The act of killing

Raccontare storie è un’attività universale di tutte le società. Le buone storie offrono diverse cose: sense of wonder, evasione, divertimento. Non solo però. Raccontare e leggere una buona storia, quale che ne sia il formato, è un modo in cui gli esseri umani cercano di conoscersi meglio e comprendersi meglio.

Ora, anche se si parla di storie di fantasia, gli elementi migliori di ogni buon racconto vengono sempre dalla realtà e dalla comprensione che abbiamo di essa.

Nei generi che mi interessano, spesso si parla di guerra o di uccisioni. E’ normale: il conflitto è ciò che fa una storia, e la lotta all’ultimo sangue è l’immagine ultima del conflitto. Non è quindi da stupirsi se moltissimi personaggi nelle nostre storie si trovano davanti all’atto di uccidere.

L’atto di uccidere ha una carica enorme per gli esseri umani, sia essa simbolica, spirituale o morale. Il modo in cui il personaggio reagisce davanti a tale atto è determinante in una storia.

Ma come renderlo nel modo migliore?

Documentandosi. Come nelle storie di guerra, la documentazione è fondamentale. Meglio comprendi gli elementi di tattica, meglio sarai capace di inventare e descrivere scontri armati. Per l’omicidio è uguale: meglio comprendi l’atto di uccidere, meglio saprai descriverlo in una storia. E sappiamo che la nostra Storia offre innumerevoli esempi di studio, perché la brutalità è parte essenziale della nostra natura, che piaccia o meno.

The act of killing

Il 1 ottobre 1965 l’Indonesia fu teatro di un colpo di stato operato da un gruppo interno all’esercito, il Movimento 30 Settembre. Il colpo fallì in modo epico: già dal 2 ottobre il generale Suharto aveva il controllo di Jakarta e non ci mise molto a reprimere il resto dei ribelli.

La colpa fu buttata sul Partito Comunista Indonesiano (PKI). Quella che seguì fu una colossale purga contro i comunisti e, già che c’erano, contro la minoranza cinese e i javanesi (molti in Java supportavano i comunisti). Il tutto, con la benedizione americana: in piena Guerra Fredda, il comunista buono è il comunista morto. Se poi bruci il suo villaggio e stupri le sue sorelle anche meglio.

E’ difficile calcolare i morti, ma si parla di almeno 500.000, anche se altre stime suggeriscono tra 1 e 3 milioni. In certi casi cittadine fluviali dovettero fare appello ai militari perché i cadaveri intasavano i canali.

L’esercito non condusse direttamente il massacro: più spesso che no, preferì organizzare o incoraggiare milizie locali, gruppi mussulmani o delinquenti di strada. E qui entra in scena Pancasila.

Pancasila è il nome di un’organizzazione paramilitare filo-Suharto attiva già dal ’59. Il nome fa riferimento ai principi fondatori dello stato indonesiano (tra cui “umanità giusta e civilizzata” e “democrazia guidata da saggezza e unanimità”, bwahahahahahah!), ma nei fatti si tratta di un gruppo che organizzava delinquenti e maniaci e legittimava il loro operato. Molte delle squadracce scatenate durante la purga era affiliate a Pancasila.

Ora, la cosa interessante è che oggi, 2015, Pancasila Youth è ancora alive and kicking, con più di 3 milioni di membri e legami importanti con il governo e l’esercito. L’ecatombe degli anni ’60 è tutt’ora un soggetto tabù per certi versi, sdrammatizzato per certi altri. Quando menzionato, se ne parla come dell'”Incidente del ’65”, il numero di morti viene ridotto senza ritegno, tutto nella miglio vena del più becero revisionismo storico.

Tipo, ops, stavamo ripulendo il settore Genocidio e ci è partito un Pogrom. Haha, mani di burro!

E’ in questo clima che, nel 2001, Joshua Oppenheimer arriva in Indonesia, nel nord di Sumatra. Oppenheimer vuole realizzare un documentario sui lavoratori di piantagione (The Globalisation tapes). A oggi, i lavoratori di queste piantagioni temono di organizzarsi in un sindacato, dacché molti sono discendenti di comunisti o presunti tali sterminati negli anni ’60, e sono ancora oggi discriminati. La paura d un possibile pogrom è più forte di quella di una sicura morte per avvelenamento nel maneggiare prodotti chimici dannosi. Alé.

Durante il suo lavoro Oppenheimer si attirò però l’attenzione sgradevole del governo indonesiano. Davanti all’intimidazione, i tizi con cui stava lavorando suggerirono a Oppenheimer di cambiare soggetto: se il governo non lasciava parlare loro, forse non avrebbe posto problemi a un documentario sui carnefici. Oppenheimer avrebbe così potuto portare a galle i soprusi e l’impunità di questi delinquenti, tutto senza attirare folgori indesiderate su se stesso e sui lavoratori di piantagione che, diciamolo, avevano già abbastanza grane così.

Oppenheimer andò quindi a ricercarsi i vecchi membri delle squadracce per scoprire cosa e era stato di loro. Molti di questi vecchi si rivelarono più che disponibili a parlare dei fatti, molti addirittura offrirono di ricreare le scene per la gioia della telecamera. Perché non avrebbero dovuto, dopotutto?Vivono in una perfetta impunità.

Per usare le parole di Oppenheimer, è un po’ come andare in Germania e trovare i Nazisti sempre al potere.

Bada a ciò che fai, Oppenheimer ti vede

Di intervista in intervista, Oppenheimer si è infine trovato in contatto con Anwar Congo, un delinquente con all’attivo più di mille morti. E’ con Anwar che nasce il film vero e proprio.

Il documentario

Anwar Congo esegue una dimostrazione. Il tizio con la testa nel cappio è sempre vivo, per la cronaca. Io comunque mi sarei cagata in mano.

The act of killing non è un documentario sui massacri del ’65. E’ un documentario sugli uomini che li hanno perpetrati e sulla loro vita oggi. Sull’impunità di cui godono loro e i loro famigli, e sul prezzo che hanno pagato in termini di salute mentale.

Come gli altri intervistati, Anwar comincia col portare Oppenheimer sul luogo delle esecuzioni, dove fa una dimostrazione ridendo e scherzando. Solo che dopo, Anwar vede il video. E’ forse la prima volta che si contempla dall’esterno, e quello che vede non gli piace. Bisogna fare qualcosa per migliorare quella scena. Forse i capelli vanno tinti, o i vestiti non sono belli… No, non basta, bisogna girarne un’altra, altre, no, un intero film!

Solo che il problema non è che i suoi capelli sono grigi o che il decoro è scarso. Il problema è che Anwar ha ammazzato più di mille persone e in vecchiaia si trova a fare i conti con l’idea, come molti altri come lui.

Per sette anni, Oppenheimer ha seguito Anwar e la sua cricca di unlikable criminals e osservato la realizzazione della loro grande opera cinematografica.

Herman travestito da donna brandisce la testa mozzata di Anwar. Anwar mostra queste ed altre scene ai nipotini “hihihi, guarda caro, la testa del nonno è tagliata via, haha…”

The act of killing è un documentario su dei criminali invecchiati che cercano di rielaborare una storia, di riraccontare quello che hanno fatto per esorcizzare dubbi e incubi. The act of killing porta sullo schermo il processo mentale di chi cerca scuse per il passato (Anwar e i suoi amici) o per il presente (Herman e gli altri delinquenti di Pancasila).

Questo è uno dei documentari più inquietanti e interessanti che abbia visto di recente, è un ritratto vivido e dettagliato di un assassino di massa e dei suoi successori.

Usare la tua bambina come attrice nella scena in cui bruciate il villaggio e massacrate tutti a bastonate. Pancasila, padri dell’anno dal 1959.

Anwar è chiaramente un uomo di intelligenza mediocre. E’ qualcuno che ha ammazzato stricto sensu centinaia di persone, chi col machete chi strangolato col fil di ferro. E non lo ha fatto per nessuna missione divina o politica, lo ha fatto per soldi. Non è mai stato punito, non è mai stato condannato. L’intera società si è stretta intorno a lui per confermargli che ha fatto bene, e che alla fine il filo di ferro è un modo umano di uccidere (sic).

Eppure il passato torna nella vecchiaia, ti impedisce di dormire tranquillo. Secondo Oppenheimer, la maggior parte dei vecchi assassini sono nelle condizioni di Anwar, e la crassa vanteria non è che un modo per raccontarsi che hanno fatto bene, che sono eroi della Patria. Solo che alla differenza degli altri incontrati, il dolore di Anwar era “più vicino alla superficie”.

Seguire i rimuginii di Anwar è un viaggio nelle scuse: sto male perché ho guardato quel morto negli occhi, sto male perché ho dubbi, ma alla fine ho fatto bene, alla fine ho protetto il Paese, alla fine li ho uccisi bene, alla fine li ho mandati in Paradiso…

Anwar non è l’unico personaggio. E’ attorniato da una compagine di giovani delinquenti di Pancasila, molti dei quali sembrano caratterizzati da un misto di tendenza alla prevaricazione incallita e una strana naiveté. Quando uno degli anziani dice loro che devono smetterla col film perché farà “apparire male” Pancasila, la loro risposta è “ma è successo così davvero”. C’è uno strano candore nel fatto che costoro non capiscono cosa ci sia di male nel bruciare villaggi di comunisti, nel presentarsi alle elezioni col dichiarato proposito di ricattare il prossimo, nell’esigere un pizzo. Questa è la loro realtà di tutti i giorni, nessuno ha mai detto loro che massacrare i cinesi è stato sbagliato o che non va bene taglieggiare qualcuno, quindi perché nasconderlo?

Già, perché?

Adi Zulkadry è un altro personaggio esaminato in The act of killing. A differenza di Anwar, Adi pare molto più articolato e cosciente della realtà, il che lo rende, per certi versi, molto più inquietante. Adi non ha bisogno di raccontarsi troppe storie, ha un atteggiamento molto più cinico rispetto agli altri. Quando gli viene chiesto se ritiene il massacro un crimine di guerra, la risposta di Adi è semplicemente:

“Sono i vincitori che definiscono cosa è crimine e cosa no, e io ho vinto”.

Quando Anwar gli dice che non riesce a dormire e che i morti gli tornano davanti la notte, Adi gli dice:

“E’ perché sei un debole”.

Quando pensate a un uomo che ha strangolato col fil di ferro centinaia di persone, ve lo immaginereste con un cappello da cow boy rosa? Bene, cominciate.

Cappelli rosa e travestiti a parte, la conclusione del documentario è tragica e frustrante. Anwar non riuscirà mai a rendere quella famosa prima scena meno brutta da vedere o da pensare. Ma se hai commesso crimini imperdonabili come fai ad ammetterlo davvero e continuare a vivere? Alla fine certa gente resta incastrata nel proprio inferno, e tutto sommato è giusto così.

The act of killing non è solo un documentario sul pogrom. Per la precisione, non vuole essere un documentario sulle stragi del ’65. The act of killing è un documentario sull’Indonesia di oggi, sul negazionismo e sull’oppressione odierna. E’ anche un documentario sull’uccidere e sulle ripercussioni dell’atto di uccidere sull’individuo e sulla società attorno a lui.

E’ chiaro che lo scopo principale di Oppenheimer è attuale: vuole incoraggiare un cambiamento in Indonesia. Tuttavia non si limita a questo. E’ un trip surreale in uno dei territori più bui della nostra specie. E’ una storia universale e forse il miglior documentario che abbia mai visto sulla mentalità, la vita e la psicologia di uno sterminatore di massa.

Chiunque voglia raccontare una storia di assassini e uccisioni, farebbe bene a guardarsi questo documentario. E chi non vuole raccontare niente farebbe bene a guardarselo lo stesso.

The act of killing è surreale, bizzarro, agghiacciante, triste, frustrante, interessantissimo. Oppenheimer ha impiegato dieci anni di lavoro (7 di riprese e 3 di editing) per realizzarlo, e la mole dell’impresa si nota.

Concluso nel 2012, il documentario ha ricevuto celebrazioni entusiaste nel mondo intero e lanciato una timida discussione in Indonesia (meglio tardi che mai).

Elencare tutti i premi ottenuti dal film sarebbe troppo lungo (c’è una pagina wikipedia apposta). Noto soltanto festival come quello di Berlino, il British academy film awards, lo European film awards, lo Human Rights Human Dignity International film festival 2013, e via così per un totale di 63 premi e 74 nominations.

Guardatelo, è un bellissimo documentario!

Qui il trailer.

La famosa prima scena di Anwar.

Il rogo del villaggio.

Un’intervista a Oppenheimer.

Il documentario intero.

La storia peraltro non è finita. Quest’anno esce una nuova puntata dell’epopea indonesiana con un altro documentario di Oppenheimer, The look of silence.

Buona visione.

MUSICA

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29 thoughts on “The act of killing

  1. Porca miseria, manco per il titolo di Campionissimo delle storie, avrei respirato la stessa aria di quei criminali per sette anni! Sarei curioso di sapere da Oppenheimer se temesse per la sua vita, durante le riprese con gli svalvolati!
    Devo vedere il documentario, anche solo per capire se i travestimenti di quei tizi servissero a crear loro attorno una zona di comfort durante le rievocazioni.

    • Secondo un’intervista Oppenheimer si sentì minacciato solo da Adi, che dopo aver partecipato a parte delle riprese aveva cambiato idea ed era contro il documentario. A un certo punto l’aveva sentito parlare con Anwar e dire: “Non credi che Joshua sia un comunista?”
      Glom.
      Ad ogni modo, è rimasto in contatto con Anwar e gli altri. Ha stabilito una specie di rapporto umano con loro. Capisce il loro dolore pur non giustificando niente delle loro azioni.

      • Disinnescare quel che resta della natura bestiale di un gruppo di sadici istituzionalizzati: la dinamica dell’amicizia più estrema di sempre!

  2. Bella segnalazione.
    Curiosamente proprio in questi giorni stavo leggendo The Rape of Nanking di Iris Chang. Questo libro impressionante -sicuramente non per persone sensibili- alterna molto bene cronaca storica e analisi psicologica delle parti, in particolare dei massacratori giapponesi.
    La storia del sottotenente Tominaga, una delle tante, mi pare avere molto in comune con quella di Anwar: un massacro compiuto con sconcertante facilità, lì dove giustificato dalla morale corrente, e poi anni e anni di insopprimibile rimorso.



    C’è ovviamente una differenza lampante: Tominaga, forse perchè persona istruita, forse perchè appartenente all’esercito degli sconfitti, ha ammesso i propri crimini, anche se difficilmente potrà mai, finchè vivrà, liberarsi del senso di colpa. Anwar, non essendo tenuto ad ammetterli (lui formalmente è un eroe), ha in un certo senso senso sepolto il propio senso di colpa latente sotto un tappeto di chachacha, cannabis, alcool, e tante virili pacche sulle spalle coi suoi baldi camerati. Se esistesse una Silent Hill indonesiana Anwar ne sarebbe l’ospite ideale,

    Aggiungo per chi non lo sapesse che secondo svariati storici (Daniel Jonah Goldhagen per dirne una) la maggior parte degli uomini moderni, anche quando fortemente ideologicizzati, sarebbero incapaci di commettere assassini sul larga scala senza subire tracolli psichici. Farebbero forse eccezione i sadici, che sono però gente a cui difficilmente si vorranno affidare posizioni di comando negli eccidi (la violenza, quando statalizzata, per quanto di massa ma deve essere “pulita”).
    Pertanto, uno dei motivi alla base della creazione dei lager nazisti e dei gulag russi sarebbe proprio quello di preservare la sanità mentale di gente come Anwar, che diventeranno tutti un minuscolo ingranaggio di una grande macchina industriale della morte di cui non avranno la visione collettiva. Sarà più facile allora convincersi di non sapere e di obbedire solo agli ordini, insomma di star facendo semplicemente “il proprio dovere”. Una cosa è ammazzare a colpi di machete 100 poveracci, un’altra è farli scendere da un treno.

  3. Uno degli articoli in assoluto più belli da quando hai aperto il blog.

    Questo documentario lo conoscevo di fama, ma non l’avevo mai visto. Ora l’ho messo in download.
    Letto così, mi sembra una nuova conferma dei risultati degli esperimenti Milgram sull’obbedienza descritti in Obedience to Authority.

  4. Molto interessante, me lo guarderò pure io.
    Magari mi recupero pure il libro di Dago, stasera si va al torrente!

    Mia sorella è stata in Indonesia quest’estate e ha detto “gli Indonesiani sono tutti simpatici e pacifici”, un po’ quello che ho detto io dei Serbi dopo aver lavorato 6 mesi da loro, tranne che hanno fatto 2 genocidi.
    Sti paciocconi!

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