un altro momento Murdoch arriva a quella che crede essere un’uscita, ma è solo una piccola stanza spoglia, il mare è solo un poster appiccicato sul muro di fondo. E’ in scene come quelle che si realizza la claustrofobia, la frustrazione e la paura del protagonista. Non può scappare, non può vincere. Mi ha ricordato molto quei simpatici incubi in cui cerchi di svegliarti senza riuscirci.

Riassumendo

Il soggetto

 

La sceneggiatura

 

La storia

 

L’atmosfera

 

Incongruenze nei poteri degli Strangers

 

Pugnali?

 

I personaggi

 

Scenografie  e fotografia

 

Il protagonista

 

La colonna sonora

 

Il duello finale

 

Il tema della storia

 

Dark city fu un fiasco al box-office, mentre Matrix, che ha in comune un sacco di idee, fu un successo. Forse lo stile, le esplosioni e i computer erano più appetibili di una metropoli noir. Il che è anche comprensibile. Tra i due, io scelgo Dark city a mani basse. Avrà i suoi difetti, ma alla fine i personaggi hanno una personalità, sembrano esseri umani. Neo e Trinity sono la coppia più noiosa e con meno intesa della storia del cinema. Inoltre, in Dark city non c’è simbolismo cristiano che a tratti avrebbe anche un po’ rotto le scatole.

Ad ogni modo, questo film è straconsigliato.

MUSICA!