Chi sono i samurai?

Chi frequenta la Fortezza avrà intuito che la sottoscritta ha una fastidiosa tendenza alla pignoleria. Negli Studi Umanistici ci fanno una testa così sul lessico e la scelta dei termini, e hanno ragione: a seconda il contesto la stessa parola può voler dire cose molto diverse. Se lo scopo del linguaggio è comunicare informazioni e concetti, è indispensabile chiarire fin da subito cosa si intende con cosa e in che contesto.

Potete immaginare quanto soffro ogni volta che apro un articolo di giornale e vengo assalita da valanghe di buzzwords tirate dentro ad glandus segugi.

Il punto è che usare le parole a cazzo è una pestilenza che, a mio modesto parere, sta facendo danni reali al nostro cervello. Invece di scambiare argomenti articolati, le discussioni si limitano a un palleggio di termini impropri che arrivano accompagnati dal loro bel pacchetto di concetti associati d’ufficio. Per usare un linguaggio meno tecnico, non è un confronto di punti di vista, quanto una sassaiola fatta a pallate di fango.

Oggi, nel mio piccolo, ho deciso di prendermela con una parola che mi provoca regolare ulcera: samurai ().

Priorità nella vita!
Arte dello straordinario artista contemporaneo Noguchi Tetsuya

Cosa vuol dire “samurai”?

Cominciamo col fare un distinguo importante: esistono termini usati dai contemporanei ed esistono termini usati dagli storiografi per descrivere a posteriori un fenomeno passato.

In diversi periodi della Storia giapponese samurai è stato usato per descrivere cose diverse.

Oggigiorno viene spesso impiegato in modo più o meno appropriato per descrivere il “guerriero giapponese”.

Tre problemi qui:

-Il termine originariamente non ha nessuna connotazione militare;

-per secoli non c’è stata nessuna definizione legale di “guerriero” come categoria sociale;

-cos’è un “guerriero”?

Cominciamo dall’ultima. Che cos’è un guerriero?

Tecnicamente, qualcuno che fa la guerra. L’immagine che la parola evoca è spesso quella del cavaliere pesante o del vichingo feroce, del combattente professionista formato dalla gioventù al mestiere delle armi. Ma “fare la guerra” comprende molto più del caricare lancia in resta o partecipare di persona a un combattimento. Peraltro gran parte dei “guerrieri” antichi praticavano altre attività economiche a parte il farsi ammazzare.

Non solo, ma che dire di tutti quelli che non sono combattenti d’élite? Se guerriero è “chi fa la guerra”, questo include fanti, esploratori, ingegneri, facchini…

Non voglio dilungarmi in questo articolo sul concetto di guerriero: il punto è che spesso la gente butta in giro la parola “guerriero” senza davvero porsi il problema del suo significato.

Passiamo al secondo punto: le definizioni contemporanee e quelle a posteriori.

C’è stato un periodo della Storia giapponese in cui i guerrieri erano in effetti una categoria sociale chiaramente e legalmente definita. Tuttavia la guerra e il mestiere delle armi (anche come professione esclusiva e vocazione) sono molto più antichi.

Il “guerriero” inteso come militare di professione la cui vocazione principale è la via delle armi esiste da prima della parola samurai.

Di recente abbiamo concluso una lunga serie di articoli su Taira Masakado e le ribellioni che squassarono l’Impero giapponese verso la metà del X° secolo. Taira Masakado era senza dubbio un guerriero e qualcuno che considerava la “via dell’arco e della freccia” come parte essenziale della propria identità. Non si sarebbe mai definito un samurai, tanto che l’appellazione gli viene appioppata da Friday come provocazione (vedi Taira no Masakado: the first samurai, di Karl Friday).

Usare samurai prima della nascita del Bakufu è problematico, ed è per questo che molti storiografi preferiscono il termine meno controverso di bushi (武士).

Ma cos’è un bushi?

Secondo il Progressive waeichū jiten, il dizionario giapponese-inglese di default sul mio Ex-word, il bushi è un guerriero. Questo ci lascia col problema accennato più in alto: tutti i bushi sono guerrieri, ma non tutti i guerrieri sono bushi. Cos’è davvero un bushi?

Secondo il dizionari giapponese-giapponese Kōjiten, il bushi è un guerriero professionista che si campa la vita col mestiere delle armi. Definisce questi individui come appartenenti a una specifica classe sociale che sarebbe esistita dall’epoca di Heian (794-1185) a quella di Edo (1603-1867).

Minamoto Tametomo separa due lupi, dal pennello di Utagawa Kuniyoshi (1798-1861)

Per non zavorrarci troppo, diciamo che con “guerriero” si intende in questo contesto l’arciere pesante a cavallo, antenato diretto dei samurai.

Questo tipo di combattente è necessariamente un professionista e predata l’epoca di Heian: nel 701 la Corte pubblicò un vastissimo corpus di leggi penali e civili (i famosi Codici, Ritsuryō), in cui si parla di unità di cavalleria e arcieri pesanti a cavallo.

Possiamo quindi dire che il bushi esisteva di certo già dal 701?

Hum…. dipende.

Se anche prendiamo Heian come riferimento, i militari dell’VIII° secolo non usavano la parola bushi per parlare di loro stessi. Il termine corrente all’epoca era mononofu o tsuwamono (), il cui kanji è lo stesso usato nei Codici per indicare i soldati di leva (quindi gente che non pratica le armi come professione, ma coscritti contadini) o musha (武者) (che indica più specificatamente “persona di guerra”).

Nello stesso periodo troviamo spesso il termine samurai come sostantivo del verbo saburau, ovvero “servire”. Come accennato, non ha nessunissima connotazione militare e indica semplicemente il servitore al servizio di un nobile.

Ricordiamo che prima del 1185 l’Impero giapponese è governato da un’aristocrazia strettamente civile che esercita la propria autorità tramite istituzioni burocratiche o legami personali di clientelismo. La carriera militare era considerata come molto inferiore rispetto a quella civile e riservata a gente che non poteva diventare letterato.

Secondo Okuda il significato di samurai sarebbe cambiato dopo la salita al potere dei militari alla fine della Guerra di Genpei (1180-1185): i bushi impiegavano guerrieri di basso rango come servitori, ergo il samurai passa da “servitore di un nobile” a “servitore di un nobile guerriero” a “servitore guerriero” e “guerriero/vassallo”.

Il samurai nel senso di guerriero non esiste prima del XIII° secolo. Ora lo sapete. Se volete riferirvi a chiunque prima di questa data, usate bushi o vi vengo a tirare le orecchie.

Fuoco e legnate durante i disordini di Heiji, propdromi della grande guerra civile tra Taira e Minamoto

Quindi per parlare di gente come Masakado basta usare bushi e son tutti contenti, no?

Sì, ma con cautela.

In storiografia contemporanea bushi è spesso usato per descrivere il guerriero feudale, ovvero qualcuno che andava in giro a scapitozzare dopo il XII° secolo, durante e dopo la Guerra di Genpei.

La Guerra di Genpei è un avvenimento cardinale della Storia giapponese: lo è a posteriori per gli storiografi e lo è stato per i contemporanei. La Guerra di Genpei ha cancellato il mondo di prima e ne ha creato uno nuovo.

Abbiamo una testimonianza interessantissima di questo evento grazie a Jien (1155-1225), un monaco poeta e storiografo che poté godersi lo sgretolamento del potere aristocratico, il collasso della dittatura Taira, la guerra civile e la nascita dello shōgunato sotto Minamoto Yoritomo e sua moglie Hōjō Masako. Il nostro ha parlato delle sue impressioni nel Gukanshō, dove descrive gli avvenimenti in questi esatti termini: il vecchio mondo è morto si entra ormai nel “mondo dei guerrieri” (musha no yo).

E’ molto comodo avere un evento storico così chiaro e distinto per orientarsi e con cui definire un “prima” e un “dopo”.

In realtà i bushi che hanno rivoluzionato il Giappone nel 1185 non sono apparsi nel 1180 ma sono il frutto di un’evoluzione graduale. E questo ci porta al secondo contenzioso del termine bushi!

Il bushi è il guerriero feudale, e costituisce la nuova classe dirigente dal 1185. Ok, ma da quando possiamo trovarli?

E soprattutto: cosa si intende con “guerriero feudale”?

Come accennato prima, il termine “feudale” è stato coniato a posteriori dagli storiografi. Si tratta di una parola usata per descrivere la Storia europea che è stata poi estesa alla Storia giapponese.

Verso la fine del Periodo Meiji (1868-1912), gli storiografi giapponesi avevano assorbito le nuove idee politiche e metodologiche dei ricercatori occidentali. Il Giappone stava furiosamente riacchiappando il ritardo tecnologico e occidentalizzando il Paese, e questo influenzò anche il modo di raccontare la Storia: si cerca di trovare similitudini e parallelismi con la vicenda europea e il punto comune tra le due realtà sembra essere il periodo feudale. Il sottinteso politico era che il Giappone era essenzialmente diverso dal resto dell’Asia, aveva una società più civilizzata e più vicina a quella occidentale, e per questo era riuscito a sfuggire alla brutale colonizzazione.

Il bushi doveva diventare l’equivalente del cavaliere medievale, nella storiografia e nell’immaginario nazionale.

Uno dei nomi più significativi agli inizi del XIX° secolo è quello di Asakawa Kan’ichi, uno strenuo difensore del parallelismo bushi-cavaliere. Secondo lui i bushi avevano origine nello sviluppo di una classe di proprietari terrieri nell’VIII°-IX° secolo. Col X° secolo questi notabili avrebbero cominciato ad armarsi e offrire i propri servigi a i più prominenti tra loro in cambio di protezione, per sopperire al vuoto delle istituzioni di Corte. Costoro sarebbero presto maturati in una vera e propria classe sociale, sottomessa a una Corte di aristocratici civili che si vuotava poco a poco del proprio potere reale.

Secondo Asakawa (ripreso anche da Samson), la classe guerriera si sarebbe evoluta per sopperire ai buchi di un sistema militare inefficace che non riusciva a proteggere i notabili locali e l loro famiglie (interpretazione molto vicina a quella offerta per lo sviluppo del Feudalesimo in Europa, nato dal crollo dell’Impero Romano).

I due fattori chiave dietro questo fenomeno sarebbero quindi da una parte un sistema militare scassato e il proliferare degli shōen, latifondi privati esenti da tasse e spesso immuni dalla legislazione ordinaria, che avrebbero minato in modo irreparabile l’autorità pubblica nelle provincie.

Okuda condivide questo punto di vista: i guerrieri del Bandō avrebbero creato una rete di legami personali parallela a quelli istituzionali per difendersi dall’inettitudine dell’autorità pubblica e dalla rapacità degli interessi privati.

Per chi ha seguito la rocambolesca vicenda di Masakado, è innegabile che i guerrieri orientali erano spesso piccoli proprietari terrieri e allevatori, e spesso si mettevano sotto la protezione di un notabile locale più importante: Taira Masakado interviene ad esempio per difendere gli interessi del suo gregario Fujiwara Haruaki, che sta avendo problemi con i funzionari provinciali inviati dalla Corte.

E’ anche innegabile che nelle provincie, specie quelle orientali, la legge ufficiale era applicata fino a un certo punto.

Allo stesso tempo è anche chiaro che i Codici hanno giocato un ruolo importante nella vicenda di Masakado: come sottolinea Hall, i Codici restarono in vigore e furono applicati (con più o meno zelo) fino almeno al X° secolo (quando furono affiancati ai Regolamenti dell’era Engi, i celeberrimi Engishiki).

Ishimoda Shō è quello che meglio ha elaborato la teoria secondo cui i bushi sarebbero stati un’evoluzione necessaria all’indebolimento delle istituzioni e avrebbero sviluppato la propria influenza fino a sbocciare, verso la fine di Heian, in una situazione in cui questa classe militare provinciale esercitava il proprio controllo su una vasta massa contadina ridotta, de facto, in servitù.

L’interpretazione di Ishimoda sottintende che questo processo di feudalizzazione sarebbe particolare al Giappone e distinguerebbe il popolo giapponese dal resto dei popoli orientali, facendone uno tradizionalmente capace di evolvere e superare vecchie istituzioni in nome della praticità.

Prima di progredire con questo appassionante discorso, i più svegli si saranno detti:

Spetta un secondo, ma hai sfrangiato le gonadi finora con la definizione di “guerriero”, e mo’ butti in giro il termine “feudale” così, a crudo?”

Right-oh!

Secondo il ponderoso tomo di storiografia comparata Les féodalités, Bournazel e Poly ripropongono la definizione di Sirinelli:

[FR]

Il s’agit de l’ensemble des institutions et des relations – juridiques ou autres – permettant la dévolution et l’exercice de ce que l’on appelle le pouvoir ou l’autorité, mais replacées de surcroit au sein des sociétés, des valeurs et des cultures qui les sous-tendent. Les systèmes politiques ainsi entendus incluent donc l’analyse des grandes constructions institutionnelles, mais également l’étude de leur soubassement social et culturel : le socle économique ou les rapports sociaux, assurément, mais aussi […] les idéologies, les cultures politiques, les représentations et les valeurs.

[IT]

Si tratta di un insieme di istituzioni e relazioni – giuridiche o meno – che permettono la devoluzione e l’esercizio di ciò che chiamiamo il potere o l’autorità, e collocate inoltre in seno alle società, ai valori e alle culture che le sottintendono. Il sistema politico così inteso include quindi l’analisi delle grandi costruzioni istituzionali, ma anche lo studio della loro base sociale e culturale : le fondamenta economiche o i rapporti sociali, di certo, ma anche […] le ideologie, le culture politiche, le rappresentazioni e i valori.

In altre parole il “feudalesimo” è caratterizzato da un certo tipo di istituzioni e relazioni, ma anche da cultura, rappresentazioni, strutture economiche ecc.

Ora, qualche sventurato a cui sia capitato di assistere a una “dotta discussione” di certi “appassionati” sulla storiografia avrà sentito buttare in giro termini come “marxismo” o “marxismo culturale”. Si tratta di un certo modo di studiare e interpretare la Storia che pone particolare accento sulla struttura economica di una società (per dirla in termini molto banali, tutto il resto è “sovrastruttura” e dipende direttamente dal sistema economico). L’”ossatura” della società è determinata essenzialmente dai rapporti di produzione.

Questo modo di vedere la Storia, che gli “appassionati” di cui sopra tirano fuori come se fosse una qualche recente moda appena sfornata dalle femministe della terza ondata, data in realtà degli anni ’50 e ’60 specie per ciò che riguarda la storiografia giapponese (e, a chiosa, l’ondata corrente del femminismo è la quarta e non la terza, ma quando si parla a vanvera capita di sbagliarsi).

Già negli anni ’60 lo storico francese Georges Duby aveva fortemente criticato questo approccio. Uno dei problemi era che la corrente marxista tentava di porsi in una maniera realista e pragmatica, ma gli uomini, gli esseri umani che costituiscono le società, non sono né realisti né pragmatici. I sentimenti (e i conseguenti comportamenti) degli individui e dei gruppi sociali rispetto al loro ruolo nella società non sono dettati dalla realtà economica, ma dall’idea che detti individui e gruppi sociali hanno della realtà economica!

Gli esseri umani non vivono nella realtà, vivono in un’idea, un racconto di realtà.

Che certamente ha a che fare con la realtà oggettiva, ma è comunque filtrata, interpretata e influenzata. La struttura economica è certamente fondamentale nell’evoluzione di una società nelle sue mille declinazioni (cultura, politica, guerra, arte, ecc.), ma è solo uno dei vari fattori in gioco.

In altre parole, una società è feudale non solo se la sua struttura economica è feudale, ma se le sue idee, se la sua visione è feudale.

Cosa si intende con “feudalesimo” in questo contesto?

A differenza degli europei, i giapponesi non hanno un termine indigeno che descriva la struttura feudale. “Feudalesimo”, hōken, è un termine tradotto e preso alla storiografia occidentale. E’ la traduzione dei concetti di feudalism o Lehnwessen. Come in Europa questi concetti sono associati al cavaliere, in Giappone sono stati legati al bushi.

Maki Kenji propone una lettura più “orientale” di hōken, proponendolo come traduzione di fengjiang, “fondare un feudo”, impiegato in Cina quando l’Imperatore concedeva delle terre a dei potenti, delegando loro l’autorità imperiale su quei territori. Per Kenji, il tratto determinante dell’hōken non è molto la sua relazione con una classe guerriera, ma la decentralizzazione del potere: hōken è da concepire in opposizione alla società centralizzata prevista dei Codici, gunken.

Se però torniamo un attimo a Jien, possiamo notare che ciò che più ha sconvolto i contemporanei durante il cambio di regime nel 1185 non è stata la decentralizzazione, quanto il carattere essenzialmente militare di questa nuova aristocrazia (soldati al potere? Pofferbacco, che cosa eterodossa!).

Ad ogni modo e quale che sia la declinazione che si dà al termine, è chiaro che il bushi è parte essenziale della faccenda. In altre parole, il feudalesimo giapponese non è necessariamente definito dal ruolo che il bushi gioca in esso, ma il bushi è una creatura feudale.

Chiedo scusa, ma DOVEVO USARE ‘STA STRONZATA o il pensiero mi avrebbe perseguitata fin nella tomba!

Negli anni ’50 gli storiografi cominciarono a rimettere in dubbio la centralità del guerriero nella società feudale. Questa nuova corrente toglieva il focus dai guerrieri per metterlo sul potere distante esercitato dai signori assenteisti sui loro latifundia nella provincia. Secondo Shimizu Mitsuo, i guerrieri locali non sarebbero la forza innovatrice descritta da Ishimoda Shō, ma un elemento classico, strumenti del potere che mantenevano il controllo dell’aristocrazia sui mezzi di produzione.

Tornando alla rivolta di Masakado come esempio, è innegabile che i vari capi e capetti armati esercitavano la loro autorità in nome e per conto della Corte.

Insomma, mentre in Europa il feudalesimo è accompagnato da un indebolimento dell’autorità centrale, in Giappone la Corte rimase saldamente in sella fino al disastro della Guerra di Genpei. In altre parole, il cavaliere feudale europeo sarebbe figlio dell’anarchia (o della debolezza istituzionale), mentre il bushi giapponese sarebbe l’evoluzione continua di un governo a modo suo forte e stabile.

E’ fuor di dubbio che la Corte mantenne il monopolio sulla legittimità del potere ben dopo la creazione del Bakufu di Minamoto Yoritomo.

L’interpretazione corrente della storiografia giapponese è una sorta di compromesso tra la visione frammentata di una provincia ingovernabile e quella di un Governo forte e continuo che esercitava la sua autorità attraverso i guerrieri. Secondo la versione più accreditata oggigiorno, ci sarebbe stata sì una spaccatura netta tra Capitale e provincia, ma la Corte avrebbe mantenuto il monopolio sulla legittimità e i guerrieri avrebbero esercitato il controllo sui provinciali ma senza porsi in opposizione diretta al potere aristocratico. Insomma, per un paio di secoli guerrieri locali e aristocratici civili avrebbero governato insieme in una struttura di potere comparabile a un leviatano sociale a due teste.

D’altro canto si è presentato un altro problema alla storiografia giapponese: quella delle particolarità regionali.

Per lunghissimo tempo intere popolazioni sono state del tutto scordate dagli storici (gli Ainu, gli Hayato, la gente delle Ryūkyū, ecc.). Ma se anche uno decidesse di sbattersene allegramente, i Wa stessi avevano strutture sociali, tratti culturali e caratteristiche linguistiche marcatamente differenti anche all’interno della sola isola di Honshū.

La creazione del Bakufu, di cui parleremo con calma in articoli appositi, potrebbe essere interpretata, ad esempio, come l’esportazione verso le regioni occidentali di forme di controllo e amministrazioni tipiche della società guerriera orientale.

Insomma, possiamo stabilire che in Giappone si sono verificate contingenze in cui la società ha tratti “feudali”, ma il termine “feudale” stesso è talmente problematico che oggigiorno viene spesso evitato. Gli si preferiscono altre formulazioni, come “società guerriera” o “rapporti di dipendenza”.

Tornando a noi, chi sono i bushi?

Il bushi è un individuo che può combattere come arciere montato a cavallo e che esiste in una rete sociale fatta di rapporti di dipendenza definibili come “feudali”.

In altre parole: l’arciere pesante a cavallo esiste almeno dal VII° secolo, il bushi si sviluppa a partire dal IX°-X° secolo. E ancora nemmeno l’ombra di un samurai!

Sia chiaro, a questo stadio non esiste ancora nessuna “classe guerriera”.

Nella sua accezione più banale, una classe sociale è un insieme relativamente omogeneo di individui che condividono la stessa situazione socioeconomica.

Da un punto di vista generale dell’Impero, per buona parte dell’epoca di Heian i bushi non hanno omogeneità culturale e non condividono la stessa posizione socioeconomica. I Codici delineano una società in cui non esiste una classe guerriera: i militari professionisti (gli arcieri pesanti a cavallo, soprattutto) sono individui della classe dei magistrati di distretto, della classe piccola aristocrazia o cadetti della classe nobiliare senza reali prospettive nella carriera civile.

Possiamo semmai parlare di “proto-classe” per quello che riguarda alcune regioni (vedi le particolarità regionali succitate). Ma in generale il Giappone non ha, nel X° secolo, una classe guerriera.

Questa si evolve nei secoli come sottocultura parallela alla cultura civile della burocrazia di Corte. Alcuni dei primi esempi di legami di dipendenza tipici della “società guerriera” possono essere trovati nel X° secolo, ma non abbastanza da poter parlare di classe.

In parole povere: dati questi presupposti, fino alla Guerra di Genpei, non si può davvero parlare di samurai.

A posteriori, possiamo vedere nei disordini del X° secolo le remote origini di quello che sarà un giorno il samurai. Come accennato nella conclusione della Rivolta di Masakado, il X° segna l’inizio, il primissimo embrione della società guerriera. Si parla in questo caso dell’evoluzione dei bushi.

La distinzione è importante perché gli uomini che si ribellarono nel Bandō, quelli che servirono nelle guerre di Hōgen e di Heiji e quelli che si ammazzarono nella guerra di Ōnin non sono gli stessi ed è bene esserne coscienti se si è interessati a capire le loro storie e i loro percorsi.

E dopo questa appassionante lungagnata ci do un taglio, che prevedo una lunga diatriba ricca di suspence su cosa significa il termine “feudale” e non voglio rovinarvi l’hype!

MUSICA!

(Non è metal, ma nell’attesa che i Sabaton si svitino i pollici dal culo vi cuccate questa, perché Gatsu daze! piace per forza, try try try!)


Approfondimenti

La banda di guerra

L’evoluzione del sistema militare dai Codici al X° secolo

La rivolta di Masakado (puntata 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10)

La guerra di Hōgen

La guerra di Heiji

La guerra di Genpei (puntata 1, 2, 3, 4, 5, 6, ongoing)

 

Bibliografia

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LOT Ferdinand, La fin du Monde Antique et le début du Moyen Age, Paris, Albin Michel, 1989

 

 

Illustri Sconosciuti: Taira Masakado (3.3): I vincitori e gli immortali

Sono tempi di migragna qui alla Fortezza, ma il bello di essere in dottorato in Sotria è che, quale che sia il merdaio in cui ti trovi, sei costretto a leggere di gente messa peggio e mortamale.

Case in point: siamo finalmente giunti al gran finale della rocambolesca avventura di Masakado, il Ribelle del Bandō!

Per chi si fosse perso le puntate precedenti (recuperatevele, sono obbligatorie, poi vi ci interrogo), la grande rivolta delle ere Jōhei e Tengyō (935-940) parte come scazzo familiare tra Masakado, notabile locale senza funzione o rango, e i suoi zii e cugini, gente con funzioni amministrative e appigli politici.

Per anni questi ultimi tentano di cancellare Masakado della faccia della Terra, e per anni Masakado li riempie di calci nel culo, senza però prendersela con i rappresentanti della Corte. Masakado bada bene a non compiere azioni che possano essere percepite come aperta ribellione nei confronti dello Stato.

Dopo anni di guerriglia e un numero imprecisato di villaggi rasi al suolo, il nostro è riuscito a eliminare i suoi avversarsi, tranne l’infingardo cugino Sadamori.

Il teatro del dramma

Taira Sadamori, funzionario alla Corte e abile oratore, è alla fine riuscito a farsi dare ragione dal Governo (che ha voltato gabbana già varie volte, riguardo alla faccenda) e, in compagnia del cugino Tamenori e del brigante rispulizzito Fujiwara Hidesato, è di ritorno nel Bandō per la resa dei conti.

Per la precisione, siamo in questa zona qui

Dopo questo ennesimo tira e molla della Corte, Masakado decide di prendere l’iniziativa: in meno di niente conquista l’intera fetta nordorientale di Honshū con l’intenzione di costringere il Governo a scendere a patti.

Governo che, ricordiamocelo, si trovava alle prese con una cruentissima piaga occidentale: il pirata e pazzoide piromane Fujiwara Sumitomo.

Dopo deliberazione, la Corte decide di scendere a patti con quel manico omicida di Sumitomo e di spedire un esercito contro Masakado.

E oggi riprendiamo le fila di questo disastro noto come i Disordini delle ere Jōhei e Tengyō!

Masakado distribuisce labbrate, dal pennello di Tsukioka Yoshitoshi (1839-1892)

Come accennato, la Corte decide di scendere in guerra contro Masakado.

Di certo vi sarà capitato migliaia di volte di vedere film o leggere libri in cui gli eserciti semplicemente appaiono in giro, di solito direttamente sotto il balcone dei protagonisti. Gli eroi stanno discutendo di come difendersi dal cattivo di turno e puf, una sentinella arriva di corsa urlando “siamo sotto attacco!”.

E’ un cliché che io odio con la rovente passione di mille bombe atomiche. E’ una cosa stupida da morire e una totale mancanza di rispetto per l’intelligenza dello spettatore/lettore.

Senza nemmeno entrare nel merito di trasporti, tempo di percorso, vettovaglie e terreno da attraversare, poche società pre-industriali hanno potuto contare su un vero e proprio esercito permanente. Non solo, anche concedendo che tale esercito esista, una spedizione non è qualcosa che si organizza in due ore.

Secondo i Codici, il corpus di leggi ultimato nel 701 e ancora in vigore nel X° secolo, per mobilitare una banda di gente armata superiore a 20 individui era necessario un Editto Imperiale.

La faccenda doveva essere prima sottoposta al Consiglio di Stato, che creava una commissione deliberativa. La commissione studiava la situazione e sottometteva un rapporto al Consiglio. Dopo aver letto il rapporto e se non c’erano ulteriori questioni da ponderare, il Consiglio scriveva un Editto che veniva poi sottoposto al Figlio del Cielo (era rarissimo che il Figlio del Cielo non ratificasse subito le decisioni del Consiglio).

A questo punto l’affare passava al Ministero degli Affari Militari, che valutava l’investimento in armi, uomini e fondi, nonché quali unità impiegare e quando. Si trattava più di un preventivo che di un piano strategico vero e proprio.

Il rapporto dettagliato del Ministero veniva poi rigirato di nuovo al Consiglio di Stato, che doveva quindi decidere se agire e in che modo.

In altre parole, ci volevano mesi solo per decidere se lanciare una spedizione, quali mezzi impiegare e quali uomini incaricare delle operazioni. E questo presupponendo che i membri del Consiglio o del Ministero fossero inclini a darsi una mossa: come si evince dai vari diari degli alti dignitari di Heian, la burocrazia dell’epoca era ulteriormente rallentata da un fanatismo nevrotico per il protocollo e dall’assenteismo dilagante.

Sì, perché oltre a tutte le normali pastoie che un sistema burocratico porta con sé, la Corte di Heian era piagata anche da millemila dettami magico-religiosi.

E’ morto qualcuno nella tua famiglia o nei dintorni? Non puoi recarti alla cittadella perché sei impuro.

E’ l’anniversario della morte di un imperatore? Gli affari di stato sono sospesi per scaramanzia.

Non solo: certe direzioni erano considerate nefaste in certi giorni, sicché talora roba importante e urgente (come la nomina dei governatori delle provincie) era rallentata di giorni e settimane perché il Ministro della Destra non poteva andare verso l’ufficio, o perché il Ministro della Sinistra aveva un oroscopo deludente.

Insomma, una qualsiasi decisione del Governo centrale richiedeva tempo, tanto tempo.

Che fare quindi se, ad esempio, nello scorso mese hai perso ogni controllo su un terzo del Paese?

C’erano loopholes grazie a cui la Corte poteva muoversi con un pochettino più di celerità.

Intanto c’era una grande tolleranza per la regola dei “20 uomini”. Nella pratica, se smuovevi 100 uomini per uccidere un ribelle e garantire l’arrivo regolare delle carovane di tributi, eri pressoché impunito.

C’è anche il fatto che in questo periodo è ormai sviluppata la banda di guerra come unità tattica. Questo offre un’interessante zona grigia per quel che riguarda la regola dei 20 uomini. Se ad esempio io mobilito 15 dei miei gregari, sono all’interno della regola. Poi magari ognuno di quei gregari si porta dietro 3 fratelli, 6 cugini e 8 gregari armati. Ma quelli sono i loro uomini, no? E magari ognuno di quegli uomini è accompagnato da altri guerrieri a piedi o a cavallo, e via di questo passo.

Se però il lassismo non dovesse bastare, la Corte disponeva di Ordini di Persecuzione e Cattura, che davano via libera al ricevente di tale documento di mobilitare ogni mezzo disponibile per poter perseguire e catturare (o uccidere) la persona oggetto dell’Ordine stesso.

Chi viene investito di questo Ordine non solo può smuovere ogni mezzo a sua disposizione per eseguirlo, ma può anche esercitare punizioni e ricompense sugli uomini a lui sottoposti e può pretendere appoggio e rifornimenti da parte dei funzionari delle provincie specificate nell’Ordine.

Masakado aveva ricevuto un ordine del genere, ma i funzionari provinciali avevano fatto resistenza passiva e non avevano offerto alcun aiuto (anzi) nella caccia al gaglioffo Sadamori.

A questo giro l’Ordine viene conferito a Sadamori e a Fujiwara Hidesato.

Mentre quindi la Corte prende il tempo di mettere insieme un esercito ufficiale, nella provincia Hidesato riceve la benedizione imperiale per prendersela con Masakado.

Masakado che, pur avendo preso un terzo del paese in meno di niente, non ha avuto il tempo (né probabilmente l’intenzione) di unire i guerrieri locali sotto il proprio controllo o creare una struttura amministrativa alternativa. La propria fama di ottimo guerriero e capo benevolente è l’unica cosa che tiene insieme il suo esercito, composto da un’accozzaglia di bande eterogenee e spesso nemiche tra loro.

E’ il terzo anno dell’era Tengyō (940), la fine del primo mese, che per noi corrisponde agli inizi di marzo. Masakado ha dovuto congedare il grosso del suo esercito (è la stagione dei lavori agricoli) e si è ritirato in Shimōsa, dove si trovano le sue basi, con un migliaio di armati.

Appostati in Shimotsuke, Hidesato e Sadamori decidono di agire: radunano un esercito di 4000 uomini e partono contro il ribelle.

I cerchietti segnano la posizione delle capitali provinciali, ormai disertate dai funzionari salvo scribi, segretari e altri sbalterni

Come accennato a inizio articolo, gli eserciti non compaiono in giro a cazzo di cane, e il primo giorno del secondo mese Masakado viene avvertito che bande nemiche stanno marciando contro di lui. Masakado raduna i suoi e si dirige a sua volta verso Shimotsuke. L’avanguardia del suo esercito viene affidata a due dei suoi capibanda più importanti, tali Tsuneakira e Katsutaka.

Sono questi due matti a incocciare in Hidesato e Sadamori per primi. Dallo Shōmonki:

Qui Tsuneakaira, che si era guadagnato nomea di essere un uomo che da solo ne valeva mille, non deve far altro che osservare i nemici. Ora, senza informare il Nuovo Imperatore [Masakado, sulla diatriba riguardo al “nuovo imperatore”, vedere la settima puntata], avvicina la banda dell’ōryoshi Hidesato e l’attacca. Hidesato, che da lungo tempo ha esperienza della guerra, con facilità sconfigge e incalza l’esercito di Harumochi [Fujiwara Harumochi, alleato e generale in seconda di Masakado]. Il generale in seconda [Harumochi] e i soldati sono presi alla sprovvista dai tre guerrieri [Hidesato, Sadamori e Tamenori] e sono dispersi nella landa nelle quattro direzioni. Coloro che conoscono la via fuggono dritti come frecce scoccate. Coloro che non conoscono la via girano in tondo come ruote di carro. Solo pochi sopravvivono, molti sono quelli che muoiono.

E’ la prima sconfitta che Hidesato infligge a Masakado.

Perché Tsuneakira decide di attaccare senza prima chiedere al suo capo?

Ci sono molti fattori in gioco.

Tanto per cominciare Friday dice che probabilmente la superiorità numerica della gente di Hidesato rispetto all’avanguardia sotto Harumochi non era poi così schiacciante come lo Shōmonki vorrebbe farci credere. Dopotutto Masakado è all’apice del suo potere e, con tutto l’Ordine imperiale, Hidesato non ha ancora provato di essere all’altezza della situazione. Da come la faccenda è presentata nel Fusō ryakki, sembrerebbe in effetti che il grosso della truppaglia di Hidesato fosse composta da gente a piedi, mentre Tsuneakira era alla testa di arcieri pesanti a cavallo. Questo potrebbe avergli dato un’immeritata impressione di superiorità. Il che sarebbe ironico visto che il suo capo Masakado ottenne una delle sue più famose vittorie proprio con l’uso intelligente di arcieri a piedi contro gonzi a cavallo.

Un altro fattore è l’indipendenza di cui godevano i capibanda. Senza telefoni o radio, era impossibile chiedere il parere del capoccia per ogni decisione. La strategia generale e la tattica globale erano decise in anticipo, ma la guerra resta un affare imprevedibile e i capibanda dovevano poter prendere decisioni sul momento per evitare un disastro o sfruttare una ghiotta opportunità.

A difesa di Tsuneakira, se fosse riuscito subito a gettare scompiglio nella banda di Hidesato, avrebbe inflitto un danno di immagine gravissimo al partito lealista.

Purtroppo per lui, Hidesato non era una pera cotta come Sadamori, e il vecchio brigante riempie di legnate Tsuneakira, Harumochi e tutto il resto dell’avanguardia.

Quello che resta della gente di Harumochi ripiega precipitosamente, inseguita da Hidesato.

Verso le tre del pomeriggio, i fuggiaschi riescono a raggiungere il villaggio di Kawaguchi, dove si trova Masakado con il grosso dell’esercito ribelle.

Il più famoso guerriero del Bandō riveste le proprie armi e, sciabola in pugno, cavalca incontro a Hidesato alla testa dei propri uomini.

Il Nuovo Imperatore lancia un grido e tosto va, spada alla mano, si batte di persona. Sadamori leva gli occhi al cielo e dice:

“La banda privata è tale il fulmine sopra le nubi. I soldati del governo sono come gli insetti sul fondo della latrina. Eppure, se io non ho dalla mia parte la legge, il governo ha dalla sua parte il Cielo. I tremila soldati [ai nostri ordini] non saranno codardi, non diserteranno.”

L’esercito di Hidesato ha la superiorità numerica a questo punto, ma Masakado li prende a capocciate nei denti con furia inaspettata. La battaglia dura fino a notte, ed è solo ad altissimo prezzo che Hidesato riesce a prevalere. Al calar del buio, i ribelli si ritirano e i lealisti possono piantare il campo e leccarsi le ferite.

Tira una brutta aria. Quella che doveva essere una vittoria folgorante è stata strappata a stento. Masakado è in ritirata e in svantaggio, ma il suo onore resta intatto. Gli uomini sono stanchi e preoccupati e gli alleati che si sono uniti a Hidesato possono da un momento all’altro mollarlo e cambiar campo.

Hidesato non è felice della situazione. E’ un volpone e un buon tattico, ma non un mago, non può fare miracoli.

-Non preoccuparti.- fa Sadamori.-Sarò una pera cotta sul campo, ma ho un’arma che finora non mi ha mai deluso.

-E sarebbe?

-Le chiacchiere!

Così Sadamori riunisce gli astanti e li alletta con dolci parole [amaki], organizza i ranghi e raddoppia i loro numeri, e il tredicesimo giorno del secondo mese la potente banda giunge al confine di Shimōsa.

Mai sottovalutare il potere delle chiacchiere.

A me Sadamori sta sulle scatole (credo si sia inteso), ma resta un uomo assolutamente interessante. Non è un buon tattico, e nello Shōmonki non ci fa nemmeno una bella figura come essere umano, ma è un uomo intelligente. Non è un buon arciere, le sue armi sono le parole. Con la sola forza del proprio ingegno è riuscito a sopravvivere e restare in cresta in un mondo crudele fatto di violenza e sopraffazione. E’ riuscito a non farsi macinare né da suo cugino (un guerriero mille volte migliore di lui) né dall’indifferente e opportunista Corte di Heian. E ora, là dove l’astuzia e l’abilità bellica di Hidesato non bastano, l’arguzia e le capacità retoriche di Sadamori salvano la spedizione. E’ un momento degno del miglior Martin (vi ricordate quando Game of Thrones era ben scritto e ricco di dialoghi ben costruiti? Sì, lo rimpiango anche io).

Dal canto suo, Masakado decide di aspettare riposato un nemico stanco e costringe Hidesato e Sadamori a inseguirlo nel proprio territorio, mentre lui aspetta accampato sul lago Hiroe, nel distretto di Sashima. Ormai gli resta una banda di appena 400 fedeli. Harumochi e il Principe Okiyo, i suoi alleati più importanti, non compaiono nelle fonti a questo punto. Forse hanno preferito scappare.

E’ una brutta situazione per tutti in realtà: ogni giorno che passa le diserzioni dall’esercito di Masakado aumentano. Allo stesso tempo Sadamori e Hidesato non sono messi molto meglio: l’8 l’esercito ufficiale si è messo in marcia dalla Capitale. Il generale Tadabumi ha ordine di reclutare uomini in diverse provincie. Se Hidesato e Sadamori si fanno sorprendere da Tadabumi, saranno costretti a cedergli i propri uomini e la propria fetta di merito. Non solo: con ogni giorno che passa il rischio di diserzioni aumenta anche per loro! I loro alleati o sottoposti possono decidere di tornare a casa ai loro campi, o unirsi direttamente all’esercito di Tadabumi.

Hidesato ha scommesso tanto sulla testa di Masakado, se Tadabumi gli soffia la gloria non avrà di che ricompensare i propri uomini e la sua carriera di capo guerriero sarà conclusa in un gran mucchio di niente.

Il nostro ha bisogno di provocare uno scontro. Cerca di attirare Masakado in campo aperto appiccando fuoco alle sue residenze.

Funziona: Masakado decide di rischiare il tutto per tutto sulle pendici del monte Kita, nel distretto di Sashima.

In alto a sinistra, il Monte Kita

Il 14 del secondo mese del terzo anno dell’era Tengyō (aprile 940), alle tre del pomeriggio, Masakado viene raggiunto da Hidesato e Sadamori.

E’ piovuto poco, la terra è arida. Il vento soffia forte sulle pendici dell’altura, trascina nugoli di polvere smossa dagli zoccoli dei cavalli, dai sandali dei guerrieri a piedi. Masakado ha scelto di piazzarsi spalle al vento per dare un vantaggio ai propri arcieri, come nella prima battaglia dei Disordini, l’agguato di Nomoto.

Fa piazzare i mantelletti per riparare le sue linee, ma le folate glieli scuotono. Alcuni vengono rovesciati dalla bufera. A sud, gli uomini di Hidesato lottano per piazzare i loro, ma il vento e la polvere rendono l’impresa difficile. L’esercito lealista decide di non accanirsi sulle difese e avanzare verso i ribelli. Dopotutto i nemici sono in terribile svantaggio numerico, cosa può andare storto?

Fedele alla tradizione di pessime scelte tattiche, Sadamori, al comando del corpo centrale, tenta una manovra furba cambiando l’angolo di attacco. Questo crea disordine nella formazione, e Masakado ne approfitta.

Carica a capofitto nel cuore dell’esercito nemico, taglia attraverso la truppa di Sadamori come una palla di cannone. Sadamori cerca di difendersi, ma le sue frecce sono deviate dal vento. 80 dei suoi guerrieri di spicco mordono la polvere in pochissimo tempo, ridotti a puntaspilli dalla banda ribelle. Gli alleati, i soldati provinciali, gli amici del bel tempo e gli avventurieri sono presi dal panico. Davanti alla carica furibonda del più celebre guerriero del Bandō, quasi tremila guerrieri rompono in una fuga a rotta di collo. L’esercito di Sadamori e Hidesato si disintegra.

Hidesato, Sadamori e Tamenori battono in ritirata. Delle migliaia di uomini che si erano uniti a loro dietro lo stendardo imperiale, ne restano solo 300. Il vantaggio numerico è andato, il morale è annientato, Masakado è alle loro calcagna ed ha vinto di nuovo.

Ma in guerra tutto l’ingegno e il valore non valgono quanto una buona botta di culo.

I tre compari raggiungono una posizione dove il vento gira. Ora è Masakado a trovarsi col vento contrario. Hidesato coglie immediatamente l’occasione, l’ultima, e dà battaglia.

La collera del Cielo […] coglie [Masakado] […]. Il Nuovo Imperatore è colpito da una freccia guidata dal Cielo, tale Chiyō che solo crollò al suolo combattendo sul campo di Zhoulu. [Chiyō è un eroe mitico cinese, capo delle Nove Tribù Li, morì combattendo contro Huangdi, l’Imperatore Giallo, nel 2500 a.C., NdTenger].

Una freccia.

Una freccia fortunata che prende il capo nemico in faccia e lo stende secco sul campo di battaglia.

Quando il corpo di Masakado schianta nella polvere, i suoi sono presi dal panico e dalla disperazione, e fuggono. Sul colle polveroso restano poche centinaia di lealisti stremati e il cadavere del più celebre guerriero orientale.

La Storia non si fa coi se e coi ma, e qualsiasi what if è pura speculazione e fantasia. Tuttavia è indubbio che Masakado era a un soffio dal vincere anche quella battaglia, e uno non può che pensare: cosa sarebbe successo in quel caso?

Forse sarebbe riuscito finalmente a uccidere Sadamori, forse no. Di certo Hidesato e Sadamori non sarebbero riusciti a rimettere insieme una banda armata degna di questo nome. Che avrebbe fatto allora Tadabumi, il generale inviato dalla Corte?

Si sarebbe impantanato in una serie di operazioni militari o avrebbe cercato un compromesso?

Per averlo studiato, posso dire con relativa sicurezza che, a mio modesto parere, Masakado non aveva alcuna intenzione di creare un regno indipendente. Masakado, per quel che ho potuto capire, voleva costringere la Corte a reintegrarlo nella società. Voleva essere lasciato in pace coi suoi cavalli, i suoi gregari e la sua famiglia.

Forse avrebbe trattato con Tadabumi, forse no. Quel che è certo è che la Storia avrebbe avuto un decorso molto diverso se Masakado avesse vinto.

E’ impressionante pensare che, in quell’istante, il futuro dell’Impero fosse legato a una sola freccia, a un solo tiro di un solo arciere.

Quale arciere?

Non lo sapremo mai.

La testa del Nuovo Imperatore fu spedita alla Capitale il 25 del quarto mese (probabilmente conservata nel sale). 197 alleati di Masakado morirono sulle pendici del Monte Kita. I vincitori recuperarono dal campo di battaglia 300 mantelletti, 199 faretre, 51 sciabole e dei “documenti di tradimento” di misteriosa natura.

La testa di Masakado esposta alla folla

Nel decreto di Persecuzione e Cattura contro Masakado l’Imperatore aveva offerto l’immunità ai ribelli che si sarebbero arresi senza combattere, e in diversi lo fecero. Quanto ai capi della rivolta (Harumochi, il principe Okiyo, i fratelli di Masakado), furono uccisi alla spicciolata nei mesi che seguirono.

E’ la fine della rivolta, è il tempo dei castighi e delle ricompense.

I tre a ricevere maggiore beneficio furono Fujiwara Hidesato, Taira Sadamori e Minamoto Tsunemoto (il primo a dare l’allarme sulla ribellione).

Minamoto Tsunemoto fu promosso al quinto rango inferiore minore, entrando così a far parte della chiusissima casta dell’alta aristocrazia. Fu nominato keigoshi (ufficiale di persecuzione e cattura nelle regioni occidentali) e poi aggiunto minore del Governo Militare di Kyūshū. Poco tempo dopo, fu uno degli ufficiali che servirono sotto Ono no Yoshifuru nella repressione della rivolta del pirata Sumitomo. Fu lui a inaugurare una tradizione militare che doveva contraddistinguere la famiglia: Tsunemoto è l’antenato dei Seiwa-Genji, il ramo principale coinvolto nella Guerra di Genpei e che produsse il primo grande shōgun Minamoto Yoritomo.

Taira Sadamori era stato quello che più aveva sofferto della guerra. Suo padre era stato ucciso, sua moglie brutalizzata, le sue basi messe a ferro e fuoco, i suoi contadini sterminati, i suoi gregari decimati. Come compensazione ricevette il quinto rango superiore maggiore e fu nominato vicedirettore dell’Ufficio dei Cavalli. Qualche anno dopo fu nominato chinjufu shōgun nell’Est e, in vecchiaia, governatore di Tanba e Mutsu. Da lui discendono due lignaggi illustri:

  • gli Hōjō, tra cui Hōjō Masako, moglie di Yoritomo e una delle personalità politiche più importanti della Storia del Giappone

  • i Taira di Ise, ovvero il ramo di Taira no Kiyomori in persona, il Religioso Ministro che portò per la prima volta i guerrieri all’apice della gerarchia di Corte.

Ad ultimo, Fujiwara Hidesato è quello che raccolse i premi più gustosi, un po’ perché si era dimostrato il guerriero migliore e un po’ perché era un delinquente pericoloso ed era bene tenerselo buono. Il nostro fu elevato da bandito dell’est a niente meno che quarto rango di corte, con allegato un bel pacchetto di terre “ereditabili per sempre”. Divenne poi governatore di Shimōsa. La sua stirpe di pendagli da forca rimase radicata nel Bandō, e a sua volta risalta fuori nella Guerra di Genpei.

In altre parole, ritroviamo nei Disordini di Jōhei e Tengyō non solo il primo grande esempio di ribellione orientale, ma le origini dei 2 lignaggi guerrieri più importanti della Storia Giapponese. La Guerra di Genpei, su cui abbiamo una serie ongoing, fu una rivoluzione, un cambiamento epocale che trasformò profondamente e per sempre il Giappone, la sua cultura, la sua Storia, la sua struttura più profonda. La Guerra di Genpei è ciò che catapulta il Paese sotto il “Governo della tenda” dopo sei secoli continui di dominio incontrastato dell’aristocrazia civile.

E questo evento epocale ha origine sulle pendici del Monte Kita, sulle sponde del lago Hiroe, sulle rive del Mare Katori. La Rivolta di Masakado è la fornace in cui i Taira e i Minamoto furono forgiati.

Epilogo: l’immortalità dei perdenti

Forse l’eredità più duratura fu lasciata da Masakado stesso.

Dopo che la sua testa arrivò alla Capitale Heian (odierna Kyoto) fu esposta (primo caso documentato di esposizione di teste, a chiosa).

Stando a una leggenda, gli abitanti del quartiere furono colpiti da una serie di terribili sventure, presto attribuite allo spettro irato di Masakado. Per cercare di calmarlo, il ribelle fu elevato a divinità col nome di Kanda Myōjin. Kūya stesso, un celebre monaco del X° secolo, avrebbe eretto una stele a memoria del guerriero sconfitto. La nicchia in questione è ancora visibile.

Secondo un’altra leggenda narrata nel Zen-Taiheiki, la testa era stata appesa ai rami di un albero a un incrocio di Kyoto. I giorni passavano, ma la testa non si decomponeva: lo spirito irato del guerriero non poteva abbandonarla. I suoi occhi erano aperti, i suoi denti digrignati, e la notte la si poteva sentir ringhiare: “dove sono le mie membra, dov’è il mio corpo? Che mi raggiungano, per continuare a combattere!”

Un giorno la testa si scosse dall’albero e volò verso i resti del proprio corpo, abbandonato nell’Est, schiantandosi sul bordo di una risaia nel villaggio orientale di Shibazaki, che è oggi il quartiere di Ōtemachi in Tokyo. Terrorizzati, gli abitanti del luogo gli costruirono un cenotafio e fecero di Masakado il loro nuovo “dio delle risaie” (Kanda Myōjin).

Nel 1307 il monaco Shinkei avrebbe costruito un tumulo per la testa di Masakado, per proteggere gli abitanti della zona dalla vendetta dello spettro.

Masakado/Kanda continuò a essere trattato con riguardo, tanto che nel 1603 Tokugawa Ieyasu in persona fece spostare il santuario presso al castello di Edo per ottenere la protezione del terribile spettro. Ieyasu era un uomo di rara intelligenza e si guardò dal toccare il tumulo della testa, che restò ad Ōtemachi.

Nel 1923 degli archeologi ritrovarono il tumulo, con al suo interno una camera funeraria vuota.

Stiamo parlando del Giappone Moderno, il Giappone Potenza Mondiale, libero da superstizioni e arcaismi ridicoli. Il primo ministro dell’epoca autorizzò la distruzione del tumulo: al suo posto sorse il Ministero delle Finanze.

Nei due anni che seguirono il ministro delle finanze e 14 impiegati morirono di subitanee e strane malattie o in incidenti bizzarri. Decine di altri impiegati finirono feriti o si ammalarono.

Lo spettro di Masakado era tornato.

Guerrieri combattono contro Masakado e il suo esercito di spettri, dal pennello di Yoshikazu (attivo tra il 1850 e il 1870)

In realtà il tumulo distrutto era una tomba del 7° secolo che nulla aveva a che fare col noto guerriero, ma non ha importanza, perché la leggenda del Nuovo Imperatore era riaffiorata nella memoria degli abitanti di Tokyo.

I fantasmi non sono cose che esistono a prescindere, sono creati dai vivi. La cosa bella dei fantasmi è che, una volta che i vivi li hanno evocati, esistono. No, non ci sono anime con le catene che vanno in giro. Ma c’è il pensiero fisso, il timore, l’ossessione paranoica, il senso di colpa e vulnerabilità che avvelenano ogni ora della giornata. Di fatto, l’effetto degli spettri è reale, ed era molto reale per gli impiegati del ministero delle finanze di Tokyo.

La situazione divenne talmente drammatica che il governo decise di trasferire il ministero nel 1927, ricostruire il tumulo e fare una grande cerimonia per calmare lo spirito.

Sì, sul serio.

Nel 1927.

E non è finita.

Nel 1940 una folgore colpì il nuovo ministero delle finanze, bruciando quello e altri 9 ministeri adiacenti.

1940, ovvero 1000 anni esatti dalla morte di Masakado.

A quanto pare il Nuovo Imperatore non era ancora contento. Una nuova cerimonia fu eseguita per cercare di calmarlo, ma Masakado non è un uomo, Masakado è lo spettro che si annida nella cuore di un Paese in guerra.

Nel 1945 Tokyo fu bombardata, ma il tumulo di Masakado rimase intatto, un monumento beffardo ritto nelle rovine fumanti dell’Impero del Giappone.

Gli americani si installarono nel quartiere e decisero di spianare tutto per farci un bel parcheggio.

Di certo uno spettro del lontano passato giapponese non può tener testa al moderno bulldozer di un calvinista occidentale, giusto?

Sbagliato.

Il bulldozer urtò il tumulo e si rovesciò, uccidendo il conducente sul colpo.

Pensa te l’ironia: sei sopravvissuto alla guerra, sei nell’esercito d’occupazione di un paese che odi, e proprio quando stai per goderti un po’ di sana demolizione vieni assassinato dal fantasma di un guerriero morto più di mille anni prima.

I residenti spiegarono della leggenda e della maledizione di Masakado agli americani, che decisero che erano tutte cazzate superstiziose ma che ad ogni buon conto non valeva la pena verificare. Il monumento è sempre lì.

I’M STILL HERE BITCHES!

Sono andata a trovare Masakado due volte durante il mio soggiorno a Tokyo, con un mazzo di fiori. Entrambe le volte ho dovuto aspettare il mio turno, perché la fila dei fedeli con offerte è sempre lì.

Tutto intorno si costruisce, ma la stele non sarà toccata: è un cubo alberato nel mezzo dei cantieri

Tutto attorno sorgono grattacieli di grandi firme, e i loro impiegati sono tenuti a presentare doni a Masakado ogni tanto, per evitare di attirare la vendetta dello spettro sull’azienda. Chi non lo fa rischia di essere additato o mutato in capro espiatorio se gli affari vanno male. Quindi, in modo tipicamente giapponese, nessuno ammette di crederci davvero, ma tutti continuano a tenersi buono l’iroso guerriero che non si sa mai.

Trovarmi davanti al suo cenotafio mi ha fatto un grande effetto.

Ho studiato a lungo la vita di Masakado, al punto che ho quasi l’impressione di conoscerlo. Negli anni dei miei studi mi sono trovata davanti a ostacoli molto tosti. Poter portare dei fuori al monumento del ribelle è stato un traguardo.

Mi dispiace che sia morto in quel modo. I personaggi storici sono sempre così lontani per noi che talvolta ci appaiono come personaggi inventati, protagonisti di favole. Ma erano esseri umani, volevano bene e odiavano, temevano e speravano, prevaricavano e cercavano di sopravvivere.

Se solo Masakado potesse vedere, dopo mille anni e più, la fila di gente che continua a rendergli omaggio…

Chissà se questo lo avrebbe consolato. Non posso saperlo perché alla fine è impossibile conoscere davvero i morti (o i vivi, se è per questo).

Ma mi fa piacere aver visitato il monumento, e mi fa piacere vedere i grandi capitalisti che continuano a portare doni a Taira Masakado, il Nuovo Imperatore, la cui memoria continua a infestare la vita dei vivi con molto più vigore della memoria di mille imperatori legittimi prima e dopo di lui.

E’ ironico e un po’ tragico: un uomo che voleva solo vivere in pace è diventato un Immortale suo malgrado.

MUSICA!


Puntate precedenti

Prima puntata

Seconda puntata

Terza puntata

Quarta puntata

Quinta puntata

Interludio

Sesta puntata

Settima puntata

Ottava puntata


Approfondimenti

Il pirata Sumitomo

Breve storia del sistema militare giapponese, dalle origini a Masakado

La banda di guerra


Bibliografia

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Illustri sconosciuti: Taira no Masakado (3.2): L’Impero colpisce ancora

Vento freddo soffia sulla plaga di cenere. E’ una spianata corrosa dagli elementi, sotto un perenne cielo di piombo senza sole e senza pioggia. Lapidi consunte punteggiano la terra sterile.

I nomi a stento si leggono. Laramanni’s weblog, Wunderkind trilogy, Druhim Vanashta

E’ il cimitero dei blog defunti.

Nessuno viene qui, è una regione dimenticata.

Sassolini franano da un monticello di cenere e detriti. Il mucchietto sobbalza.

Una crepa si apre nel fango rinsecchito.

Emerge un indice, un indice puntato, attaccato a un pugno chiuso. Il ditino sentenzioso si erge lento e rachitico in mezzo al cimitero. Da sotto la polvere arriva ovattata una voce nasale.

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ACTUALLY…

Vi sono mancata?

No, non credevo nemmeno io.

Ad ogni modo risiamo qui, in questo luogo di recriminazioni e lagne, a trascinare a calci nel culo la mia serie di articoli preferita, ovvero le mirabolanti avventure del mio compare Masakado, altresì noto come Nuovo Imperatore!

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Masakado in abito di Corte

La scorsa puntata avevamo lasciato Masakado in cresta all’onda della vittoria: ha raso al suolo Hitachi e si è mangiato senza colpo ferire le 8 provincie del Bandō, dove ha piazzato uomini di fiducia per gestire l’ordinaria amministrazione. I funzionari sono stati impacchettati con riguardo e inviati sotto scorta alla Capitale. Il nostro ha anche preso cura di scrivere una lettera al Ministro degli Affari Supremi Fujiwara no Tadahira. In un elegante rimbalzo tra captatio benevolentiae, recriminazioni e velate minacce, Masakado segnala al suo vecchio patrono di essere aperto al dialogo, almeno in principio.

Il ribelle non ha di che essere troppo ottimista, però: tutto questo casino è scoppiato perché voleva far fuori suo cugino Sadamori e suo cugino Tamenori. Ora come ora, vittoria o meno, i due cugini sono sempre vivi e sempre a piede libero.

Oggi però vorrei fare una brevissima pausa dalle vicissitudini familiari dei guerrieri orientali per dare un occhio a ciò che capita alla Capitale. E “ciò che capita alla Capitale”, in questo momento, è una grandinata di rogne come poche se ne è viste in tempi recenti.

Solito promemoria, sia mai che vi scordate dove ci si trova

La notizia della presa della provincia di Hitachi arriva a Heian (attuale Kyoto) il 2 del dodicesimo mese dell’era Tengyō (939). Il 22 arrivano dei messaggeri da Shinano, e di nuovo il 27 e il 29: Masakado ha preso Shimōsa e Kōzuke. La sera stessa arriva anche il governatore di Musashi: la provincia è perduta.

E’ una sventagliata di pessime notizie, e ricordiamoci che la Corte ha già una bella gatta da pelare con la flotta pirata di Fujiwara Sumitomo.

Ho parlato di Sumitomo in dettaglio in questo articolo. Qui basti sapere che questo ex-funzionario ha barattato un mediocre impiego nell’amministrazione civile per una folgorante carriera di predone e piromane.

A differenza di Masakado, il nostro è un criminale puro e semplice. Depreda villaggi e navi. I funzionari che cadono nelle sue grinfie sono torturati e uccisi, o rispediti alla Corte con naso e orecchie mozzate. Le loro mogli e parenti sono stuprate e buttate in mare. Roghi sono appiccati lungo la riva del fiume verso la Capitale.

E in questo clima arrivano le notizie dall’Est. Masakado, quello che nessuno ha mai preso davvero sul serio, si è appena mangiato un terzo del Paese.

E’ quasi sicuro che Masakado non volesse fare il re indipendente né il nuovo Imperatore, ma volesse solo costringere la Corte a patteggiare.

Non è l’impressione che ne tirano però gli aristocratici: per loro è evidente e sicuro che il prossimo obbiettivo di Masakado sarà la Capitale stessa.

Ma l’Imperatore Suzaku e la sua Corte non sono tipi da aspettare imbelli i comodi altrui! Senza por tempo in mezzo organizzano riti e preghiere.

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Può sembrare stupido o naif per il lettore contemporaneo (forse).

Credi che un guerriero orientale stia marciando verso casa tua con migliaia di predoni assetati di sangue, e che fai? Paghi la Wanna Marchi per mettergli il malocchio.

E’ sempre bene evitare di ragionare in questo modo. Dopotutto l’interesse della Storia è anche cercare di capire un punto di vista distante nel tempo e nello spazio. Tadahira, Suzaku e tutti gli altri erano sinceramente convinti di poter influenzare il destino di Masakado con la magia. Ogni tempo ha il proprio mito, ogni società le sue idee bizzarre. Noi, per esempio, crediamo nel trickle-down.

Un mago taoista (il tizio in bianco sulla destra) offre un qualche tipo di lettura a un gruppo di principoni in ghingheri (Immagine tratta dal Tamamonomahe)

Fermo resta che nessuno mantiene il potere col solo aiuto della Wanna Marchi, e l’aristocrazia di Heian prende anche misure pratiche per schiacciare la ribellione.

Per prima cosa vengono spediti a Shinano degli ispettori speciali (kogenshi).

In secondo luogo ci si preoccupa di difendere la Corte: degli inviati speciali (keikokushi) sono spediti alle barriere che delimitano la regione della Capitale, di modo da bloccare le vie d’accesso alla Città Fiorita.

Torri provvisorie sono tirate su in fretta e furia lungo la cinta del Palazzo (sì, Heian non aveva mura, e le mura della “cittadella” non avevano strutture difensive permanenti, nessuno se ne capacita ma questa cosa è rimasta per SECOLI).

Mentre riti e preghiere continuano, vengono nominati in meno di una settimana dei Prosecutori Speciali (tsuibushi), funzionari militari con carica temporanea la cui missione è quella di riportare la pace nei circuiti a loro assegnati. Vi risparmio i nomi, ma basti sapere che quasi tutti sono militari professionisti con esperienza.

In tutta questa fervente attività, un nome risalta fuori: Minamoto Tsunemoto.

Vi ricordate di lui?

Non è un guerriero, è un funzionario civile. E’ stato mandato nell’Est e si è azzuffato con un magistrato locale in una disputa fiscale presto degenerata nei disordini di Musashi.

Al tempo, Masakado era intervenuto riportando la pace, ma Tsunemoto aveva comunque rischiato di lasciarci la pelle. La cosa gli era rimasta di traverso ed era tornato alla Capitale per accusare Masakado e amici di tradimento e ribellione.

Come da prassi, era stato buttato al gabbio nel mentre che l’inchiesta si sviluppava.

Oh beh, ora che Masakado si è pappato otto provincie il problema non si pone più davvero. Tsunemoto viene tirato fuori di galera per essere nominato generale in seconda nell’esercito lealista (lo ritroveremo più tardi nell’organigramma della spedizione ufficiale).

L’11 della prima luna del terzo anno di Tengyō, la Corte emette un editto ufficiale di condanna contro Masakado e i suoi. Coloro che si schiereranno contro il ribelle orientale saranno ricompensati con terre, ranghi e funzioni. E per chi riuscisse a ucciderlo, la Corte riserva in premio l’abito di Porpora e l’abito di Cinabro, ovvero il quinto e quarto rango di Corte.

E’ un premio straordinario. Ottenere il quinto o quarto rango comporta tutta una serie di rendite e possibilità, ma non solo: col quinto rango un uomo entra ufficialmente nell'”alta” aristocrazia. Vuol dire passare dal gruppo che subisce le decisioni al gruppo che le decisioni le prende. Un premio del genere può determinare il futuro della famiglia per decine, centinaia di generazioni! E’ la chiave d’accesso al “Popolo del Cielo”.

Il 14 vengono nominati dei funzionari di 3° rango delle diverse provincie perdute. Costoro cumulano la loro funzione con ōryoshi, una funzione temporanea prettamente militare volta ad imporre gli ordini imperiali in zone, hum, “complicate”.

Tra costoro (i futuri enforcers dell’Impero nell’Est) troviamo dei nomi noti, ovvero due fratelli Taira, Kinmasa e Kintsura.

No, non potete sapere chi siano, perché finora non credo di averli mai nominati.

Ma potete indovinare.

Sono cugini di Masakado. Perché ovvio che sono cugini di Masakado. Per la precisione, figli di Yoshikane, lo zio-nemesi che il nostro ha annientato un da un po’ di tempo ormai.

E le vecchie conoscenze non finiscono qui: l’ōryoshi di Hitachi è il malefico Sadamori! Il nemico giurato di Masakado (e la ragione dietro alla presa di Hitachi per cominciare, ma non stiamo a sottilizzare).

L’ōryoshi di Shimotsuke invece è una faccia nuova: Fujiwara Hidesato.

“Faccia nova” per modo di dire, in realtà. Hidesato è un uomo notevole, per cui val la pena spendere qualche parola.

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Fujiwara Hidesato camuffato da persona perbene
Dettaglio da 
Sōshū Sashima Dairi-zu (総州猿島内裏図) di Toyohara Chikanobu (1838-1912)

Hidesato è un discendente di Fujiwara Uona. Membro del ramo principale dei Fujiwara, Uona è stato Ministro della Sinistra, ovvero la seconda carica più importante dell’Impero (la prima è ovviamente Ministro degli Affari Supremi, perché Imperatore non conta).

Essere alto papavero è una gran ganzata, ma chi sporge la testolina espone il collo, e Uona viene falciato in pieno da uno scandalo che gli costa l’esilio in Kyushu. E’ la fine della sua carriera e della carriera dei suoi discendenti. Il suo quarto figlio, Fujinari, non ottiene nemmeno un impiego alla Capitale. No, il disgraziato viene nominato funzionario di terzo rango nella provincia di Shimotsuke.

Da figlio di Ministro a subalterno fisso in una provincia orientale è una colossale culata in terra.

Fujinari però è uno tosto: non si perde d’animo e si rimbocca le maniche. Con gli anni riesce a scattare di carriera e diventare vicegovernatore della provincia. Sempre un cazzo rispetto a ciò che gli prometteva la vita solo pochi anni prima, ma nessuno ha mai coltivato niente sui sogni infranti. Invece di accanirsi a voler tornare in seno alla Corte, Fujinari sposa una brava ragazza di una buona famiglia del posto, e volta le spalle per sempre a una carriera nell’alta aristocrazia, ma senza tagliare del tutto i contatti con la Gente del Cielo.

Le generazioni si susseguono in provincia, e Shimotsuke si rivela essere un buon posto per i Fujiwara di Uona: il nonno di Hidesato diventa governatore, e il padre di Hidesato diventa funzionario di terzo rango e ōryoshi.

Oryoshi, protettore della pace dell’Imperatore. Ah!

Hidesato è il primo della famiglia a potersi considerare un “guerriero”. Lo vediamo comparire per la prima volta ne sedicesimo anno dell’era Engi (916), alla testa di una banda di delinquenti armati.

Il figlio del commissario è un mariuolo pericoloso e violento, che sorpresona, eh?

Se suo padre e suo nonno si erano assestati in una dignitosa carriera di funzionari, il giovane Hidesato opta per il mestiere che più gli si confà: il brigante. Il Nihon kiryaku lo nomina di nuovo nel 929 come capo-predone della regione.

Sono anni selvaggi di cui si sa poco, se non che il nostro fa un sacco di danni. Me l’età porta giudizio, e pochi anni dopo il nostro pare tornato dal lato buono della legge. Dopotutto nel 939 Hidesato ha ormai la cinquantina suonata, e uno nella sua posizione non arriva a quell’età senza un minimo di buonsenso: non è più un giovane arciere avventuroso, è un uomo maturo con famiglia ed è bene iniziare a preparare un buon nido per la vecchiaia.

E così abbiamo il wonder team di inviati per pacificare il Bandō! Un ex-brigante redento, tre ex-condannati per tradimento… di tutti gli ōryoshi, solo 1 (un tal Tōyasu) ha la fedina penale pulita. Chiaramente per la Corte serve un ribelle per acchiappare un ribelle.

Gli ōryoshi sono scelti di solito tra gente locale o con forti legami sul posto. La speranza è che usino la propria posizione per tirare dalla loro parte le bande armate della zona.

La strategia della Corte non si basa solo su di loro, però: viene organizzata una spedizione ufficiale da manuale!

Il 18 viene nominato un Gran Generale per la Pacificazione dell’Est (Seitō taishōgun), ovvero il capo dell’esercito “ufficiale”.

Per avere un’idea di quanto la Corte prendesse sul serio la minaccia Masakado basti pensare che la funzione di Seitō taishōgun era stata abolita nell’811. Ricompare in questa occasione (100 anni dopo) e mai più fino al XII° secolo.

Organigramma della spedizione ufficiale. Notare il nome di Minamoto Tsunemoto tra i generali in seconda.

Il tizio nominato generalissimo dell’est non è un militare, ma un funzionario civile sulla settantina, di rango medioalto. Costui è affiancato da 4 generali in seconda tra cui ex-funzionari scacciati da Masakado. Senza dubbio costoro sono stati scelti per via dei loro contatti sul territorio.

Il 18 e il 20 vengono anche scelti dei “sovrintendenti” (gungen e gunsō), tre Fujiwara che si erano distinti per i loro ripetuti sforzi di NON proteggere la pace dell’Imperatore. Si tratta del trio Tōkata, Shigeyasu e Fumimoto, tre sgherri del pirata Sumitomo che hanno saltato la barricata in cambio di ranghi e funzioni. Fumimoto in particolare era stato il braccio destro di Sumitomo in occasione del linciaggio del vicegovernatore della provincia di Bizen.

Gente ammodo insomma.

Per la cronaca, Tōkata e Shigeyasu rimasero a Corte e finirono i loro giorni come grassi burocrati, mentre Fumimoto tornò a scorrazzare con Sumitomo e finì morto ammazzato male come è spesso il caso con i pirati.

藤原純友(安政2年、芳直画、築土神社蔵)

Fujiwara Sumitomo, dal pennello di Utagawa Yoshinao (metà XIX°)

Le spade rituali simbolo dell’autorità militare sono consegnate al generalissimo l’8 del secondo mese. E’ passato un mese e mezzo dalle prime notizie di Hitachi, e finalmente pare che l’esercito lealista sia pronto a darsi una mossa.

Si tratta di un esercito strutturalmente simile a quello previsto dai Codici.

Tuttavia la scelta degli uomini è degna di nota: un alto funzionario civile presiede una spedizione i cui capi esecutivi sono non solo militari di professione (quasi tutti, Tsunemoto è ancora un newbie), ma in molti casi uomini con rancori personali verso il capo ribelle.

In questo modo i nobili contano di certo di sfruttare gli interessi privati degli ufficiali, il tutto mantenendo sotto controllo la situazione.

E’ una tattica vecchia come il mondo. Hai una banda di facinorosi che minaccia il tuo potere? Mandagli contro un’altra banda di facinorosi che minaccia il tuo potere. Mal mal che vada se ne saranno ammazzati un po’ tra di loro, e per te è tutto di guadagnato.

Non è il caso per tutti. Ovvio che Sadamori aveva ragioni personali per voler far la guerra al cugino. Ma Hidesato?

Si potrebbe argomentare che lo zio di Hidesato era uno dei funzionari deposti da Masakado nella sua folgorante conquista dell’Est, ma pare una motivazione molto debole.

Nah, Hidesato è un bandito e un avventuriero. Ha fiutato ricompense ed è probabilmente per quelle che è arrivato. Dopotutto il nostro era già funzionario provinciale durante la conquista del Bandō e si era guardato bene dall’opporsi a Masakado.

Ora la faccenda è diversa: la Corte gli sta offrendo qualcosa in cambio dello sforzo.

Non che la partita fosse già decisa, eh. Quella di Hidesato è pur sempre una scommessa, niente gli assicura che l’esercito lealista uscirà vincitore da questa guerra. Anzi, il 26 arriva la notiziola che Masakado, alla testa di 13.000 guerrieri, sta andando a papparsi anche Mutsu e Dewa, le due provincie settentrionali. Non aiuta il fatto che uno dei fratelli di Masakado sia un personaggio importante nella regione, con legami stretti con i funzionari e le élites locali.

Il territorio controllato da Masakado all’apice della rivolta

Kawajiri sostiene che, con ogni probabilità, Masakado prese effettivamente il controllo anche di questa ultima regione.

E’ l’inizio del terzo anno dell’era Tengyō (940) e Masakado è de facto padrone di un terzo tondo dell’impero.

Come accennato nell’articolo precedente, il nostro non si era peritato di creare una struttura di potere originale, ma aveva piazzato dei fidi a tener la barca pari mentre lui si dedicava all’attività più importante di tutte: dare la caccia ai suoi cugini, Sadamori per primo. Alla testa di 5.000 uomini, il nostro passa Hitachi al colino per diritto e per rovescio, ma dopo 10 giorni gli infami parenti restano introvabili.

La caccia non è del tutto vana però: una banda incappa in un gruppo di fuggitivi sulle rive del lago Hiroma. Il gruppo viene braccato, catturato, malmenato e spulciato. E nel mucchio saltano fuori due donne. Sono la moglie di Sadamori e la vedova di Minamoto Tasuku (uno dei primi a prendere le armi contro Masakado, e uno dei primi a morire).

Essere donne, prigioniere di alto profilo e in mano alla soldataglia è una combinazione terribile, e le due sono subito aggredite, stuprate e pestate mentre un piantone corre ad avvertire i capibanda del fortunato ritrovamento.

I due si precipitano sul posto e sfilano le disgraziate dalle grinfie dei loro uomini. Sono ridotte male, ma sono ancora vive.

Ora, è importante sottolineare che in questa regione e in questo periodo la moglie di un uomo non diventava automaticamente membro della famiglia di lui. La linea materna aveva un’importanza pari (e talvolta superiore) a quella paterna: se una donna della famiglia X sposava un uomo della famiglia Y, lei restava comunque un membro della famiglia X. In certi casi era addirittura il genero ad essere “inglobato” nella famiglia della moglie.

In altre parole, Masakado è in guerra con Sadamori, non necessariamente con sua moglie, e lo stesso vale per la vedova di Tasuku. Peraltro, conto tenuto del clima da guerra civile, cercare conflitto con altri notabili locali non è necessariamente una buona idea.

I due capibanda intercedono per le due tizie, chiedono a Masakado che sia fatta loro la grazia di tornare a casa indisturbate. Masakado accetta e offre alle due dei doni in guisa di compensazione.

Non solo: stando allo Shōmonki, il nostro si perita anche di scrivere alla moglie di Sadamori per “sondare il suo cuore”.

La domanda viene formulata sotto forma di poesia:

Benché sia lontano, voglio chiedere al vento messaggero: dove risiede il fiore strappato dal suo ramo?

Il senso della poesie pare d’acchito chiedere notizie: dove andrai?

Anche se un secondo senso è facilmente indovinabile: che intenzioni hai?

La risposta di lei è molto più criptica:

Benché sia lontano, il profumo dei fiori si diffonde, e non mi sento sola.

Potrebbe essere un semplice ringraziamento, il “profumo dei fiori” potrebbe indicare la benevolenza di Masakado che l’ha salvata dalle mani dei guerrieri e le ha permesso di tornare a casa.

Potrebbe anche trattarsi di un velato avvertimento: ti ringrazio del tuo aiuto, ma sappi che non sono sola, non venirmi a cercare.

Non possiamo essere sicuri che queste poesie siano autentiche, ma per quel che sappiamo della struttura familiare della regione in questo periodo è probabile che Masakado abbia davvero cercato di conciliarsi la famiglia di lei.

Stupri a parte, la caccia di Masakado resta infruttuosa, e nel frattempo si è arrivati alla fine del primo mese, che nel nostro calendario corrisponde grosso modo al marzo del 940. E’ l’inizio della stagione agricola, e buona parte dei guerrieri sono anche contadini, allevatori o possiedono poderi e devono supervisionare i lavori.

Dobbiamo ricordare che il grosso dell’esercito è comunque formato da banrui, uomini che non hanno un legame personale con Masakado e lo seguono per timore o per profitto. Questa gente non è disposta a sacrificare il raccolto per il capo, e questo Masakado lo sa. A inizio primavera i banrui disertano, è una dura realtà dell’esistenza.

Il nostro decide quindi di scogliere l’esercito e se ne torna a casa con un migliaio di guerrieri.

Sadamori e Hidesato, intanto, non sono in Hitachi. Si sono acquattati in Shimotsuke con le loro bande di guerra (ovvia, soprattutto la banda di Hidesato e relativi alleati), in attesa di una buona occasione. E questa è una buona occasione.

A questo punto Sadamori e Hidesato hanno un decreto imperiale con la promessa di ricompense. Possono usarlo per levare truppe locali e convincere banrui riluttanti a correre dei rischi.

Ed è esattamente quel che fanno: in poco tempo, i nostri ammassano 4.000 uomini.

Masakado è popolare, ma un guerriero di questo periodo è fedele alla propria famiglia. Chi ha seguito Masakado mentre lui vinceva non ha nessun problema morale a cambiare partito ora che Hidesato è sceso in campo con una nutrita banda e un decreto.

La resa dei conti si avvicina.

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A questo punto della vicenda, qualsiasi cosa può capitare.

La Corte ha deciso di trattare con Sumitomo e non con Masakado probabilmente perché ha paura di Masakado. Sumitomo è un pirata, un mercenario, vuole soldi, vuole potere, vuole navi, ricchezze, tutte cose facili da capire e da cui la Corte si può, volendo, separare.

Ma Masakado?

Masakado ha preso un terzo del paese. Lascia intendere di voler trattare, ma vuol trattare davvero? Magari non vuole diventare Nuovo Imperatore, ma a questo punto potrebbe diventare Nuovo imperatore! E se tratti con lui, e ottieni il ritiro delle sue truppe e la restituzione delle provincie, chi ti assicura che al prossimo screzio con le autorità locali non ricapiti di nuovo?

Come puoi imporre la legge ad un uomo che ha dimostrato capacità del genere?

Non puoi. E pertanto non lo puoi tollerare. Anche se ha dato prova di buona volontà, anche se ha dato prova di voler trattare, anche se è un uomo di buonsenso che non ama la violenza gratuita (caratteristica rara tra i suoi pari). E’ un uomo che ha dimostrato di poter sfidare la Corte e vincere, e questo lo rende molto più pericoloso di una marmaglia di predoni piromani che mozzano nasi e bruciano villaggi.

Ovvio che con i se e con i ma la Storia non si fa, ma per quel che ho potuto imparare di Masakado, è probabile che, se la Corte avesse trattato e condannato Sadamori una volta per tutte, il nostro se ne sarebbe tornato a casa sua a fare l’allevatore. E’ quello che fa durante il primo interludio tra i disordini, e in generale l’impressione è che Masakado non avesse davvero l’ambizione di governare su un terzo di Honshū. Masakado era un uomo che amava la propria casa, la propria moglie e la propria pace di vivere.

Ironicamente, due degli uomini coinvolti nella repressione della rivolta saranno all’origine di lignaggi che finiranno per aggrapparsi alla Casa Imperiale come spire di convolvolo, fino a scalzarla dal potere esecutivo reale e a relegare il Figlio del Cielo in secondo piano.

Chissà, forse se Suzaku avesse trattato con Masakado, la Storia intera del Giappone sarebbe stata diversa.

Ma questo è materiale per un prossimo articolo. L’ultimo della saga!

MUSICA!


Puntate precedenti

Prima puntata

Seconda puntata

Terza puntata

Quarta puntata

Quinta puntata

Interludio

Sesta puntata

Settima puntata


Approfondimenti

Il pirata Sumitomo

Breve storia del sistema militare giapponese, dalle origini a Masakado

La banda di guerra


Bibliografia

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In lingua occidentale

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Illustri sconosciuti: Taira no Masakado (3.1) – Il Nuovo Imperatore

Questo blog, come avrete certo notato, è gestito col rigore e la puntualità di un bordello ambulante durante la Guerra dei Trent’Anni. Quindi tra recriminazioni su film e appassionanti diatribe sulla forma dei buchi del naso nelle statue di Bodhisattva, ci sono un paio di serie che stagnano da mesi e mesi.

Una di questa è la disgraziata vicenda di Taira Masakado, che mi accingo a resuscitare dal passato perché prendere a calci i cavalli morti è il passatempo preferito qui alla Fortezza.

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Nella puntata precedente abbiamo parlato di come Masakado, dopo l’ennesimo tradimento da parte della Corte, abbia deciso di cambiare le regole del gioco: intervenendo in favore di un gregario, il nostro ha espugnato la capitale provinciale di Hitachi e preso prigioniero il vicegovernatore e il disgraziato messo imperiale che si trovava nei paraggi.

Ora Masakado ha ufficialmente superato il limite da faida privata a rivolta contro lo Stato.

Un atto del genere di solito comporta una totale perdita di ogni diritto e protezione: una volta che sei stato dichiarato ribelle, chiunque ha il diritto di ucciderti e può aspettarsi una lauta ricompensa in cambio.

Ciò funziona soprattutto se l’autorità della Corte è riconosciuta come legittima e affidabile.

Purtroppo la Corte sta avendo qualche problemino da questo punto di vista, mentre Masakado è all’apice della propria popolarità. Masakado è il prototipo di quello che, in un’ottica feudale, è il buon signore.

E’ un guerriero di fegato che non chiede ad altri cose che non sia disposto a intraprendere in prima persona.

E’ un uomo temperante e ragionevole, che non ama gli spargimenti di sangue fine a se stessi e che non rischia la vita dei propri uomini alla leggera.

E’ un buon tattico, capace di rovesciare situazioni disperate.

E’ un buon patrono, qualcuno pronto a muovere il Mondo per proteggere i propri gregari, qualcuno che non svende i suoi per un vantaggio politico.

Masakado è anche un lontano discendente dell’Imperatore Kanmu e amico personale del principe imperiale Okiyo.

Masakado è riuscito a vincere contro nemici più numerosi e potenti di lui.

Insomma, Masakado riunisce in sé il fascino tradizionale del condottiero di ascendenza nobile con l’aura romantica dell’eroe perseguitato, il buonsenso del buon amministratore con la foga e il genio tattico del prode guerriero.

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Masakado era anche molto liberale nella distribuzione di mazzate sui denti
Utagawa Kunisada (1786-1865)

Per molti notabili dell’Est, Masakado è un colpaccio di marketing come pochi se ne sono visti prima!

Dal canto suo, Masakado sa di non poter davvero far la guerra all’Impero intero. E da parte loro, gli imperiali non possono tollerare di lasciare impunito qualcuno che una bella mattina piglia e rade al suolo un intero complesso provinciale.

Lo scontro è inevitabile.

Masakado opta quindi per una nuova strategia: prendersi il resto del Bandō.

Ci sono varie teorie su quale fosse il vero scopo di Masakado in quest’avventura, ma ci ritorneremo con calma.

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La pianificazione è tutto

E’ il 940, Masakado ha preso Hitachi e ci ha lasciato dei funzionari subalterni con l’ordine di mandare avanti l’ordinaria amministrazione e non fare i furbi.

Meno di un mese dopo i fatti di Hitachi, Masakado marcia verso la capitale provinciale di Shimotsuke. Il suo esercito sta crescendo: capibanda accorrono dai quattro angoli del Bandō, pronti a combattere per il nuovo eroe, erodendo i già traballanti eserciti provinciali.

Il governatore provinciale di Shimotsuke non prova nemmeno a resistere: aspetta Masakado senza tirare in ballo manco un soldato e subito gli consegna i sigilli provinciali, le chiavi dei magazzini, i registri ufficiali e la password per Netflix.

Masakado ringrazia e gli offre una scorta per tronarsene alla Capitale da bravo bambino. Quanto ai gregari del governatore, non restano per vedere se Masakado avrà per loro la stessa cortesia: raccattano le famiglie e fuggono.

Perché la guerra è guerra, e dopo un ribaltone seguono sempre purghe e vendette.

Promemoria

L’autore dello Shōmonki, sempre molto sensibile alla sofferenza della popolazione civile, non racconta di roghi e stupri a questo giro. Si accenna a dei disordini, ma la presa di Shimotsuke pare molto meno cruenta di quella di Hitachi.

Ad ogni modo il nuovo esercito ribelle non ha freni, spinge avanti e un paio di settimane dopo è davanti alla capitale provinciale di Kōzuke, che cade senza combattere esattamente come Shimotsuke.

E’ una guerra lampo senza precedenti. Le istituzioni si sgretolano come castelli di sabbia davanti all’ondata di marea di Masakado e dei suoi.

Questa velocità fulminante non deve però far credere che la rivolta armata faccia l’unanimità dei consensi: Masakado ha tani nemici. Stabilire un solido controllo sul territorio il prima possibile è vitale per impedire ogni possibile contro-insurrezione.

Masakado se ne rende conto, e prima di continuare nella provincia successiva, s’installa negli uffici di Kōzuke e nomina dei funzionari che possano riempire la nicchia ecologica lasciata dagli imperiali.

Molti di quelli al seguito di Masakado erano guerrieri della classe dei magistrati di distretto: piccola aristocrazia locale tagliata fuori da una buona carriera nell’amministrazione. Hanno preso dei grossi rischi per star dietro a Masakado, e Masakado deve dar loro qualcosa in cambio.

E ciò che qualcuno di quella classe vuole è una funzione.

Prestigio, potere e una rendita, una via di fuga da una posizione mediocre e subalterna da cui non c’è scampo. Una funzione è un premio ambito.

Concedendola, Masakado non solo rinforza il proprio controllo sulle regioni, ma rinforza il legame che ha creato coi capi ribelli.

Mentre i nostri sono riuniti a discutere di ciò, una donna si presenta alla capitale provinciale.

E’ una profetessa, ed è venuta a portare un messaggio del Gran Bodhisattva Hachiman.

Profetessa profetizzante

Nello Shōmonki non si dice da quale santuario viene la donna. Se davvero il fatto è accaduto, la signorina doveva essere una aruki-miko, una sacerdotessa itinerante. Si trattava di donne nomadi che si guadagnavano da vivere eseguendo riti, divinazione o, all’occasione, prostituendosi.

Le donne-sciamane sono un pilastro della società giapponese dalla notte dei tempi: come accennato in passato, la prima volta che una fonte storica nomina il regno di Wa, questo è sotto il controllo di una regina-sciamana.

Nel milieu dei guerrieri queste donne erano particolarmente importanti e i loro servigi molto ricercati. Non è difficile capire perché: la via dell’arco e della freccia è una via brutale e crudele, divinazione e preghiera sono un conforto necessario per molti.

Ad ogni modo la nostra ha un messaggio dalla parte di Hachiman-daibosatsu:

Io [chin, 朕, pronome personale che solo l’Imperatore ha diritto di usare, NdTenger] conferisco la dignità imperiale a mio figlio [onshi, 蔭子, “mio figlio”, termine usato solo dai dignitari superiori al quinto rango, NdTenger] Taira Masakado. Il certificato di rango [iki, 位記] è stato redatto dallo spettro Ministro della Sinistra di secondo rango maggiore, Sugawara Ason. Il Bodhisattva Hachiman detiene gli ottantamila eserciti. Conferisco così la dignità imperiale. Subito siano suonati i trentadue brani e che ciò sia rapidamente messo in opera.

C’è tanto da spacchettare in questo brano.

La miko usa a tratti il linguaggio riservato all’altissima aristocrazia e all’Imperatore.

In secondo luogo, lo spirito fa riferimento a un “certificato di rango”. Si tratta qui dei documenti rilasciati agli aristocratici per attestare della loro posizione. Tuttavia questo tipo di documento non si applicava all’Imperatore, che era Pronipote Divino e non certificava proprio niente.

Yanase interpreta questi elementi come un indizio che il fatto non sia davvero avvenuto. Rabinovitch si spinge ancora più avanti suggerendo che si tratti magari di un’aggiunta volutamente satirica.

Un’altra possibilità è che il fatto sia capitato davvero, e che sia stato orchestrato da Masakado o dal suo compare Okiyo.

Pensateci: Masakado è in disperato bisogno di legittimità (come ogni nuovo capo). E’ discendente di Kanmu, ma basterà?

Ed ecco che arriva una profetessa. Una profetessa di provincia che si rivolge a gente di provincia. Magari ha sentito parlare degli alti aristocratici, ha sentito nominare i diplomi di rango, ma non è abbastanza addentro alla cultura di Corte da sapere che non esiste un diploma di rango per l’Imperatore.

C’è però dell’altro: un chiaro riferimento a Sugawara Michizane.

Nel 901 Sugawara Michizane era Ministro della Destra (la terza carica più importante della Corte), in un’epoca in cui solo i Fujiwara facevano grandi carriere. Michizane non era membro della famiglia, ma era un brillante letterato e un amico personale dell’Imperatore Daigo.

La cricca Fujiwara non può però tollerare la sua presenza, e in un complotto infame anche per gli standard dell’epoca, riescono a far esiliare Michizane a Kyūshū, dove morirà un paio d’anni dopo.

Questa storia è così straordinaria che merita un articolo a sé: basti sapere che la macchia di questa lurida congiura non andò mai via e rovinò la vita di molti membri del clan Fujiwara (e non solo). Lo spettro vendicatore di Michizane fu uno dei più pericolosi, crudeli e duraturi fantasmi della Storia Giapponese.

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Michizane scaglia accidenti dalla cima di una collina
Ogata Gekkō (1859-1920)

Il fatto che Michizane, il terribile spettro nemico dell’Impero, compaia in questo brano, potrebbe indicare che si tratta non tanto di un fatto reale, ma di un artificio letterario, un accenno a ciò che il futuro ha in serbo per Masakado e i ribelli della sua risma.

Allo stesso tempo, sapete chi era funzionario in Hitachi durante le prime fasi della faida tra Masakado e i suoi parenti?

Sugawara Kanemochi, il figlio di Michizane.

Il mondo è piccolo alle volte, eh?

La carriera di Kanemochi era stata annientata dalla caduta di suo padre e, invece di diventare membro del Governo Centrale, il nostro era stato spedito a fare il funzionario di mezza tacca nel selvaggio Bandō. Kawajiri nota che Kanemochi arrivò in Hitachi quando ancora aveva la ventina. E’ probabile che, esiliato e senza amici, abbia stretto legami con la famiglia Fujiwara locale (quella di Haruaki, per cui Masakado ha marciato in Hitachi l’undicesimo mese del 940).

Secondo Kawajiri non è da escludere che l’autore dello Shōmonki abbia voluto qui puntare allusivamente il dito a Kanemochi, magari suggerendo che il nobile decaduto era il secondo complice di Masakado (il primo era il principe Okiyo).

Sarebbe un altro elemento a favore della teoria per cui l’episodio della veggente non è che un brano romanzato, frutto del pennello dell’autore.

Firday nota anche che il culto di Hachiman (protettore del lignaggio imperiale) non era ancora diffuso nell’Est ed era più una roba da gente della Capitale. Se davvero la messinscena ha avuto luogo, perché scegliere il nome di una divinità a stento conosciuta dal tuo pubblico?

Le stranezze narrate dallo Shōmonki non si fermano con l’ipotetica profetessa. Stando alla fonte, dopo l’oracolo la banda di Masakado avrebbe creato per lui il titolo di shinnō, “Nuovo Imperatore”.

Fermiamoci qui un momento.

Da quando lo Stato di Yamato comincia a strutturarsi nessuno, e ripeto nessuno, ha mai cercato di soppiantare l’Imperatore.

Mai.

La gente ha congiurato per scegliere il Principe di Sangue, ha deposto sovrani, ha fomentato liti di successione (tra le cause remote della Guerra di Genpei c’è una disputa di questo genere), Imperatori sono stati assassinati, o imprigionati, o presi in ostaggio.

Più tardi, l’istituzione shogunale ha usurpato il potere secolare degli Imperatori (lasciandogli quello spirituale e la legittimità ultima).

Ma nessuno, mai, ha cercato di soppiantare la Casa Imperiale.

Non importa se credi davvero che l’Imperatore sia divino o no, la Casa Imperiale deve restare.

Una delle ragioni di ciò è che essere Imperatore è una grandissima e cosmica rottura di coglioni. Come dio vivente, il sovrano ha una vita strettamente regolata da rituali e cerimonie (che includono, talvolta, starsene seduto digiuno e immobile per 12 ore, o altre robe buffe così).

In secondo luogo tutti avevano più o meno chiaro che, senza una Casa Imperiale come fonte di legittimità condivisa, il Paese sarebbe scoppiato in una guerra civile totale. Era nell’interesse di tutti mantenere un certo grado di ordine.

Diventare ministro o reggente è quindi molto più interessante, in quanto dà accesso al potere effettivo senza tirarsi dietro tutti il fardello religioso e senza distruggere il delicato equilibrio che teneva iniseme la società giapponese.

Se questa storia dello shinnō fosse vera, Masakado sarebbe l’unico esempio di usurpatore imperiale nella lunga storia di rivolte e rivoluzioni che hanno falcidiato il Giappone.

E’ la ragione per cui condivido la posizione della maggioranza degli storici nel dire che, probabilmente, ‘sta storia del Nuovo Imperatore è una bufalata a reazione.

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Un esempio di quanto faccia schifo la vita da Imperatore: Antoku, qui in braccio a sua nonna. Ma di lui parleremo nella serie su Genpei.

E’ possibile che questa storia sia pura e semplice propaganda della Corte. Dopotutto la Corte ha deciso di trattare con quel macellaio di Sumitomo e di combattere contro Masakado, un uomo che fino a poco prima era rimasto nei limiti della legge e aveva dato prova a più riprese di estrema buona volontà.

Come giustificare una scelta del genere se non argomentando che Masakado è in qualche modo peggio di Sumitomo? E visto che sono ribelli tutti e due, cosa c’è di peggio di un ribelle? Un ribelle blasfemo.

E’ anche possibile che si tratti di un caso di projection: Masakado inizia a mangiarsi territorio e ad ammassare eserciti nella regione del Bandō.

Sapete chi l’aveva fatto prima di lui?

L’imperatore Tenmu, quando ancora si chiamava Ōama ed era stato tagliato fuori dall’eredità imperiale. Tenmu fu uno dei più grandi imperatori della Storia. Non è da escludere che la rivolta di Masakado abbia destato reconditi ricordi nella testolona dei nobili della Capitale.

Infine può anche darsi che “nuovo imperatore” fosse un soprannome, un nomignolo affibbiato per scherzo o per adulazione dagli uomini di Masakado. Dopotutto il nostro non sarebbe il primo capo militare autocratico a dotarsi di un nomignolo (Attila, Piccolo Padre, gli esempi abbondano).

E’ un film più storicamente accurato di Vikings

Mentre è in Kōzuke, Masakado prende anche l’occasione di scrivere una lettera al suo ex-patrono, il Ministro degli Affari Supremi Fujiwara Tadahira (anche se alcuni ritengono che il messaggio sia per il figlio di Tadahira, Morouji).

La lettera è riportata per intero nello Shōmonki.

C’è molta discussione sulla veridicità di questo documento, ma, riassumendo l’annosa diatriba, è molto probabile che sia autentico.

Se lo è, si tratta dell’unico documento in cui Masakado ci parla. L’unica traccia sopravvissuta della sua “versione dei fatti”.

Oso rivolgermi a Voi.

Sono ormai molti anni che non posso valermi del Vostro consiglio. Desidero incontrarvi, ho urgenza di parlarvi. Ve ne sarò molto grato se vorrete accordarmi la vostra considerazione.

Anni fa fui convocato a seguito di una lettera di denuncia di Minamoto Mamoru e i suoi [acerrimi nemici di Masakado, sono loro a scatenare la prima ondata di ostilità, NdTenger]. Timoroso di questa convocazione, mi recai tosto alla Capitale, e appena arrivato ricevetti degli ordini e mi dissero:

“Masakado, hai già ricevuto molte benedizioni. Pertanto, abbiamo deciso di lasciarti tornare a casa.”

Sono tornato al mio villaggio natio senza por tempo in mezzo. In seguito, scordati i lontani fatti di guerra, ho tolto la corda al mio arco e ho vissuto in pace.

Tuttavia il vecchio vicegovernatore di Shimōsa, Taira no Yoshikane, mise insieme diverse migliaia di uomini e decise di attaccarmi. Non potendo voltar le spalle e fuggire, mi sono difeso. A causa di Yoshikane moltissime persone furono uccise, ferite o catturate. Ciò è stato riportato in dettaglio dalla lettera inviata all’amministrazione centrale dal governatore di Shimōsa.

La Corte inviò dunque alle diverse provincie l’ordine di perseguire Yoshikane e i suoi, ma finì lì. Nel frattempo arrivò un messaggero che mi comunicò che ero stato convocato di nuovo. Ciò mi riempì di inquietudine, e alla fine non andai alla Capitale. Spiegai in dettaglio la situazione all’inviato imperiale Anaho no Tomoyuki e la cosa morì lì.

Non stavamo ricevendo nessuna nuova dalla Capitale e io ero affranto e inquieto, quando, quest’estate, Taira no Sadamori in persona arrivò in Hitachi portando con sé un ordine imperiale dove venivo convocato. In seguito, i diversi governi provinciali mi mandarono le loro deposizioni ufficiali. Il suddetto Sadamori era sfuggito alla cattura e, senza farsi scovare, era tornato alla Capitale.

Vista la situazione, il Governo avrebbe dovuto arrestarlo e svolgere un’indagine completa sul suo conto. Ma al contrario gli fu concesso un ordine imperiale che gli dava ragione. Ditemi se questi non sono tradimento e menzogne!

Non solo, il Terzo Controllore della Destra, Minamoto no Sukemoto no Ason, mi portò una lettera con ordini e istruzioni in cui era scritto:

“A seguito della lettera di denuncia del precedente vicegovernatore di Musashi, Tsunemoto, è stata decisa una seconda convocazione per poter indagare sulle colpe di Masakado.”

Mentre aspettavo l’arrivo degli inviati imperiali, Tamenori, il figlio del vicegovernatore di Hitachi Fujiwara no Korechika no Ason, abusava senza vergogna della propria autorità e si divertiva a calunniare il prossimo. A seguito delle lamentele di uno dei miei guerrieri, Fujiwara no Haruaki, mi recai in Hitachi per approfondire questa faccenda.

Nel frattempo Tamenori e Sadamori, agendo di concerto e alla testa di più di 3000 guerrieri d’élite, requisirono arbitrariamente le lame e le armi delle armerie, piantarono i mantelletti e mi sfidarono in combattimento.

A quel punto, dopo aver ravvivato il morale dei miei guerrieri e dei miei soldati, ho annientato l’esercito di Tamenori.

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Mi spiace, temo di aver spianato il tuo esercito in meno di niente.

Non so quanta gente sia morta in quel frangente o durante l’occupazione della provincia. Non occorre dirlo: molti sopravvissuti furono catturati e decapitati da me.

Il vicegovernatore Korechika finì per scrivere una confessione dacché, non avendo saputo dare un’educazione a suo figlio, la cosa era degenerata in rivolta armata.

Anche se non era mia intenzione in principio, ho rovesciato la provincia. La punizione non sarebbe stata leggera, ma sarebbe stata la stessa per aver preso una o cento provincie.

Mentre continuavo a interpellare la Corte, ho finito per catturare tutte le provincie del Bandō.

Ho preso la libertà di considerare il mio lignaggio e, alla fine, sono un discendente alla quinta generazione dell’Imperatore Kashihabara [Kanmu, NdTenger]. Se dovessi conquistare metà del Paese, non si direbbe forse che era nel mio destino ?

In tutti i documenti storici ci sono storie di uomini che hanno preso il Mondo grazie alla forza delle armi. Già il Cielo mi ha accordato il dono dell’abilità militare. Considerato ciò, chi dei miei pari potrebbe mai essermi eguale?

E nonostante tutto la Corte, invece di ricompensarmi, continua a mandarmi lettere di rimproveri. Riflettendo sulla mia vita, ciò mi dà molte ragioni di provar vergogna. Bell’onore mi son guadagnato…

Se poteste dedicare un pensiero a questa mia situazione, ne sarei molto felice.

Ormai sono passati decenni da quando, al tempo della mia giovinezza, servii la casa dell’augusto sire il gran Ministro. Tutte queste cose sono successe e non ho pensato che era un periodo in cui eravate Reggente e Ministro del Paese. Mi dispiace, le parole mi mancano.

Anche se può sembrare che mi stia preparando a conquistare il Paese, come potrei mai dimenticare Voi, il mio vecchio patrono. Se voleste tener ciò in considerazione, ne sarei felice. Questo soltanto mi preme davvero tra le mie diecimila preoccupazioni.

Masakado scrisse col più gran rispetto,

Secondo anno dell’era Tengyō, dodicesimo mese, quindicesimo giorno.

La lettera è… interessante.

Nel lungo papello Masakado esprime tutta la propria frustrazione. “Non ho fatto che difendermi, sono venuto alla Capitale, mi avete rimandato a casa ma poi continuate a tenermi questa storia sul collo!”

Passa alla sua versione dei fatti, al profondo senso di tradimento da parte della Corte: “Sapete dove ve le dovete infilare le vostre convocazioni ufficiali?”

Procede con velate minacce, nota che potrebbe, in teoria, mangiarsi un pezzo dell’Impero: “Ho un esercito e un’ascendenza imperiale, e non ho paura di usarli!”

Allo stesso tempo il nostro non manca mai di rispetto a Tadahira, anzi, gli chiede scusa: “tutto ‘sto casino proprio quando sei ministro, mannaggia!”

Masakado non si mostra mai ostile verso il suo ex patrono, anzi. Gli chiede perdono, aiuto e consiglio. Il tutto mentre si mangia le provincie dell’Est una dopo l’altra, manco non l’avesse fatto apposta.

Nel messaggio Masakado dichiara senza mezzi termini di voler parlare con Tadahira e di essere disponibile a seguire il suo consiglio. Questo lascia supporre che lo scopo della lettera fosse sì minacciare l’aristocrazia, ma lasciando intendere che era disposto a trattare.

Scrivere a Tadahira è un palese tentativo, dalla parte di Masakado, di aprire un canale di comunicazione con la Corte.

E qui arriviamo allo scopo finale dell’intera faccenda.

Per alcuni Masakado è semplicemente un capo ribelle che ha deciso di mangiarsi un pezzo d’Impero.

Dissento. Secondo me lo scopo di Masakado quando si è preso all’anima di papparsi l’intero Bandō era quello di diventare una minaccia tale da costringere la Corte a trattare.

Mettetevi nei suoi panni: da anni Masakado ha dovuto fare i conti con attentati alla sua vita e alle sue terre, ha cercato di ragionare, ha cercato di difendersi, ha cercato l’intervento delle autorità competenti, e niente ha mai funzionato.

E’ mia ferma opinione che con la rivolta Masakado volesse prendere di forza ciò che la Corte gli ha negato finora: riconoscimento e protezione. C’è chi per farsi sentire prende in ostaggio il telecomando, Masakado ha preso in ostaggio una regione. Non vuole restare come capo indipendente, vuole che il suo valore e la sua posizione siano riconosciuti.

Questa è ovviamente la mia conclusione: non per forza ho ragione.

Quale che fosse il recondito disegno di Masakado, a Kōzuke il nostro procede a nominare funzionari responsabili per le provincie di Shimotsuke, Kōzuke, Hitachi, Shimōsa, ma anche Awa, Kazusa, Sagami e Izu.

Izu non fa tradizionalmente parte del Bandō, ma un anno prima uno dei fratelli di Masakado aveva fomentato qui una rivolta, che a questo punto viene inglobata nella più grande presa dellì’Est, perché in guerra e in cucina tutto fa brodo.

E Musashi?

Non compare nello Shōmonki a questo punto, ma compare nei decreti sulla rivolta, il che lascia supporre che Masakado l’abbia messa sotto il suo diretto controllo.

Non che il nostro abbia abbandonato la sua dolce Shimōsa, al contrario! Stando allo Shōmonki e al Fusō ryakkki, il nostro decide di costruire una sua “capitale” qui, nella sua prediletta base di Iwai.

Masakado procede poi, secondo lo Shōmonki, a nominare tutti i membri del governo in una replica dell’organigramma della Corte: consiglieri, auditori, Ministri della Sinistra e della Destra, ecc. Per ultimo, nomina un Dottore del Calendario.

Chi è un Dottore del Calendario? E’ il tizio che fa gli oroscopi e che stabilisce quali giorni si può fare cosa.

Questa carica, a Corte, era la carica cardinale. Nessuno faceva niente senza consultare prima un astrologo esperto.

Come fa notare Fukuda, il Dottore del Calendario sarebbe stato il primo funzionario nominato da qualcuno che ha l’intenzione di ricreare una copia della Corte di Heian. Senza di lui non si organizza nulla, e la sua presenza è indispensabile a legittimare gli atti.

Come mai qui è buttato lì alla fine, come a tappare una dimenticanza?

Non si può scusare la cosa con “magari nell’Est non sapevano ‘sta faccenda degli oroscopi”: Okiyo è un principe imperiale e Masakado ha servito alla Capitale da giovane.

E’ possibile che non abbiano trovato nessuno con il giusto curriculum in tempo, o è possibile che si tratti dell’ennesima interpolazione apocrifa volta a dimostrare l’illegittimità simbolica delle decisioni prese in Kōzuke.

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E il resto della campagna militare per prendere il Bandō?

Non c’è nessuna campagna militare.

Mentre Masakado è a Kōzuke, i funzionari delle restanti provincie abbandonano sigilli, registri e mutande sgommate e ritornano alla Capitale con le sottane in mano. A Masakado non resta che finire il tour del ribaltone, installare i nuovi collaboratori e poi tornare in Shimōsa.

Qui il nostro si prepara a resistere alla contro-rivolta, la spedizione armata che di certo gli toccherà combattere.

E’ da notare che, a parte l’occupazione militare e l’insediamento di nuovi funzionari, Masakado non prende altre disposizioni. Non c’è nessuna riforma creativa del sistema di governo, nessun ragionamento approfondito su come l’autorità funzioni o come la si possa manipolare.

Con tutta la morte e la distruzione, con tutta la mirabolante impresa militare, non c’è mai una rimessa in causa dello status quo.

Quella di Masakado è una rivolta, non una rivoluzione.

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La rivolta di Masakado, di Kato Toshiro

Bisognerà aspettare un paio di secoli prima che qualcuno si ponga seriamente il problema di una forma di autorità diversa da quella Imperiale tradizionale. Bisognerà aspettare l’arrivo della power couple del millennio: Minamoto Yoritomo e Hōjō Masako.

Nel suo piccolo, Masakado ha dimostrato quanto labile sia il controllo reale dell’aristocrazia sulla regione che, ricordiamolo, è il cuore pulsante del potere militare giapponese.

Ma che dire del controllo di Masakado? Cosa ci vorrà per scalzare il miglior capobanda dell’Est?

Ci vorrà un bandito e una folata di vento favorevole. Perché come sa chi studia Storia Militare: tutti i piani del mondo non valgono una genuina botta di culo.

MUSICA!


Puntate precedenti

Prima puntata

Seconda puntata

Terza puntata

Quarta puntata

Quinta puntata

Interludio

Sesta puntata


Bibliografia

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Illustri sconosciuti: Taira no Masakado (2.2)

In concomitanza con il 78esimo anniversario della Kristallnacht, i nostri cugini yankees eleggono un tizio che promette infrastrutture, industrie, veterani e amicizie di dubbia reciprocità (come fa notare il mio buon amico Sir GreenMold). Sono così tanti omen tutti insieme che la palla di cristallo mi è scoppiata e ha fatto scappare tutti i pipistrelli. Ora l’antro è vuoto e solingo fatta eccezione per la ragnetta Becky e la sua progenie di aracnidi grandi come criceti.

Quindi è con sommo piacere che oggi parlo di altra gente determinata a martellarsi le palle fino a ridurle in polvere: Masakado e soci.

Nella scorsa puntata avevamo lasciato Masakado in una situazione non proprio piacevole: suo zio Yoshikane gli ha appena inflitto cocenti sberle nel muso, culminate con la cattura di sua moglie e il possibile massacro dei suoi figli.

Yoshikane è sulla cresta dell’onda. C’è solo un problemino: Masakado è sempre vivo. Grave errore.

La “battaglia” del colle Yubukuro

Siamo nell’anno 937, è l’inizio dell’inverno, gli aghi dei larici cadono, gli aceri dardeggiano rosso sangue nella foresta, il raccolto (o ciò che ne resta) è immagazzinato e la nebbia riempie le valli.

Yoshikane decide che, sai che, ho sconfitto mio nipote/genero e di certo questa brutta faccenda è conclusa. Perché non andare in gita per una visita alla famiglia di Hitachi?

Il Nord-Est

Arriva alla residenza di Hatori, nel distretto di Makabe. La base è grande, circondata da un muro in terra, abitata da numerosi vassalli e dipendenti assortiti. Yoshikane è lieto di ritrovare conoscenti e familiari. Sarà una bella riunione dopo tutto il dramma degli ultimi mesi!

Il nostro si è appena installato, quando un piantone arriva di corsa.

-Capo, sono arrivati!

-Ah, la famiglia intendi, vero?

-Heu… sì, si potrebbe dire così…

-Li aspettavo. Fai preparare un bel pranzetto-

-Capo, sono 1800! [fonte: Shōmonki]

-1800? All’anima, chi si è portato l’intera banda?

-Er… dice di essere tuo nipote Masakado…

Mai lasciare i nemici in vita.

Mentre Yoshikane preparava la scampagnata, Masakado ha raccattato i suoi e preparato una bella festa a sorpresa. Come un sol’uomo, assaltano la residenza e affogano la cinta in una pioggia di frecce. Contadini e artigiani, guerrieri, scribi, donne e bambini, vengono infilzati come puntaspilli. Poi Masakado e i suoi gagliardi compari sfondano le porte a cornate e sciamano all’interno in un’orgia di stupro, morte, budella sparpagliate e fuoco. Orti, frutteti, case, magazzini: tutto viene saccheggiato, bruciato, distrutto secondo la brutale logica dal X° secolo.

Yoshikane e una parte dei suoi uomini riescono a raccattar le sottane e scappare a gambe levate sulle montagne circostanti. Nascosti tra cinghiali e scoiattoli, nella fredda aria di fine autunno, guardano il fumo di quelle che fino al giorno prima erano le loro case.

Masakado dal canto suo si è tolto una soddisfazione. Ma non è abbastanza.

-Dobbiamo trovare Yoshikane e staccargli quella testa di cazzo una volta per tutte.

-Non è uno spreco di risorse?- Obietta uno dei suoi fratelli. -Gli abbiamo fatto un culo grosso come un canotto, magari è sufficiente.

-Ah, certo, perché io sono fesso abbastanza da lasciarlo vivo, più che altro! Mandate gli esploratori!

Gli esploratori ritornano dopo poco tempo: Yoshikane e i suoi si sono rifugiati sulle pendici del Monte Tsukuba.

-Oh bene.- Masakado si sfrega le mani. -Chi è in vena di un po’ di momijigari?

Il 13 del decimo mese Masakado incoccia nel nemico: un migliaio di uomini di Yoshikane si annida sulla collina Yubukuro, nei pressi del Monte Tsukuba.

Quella che segue, è una delle battaglie più ciofeca nella storia delle battaglie ciofeca.

Com’è andata? Oh beh…

Se crediamo allo Shōmonki, Masakado avrebbe optato, per una volta nella vita, di ingaggiar battaglia secondo il “protocollo”.

Tale protocollo non è definito nello Shōmonki, ma Kawajiri lo spiega basandosi su un altro esempio:

I due contendenti e compari si danno prima di tutto appuntamento in un luogo prestabilito (via lettera formale, perché tutto è più bello con la burocrazia).

In seguito, i due si piazzano a 100 metri di distanza e i capoccia si incontrano al centro per scambiarsi dichiarazioni di ostilità ufficiali. Qualcosa del tipo…

Egregio signor Tiziocaio,

con la presente le comunico la mia ufficiale intenzione di staccarle la testa con uno strumento affilato e defecarle poscia nell’esofago.

La ringrazio per la cortese attenzione e mi scuso per la sua imminente e violenta dipartita,

Sempre suo
Firma

Dopo questa formalità, i due si congedano (preferibilmente senza strapparsi i baffi a vicenda) e ritornano dietro le rispettive linee di mantelletti. Indi i due gruppi procedono a un simpatico scambio di frecce detto ya awase.

Se per disavventura nessuno dovesse morire (purtroppo a volte succede), le linee vengono avvicinate e le salve di frecce riprese, finché uno dei due campi non defunge.

Masakado non procede proprio in questo modo, ma prende la pena di mandare a suo zio una lettera ufficiale sul tono “Howdy pezzo di merda, sono venuto per stapparti gli occhi e sputarti nel cervello! Tally oh!”

Questo non era il modo normale di procedere (secondo l’antico adagio che avvertire il nemico del tuo imminente attacco è da Dodo) e non abbiamo altri esempi simili in questo conflitto. Perché quindi questa lettera?

Poesse che lo Shōmonki ci stia coglionando, o poesse che Masakado stesse semplicemente cercando di provocare lo zio.

Come abbiamo detto, l’inverno è alle porte, le giornate sono brevi e la notte fa un freddo buggerone con le rape. Nessuno vuole stare su questo cazzo di colle a lungo. Allo stesso tempo, nelle scale delle priorità di Yoshikane e soci, ammuffire in montagna è comunque passabile rispetto al farsi tritare da Masakado. Yoshikane è sulla difensiva, una posizione generalmente vantaggiosa.

Mandandogli una lettera di sfida Masakado spera forse di far leva sulla coda di paglia dello zio (e i guerrieri giapponesi hanno notoriamente una coda di paglia molto infiammabile) spingendolo a uscire allo scoperto.

Sfortunatamente per Masakado suo zio non è così tanto fesso, e si guarda bene dall’incontrare il nipote in campo aperto.

Guerriero in armatura dōmaru con naginata

Quindi come va a finire?

Si riassume facile: Masakado e Yoshikane, insieme ai compagnetti di merende, si girano intorno e si tirano pallette di carta per diversi giorni, senza mai compicciare niente. Nel frattempo, bruciano e saccheggiano nella zona perché hey, già che siamo costretti a far del campeggio, almeno riforniamoci bene.

Secondo lo Shōmonki, questa epica battaglia del colle Yubukuro avrebbe portato a una prematura fine la cifra straordinaria di 7 uomini.

Secondo Rabinovitch costoro sarebbero stati assassinati proditoriamente dai nemici, secondo Yanase erano ciucchi come macachi e si sono spacciati a clavate tra loro per l’ultimo orcio di grog. Il bello della storia giapponese è che, non solo entrambe le versioni sono perfettamente verosimili ed egualmente probabili, ma una teoria non esclude l’altra!

Roba molto costruttiva, insomma.

Altre vittime della guerra sono due bovi, che muoiono di indigestione quando qualche mentecatto ubriaco decide di nutrirli a botte di granaglie.

Probabilmente la scena andò così:

-Ohooo… ho un’idea!

-Un’altra?

-Sssshì! Hai presente come le mucche si gonfiano e petano quando magniano troppi semi?

-Aha…

-Allora noi rimpinziamo due bui.. buvi… buii…

-Buoi.

-Quelli! Li rimpinziamo di granaglie e poi li mandiamo nel bosco con una torcia nel culo e li facciamo esssshplodere e vacchiamo ‘sti figli di puttana a morte!

-Figo, dai!

In definitiva, i nostri sputtanano campi e orti della zona, pasteggiano a spese dei glebani locali e alla fine ritornano a casa senza aver compicciato nulla. For the win!

Il 5 dell’undicesimo mese, però, una novità arriva nella regione: un comunicato ufficiale della Corte!

Tolto il linguaggio fiorito, il messaggio è grosso modo:

Ok, banda di matti, abbiamo sentito dire che state ancora sul sentiero di guerra. Le loro celesti eccellenza hanno deciso che le tasse hanno da arriva’, quindi ‘sta situazione non può durare. Siccome sculo a parte Masakado pare il picchiaduro migliore e per corollario quello più difficile da spacciare, abbiamo stabilito che ha ragione lui. D’ora in poi ha la benedizione del Cielo se vuole scotennare suo zio o quell’altro tizio Minamoto Mamoru. E vediamo di risolvere ‘sto casino alla svelta che avreste anche un po’ rotto i coglioni con le vostre beghe familiari.

Tale eloquente comunicato viene indirizzato alle provincie di Musashi, Awa, Kazusa, Hitachi e Shimotsuke.

I funzionari provinciali la esaminano con preoccupazione.

-Che si fa? La Corte è la Corte…

-Sì, ma Mamoru ha amichetti dappertutto, Yoshikane è un ex-funzionario e uno degli uomini più potenti di Hitachi, e Sadamori ha più maniglie alla Capitale di… qualcosa con molte maniglie.

-Che facciamo allora?

-Facciamo come con i Testimoni di Geova: se Masakado viene a chiedere qualcosa, ci nascondiamo sotto la scrivania e fingiamo di essere morti!
-E se proprio insiste?

-Lo schiviamo con la scusa che dobbiamo eseguire l’importante Rituale della Testa nella Sabbia!

-Geniale!

Uno può immaginarlo: Masakado non resta proprio contento della resistenza passiva accampata dai funzionari. Prova a protestare, ma gli rispondono che se ha qualcosa da dire deve comporre un modulo di reclamo con carta da bollo da spedire con ricevuta di ritorno indi poi aspettare un intervallo tra i sei mesi e i sessant’anni. La paraculaggine dei burocrati non è la sola cosa che ostacola la giusta vendetta di Masakado: l’inverno è arrivato, e d’inverno non si combatte.
E la giostra continua: zio e nipote sempre in vita, sempre determinati a farsi a fettine l’un l’altro.

Nella prossima puntata: Hasetsukabe, ovvero “se sei un facchino di merda, stai al tuo posto e non impicciarti di scazzi tra guerrieri”.

MUSICA!

Prima puntata

Seconda puntata

Quarta puntata

Quinta puntata

Interludio

Sesta puntata

Settima puntata


Bibliografia

YANASE Kiyoshi, YASHIRO Kazuo, MATSUBAYASHI Yasuaki, SHIDA Itaru, INUI Yoshihira,Shōmonki, Mutsu waki, Hōgen monogatari, Heiji monogatari, Shōgakukan, Tōkyō, 2002, p.7-130

FUJIWARA Tadahira, Teishin kōki (Notes journalières de l’ère Teishin), Iwanami shōten, Tōkyō, 1956

KAWAJIRI Akio, Shōmonki wo yomu (Lire le Shōmonki), Tōkyō, Yoshikawa Kōbunkan, 2009

KAWAJIRI Akio, Taira Masakado no ran (La révolte de Taira Masakado), Tōkyō, Yoshikawa Kōbunkan, 2007

KAWAJIRI Akio, Yuregoku kizoku shakai (Une société aristocratique tremblante), Shōgakukan, Tōkyō, 2008; L’ère des zuryō

KITAYAMA Shigeo, Ōchi seiji shiron (Essai historique sur la politique de la Cour), Iwanami shōten, Tōkyō, 1970

In lingua occidentale

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HERAIL Francine, La Cour du Japon à l’époque de Heian, Hacette, Paris, 1995

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HALL John Whitney , Government and Local Power in Japan, 500 to 1700, Center for Japanese Studies Univesity of Michigan, 1999,

RABINOVITCH Judith N., Shōmonki, The story of Masakado’s Rebellion, Tōkyō, Monumenta Nipponica, Sophia University, 1986

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FARRIS William Wayne, Heavenly warriors, Harvard University Press, Cambridge

BRYANT Anthony et MCBRIDE Angus, Early samurai, AD200-1500, n.35, Osprey publishing, Oxford, 1991

PIGEOT Jacqueline, Femmes galantes et femmes artistes dans le Japon ancien, Gallimard, 2003, Paris

Illustri sconosciuti: Taira no Masakado (2.1)

Ho ponderato a lungo se pubblicare o meno un nuovo articolo questa settimana. Tra i mentecatti che vedono facce di Al-Bagdadi nei fondi di caffé, gli archeologi attentatori e il sorgere del sultanato, è stata una settimana di merda. Mi ero chiesta se non fosse il caso di esprimere il mio punto di vista, ma visto il coro di esperti che si sta scatenando sui social mi son detta: fanculo, un articolo di gente che si ammazza a caso ci sta bene, a conti fatti.

Illustri sconosciuti: Taira no Masakado (2.1)

Ovvero Il ritorno dei parenti assassini.

Le basi di Masakado e Yoshikane

Nell’ultima puntata avevamo visto l’aitante guerriero alle prese  con notabili locali e zii fedifraghi. Dopo aver nuclearizzato il nemico Mamoru e gli zii Kunika e Yoshimasa, Masakado è tornato a casa, pieno di gloria e bottino. La sua banda non ha lasciato niente dietro di sé, solo villaggi bruciati e campi rovinati.

Un uomo è sopravvissuto alla faida: Taira no Sadamori. Figlio ed erede di Kunika, Sadamori ha assicurato a suo cugino Masakado che mai e poi mai cercherà di vendicarsi. Dopotutto Sadamori, funzionario alla Capitale, è più burocrate che guerriero.

Un altro uomo è rimasto indenne: Yoshikane, zio e suocero di Masakado, che si è guardato bene dal prendere parte agli scontri. Fino a questo punto.

Come i suoi fratelli, Yoshikane ha sposato una delle figlie di Minamoto no Mamoru. Di fatto, ha buone chances di essere il beneficiario, per legame di sangue e alleanza, di suo fratello Yoshimasa e del suocero Mamoru. C’è poi un dettaglio sottile ma fondamentale: Masakado non è nessuno, non ha funzione, mentre sia Yoshimasa che Mamoru sono funzionari provinciali.

Il Governo non ha per il momento preso nessuna misura contro Masakado. La Corte ha tendenza a lasciar stare i guerrieri dell’Est il più possibile. Voler impedire a questa gente di scannarsi è farsi delle pie illusioni e pertanto il Governo si limita di solito ad una politica del “fate un po’ quel che vi pare fintanto che i tributi arrivano e che non si presenta una palese sfida all’autorità costituita”.

Se la lite familiare dovesse prendere dimensioni troppo vaste, il Governo avrebbe preso le parti dei funzionari. Yoshikane lo sa.

Il 27 del sesto mere del quinto anno dell’era Jōhei (936), Yoshikane e Yoshimasa si ritrovano alla base di Mimori nella provincia di Hitachi, non lontana dal fiume Sakura. Non sono i soli a presentarsi: Sadamori arriva strascicando i piedi. Yoshikane lo accoglie a pesciate nel viso.

-Che cazzo hai combinato in questi mesi?- Pesciate grandinano da tutte le parti. –Tuo padre si fa sbusacchiare come un puntaspilli e te? L’onta va lavata col sangue!

-Ma il sangue macchia…

-Hai lasciato le palle alla Capitale?

-Ma zio, io non voglio menarmi con mio cugino, voglio solo sistemare questa storia in modo civile senza provocare altri inutili-

In modo civile!- Giù pesciate da orbi. –Che, sei fuori allenamento? Troppo tempo passato col muso nel culo del tuo patrono, e ora non sai più tenere in mano un cazzo di arco?

La sfuriata imperversa, ma il messaggio è chiaro: saper accettare un compromesso sarà anche una dote  alla Capitale, ma il Bandō è una terra di sangue e acciaio, e un uomo senza onore è un uomo senza nulla.

-Va bene, va bene.- Fa Sadamori. –Fanculo l’esser ragionevoli, facciamo ‘sta stronzata e mettiamo termine a tutta questa brutta storia. Tanto alla fine siamo in tre, lo Shōmonki dice che abbiamo “diverse migliaia” di guerrieri (iperbole sicura), mentre il cugino Masakado è solo, cosa mai può andare storto?

Yoshikane gongola. –Fidati di me, nipote! Adesso andiamo ad attaccare la sua base di Kawawa, ma facendo il giro da nord attraverso la provincia di Shimotsuke, così il fellone non ci sgama!

Lo fanno. Due giorni dopo sono alla frontiera di Shimōsa dove li aspetta Masakado.

-Oibò, ci ha sgamato.

-Non importa!- Fa Yoshimasa. –Guardateli! Sono un centinaio di arcieri su cavalli stanchi! Noi siamo in superiorità, li schiacciamo come zecche!

-Zio, ma sei sicuro, a non sembra-

-Taci nipote di poca fede! Questa vittoria è assicurata!

I cavalieri di Yoshikane e soci caricano come un sol uomo, imbaldanziti dall’evidente vantaggio. Alti sulle staffe, arco in pugno, sferragliano sicuri verso la linea nemica, una marea di pennacchi e acciaio. Arrivati a portata, incoccano. E’ l’ora della vendetta, della resa dei conti!

Da lontano Sadamori tira la manica dello zio.

-Senti, ma… non vedo i suoi uomini a piedi…

Uno schiocco dalla boscaglia, una salva di frecce investe nel fianco la cavalleria, falcia uomini e cavalli tra urla di sorpresa e dolore. Sono gli uomini a piedi di Masakado. Stavano aspettando la carica dei Dodo da ore.

Il tattico di Yoshikane al pezzo

Non essendo Jon Snow, Masakado ha scelto il terreno dello scontro e ha approfittato del vantaggio. I cavalieri di Yoshikane e Sadamori sono in scompiglio, la sorpresa ha troncato lo slancio e l’entusiasmo. Altre frecce piovono, feriscono, uccidono. C’è chi carica a capofitto e si fa crivellare dai cavalieri di Masakado, chi esita e si fa uccidere dagli uomini a piedi, chi viene disarcionato dal cavallo, chi scappa calpestando i feriti.

In meno di nulla, gli uomini di Yoshikane e Sadamori si sono rotti le corna. L’intera avanguardia è annientata. Zio e nipote si ritirano con le sottane in mano.

-Lo dicevo che era una cattiva idea!

-Zitto e cavalca! Vedi mica cosa sta facendo?

-Ci sta inseguendo al galoppo lanciato con una banda fresca e intatta.

Incalzato, Yoshikane si precipita verso la sede del governo provinciale di Shimotsuke. Si rifugia negli uffici, tra scartoffie e computisti perplessi. Masakado arriva sulla soglia, esita. Ammazzare suo zio per una faccenda privata è perfettamente ok, ma violare un edificio pubblico è un altro paio di maniche.

Può sembrare bizzarro, ma mentre il rogo di 500 fattorie è una faccenda tra gentiluomini, entrare in un ufficio senza essere invitati potrebbe essere interpretato come ribellione allo Stato, il peggiore dei reati. Senza funzione e senza vera protezione politica, Masakado preferisce giocare di prudenza.

-Ha intenzione di entrare e sgozzare i fuggiaschi?- L’uscere indica un cartello sulla porta. –L’omicidio è dal lunedì al giovedì dalle nove alle cinque. Se vuole mettere tutto a ferro e fuoco e dichiararsi Nuovo Imperatore, deve prendere appuntamento, riceviamo solo il venerdì mattina.

-No.- Fa Masakado. –Sono in tempo per inviare una lamentela ufficiale alla Corte? ‘Sti stronzi mi hanno rotto un sacco di frecce impalandocisi sopra.

-Sicuro. Vada allo sportello e richieda un Lasciapassare A38.

Mentre Masakado si sciroppa la burocrazia, Yoshikane e un migliaio dei suoi riescono a filarsela all’inglese.

La denuncia di Masakado arriva a Corte, insieme a quella di Mamoru. Non sapendo scegliere tra le due campane, la Corte decide di convocare il nostro eroe. E’ possibile che insieme alla convocazione ufficiale ne sia arrivata anche una ufficiosa del ministro Fujiwara no Tadahira, ex-patrono di Masakado e di professione Uomo Più Potente del Giappone.

Masakado parte in tromba e si precipita a Heian, dove viene affidato al Bureau di Polizia.

Per avere un’idea di come funzionava un processo ai tempi, il tutto cominciava di solito con una lettera di lagnanze.

Esempio: “Il signor T. Masakado ha ammazzato i miei tre figli”.

L’omicidio o la ribellione erano reati gravi che sorpassavano le competenze del governo provinciale, pertanto la denuncia poteva risalire fino al Consiglio di governo, che la esaminava e decideva se occuparsene o meno. In caso di risultato positivo, la delibera del Consiglio veniva sottomessa all’Imperatore per approvazione (un processo di solito pro-forma). Accusato e accusatore venivano quindi convocati alla Capitale, presi in custodia e interrogati, mentre la documentazione fornita dal governo provinciale dove il fatto era avvenuto era analizzata da un dottore in Legge.

Letti i documenti ufficiali e ascoltate tutte le campane, il dottore in Legge stabiliva chi aveva ragione, chi torto e quale punizione era applicabile a chi. Se la punizione prevedeva la pena di morte (quasi mai data durante l’epoca di Heian), la sentenza veniva sottoposta nuovamente al Consiglio, che la discuteva e, in caso, la presentava all’Imperatore per l’approvazione finale.

Tornando al nostro caso specifico, in teoria mettere in campo più di venti uomini senza un decreto imperiale costituisce, di per sé, un atto di ribellione. In pratica Masakado ha la testimonianza favorevole di numerosi funzionari provinciali. Plus, la Corte sta cercando di indorare l’immagine del giovane imperatore Suzaku con vistose prove di compassione e benevolenza. Se uno considera anche che i nobili hanno tendenza a sorridere ai vincitori, si può capire come Masakado non sia stato condannato.

Dopo quattro mesi di inchieste e discussioni, il nostro viene finalmente liberato. Felice come un francese che ha appena inventato un paio di calzoni auto-rimuoventi (cit.), Masakado se ne torna bel bello in provincia, pronto a mettere una pietra su tutta questa incresciosa vicenda.

Dal canto suo, Yoshikane era pronto a mettere una pietra su di lui. Quattro mesi dopo il ritorno del nipote, lo zio si rifà vivo in forze, e a questo giro non si fa sorprendere. Quando Masakado si rende conto di essere sotto attacco, Yoshikane è già schierato, e sui mantelletti ha fatto attaccare l’immagine del padre di Masakado, il defunto capofamiglia.

Facendosi scudo del faccione del morto, Yoshikane rivendica la legittimità del suo ruolo di nuovo capofamiglia, e mette Masakado in una posizione eticamente complessa: né lui né i suoi guerrieri possono portare le armi contro l’antenato, ne va della coesione della banda.

Mappa degli scontri. Con spoilers.

Colto alla sprovvista dal sotterfugio, Masakado viene sconfitto ed è costretto a ritirarsi mentre Yoshikane gli rende la pariglia devastando il distretto di Toyoda. Fattorie, stalle, orti, campi, frutteti: Yoshikane e i suoi saccheggiano, bruciano e uccidono.

10 giorni dopo Masakado prova a raccogliere le proprie forze. Riesce a mettere insieme qualche centinaio di armati, ma le grane volano sempre in squadriglie: prima di poter organizzare un contrattacco, Masakado viene colpito da una non meglio specificata “malattia alle gambe”.

E’ l’unica volta in cui questo problema di salute fa capolino nelle fonti, ergo non si tratta di certo di una malattia cronica. E’ possibile che Masakado sia rimasto ferito, ma l’interpretazione dominante pende per un attacco di beri-beri, una malattia causata dalla carenza di vitamina B1 e spesso rilevata in culture dove la base alimentare è costituita da riso bianco.

E’ un’ipotesi come un’altra, fatto sta che Masakado si trova di botto incapace di camminare, figuriamoci di cavalcare. Col capo incapacitato, la banda di Toyoda incassa una seconda sconfitta ed è costretta a fuggire.

Infermo, braccato, Masakado decide di separarsi da moglie e figli secondo l’idea “se scappiamo in due direzioni diverse almeno uno di noi due dovrebbe cavarsela”.

Quello che se la cava è Masakado: sposa e figli sono scovati dagli uomini di Yoshikane mentre si nascondono in una barca sul lago Hiroe. La donna e i bambini vengono trascinati in Kazusa.

Secondo lo Shōmonki, è questo il momento in cui Masakado cambia radicalmente ordine di idee. Se fino a quel momento è sempre rimasto disponibile, almeno in teoria, a un compromesso pacifico con lo zio, il rapimento della famiglia è la goccia che fa traboccare il vaso. Yoshikane deve pagare.

Ricordiamo che, secondo l’interpretazione dominante, la moglie era anche figlia di Yoshikane. Chissà di cosa avranno parlato, durante questa bella riunione familiare?

Una cosa è sicura: la signora di restare non ne vuol sapere. Per due mesi resta prigioniera in Kazusa. Alla fine i fratelli l’aiutano a scappare. Libera, questa donna senza nome torna dal marito.

E’ una delle cose affascinanti dello studio della Storia, il vuoto umano lasciato dalle fonti. Cosa pensavano questi tre fratelli che hanno lasciato andare la sorella, che l’hanno lasciata tornare dal più acerrimo nemico di famiglia? Cosa si sono detti? Perché lo hanno fatto?

Nessuno ce lo dice perché a nessuno interessa: sono guerrieri, non hanno scritto nulla per i posteri, e per i letterati sono poco più che barbari di cui non si può fare a meno.

Non sappiamo neanche quale Fato sia spettato ai figli di Masakado. Yoshikane potrebbe averli uccisi. O potrebbe averli tenuti presso di sé: in casi normali, i figli appartenevano più alla famiglia della madre che a quella del padre. Forse sono stati liberati anche loro. Sta di fatto che non li troviamo più nominati nelle fonti.

In ogni caso una cosa è chiara: la frattura non è riparabile. La lotta tra zio e nipote è ormai all’ultimo sangue.

MUSICA!

Prima puntata

Terza puntata

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Quinta puntata

Interludio

Sesta puntata

Settima puntata


Bibliografia

YANASE Kiyoshi, YASHIRO Kazuo, MATSUBAYASHI Yasuaki, SHIDA Itaru, INUI Yoshihira, Shōmonki, Mutsu waki, Hōgen monogatari, Heiji monogatari, Shōgakukan, Tōkyō, 2002, p.7-130

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PIGEOT Jacqueline, Femmes galantes et femmes artistes dans le Japon ancien, Gallimard, 2003, Paris