Commercio e denaro: traffico di uomini e ricchezza tra VIII° e X° secolo

Messires et mes dames, spero abbiate passato un buono shabbat. Bentornati in questo luogo di frustrazione e invidia. Oggi noi esuli eravamo alle urne. Per festeggiare un avvenimento così avvincente come le elezioni europee, ho deciso di deliziarvi con un articoletto su qualcosa di altrettanto avvincente: commercio!
Si tratta di un articolo molto generale, volto a dare una visione generale degli scambi e magari demolire certi luoghi comuni.

Il crollo dell’Impero Romano è forse uno dei periodi più caotici e difficili della storia Europea. Se Costantinopoli se la cavò relativamente bene, in Occidente la botta fu molto più forte.

Tra IV° e VIII° secolo possiamo individuare alcuni grandi movimenti generali: rallentamento degli scambi e dell’economia monetaria, declino dei centri urbani e del potere politico, predominanza economica di agricoltura e ricchezza fondiaria (ergo sviluppo di una civiltà rurale e di aristocrazie locali).

Nel corso del IX° secolo, l’Occidente romano-germanico si ristrutturò, parato da Costantinopoli da un lato, ma esposto agli assilli di ungheresi, scandinavi e saraceni (che nonostante si fossero rotti le corna su Bisanzio e Poitiers avevano mantenuto una forte presenza nel Mediterraneo).

Il commercio pare anemico, e le fonti ne parlano molto poco. Con la spinta Mussulmana del VIII° secolo, l’Occidente aveva perso buona parte delle rotte del Mediterraneo occidentale: a differenza di quei bastardi dei Bizantini, i franchi non avevano il fiato e la flotta sufficienti per tenere i saraceni fuori dalle palle. I porti di Langue D’Oc e della Provenza cadono in letargia, dato che, a parte Giudei e Frisoni, sono pochi a praticare ancora il commercio marittimo. Stando a certi storici, l’Occidente franco resta imbottigliato.

In realtà il commercio non morì mai del tutto. Boutruche osserva che storiografi come Pirenne giudicano il traffico troppo vitale prima degli infedele e troppo morto dopo. Resta comunque il fatto che gli assi commerciali si spostarono più verso nord.

Il mondo Islamico, che collegava il Mediterraneo con l’Oceano Indiano, portò una frana di grane, ma anche qualche novità e un po’ di linfa al commercio Occidentale. I Mussulmani misero le mani su grandi regioni aurifere (come il Sudan) e misero nuovo oro in circolazione. La moneta d’oro si diffuse in Egitto, Siria, Africa del Nord e, dal X°, Sicilia e Spagna mussulmana. Dinar islamico e Nomisma bizantino erano le monete d’oro più correnti in Mediterraneo. Ergo se da un verso gli infedeli falciarono le gambe al traffico marittimo franco e dettero un gran fastidio a quello bizantino (ma lì facevano bene!), dall’altro commerciarono coi latini, reimmettendo oro nelle loro economia. Bisogna tener presente che la bilancia commerciale non era a favore dei franchi, il che era risultato in un lento drenaggio dell’oro verso gli infami del Bosforo.

Cosa fornivano i franchi ai loro dirimpettai maomettani o ai loro cugini invertit bizantini? Secondo Boutuche: schiavi, marmo, legno per navi, armi e metallo. Molto del bestiame umano era razziato in terre slave e lettoni al di là dell’Elba o comprato agli Anglosassoni, e molto del traffico finì per orientarsi sulla Spagna Islamica, visto che comunque in Mediterraneo Orientale erano ben riforniti.

In cambio, i franchi importavano stoffe preziose, spezie, profumi, incensi, avorio, cuoio lavorato e papiro, ma anche vino, olio d’oliva, miele, frutta e verdura secca.

Questo caprioletto vampiro è il Moscus Moschiferus, cervide himalayano che produce pallette odoranti, il muschio, estremamente apprezzate e ricercate in tutto il mondo. No, non è photoshoppato. Pensare che la Tigre dai Denti a Sciabola è estinta mentre questa bestiaccia ancora se la spassa…

Costoro non erano gli unici interlocutori commerciali dei franchi: dal VII° si aprono nuove rotte commerciali si svilupparono lungo i fiumi, come il Mosa, o nei paesi Renani, verso il Mare del Nord.

L’oro non aveva un gran corso in Europa occidentale: dal VII° le monete sono battute principalmente in argento.

Va precisato che non si tratta di un impoverimento delle classi alte, che basavano la loro ricchezza sulla terra, quanto di un abbassamento del livello di vita. Peraltro, l’uso era di non ridurre l’oro in banali lingotti o monete: i potenti di questo periodo preferivano farne oggetti d’arte, gioielli o paramenti sacri, eventualmente da portarsi nella tomba. Il forziere con i dobloni non si addice a un franco, che era più propenso a far fare un bel crocifisso o un diadema, un acquamanile o un vassoio sbalzato, onde poi fonderli se c’era bisogno di far la guerra a qualcuno. Perché immagazzinare banali dischetti gialli quando ci puoi fare qualcosa di carino? I franchi erano gente creativa.

Arrivati al potere, i carolingi si diedero daffare per migliorare le rotte commerciali e lottare contro l’anarchia monetaria e la frode endemica che ne conseguiva. Gli atelier monetari si davano alla pazza gioia. Se ne contano un centinaio all’epoca di Carlo il Calvo, specie in punti nevralgici del commercio internazionale e locale, o presso miniere di piombo argentifero, o presso saline. Nell’editto di Pitres (864), Carlo il Calvo cercò di ridurre a 9 il numero di atelier e ridurre anche il numero dei mercati.

Riassumendo, sotto i carolingi si battevano solo denari, monete d’argento a percentuale abbastanza debole. L’oro circolava solo come moneta araba o bizantina.

I sovrani franchi non riuscirono a risolvere del tutto il problema della, hum… creatività monetaria, ma risanarono non poco la situazione, a beneficio degli scambi interni, ma anche di quelli con Bisanzio, con la Spagna Mussulmana e col Nord. Fu stabilita una relazione di peso fissa tra il denaro franco, il dirham, il nomisma.

Tornando al commercio, abbiamo l’importante testimonianza di Ibn Khordadbeh, alto funzionario di Bagdad, che ci parla degli scambi tra Oriente e Occidente. A fare la spola sono in generale giudei rodaniti (“della strada”) installati in Gallia meridionale.

Una rotta portava i mercanti all’istmo di Suez, e da lì verso il Sind, la Cina e l’India. Al ritorno, i giudei passavano da Porto Said, Costantinopoli e tornavano dai franchi.

Una seconda rotta più meridionale passava verso la Siria, Bagdad, l’Oman, e ancora più a est.

A volte venivano predilette rotte terrestri, attraverso la Spagna, l’Africa Settentrionale, fino in Egitto e in Siria, per riallacciarsi all’itinerario precedente.

Infine, una rotta scendeva in Italia, passava da Bisanzio, saliva per i “paesi Slavi”, il Caspio, le regioni del basso Volga, l’Amu Daria, la Transoxiana e la Cina.

Purtroppo non abbiamo dettagli sulle transazioni, il volume d’affari o il ritmo dei viaggi.

Su distanze più modeste, nel X° c’era commercio con la Spagna Mussulmana, specie da parte dei mercanti di schiavi di Verdun, che vendevano negli emirati di Cordoba e tornavano con cuoio e tessuti preziosi. Altri, da Marsiglia, Arles e Narbonne andavano a Gaeta, Napoli, Salerno, Amalfi, dove trovavano stoffe preziose, artigianato, spezie e profumi importati da Costantinopoli e dalle zone mediterranee sotto controllo mussulmano.

Vi sento molto interessati a questo argomento!

Tornando nello specifico al commercio marittimo, i documenti parlano più di pirati che di mercanti (spesso le due categorie si cavalcavano), il che ci fa supporre che l’attività di questi ultimi fosse piuttosto debole. Sappiamo che i mercanti dell’Italia del sud commerciavano con Bisanzio sotto protezione dell’Imperatore d’Oriente, ma per quanto riguarda il nord-est, preferivano le vie terrestri via la Lombardia e le Alpi. C’è da dire che pirati e mercanti sono spesso la stessa gente.

A partire dal IX Venezia cresce. Esporta in Oriente prodotti italiani e schiavi dalmati, e riporta prodotti di lusso da Bisanzio, Marocco, Egitto, Sicilia o Siria.

Altre vie puramente terrestri erano nei paesi renani, tra la piana di Boemia e il nord dei Carpazi, con i mercanti del Mar Nero. Kiev era un altro crocevia molto importante, tra Baltici, Mare Nero, Caspio e Turkestan. La valle Danubiana era stata liberata dagli avari nell’VIII°, ma s’intasò di nuovo con gli ungheresi. Praga divenne un punto nodale del traffico di schiavi. Sale, bestiame, schiavi e armi andavano e venivano da queste regioni a quelle più occidentali grazie a mercanti giudei o franco-germanici.

Infine, dal IX° al XII° altre vie collegavano i paesi del Mar Nero, il Caspio e l’Asia centrale con le regioni scandinave e franche, tracciate in particolari dai Variaghi svedesi (il termine variago significa, in origine, “mercante”).

Gli svedesi commerciavano anche con Bizantini. Novgord e Kiev erano due centri di commercio internazionale. I mercanti scandinavi vendevano pellicce, miele, schiavi e ambra a mussulmani e bizantini. Riportavano prodotti da oriente e Russia meridionale.

Altri mercanti nati erano i frisoni (sottomessi ai carolingi nell’VIII° secolo), che giravano per il Mare del Nord, l’Atlantico fino al Golfo di Guascogna e la Manica. Commerciavano con Inghilterra, Danimarca e Svezia. Facevano anche traffico fluviale nei Paesi Bassi e in Fiandra. Portavano mercanzie dell’Ovest in Scandinavia via Reno, Mosa, Schelda, bacino di Parigi o fiumi della Germania settentrionale. Ridistribuivano nei pasi franchi prodotti dei baltici e drappi inglesi, spezie, profumi e stoffe preziose.

Nell’840, il traffico cominciò a soffrire delle invasioni normanne.

Centri come Dorestad declinano, altri, come Tiel, Etaples, Montreuil o Wissant, fioriscono. Birka cedette il posto a Sigtuna, Hedeby a Slesvig. Certe rotte commerciali s’interrompono, svaniscono e poi sono riaperte da nuovi uomini. Bisogna aspettare il X° secolo prima che il commercio si riprenda dalla batosta normanna.

Per l’Occidente del IX° e del X°, il Mediterraneo restò un centro di commercio abbastanza importante, anche se a periodi i mari erano così pericolosi che i mercanti preferivano fare lunghi giri o seguire le coste. L’asse principale di scambio restò comunque orientato a nord.

Insomma, nonostante l’idea preconcetta che abbiamo di “Medioevo”, l’Occidente non era ripiegato su se stesso: c’erano scambi, ma questi mancavano di una buona organizzazione tecnica ed erano controllati. I sovrani mussulmani controllavano i traffici e la circolazione monetaria, così faceva pure l’infame Bisanzio, con dogane, passaporti, divieto di esportazione di metalli preziosi, etc. I carolingi avevano politiche simili: accordavano dispense ai mercanti che rifornivano il Palazzo, le abbazie e le chiese.

Una grossa fetta della popolazione restava straniera al commercio su grande distanza ma non a transazioni locali e regionali. I prodotti scambiati in questo contesto sono molto meno raffinati: cereali, vini, prodotti dell’allevamento o della pesca, tessili, tessuti ordinari.

I mercati locali erano costituiti da qualche fiera o piccoli mercati frequentati dai vicini, dove giravano pochi denari. In effetti, nei villaggi e nel piccolo scambio la moneta è quasi assente: si preferiva il baratto. Quasi assente, ma non del tutto assente. In parte circolava, ed era raccolta ad esempio per pagare le tasse e le rendite. Presente o no, la moneta era comunque un étalon d’echange: il debitore pagava in natura, ma con prodotti stimati e valutati in rapporto a un valore monetario.

La cosa è un po’ diversa nel nord della Francia, Paesi Bassi, ovest e centro della Germania, dove una popolazione più densa favorì un maggiore sviluppo commerciale. Si creano faubourgs di commercianti e artigiani a Metz, Verdun, Tournai, Mayence, Cologne. I centri urbani si sviluppano gradualmente.

Il nocciolo “pre-urbano” era di solito un monastero, un’abbazia, un castello o un Palazzo. Alle volte cittadine nascevano dal nulla in riva a un fiume o su un estuario. I faubourgs di mercanti e agglomerazioni nuove dedicate agli scambi si chiamano portus. Alla fine del X° i porti sono sulla buona strada per diventare piccole città.

Quanto ai mercanti, se si fa astrazione dai vagabondi e i rivenditori ambulanti di pacottiglia, i legitimi mercatores erano in genere di 3 tipi : Giudei (principali fornitori dei Re e per prodotti orientali) ; Frisoni ; mercanti aborigeni con antenati rurali. I mercanti godevano di diversi privilegi locali (economici, giudiziari, ecc), ma la Chiesa li guardava con sospetto (gente che fa soldi, che schifo!). Ad ogni modo, a questo stadio sono di solito troppo pochi per costituire una vera classe.

In conclusione, c’è una vera differenza, in questo periodo, tra Oriente e Occidente. L’Occidente continua a basare la sua economia sull’agricoltura e sul dominio terriero. La specializzazione delle attività è appena abbozzata, le tecniche di produzione, trasporto e consumazione restano rudimentali, le nozioni di capitale, investimento ecc. sono anche quelle appena nate. I prezzi sono stabili ma elevati per il potere d’acquisto. Persistono pratiche che si basano sul metallo prezioso, ma le monete sono poche e il baratto domina. Inoltre, la gente cerca in genere di « vivere del suo ». I monasteri ricercano l’autosufficienza, come aveva consigliato il Concilio d’Orléans nel 538. La Chiesa aveva vietato ai cristiani il prestito a interesse dall’VIII° secolo (*), cosa che pone problema quando si vuol lanciare un buisness. Insomma, si tratta in generale di un’economia di consumo controllata dai Re e i capi locali. Spesso è in atto una vera e propria economia di guerra, che drena il surplus verso l’esercito.

N’empêche, anche se fragili e operati tra entità cellulari, gli scambi esistevano, e perfino i contadini potevano maneggiare moneta per comprare ogni tanto sale o metallo. In realtà, l’autarchia dei grandi signori era meno reale di quanto si pensi. Per dirla con le parole di Bloch:

La società d’allora non ignorava di certo né la compera né la vendita. Ma non viveva, come la nostra, di compera e di vendita. (La société féodale, p.108)

Il commercio non era il solo fattore di circolazione di beni. Le rendite per la protezione di un capo o roba simile giocavano un ruolo. Uguale per il lavoro umano, dacché la prestazione aveva più spazio dello scambio, nella vita economica.

Se da un lato la ricchezza era indissociabile dal comando, i potenti avevano una capacità di acquisto limitata, anche a causa della penuria monetaria e della taglia ridotta dei tesori. Piccoli e grandi vivevano in maggior parte sulle risorse del momento.

L’atonia della circolazione monetaria riduceva peraltro a quasi niente il ruolo sociale del salario. Questo infatti presuppone che la fonte del denaro non rischi di estinguersi a ogni due per tre. Era necessario quindi pagare con altro che non fosse il versamento periodico di soldi, condizione molto precaria in questo periodo.

Due soluzioni furono trovate: invece di pagare qualcuno in denaro, prendere il tizio presso di te, mantenerlo e fornirgli una “prevenda”. Altra soluzione: dargli della terra che possa sfruttare (o da cui possa esigere delle rendite) per potersi mantenere.

E’ chiaro che i legami erano diversi da quelli generati dal salariato. Da signore a uomo il legame è intimo, più che non da padrone a salariato, ma si dissolve alla svelta quando il beneficio del sottoposto diventa ereditario. La società feudale ondeggia tra il legame stretto da uomo a uomo e quello lento della tenuta terriera.

“Non hai ancora finito?”

Dello sviluppo e della natura del legame feudale parleremo un’altra volta! Lo scopo di questo articolo era solo di fare una rapida panoramica degli scambi e della circolazione monetaria in Europa. Spesso il commercio è un aspetto che viene sorvolato del World Building sciatto, e questo è MALE. La stessa roba non si trova ovunque, né tantomeno allo stesso prezzo. Pensateci la prossima volta che accozzate prodotti eterogenei nel villaggio contadino del PresceltoTM.

Ora, quale canzone potrebbe concludere un articolo su commercio e vil denaro?

Ma che domande

 

 

 P.S.

Il 16 giugno sarà l’anniversario della morte di Marc Bloch, ebreo francese, veterano decorato della Grande Guerra, cofondatore degli Annales, nume della storia Medievale, patriota e resistente, catturato, torturato e fucilato dai Nazisti. Morì con molto onore, rassicurando i suoi compagni di esecuzione. Secondo i testimoni, un ragazzo accanto a lui si lasciò sfuggire “ça va faire mal” (farà male). Bloch gli posò una mano sulla spalla e rispose “Mais non, petit, cela ne fait pas mal” (Ma no, piccolo, non fa male). Morì gridando “Vive la France”.

Giusto per ricordarlo. Bloch è stato uno studioso straordinario, un buon soldato, un patriota valoroso, un grande uomo. Merita di essere celebrato.

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Bibliografia

BOUTRUCHE Robert, Seigneurie et Féodalité, Ed. Montaigne, Parigi, 1968, p.1-64

BLOCH Marc, La société féodale, Albin Michel, Parigi, 1939, p.97-114

 

(*) Pietro Moroni mi fa notere che tale divieto si ammorbidì molto nell’XI°, permettendo anche ai Cristiani di prestar quattrini e (gulp!) guadagnarci sopra. Gli usurai per eccellenza restarono comunque gli ebrei, a cui i pesci grossi tiravano sòle con più agio. Fonte: Luciano Pellicani, La genesi del capitalismo e le origini della modernità (Marco editore).

 

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26 thoughts on “Commercio e denaro: traffico di uomini e ricchezza tra VIII° e X° secolo

  1. Bell’articolo!

    Una precisazione: quando si parla dei vari lettoni, slavi e dalmati, ci si riferisce sempre a popolazioni non cristianizzate e in quanto tali schiavizzabili a piacimento?

    • Per quanto ne so sì, slavi, dalmati e lettoni non erano battezzati, quindi non godevano di nessuna protezione da quel punto di vista. C’è anche da dire che per gli scandinavi la regola non era poi così astringente, dato continuarono a razziare schiavi in Irlanda ben dopo la “cristianizzazion”, as far as I know. Inoltre, in questo periodo, i vari “cristiani” avevano ognuno la sua versione adattata di vangelo (non era strano per un Islandese del 1000 andare a messa a Natale e pregare la Dea del Mare), quindi si poteva giocare la carta del “non sono veri cristiani”.

  2. Marc Bloch è un figo ^_^
    E scriveva pure bene. La società feudale è tuttora uno dei miei libri preferiti sull’argomento.

    Spesso il commercio è un aspetto che viene sorvolato del World Building sciatto, e questo è MALE. La stessa roba non si trova ovunque, né tantomeno allo stesso prezzo. Pensateci la prossima volta che accozzate prodotti eterogenei nel villaggio contadino del PresceltoTM.

    Questo è un dramma che ci siamo portati dietro dai giochi di ruolo (i cartacei prima e i videogiochi dopo), e le loro tabelle di mercanzia di riferimento fisse per agevolare le giocate (l’oggetto X costa sempre TOT, così sai quanto loot devi accumulare per poterlo comprare).

    • Non so cosa abbia avuto un impat più dvastante sulla narrativa fantastica, se The lord of the rings o i giochi di ruolo (e sottolineo che io amo ENTRAMBI). Dovrebbe andar da sé che una partita o un’ambientazione non può essere passata pari pari da un medium all’altro, ma evidentemente il concetto è ancora ostico. Peraltro, devo ancora leggere un romanzo nato da una ruolata che sia anche solo lontanamente leggibile >_<

      • Non so cosa abbia avuto un impat [sic.] più devastante sulla narrativa fantastica, se the lord of the ring o i giochi di ruolo

        avevo espresso il medesimo concetto qualche tempo fa (l’anno scorso? due anni fa?) sullo zweiblog, col risultato di farmi dare del troll da tale @azzarol e far sbavare di rabbia sulla tastiera un congruo numero di altri utenti (a giudicare dal tono dei loro commenti successivi).
        Visto il linciaggio mediatico cui era stato sottoposto il mio commento, ho ritenuto opportuno non argomentare ulteriormente, ma sono comunque lieto di constatare di non essere l’unico a pensarla così 😛

  3. @Dago: la risposta è un tantino più complicata: gli slavi erano per antonomasia bestiame umano (immagino tu sappia già che la parola italiana “schiavo” deriva da slavo), ma non erano certo l’unica e sola “materia prima” del traffico di “instrumenta vocalia” della nostra età di mezzo, anzi.
    Inoltre, i nostri antenati “barbarici” erano gente pragmatica: certo, non potevano schiavizzare direttamente un altro cristiano. Santa Madre Chiesa lo impediva: tuttavia, se il cristiano lo comperavano, diciamo così, già schiavo il dilemma morale non si poneva proprio, o meglio, si chiudeva prudentemente un occhio (evitando di insistere sull’osservanza di norme e precetti che sarebbero poi, nei fatti, rimaste in ogni caso più o meno completamente disattese).
    Ricorda poi che i “nobili” franchi non si sporcavano le mani direttamente con quella cosa così volgare come razziare villaggi di bifolchi slavi (o anglo-sassoni, o irlandesi, o gallesi, o frisoni, o sassoni). Semplicemente, lasciavano il “lavoro sporco” a qualcun’altro (ungari e prima ancora avari, normanni, gallesi, saraceni etc.), che “riempivano le stive” e accumulavano il “capitale umano” (permettimi il bon mot) che andavano a rivendere negli appositi “emporii” (come dice la fanciulla, per un periodo lo è stata Praga, ma anche Londa dopo l’occupazione danese, credo anche Dorestad, Birka e altri posti così, dove si intersecavano le varie direttrici dei commerci più diversi), e lo comperavano, per così dire, bello pronto ed impacchettato.

    Anche ad Oriente la situazione non era dissimile. Per certo non mancava la fonte di schiavi: per anni il tableau anatolico è stato teatro di una “guerra sporca” di frontiera, fatta soprattutto di incessanti raid arabi (ed, ovviamente, della risposta del Basileus quando gli intrighi di palazzo e le finanze, sovente dissestate, gli consentivano di rendere la pariglia). In tal modo, peraltro, sono state poste le condizioni per la nascita del latifondo e di quell’aristocrazia fondiaria che fu poi una delle case della decadenza dell’Impero.

    • Pongo domanda visto che mi sembri esperto: nel basso medioevo e nel primo rinascimento la schiavitù in occidente come era messa?
      Ce ne era tanta?
      Tia!

      • Ciao Nicholas: scusa per il ritardo con cui ti scrivo la mia risposta, ma non volevo scrivere una cosa per l’altra.
        In primo luogo devo schernirmi: non posso mio malgrado fregiarmi del titolo di esperto perché, come Zwei e altri, sono purtroppo solo un semplice appassionato.
        Tanto premesso, devo poi aggiungere che non ho mai approfondito particolarmente il tema. Quindi quello che segue è per gran parte frutto dell’aver messo assieme le mie letture degli ultimi anni filtrandole alla luce dell’informazione che ti interessava.
        Il tema è comunque complesso: tieni conto che la presenza di copiosa manodopera servile rendeva obsoleto (oltre che antieconomico) l’utilizzo di schiavi come invece avveniva nell’evo antico.

        Allo stesso modo, le minori rese agricole (anche dopo la c.d. rivoluzione industriale) e la conseguente cronica scarsità di manodopera hanno spinto verso una “tecnologicizzazione” che, di nuovo, ha superato l’altra funzione della schiavitù nell’evo antico (mulino ad acqua/a vento, segherie veneziane, mantici ad energia idraulica, mulini per la follatura etc.): utilizzare lo stesso quantitativo di “capitale umano” con le rese agricole del periodo sarebbe stato del tutto impossibile.

        Gli “schiavi” pertanto non erano così diffusi in occidente (come invece nel mondo musulmano) perché era in buona sostanza venuta meno quella che era la loro funzione (e la loro sostenibilità) rispetto all’evo antico. Tuttavia, quando le condizioni sono mutate (scoperta delle Americhe etc.) la schiavitù è prepotentemente ricomparsa come “fatto quotidiano”.

        Inoltre segnalo che taluni storici sostengono invece che la parola servus (che in latino, come saprai, indicava lo schiavo), anche in pieno medioevo non avesse assunto quella traslazione di significato che siamo abituati ad attribuirle, e che pertanto continuasse a connotare lo status di persona non libera .

        Spero di essere stato abbastanza chiaro e di averti risposto esaurientemente ma, se avessi bisogno di ulteriori approfondimenti, non esitare a chiedere 😉

      • Aggiungo che lo status di un uomo non si risolveva in “libero” o “non libero”, c’erano tantissimi gradi di libertà e di non-libertà. Uno stesso uomo poteva peraltro avere un diverso grado di libertà in diversi contesti. La complessità dell’argomento rivaleggia solo con la complessità di diritti di beneficio e proprietà. In poche parole, era un casino colossale. Boutruche ne parla nel suo saggio, ne straconsiglio la lettura 😉

      • Grazie Anacroma, sei stato gentilissimo, non voglio abusare della tua gentilezza quindi ti chiedo solo più se hai qualche testo da consigliarmi sull’argomento così mi faccio una base di conoscenze pure io.
        Grazie ancora!

      • @Nicholas:
        letture sicuramente consigliate (e più o meno in tema):
        – Cambridge Medieval History (ed. del 1922, in particolare le parti sull’Inghilterra Normanna, sull’Impero Bizantino e sulla Reconquista… a memoria non ricordo i volumi, ma se la biblioteca della tua città è un minimo ben fornita dovresti trovarli senza troppi problemi).
        – The New Cambridge Medieval History (ed. 2005, e peraltro si trova pure aggratise online )
        Altro non mi sovviene, or ora: ma questo (e la bibliografia che correda le varie monografie che compongono l’opera) è sicuramente un’ ottima base da cui partire.
        Buon approfondimento 😉

      • Grazie Anacroma!
        Per ora inizio da Boutruche consigliato da Tenger e mi segno anche i tuoi.
        Hai anche tu un blog per caso?

      • Nessun blog, per intanto, sorry: XD ho troppo da fare a commentare con aria saccente e ditino alzato nei nei blog altrui per potermene permettere uno personale. 😛 ^_^ 😉

      • @Nicholas: per darti una risposta un po’ più seria: Il blogging è come farsi un orto. Una cosa di gran moda di sti tempi, che sembra facile e alla portata di tutti, ma che purtroppo NON tutti sono all’altezza di fare.
        Per creare e seguire il nostro “orticello virtuale”, infatti, occorrono (almeno) tre cose fondamentali.
        Il tempo per cagare articoli con una certa cadenza (che non vuol dire solo defecare parole su Word processor e copiarle pari pari su WordPress o blogspot.it, ma anche editare e, a seconda della piattaforma che ti sei scelto, dedicare più o meno tempo a combattere con i mulini a vento della tecnologia etc. etc.), la voglia di scriverli, e il (buon)tempo di starci dietro (rispondere ai commenti, uccidere a sassate spernacchiare i troll e chi crede di saperla più lunga di te, ringraziare chi commenta anche se spesso gli verseresti gutalax nel bicchiere, fare P.R. – che ti obbliga a “frequentare, seppure in maniera “virtuale”, autentici soggettoni che in caso contrario non avvicineresti ne andasse della tua vita – etc. etc.).
        Poi, soprattutto, bisogna avere qualcosa da dire . Perché purtroppo l’internet è saturo di blog che seguono l’onda del momento: vedi il boom dei censori armati di recensioni al vetriolo dopo l’esplosione di Gambery Fantasy, oppure il fenomeno “fashion bloggers” (che sovente regalano alla rete omicidi preterintenzionali del buongusto, mascherati da “consigli di stile), che negli anni hanno inondato la rete di blogghettini di cazzatine inconsistenti come l’aria (tanto da far nascere il modo di dire “chi non sa fare insegna, e chi non sa insegnare apre un blog” xD).

        In questo panorama sconfortante, che ha generato un fastidiosissimo balbettio diventato “rumore di sottofondo” assordante, citare i Soundgarden (che citano John Lennon) mi è sembrata la cosa migliore da fare.

  4. Alcune precisazioni:

    L’oro non aveva un gran corso in Europa occidentale: dal VII° le monete sono battute principalmente in argento.

    Credo sia più corretto che tu scriva che le monete (in Europa occidentale) sono battute esclusivamente in argento. Per il semplice fatto che non c’era niente di valore così alto che potesse essere comperato con l’oro, rendendone di fatto desueto l’utilizzo come moneta (è anche per questo che in occidente l’oro veniva tesaurizzato ed utilizzato per scopi “ornamentali” più che pratici). Da che ricordo, esisteva una moneta aurea (nei territori franchi) ma solo in astratto, come unità di calcolo .
    Anche prima, comunque, il conio di monete d’oro era legato soprattutto ad una funzione di prestigio, più che economica. (mi spiace non poter essere più preciso, ma sto andando a memoria, e non credo di riuscire a ricontrollare le mie fonti entro la settimana: se la cosa interessa, comunque, sarei lieto di postare qualche approfondimento).

    Va precisato che non si tratta di un impoverimento delle classi alte, che basavano la loro ricchezza sulla terra, quanto di un abbassamento del livello di vita.

    Anche qui non sono d’accordissimo. Anche perchè un nobile francone era oggettivamente più povero di un proprietario terriero anatolico o di un signore della guerra Almohoravide. E non solo perché nell’Occidente la ricchezza era legata alla terra (ed alla rendita fondiaria) e la sua redistribuzione era avulsa da logiche “di mercato” (perdonami il termine), ma anche perché la resa era comunque inferiore.

    • Credo sia più corretto che tu scriva che le monete (in Europa occidentale) sono battute esclusivamente in argento.

      Come aspirante storiografa, mi guardo dall’usare termini come “esclusivamente”, perché sono traditori 😛 Secondo Boutruche, saltuarie emissioni in oro esistono, ma sono rarissime ed estemporanee.

  5. Secondo Boutruche, saltuarie emissioni in oro esistono, ma sono rarissime ed estemporanee.

    Davvero? Sarebbe interessante che approfondissi: da che mi risulta, “prestige coins” vennero emesse nei regni anglosassoni (ma prima dell’intervallo temporale che hai considerato), se non ricordo male anche nel regno visigoto, e forse con i primi re franchi.
    ma (per quanto ne sappia) l’Europa carolingia conosceva solo moneta d’argento, per i motivi che ho posto nel commento precedente.

    • Boutruche non specifica, parla di commercio e moneta in un libro completo sulla realtà feudale in generale. Siamo intesi che nei fatti la moneta d’argento era esclusiva, ma per una questione di correttezza non si può dire che dal VII° in poi la moneta fu SOLO d’argento (di solito si evita di far affermazioni assolutiste, uno perché nella Storia realtà assolute sono estremamente rare, due per evitare che qualche cagacazzi numsmatico venga a tirar giù un putiferio perché Lotario I emise venti monete d’oro una volta 😀 )

  6. Relativamente alla questione della circolazione monetaria, consiglio a tutti “Money and its Use in Medieval Europe” (1988) di Peter Spufford. E’ un testo molto interessante e di facile lettura.

  7. >>In questo panorama sconfortante, che ha generato un fastidiosissimo balbettio diventato “rumore di sottofondo” assordante, citare i Soundgarden (che citano John Lennon) mi è sembrata la cosa migliore da fare.

    Menomale che io vo sull’internet solo per il pr0n…

  8. @Dago: un tuo blog, ad esempio, lo seguirei volentieri: hai una buona penna, quando ti ci metti (ricordo fra l’altro i mitici racconti di wikilex, gli esileranti resoconti della tua vita universitaria che postavi sullo Zweiblogghe etc.).

    @Tengrrrl: nel mio commenti di prima, è saltato il link, a questa canzone , e il passaggio citato da Dago risulta infatti incomprensibile :-/
    Non è che riesci a ripristinarlo? O.O

    • La ringrazio per il pompino di incoraggiamento, Esimio Avvocato, ma preferisco declinare il gentile invito. Intendiamoci, non ho nulla contro l’esperienza dello SCRIVERE in sè. E’ l’esperienza del MORIRE POVERO, quella che mi attrae poco…

  9. Pingback: Primo anniversario: un anno di legnate e lagne | Fortezza Nascosta

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