Classici Militari: Bing fa, o l’Arte della Guerra (1)

[ACHTUNG! Questo articolo è a pubblicazione ritardata. Al momento in cui scrivo non ho la minima idea se il giorno in cui uscirà io avrò un qualsivoglia accesso a internet. Se tutto è andato bene, in questo momento dovrei trovarmi a Istanbul. Il che vuol dire che probabilmente non modererò i commenti. Mi spiace se qualche intervento finirà negli spam a sproposito, me ne occuperò quanto prima. Enjoy!]

 

Torniamo ai nostri classici militari. Oggi parleremo di un grande classico! Il più famoso dei classici!

 Sun Zi disapprova

Il buon Sun Zi… In tanti lo hanno letto. Il suo è un librino semplice e veloce, eppure, per quanto incredibile possa sembrare, c’è gente che non l’ha capito. Sì, mi sto riferendo agli scrittori.

L’avrete intuito, per me la buona narrativa è una faccenda importante.

E sia chiaro, Con “buona” non intendo “libri col messaggio”! La brutta narrativa col messaggio è un flagello. Stai leggendo un libro di merda, e per sovramercato il suo autore ti caccia in gola la sua moraletta evergreen urlandoti “ingolla, troia!”

Deriva porno a parte, io sono del parere che la BUONA narrativa sia qualcosa di salutare e benefico per chi la legge. Se la buona narrativa ha anche un messaggio, meglio ancora, ma noterete che di solito una storia ben raccontata avrà diversi messaggi semplicemente essendo una storia ben raccontata.

Cosa compone la buona narrativa?

Tante cose. Una tra tutte, la verosimiglianza. Approfittare del fatto che ormai i lettori sono addestrati a buttar giù con gusto ogni stronzata non fa di te uno scrittore, fa di te una zecca. Un buon autore usa coerenza e verosimiglianza in modo che il lettore possa seguire le vicende senza per forza staccare la spina del cervello.

E il punto della buona narrativa è per l’appunto stimolare il cervello, non spengerlo.

Ora, una delle cose più massacrate in narrativa è la guerra. La gente non la conosce, non la capisce, non ha nemmeno una vaga idea di che cazzo sia, ma ognuno ha la sua ideuzza in proposito, opportunamente adottata dal gruppo con cui fa “branco”.

La guerra è il più vistoso dei fenomeni sociali, il più antico, e anche uno dei più presenti in narrativa, specie in quella fantastica e fantascentifica.

Io sono una fanatica di storie del genere, ma a oggi gli scrittori fantasy o Sci-Fi che abbiano parlato con un minimo criterio dell’argomento li conto sulle dita.

Prendiamo un’autrice che mi è rimasta impressa, proprio in argomento. Prendiamo l’ineguagliabile Allibis, che ama infarcire la merda che scrive con citazioni del nostro compianto Maestro. Una su tutte:

“Il più grande condottiero è colui che vince senza combattere”. Era ciò che Mizar stava facendo: non aveva avuto alcuno scontro fisico. Impugnava la spada, ma non la usava.

Ecco, questa frase si situa subito prima della grande battaglia, con gli eserciti già in campo e in azione.

Se non vedete cosa ci sia di sbagliato, siete pregati di allacciarvi il cilicio e continuare a leggere (pentendovi e battendovi il petto, se possibile). Se dopo la lettura ancora non vedete dove sia il problema, please, evitate di scrivere QUALSIASI COSA. Anche la lista della spesa.

Fine del memento, tuffiamoci diritti nel più famoso dei classici!

Here we go.

Il nostro stratega apre il suo manuale con una citazione che dovrebbe entrare nelle capocce dei pacifisti di tutto il mondo:

 Gli affari militari sono un’importante questione di stato, le basi della vita e della morte, la Via della sopravvivenza o dell’estinzione. Devono essere ponderati e analizzati a fondo.

Curare gli affari militari NON significa lanciare una guerra coloniale su larga scala. Guerra e difesa sono fattori vitali al funzionamento di una qualsiasi società, specie se detta società non vuole farsi trascinare in conflitti non suoi (il famoso si vis pacem para bellum). Ergo, se pensi di scrivere una storia con un popolo così pacifico da non avere un esercito PUR avendo dei vicini, hai interesse a trovare una spiegazione di ferro.

 

Ci sono 5 fattori da analizzare in ciò che riguarda gli Affari Militari:

La Via, ciò che fa sì che il popolo agisca in accordo con il sovrano. Con Via non si intende quella spirituale, ma la Via del Governo, ovvero l’insieme di azioni e regole che fanno un governo efficace. Se il sovrano possiede la Via, la gente “morirà con lui e vivrà con lui”. Da notare che la Cina ha, all’epoca di Sun Zi, un esercito di coscritti. Considerate che per stati con un esercito di tipo banda armata (come l’Europa feudale o il Giappone prima del quindicesimo) l’accordo del popolo può avere un valore o un’importanza differente (ma ne avrà comunque).

Il Cielo, ovvero l’alternanza degli opposti (caldo e freddo, yin e yang, le stagioni, ecc.). La vittoria dipende dalla comprensione di come funzionano e si alternano gli opposti nei diversi settori (clima, morale, economia, ecc.)

La Terra, ovvero la comprensione di cosa sia vicino e lontano, facile o difficile, aperto o confinato, terreno tenibile o terreno fatale. Quanto i disordini in una data regione possono considerarsi “lontani”? Quanto costa tenere una data posizione, ne vale la pena?

I generali, ovvero la loro saggezza, credibilità, benevolenza, coraggio e severità.

Le leggi, ovvero organizzazione e disciplina. Questa parte abbraccia sia la logistica che la Via del Comando. Quest’ultima può indicare sia l’esercizio del comando, come anche il modo di stabilire e gestire la gerarchia militare.

 

Tenuto conto di questi cinque aspetti generali, passiamo a inquadrate la situazione reale. Sun Zi dice: dovete porvi sette domande.

  1. Quale sovrano possiede la Via del Governo?
  2. Quale generale è il più abile?
  3. Chi possiede il vantaggio in ciò che riguarda Cielo e Terra?
  4. Di chi sono le leggi rispettate e meglio raffinate?
  5. Chi ha più forze (in termini di armi e/o in termini di numeri)?
  6. Chi ha le truppe e gli ufficiali meglio addestrati?
  7. Chi dispensa premi e punizioni nel modo più chiaro?

 

Sembrano bischerate, vero? Chi non ci penserebbe? Sono l’ABC, indeed. Well, as a metter of fact, la quasi totalità degli scribacchini o registi in circolazione non si pongono nemmeno il problema (abbiamo anche un florilegio di fottuti generali che ignoravano questi elementi essenziali, ma non mi va di parlare di storia francese oggi).

Una volta tenuto conto di tutto ciò, il sovrano deve procedere con strategia e tattica. Non sono sinonimi, ovviamente. Strategia è quella che nel diciottesimo secolo Guibert chiamava “Grande tattica”. Cosa vuoi ottenere? Perché stai facendo una guerra? In parole povere, il cosa è strategia, il come è la tattica.

E qui Sun Zi ci delizia con una delle sue più celebri citazioni:

La via della Guerra è la via dell’inganno.

E’ bello darsi appuntamento in una pianura liscia come una tavola, io porto il mio esercito, te porti il tuo, coi si trova e vinca il migliore!

E può capitare, beninteso, anche perché il modo di fare la guerra riflette la morale e la cultura dei guerrieri in questione. Ovvero, se per un cavaliere duecentesco era inaccettabile pugnalare alle spalle un rivale o farlo fuori mentre chiede mercé, lo stesso gesto era perfettamente morale per un giapponese della stessa epoca. E stesso vale per la guerra. C’è chi stermina villaggi, chi fa combattimenti rituali incruenti, chi stermina le élites, chi le sposa. Ma il fatto resta: in guerra si bara. Prima della battaglia, durante o dopo, ma si bara. In un modo o in un altro, si trova l’espediente di giocare sporco. Sempre.

Pertanto, Sun Zi dice: se sei capace, mostrati incapace; se vuoi attaccare, fingi di essere inattivo; se il tuo obbiettivo è qualcosa di vicino, fingi di mirare a qualcosa di lontano; se sei lontano, fingi di essere vicino.

Dà poi un’altra rapida carrellata di consigli spicci su come trattare i vicini di casa:

Mostra possibilità di profitto per tentarli. Un esercito si muoverà per ottenere il vantaggio tattico. Non aspettare che scelgano loro il terreno: con l’inganno portali dove tu vuoi che siano. Sun Zi consiglia anche Create disorder and take them. La frase inglese traduce bene l’ambiguità cinese, dato che la frase ha due interpretazioni possibili, entrambe valide: “Se le loro forze sono in disordine, approfittane e prendili”, o anche “Fingi disordine nelle tue proprie forze e attirali in una trappola”.

Se sono compatti, preparati per loro; se sono forti, evitali (quest’ultima risalterà fuori quando parlerò dei trentasei stratagemmi e della fuga).

Se sono irati, perturbali. Spesso i pensatori cinesi consigliano di far infuriare l’avversario o approfittare della sua rabbia, poiché la rabbia fa commettere stupidaggini e rende la gente più manipolabile; ed è vero, sull’onda dello slancio battaglie vinte sono state perdute (chi ha detto Hastings?). Tuttavia Sun Zi mette anche in guardia dall’attaccarsi a un esercito al picco del fervore. Mostrati deferente per attizzare la loro arroganza.

Se sono riposati, costringili a stancarsi.

Se sono uniti, trova il modo di separarli.

Attaccali dove non sono preparati (vi sembra banale? Chi ha detto “Ardenne”? Ho detto niente chiacchiere sulla Francia!).

Avanza quando non se lo aspettano.

Sun Zi allude anche al fatto che di solito si può prevedere con relativa sicurezza l’esito di una guerra. Chi conosce bene le proprie forze, quelle del nemico e le altre eventuali in gioco, può fare un bilancio accurato dei pro e dei contro. E, ovviamente, di solito si combatte solo quando si può vincere.

Ma veniamo alla ciccia, come condurre una guerra.

Sun Zi comincia dando un ordine di grandezza della spesa che è mandare in giro un esercito. Ovvio, parla del suo esercito e dei suoi tempi. Ma un esempio fa sempre bene, specie allo scrittore di cui sopra, che lo vedo già a mandare in giro le sue Legioni del Terrore tanto per farle vedere. Toh, fatti un’idea:

1000 carri da quattro cavalli + 1000 carri leggeri di supporto + 100.000 truppe armate con maglia + provviste trasportate per 1000 li (il li dei Tang misurava circa 330 metri) + spese correlate (consiglieri, ospiti, materiali vari come colla e lacca)

=

1000 pezzi d’oro. Al giorno. Tizio degli elfi, lì: spero che il Kattivo abbia un’economia coi controcazzi, o le tue Legioni del Terrore si mangeranno i cavalli prima ancora di essere usciti dalla circonvallazione.

Una guerra di lunga durata costa carissima allo Stato, anche a patto di rifornirsi saccheggiando (invece che pesare su convogli di rifornimenti da casa). Tanto per dirne una, più dura la campagna, più il materiale si consuma e deve essere sostituito. Inoltre il morale si erode.

Anche attaccare una città per rimpinguare la cambusa può essere controproducente in quanto, in linea di massima, il difensore è in vantaggio. Un assedio stanca, demoralizza e non sempre porta i frutti sperati. E questo espone lo Stato a un pericolo anche più grande di una guerra persa: il collasso.

Gli assedi possono essere molto pericolosi… fetchez la vache!

Uno dei segreti del restare alla testa di uno Stato grande come la Cina è tenere tutti i capetti sotto controllo. Hai bisogno di loro, e loro vogliono farti le scarpe. Una volta che avrai consumato le tue armi, spompato i suoi soldati, demoralizzato i tuoi ufficiali ed esaurito le tue finanze, sarà impossibile tenere tutti i signorotti sotto controllo. Col giogo tarlato, ne approfitteranno per sgropparti giù dal trono e sbranare il Paese in mille territori in guerra tra loro.

Non c’è bravura in una campagna lunga. Più dura e più il pericolo aumenta. La bella guerra, è la guerra rapida, e questo non cambierà mai.

Sulla stessa linea, Sun Zi spiega che chi eccelle nell’impiego dell’esercito non coscrive la gente due volte, né trasporta una terza le provviste. Il primo senso è ovvio: bisogna vincere una guerra nell’arco di una sola mobilitazione. Le conseguenze di due leve generali di fila, in un’economia preindustriale (e non solo) possono essere disastrose. Quanto alla parte sui rifornimenti, significa che l’esercito va rifornito una volta sola alla partenza, una al ritorno, nel mezzo deve rifornirsi sul territorio nemico. Per usare le parole di Sun Zi: 1 corbello di cibo loro vale come 20 dei nostri.

Per quanto riguarda i soldati, Sun Zi è chiaro: ciò che spinge a uccidere il prossimo è la rabbia, ciò che spinge a ottenere vantaggi per il proprio paese sono i beni materiali. La prima parte è abbastanza chiara. La seconda sembra riferirsi alla possibilità di saccheggiare. Tuttavia Wang Hsi, citato da Sawyer, interpreta questa frase come un sistema di ricompense che lo Stato accorda ai meritevoli, perché permettere alle masse di procacciarsi ricchezza da sole sul campo può danneggiare la disciplina militare.

E Wang Hsi ha ragione, difatti, nel prosieguo, Sun Zi parla chiaramente di ricompense: quanto dieci carri nemici sono catturati, ricompensa quelli che hanno catturato il primo.

Peraltro, consiglia di impiegare i carri nemici dopo aver cambiato le insegne. Allo stesso modo, consiglia di trattar bene i soldati catturati, in modo da poterli ri-arruolare dalla propria parte.

 

Tornando all’offensiva, il nostro stratega sostiene che il meglio è preservare la capitale nemica, che distruggerla è il “secondo” meglio. Stesso dice per l’esercito, le compagnie, ecc, giù giù fino alle squadre. Questo viene di solito interpretato seguendo la linea della “guerra veloce” di cui prima. L’interesse non è schiacciare il nemico, ma sconfiggerlo alla svelta mantenendo il massimo delle sue risorse intatte (per poterle assorbire, sull’antico adagio di “questi non sono nemici, sono contribuenti”).

Ciò ha senso in un contesto come quello Cina, una guerra di conquista territoriale. Ovviamente cessa di averne in casi differenti, come le piccole guerre che scoppiavano in Giappone all’Epoca di Heian, in cui il fine era rendere il nemico inoffensivo: era vitale distruggere tutto sul suo territorio, tutte le case, tutti i campi, tutti gli uomini, insomma un bagno di sangue allucinante. Noto questo per sottolineare che la strategia resta il timone: perché stai combattendo? Cosa vuoi? A seconda se un tale esercito vuole ottenere bottino, terra, sottomissione o distruzione, il modo di condurre le operazioni cambierà.

Peraltro, Sawyer cita l’interpretazione di D.C. Lau, secondo cui la frase di cui sopra significherebbe invece che il principale è preservare la propria capitale, e che la distruzione del nemico è il famoso “secondo” meglio. Tuttavia tradizionalmente non è mai stata un’interpretazione in voga, e l’idea di infliggere il meno danno possibile è compatibile con le principali correnti di pensiero cinesi (Confucianesimo, Taoismo, Legismo).

E qui c’è il secondo quote celebre di Sun Zi: ottenere cento vittorie su cento battaglie non è suprema eccellenza. Soggiogare un nemico senza combattere è la vera eccellenza.

La vera vittoria è quella che costa meno, è quella che non richiede una guerra, è la vittoria diplomatica. E prima che io mi perda in deliri sulla quintessenza di un atto risultante nell’assenza dell’atto stesso… vi ricordate la citazione di Allibis?

Se ancora non ci vedere niente di strano o cretino, vi do un indizio: è pensata all’inizio di una fottuta battaglia. “Senza combattere” un emerito cazzo, quando i tuoi sono già schierati e se le danno di santa ragione è tardi per ambire alla “suprema eccellenza”.

Ma continuiamo. Se volete altre ragioni per odiare quel cumulo di merda che è la saga di Unika, potete andarle a cercare nel blog del buon Zweilawyer.

Per coloro che sono ancora qui, Sun Zi, nella sua grande bontà, spiega in dettaglio cosa significa la frase, e se Allibis avesse letto il libro invece di scippare qualche frase a cazzo da citazionifighe.com, avrebbe evitato di scrivere balordaggini cosmiche.

La più alta realizzazione dell’Arte della Guerra è infatti attaccare i piani del nemico, poi le sue alleanze, poi il suo esercito, e per ultimo, se devi, le sue città fortificate. Sun Zi ha orrore degli assedi, e dice chiaro e tondo di cimentarcisi solo se non se ne può fare a meno. Stima tre mesi per la preparazione delle macchine necessarie (mantelletti et similia), e altri tre per le fortificazioni necessarie a tenere un lungo assedio (pensateci ogni volta che nel vostro romanzo il re di turno si alza dal trono e bercia “partiremo domani!”).

Se un generale non sa aspettare e lancia un attacco alle mura, coi suoi soldati che assaltano a cazzo “come formiche”, Sun Zi stima che perderà almeno un terzo degli effettivi senza peraltro prendere la città. Insomma, avete presente quando la cavalleria di Berserk carica delle muraglie di cinta, no?

 

Sun Zi da anche un rapido vademecum su come gestire le proprie forze:

Se i tuoi sono 10 volte i loro, circondali;

5 volte i loro, attaccali;

2 volte i loro, dividi. Qui si può interpretare come “dividi i tuoi” (puoi creare un secondo fronte senza essere in minoranza numerica) o “dividi i loro”. Stringi stringi non cambia, visto che dividendo i tuoi e attaccando su due fronti dividi anche i loro.

Pari forze, puoi provarci;

Se sei in minoranza, cerca di girargli intorno;

Se sei in schiacciante svantaggio numerico, evitali.

Si noti poi il pilastro di tutto ciò: il generale. Il generale è non solo il pilastro portante dell’esercito, ma, dato il ruolo vitale della sfera militare, è il trave portante dell’intero Stato, e non deve aver tarli.

 

Da buon militare, Sun Zi procede a elencare il numero di stronzate che un sovrano può escogitare per mettere scompiglio nel proprio esercito:

Intralciare l’esercito: dare ordini senza conoscere la situazione, ordinando a sproposito di avanzare o ritirarsi;

Non sapendo una ceppa di affari militari, ostinarsi a dirigerli di persona e gestirli come farebbe con l’amministrazione civile: confonde gli ufficiali;

Non conoscere l’equilibrio tattico dei poteri nell’esercito ma pretende di assumerne il comando: gli ufficiali avranno dei dubbi.

Se hai un esercito con ufficiali confusi e dubbiosi, il rischio che i signorotti feudali zompino sull’occasione e di trancino i tendini da dietro diventa alto.

E infine, per concludere questa prima parte dell’Arte della Guerra, i cinque fattori che determinano la vittoria. Preparatevi per la sagra del “vabé, ma è troppo ovvio, ci avrei pensato io se non che non ci ho pensato io”.

Sarà vittorioso chi:

  1. sa quando si può combattere e quando non si può combattere;
  2. sa come impiegare i piccoli e grandi numeri;
  3. i cui ranghi superiori e inferiori hanno gli stessi desideri;
  4. essendo preparato, aspetta un nemico impreparato;
  5. ha un generale capace e un sovrano che non interferisca con quest’ultimo.

E infine l’ennesima celebre massima: chi conosce il nemico e se stesso, non correrà pericolo in cento battaglie; chi non conosce il nemico ma conosce se stesso, otterrà a volte la vittoria, a volte patirà una sconfitta; chi non conosce né il nemico né se stesso… sarà eradicato come è giusto che sia.

 

E’ tutto per la prima parte! Fate i bravi mentre io non ci sono! Tra due settimane, un altro articolo in pubblicazione automatica.

 

Mi aspetto che al mio ritorno le punte di freccia siano scrupolosamente affilate e le corde d’arco sostituite!

MUSICA!

 

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13 thoughts on “Classici Militari: Bing fa, o l’Arte della Guerra (1)

    • Per esempıo nella sıtuazıone gıapponese: non potevı tenere per te la terra, e ıl tuo nemıco l’avrebbe conservata, con la possıbılıta’ dı rıcostruıre la sua banda dı guerra e vendıcarsı.

  1. Io sono una fanatica di storie del genere, ma a oggi gli scrittori fantasy o Sci-Fi che abbiano parlato con un minimo criterio dell’argomento li conto sulle dita.

    @Tenger vogliamo i nomi !

    • Oh, ma li ho già nominati 😉 Il buon Abercrombie se la cavicchia, Heinelein è un immancabile, Ash di Mary Gantle si difende benone per quanto ricordo. Poi bon, se vogliamo buttarla su testi classici semi-storici, certi paggi del Romanzo dei tre regni sono notevoli, e certi massacri de I briganti (questo molto “semi” e pochissimo storico, per quanto ne so XD) valgono assolutamente la lettura (straconsiglio il libro peraltro: lunghissimo ma divertente da morire!). E ovviamente la trippletta Hougen, Heiji e Heike monogatari, tutti e tre provvisti di episodi di sommo gusto a mio modesto parere (ne riparleremo).

      • Che lista striminizita: ‘un è che a forza di ravanare nel fantatrash (e perdere tempo a far le pulci all’Altierone) ti sei persa libri che invece meritavano? O.o 😛 ^_^

        in ogni caso all’elenco aggiungerei doverosamente Turteldove (nel ciclo lungo di Videssos parla di militaria con una certa cognizione di causa), Stirling (di cui straconsiglio la lettura), Elizabeth Moon (che è stata davvero nell’esercito, e si vede).
        E questi sono solo i primi che mi sono venuti in mente.

  2. Si ma Elizabeth Moon è noiosissims.

    Non credo proprio: o meglio, non tanto più di Abercrombie (sopravvalutatissimo) o della Gentle stessa 😛

    Sul serio: leggiti i libri successivi alla prima trilogia; migliorano tantissimo (la storia finalmente ingrana, la scrittura si fa più scorrevole e i personaggi più interessanti e sfaccettati).

    E comunque, si parlava di scrittori che parlano di militaria con competenza: già che ci siamo spara anche tu un po’ di nomi 😛

    • Giulio Cesare e Senofonte : P

      Buoni tutti a sparare due classici, ma … dal tono delle tue roboanti spacconerie, mi sarei quantomeno aspettato una chicca come lo strategikon di Maurizio e invece … 😛

      ^_^ srsly, the challenge is still open: fuori i nomi degli “scrittori strateghi”… io aggiungo al lotto Bernard Cornwell , che sia con la sua “Warlord Saga” che con il successivo “ciclo dei Sassoni” riesce ad unire preparazione e cacapità di intrattenimento e sfornare libri (che ho personalmente trovato) bellissimi.

      • Steven Pressfield, le Porte di Fuoco. Quel libro è pura poesia.
        Tra l’altro è uno degli alquanto rari casi di libri di narrativa inclusi nella lista di letture obbligatorie della US Army, a quanto pare per via della sua trasposizione della psicologia militare e del metodo di raggiungimento di un solido esprit de corps.

  3. Pingback: Classici Militari: Bing Fa o l’Arte della Guerra (3) | Fortezza Nascosta

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