Combattenti di Heian: la banda di guerra

Per riprendere quello che dicevo nell’articoletto sull’evoluzione militare (se non lo avete letto fatelo, è ottimo per l’insonnia!), quando si parla di esercito e Giappone preindustriale, la prima idea che viene è quella di un’entità organizzata, con schieramenti di cavalieri, linee di picchieri, fantaccini a natiche ignude che sono lì per fa bodycount. In parole povere, l’esercito del Periodo Sengoku che il buon Kurosawa ha messo tanta cura a rievocare.
Questo tipo di armata comincia a esistere piuttosto tardi. Li vediamo abbozzati in quel felice disastro di epiche proporzioni che fu la Guerra di Ōnin, nel 1467. Risalendo agli inizi del governo dei guerrieri, troviamo un sistema molto differente. Prendete una battaglia a caso del XII°: troverete più ordine e disciplina in un concerto dei Sabaton.
Quindi perché perdere tempo con quelle noiose linee di moschettieri quando possiamo tuffarci nel sanguinoso bordello delle bande di guerra?
La banda, la bushidan, il meraviglioso embrione che fiorirà qual boccio di ciliegio nella raccapricciante Guerra di Genpei! (Raccapricciante per l’epoca: i giapponesi hanno il dono di superarsi sempre) In particolare, voglio parlare della banda che vediamo operare nel X° secolo nell’Est di Honshu (e più precisamente nel Bandō).
Bando

Il Bandō, dal saggio di Friday, The first samurai

Le bande del X° presentano già gli elementi essenziali della banda feudale. Da un punto di vista puramente pratico, non c’è ragione di non definirle bushidan. Ma per via di fottute convenzioni storiografiche, non si può. Non vorrei farmi tirar le orecchie in terra da qualche purista cagacazzi (non prima di aver finito il mio mémoire sul rapporto di vassallaggio e i legami uomo-uomo), ergo mi limiterò a chiamarle bande.

Il contesto

Giusto un paio parole di background. Abbiamo visto come il sistema del gundan sia fallito e come le autorità si siano appoggiate sempre di più su forze private. In teoria la necessità di un Decreto per mobilizzare più di 20 armati era sempre valida nel X°, ma la Corte sapeva guardare dall’altra parte quando faceva comodo. I tributi dovevano affluire. E non era solo una questione di ingordigia aristocratica, anche se tutti sappiamo che i sacrés ci-devants sono sfruttatori del popolo per definizione!

La Corte e i suoi nobili erano responsabili dell’equilibrio del Paese. Sì, magari il protocollo per tale cerimonia costava tanto, ma la salvezza del Paese ne dipendeva! Rimpiangerai i tagli sugli incensi quando i terremoti ti spianeranno la casa!

I nobili passavano il tempo a comporre poesie e partecipare a rituali, ogni compito pratico legato alla loro funzione era scaricato con sussiego sulle spalle di una torma di segretari, addetti, aggiunti, galoppini, stagisti, ecc. Perché tenere la contabilità o mandare rifornimenti al Chinjufu sono cosette frivole: organizzare la Degustazione delle Primizie o la Purificazione del Respiro Imperiale… that’s serious business!

(Hey, non giudicate, ogni civiltà ha le sue idee balzane, e noi non siamo in una buona posizione per criticare)

Di più, in questo periodo tutte le funzioni maggiori e i ranghi dal sesto in su (ovvero i ranghi dell’Alta Aristocrazia) sono diventati ormai monopolio di poche famiglie. In particolare, le cariche più prestigiose (ministri e consiglieri, ma soprattutto Reggente e Gran Cancelliere) sono appannaggio dei Fujiwara. L’unica seria eccezione ndel periodo fu Sugawara Michizane, che infatti fu messo nel mezzo e spedito in esilio nel 901. Là morì di dolore e divenne uno dei più terrificanti spettri della Storia, ma delle sue avventure post-mortem parleremo un’altra volta.

Tornando a noi, non solo le cariche erano monopolizzate: le famiglie in questione, e i Fujiwara più di tutti, si appoggiavano sempre meno sulle funzioni ufficiali e sempre di più sui loro uomini personali. I grandi clan avevano istituzioni amministrative private (sul modello della Cancelleria Privata dell’Imperatore). Quando c’era bisogno di fare qualcosa era più efficace, rapido e facile di ricorrere ai propri clienti e scherani piuttosto che prendere la via ufficiale dei Codici.

In questo quadro, non sorprende che il confine tra pubblico e privato sia andato a meretrici. E ciò non toccava solo la Corte: grandi famiglie e grandi istituzioni religiose possedevano latifondi nelle diverse province. Ovvio, i Codici proibivano il possesso della terra, ma ipocrisia e contraddizione non le abbiamo inventate noi: questi appezzamenti, shōen, divennero prima esenti da tasse e poi esenti dall’autorità dei funzionari provinciali.

Ergo ci troviamo davanti a un sistema bastardo in cui sopravvivono le istituzioni ufficiali, ma la rete di clientele, alleanze e favori tarla e condiziona ogni aspetto della vita. Una situazione molto mafiosa, per certi versi. Per dirlo con le parole di Hurst (citato da Friday), il Paese è dominato da un numero ristretto di grandi famiglie e istituzioni religiose che perseguono i loro interessi privati e che si sono evolute in parallelo alle funzioni dei Codici.

Venendo al Bandō, la situazione è anche più complicata. I notabili locali, i dogō, sono armati e protetti da una rete di alleanze tra congeneri. Spesso sono legati come clienti a funzionari, talvolta gente molto importante. Taira no Masakado (di cui parlerò di certo in futuro), oscuro dogō di Shimōsa, era cliente di nientemeno che il Ministro degli Affari Supremi Fujiwara no Tadahira.

Ma che festa sarebbe se a far casino fosse solo una categoria? Anche i governatori difatti sono armati! Nel X° era ormai regola che costoro si portassero appresso qualche decina di rōtō, ovvero valletti d’arme, uomini di mano simili per reputazione ai famigerati Bravi del Manzoni. Non erano per forza uomini fedeli alla persona del governatore. Come dice Hérail citando lo Shin sarugaki, alcuni erano fedeli all’uomo, altri servivano più padroni con ingaggi temporanei.

grumpy

Il Bandō

Il Bandō era una regione rude. I suoi abitanti si dividevano tra locali bellicosi ed emishi deportati. Era una zona di pascoli e pantani, dove si allevavano cavalli e guerrieri. La Corte aveva bisogno di entrambi, ma non se ne fidava: le barriere di Usui e Ashigara separavano questa terra di matti pericolosi dalla gente civilizzata della Capitale. Viaggiare in questa zona brulicante di briganti era così complicato che un corriere metteva di media 20 giorni ad andare dalla provincia di Shimōsa alla Capitale, e questo se poteva cambiare cavallo! Roba da far schiantare dalle risate un corriere romano. Tre hurrà per l’efficienza!

I Codici qui erano stati applicati in modo discontinuo e irregolare. Il guaio era che se da una parte il Bandō era il “serbatoio militare” del Paese, dall’altro era anche popolato da gente fumina, indipendente e rintanata in residenze fortificate.

Già, perché se alla Capitale erano troppo spirituali per avere mura, nelle spietate lande orientali la gente cercava di difendersi. Per avere un’idea di dove e come viveva un notabile del Bandō, Kawajiri usa come esempio quello compare nello Utsuho monogatari, ovvero una residenza di dogō nel distretto di Muro nella provincia di Kii.

Si tratta di un complesso di 800 chō[1]. Prendete il numero con le molle perché la faccenda pare veramente TROPPO vasta anche per la ricca regione di Kii. Anche concesso che un latifondista possedesse mille ettari e spicci, le proprietà e le residenze del Bandō erano di certo molto più modeste. Il centro della proprietà, dove risiedeva il capoccia, era una base fortificata, circondata da una palizzata e spesso da un basso fossato. All’interno si trova la casa del dogō e della sua sposa principale (ōdono), dei campi e circa 40 costruzioni tra cui magazzini, case di compagni, tre tipi di cucine diverse, distillerie, granai, ateliers per gli attrezzi, filanda, forgia, ecc. La palizzata della residenza poteva essere rinforzata da dei posti di guardia.

Se prendiamo lo Shōmonki, troviamo che un capo relativamente piccolo come Masakado poteva contare su una decina di cavalieri sempre presenti (il che presuppone, come vedremo a breve, tra i 20 e i 30 armati).

Non si tratta di fortezze vere e proprie (non erano fenomeni in architettura difensiva), quanto dei centri agricoli e produttivi protetti alla meno peggio.

fort

Notabili un minimo importanti (ovvero della stessa classe dei magistrati di distretto) avevano di solito più di una base. Oltre a gestire pascoli e campi, profittavano del surplus per far prestiti con interesse ai contadini circostanti. In pratica, gestivano la vita dei dintorni. Spesso costoro avevano anche una funzione subalterna nel governo provinciale, perché era su uomini del genere (e sui magistrati) che il governatore doveva appoggiarsi se voleva strizzare le tasse senza troppi intoppi.

La banda

Prima di parlare nello specifico di armi e tattiche, vorrei dire sui cose sugli uomini. In campo si trovanoinfatti due tipi di individui, i jūrui e i banrui. Stabilire che razza di gente siano è un casino, pertanto cerchiamo di far dei distinguo basandoci sul loro comportamento secondo le fonti d’epoca.

I banrui sono i più numerosi, ma anche i meno affidabili: se la danno a gambe non appena gira male. Sono anche i primi bersagli di una rappresaglia. Tenete a mente che non era concepibile in questo contesto conquistare un territorio. Dato che la guerra era illegale, il massimo che potevi sperare era che i funzionari tenessero il naso fuori dai tuoi affari, ma era pura follia aspettarsi che confermassero i tuoi diritti su delle aree occupate. Ergo la vittoria presentava solo due interessi: il bottino e il mettere il tuo nemico (ed eventuali eredi) in condizioni di non nuocere. Ovvero, quando un dogō vinceva, procedeva alla distruzione completa, totale e tombale di tutto: case, fortificazioni, granai, campi, pascoli, schiavi, contadini. Le case dei banrui erano le prime a partire in fumo, con le famiglie dei suddetti dentro, se possibile. Tutto quello che non poteva essere rubato doveva essere annientato, perché era l’unico modo di falciare la base economica del tuo nemico. Non farlo voleva dire dargli la possibilità di riprendersi. Magari tra un paio d’anni sarebbero stati i tuoi contadini a bruciare. Un capo non poteva permetterselo: il suo potere dipendeva dal suo prestigio, e il suo prestigio dipendeva dalla sua capacità di proteggere i propri e terrorizzare gli altrui.

Nel X° secolo non ci sono mezze misure: si scommette tutto o non si scommette nulla. La guerra in questo periodo, anche la piccola faida familiare, ha un impatto ambientale e umano apocalittico.

I banrui sono chiaramente quelli che ci guadagnano meno e che rischiano di più. La loro lealtà al capo dipende solo dalla promessa di bottino o dalla paura di ritorsioni. Avidità e terrore sono le due leve dei guerrieri del X° secolo. Non hanno lealtà per nessun altro che il loro capo diretto o la loro famiglia stretta (il padre o i fratelli nella migliore delle ipotesi). Già cugini e nipoti erano pronti a scannarsi a vicenda per profitto (e ciò era accettabile). Il legame con la moglie e la sua famiglia era spesso più vincolante di quello tra cugini.

Moglie, figli, fratelli, clienti. Questi sono gli unici a cui un capo guerriero tiene, gli unici che tengono a lui.

Non era disonorevole per un banrui darsela a gambe. E un dogō s e lo aspettava. Sapeva che se le cose giravano male lo avrebbero piantato in asso (o addirittura cambiato campo).

Ma chi erano di preciso i banrui?

Secondo Kitayama, si tratterebbe di contadini armati alla meno peggio e impiegati come uomini a piedi da tizio o da caio. Secondo Kawajiri, si tratta di piccoli proprietari indipendenti, magari loro stessi a capo di una piccola banda, costretti ad allearsi con pesci più grossi per mettersi al riparo da vicini e colleghi. Io condivido la posizione di Kawajiri: leggendo testi come lo Shōmonki pare che il grosso dei contadini non prendesse parte ai combattimenti (casomai li subisse). Allo stesso tempo la vita agricola era una parte importante per molti dei combattenti. In altre parole, la distinzione tra guerriero e grosso contadino era spesso labile (come d’altro canto lo fu in Europa per un lungo periodo).

lealtàEcco, non aspettatevi nulla del genere da un banrui

I jūrui sono molto meno problematici e gli storiografi sono concordi nel dire che si trattava degli uomini personali del capo-banda. Dipendevano da lui, spesso vivevano con lui, e gli erano legati da uomo a uomo. Gli erano fedeli e per loro la fuga non era accettabile. Perché se era comprensibile per un alleato voltar gabbana, non lo era per un compagno, e nessuno vuole accogliere tra i suoi un pusillanime o un traditore. Erano il nocciolo duro di un esercito, quelli su cui un capo poteva davvero contare, quelli che sarebbero invecchiati con lui o morti con lui.

Ma veniamo alla parte divertenti: gli attrezzi del mestiere!

Armature

I Codici autorizzavano le armi personali, ma la fabbricazione di armi e l’allevamento di cavalli da guerra avrebbero dovuto essere un’esclusiva del governo provinciale. Dico avrebbero. Il sistema entrò in crisi (big shock) e nel X° archi, frecce, cavalli ecc. erano autoprodotti da dogō e atri notabili locali. Roba più elaborata, come armature o spade, continuava a essere fabbricata principalmente in quel della Capitale (sì, l’armaiolo del villaggio che ti scodella uno spadone di ottimo acciaio e una cotta rivettata a prova di turco fa molto fantasy ma è una stronzata).

Chi poteva permetterselo, portava un’armatura. Ora, si tratta senza dubbio di lamellari (keikō), tipologia che domina incontrastata la scena militare giapponese fino al XVIII° secolo. Ma che tipo di lamellare, questo è molto più complicato da definire. Purtroppo i testi non sono molto chiari. Possiamo dire che di certo erano lamelle laccate (d’acciaio o di cuoio… o a volte entrambe!), il che le rendeva molto resistenti all’umidità. Ho finito di ripulire in questi giorni la mia lamellare, e posso assicurare che è una menata senza fine.

Piccola nota: nei modelli classici di keikō le lamelle erano laccate una ad una, prima di essere assemblate. Nella proto-ōyoroi sono prima allacciate in file e poi laccate, il che rende la striscia più rigida ma più robusta. E’ un passo verso quella scatola di sardine che sarà l’ ōyoroi, l’armatura completa del XII° secolo.

L’allaccio giapponese è fatto in modo che la lamella si sinistra copra sempre per metà quella di destra. Le file sovrascorrono in parte, come nelle armature occidentali.

warbandCavaliere e uomo a piedi

Ora, non sappiamo di preciso che modello di lamellare fosse più diffuso nel Bandō del X° secolo. L’armatura “classica”, quella della Guerra di Genpei per intendersi (ōyoroi), lamellare pesante chiusa sotto il braccio destro, “nasce” verso l’inizio dell’XI° secolo. Tuttavia, secondo Kawajiri, non è impossibile che un modello molto simile fosse già usato nel Bandō cinquant’anni prima. Nella mia ricostruzione (discutibile quanto vi pare), il cavaliere porta un modello molto vicino alla ōyoroi, con delle sode (protezioni del bicipite) agganciate sulla spalla e legate dietro, e non più fissate sopra il gomito. Le sode sono più affini a degli scudi mobili che a degli spallacci: l’idea è quella di seguire il movimento dell’arciere. Quando tende, la sode scivola sulla scapola senza intralciare il movimento. Dopo aver scoccato, l’uomo ripiega il braccio destro mentre cerca un’altra freccia, e così facendo la sode riscivola sul bicipite, proteggendolo dalla salva avversaria.

L’elmo è ripreso da un ricostitutore dello stesso Jidai Matsuri usato nel primo articolo: ha già le ali laterali, ma la protezione della nuca non ha ancora la forma larga a ombrello tipica delle armature duecentesche, bensì resta vicina al modello del IX° secolo. Le due “ali” sul davanti servono probabilmente a deviare sull’esterno frecce e fendenti ed evitare che questi trancino l’allaccio delle lamelle sulle tempie.

Le lamelle erano allacciate con fili di seta apparenti e colorati. Il colore dei lacci era un modo per riconoscere la banda o il cavaliere da lontano, esattamente come la nostra sopracotta. Il cavaliere poteva anche avere una pezza di cuoio decorato tirata sul petto (poteva). Oltre all’aspetto visivo, questo evita che la corda dell’arco pizzichi le lamelle: ciò difatti danneggia la mira e la corda. Ora, nonostante avessero con loro dei ricambi (la ciambella che portano alla cintura), non è una festa ritrovarsi a cambiar corda in mezzo al parapiglia.

Infine, il cavaliere portava un kote al braccio sinistro, ovvero una seconda manica a forma di sacco che si allacciava attraverso il petto e si serrava al polso per impedire alla manica del kimono di sventolare e dar noia all’arciere. Secondo Bryant, nel n°35 delle Osprey, le kote di Heian non erano rinforzate in alcun modo. I reenactors del Jidai Matsuri sembrano non essere d’accordo.

Un’altra lamellare simile alla ōyoroi ma più leggera era la dōmaru, priva di sode e usata tra gli uomini a piedi che potevano permettersela.

Le armi

L’arma per antonomasia del guerriero non era la spada, ma l’arco, fabbricato in lame di catalpa, zelkova o legno di gelso e bambù, incollate tra loro e laccate, cerchiate di filo di seta, scorza di betulla o rattan. E’ un’arma di lunghezza notevole (certi sono più alti del loro arciere, anche 2,5 m), da impugnare a un terzo di lunghezza dal basso, il che dovrebbe alleggerire il contraccolpo dello scocco sulla mano sinistra del cavaliere. Pare sia molto rapido, ma ha un libraggio non proprio impressionante. Diciamo che, con tutta quella roba, nemmeno si avvicina alla cattiveria dei suoi cugini compositi della steppa.

Per di più, con un arco così lungo, uno a cavallo non può tirare a 180°! L’arco urta il collo del destriero e bisogna sollevarlo per cambiare lato. Un cavaliere del X° tirava di solito sulla sinistra. C’erano delle tecniche per approfittare della faccenda, tipo far voltare il cavallo in modo da trovarsi sul fianco “cieco” dell’avversario (il destro). Inoltre, vista la forma ingombrante dell’elmo, è probabile che i cavalieri giapponesi non armassero alla guancia ma al petto. Insomma, l’interesse non era tanto la precisione quanto una salva ben fitta di frecce scagliate da tizi rapidi e ben protetti.

Le fecce, lunghe 86-96 cm, erano in bambù tagliato a inizio inverno e lisciato. Erano tenute in una faretra (ebira) costituita da uno scatolotto e un “dorso” a cui le aste erano assicurate da un laccio lasciato allentato. La faretra era sospesa contro l’anca destra. Il guerriero afferrava l’asta poco sopra la punta e la sfilava da sotto il laccio tirandola in avanti.

Il cavallo giapponese non era grandissimo. Mediamente, misuravano sui 133 cm al garrese, ma ne avevano anche di “grandi”, alti 15o-155 cm circa (5 shaku). I giapponesi non ferravano i cavalli. (Se non vi eravate posti la questione, shame on you!)

Friday cita un esperimento della NHK, che avrebbe fatto cavalcare un tizio carico per simulare il peso di un’armatura, al fine di sfatare il mito del cavallo infaticabile. Per quanto divertente, questo esperimento lascia un po’ il tempo che trova: dovremmo provare con la precisa razza usata come cavallo da guerra, e dovremmo provare con un cavallo addestrato apposta, altrimenti è fuffa.
horse

Immagine dimostrativa, da notare che sella e staffa non sono storicamente corrette

La sella e i finimenti somigliano molto a quelli europei e non mi perderò in dettagli. Unica nota interessante: la staffa a quest’epoca è a coppa, ingloba il piede dell’arciere, offrendo una discreta stabilità. Il cavallo era guidato con le briglie e con un frustino di salice che poteva essere legato e lasciato penzolare al polso destro del guerriero.

Infine, come noterete nella figura, il cavaliere del Bandō porta una tachi, o sciabola lunga. Questo tipo di lama è apparsa probabilmente agli inizi del X° secolo, anche se la sua evoluzione è ancora un soggetto controverso. A differenza della katana successiva, non viene tenuta contro il corpo ma appesa alla cintura, come le spade europee, e col filo rivolto verso il basso (spaccare la faccia di un tizio a piedi sguainando non ha prezzo!).

Ma veniamo agli uomini a piedi, i sacrificabili! Anche costoro erano armati di arco. L’altra arma tipica era la hoko, la picca, arma inastata di 4 m circa, con lama piatta a doppio taglio sui 36 cm. Talvolta alla base della lama ci sono due uncini che si piegano verso l’esterno (per bacchiare i cavalieri).

Questi ardimentosi erano protetti da dei tate, scudi fissi simili ai nostri mantelletti, costituiti da 2 o 3 tavole di legno di 2-3 cm di spessore. In altezza arrivavano a livello d’occhio del tizio a piedi ed erano larghi più o meno quanto le spalle di un uomo.

Sia chiaro, questo equipaggiamento non era alla portata di tutti e non tutte le bande avevano un arsenale completo. D’altro canto il numero di unità cambiava. La banda più piccola poteva contare appena un cavaliere con uno o due compagni a piedi, mentre le più grandi mettevano insieme fino a un’ottantina di cavalieri (ovvero circa 200 persone tra tutti).

La battaglia

In teoria, una battaglia avrebbe dovuto essere uno svolgimento molto ritualizzato. I due contendenti si trovano in un luogo prestabilito, si schierano, si scambiano dichiarazioni di guerra, magari si scaldano con qualche duello individuale tra cavalieri.

Ora, questa era la teoria, e pare che in alcune occasioni sia anche stata seguita! Come vedremo in futuro, la pratica corrente era tutt’altra. La tattica regina del massacro giapponese è l’imboscata o l’attacco a sorpresa. Niente appuntamenti, niente dichiarazioni, si tendono trappole e si incendiano le case nottetempo, un po’ come gli islandesi che più o meno nello stesso periodo organizzavano assassinii a sorpresa ai cessi (un giorno parleremo anche di loro). D’altro canto, l’arte della guerra è l’arte dell’inganno, lo era allora e lo sarà finché non ci estingueremo.

Ergo, anche in caso di casino grosso, dove si muovevano decine, magari centinaia di bande alla volta, non c’era nessuno schieramento campale, nessun quadrato di picchieri: ogni gruppetto, coordinandosi più o meno bene (di solito molto bene) con gli altri, cercava di beccare un gruppetto nemico con le brache in mano.

Voglio sottolineare che i guerrieri di quest’epoca sono molto diversi dall’immagine Edo che certi film ci hanno lasciato. Un guerriero preso con le brache in mano diventava campione di cento metri piani in mezzo secondo: l’idea di morire per sport è molto moderna, nel X° non si combatte una battaglia persa, si taglia la corda (a meno che il tuo capo personale non sia incastrato, allora la storia cambia).

Un guerriero combatte per onore e fama. Ma a differenza di altri periodi, nel X°, non è il comportamento di un uomo a dargli onore e fama, bensì il numero di vittorie.

Fuggire dopo una sconfitta macchia il tuo onore e diminuisce la tua fama. Ma morire è peggio. Chi resta vivo può riprendersi, chi muore per orgoglio è cibo per vermi, e i morti hanno sempre torto.
jinsai

Uomini e cavalli, la joint venture più epica della Storia della zoologia!

I guerrieri di questo periodo sono uomini affascinanti. Il ritratto che ne esce dai documenti, tolta l’aura di oVVoVe e disprezzo degli aristocratici (gli autori di detti documenti) è quello di energumeni egocentrici, bellicosi, sentimentali, filiali, superstiziosi, ma capaci di un cinismo e di un pragmatismo eccezionali. E’ bello studiarli ed è bello sapere che tra te e loro ci sono dieci secoli di distanza di sicurezza. E’ bello capirli ed è bello non averli come vicini di casa.

Un giorno vi parlerò di uno di loro in particolare: Taira no Masakado. Un buon guerriero e un pessimo politico, destinato a far pipare il culo di ministri e mercanti ancora oggigiorno.

Well that’s all folks! And as always,
Stand up and fight!

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[1]   1 chō di quest’epoca misura circa 400 shaku per lato, e uno shaku misura circa 30 cm. Se non ho fatto troppo casino coi calcoli (leggasi: è probabile che abbia fatto casino coi calcoli), il tutto dovrebbe fare qualcosa come un po’ meno di 3400 m per lato.
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Bibliografia

BRYANT Anthony et MCBRIDE Angus, Early samurai, AD200-1500, Osprey publishing, Oxford, 1991, n.35, p.68

FRIDAY Karl, Hired swords, Stanford University press, Stanford, 1992, p.265

FRIDAY Karl, Samurai, warfare and the state in Early Medieval Japan, Routledge, New York, 2004, p.251

FRIDAY Karl, The first samurai, John Wiley & Sons, Hoboken, 2008, p.220

HERAIL Francine, Gouverneurs de provinces et guerriers dans Les Histoire qui sont maintenant du passé, Institut des Hautes Etudes Japonaises, Paris, 2004

KAWAJIRI Akio, Shōmonki wo yomu, Yoshikawa Kōbunkan, Tōkyō, 2009, p.264

KAWAJIRI Akio, Taira Masakado no ran, Yoshikawa Kōbunkan, Tōkyō, 2007

KAWAJIRI Akio, Yuregoku kizoku shakai, Shōgakukan, Tōkyō, 2008, p.339

KITAYAMA Shigeo, Ōchi seiji shiron, Iwanami shōten, Tōkyō, 1970, p.2-205

YANASE Kiyoshi, YASHIRO Kazuo, MATSUBAYASHI Yasuaki, SHIDA Itaru, INUI Yoshihira, Shōmonki, Mutsu waki, Hōgen monogatari, Heiji monogatari, Shōgakukan, Tōkyō, 2002, p.7-130

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24 thoughts on “Combattenti di Heian: la banda di guerra

  1. Bellissimo articolo. E molto belli anche i disegni.

    Da non esperto penso che quella che tratta il tuo blog sia un’epoca della storia giapponese molto interessante proprio perchè permette di sfatare molti di quegli stereotipi sulla “giapponesità” derivanti immagino massicciamente dall’epoca sengoku (a cui per molti, causa manga, anime, film, si riduce la storia nipponica).

    In particolare sarebbe interessante considerare, magari con l’ausilio del prode Zweilawyer, se e quanto il processo di disgregazione e decentralizzazione del potere avvenuto in Giappone possa essere comparato con quello a cui si assiste in Europa alla fine della dominazione romana.

    Un altro elemento che trovo molto interessante è quello che tu chiami il “Governo dei Poeti”, con nobili NON guerrieri a farla da padrone e i combattenti relegati al ruolo di galoppini dei primi. Una situazione molto curiosa, che sembrerebbe sfatare l’adagio del buon Mao secondo cui “Il potere politico nasce dalla canna di un fucile”. Mi chiedo se tale stato di cose, immagino senza equivalenti nel medioevo europeo (ma non vorrei dire scempiaggini) fosse dovuto a un periodo di precedente pace particolarmente lungo, per cui ci si poteva permettere di fondare il potere sull’arte di scrivere poesie e parlare con eleganza, o se vi altre cause peculiari alla base (non dimentichiamoci che in “Armi, Acciaio e Malattia” Jared Diamond dedica un capitolo a parte al Giappone, tanto ritiene le caratteristiche naturali e climatiche dello stesso eccezionali)

    • Il problema del Giappone di Heian è che non riusciamo davvero a comprenderlo<. Lo conosciamo, l’abbiamo studiato per diritto e per rovescio, ma più ti accanisci e più la domanda che sorge è un colossale “MA PERCHE’?!”. Perché la Capitale non aveva mura pur essendo minacciata? Perché non sapevano navigare pur essendo un popolo di isolani? Perché i guerrieri hanno servito per due secoli tizi che sapevano solo comporre poesie? (peraltro, non solo erano poeti, ma disprezzavano i guerrieri)
      Il Giappone di Heian è qualcosa che avrebbe dovuto implodere in sei mesi, e invece sputa in faccia a Darwin e continua per secoli.
      Per quanto l’affermazione di Mao sembri inoppugnabile, resta il fatto che le prove empiriche dicono il contrario, almeno nel caso giapponese. Non si può nemmeno dire che prima avessero avuto una gran pace. L’ottavo secolo è un vero disastro (e magari ne parlerò), hanno avuto una guerra aperta nella regione nord-occidentale di Honshu dal VII° al X° secolo, e glissiamo sui mille problemi legati a briganti, pirati, etc.
      Perché i guerrieri hanno tollerato i nobili? Si potrebbe dire che erano troppo impegnati a farsi le scarpe tra di loro, o, per dirla Tapiro-style, “non avevano sviluppato coscienza di classe” (dopo aver scritto una cosa del genere dovò lavar la tastiera col Cif). Ma quando finalmente presero il potere NESSUNO nemmeno provò a sostituirsi all’Imperatore: invece di buttar giù le vecchie funzioni i generalissimi si fecero nominare alti dignitari. Mantennero l’apparato. Ne crearono uno parallelo tramite il quale esercitare il potere, e mantennero il vecchio. Perché? Spero di avere una risposta soddisfacente dopo il mio PhD 😀

  2. Altro articolo interessantissimo, complimenti, molte informazioni compattate in un layout piacevole e leggero, il Giappone “non mainstream” ante guerra Sengoku e’ quello piu’ affascinante.

    Complimenti anche a chi ha citato “Armi, acciaio e malattie” che considero un bel saggio, anche io penso che la situazione anomala del Giappone sia dovuta in gran parte alla sua posizione geografica, se per assurdo le isole giapponesi si fossero trovate nel mediterraneo una cultura cosi’ “aliena” avrebbe avuto una storia particolare e forse molto breve.

  3. Ottimo articolo mia dolce, dolcissima tenger. L’amore per il folle guerreggiare ci unisce come quello per Vladimir Putin. Colgo l’occasione per dirti che ti ho inserita nei link del mio trasherrimo blog.

  4. @Tenger
    Personalmente non ho mai capito come facessero i shogun a ribellarsi agli imperatori.
    (chiamo i Shogun anche i Taira, anche se non credo che usassero quel termine)

    • L’unico uomo che si sia mai davvero formalmente ribellato all’Imperatore (al punto di autonominarsi “nuovo imperatore”) sarebbe, in teoria, Taira no Masakado intorno al 939 (e di lui parlerò a profusione perché è un tizio interessantissimo!).
      Quanto ai Taira, non erano shōgun: Taira no Kiyomori era Ministro degli Affari Supremi (daijō daijin), ergo formalmente subordinato a sua maestà imperiale. Il primo shogun in senso “moderno” (chi strutturò, costruì e lanciò il governo dei guerrieri) è Minamoto no Yoritomo (parlerò anche di lui). Anche lui formalmente non si ribellò mai all’Imperatore (l’intimidazione non è ribellione ù_ù).
      La Corte era e resta (salvo qualche piccolissimo problemino nella guerra del Nanbokuchō) la fonte della legittimità, e la legittimità è quella cosa che ti permette di esercitare con sicurezza ed efficacia il potere reale. Salvo casi molto particolari, gli Imperatori dopo Tenmu erano più occupati dal rituale che dalla politica, sicché i loro ministri prima e i loro shōgun poi tenevano il Paese sotto controllo (con successo variabile).
      E’ successo che dei guerrieri combattessero contro un Imperatore, ma siccome in genere esistevano 1 Imperatore in carica e 1 Imperatore Ritirato, la scusa spesso era “quello buono è l’imperatore che sta dalla nostra parte, l’altro è illegittimo”. Antoku morì nella battaglia di Dan no Ura, ma l’Imperatore Ritirato era vivo e vegeto e sosteneva i Minamoto (anche perché sarebbe stato poco prudente fare altrimenti).
      Spesso in Giappone non era il Grande Capo a comandare, ma il suo vice. Pertanto la gente si scannava non per diventare numero 1, ma per diventare numero 2. Il che vale anche per gli shōgun. Ci sono periodi in cui l’Imperatore conta quanto il due di coppe quando regna bastoni (c’è, ma si occupa di riti e basta), lo shōgun è un fantoccio e chi davvero comanda è il suo reggente/primo ministro (sesshō o shikken). Ovvero, il vice del vice.

  5. Yatta ! Dopo non so quanti viaggi in treno, ho finalmente finito questo “picolo” articolo… “corto” ma interessante 🙂
    Et, n’en déplaise à ton fanclub français, non! je ne me lancerais pas dans la traduction ! :p

    Mi chiedo come si maneggia la hoko. 4m é enorme. gia la yari et molto lunga (2.5m) ed é abbastanza complicata da usare. Difficile di essere precisi con una tale lunguezza

    • Tu me laisse tomber? ç_ç (bon, je vais faire la traduction moi-meme toute seule comme une grande!)

      La hoko probabilmente si maneggiava in modo simile alle nostre picche. Ma per queste armi in asta c’è da chiedere al prode Zwei: è il suo settore 😀

  6. Tengrrrl, rileggendomi i vecchi articoli (si, dopo un po’ la “divertentissima ed essenziale” recensione di “Magdeburgo”, come dire, viene a noia 😛 ) ho notato una cosa.

    La mia profonderrima ignoranza sul Giappone. Nel senso: al di là di un’infarinatura generale (ok, ci sono i Samurai, lo Shogun, le Katane, il Seppuku, i fiori di ciliegio etc.)… beh, brancolo nel buio.

    Questo articolo (ed anche il precedente) ha portato molte più domande che risposte. E mi sono reso conto che c’è un gap profondissimo fra te, specializzanda sulla materia, e io che sono un umile profano.

    Potrebbe forse essere interessante (o comunque profittevole) che, anziché vomitare ulteriore bile (verde e gialla) sul Nostro comune scrittore preferito, scrivessi una serie di “pillole” di “storia del Giappone for dummies”? Una serie di mini-articoli (“panoramiconi”, come direbbe il Tapiro 😉 ) che aiutino il misero gaijin (come il sottoscritto) a capire meglio questi ottimi articoli di approfondimento, contestualizzandoli un po’ meglio.

    Che dici, si può fare? Grazie mille in anticipo 😛

    • I tuoi tentativi di distogliermi dalla crociata sono vani 😛 ormai ho iniziato, devo finire.
      L’idea di articoli brevi e introduttivi e buona, ma per quello ci sono tante risorse in internet (specie in lingua inglese). QUello che io voglio fare è degli articoli un po’ più approfonditi per chi non può (o non ha il tempo di) leggere saggi giappi o documenti d’epoca.

      Plus, mi hanno fatto notare che il blog verte troppo su Cipanghia e che non sarebbe male dare un’occhiata all’Occidente.

      Le prossime 2 puntate saranno occasione di “pillole”. Come quella sui ninja, una su Gustavo Adolfo e il suo esercito per avere un assaggio della vera Guerra dei Trent’anni. Nella terza puntata non ho ancora deciso, ma anche lì ci sarà qualcosa.

      Il prossimo articolo sul Giappone porterà sulle provincie di Mutsu e Dewa, o sul XIV° secolo, devo ancora decidermi ^_^

  7. i Codici proibivano il possesso della terra,

    ahem… ma questa proibizione non era a) solo relativa alle risaie (e NON alle coltivazioni “asciutte”) e b) invece non colpiva invece le terre frutto di dissodamento?

    Sto andando a memoria e la mia fonte (l’Atlante Storico Zanichelli del ’97) non è esattamente autortativo, ma questo punto mi era rimasto impresso, e mi piacerebbe saperne qualcosa in più (senza rimandi a millemila fonti inglesi in giro per l’internetto, of course 😛 )

    • Esatto, le risaie erano l’unica unità che il governo considerava “terra arabile”. Il resto (orti asciutti, gastine e foreste) potevano essere possedute. Considera che, come dalle nostre parti, con la loro densità di popolazione e i lro mezzi, tenere il bosco fuori dalle scatole era un lavoro molto più complicato di oggigiorno. Con attrezzi di legno, una famiglia non poteva permettersi che piccoli appezzamenti, il resto se lo mangiava la foresta.

    • “Gastine” è vecchio francese, indica le terre “guaste”, che non sono né bosco vero né campo coltivato. Sono rone di boscaglia rada, cespugli, erbacce, in cui la gente portava a volte a pascolo le bestie, cacciava o raccattava qualcosa da mangiare e faceva un po’ di legna.

      • vivevo in una regione che si chiama “Gâtine” (in Francia) e, in effetti, il nome vuol dire “terre gâté” nel senso di terra non fertile

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