La Teoria del Popolo di Cavalieri (kiba minzoku kokka)

Le origini dello Stato giapponese sono fumose e misteriose. Non avendo fonti scritte precise e con pochi dati archeologici su cui fare affidamento, l’argomento è ovviamente oggetto di perenne studio e dibattito.

Il Giappone compare per la prima volta nel Sankokushi, libro compilato dallo storico Chen Shou (233-297). Di solito le fonti di seconda mano sono da trattare con le molle, ma Chen Shou è in generale una persona seria, e il Sankokushi è considerato come all in all molto affidabile.

Nel trentesimo fascicolo, si descrivono 9 popoli orientali:

5 di questi sono popoli della steppa più o meno affini agli Xianbei, tra cui Buyeo e Goguryeo. Queste due popolazioni hanno giocato un ruolo di primo piano nella diffusione del cavallo da guerra in Corea e nello sviluppo delle tattiche di cavalleria.

I 4 gruppi restanti si trovano in quel della Penisola coreana. Costoro sono i Mahan, i Jinhan, i Byeonhan e i Wa.


Distribuzione etnica in Corea nel III° secolo

I Wa godono di particolare attenzione, con una descrizione dettagliata del loro Paese, dei loro costumi, della loro forma di governo, ecc.

Stando a Chen Shou, l’Arcipelago ospita diversi “regni”, di cui Wa è il più grande e importante. I suoi abitanti coltivano e tessono buona seta, hanno una società stratificata e complessa, seppelliscono i loro defunti in bare e in piccoli tumuli, non possiedono bovi o cavalli.

Sempre stando a Chen Shou, i Wa sono reduci da una guerra civile di 70-80 anni (roba alla Messicana!), causata dalla morte del loro re. Da questo decennale bagno di sangue e merda sarebbe emersa Himiko, la regina sacra, che avrebbe pacificato il territorio e guidato il Paese verso una rinascita politica e diplomatica.

Yup, il primo sovrano giapponese di cui si ha traccia storica è una donna. E ciò mi ricorda la crisi isterica di alcuni bloggers che tacciavano Game of Thrones di sessismo perché “iiiiih, cielo, donne al comando”. Chissà, magari taccerebbero di “propaganda nazifemminista” anche il buon Chen Shou (sicuramente un grande sostenitore della parità tra i sessi!).

Ma non divaghiamo: dopo aver ricostruito il suo regno, Himiko riallaccia scambi diplomatici con l’Imperatore Wei, che risponde alle sue lettere con l’invio di doni preziosi (confermati dagli scavi archeologici) e un riconoscimento ufficiale dell’autorità della nostra sul regno di Wa.

Himiko, da un disegno di Angus McBride

Non voglio dilungarmi troppo su Himiko, dacché la signora merita uno spazio tutto suo. Tornando al Sankokushi, com’è ovvio il testo pone tantissimi problemi agli storici: dove si trovava davvero il palazzo di Himiko, il suo territorio? Qual’era la natura del potere di Himiko e cosa questo ci racconta dell’origine dell’autorità regale in Giappone? Come veniva esercitata l’autorità? Come si è passati dal misterioso regno di Himiko a uno stato centralizzato, burocratizzato e moderno (ergo con una cavalleria pesante, assente ai tempi di Himiko secondo Chen Shou)? Qual’è la domanda alla risposta 42? Ecc.

Ognuno di questi quesiti (specie l’ultimo) è intrigante, ma oggi vorrei parlarvi di una teoria nata negli anni ’60 e tutt’ora oggetto di discussione nella ricerca storiografica sulle origini della Corte di Yamato.

Si tratta della “teoria del Popolo di Cavalieri” (kiba minzoku kokka) di Egami Namio: uno sguardo originale sulla nascita dello Stato, legandolo in particolare alla creazione della cavalleria pesante.

Egami Namio (1906-2002). Al di là di tutte le pulci che posso trovare al suo discorso, ho profonda ammirazione per chi, come lui, riesce a pensare al di fuori degli schemi di routine: senza slancio immaginativo il dibattito si affossa

Secondo Egami, l’economia è ciò che determina in primis l’evoluzione di una civiltà, e l’economia è determinata in primis dal contesto ecologico. Egami individua diverse zone climatiche: in quella toccata dal monsone (tra cui il Giappone) si sviluppa presto l’agricoltura, mentre nelle zone aride dell’Asia centrale, caratterizzate da deserti e praterie, si sviluppano pastorizia e nomadismo.

E’ in queste zone aride che evolvono i kiba minzoku, popoli di pastori cavalieri. Secondo Egami, le società agricole non elaborano capacità equestri se non in seguito alla pressione nomade.

Già in questa prima parte della teoria si possono trovare problemi, ma non perdiamoci in dettagli. Secondo il nostro, verso il 1000 a.C. i nomadi avrebbero strizzato le loro testoline desertiche e se ne sarebbero usciti con un’invenzione epocale: il morso in bronzo. Questo avrebbe permesso lo sviluppo della cavalleria, superiore in mobilità ed efficienza al carro da guerra. Con questo nuovo pezzo di equipaggiamento, i nostri sarebbero stati finalmente in grado di competere militarmente con i grassi imperi agricoli e urbani!

Ed è quello che fanno, stando al libro di Egami, costringendo quei culimolli dei sedentari ad adattarsi a loro volta.

Tutto molto bello ed avvincente, ma cosa c’entra con il Giappone?

L’evoluzione della forma dei tumuli: III° secolo a, V° secolo b, VI° secolo c

Il cavallo si diffonde in Giappone durante il Periodo Kofun, altresì conosciuto come il Periodo dei Tumuli, tradizionalmente diviso in tre parti:

Primo periodo: fine III° secolo – fine IV° secolo

Medio periodo: fine IV° secolo – metà V° secolo

Tardo periodo: metà V° secolo – fine VII° secolo

Secondo Egami, sarebbe molto più appropriata una divisione in 2:

Primo periodo: fine III° secolo – fine V° secolo

Tardo periodo: fine V° secolo – fine VII° secolo

Stando a Egami, fino alla fine del V° secolo la struttura delle tombe e i corredi funebri hanno così tanti elementi di continuità con le sepolture anteriori (periodo Yayoi) che possiamo tranquillamente considerarlo come uno stadio tardivo di questa fase della preistoria giapponese.

Questa prima parte sarebbe caratterizzata da tumuli per lo più tondi o da forme primitive del tumulo a buco di serratura, con camere con pavimenti in argilla e sarcofagi a scatola o a forma di nave. Il corredo funebre è di solito relativamente ridotto e costituito soprattutto da oggetti di valore magico e sacro, come specchi, spade rituali o perle. A parte gli specchi cinesi (classico dono diplomatico), Egami considera che si tratta di manufatti tipicamente isolani, privi di forti influenze continentali.

Dalla fine del V° secolo la situazione cambia drasticamente: si diffondo i kofun (tumuli) monumentali a buco di serratura e compare una smaccata influenza continentale nella forma dei sarcofagi, nelle decorazioni murali delle camere funerarie, ma anche nella composizione dei corredi. Appaiono armi e oggetti di uso pratico, punte di freccia, armature, finimenti per cavalli.

Costume e tatuaggi facciali ripresi da una Haniwa, statuetta di terracotta posta nei pressi del tumulo

E’ fuori di dubbio che l’influenza del Continente si faccia di botto sensibile in questo periodo, ma come interpretarla?

Tra il III° e il V° secolo, la Cina era soggetta a gravi rivolgimenti, con la Rivolta dei Turbanti Gialli e la Guerra dei Tre Regni. Secondo Egami, le armi e i finimenti trovati nei kofun giapponesi sarebbero molto simili ad artefatti contemporanei usati in Manciuria e Mongolia dagli stessi “popoli di Cavalieri” che si stavano mangiando il nord della Cina e la Penisola Coreana.

Il nostro afferma che in questo periodo le tombe giapponesi mostrano una frattura storica, un passaggio da una cultura stanziale, pacifica e spirituale, a una nomade, bellicosa e pragmatica.

Che gli stanziali siano per natura più pacifici dei nomadi è una nozione molto spassosa, e su questo non ci piove. Tuttavia è è vero che la cultura centrasiatica conosce una diffusione epocale a partire dal III° secolo. I regni di Buyeo e Goguryeo sono nati da federazioni di nomadi, ed entrambi sono citati come pionieri nello sviluppo di una cavalleria pesante moderna ed efficace.

Tornando al regno di Wa, Egami sostiene che l’apparizione di armi e finimenti nelle tombe è troppo repentina e radicale per poterla giustificare con il semplice commercio. No, signore e signori! Egami è chiaro: nel V° secolo il Giappone è stato invaso da popoli altaici di cavalieri, che hanno spianato tipo schiacciasassi la sonnacchiosa cultura agricola dei Wa e hanno creato un nuovo regno, un regno centralizzato, gerarchico e feroce, tenuto insieme dalla frusta, dalla staffa e dal crudele morso dell’acciaio!

L’implicazione è colossale per la storiografia giapponese: la linea imperiale altro non sarebbe che lo stralcio esule e immigrato di selvaggi capibanda del deserto, probabilmente gente arrivata dai giovani regni di Goguryeo o Buyeo. Nei tumuli monumentali non si troverebbero quindi le spoglie dei discendenti della Dea Solare, ma le carcasse di predoni mongoli e delle capre loro consorti!

Come si può immaginare, quando Egami pubblicò questa nuova teoria, le mutande dell’accademia nipponica andarono a fuoco. Ma al di là del puro piacere di vedere il nazionalismo preso a pesciate nel viso, quanto possiamo accettare l’idea di Egami? E’ vero che l’invasione è l’anello mancante tra Yayoi e Kofun?

Egami basa la sua teoria sui ritrovamenti archeologici, ma anche sulle fonti mitiche. Testi come il Kojiki e il Nihon shoki raccontano la “teogonia” dell’Impero giapponese, ed Egami li integra nel proprio discorso, cercando di far combaciare le timelines.

Nell’edizione del ’67, il nostro spiega che i kiba sarebbero arrivati prima in Kyūshū, poi in Honshū, e si sarebbero stabiliti nel Kinai verso la fine del IV° secolo. La proliferazione delle tombe del secondo periodo (quelle con armi, finimenti, ecc.) è databile al tardo V° secolo.

Come accennato prima, ho mille problemi con il ragionamento di Egami, ma la falla più grande è il fatto che la cronologia non torna. Tra l’arrivo ipotetico di questi cavalieri e la diffusione delle tombe c’è un buco di un secolo. Perché?

Erano tutti longevi e nessuno moriva?

Per un secolo sono morti tutti in bizzarri incidenti di kayak d’alto mare?

Puzzavano tanto da vivi che per un secolo nessuno si è accorto dei decessi?

Annose questioni.

Ledyard ha cercato di proporre una nuova elaborazione della teoria, nel tentativo di appianare le contraddizioni. Secondo il nostro, verso la metà del IV° secolo i Buyeo avrebbero spinto verso il centro della Penisola sull’onda del caos politico e militare in atto nel nord della Cina. Qui costoro avrebbero fondato il regno di Baekje e avrebbero allacciato stretti rapporti con i Wa (presenti nell’Arcipelago ma anche nella regione meridionale della Penisola).Gli strettissimi rapporti diplomatici tra Baekje e Wa sono in effetti confermati dagli annali coreani e dall’archeologia giapponese.

La Spada dei Sette Rami! Trashosa trovata fèntasi? No, prezioso dono diplomatico dal re di Baekje al sovrano di Wa. Stando al Nihon shoki, il sovrano di Wa sarebbe di nuovo una donna, l’Imperatrice Jingū (aaaah, sessismo, iiih, i giapponesi dell’VIII° secolo erano femminazi!)

Ledyard si spinge ancora più avanti, proponendo un’interpretazione molto originale delle fonti scritte giapponesi. Nel Nihon shoki si parla in effetti di una campagna militare di Jingū contro la Corea (datata tradizionalmente al 369). Secondo Ledyard, questo passaggio potrebbe essere letto come la memoria deformata dell’invasione di Mahan dalla parte di Buyeo e la creazione del regno di Baekje.

In altre parole, la casa Imperiale giapponese avrebbe in effetti remote origini nomadi, e quelli giunti in Honshū altri non sarebbero che uno stralcio della monarchia di Baekje.

La campagna di Jingū verso l’Est sarebbe difatti da interpretarsi come una successiva spinta della gente di Buyeo verso l’isola di Kyūshū e Honshū e la successiva creazione della corte di Yamato.

L’idea di Ledyard è senza dubbio molto intrigante, ma si basa sulla teoria di Egami senza rimetterne in causa le basi archeologiche. E la discrepanza archeologica è proprio il chiodo nella bara della Teoria dei Cavalieri.

Edwards ha analizzato i corredi funebri di 137 tombe per mettere alla prova le tesi di Egami. Il buco di quasi un secolo tra l’arrivo di questi cavalieri e la diffusione delle loro tombe resta inspiegato. Peraltro, Egami si concentra sulle novità in contrasto con le sepolture precedenti, ma non considera i numerosi elementi di continuità, che pure esistono, tra il tardo Kofun e la fase precedente. Secondo Edwars, il pattern suggerisce più un’appropriazione culturale che non un’invasione brutale.

Se vogliamo riassumere la diffusione di equipaggiamenti equestri nei tumuli: prima del 425 solo l’1% delle tombe aveva finimenti nei corredi e la maggioranza di queste si trovano nel Kinai. Nel VI° secolo il 10% delle tombe ha elementi equestri, e i 2/3 di queste si trovano a est del Lago Biwa.

Concentrazione di siti funerari aventi elementi equestri nell’arco dei secoli

Se è vero che la teoria di Egami non tiene, è anche vero che la cultura equestre viene importata in Giappone, che si diffonde molto alla svelta e che in tempi molto ridotti il centro di produzione si sposta geograficamente verso est. Questo sviluppo dell’allevamento è peraltro strettamente legato allo sviluppo di uno Stato moderno e centralizzato.

Non solo: quando andiamo a studiare nel dettaglio i finimenti delle tombe, appare palese che l’origine della cultura equestre giapponese non è cinese ma coreana (con particolare apporto da parte del regno di Baekje, ma anche Goguryeo, Silla e la confederazione di Gaya).

I regni coreani hanno quindi giocato un ruolo fondamentale nella genesi dell’Impero Giapponese, ma quale?

La Penisola nel VI° secolo

Abbiamo già accennato al caos politico e militare che falcidiava la regione tra III° e IV° secolo. Antichi imperi crollano, nuovi regni nascono, e tra questi c’è Goguryeo, nel nord della Penisola. Il regno entra in una nuova eccitante fase nell’anno 300, quando re Micheon sale al trono (governerà per 31 anni) e lancia una radicale modernizzazione dello Stato, con a corollario una simpaticissima politica espansionista. La prima a pagare per il genio politico di Micheon è Lelang, ma non è la sola. Le altre polities coreane si affannano per resistere alla stella nascente di Goguryeo e alla sua terrificante cavalleria.

Questo provoca un vero e proprio esodo di migliaia di coreani verso le isole giapponesi, in particolare a partire della metà del IV° secolo. Si tratta di gente di ogni estrazione, tra cui molti tecnici, studiosi, aristocratici, allevatori, fabbri, artigiani, ecc.

Il regno di Wa aveva molti scambi e interessi sulla Penisola. Il Nihon shoki dice addirittura che l’Imperatrice Jingū condusse diversi interventi militari sul territorio, costringendo i governanti locali a riconoscere l’ascendenza politica di Wa. Pare eccessivo affermare che i Wa governassero territori sulla Penisola, ma le fonti coreane e cinesi confermano che il regno dell’Arcipelago era in effetti ritenuto un alleato di riguardo. In ogni caso, l’investimento politico, economico e militare dei Wa sulla Penisola è accertato.


Jingū durante la campagna militare in Corea (Tsukioka Yoshitoshi)

Durante il V° secolo il regno di Wa intervenne militarmente nella Penisola in favore di Baekje e Silla contro il regno di Goguryeo. I Wa non avevano cavalleria, e finirono per subire una sconfitta assolutamente devastante sulle rive del fiume Yalu agli inizi del V° secolo.

I Wa si trovano quindi sloggiati dal Continente. E questo è un problema, perché i nostri dipendono da esso per un sacco di importazioni, non ultime ferro, cavalli e oggetti in metallo. I nostri devono diventare indipendenti. Di più, devono modernizzare il proprio esercito, dotarlo di quella che è all’epoca l’avanguardia della tecnologia militare: il cavaliere pesante.

Il flusso migratorio di rifugiati coreani continua durante il V° e VI° secolo. Secondo Farris si arriva a picchi di 3000 persone l’anno, che per i tempi era assolutamente eccezionale. 1/3 della nobiltà della Corte di Yamato aveva origini coreane.

Invece di prendere a calci un cavallo morto e perseverare in campagne militari senza speranza, i Wa decidono di sfruttare la situazione a loro vantaggio: lungi dal cercare di porre un limite al flusso di immigrati, i nostri lo sfruttano, lo integrano nella politica generale della Corte.

La diffusione della cultura equestre in Giappone, fondamentale nella formazione di uno Stato centralizzato e di un esercito moderno, non è frutto di un’invasione, né il mero apporto dell’immigrazione. E’ un connubio tra un flusso migratorio ragguardevole e una politica deliberata della Corte di Wa.

I nuovi arrivati vengono inquadrati, installati sul territorio, viene data loro una funzione nella macchina statale e una missione. Le tecniche vengono sviluppate, incentivate, raffinate.

Farris sottolinea: « Equestrian skills, the birthright of every samurai, originated with the hated and feared Koreans. » (Heavenly warriors)

Verissimo. Niente immigrazione coreana, niente samurai. Allo stesso tempo queste mirabolanti skills attecchirono e si svilupparono grazie alla lungimiranza, la creatività e la pianificazione della classe dirigente del Kinai.

MUSICA!


Bibliografia

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BARNES Gina L., The rise of civilization in East Asia: the archaeology of China, Korea and Japan, Thames and Hudson, Londra, 1999

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Sculptures Japonaises, Bijutsu shuppan-sha, Friburgo

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FARRIS William Wayne, Sacred Texts and Buried Treasures, University of Hawai’i Press, Honolulu, 1998

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YOKOYAMA Sadahira, Kiba no rekishi, Toukyo, Koudansha, 1971

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18 thoughts on “La Teoria del Popolo di Cavalieri (kiba minzoku kokka)

  1. Tutto questo femminazismo giapponese è insopportabile! XD
    Scherzi a parte, non vedo l’ora di saperne di più su Himiko – se non erro, le venivano attribuite anche doti divinatorie, dunque doveva avere un gran cervello e/o in carisma notevole!

    Bella la tesi l’importazione della cavalleria coi migranti, l’idea che visto che arrivano, tanto vale cavarne fuori del buono non verrebbe mai, a certi pigri governanti 😉

    • Sì, Himiko era probabilmente una regina-sciamana. Stando alle fonti cinesi, viveva separata dal resto dei sudditi (cosa che la accomuna agli imperatori successivi) e comunicava tramite il fratello.
      E sì, i giapponesi tra IV° e VIII° secolo erano famministi ABBESTIA ù_ù

  2. Molto interessante, questi articoli sono bellissimi.
    Va detto che se si modifica periodo Yayoi con periodo Yaoi tutto assume un altro sapore.

    Cmq le domande su Himiko sono state tutte risposte dagli storici della Crystal Dynamics, che hanno presentato la loro tesi a circa 8,5 milioni di storici (a patto che avessero più di 13 anni).

  3. Complimenti e grazie per i tuoi articoli storici: sono sempre interessanti, illustrano periodi e situazioni non molto note (almeno in Europa) e sono scritti in maniera tanto brillante che qualsiasi argomento diventa coinvolgente e divertente.
    La teoria di Farris è molto interessante e presuppone una classe dirigente Wa composta da gente di grande intelligenza e lungimiranza, ma nel leggere l’articolo mi è tornato in mente una teoria diversa letta, purtroppo non ricordo dove, tempo fa, secondo la quale l’origine dei samurai era attribuita all’assimilazione non di elementi coreani, ma di popoli autoctoni locali, correlati agli attuali Ainu (se ho capito bene, e mi scuso per l’ignoranza, i Wa erano anch’essi di origine coreana o comunque continentale) e portava come indizio il fatto che i tratti somatici dei samurai erano differenti da quelli del resto della popolazione. Cosa ne pensi? E’ una cavolata o ci può essere un minimo di plausibilità?
    Un’altra questione che mi intriga è il discorso sulle regine Wa. Erano una società matriarcale o solo molto più avanti di altri per ciò che concerne la parità dei sessi? Oppure era una questione di compiti religiosi abbinati alla carica?
    P.S. ; a sette righe dalla fine hai scritto ‘i nuovi arrivati vengono inquatradi.

    • La questione sull’origine dei samurai dipende prima di tutto da cosa si intende per “origine dei samurai”. Gente che usava le armi in Giappone è sempre esistita, anche perché ogni società di Homo sapiens (a mia conoscienz) include una qualche forma di individuo-guerriero. Il samurai come “casta” è una roba che inizia a prendere forma nel X° secolo e che viene stabilita nero su bianco solo sotto i Tokugawa, sei secoli dopo. E a quel punto molti samurai facevano i burocrati e praticavano le arti marziali solo per una questione di appartenenza culturale (dopotutto non c’erano più guerre).
      Se con “samurai” si intende il guerriero d’élite che combatte nella Guerra di Genpei e fiorisce sotto il governo di Kamakura, allora abbiamo diverse “origini”.
      Che il cavallo e le tattiche di cavalleria siano arrivate dalla Corea pare fuori di dubbio, salvo future scoperte. Però la Corte non ha avuto il monopolio esclusivo: gli Emishi svilupparono a loro volta tattiche di guerriglia a cavallo e divennero presto famosi in tutta l’Isola per essere abili arcieri e pericolosi guerrieri. Gli emishi che si sottomettevano alla Corte di Yamato erano per lo più assorbiti nell’esercito e il loro ruolo nell’evoluzione del sistema militare è ben documentato anche nelle fonti originali.
      Il punto ora è: chi sono gli Emishi? Sappiamo di certo che erano popolazioni del nord-est di Honshu e che non furono sottomessi da Yamato se non in tempi molto recenti (e ancora durante la Guerra di Genpei i guerrieri di Dewa e Mutsu erano famosi per essere indipendenti e riottosi).
      E’ anche documentato il fatto che gli Emishi parlassero una lingua diversa, ma non del tutto incomprensibile.
      C’è una teoria secondo cui gli Emishi erano Ainu, ma la cosa mi convince poco. Gli Ainu di cui sappiamo qualcosa (quelli studiati daghli etnologi occidentali nel XIX° secolo) sembrano cacciatori-raccoglitori molto arcaici, con un artigianato raffinato mauna metallurgia relativamente rudimentale, mentre gli Emishi gestivano un fiorente allevamento di cavalli e disponevano di buone tecniche di metallurgia. E’ possibile che ci sia stato un “regresso” tecnologico, o che ci fossero gruppi di Ainu più tecnologicamente savvy di altri.
      Il mio parere, per adesso, è che gli Emishi fossero etnicamente affini ai Wa, ma con una storia politica e culturale separata per diversi secoli. Secondo me erano alcuni di quei “regni” citati da Chen Shou che non facevano parte di Wa (pur essendo gente molto simile). Alcuni tumuli e artefatti ritrovati nelle zone del nord-est suggeriscono peraltro scambi indipendenti col regno di Goguryeo, il che potrebbe suggerire uno sviluppo indipendente di allevamento, cavalleria e metallurgia rispetto ai Wa.
      Tuttavia non ho ancora studiato la faccenda con la dovuta attenzione, e ci sta che cambi idea. Aikens e Higuchi parlano delle origini etniche dei giapponesi (degli studi morfologici dei crani, dei riti di estrazione di denti, della genetica ecc.), ma si tratta di un libro del 1982, si tratta molto probabilmente di informazioni ormai desuete.

      Riguardo alle regine giapponesi, è di nuovo una questione complicata. Dell’epoca di Himiko sappiamo pochissimo, Che Shou è praticamente la nostra sola fonte, ma sembra mettere in chiaro che il “sovrano” dei Wa è una donna. Quando Himiko muore, un uomo cerca di prendere il potere e precipita il regno in una guerra civile, finché non viene scelta un’altra regina, una ragazzina shamana, che rimette pace e riprende gli scambi con i Wei.
      Di solito Chen Shou è affidabile, ma non sappiamo cosa intende per “sovrano”. Potrebbe trattarsi di un ruolo puramente religioso. Ad esempio, nel’epoca di Heian l’altissima aristocrazia e l’Imperatore si occupavano quasi esclusivamente di rituali. Non perché non facessero politica, ma perché per loro QUELLA ERA LA POLITICA. L’aministrazione pura e dura di far rispettare la legge, tenere i conti delle tasse, ecc, tutta quella roba lì era sminuzzaglia di bassa lega che non aveva senso di esistere se la roba seria (i rituali, i conscorsi di poesia ecc.) non veniva eseguita a dovere. Allora chi aveva davvero l’autorità, il ministro o l’amministratore della sua casata (quello che si occupava davvero di far arrivare le cose giuste al posto giusto)?
      E’ facile cadere nell’idea “oh, l’Imperatore era SOLO un capo religioso, chi comandava davvero?”, ma resta il fatto che NESSUNO nella Storia del Giappone (con forse 1 sola eccezione) ha mai rimesso in dubbio l’importanza imprescindibile dell’istituzione imperiale. L’imperatore poteva essere ucciso, ma l’istituzione imperale doveva continuare. Dopotutto la Capitale era un pasticcio senza mura, infestata dai banditi e con un sistema di polizia costantemente in sovraccarico, ma è sopravvissuta a se stessa per secoli per il semplice fatto che era la Capitale. Perfino i più accaniti ribelli potevano appiccare dei roghi, ma nessuno, durante Heian, ha mai cercato davvero di “prenderla” o “distruggerla”, nonostante fosse esposta.
      I giapponesi hanno tradizionalmente un’idea di autorità molto particolare e a tratti complicata da capire.
      In generale, la prevalenza di imperatori uomini è qualcosa che si impone con la modernizzazione dello stato (su modello coreano e cinese).

      • Bell’articolo, mi associo ai complimenti di Paolo qui sopra, prima di scoprire il tuo blog il Giappone per me era solo Kawasaki&Subaru. XD Continua così!

        “I giapponesi hanno tradizionalmente un’idea di autorità molto particolare e a tratti complicata da capire.”
        Potresti spiegarmi questo punto? Magari paragonandola all’idea occidentale/caucasica/altro sinonimo per “noi” in senso lato?

      • In generale si tende a pensare al detentore dell’autorità come colui che ha i mezzi di imporre la propria volontà sul prossimo. Il re è quello con l’esercito più grande, nel castello più fortificato e col maggior numero di alleati. Obbedisci al re perché non hai i mezzi di sloggiarlo di lì e sederti al suo posto.
        Ora, parliamo del Periodo di Heian: abbiamo una Corte burocratica che pesa enormemente sul bilancio generale, composta da funzionari civili e alti aristocratici che non saprebbero cucirsi un bottone per salvarsi la pelle. Verso il IX°-X° secolo inizia a formarsi una classe di guerrieri professionisti con discreto potere economico e militare, che sono tuttavia discriminati e disprezzati dall’aristocrazia civile.
        Tale aristocrazia è totalmente dipendente dal prossmo (non ci sono campi nel Dairi, tutto deve arrivare da fuori e gli alti papaveri non portano il culo fino in provincia per controllare i loro latifondi). Le guardie cittadine non sono in grado di far fronte a nessuna minaccia più grossa di una banda di ladri, tanto è vero che regolarmente i monaci delle montagne scendono a vandalizzare i quartieri per costringere il governo a deliberare in loro favore (e funziona). Dopotutto la Capitale stessa non ha mura, solo porte.
        In altre parole, abbiamo una classe dirigente arrogante, costosa, dipendente e del tutto priva di difese militari degne di nota.
        La logica vuole che in 15 giorni un qualche capo militare arrivi, spiani tutto, si impossessi dei regalia sacri (la spada, lo specchio e il gioiello), diventi nuovo imperatore e si schiaffi in un qualche forte di montagna a comandare. E’ quello che succede in Cina: ogni tot gente con una migliore organizzazione logistica e militare arriva, ammazza tutti e soppianta la dinastia precedente.
        Non succede in Giappone, e salvo rarissime eccezioni non troviamo manieri fortificati prima del XV° secolo.
        Prima della Guerra di Genpei nessuno prova a “prendere” la Capitale, e anche quando capita il generalissimo di turno (Yoshinaka prima e Yoritomo poi) prende cura di ingraziarsi l’aristocrazia. I nobili non vengono rovesciati. Certo, lo shogun monopolizza il potere, ma la Corte resta, l’Imperatore resta. Lo shogun aveva bisogno di loro, perché loro erano la fonte legittima di autorità e come tale non potevano essere rimossi.
        C’è un buon dialogo in Martin, dove si suppone un tavolo con un prete, un ricco e un mercenario, e ci si chiede in quale dei tre risieda il vero potere. Il punto è: il potere risiede dove la gente pensa che risieda, e come questa scelta viene fatta è matter of speculation. Hojo Masako convince i damiyo che l’Imperatore può essere ucciso perché un altro principe può essere fatto Imperatore. Li convince che i guerrieri possono prendere il controllo dell’Imperatore, ma non suggerisce mai che i guerrieri possano sostituirsi al Seggio Imperiale (perché Masako era una donna tanto intelligente quanto terrificante).
        Quindi il potere imperiale non deriva davvero dal fatto che i Grandi Nomi credessero davvero che l’Imperatore fosse sacro. Che fosse figlio del cielo o meno non aveva davvero importanza, il punto era che era la fonte della legittimità, ed era fondamentale che la fonte continuasse a esistere.
        Questo fa sì che speso nella storia giapponese troviamo una forma di autorità “bicefala”, in cui chi esercita nei fatti il potere non è lui stesso fonte di legittimità (come lo erano l’Imperatore o il Papa da noi, per dire), la Fonte non detiene nessun potere reale (di solito se ne sta chiuso in un palazzo a comporre poesie e pregare) ma incarna il potere stesso.
        Questo gioco indiretto rende la domanda “chi comanda?” difficile da soddisfare. Spesso l’Imperatore è e non è il capo dello Stato al tempo stesso, e stesso vale per lo shogun.

      • Riguardo alla convenzione sociale che identifica la fonte di legittimità, stiamo assistendo a un meccanismo peculiare oggigiorno per quel che riguarda la legittimità della Conoscienza. Il movimento Terrapiattista, Recentista, e tutta la pletora di bizzarrie che van tanto di moda, non sono che il risultato di una perdita di legittimità delle fonti tradizionali di Conoscienza (giornali, università, televisione, ecc.).
        Quando una Fonte perde legittimità, un’altra Fonte deve essere individuata, e nel periodo di transizione regna il caos assoluto.

  4. Grazie per la risposta. In sintesi l’imperatore e l’aristocrazia detengono il potere perché tutti credono che così debba essere. Da più di mille anni. Ho capito bene?

    • Difficile da dire. A mio modesto parere detengono la legittimità al potere perché qualcuno lo deve fare. Ovvero: senza legittimità, il potere non è tale. Ogni rapporto di potere si basa poco o tanto sull’assunto che chi esercita tale potere sia legittimato a farlo. Quando questo assunto sparisce, la struttura si sgretola. Ogni società si basa su un’idea condivisa di mondo, la legittimità garantisce che questa idea resti relativamente stabile.
      Se vuoi esercitare il potere, devi trovare il modo di essere legittimo. Per i Cinesi c’è il mandato del Cielo (se vinco militarmente ho il Mandato del Cielo, gli dei sono con me ergo sono legittimo), per l’Imperatore d’Occidente c’è, a seconda del periodo, la benedizione papale, per il Califfo c’è la discendenza diretta da Maometto, per i Giapponesi c’è la Casa Imperiale (discendente diretta della Dea del sole… rappresentazione evemerista di Himiko? Chissà).
      Se la casa imperiale sparisce,scoppia l’Anarchia, e nessuno può dominare l’Anarchia, ergo nessuno la vuole.
      My 2 cents, ovviamente. Questo è un soggetto di studio e dibattito, come si può ben immaginare.

  5. La bellezza dei tuoi post e in generale di questo blog sono i tuoi articoli e le risposte di chi e a chi li legge.
    E ora, a rischio di finire in spam, visto che sembra una sviolinata… sviolinata:

  6. Pingback: Quarto anniversario: siamo ancora qui a saltare squali e scalciare cavalli morti! – Fortezza Nascosta

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