Memento mori: esplorazione urbana e carcasse del recente passato

L’inizio dell’estate è l’INFERNO. Il lavoro si ammonticchia in colline di orride incombenze, frana in rivoli di melmoso ritardo, si stratifica in speranze schiacciate e occasioni perse.

Per i 2 giorni di vacanza annui che mi riservo ho quindi optato per una spedizione in tema: niente campi vichinghi, niente rievocazioni, ma esplorazione urbana! La bellezza della putrefazione per ricordarmi che l’esistenza è un inutile susseguirsi di affanni votati al decadimento. Les sanglots longs des violons de l’automne eccetera.

Dark Lord of Averoigne – whose windows stare On pits of dream no other gaze could bear!

Avete presente quando a 12 anni andavate a ficcanasare nelle case abbondante del quartiere?

Roba da ragazzini.

Poi si cresce, e si mette la testa a partito. E si comincia a cercare ruderi degni di visita.

La prima creatura è un villone a tre piani con torretta. Fu costruito nel 1881 da un avvocato, in mezzo a un vasto parco nel cuore della Fiandra belga.

Con la Seconda Guerra Mondiale, gli occupanti se la diedero a gambe (voci di corridoio suggeriscono che fossero diversamente ariani). I Nazi occuparono la costruzione e ci schiaffarono dentro la Luftwaffe.

Dopo il ‘45, il compound fu recuperato dai belgi che ci misero i loro aviatori. In più dell’antica villa e delle aggiunte teutoniche, il complesso fu aumentato e modernizzato, per poi essere abbandonato.

Vendesi attico luminoso, arieggiato, 15 min dalla stazione. Perditempo astenersi.

Io e Little Bro arriviamo in una torrida giornata di sole. Il compound è in mezzo a una zona residenziale, cerchiamo di avvicinare il perimetro in una zona poco popolosa: questo genere di visite sono tollerate ma non proprio regolari, e non vogliamo attirare l’attenzione.

Troviamo una parte di rete scavalcabile dietro una casa. Passo con l’agilità di un tapiro e mi trovo nelle ortiche fino alle ascelle. Little Bro mi lancia lo zaino, fa per seguirmi.

Un vecchio inizia a urlarci dietro in fiammingo, da una casa vicina. Little Bro sbuffa.

-Ma porco Giuda, beccati subito

Il vecchietto ci sorride, gesticola e sblatera in fiammingo. Non sembra incazzato. Che vuole?

Dopo un quarto d’ora di olandese e “the cat is on the table”, capiamo il senso del messaggio: stiamo usando l’entrata illegale sbagliata! C’è l’entrata illegale giusta un po’ più in là.

Oh dear

Dans ce trou noir ou lumineux vit la vie, rêve la vie, souffre la vie.

Il compound è affogato in erba alta e alberi. La vegetazione è così densa che non si sente quasi eco dalla cittadina lì vicina. Ci facciamo strada in mezzo a rovi e alberi caduti. La villa incombe oltre uno stagno di acqua nera e alberi coperti di rampicanti, una decadente Casa degli Usher sommersa nel verde.

A sense of insufferable gloom pervaded my spirit.

La zona è ancora occupata dall’esercito tecnicamente, ed è una buona idea guardarsi sopra la spalla per evitare lavate di capo e possibili multe. Si capisce che continuino a sorvegliare, visto che gli atti di vandalismo sono evidenti: vetri rotti, roba sfasciata, e fuochi. Le tracce di incendio sono ovunque: pavimenti bucati, mobili carbonizzati, uno degli edifici più recenti non ha più il tetto. Il nastro della polizia è ancora attorcigliato attorno ai rami di una macchia di polloni.

Gente, se mai visitate posti del genere, due regole base (a parte “non rompetevi l’osso del collo”): non prendete niente e non rompete niente. Non è roba vostra, checcazzo!

In un certo senso, la casa pullula di vita

L’ingresso della villa è spalancato. Calcinacci e vetri rotti. Le piante rampicanti hanno sfondato le finestre e tendono i tentacoli lungo i muri. Al centro, una gigantesca tromba delle scale porta ai piani superiori, ancora coperta da un tappeto marcescente.

Il corrimano non c’è più, i gradini gemono sotto i piedi e l’intera faccenda pende via dal muro. Saliamo uno per volta. Sia mai che il mio culone sia quello che finalmente schianta questo rottame.

Attenti a dove mettete i piedi…

Le stanze portano ancora decorazioni in stucco e modanature. In un angolo, una cappella decorata con finestre alte e cupola. La cupola è blu e punteggiata di stelle, con una colomba in chiave. Putti dall’aria poco raccomandabile ti sbirciano dalla cima dei contrafforti.

God is watching everything you do… *sings*

Non è difficile immaginarsi come questo posto doveva essere ai bei tempi, pullulante di aviatori, o abitato da ricconi anni ’30. Sembra quasi di sentirli parlare: “Mon cher ami, le dico che la linea Maginot è impenetrabile, non abbiamo nulla da temere, Jerry non oserà muoversi verso occidente, parbleu!”

Al terzo piano le porte sono sfondate, le finestre divelte. Su una parete qualcuno ha scritto the ghosts are coming.

Un buon posto per rilassarsi e leggere un libro

La torretta purtroppo non è più accessibile: buona parte della scala è crollata, ci sarebbe da saltare ma hey, ho un’età ormai. Ci consoliamo scendendo da una delle scale di servizio per esplorare la cantina. Ci sarebbe il montacarichi, ma di nuovo, ho un’età ormai!

Fredde e umide, i fili strappati dai muri, il boiler smontato e abbandonato alla ruggine, le cantine sono suggestive e pittoresche. E’ qui che troviamo finalmente i cadaveri. La mummia di una volpe, rane rinsecchite in fondo ai giganteschi lavandini di alluminio… Non è come trovare il cadavere impiccato di un Nazi, ma uno si accontenta…

La birra era finita

Fuori dalla villa il compound è immenso. Dormitori e lounge e uffici, strade di cemento spaccate dalla vegetazione, magazzini… A tratti il nome dell’edificio è ancora leggibile, altre volte le porte sono tenute da molle ancora funzionanti. Cartine sono abbandonate in mansarde piene di buchi, adesivi sono ancora appiccicati alle porte degli armadi, insieme a poster di film, specchi, o il regolamento del dormitorio.

Appiccichini ovunque, in barba al regolamento!

La falda sta risalendo: le cantine degli edifici moderni sono buie come miniere e piene d’acqua. Valutiamo l’opzione “esplorarle con la torcia del cellulare semiscarico”, poi decidiamo che i Darwin awards son buoni ma non buonissimi e lasciamo perdere.

In caso d’incendio

Ci vuole una giornata per visitare l’insieme della proprietà, e non sono sicura di averla vista tutta: è immensa! A volte capiti in sottotetti dove l’attività sembra continuare. A volte trovi un tavolo coperto di trabccoli e ti chiedi se non sei capitato su un qualche laboratorio di sostanze poco cattoliche (e se non sia il caso di darsela a gambe prima che arrivi Walter White).

Abbiamo incrociato altri due tizi durante la gita. Forse erano esploratori, forse poliziotti in borghese, non glielo abbiamo chiesto e abbiamo preferito acquattarci nei cespugli. Mentre aspettavo che sloggiassero, mi chiedevo quale tipo di investimento sarebbe necessario per rilevare tutta questa cubatura. La posizione è splendida, Louvain è a un tiro di schioppo e Bruxelles è un’oretta di treno. Uno potrebbe combinare alloggi per gli studenti e resort, magari uno di quei posti per vecchi rottami in grana.

Informazione classificata

Purtroppo non ho un milione di euro in tasca. Ho controllato, ma niente. Devo averlo lasciato nell’altro paio di calzoni.

La fabbrica dei cervelli di Liège!

La seconda meta è un polo scientifico abbandonato: chimica e metallurgia. Fu costruito durante il boom economico, quando Liège era una fiorente città mineraria. Poi il carbone ha perso attrattiva, i soldi sono finiti, e il polo resta come la città di Liège: sovradimensionato, semideserto, labirintico.

A questo giro con noi c’è anche ‘Tite Mia, giovane membro del clan in training per diventare un’Acida Zitella come la sottoscritta. ‘Tite Mia non ha mai visitato posti abbandonati, chiede se è legale. Le rispondo che non ha da preoccuparsi: lei è ancora minorenne e in galera non ci va. Quanto a me, sono dottoranda non sovvenzionata in scienze umane, la galera sarebbe uno scatto di carriera!

Uno sguardo realistico alla vita universitaria

Arriviamo al polo come tre polli. Non ci sono cancelli né niente, il rudere è lì bel bello dietro un edificio nuovo del ministero. Così facile? Ah, la fortuna…

Siamo a metà cortile quando ‘Tite Mia fa notare l’ovvio: l’edificio nuovo è sicuramente videosorvegliato. E oh, guarda un po’, ecco le telecamere! Spiegato il perché dell’assenza di cancello.

Facciamo dietrofront. Meno male che abbiamo portato la quindicenne con noi!

Troviamo un secondo buco attraverso un cantiere. L’edificio incombe colossale, la saracinesca d’ingresso è sfondata. Sembra l’abbiano presa a colpi d’ariete.

Se la villa è stata vandalizzata, nel polo sembra ci siano passati i mongoli: tubature divelte, mobili scaraventati dalla tromba delle scale, tazze di cesso schiantate in mezzo a un cortile affogato di vegetazione…

I’m not discarding you like broken glass

Ci addentriamo. E’ gigantesco e labirintico. Sembra che l’abbiano abbandonato senza nemmeno prendersi la briga di svuotarlo. In una stanza troviamo una montagna di libri carbonizzati. Ci arrampichiamo sulla cenere e i detriti per raggiungere la porta dall’altra parte. La copertina di una pubblicazione è ancora leggibile, si intitola Metodi per incoraggiare i giovani a intraprendere studi superiori.

Così simbolico!

Burning leaves turn to ash before my eyes, crushed my dreams long gone…

Armadi rovesciati, macchine da scrivere abbandonate, una parete coperta di impronte di mani in nero, come se decine di piromani avessero cercato di arrampicarsi sul muro. Tutto molto eerie, ma mi dico che qui gli unici fantasmi che posso trovare sono quelli delle speranze infrante di migliaia di nerds.

Manco a dirlo, arriviamo al terzo piano, e nelle macerie troviamo fogli di carta bianca. Qualcuno ci ha scritto sopra con un pennarello e li ha seminati in giro. Sono in francese.

“Ho paura di non trovare lavoro nonostante la formazione”

“Ho paura di scoprire che questo settore non è quello in cu voglio davvero lavorare”

“E’ tutto sforzo inutile”

Cristo, qui il cadavere impiccato lo troviamo davvero…

In una stanza capitiamo su un pianoforte. Non ho idea di chi ce l’abbia portato o perché. Sopra c’è poggiato il pupazzo di un elefantino, la tastiera è stata completamente divelta, ma le corde ci sono ancora. Mi siedo e inizio a pizzicare l’Inno alla Gioia. Suona come un clavicembalo che è stato usato come zattera a largo dell’Antartica e poi buttato in fondo a una cisterna vuota.

Play it, Sam!

Raggiungiamo l’ultimo piano. Macerie e roba sfasciata che arriva al ginocchio. Sono lieta di avere gli scarponi d’ordinanza.

Sul tetto stanno già crescendo degli alberi. Usciamo con cautela. Il nostro rudere è una gigantesca isola immobile di calcinaccio e verzura in mezzo a stradoni trafficati e attività frenetiche.

Le telecamere erano dall’altra parte…

Di ritorno all’interno, imbocchiamo un corridoio a caso, scavalchiamo schedari rovesciati, apriamo una porta. Un letto sfatto, mucchi di vestiti sparpagliati, un romanzo francese lasciato a terra sulla soglia. Il nido di uno squatter. Ci allontaniamo alla svelta senza fare troppo casino. Incontrare gente nei ruderi porta solo grane.

Mirror mirror on the wall…

Il polo è troppo vasto per essere esplorato tutto. Non fosse per i chiodi, le sostanze chimiche sparpagliate a cazzo di cane e i vetri rotti, sarebbe un posto perfetto per un bel gioco di survival horror grandeur nature! O per girare un corto esistenzialista in bianco e nero. Già lo vedo: lo stagista sottopagato Pierre entra nel polo abbandonato e incontra il fantasma delle sue aspirazioni (bella, un po’ troppo magra, sigaretta e occhioni scavati). Breve scambio di battute da funerale. Il fantasma mormora « …et je m’en vais au vent mauvais qui m’emporte deçà, delà… ». Hard cut to black, FIN. Ora m serve solo un produttore parigino cocainomane.

Qualcuno si è fatto un mazzo così per scrivere questa roba. Ah, iste mundus furibundus…

Ci decidiamo a cercare una via di uscita nel tardo pomeriggio. Non siamo riusciti a vedere nemmeno metà di questo coso. La cosa bella è che quando pensi che stia diventando monotono, trovi qualcosa di nuovo nascosto dietro una porta sfondata. E’ in momenti come questo che mi piacerebbe saper fare fotografie un pelino meno brutte.

Bevi Rosmunda nella tazza di tuo padre

In conclusione, non incoraggio i miei lettori a fare gite simili: sono pericolose. Non tanto, ma un po’ sì. Ci si può sedere su roba tagliente, una scala può cedere, qualcosa può staccarsi dall’alto o, semplicemente, potete incocciare in poliziotti fiamminghi (charming folks, I’m told).

Promemoria: non accettare più gli inviti di mia cugina…

Tuttavia è innegabile che si tratta di un tipo di turismo molto divertente. Nel caso qualcuno fosse incuriosito, mi raccomando:

  • Niente vandalismo
  • Niente furto
  • Prudenza

E niente, gli articoli un po’ meno fuffosi dovrebbero riprendere presto.

MUSICA!

 

Paleografia casalinga: dall’800 con furore

Di recente ho dovuto abbandonare la Ville Lumière per dar manforte al resto del clan. La casa di famiglia deve essere ristrutturata e questo significa riordinare e far posto.

Ora, io non ho idea di come funzionino le cose nelle famiglie normali. Nel nostro caso abbiamo per le mani uno scatapeus gigante che non è stato pulito da almeno trent’anni, e in cui detriti di generazioni e generazioni si sono stratificati e pressati in un nuovo tipo di sedimento, la Scartoffite.

Non esagero quando dico che per lavorare nelle cave di scartoffite sono necessari guanti, tutta, mascherina e protezione per i capelli.

In capo a una settimana avevamo trovato animali morti, merda, larve rinsecchite, avanzi di cibo lasciati lì dall’VIII Armata Alleata, il vaso da camera di Garibaldi e un numero imprecisato di manuali di buona condotta per signorine ‘800.

In mezzo a tutto il letamaio però sono saltate fuori anche cose divertenti. Oggi parleremo quindi di paleografia casalinga!

I due esemplari che conto mostrarvi sono stati ritrovati in un mucchio di ricette scritte a mano da generazioni di madri di famiglia. Perché erano lì? Non ne ho la più pallida idea.

So però da dove arrivano: si tratta di carte appartenenti alla famiglia Frangialli, smollate ai Sacerdotti in tempo immemore perché “nostro figlio verrà forse a cercarle, vi dispiace mica tenerle per noi per qualche mese?”

Un secolo dopo, il signor Frangialli ancora non si è fatto vivo, e a questo punto spero davvero che non lo faccia (non mi piace quando gente di più di 115 anni viene a farmi visita!).

 

Il primo esemplare che vi propongo oggi è un’avvincente storia illustrata.

Trascriszione:

I

Master Tidi proves do be indisposed – Miss Bianca making particular observation upon the phenomena

 

I

Mastro Tidi è indisposto – La signora Bianca esegue pedisseque osservazioni del fenomeno

II

Malady proving to be of the most alarming sort,

Miss Bianca tries strong medicaments and efficient means.

 

II

Dacché la malattia si avvera essere quanto mai allarmante, la signora Bianca tenta forti medicine e metodi efficaci.

III

Which prove to have a very good effect.

 

III

La cosa ha effetti molto positivi.

IV and last

So now Miss Bianca is to be seen again on the Pincio bringing (?) Mr Tidi.

 

IV e ultimo

Sicché ora la signora Bianca può esser vista di nuovo sul Pincio portare a passeggio Mr. Tidi

 

Come si nota, il documento non è datato, ma l’abito della signora Bianca nell’ultimo riquadro presenta il taglio tipico della moda del primo decennio del ‘900. Non ci sono indizi che spingano a supporre, da parte dell’autore, la scelta deliberata di abbigliare la signora Bianca con abiti anacronistici. Quindi possiamo ipotizzare con relativa sicurezza che il documento è da collocarsi, indicativamente, tra il 1900 e il 1910.

Un altro indizio ci è dato dal nome dell’eroina in questa frizzante storia di iniziativa e inventiva: Bianca.

Il pezzo in analisi è stato infatti trovato insieme ad altre carte, una delle quali (analizzata poco più in basso) è una lettera datata 1879 e firmata Blanche Capelli, ovvero Bianca Capelli, sposa di Ugo Frangialli e conoscente della famiglia Sacerdotti.

E’ evidente che il luogo di ritrovamento non può essere considerato del tutto affidabile per l’identificazione e datazione del documento. Tuttavia, ci pare sufficiente per ipotizzare l’alta probabilità che la giovane autrice della lettera e la matura signora protagonista del racconto siano, invero, la stessa persona.

Ok, direte, è un buffo fumetto su una tizia che svermina il cane. Strana cosa da ficcare in mezzo a ricette o libri di cucina, ma poco più che una bizzarra curiosità.

E’ vero.

Ma colgo questa occasione per introdurvi ad un esercizio accademico di grande importanza, un esercizio che chiunque voglia buttarsi nelle Scienze Sociali deve saper eseguire: la supercazzola universitaria (livello: Dottorato).

Cominciamo!

Venendo al contenuto della storia e all’interpretazione del testo in quanto tale, vediamo la signora Bianca riconoscere nel deretano del proprio cagnolino chiari sintomi di infestazione da parassiti. Con sicurezza e spirito pratico, la signora somministra un robusto clistere alla bestiola, che, nel riquadro III, caga un pitone di 8 metri.

Da un punto di vista figurativo, il valore artistico dell’opera ci pare indiscutibile. Notate con quale sicurezza e maestria l’artista ha ritratto la sofferenza della bestia, nelle fauci aperte e nelle zanne digrignate, o nel collo arcuato durante l’espulsione dell’anaconda nel terzo riquadro.

Il cappellino a punta è chiaramente ispirato al copricapo dei dottori della Peste del 1629-1630. In questo contesto è un palese simbolo di malattia e sofferenza, ma anche di ridicolo e oscurantismo reazionario. Mostra quanto sia paradossale e sciocco cercare la soluzione al male in una millantata tradizione radicata in un fumoso passato falsamente glorificato.

La signora Bianca, d’altro canto, viene ritratta con attributi scientifici (la lente, il clistere), all’epoca sicuramente associati con la professione maschile del ricercatore e del medico. Spoglia di ornamenti e ninnoli femminili, la signora impugna gli attrezzi e agisce con piglio e prontezza, incurante di convenzioni e stigma sociale. Nell’ultimo riquadro la vediamo torreggiare al centro della scena, trionfante e sicura.

Questa breve novella è chiaramente una rappresentazione simbolica dell’emancipazione femminile, allora sul nascere (la prima Giornata Internazionale della Donna fu tenuta in alcuni paesi europei nel 1911, due anni dopo il lancio del Women’s day negli USA). Non è un caso che il cane si chiami MASTER Tidi. Tidi rappresenta la società dominata dagli uomini!

La Donna, la signora Bianca, constata con acutezza come la società patriarcale sia sofferente e tormentata dai parassiti, rappresentazione lapalissiana degli stereotipi e della violenza che la cultura maschilista infligge alle donne e, di conseguenza, a sé stessa.

Spogliandosi dei propri ammennicoli e vezzi, la Donna interviene e infligge una cura traumatica ma necessaria alla Società. La signora Bianca non ha timore di essere giudicata o di ricevere una spruzzata di diarrea nel viso. Sa cosa c’è da fare e non esita. Il suo coraggio purifica la Società dall’infame serpente velenoso dell’autorità patriarcale, che striscia via, sconfitto.

Nell’ultima scena il cane ha perso il ridicolo cappellino e ora cammina felice. La signora Bianca può rivestirsi degli abiti vezzosi, non è più costretta a rinnegare la propria femminilità per difendere la propria indipendenza, bensì è libera di affermarsi ed essere riconosciuta.

Trionfante sugli infidi parassiti del Pregiudizio e dell’Oppressione Borghese, la Donna marcia verso un futuro radioso di eguaglianza, giustizia e libertà!

Il cane appare piccolo in questa illustrazione, e ciò simboleggia l’insicurezza maschile di vedersi sminuire dall’emancipazione femminile. Mostra il timore di certi uomini di essere offuscati, discriminati, in pratica di subire ciò che le donne hanno subito per secoli.

Ma l’artista sfata questa sciocca paura: come qualsiasi osservatore attento può notare, il cane non cammina sullo stesso piano della signora Bianca. Mr Tidi non è rimpicciolito, ma appare più piccolo dacché è più lontano! Legati insieme, la signora Bianca e il suo amato cagnolino, avanzano su percorsi paralleli e compagni, senza che nessuno dei due adombri l’altro.

Questo è un chiaro grido di denuncia e solidarietà tra i sessi, un’affermazione di progresso ed emancipazione!

Sembra che stia coccolando il gatto, in realtà sta ricevendo istruzioni dai Missi Dominici dell’Imperatore Interplanetario Kittoh de Destroyah (sì, l’Universo è dominato dai gattini, SVEGLIA!)

Il secondo documento che voglio proporvi non ha la carica sovversiva e moderna del primo, ma può aiutare alcuni dei miei lettori a rimettere certi dispiaceri nella giusta prospettiva.

Sono sicura che a molti di voi sarà capitato di ritrovarsi nella tanto temuta friendzone. E’ di certo una situazione dolorosa.

Tuttavia c’è di peggio, come la vispa penna della signorina Blanche sta per mostrarci.

Trascrizione

San Pellegrino, 1er Septembre 1879

Monsieur!

Un évènement imprévu vient changer le cours des affaires que nous étions en train de traiter avec vous! Aussi ne vous étonnez pas si au lieu d’être maman qui est intermédiaire entre vous et moi c’est moi qui le devient entre elle et vous.

Oui, monsieur, il faut que je vous l’avoue ; les efforts que vous avez faits pour blesser [?] mon cœur, ont eu un résultat inattendu ! Mon cœur froid et insensible ne s’est pas laissé toucher ; –

celui si tendre de ma mère a malheureusement subi l’influence à laquelle le mien a su résister et ce [adjective ?] cœur s’est éperdument épris de vous !

Le mot est lâché, et je n’ai maintenant autre chose à faire, que de vous prier de [verbe?] auprès de celle qui désormais ne vit plus que pour vous.

Oui, Monsieur! – Ses yeux ne voient qu’une image – c’est la vôtre – Ses lèvres n’ont qu’un soupir, c’est votre nom –

Son cœur n’a qu’un désir – c’est vous-même !

Hâtez-vous donc de venir consoler par votre présence ce cœur si profondément blessé d’amour pour vous ! –

Yeux bruns vous attendent, voulez-vous y jeter !

Croyez-moi avec la plus haute estime votre bien dévouée

Blanche Capelli

à Mr. E. C. M.

 

Italiano

San Pellegrino, 1 Settembre 1879

Signore!

Un evento imprevisto ha cambiato il corso degli affari che stavamo intrattenendo con voi! Peraltro, non stupitevi se invece di essere la mamma a far da intermediaria tra voi e me, sono io a diventar l’intermediaria tra lei e voi.

Sì, signore, devo confessarvelo: gli sforzi che avete fatto per ferire [? il verbo non quadra nel contesto, si tratta senza dubbio di un altro verbo avente come senso di “conquistare” o qualcosa del genere] il mio cuore hanno avuto un risultato inatteso! Il mio cuore freddo e insensibile non si è lasciato sfiorare… quello sì tenero di mia madre ha sfortunatamente subito l’influenza alla quale il mio ha saputo resistere. [Leggevo questo a tavola con la famiglia, a ‘sto punto è esploso lo stadio NdTenger] e questo [aggettivo?] cuore si è perdutamente innamorato di voi!

La parola è lanciata, non mi resta che una cosa da fare, ed è pregarvi di [Boh?! Andare?] presso colei che ormai non vive che per voi.

Sì, signore!  I suoi occhi non vedono che un’immagine – la vostra. Le sue labbra non hanno che un sospiro, è il vostro nome.

Il suo cuore non ha che un desiderio – siete voi stesso!

Sbrigatevi allora e venite a consolare questo cuore che soffre profondamente d’amore per voi!

Occhi bruni vi attendono, vogliate immergervici!

Vogliate credere nella mia più alta stima, vostra devotissima

Blanche Capelli,

al Sg. E. C. M.

Se avesse aggiunto dimenticato “posso chiamarti ‘papà?'” sarebbe stato un pelino troppo esagerato. Invece no, questa lettera è perfetta!

Si tratta chiaramente di una brutta copia (notare le correzioni e le parti aggiunte) di una lettera. Il testo suggerisce che lo sfortunato signor E. C. M. stesse spasimando per i begli occhi della signorina Capelli (e che la mamma di costei fosse vedova).

Non so come sia finita questa romantica storia d’amore. E’ molto probabile che il signor E. C. M. (abilmente ritratto a piè di pagina) si sia dato latitante, ma a noi piace credere che la storia d’amore abbia avuto un lieto fine per la signora Capelli Madre!

Certo è che la strategia della vispa signorina è originale e creativa. Perché ricorrere a un ti vedo più come un amico quando puoi optare per un io non sono innamorata, ma mia madre è cotta stracotta di te!

Potreste pensare “ah, ma lo posso fare solo se mamma è vedova o divorziata”. Beh, no. Siamo nel 2017, svegliatevi! Potreste alludere al fatto che i vostri sono una coppia aperta super-moderna! Un minimo di fantasia, approfittate delle conquiste!

Mia personalissima idea (non basata su niente in particolare): la mamma della signorina Capelli aveva pescato il signor E. C. M. come Genero Ideale e stava facendo pressione sulla figlia… che non voleva saperne. La signorina Bianca ha dunque deciso “se ti garba tanto, sposatelo te!”. La lettera potrebbe essere interpretata come “non mi garbi, sei ancora sul radar solo perché piaci tanto alla mamma”.

In ogni caso: OUCH!

Credi che la friendzone sia un problema? Benvenuto nella MOTHERZONE!

Un’ultima nota: noterete che il disegno presenta alcune similitudini stilistiche col rivoluzionario racconto illustrato analizzato più in alto. E’ possibile che il primo documento non sia la mano di un amico della signora Bianca, quanto un’opera realizzata da lei stessa. In questo caso la storia assumerebbe un carattere ancora più potente e autobiografico!

E’ possibile. Dopotutto la signora era in buoni termini con i Sacerdotti (durante il Fascismo Maria Sacerdotti fu feroce emancipazionista e presiedette la sezione fiorentina della Federazione Italiana Laureate e Diplomate degli Istituti Superiori) e con le suffragette Ada e Beatrice Sacchi (di famiglia mazziniana e fieramente progressista).

Tutto torna quindi, il valore simbolico del primo documento è confermato!

La morale della favola è: prima di buttare via blocchi di Scartoffite, dateci un occhio. Potreste trovarci piccole perle di surrealismo fossile!

E ora una canzone a tema!

MUSICA!


Per chi volesse saperne di più sulle signor Sacchi e Sacerdotti.

Vita da campo: Jumiège 2016

-Dopo ardua ponderazione, io dico…- Ragnar il Giovane svita il tappo dalla fiaschetta di vodka. –Spitfire.

-Nah. Junkers 87. Se non ti piacciono gli stuka, non conosci gli stuka.

E’ notte sull’accampamento, l’aria è fresca, le associazioni bevono intorno ai falò. Si preannuncia un buon campo. Lo hanno organizzato i Klanen, una banda di artigiani e combattenti, gente d’oro. Più in là ci sono gli Spadaccini di Normandia, e i Byggvir, i Compagni d’Esculapio, una banda di variaghi… Tanta gente ben equipaggiata.

All’ingresso della spianata il comune ha costruito una pira gigantesca. Non abbiamo ancora deciso chi bruciarci sopra. E’ alta come una casa, fatta di tronchi incrociati e piena di frasame. Farà una fiammata bellissima.

Sotto il nostro auvent, Bothvar e Petrus stanno confabulando, boccali in mano. Ragnar il Giovane mi rende la fiasca.

-Diving bombers?

Bothvar e Petrus si accostano pitte pitte a una delle tende dove dormono i nostri.

-Right!- Mi riprendo la fiasca di vodka. –Vuoi mettere un tuffo sul tank mentre il vento fischia sulle ali col fracasso delle trombe di Gerico?

Bothvar e Petrus si acquattano alle due porte della tenda, sguainano i long sax.

-Comunque se vogliamo parlare di ardimento e gagliardia, il 588esimo sovietico-

-ATTACCO A SORPRESA!

Bothvar e Petrus si slanciano nella tenda con la grazia e la leggerezza di due orche assassine. Urla e botte, bestemmie in franzoso. Sorseggio la mia vodka. I compari sono motivati. Speriamo bene.

Sabato

L’Abbazia di Jumiège, fondata verso la metà del VII° secolo

Sono le otto di mattina, e sto già sudando come un cavallo. La giornata non è ancora iniziata e già pondero la possibilità di strappare le maniche della tunica.

Mi vesto nella tenda, comincio ad allacciarmi gli stivali. Cogito che se crepo di caldo prima di stasera, potranno buttarmi sulla pira e spedire a mia madre una secchiata di cenere.

Da fuori sento i compagni che fanno colazione.

-Chi dorme ancora?

-La Tenger non è uscita.

-Olaf, valla a svegliare.

Tsk. Come se fossi ingenua abbastanza da farmi beccare addormentata.

Sto legando l’ultimo laccio quando Olaf spalanca la tenda, long sax in mano.

Eh merda.

Cerco di alzarmi, mi spintona a terra e tenta di segarmi la pancia. Gli afferro il polso. Mortacci sua, pesa il doppio di me! Gli punto un piede sullo stomaco per scalciarlo fuori, l’infame m’agguanta la caviglia e mi strattona, mi assesta un fendente sul polpaccio.

E dire che per questo campo avevo deciso di non pestarmi con nessuno.

La catasta. Foto di Nanette (link a fine articolo).

Jumiège è un paese graziosissimo. Ci si arriva in ferry attraversando la Senna. E’ un’accozzaglia di case di mattoni e vecchie costruzioni in legno e intonaco. I ruderi dell’abbazia torreggiano oltre le chiome degli alberi. Scoperchiata, senza rosoni, i pilastri e le pareti si alzano contro un cielo blu incandescente.

Entriamo nella cinta del giardino. Sul prato ci sono dei padiglioni bianchi quattrocenteschi. E’ sempre un piacere trovare dei quattrocentisti ai campi. Petrus si volta verso di noi dalla testa della fila. Sogghigna.

-Secondo voi sono in vena di sport mattutino?

Passa parola lungo la fila. Prima di entrare nel loro campo, abbiamo già le armi in mano. Tagliamo di corsa sotto gli alberi.

I quattrocentisti sono già in armatura, brillano sotto il sole come catarifrangenti.

-SKJALDBORG!

I nostri scudi tondi si chiudono in una linea. Avanziamo a passo rapido. I quattrocentisti abbassano i bec de corbin, sguainano le spade. Cominciamo un match di berci e spintoni.

Vicini di campo. Foto di Nanette (link a fine articolo).

Contrattiamo una quantità di birra adeguata per smettere di rompere le scatole. I quattrocentisti ci pensano un attimo, poi concludono che non vogliono sporcare di sangue le armature di prima mattina (ci contavamo!) e accettano.

Di ritorno alla base, la gente comincia ad arrivare, il pomeriggio avanza lento, il calore si fa infernale. Siamo cooptati per una scenetta, sotto il sole. L’acciaio del mio elmo si riscalda fino al punto in cui non lo posso più togliere senza i guanti. Il metallo scotta. Mi sembra di avere la capoccia in una pentola a pressione. Grosse gocce di sudore mi colano lungo il collo. E non ho nemmeno l’armatura. Sono grata a Odino che a questo giro posso risparmiarmi la mischia, altrimenti mi raccattavano in barella.

Mi ritiro quando iniziano i pestaggi. Siccome non meno nessuno, oggi il mio ruolo è stare al campo e fare divulgazione. E’ un’attività che mi piace, peccato che la rastrelliera sia irrimediabilmente al sole.

Troppo caldo per un pestaggio in armatura? Puoi sempre occuparti della forgia! Foto di Nanette (link a fine articolo).

Durante la giornata, mi schiodo dal posto quanto basta per fare un salto a vedere i quattrocentisti. Il loro campo è più piccolo del nostro, ma sono un sacco di gente comunque. Riconosco la bandiera dell’Ordinanza San Michele. Mi sa che li ho già incontrati a Coudekerque, o forse era Ecaussine? Il mondo dei ricostitutori è relativamente piccolo.

Come al solito, il loro equipaggiamento è spettacolare. Armature a parte, si sono portati dietro artiglierie, spiedi, un forno per il pane. Una coscia di maiale intera sta arrostendo lentamente, schiacciata tra sole e brace.

Diavolo, ad averci i soldi non mi dispiacerebbe un salto di secolo, ogni tanto!

L’Ordonnance Saint-Michel e soci. Foto di Nanette (link a fine articolo).

Al calar della notte, degli sputafuoco si radunano intorno alla pira, appiccano il rogo.

All’inizio pare non succedere nulla. Fiammelle timide baluginano appena in un punto tra due travi. Mi siedo sull’erba, aspetto. Ho sempre avuto un debole per il fuoco. Da bimbetta mi divertivo a costruire case con calcinacci, riempirle d’erba secca, accenderle e guardare le fiamme uscire dalle finestre.

Se mi va male con l’università, posso sempre riciclarmi come piromane.

Lentamente fumo inizia a uscire dal graticolo di tronchi, denso e viscoso come melassa. Il bagliore aumenta, lingue di fuoco guizzano attorno a un trave, prima sparse, poi sempre più numerose. All’interno della struttura, cartone e ritagli divampano. Il calore aumenta. La folla si ritrae mentre il rogo si sviluppa senza fretta, sempre più grande, sempre più luminoso. Le facce degli astanti sono tinte di arancione. Nuvole di scintille appiccano piccoli focolai nel prato circostante. E’ un bello spettacolo. Il calore ti mangia la pelle.

Foto di Nanette (link a fine articolo).

Quando torno al campo, trovo degli scudi rossi posati contro uno dei nostri pali.

-Hanno cominciato il Gioco degli Scudi.- Mi avverte la Matrona. –I nostri li abbiamo rimpiattati.

Il Gioco degli Scudi, altresì detto “andiamo a rompere i coglioni ai vicini”. Consiste nel soffiare gli scudi alle tende circostanti e pretendere un riscatto in birra. Complice il buio, la tecnica di solito sta nel passare con disinvoltura accanto a uno scudo non sorvegliato e imbarcarlo come se niente fosse.

Non ho mai giocato, ho sempre avuto remore a metter le mani su roba che non mi appartiene. Mi rendo conto che ciò fa di me uno schifo di vichingo.

Andando a coricarmi, vedo due bambine scappare dal nostro campo, in braccio uno scudo quasi più grande di loro. Hanno fregato uno dei nostri. Alas.

Domenica

Affettuosi abbracci tra colleghi. Foto di Nanette (link a fine articolo).

Di prima mattina cerco di rendere il favore a Olaf. Lo becco che si sta allacciando le bande mollettiere, tento di affettargli un ginocchio. Mi strattona per difendersi. Il colpo va a segno, ma nel liberarmi incespico e prendo una ginocchiata nella soglia. Per essere un fine-settimana senza botte, me ne sto tornando a casa con un sacco di lividi.

Mi ricompongo per l’arrivo del pubblico. La gente è numerosa, in due giorni abbiamo più di quattromila visitatori. In questi frangenti, uno deve sempre prepararsi a rispondere a domande bizzarre, da “ma esisteva l’acciaio nel medioevo?” a “ma le vostre armi sono autentiche?”.

A questo giro mi capita solo l’evergreen “ma le vostre armi sono affilate?”.

Sì, sono affilate perché ci piace mandare all’ospedale metà dei membri e in galera l’altra metà. E’ un po’ il nostro stile.

Un marmocchio indica il cane di uno dei nostri.

-Nel medioevo non esistevano i cani.

Fissa davanti alla rastrelliera, mostro elmi e armi, faccio soppesare armature, spiego che no, i vichinghi non andavano in giro con asci bipenni e mutande pelose. Intanto noto l’assenza di  magliette o felpe di Vikings, e ciò mi ridà fede nell’umanità. Forse un giorno guariremo da questo morbo infame chiamato History Channel…

A destra, la mia armatura partecipa alla zuffa mentre io me ne sto in panciolle dietro una rastrelliera. Foto di Nanette (link a fine articolo).

Sto mostrando come usare uno scudo a una coppia con figli quando strilli e casino scoppiano tra le tende dei Klanen. Gente in arme che corre, gente disarmata che scappa. I visitatori intorno a me sono perplessi.

-Cosa capita?

-Oh è un raid per raccattare schiavi.- Accenno alle macerie fumanti. –Li venderanno tra un po’, vi consiglio di investire in un irlandese.

Nella confusione, noto un centro d’azione più frenetica. E’ Dall, uno dei nuovi arrivati, tosto e ticcio come un bue da traino. Avanza nel chiasso a torso nudo mulinando sberle come una quintana a reazione, fa volare elmi, spedisce in terra chiunque si avvicini. Gli saltano addosso in tre. Se li scuote di dosso come fossero mosconi, i tizi in armatura finiscono col culo in terra. Era dai tempi di Bud Spencer e Terence Hill che non vedevo legnate così divertenti.

Ci vogliono cinque uomini per legargli le mani. Lo perdo di vista mentre tre armigeri lo trascinano al mercato di peso. Un po’ mi dispiace per i tizi in armi. La storia degli schiavi doveva essere una scenetta tutta riposo per il pubblico. Staranno sudando a morte sotto gli elmi.

Me ne torno alle mie chiacchiere, mentre da lontano mi arriva l’eco del mercato.

-I vichinghi erano gli antenati dei pirati.- Mi dice un tizio del pubblico.

-Oibò.- Sorrido. -Non lo dica a chi fa rievocazione fenicia, potrebbe risentirsi.

-Ah, ma i vichinghi avevano più onore e umanità dei Fenici.

Come no. E nel medioevo non esistevano i cani.

Nel medioevo non esistevano le foto di gruppo!

In definitiva, è stato un buon campo. Piacevole, senza incidenti, senza troppe gomitate nelle costole.  Jumiège è un posto davvero splendido e abbiamo dato fuoco a una montagna di legna! Dar fuoco a qualcosa grande come un edificio val sempre la pena!

MUSICA!


Mille ringraziamenti a Nanette, la fotografa dei Klanen. QUI la sua pagina, check it out!

Legnate a Ligny, 16 giugno 1815

E’ passato parecchio tempo dall’ultima volta che ho postato qualcosa. Un sacco di cose sono capitate. Tra le tante, mi sono laureata  e ora sto navigando in un mare di guai peggio di prima. Perché? Perché le grane arrivano sempre in grappoli.

Ciò detto, c’era un post che ci tenevo tantissimo a scrivere e che metto insieme ora. In ritardo. Pazienza.

Non so se ve ne siete accorti, ma è il 2015!

Il che vuol dire, il BICENTENARIO DI WATERLOO!

E nonostante tesi, esami e psicodrammi, sono riuscita a fare un salto in Belgio, perché il giorno che mi lascio sfuggire un evento simile è il giorno in cui ho perso la voglia di vivere e qualcuno dovrà avere la cortesia di spararmi in testa.

Tutta la faccenda ha grondato epicità da MESI prima. Quando i belgi hanno deciso di coniare un 2 euro commemorativo e i francesi si sono messi nel mezzo per nazionalismo stantio (uno pensa che dopo 2 secoli abbiano metabolizzato il lutto, ma no, never forget never forgive!). Quando i belgi hanno deciso per ripicca di fare una moneta da 2,5 euro lo stesso e l’hanno venduta come il pane. Il fatto che 200.000 persone sono andate a vedere la grande rievocazione il fatto che 6.000 uomini erano sul campo.

I discendenti di (da sinistra) Wellington, Napoleone e Blücher si stringono la mano sul campo di Waterloo

Insomma, una commemorazione col botto con tanto di rievocazione generale della battaglia. Che non ho potuto apprezzare in pieno perché avevo il biglietto VPP (Very Poor Person) e ci avevano schiaffati dietro una collina. I bivacchi però erano bellissimi, e quel poco che ho visto delle manovre era eseguito alla perfezione. Il che non è una sorpresa. Le truppe napoleoniche sono tra la gente più competente, entusiasta e preparata che abbia mai incontrato.

I due accampamenti, quello alleato e quello francese, erano impeccabili. Durante tutto il giorno prima dello spettacolo, a turno, i vari gruppi hanno manovrato e preparato la battaglia. Ho ancora nelle orecchie i berci di un sergente inglese, “What are you doing, you filthy maggots?! You’re the disgrace of the Empire!”

In questi posti si incontra un sacco di gente magnifica (anche dei pratesi, ma hey, nessuno è perfetto). Dal cerusico che spiega simpatiche tecniche di amputazione, al sosia del Principe Charles che spara con un’arma d’epoca.

Pezzo d’epoca. Mille grazie al signor Browning, padrone dell’arma.

La battaglia di Waterloo è stata la battaglia più importante del secolo e di certo una delle più importanti della Storia occidentale. E’ stata lunga, ed è stata feroce. Tutti la conoscono e sulla rete si trovano un sacco di ottimi articoli a riguardo. Scrivere qualcosa su Waterloo era divertente, ma non molto utile, data la mole di informazione già presente, anche in italiano. E poi sarebbe mainstream.

Oggi parleremo di Ligny, la prima grande battaglia dei Cento Giorni.

Il contesto è noto. Il 26 febbraio 1815, scappato dall’Elba, Napoleone aveva fatto un ritorno trionfale in Francia, dove l’esercito lo aveva acclamato e rimesso a capo del Paese mollando senza remore il novello Luigi XVIII. Avendo i militari dalla sua parte e molti simpatizzanti in Belgio, Napoleone sperava di galvanizzare i suoi sostenitori con una vittoria eclatante. Non solo: una vittoria rapida e significativa avrebbe anche minato l’unità dei nemici. La Settima Coalizione, l’alleanza di praticamente tutti gli stati europei salvo Napoli, era giovane e poco coordinata. Il progetto di Napoleone non era impossibile, anche se uno si chiede quale futuro potesse avere sul lungo periodo (si incoraggiano romanzi ucronici sul soggetto).

Verso la fine di maggio 1815, la squadra napoleonica contava ufficialmente 284.000 uomini supportati da un esercito ausiliario di 222.000. In realtà, secondo Füller, molti di costoro erano poco più che firme su un registro. Tolte altre armate secondarie (Reno, Loira, Alpi e Pirenei), l’Armata del Nord, sotto il controllo diretto di Napoleone, contava circa 124.000 soldati.

La squadra napoleonica:

Cinque corpi di fanteria (quasi 90.000 uomini):

  • Primo Corpo d’Armata, sotto d’Erlon;
  • Secondo Corpo d’Armata, sotto Reille;
  • Terzo Corpo d’Armata, sotto Vandamme;
  • Quarto Corpo d’Armata, sotto Gérard;
  • Sesto Corpo d’Armata, sotto Lobau.

La Guardia Imperiali:

  • La Vecchia Guardia (o grenadiers), sotto Friant;
  • La Media Guardia (chasseurs), sotto Morand;
  • La Giovane Guardia (voltigeurs), sotto Duhesme.

Insieme alla Cavalleria della Guardia di Guyot e Lefebvre-Desnouettes, i tizi montati contavano 20.884 effettivi tra ufficiali e cavalieri.

C’era una Cavalleria di Riserva, sotto Grouchy, che contava 14.784 effettivi ripartiti in 4 divisioni sotto il comando di Pajol, Exelmans, Kellermann e Milhaud.

Aggiungete 11.578 artiglieri con 344 pezzi.

La squadra della Settima Coalizione contava 5 eserciti:

  • L’esercito Anglo-olandese sotto Wellington (93.000 uomini), in Belgio;
  • L’esercito Prussiano sotto Blücher, o Bliuscér, come dicono i mangiarane (117.000 uomini) pure in Belgio;
  • L’esercito Austriaco sotto Schwarzenberg (210.000 uomini), sul Reno superiore;
  • L’esercito Russo sotto Barclay de Tolly (150.000 uomini), nel Reno medio;
  • L’esercito Austro-italiano sotto Frimont (75.000 uomini), nel nord-Italia.

Wellington, Blücher e Schwarzenberg dovevano convergere su Parigi e schiacciare Napoleone col numero, mentre Barclay sarebbe accorso nel caso uno dei tre dovesse prendere una musata. Firmont doveva invece marciare su Lione. La frontiera francese doveva essere attraversata dei 5 eserciti tra il 27 di Giugno e il primo di Luglio.

La squadra prussiana:

  • Primo Corpo d’Armata sotto von Zieten, stazionato a Charleroi;
  • Secondo Corpo d’Armata sotto von Pirch, stazionato a Namur;
  • Terzo Corpo d’Armata sotto von Thielemann, stazionali a Huy;
  • Quarto Corpo d’Armata sotto von Bülow, stazionati a Liège.

La zona delle operazioni

Il Korp prussiano era strutturato con 4 brigate di fanteria, appoggiate dalla cavalleria e l’artiglierai di riserva, il che ne faceva corpi dotati di una notevole indipendenza.

Gebhard Leberecht von Blücher

In tutto, secondo Füller, Blücher disponeva di 99.715 fanti, 11.879 cavalieri, 9.360 artiglieri e 312 pezzi d’artiglieria.

Il grosso delle truppe prussiane erano composte da Landwehr, miliziani mal equipaggiati, spesso arruolati da provincie di recente acquisizione, parte delle quali erano state provincie francesi, il che creava notevoli tensioni.

Peraltro, Bliuscér e i suoi avevano un sacco di problemi di logistica (rifornimenti di cibo, munizioni, etc.) che Wellington non aveva. Il Duca di Ferro aveva oro con cui procurarsi il necessario, i prussiani dipendevano principalmente da requisizioni locali. Una delle regioni per cui Blücher aveva un pepe nel deretano sull’inizio delle ostilità era esattamente questa: avrebbero preso al nemico quello che non potevano prendere alle Low Countries.
Napoleone era cosciente di tutto ciò. Il primo di giugno decise di prendere l’iniziativa e incastrarsi tra Wellington e Blücher. Se fosse riuscito a ottenere una vittoria significativa, avrebbe potuto assorbire i belgi pro-Francia e poi, raggiunta l’Armata del Reno in Alsazia, avrebbe potuto saltare addosso agli Austriaci e ai Russi.

Arthur Wellesley duca di Wellington… OR IS HE?

Nell’immediato, l’obbiettivo di Napoleone era Bruxelles, con Quatre-Bras e Sombreffe come punti chiave dell’avanzata. Il 14 di giugno, insieme a Ney, si accampò in Beaumont. Salvo il Quarto Corpo d’Armata, la concentrazione francese era pressoché perfetta.

Per quanto decine di migliaia di uomini in movimento possano essere qualcosa di vistoso, gli alleati non si accorsero di nulla fino all’ultimo. Difatti fu solo alla sera del 14 che la gente di Blücher a Sambre notò tutti i bivacchi e dette l’allarme. Verso mezzanotte i prussiani si misero in movimento.
A Bruxelles, Wellington era convinto per contro che Napoleone avrebbe attaccato Mons, e pianificava di concentrare i suoi a Nivelles per potersi tenere in contatto coi prussiani via la strada di Quatre-Bras per Namur. Blücher per contro aveva ispezionato la zona di Fleurus, Ligny e St. Amand e trovato che il posto si prestava a un eventuale incornata coi francesi. Aveva quindi deciso di spostare la sua base a Sombreffe.

Napoleone Bonaparte

Frattanto, in piena notte, Zieten si rese conto che un attacco su Charleroi era imminente. Alle 4h30 di mattina mandò una lettera a Blücher per informarlo che si sarebbe ritirato via Fleurus, e una a Wellington per avvertirlo della situazione.

La mattina del 15 i francesi occuparono Charleroi. Napoleone diede a Ney il comando del Primo e Secondo Corpo, più la cavalleria di Lefebvre-Desnouettes: gli ordinò di ricacciare il nemico dalla strada tra Bruxelles e Cherleroi e occupare Quatre-Bras. Il Terzo e Quarto Corpo, come anche la divisione di cavalleria di Pajol ed Exelman, furono affidati a Grouchy, che fu spedito contro Sombreffe. Per Napoleone era vitale impedire a Wellington di correre in soccorso di Blücher.

L’inizio delle danze

Intanto, Zieten occupò un crinale presso Ligny, piazzò l’ala destra a Wangelée, il centro a St. Amand e l’ala sinistra a Ligny. I due villaggi vicini di St. Amand le Hameau e St. Amand la Haie furono occupati. Nel pomeriggio Zieten, fu raggiunto dal Secondo Corpo d’Armata sotto Pirch, che si piazzò subito dietro gli uomini di Zieten, poi dal Terzo, sotto Thielemann, che si piazzò sulla sinistra, tra tra Sombreffe e Mazy. Avrebbero dovuto essere raggiunti anche dal Quarto du Bülow, che però era in ritardo.

Napoleone dal canto suo era sicuro che, dopo le prime schermaglie, gli alleati si sarebbero ritirati per consolidare le loro fila, e dette per scontato che Wellington fosse a Bruxelles. Decise di avanzare contro di lui e affrontarlo o ributtarlo verso Anversa (ovvero lontano da Blücher che, secondo le sue informazioni, era basato a Liège). Prima però doveva scalzare Zieten per poter bloccare la via Namur-Wavre-Bruxelles.

Alle 6 di mattina del 16, Napoleone dettò 2 lettere.

Caro Grouchy, se trovi dei Prussiani a Sombreffe e Gembloux, attaccali. Dopo l’ovvia vittoria, occupa Gembloux, passa le tue riserve a Ney e preparati a fare i conti con Wellington.”

Grouchy doveva prendere con sé il III e IV Corpo di fanteria, più la Cavalleria di riserva sotto gli ordini di Milhaud, Pajol e Exelmans. Napoleone lo avrebbe seguito con la Guardia e avrebbe stabilito la sua nuova base a Fleurus.

Caro Ney, non appena Grouchy ti passerà le riserve, ce ne andremo tutti Bruxelles. Nel frattempo piazza una divisione a nord di Quatre-Bras, sei in Quatre-Bras, e mandane una a Marbais per agganciarti all’ala sinistra di Grouchy. La cavalleria di Lefebvre-Desounettes sarà rimpiazzata da quella di Kellermann.
P.S. Siccome so che sei zuccone, te lo sottolineo: voglio dividere il mio esercito in due ali e una riserva. La riserva sarà costituita dalla Guardia, sotto il mio comando, per appoggiare le ali in caso di bisogno.”

Ney aveva con sé il I e II Corpo, più due divisioni di cavalleria. Quanto alla cavalleria leggera della Guardia, che aveva operato nell’ala sinistra sotto Ney, doveva tornare con Napoleone nella Riserva.

Gli ordini erano impartiti, Napoleone era pronto ad attaccare!

Pour l’Empire!

Da sottolineare che Napoleone stimava i prussiani a circa 40.000 uomini, ovvero in disarmante svantaggio numerico rispetto ai francesi. Ora, erano molti più di quanto i mangiarane si aspettassero.

Blücher aveva intanto avuto notizia che gli inglesi e soci si sarebbero riuniti a Nivelles e avrebbero inviato truppe a tenere Quatre-Bras. Pirch e il suo II Korps erano arrivati in buon ordine tra Mazy e Onoz. Il III Corpo di Thielemann raggiunse Namur con discreto ritardo. Blücher ordinò a Pirch di marciare su Sombreffe e a Thielemann di spostarsi a Point du jour, un incrocio a nord del villaggio di Tongrinne.

Wellington e i suoi arrivarono a Quatre-Bras verso le 10 di mattina. Verso le 13 Blücher li incontrò sulle colline di Brye, dove tutto lo staff si lanciò in un’animata discussione strategica in francese. Discussione a cui Blücher non partecipò perché disprezzava il francese (no, davvero). Nonostante il Blücher disapprovante appollaiato in un angolo, Gneisnau, il capo dello staff prussiano, propose che gli Alleati marciassero sulla strada di Namur per affrontare l’ala sinistra francese. Wellington accettò l’idea, sempre che le condizioni fossero favorevoli (anche se sappiamo che il miglior modo di vincere una guerra è shout, shout and shout again! cit.)

Intanto Napoleone era arrivato a Fleurus verso mezzogiorno. Era il momento di preparare un attacco su Sombreffe. Vandamme e Gérard dovevano operare nell’ala destra di Grouchy. La Guardia Imperiale doveva muoversi a Fleurus, salvo la cavalleria leggera, che era ancora con Ney a Frasnes. Quanto a Lobau, a capo del VI Corpo, gli fu ordinato di piazzarsi a metà strada tra Fleurus e Cherleroi per mantenere il controllo di quest’ultima. Era una faccenda importante: a Charleroi c’erano gli ospedali. E Napoleone prevedeva di far tanta carne di salsiccia, quel pomeriggio.

Alle 11 di mattina, Vandamme faceva faccia a St. Amand, ovvero il versante occidentale della cresta presa da Zieten, e Gérard era… da qualche parte indietro, in ritardo per via dei pasticci dello staff. 

Dopo aver incastrato Thielemann con la cavalleria di Pajol e Exelmans, Napoleone contava di far fuori il centro e la sinistra, ovvero Zieten e Pirch. Per far questo, intendeva attaccare per costringere Blücher a usare le riserve, mentre da Quatre-Bras Ney poteva arrivare contro l’ala destra e con la Guardia tagliare attraverso il centro. Questo avrebbe costretto i prussiani a ritirarsi su Liège: lontani da Wellington.

Il campo di battaglia verso le 14h30

Alle 14h30 la cavalleria di Grouchy attaccò Thielemann, Vandammese la prese con St. Amand, mentre Gérard attaccava Ligny. I tre si ritrovarono davanti a una resistenza ferocissima.

I francesi cominciarono il loro attacco anche su Quatre-Bras. Schiacciati dal numero, gli alleati furono spianati. Il Principe d’Orange, in controllo a Quatre-Bras, fu quasi catturato, e la situazione fu salvata in extremis dall’arrivo di Wellington, verso le 15h.

A St. Amand l’assalto fu brutale come poteva esserlo un assalto dell’epoca. Prime file decimate dall’artiglieria nemica, mentre quelli dietro avanzano spalla a spalla scavalcando i caduti, sordi dai botti e ciechi dal fumo. Un moschetto non è un’arma facile. Carica un po’ troppo lo scodellino e hai regalato al tuo vicino di fila una bella depilazione facciale con possibile tatuaggio da polvere nera. E dopo l’avanzata, la carica alla baionetta, secondo l’antico concetto del tritacarne: prima o poi seppellirai il nemico sotto i tuoi cadaveri (tattica che mantenne un certo favore per lunghi, lunghi anni a venire).

  

Le tre fasi di sparo: Ready, aim, YOUR WIFE IS A BIG HIPPO! (A chi coglie la citazione, un casto bacio accademico)

St. Amand era un nido di prussiani, sparavano da tutte le parti. Porte, finestre, strade. Entrare nel villaggio dev’essere stato come cacciare la faccia in un nido di calabroni. Spinti dal numero, i francesi riuscirono a procedere tra le case, solo per finire sotto una pioggia di cannonate dalle batterie piazzate sui crinali. Palle di cannone piovevano come coriandoli a carnevale, le case presero fuoco. Finalmente i francesi, pesti ma non sconfitti, arrivarono al ruscello che scorreva a nord del villaggio, dov’erano schermati in qualche modo dal doppio filare di salici.

Allo stesso tempo il barone Girard avanzava coi suoi su St. Amand le Hameau e St. Amand la Haie. In buon ordine, i francesi marciarono attraverso i campi di segale e si fecero puntualmente crivellare dall’artiglieria prussiana. Davanti al macello, Girard decise di modificare la tattica, invece di “avanza lentamente sul nemico”, optò per “avanza velocemente sul nemico”. Funzionò, sempre secondo la logica del tritacarne: schiacciati sotto il macinato francese, i prussiani dovettero ritirarsi.

St. Amand le Hameau non era occupato e i francesi lo attraversarono in un attimo, solo per rompersi le corna su St. Amand la Haie che, quello, era tenuto dai prussiani. Questi misero su una resistenza agguerrita, ma dovettero ripiegare schiacciati dal numero.

Preparazione delle cartucce al bicentenario

Gérard e il IV Corpo se la stavano prendendo con Ligny. I francesi arrivarono presto nel raggio delle batterie prussiane, installate a sud-ovest del villaggio. Sotto la grandine di piombo, i francesi avanzavano senza rompere la formazione. Una vera macina da eroi. Nonostante le perdite, arrivarono fino al fiume che divide in due Ligny. Spinti sull’altra sponda, i prussiani ripresero piede, e farcirono le truppe francesi di tante pallottole che perfino i napoleonici dovettero convenire “sacrebleu, ce ne stanno ammazzando troppi” e prendere riparo dietro gli edifici per poi essere ributtati fuori dal villaggio.

I francesi si riorganizzarono.

E’ andata malissimo.”

Vero, ma ci dev’essere un modo di stanare i mangiacrauti!”

Ho un’idea! Rifacciamo esattamente come    prima!”

Geniale, dai, vive l’Empereur!”

Incredibile ma vero, anche il secondo attacco si concluse con uno smacco colossale. Ma faceva tutto parte della strategia: per diminuire la quantità di munizioni del tuo nemico, fai in modo che questi ne incastri il più possibile nel corpo dei tuoi soldati.

Col fuoco prussiano diminuito, 100 volontari francesi, coperti dalla loro artiglieria, s’infilarono di nuovo nell’inferno di Ligny e riuscirono a sbucare nella piazza della chiesa, il nocciolo duro della resistenza prussiana. Ne seguì una mischia infernale con baionettate nelle costole, fucilate a bruciapelo, moschetti mulinati come mazzapicchi, calci, pugni e morsi. Nel fumo e nell’afa, i due schieramenti si finirono a coltellate in faccia finché i prussiani non si ritirarono. La piazza della chiesa era presa.

So già che quest’articolo sarà uno dei più visualizzati!

Mancava il castellotto nella parte sud-ovest del villaggio. Quello era una faccenda antipatica. Era una fortezza, con tanto di fossato e ponte. I francesi provarono a entrare dalla porta, un’idea così stupida che nessuno sarà sorpreso dal sapere che si rivelò efficace come bloccare il trinciatutto ficcando un braccio tra le lame. Davanti a quest’incredibile smacco, i francesi si risolsero a bombardare tutto (che è molto meno cavalleresco, parbleu!). Il castello divenne di botto un posto molto sgradevole dove stare.

Intanto Napoleone aveva assistito alla macelleria di St. Amand e dintorni e si era reso conto che, oibò, forse i prussiani sono un po’ più numerosi e più tosti di quanto avessi pensato.

15h15, Napoleone ordinò a Ney di avanzare su Brye e St. Amand aggirare la destra di Zieten e prendere l’ala destra prussiana da dietro. Alle 15h45, impaziente di eseguire la manovra, mandò un messaggio a d’Erlon, che doveva raggiungere Ney a Frasnes e Quatre-Bras con il I Corpo. L’ordine era di precipitarsi invece sulle alture di St. Amand con 4 divisioni di fanteria, la cavalleria e l’artiglieria.

Intanto, in Ligny i francesi erano riusciti a prendere e tenere la parte del villaggio che stava sulla riva destra del fiume. I prussiani però tenevano i ponti grazie ai rinforzi inviati da Zieten. Non solo: riuscirono a scacciare i francesi d’intorno al castello, ormai in fiamme. A questo giro però i ruoli erano rovesciati, e i prussiani dovettero avanzare per le stradine difese dalle truppe napoleoniche. Gli uomini di Zieten riuscirono a riprendersi la piazza della chiesa, ma a un prezzo umano notevole.

Preparativi

I francesi si riorganizzarono e contrattaccarono. Altra montagna di morti. Riuscirono a riprendere la piazza e misero quasi le mani sugli emblemi prussiani. Quasi. I prussiani si ritirarono di nuovo. Questo andirivieni continuò per ore, mentre gli incendi si diffondevano attraverso il villaggio.

Intanto a St.Amand i prussiani erano riusciti a riprendere il borgo, solo per farsi ributtare indietro da Vandamme e i suoi. I prussiani mandarono un rapido messaggio a Zieten, “bada che con questo giochino ci siamo finiti anche l’ultima riserva, manda qualcuno o siamo del gatto”.

Intanto i cannoni di Vandamme avevano finalmente trovato la giusta angolazione e stavano rendendo la pariglia ai prussiani arroccati sulle alture di Brye. La situazione si faceva pericolosa: perdere St. Amand voleva dire mettere in pericolo le vie di comunicazione con Wellington, e non era un’opzione. Blücher spedì in fretta e furia una brigata del I Corpo in sostegno.

Con questo nuovo aiuto, i prussiani si ripresero St. Amand la Haie, ma non avevano fatto i conti coi francesi, che si erano asserragliati in una fattoria cinta da muri e piazzata in una posizione tale che non lasciava ai nemici le spazio per schierarsi a dovere. Da dietro le mura, i mangiarane si diedero al tiro al prussiano. Al secondo assalto i nemici riuscirono a scompigliare le difese francesi. Girard arrivò a spron battuto per riorganizzare i suoi uomini e dar loro animo, ma fu crivellato di colpi con tutto il cavallo.

Vista la situazione, i prussiani decisero di fare il giro. Tagliarono attraverso il bosco che si trovava tra St. Amand la Haie e St. Amand, dispersero i francesi che tenevano la posizione e arrivarono dritti alle spalle dei francesi che tenevano St.Amand la Haie. Sentendo puzza di trappola per topi, i mangiarane si ritirarono alla svelta su St. Amand le Hameau.

Napoleone, avendo osservato questo tira e molla del massacro, decise di mandare a chiamare Lobau e dirgli di spostarsi a Fleurus. Lobau era l’ultima riserva: chiamarlo a Fleurus significava rinunciare a un eventuale soccorso di Ney a Quatre-Bras. E ricordiamo che Ney aveva già dovuto rinunciare al I Corpo, diretto a Brye e St. Amand. Il I Corpo era sotto d’Erlon, ed era in drammatico ritardo.

Rievocazione del bicentenario di Ligny (foto di Michel Langrenez)

 

A la Haie, i prussiani erano stufi tanto quanto i francesi. 9 battaglioni più artiglieria avanzarono attraverso Wagnelée per poter attaccare il fianco sinistro francese. Purtroppo per loro il terreno non permise un’avanzata uniforme e un attacco coordinato, il che dette tempo ai francesi di reagire. La carica francese gettò i prussiani nel panico e fu tanto se riuscirono a tenersi Wagnelée. Blücher spedì rinforzi là e a Ligny pescando dal II Corpo.

Verso le 18h, truppe del II Corpo prussiano tenevano Wagnelée. Altre, del III Corpo, erano piazzate tra Wangelée e i due villaggi di St. Amand la Haie e St. Amand le Hameau. La Haie era tenuto dal I Corpo prussiano, mentre i francesi tenevano le Hameau e St. Amand. Quanto a Ligny, i francesi tenevano la parte sulla sponda destra, i prussiani quella sulla sponda sinistra, e si stavano finendo gli uni con gli altri.

Contando che verso le 18h avrebbero sentito i moschetti di d’Erlon sbusacchiare la retroguardia prussiana, Napoleone si preparò a marciare su Ligny con la Guardia. Stavano per muoversi, quando Vandamme arrivò con le sottane in mano: 20.000 o 30.000 nemici erano apparsi due miglia e mezza dietro di loro e stavano avvicinando Fleurus!

Non è che sono Ney o d’Erlon, vero? Con questo fumo e questo casino…”

No no! Abbiamo mandato un ufficiale a vedere! Sono nemici!”

Tempo dopo venne fuori che la “ricognizione” effettuata da Vandamme era stata: mandare avanti un ufficiale, che aveva occhieggiato la gente da lontano ed era tornato con un “ouaip, nemici, dov’è il cognac?”

Napoleone lasciò perdere Ligny e si preparò ad affrontare il nemico, dopo aver spedito la Giovane Guardia in supporto agli uomini di Vandamme. Questi, piazzati a le Hameau, erano nel panico più totale. Per frenare la valanga di diserzioni si smise di cannoneggiare i prussiani per sparare sui fuggiaschi.

I nemici ne approfittarono per attaccare di nuovo St.Amand, che resistette solo grazie allo slancio entusiasta della Giovane Guardia, che ridette un minimo di animo agli uomini di Vandamme.

18h30, un aide-de-camp arrivò da Napoleone. “Sire, la vuole sapere una bellissima? Ha presente i 30.000 assatanati che venivano a farci la pelle? E’ d’Erlon che porta rinforzi!”

Frattanto, supportati dalla Giovane Guardia, i francesi rilanciarono su le Hameau, ributtarono fuori i prussiani e li pressarono su Wagnelée. A la Haie, i mangiacrauti tenevano botta. Blücher pescò dalle ultime riserve per rinforzarli, ma in questo modo indebolì il centro dell’esercito.

Botti e fumo al bicentenario di Ligny (foto di Michel Langrenez)

19h00. In St. Amand i prussiani erano esausti e a corto di munizioni, ma dimostrarono eroica determinazione davanti alla carica francese. A Ligny erano riusciti con grande sforzo a riprendere alcuni edifici sulla riva destra del fiume, ma i francesi, profittando della posizione riparata sul sagrato della chiesa, erano riusciti a montare le loro artiglierie, e ogni tentativo di sloggiarli fu annientato.

Ligny era un forno di fumo denso e piombo. E in tutto ciò, le batteria della Guardia stavano cominciando a infliggere ferite serie agli schieramenti prussiani sulla riva sinistra. I prussiani decisero di ritirarsi a Bois du Loup subito fuori Ligny per ricaricare.

Nuvole nere si addensavano, precipitando il campo di battaglia in un crepuscolo livido. Napoleone si disse che era meglio schiacciare i prussiani prima della pioggia, e mandò la Guardia su Ligny, a dare al nemico il coup de grâce. Prendendo Ligny, Napoleone sperava di tagliare l’ala destra prussiana dal resto dell’esercito.

L’attacco cominciò verso le 20h00. Nonostante la strenua resistenza e il fuoco d’artiglieria, le truppe francesi, composte in buona parte da veterani, avanzarono come un’onda di marea, attraversarono il fiume e sbucarono sui campi oltre il villaggio. Mentre le truppe de IV Corpo occupavano Ligny, le altre marciavano in ordine verso Brye e Sombreffe.

Blücher, che ormai aveva la settantina, arrivò a spron battuto sul campo, si mise alla testa della cavalleria e caricò la Guardia. Nel casino crepuscolare che ne seguì, si prese una fucilata e cadde, incastrandosi sotto il cavallo.

Wups…

Il suo aiutante Nostitz, che non era lontano, saltò giù di sella e corse a raccattarlo mentre i francesi caricavano. La Guardia arrivò addosso ai due. E passò oltre senza riconoscere il generale nemico. Il contrattacco prussiano fu appena sufficiente a ripescare Blücher e Nostitz.

Pensateci un momento.

Se non fosse stato per questo Nostitz, Blücher sarebbe finito morto o prigioniero, e non avrebbe mai potuto aiutare Wellington a Waterloo. Se non fosse stato per Nostitz e per un pugno di Ulani, è molto probabile che quel mangiarane tascabile di Napoleone avrebbe vinto.

Blücher. NEIGH!

Il centro di Blücher era ormai annientato, le due ali separate. Nella notte il Primo e Secondo Corpo si ritirarono in disordine tra Sombreffe e la Via Romana, convergendo verso Tilly. Se ci fossero state un paio d’ore di luce in più, o se d’Erlon avesse avuto il tempo di prenderli alle spalle, sarebbero stati macinati.

Verso le 23h i combattimenti erano cessati. I prussiani decisero di concentrarsi a Wavre. Nella notte, gli ufficiali cercarono con tutti i mezzi di riunire e riordinare il loro esercito.

Ligny fu una bella vittoria. I Prussiani persero 16.000 uomini, più 8 o 10.000 che fuggirono su LIège. I francesi persero tra gli 11 e i 12.000 uomini.

Magari quella notte, mentre bivaccavano a Ligny, i francesi si sono detti che quella era la prima di una nuova serie di vittorie. E magari se Nostitz avesse avuto meno presenza di spirito, sarebbe andata davvero così.

A volte chi ben comincia NON è a metà dell’opera ^_^

MUSICA!

No, sto scherzando.

MUSICA!

(BTW, esiste anche una canzone su Ligny. Non mi garba, ma ve la propongo perché è un soggetto molto poco sfruttato a mia conoscenza, here)

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Bibliografia

J. F. C. Füller, Decisive battles of the Western World, vol.II. Cassel&co., Londra, 2001

J. Franklin, Capmaign 277: Waterloo 1815 (2), Osprey Publishing, Oxford, 2015

Riguardo al bicentenario di Waterloo:

Articolo con video

Foto

Altri video (tedesco)

E altre foto!

 

 

Aneddoti e narrativa: Vaporteppa

Questo è un articolo di narrativa, e come tale vorrei iniziarlo con un aneddoto di vita vissuta.

Poche settimane fa ero in Italia in visita dagli Augusti Genitori. Come ogni fine di agosto, il mio tempo era assorbito da incontri col gruppo Bilderberg, consolidamento del dominio giudaico e lettere di insulti alla mia università. Io e la segreteria abbiamo un rapporto masochista, non tanto di amore e odio, quanto piuttosto di odio e antipatia (cit.).

Sicché un bel giorno pianto il summit rettiliano per l’asservimento dei goya e vado in Paese. Faccio un giro dei vari tabaccai. L’ultima volta che hanno visto un francobollo era il 1923, uno di loro giura che glieli ha mangiati il cane, un altro mi urla “NON LI AVRAI MAI SPORCA GIUDEA ALLAH AKBAR!” e si fa saltar per aria.

Avevo due opzioni: rinunciare a spedire la lettera o andare alle Poste. L’idea di lasciare la mia segretaria senza la sua usuale dose di “che cazzo state combinando coi miei documenti, manica di luddisti psicopatici” mi rattristava troppo. Alle Poste dunque!

Ammetto che sette anni a Lutezia mi hanno rammollita. A Lutezia uno entra, compila i fogli, affranca alla macchinetta e in dieci minuti è fuori dalle palle, libero come un fringuello.

Le porte automatiche si aprono con un cigolio di ruggine e metallo, una zaffata di putrefazione e polvere mi investe. Bambini piangono, aggrappati a madri macilente che hanno esaurito le scorte di merendine. Una di loro cerca di sedare il pargolo facendogli respirare della colla. Un vecchio si guarda intorno spaesato. Ha i calzoni corti e una mantellina troppo piccola. E’ qui dal 1925, voleva spedire una cartolina alla nonna. In un angolo, una donna con gli occhi iniettati di sangue sta armeggiando con una scatola puzzle per evocare i Cenobiti (che tanto non si muoveranno perché non ci sono più anime da sbranare, qui dentro). Sul tabellone lampeggiano i numeri A012, A011 e E018. Tiro il bigliettino. E389. Sarà da ridere.

Io non ho paura. Sono un vichingo, checchazzo. Mi siedo sulla cenere dei secoli. Apro la borsa.

E l’orrore mi assale.

Ho scordato la roba a casa. Non ho portato nulla! Non il romanzo americano che sto leggendo, non il romanzo giapponese che sto leggendo, né il saggio di Souyri né il numero Osprey dei Pirati d’Estremo Oriente. Sono disarmata, sola e in territorio nemico!

Il mio coraggio scema, mi ficco il bigliettino in tasca e mi precipito fuori dall’ufficio. La luce del sole mi fa male agli occhi. Ho visto una libreria da queste parti. Eccola!

Entro, m’infilo nel settore narrativa.

E’ lì che mi rendo punto a che punto il Paese sia messo male.

Pensate che la crisi sia brutta? Guardate al tipo di “arte” che mettiamo insieme. Non sono nemmeno nel reparto Fantasy/Sci-Fi (noto per essere il reparto Cottolengo), sono proprio in Narrativa, e sugli scaffali si assiepano tomi buoni per soli due target: i ritardati mentali giovani e i ritardati mentali vecchi che vorrebbero essere giovani. Tra le altre cose, scopro che la Licia Nazionale ha sfornato una nuova Creatura, con protagonista una Metallara.

Licia Troisi + Metal = WE ARE DOOMED! DOOMED!

Ora, io non ce l’ho col trash. Io amo il trash! Le porte dell’abisso è uno dei miei film preferiti, Tommy Wiseau è uno dei miei idoli (Oh hi Mark), ho un piccolo altare in casa dedicato solo al Daibosatsu Rocca-nyorai…

Ma quando esiste solo il trash, allora inizio ad aver paura. Insomma, sono come Vincent Smith di Silent Hill 3: venero il Dio, ma non per questo vorrei vederlo realizzato nel mondo reale. Il trash è il sale della vita, ma non lasciategli conquistare il Mondo o è la fine.

Nella fattispecie, l’unica cosa lontanamente potabile era una traduzione di Stephen King, che è peraltro uno degli autori più sopravvalutati di sempre (Sì, l’ho detto, non vi temo funz, fatevi sotto!).

Grazie al Cielo l’editoria digitale è messa un po’ meglio.

Non voglio scrivere un articolo sullo stato della letteratura digitale in Italia. Se vi interessa, leggetevi gli articoli del Duca di Baionette, è molto più informato di me. Oggi voglio parlare di racconti.

Racconti editi da Vaporteppa.

Sono sicura che tra i bazzicatori di questo piccolo blog molti già la conoscono: si tratta di una casa editrice digitale specializzata in narrativa fantastica, in particolar modo Steampunk (da cui il nome), ma non solo.

Devo essere sincera, di solito, quando vado a selezionare le mie letture, “fatine”, “mec a vapore”, “retro-futurismo” e “conigli” non sono proprio le parole chiave che mi vengono in mente. Non sono una gran lettrice di Stempunk o bizzarrie, conosco il genere molto poco e molto male.

Tuttavia tutti i racconti che finora ho letto usciti dalle fucine di Vaporteppa mi sono piaciuti, alcuni di più, alcuni di meno. Mi sono piaciuti in primo luogo perché sono di buona qualità. Alcuni brevi, altri lunghi, tutti sono scritti bene. Il livello tecnico degli autori sbriciola a mani basse quello di altri “campioni” dell’editoria cartacea. Non c’è paragone. Sul piano tecnico i vaporteppari vincono.

In secondo luogo, i racconti che ho letto finora hanno in generale una vena ironica e divertente.

Avete presente quando la Troisi pretende di scrivere passaggi tragici, o quando Altieri parla di ninja crucci che ammazzano lanzi a secchiellate e pretende di essere preso sul serio?

Niente di tutto questo. Il tono e lo stile cambiano ovviamente da autore ad autore (duh!) ma in generale nessuno, a mia esperienza, fa il passo più lungo della gamba. Non mi è ancora capitato di leggere passaggi involontariamente ridicoli: le scene esagerate o divertenti lo sono perché l’autore vuole che lo siano, non per sbaglio.

Con queste basi, certe opere mi sono piaciute più di altre per le trovate fantasiose, o i personaggi, o il tono più o meno spiritoso, ma sono tutte di qualità oggettivamente buona.

Qui alcune di quelle che ho letto e che consiglio caldamente anche ai non appassionati del genere.

 

L1L0, di Pippo Abrami


La storia è abbastanza lineare: L1L0 è un automa a vapore con tre cervelli di scimmia, creato da un illustre scienziato di Praga per salvare sua figlia, tenuta ostaggio in una caserma.

Cosa distingue L1L0? Il Witz. Dacché qualunque essere autocosciente, una volta resosi conto di essere un bollitore dalla forma vagamente lagomorfa, si toglierebbe la vita, L1L0 è stato dotato di Umorismo Giudaico, l’ironia fatalista.

Un minuto di awe per una delle idee migliori che abbia mai trovato in un racconto. Il Witz è in effetti un’arma culturale elaborata per sopravvivere i diciassette secoli di oppressione e antisemitismo. Inserirla come componente anti-suicidio è geniale.

Non è solo una trovata deliziosa, è anche un grande pregio della storia. L1L0 è il personaggio-PoV, ed è il suo modo di vedere e pensare a dar vita a quella che altrimenti sarebbe una quest piatta e fine a se stessa.

Le scene d’azione sono ben descritte, il Punto di Vista è adorabile, la storia è semplice ma riesce a tirar fuori un twist che non scade nello zuccheroso e banale. Con tutto che ho un’idiosincrasia feroce per i marmocchietti in narrativa (ho il santino di Erode tra la foto di Wiseau e quella di Mattia Sorrenti), il racconto mi è piaciuto un sacco.

 

Piloti e Nobiltà, di Diego Ferrara


Diego Ferrara è lo stesso che ha scritto Soldati a vapore, un racconto che straconsiglio (magari ne riparlerò). A questo giro seguiamo Elsa, un pilota donna in un mondo di uomini, che deve eseguire un volo dimostrativo di un nuovo eligibile anfibio, a beneficio di una banda di nobili (possibili acquirenti). Tra Elsa e i suoi passeggeri il disprezzo è a prima vista e reciproco, e mentre il volo prosegue e le richieste assurde si moltiplicano, la situazione si fa più scomoda e la tensione sale.

Elsa è il Personaggio-Punto di Vista. Elsa è una donna forte, competente, con un brutto carattere e un’antipatia feroce per i Nobili. E’ un buon personaggio, con qualità e difetti, e all in all molto credibile.

In questa storia l’umorismo non è dato tanto dal tono della protagonista (che di umorismo ne ha poco), quanto dalla vicenda vera e propria. Specie alla fine, il racconto strapperà un largo sorriso a chi apprezza l’humour nero (tipo me).

Consigliatissimo anche questo.

 

 

La maschera di Bali, di Francesco Durigon


Questo è forse il più fantasy tra i racconti che ho letto finora e uno dei più “seri”. E’ anche l’unico in cui ho una riserva. Ma veniamo al dunque.

Londra, 1897. Il Dipartimento di Scienze Occulte sta studiando su un povero alienato gli effetti di alcune maschere tribali, ritenute magiche in qualche maniera. Durante l’esperimento, la maschera balinese di Rangda prende vita, e la situazione precipita: in poche ore Londra è invasa da orde di demoni immortali e fiammeggianti, affamati di carne umana.

Due personaggi sono voci narranti: Abigail, veggente del Dipartimento di Scienze Occulte, e John Plye, soldato di Sua Maestà Britannica, mandato al macello contro le orde demoniache.

Parliamo dei pro della storia per cominciare. I personaggi sono ben caratterizzati nel poco spazio disponibile, sono credibili e funzionano bene nella storia.

Le scene d’azione sono eccellenti. Il volo di Plye sui tetti di Londra e il primo scontro coi demoni è un piacere da leggere.

Per il fattore: “mah”…

Attenzione, SPOILERS!

La “seconda vita” di Plye pare poco concludente. Abbiamo messo in scena un buon personaggio, gli abbiamo dato una morte intempestiva e accidentale, il che potrebbe starci bene (fatalità della guerra, stiamo come d’autunno sugli alberi eccetera). Ma non finisce lì, viene resuscitato alla meno peggio, creando una buona situazione di conflitto: Plye preferirebbe essere morto che non uno zombie motorizzato, e lo si può capire.

Ergo abbiamo un buon personaggio (il soldato di fegato), lo ficchiamo in un contesto interessante (un dipartimento scientifico invaso da mosti e demoni), con un conflitto eccellente (essere non-morto)… e poi boh, Plye viene massacrato poche pagine dopo senza nemmeno arrivare in fondo al percorso.

Era proprio necessario?

Sarebbe cambiato qualcosa se invece di avere il suo punto di vista Abigail fosse stata accompagnata per il breve tratto da un soldato a caso?

Insomma, a mio avviso un peccato.

FINE SPOILER

In conclusione, la storia resta ben scritta, con scene notevoli e una vicenda interessante. L’impressione è che ci sia molto più materiale da sfruttare, anche in termini di ambientazione e personaggi. Forse il tutto si presterebbe meglio a essere rielaborato per un romanzo, più che non per un racconto breve.

Nonostante tutto, una lettura gradevole, che consiglio.

 

 

Caligo, di Alessandro Scalzo


Questo non è un racconto, ma un romanzo. Dalla quarte di copertina:

Repubblica di Zena, Italia, 1912. Barbara Ann ha quasi diciassette anni e un seno che se crescerà ancora diventerà davvero imbarazzante. Ma questo non è il suo problema principale: da alcuni mesi soffre di forti emicranie e allucinazioni. Cosa c’è nella testa di Barbara Ann? E come si collega alla morte di suo padre, il defunto colonnello Axelrod, il primo uomo a mettere piede su Marte nel 1894, ossessionato dalla ricerca di qualcosa di ignoto fin da quando ritornò dal Pianeta Rosso? E cosa vuole Michele, quel bel ragazzo biondo col cappotto che puzza di piscio? Barbara Ann si troverà immischiata in un gioco internazionale tra Inghilterra, Austria e il protettorato inglese di Zena… e intanto, chi si preoccuperà dei suoi criceti?
Un’avventura Steampunk con mech, zombie e scafandri potenziati, in una Genova del 1912 che non è mai esistita.

Come avrete capito dalla quarta, Caligo ha una vena ironica molto presente. C’è anche molto fan-service, e l’autore non è timido a riguardo (Barbara Ann ha delle tettone così!).

Di solito mi dà sui nervi quando l’autore indulge in descrizioni fisiche del/la protagonista per il puro scopo di titillare il lettore. Nihal che si contempla nello specchio e si trova gli occhi “troppo grandi” è un esempio immortale.

Trovo anche fastidioso e vagamente inquietante quando l’autore approfitta della storia per ficcarci dentro una sua personale perversione, che non ha nulla a che fare con la trama, non serve a niente, è lì solo perché piace all’autore. Un po’ come la gatta con tre tette in Star Treck 5. Shatner, what the hell?

Nella fattispecie il fatto che Barbara Ann abbia delle tettone così e che ce lo ricordi in più di un’occasione passa, perché alla fine segue bene il tono semiserio della storia, oltre che il carattere represso-esibizionista-masochista del personaggio. Ci sono dei momenti di puro fan-service in stile anime-ecchi, perché, non scordiamocelo, Barbara Ann ha delle tettone così, ma gli si perdona, perché alla fine la scena è divertente e non rallenta la storia. E poi Barbara Ann ha delle tettone così.

Tette a parte, la storia è originale e il personaggio di Barbara Ann interessante e divertente da leggere. Combina bene competenze, inventiva, coraggio, pregiudizi e bizzarrie. Ambientazione e comprimari peraltro le corrispondono bene: una Genova d’acciaio, catrame e fumi di scarico, dove niente è come sembra, dove chiunque potrebbe essere una spia, un traditore o un abbonato a Superomo (recapito anonimo e discreto).

La storia bilancia bene momenti semiseri con momenti più truci. La scena in cui Barbara Ann ha una crisi di emicrania non ha niente di umoristico, e non è la sola, ma passaggi dl genere sono molto ben dosati senza mai essere melodrammatici.

Le scene d’azione sono buone, e Barbara Ann è una che se la sa cavare senza scadere nel cliché della tettona guerriera (peraltro, ho già detto che ha delle tettone così?). L’ambientazione è solida e creativa, con la giusta dose di follia e realismo.

Le finale ha un twist, che io non mi sarei aspettata, ergo è oggettivamente un buon twist partendo dall’assunto che (ormai lo saprete) io sono infallibile.

Insomma, non voglio spoilerarvelo troppo perché vale davvero la lettura.

E questo è tutto per questo sabato. Oggi sono di corvé Al festival Beermageddon, che promette di essere altrettanto epico del proprio nome.

Intanto, un pezzo dalla band FogHorn. Non è il mio genere di Metal, ma siccome ci suona il mio jarl, è buono a prescindere!

Horde Noire!

Vita da campo: Coudekerque-Branche 2014

Sabato

Vento gelido entra nella tenda. Apro gli occhi. Ho la bocca impastata e lo stomaco che si torce. Forse ho bevuto troppo ieri sera, o forse è solo il mal di pancia da pre-spettacolo. Nella tenda Jeff ed Einar ronfano che paiono due segherie a pieno regime. Sono le sette e mezza. Alle nove dobbiamo essere in full gear per la gioia del sindaco e dei cittadini, meglio darsi una mossa.

Striscio fuori, in lontananza echeggiano dei colpi di cannone. Ci sono solo due compagnie con artiglierie da campo e malignità sufficienti a sparare a quest’ora, o i dannati Napoleonici o i dannati Cechi del diciassettesimo.

Yup, erano proprio loro, i dannati Napoleonici e la loro dannata artiglieria

L’anno scorso i Napoleonici avevano ingannato la noia attaccando dal nulla il nostro campo. All’inizio non avevamo nemmeno capito che ce l’avevano con noi, poi gli spari si erano fatti più vicini e frequenti, e infine i fantaccini erano apparsi in linea ordinata tra gli alberi. Dite quello che vi pare dei Napoleonici, ma sanno marciare.

Era con loro che avevamo deciso di ripartire e dar noia ai Cechi, ma i maledetti avevano piazzato le loro tende di là dal torrente e il loro fottuto cannone su uno dei ponti. Io e due compagni avevamo fatto il giro e preso i cannonieri alle spalle. La loro faccia mi rimane ancora nel cuore.

Niente cannone quest’anno! Ma hanno fatto un casino d’Inferno lo stesso

Poi bon, dei Cechi del quindicesimo erano intervenuti, e avevano fatto la pelle a me e ai miei compagni. Uno dei Cosacchi aveva trascinato il mio povero cadavere nella yurta e dopo avermi rivolto un largo sorriso aveva iniziato a snodare la cintura. Per fortuna i cosacchi Capiscono che quando un cadavere dice “no” significa “no”.

Cosacchi, alla fine vincono sempre loro

Alle nove siamo tutti in tiro, armi e armature. Dobbiamo fare una bella sfilata in città, per la gioia dei quindici infelici che per ignote ragioni saranno in piedi alle nove di sabato mattina. Aspettiamo i Romani che sono in ritardo perché, well, sono Romani.

-Ai tempi di Cesare arrivavano in tempo.- grugna uno Spartiata –Anzi, magari un po’ in anticipo.

THIS is Sparta

Io mi stringo nelle spalle o almeno ci provo. Sono fuori allenamento da fare schifo, e l’armatura mi pesa addosso come un asino morto. Un altro Spartiata tocchichia con l’indice le lamelle sulla mia spalla.

-Non ti stanca?

Le loro armi sono di bronzo, ma bronzo sottile, da parata.

-Nemmeno un po’.- mento.

I Romani arrivano al trotto dal fondo del campo. Gli Spartiati raccattano lance e scudi e partono per primi. Il nostro corteo conta Napoleonici, Spartiati, Romani, Vichinghi, Franchi, Tredicesimo secolo, Quindicesimo, Moschettieri di Gustavo Adolfo, Cosacchi, un gruppo settecentesco di fantaccini e cortigiani, truppe del Secondo Impero, un pugno di Coloniali, dei Poilus della Grande Guerra, dei Canadesi della Seconda insieme a un mazzo di soldati Crucchi, Commies e Yankees. Quattro chilometri di passeggiata. Alé!

La città è semideserta, l’attesa per il discorso del sindaco lunga, ma il discorso in sé è breve e indolore. Rompiamo i ranghi davanti a delle scuderie. E’ tempo di salutare vecchi amici, incontrare gente nuova e soprattutto bere il Bicchiere dell’Amicizia, vino bianco nella fattispecie.

Lo scudo prima del battesimo

Sul campo ci troviamo insieme a quelli della Drus. Di solito sono una banda di più di trenta persone. Ce li troviamo sempre vicini di campo, e non ci stiamo simpatici. Niente di personale, ma quando qualcuno ti sbircia dall’alto hai tendenza a volerlo mandare a cagare. Plus, quest’anno uno dei loro è andato a dire a una delle municipalità che avevano fatto un pessimo affare a chiamarci: il telo di una delle nostre tende non era storico!

Il che dimostra la loro ignoranza. Voglio dire, le avete viste le foto. E’ chiarissimo che se la nostra compagnia ha un problema, quello è la mia armatura. La forma delle mie lamelle è chiaramente troppo moderna per la fine dell’ottavo secolo!

Sarà che tutti i peggio della Drus non sono in giro, i pochi presenti sono stranamente domestici a questo giro. Uno vorrebbe quasi invitarli a bere un bicchiere accanto al fuoco…

Ma avete criticato il nostro telo. Not cool, guys, not cool at all.

Io comunque non devo averci a che fare. Nel campo finisco contro il mio jarl, due volte, due volte mi rifà la carrozzeria a colpi di dane axe. Carica come un toro, più alto di me, più veloce. Incasso la testa e alzo lo scudo per non farmi ammaccare l’elmo, ma vale a poco. L’armatura mi pesa, i guanti sono troppo grandi. Il mio super-io, detto Sarge Hartman, si risveglia.

-Abbiamo tralasciato squat e flessioni, eh palladilardo?

I moschettieri di Gustavo Adolfo ci guardano. Jorge è appoggiato al bordo della lizza sogghigna e scuote la testa.

Sì, lo so, in combattimento faccio cagare. Ma chissenefrega. Sono venuta per giocare, e mi sto divertendo un sacco.

Un piccolo misundrstanding sul muro di scudi, subito appianato

Il sole tramonta, l’aria si fa fredda, il campo sprofonda nel buio. Si accendono i fuochi, si stappano le fiasche. Davanti a noi gli Spartiati alimentano i bracieri. Siedono intorno al fuoco coi loro mantelli scarlatti, le fiamme riverberano sulle armature di bronzo. Sono uno spettacolo per gli occhi. Il vento agita i loro stendardi e quelli dei Romani, lì accanto.

Un ufficiale del Secondo Impero viene a trovarci per farci assaggiare una grappa alla salvia.

-L’alcolismo è una vera piaga nell’esercito.- passa la bottiglia a Bjorn, che già ondeggia –Ma non bisogna confonderlo con una piaga ben più seria: l’Insolazione Notturna.

Bjorn tracanna. E’ convinto di reggere benissimo l’alcol. Sbaglia. Sbaglia da morire, ma è inutile dirglielo, tanto ha sempre ragione lui.

-Io stesso sono spesso affetto da questo male.- continua l’ufficiale –Allora ho fondato un’associazione, per la tutela degli Ufficiali Vittime di Insolazione Notturna. Abbiamo metodi infallibili per riconoscere i casi.

-Tipo?

-Oh, tipo domande.

Bjorn si alza ondeggiando.

-Vado dai Cechi.- si allontana zigzagando.

– Ad esempio,- fa l’ufficiale -quattro litri di rosso per quattro euro e cinquanta l’uno.

-E’ una domanda?

-Ovvio.

-E la risposta?

-Cinque minuti.

Yup, uno dei due maneggiava un tronco. Hey, se lo può fare PJ ne Lo Hobbit lo possiamo fare anche noi!

E’ notte quando i Cechi ci riportano Bjorn. In due, uno per parte.

Einar se lo sobbarca, lo trascina nel bosco a vomitare le budella. Meno male che regge bene. Gli srotolo il sacco a pelo in fondo alla tenda. Almeno se si sentirà male potrà spinger fuori la testa e vuotare lo stomaco.

Einar riappare dal folto del bosco, il braccio di Bjorn attorno alla spalla.

-Com’è andata?

-Non lo vuoi sapere.

Einar apre con una mano il lembo della tenda… e Bjorn scatta. Scatta, come una pantera. O come un delfino piuttosto. Si tuffa testa in avanti. Il tonfo che fa contro il trave della soglia fa tremare la tenda. He sì bambini, le tende vichinghe hanno un trave di soglia da ambo i lati. E Bjorn ha appena cercato di sfondarne uno. Faccio il giro, una lanterna in mano, sollevo il lembo di tenda.

E’ steso con le zampe in aria come un coleottero supino. Ha il setto nasale aperto, il sangue gli appozza nelle orbite, sembra che abbia un paio di occhiali.

-Eh merda.- Si sarà rotto il naso?

-S…sto bene…- I suoi occhi ammiccano in pozzanghere cremisi –Avreste dovuto tenermi…

Ma certo, Flipper, la colpa è nostra. Vado a cercare le compresse disinfettanti. Non posso gettare la pietra a Bjorn. Anche io mi sono conciata in quel modo alla sua età. Roba da non riuscire nemmeno a stare seduti. E il mio problema è che prima di finire ameba, le mie inibizioni calano e divento giocherellona. L’ultima volta che mi sono sbronzata per poco non ho mozzato tre dita a una compagna di corso. Per fortuna lei era più ubriaca di me e non se ne ricorda. Ma era così divertente al momento, colpire con la mannaia i due centimetri di spazio tra le sue dita! Anche lei rideva come una pazza. E grazie a Dio che da sbronza ho una buona mira…

Vicini di casa

Copriamo il cadavere con mantelli e pelli. Non dobbiamo perdere di vista il vero responsabile qui: i Cechi! Il nostro compagno deve essere vendicato. Ci armiamo e partiamo in spedizione notturna.

L’anno scorso presidiavano il ponte, ma a quest’ora hanno tutti un bicchiere in mano. E’ il momento migliore per attaccare, perché puoi scommettere la vita su un fatto: la gente si farà massacrare piuttosto che lasciar cadere il boccale per acchiappare un’arma.

Scivoliamo in silenzio tra le tende, attraverso il campo medievale. Le compagnie qui hanno fatto una sola tavolata, pasteggiano alla luce delle lanterne. Dall’altra parte del torrente i russi e gli ucraini cantano insieme. Putin può succhiarlo a tutti e cinquecento i rievocatori presenti.

Corriamo dietro la tenda dei Cechi. Le loro lanterne baluginano, le ombre si ritagliano sulla tela. Ci accostiamo. Ho paura che il tintinnio della maglia di Einar ci faccia scoprire. A un cenno aggiriamo la tenda da destra e da sinistra.

Per Odino, impareranno a guardarsi le spalle, prima o poi! O a tenere i moschetti carichi…

Tiro a segno, per grandi e piccini

Domenica

C’è sole, ma l’aria è fredda e il vento taglia attraverso i vestiti. Almeno accendere il fuoco non è difficile. La bambina di Bothvar mi viene incontro tutta giuliva. La sua tunica bianca è macchiata di sangue. Ieri ha vinto due punti di sutura giocando con un opinel, ma se n’è già scordata. Tende le manine alle prime fiamme. Il cerotto è già incrostato di fango.

Tutti sono un po’ più lenti oggi. Io ho bevuto un po’ troppo e dormito un po’ troppo poco. I Cechi, che hanno dormito due ore e bevuto il doppio di noi, sono freschi come rose e pronti per la loro dimostrazione. Deve essere un qualche superpotere slavo. Anche Bjorn resuscita. Regge come un giapponese astemio, ma recupera benissimo, questo va detto. Io sarei a gallina a covare i postumi, al posto suo. La faccia gonfia e il taglio sul naso sono tutto quello che gli resta di sabato notte.

E’ poco dopo pranzo che iniziamo a sentire gli spari. Nel bosco. Dal numero e dalla frequenza, direi che sono i Napoleonici. Lancio un’occhiata a Bothvar.

-Andiamo?

Both sorride e di botto ha la faccia di un bimbetto di sei anni a cui hai proposto di sgraffignare marmellata. Acchiappiamo elmi e spade. E’ ora di dar fastidio alle star.

Attraversiamo il parco. Gli spari si avvicinano. Vediamo il fumo sotto gli alberi. I Napoleonici non passano mai inosservati, va là che fumicaggine. E poi, in mezzo alla nebbia di zolfo, ecco le loro giubbe blu.

Partiamo alla carica. Alcuni scappano, altri alzano il fucile urlano “Carico!”. Quelli non li puoi toccare perché l’aggeggio infernale scoppia. Ho sparato con quei robi, è sempre emozionante perché non puoi mai sapere se avrai ancora le sopracciglia, dopo.

Fumicaggine! Fumicaggine ovunque!

Vediamo il cannone. Carichiamo ancora, catturiamo il pezzo mentre un tizio agita le braccia urlando “è pericoloso, fatela finita!”. Uno degli ufficiali ci viene incontro. Capisco che è importante dalla taglia dei mustacchi.

-Che diavolo state facendo?

-Uccidendo i tuoi uomini.

-Ah.- si liscia i mustacchi –Va bene, facciamo una cosa: quelli dell’altro gruppo hanno arruolato i cavalieri del quindicesimo e il loro doppio cannone. Se voi combattete con noi, vi diamo da bere alla fine.

E’ presto deciso. Ci appostiamo dietro un boschetto. Uno dei nostri nuovi alleati arriva di corsa dal sentiero, il fucile in braccio.

-Il cannone!- urla –Lo stanno catturando!

Einar rotea la danese.

-Per Odino!

Corriamo incontro al cannone. I nemici lo seguono come uno sciame di mosconi. Hanno il tempo di dire “Ma che cazzo” che metà di loro sono già “morti” e devono ripiegare. Uno di loro ha un cappello alto con penne bianche e un quintale di decorazioni. Gli passo la spada sullo stomaco e sulla noce del collo mentre il soldato che era con lui lo pianta in asso e raggiunge i suoi.

-Va bene.- Tizio Decorato si lascia cadere –Sono morto.

-Bene. Io mi prendo gli stivali.

-No, gli stivali no!

Spari alle mie spalle. Mustacchi ci richiama. Un gruppo ci è girato intorno e sta sparando sulle retrovie.

Vedo uno dei loro emergere dai cespugli, puntare il fucile sui nostri alleati, sparare. Gli corriamo indietro in due. Lo prendo nella schiena con uno sgualembro roverso. Il tipo si volta, il fucile in mano.

He bien?

-Sei morto.

-No che non sono morto, parbleu.

Francesi zucconi. Attacco di nuovo. Para col fucile. Cerco di strapparglielo con la sinistra, ma mi spinge a terra. E’ più pesante di me, mi abbranca con le braccia e stringe. Potrei spaccargli il naso con una testata, ma rovinerebbe l’atmosfera. Non riesco a liberarmi, ma lui non può mollare. Sbuffo.

-Ti rendi conto che non è una soluzione, vero?

-Intanto sono sempre vivo.

-Ma anche no.- Earel lo finisce con un colpo d’accetta in mezzo alle scapole.

Mi alzo. Ho la mano destra coperta di sangue. Nella colluttazione mi sono esplosa il mignolo e ora ho un taglio dall’ultima falange al centro dell’unghia.

Merda.

Mi succhio il sangue dal taglio. Faccio un raid vichingo contro dei Napoleonici, partecipo a due giorni di accampamento, mi faccio menare dal capo, e la mia ferita qual è?

Mi sono rotta l’unghia del mignolo.

Roba che nemmeno una svenevole eroina vittoriana. Che onta.

-Tutto bene?

Il Napoleonico fa per alzarsi.

-Zitto che che sei morto. Due volte.

-Vai a metterci un tappo.- Earel fa roteare l’accetta –E spicciati o te li finiamo.

La differenza tra i grandi e i piccoli è che quando sei piccolo non ti lasciano giocare con la polvere da sparo.

Tornata al bosco, la battaglia è finita, ma non la guerra.

-Di là dalla strada c’è il ventesimo secolo.- tuona Mustacchio –Chi vuole farsi un po’ di Seconda Guerra Mondiale?

Un urlo di giubilo. Einar agita la danese.

-Viva il Secondo Sbarco in Normandia!

Partiamo. I Napoleonici sono lenti, e ci mettono un sacco a caricare. I miei compagni scalpitano. Da questo lato della strada possiamo vedere l’Union Jack sventolare sulla tenda dei Canadesi.

Attraversiamo. Noi ci troviamo nell’avanguardia, il che non è una buona cosa quando quelli dietro di te sparano. Risaliamo la collina facendo finta che i nostri alleati abbiano un’ottima mira.

Sorridi e aspetta il flash

I Canadesi ci vedono arrivare, si alzano e si spostano, indecisi sul da farsi. I Crucchi non hanno piazzato nessuno alla mitragliatrice, che viene presa all’istante. Mentre i Napoleonici fucilano i Canadesi (troppo perplessi per stramazzare), i Crucchi si rianno, acchiappano pale, mazzuoli, padelle e fucili scarichi, e ci corrono addosso. Uno di loro prova un affondo col fucile. Devio, gli assesto un colpo di piatto sull’elmo.

-Gah.- il tizio ride, indietreggia –Va bene, mi arre- tre Napoleonici gli saltano addosso e lo buttano in terra. I talloni del Crucco picchiano per terra. Rinfodero la spada.

E’ tutto perfettamente storico! Ho chili di letteratura in merito!

-Pensavo non faceste lotta corpo a corpo.

Mustacchio ammira la scena lisciandosi i baffi.

-E’ un nostro socio. Oggi ha scelto l’associazione WWII al posto nostro. Deve pagare.

I miei compagni si sono seduti al tavolo dei Canadesi e stanno bevendo le loro birre. Gli Alleati ci guardano, sembrano indecisi tra l’incazzarsi o ridere. Intanto i prodi soldati dell’Imperatore hanno finito di punire il disertore. Non c’è molto altro da fare da queste parti: le loro compagnie sono fatte soprattutto da infermiere, e non mi sembrano inclini a difendersi a botte di pappagallo. Tempo di cambiare cortile di giochi.

-Gli americani sono dall’altra parte.- indico i cessi, oltre i tetti si vedono i teloni verdi dei camion dell’esercito –Andiamo anche da loro?

-Oramai ci siamo, perché no?

Gli Yankees hanno passato tutto ieri a scorrazzare per le strade con i loro residuati bellici strafighi, devono pagare.

A questo giro sono i Napoleonici a scattare per primi. Attraversano il cortile al grido “Vive l’Empereur!”. Un Neozelandese ci viene incontro col fucile in mano. Poi vede Einar con l’ascia, sgrana gli occhi. Esita un secondo di troppo. Lo acchiappiamo in quattro e lo spingiamo di forza in una garitta di cemento, poi entriamo nel campo. Uno degli ufficiali ci punta contro una rivoltella. Aha, ma noi sappiamo che le loro armi sono neutralizzate per legge, non possono sparare.

Lo Yankee ci spara. I Napoleonici sparano in risposta. Io non ho più timpani e comincia a esserci fumo da queste parti. Tutti ricaricano. E da dietro le tende qualcuno spara di nuovo. Il Neozelandese è resuscitato. Nessuno muore più come si deve, oggigiorno. Passo dietro alla tenda per prenderlo alle spalle, ma nel momento in cui arrivo il ragazzo si volta. Mi vede, urla, mi spara a bruciapelo. E merda, oggi per la seconda volta mi faccio freddare da un redivivo.

Einar mi raggiunge.

-Come va?

-Defunta.

-Resuscita. Uno degli Yankees ci offre un giro in jeep.

Cosa di meglio che una jeep carica di vichinghi?

Il tizio che ci offre la corsa è un omone con una faccia tonda e gioviale. Quando vede Einar scoppia a ridere.

-Dammi un bacio, bellezza!

Lo abbraccia e gli schiaccia un bacione umido sulla celata dell’elmo. Io mi arrampico dietro la jeep con altri due compagni, mi siedo su una pila di uniformi. Chissà quanto vanno veloci questi cosi? Einar salta sul sedile passeggeri, ascia danese in braccio.

-Per Thor!

Lo Yankee ingrana e parte. Usciamo sul cortile mentre l’orchestra anni ’40 suona un Boogie Woogie. Jeff li sta a sentire con una birra in mano. Ci vede.

-Momento!

Salta a bordo con la grazia di un’orca assassina che falcia una foca. La jeep non ha rallentato, anzi, fila diritta nel campo dei Crucchi sulle note pimpanti dell’orchestra. Le infermiere sciamano via come un volo di colombe, noi muliniamo le spade e invochiamo dei e massacro. Un ussaro emerge da un gruppo di canadesi. E’ cotto come un tegolo, sembra si sia bevuto una distilleria intera. Salta a bordo e mi si siede su una gamba.

Lo Yankee accelera, passa sul marciapiede, schizza sulla statale. Le macchine inchiodano, facce si incollano ai finestrini. Punto la spada a prua.

-To Valhalla!

Filiamo sull’asfalto, l’autista sterza giù nel fosso e con un sobbalzo da battere i denti siamo di nuovo nel parco, attraverso il settore medievale.

-Posto!- c’è un putiferio di gente, lo Yankee li evita con una sterzata, fila tra il fabbro e il calligrafo –Fate posto, per Thor!

Punta il bosco.

-Occhio alle facce!

Rami e frasche ci schiaffeggiano. L’ussaro si copre la testa con le mani. La jeep emerge su un sentiero, fila verso coppiette coi cani e mamme col passeggino. La gente si scansa, chi perde tempo a fare foto rischia di farsi arrotare. Mi chiedo cosa racconterebbero al pronto soccorso.

-Una jeep Alleata piena di normanni mi ha messo sotto invocando Odino. C’era anche un ussaro a bordo.

Sterza, di nuovo al campo. I Cechi ci vengono incontro. Uno dei moschettieri salta oltre Einar sul cofano. Lo Yankee gli fa cenno di tenersi forte e accelera ancora.

-Gloria e bottino!

La jeep passa accanto al quindicesimo secolo. I cavalieri sghignazzano. Avrete un doppio cannone, ma noi abbiamo un carro tutto di ferro e nemmeno un bove che lo tira (cit.). L’ussaro si issa tra i sedili.

-Canne.

-Che?

-Canne.

Lo yankee si gira.

-Che hai-

-CANNE!

Lo Yankee sterza a un soffio dal canneto, vedo l’acqua del torrente per un attimo, poi la jeep si tuffa nella chioma di un salice piangente. Emergiamo dalle foglie, una famigliola fugge davanti ai fari. Sterza di nuovo, verso l’Antichità e le nostre tende.

Due ufficiali donne dell’Armata Rossa stanno bevendo davanti al nostro campo. Sono la leggenda del campo, una bionda e una bruna e entrambe due schianti di tre cotte. Lo Yankee rallenta.

-Un passaggio?

Le due saltano sul cofano accanto al moschettiere, i bicchieri di vino ancora in mano. Ripartiamo sgommando. Il vento ci scarica addosso una pioggia di foglie morte mentre muliniamo le spade berciando. Un Napoleonico si aggiusta gli occhiali sul naso vedendoci arrivare.

-C’è ancora posto?

C’è sempre posto.

Quando ero bambina volevo diventare cavaliere. Mi hanno anche detto che uno deve crescere. Sono balle che gli adulti raccontano ai bambini, e non ci si può mai fidare davvero degli adulti.

Quando ero bambina non volevo mai andare a dormire, volevo passare il tempo a giocare alla guerra, leggere favole e inventare storie. Oggi faccio ancora la stessa roba, solo con armi vere, libri più lunghi e storie più articolate.

Peraltro, da bambina potevo al massimo avere del succo di frutta. L’infanzia fa schifo. Let’s grow old together folks!

BEER BEER!

P.S. Un ringraziamento grande come una casa ai due fotografi, Thierry Guichart e Michel Langrenez!