Quarto anniversario: siamo ancora qui a saltare squali e scalciare cavalli morti!

Un altro anno è passato con fatica e acredine qui sul blog.

Il 2017 è stato un anno di dure lotte, in particolare contro la Malvagia Cintura

Molte cose sono rimaste le stesse, tipo il fatto che sono incastrata con una tesi dall’argomento spumeggiante ed eccitante: il cavallo da guerra.

Altre sono cambiate. Tipo il fatto che ho partecipato al mio primo convegno, al fatto che sto scrivendo questo articolo da Osaka, e il fatto che adesso e ho un gatto.

Il fatto che adesso ho un gatto è chiaramente il più importante.

Ma come se l’è cavata il blog nel frattempo?

Non sono riuscita a scrivere spesso come avrei voluto, perché sono una disgraziata. Tuttavia sono riuscita a sparare fuori un po’ di materiale.

Quest’anno sono stati pubblicati 17 articoli, poco più che uno al mese. Una cifra un po’ pietosa, lo ammetto, ma il contenuto lo avevo caro. Abbiamo parlato di film belli, tipo lo strabiliante Operation Petticoat e il discreto Dunkirk, ma anche di CAPOLAVORI ASSOLUTI DELL’ARTE come l’indescrivibile Nuovo ordine mondiale.

Quanto alla Storia, abbiamo parlato della vispa signorina Blanche e dei suoi brutali metodi di respingere innamorati.

Abbiamo continuato la saga di Taira Masakado e della Guerra di Genpei, ma abbiamo anche approcciato temi di storiografia più generali, come la storia del cavallo domestico o la teoria del popolo dei cavalieri di Egami Namio.

Certo, parlare di cavalli e tombe è un gran sballo, ma non paghi di tutto ciò abbiamo tirato in ballo anche l’attualità, con il caso di Giuseppina Ghersi, articolo abbastanza di successo da attirare un destrorso con la coda di paglia.

Va da sé, l’articolo più importante in assoluto è quello su Manfred von Richthofen die zweite.

Con tutta questa bella robina, quali pezzi sono stati più letti?

La lettura offre un diverso punto di vista, più elevato e strategicamente vantaggioso. KABLAH!

La nuova cronologia

*Agita il pugno al cielo chidendosi come un Dio Onnisciente possa essere così crudele*

Fatemi capire, io pubblico un articolo di gattini sui gattini coi gattini e un triplano di cartone, e voi andate a leggervi di quel matto finito di Fomenko? Ma perché? Lo sapete che così facendo deludete Kittoh deh Destroyah, grande imperatore intergalattico di tutti i felini? Lo sapete cosa succede a chi delude Kittoh deh Destroyah? No, nessuno lo sa. Perché nessuno è mai sopravvissuto per raccontarlo. Le torture sono così atroci che perfino gli eventuali spettatori trapassano dall’orrore. Solo i gattini possono assistervi, essi traggono energia dal dolore. Pentitevi finché siete in tempo, dannati peccatori.

Segue con un certo distacco Nuovo Ordine Mondiale, il che è buono perché Kittoh approva, ma nessuno mi ha lasciato commenti complottisti arrabbiati, il che è male.

Con grande distacco arriva infine il resoconto delle mie disavventure da pseudocongressista improvvisata. E non ho dovuto nemmeno postare una foto in vestitino rosso attillato, yay!

Vikings continua a essere un favorito, seguito da Dracula Untold, perché è sempre importante farsi del male. E infine arrivano con calma La favole della botte e Educazione siberiana. Di nuovo, sono molto delusa dal fatto che un solo fan di Lilin sia passato a darmi dell’imbecille senza argomentare. Però me lo hanno downvotato, quindi consoliamoci.

L’articolo meno visitato in assoluto è l’ultimo sulla Guerra di Genpei, con solo 4 visualizzazioni (probabilmente ciò è dovuto anche al fatto che la gente legge questo genere di articoli quando escono, cliccando sulla Home Page). Poco fan dei polpettoni a puntate, eh? Well, though luck! Perché ne abbiamo ancora per un sacco!

Ma che ne è dei termini di ricerca? Vediamoli dal più popolare!

Nuova cronologia

Coprofagi.

Nuovo ordine mondiale film

Coprofagi intenditori.

Fortezza nascosta twilight

Ma nemmeno se mi paghi.

Fanculo panzone gif

Questa?

Prego, non c’è di che.

La mucca cicci di scandicci

Cicci di Scandicci è il simpatico soprannome di Pacciani, quindi un nome inappropriato per una mucca. Se proprio, per uno scarafaggio. #Giender

Valhalla rising spiegazione

Per parafrasare gli inglesi, non trattenere il fiato mentre aspetti.

Porte dell’abisso

Ah, finalmente un vero conoscitore! Eccolo qua!

Madonna armata

Non bella come Dio prete, ma pur sempre una bellissima bestemmia. Anche un bellissimo soprannome per un panzer sovietic. Tipo l’Antonov A-40, il panzer volante.

Tutti ai ripari, piovono le Madonne armate!

Sindrome di Stendahl: affezione psicosomatica che provoca tachicardia, capogiro, vertigini, confusione e allucinazioni in soggetti messi al cospetto di opere d’arte di straordinaria bellezza

Atkinson prete film youtube

Ecco qui.

Ottima scelta, è uno splendido sketch. Chi indovina tutti i riferimenti avrà un bacino sulla fronteTM.

bottiglie esplode se sciaboli male

Penso di sì. Di certo esplode quando la prendi a baionettate.

fortezza nascosta contro il male

Proprio così, Hasta la bottiglia siempre!

scheletro cavallo che salta

Gli scheletri non saltano, sciocchino.

bambino chiuso nella stanza nascosta film

Micheal? Siamo in vena di film atroci, eh?

una vichinga io mai abbattuta ci sara qualc

Questo è stato abbattuto mentre scriveva.

vikings fa schifo

Era vero l’anno scorso e continua ad essere vero oggi.

google la storia della principessa che nessuno rusciva a far star zitta

A parte la bellezza sublime del fatto che ha digitato “google” su google, ci tengo a dire che non riuscirete mai a farmi stare zitta! Ho anche lo scettro di plastica con i brillantini che mi conferisce potere di vita e di morte su tutti voi, occhio!

fratacchioni porno

Leggiti l’Aretino. Non sarai deluso.

bei buchidiculo

Come definire il « bello » ? La bellezza sta forse nel buco di culo, o nell’occhio di colui che guarda il buco di culo ? Io dico che i buchi di culo sono tutti unici, come tanti fiocchi di neve!

racconti montone tromba ragazza

C’è un genere specifico per i montoni? Oh beh se c’è per dinosauri e balene, perché no i montoni.

efei popolo siberia

La cosa buffa è che non posso provare la non esistenza di Babbo Natale non esiste, ma posso provare la non esistenza degli efei. Lilin è così bravo.

foto fighe cinesi militari

Madame Ching conta? Di Mulan non ci sono foto

licia troisi non è il male del fantasy italiano

No, infatti, c’è sempre Vanni Santoni col suo improponibile Terra Ignota.

Hey, quest’anno nessuna è venuta sul blog a cercare indirizzo, numero di telefono e gruppo sanguigno di Luke Ewans. Dove sei, misteriosa stalker?

Noto anche una preoccupante paucità di chiavi di ricerca porno, ma ci sta che siano vittime dell’infame google e delle sue stupide regole di privacy. Oppure i segaioli che son capitati qui son rimasti talmente traumatizzati da spargere la voce: se cerchi maestrine lesbiche e capiti su un sito che si chiama Fortezzaqualcosa, non lo clickare! Finisci su lungagnate mostruose sulle guerre giapponesi con ottantacinque nomi e trentanove toponimi, ti ammazza la libido per il resto dell’anno!

In ogni caso, speriamo di far meglio quest’anno. Vorrei promettervi articoli pieni di azione e sorprendenti colpi di scena, ma in questo momento sto studiando le stalle del periodo Nara, quindi la vedo bassina. A meno che non facciate parte dei pochi eletti che capiscono il fascino intrinseco dei buchi di pilastri e della presenza di merda nei carotaggi.

Gli effetti degli articoli di Tenger sono clinicamente testati. Assumere con cautela. Possono causare sonnolenza, sbadigli, palletico, diarrea, morte.

Ciò detto, grazie a tutti quelli che ancora seguono questo baraccone!

Un saluto dal Paese dai Tetti d’Oro (per ora ho trovato solo noiosissime tegole, ma non mi do per vinta!).

MUSICA!

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Manfred die zweite, un’eroica epopea di idiozia pelosa

Chi avesse perso tempo a leggere le mie disavventure da pseudo-congressista ormai sa: in casa Tenger c’è un gatto.

A quanto pare l’Imperatore Kittoh deh Destroyah ha stabilito che la nostra cellula rettiliana necessitava una sorveglianza più stretta, e chi sono io per discutere.

Questo articolo, di vitale importanza per le Umane Lettere, è il debutto in società della creatura.

Deeeeeeeeeeeerp

E’ il primo d’aprile, esco di casa per andare a fare la spesa. L’acquisizione di cibo è una nota forma di decadenza borghese, ed è probabilmente questo mio peccato reiterato ad attirare l’attenzione dell’Ispettorato Felino.

Ad ogni modo, davanti al cancello trovo una crosta di pelo, pus e muco spiaccicata. Capisco subito che la cosa è viva. Grazie alle mie doti di fine zoologa, deduco che è un gatto.

Dato che non mi faccio mai i cazzi miei, torno in casa, m’infilo i guanti da pota, torno fuori con uno scatolone, gratto la carcassa dall’asfalto e la metto nella scatola. L’essere non miagola, non si agita nemmeno.

Questa situazione mi ricorda del mio vecchio criceto.

*Retrolampo*

Avevo un topino russo da ragazzina. La bestia campò qualcosa come 5 anni. Alla fine le zampine di dietro erano del tutto atrofizzate e rinsecchite, metà della faccia era spelata e costantemente gonfia. La nutrivo con un pennellino e dello yogurt o della frutta spiaccicata, perché non aveva più denti.

Che c’entra?

C’entra. I miei raccontano sempre questa storia agli ospiti per dimostrare che figliola affettuosa e premurosa che sono.

In realtà io la povera bestia volevo ammazzarla e liberarla da questa inutile sofferenza. Solo che non sapevo come.

Ho pensato a prenderla a martellate, ma se sbagliavo mira o se non picchiavo abbastanza forte da stecchirla d’un colpo?

Un’altra opzione era l’enciclopedia: prendere tutti i volumi di quella robaccia sorpassata de La Base e farglieli schiantare addosso. Però poi avrei dovuto grattare pelo e frattaglie dalla copertina di cuoio…

Long story short, il topo morì di vecchiaia in agonia per colpa della mia codardia.

Da allora ho corretto i miei e ho spiegato loro la vera storia dietro al criceto in geriatria.

Mi hanno fatto notare che avrei potuto portarla da un veterinario (giuro non m’era venuto in mente, che oltre a esser codarda son pure tonta come un Dodo). Mio padre mi ha anche fatto vedere dove tiene il cloroformio.

Ha aggiunto: -Un giorno il babbo sarà molto vecchio è malato, con le gambine rinsecchite e niente denti. Allora, casomai, il cloroformio te lo lascio qui. Niente librate, pls.

Sarà, ma l’eutanasia via Treccani secondo me è un concetto da esplorare.

*Fine retrolampo*

Dopo anni mi ritrovo di nuovo con lo stesso problema: una bestia da eutanasiare. Solo che ora le enciclopedie sono tutte online, e non ho voglia di finire il gatto a botte di computer portatile. Sarebbe stupido.

Chiamo l’associazione di protezione animale del mio quartiere. Spiego che non ho soldi per curare la bestia, né per ucciderla.

La tizia mi dà le indicazioni di una clinica veterinaria e mi dice che se porto lì il rottame se lo sobbarcano loro.

Il posto è lontanino, e io non ho la macchina, sicché il fottuto gatto fa il viaggio fino alla clinica in taxi!

Arrivati, il veterinario estrae il blob e lo posa sul tavolo.

-Toh!- Sorride. -Ma c’è del gatto intorno a questo cimurro!

L’essere non ha occhi, il muso è una crosta di muco e putridume, le zampe davanti sono spappolate e spellate al punto che le articolazioni dei polsi escono del tutto da lembi di cuoio rinsecchito.

-E’ messo molto male.- Faccio notare. -Non avete mica un grosso tomo di anatomia, da qualche parte?

-Ma no, non è brutta come sembra.- Il dottore rigira l’essere. -Nah, è molto disidratato, ma probabilmente è recuperabile. Che si fa?

Mi tiro fuori. E’ l’associazione che paga, sono loro che scelgono. Sorpresona: scelgono di curarlo.

Prima che me ne vada, il veterinario mi chiede se voglio dargli un nome.

Lo chiamo Tiresia. Nessuno capisce la battuta. Oimoi oimoi eleleu eleleu.

Liceo Classico. Educa nerds senza social skills da sempre.

Un mese dopo ripasso davanti alla clinica. Decido di affacciarmi per sapere come sta la creatura.

Il gatto sta recuperando bene. Alla fine gli occhi li aveva tutti e due, sotto muco e croste. Hai visto mai!

Altri due mesi, ripasso di lì. Il gatto scoppia di salute, ma ormai siamo all’inizio dell’estate, è il periodo degli abbandoni, nessuno ha posto, nessuno adotta, e sono tre mesi che il felino è chiuso in un gabbiottino di 80×80.

A me i gatti son sempre piaciuti (SORPRESA!), ma in estate sono dai miei, e i miei hanno un coniglio.

Il fottuto coniglio è l’animale più viziato dell’Universo e odia i gatti con infernale passione. Dovrei trovare qualcuno che si ciucci il pulcioso per tre mesi, un’impresa impossibile.

Ne parlo con un amico che ha due gatti.

-E quindi niente, non posso aiutarlo. Dove troverò mai un martire disposto a sobbarcarsi il fardello per tre mesi?

-Ah, ma non c’è problema, te lo tengo io!

-Sicuro?
-Massì, cosa potrà mai andare storto?

Chiamo l’associazione.

-Sì, sono la tizia che ha grattato il rosso dal marciapiede. Io non sono proprio la persona adatta per prendersi cura di un gatto, ma-

-DIOPRETEPIGLIATELOTELOINCARTIAMO!

Un paio di giorni dopo sono con il gatto in treno, alla volta della casa dell’amico gattaro.

Siccome gli occhi ce li ha, non possiamo chiamare la bestia Tiresia. E’ rosso ed è sopravvissuto a un brutto incidente, quindi troviamo che sia un’idea molto simpatica battezzarlo Manfred von Richthofen die zweite. Freddy per gli amici.

Smollo Manfred all’amico e parto per la campagna (dove mi aspetta il coniglio mannaro).

Manco una settimana, e l’amico mi telefona. Manfred fa il ruffiano, ma i suoi gatti lo odiano. La notte Manfred cerca di giocare e loro gli urlano addosso. Tutta la notte, tutte le notti. A chiosa, Manfred ha trovato la maniera di ferirsi un occhio e gli devo mandare 80 euro per le spese di veterinario e medicine.

Questo sacco di pulci non ha ancora poggiato il culo in casa mia, e già mi porta grane. Ho un pessimo presentimento.

E quando posai l’occhi su di lui, il mio cuor di giovanetta mi disse: “T’ha fatto ma ‘na gran cazzata, bimba bella!”

A settembre recupero la creatura. Ha un cono al collo e un occhio pesto. Con Nursie (la coinquilina) lo riportiamo dal segaossa.

Long time no see.- Il segaossa lo esamina. -Ha un buco nella retina e l’occhio gli sta colando fuori.

-Oh beh.- Mi stringo nelle spalle. -Lo ribattezziamo Moshe Dayan?

Ci mettono un secondo per capire cosa intendo, e lo stadio esplode.

-BUUUUH, DAGLI AL MOSTRO SENZA QUORE, BRUTTA STREGA MALVAGIA!

-Ma ne ha due di occhi, uno di meno che differenza fa…

-Ti rendi conto che se gli togli un occhio poi non può più pilotare triplani per sua Maestà il Keiser?!

-Oh beh.

Mi faccio bullare come una mezza sega nel portare il cazzo di gatto in una cazzo di CLINICA OFTALMOLOGICA SPECIALIZZATA IN GATTI!

Sì, esiste!

Ancora non so che emozione provare a tal proposito…

Ad ogni modo, ficco il gatto in un trasportino e mi sciroppo due ore di viaggio per arrivare in questo posto. La tizia è super competente, super gentile, con equipaggiamento super alla punta della tecnologia.

-Oh, assolutamente si può riparare!- Mi dice.

-Che culo.

-Basta fargli un trapianto.

-FARGLI UN COSA?!

-Costerà 800 euro.

-Non ce li ho.

-Posso venirle incontro con 700.

-Famo a capisse, io non ho 70 euro fino alla fine del mese, lascia fare 700. A meno che non accetti pagamenti in organi umani… Perché nel caso ho una coinquilina…

-Hum, che lavoro fa?

-Sono studentessa universitaria.

-Bwahahahahahah!

-Appunto.

-Che anno?

-Terzo di dottorato.

-Yikes!- La tizia si copre la bocca con la mano. -Oh cielo, mi dispiace…

Le spiego il perché mi trovo questa bestia ritardata per le mani. Dopo molto meditare, la tizia decide di farmi un megasconto che levati che di certo c’ha rimesso, per di più rateizzato.

Sempre troppo per me, ma l’offerta è davvero troppo altruista e non ho la faccia di rifiutare. Sulla via del ritorno, mi chiedo per quale gioco del karma così tanta gente ultraqualificata stia lavorando a perdere per tenere in vita questa bestia inutile.

-Devi essere un gatto davvero eccezionale.- Gli faccio. -Altrimenti davvero non si spiega.

Nursie: -Hey, ci pensi che con la stessa cifra con cui curi il gatto avresti potuto comprare una macchina?
Tenger: -Ci pensi che se vi mandavo tutti all’Inferno a quest’ora avevo una macchina E un gatto con un nome super-badass?

Di ritorno a casa ho voglia di sbattere la testa contro uno spigolo.

Little Bro decide di buttarmi un salvagente e si offe di pagare il 70% delle spese. Non mi va, ma insiste.

-Adesso è un po’ come se tu fossi co-proprietario della bestia.- Dico.

Mio fratello alza lo sguardo dal portatile che ha sulle ginocchia. -Co-proprietario?- Inarca un sopracciglio. -Non ci siamo capiti. Ho appena comprato il pacchetto di maggioranza del gatto. Te ormai sei solo il manager.

Yay!

Altro che coca e mignotte: CORRERE SOTTO UN LENZUOLO E’ IL VERO SPASSO!

E sicché comincia la routine. Visite al centro in Culonia, 20 medicine al giorno, corri dietro al gatto, mettigli il collirio, ecc. La presenza del gatto scatena gli istinti materni di Nursie, che perde del tutto il mirinvengo. Il gatto capisce al volo e la schiavizza senza esitazione.

La faccenda dura fino a fine ottobre, quando finalmente l’occhio guarisce.

Il parto del divano

All’inizio Manfred è un gatto disciplinato e vivace, risponde perfino quando lo chiami per nome.

In poche settimane, rivela il proprio vero carattere.

IE, è un coglione al quadrato.

Sto parlando di “corro dietro alla mia coda finché non sbatto la testa in una porta” coglione.

Dopo poche settimane Nursie inizia a chiamarlo “my baby” invece che Manfred.

Perché “my baby”?

Oh beh, ovviamente Manfred parla tedesco, ma comunichiamo in inglese perché è più semplice.

In ogni caso il richiamo non è un semplice “my baby”, ma uno stridulo e strascicato “MY BAAAAABY”.

-Bada che lo rincoglionisci ancora di più.- Avverto Nursie. -L’altro giorno ha preso a cornate la tua porta 3 volte prima di accorgersi che era chiusa.

-Non è stupido, è speciale!

-Stammi a sentire Bernard, se questa palla di pelo inizia a rispondere a “my baaaaby” la impaglio e ci fo’ un soprammobile!

-Ma figurati!

E’ novembre, e Manfred risponde solo a “my baaaaaby”. Well, fuck me.

Nursie ha trovato in Manfred una fonte inesauribile d’ispirazine.
Parlando d’altro, qualcuno sa come eliminare gimp dal computer di un estraneo?

Quindi eccolo a voi in tutto il suo splendore.

Deeeeeeeeeep

Manfred pesa 5 chili.

Non rompe le palle per il cibo, ma pretende costante attenzione. Roba che miagola solo per farti girare. Non vuole nulla, non ha sete, non ha fame, non vuole carezze. E’ solo un puro e semplice GIB ME ATTENDION MODER, I VANT ATTENDION!

E’ così cretino che il suo concetto di “correre a nascondersi” consta nel tuffarsi sul divano e nascondere il muso sotto un cuscino. Alcuni gatti particolarmente stupidi dimenticano fuori la coda, lui dimentica fuori il resto del corpo.

Per questo suo notevole acume, ha raccattato anche altri nomignoli. Derp von Dork è il più popolare per ora. Bane of my existence è quello che di solito uso io. Con Nursie stiamo calcolando un compromesso con il nome Favurzio.

Viste le sue attitudini intellettuali, abbiamo stabilito che il suo rango in seno alla Luftstreitkrafte è unter-Scheiße.

Se è molto bravo, un giorno potrà arrivare perfino al grado di ober-Scheiße.

Per permettere a unter-Scheiße Manfred von Richthofen die zweite di guerreggiare contro i maledetti rostbeefs, io e Nursie gli abbiamo costruito un aereo. Un triplano Dreidecker ovviamente!

L’aereo di un eroe!

Omaggio a un fellow gentleman flier!

Il Barone Peloso supervisiona i lavori del suo Fokker Dr.I e partecipa all’assemblamento finale

Ready to joust in the cloud-strewn glory of the skies!

Il Keiser, nella sua infinita benevolenza, offre le sue congratulazioni per lo sforzo tecnico e scientifico, fiancheggiato dal suo miglior pilota: L’ALTRO Manfred von Richthofen.

(Immagine di Giulia Becattini)
Ci gioca. Ha già sfasciato un’ala e una mitragliatrice, quindi yay.

Il suo piatto preferito è la Carrot Cake. Non rompe mai le palle, non mendica mai, salvo che per la Carrot Cake! Con quella sul tavolo schioda del tutto, con salti, urli e lotte sanguinose per strapparne un pezzo. L’ultima volta ne ha artigliato via una parte ed è fuggito sotto il divano tipo Gollum con l’Unico Anello.

Boh, non me lo spiego nemmeno io.

Lo scottex è nemico della Rivoluzione!

Un’altra cosa che ama fare è rubare le talee che faccio germogliare (ho una passione malata per le piante in vaso) per rimpiattarmele in giro.

Scherzi a parte, questa scimmia psicotica mi dà più occasioni di ridere che di imprecare. Anche se sta mettendo sottosopra la mia perfetta casa da donnetta anni ’30.

In conclusione, gente, non comprate animali, non fateli riprodurre, adottateli. Con tante bestie a intasare i centri, non abbiamo bisogno di un altro meinkun che si strozza col pelo.

MUSICA!

Carpe vinum, storie di sopravvivenza accademica

E’ giugno, fa caldissimo, io sono in Italia a lavorare.

Nella fattispecie devo riorganizzare e ripulire una casa, mentre gli Augusti Genitori e Fratellino sono seppelliti da scadenze amministrative.

La casa non è stata pulita da 30 anni. Quando tocco le tende del salotto queste si disintegrano in un mucchio di plastica depolimerizzata e polvere. Gli scaffali con le tovaglie sono disseminati di merda di topo. In dispensa trovo dei cadaveri di ratti morti avvelenati, coperti di vermi morti avvelenati che hanno mangiato del ratto morto avvelenato e poi sono stati mangiati da dei vermi che sono morti avvelenati perché hanno mangiato gli altri vermi morti avvelenati che al mercato mio padre comprò.

Di giorno sbadilo ciarpame e preparo da mangiare per quattro, la sera lavoro sulla mia tesi.

Nell’insieme, pinzillacchere rispetto all’estate 2015.

A metà mese mi arriva una mail. E’ di una professoressa dell’Università di Paris Diderot. Sta organizzando un Convegno della Madonna sullo Heike monogatari, una roba piena di nomi da lasciarti col culo in terra. Il Convegno sarà a ottobre. La mia direttrice di ricerca (santa martire) le ha tanto parlato della mia vasta conoscenza di armi e armature (wat…) e l’organizzatrice vuole sapere se mi va di intervenire al Convegno Strafigo.

Clicko “rispondere”.

“Gentile Professoressa Tal dei Tali, sono molto onorata dalla richiesta, ma non posso partecipare in quanto sono una persona stupida e mediocre la cui ridicola conoscenza della Storia le permette a stento di mandare avanti un blog sfigato. Cordiali saluti.”

Cancello il messaggio. Riscrivo.

“Gentile professoressa Tal dei Tali, sono molto onorata dalla richiesta. Sarà un immenso piacere partecipare al Convegno. Cordiali saluti.”

Invio. Mi servo un quarto di whisky per soffocare la crisi di panico.

Non so se capiti ad altri ricercatori. In questo genere di occasioni il mio cervello elabora due conclusioni concomitanti:

-Parli malissimo giapponese, non sei davvero specialista del periodo e fai schifo come ricercatrice in generale.

Yo, bitch, hai comunque studiato la Guerra di Genpei! Non sarà proprio il tuo periodo d’elezione, ma hai tempo fino a ottobre, ‘a voglia te!

Il ritmo cambia. Di giorno lavoro e cucino,di sera preparo il convegno, di notte porto avanti la tesi.

Qualche disgraziato prova a dire che non devo affannarmi tanto, che ho tempo fino ad ottobre e posso prendermela comoda.

La sua testa è ancora infilzata su un palo del giardino.

Luglio

Il lavoro in Italia è concluso, sicché ora posso concentrarmi solo su tesi e conferenza.

Ho la problematica, ho un’idea di ciò che voglio, ho quasi finito di sciropparmi la bibliografia. Voglio finire tutto il più in anticipo possibile per avere il tempo di correggere e perfezionare, perché tutto deve essere perfetto. C’è qualcosa di filosoficamente sbagliato in un prodotto non perfetto.

La versione di riferimento per lo studio dello Heike monogatari è quella detta Engyōbon. Devo averla in bibliografia. La cerco. Il Collège de France ce l’ha, ma la biblioteca è chiusa per lavori e proprio quel testo è in uno scatolone da qualche parte. Guarda te le botte di culo.

La trovo in Inghilterra. Scrivo a Cambridge per sapere se possono farmi un prestito universitario. Mi rispondono subito.

“Cara signorina Tizia Caia, ma certo che possiamo spedirle i volumi, anche subito, no worries!”

Yay!

“Ci serve solo una richiesta ufficiale della segreteria della facoltà a cui è iscritta.”

Oh.

Ho pagato l’iscrizione, sono al terzo anno di dottorato con bacio accademico e pacca sul culo, ma ancora non ho notizie dalla segreteria. L’iscrizione deve essere finalizzata per il prestito.

Telefono.

Le segretarie sono in vacanza.

Agosto

Mancano poche settimane ormai, e io non ho il testo originale di riferimento in bibliografia. Scrivo email alla segreteria. Niente. Telefono. Niente.

All’ennesimo tentativo mi risponde una voce stanca da cui tutta la gioia di vivere è stata estirpata con pinzette da unghie e cauterio. Deve essere la segretaria.

-Salve, sono Tizia Caia che ha fatto l’iscrizione il mese scorso. Volevo sapere se era tutto in ordine e se andava tutto bene.

-Niente è in ordine e la vita fa schifo.

-Oh.

-Ci hanno installato un nuovo programma per registrare le iscrizioni. Ora non riesco nemmeno ad accedere a gmail e il computer sta vomitando poltiglia verde dai buchi di ventilazione.

-Ok.

-Qualcuno ha usato il cavo della mia tastiera per impiccarsi. Non posso più scrivere.

-Er… per quando pensate che sarà finalizzata la mia iscrizione?

-Non so, le passo la mia collega Mirri Maz Duur, glielo saprà dire lei.

Si, vabé, ho capito, niente Engyōbon.

Intanto mi arriva il programma per ottobre. Sono tutti professoroni luminari geni del settore con ventordici pubblicazioni all’attivo.

Io non sono nemmeno diplomata e finora ho pubblicato solo articoli zeppi di toscanismi e profanità gratuite, Dio Prete!

Plus, non so davvero come si interviene a un Convegno. Ne ho visti parecchi, ma essendo lungimirante come un lemming sul ciglio di una scogliera non ho mai posto mente locale al modo in cui le informazioni sono condensate, presentate e selezionate. Per citare il comandante Sherman, per me un convegno è come lo spogliarello: non indago come lo fanno ma mi godo il risultato.

Comincio a rendermi conto per benino a che punto sono impreparata. Comincio a rendermi conto che il mio lavoro non sarà perfetto perché non può esserlo. E’ impossibile.

Per fortuna c’è sempre il whisky.

Settembre

E’ difficile concentrarsi. Sarà la fatica, o sarà il senso di Armageddon incombente. Passo il mio tempo a disegnare mappe, scrivere il mio intervento, migliorare la mia bibliografia, che resta comunque incompleta.

Mio padre mi manda un articolo sulla salute mentale degli universitari. Tra i dottorandi, uno su tre soffre di depressione cronica. Ma dai!

La triste verità è che ho sbagliato ad accanirmi sugli studi. Sarebbe stato molto più salubre diventare spogliarellista: paga migliore, più attività fisica, niente gobba leopardiana…

Ottobre.

Il giorno del convegno si avvicina. Cerco di rilassarmi. Ho fatto il meglio che potevo fare, non sarà una roba da strapparsi le mutande dall’entusiasmo ma la mia direttrice dice che è ok. Devo solo sedermi, tirare il fiato e profittare dell’occasione. Magari non sarà tremendo come penso.

Cominciano ad arrivare mail di conoscenti.

“Oh, ma parli al Super Convegno? Figata!”
Non ho detto a nessuno di questo convegno, come hanno fatto a saperlo?

“Ovvìa ciccia, come sarebbe “come”? E’ un convegno super-importante, sta arrivando gente da mezzo mondo per assistervi!”
Voglio morire.

Mi scrive anche Amico di Gioventù. Amico di Gioventù parla giapponese molto meglio di me, è un accademico straordinario, insegna già pur essendo più giovane, è stato in Giappone non so quante volte, suona il pianoforte come Dinu Lipatti, pratica tre o quattro arti marziali… Insomma, è il tizio con cui chiacchiero quando voglio ispirazione o quando voglio sentirmi una scimmia appena cascata dall’albero.

“Ah, ho visto che parli al Superconvegno,.- Mi scirve -Ma è una cosa straordinaria bellissima supersonica, devi essere davvero un genio, come hai fatto a farti prendere?”

Il giorno del convegno mi alzo alle 5 di mattina dopo aver dormito 30 minuti interi.

Mi preparo, mi vesto. Di solito il mio stile di abbigliamento spazia da “Carrista sovietico” a “Profugo siriano”.

Per questo convegno ho chiesto una consulenza fashion a un’amica accademica. Roba tipo outfit montage dei film anni ’80, solo con più alcol e lei che urla insulti in fiorentino.

Ho tutto: il vestito, la maglia, ho anche comprato dei collant nuovi nuovi.

Mentre mi travesto da Congressista, il gatto (long story…) entra in bagno. Vede le mie gambe inguainate in nuovissima fibra acrilica.

“Oh, che belle calze, sono per me? Come “no”? Tutto è per me!”

Mi artiglia una coscia.

Rrrrrrip

Butto via i collant. In fondo a un cassetto trovo delle autoreggenti col pizzo. Stanno nel cassetto da una decina d’anni ormai, ci sta che smettano di autoreggersi in mezzo alla strada. Per sicurezza metto un rotolo di scotch biadesivo nella borsa. Era davvero meglio diventare spogliarellista. Invece no, devo travestirmi da pornoprofessoressa a gratis. Alé!

Arrivo in anticipo. Paris Diderot è in una ex-fabbrica. L’istituto ha una allure deliziosamente dickensiana, ed è un labirinto terrificante. Se un disgraziato imbocca la scala sbagliata, rischia di ritrovarsi in un disegno di Escher. Una volta mi sono persa, ho chiesto informazioni e mi hanno spiegato qualcosa del tipo “questo non è il terzo piano, è il quarto piano, il terzo piano è al piano di sopra, a meno che tu non prenda la scala laggiù, perché allora il terzo piano è un lama con un rastrello”.

All’invito al convegno hanno allegato una mappa. “Dieci passi lungo il corridoio, poi volta in direzione est-sud-est per 245 cm, al ricercatore morto di inedia svolta a destra e rispondi all’indovinello del Troll…”

Pare che le matricole leghino un capo di filo alla fontanella in cortile prima di aventurarsi nell’istituto con un gomitolo

Subito prima che il convegno inizi, incontro uno dei miei vecchi professori. Si congratula per il badge che porto sul petto.

-In che lingua sarà il suo intervento?

Fiuto il trappolone, ma non posso evitarlo.

-Hum… Inglese.

I suoi occhi luccicano di patrio e gallico furore.

-Ah.- Di botto fa diaccio nella stanza. -E come mai non in francese?

-Er… perché tutti i partecipanti capiscono l’inglese e solo i francesi capiscono il francese.

Mentre spiego mi rendo conto della falla del mio ragionamento. Per certi versi professori invitati capiranno quello che sto dicendo. D’altra parte occristo i professori invitati capiranno quello che sto dicendo.

Intanto il mio professore è occupato a deprecare il fatto che, Giuda infame, i francofoni fanno conferenze nella lingua della Perfida Albione.

A chiosa, il tizio è quello che mi diede come voto “un po’ meno di awesome” in master. La cosa mi abbassò leggermente la media e persi la menzione massima perché hey, ti manca quello 0,2 che fa tutta la differenza!

Sì, il sistema francese è molto diverso da quello italiano. E’ un incubo e ritengo che sia in buona parte responsabile del volume di alcol che ormai necessito per funzionare.

La giornata si svolge bene. Gli invitati sono tutta gente notevole, pilastri della ricerca. Io invece mi sento come un pandino al raduno dei T-34.

Il pubblico non è nutritissimo, ma è vero che viene da mezzo mondo. Ci sono italiani, tedeschi, giapponesi… A tratti mi chiedo perché una cosa come lo Heike monogatari attiri così pochi giovani o spettatori. Voglio dire, boiacane, è una roba spettacolare! Accozza scene di combattimento tamarre stile Terminator VS Robocop, con momenti di atroce realismo e tragedia. Com’è possibile che ci siano solo specialisti a sentire?

Quando sarò professoressa troverò il modo di rendere la faccenda più fruibile. Dei pestaggi di intermezzo, magari.

E poi niente, è il mio turno.

Sono l’ultima della giornata. Sono sveglia da 48 ore e non ho mangiato un cazzo di niente perché bon, quando sono terrorizzata non ho molto appetito. Arrivo col mio Powerpoint.

“Salve, sono Tizia Caia e sono una cazzo di matricola.”

Alla fine è andata OK. I professori sono stati molto gentili e mi hanno congratulata con un pat-pat sulla testolina. Poteva andare peggio.

Ho avuto anche occasione di chiacchierare con dei luminari, un privilegio che valeva assolutamente la sofferenza e le notti insonni e le bottiglie vuote accatastate accanto alla porta.

Sono contenta del convegno?

Non saprei. Non sono scontenta, ma ho difficoltà a essere contenta di me in generale. Il primo riflesso, ogni volta che concludo qualcosa, è osservare il prodotto e ponderare su quanto sia una merda. Tutto eh. Un intervento? Mediocre e banale. Un articolo? Superficiale e stupido. Una cena con gli amici? Domani saranno tutti all’ospedale.

Eh pazienza, a ognuno la propria perversione mentale.

E’ un riflesso molto comune nell’ambiente, per quel che posso vedere. Ogni tanto ci troviamo tra dottorandi, tiriamo giù litri di birra e discutiamo di quanto amiamo ciò che facciamo e di quanto odiamo ciò che facciamo. La cosa peggiore è che non farei niente altro. Alla fine quello che vuoi è essere all’altezza del campo che hai scelto, come la ragazzina complessata che soffre per le corna ma si sente in colpa perché “se cerca altre è colpa mia”.

Il punto è: questo tipo di percorso non è per tutti, soprattutto per quel che riguarda le Scienze Umanistiche. Non è riposante, non è redditizio manco per il cazzo e non è salutare. Quando sento gente dire “non sono proprio sicuro di voler fare l’università, ma i miei ci tengono tanto”, o ancora peggio “non so se fare la specialistica oppure no”, mi viene da tirar madonne con la frombola.

Non spingete in un’università qualcuno che non se la sente o che non è convinto: perderà minimo 3 anni di vita quando avrebbe potuto imparare un mestiere serio, tipo l’idraulico.

E in secondo luogo, non imbarcatevi in una specialistica se non siete stupidamente innamorati degli studi.

Per lo meno è la mia personale esperienza. Io so che non rimpiangerò gli studi, perché mi piacciono davvero tantissimo e non c’è niente altro (almeno a questo stadio) che vorrei o potrei fare. Quando sarò al rifugio degli indigenti, potrò consolarmi pensando che ho fatto ciò che amavo finché ho potuto.

Figurasse trovarsi al barbonotrofio e pensare “eh, e a me Lettere faceva pure schifo”.

In conclusione, questo è stato il mio grande debutto nella società accademica. Ho imparato un sacco di cose e ho potuto confrontarmi con gente davvero di calibro, che poi è l’essenziale.

Posso far meglio, e farò meglio.

E un giorno magari sarò capace di leggere un intervento senza battere i denti.

Nel frattempo, cheers!

MUSICA!

Memento mori: esplorazione urbana e carcasse del recente passato

L’inizio dell’estate è l’INFERNO. Il lavoro si ammonticchia in colline di orride incombenze, frana in rivoli di melmoso ritardo, si stratifica in speranze schiacciate e occasioni perse.

Per i 2 giorni di vacanza annui che mi riservo ho quindi optato per una spedizione in tema: niente campi vichinghi, niente rievocazioni, ma esplorazione urbana! La bellezza della putrefazione per ricordarmi che l’esistenza è un inutile susseguirsi di affanni votati al decadimento. Les sanglots longs des violons de l’automne eccetera.

Dark Lord of Averoigne – whose windows stare On pits of dream no other gaze could bear!

Avete presente quando a 12 anni andavate a ficcanasare nelle case abbondante del quartiere?

Roba da ragazzini.

Poi si cresce, e si mette la testa a partito. E si comincia a cercare ruderi degni di visita.

La prima creatura è un villone a tre piani con torretta. Fu costruito nel 1881 da un avvocato, in mezzo a un vasto parco nel cuore della Fiandra belga.

Con la Seconda Guerra Mondiale, gli occupanti se la diedero a gambe (voci di corridoio suggeriscono che fossero diversamente ariani). I Nazi occuparono la costruzione e ci schiaffarono dentro la Luftwaffe.

Dopo il ‘45, il compound fu recuperato dai belgi che ci misero i loro aviatori. In più dell’antica villa e delle aggiunte teutoniche, il complesso fu aumentato e modernizzato, per poi essere abbandonato.

Vendesi attico luminoso, arieggiato, 15 min dalla stazione. Perditempo astenersi.

Io e Little Bro arriviamo in una torrida giornata di sole. Il compound è in mezzo a una zona residenziale, cerchiamo di avvicinare il perimetro in una zona poco popolosa: questo genere di visite sono tollerate ma non proprio regolari, e non vogliamo attirare l’attenzione.

Troviamo una parte di rete scavalcabile dietro una casa. Passo con l’agilità di un tapiro e mi trovo nelle ortiche fino alle ascelle. Little Bro mi lancia lo zaino, fa per seguirmi.

Un vecchio inizia a urlarci dietro in fiammingo, da una casa vicina. Little Bro sbuffa.

-Ma porco Giuda, beccati subito

Il vecchietto ci sorride, gesticola e sblatera in fiammingo. Non sembra incazzato. Che vuole?

Dopo un quarto d’ora di olandese e “the cat is on the table”, capiamo il senso del messaggio: stiamo usando l’entrata illegale sbagliata! C’è l’entrata illegale giusta un po’ più in là.

Oh dear

Dans ce trou noir ou lumineux vit la vie, rêve la vie, souffre la vie.

Il compound è affogato in erba alta e alberi. La vegetazione è così densa che non si sente quasi eco dalla cittadina lì vicina. Ci facciamo strada in mezzo a rovi e alberi caduti. La villa incombe oltre uno stagno di acqua nera e alberi coperti di rampicanti, una decadente Casa degli Usher sommersa nel verde.

A sense of insufferable gloom pervaded my spirit.

La zona è ancora occupata dall’esercito tecnicamente, ed è una buona idea guardarsi sopra la spalla per evitare lavate di capo e possibili multe. Si capisce che continuino a sorvegliare, visto che gli atti di vandalismo sono evidenti: vetri rotti, roba sfasciata, e fuochi. Le tracce di incendio sono ovunque: pavimenti bucati, mobili carbonizzati, uno degli edifici più recenti non ha più il tetto. Il nastro della polizia è ancora attorcigliato attorno ai rami di una macchia di polloni.

Gente, se mai visitate posti del genere, due regole base (a parte “non rompetevi l’osso del collo”): non prendete niente e non rompete niente. Non è roba vostra, checcazzo!

In un certo senso, la casa pullula di vita

L’ingresso della villa è spalancato. Calcinacci e vetri rotti. Le piante rampicanti hanno sfondato le finestre e tendono i tentacoli lungo i muri. Al centro, una gigantesca tromba delle scale porta ai piani superiori, ancora coperta da un tappeto marcescente.

Il corrimano non c’è più, i gradini gemono sotto i piedi e l’intera faccenda pende via dal muro. Saliamo uno per volta. Sia mai che il mio culone sia quello che finalmente schianta questo rottame.

Attenti a dove mettete i piedi…

Le stanze portano ancora decorazioni in stucco e modanature. In un angolo, una cappella decorata con finestre alte e cupola. La cupola è blu e punteggiata di stelle, con una colomba in chiave. Putti dall’aria poco raccomandabile ti sbirciano dalla cima dei contrafforti.

God is watching everything you do… *sings*

Non è difficile immaginarsi come questo posto doveva essere ai bei tempi, pullulante di aviatori, o abitato da ricconi anni ’30. Sembra quasi di sentirli parlare: “Mon cher ami, le dico che la linea Maginot è impenetrabile, non abbiamo nulla da temere, Jerry non oserà muoversi verso occidente, parbleu!”

Al terzo piano le porte sono sfondate, le finestre divelte. Su una parete qualcuno ha scritto the ghosts are coming.

Un buon posto per rilassarsi e leggere un libro

La torretta purtroppo non è più accessibile: buona parte della scala è crollata, ci sarebbe da saltare ma hey, ho un’età ormai. Ci consoliamo scendendo da una delle scale di servizio per esplorare la cantina. Ci sarebbe il montacarichi, ma di nuovo, ho un’età ormai!

Fredde e umide, i fili strappati dai muri, il boiler smontato e abbandonato alla ruggine, le cantine sono suggestive e pittoresche. E’ qui che troviamo finalmente i cadaveri. La mummia di una volpe, rane rinsecchite in fondo ai giganteschi lavandini di alluminio… Non è come trovare il cadavere impiccato di un Nazi, ma uno si accontenta…

La birra era finita

Fuori dalla villa il compound è immenso. Dormitori e lounge e uffici, strade di cemento spaccate dalla vegetazione, magazzini… A tratti il nome dell’edificio è ancora leggibile, altre volte le porte sono tenute da molle ancora funzionanti. Cartine sono abbandonate in mansarde piene di buchi, adesivi sono ancora appiccicati alle porte degli armadi, insieme a poster di film, specchi, o il regolamento del dormitorio.

Appiccichini ovunque, in barba al regolamento!

La falda sta risalendo: le cantine degli edifici moderni sono buie come miniere e piene d’acqua. Valutiamo l’opzione “esplorarle con la torcia del cellulare semiscarico”, poi decidiamo che i Darwin awards son buoni ma non buonissimi e lasciamo perdere.

In caso d’incendio

Ci vuole una giornata per visitare l’insieme della proprietà, e non sono sicura di averla vista tutta: è immensa! A volte capiti in sottotetti dove l’attività sembra continuare. A volte trovi un tavolo coperto di trabccoli e ti chiedi se non sei capitato su un qualche laboratorio di sostanze poco cattoliche (e se non sia il caso di darsela a gambe prima che arrivi Walter White).

Abbiamo incrociato altri due tizi durante la gita. Forse erano esploratori, forse poliziotti in borghese, non glielo abbiamo chiesto e abbiamo preferito acquattarci nei cespugli. Mentre aspettavo che sloggiassero, mi chiedevo quale tipo di investimento sarebbe necessario per rilevare tutta questa cubatura. La posizione è splendida, Louvain è a un tiro di schioppo e Bruxelles è un’oretta di treno. Uno potrebbe combinare alloggi per gli studenti e resort, magari uno di quei posti per vecchi rottami in grana.

Informazione classificata

Purtroppo non ho un milione di euro in tasca. Ho controllato, ma niente. Devo averlo lasciato nell’altro paio di calzoni.

La fabbrica dei cervelli di Liège!

La seconda meta è un polo scientifico abbandonato: chimica e metallurgia. Fu costruito durante il boom economico, quando Liège era una fiorente città mineraria. Poi il carbone ha perso attrattiva, i soldi sono finiti, e il polo resta come la città di Liège: sovradimensionato, semideserto, labirintico.

A questo giro con noi c’è anche ‘Tite Mia, giovane membro del clan in training per diventare un’Acida Zitella come la sottoscritta. ‘Tite Mia non ha mai visitato posti abbandonati, chiede se è legale. Le rispondo che non ha da preoccuparsi: lei è ancora minorenne e in galera non ci va. Quanto a me, sono dottoranda non sovvenzionata in scienze umane, la galera sarebbe uno scatto di carriera!

Uno sguardo realistico alla vita universitaria

Arriviamo al polo come tre polli. Non ci sono cancelli né niente, il rudere è lì bel bello dietro un edificio nuovo del ministero. Così facile? Ah, la fortuna…

Siamo a metà cortile quando ‘Tite Mia fa notare l’ovvio: l’edificio nuovo è sicuramente videosorvegliato. E oh, guarda un po’, ecco le telecamere! Spiegato il perché dell’assenza di cancello.

Facciamo dietrofront. Meno male che abbiamo portato la quindicenne con noi!

Troviamo un secondo buco attraverso un cantiere. L’edificio incombe colossale, la saracinesca d’ingresso è sfondata. Sembra l’abbiano presa a colpi d’ariete.

Se la villa è stata vandalizzata, nel polo sembra ci siano passati i mongoli: tubature divelte, mobili scaraventati dalla tromba delle scale, tazze di cesso schiantate in mezzo a un cortile affogato di vegetazione…

I’m not discarding you like broken glass

Ci addentriamo. E’ gigantesco e labirintico. Sembra che l’abbiano abbandonato senza nemmeno prendersi la briga di svuotarlo. In una stanza troviamo una montagna di libri carbonizzati. Ci arrampichiamo sulla cenere e i detriti per raggiungere la porta dall’altra parte. La copertina di una pubblicazione è ancora leggibile, si intitola Metodi per incoraggiare i giovani a intraprendere studi superiori.

Così simbolico!

Burning leaves turn to ash before my eyes, crushed my dreams long gone…

Armadi rovesciati, macchine da scrivere abbandonate, una parete coperta di impronte di mani in nero, come se decine di piromani avessero cercato di arrampicarsi sul muro. Tutto molto eerie, ma mi dico che qui gli unici fantasmi che posso trovare sono quelli delle speranze infrante di migliaia di nerds.

Manco a dirlo, arriviamo al terzo piano, e nelle macerie troviamo fogli di carta bianca. Qualcuno ci ha scritto sopra con un pennarello e li ha seminati in giro. Sono in francese.

“Ho paura di non trovare lavoro nonostante la formazione”

“Ho paura di scoprire che questo settore non è quello in cu voglio davvero lavorare”

“E’ tutto sforzo inutile”

Cristo, qui il cadavere impiccato lo troviamo davvero…

In una stanza capitiamo su un pianoforte. Non ho idea di chi ce l’abbia portato o perché. Sopra c’è poggiato il pupazzo di un elefantino, la tastiera è stata completamente divelta, ma le corde ci sono ancora. Mi siedo e inizio a pizzicare l’Inno alla Gioia. Suona come un clavicembalo che è stato usato come zattera a largo dell’Antartica e poi buttato in fondo a una cisterna vuota.

Play it, Sam!

Raggiungiamo l’ultimo piano. Macerie e roba sfasciata che arriva al ginocchio. Sono lieta di avere gli scarponi d’ordinanza.

Sul tetto stanno già crescendo degli alberi. Usciamo con cautela. Il nostro rudere è una gigantesca isola immobile di calcinaccio e verzura in mezzo a stradoni trafficati e attività frenetiche.

Le telecamere erano dall’altra parte…

Di ritorno all’interno, imbocchiamo un corridoio a caso, scavalchiamo schedari rovesciati, apriamo una porta. Un letto sfatto, mucchi di vestiti sparpagliati, un romanzo francese lasciato a terra sulla soglia. Il nido di uno squatter. Ci allontaniamo alla svelta senza fare troppo casino. Incontrare gente nei ruderi porta solo grane.

Mirror mirror on the wall…

Il polo è troppo vasto per essere esplorato tutto. Non fosse per i chiodi, le sostanze chimiche sparpagliate a cazzo di cane e i vetri rotti, sarebbe un posto perfetto per un bel gioco di survival horror grandeur nature! O per girare un corto esistenzialista in bianco e nero. Già lo vedo: lo stagista sottopagato Pierre entra nel polo abbandonato e incontra il fantasma delle sue aspirazioni (bella, un po’ troppo magra, sigaretta e occhioni scavati). Breve scambio di battute da funerale. Il fantasma mormora « …et je m’en vais au vent mauvais qui m’emporte deçà, delà… ». Hard cut to black, FIN. Ora m serve solo un produttore parigino cocainomane.

Qualcuno si è fatto un mazzo così per scrivere questa roba. Ah, iste mundus furibundus…

Ci decidiamo a cercare una via di uscita nel tardo pomeriggio. Non siamo riusciti a vedere nemmeno metà di questo coso. La cosa bella è che quando pensi che stia diventando monotono, trovi qualcosa di nuovo nascosto dietro una porta sfondata. E’ in momenti come questo che mi piacerebbe saper fare fotografie un pelino meno brutte.

Bevi Rosmunda nella tazza di tuo padre

In conclusione, non incoraggio i miei lettori a fare gite simili: sono pericolose. Non tanto, ma un po’ sì. Ci si può sedere su roba tagliente, una scala può cedere, qualcosa può staccarsi dall’alto o, semplicemente, potete incocciare in poliziotti fiamminghi (charming folks, I’m told).

Promemoria: non accettare più gli inviti di mia cugina…

Tuttavia è innegabile che si tratta di un tipo di turismo molto divertente. Nel caso qualcuno fosse incuriosito, mi raccomando:

  • Niente vandalismo
  • Niente furto
  • Prudenza

E niente, gli articoli un po’ meno fuffosi dovrebbero riprendere presto.

MUSICA!

 

Paleografia casalinga: dall’800 con furore

Di recente ho dovuto abbandonare la Ville Lumière per dar manforte al resto del clan. La casa di famiglia deve essere ristrutturata e questo significa riordinare e far posto.

Ora, io non ho idea di come funzionino le cose nelle famiglie normali. Nel nostro caso abbiamo per le mani uno scatapeus gigante che non è stato pulito da almeno trent’anni, e in cui detriti di generazioni e generazioni si sono stratificati e pressati in un nuovo tipo di sedimento, la Scartoffite.

Non esagero quando dico che per lavorare nelle cave di scartoffite sono necessari guanti, tutta, mascherina e protezione per i capelli.

In capo a una settimana avevamo trovato animali morti, merda, larve rinsecchite, avanzi di cibo lasciati lì dall’VIII Armata Alleata, il vaso da camera di Garibaldi e un numero imprecisato di manuali di buona condotta per signorine ‘800.

In mezzo a tutto il letamaio però sono saltate fuori anche cose divertenti. Oggi parleremo quindi di paleografia casalinga!

I due esemplari che conto mostrarvi sono stati ritrovati in un mucchio di ricette scritte a mano da generazioni di madri di famiglia. Perché erano lì? Non ne ho la più pallida idea.

So però da dove arrivano: si tratta di carte appartenenti alla famiglia Frangialli, smollate ai Sacerdotti in tempo immemore perché “nostro figlio verrà forse a cercarle, vi dispiace mica tenerle per noi per qualche mese?”

Un secolo dopo, il signor Frangialli ancora non si è fatto vivo, e a questo punto spero davvero che non lo faccia (non mi piace quando gente di più di 115 anni viene a farmi visita!).

 

Il primo esemplare che vi propongo oggi è un’avvincente storia illustrata.

Trascriszione:

I

Master Tidi proves do be indisposed – Miss Bianca making particular observation upon the phenomena

 

I

Mastro Tidi è indisposto – La signora Bianca esegue pedisseque osservazioni del fenomeno

II

Malady proving to be of the most alarming sort,

Miss Bianca tries strong medicaments and efficient means.

 

II

Dacché la malattia si avvera essere quanto mai allarmante, la signora Bianca tenta forti medicine e metodi efficaci.

III

Which prove to have a very good effect.

 

III

La cosa ha effetti molto positivi.

IV and last

So now Miss Bianca is to be seen again on the Pincio bringing (?) Mr Tidi.

 

IV e ultimo

Sicché ora la signora Bianca può esser vista di nuovo sul Pincio portare a passeggio Mr. Tidi

 

Come si nota, il documento non è datato, ma l’abito della signora Bianca nell’ultimo riquadro presenta il taglio tipico della moda del primo decennio del ‘900. Non ci sono indizi che spingano a supporre, da parte dell’autore, la scelta deliberata di abbigliare la signora Bianca con abiti anacronistici. Quindi possiamo ipotizzare con relativa sicurezza che il documento è da collocarsi, indicativamente, tra il 1900 e il 1910.

Un altro indizio ci è dato dal nome dell’eroina in questa frizzante storia di iniziativa e inventiva: Bianca.

Il pezzo in analisi è stato infatti trovato insieme ad altre carte, una delle quali (analizzata poco più in basso) è una lettera datata 1879 e firmata Blanche Capelli, ovvero Bianca Capelli, sposa di Ugo Frangialli e conoscente della famiglia Sacerdotti.

E’ evidente che il luogo di ritrovamento non può essere considerato del tutto affidabile per l’identificazione e datazione del documento. Tuttavia, ci pare sufficiente per ipotizzare l’alta probabilità che la giovane autrice della lettera e la matura signora protagonista del racconto siano, invero, la stessa persona.

Ok, direte, è un buffo fumetto su una tizia che svermina il cane. Strana cosa da ficcare in mezzo a ricette o libri di cucina, ma poco più che una bizzarra curiosità.

E’ vero.

Ma colgo questa occasione per introdurvi ad un esercizio accademico di grande importanza, un esercizio che chiunque voglia buttarsi nelle Scienze Sociali deve saper eseguire: la supercazzola universitaria (livello: Dottorato).

Cominciamo!

Venendo al contenuto della storia e all’interpretazione del testo in quanto tale, vediamo la signora Bianca riconoscere nel deretano del proprio cagnolino chiari sintomi di infestazione da parassiti. Con sicurezza e spirito pratico, la signora somministra un robusto clistere alla bestiola, che, nel riquadro III, caga un pitone di 8 metri.

Da un punto di vista figurativo, il valore artistico dell’opera ci pare indiscutibile. Notate con quale sicurezza e maestria l’artista ha ritratto la sofferenza della bestia, nelle fauci aperte e nelle zanne digrignate, o nel collo arcuato durante l’espulsione dell’anaconda nel terzo riquadro.

Il cappellino a punta è chiaramente ispirato al copricapo dei dottori della Peste del 1629-1630. In questo contesto è un palese simbolo di malattia e sofferenza, ma anche di ridicolo e oscurantismo reazionario. Mostra quanto sia paradossale e sciocco cercare la soluzione al male in una millantata tradizione radicata in un fumoso passato falsamente glorificato.

La signora Bianca, d’altro canto, viene ritratta con attributi scientifici (la lente, il clistere), all’epoca sicuramente associati con la professione maschile del ricercatore e del medico. Spoglia di ornamenti e ninnoli femminili, la signora impugna gli attrezzi e agisce con piglio e prontezza, incurante di convenzioni e stigma sociale. Nell’ultimo riquadro la vediamo torreggiare al centro della scena, trionfante e sicura.

Questa breve novella è chiaramente una rappresentazione simbolica dell’emancipazione femminile, allora sul nascere (la prima Giornata Internazionale della Donna fu tenuta in alcuni paesi europei nel 1911, due anni dopo il lancio del Women’s day negli USA). Non è un caso che il cane si chiami MASTER Tidi. Tidi rappresenta la società dominata dagli uomini!

La Donna, la signora Bianca, constata con acutezza come la società patriarcale sia sofferente e tormentata dai parassiti, rappresentazione lapalissiana degli stereotipi e della violenza che la cultura maschilista infligge alle donne e, di conseguenza, a sé stessa.

Spogliandosi dei propri ammennicoli e vezzi, la Donna interviene e infligge una cura traumatica ma necessaria alla Società. La signora Bianca non ha timore di essere giudicata o di ricevere una spruzzata di diarrea nel viso. Sa cosa c’è da fare e non esita. Il suo coraggio purifica la Società dall’infame serpente velenoso dell’autorità patriarcale, che striscia via, sconfitto.

Nell’ultima scena il cane ha perso il ridicolo cappellino e ora cammina felice. La signora Bianca può rivestirsi degli abiti vezzosi, non è più costretta a rinnegare la propria femminilità per difendere la propria indipendenza, bensì è libera di affermarsi ed essere riconosciuta.

Trionfante sugli infidi parassiti del Pregiudizio e dell’Oppressione Borghese, la Donna marcia verso un futuro radioso di eguaglianza, giustizia e libertà!

Il cane appare piccolo in questa illustrazione, e ciò simboleggia l’insicurezza maschile di vedersi sminuire dall’emancipazione femminile. Mostra il timore di certi uomini di essere offuscati, discriminati, in pratica di subire ciò che le donne hanno subito per secoli.

Ma l’artista sfata questa sciocca paura: come qualsiasi osservatore attento può notare, il cane non cammina sullo stesso piano della signora Bianca. Mr Tidi non è rimpicciolito, ma appare più piccolo dacché è più lontano! Legati insieme, la signora Bianca e il suo amato cagnolino, avanzano su percorsi paralleli e compagni, senza che nessuno dei due adombri l’altro.

Questo è un chiaro grido di denuncia e solidarietà tra i sessi, un’affermazione di progresso ed emancipazione!

Sembra che stia coccolando il gatto, in realtà sta ricevendo istruzioni dai Missi Dominici dell’Imperatore Interplanetario Kittoh de Destroyah (sì, l’Universo è dominato dai gattini, SVEGLIA!)

Il secondo documento che voglio proporvi non ha la carica sovversiva e moderna del primo, ma può aiutare alcuni dei miei lettori a rimettere certi dispiaceri nella giusta prospettiva.

Sono sicura che a molti di voi sarà capitato di ritrovarsi nella tanto temuta friendzone. E’ di certo una situazione dolorosa.

Tuttavia c’è di peggio, come la vispa penna della signorina Blanche sta per mostrarci.

Trascrizione

San Pellegrino, 1er Septembre 1879

Monsieur!

Un évènement imprévu vient changer le cours des affaires que nous étions en train de traiter avec vous! Aussi ne vous étonnez pas si au lieu d’être maman qui est intermédiaire entre vous et moi c’est moi qui le devient entre elle et vous.

Oui, monsieur, il faut que je vous l’avoue ; les efforts que vous avez faits pour blesser [?] mon cœur, ont eu un résultat inattendu ! Mon cœur froid et insensible ne s’est pas laissé toucher ; –

celui si tendre de ma mère a malheureusement subi l’influence à laquelle le mien a su résister et ce [adjective ?] cœur s’est éperdument épris de vous !

Le mot est lâché, et je n’ai maintenant autre chose à faire, que de vous prier de [verbe?] auprès de celle qui désormais ne vit plus que pour vous.

Oui, Monsieur! – Ses yeux ne voient qu’une image – c’est la vôtre – Ses lèvres n’ont qu’un soupir, c’est votre nom –

Son cœur n’a qu’un désir – c’est vous-même !

Hâtez-vous donc de venir consoler par votre présence ce cœur si profondément blessé d’amour pour vous ! –

Yeux bruns vous attendent, voulez-vous y jeter !

Croyez-moi avec la plus haute estime votre bien dévouée

Blanche Capelli

à Mr. E. C. M.

 

Italiano

San Pellegrino, 1 Settembre 1879

Signore!

Un evento imprevisto ha cambiato il corso degli affari che stavamo intrattenendo con voi! Peraltro, non stupitevi se invece di essere la mamma a far da intermediaria tra voi e me, sono io a diventar l’intermediaria tra lei e voi.

Sì, signore, devo confessarvelo: gli sforzi che avete fatto per ferire [? il verbo non quadra nel contesto, si tratta senza dubbio di un altro verbo avente come senso di “conquistare” o qualcosa del genere] il mio cuore hanno avuto un risultato inatteso! Il mio cuore freddo e insensibile non si è lasciato sfiorare… quello sì tenero di mia madre ha sfortunatamente subito l’influenza alla quale il mio ha saputo resistere. [Leggevo questo a tavola con la famiglia, a ‘sto punto è esploso lo stadio NdTenger] e questo [aggettivo?] cuore si è perdutamente innamorato di voi!

La parola è lanciata, non mi resta che una cosa da fare, ed è pregarvi di [Boh?! Andare?] presso colei che ormai non vive che per voi.

Sì, signore!  I suoi occhi non vedono che un’immagine – la vostra. Le sue labbra non hanno che un sospiro, è il vostro nome.

Il suo cuore non ha che un desiderio – siete voi stesso!

Sbrigatevi allora e venite a consolare questo cuore che soffre profondamente d’amore per voi!

Occhi bruni vi attendono, vogliate immergervici!

Vogliate credere nella mia più alta stima, vostra devotissima

Blanche Capelli,

al Sg. E. C. M.

Se avesse aggiunto dimenticato “posso chiamarti ‘papà?'” sarebbe stato un pelino troppo esagerato. Invece no, questa lettera è perfetta!

Si tratta chiaramente di una brutta copia (notare le correzioni e le parti aggiunte) di una lettera. Il testo suggerisce che lo sfortunato signor E. C. M. stesse spasimando per i begli occhi della signorina Capelli (e che la mamma di costei fosse vedova).

Non so come sia finita questa romantica storia d’amore. E’ molto probabile che il signor E. C. M. (abilmente ritratto a piè di pagina) si sia dato latitante, ma a noi piace credere che la storia d’amore abbia avuto un lieto fine per la signora Capelli Madre!

Certo è che la strategia della vispa signorina è originale e creativa. Perché ricorrere a un ti vedo più come un amico quando puoi optare per un io non sono innamorata, ma mia madre è cotta stracotta di te!

Potreste pensare “ah, ma lo posso fare solo se mamma è vedova o divorziata”. Beh, no. Siamo nel 2017, svegliatevi! Potreste alludere al fatto che i vostri sono una coppia aperta super-moderna! Un minimo di fantasia, approfittate delle conquiste!

Mia personalissima idea (non basata su niente in particolare): la mamma della signorina Capelli aveva pescato il signor E. C. M. come Genero Ideale e stava facendo pressione sulla figlia… che non voleva saperne. La signorina Bianca ha dunque deciso “se ti garba tanto, sposatelo te!”. La lettera potrebbe essere interpretata come “non mi garbi, sei ancora sul radar solo perché piaci tanto alla mamma”.

In ogni caso: OUCH!

Credi che la friendzone sia un problema? Benvenuto nella MOTHERZONE!

Un’ultima nota: noterete che il disegno presenta alcune similitudini stilistiche col rivoluzionario racconto illustrato analizzato più in alto. E’ possibile che il primo documento non sia la mano di un amico della signora Bianca, quanto un’opera realizzata da lei stessa. In questo caso la storia assumerebbe un carattere ancora più potente e autobiografico!

E’ possibile. Dopotutto la signora era in buoni termini con i Sacerdotti (durante il Fascismo Maria Sacerdotti fu feroce emancipazionista e presiedette la sezione fiorentina della Federazione Italiana Laureate e Diplomate degli Istituti Superiori) e con le suffragette Ada e Beatrice Sacchi (di famiglia mazziniana e fieramente progressista).

Tutto torna quindi, il valore simbolico del primo documento è confermato!

La morale della favola è: prima di buttare via blocchi di Scartoffite, dateci un occhio. Potreste trovarci piccole perle di surrealismo fossile!

E ora una canzone a tema!

MUSICA!


Per chi volesse saperne di più sulle signor Sacchi e Sacerdotti.

Vita da campo: Jumiège 2016

-Dopo ardua ponderazione, io dico…- Ragnar il Giovane svita il tappo dalla fiaschetta di vodka. –Spitfire.

-Nah. Junkers 87. Se non ti piacciono gli stuka, non conosci gli stuka.

E’ notte sull’accampamento, l’aria è fresca, le associazioni bevono intorno ai falò. Si preannuncia un buon campo. Lo hanno organizzato i Klanen, una banda di artigiani e combattenti, gente d’oro. Più in là ci sono gli Spadaccini di Normandia, e i Byggvir, i Compagni d’Esculapio, una banda di variaghi… Tanta gente ben equipaggiata.

All’ingresso della spianata il comune ha costruito una pira gigantesca. Non abbiamo ancora deciso chi bruciarci sopra. E’ alta come una casa, fatta di tronchi incrociati e piena di frasame. Farà una fiammata bellissima.

Sotto il nostro auvent, Bothvar e Petrus stanno confabulando, boccali in mano. Ragnar il Giovane mi rende la fiasca.

-Diving bombers?

Bothvar e Petrus si accostano pitte pitte a una delle tende dove dormono i nostri.

-Right!- Mi riprendo la fiasca di vodka. –Vuoi mettere un tuffo sul tank mentre il vento fischia sulle ali col fracasso delle trombe di Gerico?

Bothvar e Petrus si acquattano alle due porte della tenda, sguainano i long sax.

-Comunque se vogliamo parlare di ardimento e gagliardia, il 588esimo sovietico-

-ATTACCO A SORPRESA!

Bothvar e Petrus si slanciano nella tenda con la grazia e la leggerezza di due orche assassine. Urla e botte, bestemmie in franzoso. Sorseggio la mia vodka. I compari sono motivati. Speriamo bene.

Sabato

L’Abbazia di Jumiège, fondata verso la metà del VII° secolo

Sono le otto di mattina, e sto già sudando come un cavallo. La giornata non è ancora iniziata e già pondero la possibilità di strappare le maniche della tunica.

Mi vesto nella tenda, comincio ad allacciarmi gli stivali. Cogito che se crepo di caldo prima di stasera, potranno buttarmi sulla pira e spedire a mia madre una secchiata di cenere.

Da fuori sento i compagni che fanno colazione.

-Chi dorme ancora?

-La Tenger non è uscita.

-Olaf, valla a svegliare.

Tsk. Come se fossi ingenua abbastanza da farmi beccare addormentata.

Sto legando l’ultimo laccio quando Olaf spalanca la tenda, long sax in mano.

Eh merda.

Cerco di alzarmi, mi spintona a terra e tenta di segarmi la pancia. Gli afferro il polso. Mortacci sua, pesa il doppio di me! Gli punto un piede sullo stomaco per scalciarlo fuori, l’infame m’agguanta la caviglia e mi strattona, mi assesta un fendente sul polpaccio.

E dire che per questo campo avevo deciso di non pestarmi con nessuno.

La catasta. Foto di Nanette (link a fine articolo).

Jumiège è un paese graziosissimo. Ci si arriva in ferry attraversando la Senna. E’ un’accozzaglia di case di mattoni e vecchie costruzioni in legno e intonaco. I ruderi dell’abbazia torreggiano oltre le chiome degli alberi. Scoperchiata, senza rosoni, i pilastri e le pareti si alzano contro un cielo blu incandescente.

Entriamo nella cinta del giardino. Sul prato ci sono dei padiglioni bianchi quattrocenteschi. E’ sempre un piacere trovare dei quattrocentisti ai campi. Petrus si volta verso di noi dalla testa della fila. Sogghigna.

-Secondo voi sono in vena di sport mattutino?

Passa parola lungo la fila. Prima di entrare nel loro campo, abbiamo già le armi in mano. Tagliamo di corsa sotto gli alberi.

I quattrocentisti sono già in armatura, brillano sotto il sole come catarifrangenti.

-SKJALDBORG!

I nostri scudi tondi si chiudono in una linea. Avanziamo a passo rapido. I quattrocentisti abbassano i bec de corbin, sguainano le spade. Cominciamo un match di berci e spintoni.

Vicini di campo. Foto di Nanette (link a fine articolo).

Contrattiamo una quantità di birra adeguata per smettere di rompere le scatole. I quattrocentisti ci pensano un attimo, poi concludono che non vogliono sporcare di sangue le armature di prima mattina (ci contavamo!) e accettano.

Di ritorno alla base, la gente comincia ad arrivare, il pomeriggio avanza lento, il calore si fa infernale. Siamo cooptati per una scenetta, sotto il sole. L’acciaio del mio elmo si riscalda fino al punto in cui non lo posso più togliere senza i guanti. Il metallo scotta. Mi sembra di avere la capoccia in una pentola a pressione. Grosse gocce di sudore mi colano lungo il collo. E non ho nemmeno l’armatura. Sono grata a Odino che a questo giro posso risparmiarmi la mischia, altrimenti mi raccattavano in barella.

Mi ritiro quando iniziano i pestaggi. Siccome non meno nessuno, oggi il mio ruolo è stare al campo e fare divulgazione. E’ un’attività che mi piace, peccato che la rastrelliera sia irrimediabilmente al sole.

Troppo caldo per un pestaggio in armatura? Puoi sempre occuparti della forgia! Foto di Nanette (link a fine articolo).

Durante la giornata, mi schiodo dal posto quanto basta per fare un salto a vedere i quattrocentisti. Il loro campo è più piccolo del nostro, ma sono un sacco di gente comunque. Riconosco la bandiera dell’Ordinanza San Michele. Mi sa che li ho già incontrati a Coudekerque, o forse era Ecaussine? Il mondo dei ricostitutori è relativamente piccolo.

Come al solito, il loro equipaggiamento è spettacolare. Armature a parte, si sono portati dietro artiglierie, spiedi, un forno per il pane. Una coscia di maiale intera sta arrostendo lentamente, schiacciata tra sole e brace.

Diavolo, ad averci i soldi non mi dispiacerebbe un salto di secolo, ogni tanto!

L’Ordonnance Saint-Michel e soci. Foto di Nanette (link a fine articolo).

Al calar della notte, degli sputafuoco si radunano intorno alla pira, appiccano il rogo.

All’inizio pare non succedere nulla. Fiammelle timide baluginano appena in un punto tra due travi. Mi siedo sull’erba, aspetto. Ho sempre avuto un debole per il fuoco. Da bimbetta mi divertivo a costruire case con calcinacci, riempirle d’erba secca, accenderle e guardare le fiamme uscire dalle finestre.

Se mi va male con l’università, posso sempre riciclarmi come piromane.

Lentamente fumo inizia a uscire dal graticolo di tronchi, denso e viscoso come melassa. Il bagliore aumenta, lingue di fuoco guizzano attorno a un trave, prima sparse, poi sempre più numerose. All’interno della struttura, cartone e ritagli divampano. Il calore aumenta. La folla si ritrae mentre il rogo si sviluppa senza fretta, sempre più grande, sempre più luminoso. Le facce degli astanti sono tinte di arancione. Nuvole di scintille appiccano piccoli focolai nel prato circostante. E’ un bello spettacolo. Il calore ti mangia la pelle.

Foto di Nanette (link a fine articolo).

Quando torno al campo, trovo degli scudi rossi posati contro uno dei nostri pali.

-Hanno cominciato il Gioco degli Scudi.- Mi avverte la Matrona. –I nostri li abbiamo rimpiattati.

Il Gioco degli Scudi, altresì detto “andiamo a rompere i coglioni ai vicini”. Consiste nel soffiare gli scudi alle tende circostanti e pretendere un riscatto in birra. Complice il buio, la tecnica di solito sta nel passare con disinvoltura accanto a uno scudo non sorvegliato e imbarcarlo come se niente fosse.

Non ho mai giocato, ho sempre avuto remore a metter le mani su roba che non mi appartiene. Mi rendo conto che ciò fa di me uno schifo di vichingo.

Andando a coricarmi, vedo due bambine scappare dal nostro campo, in braccio uno scudo quasi più grande di loro. Hanno fregato uno dei nostri. Alas.

Domenica

Affettuosi abbracci tra colleghi. Foto di Nanette (link a fine articolo).

Di prima mattina cerco di rendere il favore a Olaf. Lo becco che si sta allacciando le bande mollettiere, tento di affettargli un ginocchio. Mi strattona per difendersi. Il colpo va a segno, ma nel liberarmi incespico e prendo una ginocchiata nella soglia. Per essere un fine-settimana senza botte, me ne sto tornando a casa con un sacco di lividi.

Mi ricompongo per l’arrivo del pubblico. La gente è numerosa, in due giorni abbiamo più di quattromila visitatori. In questi frangenti, uno deve sempre prepararsi a rispondere a domande bizzarre, da “ma esisteva l’acciaio nel medioevo?” a “ma le vostre armi sono autentiche?”.

A questo giro mi capita solo l’evergreen “ma le vostre armi sono affilate?”.

Sì, sono affilate perché ci piace mandare all’ospedale metà dei membri e in galera l’altra metà. E’ un po’ il nostro stile.

Un marmocchio indica il cane di uno dei nostri.

-Nel medioevo non esistevano i cani.

Fissa davanti alla rastrelliera, mostro elmi e armi, faccio soppesare armature, spiego che no, i vichinghi non andavano in giro con asci bipenni e mutande pelose. Intanto noto l’assenza di  magliette o felpe di Vikings, e ciò mi ridà fede nell’umanità. Forse un giorno guariremo da questo morbo infame chiamato History Channel…

A destra, la mia armatura partecipa alla zuffa mentre io me ne sto in panciolle dietro una rastrelliera. Foto di Nanette (link a fine articolo).

Sto mostrando come usare uno scudo a una coppia con figli quando strilli e casino scoppiano tra le tende dei Klanen. Gente in arme che corre, gente disarmata che scappa. I visitatori intorno a me sono perplessi.

-Cosa capita?

-Oh è un raid per raccattare schiavi.- Accenno alle macerie fumanti. –Li venderanno tra un po’, vi consiglio di investire in un irlandese.

Nella confusione, noto un centro d’azione più frenetica. E’ Dall, uno dei nuovi arrivati, tosto e ticcio come un bue da traino. Avanza nel chiasso a torso nudo mulinando sberle come una quintana a reazione, fa volare elmi, spedisce in terra chiunque si avvicini. Gli saltano addosso in tre. Se li scuote di dosso come fossero mosconi, i tizi in armatura finiscono col culo in terra. Era dai tempi di Bud Spencer e Terence Hill che non vedevo legnate così divertenti.

Ci vogliono cinque uomini per legargli le mani. Lo perdo di vista mentre tre armigeri lo trascinano al mercato di peso. Un po’ mi dispiace per i tizi in armi. La storia degli schiavi doveva essere una scenetta tutta riposo per il pubblico. Staranno sudando a morte sotto gli elmi.

Me ne torno alle mie chiacchiere, mentre da lontano mi arriva l’eco del mercato.

-I vichinghi erano gli antenati dei pirati.- Mi dice un tizio del pubblico.

-Oibò.- Sorrido. -Non lo dica a chi fa rievocazione fenicia, potrebbe risentirsi.

-Ah, ma i vichinghi avevano più onore e umanità dei Fenici.

Come no. E nel medioevo non esistevano i cani.

Nel medioevo non esistevano le foto di gruppo!

In definitiva, è stato un buon campo. Piacevole, senza incidenti, senza troppe gomitate nelle costole.  Jumiège è un posto davvero splendido e abbiamo dato fuoco a una montagna di legna! Dar fuoco a qualcosa grande come un edificio val sempre la pena!

MUSICA!


Mille ringraziamenti a Nanette, la fotografa dei Klanen. QUI la sua pagina, check it out!

Legnate a Ligny, 16 giugno 1815

E’ passato parecchio tempo dall’ultima volta che ho postato qualcosa. Un sacco di cose sono capitate. Tra le tante, mi sono laureata  e ora sto navigando in un mare di guai peggio di prima. Perché? Perché le grane arrivano sempre in grappoli.

Ciò detto, c’era un post che ci tenevo tantissimo a scrivere e che metto insieme ora. In ritardo. Pazienza.

Non so se ve ne siete accorti, ma è il 2015!

Il che vuol dire, il BICENTENARIO DI WATERLOO!

E nonostante tesi, esami e psicodrammi, sono riuscita a fare un salto in Belgio, perché il giorno che mi lascio sfuggire un evento simile è il giorno in cui ho perso la voglia di vivere e qualcuno dovrà avere la cortesia di spararmi in testa.

Tutta la faccenda ha grondato epicità da MESI prima. Quando i belgi hanno deciso di coniare un 2 euro commemorativo e i francesi si sono messi nel mezzo per nazionalismo stantio (uno pensa che dopo 2 secoli abbiano metabolizzato il lutto, ma no, never forget never forgive!). Quando i belgi hanno deciso per ripicca di fare una moneta da 2,5 euro lo stesso e l’hanno venduta come il pane. Il fatto che 200.000 persone sono andate a vedere la grande rievocazione il fatto che 6.000 uomini erano sul campo.

I discendenti di (da sinistra) Wellington, Napoleone e Blücher si stringono la mano sul campo di Waterloo

Insomma, una commemorazione col botto con tanto di rievocazione generale della battaglia. Che non ho potuto apprezzare in pieno perché avevo il biglietto VPP (Very Poor Person) e ci avevano schiaffati dietro una collina. I bivacchi però erano bellissimi, e quel poco che ho visto delle manovre era eseguito alla perfezione. Il che non è una sorpresa. Le truppe napoleoniche sono tra la gente più competente, entusiasta e preparata che abbia mai incontrato.

I due accampamenti, quello alleato e quello francese, erano impeccabili. Durante tutto il giorno prima dello spettacolo, a turno, i vari gruppi hanno manovrato e preparato la battaglia. Ho ancora nelle orecchie i berci di un sergente inglese, “What are you doing, you filthy maggots?! You’re the disgrace of the Empire!”

In questi posti si incontra un sacco di gente magnifica (anche dei pratesi, ma hey, nessuno è perfetto). Dal cerusico che spiega simpatiche tecniche di amputazione, al sosia del Principe Charles che spara con un’arma d’epoca.

Pezzo d’epoca. Mille grazie al signor Browning, padrone dell’arma.

La battaglia di Waterloo è stata la battaglia più importante del secolo e di certo una delle più importanti della Storia occidentale. E’ stata lunga, ed è stata feroce. Tutti la conoscono e sulla rete si trovano un sacco di ottimi articoli a riguardo. Scrivere qualcosa su Waterloo era divertente, ma non molto utile, data la mole di informazione già presente, anche in italiano. E poi sarebbe mainstream.

Oggi parleremo di Ligny, la prima grande battaglia dei Cento Giorni.

Il contesto è noto. Il 26 febbraio 1815, scappato dall’Elba, Napoleone aveva fatto un ritorno trionfale in Francia, dove l’esercito lo aveva acclamato e rimesso a capo del Paese mollando senza remore il novello Luigi XVIII. Avendo i militari dalla sua parte e molti simpatizzanti in Belgio, Napoleone sperava di galvanizzare i suoi sostenitori con una vittoria eclatante. Non solo: una vittoria rapida e significativa avrebbe anche minato l’unità dei nemici. La Settima Coalizione, l’alleanza di praticamente tutti gli stati europei salvo Napoli, era giovane e poco coordinata. Il progetto di Napoleone non era impossibile, anche se uno si chiede quale futuro potesse avere sul lungo periodo (si incoraggiano romanzi ucronici sul soggetto).

Verso la fine di maggio 1815, la squadra napoleonica contava ufficialmente 284.000 uomini supportati da un esercito ausiliario di 222.000. In realtà, secondo Füller, molti di costoro erano poco più che firme su un registro. Tolte altre armate secondarie (Reno, Loira, Alpi e Pirenei), l’Armata del Nord, sotto il controllo diretto di Napoleone, contava circa 124.000 soldati.

La squadra napoleonica:

Cinque corpi di fanteria (quasi 90.000 uomini):

  • Primo Corpo d’Armata, sotto d’Erlon;
  • Secondo Corpo d’Armata, sotto Reille;
  • Terzo Corpo d’Armata, sotto Vandamme;
  • Quarto Corpo d’Armata, sotto Gérard;
  • Sesto Corpo d’Armata, sotto Lobau.

La Guardia Imperiali:

  • La Vecchia Guardia (o grenadiers), sotto Friant;
  • La Media Guardia (chasseurs), sotto Morand;
  • La Giovane Guardia (voltigeurs), sotto Duhesme.

Insieme alla Cavalleria della Guardia di Guyot e Lefebvre-Desnouettes, i tizi montati contavano 20.884 effettivi tra ufficiali e cavalieri.

C’era una Cavalleria di Riserva, sotto Grouchy, che contava 14.784 effettivi ripartiti in 4 divisioni sotto il comando di Pajol, Exelmans, Kellermann e Milhaud.

Aggiungete 11.578 artiglieri con 344 pezzi.

La squadra della Settima Coalizione contava 5 eserciti:

  • L’esercito Anglo-olandese sotto Wellington (93.000 uomini), in Belgio;
  • L’esercito Prussiano sotto Blücher, o Bliuscér, come dicono i mangiarane (117.000 uomini) pure in Belgio;
  • L’esercito Austriaco sotto Schwarzenberg (210.000 uomini), sul Reno superiore;
  • L’esercito Russo sotto Barclay de Tolly (150.000 uomini), nel Reno medio;
  • L’esercito Austro-italiano sotto Frimont (75.000 uomini), nel nord-Italia.

Wellington, Blücher e Schwarzenberg dovevano convergere su Parigi e schiacciare Napoleone col numero, mentre Barclay sarebbe accorso nel caso uno dei tre dovesse prendere una musata. Firmont doveva invece marciare su Lione. La frontiera francese doveva essere attraversata dei 5 eserciti tra il 27 di Giugno e il primo di Luglio.

La squadra prussiana:

  • Primo Corpo d’Armata sotto von Zieten, stazionato a Charleroi;
  • Secondo Corpo d’Armata sotto von Pirch, stazionato a Namur;
  • Terzo Corpo d’Armata sotto von Thielemann, stazionali a Huy;
  • Quarto Corpo d’Armata sotto von Bülow, stazionati a Liège.

La zona delle operazioni

Il Korp prussiano era strutturato con 4 brigate di fanteria, appoggiate dalla cavalleria e l’artiglierai di riserva, il che ne faceva corpi dotati di una notevole indipendenza.

Gebhard Leberecht von Blücher

In tutto, secondo Füller, Blücher disponeva di 99.715 fanti, 11.879 cavalieri, 9.360 artiglieri e 312 pezzi d’artiglieria.

Il grosso delle truppe prussiane erano composte da Landwehr, miliziani mal equipaggiati, spesso arruolati da provincie di recente acquisizione, parte delle quali erano state provincie francesi, il che creava notevoli tensioni.

Peraltro, Bliuscér e i suoi avevano un sacco di problemi di logistica (rifornimenti di cibo, munizioni, etc.) che Wellington non aveva. Il Duca di Ferro aveva oro con cui procurarsi il necessario, i prussiani dipendevano principalmente da requisizioni locali. Una delle regioni per cui Blücher aveva un pepe nel deretano sull’inizio delle ostilità era esattamente questa: avrebbero preso al nemico quello che non potevano prendere alle Low Countries.
Napoleone era cosciente di tutto ciò. Il primo di giugno decise di prendere l’iniziativa e incastrarsi tra Wellington e Blücher. Se fosse riuscito a ottenere una vittoria significativa, avrebbe potuto assorbire i belgi pro-Francia e poi, raggiunta l’Armata del Reno in Alsazia, avrebbe potuto saltare addosso agli Austriaci e ai Russi.

Arthur Wellesley duca di Wellington… OR IS HE?

Nell’immediato, l’obbiettivo di Napoleone era Bruxelles, con Quatre-Bras e Sombreffe come punti chiave dell’avanzata. Il 14 di giugno, insieme a Ney, si accampò in Beaumont. Salvo il Quarto Corpo d’Armata, la concentrazione francese era pressoché perfetta.

Per quanto decine di migliaia di uomini in movimento possano essere qualcosa di vistoso, gli alleati non si accorsero di nulla fino all’ultimo. Difatti fu solo alla sera del 14 che la gente di Blücher a Sambre notò tutti i bivacchi e dette l’allarme. Verso mezzanotte i prussiani si misero in movimento.
A Bruxelles, Wellington era convinto per contro che Napoleone avrebbe attaccato Mons, e pianificava di concentrare i suoi a Nivelles per potersi tenere in contatto coi prussiani via la strada di Quatre-Bras per Namur. Blücher per contro aveva ispezionato la zona di Fleurus, Ligny e St. Amand e trovato che il posto si prestava a un eventuale incornata coi francesi. Aveva quindi deciso di spostare la sua base a Sombreffe.

Napoleone Bonaparte

Frattanto, in piena notte, Zieten si rese conto che un attacco su Charleroi era imminente. Alle 4h30 di mattina mandò una lettera a Blücher per informarlo che si sarebbe ritirato via Fleurus, e una a Wellington per avvertirlo della situazione.

La mattina del 15 i francesi occuparono Charleroi. Napoleone diede a Ney il comando del Primo e Secondo Corpo, più la cavalleria di Lefebvre-Desnouettes: gli ordinò di ricacciare il nemico dalla strada tra Bruxelles e Cherleroi e occupare Quatre-Bras. Il Terzo e Quarto Corpo, come anche la divisione di cavalleria di Pajol ed Exelman, furono affidati a Grouchy, che fu spedito contro Sombreffe. Per Napoleone era vitale impedire a Wellington di correre in soccorso di Blücher.

L’inizio delle danze

Intanto, Zieten occupò un crinale presso Ligny, piazzò l’ala destra a Wangelée, il centro a St. Amand e l’ala sinistra a Ligny. I due villaggi vicini di St. Amand le Hameau e St. Amand la Haie furono occupati. Nel pomeriggio Zieten, fu raggiunto dal Secondo Corpo d’Armata sotto Pirch, che si piazzò subito dietro gli uomini di Zieten, poi dal Terzo, sotto Thielemann, che si piazzò sulla sinistra, tra tra Sombreffe e Mazy. Avrebbero dovuto essere raggiunti anche dal Quarto du Bülow, che però era in ritardo.

Napoleone dal canto suo era sicuro che, dopo le prime schermaglie, gli alleati si sarebbero ritirati per consolidare le loro fila, e dette per scontato che Wellington fosse a Bruxelles. Decise di avanzare contro di lui e affrontarlo o ributtarlo verso Anversa (ovvero lontano da Blücher che, secondo le sue informazioni, era basato a Liège). Prima però doveva scalzare Zieten per poter bloccare la via Namur-Wavre-Bruxelles.

Alle 6 di mattina del 16, Napoleone dettò 2 lettere.

Caro Grouchy, se trovi dei Prussiani a Sombreffe e Gembloux, attaccali. Dopo l’ovvia vittoria, occupa Gembloux, passa le tue riserve a Ney e preparati a fare i conti con Wellington.”

Grouchy doveva prendere con sé il III e IV Corpo di fanteria, più la Cavalleria di riserva sotto gli ordini di Milhaud, Pajol e Exelmans. Napoleone lo avrebbe seguito con la Guardia e avrebbe stabilito la sua nuova base a Fleurus.

Caro Ney, non appena Grouchy ti passerà le riserve, ce ne andremo tutti Bruxelles. Nel frattempo piazza una divisione a nord di Quatre-Bras, sei in Quatre-Bras, e mandane una a Marbais per agganciarti all’ala sinistra di Grouchy. La cavalleria di Lefebvre-Desounettes sarà rimpiazzata da quella di Kellermann.
P.S. Siccome so che sei zuccone, te lo sottolineo: voglio dividere il mio esercito in due ali e una riserva. La riserva sarà costituita dalla Guardia, sotto il mio comando, per appoggiare le ali in caso di bisogno.”

Ney aveva con sé il I e II Corpo, più due divisioni di cavalleria. Quanto alla cavalleria leggera della Guardia, che aveva operato nell’ala sinistra sotto Ney, doveva tornare con Napoleone nella Riserva.

Gli ordini erano impartiti, Napoleone era pronto ad attaccare!

Pour l’Empire!

Da sottolineare che Napoleone stimava i prussiani a circa 40.000 uomini, ovvero in disarmante svantaggio numerico rispetto ai francesi. Ora, erano molti più di quanto i mangiarane si aspettassero.

Blücher aveva intanto avuto notizia che gli inglesi e soci si sarebbero riuniti a Nivelles e avrebbero inviato truppe a tenere Quatre-Bras. Pirch e il suo II Korps erano arrivati in buon ordine tra Mazy e Onoz. Il III Corpo di Thielemann raggiunse Namur con discreto ritardo. Blücher ordinò a Pirch di marciare su Sombreffe e a Thielemann di spostarsi a Point du jour, un incrocio a nord del villaggio di Tongrinne.

Wellington e i suoi arrivarono a Quatre-Bras verso le 10 di mattina. Verso le 13 Blücher li incontrò sulle colline di Brye, dove tutto lo staff si lanciò in un’animata discussione strategica in francese. Discussione a cui Blücher non partecipò perché disprezzava il francese (no, davvero). Nonostante il Blücher disapprovante appollaiato in un angolo, Gneisnau, il capo dello staff prussiano, propose che gli Alleati marciassero sulla strada di Namur per affrontare l’ala sinistra francese. Wellington accettò l’idea, sempre che le condizioni fossero favorevoli (anche se sappiamo che il miglior modo di vincere una guerra è shout, shout and shout again! cit.)

Intanto Napoleone era arrivato a Fleurus verso mezzogiorno. Era il momento di preparare un attacco su Sombreffe. Vandamme e Gérard dovevano operare nell’ala destra di Grouchy. La Guardia Imperiale doveva muoversi a Fleurus, salvo la cavalleria leggera, che era ancora con Ney a Frasnes. Quanto a Lobau, a capo del VI Corpo, gli fu ordinato di piazzarsi a metà strada tra Fleurus e Cherleroi per mantenere il controllo di quest’ultima. Era una faccenda importante: a Charleroi c’erano gli ospedali. E Napoleone prevedeva di far tanta carne di salsiccia, quel pomeriggio.

Alle 11 di mattina, Vandamme faceva faccia a St. Amand, ovvero il versante occidentale della cresta presa da Zieten, e Gérard era… da qualche parte indietro, in ritardo per via dei pasticci dello staff. 

Dopo aver incastrato Thielemann con la cavalleria di Pajol e Exelmans, Napoleone contava di far fuori il centro e la sinistra, ovvero Zieten e Pirch. Per far questo, intendeva attaccare per costringere Blücher a usare le riserve, mentre da Quatre-Bras Ney poteva arrivare contro l’ala destra e con la Guardia tagliare attraverso il centro. Questo avrebbe costretto i prussiani a ritirarsi su Liège: lontani da Wellington.

Il campo di battaglia verso le 14h30

Alle 14h30 la cavalleria di Grouchy attaccò Thielemann, Vandammese la prese con St. Amand, mentre Gérard attaccava Ligny. I tre si ritrovarono davanti a una resistenza ferocissima.

I francesi cominciarono il loro attacco anche su Quatre-Bras. Schiacciati dal numero, gli alleati furono spianati. Il Principe d’Orange, in controllo a Quatre-Bras, fu quasi catturato, e la situazione fu salvata in extremis dall’arrivo di Wellington, verso le 15h.

A St. Amand l’assalto fu brutale come poteva esserlo un assalto dell’epoca. Prime file decimate dall’artiglieria nemica, mentre quelli dietro avanzano spalla a spalla scavalcando i caduti, sordi dai botti e ciechi dal fumo. Un moschetto non è un’arma facile. Carica un po’ troppo lo scodellino e hai regalato al tuo vicino di fila una bella depilazione facciale con possibile tatuaggio da polvere nera. E dopo l’avanzata, la carica alla baionetta, secondo l’antico concetto del tritacarne: prima o poi seppellirai il nemico sotto i tuoi cadaveri (tattica che mantenne un certo favore per lunghi, lunghi anni a venire).

  

Le tre fasi di sparo: Ready, aim, YOUR WIFE IS A BIG HIPPO! (A chi coglie la citazione, un casto bacio accademico)

St. Amand era un nido di prussiani, sparavano da tutte le parti. Porte, finestre, strade. Entrare nel villaggio dev’essere stato come cacciare la faccia in un nido di calabroni. Spinti dal numero, i francesi riuscirono a procedere tra le case, solo per finire sotto una pioggia di cannonate dalle batterie piazzate sui crinali. Palle di cannone piovevano come coriandoli a carnevale, le case presero fuoco. Finalmente i francesi, pesti ma non sconfitti, arrivarono al ruscello che scorreva a nord del villaggio, dov’erano schermati in qualche modo dal doppio filare di salici.

Allo stesso tempo il barone Girard avanzava coi suoi su St. Amand le Hameau e St. Amand la Haie. In buon ordine, i francesi marciarono attraverso i campi di segale e si fecero puntualmente crivellare dall’artiglieria prussiana. Davanti al macello, Girard decise di modificare la tattica, invece di “avanza lentamente sul nemico”, optò per “avanza velocemente sul nemico”. Funzionò, sempre secondo la logica del tritacarne: schiacciati sotto il macinato francese, i prussiani dovettero ritirarsi.

St. Amand le Hameau non era occupato e i francesi lo attraversarono in un attimo, solo per rompersi le corna su St. Amand la Haie che, quello, era tenuto dai prussiani. Questi misero su una resistenza agguerrita, ma dovettero ripiegare schiacciati dal numero.

Preparazione delle cartucce al bicentenario

Gérard e il IV Corpo se la stavano prendendo con Ligny. I francesi arrivarono presto nel raggio delle batterie prussiane, installate a sud-ovest del villaggio. Sotto la grandine di piombo, i francesi avanzavano senza rompere la formazione. Una vera macina da eroi. Nonostante le perdite, arrivarono fino al fiume che divide in due Ligny. Spinti sull’altra sponda, i prussiani ripresero piede, e farcirono le truppe francesi di tante pallottole che perfino i napoleonici dovettero convenire “sacrebleu, ce ne stanno ammazzando troppi” e prendere riparo dietro gli edifici per poi essere ributtati fuori dal villaggio.

I francesi si riorganizzarono.

E’ andata malissimo.”

Vero, ma ci dev’essere un modo di stanare i mangiacrauti!”

Ho un’idea! Rifacciamo esattamente come    prima!”

Geniale, dai, vive l’Empereur!”

Incredibile ma vero, anche il secondo attacco si concluse con uno smacco colossale. Ma faceva tutto parte della strategia: per diminuire la quantità di munizioni del tuo nemico, fai in modo che questi ne incastri il più possibile nel corpo dei tuoi soldati.

Col fuoco prussiano diminuito, 100 volontari francesi, coperti dalla loro artiglieria, s’infilarono di nuovo nell’inferno di Ligny e riuscirono a sbucare nella piazza della chiesa, il nocciolo duro della resistenza prussiana. Ne seguì una mischia infernale con baionettate nelle costole, fucilate a bruciapelo, moschetti mulinati come mazzapicchi, calci, pugni e morsi. Nel fumo e nell’afa, i due schieramenti si finirono a coltellate in faccia finché i prussiani non si ritirarono. La piazza della chiesa era presa.

So già che quest’articolo sarà uno dei più visualizzati!

Mancava il castellotto nella parte sud-ovest del villaggio. Quello era una faccenda antipatica. Era una fortezza, con tanto di fossato e ponte. I francesi provarono a entrare dalla porta, un’idea così stupida che nessuno sarà sorpreso dal sapere che si rivelò efficace come bloccare il trinciatutto ficcando un braccio tra le lame. Davanti a quest’incredibile smacco, i francesi si risolsero a bombardare tutto (che è molto meno cavalleresco, parbleu!). Il castello divenne di botto un posto molto sgradevole dove stare.

Intanto Napoleone aveva assistito alla macelleria di St. Amand e dintorni e si era reso conto che, oibò, forse i prussiani sono un po’ più numerosi e più tosti di quanto avessi pensato.

15h15, Napoleone ordinò a Ney di avanzare su Brye e St. Amand aggirare la destra di Zieten e prendere l’ala destra prussiana da dietro. Alle 15h45, impaziente di eseguire la manovra, mandò un messaggio a d’Erlon, che doveva raggiungere Ney a Frasnes e Quatre-Bras con il I Corpo. L’ordine era di precipitarsi invece sulle alture di St. Amand con 4 divisioni di fanteria, la cavalleria e l’artiglieria.

Intanto, in Ligny i francesi erano riusciti a prendere e tenere la parte del villaggio che stava sulla riva destra del fiume. I prussiani però tenevano i ponti grazie ai rinforzi inviati da Zieten. Non solo: riuscirono a scacciare i francesi d’intorno al castello, ormai in fiamme. A questo giro però i ruoli erano rovesciati, e i prussiani dovettero avanzare per le stradine difese dalle truppe napoleoniche. Gli uomini di Zieten riuscirono a riprendersi la piazza della chiesa, ma a un prezzo umano notevole.

Preparativi

I francesi si riorganizzarono e contrattaccarono. Altra montagna di morti. Riuscirono a riprendere la piazza e misero quasi le mani sugli emblemi prussiani. Quasi. I prussiani si ritirarono di nuovo. Questo andirivieni continuò per ore, mentre gli incendi si diffondevano attraverso il villaggio.

Intanto a St.Amand i prussiani erano riusciti a riprendere il borgo, solo per farsi ributtare indietro da Vandamme e i suoi. I prussiani mandarono un rapido messaggio a Zieten, “bada che con questo giochino ci siamo finiti anche l’ultima riserva, manda qualcuno o siamo del gatto”.

Intanto i cannoni di Vandamme avevano finalmente trovato la giusta angolazione e stavano rendendo la pariglia ai prussiani arroccati sulle alture di Brye. La situazione si faceva pericolosa: perdere St. Amand voleva dire mettere in pericolo le vie di comunicazione con Wellington, e non era un’opzione. Blücher spedì in fretta e furia una brigata del I Corpo in sostegno.

Con questo nuovo aiuto, i prussiani si ripresero St. Amand la Haie, ma non avevano fatto i conti coi francesi, che si erano asserragliati in una fattoria cinta da muri e piazzata in una posizione tale che non lasciava ai nemici le spazio per schierarsi a dovere. Da dietro le mura, i mangiarane si diedero al tiro al prussiano. Al secondo assalto i nemici riuscirono a scompigliare le difese francesi. Girard arrivò a spron battuto per riorganizzare i suoi uomini e dar loro animo, ma fu crivellato di colpi con tutto il cavallo.

Vista la situazione, i prussiani decisero di fare il giro. Tagliarono attraverso il bosco che si trovava tra St. Amand la Haie e St. Amand, dispersero i francesi che tenevano la posizione e arrivarono dritti alle spalle dei francesi che tenevano St.Amand la Haie. Sentendo puzza di trappola per topi, i mangiarane si ritirarono alla svelta su St. Amand le Hameau.

Napoleone, avendo osservato questo tira e molla del massacro, decise di mandare a chiamare Lobau e dirgli di spostarsi a Fleurus. Lobau era l’ultima riserva: chiamarlo a Fleurus significava rinunciare a un eventuale soccorso di Ney a Quatre-Bras. E ricordiamo che Ney aveva già dovuto rinunciare al I Corpo, diretto a Brye e St. Amand. Il I Corpo era sotto d’Erlon, ed era in drammatico ritardo.

Rievocazione del bicentenario di Ligny (foto di Michel Langrenez)

 

A la Haie, i prussiani erano stufi tanto quanto i francesi. 9 battaglioni più artiglieria avanzarono attraverso Wagnelée per poter attaccare il fianco sinistro francese. Purtroppo per loro il terreno non permise un’avanzata uniforme e un attacco coordinato, il che dette tempo ai francesi di reagire. La carica francese gettò i prussiani nel panico e fu tanto se riuscirono a tenersi Wagnelée. Blücher spedì rinforzi là e a Ligny pescando dal II Corpo.

Verso le 18h, truppe del II Corpo prussiano tenevano Wagnelée. Altre, del III Corpo, erano piazzate tra Wangelée e i due villaggi di St. Amand la Haie e St. Amand le Hameau. La Haie era tenuto dal I Corpo prussiano, mentre i francesi tenevano le Hameau e St. Amand. Quanto a Ligny, i francesi tenevano la parte sulla sponda destra, i prussiani quella sulla sponda sinistra, e si stavano finendo gli uni con gli altri.

Contando che verso le 18h avrebbero sentito i moschetti di d’Erlon sbusacchiare la retroguardia prussiana, Napoleone si preparò a marciare su Ligny con la Guardia. Stavano per muoversi, quando Vandamme arrivò con le sottane in mano: 20.000 o 30.000 nemici erano apparsi due miglia e mezza dietro di loro e stavano avvicinando Fleurus!

Non è che sono Ney o d’Erlon, vero? Con questo fumo e questo casino…”

No no! Abbiamo mandato un ufficiale a vedere! Sono nemici!”

Tempo dopo venne fuori che la “ricognizione” effettuata da Vandamme era stata: mandare avanti un ufficiale, che aveva occhieggiato la gente da lontano ed era tornato con un “ouaip, nemici, dov’è il cognac?”

Napoleone lasciò perdere Ligny e si preparò ad affrontare il nemico, dopo aver spedito la Giovane Guardia in supporto agli uomini di Vandamme. Questi, piazzati a le Hameau, erano nel panico più totale. Per frenare la valanga di diserzioni si smise di cannoneggiare i prussiani per sparare sui fuggiaschi.

I nemici ne approfittarono per attaccare di nuovo St.Amand, che resistette solo grazie allo slancio entusiasta della Giovane Guardia, che ridette un minimo di animo agli uomini di Vandamme.

18h30, un aide-de-camp arrivò da Napoleone. “Sire, la vuole sapere una bellissima? Ha presente i 30.000 assatanati che venivano a farci la pelle? E’ d’Erlon che porta rinforzi!”

Frattanto, supportati dalla Giovane Guardia, i francesi rilanciarono su le Hameau, ributtarono fuori i prussiani e li pressarono su Wagnelée. A la Haie, i mangiacrauti tenevano botta. Blücher pescò dalle ultime riserve per rinforzarli, ma in questo modo indebolì il centro dell’esercito.

Botti e fumo al bicentenario di Ligny (foto di Michel Langrenez)

19h00. In St. Amand i prussiani erano esausti e a corto di munizioni, ma dimostrarono eroica determinazione davanti alla carica francese. A Ligny erano riusciti con grande sforzo a riprendere alcuni edifici sulla riva destra del fiume, ma i francesi, profittando della posizione riparata sul sagrato della chiesa, erano riusciti a montare le loro artiglierie, e ogni tentativo di sloggiarli fu annientato.

Ligny era un forno di fumo denso e piombo. E in tutto ciò, le batteria della Guardia stavano cominciando a infliggere ferite serie agli schieramenti prussiani sulla riva sinistra. I prussiani decisero di ritirarsi a Bois du Loup subito fuori Ligny per ricaricare.

Nuvole nere si addensavano, precipitando il campo di battaglia in un crepuscolo livido. Napoleone si disse che era meglio schiacciare i prussiani prima della pioggia, e mandò la Guardia su Ligny, a dare al nemico il coup de grâce. Prendendo Ligny, Napoleone sperava di tagliare l’ala destra prussiana dal resto dell’esercito.

L’attacco cominciò verso le 20h00. Nonostante la strenua resistenza e il fuoco d’artiglieria, le truppe francesi, composte in buona parte da veterani, avanzarono come un’onda di marea, attraversarono il fiume e sbucarono sui campi oltre il villaggio. Mentre le truppe de IV Corpo occupavano Ligny, le altre marciavano in ordine verso Brye e Sombreffe.

Blücher, che ormai aveva la settantina, arrivò a spron battuto sul campo, si mise alla testa della cavalleria e caricò la Guardia. Nel casino crepuscolare che ne seguì, si prese una fucilata e cadde, incastrandosi sotto il cavallo.

Wups…

Il suo aiutante Nostitz, che non era lontano, saltò giù di sella e corse a raccattarlo mentre i francesi caricavano. La Guardia arrivò addosso ai due. E passò oltre senza riconoscere il generale nemico. Il contrattacco prussiano fu appena sufficiente a ripescare Blücher e Nostitz.

Pensateci un momento.

Se non fosse stato per questo Nostitz, Blücher sarebbe finito morto o prigioniero, e non avrebbe mai potuto aiutare Wellington a Waterloo. Se non fosse stato per Nostitz e per un pugno di Ulani, è molto probabile che quel mangiarane tascabile di Napoleone avrebbe vinto.

Blücher. NEIGH!

Il centro di Blücher era ormai annientato, le due ali separate. Nella notte il Primo e Secondo Corpo si ritirarono in disordine tra Sombreffe e la Via Romana, convergendo verso Tilly. Se ci fossero state un paio d’ore di luce in più, o se d’Erlon avesse avuto il tempo di prenderli alle spalle, sarebbero stati macinati.

Verso le 23h i combattimenti erano cessati. I prussiani decisero di concentrarsi a Wavre. Nella notte, gli ufficiali cercarono con tutti i mezzi di riunire e riordinare il loro esercito.

Ligny fu una bella vittoria. I Prussiani persero 16.000 uomini, più 8 o 10.000 che fuggirono su LIège. I francesi persero tra gli 11 e i 12.000 uomini.

Magari quella notte, mentre bivaccavano a Ligny, i francesi si sono detti che quella era la prima di una nuova serie di vittorie. E magari se Nostitz avesse avuto meno presenza di spirito, sarebbe andata davvero così.

A volte chi ben comincia NON è a metà dell’opera ^_^

MUSICA!

No, sto scherzando.

MUSICA!

(BTW, esiste anche una canzone su Ligny. Non mi garba, ma ve la propongo perché è un soggetto molto poco sfruttato a mia conoscenza, here)

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Bibliografia

J. F. C. Füller, Decisive battles of the Western World, vol.II. Cassel&co., Londra, 2001

J. Franklin, Capmaign 277: Waterloo 1815 (2), Osprey Publishing, Oxford, 2015

Riguardo al bicentenario di Waterloo:

Articolo con video

Foto

Altri video (tedesco)

E altre foto!